La parabola comunemente
denominata del “figlio prodigo” è un capolavoro, non solo della narrativa
lucana, ma della letteratura mondiale. Pochi racconti hanno destato una così
grande impressione e hanno conosciuto così tante interpretazioni (dalla storico-critica
alla filosofica, dalla psicanalitica alla strutturale…); pochi sono stati così
rappresentati nell’arte e celebrati nel pensiero. Gli stessi molteplici titoli
dati al racconto – allo scopo di cogliere l’essenza del messaggio (“figlio
prodigo”, “padre misericordioso”, “figlio perduto e ritrovato” ecc.) – ne hanno
in realtà messo in risalto solo l’uno o l’altro aspetto. Troppo ricca la trama,
troppo intensa la commozione, troppo ampia la portata simbolica. Se partiamo
poi dalla composizione, non è difficile accorgersi che la prima parte si
sofferma sul rapporto tra il padre e il figlio più giovane, mentre la seconda
sulla relazione tra il padre e il primogenito. La filigrana sta proprio in
questo duplice riferimento, che riguarda due atteggiamenti divergenti e due
categorie religiose. La figura straordinaria del padre resta comunque centrale
e funge da ponte, unendo le diverse sfaccettature ed esaltando il messaggio.
Il figlio perduto
Il racconto inizia in una
casa, come tante, dove un uomo viveva con due figli. Il distacco del più
giovane non viene giustificato: litigi? desiderio di indipendenza? stanchezza?
La curiosità del lettore non viene soddisfatta, perché non è ciò che conta veramente.
Un fatto è certo: l’allontanamento è progressivo e il decadimento del figlio
uscito di casa diventa sempre più tragico. Nel contesto dell’alleanza, la
rottura delle relazioni umane fondamentali, la separazione dalle proprie radici
comporta inevitabilmente la rottura con Dio. E infatti, lontano dal padre, il
patrimonio viene presto dilapidato con una vita dissoluta, aggravata da una
carestia che sopraggiunge inaspettata. Il giovane diventa custode dei porci –
animali impuri per eccellenza -, sommo degrado, tanto che un detto rabbinico
afferma: «maledetto l’uomo che alleva porci».
Arrivato al fondo della
disperazione, il giovane “rientra in sé”: è l’inizio del capovolgimento. Un
altro detto rabbinico afferma che, quando gli uomini sono costretti a mangiare
carrube, si convertono. Quasi a dire che, spesso, non ci sono alte motivazioni
religiose all’origine di una conversione inaspettata; né apparizioni, né vie di
Damasco… Semplicemente il degrado, lo stato di abbandono, e un grande vuoto. La
vita dissoluta promette molto, ma non offre nulla.
Il padre misericordioso
A questo punto, la
macchina da presa si sposta sul padre, autore di una serie di atti piuttosto
paradossali e inverosimili sul piano dell’esperienza quotidiana: vede il figlio
da lontano (lo aspettava!), è commosso fino alle viscere, gli corre incontro, gli
si getta al collo (impedendogli di umiliarsi), lo bacia, gli dà il vestito
della festa, gli mette un anello al dito, i sandali ai piedi, e ordina un
banchetto. Leggendo questa lunga serie di atti, il lettore avverte
immediatamente una straripante passionalità (chi ha detto che la Bibbia è
maestra di moderazione?) che avvolge il peccatore, impedendogli di umiliarsi.
Non si parla di
penitenze, digiuni ed elemosine; non si chiede di dimostrare sincerità di
intenzioni; non si esigono promesse future… Tutto è gratuità, commozione, tutto
è tripudio ed ebbrezza, gioia di ritrovarsi, di abbracciarsi, di fare festa…
Certo, bisogna evitare facili demagogie e ingenuità ermeneutiche: è necessario
capire la retorica del racconto e l’intenzione dell’autore… Tutto vero. Ma non
è forse anche vero che, a volte, le nostre comunità ecclesiali rischiano di
invecchiare nei “distinguo” e negli equilibrismi diplomatici, di appassire in
vecchie e rinsecchite discussioni che giocano sempre in superficie, invece di
cantare la gioia del ritorno e del perdono, della gratuità e della festa? Non è
vero che viene sempre più a mancare l’ebbrezza e l’esultanza per un solo
peccatore che si pente piuttosto che per i novantanove giusti che non hanno
bisogno di conversione? Chi sa guardare ancora lontano, all’orizzonte… non per
scrutare le malefatte dei figli dell’uomo, ma per scoprirne l’incanto? Chi sa ancora
aspettare e avere nostalgia, perseverare nell’attesa e rispettare i tempi,
senza cedere alla disperazione o all’invadenza? Siamo ancora capaci di
gratuità, di estasi, esultanza e abbandono?
L’entrata in scena del
figlio maggiore cambia la prospettiva della parabola. Bisogna subito dire che,
anche sul lettore più disponibile a comprendere questa paternità inusuale, fa
un certo effetto il contrasto tra chi ritorna dai campi, fedele al suo compito
quotidiano, e la festa di cui gode il dissoluto che ha sperperato ogni avere.
Anche qui, gli elementi narrativi sembrano poco convenienti e poco rispondenti
all’esperienza quotidiana. È facile intuire che l’ira del figlio maggiore,
tutto sommato, viene giustificata dal lettore. Ma tant’è. Egli rimane fuori e
il padre – ancora una volta – deve uscire.
Questo tuo fratello
Nello sfogo, il figlio
maggiore enumera anzitutto i suoi meriti: il servizio e la fedeltà. Non sono
queste le doti richieste a tutti i figli degli uomini? E, dopo aver enumerato i
suoi meriti, mette in risalto i peccati del suo fratello minore e l’ingiustizia
del padre: «quando è venuto questo tuo figlio, che ha divorato il tuo
patrimonio con le prostitute, gli hai ammazzato il vitello ingrassato!».
L’accento è su «questo tuo figlio», espressione che tradisce
uno sprezzante distacco, o forse odio. Il padre risponde con «figlio!» e il
pronome personale «tu», ripetuto enfaticamente due volte: «figlio tu, tu sei
sempre con me». Invece di un rapporto convenzionale, si intravede un amore
personale, intimo, fondato sulla relazione.
A «questo tuo figlio»,
il padre risponde con «questo tuo fratello»: un invito a porsi a un
altro livello. In effetti, il problema è proprio questo. In fondo, alla luce di
una logica retributiva, il maggiore non ha torto. Ma proprio qui è il punto: il
padre agisce partendo da un’altra logica. Dietro l’atteggiamento del
primogenito si intravedono certamente le critiche dei farisei al comportamento
di Gesù piuttosto benevolo verso i peccatori, ma anche una certa logica
cristiana vigente nella comunità di Luca: un modo di sentire le relazioni, che
non teneva conto della gratuità e della benevolenza divina.
Luca ricorda che la
giustizia divina e umana, invocata dal figlio maggiore, dice anzitutto
relazione, rapporto con “l’altro”, prima che rapporto con un codice di
comportamento. La fratellanza produce differenziazione e una comunità di
fratelli non nega l’alterità; anzi, la esige. L’altro rimane fratello, in
quanto altro da me. Lévinas ha intuito molto bene questa dimensione relazionale
che sta alla base del discorso biblico e le conseguenze etiche di una tale
impostazione. «A un soggetto rivolto verso se stesso… – dice Lévinas –, a un
soggetto che si definisce per la cura di sé e che, nella felicità, attua il
suo per sé, noi opponiamo il desiderio dell’Altro… di un Altro che
sono gli Altri, che non sono né il mio nemico… né il mio complemento…».
Le ultime parole del
padre al figlio maggiore sono un invito a entrare nella festa della gratuità,
ad abbandonare la logica del dovuto, a riconoscerlo come fratello, ad
abbandonare lo scanno di giudice e a porsi sul trono della misericordia, a non
allontanarsi – disgustato e sprezzante – nel giardino dei “giusti”, ma a farsi
prossimo del peccatore e del dissoluto, perché egli rimane comunque un
“fratello”. Il finale aperto della parabola è di una forza pragmatica possente;
non si dice quale decisione abbia preso il primogenito: sarà entrato nella
festa o si sarà allontanato, sprezzante? Tutto è posto in mano al lettore che,
forse, è chiamato lui (!) a rispondere.
Professore emerito della
Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato
Biblico Diocesano
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