mercoledì 4 febbraio 2026

SENZA COMPASSIONE

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Lo scrittore De Giovanni:

 «Senza compassione, 

perdiamo l’umanità»

Fino a mille persone potrebbero essere disperse nel Mediterraneo centrale dopo i giorni del ciclone: numeri che sfuggono ai report e all’attenzione. L’autore napoletano riflette sull’indifferenza e sulle parole necessarie per restituire voce a ogni singola storia. «Gli altri», spiega, «vanno guardati con compassione, intesa in senso etimologico: immedesimandosi nelle loro condizioni e nel loro dolore»

di Daria Capitani

Secondo l’ong Mediterranea, potrebbero essere mille i migranti partiti durante le tempeste degli ultimi giorni di cui non si hanno più notizie. «Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale», ha dichiarato ieri la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi qui su VITA (l’intervista si può leggere qui sotto). Mille vite finite nel nulla, di cui poco si scrive e poco si legge. Sfuggono ai report e all’attenzione mediatica, non tracciabili e per questo invisibili. Ben visibile, però, è l’enormità di quel numero, che supera la metà dei morti accertati in quelle stesse rotte nel 20251.873 secondo i dati forniti dall’Iom, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

Come si supera l’indifferenza? Quali parole usare per restituire unicità a ogni singola storia? Lo abbiamo chiesto a Maurizio De Giovanni, scrittore e sceneggiatore, uno che con le parole vive e lavora. Scrive della sua Napoli (ama definirsi “visceralmente tifoso della sua città”), costruisce avvincenti inchieste investigative attorno alla figura del Commissario Ricciardi e insieme a un gruppo di autori conduce il laboratorio di scrittura con i ragazzi dell’Istituto penale minorile di Nisida.

«Io scrivo facendo sempre un passo indietro», ha detto in un’intervista, «mettendo me stesso come emozione e commozione mentre racconto i personaggi». È così che dobbiamo avvicinarci a notizie come questa?

Ne sono profondamente convinto. Gli altri vanno guardati con compassione, intesa in senso etimologico: immedesimandosi nelle loro condizioni e nel loro dolore. I protagonisti di questi eventi non sono invasori, non sono rapinatori né persone che vengono a rubarci il lavoro: la stragrande maggioranza di chi raggiunge l’Italia su un barcone non vuole restarci ma andare altrove. E quando vuole rimanere, non cerca altro che un luogo in cui vivere e sfuggire alla disperazione, un posticino che gli consenta di mangiare.

Che cosa ha pensato quando ha letto quel numero?

Che le tragedie non sono tutte uguali. Che l’attenzione dell’Occidente non è la stessa di fronte alle vicende umane. Ci addoloriamo, piangiamo, ci immedesimiamo (come è giusto che sia) di fronte a una notizia atroce, grave e terribile come quella di Crans-Montana, poi volgiamo lo sguardo ai migranti e li lasciamo andare a fondo nel silenzio e nella disattenzione. Una strage continua, ripetitiva, insostenibile di cui non ci accorgiamo, che teniamo a lato, osservando i commenti di chi continua a scrivere sui social “Dovrebbero restare a casa loro”. 

In un Paese a crescita zero, che invecchia spaventosamente, continuiamo a temere i nuovi arrivi come se ci potessero togliere il piatto dal tavolo. Li vediamo come un rischio e un pericolo sociale, li lasciamo ai margini, e invece dovremmo pensare che tra quei mille c’è chi avrebbe potuto dipingere il quadro più bello della storia dell’umanità, un cantante di successo o un poeta.

Lo scrittore Maurizio De Giovanni.

Di fronte ai naufragi e al vuoto lasciato dai dispersi, sarebbe forse più semplice non guardare, non porsi domande, provare a reimmergersi ognuno nella propria quotidianità. Perché invece serve ricordare?

Una cosa è provare orrore, altra cosa è non guardare. Capisco che faccia male: anch’io preferisco immaginare che siano sbarcati da un’altra parte o che non siano proprio partiti, che ci sia stato un errore di valutazione. Ma non guardare non significa cancellare qualcosa che è accaduto, il silenzio non attutisce il dolore. Occupiamoci ancora dei dati di vendita del film di Checco Zalone, apriamo infiniti dibattiti sul Var (e lo dico da appassionato di calcio), continuiamo a indignarci per il ritardo di un treno, ma ricordiamoci sempre che il mondo non si limita a quello che succede attorno a noi.

In un commento su Fb, una nostra lettrice chiede: «Dov’è l’umanità? Non riesco più a trovare le ragioni dell’inedia, del non far nulla. Siamo anestetizzati dal dolore». Come possiamo risponderle?

L’umanità resiste al di là dell’odio e delle urla da tastiera. 

Esisterà finché ci sarà qualcuno che inorridisce di fronte a un bambino morto, che piange (anche soltanto dentro) di fronte alla sofferenza degli altri.

In apertura, il naufragio di Cutro del 26 febbraio 2023, in cui sono morte 94 persone, tra cui 35 minori. (Foto: Antonino Durso/LaPresse)


 

RIPRENDERSI IL DOMANI


 QUALE FUTURO ?



L’Agenda 2030 

e il metodo Asvis



-          DI ENRICO GIOVANNINI*

Che futuro ci auguriamo per noi e i nostri cari? 

Che cosa siamo disposti a fare per realizzarlo?

Possono sembrare domande inutili, quasi offensive visto lo stato odierno del mondo. Ma sono le domande che, in un modo o nell’altro, ci poniamo spesso, se non ogni giorno.

Dieci anni fa il mondo sembrava pronto a mettersi all’opera per cambiare il corso della storia, dopo un “anno mirabile” (il 2015) caratterizzato dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco (maggio), dall’Accordo di Addis Abeba sul finanziamento ai Paesi in via di sviluppo (luglio), dalla firma dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile da parte di tutti i Paesi delle Nazioni Unite (settembre) e dall’Accordo di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico (dicembre). Sembrava che i leader politici, ma anche delle imprese e della società civile, fossero finalmente pronti a lavorare insieme per raggiungere, entro il 2030, quei 17 Obiettivi dell’Agenda 2030 che delineavano un mondo futuro senza povertà e disuguaglianze di genere, senza disoccupazione e sfruttamento, senza guerre e conflitti, capace di realizzare una prosperità compatibile con i limiti planetari e la qualità dell’ambiente, all’insegna del principio “nessuno sia lasciato indietro”.

Dieci anni fa ben pochi nel nostro Paese conoscevano l’Agenda 2030 e il concetto stesso di sviluppo sostenibile, e ancora meno persone pensavano di poter fare qualcosa per realizzarlo. Nel 2014 ero stato coinvolto dal Segretario generale dell’Onu nel disegno dell’Agenda, in particolare per l’aspetto di monitoraggio statistico.

Una volta firmata, mi domandai quindi come costruire un soggetto destinato a trasformare l’utopia che sembrava pervadere il mondo in azioni concrete anche nel nostro Paese. Ne parlai con Pierluigi Stefanini, all’epoca presidente dell’Unipol, e insieme ci mettemmo all’opera per contattare i vertici delle associazioni imprenditoriali, delle organizzazioni sindacali, degli enti del Terzo Settore, del mondo della ricerca, proponendo loro di lavorare insieme per l’attuazione concreta dell’Agenda 2030. Una proposta decisamente “indecente” per un Paese in cui la logica della “rottamazione” sembrava destinata ad applicarsi anche ai corpi intermedi, al punto che Matteo Renzi all’epoca disse che «la disintermediazione dei corpi intermedi è un fatto, e viene dai fenomeni di cambiamento che la realtà sta producendo».

Fu anche la voglia di dimostrare che le organizzazioni della società civile non erano “corpi morti intermedi” a far sì che, intorno a un primo nucleo di una cinquantina di soggetti, nacque l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis), che oggi compie dieci anni ed è diventata, con i suoi 300 soggetti della società civile italiana, la più grande rete di questo tipo mai creata in Italia. Un’esperienza unica al mondo, secondo l’Onu, per ampiezza e profondità d’azione, che in questi dieci anni ha conseguito risultati importanti, a partire dalla modifica della Costituzione per includere la tutela dell’ambiente tra i compiti della Repubblica «anche nell’interesse delle future generazioni».

Il successo dell’Asvis, conseguito anche grazie al contributo degli oltre mille esperti che operano, su base volontaria, nei suoi gruppi di lavoro, non può far dimenticare che dieci anni dopo le problematiche che portarono alla sua nascita sussistono ancora, anzi. Se a livello globale, a causa di guerre, pandemia, crisi climatica, riduzione degli aiuti allo sviluppo solo il 18% dei 169 Target specifici dell’Agenda 2030 saranno raggiunti tra cinque anni, per sei Obiettivi su 17 (povertà, disuguaglianze, sistemi idrici e sociosanitari, condizioni degli ecosistemi terrestri, qualità della governance, partnership) l’Italia si trova ora in una condizione peggiore di quella del 2010, con differenze territoriali in aumento per varie dimensioni.

Alcuni sostengono che si debba accettare la sconfitta, riconoscere che i milioni di giovani che riempivano le strade di tutto il mondo erano degli stupidi idealisti, che i ricchi e potenti possederanno per sempre la terra, che la crisi climatica sia «la più grande truffa della storia» (copyright Trump) e così via. Soprattutto, che preoccuparsi della fine del mese invece che della fine del mondo è l’unica cosa sensata da fare, accantonando quelle domande citate all’inizio. Invece l’Asvis non solo non disarma, ma rilancia il suo impegno anche con il progetto “Ecosistema Futuro” (www.ecosistemafuturo.it) per mettere il futuro, o meglio i futuri, al centro del dibattito culturale, politico ed economico. Il progetto sta già aggregando, attraverso il  cosiddetto “metodo Asvis”, tanti soggetti che oggi, ma ancora ognuno per conto proprio, si impegnano a costruire un futuro migliore: imprese che innovano, centri di ricerca che trovano soluzioni rivoluzionarie, scuole e università che educano le giovani generazioni.

In un’epoca come questa lasciare che qualcun altro si occupi del nostro futuro non è decisamente una buona idea, nonostante gli insuccessi, la stanchezza e il clima di sfiducia che prende tanti. 

Come recita la famosa poesia di Rudyard Kipling al figlio, «se riuscirai a costringere cuore, nervi e tendini a servire il tuo traguardo quando sono da tempo sfiniti, e a tenere duro quando in te non resta altro se non la volontà che dice loro “tenete duro” … tua sarà la terra e tutto ciò che è in essa e – quel che più conta – sarai un Uomo, figlio mio».

*Direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile (Asvis)

www.avvenire.it

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martedì 3 febbraio 2026

CRAL TOSCANA

 


 CELEBRATO A LIVORNO IL CAMBIO DEL VESCOVO DELEGATO DALLA CET ALLA GUIDA DEL LAICATO AGGREGATO TOSCANO.

 - di Sandra Cavallini

   La CRAL Toscana ha celebrato il passaggio alla guida del laicato aggregato di Toscana da Mons. Fausto Tardelli, Vescovo di Pistoia e Pescia, a Mons. Bernardino Giordano, Vescovo di Grosseto e di Orbetello-Sovana-Pitigliano, nell’incontro del 17 gennaio presso il Vescovado di Livorno. Occasione di conoscenza tra gli attuali rappresentanti delle CDAL ed i responsabili o loro delegati delle aggregazioni toscane, che si è conclusa con la recita dei Vespri guidati dai Vescovi e dalla RMPP.

     La CRAL Toscana ha donato al Vescovo Mons. Simone, ringraziandolo per l’ospitalità, un testo con foto e bozzetti delle opere dello scultore Lello Scorzelli per le statue di Paolo VI; al Vescovo Bernardino il libro “Viaggio ai tempi del Giubileo” di Paola Paoletti, dell’AIMC e del RnSS; ed al Vescovo Tardelli una icona di Laura Falleni del RnSS raffigurante la Santa Madre di Do. 

    E’ stato presentato il neoeletto Consiglio di Presidenza: Michela Del Carlo (AGESC / CDAL Lucca), Massimo Guerrieri (AIMC / CDAL Pistoia); Carla Lestingi (Focolari / CDAL Firenze); tesoriere Alberto Toccafondi (UNITALSI / CDAL Prato); Segretaria Generale Sandra Cavallini (AIMC / CDAL Livorno);  Stefano  Manetti (AC, Diocesi Fiesole) delegato AC Toscana.

    Al saluto ed augurio dell’Eccellenza Mons. Simone Giusti, Vescovo della Diocesi di Livorno che ha ospitato, è seguita l’introduzione di Mons. Fausto Tardelli che ha riassunto il ruolo della CRAL Toscana in questi ultimi anni. Pienamente inserite nel cammino sinodale come coordinamento di laici aggregati nella chiesa, le consulte diocesane, regionali, e nazionale, sono una palestra di autentica sinodalità, ambiti dove si sperimenta l’essere segni di una Chiesa comunione tra i suoi Pastori ed i fedeli e con i fratelli tutti, e comunione tra carismi diversi che sanno stimarsi reciprocamente e collaborare. Ciò ha prodotto ricadute concrete ad intra ed extra della chiesa, per cui Mons. Fausto ha espresso gratitudine verso i membri della Consulta Regionale che si sono succeduti lavorando sui focus individuati nelle assemblee e nei convegni.  Certo del proseguimento del cammino avviato che porterà frutti nella  contestualizzazione degli esiti sinodali, ha espresso voti augurali assicurando ancora vicinanza.  

    Come Segretaria regionale ho condiviso quanto svolto dalla CRAL, illustrando anche i rapporti con la CNAL che fornisce contributi sia tramite i suoi organismi (assemblee e commissioni), sia tramite eventi di formazione e di confronto con le realtà locali, anche mediante collegamenti a distanza. Ho invitato a visitare il sito dellla CNAL dove sono registrati sia gli eventi nazionali, sia i contributi locali (vedi delle CDAL di Lucca, Siena e  Livorno).

     La CRALToscana ha dato vita alla CDAL di Massa Marittima e sta avviando la costituzione della CDAL di Grosseto tramite le varie aggregazioni che pure esistono, augurandosi di contribuire alla costituzione delle CDAL in tutta la Toscana.

   Abbiamo organizzato una dozzina di incontri online con le CDAL e le aggregazioni per trovare fili rossi su cui lavorare.  Ad esempio i due grossi convegni del 2020/2021 con lo psicopedagogista Ezio Aceti (docente presso la Università di Loppiano) che hanno prodotto feedback di lavoro nelle Consulte sul Progetto Educativo Globale, e lasciato traccia anche nella scuola pubblica sul rapporto famiglia-genitori-figli all’insegna di una educazione permanente. Rilevanti adesso le richieste sulla formazione, i giovani, la educazione alla pace, l’adeguamento alla normativa sul terzo settore, l’approccio etico all’ambiente, ma soprattutto alla cura della persona all’insegna della cultura della vita (inizio e fine vita). Abbiamo inoltre organizzato tavoli di lavoro sullo "Strumento di lavoro per la fase profetica" quale contributo di questa CRAL al percorso Sinodale. Abbiamo poi accolto, durante il Giubileo della Speranza, le Aggregazioni laicali toscane presso il Santuario della Basilica Giubilare della Madonna delle Grazie a Montenero, Patrona della Toscana.

    Mons. Bernardino Giordano ha proposto di lavorare per la costruzione di una società più umana e solidale, attraverso iniziative significative verso l’unità nella diversità. A questo punto del cammino sinodale della Chiesa in Italia, è tempo di  passare a gesti concreti, e chi più del laicato associato, che ha esperienza di formazione ed impegno, è chiamato ad operare? Pertanto invita a non aver paura di uscire dalle proprie realtà associative ed ecclesiali, per fare rete, mettendo a disposizione reciprocamente risorse umane e materiali verso obiettivi comuni nella Chiesa, unico Corpo di Cristo. Agire per quanto la Chiesa e il mondo si attenda dai cristiani come testimoni credibili, anche nei momenti difficili della storia. Questa è la Chiesa in uscita! Ha quindi invitato i partecipanti ad esprimersi liberamente.

     E’ seguito un dibattito concreto e coinvolgente tramite molti interventi: la delegazione di Azione Cattolica Regionale ed alcune delegazioni Diocesane; i rappresentanti delle  Consulte delle Diocesi di Firenze, Pisa, Livorno, Pistoia, Massa Marittima/Piombino, Fiesole, Lucca, Prato; i delegati delle Diocesi di Grosseto e di Orbetello / Sovana / Pitigliano; i dirigenti regionali o loro delegati del Movimento dei Focolari, dell’Ordine Secolare francescano, del Movimento per la Vita, dei CAV, dei Centri Famiglia, dell’UCIIM, della Rete Mondiale della Preghiera del Papa, dell’AIMC, dell’AGESC, dell’ UNITALSI. Hanno inviato comunicazioni le CDAL di Arezzo / Cortona/ Sansepolcro, di Siena / Colle Val d’Elsa / Montalcino, di Montepulciano / Chiusi / Pienza, di Massa / Carrara / Pontremoli; i presidenti regionali o delegati dell’UGCI, del MASCI, del Serra Club.

     Da rilevare tra gli argomenti espressi la centralità della dimensione etica, scientifica e giuridica dell’inizio vita e del fine vita oltrechè spirituale, la centralità della famiglia, la importanza della preghiera comunitaria e personale, ritrovare l’unità tra le chiese cristiane, educazione alla pace ed alla democrazia nella scuola ed in tutti i centri di aggregazione, esperienze di sostegno alle neomamme per evitare aborti, che meriterebbero di essere diffuse così come i segni-simbolo tra cui la campana dedicata ai bambini mai nati, recentemente collocata a Sanremo e che viene proposta anche per il Santuario di Montenero.

     Un arrivederci alla Assemblea annuale di primavera dove concorderemo focus ed itinerari di lavoro della CRAL  Toscana a sostegno della chiesa tutta!  

    TOSCANA OGGI


lunedì 2 febbraio 2026

LA VALUTAZIONE PROATTIVA

 


Ripensare

 la valutazione

 in chiave proattiva

 

Roberto Ricci

La valutazione non si limita a certificare ma ha una funzione proattiva, essenziale per sostenere studenti e insegnanti in percorsi di apprendimento equi, propri di una scuola inclusiva.
Sono i concetti forti che emergono da questa interessante conversazione tra Roberto Trinchero, Professore ordinario di Pedagogia sperimentale presso l’Università di Torino, e Roberto Ricci, Presidente INVALSI.

È un dialogo che guarda la valutazione in modo diverso, aiutando a scoprirla come prezioso strumento per fare gioco di squadra nella scuola e con la scuola, e non come atto certificativo di ciò che è stato conseguito in un percorso.

Intorno alla valutazione permangono ancora diverse ambiguità, che portano a vederla e a descriverla come un’azione il cui scopo è rilevare e certificare le conoscenze, le abilità e le competenze raggiunte da uno studente nel suo percorso formativo. Ma davvero è solo questo?

Tra gli equivoci più persistenti c’è l’idea che valutare sia un’azione che segue un percorso già compiuto. Il Professor Trinchero, ospite questo mese della rubrica L’Editoriale, nei suoi contributi scientifici propone un punto di vista diverso, affermando che la valutazione degli apprendimenti scolastici non è solo uno strumento di controllo o verifica della preparazione dello studente, ma svolge una vera e propria funzione proattiva: anticipa, guida e produce l’apprendimento […] promuove azioni di sistema, promuove i miglioramenti e non si limita solo a certificarli.

È una prospettiva che cambia lo scopo principale della valutazione, che assume un ruolo diverso, diventando strumento che valorizza l’azione formativa e il cui scopo è raccogliere informazioni valide, affidabili e utili sugli apprendimenti degli studenti al fine di monitorarne il rendimento, orientare le azioni successive, fornire occasioni di feedback migliorativo per studenti e docenti […] è un elemento cruciale per costruire buoni apprendimenti.

Perché tra valutare e agire ci sia un rapporto sinergico come quello messo in luce da questa prospettiva la valutazione non può essere il momento conclusivo di un percorso, ma ne deve costituire invece il momento iniziale. Agendo in questa direzione infatti noi rendiamo espliciti, condividiamo i criteri, le finalità, le modalità di valutazione […] stiamo anche rendendo chiaro che cosa per noi ha valore, dove è importante orientare l’attività di apprendimento.

Si definisce quindi un punto di vista nuovo, attraverso il quale la valutazione – temuta dagli allievi ma anche dalle loro famiglie, alle quali arriva un’eco negativa di quale pericolo possa implicare l’essere valutati – è parte fondamentale di un processo dinamico e generativo, un momento positivo di autoriflessione e di crescita. Questo […] è un elemento su cui lavorare in maniera seria per riuscire a far passare una nuova visione della valutazione […] amica dell’apprendimento […] e amica del funzionamento del sistema.

Approfondimenti

INVALSI

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domenica 1 febbraio 2026

BEATI VOI

 


*Commento al Vangelo del 
1 Febbraio 2026*

 

fra Stefano M. Bordignon –

Beati quelli che non si sentono arrivati, che non si credono a posto una volta per tutte, ma riconoscono di avere ancora bisogno di crescere, di imparare, di lasciarsi aiutare. In loro c’è spazio per il regno dei cieli.

Beati quelli che portano dentro un dolore, una ferita, una perdita che non si rimargina in fretta. Non sono persone rotte o sbagliate: proprio lì, in quella fragilità, Dio sta già lavorando in silenzio.

Beati quelli che non rispondono alla violenza con altra violenza, che non alzano la voce per imporsi, che non usano la forza per avere ragione. Forse sembrano perdenti, ma stanno costruendo un mondo migliore.
Beati quelli che non si accontentano delle mezze verità, delle scorciatoie, dei compromessi facili. Beati quelli che hanno fame di giustizia, di relazioni sincere, di una vita pulita e coerente: questa fame non resterà senza risposta.

Beati quelli che sanno perdonare, anche quando costa fatica, anche quando non viene spontaneo. Il perdono che donano tornerà a loro come misericordia nei momenti in cui ne avranno più bisogno.
Beati quelli che cercano di essere limpidi dentro, senza doppie vite, senza maschere. Non sono perfetti, ma veri. E proprio così imparano a riconoscere Dio nelle cose semplici di ogni giorno.

Beati quelli che costruiscono ponti invece di muri, che cercano la pace dentro i conflitti, che non smettono di credere nel dialogo. Dio li considera suoi figli.

Beato anche quando vieni giudicato, escluso, preso in giro perché cerchi di vivere il Vangelo sul serio, senza sconti.

Beato quando vieni frainteso per aver scelto l’onestà, il bene, l’amore.
Non pensare di aver sbagliato strada.

Sei in buona compagnia, sei con Gesù.

La tua vita, così com’è, è già dentro il Regno di Dio.

Cercoiltuovolto

Immaagine

I DOCENTI DI SINISTRA


Ma il problema 

della scuola italiana 

sono
 
i docenti di sinistra?


By Giuseppe Savagnone 

Un questionario sulla scuola

Ha suscitato vivaci polemiche l’iniziativa di Azione Studentesca, l’organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia, che, attraverso un QR Code contenuto in manifesti e volantini, ha sottoposto a studentesse e studenti di diverse città italiane una serie di domande, con lo scopo di fornire un «rapporto nazionale sulla situazione della scuola italiana».

Fra i vari punti del questionario ce n’era uno, che ha dato origine alle proteste, dedicato alla «Politicizzazione delle aule». In esso si chiedeva: «Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni?». In caso di risposta positiva, la domanda successiva era: «Descrivere uno dei casi più eclatanti».

Dopo l’iniziativa di Azione Studentesca, la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi ha scritto al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara che essa «configura una forma di schedatura o stesura di una lista di proscrizione basata su presunte o reali opinioni politiche e rappresenta una grave violazione dei principi democratici che fondano il sistema educativo pubblico, oltre a costituire un attacco all’autonomia e alla libertà della comunità educante».

In risposta, il ministero ha fatto sapere di aver avviato accertamenti, il cui esito, però, non giustifica le accuse: «Da quanto risulta al momento si tratta di un’iniziativa autonoma promossa da alcuni studenti, che avrebbero effettuato una sorta di sondaggio anonimo», ha affermato la sottosegretaria all’Istruzione, Paola Frassinetti. E questa è anche la posizione di Riccardo Ponzio, presidente di Azione studentesca: «Ma quali liste di proscrizione o schedature, il questionario è anonimo e non chiediamo nomi».

Ma, in senso contrario, anche l’Associazione nazionale presidi è intervenuta, dichiarando una forte preoccupazione. «La libertà di insegnamento, nel quadro dei valori costituzionali – ricorda il presidente dell’associazione Antonello Giannelli – rappresenta un pilastro irrinunciabile del sistema educativo. Questa iniziativa di Azione studentesca è inaccettabile perché lesiva dei principi fondamentali della democrazia».

E ha avuto una diffusione virale su internet un video, in cui un docente di Pordenone sottolinea il senso inquisitorio del questionario, e che si conclude con la sua auto-denuncia: «Sono un docente di sinistra, schedatemi pure».

La replica dei giornali di destra

Alle accuse hanno risposto unanimi i giornali di destra parlando di «bufala» («Il Giornale») della sinistra, che, «a ben guardare, sembra proprio la prova» di  «una verità che alcuni preferirebbero tenere nascosta: che in molte aule italiane la libertà di pensiero non è un diritto di tutti, ma un privilegio riservato a chi la pensa “giusto”» («Il Tempo»).

Su questa linea, ma assai più articolato, l’editoriale di Mario Sechi su «Libero». un intervento di particolare peso, non solo perché Sechi è il direttore del quotidiano, ma anche perché è stato per un certo tempo portavoce della presidente del Consiglio e le sue posizioni, perciò, sono sicuramente vicine a quelle di Giorgia Meloni. 

L’autore inserisce la polemica sul questionario di Azione Studentesca in una narrazione più ampia, di cui vale la pena riportare per esteso i passaggi: «L’egemonia culturale della sinistra nella pop è finita. La grande rivoluzione fu quella della Tv commerciale di Silvio Berlusconi che introdusse nell’immaginario gli elementi dello show americano, del cabaret, dello sport come fenomeno di costume. Ai compagni sono rimasti i santuari della presunta editoria colta (che non vende) e il fortino dell’università e della scuola di ogni ordine e grado, ad eccezione delle elementari che ancora resistono (…). Salvo le maestre, il resto della truppa (con qualche eroica singolarità) è arruolato nella legione dei post-marxisti che al ’68 devono il posto, la carriera, l’influenza sula formazione degli italiani di domani».

Già i libri di testo, secondo Sechi, esprimono questa faziosità. «Ma se saliamo in cattedra, il quadro è ancora più tragicomico, perché il pre-giudizio tracima verso i banchi senza che alcuno alzi il dito e obietti: “Caro professore, la sua opinione, pur meritevole di attenzione, è priva di equilibrio e di autorevolezza, i valori liberali ai quali la scuola dovrebbe ispirarsi nella sua autonomia, lei li sta tradendo”».

Da qui «i cortei pro-Pal di ragazzi che farneticano “la Palestina libera dal fiume al mare”, Greta Thunberg elevata sull’altare dell’’ignoranza (…) i rettori farsi complici di frange violente che predicano l’antisemitismo».

La conclusione del direttore di «Libero» è la stessa che abbiamo visto su «Il Tempo»: «La reazione scomposta del Pd a un innocuo ma dirompente sondaggio  di Azione Studentesca è la prova della cattiva coscienza dell’etablishment sgrammaticato».

A proposito di egemonia della sinistra: il caso della TV

Il ragionamento di Mario Sechi, esplicitando in modo più articolato le ragioni della destra sull’episodio, è quella che si presta – forse più dell’episodio in se stesso – a qualche considerazione critica. A partire dall’affermazione che l’avvento della TV commerciale di Berlusconi, avrebbe segnato la fine dall’«egemonia culturale della sinistra», legata alla stagione televisiva precedente. Di quest’ultima io stesso posso dire qualcosa perché vi ho assistito in prima persona e la ricordo benissimo.

È stato grazie ad essa che il grande pubblico ha potuto conoscere splendide opere teatrali, come i drammi di Pirandello e di Cechov, o riduzioni di capolavori della grande letteratura mondiale, come «Il mulino del Po», di Bacchelli e «L’idiota» di Dostoevskij, sempre trasmessi in prima serata. Ed è stato grazie ad essa che la conoscenza media della lingua italiana si è diffusa anche a larghe frange di popolazione prima legata quasi esclusivamente al proprio dialetto.  Non per nulla la definizione tecnica che ne è stata data è quella di «TV pedagogica». Peraltro, era una TV che sapeva anche divertire – famosi alcuni spettacoli di varietà come «Domenica è sempre domenica» o «Un due tre» – , ma senza mai scadere nella volgarità.

La TV commerciale introdotta da Berlusconi, essendo privata e reggendosi sui profitti derivanti dalla pubblicità, ha dovuto imporsi puntando non su ciò che poteva giovare alla crescita culturale e morale della gente, ma sui suoi gusti immediati. Certo, essa ha infranto una serie di tabù, ma per far questo ha dovuto adottare come motto quello che, secondo Karl Popper, nel suo libro «Cattiva maestra televisione», rende pericolosissimo questo mezzo di comunicazione: «Dare al pubblico quello che il pubblico desidera».

È stato così che si è innescato un circuito perverso tra il progressivo scadimento dei programmi – che ha portato alla esclusione dalla prima serata di tutto ciò che fosse in qualche modo impegnativo – e un progressivo imbarbarimento dei gusti degli spettatori.  E questo non  ha segnato la fine dell’egemonia della sinistra – che non c’era mai stata – , ma il progressivo declino del senso intimo del pudore, non quello dei corpi, ma quello dell’anima, che spettacoli come «Il Grande Fratello» o le trasmissioni di Maria De Filippi hanno aiutato molto a oscurare.

I «compagni» controllano la scuola?

Non mi sarei soffermato su questo primo passaggio dell’editoriale dei Mario Sechi se non fosse molto significativo dell’idea che il direttore di «Libero» ha della cultura. A questo punto si capisce che, dal suo punto di vista, la scuola – ancora, sia pure a fatica, fedele al progetto di una educazione intellettuale e civile – sia sfuggita alla “liberazione” portata dalle TV di Berlusconi e sia rimasta «il fortino» dei «compagni».

Ma chi sono questi «compagni»? Diretta erede del vocabolario intimidatorio del “cavaliere”, la destra continua, come lui, a chiamare “comunisti” – un termine che  evoca il totalitarismo sovietico (da decenni scomparso e sostituito dal regime attuale, tutt’altro che “di sinistra”) e una minaccia incombente per la libertà e la proprietà privata – i rappresentanti di una opposizione che del marxismo, in realtà, non conserva la più lontana traccia.

La “compagna” Schlein si è formata nella cultura “liberal” americana e ha posizioni che se mai ricordano il vecchio partito radicale, centrato sulla rivendicazione dei diritti individuali, quelli che Marx bollava come «robinsonate», perché volti a garantire la realizzazione egoistica del singolo nella sua isola felice. Da dove anche la perdita di rapporto tra il PD e i tradizionali sostenitori del vecchio partito comunista, operai, indigenti, emarginati. Il “compagno” Conte è un populista, le cui posizioni in campo sociale sono prive di una reale base filosofica, sicuramente lontane della visione marxista.

Ma il punto più problematico dell’analisi di Sechi è che essa sembra provenire da  una persona che non ha idea di come funzioni realmente la relazione tra insegnanti e alunni dentro un’aula scolastica. Prima che ingiusta verso i docenti, questa analisi lo è nei confronti degli studenti, dipinti come succubi impotenti di fronte ad una dittatura culturale dei loro insegnanti, incapaci perfino di alzare il dito e di muovere una timida obiezione.

Ho insegnato per quarantun anni nei licei e posso assicurare, a chi non lo sapesse, che gli alunni in ogni scuola fanno sentire alta la loro voce, per dialogare ma anche, se inascoltati, per contestare i docenti, o addirittura i dirigenti scolastici. Senza dire che ormai i loro punti di riferimento sono più i social che la scuola, e immaginarli plagiati dai loro insegnanti è, questo sì, «tragicomico».

Quanto poi ai docenti, perché non dovrebbero essere di sinistra o di destra o di qualunque altra tendenza intellettuale e politica? Un insegnante non è il ripetitore meccanico di nozioni neutre – questo lo può fare anche meglio una intelligenza artificiale  – , ma è chiamato a interpretare il significato dei dati della sua disciplina per la vita reale e questo richiede, da parte sua una visione del mondo e della società. Non esiste, né a scuola né altrove, “uno sguardo da nessun luogo”.

L’oggettività a cui la scuola deve educare non è la negazione delle diversità di vedute, che implicherebbe l’uniformità di un pensiero unico, ma il dialogo incessante tra persone impegnate in una ricerca comune a partire dai rispettivi punti di vista e, proprio in nome di questa ricerca, capaci di rimetterli continuamente in discussione.

Ciò che sta indebolendo la funzione educativa della scuola non è l’eccesso di ideologie, ma la carenza di idee e di valori, in un clima culturale che rende difficile – in primo luogo a chi dovrebbe educare i più giovani a maturare le une e gli altri – avere ancora delle convinzioni.

È assolutamente appropriata, a questo proposito, la riflessione di Massimo Gramellini, sul «Corriere della sera», quando ricorda con profonda stima e affetto una sua maestra delle elementari, convinta comunista, e un suo professore di Storia, di destra. «La pensavano diversamente su tutto, scrive Gramellini, tranne che sull’essenziale: il valore della cultura e la passione con cui trasmetterla (…) Erano di parte? Certo. Ma erano bravi e sensibili».

E conclude: «Il problema della scuola non sono gli insegnanti schierati, ma gli insegnanti disamorati. Non quelli che credono ancora qualcosa, ma quelli cheanche a causa della scarsa considerazione di cui godono – non credono più in niente».

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FERMEZZA E CURA

 CONTRO LA VIOLENZA 

CHE EMERGE 

UNIRE LA FERMEZZA  CON LA CURA


Né solo repressione né buonismo, ma adulti capaci di relazione

-         di EDOARDO PATRIARCA

Ogni qualvolta leggiamo le cronache di violenze e aggressioni che coinvolgono giovani si riapre nel paese un dibattito stancante e ripetitivo. Da una parte coloro che cavalcano l’onda emotiva con proposte securitarie ostentate e ad effetto per guadagnare qualche percentuale di consenso in più. Dall’altro, coloro che chiudono gli occhi alla realtà del disagio sociale e alle troppe vulnerabilità che sempre più franano in cattiverie scellerate, senza farsene carico, condannando tutto ciò che ha che fare con la sicurezza. Separate sono risposte parziali e strumentali. Al contrario servono entrambe, più controllo sociale e fermezza e, al contempo, ascolto e accoglienza: sto vicino a te, non ti mollo, ti voglio bene, mi stai a cuore… Una contrapposizione inutile, indotta da una cultura social che semplifica, banalizza la vita quotidiana e induce a ritenere che l’affermazione di sé si risolva nel contrasto al prossimo e nel conflitto arrabbiato e permanente. La gestione dei conflitti, le diversità, la complessità sono invece la base per una sana convivenza e per una democrazia che può vivere solo nel riconoscere l’altro e nella condivisione dei beni comuni.

La vera sfida non è in capo agli adolescenti ma in una rinnovata presenza di adulti capaci di stare nella relazione e nell’intrapresa di un cammino che sappiamo faticoso e sfidante: ne sono consapevoli i genitori di figli adolescenti, lo sanno gli educatori impegnati nelle periferie delle città e gli insegnanti delle scuole secondarie. Stare nella relazione è nuotare controcorrente, è andare di bolina: richiede capacità di ascolto, di resistenza e perseveranza nel mantenere vive relazioni affettuose e reciproche con l’autorevolezza ( che è altro dall’autoritarismo) di chi si fa testimone umile dei valori che vive e intende proporre.

Adulti-in-relazione per un’educazione agli affetti contro la cultura del “Io e del Mio” che avvelena la vita quotidiana con la pretesa di controllare e possedere l’altro pur di nascondere le proprie fragilità. In relazione, per una educazione alla solidarietà che costruisce legami di amicizia e insegna a “saper litigare” invece che scegliere la via dell’aggressività: litigare è anche confronto, è saper vedere e ascoltare il punto di vista dell’altro.

E allora che fare? Si parla da tempo di animare sui territori comunità educanti, di patti per l’educazione, di tavoli comuni di riflessione per promuovere una cultura dell’ascolto. Spazi nei quali gli adulti riconquistano la vocazione educativa, spazi in cui i ragazzi sono aiutati a (ri) costruire la propria biografia, a dare parole a quello che hanno in testa, ai conflitti che vivono, alle rabbie, ai sentimenti. Perché non recuperiamo lo spirito che animò la legge 285/97, nota anche come “Legge Turco”, nata per sostenere la qualità della vita dei minori, promuovere i loro diritti e la loro partecipazione sociale? Come allora, oggi occorre un progetto collettivo che assuma l’educazione delle giovani generazioni punto strategico per una agenda di speranza del paese, un nuovo patto educativo intergenerazionale che rifugga da visioni semplicistiche – “sono stati troppo coccolati” “troppo protetti”, “sono mancati limiti e regole” – e scelga la complessità stupefacente insita nei cammini di crescita dei bambini e delle bambine. Come adulti, a livello personale e in famiglia, dobbiamo essere più consapevoli e responsabili e porci le domande giuste: com’è il tempo che dedichiamo ai figli? Quali modelli di identificazione stiamo proponendo? Non siamo chiusi nel bozzolo del sé, dell’affermazione autocratica dei nostri pensieri? Non stiamo scansando le domande più complicate e disturbanti a cui talvolta neppure sappiamo dare risposta? Come superare la frattura tra il bisogno di sicurezza di noi adulti (si dice spesso… mettere in sicurezza il futuro dei figli) con il desiderio di autonomia dei giovani? Come trasformare il dolore e il silenzio del giorno dopo in un impegno di cura, di speranza viva nel futuro dei ragazzi, di figli e nipoti?

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