lunedì 13 aprile 2026

IRRILEVANTI


«È ora di dircelo:

 essere irrilevanti 

è una fortuna»

«La fortuna di essere irrilevanti - Trasformazioni strutturali di una Chiesa dalla quale nessuno o quasi si aspetta più nulla» (Edizioni San Paolo, pp. 176, euro 18) è il titolo del nuovo libro di don Armando Matteo dedicato al rischio attuale dell’irrilevanza del cristianesimo. Un contesto che può essere l’occasione per mettere mano e cuore a quelle trasformazioni strutturali che possono rivelarsi necessarie. Dal ripensamento dei sacramenti dell’iniziazione cristiana all’abbandono della pastorale della consolazione.

La riflessione di un sacerdote sulla perdita di presa ecclesiale. Quando non si riesce più a trasmettere il “fuoco” alle nuove generazioni, gli adulti sono distanti e la catechesi è inefficace si impone una svolta. Da leggere come occasione di libertà

di Armando Matteo

Il “fuoco” di Gesù Cristo che dovrebbe animare la presenza in chiesa fatica ad accendere le nuove generazioni.

Per onorare la responsabilità che, come credenti, ci compete, quella di tenere acceso a disposizione di chiunque il fuoco di amore e di misericordia che Gesù è venuto a gettare sulla terra, ci serve tutta la sincerità di cui siamo capaci per dirci quello che è ora di dirci. Questa Chiesa così com’è, almeno in Occidente, quel fuoco, non riesce più a trasmetterlo alle generazioni che ora vengono al mondo. Di più, forse è il momento di riconoscere che non esiste al mondo “fabbrica di ateismo” più efficiente di ciò che ci ostiniamo a chiamare “catechismo per la Prima Comunione”. Altro che scuole di partito, altro che libri di scienziati e matematici più o meno miscredenti! Qui, grazie a questi incontri di catechesi, piccoli atei e piccole atee si formano a miriadi e sotto i nostri occhi e con il nostro beneplacito! Ma non c’è solo questo da dirci oggi, dopo che la grande onda della sinodalità sulla sinodalità sembra sia giunta ad un punto di meritato risposo, avendo mostrato le sue reali e non risolutive misure e risorse; e dopo che il Giubileo ci ha dato un’altra illusione che ancora tanta gente in Chiesa ci va… e ci va, infatti, per farsi un selfie con il piede piallato di San Pietro sullo sfondo!

Fuoco spento

La Chiesa così com’è, almeno in Occidente, non ha più fuoco dentro di sé. Semplicemente non attira, non attrae, non illumina, non riscalda, non trasfigura. In una parola: non interessa. Nessuno o quasi si aspetta più nulla da lei. È semplicemente irrilevante. Ed è irrilevante, perché continua a parlare di quel fuoco che è l’amore di Dio rivelato da Gesù in un modo che non potrà mai e poi mai toccare il cuore di chi, quel parlare, ascolta. E qui sono gli adulti e le adulte che ci chiamano in causa. Loro che sono i grandi lontani dall’esperienza del credere cristiano. Quella fede che avevano pure accolto nel tempo della loro infanzia e fanciullezza è scivolata via, senza rumore, senza clamore, perduta come una chiave che si dimentica per non venire più semplicemente utilizzata. Ma se è vero, ed è vero, che è proprio per gli adulti e le adulte che è diventato irrilevante la parola della Chiesa, e tramite questa quella del Vangelo, lo vogliamo capire o no che “il cristianesimo domestico” è entrato definitivamente in crisi e che sulla trasmissione generazionale della fede è calato il sipario?

 Il vuoto

Eppure, sento già chi lo sussurra in ultima fila, le nostre Messe non sperimentano il vuoto. C’è ancora tanta gente. Certo: tante nonne e tanti nonni. Settantenni attivi, disposti pure a servire all’altare! Ma oltre all’interesse primario nella partecipazione alla vita della Chiesa con l’esercizio della fede, la mia impressione è che per loro ci sia anche quello di andare in parrocchia o di frequentare questo o quel movimento ecclesiale per essere parte e contribuire alle centinaia di attività di volontariato che ogni Caritas parrocchiale e anche le associazioni e i movimenti cattolici mettono all’opera. Senza dimenticare ovviamente l’irresistibile tentazione di far parte del coro parrocchiale! Vista la cosa così, in controluce, in verità, prende forma una sorta di “sostegno”, rivolto a coloro che danno sostegno alle benemerite attività ecclesiali: il sostegno di potersi sentire ancora utili, attivi, produttivi.

«Ma non ci sono pure i ricomincianti?», qualcuno sussurra dalla penultima fila. Si parla di grandi cifre, di strabilianti celebrazioni pasquali con centinaia se non migliaia di adulti o giovani adulti che si accostano per la prima volta o si riaccostano, dopo tanto tempo, a Dio, a Gesù, al Vangelo, alla fede. È un fenomeno nuovo che merita ancora tempo per una completa decifrazione. Resta vero, in ogni caso, che questi “lontani” che ricominciano sono in tanti casi provenienti o originari da terre che non hanno neppure lontanamente avvertito l’eco di quel vento che si chiama “cambiamento d’epoca”. Ed ecco il punto.

Il cambiamento d’epoca

Non ci aveva qualcuno già detto che ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi non è semplicemente un mondo che cambia o un’altra epoca di cambiamenti quanto piuttosto un cambiamento d’epoca, un mondo già radicalmente cambiato al quale ci tocca annunciare la gioia del Vangelo? E non ci aveva pure detto che, per annunciare a questo mondo cambiato quella gioia, c’era da trasformare tutto ciò che c’era da trasformare nella pastorale ereditata e nelle relative strutture e che alla fine dei conti c’era tutto da trasformare in quella pastorale e in quelle strutture? Ma andiamo avanti e chiediamoci: di cosa vive una Chiesa, quando non tiene acceso a disposizione di chiunque quel fuoco che Gesù ha acceso? Quel che succede è semplice a dire: le nostre comunità e tanti nostri movimenti vivono stancamente, tristemente, in una condizione di semi depressione, in una infinita quaresima, afflitti da quel terribile morbo che già Nietzsche definiva come “monotono teismo”. Resta qui e lì qualche guru cattolico che ancora attira. Ma a sé. Non alla Chiesa.

Sopravvivere

Lo so da me: non è facile sopravvivere nella Chiesa mentre la Chiesa vive questa stagione dell’irrilevanza. Ferisce, dispiace, ci provoca risentimento, si cercano di continuo argomenti di distrazione di massa (cosa ci inventeremo ora che abbiamo percorso ogni cammino e ogni strada della sinodalità?), ci si sfida a colpi di latinorum, si ruba infine a mani basse personale ecclesiastico alle Chiese più giovani, si disperdono energie in post e commenti ai post su blog variamente allestiti. Non è proprio una bella fine! E invece iniziassimo a vedere e a vivere diversamente la stagione dell’irrilevanza che ora tocca alla Chiesa che opera a stento nell’Occidente? Proprio la mia esperienza personale mi ha consegnato la considerazione per la quale, quando si diventa irrilevanti, si acquista una speciale forma di libertà. La libertà di poter non solo pensare secondo la propria testa ma anche dire pubblicamente e di agire conseguentemente a ciò che uno ha avuto la libertà di pensare secondo la propria testa. Insomma, quando si è irrilevanti, si accede alla libertà di poter deludere e al coraggio di accettare anche con umiltà e docilità le trasformazioni che la vita ci chiede, in ragione stessa della sua vivibilità.

Libertà e coraggio

E sono, proprio, questa libertà e questo coraggio che ci servono come credenti: la libertà di poter pensare al cristianesimo del futuro secondo quella che è la ragione stessa del suo essere al mondo: ovvero in ragione del suo impegno costante a creare le condizioni affinché gli uomini e le donne di questo tempo possano incontrarsi con Gesù ed essere condotti a riconoscere in lui le istruzioni infallibili per una vita umana degna del nostro desiderio! E ci servono il coraggio e l’umiltà di accettare che alla Chiesa servono trasformazioni strutturali enormi, in modo particolare a livello di parrocchia. Si tratta di trasformazioni che vanno dalla ristrutturazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana (è tempo di dare vita a un catechismo per i genitori che chiedono il catechismo per i propri figli) a una rinnovata diminuzione e distribuzione delle parrocchie e delle diocesi, da un deciso investimento circa l’educazione del sentimento religioso della popolazione adulta sino a una radicale pulizia della festa della domenica. E ancora di più si tratta di spostare la proposta della fede cristiana dall’asse della consolazione a quello dell’umanizzazione, dall’asse del lutto a quello della gioia di dare gioia, dall’asse del sacrificio per il sacrificio a quello di un amore che sa vedere e compromettersi, dall’asse dell’attesa paziente nella valle di lacrime a quello dell’abitazione di mondo incredibilmente sovrabbondante, dall’asse di una morale spesso fondata sui sensi di colpa all’asse di un orientamento etico in grado di contenere con umiltà e mitezza gli eccessi di libertà, possibilità e godimento oggi oggettivamente a disposizione del cittadino medio occidentale.

Vivere e proporre

Insomma, quel che ci tocca è il compito di dare vita ad un modo diverso di vivere e di proporre la fede in Gesù e nel suo Vangelo capace di toccare il cuore degli uomini e delle donne di oggi. Ed è proprio qui che si illumina la fortuna dell’essere irrilevanti. Oggi che nessuno si aspetta quasi più nulla dalla Chiesa, è la Chiesa che non aspetta più per cambiare e tornare ad essere quel che semplicemente deve essere: luogo in cui chiunque possa incontrarsi e innamorarsi di Gesù e del suo Vangelo.

www.avvenire.it

Armando Matteo, La fortuna di essere irrilevanti, ed. San Paolo

 


LA TREGUA


Non è solo un tempo sospeso nel mezzo 
di una guerra.

 Ma è anche un momento in cui la pace

 dovrebbe essere alimentata

 di continuo, in modo attivo, 

così da prevenire ed evitare

l’esplosione del conflitto.



-di  Massimo Recalcati 


Non è la pace e non è la guerra. Delude i falchi perché interrompe la violenza crudele della guerra, ma delude anche le colombe perché non ne segna davvero la fine. La tregua non è la pace poiché quest’ultima implicherebbe la cessazione definitiva del conflitto, la ricostruzione di un ordine, la possibilità che la violenza venga sostituita da una nuova forma di legame. La tregua, invece, non stabilisce mai nulla di definitivo. Accade nel mezzo della guerra e, dunque, non la può redimere, non la può lasciare alle spalle. Piuttosto la interrompe solo provvisoriamente. È una pausa, un varco incerto che si apre in un tempo sospeso. È troppo per coloro che vorrebbero proseguire la guerra e troppo poco per coloro che invece vorrebbero vederla terminare una volta per tutte. Ogni tregua può evolvere verso la fine della guerra o regredire alla sua ferocia. Essa porta sempre con sé una ambivalenza di fondo: è, nello stesso tempo, un sollievo e una minaccia, una preparazione possibile della pace e un ritorno altrettanto possibile della guerra. 

 La caduta di Troia ci consegna una delle figure più inquietanti della falsa tregua. 

Conosciamo il racconto: gli achei escogitano, attraverso l’astuto Ulisse, una sospensione solo apparente della guerra. Lo stratagemma del cavallo di legno si offre come il segno del loro ritiro dalla guerra, della fine del conflitto, ma, in realtà, incarna il saccheggio e la distruzione definitiva di Troia. È una tregua che non prepara la pace ma il massacro totale. 

 La storia lo insegna: la tregua può diventare talora un inganno, una maschera. Non ogni tregua è finalizzata alla pace. Esistono tregue tattiche, manipolate, utilizzate per riorganizzare l’offensiva e perfezionare le proprie ambizioni di dominio. Esistono tregue che non sono tentativi di fermare la guerra ma di farla proseguire con altri mezzi. Quando questo accade, la tregua diviene un mero travestimento della spinta bellica alla distruzione. 

 E, tuttavia, sarebbe un errore soffermarsi solo sulla dimensione della tregua come falsificazione di una volontà segreta di guerra. Esiste infatti anche un’altra tregua che comporta il ritorno alla legge della parola là dove lo scoppio della guerra l’aveva sconvolta e azzerata. Ogni guerra, prima ancora di uccidere i corpi dei soldati e dei civili, uccide la parola. 

 In questa prospettiva, per quanto non sia ancora la pace, la tregua segnala la riapparizione della parola nella forma di una necessaria azione politico-diplomatica. L’imperativo militare è così costretto a cedere il passo alla tortuosità inevitabile della concertazione. La tregua comincia quando il nemico, pur rimanendo tale, ritorna a essere un interlocutore perché ritorna a condividere la dimensione umana della parola. È il movimento fragile, esitante, ma decisivo della tregua. 

 La scelta compiuta da Primo Levi di titolare il proprio racconto dell’uscita da Auschwitz La tregua riflette il fatto che in gioco non era affatto l’illusione della liberazione senza resti dall’orrore, la riconciliazione finale con il mondo, un passaggio lineare dall’inferno del campo alla vita ordinaria. Piuttosto si scava un intervallo, quello della tregua, che non cancella l’orrore sebbene renda possibile un nuovo inizio. Un tempo intermedio e precario nel quale la crudeltà del campo aveva smesso di regnare in forma assoluta, senza però essersi del tutto dissolta. Il trauma, infatti, resta e non può essere dimenticato. 

 Levi chiama questo tempo di mezzo tregua proprio per nominare lo statuto sospeso dell’esistenza dopo la catastrofe. Il male storico della Shoah non può terminare davvero con l’apertura dei cancelli di Auschwitz ma è destinato a proseguire nella memoria, nei sogni, nella fatica del ritorno alla vita. Questo significa che nessuna tregua può coincidere con un’innocenza ritrovata, perché è solo il nome fragile di una sopravvivenza che prova a ricominciare senza poter cancellare ciò che è stato. Per questo la tregua non è soltanto una categoria politica o militare, ma è una profonda figura dell’umano in quanto tale. 

 È sempre un errore madornale pensare alla pace come a un ordine definitivamente compiuto. Dovremmo invece considerare la nostra vita collettiva in una condizione permanente di tregua. Solo in questo modo saremmo costretti a lavorare davvero per rafforzare le nostre iniziative politiche, culturali, sociali in grado di tutelare la pace dalla tentazione “umana troppo umana” della guerra. 

 E, tuttavia, se proviamo a rifletterci, è proprio nel suo statuto incerto che ogni tregua custodisce una verità profonda che tendiamo invece a voler ignorare: il tempo della pace non è mai un tempo definitivo, ma porta sempre con sé la natura della tregua, dunque un tempo necessariamente sospeso. In ogni tregua la macchina della guerra si arresta ma nulla garantisce che si arresti davvero per sempre. Il nemico come oggetto d’odio e di ostilità resta tale. Dunque, il rischio della ricaduta nella guerra è sempre incombente. Per questo non solo ogni tregua è più drammatica della pace, ma ogni pace è sempre di fatto una tregua nella spinta umana alla guerra di tutti contro tutti

 Per questa ragione, essa non può mai assicurare un ordine stabile, immune dalla tentazione umana della guerra. Sicché la tregua non è solo un tempo sospeso nel mezzo di una guerra ma anche un tempo dove la pace dovrebbe essere alimentata di continuo, in modo attivo, così da evitare l’esplosione della guerra. L’esperienza della tregua ci ricorda che la nostra storia non procede mai per assoluti, ma solamente per passaggi instabili, per interruzioni, per aperture incerte. 

 È questa la lezione più severa della tregua: non esiste nessuna pace davvero compiuta per sempre, non esiste un ordine assoluto della pace. Piuttosto, a essere permanente è sempre l’incertezza della tregua. Non ce ne siamo affatto accorti in questi ultimi decenni. È la nostra colpa più profonda. Abbiamo confuso la pace come un ordine stabile delle cose realizzato una volta per tutte quando invece la pace - ogni forma umana di pace -, dovrebbe essere sempre pensata a partire dalla figura necessariamente e tremendamente incompiuta della tregua.

 Alzogliocchiversoilcielo

La Repubblica


                           

domenica 12 aprile 2026

E' SEMPRE PASQUA

 Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella II domenica di Pasqua (anno A)



At 2,42-47; Sal 117/118; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La cosiddetta “ottava di Pasqua” – che oggi celebriamo – non è semplicemente l’ottavo giorno dopo la Pasqua di risurrezione, bensì la Pasqua stessa, intesa e celebrata come ottavo giorno. Non mi sto esercitando in uno scioglilingua. Sto affermando che l’ottava di Pasqua significa la compiutezza e – anzi – la sovreccedenza della Pasqua. La quale si afferma, nel vissuto credente dei battezzati, come il regime feriale della loro esistenza: ormai ogni giorno, a partire dal battesimo, è per i discepoli del Crocifisso-Risorto il giorno della Pasqua.

La Pasqua di risurrezione, infatti, seppur sia accaduta – storicamente – in un ben preciso giorno della nostra storia comune di esseri umani, circa duemila anni fa, non resta confinata dentro i limiti cronologici di un accadimento. Come tale essa è accaduta, certamente. Ma non è per ciò stesso “caduta”, non è ritagliata e incollata in un puntino del tempo storico, cronologicamente lontano da noi. La Pasqua del Crocifisso-Risorto è – più esattamente – un evento, cioè un fatto che continua ad avvenire, a venire dentro il nostro tempo, a sopraggiungere e a raggiungerci, coinvolgendoci in essa.

Il kairòs e il chrònos

L’evangelista Giovanni ce lo fa intuire efficacemente, raccontandoci le manifestazioni del Crocifisso-Risorto agli apostoli rintanati da qualche parte a Gerusalemme dopo il dramma del Golgota, nella «sera di quel giorno, il primo della settimana» (nell’originale greco: «quello dopo il sabato»), ossia in quella che per noi è la domenica stessa della risurrezione. E poi, di nuovo, «otto giorni dopo», nella successiva domenica. In realtà, secondo l’interpretazione del quarto evangelista, l’ora pasquale scocca già nel grido di Gesù morente in croce: «È compiuto». La Pasqua del Crocifisso-Risorto – passaggio alla vita nuova attraverso la morte – avviene quando egli è «innalzato da terra» (Gv 8,28 e 12,32), cioè al contempo inchiodato sul palo del supplizio e risuscitato dal Padre. Però poi, come tutti gli altri evangelisti, Giovanni narra lo svolgimento del kairós pasquale dentro il chrónos storico, che ospita il kairós e lo assimila ai suoi ritmi, dalla crocifissione all’ascensione.

A partire da quell’ora suprema – qualitativamente “altra” rispetto a ogni altra ora temporale, tesa a tracimare i limiti di ogni ora temporale – la Pasqua rimane un tempo kairologico che s’intreccia permanentemente con il progressivo e transeunte tempo cronologico: l’ora pasquale tocca ogni ora temporale e s’innesta in ogni momento della storia. Per questo motivo, il giorno stesso della Pasqua, che è pure l’ottavo giorno – cioè il giorno che oltrepassa la settimana, esprimendo una sovrabbondanza salvifica che non si lascia schematizzare dentro la sequenza dei sette giorni –, diventa «ogni giorno», come si legge nel brano degli Atti degli apostoli che è proclamato quale prima lettura: «Ogni giorno [tutti i credenti] erano perseveranti insieme nel tempio, spezzando il pane nelle case […] lodando Dio, mentre il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati». Peraltro vivendo, in tal modo, il tempo pasquale come un tempo condiviso, comunionale, comunitario, «stando insieme e avendo ogni cosa in comune».

Il Signore appare

Si potrebbe obiettare che nell’odierna pagina giovannea sono le apparizioni del Crocifisso-Risorto a garantire qualità kairologica al tempo pasquale, tra la risurrezione e l’ascensione di Gesù. Ora, tuttavia, le apparizioni sono cessate: i mistici e le mistiche possono sì sperimentare la grazia delle visioni, ma le apparizioni del Signore – strettamente intese – sono tutte “accadute” in quel tempo pasquale “contenuto” in quel lontano tempo storico. Sarebbe un’osservazione corretta, se non fosse che nel quarto vangelo non si parla di apparizioni del Crocifisso-Risorto. Si annunciano, piuttosto, il suo Avvento e la sua Presenza: «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli […] venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!” […]. Otto giorni dopo […] venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”». Così, appunto, si rivela la sovreccedenza del kairós pasquale, che si prolunga in una Parusía sempre in corso, vale a dire in una ripresenzializzazione continua della Pasqua. Il tempo ha una valenza pasquale (kairologica) se registra la venuta e la presenza del Signore. E questa grazia pasquale non è esclusiva prerogativa dei primi discepoli, vissuti al “tempo” del Crocifisso-Risorto, ma resta alla portata di tutti i discepoli e le discepole che si lasciano raggiungere dal Signore Gesù, cantando (col cuore più che con le labbra) il Maranathà: canto liturgico che nell’aramaico dei primi discepoli significava «è venuto il Signore, viene ancora e verrà di nuovo».

Forse gli scienziati che si occupano di meccanica quantistica e di relatività generale, in particolare quelli che ragionano sulla “teoria delle stringhe”, potrebbero capire meglio di tutti quel che vuol dire l’incastro tra kairós e chrónos. E l’attualità della Pasqua che ne consegue. Del resto, nella pagina evangelica sono disseminati alcuni indizi narrativi che aiutano a comprenderlo, anche se non si è fisici come Albert Einstein o Edward Witten. Un indizio emblematico spicca su tutti e dice il modo straordinario in cui avviene-la-Presenza del Crocifisso-Risorto, capace di scavalcare i condizionamenti insiti nella condizione fisica spazio-temporale: «a porte chiuse».

Pace a Voi

Ma gli altri indizi non sono meno importanti. Anzi, dal punto di vista teologico, lo sono ancor più. Per esempio, il reiterato saluto del Signore ai suoi discepoli: «Pace a voi!». Non è soltanto un augurio. È un dono, un lascito. E un appello, che i discepoli devono riecheggiare a loro volta, facendolo risuonare sempre nel mondo, in ogni stagione della storia, per avvertire ogni uomo e ogni donna sulla terra che la guerra – con tutto ciò che essa comporta e produce: la paura, la sofferenza, la distruzione, la morte – perdura a oltranza se non prendiamo in consegna il lascito di Gesù, se non trattiamo il suo dono come un nostro impellente e ineludibile compito. E i cristiani hanno, a tal riguardo, una responsabilità maggiore: perché per loro il dono della pace coincide con la grazia dello Spirito Santo («Ricevete lo Spirito Santo»), finalizzata a portare il perdono, a far trionfare la misericordia, pena la smentita dell’evento pasquale. La pace, il perdono dei peccati (degli errori: hamartíai), la custodia e la trasmissione dello Spirito Santo, sono la missione pasquale dei cristiani nella storia, in favore del mondo. Da qui deriva, per loro, l’esito, o l’effetto, della Pasqua stessa: la trasfigurazione del timore in gioia. Dico “trasfigurazione” perché il timore resta, nell’esperienza credente, una dimensione costitutiva che dev’essere costantemente tradotta in gioia: il timore di fare la stessa fine dolorosa del Maestro e la gioia di sapere che facendo quella fine si ricomincia con lui e come lui la vita vera. Non si spiegherebbe altrimenti l’inciso dell’autore degli Atti degli apostoli, nella prima lettura: «Un senso di timore – phóbos, come nella pagina evangelica – era in tutti»).

Vedere il Signore

Per gli apostoli la gioia scaturisce dal «vedere – horáō – il Signore». Si tratta di vedere in virtù di uno sguardo contemplativo, che riesce a decifrare l’assenza come una semplice apparenza e di discernere in essa l’invisibile Presenza. Ecco perché in gioco c’è qualcosa che pesa molto di più di quelle che noi siamo abituati a ricordare come le apparizioni del Risorto: nell’apparenza dell’assenza, egli nondimeno si rende presente e si fa vedere. È questa la straordinaria esperienza che gli apostoli fanno, passando – Pietro e gli altri, e Tommaso dopo di loro – dal vedere al credere. Ma ancor più straordinaria è l’esperienza che fanno – da allora in avanti – tutti gli altri discepoli del Risorto, allorché riescono a sperimentare l’atto di fede come un autentico vedere. Il tempo pasquale è il tempo dell’esperienza credente, il kairós in cui credere è vedere davvero, vedere il vero. In tal modo dobbiamo interpretare la promessa di Gesù: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto». E non meno grande dev’essere la nostra gioia, se vale per noi ciò che ascoltiamo nella seconda lettura: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa».

www.tuttavia.eu

INVESTIRE SUI GIOVANI

 

Giovani, tra choc 

e futuro incerto

 

Benessere, relazioni (e fede) I giovani a caccia di stabilità

Il Rapporto 2026 dell’Istituto Toniolo fotografa la condizione di una generazione diventata adulta tra continue crisi globali.

 Il coordinatore Rosina: «Faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità»

-         di PAOLO FERRARIO

Prima c’è stato l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, poi la Grande crisi del 2008, la pandemia da Covid-19 e, ora, le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Diventare adulti, per la generazione nata dopo il 2000, è stato soprattutto un percorso a ostacoli tra choc globali e minacce costanti al futuro del mondo. Una condizione indagata in profondità, che restituisce un’immagine di perenne precarietà. Così, anche “fare famiglia” diventa faticoso e lasciare l’Italia «non è più soltanto un’opzione », ma per tanti «è una necessità». «I giovani non sono assenti o disinteressati, ma sempre più spesso faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità», avverte il coordinatore dell’Osservatorio Giovani e tra i curatori della ricerca, Rosina.

La crisi della fiducia

All’alba del nuovo millennio c’è stato l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, poi la Grande recessione globale del 2008-2013, la pandemia da Covid-19 e, ora, le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Diventare grandi per le generazioni nate dopo il 2000 ha significato, soprattutto, attraversare una serie pressoché continua di choc. «Crescere nel XXI secolo significa fare i conti con un mondo strutturalmente instabile», sintetizza il Rapporto Giovani 2026 dell’Istituto Toniolo, realizzato in collaborazione con Ipsos e con il sostegno di Fondazione Cariplo, che sarà nelle librerie nei prossimi giorni. «Leggere il primo quarto del XXI secolo attraverso questa lente consente di cogliere come la fragilità del futuro non sia solo un tratto generazionale, ma il prodotto di un contesto che ha scaricato costi crescenti su chi arrivava dopo – ragiona Alessandro Rosina, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani Istituto Toniolo, tra i curatori del Rapporto –. È da qui che occorre partire per comprendere atteggiamenti, scelte, motivazioni e mobilitazioni delle nuove generazioni e per interrogarsi sulla capacità delle società contemporanee di uscire dalla crisi non semplicemente resistendo, ma cambiando direzione».

In un contesto sempre più fragile che fa dell’incertezza la propria cifra distintiva, a farne le spese, in prima battuta, sono proprio le relazioni stabili. «Anche le scelte più intime, come costruire una relazione stabile, risentono oggi di precarietà economica e incertezza lavorativa», si legge nel Rapporto. E anche «i percorsi affettivi sono sempre più condizionati dalle risorse materiali, trasformando la progettualità di coppia in un traguardo difficile da raggiungere». Avere o meno un lavoro, possibilmente stabile, fa, allora, la differenza tra la possibilità o meno di “farsi una famiglia”. «La condizione occupazionale appare come un ulteriore elemento discriminante circa la probabilità di essere in una relazione intima stabile – scrivono Adriano Mauro Ellena e Francesca Luppi nel capitolo “Giovani italiani e relazioni sentimentali: tra stabilità, benessere e autonomia” –. I giovani occupati, infatti, mostrano una presenza più marcata nelle relazioni stabili (56,9%) rispetto a studenti (43,4%) e, soprattutto, rispetto ai Neet (37,5%), che registrano invece livelli più alti di relazioni

non stabili (10,7%) o di assenza di relazione (51,8% rispetto al 30% fra gli occupati)».

Se questo è il quadro di riferimento, lasciare l’Italia «non è più solo un’opzione: per molti giovani italiani è diventata una necessità – si legge ancora nel Rapporto –. La mobilità internazionale viene riletta come risposta alla carenza di opportunità, segnalando la difficoltà del Paese nel trattenere e valorizzare il proprio capitale umano, in particolare quello femminile e qualificato». La conferma arriva anche dalle risposte del campione intervistato per il Rapporto del Toniolo. «Nel confronto con le altre grandi nazioni europee – sottolineano Alessandro Rosina ed Emiliano Sironi nel capitolo “Andarsene o restare? Un confronto europeo sulla mobilità internazionale” – non arriva al 12% la percentuale dei giovani italiani (18-34 anni) che ritengono il proprio paese capace di offrire maggiori opportunità di realizzazione dei propri obiettivi di vita». Di contro, «la Germania è nettamente considerata la nazione che è più in grado di fornire condizioni migliori di realizzazione rispetto al nostro paese. A ritenerlo è oltre il 70% dei rispondenti», ricordano Rosina e Sironi. Una ragione ulteriore, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, di invertire la direzione di marcia e cominciare, finalmente, a investire davvero sulle giovani generazioni. « I giovani – avverte Rosina – non sono assenti o disinteressati, ma sempre più spesso faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità».

Lasciare l’Italia «non è più solo un’opzione: per molti giovani italiani è diventata una necessità» Una risposta «alla carenza di opportunità»

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Rapporto giovani

sabato 11 aprile 2026

FAME DI PACE

 


Il Papa: preghiamo per la pace, 

si fermi chi uccide

 e vuole il mondo in ginocchio

Al termine del Rosario per la pace nella Basilica di San Pietro, Leone XIV esorta ad affrontare “come umanità e con umanità quest’ora drammatica della storia”. In un mondo in cui “sembrano non bastare i sepolcri”, il Pontefice denuncia le “inderogabili responsabilità dei governanti” e il “delirio di onnipotenza” che trascina “persino nei discorsi di morte” il nome di Dio. 

Il Suo, al contrario, è un regno senza droni, banalizzazioni del male o ingiusti profitti, ma fondato su dignità e perdono

-di Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

“Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.”

Mettersi in ginocchio per trovare, nella preghiera, “una briciola di fede” e non arrendersi all'apparente “destino già scritto”: quello di sepolcri che non bastano più a contenere corpi annientati “senza diritto e senza pietà”. Pretendere invece di mettere in ginocchio gli altri, accecati dal "delirio di onnipotenza", dalla banalizzazione del male e dagli ingiusti profitti, fino a trascinare “persino nei discorsi di morte il Nome santo di Dio". 

Si staglia così, prorompente e accorata, la riflessione di Papa Leone XIV al termine del Rosario per la pace di oggi, 11 aprile, nel crepuscolo di Piazza San Pietro, che assume la coreografica rappresentazione della lotta tra il buio “di quest’ora drammatica della storia”, al cui banco vengono evocate le “inderogabili responsabilità dei governanti delle nazioni” e di quei tavoli in cui “si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte”, e la luce del Regno di Dio, che spezza la “catena demoniaca del male”, intrecciata di droni e vendette. 

Con una certezza, “gratuita, universale e dirompente”, su chi avrà l’ultima parola: Siamo un popolo che già risorge!

LEGGI LA RIFLESSIONE INTEGRALE DI PAPA LEONE XIV




 

LA GUERRA "SANTA"


IN NOME DI DIO

È sorprendente constatare che il fattore comune, nell’attuale scenario politico mondiale, è il ritorno della violenza di Stato in nome di Dio. Quello che sembrava un residuo arcaico presente soprattutto nella cultura  islamica – e, ancora recentemente, in Iran, evidenziato dalla negazione dei diritti delle donne e dalla spietata repressione delle proteste contro il regime – , si sta invece ripresentando più attuale che mai nelle moderne società democratiche, dove sembrava destinato ad essere definitivamente superato con il processo di secolarizzazione e l’affermazione in tutti i campi dei diritti delle persone.

 -di Giuseppe Savagnone 

Se ne aveva avuto un’avvisaglia nel ritorno della Russia di Putin, che certo non è rappresentativa del modello di democrazia di cui parliamo, ma che sembrava, dopo la lunga stagione dell’ateismo di Stato dell’URSS, decisamente immune dal rischio di confondere la politica con la religione. E invece, in occasione dell’aggressione all’Ucraina, Putin ha potuto contare sulla benedizione del patriarca Kirill, il quale non ha esitato a definire la sua «una guerra santa perché Mosca difende la “Santa Russia” e il mondo dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’Occidente “caduto nel satanismo”».

L’involuzione fondamentalista di Israele

Molto più vicino al contesto delle democrazie occidentali è il caso di Israele. Ma è innegabile una deriva in senso religioso-fondamentalista che si va sempre di più affermando, per impulso dei partiti ultraortodossi decisivi per il governo di  Netaniahu.

La storica ebrea Anna Foa, nel suo recente libro Il suicidio d’Israele, ha scritto che il  suo fondatore, Ben Gurion, «laico convinto», era persuaso che la religione si sarebbe presto estinta. «In realtà è successo il contrario. I sionisti religiosi, fanatici della grande Israele data da Dio al popolo ebraico, si sono moltiplicati grazie al gran numero di figli, così come si sono moltiplicati gli ultraortodossi».

In particolare, scrive l’autrice, dopo la vittoria nella “guerra dei sei giorni” del giugno 1967, «il sionismo subiva una vera e propria metamorfosi e si diffondeva un diverso tipo di israeliano, un sionista religioso aggressivo e ispirato da Dio a colonizzare tutta la terra di Israele».

Così anche nella sua vita interna Israele sta sempre di più assumendo la fisonomia di uno Stato fondamentalista. Ha avuto poca risonanza, ma è di estrema gravità, la recente decisone della Knesset di estendere i poteri dei tribunali religiosi, fino a farli diventare un sistema parallelo a quello della magistratura laica , tra cu i cittadini potranno scegliere.

Molto più rumore ha fatto la nuova legge che introduce la pena di morte per reati di terrorismo, riservandola però a quelli compiuti contro lo Stato ebraico e quindi, in sostanza, ai palestinesi.

Siamo davanti, come è stato denunziato da tutti gli osservatori internazionali, a  una politica di apartheid, in linea del resto con la Legge fondamentale approvata dalla Knesset il 30 luglio 1980 con cui si proclama Gerusalemme – che, nella risoluzione dell’ONU del 1947 era istituita come “città aperta” a cristiani, ebrei e musulmani – capitale dello Stato di Israele e con la legge del 18 luglio 2018 che, per la prima volta, definisce ufficialmente lo Stato ebraico come «la casa nazionale del popolo ebraico». Nel quale, perciò, i non ebrei, come tutti i fedeli di altre religioni, sono evidentemente cittadini “ospiti”. La recente esclusione del card. Pizzaballa dal Santo Sepolcro appare, in questa luce, molto di più che il frutto di un equivoco.

E in questa stessa prospettiva vanno lette le guerre dello Stato ebraico a Gaza, e in Libano, così come il suo appoggio alle violenze dei coloni nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania, dove non c’è neppure la scusa della minaccia di Hamas. L’idea è quella di ricostituire il Grande Israele sulle terre che Dio stesso ha dato temila anni fa, aveva promesso al popolo eletto.

Vanno in questo senso, del resto, le dichiarazioni dell’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, che in un’intervista ha sostenuto «che se Israele colonizzasse tutto il Medio Oriente, dall’Egitto all’Iraq, non ci sarebbe nulla di male perché nella Genesi c’è scritto che quella è la Terra Santa». La guerra di Israele è una guerra santa.

Il messianismo trumpiano

Ma il caso forse più eclatante del ritorno di questo concetto è quello degli Stati Uniti. Ha fatto il giro del mondo il video girato nello Studio Ovale, in cui un gruppo di leader evangelici prega per Trump, invocando protezione per il presidente americano e sostegno alle sue decisioni militari.

È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche, nell’elezione di Donald Trump, sia nel primo che nel secondo mandato. Meno noto, forse, è che i membri di questi gruppi religiosi si considerano crociati impegnati in una lotta contro il male, nell’impaziente attesa dell’Apocalisse e del ritorno di Gesù Cristo. I loro principali testi di riferimento non sono i libri del Nuovo Testamento, ma quelli dell’Antico, che essi tendono a leggere in modo letterale. Da qui la convergenza con gli ebrei ortodossi che ritengono loro missione ricostituire l’antico Israele sul territorio che Dio steso gli aveva promesso, cacciando via le popolazioni arabe che vi si erano insediate nel frattempo.

Collegando la prospettiva vetero-testamentaria con quella neo- testamentaria, queste sette cristiane ritengono che proprio la ricostituzione del regno del popolo eletto in Palestina sia la condizione per la venuta del Messia da loro atteso. Da qui il sostegno politico ed economico allo Stato ebraico e le pressioni su Trump perché sia garante della sua sicurezza

In questo contesto appare pienamente plausibile la denuncia di un gruppo di duecento soldati statunitensi, secondo i quali alcuni comandanti avrebbero descritto il conflitto in corso nel Medio Oriente come parte di «un piano divino», arrivando ad affermare «che Trump sarebbe stato unto da Gesù per incendiare l’Iran, causare l’armageddon e dare il segnale per il suo ritorno sulla Terra». 

E del resto, nelle conferenze stampa che il Segretario alla Guerra (non più come prima di Trump, alla Difesa) Peter Hegseth ha tenuto regolarmente per fare il punto sulla «guerra preventiva» scatenata da Trump contro l’Iran,  non può non colpire l’insistenza sulla dimensione religiosa: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…». E ancora: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…».

Questa guerra, insomma, sarebbe una missione affidata da Dio agli Stati Uniti e da Lui benedetta. Come hanno evidenziato i media anglosassoni, appaiono un’implicita, eloquente risposta a queste affermazioni le parole pronunciate pochi giorni dopo da un altro illustre cittadino americano, papa Leone XIV. «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”», ha detto il pontefice durante la sua omelia della domenica delle Palme.

Non c’è bisogno di essere cattolici per riconoscere che in questo momento la sola voce, dotata un’autorità riconosciuta a livello internazionale, che si leva a condannare decisamente l’idea che la guerra sia necessaria per instaurare la pace, è quella dei sommi pontefici romani, da Giovanni Paolo II a a Francesco a papa Leone. È una sfida alle potenze che oggi dominano la scena politica internazionale e ai loro gregari (tra cui, purtroppo, il nostro governo). Una volta tanto il cristiano può rallegrarsi che la Chiesa istituzionale non sia nelle retrovie, ma assuma coraggiosamente il proprio ruolo profetico in un mondo che sembra cieco e sordo non solo al vangelo, ma alle esigenze più  profonde dell’essere umano. 

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IL DIO DELLA PACE O DELLA GUERRA?

IL DIO DI PAPA LEONE 

E IL dio di TRUMP

Il conflitto in Medio Oriente porta con sè tempi duri, anche per Dio purtroppo. Da una parte il Dio della guerra tirato in ballo dal Segretario della Guerra americano Peter Hegseth nelle conferenze stampa sull'andamento delle operazioni militari. Dall'altra il Dio della pace nelle parole pronunciate da Papa Leone XIV: «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra». E intanto Donald Trump ha chiesto al Congresso di aumentare le spese militari

di Paolo Bergamaschi

Nel gennaio del 2025 Peter Hegseth è stato nominato da Donald Trump Segretario alla Difesa, carica equivalente a quella di ministro nei governi dei Paesi europei. Nell’audizione di conferma al Senato tanti sono stati i dubbi sollevati nei suoi confronti per il suo controverso passato e la discutibile competenza sia da esponenti dell’opposizione democratica che da repubblicani. Alla fine il voto del vice-presidente JD Vance è risultato decisivo per rompere un imbarazzante muro contro muro.

Nel settembre dello scorso anno con un ordine esecutivo Trump ha cambiato il nome del Dipartimento della Difesa del governo americano in Dipartimento della Guerra con conseguente cambio anche del nome della carica ricoperta da Peter Hegseth che oggi si pregia del titolo di Segretario alla Guerra. Cinicamente logico, quindi, che il Segretario alla Guerra si occupi di questioni belliche e che agisca di conseguenza. Quello che non è affatto logico, tuttavia, è l’aura di sacralità che Hegseth sta cercando di creare attorno al suo mandato trasformandolo in missione divina.

Chi segue in lingua originale le conferenze stampa che il Segretario alla Guerra tiene regolarmente per fare il punto delle operazioni militari in corso in Medio Oriente non può non avere notato l’insistenza e l’impudenza con le quali viene tirato in ballo il nome di Dio. «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…». «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione….». Sono solo un paio delle citazioni più sconcertanti. Durante una funzione religiosa pubblica si è spinto addirittura oltre chiedendo di pregare affinché si scateni una «violenza travolgente» contro i nemici in Iran e altrove nel nome di Gesù Cristo.

Come hanno evidenziato i media anglosassoni, non sembrano affatto occasionali le parole pronunciate pochi giorni dopo da un altro illustre cittadino americano, Papa Leone XIV. «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”», ha detto il pontefice durante la sua omelia della domenica delle Palme. Anche se non citato espressamente, le frasi del Papa suonano come una presa di distanza risoluta da quelle di Hegseth.

Le posizioni appaiono agli antipodi, eppure si fa riferimento allo stesso Dio cristiano come se rappresentasse due divinità distinte: da una parte il Dio della guerra, dall’altra il Dio della pace. Per i credenti un dilemma atroce e inconciliabile, per gli atei e gli agnostici una conferma dell’inaffidabilità della religione. Per l’opinione pubblica americana un Dio fazioso a seconda dell’appartenenza alla sponda repubblicana o democratica.

Sono tempi duri per tutti, anche per Dio, purtroppo, il cui disegno, pur avvolto nel mistero, si presume non coincida con quello di Washington. Non contento, intanto, della distruzione, del numero di vittime innocenti e della sofferenza, oltre alla instabilità, che sta seminando ovunque, in particolare in Medio Oriente, Donald Trump ha chiesto al Congresso di aumentare le spese militari dall’attuale trilione di dollari circa a un trilione e mezzo. La guerra contro l’Iran non sta andando nel verso giusto nonostante le dichiarazioni trionfanti del presidente americano e dell’invasato di Dio Peter Hegseth. Contrariamente a quanto affermano i due, a Teheran non c’è stato alcun cambio di regime, i 460 chilogrammi di uranio arricchito sono ancora dove erano, le capacità missilistiche iraniane sono state solo amputate e lo stretto di Hormuz rimane sotto lo stretto controllo dei Pasdaran.

Le monarchie del Golfo fremono impaurite, l’Ue per bocca dell’Alta Rappresentante Kaja Kallas dichiara che questa non è la sua guerra ma si guarda bene dal contraddire apertamente l’inquilino della Casa Bianca. Non rimane che la Cina, l’unica che, attraverso la paziente mediazione guidata del Pakistan, è in grado di sbloccare la situazione. In gergo sportivo si chiama autogol. Paradossalmente proprio lo scenario che l’attuale amministrazione americana avrebbe preferito evitare.

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