mercoledì 18 febbraio 2026

QUARESIMA IN CAMMINO

 

Quaresima,

 per purificare 

e rafforzare

il nostro attaccamento

 a Cristo


+ Vincent Dollmann

In cammino verso la Pasqua, nella Chiesa

 I Vangeli dell'anno liturgico in corso, Anno A, corrispondono a quelli utilizzati nella preparazione dei catecumeni al battesimo pasquale. Questa è un'opportunità per ricollegarsi alle origini della Quaresima come preparazione finale al battesimo dei catecumeni e come rinnovamento di tutti i cristiani nella fede in Gesù, morto e risorto.

Durante la III , IV e V domenica di Quaresima, si svolgono gli scrutini per consentire ai catecumeni di accogliere pienamente il Signore Gesù nella loro vita. Il rito consiste in una preghiera e nell'imposizione delle mani per chiedere la disposizione dei cuori ad accogliere il dono di Dio. Con i catecumeni, tutti i cristiani sono così condotti a unirsi al mistero della Pasqua nei suoi aspetti di purificazione e rinuncia. È questo il tempo della Via Crucis prima della Via della Luce, dell'unione con Gesù risorto. Nel suo messaggio quaresimale, Papa Leone XIII incoraggia un ascolto più intenso della Parola di Dio e un digiuno che comporta l'astensione dal cibo e dalle parole che " feriscono e feriscono il prossimo ". Si tratta di ascoltare l'appello di San Paolo, che risuona il Mercoledì delle Ceneri durante la Liturgia della Parola: "Lasciatevi riconciliare con Dio" (2 Corinzi 5,20).

 Riconciliarsi con Dio attraverso l’ascolto della sua Parola e l’accettazione del suo perdono

 Per San Paolo, il termine "riconciliazione" significa liberazione dal peccato e rinnovamento della relazione tra Dio e l'umanità. Si riferisce al dono della misericordia di Dio, manifestata da Gesù attraverso la sua vita, morte e risurrezione, e trasmessa alla sua Chiesa. La Chiesa è chiamata a vivere di questa misericordia e a condividerla attraverso l'annuncio del Vangelo e la celebrazione dei sacramenti, in particolare quello del perdono.

 La Quaresima è un tempo propizio per tornare ad ascoltare la Parola di Dio . Questo ascolto dispone i cuori ad entrare in relazione con gli altri, in particolare con i poveri, come sottolinea il Papa.

Egli afferma: « Tra le tante voci che permeano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci permettono di riconoscere quella che nasce dalla sofferenza e dall'ingiustizia, affinché non resti senza risposta ».

Ciò significa, in termini pratici, staccarsi dalle distrazioni e dalle ricerche superficiali per trovare rinnovamento nella Sacra Scrittura e nel Catechismo della Chiesa Cattolica. La lettura e la discussione regolare di questi testi in famiglia o nelle fraternità sono di grande beneficio per approfondire la fede e rafforzare la carità.

 Durante la Quaresima, un impegno più assiduo con la Parola di Dio, attraverso la Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa, approfondisce il desiderio di liberarci dalle catene del peccato e di crescere in una relazione fiduciosa e filiale con Dio. Il sacramento della riconciliazione ci permette di sperimentare la misericordia divina, che si manifesta come perdono, il dono della presenza di Dio al di là dei nostri limiti e del nostro peccato. E questo dono è il rinnovamento della vita divina in noi, la grazia ricevuta nel nostro battesimo.

 Lasciarsi riconciliare con gli altri attraverso il servizio al bene comune

 In un clima di tensioni diffuse nel mondo, la Quaresima ci chiama a riflettere sul nostro impegno per il bene comune. Come ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, questo ha tre elementi essenziali: il rispetto della persona, misurato dall'attenzione ai più vulnerabili, compresi il nascituro e il morente; lo sviluppo attraverso l'accesso per tutti a un lavoro e a un alloggio dignitosi; e infine, l'impegno per la pace (CC nn. 1906-1908).

 È auspicabile che i cristiani osino ancora impegnarsi in politica oggi. Il cardinale vietnamita François-Xavier Van Thuân, che trascorse più di un decennio in prigione negli anni Settanta e Ottanta a causa della sua fede, ci ha lasciato, come incoraggiamento e guida al discernimento, * Le Beatitudini della Politica *:

 “Felice è il politico che ha un alto ideale e una profonda consapevolezza del suo ruolo.”

Felice è il politico la cui persona riflette credibilità.

Felice è il politico che lavora per il bene comune e non per il proprio interesse personale.

Felice il politico che rimane fedelmente coerente.

Felice il politico che realizza l'unità.

Felice è il politico che si impegna a realizzare un cambiamento radicale.

Felice il politico che sa ascoltare.

"Felice è il politico che non ha paura."

 Quaresima, tempo favorevole per le grazie della conversione

 La Quaresima è quel tempo benedetto nella Chiesa in cui i battezzati e i catecumeni possono purificare e rafforzare il loro attaccamento a Cristo.

Ascoltiamo l’appello di San Paolo: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Corinzi 5,20). L’apostolo insiste: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2 Corinzi 6,2).


 XVincent Dollmann, Arcivescovo di Cambrai, Assistente ecclesiastico UMEC-WUCT

 

TECNOLOGIA E VERITA'


 “Nell’era della tecnica

 e della produttività

 non riconosciamo 

più la verità”

La tecnologia e l’obiettivo 

di essere sempre produttivi 

impediscono di mettere a fuoco ciò che è vero e ciò che è falso.

 Il filosofo e psicoanalista, Galimberti,

 legge la nostra società e parla anche d’amore

di Valeria Pini

Un’indagine sulla verità in un mondo dominato dalla tecnica e sempre più in crisi a livello globale. Un’era in cui l’uomo, convinto di controllare tutto anche quando ormai non è più padrone di niente, costruisce la propria definizione di ciò che è vero. Perché, oggi, a comandare sono sempre più la tecnologia e la produttività. Più che mai si definisce “vero” solo ciò che funziona e la verità è sempre più in balìa del potere, dei padroni del mondo, diventando pretesto per guerre e conflitti. Un contesto che rende tutti più fragili e in preda a continue disillusioni, come spiega Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista, nel suo ultimo libro Le disavventure della verità (Feltrinelli editore).

Professore, come mai, in un’epoca in cui la scienza sembra dare spazio solo alla verità oggettiva, continuiamo a vivere di illusioni?

«La scienza “pensa” in modo cristiano, considera il passato negativo e il futuro positivo, in quanto quest’ultimo porta progresso. Anche Marx vede nel passato l’ingiustizia sociale, nel presente le contraddizioni del capitalismo e nel futuro la giustizia sulla Terra. Freud collega al passato nevrosi, psicosi e traumi, pensa al presente come terapia e al futuro come guarigione. Il cristianesimo è una cultura, un modo di pensare e noi siamo un po’ vittime di questo pensiero. Solo chi ha sperato, infatti, si trova sul palco della disperazione. Anche i politici dicono di sperare. Quando gli antichi greci definiscono l’uomo “mortale” costruiscono l’etica del limite, che impedisce all’essere umano di andare oltre le proprie capacità. Se vuoi essere felice, realizza quello che sei, ciò per cui sei nato, ma non oltrepassare la tua misura».

Che cosa pensa del pensiero no vax, diffusosi paradossalmente proprio in un’epoca di massimo sviluppo scientifico e tecnologico?

«Se la scienza è un sapere oggettivo, valido per tutti, in quanto la sua sperimentazione può essere riprodotta ovunque da chiunque, portando allo stesso risultato, pensare che la mia opinione valga di più è segno di stupidità. Ciò accade anche perché a scuola la scienza non viene studiata». In questo quadro, la medicina, in quanto sapere scientifico rivolto alla cura dell’essere umano, come si dovrebbe porre? «La medicina non deve più essere “morbo-centrica” ma antropocentrica, deve cioè mettere al centro l’uomo. Il medico deve mettere da parte la propria morale, facendosi carico della sua responsabilità sociale. Non si può rifiutare l’aborto a un’adolescente o dire “no” all’eutanasia».

C’è quindi da chiedersi se la conoscenza sia ancora l’unico modo per arrivare alla verità: è così?

«A colpi di ignoranza non vai avanti nella vita. Il sapere è la condizione per cui l’uomo è diverso dall’animale, che vive di istinto. Noi non abbiamo l’istinto e per questo non siamo liberi».

Secondo lei, considerando il contesto di forte spinta del progresso tecnologico, in che misura quest’ultimo influisce sulle nostre vite?

«Tutti pensano che la tecnica sia uno strumento nelle mani dell’uomo. Non è così: oggi la tecnica è un mondo, non un mezzo. Noi siamo in questo mondo. Vogliamo e desideriamo la tecnica, pensiamo che ci porti al progresso. Un giorno una signora mi ha chiesto se fosse il caso di dare il cellulare a un bimbo in quarta elementare. Gli ho detto di sì, perché altrimenti si rischia di privarlo di socializzazione. La tecnica è diventata società, psicologia e anche psicopatologia».

In questa era dominata dalla tecnologia, a che cosa è collegata la depressione?

«Un tempo la depressione aveva come tematica la colpa, mentre ora ha come tematica l’inadeguatezza. Oggi tutto è lecito, tutto è stato sdoganato, a partire dalla sessualità. Ora ognuno di noi è in un apparato che ci chiede di raggiungere degli obiettivi. Se non riesco a realizzare una performance che mi faccia emergere mi sento inadeguato. Allora cosa faccio? Prendo sonniferi, antidepressivi e, se non basta, cocaina. Quindi è cambiata anche la psicopatologia. La tecnica impone efficienza, funzionalità, produttività e velocizzazione del tempo. Ma la nostra psiche non riesce ad essere all’altezza della velocità temporale imposta dalla tecnica. In definitiva, si è sempre inadeguati».

E in questo continuo stato di tensione diventa sempre più difficile essere individui autentici?

«Non ce la si fa. Günther Anders, allievo di Heidegger, dice che l’età della tecnica non è altro che la realizzazione rigorosa della logica nazista. Non bisogna provare qualche cosa per far funzionare il sistema. Nella logica dell’apparato quello che tu sei non conta niente».

Sempre in questo quadro, qual è, allora, il rapporto tra follia e verità?

«Platone, che ha inventato la ragione, ci dice che i doni più grandi vengono proprio dalla follia. Le creazioni artistiche ci vengono dalla follia, con la ragione non inventi niente. Se sei un artista, devi scendere nella tua follia e, se la tua follia è abbastanza ampia da catturare le metafore di base dell’umanità, fai una creazione artistica. La follia è anche quella che promuove l’amore. Ci vuole una perdita della razionalità, dell’Io, per innamorarsi».

A questo proposito, che rapporto c’è tra amore e verità?

«Il problema non è rendere più facili i divorzi, ma più difficili i matrimoni. Perché ci si può sposare a una condizione: quella di essere interessato a una ricerca dell’altro, la cui anima non la si raggiungerà mai. Lui o lei non te la cederà mai, perché ognuno conserva un mistero, un segreto magari ignoto anche a sé stesso».

Sempre affrontando il tema del rapporto fra illusione e realtà, in che misura siamo colpevoli per aver detto ai giovani che il futuro sarebbe stato per loro a portata di mano?

«Gli adolescenti soffrono, proprio perché gli è stato tolto il futuro. Il futuro è la configurazione degli occidentali. Se togli loro quello, restano senza scopo. Perché devo studiare o lavorare? Perché devo stare al mondo? E i giovani non reggono alla frustrazione. Se non superano un esame, si sentono perduti. Li abbiamo rovinati quando, come a Natale, li abbiamo riempiti di doni. Ogni dono è la distruzione di altrettanti desideri. Così i ragazzi non sanno come darsi da fare per ottenere quello che desiderano quando non ricevono più regali». Qual è l’età fino alla quale i figli sono ancora disposti ad ascoltare i genitori? «Fino ai 12 anni si può essere ascoltati dai figli, dopo è tardi. Comincia per loro l’amore con i loro pari. L’unica possibilità è che ogni tanto i figli aprano una finestra, ma bisogna ascoltarli non con l’atteggiamento “Ti ascolto e dopo ti dico”, ma “Ti ascolto perché il tuo mondo è diverso dal mio e sono curioso di conoscerlo”».

Non siamo liberi, come lei ricorda. Qual è, se c’è, la via d’uscita rispetto a questo destino ineluttabile cui è condannato l’essere umano?

«Non siamo in una società totalitaria, ma il potere riesce a realizzarsi grazie al criterio del consenso delle sue vittime. E anche quella maschile sulla donna è una forza che si basa sullo stesso consenso femminile. L’unica forza che l’uomo ha è quella dell’amore. L’amore che si traduce nella qualità della relazione non sospettosa, non vendicativa. Ma questo amore è difficile da raggiungere, perché con le guerre la vita umana non conta pressoché nulla. La verità funziona attraverso la persuasione, ma quando questa non pare più sufficiente torna a dominare la forza, come a Gaza e in Ucraina. Mi pare difficile che l’amore possa maturare come psiche collettiva».

La Repubblica

Immagine

 

 

 


VIVERE A MISURA D'UOMO

 


"La vera ricchezza

 per essere felici

 non sono i soldi,

 ma l’amore 

e il tempo

 condiviso. 



È vivere 

a misura d’uomo 

che dà valore alla vita"

 

La Redazione

Gabriella Tupini spiega perché amore, tempo condiviso e relazioni autentiche valgono più di ogni successo materiale...

Spesso ci troviamo ancora a confondere la ricchezza con la felicità. Siamo convinti che avere di più, fare di più, ottenere di più vada anche a compensare le nostre mancanze emotive, ma nessuna ricchezza potrà mai sostituirsi ad un cuore infelice; al contrario un cuore sereno, che sorride riesce ad attribuire valore e prestigio alle piccole cose che lo circondano.

Proprio per questo la psicologa Gabriella Tupini, ci conduce verso una riflessione profonda alla quale tutti siamo chiamati a rispondere. Inizia il suo intervento domandando: “Ma voi pensate che l'umanità vivrebbe così se sapesse di morire? Che passerebbe tutto il tempo a lavorare se sapesse di morire? Non cercherebbe di fare una vita più lieta possibile o meno amara possibile? Non passerebbe il tempo a passeggiare, a chiacchierare, a fare l'amore, a mangiare?”. L’esperta in questo caso giudica un modo di vivere che va contro i tempi dell’uomo. Secondo Tupini la nostra vita deve essere plasmata sulla base di quello che davvero ci permette di vivere, tutto il resto è un “di più”, un superfluo, che ci spinge fuori dalla nostra naturalezza.

La ricchezza è una “bella sirena che chiama Ulisse”,  ci porta ad avere sempre più sete entrando in un vortice di rivalità, competizione, sfida l’uno con l’altro, andando così a ledere i valori che ci rendono umani. Infatti continua la psicologa: “Invece di costruire poteri, domini, di fare palazzi futuristici, perché dovete fare a gara “a chi ce l'ha più alto”? “Fate i soldi o non fate i soldi” che vi cambia? L'importante è che avete i soldi per mangiare, per bere, per dormire, per curarvi. Il resto a cosa serve?”.

Dobbiamo vivere una vita a misura d’uomo, senza andare alla ricerca di false illusioni. La felicità vive in quello che già possediamo, sta a noi vederla con gli occhi giusti. Infatti, secondo Tupini una frase che pronunciamo spesso è: “Ma così non mi diverto”, a tal proposito arriva il suo parere: “Non è vero che ci divertiamo a seconda di quello che facciamo fuori. Noi stiamo bene a seconda di come stiamo dentro, fuori possiamo fare quello che vogliamo. Ma chi ve lo racconta che essere ricchi faccia stare bene? State bene o male a seconda di come state dentro, a seconda di come avete superato i vostri traumi o dolori infantili”. 

Le manie di grandiosità, al contrario di ciò che pensiamo, rivelano personalità fragili. Persone che non hanno chiuso bene i conti con il loro passato, che hanno conflitti interiori da placare, che cercano di compensare le carezze, l’affetto, il conforto non ricevuti con il potere. Ma la vera ricchezza si ottiene quando possiamo osservare il nostro passato con consapevolezza, quando riusciamo a trovare un equilibrio, quando sappiamo di avere tempo da dedicare a noi e ai nostri cari, quando sappiamo di avere salute abbastanza da poter vivere la vita che desideriamo, quando sappiamo godere di ciò che ogni giorno osserviamo. Questa è la ricchezza che spalanca le porte alla vera felicità. 

Ascuolaoggi

Immagine

AMORE MIO


 “Quando sentite dire ‘amore mio’, scappate”.





L’errore dei genitori che frena i giovani

Secondo Paolo Crepet, proteggere troppo i figli può limitarne lo sviluppo: educare vuol dire accettare rischio, frustrazione e libertà per costruire vera autonomia.

1.     “Quando sentite ‘amore mio’, scappate”: cosa intende davvero Crepet

2.     Comfort zone, zaini portati dai genitori e paura della fatica

3.     Tornare ai valori di un tempo: parlare, ascoltare, dare peso alle cose

4.     Educare togliendo, non aggiungendo: il vero allenamento al desiderio

Preferisci ascoltare il riassunto audio? 

“Quando sentite ‘amore mio’, scappate”: cosa intende davvero Crepet

Paolo Crepet descrive un cambio di rotta nell’educazione dei figli: se ieri il messaggio era “questa casa non è un albergo”, oggi spesso diventa l’opposto—“resta qui, non andare via”. Secondo lo psichiatra, così la famiglia rischia di trasformarsi in una comfort zone permanente, invece che in un punto di partenza per studiare, lavorare, mettersi alla prova, sbagliare e conoscere il mondo.

In questo contesto, avverte Crepet, la libertà dei giovani si riduce: al posto di iniziativa e desiderio di costruire, prevalgono comodità e protezione totale. Schermi, videogiochi, “stai tranquillo” e routine rassicuranti possono diventare un rifugio che però indebolisce autonomia e responsabilità. Da qui la sua frase provocatoria—“quando sentite ‘amore mio’, scappate”—non contro l’affetto, ma contro l’iperprotezione dei genitori che, nel tempo, può frenare la crescita.

Comfort zone, zaini portati dai genitori e paura della fatica

Uno dei passaggi più forti riguarda i gesti quotidiani. Crepet racconta come molti genitori si siano sostituiti ai figli in tutto, persino nel portare lo zaino di scuola. Quel “questo peso lo porto io” può sembrare amore, ma in realtà manda un messaggio chiaro: “non sei in grado di farcela”.

Per l’esperto, portare il peso dei libri è una metafora potente:

  • se si vuole vivere davvero, si farà fatica
  • la vita è, per definizione, faticosa

Crepet ricorda che “tantissimi genitori accompagnano i figli a scuola anche durante gli anni della scuola superiore”, mentre suo padre “non sapeva neanche dove fosse il mio liceo”. Per il padre, il liceo era “una cosa mia, il mio lavoro”. Lui faceva il medico e il figlio non entrava nelle sue questioni, così come il genitore non si intrometteva nella scuola del figlio. Un modello che rimette al centro autonomia e responsabilità personale.

“L’autostima o la cresci o non la ritrovi a 50 anni”: l’avvertimento di Crepet e l’errore che frena i figli

Tornare ai valori di un tempo: parlare, ascoltare, dare peso alle cose

Crepet invita a recuperare qualcosa che sembra scomparso: il valore della quotidianità e della fatica. In un’epoca in cui la comunicazione è rapidissima ma poco profonda, l’esperto sottolinea quanto sia importante “tornare ai valori di un tempo” e far capire ai giovani che ogni cosa ha un valore, a partire dalle piccole cose di ogni giorno.

Un esempio concreto è il momento dei pasti: concedere spazio a un vero dialogo a pranzo o a cena, riconoscendo importanza alle opinioni dei figli. Quelle che sembrano chiacchiere leggere, in realtà, col tempo, radicano un modo di pensare. Crepet chiede: quanto è durata l’ultima cena fatta insieme a un figlio? Tredici minuti? E magari con lo smartphone acceso?

Fare domande profonde richiede coraggio, anche quello di sentirsi rispondere male o con riluttanza. Ma fa parte del gioco: ascoltare davvero vuol dire mettersi in gioco ogni giorno, accettare anche il silenzio, la chiusura, la noia.

"Abbiamo smesso di incantare i bambini”: la frase di Crepet che continua a spiegare perché la meraviglia è fondamentale

Educare togliendo, non aggiungendo: il vero allenamento al desiderio

Per Crepet, educare non significa riempire la vita dei ragazzi di cose, corsi, oggetti, comodità. La sua posizione è netta: “per educare è necessario togliere, non aggiungere. Solo così si allena al desiderio”.

In pratica, questo vuol dire:

  • ridurre le facilitazioni inutili che eliminano ogni fatica
  • lasciare spazio alla sperimentazione personale, anche al rischio e all’errore
  • dare responsabilità, fin da piccoli, con gesti semplici ma dal significato profondo

L’idea di fondo è che, se non viene insegnato che ogni cosa ha un peso, un prezzo, un po’ di sudore, diventa impossibile pretendere che i giovani diano davvero valore alle cose e alle persone.

Scuola, lavoro, persino l’amore sono fatica. E non in senso negativo, ma come impegno reale, quotidiano.

Da qui la domanda che resta addosso: si sta crescendo una generazione che sa desiderare, o una generazione che aspetta che qualcuno le porti sempre lo zaino?

Studenti.it

>Immagine

 

lunedì 16 febbraio 2026

IL REFERENDUM E GLI SLOGAN

  


La riforma 

non è utile 

alla giustizia



di Giuseppe Savagnone

Non sono un magistrato né parente di magistrati. Sono pronto a riconoscere tutti i difetti e gli errori della magistratura. E sono anch’io indignato per il pessimo funzionamento della giustizia in Italia. Sentenze che arrivano dopo anni che l’indiziato è stato rovinato, o addirittura tenuto in prigione, per poi essere riconosciuto del tutto innocente.

Se questo referendum mi riguarda non è perché voglio difendere una corporazione o l’attuale sistema giudiziario, ma perché sono un cittadino ed è in gioco una modifica importante della Costituzione che è alla base della vita civile del mio paese.

Da qui la mia esigenza di capire. E il clima che si respira non mi aiuta. Non mi aiutano gli slogan, come quello che nei manifesti diffusi dal Comitato per il No dell’Anm riassumeva la questione in una domanda evidentemente provocatoria: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?”, o quello, ripetuto dalla nostra premier e da tutta la maggioranza, secondo cui la riforma costituisce “un passo importante verso un sistema più efficiente, equilibrato e vicino ai cittadini”. Io voglio spiegate le ragioni di queste affermazioni.

Meno ancora mi aiutano, in questo, certe uscite dei rappresentanti di entrambi gli schieramenti, come quella del procuratore Gratteri che ha detto: “Per il no voteranno le persone perbene, per il sì gli imputati e la massoneria deviata”. O come quella – stranamente passata inosservata, a differenza della precedente – del Comitato del Sì istituito sotto il patrocinio del governo e presieduto dal professore Nicolò Zanon (con Alessandro Sallusti portavoce), che ha messo in circolazione un post raffigurante i teppisti di Tonino mentre prendevano a calci e colpi di martello il poliziotto a terra, con sotto la grande scritta: “Loro votano No”.

Per far sì che il dibattito sul referendum sia – come può e deve essere – una preziosa occasione di riflessione e di confronto, bisogna a tutti costi rifuggire da queste forme di propaganda, che potranno far guadagnare qualche voto, ma offendono lo spirito della nostra democrazia.

Una storia tempestosa

Cerchiamo dunque di renderci conto del significato di questa riforma. Ma per farlo, bisogna partire dalla narrazione in cui essa si inserisce. L’ermeneutica ci ha insegnato che, per capire il senso di un testo o di un evento, bisogna guardare il contesto. Un sorriso, un silenzio, una strizzata d’occhio, possono avere significati molto diversi a seconda della storia di cui fanno parte.

Ora, è innegabile che, nel caso dei rapporti tra governo e maggioranza da un lato, magistratura dall’altro, questa storia sia stata fin dall’inizio tempestosa. Abbiamo letto tutti sui giornali le reiterate proteste di tutta la destra e della stessa premier Giorgia Meloni, che denunziavano, in un clima di crescente esasperazione, “l’invasione di campo” da parte di magistrati che, con le loro sentenze, vanificavano decisioni importanti prese dal governo, soprattutto in materia di immigrazione e di ordine pubblico.

La motivazione, spesso ripetuta, di queste accuse era che le decisioni in questione venivano da un governo democraticamente eletto e che, per usare le parole di Giorgia Meloni (30 gennaio 2025), se i giudici vogliono intervenire su di esse, bloccandole per via giudiziaria, devono prima candidarsi e farsi eleggere in parlamento.

Ma proprio questa motivazione, più ci penso, più mi lascia perplesso. Perché essa suppone che l’unico potere legittimo sia quello che proviene dalla volontà popolare. Era questa, in effetti, l’idea originaria della democrazia, secondo Rousseau, per il quale – come dice del resto l’etimologia del termine – il popolo è il solo vero sovrano.

In realtà, però, si è presto constatato che questa visione finiva per sostituire al vecchio sovrano assoluto – il re di diritto divino – un altro, il popolo, altrettanto assoluto. E da qui sono nati tutti i totalitarismi del secolo scorso, che, in nome della volontà popolare, hanno calpestato i diritti umani ed eliminato gli oppositori.

Ma c’è un’altra interpretazione della democrazia, a cui la nostra Costituzione si ispira, che, per tutelare la libertà dei cittadini, pone dei limiti alla sovranità del popolo. Il suo cardine è il principio della separazione dei poteri, che impone ai governanti eletti dal popolo dei precisi limiti, sottoponendoli al controllo di un organo autonomo, la magistratura – non soggetto alla pressione del consenso e agli oscillanti umori delle folle – , incaricato di vigilare sul rispetto delle regole su cui si regge la convivenza civile e bloccare ogni violazione del diritto da parte di chi governa.

In questa prospettiva, la pretesa “invasione di campo” appare come il legittimo esercizio del diritto-dovere dell’ordine giudiziario di porre un limite al potere dei rappresentanti del popolo ed evitare che diventi arbitrio. Naturalmente c’è il rischio che questo diritto-dovere venga esercitato male. Ma è lo stesso rischio che si corre affidando al governo e al parlamento il potere di fare delle scelte politiche che sono sempre, per loro natura, discutibili. Nessun magistrato è competente nel valutare l’opportunità o meno di queste scelte, ma solo della loro compatibilità con le nostre leggi. E, reciprocamente, il governo non può giudicare se l’interpretazione di queste leggi da parte dei magistrati sia o no corretta.

Questo senso del limite, fondamentale per una democrazia liberale come la nostra, sembra in realtà estranea al modo di pensare della nostra premier e della maggioranza che la sostiene, eredi di una tradizione diversa, sconfessata a parole, ma profondamente radicata nella cultura di questa classe politica.

“Non c’è giudice, politico o burocrate che possa impedirci di far rispettare la legge dello Stato italiano” ha detto la premier al Meeting di Cl. Il problema è che, secondo la nostra Costituzione, “far rispettare la legge” non è compito del governo, ma dei magistrati. E accusare alcuni di loro – le ‘toghe rosse’ – di violarla, è non rendersi conto che un giudice non può essere giudicato, nell’esercizio delle sue funzioni, dalla politica, ma, piuttosto, da altri giudici, come del resto prevede l’ordinamento giudiziario.

Perché questa riforma?

Purtroppo è in questa storia problematica che si inserisce la riforma della giustizia, spesso evocata dagli esponenti della maggioranza, nei momenti di maggiore esasperazione, come l’unica risposta a quello che ai loro occhi costituisce un inaccettabile abuso di potere da parte dei magistrati o, meno di una parte di loro ideologizzata.

Anche se a motivarla ufficialmente è invece il cattivo funzionamento della giustizia. Su questo il governo punta per ottenere la conferma della legge nel referendum: “Chi pensa che nella giustizia va tutto bene, voterà contro la riforma, quindi voterà no. Chi pensa che invece possa migliorare, voterà a favore della riforma e quindi voterà sì” (Giorgia Meloni, 30 ottobre 2025). 

In realtà che a questo possa servire la riforma lo escludono concordemente tutti coloro che conoscono bene i problemi. Come l’ex pm Antonio Di Pietro, che pure è un deciso sostenitore del Sì, il quale, in una intervista su ‘Informare’ del 7 novembre scorso, ha chiarito: “Questa è la riforma della magistratura, non della Giustizia. La magistratura non funziona e non funzionerà neanche dopo questa riforma”. Spiegando che per rimediare alle attuali disfunzioni, legate soprattutto alla lentezza dei processi, “non c’è bisogno di una modifica costituzionale, ma occorre aumentare il numero dei magistrati, degli addetti, delle risorse e degli strumenti”.

Ora, la riforma non riguarda affatto questi aspetti, ma introduce invece la separazione delle carriere, che sul funzionamento della giustizia non incide minimamente, visto che già adesso il passaggio da quella giudicante a quella inquirente coinvolge meno dello 0,5% dei magistrati.

Così – se devo esercitare il mio senso critico, come mi ero proposto – , non posso non prendere atto di un paradosso: questa riforma, in realtà, non appare a prima vista giustificata né dai motivi effettivi per cui era stata tanto sospirata dalla classe politica al governo, né da quelli ideali a cui, a parole, dovrebbe essere indirizzata per rispondere alle esigenze della collettività. Ma allora che cosa vuole cambiare? Solo l’analisi del testo ce lo potrà dire.

Uno stile divisivo

Ma, prima, bisogna fare ancora un’osservazione che completa il quadro di questa storia – il contesto necessario a capire il senso del testo. Essa riguarda lo stile con cui la riforma è stata elaborata e approvata. Dopo la guerra, la nostra Costituzione è scaturita dallo sforzo di partiti di matrice molto diversa e in conflitto tra loro – democrazia cristiana, comunisti e socialisti, liberali – di dialogare e di ascoltarsi a vicenda, per elaborare un testo che fosse rappresentativo non di una parte ideologica, ma del popolo italiano.

L’attuale testo di riforma, invece, è stato elaborato solo dal governo e poi approvato dalla maggioranza parlamentare di destra senza lasciare spazio ad alcun confronto con l’opposizone. Col risultato che nel testo finale non è cambiata neppure un virgola rispetto a quello iniziale. Una norma costituzionale, in cui in linea di principio tutti gli italiani dovrebbe potersi riconoscere, è così il risultato dell’imposizione dei partiti di governo, che in realtà rappresentano, messi insieme, il 28% degli aventi diritto al voto. È esagerato dire che siamo davanti a una riforma che, già per questo stile, si pone in contrasto con lo spirito della Costituzione?

A sottolineare questa unilateralità, ben poco “costituzionale”, è venuta poi la dedica della legge al personaggio più divisivo della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, che in particolare nei confronti della magistratura ha sempre mantenuto rapporti fortemente conflittuali. Sempre ribadendo che la riforma, per carità, non è affatto contro di essa e che, come ha ribadito il ministro della Giustizia Nordio, “conferirvi un significato politico è assolutamente improprio”.

Il testo

È il momento di passare all’esame del testo, per rispondere alla domanda che è emersa nella prima parte di questa riflessione: perché la riforma? E il nodo non è tanto la separazione delle carriere- che di fatto già esiste e per cui, secondo autorevoli giuristi, sarebbe bastata una legge ordinaria – ma un sostanziale smantellamento dell’organo su cui la Costituzione ha fondato l’autonomia del potere giudiziario, il Consiglio superiore della magistratura (Csm), che viene spaccato, delegittimato e privato della sua funzione disciplinare.

La spaccatura del Csm

Con la riforma ci saranno, ormai, due Csm, uno per i giudici e uno per i pm, che finora avevano gestito insieme l’apparato giudiziario. È appena il caso di notare che, in base all’antico detto romano divide et impera, ciò li renderà entrambi più deboli. Ma, soprattutto, così la separazione delle carriere diventa non solo una distinzione funzionale, ma implica una radicale reinterpretazione della figura del pubblico ministero, che non avrà più alcun rapporto con la figura del giudice e rischia di non essere più neppure un vero e proprio magistrato, come finora è stato.

Lo scopo, dicono i giuristi che hanno sposato la causa della riforma, è di dare piena attuazione alla riforma che, già nel 1989, aveva sancito la parità tra accusa e difesa nel contraddittorio del processo. La prossimità della figura del pm con quella del giudice e la rete di relazioni che effettivamente li lega nell’attuale unico Csm rende impossibile, secondo loro, questa pari collocazione, privilegiando l’accusa, che potrebbe influenzare il giudice. Si dovrebbero a questo alcuni casi clamorosi di persecuzione giudiziaria, come quello contro Enzo Tortora.

Per contro, però, altri giuristi fanno notare che parità non vuol dire uguaglianza. In realtà il ruolo del pm è molto diverso da quello del difensore, proprio perché ha qualcosa in comune con quello del giudice. Mentre la deontologia professionale dell’avvocato non gli chiede di fare giustizia a tutti i costi, ma solo di evidenziare gli elementi che possono favorire il suo cliente, il pubblico ministero rimane sempre un magistrato e cerca di capire e di valorizzare sia quelli che portano all’accusa che quelli che portano al proscioglimento dell’imputato. Nessun avvocato chiede la condanna del suo cliente, da cui tra l’altro è pagato. Invece è normale che il pm, che è al servizio solo dello Stato, chieda di non procedere contro un indiziato per cui affiorano elementi di innocenza.

Istituendo un Csm separato, che taglia i legami del pm con il giudice, la riforma esaspera la sua funzione accusatrice, trasformandone la funzione in senso unilateralmente accusatorio. E anche l’organo di autogoverno che ne risulta rischia così di trasformarsi in un pericoloso gruppo di sceriffi. Col risultato di rendere necessaria, in un prossimo futuro, la sua subordinazione al potere politico, come del resto in tutti i paesi in cui c’è la separazione della carriere.

La delegittimazione dei Csm

Ma, soprattutto, il Csm viene privato della sua rappresentatività, perché non sarà più espressione della libera scelta dei magistrati, ma di un sorteggio che esclude la possibilità per i magistrati di scegliere i propri rappresentanti, come avviene in tutti gli organi costituzionali e in tutti gli ordini professionali.

Anche qui ci sono delle ragioni che hanno portato a questa scelta, prima fra tutte la volontà di smatellare le correnti interne alla magistratura, di cui il clamoroso scandalo Palamara ha portato alla luce gli intrecci con la politica e i meccanismi di scambi clentelari.

Ma, anche qui, si fa notare che la degenerazione delle correnti non può implicare la loro demonizzazione. Esse hanno in realtà una loro funzione nel raggruppare magistrati che condividono una stessa linea interpretativa della propria funzione ed è logico che ogni membro della magistratura possa scegliere come rappresentante chi, ai suoi occhi, è più capace di esprimere la sua nel Csm.

In ogni caso è un paradosso che i magistrati, incaricati dalla Costituzione di garantire la legalità della società italiana, siano gli unici della cui correttezza sospettare fino a negare loro un uguale trattamento con tutte le altre categorie.

La presidente del Consiglio ha affermato che, con questo, la riforma non ha affatto sottoposto il Csm a un maggiore influsso della politica, anzi, al contrario, ha eliminato il diritto del parlamento di eleggere la componente laica. Non ha detto, però, che per essa il sorteggio è previsto all’interno di una lista compilata dalla maggioranza parlamentare (che in questo momento è quella che è in conflitto con i giudici) e i sorteggiati saranno già stati selezionati in base alla loro adesione alla sua linea. Mentre il magistrato si troverà a far parte del Csm senza un progetto, senza una precisa linea, e senza sentirsi rappresentante di nessuno.

I Csm espropriati della funzione disciplinare

Ai due Csm viene tolta la funzione disciplinare, che passa a un nuovo organo, l’Alta corte di Giustizia formata da quindici membri, di cui sei saranno “laici” e nove “togati” (sei giudici e tre pm), i primi scelti tre dal presidente della Repubblica e tre, sempre col criterio del sorteggio, da una lista composta dalla maggioranza parlamentare, i secondi sempre per sorteggio tra i magistrati più elevati in grado.

Per quanto penalizzante rispetto al vecchio Csm, in cui i magistrati erano i due terzi, la nuova formula sembrerebbe comunque garantire loro la maggioranza.

A prima vista. Perché l’Alta Corte funzionerà articolandosi in collegi la cui composizione verrà stabilita da una legge ordinaria (sempre fatta dalla stessa maggioranza parlamentare ostile) e nessun punto del testo di riforma esclude che in essi possa esserci una maggioranza di laici potenzialmente legati politici che li hanno scelti e he avrebbero buon gioco a condannare un magistrato che si sia reso colpevole della “invasione di campo” già oggi denunziata dalla maggioranza come un abuso

Per di più, mentre alle condanne comminate dall’attuale Csm il magistrato poteva fare ricorso presso le Sezioni Unite della Cassazione, i ricorsi contro le decisioni dell’Alta Corte verranno valutati da un altro collegio della stessa Alta Corte, annullando praticamente l’autonomia del secondo grado di giudizio previsto per tutti i cittadini dalla nostra Costituzione.

Dicevo all’inizio che non amo gli slogan. Spero di aver svolto il mio esame, portando ogni volta le ragioni delle mie conclusioni. Questo, ovviamente, non significa che alle mie argomentazioni non si ossa ribattere con altri buoni argomenti. Ma, proprio perché il piano su cui ho cercato di muovermi è quello della ragione, credo di avere comunque dato un modesto contributo anche alla riflessione di chi non è d’accordo con me.

Live Sicilia

domenica 15 febbraio 2026

IL PANE FRAGANTE

 


NELLA STRADA 

DEL PANE FRAGRANTE 

Meditazioni sul Vangelo Luca


Nella strada del pane fragrante è un percorso meditativo e narrativo ispirato al Vangelo di Luca, che invita il lettore a compiere un viaggio spirituale e relazionale alla scoperta del «Gesù vero uomo».

Antonio Manganella, sacerdote e studioso di spiritualità biblica, accompagna passo dopo passo tra gli eventi della vita di Cristo – dall’annuncio a Zaccaria e la nascita di Giovanni, fino alla Passione, alla Risurrezione e al cammino verso Emmaus – offrendo una lettura quotidiana del testo evangelico.

Ogni meditazione è una tappa del cammino di fede: brevi riflessioni che intrecciano parola, emozione e vita concreta, pensate per essere lette con calma, un paragrafo al giorno.

Con linguaggio limpido e accessibile, l’autore unisce la profondità spirituale alla semplicità narrativa, aiutando il lettore a incontrare Gesù come compagno di strada e presenza viva.

·         Don Antonio Manganella

·         NELLA STRADA DEL PANE FRAGRANTE. Meditazioni sul Vangelo Luca

  • Collana: Le Formiche
  • Prezzo: € 20,00
  • Confezione: BROSSURA CON ALETTE
  • Ean: 9791254943052
  • Pagine: 696
  • Data di uscita: 07/11/2025

 

sabato 14 febbraio 2026

MA IO VI DICO

 


Commento al vangelo 

della VI domenica

 del Tempo ordinario

 (Mt 5,17-37)



Mt 5,17-37

(In quel tempo Gesù disse:) "Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. 20Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. 21Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. 23Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. 25Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo! 27Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. 28Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. 29Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. 30E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. 31Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. 32Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. 33Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. 34Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. 36Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno.

 Commento di Giulio Michelini ofm

Siamo ancora nel contesto del c.d. discorso della montagna, il primo discorso di Gesù nel vangelo secondo Matteo. Dopo le Beatitudini, ecco che in questa domenica il Gesù del Primo vangelo enuncia alcuni principi generali (5,17-20), che reggono tutta questa parte. Come presupposto di quello che si leggerà si devono tenere presenti almeno due elementi fondamentali. Il primo: la Legge o, in ebraico, Torà, è il dono più grande che Dio abbia fatto ad Israele. Con esso è data la possibilità agli uomini e alle donne che si affidano a Lui di vivere nella giustizia, conformemente alla volontà di Dio. Da questo punto di vista, non vi è alcuna opposizione tra Legge Vangelo, e Gesù stesso può essere considerato come la Torà vivente. In questo senso, i toni che si possono trovare in alcune lettere di Paolo, come quella ai Galati, a riguardo della salvezza per le opere della Legge o per la fede, sono estranei al vangelo secondo Matteo, pensato per una comunità che non vuole staccarsi dal Giudaismo. Quello che Paolo dice va dunque visto in funzione dei lettori a cui si rivolge: pagani che, in quanto tali, non erano obbligati ad osservare la Legge, e quindi potevano entrare nell’alleanza con Dio attraverso la fede in Gesù Cristo. Il secondo elemento da tenere presente è che il Gesù di Matteo attualizza la Legge per renderne possibile la sua applicazione, e perché questa non rimanga lettera morta. Gesù, come vedremo subito, va al cuore della Legge, cogliendone gli elementi fondamentali che potrebbero sfuggire a chi la volesse osservare nella sua integrità.

Ai principi fondamentali di cui si è detto seguono sei casi concreti (sei esempi) di interpretazione della Torà (5,21-48), introdotti ogni volta da una citazione dal Primo Testamento («avete inteso che fu detto»), ripresa e commentata da Gesù («e io vi dico»). Noi evitiamo, con studiosi come Aaron M. Gale e altri ancora, a riguardo degli esempi presentati da Matteo in 5,21-48, di parlare di “antitesi”, e preferiamo l’idea di “attualizzazione” o, meglio, in senso ancora più tecnico, di “intensificazione” dei precetti, paragonabile a quelle previste nella Mishnà quando si deve “fare una siepe attorno alla Torà” (Mishnà, Avot 1,1). Il precetto deve essere custodito (protetto da una siepe), ma anche spiegato e arricchito (dalla Torà orale, quella che Gesù dà ora dal monte), perché sia vissuto da ogni generazione, tenendo conto dei cambiamenti. Per entrare in un caso semplice ma concreto: i rabbini avevano proibito anche solo di maneggiare alcuni utensili in giorno di sabato (divieto non presente nella Torà, che in verità si limita a poche proibizioni per questo comandamento), per evitare che attraverso di essi si compisse un lavoro.

Il caso dell’omicidio in 5,21-25 è, a riguardo, illuminante. Gesù ovviamente non nega il comandamento ricevuto (e dunque, è forse meglio tradurre «e ora io vi dico», piuttosto di «ma io vi dico» o «e invece io vi dico», che può creare fraintendimenti), ma per evitare una potenziale interpretazione riduttiva, ne intensifica il valore considerando omicidio ciò che, strettamente parlando nella norma del decalogo (Es 20,13 TM), non lo è. Se nella Legge si dice “semplicemente” di «non commettere volontariamente un omicidio», per Gesù l’omicidio è anche trattare male il prossimo.

La procedura esegetica che il Gesù di Matteo adotta è rabbinica, ma il contenuto di quanto dice non sempre è in accordo con i farisei, come si può vedere a proposito della discussione sul lavarsi le mani in 15,1-20 e di quella sul divorzio (vedi commento a 19,3-12).

Gesù, dunque, bisogna ripeterlo, non abolisce la Torà, ma propone una giustizia più radicale di quella di scribi e farisei (5,17-20). Gesù è venuto a confermare la Torà, nel senso che ne rivela il significato pieno che corrisponde all’intenzione del “legislatore” (Dio stesso), conformemente a quanto ci si aspettava dal Messia. Ma questo non esclude che Gesù confermi la Torà in quanto la osserva pienamente, rinnovandola e trasfigurandola: «Gesù, il Messia d’Israele, il più grande quindi nel regno dei cieli, aveva il dovere di osservare la Legge, praticandola nella sua integrità fin nei minimi precetti, secondo le sue stesse parole. Ed è anche il solo che l’abbia potuto fare perfettamente» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 578). La Torà viene riportata da Gesù alla sua finalità originaria, e gli esempi sui quali si esercita il Messia vogliono proprio mostrarne la possibilità: si veda quello visto sopra, col quale Gesù non intende in senso restrittivo l’omicidio, ma lo vede in ogni male fatto al fratello.

Se Gesù non contesta la Torà in sé, si deve piuttosto dire che l’evangelista Matteo è in polemica con alcune delle linee esegetiche rabbiniche a lui contemporanee, come si evincerà soprattutto dalle parole dure che Gesù rivolgerà ai farisei nel cap. ventitreesimo. Riprova ne è che per la questione sul divorzio, rispetto all’analogo racconto di Marco, Matteo farà intervenire Gesù nel campo dell’annoso dibattito sull’interpretazione di un testo del Deuteronomio, che al tempo divideva proprio i farisei. Ecco dunque il significato dei vv. da 18 a 20, in cui sono enunciati altri principi derivanti dal primo in Mt 5,17, e che si chiudono con l’indicazione su come i discepoli di Gesù dovranno interpretare la Torà, seguendo l’esempio del maestro: con un’ermeneutica che supera quella dei farisei e degli scribi – detentori, al tempo in cui Matteo scrive, dell’autorità sull’interpretazione – per evitare così i giudizi erronei in cui spesso questi incorrono (cfr. p. es. Mt 15,7; 22,18), e soprattutto per trovare e attuare il senso profondo della Parola di Dio.

La parte buona

Immagine