mercoledì 21 gennaio 2026

AMERICA FIRST

 


L'America di Trump, 
un anno dopo

Più imprevedibile, più personalizzata, la politica estera americana oggi si basa sul motto America First che, a distanza di un anno da quando fu proclamato, si sta imparando a conoscere: non significa isolazionismo bensì ridefinizione dello spazio strategico americano. Ed è direttamente proporzionata al controllo delle risorse naturali e alla sicurezza nazionale

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    -di Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

Il mondo si fida di più o di meno degli Stati Uniti d’America? È questa la domanda che spicca a distanza di un anno dall’insediamento della seconda presidenza statunitense guidata da Donald Trump. Spicca perché, anche se sono passati solo 365 giorni, tra Venezuela, Groenlandia, tensioni con l’Europa e la Nato, i dazi, lo scontro in diretta televisiva con il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, l’incontro con il presidente russo, Vladimir Putin, e la complessa tregua a Gaza, una cosa è chiara: gli Stati Uniti stanno cambiando il loro modo di vedere il mondo e, di riflesso, il loro modo di relazionarsi col mondo.

La "Donroe Doctrine"

Più imprevedibile, più personalizzata, la politica estera americana oggi si basa sul motto America First che, a distanza di un anno da quando fu proclamato, si sta imparando a conoscere: America First non significa isolazionismo bensì ridefinizione dello spazio strategico americano. Spazio strategico che anzitutto ha una definizione geografica: si estende nell’emisfero occidentale e quindi nel cortile di casa americano, ridefinendo così la dottrina Monroe del 1823 — ora soprannominata la “Donroe Doctrine” — che al tempo avvertiva l’Europa di stare fuori dal “cortile di casa” latino-americano. La strategia di sicurezza nazionale Usa del 2025 ha richiamato esplicitamente la dottrina partorita dall’allora segretario di Stato, John Quincy Adams, aggiungendo quello che è stato definito il “corollario Trump”: l’influenza americana sull’emisfero occidentale è direttamente proporzionata al controllo delle risorse naturali e alla sicurezza nazionale.

Un avvertimento a Cina e Russia

Data la definizione geografica, ecco spiccare i due principali obiettivi. Il primo, tutto diretto a Cina, Russia e relativi nemici: l’emisfero occidentale deve restare «libero da incursioni ostili o dalla proprietà straniera di asset fondamentali», recita sempre il documento sulla sicurezza nazionale pubblicato lo scorso novembre. Il secondo, con un forte richiamo ad Alexander Hamilton, primo segretario al Tesoro Usa nel 1789: «Gli Stati Uniti non devono mai dipendere da alcuna potenza esterna per componenti essenziali — dalle materie prime ai pezzi fino ai prodotti finiti — necessari alla difesa o all’economia della nazione». La tattica conferma la strategia: il cambiamento di priorità dell’amministrazione Trump è confermato dal fatto che oggi ben 12 navi da guerra – tra cui la portaerei USS Gerald R. Ford, la più avanzata al mondo – navigano nelle acque dei Caraibi e solo sei sono in Medio Oriente.

Quale rapporto con gli alleati europei e asiatici?

Tuttavia, tattica e strategia scoperchiano anche una seconda domanda: come cambia il rapporto degli Stati Uniti con i loro alleati? Interrogativo rivolto anzitutto al blocco atlantico e ai Paesi europei, con cui Trump sta alzando i toni da ultimo sulla questione della Groenlandia, ma anche a Paesi asiatici come Corea del Sud, Filippine, Giappone e Taiwan, abituati ad avere un occhio di riguardo da parte di Washington in base alla centralità dell’Indo-Pacifico. Se gli Usa si concentrano più sul loro emisfero, questi Paesi hanno gli strumenti diplomatici e strategici per poter pensare in modo più autonomo al loro spazio di influenza? E cosa significa ridefinire il proprio spazio di influenza, di fronte al cambiamento d’epoca che stiamo vivendo e a un mondo sempre più aggressivo? In base a quali obiettivi e a quali strumenti? Che tipo di rapporto promuovere con Washington?

Il fronte interno

La nuova logica geopolitica della Casa Bianca non ha ripercussioni solo sugli alleati. Anzi, se il fronte interno e quello esterno s’incrociano sempre di più, qui emerge un’altra domanda: questo nuovo assetto nella politica estera americana, esplicitamente teso non a un ordine mondiale di stampo Usa bensì al soddisfacimento degli interessi nazionali, sta piacendo ai cittadini statunitensi? Il 2026 sarà l’anno decisivo per capirlo perché tutti gli occhi sono fissati sulle elezioni di midterm. Secondo il quotidiano «The Wall Street Journal», il 45 per cento degli elettori approva l’operato del presidente, mentre il 54 per cento lo disapprova, un divario di nove punti, tre in più rispetto allo stesso sondaggio di luglio. Le cose non vanno meglio per i democratici: il 58 per cento degli elettori ha un’opinione sfavorevole verso il partito attualmente all’opposizione, contro il 39 per cento che ne ha una favorevole. Il 92 per cento di chi ha votato Trump nel 2024 oggi gli attribuisce un giudizio positivo sull’operato, compreso un 70 per cento che lo «approva fortemente». Circa la metà degli elettori afferma però che l’economia è peggiorata nell’ultimo anno, contro il 35 per cento che vede un miglioramento, uno scarto percentuale in costante aumento.

Lo stato dell'economia americana

Conviene soffermarsi su quest’ultimo dato. Esso conferma una discrepanza, ormai tipica, tra gli indicatori economici tradizionali – inflazione e crescita economica – relativamente positivi — e una percezione pubblica dell’economia alquanto negativa. In effetti, sul fronte economico il primo anno di Trump consegna un quadro meno fragile di quanto i critici temessero. Il pil Usa nel 2025 è cresciuto intorno al 2,5 per cento, i mercati finanziari restano forti, le banche segnano profitti record e l’inflazione, rientrata tra il 2,6 e il 2,7 per cento (lontana dal 2 per cento ma sotto il 3), non ha imboccato la spirale che i dazi avrebbero potuto innescare. I costi tariffari sono stati in larga parte assorbiti dai margini di profitto delle imprese, con un parziale trasferimento sui prezzi al consumo. In superficie, l’economia appare quindi sotto controllo ed è peraltro in attesa non solo dell’effetto espansivo del Big Beautiful Bill, bensì anche di ipotetici booster che Trump potrebbe lanciare in vista delle elezioni di novembre. Sullo sfondo, il dollaro resta la moneta di riferimento globale e non si registrano fughe dai Treasury. Anche se qui va subito messa una postilla: il rialzo dell’oro di oltre il 70 per cento, la crescente attrattività di argento e bitcoin e il calo relativo delle riserve globali in dollari indicano che una parte degli investitori sta progressivamente diversificando verso i beni rifugio, non per paura di una crisi imminente ma per coprirsi da una possibile lenta erosione di fiducia nel dollaro come bene pubblico globale.

Ombre su occupazione, migrazione e demografia

Sotto la cenere, dunque, il fuoco cova. Il ciclo economico americano è sempre più finanziarizzato e capital-intensive: intelligenza artificiale, data center, asset prices e credito abbondante sostengono la crescita, ma non la traducono in occupazione diffusa. Anzi, il mercato del lavoro statunitense sta rallentando in modo marcato: nel 2025 sono stati creati circa 584.000 posti, poco meno di 50.000 al mese, contro i 168.000 mensili del 2024, il peggior dato — fuori dalle recessioni — da oltre vent’anni. Il tasso di disoccupazione, seppur tornato ai livelli pre-covid, non esplode non solo perché l’offerta di lavoro si è contratta drasticamente, ma anche per almeno due fenomeni sociali paralleli. Il primo è demografico: le proiezioni del Congresso indicano che, con l’attuale tasso di fecondità ben sotto il livello di sostituzione (circa 1,6 figli per donna), la crescita naturale della popolazione si avvicinerà allo zero entro i prossimi decenni e potrebbe addirittura azzerarsi già nel 2030 se i decessi supereranno le nascite senza un’immigrazione significativa. Il secondo fenomeno è proprio migratorio: l’immigrazione negli Usa è crollata da circa 2,3 milioni a poco più di 400.000 persone, sottraendo fino a due milioni di potenziali lavoratori. Anche la promessa occupazionale dei dazi resta disattesa: la manifattura ristagna o arretra, trasporti e logistica rallentano, il reshoring spinge sì gli investimenti ma il non lavoro.

Se gli americani si sentono sfiduciati

Emerge così il quadro di un’economia che cresce in superficie ma che, in fondo, non riesce a iniettare fiducia e soddisfare il timore dei cittadini statunitensi di sentirsi meno ricchi e meno benestanti rispetto a prima. Anche perché, sebbene l’inflazione sia tornata intorno al 2,6–2,7 per cento nel 2025, quindi sotto controllo ma sopra il target della Fed, i prezzi al consumo restano elevati, con aumenti particolarmente marcati nel comparto abitativo e alimentare. Gli stipendi settimanali reali sono aumentati solo dello 0,8 per cento da dicembre 2024 a dicembre 2025 quando si corregge l’inflazione e, al di là delle medie, la crescita del reddito reale per molte fasce della popolazione è rimasta contenuta.

Le ripercussioni sui rapporti sociali

L’idea di non sentirsi adatti a vivere nell’attuale contesto economico può scatenare fenomeni antropologici e quindi sociologici come esclusione, isolamento e violenza. Negli Stati Uniti circa 1 adulto su 3 riferisce di sentirsi spesso solo, circa il 32 per cento dichiara una significativa mancanza di connessione sociale significativa, mentre una quota consistente della popolazione adulta (si oscilla, in base ai sondaggi, tra il 37 e il 40 per cento) riporta livelli moderati o gravi di solitudine. Qui ci si può ricollegare non solo al calo demografico e quindi anche alla crisi della famiglia — un fenomeno su cui negli Usa si sta sempre più discutendo — bensì anche ai possibili gesti di violenza. Se da un lato i dati mostrano che i morti per arma da fuoco e le sparatorie negli Usa nel 2025 sono calati, dall’altro i numeri restano altissimi, anche per la facilità di detenere un’arma: nel 2025 negli Stati Uniti circolavano oltre 390 milioni di armi, più di 120 ogni 100 abitanti, e le statistiche preliminari del Gun Violence Archive indicano che sono state registrate almeno circa 40.000 persone colpite da proiettili, con oltre 14.600 morti e circa 26.100 feriti. Il primo anno della seconda presidenza Trump è stato anche l’anno dell’uccisione dell’attivista politico Charlie Kirk, di un utilizzo più assertivo della Guardia nazionale — ormai schierata nelle principali città americane — e quindi di un fronte interno sempre più caldo. Che, in fondo, porta a una connessione ma anche a un’integrazione della domanda da cui si è partiti: gli Stati Uniti si fidano più o meno di loro stessi rispetto a prima?

Vatican News

domenica 18 gennaio 2026

IL SORRISO DI DIO

 In che modo Dio ci parla? Quali parole sono riconducibili al linguaggio quotidiano di Dio? 


Iniziamo un nuovo viaggio, all'insegna delle parole. E partiamo dal sorriso.


-di  Lidia Maggi e Angelo Reginato


Il sorriso dovrebbe comparire come ultima parola di un vocabolario biblico-teologico. Se non altro in base all'adagio popolare "ride bene chi ride ultimo"! Invece, questa parola "escatologica" fatica a trovare una sua collocazione tra chi prova a rendere ragione della speranza cristiana. Forse perché troppo poco solenne, sentita persino come disdicevole. 

Anche se non ha la sguaiatezza del ridere, né il cinismo del deridere, il sorridere al massimo suscita un ulteriore sorriso, che suona come un benevolo giudizio di irrilevanza. 

 Non fa parte delle grandi parole della fede; serve solo a non comparire sulla scena troppo tristi, per quanto la serietà della fede non scorga una vera e propria opposizione tra tristezza ed Evangelo. Solo questione di tatto e anche un inevitabile scendere a patti con un mondo poco serio, che cerca a tutti i costi la risata. 

 Sdoganiamo il sorriso come strategia pastorale, ingrediente oggi necessario per il marketing religioso; ma senza la pretesa di scorgervi scenari rivelativi, percorsi spirituali. Diciamo che si tratta di un compromesso tra il caso serio della fede e l'ironia postmoderna che ci ha stregati. Niente di più. Senonché, in lontananza, riusciamo ancora a sentire l'eco del "risus paschalis", di quella fragorosa risata che nel Medioevo cristiano accompagnava l'annuncio della resurrezione di Gesù. Un'eco percepibile solo tra i documenti che fanno memoria di quella stagione, prima che nei secoli successivi quella risata se l'accaparrasse Rabelais, per prendere in giro la presunta, spesso ipocrita, serietà cristiana. Eppure, quella sconveniente tradizione liturgica, che faceva del riso il protagonista della festa principale della cristianità, non nasceva da qualche mente corrotta: era frutto di una seria (!) meditazione delle Scritture. 

 Verso la Resurrezione 

 "Ride bene chi ride ultimo" è il titolo della storia di Abramo e Sara e del loro agognato e disperato desiderio di avere un figlio. Entrambi – non solo Sara – ridono di una promessa che appare ai loro occhi ridicola: concepire un figlio quando si è avanti negli anni, quando il tempo di generare è finito. Ma quando Isacco viene messo al mondo, a ridere è Dio. E se non limitiamo questa storia alla vicenda di una coppia sterile, che desidera un figlio e trova in Dio il fautore di un'inseminazione artificiale non ancora brevettata; se cogliamo la posta in gioco della narrazione dei patriarchi e delle matriarche d'Israele, tutti affetti da sterilità, soggetti di una commedia umana incapace di generare futuro e per questo afflitta da una tristezza mortale, che impedisce anche solo di scorgere un avvenire; se cioè ci misuriamo con la strategia narrativa dell'autore biblico, che racconta come "il futuro del mondo non possa nascere da un parto verginale della storia", di come sia necessario l'intervento divino per rendere generativa la nostra umanità sterile: allora intuiamo il peso di quella risata divina, che non è altro che un sorridere dell'incredulità umana, del suo attenersi allo stato di cose presente, incapace di volare alto, di sognare un mondo bello e buona, generativo, come invece compare nel desiderio di Dio, fin dal tempo della creazione del mondo. Il sorriso di Dio rimarrà iscritto nel nome stesso di Isacco e, dunque, anche in quello divino, essendo Lui il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Come dirà lo stesso Gesù, quella risata non sarà solo il titolo di un episodio del passato, che la storia successiva ha pensato bene di dimenticare. 

 Rifacendosi proprio a questo nome divino, in cui Dio lega la sua identità a quella dei patriarchi, ne spiega il senso in questi termini: è un Dio dei vivi, non dei morti. Isacco continua a vivere e a far udire il riso di Dio, perché la storia è destinata alla resurrezione. La nostra storia non è destinata a "scendere nella tomba", come osa dire il Salmo 29, che continua a cantare l'opera di Dio in questi termini: "Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia". Il libro dei Salmi, laddove è la Parola stessa di Dio a darci le parole per incontrarlo, accompagna costantemente il grido con il canto; e in questo contrappunto la gioia del sorriso riempie la scena. 

 Forza generativa 

 Ma che dire, allora, del monito di Gesù: "Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete"? La serietà dei tempi ultimi muterà in smorfia il sorriso? Il Dio di Gesù non è più il Dio di Isacco? Tutt'altro! Il sorriso di Dio si mostrerà più forte del riso dei potenti di questo mondo, che saranno rovesciati dai loro troni. Il sorriso divino non ha nulla di accondiscendente, non è l'espressione simpatica di chi pensa non vi sia alcun problema. Il suo è un sorriso sovversivo, di chi desidera ristabilire la giustizia e rendere di nuovo generativa una storia resa sterile dall'agire iniquo. 

 Secoli di cristianesimo "sacrificale" ci hanno privato della forza generativa del sorriso divino. Ora, per quel misterioso movimento a pendolo a cui sembra rispondere la nostra storia, un cristianesimo che propugna solo il benessere dell'anima rischia di farci perdere il mondo, privandoci della forza trasformativa della fede. Dunque, allegro ma non troppo? In un certo senso, sì, se il sorridere è pagato al prezzo di una levata di spalle di fronte alle ingiustizie che affliggono altri. Ma solo in questo senso. Perché l'allegria, il sorriso, una volta depurati dalle loro cattive interpretazioni, sono risorse divine. Sono il sì di Dio alla vita buona, a un mondo in cui finalmente la giustizia è ristabilita. È la forza di chi non ha potere eppure riesce a raggirare il potente, come Sifra e Pua, le levatrici che si fanno gioco di quel re che si crede Dio ed è convinto di avere controllo sulla vita e la morte dei suoi sudditi. È potente il faraone, così potente, da non riuscire a controllare quanto avviene nello spazio dove c'è meno potere: lo spazio delle donne. Da lì parte la cospirazione contro il faraone. I gemiti delle partorienti non si trasformano in pianto di cordoglio, ma in sorriso di vita. 

 Dal sorriso della puerpera a quello della profezia c'è una linea di continuità tracciata dal Dio della vita, Colui che non smette di insistere affinché l'umanità inizi a esistere. Come annunciano i profeti, si può sorridere solo di fronte a una vita vissuta in pienezza, a una storia riconciliata, poiché la gioia è il segno dei tempi ultimi, quando chi è muto, senza voce, griderà di gioia; quando l'afflizione si muterà in gioia. La parola biblica dà voce al canto e alla danza di gioia di uomini e donne che, insieme, si scoprono liberati dalle catene del faraone. Hanno attraversato le acque minacciose e sono scampati alla furia dell'esercito e, sull'altra sponda, prima di riprendere il cammino verso la libertà, celebrano quel Dio che li vuole liberi e che li accompagna nel viaggio. Allo stesso modo si sorride per quel sussulto di un bimbo nel grembo della madre alla voce del saluto della parente e per il cantico gioioso di Maria, che risponde all'accoglienza festosa di Elisabetta. E lo stupore che accomuna le due donne, trova voce in quel cantico che vede l'invisibile, un mondo che ancora non c'è eppure è già presente: "ha rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli umili". Il sorriso, in questa prospettiva, non allarga solo il viso, ma il cuore e lo sguardo, fino a vedere oltre e scorgere l'impossibile di Dio. 

 Valore politico 

 È la "gioia piena" promessa da Gesù a chi rimane unito a Lui e alla sua parola. Pensando all'annuncio del Regno fatto da Gesù, l'apostolo Paolo scrive: "Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo". Perché i cibi e le bevande possono essere consumati ingiustamente, ridendo di coloro a cui sono stati tolti. Ma se vivi la vita lasciandoti muovere dallo Spirito di Gesù, allora sarai abitato da quella gioia che desidera pace e giustizia per tutte e tutti. 

 Sorridere alla vita è gesto politico, della polis sognata da Dio e affidata all'umanità perché custodisca e coltivi questo sogno. 

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CHIAMAMI ADULTO

 



In Chiamami adulto, libro che conclude la trilogia iniziata nel 2021 con L’età tradita, Matteo Lancini esplora i molteplici contesti e le modalità in cui gli adolescenti costruiscono relazioni: dalla famiglia alla scuola, dagli ambienti digitali alle stanze di psicoterapia, dal gruppo dei pari al rapporto di coppia.

Partendo da alcuni spunti già introdotti in Sii te stesso a modo mio, come l’assenza di prospettive future e la fragilità adulta che spesso ostacola un dialogo autentico, l’autore scava in profondità, rivelando che cosa serve davvero per avvicinarsi ai giovani: l’ascolto e una presenza empatica.

Attraverso esempi concreti, storie personali e riflessioni incisive, il libro offre a genitori, insegnanti e psicologi gli strumenti per superare l’urgenza del fare e per imparare finalmente a stare nella relazione, aiutando i ragazzi a non sentirsi più soli in mezzo agli altri, ma compresi e sostenuti.

 

Biografia dell'autore

Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, è presidente della fondazione Minotauro di Milano. Insegna presso il dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e presso la facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica di Milano. Nelle nostre edizioni ha pubblicato Giovane adulto (con F. Madeddu, 2014), L’adolescente (con L. Cirillo, T. Scodeggio, T. Zanella, 2020), L'età tradita (2021), Sii te stesso a modo mio (2023) e Chiamami adulto (2025), e ha curato Il ritiro sociale negli adolescenti (2019).


 

sabato 17 gennaio 2026

ECCO L'AGNELLO DI DIO

 

-GESU',  

L'AGNELLO,

 IL SERVO-



18 gennaio 2026

II Domenica del tempo ordinario   - Giovanni 1,29-34 (Is 49,3.5-6 – 1Cor 1,1-3)

In quel tempo, Giovanni, 29vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».

32Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: «Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo». 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».


Commento di di sorella Ilaria

Dopo aver contemplato domenica scorsa il battesimo di Gesù, oggi il vangelo ci invita a sostare sulla testimonianza che Giovanni Battista dà a Gesù, colui che egli non voleva battezzare ma insieme al quale fece obbedienza per “adempiere ogni giustizia” (Mt 3,14-15).

Giovanni e Gesù sono legati da uno stretto rapporto fin dal grembo delle loro madri, eppure qui Giovanni dice per due volte: “Io non lo conoscevo”, esprimendo una verità fondamentale per ciascuno di noi: il mistero che abita le profondità di coloro che ci stanno accanto non è conoscibile se non facendo obbedienza alla propria e altrui vocazione. Per penetrarlo, almeno un poco, occorre avere uno sguardo contemplativo, capace cioè di vedere ciò che lo Spirito opera nelle loro vite. Giovanni sapeva di non essere lui il Cristo, sapeva di essere stato inviato a battezzare perché Gesù venisse manifestato a Israele, sapeva che il suo compito era quello di preparare un popolo ben disposto, di essere voce che annuncia la venuta del Messia, del Signore atteso e invocato.

Giovanni sapeva che la sua vocazione di profeta e battezzatore era aperta sulla vocazione di un altro, che sarebbe venuto dopo di lui ma che in realtà era prima di lui: qui c’è chiaramente l’eco del solenne prologo che apre il vangelo di Giovanni: “In principio era la Parola” (Gv 1,1) e nel quale troviamo già la testimonianza di Giovanni formulata con le stesse parole del nostro brano evangelico: “Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me”. I tempi di Dio non sono i nostri tempi e colui che, secondo i tempi degli uomini, viene cronologicamente dopo, in realtà nel disegno di salvezza di Dio, secondo l’eternità del suo essere, è prima perché è fin da principio presso Dio (Gv 1,1-2).

Giovanni arriva a riconoscere Gesù come Figlio di Dio, come Agnello che toglie il peccato del mondo, grazie alla sua obbedienza alla vocazione ricevuta dal Signore che lo chiama a essere profeta e battezzatore, e grazie anche alla sua capacità di discernere l’agire dello Spirito nella vita dell’altro, nella vita di Gesù: “Ho contemplato lo Spirito discendere come colomba dal cielo e rimanere su di lui”: qui ricorre per la prima volta nel vangelo di Giovanni il verbo rimanere, verbo tanto significativo e tanto caro a Giovanni, verbo che percorre tutto il suo vangelo come un filo rosso, verbo che dice una caratteristica essenziale della sequela, il rimanere nell’amore di Cristo, il rimanere in lui e con lui. Ma qui esprime la ragione, il perché di questa necessità dei discepoli di rimanere, di dimorare con Gesù, dice che essi devono dimorare in Lui perché lui è il Cristo, l’Agnello di Dio, il Figlio di Dio , colui sul quale e nel quale rimane permanentemente lo Spirito e per questo può battezzare a sua volta nello Spirito.

Gesù generato per opera dello Spirito potrà donare a sua volta lo Spirito, e questo lo farà soprattutto sulla croce, come estremo atto d’amore che compie il disegno di salvezza del Padre: “Dopo aver preso l’aceto Gesù disse: ‘Tutto è compiuto’ e chinato il capo effuse lo spirito” (Gv 19,20). Per questo Gesù è l’agnello di Dio e il Figlio di Dio.

L’immagine dell’agnello evoca la figura del servo del capitolo 53 di Isaia, dove il servo del Signore viene descritto proprio come un agnello condotto al macello (Is 53,6), lui che porta la salvezza addossandosi il peso delle nostre iniquità (cf. Is 53,10-11). Ma ci rimanda anche al secondo canto del servo da cui è tratta la prima lettura: “Mio servo sei tu”, un servo che dona la salvezza non solo a Israele ma a tutti i popoli; “Ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino alle estremità della terra” (Is 49,6). In Gesù questi tratti del servo si sono concretizzati, in lui che “ha riconciliato con Dio gli uni e gli altri, in un solo corpo, attraverso la croce, uccidendo su di essa l’inimicizia” secondo le parole dell’inno cristologico della Lettera ai cristiani di Efeso (Ef 2,16) e può compiere tutto questo perché su di lui dimora lo Spirito, caratteristica, anche questa, del servo del Signore secondo Isaia 42,1: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui”.

Gesù è il servo e l’eletto (secondo alcune versioni del testo di Giovanni al posto dell’espressione “Figlio di Dio” c’è proprio l’espressione “l’eletto di Dio”), colui su cui scende e dimora lo Spirito e grazie a questo egli viene a portare la salvezza a ogni carne, prendendo su di sé il peso dei nostri peccati e donandoci la sua luce affinché anche noi, come Giovanni Battista, possiamo vedere, riconoscere e rendere testimonianza a Gesù, il Figlio di Dio, l’eletto amato dal Padre, l’Agnello di Dio, il Salvatore del mondo.


Monastero di Bose 

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EDUCARE OGGI

 


"Educare oggi: possibile?"



“I giovani,  questi (s)conosciuti”


Massimo Recalcati

Cerco di porre problemi intorno al tema dell’educazione, problemi che affronto sia come padre sia come insegnante sia come psicoanalista, offrendo molto ascolto ai genitori. Freud sosteneva che educare è un mestiere impossibile. In altre parole: la brutta notizia che dava Freud è che fare il genitore comporta lo sbagliare e può essere paragonato al condurre una barca in mare aperto, tra tante difficoltà e rischi. La buona notizia, però, è che i migliori tra gli educatori o genitori sono coloro che sono consapevoli delle proprie insufficienze e mancanze. I peggiori genitori sono quelli che pretendono di essere “migliori” o esemplari, persone che schiacciano la vita dei figli, che pretendono di insegnare come vivere, di spiegare cosa è la vita. Diversa è la testimonianza, la quale non pretende di essere esemplare e della quale i figli hanno realmente bisogno. Questi infatti hanno bisogno di incontrare qualcuno/a che testimoni loro che la vita ha un senso, e lo faccia attraverso le azioni (ad esempio, come amare, come escludere la violenza). Chiunque può essere testimone, non esiste un “testimone di professione”: anche un peccatore lo può essere! 

Evidenzio due imposture fondamentali del nostro tempo sull’educazione. 

1. Pensare di poter ridurre il problema dell’educazione (che è umanizzazione) al rispetto delle regole. 

Tutti ne parlano con abbondanza, in campo psicologico o pedagogico, come se la vita di un figlio fosse quella di un cavallo. Il fatto è che le regole devono essere uguali per tutti, mentre i figli sono diversi, ed amano in modo diverso. 

Occorre tenere sempre conto del nome, della singolarità di ogni persona. Certo, una quota di regole è necessaria (ad esempio, quelle che regolamentano la circolazione stradale), ma bisogna ricordare che ogni insistenza genera resistenza, come dimostrano tanti disturbi comportamentali o alimentari dei nostri giorni. Le regole devono essere poche e l’educazione non deve essere confusa con la regolazione. 

Inoltre bisogna ricordare che c’è differenza fra la regola e la legge: più si perde il senso della legge, più si moltiplicano le regole, ossia gli impedimenti esterni che implicano una sanzione in caso di trasgressione. L’eredità biblica che abbiamo alle spalle ben chiarisce il senso della legge: ciò che le da’ valore non è che essa sia scritta su tavole di pietra, ma che sia scritta sulla “carne del cuore” (secondo la felice espressione del profeta Ezechiele), ossia che sia interiorizzata in profondità. Cosa scrivere allora nel cuore di un figlio? L’esperienza del “non-tutto”: io non posso avere, essere, sapere, godere il tutto. La grande tentazione, narrata nel linguaggio mitico nel capitolo 3 del Genesi, è quando l’uomo si pensa come un dio, quando sperimenta questo delirio. 

Occorre allora scrivere nella carne del figlio la legge per cui non tutto è possibile, diversamente da come propagandano tanti slogan della società dei consumi. Inoltre, occorre sostituire alla severità spietata della legge il valore generativo della testimonianza, altrimenti rischiamo di rimpiangere un passato che non deve e non può tornare. Si deve quindi arrivare alla testimonianza della legge, e questa passa attraverso la forza e la credibilità della parola. 

Un insegnante è convincente perché e quando porta in sé e nel proprio agire il “fuoco”. La vita non è una scala che va dal basso verso l’alto, ma un percorso tortuoso, fatto soprattutto di incontri con persone che hanno un desiderio “deciso”, e costoro sono il vero fuoco. Siamo abituati a pensare moralisticamente che il desiderio e il dovere siano termini contrapposti, ed invece Gesù per primo mostra che il primo dovere è rendere la propria vita viva, ricca (cfr. Recalcati, La legge del desiderio, Einaudi). Il desiderio è la forma più alta del dovere, e trasmettere questo è il vero compito dell’educazione. 

2. La seconda impostura è quella del dialogo. 

Gesù dava dei “colpi”, non dialogava, perché il dialogo non lascia il marchio del fuoco. La vera eredità è proprio il fuoco che l’altro ci lascia. Anche una lettura può generare in noi il fuoco, così come un incontro, che diventa così per noi “grazia”. Constato invece una retorica imperante sul dialogo, laddove occorre maggiormente seminare atti di testimonianza, manifestare fede/fiducia nell’altro, come può essere il figlio, anche quando questi inciampa. 

Attenzione: quando inciampa, non nonostante inciampi. Aver fede è l’opposto che proiettare sull’altro i propri sogni: ne da’ una plastica rappresentazione la parabola del figliol prodigo o del padre misericordioso

Nel percorso educativo occorre calibrare bene i passaggi dall’ “eccomi” (che va bene quando il figlio è piccolo) al “vai” (quando passa all’adolescenza). La depressione coincide con la fatica del desiderare, e preoccupa che oggi tanti giovani vivano questo problema. 

Ciò dipende forse anche dal fatto che la società in cui siamo immersi è radicalmente negativa, in quanto mira a generare dipendenze dagli oggetti, come quella dallo smartphone. La promessa capitalistica è che la salvezza consista nel possesso dell’oggetto, ma questo è sempre “altro” rispetto a ciò che si ha e ne nasce una perpetua insoddisfazione (cosa che tocca anche i legami tra le persone, non solo il rapporto con le cose). 

Educare, in questo senso, consiste nel trasmettere il senso del desiderio – che non coincide mai con il possesso – e il valore della durata. (relazione non rivista dall’autore)

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IL RISCHIO DELLA PAURA

 

Una ragazza piangedopo aver deposto le loro candele nel punto in cui vengono portati fiori e lumini vicino al bar Le Constellation

Dopo la tragedia

 di Crans-Montana: 

«Cari genitori,
 
non abbiate paura della vita»


La tragedia di Crans-Montana rischia di spingerci, come genitori, in una paura di dimensioni tali da farci credere che l’unico modo per proteggere i nostri figli sia limitarne le uscite. 

Alberto Pellai: «Diventare grande è esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontarlo»


di Sara De Carli

 Una traumatizzazione collettiva in diretta, enorme. In cui morte e adolescenza – due termini che raramente stanno vicini – si sono saldati entro quella che è stata una tragedia generazionale. La strage di Crans-Montana, dove sono morti 40 ragazzi, di cui sei italiani e altri 121 sono stati feriti, ci riguarda da vicino: anche se quei ragazzi non li conoscevamo. Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, nei giorni scorsi ha scritto che «la strage di Crans-Montana rischia di farci precipitare in un’ansia collettiva, in una paura genitoriale di proporzioni tali da spingerci a credere che l’unico modo per proteggere la vita dei figli diventa limitarne al massimo le uscite nel mondo. Invece, l’unica cosa che ai nostri figli serve veramente è non smettere mai – noi adulti – di augurare loro di non avere paura della vita, anche quando la vita si fa spaventante. Perché l’unico modo per affrontare la paura è attraversarla con il coraggio di andare incontro ad un ignoto che non sai che cosa ha dentro». Pellai nei suoi scritti parla spesso di un “allenamento alla vita” e di una crescita in cui la vita si impara passo dopo passo, affrontando le sfide e imparando a gestire il “guado” e l’ignoto.

Qual è il rischio che vede, dopo il dolore e il senso di immedesimazione che tutti abbiamo vissuto verso queste famiglie?

È una tragedia che ha generato una enorme traumatizzazione collettiva in diretta, molto simile a quel che è accaduto con le torri gemelle: per giorni abbiamo assistito impotenti a un evento terribile, su cui non abbiamo controllo, ci siamo identificati con le famiglie, abbiamo percepito un dolore enorme associato a una paura gigantesca. Tutto ciò che è imprevedibile nei genitori risuona e dà forma alla domanda “E adesso come lo proteggo mio figlio?”. Si tratta di una domanda fondamentale per un genitore, che ovviamente deve proteggere il figlio: ma se la abbiniamo ad una emozione divorante, usando questa emozione come filtro per le scelte del nostro progetto educativo, diventa un problema. Diventiamo impotenti, paralizzati e rendiamo impotenti e paralizzati anche i nostri figli. Rischiamo di concepire il mondo fuori come pieno di pericoli e a quel punto implicitamente o esplicitamente diciamo di non uscire fuori nel mondo, perché uscire vuol dire esporsi a pericoli di difficile controllo. Un’ora dopo aver scritto quell’articolo su Famiglia Cristiana, per dire, ho ricevuto il messaggio di una mamma che raccontava che suo figlio era appena andato al cinema, ma che prima di farlo uscire gli aveva fatto una serie di domande per verificare se sapeva come comportarsi nel caso in cui fosse scoppiato un incendio… Si rendeva conto di aver caricato il figlio di ansia. Non è sbagliato spiegare a un figlio come gestire un’emergenza: è sbagliato riversargli addosso, ogni volta che esce nel mondo, una paura che io genitore non so come gestire. “Uscire” fuori serve a esplorare il nuovo e l’ignoto, facendo i conti con la paura e la sorpresa. Ma se il mondo fuori è percepito e presentato come una trincea, l’assetto in cui muoversi diventa quello difensivo anziché quello esplorativo: un figlio a quel punto tenderà a fare sempre meno cose “fuori” e a rimanere nella comfort zone.

Che siamo una generazione di genitori tentati dall’iperprotezione non è una novità… aiutati anche dalla tecnologia.

È il tema grande della genitorialità del terzo millennio: l’iperprotezione, il controllo continuo, la geolocalizzazione dei figli. La tecnologia digitale ha fatto sì che il genitore di oggi pretenda che le uscite nel mondo dei figli adolescenti siano a rischio zero per i figli e ansia zero per sé. Ma questo non è possibile, significa pretendere di ribaltare il concetto di crescita. Inseguiamo il concetto di una crescita con ogni rischio previsto, gestito e prevenuto ma diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire. È chiaro che l’uscita nel “fuori” non deve essere un azzardo: bisogna avere una buona mappa dei rischi fase specifici che il figlio può affrontare.

Diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire

Quali strategie concrete possono aiutare noi genitori a gestire questa ansia, senza limitare eccessivamente la libertà dei figli?

Da una parte sapere che il livello di protezione che diamo ai nostri figli quando hanno 9 anni non è la stessa che dobbiamo dargli a 13 anni o a 19 anni: ci sono invece genitori geolocalizzatori nei confronti di figli universitari, che vivono a centinaia di km da casa. Il secondo tema è lavorare molto sulla dinamica della coppia: quando non c’erano gli strumenti digitali, di solito, quando un figlio usciva la sera c’era un genitore che stava in ansia e restava sveglio sul divano, ma l’altro dormiva. Uno dei due testimoniava che era possibile restare tranquilli. Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia.

Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia

In questi giorni abbiamo letto tante critiche ai comportamenti dei ragazzi, mentre è connaturale negli adolescenti non avere contezza del rischio: come mediare?

Molte delle cose che state scritte, dimostrano una gigantesca mancanza di empatia sui social. Detto questo, io penso che i ragazzi oggi siano poco allenati al principio di realtà. Questa permanenza enorme nel virtuale, che rende tutto apparentemente finto, ha disallenato la capacità di abitare la vita con uno sguardo attento e competente. La percezione del rischio è un passaggio fondamentale dalla prevenzione e il mondo adulto deve dotare i ragazzi di questa percezione. È anche vero, però, che non è un compito degli adolescenti percepire il rischio in un locale pubblico, dove paghi un biglietto per entrare: garantire la sicurezza, lì, toccava ad altri.

In questo momento di grande paura e incertezza, quale messaggio dare ai genitori che temono di non riuscire a proteggere i propri figli da tutto?

Lo dico da genitore di quattro figli: sento un dolore enorme per una tragedia che era prevenibile, ma questo non cambia di un centimetro il copione di come regolo l’autonomia dei miei figli, pur sapendo che ogni volta che escono di casa non ho nessuna garanzia che torneranno vivi. Tutto ciò che ritengo adeguato per il loro sviluppo e la loro crescita, continueranno ad avere il diritto di farlo.

E agli insegnanti e agli educatori, al di là del minuto di silenzio chiesto dal ministro Valditara?

Invito a lasciare uno spazio di decantazione dei vissuti emotivi: cosa hanno percepito, da quali emozioni sono abitati, cosa vuol dire fare memoria di un ragazzo che non c’è più. Farli lavorare sulle potenziali conseguenze che un fatto del genere può avere sulle loro vite, smantellare l’effetto di traumatizzazione indiretta, che non deve diventare un blocco nella loro fiducia nella vita, nell’uscire.

Paura e blocco: crede che questo sia un rischio concreto per i nostri figli, oltre che per noi genitori?

L’ansia e la depressione sono tratti molto frequenti negli adolescenti, molto più che in passato, anche per via del fatto che tutti noi siamo immersi in una narrazione quotidiana catastrofica. Ma questo evento tragico è stata la narrazione continuativa per giorni: è ovvio che sia entrato nel nostro qui e ora e abbia turbato tantissimo i ragazzi, anche perché ha parlato in modo massiccio di morte e di morte generazionale, mentre morte e adolescenza solitamente non stanno in associazione.

Foto di Marco Alpozzi /LaPresse

VITA

 

VOCI LIBERE

 

Roma, arte e lezioni

 sui media a scuola

 per prevenire

la discriminazione di genere

Una fondazione nazionale, Mus-e, e una realtà capitolina, Fondazione Media Literacy, insieme per insegnare a 130 adolescenti il rispetto e l'inclusione. Al via "Voci libere", una buona pratica contro la povertà educativa, finanziata da Roma Capitale


di Giampaolo Cerri


Far riflettere a scuola sulla parità di genere si può fare in molti modi ed è già positivo che si faccia. Spesso, se lo si fa, si ricorre al più classico dei modi ossia l’educazione frontale: l’insegnante affronta il tema, ne parla, spiega, interagisce con la classe.

Grazie alla filantropia, si vanno facendo strada anche altre modalità.

Ne arriva, in questi giorni, una testimonianza da Roma, nel XIII Municipio, che sta nel quadrante ovest del Urbe, dai quartieri Aurelio e Boccea a uscire, verso la costa. Lo stesso municipio ha selezionato infatti un progetto di Fondazione Media Literacy con Fondazione Mus-e Italia, Voci libereche coinvolgerà sette classi della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto comprensivo Maria Capozzi di Roma, per un totale di oltre 130 studenti e studentesse, insieme a 12 docenti e 130 famiglie, «con l’obiettivo», spiegano le due fondazioni, «di promuovere relazioni consapevoli, inclusive e rispettose e di prevenire stereotipi, discriminazioni e dinamiche di violenza fin dalla prima adolescenza». Voci libere è pronto a partire.

Dalla danza allo storytelling per carpire le differenze

Succederà che, attraverso teatro, danza, storytelling, riscrittura delle fiabe e percorsi dedicati alle biografie femminili, i laboratori artistici, condotti in classe dalle artiste professioniste di Mus-e, offriranno a ragazzi e ragazze uno spazio di espressione, confronto e riflessione sui temi dell’identità, delle emozioni, delle relazioni e della parità di genere.

A questi si affiancherà un percorso di educazione ai media, curato da Fondazione Media Literacy, che porterà studenti e studentesse a sviluppare uno sguardo critico sui modelli culturali e comunicativi e a sperimentare direttamente strumenti di narrazione contemporanea.

«Sensibilizzare e coinvolgere i giovanissimi sulle tematiche di parità di genere e contrasto alla violenza sulle donne attraverso linguaggi artistici, espressivi e creativi», è infatti l’obiettivo del progetto educativo, avviato dall’associazione temporanea di scopo Mediamuse, costituita appunto da Fondazione Media Literacy con Fondazione Mus-e Italia e finanziato da Roma Capitale – Dipartimento Scuola, lavoro e formazione professionale, nell’ambito dell’avviso pubblico “per la promozione dell’educazione alla parità tra i generi e la prevenzione e il contrasto della violenza e delle discriminazioni di genere” nelle scuole secondarie di primo grado del territorio.

«Elemento distintivo del progetto», spiegano le due fondazioni, «sarà infatti la realizzazione di podcast originali, ideati e prodotti con il supporto di giornalisti ed educatori. I podcast diventeranno uno strumento di restituzione e disseminazione del percorso, dando voce ai ragazzi e alle ragazze e contribuendo a diffondere una cultura del rispetto e dell’inclusione anche oltre il contesto scolastico».

A mettersi insieme sono infatti l’esperienza di Fondazione Media Literacy, attiva nella Capitale «nel campo dell’educazione ai media e al loro uso consapevole» e quella di Fondazione Mus-e Italia «per il contrasto della povertà educativa attraverso il linguaggio universale dell’arte».

Voci Libere, assicurano gli organizzatori, si caratterizzerà «per un approccio educativo innovativo, incentrato su metodologie didattiche non convenzionali, che coinvolgono attivamente studenti e studentesse nel processo di apprendimento e li rendono protagonisti del percorso di sensibilizzazione».

Creatività ed educazione al linguaggio

Lo sottolinea Lidia Gattina, giornalista, segretaria generale di Fondazione Media Literacy«L’educazione al linguaggio e ai media è uno strumento fondamentale per contrastare stereotipi e discriminazioni fin dalla giovane etàLa nostra esperienza, maturata negli anni nell’ambito dell’inclusione e della parità di genere, ci insegna che sviluppare consapevolezza critica significa anche promuovere una cultura inclusiva, capace di riconoscere e rispettare le differenze».

Le fa eco Laura Avagnina, coordinatrice di Fondazione Mus-e Italia a Roma: «I linguaggi artistici», spiega, «rappresentano uno strumento educativo privilegiato per favorire lo sviluppo di competenze fondamentali come empatia, resilienza, creatività, libera espressione, autostima e rispetto reciproco. Attraverso Voci Libere, le artiste di Mus-e accompagnano ragazze e ragazzi in un percorso che li valorizza nella loro unicità, al di là di ogni forma di discriminazione o pregiudizio, compreso quello di genere, incoraggiando l’espressione artistica come spazio libero da stereotipi e barriere culturali, capace di promuovere relazioni più consapevoli, inclusive e rispettose»

La scuola: «Insegnare il rispetto di genere»

Soddisfatta anche la scuola: «L’Istituto», conferma  Carla Felli, dirigente scolastica dell’I.c Capozzi, «ha colto immediatamente l’opportunità preziosa e destinato il progetto Voci Libere alle classi seconde della scuola secondaria di primo grado perché le alunne e gli alunni di 12/13 anni in fase di preadolescenza sono proprio nel giusto momento evolutivo per avere una formazione trasversale significativa sul rispetto di genere». Aggiungela dirigente, che «la società, il mondo che abitano deve essere decodificato per loro nei significati profondi ed è la scuola che deve fornire gli strumenti adeguati anche e soprattutto attraverso i linguaggi artistici del fare e non solo del sapere, proprio per arrivare ad un’interiorizzazione profonda dei principi di rispetto e inclusione».

Docenti e famiglia nel progetto

Il progetto, sottolineano gli organizzatori, «attribuisce un ruolo centrale anche al coinvolgimento del personale docente e delle famiglie, considerate parte integrante della comunità educante, attraverso momenti di formazione, informazione e restituzione condivisa territoriale, per presentare gli esiti del progetto e i contenuti realizzati dagli studenti».

l percorso si concluderà ad aprile, con un evento pubblico finale, aperto alla comunità scolastica e alla cittadinanza.

 VITA