essere irrilevanti
è una fortuna»
«La fortuna di
essere irrilevanti - Trasformazioni strutturali di una Chiesa dalla quale
nessuno o quasi si aspetta più nulla» (Edizioni San Paolo, pp. 176, euro 18) è
il titolo del nuovo libro di don Armando Matteo dedicato al rischio attuale
dell’irrilevanza del cristianesimo. Un contesto che può essere l’occasione per
mettere mano e cuore a quelle trasformazioni strutturali che possono rivelarsi
necessarie. Dal ripensamento dei sacramenti dell’iniziazione cristiana
all’abbandono della pastorale della consolazione.
La riflessione di un
sacerdote sulla perdita di presa ecclesiale. Quando non si riesce più a
trasmettere il “fuoco” alle nuove generazioni, gli adulti sono distanti e la
catechesi è inefficace si impone una svolta. Da leggere come occasione di
libertà
Il “fuoco” di Gesù Cristo
che dovrebbe animare la presenza in chiesa fatica ad accendere le nuove
generazioni.
Per onorare la
responsabilità che, come credenti, ci compete, quella di tenere acceso a
disposizione di chiunque il fuoco di amore e di misericordia che Gesù è venuto
a gettare sulla terra, ci serve tutta la sincerità di cui siamo capaci per
dirci quello che è ora di dirci. Questa Chiesa così com’è, almeno in Occidente,
quel fuoco, non riesce più a trasmetterlo alle generazioni che ora vengono al
mondo. Di più, forse è il momento di riconoscere che non esiste al mondo
“fabbrica di ateismo” più efficiente di ciò che ci ostiniamo a chiamare
“catechismo per la Prima Comunione”. Altro che scuole di partito, altro che
libri di scienziati e matematici più o meno miscredenti! Qui, grazie a questi
incontri di catechesi, piccoli atei e piccole atee si formano a miriadi e sotto
i nostri occhi e con il nostro beneplacito! Ma non c’è solo questo da dirci
oggi, dopo che la grande onda della sinodalità sulla sinodalità sembra sia
giunta ad un punto di meritato risposo, avendo mostrato le sue reali e non
risolutive misure e risorse; e dopo che il Giubileo ci ha dato un’altra
illusione che ancora tanta gente in Chiesa ci va… e ci va, infatti, per farsi
un selfie con il piede piallato di San Pietro sullo sfondo!
Fuoco spento
La Chiesa così com’è,
almeno in Occidente, non ha più fuoco dentro di sé. Semplicemente non attira,
non attrae, non illumina, non riscalda, non trasfigura. In una parola: non
interessa. Nessuno o quasi si aspetta più nulla da lei. È semplicemente irrilevante.
Ed è irrilevante, perché continua a parlare di quel fuoco che è l’amore di Dio
rivelato da Gesù in un modo che non potrà mai e poi mai toccare il cuore di
chi, quel parlare, ascolta. E qui sono gli adulti e le adulte che ci chiamano
in causa. Loro che sono i grandi lontani dall’esperienza del credere cristiano.
Quella fede che avevano pure accolto nel tempo della loro infanzia e
fanciullezza è scivolata via, senza rumore, senza clamore, perduta come una
chiave che si dimentica per non venire più semplicemente utilizzata. Ma se è
vero, ed è vero, che è proprio per gli adulti e le adulte che è diventato
irrilevante la parola della Chiesa, e tramite questa quella del Vangelo, lo
vogliamo capire o no che “il cristianesimo domestico” è entrato definitivamente
in crisi e che sulla trasmissione generazionale della fede è calato il sipario?
Eppure, sento già chi lo
sussurra in ultima fila, le nostre Messe non sperimentano il vuoto. C’è ancora
tanta gente. Certo: tante nonne e tanti nonni. Settantenni attivi, disposti
pure a servire all’altare! Ma oltre all’interesse primario nella partecipazione
alla vita della Chiesa con l’esercizio della fede, la mia impressione è che per
loro ci sia anche quello di andare in parrocchia o di frequentare questo o quel
movimento ecclesiale per essere parte e contribuire alle centinaia di attività
di volontariato che ogni Caritas parrocchiale e anche le associazioni e i
movimenti cattolici mettono all’opera. Senza dimenticare ovviamente
l’irresistibile tentazione di far parte del coro parrocchiale! Vista la cosa
così, in controluce, in verità, prende forma una sorta di “sostegno”, rivolto a
coloro che danno sostegno alle benemerite attività ecclesiali: il sostegno di
potersi sentire ancora utili, attivi, produttivi.
«Ma non ci sono pure i
ricomincianti?», qualcuno sussurra dalla penultima fila. Si parla di grandi
cifre, di strabilianti celebrazioni pasquali con centinaia se non migliaia di
adulti o giovani adulti che si accostano per la prima volta o si riaccostano,
dopo tanto tempo, a Dio, a Gesù, al Vangelo, alla fede. È un fenomeno nuovo che
merita ancora tempo per una completa decifrazione. Resta vero, in ogni caso,
che questi “lontani” che ricominciano sono in tanti casi provenienti o
originari da terre che non hanno neppure lontanamente avvertito l’eco di quel
vento che si chiama “cambiamento d’epoca”. Ed ecco il punto.
Il cambiamento d’epoca
Non ci aveva qualcuno già
detto che ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi non è semplicemente un mondo
che cambia o un’altra epoca di cambiamenti quanto piuttosto un cambiamento
d’epoca, un mondo già radicalmente cambiato al quale ci tocca annunciare la
gioia del Vangelo? E non ci aveva pure detto che, per annunciare a questo mondo
cambiato quella gioia, c’era da trasformare tutto ciò che c’era da trasformare
nella pastorale ereditata e nelle relative strutture e che alla fine dei conti
c’era tutto da trasformare in quella pastorale e in quelle strutture? Ma
andiamo avanti e chiediamoci: di cosa vive una Chiesa, quando non tiene acceso
a disposizione di chiunque quel fuoco che Gesù ha acceso? Quel che succede è
semplice a dire: le nostre comunità e tanti nostri movimenti vivono
stancamente, tristemente, in una condizione di semi depressione, in una
infinita quaresima, afflitti da quel terribile morbo che già Nietzsche definiva
come “monotono teismo”. Resta qui e lì qualche guru cattolico che ancora
attira. Ma a sé. Non alla Chiesa.
Sopravvivere
Lo so da me: non è facile
sopravvivere nella Chiesa mentre la Chiesa vive questa stagione
dell’irrilevanza. Ferisce, dispiace, ci provoca risentimento, si cercano di
continuo argomenti di distrazione di massa (cosa ci inventeremo ora che abbiamo
percorso ogni cammino e ogni strada della sinodalità?), ci si sfida a colpi di
latinorum, si ruba infine a mani basse personale ecclesiastico alle Chiese più
giovani, si disperdono energie in post e commenti ai post su blog variamente
allestiti. Non è proprio una bella fine! E invece iniziassimo a vedere e a
vivere diversamente la stagione dell’irrilevanza che ora tocca alla Chiesa che
opera a stento nell’Occidente? Proprio la mia esperienza personale mi ha
consegnato la considerazione per la quale, quando si diventa irrilevanti, si
acquista una speciale forma di libertà. La libertà di poter non solo pensare
secondo la propria testa ma anche dire pubblicamente e di agire
conseguentemente a ciò che uno ha avuto la libertà di pensare secondo la
propria testa. Insomma, quando si è irrilevanti, si accede alla libertà di
poter deludere e al coraggio di accettare anche con umiltà e docilità le
trasformazioni che la vita ci chiede, in ragione stessa della sua vivibilità.
Libertà e coraggio
E sono, proprio, questa
libertà e questo coraggio che ci servono come credenti: la libertà di poter
pensare al cristianesimo del futuro secondo quella che è la ragione stessa del
suo essere al mondo: ovvero in ragione del suo impegno costante a creare le
condizioni affinché gli uomini e le donne di questo tempo possano incontrarsi
con Gesù ed essere condotti a riconoscere in lui le istruzioni infallibili per
una vita umana degna del nostro desiderio! E ci servono il coraggio e l’umiltà
di accettare che alla Chiesa servono trasformazioni strutturali enormi, in modo
particolare a livello di parrocchia. Si tratta di trasformazioni che vanno
dalla ristrutturazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana (è tempo di
dare vita a un catechismo per i genitori che chiedono il catechismo per i
propri figli) a una rinnovata diminuzione e distribuzione delle parrocchie e
delle diocesi, da un deciso investimento circa l’educazione del sentimento
religioso della popolazione adulta sino a una radicale pulizia della festa della
domenica. E ancora di più si tratta di spostare la proposta della fede
cristiana dall’asse della consolazione a quello dell’umanizzazione, dall’asse
del lutto a quello della gioia di dare gioia, dall’asse del sacrificio per il
sacrificio a quello di un amore che sa vedere e compromettersi, dall’asse
dell’attesa paziente nella valle di lacrime a quello dell’abitazione di mondo
incredibilmente sovrabbondante, dall’asse di una morale spesso fondata sui
sensi di colpa all’asse di un orientamento etico in grado di contenere con
umiltà e mitezza gli eccessi di libertà, possibilità e godimento oggi
oggettivamente a disposizione del cittadino medio occidentale.
Vivere e proporre
Insomma, quel che ci
tocca è il compito di dare vita ad un modo diverso di vivere e di proporre la
fede in Gesù e nel suo Vangelo capace di toccare il cuore degli uomini e delle
donne di oggi. Ed è proprio qui che si illumina la fortuna dell’essere irrilevanti.
Oggi che nessuno si aspetta quasi più nulla dalla Chiesa, è la Chiesa che non
aspetta più per cambiare e tornare ad essere quel che semplicemente deve
essere: luogo in cui chiunque possa incontrarsi e innamorarsi di Gesù e del suo
Vangelo.
Armando Matteo, La fortuna di essere irrilevanti, ed. San Paolo
