domenica 1 febbraio 2026

BEATI VOI

 


*Commento al Vangelo del 
1 Febbraio 2026*

 

fra Stefano M. Bordignon –

Beati quelli che non si sentono arrivati, che non si credono a posto una volta per tutte, ma riconoscono di avere ancora bisogno di crescere, di imparare, di lasciarsi aiutare. In loro c’è spazio per il regno dei cieli.

Beati quelli che portano dentro un dolore, una ferita, una perdita che non si rimargina in fretta. Non sono persone rotte o sbagliate: proprio lì, in quella fragilità, Dio sta già lavorando in silenzio.

Beati quelli che non rispondono alla violenza con altra violenza, che non alzano la voce per imporsi, che non usano la forza per avere ragione. Forse sembrano perdenti, ma stanno costruendo un mondo migliore.
Beati quelli che non si accontentano delle mezze verità, delle scorciatoie, dei compromessi facili. Beati quelli che hanno fame di giustizia, di relazioni sincere, di una vita pulita e coerente: questa fame non resterà senza risposta.

Beati quelli che sanno perdonare, anche quando costa fatica, anche quando non viene spontaneo. Il perdono che donano tornerà a loro come misericordia nei momenti in cui ne avranno più bisogno.
Beati quelli che cercano di essere limpidi dentro, senza doppie vite, senza maschere. Non sono perfetti, ma veri. E proprio così imparano a riconoscere Dio nelle cose semplici di ogni giorno.

Beati quelli che costruiscono ponti invece di muri, che cercano la pace dentro i conflitti, che non smettono di credere nel dialogo. Dio li considera suoi figli.

Beato anche quando vieni giudicato, escluso, preso in giro perché cerchi di vivere il Vangelo sul serio, senza sconti.

Beato quando vieni frainteso per aver scelto l’onestà, il bene, l’amore.
Non pensare di aver sbagliato strada.

Sei in buona compagnia, sei con Gesù.

La tua vita, così com’è, è già dentro il Regno di Dio.

Cercoiltuovolto

Immaagine

I DOCENTI DI SINISTRA


Ma il problema 

della scuola italiana 

sono
 
i docenti di sinistra?


By Giuseppe Savagnone 

Un questionario sulla scuola

Ha suscitato vivaci polemiche l’iniziativa di Azione Studentesca, l’organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia, che, attraverso un QR Code contenuto in manifesti e volantini, ha sottoposto a studentesse e studenti di diverse città italiane una serie di domande, con lo scopo di fornire un «rapporto nazionale sulla situazione della scuola italiana».

Fra i vari punti del questionario ce n’era uno, che ha dato origine alle proteste, dedicato alla «Politicizzazione delle aule». In esso si chiedeva: «Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni?». In caso di risposta positiva, la domanda successiva era: «Descrivere uno dei casi più eclatanti».

Dopo l’iniziativa di Azione Studentesca, la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi ha scritto al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara che essa «configura una forma di schedatura o stesura di una lista di proscrizione basata su presunte o reali opinioni politiche e rappresenta una grave violazione dei principi democratici che fondano il sistema educativo pubblico, oltre a costituire un attacco all’autonomia e alla libertà della comunità educante».

In risposta, il ministero ha fatto sapere di aver avviato accertamenti, il cui esito, però, non giustifica le accuse: «Da quanto risulta al momento si tratta di un’iniziativa autonoma promossa da alcuni studenti, che avrebbero effettuato una sorta di sondaggio anonimo», ha affermato la sottosegretaria all’Istruzione, Paola Frassinetti. E questa è anche la posizione di Riccardo Ponzio, presidente di Azione studentesca: «Ma quali liste di proscrizione o schedature, il questionario è anonimo e non chiediamo nomi».

Ma, in senso contrario, anche l’Associazione nazionale presidi è intervenuta, dichiarando una forte preoccupazione. «La libertà di insegnamento, nel quadro dei valori costituzionali – ricorda il presidente dell’associazione Antonello Giannelli – rappresenta un pilastro irrinunciabile del sistema educativo. Questa iniziativa di Azione studentesca è inaccettabile perché lesiva dei principi fondamentali della democrazia».

E ha avuto una diffusione virale su internet un video, in cui un docente di Pordenone sottolinea il senso inquisitorio del questionario, e che si conclude con la sua auto-denuncia: «Sono un docente di sinistra, schedatemi pure».

La replica dei giornali di destra

Alle accuse hanno risposto unanimi i giornali di destra parlando di «bufala» («Il Giornale») della sinistra, che, «a ben guardare, sembra proprio la prova» di  «una verità che alcuni preferirebbero tenere nascosta: che in molte aule italiane la libertà di pensiero non è un diritto di tutti, ma un privilegio riservato a chi la pensa “giusto”» («Il Tempo»).

Su questa linea, ma assai più articolato, l’editoriale di Mario Sechi su «Libero». un intervento di particolare peso, non solo perché Sechi è il direttore del quotidiano, ma anche perché è stato per un certo tempo portavoce della presidente del Consiglio e le sue posizioni, perciò, sono sicuramente vicine a quelle di Giorgia Meloni. 

L’autore inserisce la polemica sul questionario di Azione Studentesca in una narrazione più ampia, di cui vale la pena riportare per esteso i passaggi: «L’egemonia culturale della sinistra nella pop è finita. La grande rivoluzione fu quella della Tv commerciale di Silvio Berlusconi che introdusse nell’immaginario gli elementi dello show americano, del cabaret, dello sport come fenomeno di costume. Ai compagni sono rimasti i santuari della presunta editoria colta (che non vende) e il fortino dell’università e della scuola di ogni ordine e grado, ad eccezione delle elementari che ancora resistono (…). Salvo le maestre, il resto della truppa (con qualche eroica singolarità) è arruolato nella legione dei post-marxisti che al ’68 devono il posto, la carriera, l’influenza sula formazione degli italiani di domani».

Già i libri di testo, secondo Sechi, esprimono questa faziosità. «Ma se saliamo in cattedra, il quadro è ancora più tragicomico, perché il pre-giudizio tracima verso i banchi senza che alcuno alzi il dito e obietti: “Caro professore, la sua opinione, pur meritevole di attenzione, è priva di equilibrio e di autorevolezza, i valori liberali ai quali la scuola dovrebbe ispirarsi nella sua autonomia, lei li sta tradendo”».

Da qui «i cortei pro-Pal di ragazzi che farneticano “la Palestina libera dal fiume al mare”, Greta Thunberg elevata sull’altare dell’’ignoranza (…) i rettori farsi complici di frange violente che predicano l’antisemitismo».

La conclusione del direttore di «Libero» è la stessa che abbiamo visto su «Il Tempo»: «La reazione scomposta del Pd a un innocuo ma dirompente sondaggio  di Azione Studentesca è la prova della cattiva coscienza dell’etablishment sgrammaticato».

A proposito di egemonia della sinistra: il caso della TV

Il ragionamento di Mario Sechi, esplicitando in modo più articolato le ragioni della destra sull’episodio, è quella che si presta – forse più dell’episodio in se stesso – a qualche considerazione critica. A partire dall’affermazione che l’avvento della TV commerciale di Berlusconi, avrebbe segnato la fine dall’«egemonia culturale della sinistra», legata alla stagione televisiva precedente. Di quest’ultima io stesso posso dire qualcosa perché vi ho assistito in prima persona e la ricordo benissimo.

È stato grazie ad essa che il grande pubblico ha potuto conoscere splendide opere teatrali, come i drammi di Pirandello e di Cechov, o riduzioni di capolavori della grande letteratura mondiale, come «Il mulino del Po», di Bacchelli e «L’idiota» di Dostoevskij, sempre trasmessi in prima serata. Ed è stato grazie ad essa che la conoscenza media della lingua italiana si è diffusa anche a larghe frange di popolazione prima legata quasi esclusivamente al proprio dialetto.  Non per nulla la definizione tecnica che ne è stata data è quella di «TV pedagogica». Peraltro, era una TV che sapeva anche divertire – famosi alcuni spettacoli di varietà come «Domenica è sempre domenica» o «Un due tre» – , ma senza mai scadere nella volgarità.

La TV commerciale introdotta da Berlusconi, essendo privata e reggendosi sui profitti derivanti dalla pubblicità, ha dovuto imporsi puntando non su ciò che poteva giovare alla crescita culturale e morale della gente, ma sui suoi gusti immediati. Certo, essa ha infranto una serie di tabù, ma per far questo ha dovuto adottare come motto quello che, secondo Karl Popper, nel suo libro «Cattiva maestra televisione», rende pericolosissimo questo mezzo di comunicazione: «Dare al pubblico quello che il pubblico desidera».

È stato così che si è innescato un circuito perverso tra il progressivo scadimento dei programmi – che ha portato alla esclusione dalla prima serata di tutto ciò che fosse in qualche modo impegnativo – e un progressivo imbarbarimento dei gusti degli spettatori.  E questo non  ha segnato la fine dell’egemonia della sinistra – che non c’era mai stata – , ma il progressivo declino del senso intimo del pudore, non quello dei corpi, ma quello dell’anima, che spettacoli come «Il Grande Fratello» o le trasmissioni di Maria De Filippi hanno aiutato molto a oscurare.

I «compagni» controllano la scuola?

Non mi sarei soffermato su questo primo passaggio dell’editoriale dei Mario Sechi se non fosse molto significativo dell’idea che il direttore di «Libero» ha della cultura. A questo punto si capisce che, dal suo punto di vista, la scuola – ancora, sia pure a fatica, fedele al progetto di una educazione intellettuale e civile – sia sfuggita alla “liberazione” portata dalle TV di Berlusconi e sia rimasta «il fortino» dei «compagni».

Ma chi sono questi «compagni»? Diretta erede del vocabolario intimidatorio del “cavaliere”, la destra continua, come lui, a chiamare “comunisti” – un termine che  evoca il totalitarismo sovietico (da decenni scomparso e sostituito dal regime attuale, tutt’altro che “di sinistra”) e una minaccia incombente per la libertà e la proprietà privata – i rappresentanti di una opposizione che del marxismo, in realtà, non conserva la più lontana traccia.

La “compagna” Schlein si è formata nella cultura “liberal” americana e ha posizioni che se mai ricordano il vecchio partito radicale, centrato sulla rivendicazione dei diritti individuali, quelli che Marx bollava come «robinsonate», perché volti a garantire la realizzazione egoistica del singolo nella sua isola felice. Da dove anche la perdita di rapporto tra il PD e i tradizionali sostenitori del vecchio partito comunista, operai, indigenti, emarginati. Il “compagno” Conte è un populista, le cui posizioni in campo sociale sono prive di una reale base filosofica, sicuramente lontane della visione marxista.

Ma il punto più problematico dell’analisi di Sechi è che essa sembra provenire da  una persona che non ha idea di come funzioni realmente la relazione tra insegnanti e alunni dentro un’aula scolastica. Prima che ingiusta verso i docenti, questa analisi lo è nei confronti degli studenti, dipinti come succubi impotenti di fronte ad una dittatura culturale dei loro insegnanti, incapaci perfino di alzare il dito e di muovere una timida obiezione.

Ho insegnato per quarantun anni nei licei e posso assicurare, a chi non lo sapesse, che gli alunni in ogni scuola fanno sentire alta la loro voce, per dialogare ma anche, se inascoltati, per contestare i docenti, o addirittura i dirigenti scolastici. Senza dire che ormai i loro punti di riferimento sono più i social che la scuola, e immaginarli plagiati dai loro insegnanti è, questo sì, «tragicomico».

Quanto poi ai docenti, perché non dovrebbero essere di sinistra o di destra o di qualunque altra tendenza intellettuale e politica? Un insegnante non è il ripetitore meccanico di nozioni neutre – questo lo può fare anche meglio una intelligenza artificiale  – , ma è chiamato a interpretare il significato dei dati della sua disciplina per la vita reale e questo richiede, da parte sua una visione del mondo e della società. Non esiste, né a scuola né altrove, “uno sguardo da nessun luogo”.

L’oggettività a cui la scuola deve educare non è la negazione delle diversità di vedute, che implicherebbe l’uniformità di un pensiero unico, ma il dialogo incessante tra persone impegnate in una ricerca comune a partire dai rispettivi punti di vista e, proprio in nome di questa ricerca, capaci di rimetterli continuamente in discussione.

Ciò che sta indebolendo la funzione educativa della scuola non è l’eccesso di ideologie, ma la carenza di idee e di valori, in un clima culturale che rende difficile – in primo luogo a chi dovrebbe educare i più giovani a maturare le une e gli altri – avere ancora delle convinzioni.

È assolutamente appropriata, a questo proposito, la riflessione di Massimo Gramellini, sul «Corriere della sera», quando ricorda con profonda stima e affetto una sua maestra delle elementari, convinta comunista, e un suo professore di Storia, di destra. «La pensavano diversamente su tutto, scrive Gramellini, tranne che sull’essenziale: il valore della cultura e la passione con cui trasmetterla (…) Erano di parte? Certo. Ma erano bravi e sensibili».

E conclude: «Il problema della scuola non sono gli insegnanti schierati, ma gli insegnanti disamorati. Non quelli che credono ancora qualcosa, ma quelli cheanche a causa della scarsa considerazione di cui godono – non credono più in niente».

www.tuttavia.eu

 Foto di Ivan Aleksic su Unsplash 


 

FERMEZZA E CURA

 CONTRO LA VIOLENZA 

CHE EMERGE 

UNIRE LA FERMEZZA  CON LA CURA


Né solo repressione né buonismo, ma adulti capaci di relazione

-         di EDOARDO PATRIARCA

Ogni qualvolta leggiamo le cronache di violenze e aggressioni che coinvolgono giovani si riapre nel paese un dibattito stancante e ripetitivo. Da una parte coloro che cavalcano l’onda emotiva con proposte securitarie ostentate e ad effetto per guadagnare qualche percentuale di consenso in più. Dall’altro, coloro che chiudono gli occhi alla realtà del disagio sociale e alle troppe vulnerabilità che sempre più franano in cattiverie scellerate, senza farsene carico, condannando tutto ciò che ha che fare con la sicurezza. Separate sono risposte parziali e strumentali. Al contrario servono entrambe, più controllo sociale e fermezza e, al contempo, ascolto e accoglienza: sto vicino a te, non ti mollo, ti voglio bene, mi stai a cuore… Una contrapposizione inutile, indotta da una cultura social che semplifica, banalizza la vita quotidiana e induce a ritenere che l’affermazione di sé si risolva nel contrasto al prossimo e nel conflitto arrabbiato e permanente. La gestione dei conflitti, le diversità, la complessità sono invece la base per una sana convivenza e per una democrazia che può vivere solo nel riconoscere l’altro e nella condivisione dei beni comuni.

La vera sfida non è in capo agli adolescenti ma in una rinnovata presenza di adulti capaci di stare nella relazione e nell’intrapresa di un cammino che sappiamo faticoso e sfidante: ne sono consapevoli i genitori di figli adolescenti, lo sanno gli educatori impegnati nelle periferie delle città e gli insegnanti delle scuole secondarie. Stare nella relazione è nuotare controcorrente, è andare di bolina: richiede capacità di ascolto, di resistenza e perseveranza nel mantenere vive relazioni affettuose e reciproche con l’autorevolezza ( che è altro dall’autoritarismo) di chi si fa testimone umile dei valori che vive e intende proporre.

Adulti-in-relazione per un’educazione agli affetti contro la cultura del “Io e del Mio” che avvelena la vita quotidiana con la pretesa di controllare e possedere l’altro pur di nascondere le proprie fragilità. In relazione, per una educazione alla solidarietà che costruisce legami di amicizia e insegna a “saper litigare” invece che scegliere la via dell’aggressività: litigare è anche confronto, è saper vedere e ascoltare il punto di vista dell’altro.

E allora che fare? Si parla da tempo di animare sui territori comunità educanti, di patti per l’educazione, di tavoli comuni di riflessione per promuovere una cultura dell’ascolto. Spazi nei quali gli adulti riconquistano la vocazione educativa, spazi in cui i ragazzi sono aiutati a (ri) costruire la propria biografia, a dare parole a quello che hanno in testa, ai conflitti che vivono, alle rabbie, ai sentimenti. Perché non recuperiamo lo spirito che animò la legge 285/97, nota anche come “Legge Turco”, nata per sostenere la qualità della vita dei minori, promuovere i loro diritti e la loro partecipazione sociale? Come allora, oggi occorre un progetto collettivo che assuma l’educazione delle giovani generazioni punto strategico per una agenda di speranza del paese, un nuovo patto educativo intergenerazionale che rifugga da visioni semplicistiche – “sono stati troppo coccolati” “troppo protetti”, “sono mancati limiti e regole” – e scelga la complessità stupefacente insita nei cammini di crescita dei bambini e delle bambine. Come adulti, a livello personale e in famiglia, dobbiamo essere più consapevoli e responsabili e porci le domande giuste: com’è il tempo che dedichiamo ai figli? Quali modelli di identificazione stiamo proponendo? Non siamo chiusi nel bozzolo del sé, dell’affermazione autocratica dei nostri pensieri? Non stiamo scansando le domande più complicate e disturbanti a cui talvolta neppure sappiamo dare risposta? Come superare la frattura tra il bisogno di sicurezza di noi adulti (si dice spesso… mettere in sicurezza il futuro dei figli) con il desiderio di autonomia dei giovani? Come trasformare il dolore e il silenzio del giorno dopo in un impegno di cura, di speranza viva nel futuro dei ragazzi, di figli e nipoti?

               www.avvenire.it

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sabato 31 gennaio 2026

ONE HUMANITY

 


One Humanity, One Planet, One God


Papa Leone XIV: “Operare per un’umanità pacificata nella giustizia”


Di Redazione

 

Papa Leone XIV ha ricevuto in Udienza in Vaticano partecipanti al convegno “One Humanity, One Planet”. “Non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso. Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi”. Queste le parole più importanti del Pontefice ai giovani politici che dal 26 gennaio al 1 febbraio 2026 sono stati a Roma per la conclusione del I anno del programma "Una Umanità, Un Pianeta: Leadership Sinodale”.

L’evento, con la metodologia dell’Hackathon, vedrà la partecipazione di 100 giovani leader dei cinque continenti, impegnati nei propri Paesi in ambito politico e sociale, di diverse culture e convinzioni politiche.

All’udienza partecipano anche i rappresentanti dei centri del Movimento Politico per l’Unità dei Focolari.

“Se non promuoviamo la concordia in una università o in un ufficio, tra partiti e associazioni, come potremo curarla in un intero Stato o tra i Continenti? Con cuore puro e mente limpida, cercate sempre questa pace come dono, alleanza, promessa”, domanda il Papa ai giovani politici.

Papa Leone XIV nel suo discorso invita i giovani leader “a cooperare sempre più nello studio di forme partecipative che coinvolgano tutti i cittadini, uomini e donne, nella vita istituzionale degli Stati”.

Poi "l'invito a riflettere sul fatto che non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso. Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davverograndi. Madre Teresa di Calcutta, santa degli ultimi e premio Nobel per la pace, affermava a riguardoche «il più grande distruttore della pace è l’aborto» (cfr Discorso al National Prayer Breakfast, 3febbraio 1994). La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popolise esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale".

 “Su queste basi sarà possibile edificare quella fraternità universale che già tra voi giovani si annuncia come segno di un tempo nuovo: il vostro lavoro, infatti, trova la sua espressione più alta quando opera per un’umanità pacificata nella giustizia”, continua il Papa.

“Il titolo del vostro convegno, “One Humanity, One Planet”, merita perciò di essere completato con “One God”: riconoscendo in Lui il creatore buono, le nostre religioni ci chiamano a contribuire al progresso sociale, ricercando sempre quel bene comune che ha per fondamenta la giustizia e la pace.

 Aci Stampa

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venerdì 30 gennaio 2026

IL COLTELLO E LA PAROLA


 QUANDO
IL COLTELLO 

VINCE LA PAROLA

 


Con la violenza il limite viene rigettato e con esso ogni sentimento di fratellanza umana. Educare non significa proteggere i giovani da ogni frustrazione, ma insegnare loro a tollerarne il peso senza trasformarlo in una spinta alla distruzione rabbiosa.

Massimo Recalcati 

La violenza in quanto tale è sempre un’alternativa secca alla parola

Essa non nasce come un semplice impulso animale, ma come una scorciatoia, una via breve, come direbbe Freud, che può consentire a un soggetto o a un gruppo umano di raggiungere il proprio obiettivo senza differimenti. Se infatti l’esercizio della parola introduce distanza, complessità, mediazione, negoziazione, dialogo, la violenza promette una realizzazione immediata del proprio soddisfacimento pulsionale. La violenza porta sempre con sé una tentazione, ovvero quella di raggiungere il proprio obiettivo senza incamminarsi lungo i percorsi tortuosi imposti dalla parola: colpire il rivale in amore, appropriarsi di un oggetto desiderato, imporre la propria superiorità, dimostrare la propria forza, esercitare il godimento della sopraffazione, umiliare l’inerme, sottomettere il nemico. In questo senso, la violenza giovanile che oggi riempie le pagine di cronaca, che sia individuale o di gruppo, è sempre prepolitica. 

Anche quando assume la forma della banda o del branco, il suo movente resta profondamente individualistico: non mira alla trasformazione del mondo, ma alla affermazione narcisistica del proprio Ego. L’altro non è riconosciuto come interlocutore, ma ridotto a rivale, a ostacolo, a bersaglio da colpire e da eliminare. Il coltello prende il posto della parola nell’illusione di costituire chi lo impugna come padrone onnipotente della vita degli altri. Il limite viene rigettato e con esso ogni sentimento di fratellanza umana. 

Ma la psicoanalisi insegna che l’esperienza della frustrazione che scaturisce dall’incontro con un limite insuperabile rappresenta il passaggio necessario all’umanizzazione della vita: non si può avere tutto, non si può godere di tutto, non si può essere tutto. È solo accettando il suo limite che il desiderio può articolarsi, trasformarsi, trovare vie civilizzate di espressione, diventare generativo. Senza limite - senza esperienza della frustrazione –, non c’è costituzione del soggetto, ma solo una spinta pulsionale che esige il suo soddisfacimento immediato. È l’imperativo sociale che oggi domina la nostra vita individuale e collettiva. Per questa ragione, è sempre più difficile per il discorso educativo contemporaneo mostrare l’importanza della frustrazione e della sua metabolizzazione simbolica in ogni processo di formazione. Il nostro tempo ha sostituito al senso dell’impossibile – necessario alla umanizzazione della vita – la chimera individualistica che tutto sia sempre possibile. La cultura della prestazione, del successo rapido, della visibilità e della virtualità, alimenta l’idea che ogni desiderio debba trovare una sua realizzazione spettacolare, senza attese né fatica. 

Il limite

In questo scenario, il limite non appare più come una soglia generativa, ma come un sopruso intollerabile. È da qui che nasce la tentazione giovanile della violenza. Al posto del cammino lungo della formazione s’impone l’illusione della scorciatoia, dell’accesso immediato al soddisfacimento. Al contrario, sappiamo invece che se c’è effetto soggettivo di formazione è solo grazie alle elaborazioni simboliche della frustrazione. 

Il ricorso alla violenza vorrebbe negare ogni frustrazione bruciando le tappe obbligatorie della crescita. La violenza non sopporta il tempo dell’attesa, non riconosce il tempo lungo del percorso, non accetta la mediazione faticosa della parola: essa, come si diceva una volta, vuole tutto e subito. Da questo punto di vista, come ho ricordato in altre occasioni, esiste per la psicoanalisi una profonda omologia tra la violenza e l’allucinazione. Entrambe funzionano come delle “vie brevi” del soddisfacimento. Se, per esempio, il raggiungimento della soddisfazione attraverso il lavoro esige tempo, fatica e rinunce, quello promesso dalla violenza offre l’illusione (allucinatoria) di consumarsi in un solo colpo, in un solo atto. È un godimento senza storia, senza memoria e senza futuro. Educare, allora, non significa proteggere i figli da ogni frustrazione, ma insegnare loro ad assumerne e a tollerarne il peso senza trasformarlo in una spinta alla distruzione rabbiosa. 

La parola

Dovremmo sempre ricordare che la parola non è solo uno strumento della comunicazione – come il pragmatismo scellerato del nostro tempo vorrebbe fare credere – ma è la sola Legge che umanizza la vita, la sola vera alternativa alla violenza. Una parola che non ha come compito quello di moralizzare i nostri figli, ma quello di aprire degli spazi inediti di senso, di alimentare la forza propulsiva del desiderio. Dove, infatti, la parola circola, la violenza perde la sua potenza seduttiva. Dove il limite è riconosciuto come condizione dell’umano, la via breve del passaggio all’atto violento non è più la sola risorsa a disposizione per tollerare la frustrazione.

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I GIOVANI PROTAGONISTI

 


San Giovanni Bosco

 invita ancora a ‘servire’ i giovani


-         di Simone Baroncia

 

“La strenna che ci ha accompagnato l’anno scorso, costruita attorno al tema giubilare della speranza, ha offerto a tutti noi l’opportunità di guardare al mistero di Cristo come fonte di luce che ci aiuta a contemplare le meraviglie di Dio nel momento presente. Abbiamo vissuto momenti che ci hanno rafforzato nella fede in quello che il Signore ha ancora da rivelarci, e abbiamo percepito la speranza come forza del ‘già’ e come coraggio del ‘non ancora’. Abbiamo anche contemplato come per don Bosco la forza della speranza lo abbia aiutato e sostenuto nel suo cammino di scoperta e di messa in pratica del progetto di Dio”: questo è l’inizio della Strenna 2026, ‘Fate quello che vi dirà’, titolo preso dal vangelo giovanneo, scritto dal Rettor Maggiore dei Salesiani, don Fabio Attard, che ha come sottotitolo ‘Credenti, liberi per servire’, in occasione del 150^ anniversario della prima spedizione missionaria salesiana.

In questa Strenna, divisa in  sei capitoli, il Rettor Maggiore invita a farsi guidare da questa frase: “Quest’anno vi propongo di assumere l’invito di Maria, con lo stesso atteggiamento di disponibilità e libertà che vediamo nei servi… Qualsiasi cosa Gesù ci dica, bisogna semplicemente accoglierla, assumerla e viverla, senza se e senza ma. Invito tutti, carissimi sorelle e fratelli, dopo aver vissuto la forza della speranza, quella ‘speranza che non delude’, a permettere che al nostro cuore giungano le parole di Maria, e a prestare il nostro sguardo e il nostro ascolto a Gesù, a quello che ci dirà, nella consapevolezza e nella gioia di essere servi”.

Al direttore dell’oratorio ‘Don Bosco’ de L’Aquila, don Cesare Orfini, chiediamo di raccontare il motivo per cui la Strenna salesiana parte dall’invito della Madre di Dio: ‘Fate tutto quello che vi dirà’?

“Il tempo presente ha bisogno di educatori e pastori di fede solida, al servizio e con disponibilità, come quella dei servi delle nozze a Cana. Don Fabio, successore di don Bosco, autore della strenna 2026, invita a prevenire il ‘fallimento’, cioè la perdita di identità innanzitutto dei gruppi della Famiglia Salesiana ai quali la Strenna è rivolta, sollecitandoli all’ascolto, come quello che chiede Maria ai servi: ‘Fate (ascoltate) quello che Lui vi dirà’. L’ascolto e la fede ci sorregge nel riempire le giare fino all’orlo, per portare l’acqua cambiata in vino alla vita ordinaria, alla realtà che viviamo e condividiamo tutti”.

‘In quella che doveva essere una bella festa di nozze, emerge una difficoltà: manca il vino. Di fronte alla possibilità che una festa si tramuti in un fallimento, troviamo la reazione che esce dal cuore di Maria: bisogna intervenire. E ciò che Maria fa è semplicemente presentare a Gesù la reale situazione’.

 Perché occorre essere liberi per servire da credenti? 

“Dalla fede scaturisce la vera libertà, e la libertà cristiana è innanzitutto libertà dall’individualismo per poi diventare libertà e capacità di donarsi agli altri, rimanendo sempre in ascolto di Cristo. Si chiama servizio, proprio come quello dei servi a Cana, che con la loro fede forte hanno distribuito in abbondanza il ‘il vino buono’. E’ il dono che noi oggi dobbiamo portare ai giovani e ai bisognosi. La missione deve intrecciarsi con il Vangelo per dare compiutezza all’azione verso i giovani”.

 ‘Una prima chiamata che vi invito ad accogliere e su cui riflettere è circa l’atteggiamento di Maria: la donna attenta a ciò che stava capitando attorno a lei. Il vangelo ci dice semplicemente che ‘il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù’. Il vangelo non dà altre informazioni. Ma quando ascoltiamo queste poche parole e le colleghiamo con la sua reazione, cominciamo ad intravedere alcuni elementi significativi del cuore di Maria’. 

Allora in quale modo è possibile accogliere i ‘segni dei tempi’?

“I farisei e gli scribi non sono stati in grado di cogliere i segni che il Regno di Dio era già presente in mezzo a loro.  Lo rifiutarono semplicemente perché le loro sicurezze e rigidità non permettevano loro di essere ‘ in ascolto ’. Il segno di Cana è la novità che entra nella storia dell’uomo, nella quotidiana esistenza, che la libera e la rigenera. Ma deve cambiare l’atteggiamento”.

‘Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale, caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire solo Dio’. 

I salesiani come sono chiamati a ‘servire i giovani’? 

“Fate quello che vi dirà , così come presentato da don Fabio Attard, è diventato un manifesto per l’azione pastorale ed educativa dei salesiani.  Maria non invita a un’obbedienza passiva, ma a dare fiducia, che poi genera libertà vera e apre al servizio. E’ una dinamica progressione, come nella migliore tradizione salesiana: riconoscere, interpretare, discernere. Così, dice don Fabio, si evita ‘l’attivismo cieco e ugualmente la spiritualità intimistica’: in questa dinamica si inserisce il sottotitolo della Strenna, che traccia una traiettoria chiara: dalla fede nasce la libertà, dalla libertà scaturisce il servizio, a favore soprattutto dei giovani e di quanti oggi faticano a trovare il ‘vino’ della speranza”.

‘E qui riconosciamo l’invito a non soccombere al pericolo di una fede che si adegua alla cultura dominante. La dimensione profetica della nostra missione deve fare i conti con un contesto come quello attuale che ‘tira verso il basso’, l’immediato, l’utile e vantaggioso, quello che gratifica qui e ora, quando non il più comodo’. 

In quale modo la fede non si adegua alla ‘cultura dominante’?

“Siamo nella storia e siamo anche chiamati a rigenerarla. La cultura in cui il cristiano opera non è allineata sempre sui valori cristiani. Per essere efficaci nella pastorale è necessario essere in ascolto.

Maria era presenza attenta a tutto ciò che le capitava attorno. Don Fabio dice che Maria ‘ha abbracciato il tempo e la storia’, non è rimasta indifferente. Ha intuito i bisogni, non è rimasta distante. Di fronte alla sfide della cultura odierna non possiamo rimanere indifferenti, dobbiamo farci interpellare personalmente. Dove si preferisce l’anonimato e l’indifferenza, noi, in ascolto di Cristo, accettiamo il rischio e ‘l’audacia della fede’ per portare vino nuovo”.

Dopo 150 anni come continua il sogno profetico di san Giovanni Bosco?

“Rendere protagonisti i giovani, soggetti attivi, non solo destinatari della pastorale. E’ necessario che i giovani trovino spazi dove possano esercitare un cristianesimo coraggioso, vivere una proposta di vita credibile. Fede matura e azione, guidate dalla Parola di Dio, sono il segno di una spiritualità ‘integrale’. La missione di don Bosco spinge verso la collaborazione, la realizzazione di reti, famiglie, comunità, scuole, associazioni, per creare una alleanza pastorale efficace”.

 AciStampa

IL METAL DETECTOR ?


Il metal detector vede le lame, 

l’educatore vede il “volto umano” dei ragazzi. 

La lezione di don Bosco oggi

“Il volto umano della devianza minorile” è quello che sono chiamati a cercare psicologi, insegnanti, educatori. Una riflessione a più voci, a Roma, in occasione della Festa di don Bosco. Il criminologo Silvio Ciappi, l’educatore Ernesto Affinati e don Silvano Oni raccontano il disagio giovanile oltre le scorciatoie securitarie. Perché «le mele marce non esistono»

di Chiara Ludovisi

«In ogni giovane, anche il più disgraziato, vi è un punto accessibile al bene»: suonano come un monito le parole di don Giovanni Bosco, nei giorni in cui parliamo di metal detector a scuola e di eserciti in strada, per rispondere alla devianza dei giovani.

Ma questi sono anche i giorni in cui si ricorda, appunto, l’opera di don Bosco e la sua vita spesa accanto a quei “disgraziati” che ha amato, accolto e accompagnato.

In occasione della Festa di don Bosco, che si celebra il 31 gennaio, una delle realtà salesiane della capitale, Borgo don Bosco, ha ospitato una mattinata di riflessione e approfondimento sul tema “Il volto umano della devianza minorile”. Un titolo che è anche una risposta alla logica securitaria e repressiva che sembra prevalere. 

La posizione emersa è chiara, ferma e comune a tutte le voci intervenute questa mattina, a partire da quella di Sandro Iannini, Sandro Iannini, delegato per l’emarginazione e il disagio dell’Ispettoria centrale. «I metal detector a scuola non sono una risposta possibile per chi ancora crede nell’umanità e nella prevenzione. Servono piuttosto patti educativi, reti, comunità reali capaci di leggere i vissuti dei ragazzi e delle ragazze».

Non esistono mele marce, ma contenitori in cui manca la felicità

Perché «non si nasce criminali, e non esistono mele marce: esistono contenitori marci, contesti che producono solitudine, noia, vergogna, assenza di senso», ha detto Silvio Ciappi, criminologo, autore del recente libro “Il branco. Storie di giovani, violenza e noia”.

«Io è una vita che mi arrabatto intorno alla questione del male», ha esordito. «Ho sempre visto davanti a me contraddizioni». Come quella del ragazzo incontrato pochi giorni prima in carcere: «Non un ragazzo dei palazzi popolari del Quarticciolo, ma un ragazzo di una “villetta”. Perché i delitti di sangue oggi non avvengono solo nelle borgate pasoliniane, ma anche nelle villette, appunto, che nascondono le psicopatologie del vuoto».

Il quadro che Ciappi ha descritto è quello di un mondo “orizzontale”: «Un ragazzo che ha avuto tutto, potrebbe essere mio figlio. Università, viaggi, sport, Erasmus, una famiglia senza fame, senza disoccupazione, senza le tradizionali cause che predispongono al reato. Eppure è un assassino. Ha ucciso la persona che amava». 

Dobbiamo costruire comunità e isole come questa in cui ci troviamo oggi, perché oggi quel che manca è proprio questo: luoghi di incontro, spazi per parlarsi, per riparare ferite. Una comunità intesa come civitas, non come polis

La spiegazione non c’è, ma pure bisogna provare a spiegare ciò che accede. E una spiegazione, per Ciappi, si trova nel «branco, che non è quello fisico che si vede per strada, ma quello digitale, che si nutre di angoscia, di noia e di vergogna, non per ciò che vorrei essere, ma per ciò che dovrei essere, agli occhi degli altri». 

Che fare, allora? «Costruire comunità e isole come questa in cui ci troviamo oggi, perché oggi quel che manca è proprio questo: luoghi di incontro, spazi per parlarsi, per riparare ferite. Una comunità intesa come civitas, non come polis».

E poi bisogna riscoprire, giovani e adulti, la «mitezza, l’umiltà del conoscere e la semplicità delle cose, dietro cui fa capolino la felicità. Perché io mi chiedo: questi giovani che incontro in carcere, che sembra abbiano avuto tutto, sono mai stati felici per quelle piccole cose che possono e devono renderci felici?».

Infine, l’autoscritica: «Noi psichiatri abbiamo psicologizzato, psichiatrizzato, medicalizzato i giovani, con saperi attuariali che non si interrogano più sulle cause del male. Nessuno vuole mettere mani e testa nei luoghi della sofferenza, perché lì ci si possono sporcare le mani. E invece è lì che la vita scorre».

La scuola che pensa ai metal detector può solo peggiorare

Sul fronte educativo, Eraldo Affinati, scrittore e fondatore della scuola di italiano per stranieri gratuita Penny Wirton, ha approfondito il tema, cruciale, della relazione educativa. «L’educatore deve essere maestro e amico: amico quando scende nella notte interiore dell’adolescente, ma anche limite, ostacolo da non superare», ha detto

E sulla base della sua esperienza, come «ragazzo agitato» prima, poi come insegnante alla Città dei Ragazzi e alla Penny Wirton, Affinati lo afferma senza ombra di dubbio: «I giovani non sono solo quelli che uccidono con un coltello. Sono anche i tanti giovani volontari che vengono a insegnare italiano ai loro coetanei stranieri. E i più bravi a farlo sono spesso quelli che a scuola vanno male: qui tirano fuori qualità insospettate, al punto che gli insegnanti non li riconoscono più».

La scuola deve tornare ad essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità della relazione. Se sei solo uno spartitore di traffico concettuale e non ti interessa profondamente del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà più

Anche la scuola, allora, può diventare uno di quei «contenitori marci» di cui parlava Ciappi, se non tira fuori il meglio, ma addirittura il peggio dei ragazzi : «Se arriva a pensare di risolvere tutto con i metal detector, non può che peggiorare». La scuola quindi deve cambiare, perché «tanti insegnanti non parlano più con gli studenti e gli studenti a loro volta non parlano, sono intimoriti. La scuola deve tornare ad essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità della relazione. Se sei solo uno spartitore di traffico concettuale e non ti interessa profondamente del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà più».

Il carcere minorile, dove i ragazzi si considerano «merde»

Il luogo in cui, per eccellenza, deve essere raccolta la sfida di vedere «il volto umano della devianza minorile» è il carcere. Don Silvano Oni, cappellano al Ferrante Aporti, ci ha introdotto a piccoli passi, a partire dal «rumore continuo delle porte blindate che sbattono e scandiscono le giornate».

Oggi al Ferrante Aporti ci sono 49 ragazzi, di cui 38 minori stranieri non accompagnati. Uno è dentro per aver rubato un telefonino alla persona sbagliata, tanti per altri piccoli reati come questo. Sono ragazzi che non hanno avuto pane, affetto, casa. Tanti non sanno neanche perché hanno commesso reato».

Quando sono entrato in carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote. A noi preti si chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere di rispondere, dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad ascoltare le domande

La realtà è che «io in carcere non incontro autori di reato, ma persone che spesso non coincidono con quello che hanno fatto. Eppure, si sentono “merde”, come uno di loro ha scritto chiaramente in un rap».

Osservando e ascoltando questi ragazzi, don Silvano ha cambiato il modo di vedere il mondo: «Quando sono entrato in carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote. A noi preti si chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere di rispondere, dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad ascoltare le domande».

Se i metal detector fanno scoprire le lame, l’educatore che entra in rapporto con il ragazzo scoprire «il volto umano» anche dietro la devianza e da quello parte per ricostruire qualcosa che si è rotto, se è vero che criminali non si nasce.  

Il lavoro dell’educatore «è fatto di gesti minimi: guardare, ascoltare, restituire dignità». E lo ha spiegato con la storia di un ragazzo, che «quando parlava teneva sempre una mano davanti alla bocca. Gli ho chiesto perché e alla fine ho scoperto che aveva solo tre denti. Gli abbiamo chiesto se volesse sistemarsi la bocca, ha detto di sì e ora c’è una dentista che, anche grazie alla Caritas, viene in carcere ogni martedì e pieno piano lo sta curando. I ragazzi parlano poco, tanti sono analfabeti anche nella loro lingua, ma se li osserviamo e stiamo accanto a loro senza fretta, ci lasciano scoprire le loro storie e tutto diventerà più chiaro».

Tutto il contrario del decreto Sicurezza e, prima ancora, del decreto Caivano: questo «ha prodotto un sovraffollamento che ha alzato molto lo stress: le occasioni di conflitto aumentano, i ragazzi non possono più incontrarsi tutti insieme, ma solo a piccoli gruppi, perciò alcune attività anche belle si sono perse. Certo, i ragazzi a volte vanno fermati, perché sono treni impazziti, come hanno dimostrato anche le rivolte dello scorso anno. Ma fermarli non può essere l’unica risposta, dopo devono ripartire e noi dobbiamo accompagnarli. Dobbiamo rintracciare in ogni ragazzo qualcosa di positivo e aiutarlo a farlo fiorire, ritrovando la fiducia in se stesso, non identificandosi con l’errore che ha fatto. Perché l’errore non è la fine, ma il punto di partenza». 

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