lunedì 6 aprile 2026

MARIA BADALONI

 UNA PEDAGOGISTA 

PRESTATA 

ALLA POLITICA


-         -di Zina Bianca

-          La premessa: la metafora di un’esistenza

 Il tramonto scivola nell’acqua, dolcemente lambisce sull’orizzonte il primo buio della notte, un blu profondo sconfina il cielo e il mare, immensa e superba tra la corte delle lampare avanza una maestosa, dorata, rossa, luna.

Si staglia sullo sfondo cobalto. Guardandola, la meraviglia di Ciaula, le domande del giovane Leopardi, la luna rossa di De Crescenzo affollano il cuore in un’unica sensazione di bellezza.

 Il venticello del mare raggiunge la terrazza, annodo la sciarpa e raccolgo le carte sparse sul tavolo. Lei è tra queste, emerge dal bianco della carta come prima la luna sul blu, un ovale dai tratti gentili, il microfono in mano, sembra che sappia, che abbia capito che ci interessiamo veramente a lei.

 La prima volta che l’ho vista ho pensato che fosse una delle cantanti liriche che la mia mamma straamava. Scoprirò ben presto che non era una cantante, ma che cresce nella musica e della musica farà la sua vera professione, professione che non abbandonerà mai: nell’animo sarà sempre, una sensibile, attenta, Maestra di musica.

 La musica è sicuramente la metafora di tutta la sua esistenza, la natura della musica è infatti qualcosa che riguarda intimamente l’essere umano; muove, plasma l’intelligenza emotiva, le power skills che consentono di gestire la complessità.

Maria sperimenta infatti la complessità del passaggio dall’emozione al suono – dalla nota allo strumento, allo spartito, all’orchestra – valorizzando le disarmonie, trasformandole in armonie, sinergie, linguaggi moderni pur nella fedeltà, e la complessità della gestione dei sottosistemi per un sistema superiore (l’orchestrale è sottosistema del sistema orchestra) cifra distintiva nel mondo del lavoro, nella società, nella politica.  

 Una considerazione ancora. La musica, nell’animo umano, passa dalla sensibilità del finito alla sensibilità dell’infinito, passa a quella sensazione di trascendenza che eleva: la coscienza della creazione è l’anima al cospetto di Dio.

La musica, infatti, si esprime con il suono e il suono è correlato alla vita: il primo nasce dal silenzio che lo precede e l’ultimo è correlato al silenzio che lo segue, la vita e la morte, come ci insegna il grande Daniel Barenboim. Sarà per questo che Maria Badaloni avrà un valore aggiunto alla sua fede, lei sa che l’esecuzione di uno spartito è una forza, una energia che si diffonde, supera l’umano e, in quanto tale, non può che venire da Dio.

 Il progetto

 Con questi sentimenti e la considerazione che dobbiamo a lei, insieme a Carlo Carretto, per la nascita dell’AIMC, fondata su incarico di Papa Pacelli nel 1945, il Direttivo AIMC della Provincia di Catania ha proposto alle Presidenti delle sezioni che lo compongono, e dopo ai soci tutti in assemblea da remoto, un Convegno dal tema «Maria Badaloni, la visione fondativa dell’AIMC tra memoria e futuro», con sede a Catania.

Il Convegno – mosso dalla finalità di offrire l’occasione di una giornata di studio sul pensiero, sulla azione concreta e sul cambiamento di scenario che Maria Badaloni, nel dopoguerra, in una Italia piegata dalla povertà anche educativa, riuscì ad avviare e a consolidare – è stato articolato in due sessioni: la prima sessione dedicata ai saluti, agli interventi dei relatori e moderatori, alle testimonianze dei soci, alla premiazione degli allievi e delle allieve meritevoli, al riconoscimento di merito ed eccellenza a socie di antica dedizione; la seconda sessione dedicata all’incontro dei Quadri Associativi AIMC Sicilia con la Presidente Esther Flocco.

 Gli ambiti di riflessione

Tre gli ambiti di riflessione nei quali è stato articolato il convegno:  - Maria Badaloni, una pedagogista prestata alla politica

Nell’Italia da ricostruire, con l’attività in Parlamento – Deputata dal 1948 al 1972, per cinque legislature (dalla I alla V) nelle liste della Democrazia Cristiana e con gli incarichi di Governo, Sottosegretario di Stato alla Pubblica Istruzione per un decennio, con diversi Ministri, dal 1959 al 1968 – con lungimiranza e una visione di grande apertura, mediando tra il mondo cattolico e le esigenze della Società che cambiava rapidamente, pose le basi di un sistema scolastico moderno che ci interroga ancor oggi.  

  - L’istruzione come ascensore sociale

Maria Badaloni si interessò a tutti gli ambiti delle politiche educative con un triplice obiettivo: garantire il diritto alla formazione del minore, in particolare con la lotta all’analfabetismo (oggi povertà educativa e relazionale) che definirà violazione dei diritti umani; garantire la qualità̀ dell’Insegnamento ed anche la stabilità giuridica e salariale, la libertà di insegnamento del Docente; garantire i luoghi dell’apprendimento con investimenti per l’edilizia scolastica, attrezzature educative e didattiche.         

 

 - La Pedagogia strumento di Pace

L’esperienza dell’insegnamento fu la guida della sua visione della Scuola: uno spettro a 360 gradi affinché l’istruzione non fosse un destino designato e affinché il valore del sapere, della cultura, fossero patrimonio di tutti, e garanzia del riconoscimento dei diritti naturali ed inalienabili della persona.

Il Convegno

Nell’Aula Magna del Palazzo Centrale dell’Università di Catania, “testimone” della storia dell’Ateneo più antico della Sicilia (1434), sotto gli affreschi del soffitto di Giovanni Battista Chiari nel XVIII secolo, tra raffinati stucchi, marmi e velluti, ha avuto luogo la Prima Sessione del Convegno.

Dopo i saluti istituzionali e il ringraziamento al Magnifico Rettore, prof. Enrico Foti, per la benevola concessione dell’Aula Magna, ampio spazio è stato dato alla lettura dei saluti augurali.

S.E. Mons. Luigi Renna, Arcivescovo di Catania, nell’augurare la buona riuscita dei lavori, ha ricordato la vocazione formativa e la storia dell’AIMC che a partire dai suoi fondatori “ha avuto ed ha personalità che nel campo della educazione hanno contagiato positivamente i territori di tutta Italia, anche quelli più periferici, assicurando formazione dei docenti, cura della persona, attenzione ai cambiamenti della scuola”. Mons Renna sottolineando come la Badaloni abbia “espresso, anche nell’ambito politico, un modo di prendersi cura dell’istruzione coniugando fede cristiana e cura del bene comune, con sapienza e grande equilibrio”, ha augurato all’AIMC di “continuare a lungo in questa missione di costruzione della cittadinanza, del diritto, del più autentico umanesimo”.

S.E. Mons. Calogero Peri, Vescovo di Caltagirone, nell’affidare i lavori del Convegno all’intercessione della Vergine Maria, Sede della Sapienza, ha sottolineato la preziosità della occasione che il Convegno offre per riscoprire   Maria Badaloni, figura significativa tra i cattolici del Novecento, evidenziando che la memoria della fondazione  non è soltanto un ricordo storico, ma una sorgente viva di ispirazione per il presente e per il futuro della scuola e della società in Italia. Oggi, in un contesto culturale profondamente mutato ma non meno problematico, la sua visione continua ad interpellarci: educare significa custodire la memoria e al tempo stesso accogliere le sfide e aprire strade nuove, formare coscienze libere e responsabili, capaci di dialogo, di senso critico, capaci di promuovere la speranza”.

Ne abbiamo parlato con....

Sapientemente moderati, con naturale autorevolezza e brillante capacità di andare al cuore dei concetti, da S.E. Mons Antonino Raspanti, Presidente CESi, Vescovo di Acireale e Vescovo delle sezioni AIMC di Acireale e Giarre, i relatori hanno offerto spunti illuminanti di conoscenza e riflessione di altissimo livello, a partire dai temi proposti:

Esther Flocco: “Custodire per innovare: la visione di Maria Badaloni nella missione dell’AIMC”.

Mirzia Bianca:Maria Pia Badaloni: la dignità della missione del docente e l’educazione all’universalità dei diritti umani”.

Arianna Rotondo: “Oltre le dicotomie: cristianesimo e impegno politico nel progetto educativo di Maria Badaloni.

Giovanni Burtone:L’articolo 34 della Costituzione è stato il vero motore della crescita del Paese: l’impegno parlamentare di Maria Badaloni”.

Giuseppe Desideri: “AIMC e Scuola della Repubblica, due storie intrecciate”.

 Un pubblico fortemente coinvolto ha seguito dentro un mood di ascolto ed attenzione.

 Testimonianza e premiazione

Festosi e commoventi i momenti delle Testimonianze di Cecilia Belfiore e Giovanni Perrone, delle premiazioni degli allievi (Giovanna Giordano I.C. S.G. Bosco, Ct; Elena Catania, Liceo Sc. Ettore Majorana, Ct; Antonio Buono, Liceo Sc. Ettore Majorana, Ct; Allievi 4^ A, B e C, I.C. Guglielmino-Rossi, Acicatena, Ct; Aurora Zotaj, I.C Paolo Vasta, Acireale, Ct; Allievi delle 3^ E, F, H, I del Liceo S.U. M. Amari di Riposto; Allievi Classe 1^B, I.C. “Galilei Mazzini” di Grammichele, Ct.), del bel video di Giovanni Perrone, dell’Attestato di Eccellenza alla socia Cecilia Belfiore e attestato di merito alla socia Maria Torrisi.

 Seconda Sessione

Nei locali della bellissima sede della Comunità di Sant’Egidio, si è svolto il caloroso incontro di tutti i soci, pervenuti dalle varie Province della Sicilia, con la Presidente Nazionale Esther Flocco e la partecipazione della Presidente Regionale Marina Ciurcina.

Un incontro importante, uno scambio umano di conoscenza, testimonianze e riflessioni, progetti per ritrovarsi.

 Nell’andar via, la Presidente Nazionale Esther Flocco, la Presidente Provinciale Zina Bianca del Direttivo Nazionale e tutti i convenuti hanno inviato un saluto di ringraziamento al prof. Emiliano Abramo, Comunità Sant’Egidio – assente per improvvisi motivi di salute – per la generosa collaborazione alla organizzazione del Convegno.

 Abbracci, promesse di ritrovarsi, di invio delle foto… commozione che chiude il convegno.

Appuntamento alla pubblicazione degli Atti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INCIPIT VITA NOVA

 


Geometrie dell'anima

 e alfabeti del cuore: 

"Incipit VitaNova" di LucianoCorradini

 

In un'epoca segnata, per dirla con Zygmunt Bauman, dalla "liquidità" dei legami e da un progressivo, e non di rado doloroso, sfaldamento dell'istituzione familiare, l'opera di Luciano Corradini, Incipit Vita Nova, si offre al lettore come un viatico prezioso, un breviario laico e spirituale al contempo. Il titolo stesso, programmatico e solenne, si abbevera alla fonte dantesca: quella «rubrica la quale dice: Incipit vita nova» che segna, per il Sommo Poeta così come per l'autore, la linea di demarcazione tra l'inconsapevolezza e la presa di coscienza, rivelandosi come la «storia documentata, commentata, idealizzata di un amore giovanile e della scoperta di una vocazione».

Al centro della narrazione – incastonata nella prestigiosa collana Ars cooperativa naturae edita da Diogene Multimedia – vi è un carteggio giovanile consumato tra il 1952 e il 1954. Un dialogo furtivo, lontano dalle odierne ed effimere comunicazioni digitali, affidato a foglietti celati nei libri o alle pagine di un quadernetto mimetizzato sotto il titolo "Appunti di storia". Protagonisti sono due liceali: da un lato il giovane Luciano, il quale, mosso da un impeto che unisce fede, passione e una precoce vocazione pedagogica, traccia le coordinate di un amore assoluto, sognando sin d'allora la fondazione di una "nuova e santa famiglia”; dall'altra, una fanciulla che qui assume il senhal squisitamente dantesco di Beatrice. Ciò che avvince e rapisce il lettore, sin dalle prime battute, è l'altissimo registro etico e linguistico di questi adolescenti degli anni Cinquanta.

 La prosa di Luciano è febbricitante, intrisa di un ardore che fonde misticismo e urgenza terrena: «Quando, a letto, prima di dormire, penso a te, vorrei correre qui sul tavolo e scrivere ciò che mi sembra di non averti detto mai abbastanza: ti amo. E se ti dico queste due magiche parole che mi fanno tremare le labbra e il cuore [...] sono convinto di non averti ancora detto tutto». Di contro, Beatrice oppone una ritrosia saggia, un pudore intriso di speranza e lucida consapevolezza: «Sappi però che se un giorno questa mia simpatia si mutasse in amore, mi sentirei la donna più fortunata del mondo». La grandezza letteraria e umana di questo epistolario risiede nella sua profonda compenetrazione con la temperie culturale del Liceo Classico (l'Ariosto di Reggio Emilia, nello specifico), che funge non da mero sfondo, ma da lente ermeneutica.

I turbamenti dei due giovani non sono mai disgiunti dalla riflessione sui classici. Corradini interroga i giganti della letteratura, respinge con forza il lirismo passivamente erotico e sensuale di Mimnermo, Lucrezio o Catullo, e tenta di decifrare le inesplicabili dinamiche amorose femminili attraverso i versi del Tasso. Nell'Aminta, confessa l'autore, sembra celarsi il mistero della ritrosia di Beatrice: «La donna fugge e fa ch'altri la prenda, pugna e fa ch'altri la vinca». Tuttavia, l'anelito di Luciano guarda ben più in alto, a quel dantesco «Amor che a nullo amato amar perdona» che pretende, per sua intrinseca natura, reciprocità e dono assoluto. È un'educazione ai sentimenti in cui, mutuando la poetica di Saint-Exupéry nel Piccolo Principe, l’autore ci rammenta che amare significa primariamente «addomesticare», ovvero creare legami impossibili.

Eppure, come accade nelle più fulgide parabole umane, il carteggio con Beatrice non sfocia in un'unione matrimoniale. Ma lungi dal rappresentare un fallimento, quel triennio si rivela una magnifica paideia, un tirocinio spirituale e umano, un «cantiere incredibilmente bello, serio (forse troppo) e terribile» in cui si è forgiato l'uomo adulto, capace di accogliere il vero compimento del suo destino.

La vera, autentica "vita nova" si invera infatti negli anni universitari, all'ombra della Cattolica di Milano, con l'ingresso in scena di Bona Bonomelli. È qui che il sostrato lirico, lungamente allestito, trova la sua luminosa epifania terrena. Alla dichiarazione di Luciano, Bona risponde con una frase di disarmante, candida bellezza, pregna di quel timore reverenziale che si deve alle cose sacre: «Direi che è impossibile, perché sarebbe troppo bello». Da questo stupore germoglia un'unione solidissima, un patto nuziale capace di celebrare il traguardo del mezzo secolo, allietato da figli, nipoti e pronipoti. Da quello struggimento giovanile e da quelle attese, come riconoscerà Luciano scrivendo a Beatrice trentacinque anni dopo, sono nate due famiglie, a testimonianza che nulla, nell'economia dell'amore, va mai sprecato.

 Chiudere le pagine di Incipit Vita Nova significa, in ultima istanza, fare esperienza di un'intensa gratitudine. L'opera di Corradini trascende il perimetro del manifesto pedagogico o del semplice memoir, per farsi reliquiario palpitante di un sentimento che ha saputo sconfiggere l'inesorabile usura del tempo. Ciò che stringe il cuore, in una morsa di dolcissima malinconia, non è soltanto il candore di quei fremiti celati tra le pagine di un quaderno di liceo, ma il miracolo – umanissimo e al contempo intriso di sacro – della loro prodigiosa incarnazione.

In un presente in cui l'amore è sovente declinato al condizionale, assottigliato nella liquidità degli affetti o consumato nella fugacità di un istante, questo libro, che evoca il tempo in cui i sentimenti venivano coltivati con pudore, responsabilità e inesauribile speranza, si leva come un canto coraggioso e struggente. Ci ricorda, con la voce velata dalla tenerezza di chi contempla una vita intera spesa per l'altro, che amare significa farsi custodi instancabili del destino altrui.

 Quel seme gettato con mani tremanti in una lontana primavera del 1952 non si è disperso nel vento dei decenni, ma si è fatto radice, quercia, dimora. Così, l'ultima riga di questo carteggio non segna un congedo, ma un nuovo, inestinguibile incipit. Corradini ci consegna il legato di una certezza che emoziona e lascia senza parole: il quotidiano donarsi non è rinuncia, bensì il solo, magnifico telaio su cui l'anima umana possa tessere la propria luce. Un piccolo capolavoro di grazia che ci prende per mano e ci invita, sommessamente, a non smettere mai di avere sete d'eterno e a non temere la vertigine di quel “per sempre”.

Franco Mileto

 Corradini


IL MAESTRO - aprile 2026

 


IL MAESTRO 



sabato 4 aprile 2026

RAGAZZI CHE PENSANO TROPPO


 Il libro "Ragazzi che pensano troppo" è descritto come un'opera fondamentale per genitori ed educatori, che unisce storie vere a ricerche scientifiche. 

"Ragazzi che pensano troppo" di Matt Richtel (2026) esplora la crisi di salute mentale adolescenziale, evidenziando alti tassi di ansia e la necessità di supportare una generazione fragile ma resiliente. Gli adolescenti vivono un'epoca di stress elevato, spesso legato a insicurezze e sfide sociali, che richiede attenzione da parte di educatori e genitori. 


Libreria PienogiornoLibreria Pienogiorno 

Ecco i punti chiave legati al tema dei giovani che "pensano troppo" (overthinking) e all'omonimo libro:

  • Il contesto del libro: Matt Richtel, vincitore del premio Pulitzer e giornalista del New York Times, indaga la crisi di salute mentale adolescenziale, esplorando il connubio tra fragilità e resilienza negli adolescenti di oggi.
  • Dati sulla salute mentale:

 Oltre il 51% degli adolescenti in Italia dichiara di soffrire di ansia o tristezza prolungata. A livello globale, uno su sette vive con un grave disagio psicologico.

  • Cause dell'overthinking:
    • Rifiuto sociale: L'esclusione da parte degli amici è un fattore critico che manda in crisi il "cervello emotivo" dei giovani.
    • Fallimento individuale: La pressione per il successo provoca forte stress.
    • Pressione digitale e sociale: Un ambiente in continua evoluzione, dove i punti di riferimento tradizionali sono venuti meno.
  • Conseguenze: L'eccesso di pensieri (overthinking) si trasforma in loop mentali, logorando il corpo e causando ansia e difficoltà di concentrazione.
  • Risposta educativa: È necessaria una maggiore comprensione da parte degli adulti, che spesso vivono anch'essi una fase di fragilità. 

In un mondo di grandi mutamenti e sfide esistenziali, chiedersi perché gli adolescenti pensano troppo è come chiedersi perché i ragazzi di un tempo avessero le ginocchia sbucciate.

Sono il 51,4 per cento in Italia gli adolescenti che dichiarano di soffrire di ansia o tristezza prolungate, mentre nell’intero pianeta uno su sette convive con un serio disagio psicologico e quasi la metà si rivolge all’AI per trovare risposte ai propri affanni. Il mondo che muta alla velocità della luce e le sfide inedite e ardue che la realtà – fisica e virtuale – pone sono all’origine di un malessere pervasivo per ragazze e ragazzi. E il confronto continuo con i social, poi, li espone perennemente a un eccesso di “ruminazione” che può diventare l’anticamera di forme ansiose più profonde. Ma comprendere, aiutare e valorizzare quella che il premio Pulitzer Matt Richtel definisce «la generazione più preziosa» non può che essere la priorità di tutti, perché gli adolescenti non sono che gli esploratori di cui l’evoluzione ci ha dotato per aprire gli orizzonti, allargare i confini, infondere nuove idee e nuova linfa alla società. È un’impresa ardua la loro, irta di incognite e rischi, soprattutto in un’epoca in cui i punti stabili su cui potevano contare i ragazzi di un tempo si sgretolano. Ma è anche una sfida entusiasmante e, ora più che mai, indispensabile.

Con la sapienza di un grande narratore e divulgatore, basandosi sulle più accurate ricerche scientifiche e un gran numero di storie vere, Matt Richtel ha scritto non solo un’opera che ogni genitore ed educatore dovrebbe tenere sul comodino, ma un’autentica dichiarazione d’amore per una condizione che è al tempo stesso resilienza e fragilità, immaginazione e con- traddizione, paura e speranza. Un inno a una stagione della vita il cui supremo valore supera tutti i disagi che comporta.

 Autore

Matt Richtel, vincitore del premio Pulitzer, è uno scrittore bestseller e si occupa di salute e scienza per il New York Times . Ha trascorso quasi due anni a indagare la crisi di salute mentale degli adolescenti durante la pandemia per l’acclamata e pluripremiata serie giornalistica «Inner Pandemic». Ragazzi che pensano troppo è stato nominato come libro migliore dell’anno dal prestigioso New Yorker 

 

 

venerdì 3 aprile 2026

IL SERVO DI ISAIA


Nell’era delle risposte immediate e delle reazioni automatiche, il Venerdì Santo ci ricorda che esiste una via diversa: spezzare la catena dell’odio senza cedere né colpire, trasformando i rapporti e lo sguardo.

 Roberto Pasolini

Viviamo nell’epoca della reazione istantanea. Un insulto ricevuto esige una risposta nel giro di secondi: sui social, dove tutto è pensato per ottenere un clic – e possibilmente una reazione – nella politica, nelle relazioni, nelle conversazioni di ogni giorno, ovunque. 

Chi non risponde viene letto come debole, arreso, già sconfitto prima ancora di aver parlato. La ritorsione è diventata il nostro respiro normale, il ritmo con cui si scandisce il tempo di chiunque non voglia soccombere. Il male entra in circolo, gira su se stesso e riparte amplificato, perché trova sempre qualcuno disposto a rilanciarlo. È la legge non scritta di questo tempo: se ti colpiscono, colpisci. Se ti umiliano, umilia. Altrimenti hai già perso. 

Eppure c’è qualcosa che portiamo dentro, forse più di quanto sappiamo nominare: la stanchezza di questo ritmo. La nausea di guerre che si nutrono di odio antico e non riescono a finire, di schermi che rimandano rabbia su rabbia come specchi contrapposti, di relazioni che si spezzano perché nessuno è disposto a cedere per primo, di giornate che si consumano in una difesa continua di noi stessi. 

C’è in noi – almeno in quella parte di noi che non ha ancora smesso di sperare – la sete di qualcosa di diverso. Non di ingenuità. Non di resa passiva. Di una forza che non assomigli alla violenza e che tuttavia sia capace di tenerle testa. Una forza che non abbiamo ancora imparato a riconoscere, forse perché non assomiglia a nulla di ciò che il mondo chiama forza. 

 I canti del Servo di Isaia, che la Settimana Santa ci fa ascoltare come chiave per leggere la Passione, descrivono un uomo che quella forza la possiede davvero. Non è un eroe che vince i nemici in battaglia: è qualcuno che accetta di ricevere colpi senza restituirli, sputi senza rispondervi, una condanna ingiusta senza trasformarla in vendetta. 

Il profeta usa un’immagine di una densità quasi insostenibile per descrivere questa figura: «Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti». Il male arriva fino a lui e lì si ferma. Non rimbalza. Non riparte. Si esaurisce. È la forma di resistenza più radicale che esista: non opporre forza alla forza, ma diventare il luogo in cui la spirale si interrompe. 

Un punto fermo in cui l’onda si infrange e non riesce più a ripartire. Gesù ha incarnato questo sino alla fine. Non da una distanza di sicurezza, non con un gesto isolato e straordinario compiuto in un momento eccezionale. Lo ha fatto attraverso un esercizio lungo tutta una vita: nelle incomprensioni quotidiane, nelle piccole umiliazioni che nessuno ha mai registrato, nei silenzi custoditi quando sarebbe stato così facile – e così comprensibile – rispondere. 

Il mondo conosce sostanzialmente due risposte al male: la resa o la ritorsione. Gesù ne ha praticata una terza, infinitamente più difficile: l’assorbimento. Ricevere senza rimandare. Restare senza fuggire. Offrire senza pretendere nulla in cambio, nemmeno la comprensione di chi si ama. 

La croce non è un momento: è il compimento di una scelta fatta ogni giorno, in condizioni meno epiche del Calvario, spesso in circostanze che nessuno noterà mai. Un’obbedienza che si apprende attraverso il tirocinio della sofferenza. Una resistenza che non si impone con la forza, ma si offre con tutta la vita. 

 Noi conosciamo bene il mondo in cui viviamo. Ne portiamo addosso i segni, le abitudini, i riflessi condizionati che si attivano prima ancora che ce ne accorgiamo. E sappiamo quanto sia difficile – quanto costi davvero, quanto vada contro ogni istinto profondo di sopravvivenza – non restituire il male ricevuto. 

Non è una scelta che si compie una volta sola: va ricominciata ogni mattina, in condizioni diverse, contro avversari – interiori ed esteriori – sempre nuovi. Ma forse vale la pena fermarsi su una domanda, prima di tornare al rumore ordinario delle nostre giornate: se anche noi, nel nostro piccolo, imparassimo a diventare uno di quei luoghi in cui la spirale si interrompe – nelle nostre case, nelle nostre amicizie, nei contesti in cui viviamo e operiamo – cosa cambierebbe intorno a noi? Forse non cambierebbe subito il mondo. 

Ma potrebbe essere diverso il modo in cui attraversiamo le nostre giornate: meno parole che feriscono, meno reazioni dettate dall’istinto, meno tempo consumato a rincorrere ciò che ci ha fatto male. Più libertà nei rapporti, più pace dentro, più spazio per ciò che davvero conta. 

È questo, in fondo, ciò che il Venerdì Santo consegna anche a noi: non un gesto eroico da ammirare da lontano, ma una possibilità da praticare da vicino. Che il male, almeno in qualche punto della storia – anche piccolo, anche nascosto – possa fermarsi. E non ripartire più.



La GRANDEZZA DELL'ITALIA

 


MA L'ITALIA 

E' DIVENTATA

 GRANDE?



-di Giuseppe  Savagnone 


La “schiena dritta” dell’Italia

Il rifiuto – rivelato e molto pubblicizzato in questi giorni dal governo – di permettere agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella per la loro guerra all’Iran, è stato letto da molti commentatori come una mossa della nostra presidente del Consiglio per prendere le distanze, agli occhi dell’opinione pubblica italiana, da un amico divenuto ormai decisamente ingombrante qual è ormai Donald Trump, sempre più impopolare sia nel suo paese che nel nostro. Né bastano a smentire questa impressione le assicurazioni d’obbligo che il legame con gli Stati Uniti rimane saldo.

Non è mancato qualcuno che ha collegato questa scelta alla netta sconfitta della maggioranza governativa – e prima di tutto di Giorgia Meloni, che ci aveva “messo la faccia” –  nel referendum sulla giustizia. Se è vero che esso si è trasformato in una consultazione popolare chiamata a valutare l’operato del governo di destra nei suoi ormai tre anni di vita, è plausibile che a pesare in senso negativo sia stata anche la strettissima relazione della nostra premer con il presidente degli Stati Uniti.

Il primo “no” a Washinton, nel caso di Sigonella, avrebbe lo scopo di offrire agli italiani l’immagine di un governo che, al pari di quello del premier spagnolo Sánchez – molto ammirato, nei giorni scorsi, dai nostri opinionisti più autorevoli per la sua equilibrata fermezza nel condannare l’attacco americano e israeliano all’Iran – , sa trattare con gli Stati Uniti mantenendo “la schiena dritta”.

Uno sforzo che appare destinato, in verità, a cozzare con alcuni innegabili dati di fatto. Fin dal primo momento la linea di Sánchez è stata chiarissima:  «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è. Certamente il popolo spagnolo non lo è e, ovviamente, non lo è nemmeno il governo spagnolo. La questione, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace». Perché «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità».

Meloni, invece, pur riconoscendo che questa deliberata aggressione si pone «al di fuori del diritto internazionale», si è rifiutata di prendere posizione: «Non condivido e non condanno», ha detto, appellandosi alla complessità della questione. 

Un’amicizia resistente alle delusioni

Non è una differenza di linea politica nata in questa circostanza. La sua radice remota sta nel rapporto strettissimo che la nostra premier ha avuto col presidente americano fin dall’inizio del suo secondo mandato, rapporto evidenziato già dal fatto che Giorgia Meloni è stata l’unica premier europea invitata alla cerimonia d’insediamento del Tychoon. 

 Alla base c’è una grande stima personale reciproca, espressa in più circostanze: «Io penso che Donad Trump sia un leader coraggioso, schietto, determinato che difende i suoi interessi nazionali. Io mi considero una persona coraggiosa, schietta e determinata, che difende i suoi interessi nazionali. Quindi direi che ci capiamo bene anche quando non siamo d’accordo».

E Trump da parte sua non ha lesinato i complimenti a “Giorgia”, definendola «donna meravigliosa» e «grande leader», con apprezzamenti riguardanti anche il suo fisico: «Sei giovane e bellissima». E anche all’inizio della guerra contro l’Iran ha ribadito:  «Giorgia Meloni cerca sempre di aiutare, è un’ottima leader ed è una mia amica».

In questo contesto si spiega perché la nostra premier non abbia detto una sola parola per condannare le pretese avanzate da Trump fin dall’inizio del suo mandato nei confronti della Groenlandia e del Canada (con esplicite minacce di intervento militare), limitandosi a dirsi certa che non avrebbero avuto seguito e riconoscendo una certa fondatezza delle pretese del presidente americano, da lei definito anche in quest’occasione «una persona che quando fa una cosa la fa per una ragione».

Questa stima da parte della nostra premier verso l’inquilino della Casa Bianca ha superato indenne la delusione seguita al viaggio a Washington – trionfale sul piano mediatico, ma disastroso su quello politico – dell’aprile 2025. In quell’occasione i giornali di destra celebrarono il ruolo di «pontiera» della nostra premier, che pure aveva dovuto aggiornare lo slogan sovranista da lei spesso ripetuto – «rendere di nuovo grande l’Italia» – , trasformatolo in un «rendere di nuovo grande l’Occidente», per conciliarlo con quello del suo ospite che, da pare sua, sbandierava quello «Rendere di nuovo grande l’America». E le lodi di Trump alla presidente italiana sembrarono una conferma che la grandezza dell’Italia e quella degli Stati Uniti potessero rientrare in un unico grande progetto, di cui Donald Trump doveva essere l’artefice e Giorgia Meloni l’ispiratrice.

Poi i fatti smentirono con spietata evidenza questi sogni. La richiesta dell’UE, di stabilire un rapporto alla pari, con zero dazi – di cui Meloni era stata l’ambasciatrice, in forza del suo rapporto privilegiato col presidente americano, fu platealmente ignorata, come anche le richieste alternative del 10%, avanzate per ripiego dei governi europei Niente da fare. I dazi furono del 15%, anche recentemente una sentenza della Corte suprema li ha dichiarati nulli.

La proposta del premio Nobel per la pace

Ma il ruolo di mediatrice, che Meloni si attribuiva e che i giornali governativi celebravano ossessivamente come la sua «centralità» sulla scena politica, non funzionò neppure quando Trump volle imporre ai paesi europei di elevare le loro spese militari al 5%, piegando con le minacce la resistenza degli alleati. Già allora Sánchez fu l’unico che rifiutò di cedere al ricatto, attirandosi l’ira incontrollata del presidente americano. Il quale peraltro, malgrado le concessioni ottenute, continuò ad usare toni spezzanti nei confronti dell’Europa, mostrando chiaramente, in tutta la gestione della crisi ucraina, di ritenerla ormai una realtà politicamente ed economicamente marginale.

Eppure neanche questo scoraggiò Meloni dal sottolineare che tra lei  e il presidente americano esisteva un «rapporto privilegiato», di cui era «orgogliosa», e a insistere con gli altri Stati dell’UE, da buona “pontiera”, sulla necessità di dare sempre la priorità al rapporto tra Europa e Stati Uniti, per «rendere di nuovo grande l’Occidente».

Questa cieca fiducia non è stata intaccata neppure quando, nel gennaio scorso, Trump ha dispiegato la sua schiacciante forza militare per attaccare  il Venezuela, contro ogni regola del diritto internazionale, e non per ristabilire la democrazia, ma mantenendo il vecchio regime, perché – come egli dichiarò senza veli – ciò che gli premeva era la cessione dei diritti sul petrolio. Anche allora Meloni ha dichiarato che l’accaduto costituiva una «operazione difensiva legittima». Addirittura, a distanza di poco tempo, ha detto – prima e unica leader europea – che sperava di poter presto «candidare Donald Trump per il Nobel per la pace».

Non si può dire che il Tychoon l’abbia ripagata adeguatamente perché ha continuato ad attaccare l’Europa, arrivando, pochi giorni dopo questa lusinghiera candidatura, a misconoscere, col suo solito tono derisorio, il tributo di morti pagato dai paesi della Nato, tra cui l’Italia, nella guerra in Afghanistan: «Sono rimasti un po’ nelle retrovie, un po’ lontani dal fronte».  Suscitando la protesta di molti paesi e della stessa premier italiana, a cui però, a differenza che a quello inglese, non ha porto le scuse.

Il fallimento di un progetto politico

È inevitabile, alla luce di questa storia, chiedersi se si sia realizzato o meno, ad oggi, il progetto dichiarato del nostro governo, quello di «rendere di nuovo grande l’Italia» o, anche nella nuova versione inaugurata dalla Meloni, «l’Occidente». La risposta viene dai fatti.

Non c’era bisogno, del resto, di essere profeti, e nemmeno grandi politologi, per prevedere tutto questo, se il sottoscritto, che non è né l’uno né l’altro, l’aveva già puntualmente prefigurato in un chiaroscuro intitolato «Il mondo di Donald Trump e le illusioni dei sovranisti» (ancora facilmente consultabile su «Tuttavia»), che risale addirittura all’8 novembre 2024, all’indomani della vittoria elettorale del Tychoon e ben prima del suo insediamento. Ne riporto testualmente le conclusioni, perché esse sono di una bruciante attualità anche oggi: «Se si pensa che il bene del proprio paese sia in alternativa a quello degli altri, due governi sovranisti non potranno mai allearsi, se non in un rapporto asimmetrico di dipendenza (come fu tra Germania nazista e Italia fascista nel secolo scorso). Come i ricci, i cui aculei sono una buona difesa verso gli altri animali, ma escludono un reciproco abbraccio, i sovranisti non possono dare luogo a un fronte veramente comune e tra due Stati governati da loro ci potrà essere solo competizione.

(…) La linea dell’America di Trump, protezionista e polemica verso l’Europa, non coincide affatto con gli interessi dell’Italia, per quanto il nostro governo abbia per molti versi una matrice sovranista, anzi è destinata a danneggiarli gravemente.

Per quanto riguarda la nostra economia – che si basa in gran parte sulle esportazioni – l’aumento dei dazi, con il conseguente scatenarsi di una guerra doganale, da parte degli Stati Uniti, non potrà che colpire le nostre   attività commerciali e, più a monte, quelle produttive (…).

Anche la nostra politica estera è stata finora impostata, per quanto riguarda la guerra in Ucraina, sulla fedeltà alla NATO e sul sostegno “incrollabile”» a Zelenskyi, per quella di Gaza sulla creazione di uno Stato palestinese. Che farà il nostro governo ora che il potente alleato americano sembra cambiare drasticamente linea?

Solo un’illusione ottica può far credere ai nostri sovranisti che la vittoria di Trump è un successo anche per loro(…).  Per quelli che sono già coinvolti in ruoli di governo e per gli altri che potranno presto esserlo, l’America  di Trump è diventata più  una minaccia che un punto di riferimento. E,  in generale, è il mondo di Trump  – per definizione conflittuale e spietato – a profilarsi come un incubo, e  non solo per i sovranisti, ma per tutti coloro che ne avevano sognato  uno dove gli esseri umani fossero finalmente fratelli».

Questo incubo è davanti ai nostri occhi. C’è una sola cosa da aggiungere, ed è che in realtà anche per gli Stati Uniti, come si sono accorti molti del movimento Maga, la politica di Trump è un disastro.

In questo quadro è evidente il completo fallimento della politica estera italiana che aveva puntato tutto sul ruolo di mediatrice che Meloni avrebbe dovuto avere, assumendo un ruolo centrale nel rapporto tra Europa e Stati Uniti. Mai come oggi questo rapporto appare compromesso e l’idea stessa di Occidente, che si basava su di esso, appare ormai un ricordo del passato. 

Non è morta, però la speranza di una rinascita spirituale, culturale e politica, che ne faccia rifiorire valori dopo questo inverno. Ma è chiaro che essa non passa più, come sognava Meloni, da una remissiva subordinazione alla capricciosa e prepotente politica americana, bensì dipende dalla capacità dell’Europa di ritrovare un’anima, che non è certo quella del capitalismo imperialista di Trump. Dobbiamo sperare che l’Italia, messa ai margini da una linea sbagliata, riesca a recuperare un posto in questo progetto. 

Ma per questo molto di più che negare l’atterraggio a due aerei americani.  

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