lunedì 28 settembre 2026

INSEGNANTI DELEGITTIMATI

 


 Violenza

nelle scuole? 


Favorita 

da anni 

di delegittimazione

degli

insegnanti


Il rettore dell’Università Roma Tre, analizza, da pedagogista, la progressiva crisi del sistema scolastico italiano. Decenni di delegittimazione del ruolo dei docenti, taglio del riconoscimento economico ed «elogio dell'incompetenza» hanno logorato l'autorevolezza delle istituzioni educative, trasformando la scuola da luogo di crescita collettiva a terreno di scontri individuali e performance

-di Annachiara Valle

«La nostra è sempre stata una scuola aperta, di grande inclusione, un modello per il mondo. Negli anni, però, la classe degli insegnanti è stata progressivamente delegittimata». Massimiliano Fiorucci, pedagogista, rettore dell’Università degli Studi Roma Tre, legge anche così gli ultimi avvenimenti nella capitale.

Massimiliano Fiorucci, pedagogista e rettore dell'Università degli Studi Roma Tre, in un incontro alla libreria San Paolo di Roma

Professore Roma è ancora sotto shock per l’accoltellamento della professoressa in una scuola media. Perché cresce questa violenza?

«Difficile rispondere, bisognerebbe conoscere meglio e più da vicino la vicenda, i contesti sociali e familiari, le situazioni. Però, a livello generale, secondo me, è sicuramente responsabile il prolungato messaggio di delegittimazione del valore della scuola e dell’educazione. C’è stata una fase storica nella quale gli insegnanti erano considerati figure di riferimento e autorevoli e la scuola era un’istituzione di valore da tutelare, un luogo rispettato da tutte le famiglie non un luogo in cui, come in qualche caso avviene oggi, i genitori vanno a difendere come sindacalisti i propri figli. Dopo anni di deleterio e irresponsabile elogio dell’incompetenza, per cui non c’è bisogno di studiare, di sapere, di conoscere per esprimere una opinione o per svolgere una determinata professione o per affermarsi nel mondo del lavoro, si è delegittimato il valore anche sociale degli insegnanti. Oltre, ovviamente, al peso dello scarso riconoscimento economico di queste figure professionali. E poi è venuta affermandosi la cultura della performance, è stato considerato più importante il risultato, che non il processo e il percorso di apprendimento».

A proposito di risultato, le nuove guide per la scuola mettono al centro il talento e il merito. Questo sarà un aiuto per gli studenti o un peso maggiore?

«Talenti e meriti vanno riconosciuti e valorizzati, ma per come sono formulate le nuove linee guida si rischia di fare in modo che questo ricada sui soggetti, sulla responsabilità individuale piuttosto che sociale. Il punto è che dobbiamo tenere in considerazione i contesti nei quali le persone crescono, le condizioni familiari, sociali, il background culturale, le opportunità, le relazioni, i territori dove capita di nascere. Non c’è nessun merito in questo. C’è sicuramente una dimensione individuale di talento e di merito che va coltivata e assecondata, ma la scuola deve in primo luogo cercare di mettere tutti nelle stesse condizioni. Se potessi indicare una strada direi allora che bisogna privilegiare delle politiche di “discriminazione positiva”, cioè bisogna dare di più a chi ha di meno per fare in modo che tutti possano avere le stesse opportunità di crescere, di emanciparsi, di essere liberi e di far emergere i propri talenti».

In che direzione va la scuola con le nuove linee guida?

«Si afferma, fondamentalmente, un modello di scuola assimilazionista, eurocentrica, trasmissiva e in qualche modo anche autoritaria con poco spazio per la dimensione laboratoriale e dell’apprendimento trasformativo. Penso poi all’uso della storia. Qui c’è più un riferimento a narrazioni moralistiche ed edificanti attraverso molti aneddoti piuttosto che al pensiero critico e alla capacità di utilizzare le fonti storiche. Si va verso una funzione più identitaria, verso la costruzione di un modello di cittadino degli Stati nazionali piuttosto che, come andrebbe fatto in un’epoca come quella che stiamo vivendo, di costruzione di una cittadinanza globale aperta al dialogo e al confronto con gli altri».

Parlando proprio di Storia. Si insiste sull’importanza della Storia dell’Occidente, come se tutto fosse nato da noi. Vede un pericolo in questo?

«L’incipit del programma è folgorante. Vi si legge che “solo l’Occidente conosce la Storia”. È un’affermazione molto forte, problematica, identitaria che sottolinea questo sguardo euro ed etnocentrico. È pericoloso perché, se si guarda solo a se stessi, questo non predispone al dialogo, ma allo scontro».

Ci spiega meglio?

«Perché questa impostazione significa non riconoscere il valore degli altri e il fatto che tutte le culture non sono oggetti separati, non lo sono mai stati. Si tratta di una visione essenzialista. Tutte le culture sono in qualche modo miste, permeate e permeabili. Lo vediamo dalla toponomastica, dal linguaggio, dalle tradizione gastronomiche, dalle parole che usiamo. L’Italia è un territorio da sempre multiculturale e multireligioso. Gli ebrei, per fare un esempio, sono a Roma dal secondo secolo a.C., abbiamo molte minoranze linguistiche storiche in tutta Italia, siamo stati dominati e attraversati attraversati da tantissime popolazioni: dagli arabi, dai normanni, dagli spagnoli, dai francesi, ecc.. Ognuno di questi Paesi e popoli ha lasciato delle tracce nella nostra lingua e nella nostra cultura. E questo l’ha fatta evolvere. Le culture pure, isolate scompaiono, muoiono, di fatto non esistono. Tutti i sistemi culturali sono invece permeabili e dialogici. Le identità sono, di per sé, dinamiche. Solo attraverso il dialogo si può crescere, essere capaci di modificarsi e migliorare se stessi».

Parlando degli arabi mi veniva in mente la parmigiana, ricetta italiana, ma che non avremmo se gli arabi non avessero portato le melanzane nel nostro Paese.

«È assolutamente così. Ci sono tantissimi esempi in questo ambito e penso ai bellissimi libri di Massimo Montanari sull’identità italiana in cucina. In uno dei suoi scritti dal titolo “La Contea di Modica”, Leonardo Sciascia racconta come sia nato quel tipico cioccolato di "inarrivabile sapore, che sfiora l'assoluto". Quel cioccolato è arrivato attraverso gli spagnoli che, da Alicante in particolare, erano andati in centro America e avevano riportato in Sicilia una ricetta azteca attraverso cui si arriva poi alla famosa cioccolata di Modica. Ecco, quindi, che anche le tradizioni più “tradizionali”, in qualche modo, sono il frutto di questi scambi. E ancora pensiamo al pomodoro, alla polenta. Tutti prodotti legati anche alla scoperta dell’America (sarebbe più corretto definirla conquista assumendo il punto di vista delle popolazioni che già vi vivevano) e alla circolazione delle persone, delle merci, delle idee, delle parole. Per questo è antistorico considerare la storia solo dal punto di vista occidentale».

Tra i libri di testo entra anche la Bibbia. Ma si può capire il testo sacro senza la storia dell’Egitto, della Palestina, senza riconoscere la cultura dove quel testo è nato?

«È esattamente qui il problema, quello che lei dice è fondamentale. Ma anche qui mi sembra che si voglia fare una lettura un po’ ideologica della Bibbia e della religione, usandole per consolidare la narrazione sulle radici cristiane occidentali, ma escludendo tutto ciò che ha contribuito a creare e comprendere un testo complesso come quello della Bibbia così ricco e straordinariamente potente. Qui c’è una lettura di parte, forzata, identitaria che è quella che viene proposta dal Ministro Valditara nel libro “Il manifesto per l’Occidente” che ha curato insieme con Giampaolo Azzoni. In questo libro si tenta di delegittimare, senza riuscirci, tutti quegli autori, come Frantz Fanon, Edward Said, ecc. che hanno introdotto uno sguardo critico sull’Occidente e sulle sue responsabilità coloniali e non solo. Con questo non voglio negare i meriti che l’Occidente ha avuto. È il luogo dei diritti, del dialogo e dell’apertura, ma dobbiamo ricordare bene che è anche il luogo dei crimini, è il luogo nel quale sono nati i razzismi, il nazifascismo, i colonialismi, l’olocausto e che continua a tollerare al suo interno forme di integrazione subalterna e nuove schiavitù».

Si insiste anche sull’Odissea. La convince?

«L’Odissea è un racconto straordinario che fa parte della nostra storia. Ma anche qui non si possono capire la storia e la cultura a pezzi. I mondi vanno sempre contestualizzati. Ma quello che mi spaventa di più nelle indicazioni ministeriali è il privilegiare il racconto edificante, l’aneddoto piuttosto che l’approfondimento critico. Questa educazione un po’ moralistica mi sembra che sia un ritorno agli Stati nazionali dell’ottocento, una tentazione non solo italiana, ma del tutto anacronistica»

Eppure, la nostra è sempre stata una scuola aperta, vero?

«Straordinariamente aperta, al di là delle retoriche che se ne fanno. Se si vuole imparare dalla Storia ricordiamo i romani che hanno adottato l’editto di Caracalla che concede la cittadinanza a tutti gli abitanti sul territorio, quindi hanno superato lo ius sanguinis adottando lo ius soli. I romani hanno anche inventato il diritto d’asilo e hanno concesso a persone di origini diverse di diventare imperatori, si pensi solo per fare un esempio a Settimio Severo che proveniva dall’attuale Libia. Se ci si vuole rifare all’antichità potremmo imparare questa lezione. Tornando alla scuola, comunque, dal dopoguerra la nostra è sempre stata una scuola inclusiva, che ha superato le classi differenziali, che non ha mai adottato modelli separati per l’inserimento degli allievi con cittadinanza non italiana, che è stata capace di grandi sperimentazioni che hanno portato davvero a realizzare una scuola aperta a tutti. Abbiamo tutta una serie di documenti avanzatissimi dalla fine degli anni Ottanta fino al 2022 proprio sulle tematiche interculturali. Nelle nuove indicazioni, invece, il termine intercultura appare solo qualche volta con riferimento alle competenze e all’apprendimento delle lingue straniere. Uno sguardo chiuso e asfittico».

E invece sull’educazione affettiva. Perché c’è questa grande paura?

«Perché siamo ancora obiettivamente una società patriarcale, quindi un’educazione affettiva seria metterebbe in discussione modelli consolidati che, però, visto quello che sta succedendo, andrebbero messi seriamente in discussione. Nel nostro Paese, col numero di femminicidi che tristemente si registra ogni anno, andrebbe fatto un lavoro profondo sia sugli educatori/insegnanti sia sugli studenti e le studentesse perché siamo tutti un po’ impreparati. Un tema che non è rinviabile anche perché la scuola spesso per alcuni è l’unico luogo dove gli studenti possono conoscere prospettive e punti di vista diversi rispetto anche a quelli dell’ambiente di origine. Non sempre la famiglia trasmette valori positivi. Basti pensare che la maggior parte delle violenze e dei femminicidi avviene in contesti familiari. Un’apertura e uno sguardo diverso sarebbero, allora, sicuramente un’opportunità data sin dall’età più giovane».

È positivo il ritorno del latino?

«Sicuramente è una materia importante. Se avessi potuto scegliere l’avrei messa come materia obbligatoria. Perché se è facoltativa, come è sempre avvenuto, sarà scelta da chi ha più risorse, da chi ha dietro una famiglia che magari ha fatto studi classici, che ha più libri in casa. Diventerà una questione di classe sociale. I più sfavoriti non faranno il latino e quindi saranno di nuovo, a conclusione della scuola, più svantaggiati. Penso che sia, invece, interessante la parte di geografia che ha una dimensione, contrariamente alla parte storica, più aperta al dialogo interculturale. In ogni caso ciò che è preoccupante è l’impianto poco allineato ai tempi e in contraddizione con la grande tradizione della scuola italiana. Una tradizione di inclusione, di apertura straordinarie che ne hanno fatto un punto di riferimento nel mondo per la sua modernità. La scuola che va disegnandosi mi sembra un po’ in contraddizione con quella di dialogo, della libertà, del pensiero critico e dell’emancipazione che poi è, di fatto, la scuola della Costituzione».

Famiglia Cristiana

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IL DIRITTO ALLA SALUTE

Ssn, un patrimonio da difendere. Riflessioni di un medico in quiescenzaSsn, un patrimonio da difendere.

 




 Riflessioni di un medico in quiescenza

Gentile Direttore, sono da qualche mese in quiescenza e, dopo molti anni di attività ospedaliera in un settore complesso come quello oncologico, sento il bisogno di condividere alcune riflessioni.

-di Stefano Vitello*

La distanza dal quotidiano consente forse di guardare con maggiore serenità alle difficoltà vissute, ma anche alla straordinaria ricchezza della professione medica: il privilegio di accompagnare la persona nei momenti più delicati della sua esistenza.

Rimane soprattutto la grandezza di un’idea: una sanità che riconosce la salute come diritto fondamentale e garantisce assistenza a tutti, senza discriminazioni.

A questa idealità si contrappongono, tuttavia, le difficoltà di ogni giorno: carenze di personale, problemi organizzativi, burocrazia, disuguaglianze territoriali, sprechi e dinamiche relazionali non sempre facili.

È proprio dalla distanza tra la grandezza dell’idea e le fragilità della sua realizzazione che nasce questa riflessione.

La persona al centro

Ogni sistema sanitario dovrebbe partire da una verità fondamentale: ogni persona possiede una dignità e una singolarità irripetibili.

Una dignità che non viene meno con la malattia, la disabilità o nella fase terminale della vita. Anzi, proprio nella fragilità deve diventare il criterio fondamentale di ogni scelta assistenziale.

Prendersi cura significa garantire prevenzione, diagnosi precoce, terapie appropriate, riabilitazione, assistenza domiciliare, cure palliative e continuità lungo l’intero percorso della malattia.

Non soltanto curare la malattia, dunque, ma prendersi cura della persona. È questo il significato più autentico della medicina.

L’articolo 32 della Costituzione afferma che «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività».

Difendere questo principio non significa ignorare le criticità del Servizio Sanitario Nazionale, ma avere il coraggio di riconoscerle e correggerle per costruire una sanità più efficiente, equa, integrata e umana.

Le priorità

Occorre innanzitutto investire nella prevenzione e negli stili di vita, coinvolgendo scuola, famiglie, associazioni, mondo del lavoro, realtà sportive e comunità locali. La salute non si costruisce soltanto negli ospedali: una società che investe nella prevenzione investe nel proprio futuro.

È necessario rafforzare il Servizio Sanitario Pubblico, investendo in strutture, personale, tecnologie e organizzazione, garantendo ovunque livelli adeguati di assistenza.

Occorre realizzare una vera integrazione tra ospedale e territorio. Medicina territoriale, servizi sociali, assistenza domiciliare, riabilitazione e cure palliative devono costituire parti di un unico percorso. L’ospedale rimane fondamentale, ma non può essere l’unico luogo nel quale si concentra la risposta ai bisogni di salute.

Pubblico, privato accreditato e Terzo settore possono collaborare, purché all’interno di regole chiare e trasparenti e mantenendo fermo un principio: l’interesse della persona deve rimanere il criterio guida.

Anche innovazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale possono rappresentare straordinarie opportunità, purché siano poste al servizio della persona e dei professionisti e non diventino nuova burocrazia.

Abbiamo bisogno di meno tempo dedicato alle procedure e più tempo dedicato alla cura.

Valorizzare le persone, riconoscere il merito

Il patrimonio più importante della sanità non è costituito soltanto dalle strutture e dalle tecnologie, ma dalle persone che ogni giorno vi lavorano.

Valorizzare le risorse umane significa anche riconoscere competenza, esperienza, responsabilità e merito, attraverso criteri trasparenti e imparziali. In un servizio pubblico non dovrebbero trovare spazio privilegi, corsie preferenziali o posizioni attribuite sulla base di appartenenze politiche, relazionali o di altra natura. Il merito non è soltanto un legittimo riconoscimento dovuto al professionista: è soprattutto una garanzia per il cittadino. Affidare responsabilità a chi possiede competenza, esperienza e capacità significa migliorare la qualità dell’assistenza e rafforzare la fiducia nelle istituzioni. Un sistema che non riconosce il merito indebolisce le proprie istituzioni.

Non rispettare questi principi significa allontanarsi dalla missione stessa del Servizio Sanitario Nazionale, che deve operare nell’interesse della persona e della collettività secondo equità, imparzialità, competenza e responsabilità.

Medici, infermieri, OSS, tecnici e tutte le professionalità sanitarie devono essere ascoltati, formati, sostenuti e adeguatamente valorizzati. Un sistema che non si prende cura di chi cura rischia di non riuscire più a prendersi cura adeguatamente dei cittadini.

Ridurre le disuguaglianze

Una sanità realmente universalistica non può offrire opportunità differenti a seconda del luogo nel quale una persona nasce o vive. Occorre rafforzare strutture e personale nelle aree maggiormente carenti, ascoltare i territori e valorizzare il contributo delle associazioni e del volontariato, spesso capaci di intercettare bisogni e fragilità che sfuggono ai canali istituzionali.

Ridurre le disuguaglianze territoriali significa garantire concretamente il diritto alla salute e contrastare anche quella mobilità sanitaria che costringe tante persone e famiglie a cercare altrove risposte che dovrebbero poter trovare nel proprio territorio.

Una responsabilità collettiva

Tutto questo non può essere affidato soltanto alle istituzioni.

Il Servizio Sanitario Nazionale è un patrimonio collettivo e richiede una responsabilità altrettanto collettiva. Abbiamo bisogno di un nuovo patto di alleanza tra istituzioni, professionisti sanitari e cittadini.

Alle istituzioni spetta programmare, garantire risorse adeguate, personale, organizzazione, trasparenza e riforme capaci di guardare oltre l’emergenza.
Agli operatori sanitari spetta custodire l’etica della professione e l’umanità della cura, ricordando sempre che dietro ogni cartella clinica c’è una persona, con una storia, una famiglia, una paura e una speranza.

Ai cittadini spetta prendersi cura della propria salute, adottare comportamenti responsabili, utilizzare in modo appropriato i servizi e sentirsi non soltanto utenti, ma corresponsabili di un bene comune. Anche il rispetto verso chi lavora nella sanità appartiene a questa corresponsabilità. Le aggressioni fisiche e verbali agli operatori sanitari non rappresentano soltanto un problema di sicurezza: sono una ferita inferta alla stessa idea di sanità pubblica.

Un patrimonio civile da custodire

Il Servizio Sanitario Nazionale non è semplicemente una macchina organizzativa che eroga prestazioni.

È uno dei luoghi nei quali una comunità dimostra concretamente quanto crede nella solidarietà, nell’uguaglianza e nella dignità della persona.

Quando la sanità pubblica si indebolisce, a pagarne maggiormente il prezzo sono soprattutto i più fragili: anziani, malati cronici, persone con disabilità e famiglie economicamente più deboli.

Per questo difendere il Servizio Sanitario Nazionale non significa difendere semplicemente un’organizzazione, ma un’idea di società: una società nella quale il diritto alla salute non dipenda dal reddito, dalla condizione sociale o dal luogo in cui si vive.

Dopo tanti anni, trascorsi accanto ai malati e ai professionisti della sanità, consegno queste riflessioni alla comunità non come giudizio definitivo, né come nostalgia del passato, ma come atto di fiducia nel futuro.

Il Servizio Sanitario Nazionale ha bisogno di essere riformato, ripensato e rafforzato, ma soprattutto di essere nuovamente riconosciuto per ciò che rappresenta: un grande patrimonio civile del nostro Paese.

Un patrimonio che appartiene a tutti e che, proprio per questo, istituzioni, professionisti e cittadini hanno insieme la responsabilità di custodire e consegnare alle generazioni future.

 * Direttore UOC di Oncologia


domenica 27 settembre 2026

EDUCARE GLI EDUCATORI


 FAMIGLIA 

E SCUOLA 

IN CRISI



-di GIOVANNI MANNARA

Ketticè è un film di Giovanni Tortorici (2026).

Dietro una vicenda circoscritta al mondo adolescenziale, vista soprattutto attraverso gli occhi di un figlio della cosiddetta “società bene” apre una riflessione sulla famiglia, sulla scuola, sulle istituzioni e, soprattutto, sulla condizione di una generazione che sembra muoversi in un mondo privo di direzione.

titolo prende in prestito il vezzeggiativo con cui una giovane della periferia si fa strada. Il film sembra dialogare con Platone.

Repubblica, attraverso la questione su chi controlla coloro ai quali è affidato il potere, emerge un problema attuale: «chi controllerà i controllori?».

La domanda può essere trasferita dal piano politico a quello educativo e sociale: chi controlla coloro che hanno il compito di controllare? Se famiglia, scuola e istituzioni sono strutture alle quali la società affida la formazione, che cosa accade quando proprio queste attraversano una crisi?

Chi educa gli educatori? Anche il semplice «ciao» rivolto dal ragazzo all’insegnante privata contribuisce a costruire atmosfera di informalità.

Sembra che la cultura autentica, per essere efficace, debba necessariamente passare attraverso modalità non convenzionali. È davvero sufficiente rendere la cultura più accattivante per salvare i giovani dal disorientamento? Oppure occorre ripensare più radicalmente il significato stesso dell’educare?

In questo senso assume un valore anche la figura della nonna, una sorta di vecchio Gattopardo domestico. È attenta alla disposizione della tavola, all’abbinamento tra piatti e tovaglia. Potrebbe apparire il simbolo di un mondo legato a consuetudini anacronistiche. Eppure, è proprio lei a dimostrare lungimiranza quando comprende che lo studio dell’inglese deve essere esercitato con continuità e non relegato a poche ore. Non mancano alcuni stereotipi sociali.

Evidente è quello relativo alle periferie, che la madre del protagonista associa al degrado. Una rappresentazione oggi insufficiente.

Le periferie non sono soltanto luoghi di marginalità: sono anche spazi di rinascita urbana e culturale.

Ridurle a simbolo dello spaccio e della corruzione sociale significa riproporre una lettura parziale.

.www.giovannipepi.it

*Giovanni Mannara -Italianista e storico dell’arte, insegna Letteratura italiana e Storia. Ha collaborato con la cattedra di Letteratura italiana del Dipartimento di Scienze Umanistiche.

Interessi di ricerca: letteratura classica greca e latina, barocca, con attenzione alla poesia da Pasolini a D’Annunzio, fino a Rilke. Protagonista del documentario “Our road”, si occupa di legalità e di pesaggio. Ha partecipato a convegni dedicati all’archeologia, al mito e alla storia letteraria.

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sabato 26 settembre 2026

METAMELOMAI

 

Convertirsi, 

cioè riscoprirsi 

figli nel Figlio




Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola

 nella XXVI domenica del tempo ordinario (anno A)

Ez 18,25-28; Sal 24/25; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

Il tema centrale nella liturgia della Parola di questa domenica è la conversione, presentata quale via maestra verso la salvezza. Nei vangeli e negli altri scritti neotestamentari, per dire “conversione”, ricorrono diversi termini greci. I due principali sono epistrophḗ, che significa “voltarsi, girarsi dall’altra parte, cambiare orientamento, cambiare comportamento”, e metánoia, che vuol dire “mutare modo di pensare, di interpretare la realtà, di vedere il mondo, di avvertire l’esistenza, di intendere il senso della vita, di conoscere Dio”. La conversione è tutto questo al contempo: un atto complesso e integrale, un’esperienza dinamica e impegnativa, che risulta da vari fattori, vissuti in personale responsabilità, a cominciare dalla disponibilità ad assecondare l’azione della grazia divina.

La salvezza, a cui la conversione conduce, è difatti un dono gratuito di Dio. Ma, come tale, esige di essere accettata e accolta liberamente e consapevolmente. La salvezza è l’intreccio tra la grazia divina e la responsabilità umana. Il fatto è che proprio la grazia rende abili a dare una risposta positiva e generosa all’appello di Dio, senza tuttavia forzare nessuno a rispondere. La responsabilità è suscitata dalla grazia del Signore, ma dev’essere esercitata da ciascuna persona umana. Non è un riflesso incondizionato, ma un’opzione fondamentale da reiterare continuamente. Nella prima lettura di oggi il profeta Ezechiele, parlando per conto di Jhwh Adonai, lo spiega chiaramente: la salvezza si riceve, ma pure si accoglie. La salvezza implica la resipiscenza dell’ingiusto («Se il malvagio si converte […], ha riflettuto [vayir’éh, nel testo ebraico, tradotto in greco apéstrepsen – cioè girarsi e capovolgersi – nella Settanta e in latino considerans – ha preso in considerazione il suo peccato – nella Vulgata], perciò si è allontanato da tutte le colpe commesse e quindi vivrà e non morirà»). La salvezza implica nondimeno la perseveranza del giusto (che non deve traviarsi e «allontanarsi dalla giustizia»).

Nella pagina evangelica, la breve parabola dei due figli inviati a lavorare nella vigna di famiglia mostra come la conversione sortisce da un duplice movimento, interiore ed esteriore, introverso ed estroverso, spirituale e ascetico, etico e morale. Nel racconto di Gesù, il primo dei due figli rispose di non voler andare a lavorare nella vigna, «ma poi si pentì e vi andò». Il secondo figlio, invece, ch’era sembrato più disponibile alla richiesta di suo padre, pronto ad obbedirgli come si obbedisce a un capo («Sissignore», gli risponde), non vi andò affatto. Gli uditori di Gesù convennero unanimemente che a «fare la volontà del padre» fu soltanto il primo figlio, pentendosi d’avergli dapprima risposto negativamente. Il verbo pentirsi, metamélei, oppure metamélomai (cambiare decisione) è strettamente imparentato – quanto al suo significato – con il verbo metanoeîn (mutare modo di pensare). E riecheggia l’attitudine a «riflettere» che, già nelle parole di Ezechiele, induce il malvagio a convertirsi. Significa, più precisamente, riscoprire ciò che davvero importa, l’essenziale, alla cui luce quel giovane comprese che il lavoro nella vigna non rappresentava una corvée cui sottoporsi supinamente, bensì l’assunzione di responsabilità nei confronti di una eredità preziosa.

Il pentimento, inoltre, è propedeutico alla fede. La quale è anch’essa un’esperienza totale e totalizzante, alla portata di tutti e importante per tutti, nessuno escluso: per le prostitute e i pubblicani, che s’erano convertiti grazie alla predicazione di Giovanni Battista, ma anche per i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, refrattari a quella stessa predicazione, ai quali il Maestro di Nazareth stava non a caso raccontando la sua parabola.

Pentirsi, o convertirsi, significa in definitiva avere gli stessi pensieri che un vero figlio – il Figlio! – ha nei confronti di ciò che il Padre suo vuole. Pentirsi e convertirsi equivale a rapportarsi filialmente con Dio, incontrato una buona volta come il Padre e non come un padrone. Paolo, nella sua lettera ai Filippesi, che ascoltiamo come seconda lettura, ci invita giustappunto ad «avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». 

Nel suo greco, l’Apostolo scrive phroneîte, che tradotto letteralmente sta per pensate, o considerate, le vostre reciproche relazioni alla stessa maniera in cui Cristo Gesù considerava e pensava il suo rapporto con Dio, sapendosi Figlio suo e accettando di sperimentare la fraternità con tutti noi, fino al punto di sobbarcarsi alla nostra debole condizione umana, svuotandosi di ogni sua prerogativa divina. Per questo motivo deve valere anche per noi ciò che egli ebbe a cuore: «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri».

www.tuttavia.eu

 

 

TESTIMONE DI PACE

 

Il Papa nel suo discorso nella Sala I dell'Unesco 

Il Papa all'Unesco: 

la vita è dono, non merce.


 La guerra la più terribile

 opera umana

Seconda tappa del viaggio di Leone XIV a Parigi nella sede dell’organismo Onu per l’educazione, la scienza e la cultura. Il Pontefice denuncia le forme di dispotismo o di barbarie di quest’epoca, come pure la “disumanizzazione” della persona e l’umanizzazione delle macchine. Indica come “banco di prova” di azioni e affermazioni sul rispetto della dignità umana la cura dei “bambini nel grembo materno e nei teatri di guerra, persone con disabilità fisiche e intellettuali, anziani, migranti"

-di Salvatore Cernuzio - Inviato a Parigi

Si presenta come “testimone di pace”, Leone XIV, nella sede dell’Unesco di Parigi, tempio laico in cui “linguaggi e culture si incontrano” per contribuire alla pace attraverso educazione, scienze, cultura. È la seconda tappa del viaggio in Francia; la prima visita di un Pontefice nel nuovo millennio dopo l’ultima e unica di Giovanni Paolo II il 2 giugno del 1980. Quarantasei anni e un mondo sconvolto da squilibri, indigenza, forme di dispotismo o di barbarie che “fomentano rivalità e conflitti”, una “disumanizzazione” della persona e l’umanizzazione lasciata invece alla “intelligenza” di macchine e computer. Per questo il Papa, in un monumentale discorso – l’unico in inglese del viaggio – rilancia il progetto di “costruire insieme un mondo giusto”, quale “spazio accogliente verso tutti e fecondo per ciascuno, affinché ogni popolo possa crescere nella pace”.

Il direttore dell’Unesco: condividiamo l’imperativo di difendere la dignità umana

A Parigi, El-Enany Ali Ezz accoglie Leone XIV nella storica visita all’agenzia dell’Onu per l’educazione, la scienza e la cultura, 46 anni dopo san Giovanni Paolo II. Un evento che ...

Il ricordo di Giovanni Paolo II e una mostra d'arte

Ad ascoltare il messaggio del Papa ci sono rappresentanti degli Stati membri e delle organizzazioni internazionali, del mondo accademico e della società civile che attendono l'arrivo del Papa con una serie di filmati che ricordano, tra le altre cose, la visita di Wojtyla. Fuori gruppi di giovani con cartelloni e bandiere che gridano compostamente al passaggio del Pontefice. Sul palco c’è il direttore generale Khaled El-Enany, con il quale si svolge un bilaterale nella Biblioteca. All’uscita, in Piazza della Tolleranza - con la Tour Eiffel che si staglia all'orizzonte - il Papa innaffia un albero di ulivo. Saluti, foto ufficiale, la firma del Libro d'Onore ("Spero che, con l’aiuto di Dio, l’Unesco continui a promuovere in modo così prezioso la cooperazione internazionale nei settori dell’istruzione, della scienza e della cultura", è la dedica); poi Leone fa il suo ingresso nella Sala I, dopo aver attraversato la Salle des pas perdus, dove l’occasione sono state esposte opere d’arte dei gruppi regionali dell’Unesco.

La vera pace

El-Enany pronuncia parole di benvenuto e al Papa consegna il Libro della Pace. “Pace” è la parola che torna circa 20 volte nel discorso di Leone XIV. La pace che, sottolinea, “non può essere costruita soltanto con i trattati, né attraverso compromessi tra forze opposte”.

La pace è vera quando scaturisce dalla virtù della giustizia più che da un mero contratto, da una volontà retta piuttosto che da un instabile equilibrio di interessi. Infatti, solo una volontà retta può riconoscere nell’altro un fratello o una sorella, una persona come sé stessi

Tutti figli, tutti poveri per nascita

Siamo fratelli e sorelle perché siamo anzitutto “figli”, puntualizza il Papa. Essere umani significa “essere figli”: “Nessuno di noi ha scelto di esserlo. Nessuno ha deciso da chi, o quando, o dove nascere. Questa evidenza illumina un fatto non solo biologico, ma etico: come figli, siamo tutti fratelli e sorelle. La nostra umanità è da subito un dono e una prova, una promessa e una responsabilità”. In secondo luogo, “tutti nasciamo nudi e bisognosi”, tutti “siamo poveri per nascita”, “indigenti di pane e di parola, di cura e di affetto”, rileva il Papa. Da adulti rischiamo di dimenticarcene e delle “conseguenze di questa amnesia soffrono proprio i bisognosi, ogni volta che la loro umanità viene tradita o scartata, sfruttata o ingannata”.

L’oblio della nostra nascita oscura l’idea di vita umana, perché la distacca dalla storia comune a tutti noi. Allora la vita non viene più concepita come dono, ma come merce. Non è più vista come un richiamo alla cura e alla responsabilità, ma un prodotto da sfruttare

Leone XIV: la guerra non è inevitabile, la Francia promuova pace e diplomazia

Una riflessione sui temi che sono la spina dorsale del suo magistero: è quella che il Papa offre nel primo discorso alle autorità nel Palazzo dell'Eliseo. Forte l'accento sulla ...

La libertà...

Questa drammatica alternativa ricorda che “essere umani significa essere liberi per natura”. E la “libertà” che Dio ha donato ad una umanità “magnifica”, cioè “piena di potenzialità, seppur segnata da molti mali e ingiustizie”, può risplendere nella sua bellezza o essere deturpata. “È bella quando è orientata verso il bene e la verità; è deturpata quando scivola nell’arbitrio, nella violenza e nella sete di potere”. Mediante il suo impegno, l’uomo “può coltivare o sfigurare la terra, produrre arte o distruggere”.

...e la guerra, la più terribile delle opere umane

In questo particolare momento, “la più terribile delle opere umane è la guerra; poiché in essa la scienza stessa è posta a servizio di una volontà disumana di distruggere e uccidere”, denuncia Papa Leone XIV. Lo afferma pure il Preambolo della Costituzione Unesco, formulato all’indomani della Seconda Guerra Mondiale.

Poiché le guerre nascono nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace

Rivalità e conflitti

“L’umanità – aggiunge Papa Leone - aveva capito che il progresso scientifico, quando è separato dalla saggezza, può trasformarsi in arma devastante; che la cultura, quando si piega all’ideologia, può diventare menzogna e propaganda; che l’educazione, quando rinuncia alla verità, degrada a strumento per manipolare le coscienze”. Oggi, in particolare, il principio stesso della pace è minato da rivalità e conflitti. Ma anche da sfide nel mondo scientifico ed educativo, innanzitutto quella delle nuove tecnologie, ambito per il quale Leone chiede “sforzi” affinché “rimangano al servizio della persona umana, anziché diventare un ulteriore strumento di dominio e di ingiustizia”.

L'intelligenza delle macchine

Il focus è sull’Intelligenza artificiale, tematica al centro della enciclica Magnifica humanitats: ad alcuni “sistemi artificiali è stato persino attribuito il nome della nostra facoltà umana di pensiero: intelligenza”, osserva. “Allo stesso tempo, però, le nostre idee e relazioni rischiano di venire impoverite da un processo di disumanizzazione”.

Mentre l’“intelligenza” viene attribuita ai sistemi computazionali, fatichiamo a riconoscere la dignità inalienabile delle persone umane, le cui vite vengono valutate con il criterio dell’efficienza e, quando ritenute non più produttive, respinte e scartate

È una realtà “dolorosa” che invita a riflettere “sia sulla fragilità della nostra natura umana che sull’immensa dignità di ogni persona”. Quella che, scandisce il Vescovo di Roma, “non è distrutta dalla malattia o dal dolore, né dipende dalle prestazioni di cui una persona è capace”; al contrario, “richiede cura amorevole in ogni fase della vita”.

Il Papa in aereo verso Parigi: vado in Francia per portare un messaggio di pace nel mondo

Nel volo verso la Francia Leone XIV saluta i circa 80 giornalisti che lo accompagnano nei quattro giorni della trasferta transalpina. Dal Pontefice gratitudine per il lavoro che ...

Torre di Babele o Piazza di Pentecoste?

Dalle parole del Successore di Pietro emergono due immagini bibliche: la torre di Babele e la piazza di Pentecoste. La prima a rappresentare “un’unità imposta attraverso il dominio”; la seconda, l’unità che non annulla le differenze ma, anzi, le valorizza. La torre di Babele “svela che più il potere opprime, più si indebolisce, mostrando il suo volto disumano”, spiega Papa Leone. Lo si vede “nelle sofferenze e nelle ingiustizie che il dispotismo causa”, nonché “nello sfruttamento che ferisce la società e l’ambiente”.

Oggi, la tentazione di Babele si ripresenta in una globalizzazione perseguita senza fraternità, nell’avido colonialismo finanziario, nelle imposizioni ideologiche, in tutti quei contatti senza legami che riducono la vita umana al commercio. La stessa scienza, quando viene ridotta a una tecnica di potere, non serve più a elevare la persona umana, ma rischia invece di degradare i frutti dell’impegno

Isolamento, fake news, miseria spirituale

Anche qui, un paradosso: strumenti capaci di collegare istantaneamente persone e continenti, ma che creano “nuove forme di isolamento, miseria materiale e spirituale, abbandono”; comunicazione molto più rapida, ma “non necessariamente più veritiera”; informazione abbondante, ma “informazioni false” e “parole senza significato” che si moltiplicano.

L’IA accentua il problema: sistemi “in grado di correlare dati”, ma non di “rispondere alle domande sul senso dell’esistenza umana”. Eppure gli esseri umani non possono vivere senza senso “ossigeno della mente”, assicura il Pontefice. Perciò “le sfide comunicative, che sono sempre sfide educative, impongono la questione della verità come tema di giustizia sociale e di equità storica”. Ecco perché l’educazione è “essenziale”, secondo Leone XIV, che incoraggia il programma Unesco di Alfabetizzazione ai media e all’informazione.

La giustizia trattata come merce

“Senza la verità, il linguaggio finisce per sottostare alla logica della violenza e alla volontà arbitraria dei potenti. Gli altri vengono così esclusi nel nome del profitto, e gli innocenti vengono uccisi nel nome della libertà”, è il monito papale.

Anziché rispettare la legge, chi detiene il potere la invoca quando serve ai propri interessi e la ignora quando li limita, trattando persino la giustizia come una merce da comprare e vendere. Se riconosciamo che la corruzione della legge parte dalla corruzione del cuore, possiamo apprezzare il fatto che qualsiasi scienza rischia di perdere senso se condotta senza etica, cessando così di servire e rispecchiare la dignità umana

Tutelare i piccoli e i giovani

La raccomandazione del Papa, dinanzi a un simile scenario, è di tutelare bambini e giovani perché mai, nell’epoca digitale, la loro vulnerabilità diventi “occasione di sfruttamento”. Piuttosto le tecnologie devono sostenerne crescita, formazione, relazioni, libertà di pensiero e discernimento.

Leone introduce così l’altra immagine della Piazza di Pentecoste, da dove si eleva “un messaggio di pace”, cioè “la vittoria della vita sulla morte, la salvezza che dà speranza al mondo”. La Pentecoste è la manifestazione che “la comunione non impedisce affatto la diversità”, che l’unità “non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo”. “Chi opera nel campo dell’educazione sa che solo la verità ci fa liberi”, incalza il Pontefice. “Chi insegna e chi fa ricerca sa che l’errore ci rende schiavi dell’ignoranza e della superstizione”.

C’è una sola terra per tutti, e una sola, comune natura umana. L’essere umano non può essere compreso separando ciò che appartiene a un insieme: corpo e anima, vita personale e relazioni, il nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente

Prendersi cura di persone e Creato

A questo proposito, Leone XIV sulla scia dei predecessori - Benedetto XVI che ha parlato di “ecologia della persona umana” e Francesco di “ecologia integrale” – rinnova l’invito a “prenderci cura della persona umana e del creato insieme”. Perché “coltivare la terra implica coltivare l’umanità che la abita”.

La pietra di paragone è la cura verso i più piccoli e i poveri: “Bambini nel grembo materno e nei vari teatri di guerra, persone con disabilità fisiche e intellettuali, anziani, migranti e rifugiati, e tutti coloro che la superbia esclude come non produttivi”. “Sono loro – afferma il Papa - il banco di prova delle nostre affermazioni sul rispetto della dignità umana, la cui tutela e promozione si estendono anche al creato”. All’opposto sta “una volontà di sfruttamento e di rapina, che mira a spremere quanto più possibile da ogni essere vivente, consumando senza custodire e distruggendo senza coltivare”.

L’attuale crisi ecologica è una crisi antropologica

La crisi di efficienza delle istituzioni

“Habitat” della persona umana è la società: “Nella pace sociale, i popoli prosperano secondo giustizia”, annota ancora il Pontefice. L’Unesco ha nel “lavoro paziente di costruzione della pace” uno dei suoi più alti compiti educativi e scientifici, specie in un tempo in cui “il mondo guarda alle istituzioni internazionali con sentimenti contrastanti”. Le istituzioni sperimentano, infatti, “una crisi di efficienza, specie quando il dialogo viene giudicato un freno all’azione anziché una risorsa per la pace, come una forma d’ipocrisia anziché un’opportunità per cercare insieme il bene”. Per il Papa si tratta di “derive”; l’antidoto è la “fiducia”. Fiducia che “le differenze non costituiscano necessariamente una minaccia”; fiducia che “il confronto sincero possa generare un bene maggiore di quello che ognuno potrebbe costruire da sé”.

La Santa Sede desidera infondere questa fiducia nell’Unesco, come nelle altre Organizzazioni internazionali, consapevole che ogni popolo possiede una ricchezza da condividere lungo la ricerca di quell’autentico progresso, che unicamente la pace può garantire. Non si tratta di predicare un ottimismo ingenuo, che ignori le difficoltà, bensì di perseverare nella speranza che il bene è sempre possibile

Far fiorire la pace

“L’Unesco testimoni questa speranza favorendo l’intesa tra le Nazioni, mediante il dialogo tra le rispettive culture”, conclude Papa Leone. L’educazione, è il suo auspicio, “sia lo strumento per superare reciproche paure” e “la scienza possa servire la vita di ogni essere umano, seminando nel presente il buon raccolto del futuro”.

Dedicandoci tutti con coerenza alla nostra magnifica umanità potrà finalmente fiorire la pace.

Vatican News

 


LA LEGGE DI TRUMP

 


Il diritto

 internazionale 

e la legge 

di Trump


-         di Giuseppe Savagnone

-          

Alle origini dimenticate di una storia

Nel suo discorso all’ONU Donald Trump ha menzionato Cuba: «Cuba», ha detto, «è uno Stato fallito e cadrà».  Dopo il Venezuela, è il secondo caso di una dittatura “di sinistra” presa di mira dal presidente americano, con la giustificazione – contenuta in una dichiarazione del 29 gennaio 2026 – che Cuba costituisce una minaccia «inusuale e straordinaria» per la sicurezza nazionale statunitense.

Da parte sua, l’opinione pubblica occidentale non sembra affatto preoccuparsi di questa situazione, anche perché nell’immaginario collettivo al nome dell’Isola si collega solo la vaga immagine di un regime dittatoriale vetero-marxista.

E in effetti, anche dopo l’uscita di scena di Fidel Castro, avvenuta già nel 2006, per motivi di salute, e quella del fratello Raúl, che ne aveva preso il posto, non sembra che l’ascesa al potere di Miguel Díaz-Canel, presidente dall’aprile 2018, abbia molto cambiato la situazione.

Pochi ricordano come sia nato il regime castrista. La storia comincia con la caduta e la fuga, il 1 gennaio 1959, del corrotto dittatore Fulgencio Batista. Strettamente collegato alla mafia statunitense, Batista governava, prima di fatto, poi anche di diritto, dal 1933 con l’appoggio degli Stati Uniti. Sconfitto alle elezioni del 1942, era tornato al potere nel 1952 con un colpo di Stato, calpestando ogni libertà e ogni diritto. La stima delle persone da lui fatte assassinare è di 20.000, su una popolazione di 11 milioni e mezzo di abitanti. Solo dopo una lotta durata tre anni, con alterne vicende, il giovane avvocato Fidel Castro, messosi a capo di un gruppo di guerriglieri, riuscì a sconfiggere l’esercito regolare, anche grazie a un massiccio appoggio popolare.

Appoggio accresciuto da una riforma agraria che sottrasse ai latifondisti cubani il controllo della terra e la redistribuì ai contadini. Il nuovo corso, però, colpì anche cittadini e compagnie statunitensi, i cui interessi erano fortemente tutelati sotto Batista, e già nell’ottobre del 1959 il presidente repubblicano Dwight Eisenhower approvò un piano della CIA che prevedeva il supporto agli oppositori interni del nuovo governo e includeva raid degli esuli contro l’Isola a partire dal territorio statunitense.

Furono molti a dover fuggire, sentendosi minacciati, non solo economicamente, ma anche fisicamente, da un governo rivoluzionario che, nella sua ansia di ristabilire la giustizia, non si curava di rispettare il diritto e colpiva senza esitazione chiunque si opponesse al suo progetto. Mentre operai e contadini sostenevano la rivoluzione, l’opposizione veniva soprattutto dalla classe media e migliaia di medici, ingegneri e altri professionisti emigrarono in Florida, creando una vera e propria colonia in esilio a Miami.

Castro, sia per la sua impostazione ideologica, sempre più esplicitamente ispirata al marxismo, sia per reazione alla chiara presa di posizione degli Stati Uniti, si avvicinò alla Russia. Nel febbraio 1960 il vicepresidente sovietico Anastas Mikojan arrivò all’Avana e dichiarò che l’Unione Sovietica sarebbe stata disposta ad aiutare il regime di Castro. Poco dopo, le compagnie statunitensi Standard Oil, Esso e Texaco e la britannica Shell furono nazionalizzate dal governo cubano.

  In risposta, il 6 luglio 1960 il Congresso degli Stati Uniti votò una sanzione economica contro Cuba – la prima di una lunga serie – autorizzando il presidente a ridurre o sopprimere le importazioni di zucchero dall’Isola. Il 7 luglio il Parlamento cubano, a sua volta, emanò una legge di nazionalizzazione di tutte le società statunitensi.

Con l’appoggio del nuovo presidente democratico degli Stati Uniti John Kennedy, gli esuli cubani, il 17 aprile 1961, tentarono di invadere l’Isola, sbarcando nella Baia dei Porci.  L’operazione si risolse in un clamoroso fallimento: circa 1.200 controrivoluzionari furono arrestati, imprigionati e processati. Solo venti mesi dopo, il 23 dicembre 1962, furono rilasciati, in cambio di 53 milioni di dollari di alimenti per bambini e farina.

Fallita la via militare, Kennedy, il 7 febbraio 1962, con il “Proclama 3447” ampliò le restrizioni commerciali del 1960 vietando ogni tipo di scambio.

Dalla “crisi di Cuba” del 1962 ai nostri giorni

Sentendosi minacciata dalla vicina superpotenza, la nuova “Repubblica socialista” di Cuba chiese all’Unione Sovietica di installare batterie di missili nucleari sul proprio territorio. Il pericolo era gravissimo per gli Stati Uniti e le navi russe che, alla fine dell’ottobre 1962, portavano le nuove armi si trovarono di fronte a un blocco navale americano. Si fu sull’orlo dello scoppio della terza guerra mondiale. Fu trovata, però, una via d’uscita: Krusciov rinunziò ai missili cubani, in cambio di un’analoga mossa americana in Turchia.

Ma ormai tra l’Avana e Washington era rottura totale. Kennedy intensificò le sanzioni contro Cuba. Nel corso del 1963 non solo venne proibita l’importazione di prodotti cubani, ma fu interdetto il trasporto di merci statunitensi su navi straniere che avessero fatto tappa nei porti dell’Isola.

Intanto Fidel Castro aveva ormai consolidato all’interno un governo dittatoriale, pur mantenendo un grande sostegno popolare e, in politica estera, si era fatto promotore dell’esportazione della rivoluzione socialista in tutti i Paesi dell’America Latina e del Terzo Mondo. In questo contesto si situa anche l’avventura e la tragica fine del suo compagno più famoso, Che Guevara.

Ma dopo il 1989, con la crisi del blocco comunista, Cuba è rimasta sempre più isolata e le conseguenze del blocco economico si sono fatte sentire ancor più di prima sulla popolazione. L’economia cubana in quella fase è decresciuta del 40%, con gravi carenze alimentari, malnutrizione diffusa e mancanza di beni di base. Le sanzioni statunitensi hanno avuto un peso decisivo. Ad aggravarle, nel 1992 il Congresso americano ha approvato una legge secondo cui le navi che attraccavano in porti cubani non potevano entrare in porti statunitensi per sei mesi successivi.

Questa situazione si è prolungata fino ai giorni nostri. Il regime ha resistito, ma a costo di trovarsi sempre più alle prese con un crescente malcontento popolare per le difficilissime condizioni di vita. Da qui un crescente dissenso, a cui ha risposto con una dura repressione. Il 5 giugno 2020 la Commissione interamericana dei diritti umani ha pubblicato un rapporto sulla situazione dei diritti umani a Cuba in cui denunziava l’alto rischio che affronta l’opposizione, la mancanza di libere elezioni, la forte riduzione della libertà d’espressione. La Commissione esprimeva inoltre «la sua preoccupazione per l’elevato numero di testimonianze e informazioni pubbliche che denunciano le detenzioni arbitrarie contro attivisti e oppositori come una pratica sistematica sull’Isola».

Ma intanto alla Casa bianca arrivava Donald Trump. Già durante il suo primo mandato (2017-2021), il tycoon ha imposto oltre 240 sanzioni aggiuntive a Cuba, mantenute poi dall’amministrazione Biden, invertendo il timido disgelo avviato da Barack Obama.  La conseguenza è stata che, tra il 2021 e il 2024, oltre un milione di cittadini ha abbandonato l’Isola, per dirigersi prevalentemente verso gli Stati Uniti.

Davanti a questa crisi umanitaria, il 23 giugno 2021 l’Assemblea dell’ONU ha ratificato, a larghissima maggioranza – 184 voti a favore della fine dell’embargo, 3 astensioni (Colombia, Ucraina ed Emirati Arabi Uniti) e 2 soli voti contrari: USA e Israele – che l’embargo economico che gli Stati Uniti d’America stavano portando avanti contro Cuba era illegale e che doveva cessare.

La stretta di Trump

In realtà, nel suo secondo mandato, incurante di questa richiesta, Trump ha dato un’ulteriore svolta alla politica di strangolamento economico seguita dai suoi predecessori, spinto anche dal suo segretario di Stato, Marco Rubio, la cui famiglia era fuggita da Cuba a Miami dopo l’avvento di Castro.

In un articolo del 17 settembre scorso il «New York Times» riferisce che, con l’inasprimento delle sanzioni voluto dal presidente americano, «i cubani vivono la peggiore crisi umanitaria dell’isola dalla rivoluzione del 1959 (…). A gennaio l’amministrazione ha imposto un blocco petrolifero, poi, a maggio, ha intensificato la pressione annunciando che le aziende straniere che collaboravano con determinate entità statali cubane rischiavano il congelamento dei beni e l’esclusione dalle attività commerciali con aziende e banche statunitensi (…). Questo sviluppo aggiunge un ulteriore livello di sofferenza ai cubani, già alle prese con blackout quotidiani, carenza di carburante e cibo e un sistema sanitario al collasso».

L’articolo riferisce tra l’altro che 100.000 pazienti, di cui 12.000 bambini, sono in attesa di essere operati a causa delle carenze di energia e di materiale sanitario.

Il presidente americano non ha nascosto le sue intenzioni. «Credo proprio che avrò l’onore di conquistare Cuba. Sarebbe fantastico. Un grande onore», ha detto durante una conferenza stampa a Washington il 17 marzo 2026. «Posso liberarla o prenderla, penso di poterci fare tutto quello che voglio», ha aggiunto, «è una nazione molto indebolita». È in questo contesto che vanno lette le parole del suo discorso all’Assemblea dell’ONU.

D’altronde la «conquista» di Cuba sarebbe il proseguimento logico di quella del Venezuela, stretto alleato del regime cubano, realizzata nei primi di gennaio di quest’anno con la cattura del presidente Maduro e il sostegno al regime della sua vice-presidente, Delcy Rodríguez, in cambio di un accordo sul petrolio venezuelano che ne consegna il controllo alle compagnie petrolifere statunitensi.

E il diritto internazionale?

Contestualizzare l’attuale crisi dei rapporti tra Cuba e Stati Uniti consente da un lato di leggerla come lo sbocco finale di una storia che dura da quasi settant’anni, dall’altro di coglierne alcune peculiarità. Sia sull’uno che sull’altro versante sono inevitabili alcune considerazioni riguardanti il ruolo che in questa vicenda ha avuto e ha il diritto internazionale.

La prima, che coinvolge tutta la politica degli Stati Uniti verso Cuba fin dall’inizio, riguarda la legittimità di sanzioni economiche che colpiscono non forniture militari, non i responsabili politici di scelte antidemocratiche, ma proprio quella popolazione civile che si dice di voler proteggere e che le convenzioni internazionali vietano di colpire.

Si risponde che in questo modo si vuol far cadere il regime. Ma questa è la logica dei terroristi che, per colpire un governo odiato a causa dei suoi veri o presunti crimini, non esitano a colpire degli innocenti. A Cuba molte donne e molti bambini hanno sofferto in questi anni e soffrono oggi più che mai a causa di una guerra nella quale sono trattati come “scudi umani” sacrificabili. La deliberazione dell’ONU del 2021 ha chiaramente condannato questa logica assolutamente contraria al diritto internazionale.

La seconda considerazione riguarda direttamente lo stile di Trump, che del diritto internazionale sembra proprio indicare la definitiva liquidazione. Dalla gratuita minaccia di invadere la Groenlandia, alle non meno gratuite pretese di annessione del Canada; dall’atteggiamento conciliante nei confronti della guerra imperialista di Putin, allo scatenamento dell’immotivata guerra dei dazi contro governi amici; dal sostegno incondizionato alla pulizia etnica di Israele a Gaza e in Cisgiordania, all’aggressione all’Iran;  dalla creazione del “board of peace” – ente voluto dal presidente, con ingresso a pagamento, che dovrebbe sostituire o almeno controllare l’ONU –, all’azione appena ricordata contro il Venezuela, Trump ha dimostrato una perfetta coerenza con quanto  dichiarato nella famosa intervista al «New York Times», quando, alla domanda se vedesse limiti ai suoi «poteri globali», ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

E del resto, nel discorso all’Assemblea dell’ONU in cui ha parlato di Cuba, ha teorizzato la sua idea che non ci deve essere un organismo internazionale a sanzionare eventuali violazioni dei diritti umani da parte di governi dittatoriali: «Gli Stati Uniti», ha detto, «si oppongono fermamente all’istituzione fuori controllo nota come Corte Penale Internazionale. Esorto tutte le nazioni membri della CPI a ritirarsi ufficialmente e immediatamente da questa istituzione fuorilegge».

Sì, si è espresso così: «fuorilegge». Perché la sola legge, ormai, è quella di Trump.

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