La
scuola di Palermo
in cui le lezioni
durano 50 minuti,
non si fanno scrutini,
non si danno voti
se non a giugno.
“Diminuite le assenze e
azzerata la dispersione”.
INTERVISTA
di Vincenzo
Brancatisano
Non
è una scuola senza voti, è una scuola addirittura senza scrutini intermedi. I
voti? Solo a giugno. Ma non è finita. Le lezioni durano non sessanta minuti ma
cinquanta e sembra che le innovazioni, dati alla mano, funzionino a meraviglia,
forti dell’approvazione all’unanimità di Collegio dei docenti e Consiglio
d’Istituto, come ci riferisce in questa intervista Giusto Catania, dirigente
scolastico dell’Istituto comprensivo “Saladino” di Palermo, dove avviene
questa rivoluzione.
Risultato?
Il
tempo scuola non è diminuito ma anzi è aumentato, grazie a degli stratagemmi
organizzativi, sono diminuite le assenze e le uscite anticipate degli alunni, è
aumentato il senso di benessere, è stato portato a zero il tasso di dispersione
scolastica. E questo non è poco, per una scuola del CEP di Palermo, che ha solo
questa scuola come presidio dello Stato, in assenza di stazione dei
Carabinieri, ospedale, delegazione comunale, ma che vanta la presenza di una
sempre attiva criminalità “con la quale siamo impegnati in un braccio di
ferro quotidiano e far stare i ragazzi a scuola significa sottrarre loro da
possibili influenze delinquenziali”, ci spiega il preside Catania.
Che
ci chiederà poi di precisare: “Non la chiami scuola del CEP, la nostra è la
scuola dal CEP”. Perché, precisa lui “noi partiamo dal CEP per
proiettare questi ragazzi nel mondo”. Come dimostra anche il fatto che ora
la stragrande maggioranza degli alunni che escono da questa scuola media si
iscrive ai licei e non più in massa ai corsi della formazione professionale,
segno di una ritrovata autostima sociale di tanti studenti e di una rivincita
delle famiglie del CEP, un orgoglio per lo stesso quartiere popolare di Palermo
e per questa scuola, intitolata nel 2013 per volontà del preside, a Giuliana
Saladino, la giornalista, scrittrice e politica palermitana morta per un
tumore nel 1999 all’età di 73 anni.
Ma
l’attenzione di Catania è rivolta sempre verso gli alunni e verso la loro
dignità di preadolescenti dell’era digitale: “Li ascolto ogni giorno –
segnala – e non è vero che sono come li descrivono, sanno tante cose,
molte di più di quelle che sapevamo noi alla loro età. Probabilmente non sanno
mettere in connessione le cose che sanno e infatti il tema è quello di
costruire non delle teste ben piene ma delle teste teste ben fatte che possano
mettere in connessione le cose che sanno”.
Preside
Giusto Catania, adesso ci deve spiegare come passa, tutto questo successo,
dall’articolazione dell’orario e dall’abolizione degli scrutini. Perché le ore
sono di 50 minuti?
L’esigenza
è duplice c’è un’esigenza di natura didattica e una di natura organizzativa
La
prima
È
fondamentale lavorare sull’interdisciplinarità. Il sapere è unitario, la
divisione tra discipline è arbitraria, ci sono evidenti interazioni tra le
varie discipline, potremmo stare qui a elencarle. Allora abbiamo pensato che
fosse più utile intrecciare le discipline e per questa ragione abbiamo ritenuto
che il modo più efficace sarebbe stato quello di avere almeno due docenti in
compresenza in una stessa classe.
Veniamo
alla seconda esigenza
La
seconda è di natura organizzativa. Noi ci troviamo in una fase in cui, per
un’imposizione del governo, è ora più difficile chiamare un supplente per
coprire un’assenza del docente, se non a certe condizioni. E siccome pensiamo
che non si possa privare l’alunno dell’attività didattica solo perché ci sono
difficoltà economiche ed esigenze di risparmio allora l’organizzazione per
compresenze ci aiuta a evitare di avere la classe scoperta. Organizzare in
compresenza significa garantire che ci sia sempre un docente in classe evitando
di dividere o di accorpare le classi. Ma questa è solo la parte secondaria: il
tema è per noi tutto didattico e fa il paio con tutto il resto. La storia dei
50 minuti si spiega all’interno di un discorso più ampio e complessivo. E
sull’innovazione.
Per
esempio?
Per
esempio abbiamo le aule tematiche. Non c’è l’aula della classe 1B o della
classe 2C, tanto per dire. Le classi ruotano per aree tematiche e gli ambienti
di apprendimento diventano uno spazio educativo dove anche il movimento è un
pezzo dalla didattica, tra una lezione e l’altra gli alunni si spostano.
Se
le ore diventano di 50 minuti non si rischia di togliere tempo alla lezione?
No,
perché l’orario delle discipline è stato organizzato su due ore consecutive da
50 minuti, quindi diventa un’attività di 100 minuti e non di 50. L’operazione è
quella. È un percorso che si costruisce nei vari Consigli di classe, dalla
primaria alla secondaria di primo grado. Si costruiscono più presenze in classe
e per fare questo c’è la necessità di organizzare l’orario su lezioni da 50
minuti in modo che le ore vengano gestite con le compresenze. L’investimento è
stato fatto su tutte le classi, dalla primaria fino alla terza della secondaria
di primo grado, per abituare gli alunni fin da subito.
Però
non è matematicamente semplice garantire sempre due ore consecutive nella
struttura dell’orario annuale.
Ci
stiamo riuscendo. E questo vale per le medie, per la primaria è molto più
facile.
Cosa
risponde a chi dice che così si perde tempo scuola?
È
esattamente il contrario.
Addirittura
Si
guadagna tempo scuola, non si perde, è tutto il contrario. I docenti recuperano
il tempo con le compresenze.
Sì,
ma lo perdono gli alunni
No.
ed è qui il punto. Vede, abbiamo fatto un calcolo e da questo calcolo emerge
che guadagniamo ore di attività didattica. Noi avevamo una tendenza per cui il
tempo scuola per alcuni ragazzi si riduceva: visto il contesto sociale in cui
vivono, registravamo molte uscite anticipate specie da parte dei ragazzi BES
che non riuscivano a reggere il tempo scuola e questo soprattutto all’inizio
del percorso scolastico.
Questo
non avviene più?
No.
Abbiamo eliminato questa tendenza, non abbiamo più quel tipo di richiesta
perché la nuova didattica favorisce gli alunni grazie allo spostamento da
un’aula tematica all’altra che azzera la riduzione di tempo scuola, perché non
c’è più la richiesta di uscita anticipata. Inoltre, negli altri anni capitava
durante la settimana di non riuscire a sostituire il docente e quindi si doveva
spesso dividere la classe o chiamare le famiglie perché venissero a ritirare
l’alunno, cosa che non avviene più, grazie alla compresenza. Tutto questo ha
portato all’allungamento del tempo della didattica: abbiamo migliorato non solo
la qualità della didattica ma anche il tempo scuola, che così si è allungato.
Cade
dunque la critica sulla perdita di tempo scuola: vogliamo i dati.
Certo,
e per noi è facilmente dimostrabile. L’anno scorso abbiamo perso 107 ore di
scuola per le medie e 108 per la primaria. Quest’anno non abbiamo perso neppure
un’ora. C’è un abbattimento radicale della riduzione del tempo scuola e anzi ne
guadagniamo di gran lunga.
Le
novità organizzative sono frutto di una decisione sofferta? I docenti l’hanno
subita o si sono mostrati d’accordo.?
Non
è stata una decisione sofferta, tutt’altro. È stata approvata dagli organi
collegiali con una discussione che ha impegnato tre riunioni del Collegio dei
docenti. Su questa cosa abbiamo poi coinvolto il Consiglio d’Istituto che ha
apprezzato l’innovazione introdotta. È stata una bella discussione e infine un’approvazione
all’unanimità, e mi consenta di aggiungere che non si tratta di mero
unanimismo poiché c’è stata la necessità di una discussione seria, con
simulazioni, numeri e dati che sono frutto di elaborazioni statistiche. È stata
davvero una bellissima discussione, son ben contento quando in Collegio gli
insegnanti si confrontano.
Con
questa impostazione gli alunni tornano a casa prima?
Escono
25 minuti prima. Ma in realtà la stragrande maggioranza degli alunni rimane a
scuola per svolgere le attività extrascolastiche che iniziano alle 14. Abbiamo
diversi laboratori, tra cui quelli di inglese e di scienze. Abbiamo attivato
quattro percorsi con il Piano estate. C’è il laboratorio di musica, quello di
robotica, un altro laboratorio per la scuola primaria e fra un po’ quello di
fotografia. Da questo mese di gennaio partiranno progetti inerenti danza,
teatro, arti marziali. Le scuole sono aperte tutto il pomeriggio: gli alunni
escono prima ma mangiano qui poiché per alcuni progetti PNRR è prevista la
mensa.
Non
si tratta di attività obbligatorie, i ragazzi partecipano?
Sebbene
non siano obbligatorie c’è un’altissima adesione e una lodevole reattività a
questi progetti perché sono attività stimolanti. In un quartiere come il nostro
è molto importante avere ragazzi che passano più tempo a scuola, grazie ad
attività finanziate con il PNRR. Siamo impegnati in un braccio di ferro
quotidiano con la criminalità e far stare i ragazzi a scuola significa
sottrarre loro da possibili influenze delinquenziali che esistono, aumentare il
tempo scuola è una missione altrettanto importante del fare scuola al mattino e
gli alunni lo hanno percepito tanto che partecipano in massa”.
È
vero che avete una sala cinema e che vi sono arrivate in dono le poltroncine da
un cinema di Viareggio?
Con
le risorse che abbiamo siamo riusciti a migliorare gli ambienti e abbiamo un
campetto esterno, una sala teatro e siamo una delle pochissime scuole dotate di
una sala cinema con 50 posti. Un cinema di Viareggio ci ha regalato le
poltroncine grazie all’intermediazioni di Anec, l’Associazione Nazionale
Esercenti Cinema, che è venuta a vedere la nostra scuola, che è scuola capofila
delle Giornate nazionali cinema per la scuola. Noi in questi anni
abbiamo investito molto sulla didattica attraverso il cinema e abbiamo avuto
una buona partecipazione dal quartiere, dalle mamme, dai papà, dai nonni.
Abbiamo investito molto sul cinema come strumento didattico. Con i
finanziamenti SIAE abbiamo condotto la rassegna intitolata “Dalla strada al
mito” che è stata l’occasione di far vedere dei documentari fatti dai nostri
ragazzi.
Ma
le poltroncine?
Quando
il direttore generale di Anec è venuto qui e ha visto tutto questo, ha
detto: vi manca una sola cosa: le poltroncine. Non vi preoccupate, ve
le farò avere io. Avevamo delle sedie, certo, ora abbiamo le
poltroncine di questo nostro cinema. E sa a chi è intitolato? A Vito
Mercadante, un preside di scuole difficili e periferiche che ha investito molto
sul tema della lotta alla mafia.
Va
bene tutto, ma che cosa risponde ai tanti insegnanti che leggeranno questa
intervista e che ironizzeranno sul fatto che “nelle scuole ormai si fanno tante
attività e ci si dimentica della vera scuola”, tanto per intenderci “quella di
una volta”?
Chi
dice questo è rimasto fermo alla scuola gentiliana in cui la lezione frontale
era l’unica modalità e dimostra di non conoscere i ragazzi di oggi, i quali
acquisiscono capacità di apprendimento diverse da quelle che avevamo noi. È
cambiato il modo di apprendere, le innovazioni hanno cambiato le modalità di
acquisizione. L’Internet ha cambiato il mondo e noi vogliamo fare didattica
come si faceva una volta? È cambiato il modo di apprendere di noi adulti,
figuriamoci i ragazzi che non hanno conosciuto il prima.
Pensi
a noi adulti impegnati in una lettura: prima leggevamo serenamente un libro,
ora dopo dieci minuti arriva un messaggio su Whatsapp, e quando serve invece di
usare un dizionario, come si faceva un tempo, si va su Google, al che spesso ci
si disperde su altre pagine web, figurarsi i ragazzi, che non hanno conosciuto
il mondo di prima. E noi pensiamo che la lezione frontale, tanto
per dire, possa ancora essere l’unica modalità possibile?La scuola non può
essere lontana dalla realtà. Ci sono cent’anni di pedagogia che ci dicono che
si apprende meglio partendo dalla realtà e noi stiamo ancora a discutere se
questa pedagogia funzioni o meno.
E,
secondo lei, funziona?
La
verità è che la pedagogia degli ultimi cent’anni ani è stata disapplicata
completamente. Continuiamo a pensare al modello gentiliano che divide le
discipline tra quelle alte e quelle basse, alla scuola che ritiene che sia più
importante parlare e scrivere che conoscere la musica o saper disegnare, alla
scuola che ancora pensa che esista una sola intelligenza e non le intelligenze
multiple, alla scuola che non sa coltivare talenti. Le indicazioni nazionali
parlano di sviluppo del pensiero critico da favorire: ma come lo favoriamo?
Riempendo i ragazzi di nozioni?
Edgar
Morin parlava di testa ben fatta in contrapposizione
alla testa ben piena e noi lavoriamo affinché i nostri alunni
abbiano una testa ben fatta e non piena di nozioni, la vera scuola è questa.
Chi
si ostina a pensare che tenere ragazzi per sei ore consecutive immobili e in
silenzio è sicuro che questo sia il modello migliore? Samo sicuri che sia il
modello che vogliamo? Siamo sicuri che un ragazzo che in classe neanche
non si sente sia bravo? Lo vogliamo così? Chi dice questo non conosce
più la scuola e infatti il dibattito pubblico sulla scuola è spesso alimentato
da persone che la conoscono perché l’hanno frequentata da studenti. Ormai si
sentono tutti autorizzati a parlare di scuola perché tutti hanno almeno per un
anno frequentato la scuola, in realtà non hanno idea di come siano cambiate la
scuola e la modalità di apprendimento e hanno un’immagine dei giovani negativa,
di giovani sdraiati, che non sanno fare niente.
E
invece?
Invece
oggi la quantità di cose che sanno i giovani è di gran lunga più grande della
quantità di ciò che sapevamo noi. Infatti non capiamo quello che dicono. Io
ascolto gli alunni e posso dire che non è vero che sono come li descrivono:
sanno tante cose anche se spesso non sanno mettere in connessione le cose che
sanno. E infatti il tema è proprio quello di non creare delle teste ben
piene ma semmai di costruire delle teste ben fatte che
siano in grado di mettere in connessione le cose che sanno.
Per
fortuna la scuola è diventata più inclusiva e accogliente: tutti parlano di
alunni come una massa informe. Ma pensi alla composizione delle classi con
alunni BES, alcuni con disagio sociale o ambientale o culturale: chi pensi di
dare a tutti la stessa cosa è fuori dal mondo, questa nostra modalità di
guardare l’individuo consente di dare a ciascuno quello che è utile.
Sono
cent’anni che la pedagogia ci dice che il primo ambiente di apprendimento è
quello che vivi, è il rapporto tra pari, e noi continuiamo a pensare che
l’unico strumento sia l’insegnante che parla agli alunni e gli alunni che
ascoltano l’insegnante per ore: l’apprendimento cooperativo è storico e invece
lo facciamo passare come modello nuovo. Le isole per i lavori di gruppo? Ma
meno male che ci sono.
Però
alla fine i ragazzi si scontreranno con la realtà dei semestri filtro e dei
test d’accesso…
Peccato
che la selezione si faccia poi con le crocette. La nostra non è una modalità
lassista. Il tema è come apprendere. Io penso che uno studente che ha una
capacità mentale di mettere in connessione gli argomenti sia più bravo di uno
che sa solo l’anatomia, tanto per dire. La contraddizione semmai è un’altra e
cioè che per accedere a Medicina si debba fare un test con le crocette su
domande a risposta multipla. In un momento come questo in cui servono i medici
si rende tutto così difficile? Ma meno male che abbiamo importato i medici
cubani e venezuelani e le infermiere rumene.
Occorrerebbe,
secondo lei, allargare le maglie per l’accesso all’università?
Certo.
È meglio avere medici bravi, ma la selezione la fai a valle e non a monte e non
è che tutti poi diventano poi medici o architetti
Si
obietta che mancherebbero i posti fisici per garantire la formazione
universitaria a un numero più elevato di studenti
Certo,
se si tagliano le spese, se aumentano i finanziamenti alla scuola privata e
alla difesa e non quelli alla scuola pubblica e all’università, succede poi
tutto questo.
Veniamo
alla valutazione. La vostra scuola non ha più i quadrimestri: come mai avete
abolito la divisione intermedia?
Sì,
la valutazione qui si fa solo alla fine dell’anno. Se è vero che la valutazione
degli alunni è annuale allora riteniamo che le interruzioni per fare gli
scrutini intermedi non sia utile, anzi va discapito della didattica, si passa
più tempo a valutare che a fare didattica, si passa più tempo a pensare a un 5
che deve diventare 6 che al tempo scuola. La valutazione si fa alla fine e non
dev’essere divisa da intervalli intermedi, altrimenti il mese di gennaio si
trascorre con le interrogazioni.
Non
è obbligatorio dunque fare gli scrutini intermedi?
Non
è scritto da nessuna parte che sia un obbligo, dipende dalle valutazioni del
collegio dei docenti. Il voto si mette alla fine dell’anno. Abbiamo pensato
anche che la valutazione degli studenti non debba essere numerica, il 6 di un
alunno non è uguale al 6 di un altro alunno. È venuto fuori un percorso di
valutazione da cui rileviamo che partendo dai punti di forza e di debolezza
degli alunni questo ci aiuta a valutare i singoli progressi e come migliorare
gli apprendimenti. Gli alunni non hanno l’ansia da prestazione. Né gli alunni,
né il docente, perché questo non va bene in un ambiente che deve essere
cooperativo.
Guardi
che da domani la sua scuola verrà definita “scuola senza voti e senza
quadrimestri”
È
impropriamente definibile come una scuola senza voti: è più facile
dare un 5 che non dare una vera e propria valutazione descrittiva che poi alla
fine dell’anno diventerà un voto numerico.
Al
di là della riduzione dello stress, l’abolizione degli scrutini intermedi ha
portato altri vantaggi legati in qualche modo alla valutazione?
Altroché.
Abbiamo aumentato i momenti di incontro tra le famiglie e questo ha migliorato
i rapporti tra loro e la scuola. Genitori che ricevono un 6 sono contenti ma
incontrarli per riflettere insieme sui punti di debolezza e anche su quelli di
forza dei loro figli è molto importante. Guardi, dopo avere scoperto di avere
un ragazzino particolarmente dotato per la musica abbiamo riferito questa cosa
alla famiglia
E
la famiglia?
È
corsa ad acquistare una batteria…
Questo
non sarebbe successo in ogni caso?
Come
fai a notare questi aspetti di un alunno con due ore di musica a settimana? In
un’ottica di attività extracurriculare viene invece fuori ciò che non emerge in
un’ora al mattino.
Torniamo
ai voti. I genitori che durante l’anno non conoscono i voti dei figli non
rischiano di restare disorientati?
Quando
abbiamo incontrato le famiglie abbiamo trovato tante rispondenze positive. Le
famiglie sono contente del fatto che abbiamo aumentato il tempo di
rendicontazione nei loro confronti. Il tempo di tre o di cinque minuti serve a
poco, invece un genitore è più contento se gli racconti l’andamento del figlio
con i suoi punti di forza e di debolezza, ciò che dovrebbe curare di più a
casa.
In
questo modo la famiglia ha un resoconto realistico della situazione del figlio.
Dire che ha 6 non significa assolutamente nulla e dedicare il triplo del tempo
ai genitori significa eliminare quello degli scrutini intermedi e ridurre il
livello di conflittualità tra docenti. È incredibile come la riduzione della
conflittualità passi da queste piccole cose. I docenti durante gli scrutini
litigano: io dal quattro non mi muovo – sembra di
sentirli – io lo voglio bocciare… insomma è il momento di massima
tensione
Lei
dice che la scuola “Saladino” non è la scuola del CEP ma la
scuola dal CEP. Che cosa intende?
Che
partiamo dal CEP per proiettare questi ragazzi nel mondo.
E
i ragazzi si fanno proiettare?
Qualcuno
rimane legato al territorio e anche alle brutte abitudini, molti crescono,
migliorano, vanno via ma non per forza fisicamente: sono in grado di guardare
il mondo. Al CEP non c’è una scuola superiore. L’unico presidio dello Stato è
il nostro, non c’è neanche la caserma dei Carabinieri, non c’è l’ospedale e
nemmeno più la delegazione del Comune. Quanto alle superiori la stragrande
quantità dei nostri alunni prima andava nei centri di formazione. Oggi la
stragrande quantità di dei nostri alunni va al liceo. Anche questo vogliamo
dire quando diciamo che la scuola “Saladino” ora è la scuola dal CEP.
Orizzonte
Scuola
Immagine