L'emergenza educativa non riguarda la fragilità dei ragazzi,
ma degli adulti che
non
amano la vita
La settimana scorsa ero a
Roma a raccontare a un migliaio di studenti di diverse scuole se ha senso
frequentare i classici, in particolare la tragedia greca. Questi
ragazzi, grazie alla Fondazione Oltre, si preparano ad assistere
all'Antigone di Sofocle e all'Alcesti di Euripide a
Siracusa: due giovani donne capaci di dare la vita perché sanno chi
sono e che cosa vogliono. Quello stesso giorno, a Roma, un 13enne e una
23enne la vita se la toglievano, il primo lanciandosi dal balcone lasciando un
biglietto in cui si diceva stanco della scuola, la seconda cadendo nella tromba
delle scale alla vigilia di una finta laurea, perché in realtà aveva smesso di
frequentare l'università e fingeva di farlo. Non conosco motivazioni e
circostanze di questi suicidi, che però mostrano l'effetto fatale della
attualissima combinazione di pressione e solitudine su psicologie in formazione. La
cultura dominante, prendendo dalle macchine l'interpretazione
dell'umano, educa a funzionare per standard e risultati, facendo sentire i
ragazzi oggetti di aspettative e non soggetti di possibilità. Il soggetto
agisce, l'oggetto reagisce, il soggetto crea, l'oggetto si esaurisce, il
soggetto è libero, l'oggetto è dipendente, il soggetto evolve, l'oggetto si
logora, il soggetto si trasforma, l'oggetto si cambia e “si butta”, come i due
ragazzi. Che cosa permette allora di sentirsi protagonisti e non comparse?
Educare è aiutare a crescere qualcosa che c'è già ma ha bisogno di essere
attivato: il risultato non effetto di uno standard esteriore da
raggiungere, ma di un'origine-originalità già presente da compiere. Il processo
di maturazione (il paradigma di interpretazione è botanico non meccanico)
avviene per energia intrinseca alla persona, se questa è messa nelle condizioni
di compierlo, per le piante si dice infatti “mettere a dimora”. Queste
condizioni, la dimora dell'umano, sono le relazioni primarie, che difendono da
pressioni o menzogne.
Le relazioni buone attivano il maestro interiore del ragazzo (il daimon socratico,
la voce-vocazione) che andrà poi a cercare autonomamente nel mondo ciò che
serve a realizzare la propria forma (vivere diventa così svilupparsi, cioè
sperare di nascere del tutto), mentre quelle tossiche vogliono il controllo
dell'altro costringendolo in una forma che gli è esteriore (repressione e
depressione). Il primo tipo di relazioni genera persone attive e responsabili,
il secondo reattive e remissive. Nel recente album, «Vangelo», il rapper Shiva
(dio della distruzione e trasformazione), nome d'arte di Andrea Arrigoni
(Legnano 1999), padre di tre figli, finito in carcere, poi ai domiciliari, poi
all'obbligo di firma, per tentato omicidio, fa il bilancio della sua vita, e
nella canzone «Dio esiste» ripete: «Io sono la prova che Dio esiste/
Perché sono ciò che ho sempre voluto essere». Non è un atto di fede,
ma l'ammissione che almeno Dio non ti controlla ma ti lascia essere chi vuoi,
anche quando fai casino. Una cantautrice quasi coetanea, Francesca Calearo
(Creazzo 2002), in arte Madame, dopo due anni di silenzio per una forma depressiva,
ha appena pubblicato «Disincanto», nome dell'album e della canzone che
testimonia la ribellione a tutte le «istruzioni» per l'uso della vita:
«Io non vivo più con sotto le istruzioni/ Tutto ciò che so spero che mi
abbandoni/ E sono mie, le bugie che mi hanno detto sono mie/ Il male e il bene
sono solo fantasie./ Non voglio più nemmeno un motivo per vivere/ un Dio, un amore,
un limite, e voglio anche soffrire/ ma non per quello che ho in testa, ma
perché vivo». Sentirsi vivi, ripartendo dall'unica verità del dolore “un'anima
del nulla con gli occhi gonfi del mio disincanto”.
Quelle di questi giovani
artisti, ascoltati con trasporto dai ragazzi, sono
le reazioni di cui parlavo e che spesso riscontro: reattività o remissività. Se
la realtà non ha alcun senso, l'unico senso sono io che posso o cercare di
affermarmi a tutti i costi o ritirarmi. Quando ero bambino ascoltato a
ripetizione «Il burattino senza fili» di Bennato e da adolescente «I still
haven't found what I'm looking for» (Non ho ancora trovato ciò che sto
cercando) degli U2, che mi garantivano che un senso c'era, ma non dovevo
smettere di lottare e cercare. E in effetti a poco a poco mi vennero
incontro le risposte.
A Roma insieme a me c'era
il bravo attore Vinicio Marchioni, impegnato anche lui nella stagione teatrale
di Siracusa con una Iliade, e che molti ricorderanno come il Freddo
nella serie Romanzo criminale. Ha raccontato della sua
adolescenza sconquassata in un quartiere romano difficile e della scuola (un
tecnico) che per lui era un inferno anche per la balbuzie, fino a che un giorno
un professore non si commosse leggendo in classe il canto di Paolo e Francesca.
Colpito dalla
reazione, gli chiese chi erano quei due, se li
conoscesse di persona. Da lì cominciò una frequentazione, l'insegnante invitava
gli studenti a casa propria, a giocare a Risiko con i suoi figli e a scoprire
storia e letteratura. Perché si dà scuola non dove ci sono le mura, ma dove ci
sono uomini e donne che incarnano l'amore per un pezzetto di mondo e fanno
entrare in risonanza altri. La risonanza, a differenza dell'eco che lascia
l'oggetto inerte poco dopo che si è esaurita la fonte del suono, è un fenomeno
fisico che permette a chi vibra a quella lunghezza d'onda di continuare a
produrla autonomamente anche quando la fonte smette di produrla.
La nostra educazione il
più delle volte produce solo effetti d'eco destinati a
spegnersi (i ragazzi diventano oggetti di aspettative), e per questo crediamo
che la soluzione sia aumentare la seduzione (più effetti speciali) o la potenza
(più potere) del suono. Invece dovremmo cercare effetti di risonanza (i ragazzi
diventano soggetti di possibilità), cioè noi incarniamo che cosa rende bella la
nostra vita e, senza bisogno di sedurre o alzare il volume, chi ha quella
vibrazione diventa lui stesso onda, autonoma. Platone lo spiegava con le sue etimologie
fantasiose, dicendo che bellezza (kalòs in greco) viene da chiamare
(il verbo kaleo), e che eroe viene da eros.
I ragazzi troveranno la
loro musica (da Musa, ispirazione) solo se sentiranno la nostra: c'è
musica nella nostra vita? Grazie a quel professore, il quindicenne Vinicio capì
di voler fare l'attore, si iscrisse a lettere e cominciò a studiare recitazione
(anche per curare la sua balbuzie) e «si salvò», metafora che usiamo per
indicare il giorno in cui troviamo il nostro destino e cominciamo a incarnarlo,
diventando protagonisti e non più comparse, che ci mettono un attimo a
diventare vite «scomparse».
Le vite non scompaiono
nella solitudine, nella rabbia, nella stanchezza, nel
disincanto, se trovano chi incarna la gioia di vivere e la trasmette. Dopo
l'incontro sulla tragedia, una ragazza, brava a scuola, è venuta con le lacrime
agli occhi a raccontarmi che non ne può più del cinismo degli adulti:. Aiuta a
crescere solo chi non smette di crescere perché ciò che può essere e fare solo
lui è inesauribile in una vita e accende la vita altrui. Al tiranno di Tebe,
Creonte, che le impedisce di seppellire il corpo del fratello, la giovane
Antigone, disposta a dare la vita pur di seguire la sua coscienza, risponde: «Non
sono nata per condividere l’odio, ma per amare con chi ama». A lei Creonte
risponde mandandola a morire: «E allora, se devi amare, vattene laggiù, ad
amarli!». Laggiù, dove si sfracellano le vite che il potere opprime, ieri come
oggi. Le «scomparse».