martedì 6 gennaio 2026

I COMPITI DI REALTA'

 


Bravi, bravissimi gli insegnanti che invece di accanirsi sugli esercizi” scelgono mostre e avventure.

 L’elogio del pedagogista ai “compiti di realtà”

di Giuseppina Bonadies

 

Daniele Novara critica duramente la didattica basata sulla “risposta esatta”, definendola un quiz arcaico, ed elogia gli insegnanti che assegnano compiti di realtà come mostre e avventure. Il pedagogista invita a sfruttare le vacanze per un apprendimento concreto e operativo, trasformando la città in un luogo di “outdoor education” fondamentale per la crescita.

“Cosa ce ne facciamo delle risposte esatte?”. È una domanda provocatoria quella che Daniele Novara rivolge al mondo dell’istruzione, spostando l’attenzione dalla performance nozionistica alla concretezza dell’esperienza educativa.

In un intervento video diffuso sui canali social, il pedagogista traccia una linea netta tra l’assegnazione di compiti ripetitivi e quelli che vengono definiti “compiti di realtà“, lodando apertamente i docenti che scelgono la seconda strada.

Oltre la logica del quiz

Il punto di partenza dell’analisi è la natura stessa dell’apprendimento, che secondo il direttore del CPP non può essere ridotto a una serie di caselle da sbarrare. “Imparare è un laboratorio, non è una risposta esatta“, afferma Novara, criticando un modello che coinvolge spesso anche i genitori. “La scuola non è un quiz e neanche la famiglia è il posto dove si impara a partecipare al quiz scolastico”.

Per il pedagogista, queste dinamiche rappresentano “forme archaiche, passate” che non hanno più senso di esistere nel contesto attuale. La necessità è quella di recuperare una dimensione tangibile dello studio: “Bisogna, viceversa, ci sia la consapevolezza di come l’apprendimento sia concreto, operativo, fatto di incontri, di esperienze“.

Le vacanze come spazio per il nuovo

Questa visione operativa diventa cruciale specialmente durante i periodi di distacco dalle lezioni frontali. I lunghi periodi di vacanza, compresi quelli estivi, non devono essere visti come un vuoto da riempire con la replica di quanto fatto a scuola, ma come “una grande possibilità “. È il momento in cui bambini e ragazzi possono “vivere qualcosa di nuovo, ma sempre legato al loro bisogno di imparare, di crescere, di diventare grandi “.

L’elogio ai docenti innovatori

Il fulcro del messaggio è il riconoscimento del lavoro svolto da quegli insegnanti che interpretano il tempo extrascolastico come un’occasione di arricchimento culturale e non di addestramento.

Novara si rivolge direttamente a loro: “E quindi, diciamolo senza mezzi termini, bravi, bravissimi gli insegnanti che invece di accanirsi sugli esercizi già fatti in classe, danno indicazioni per andare a visitare una mostra, comprare un libro, vivere un’avventura, vivere un’esperienza “.

Le indicazioni didattiche virtuose, secondo questa prospettiva, includono l’utilizzo del territorio circostante, invitando a “usare la città come un’outdoor education ricco di possibilità “.

È attraverso queste scelte pedagogiche che l’istituzione scolastica riesce a non perdere la sua centralità educativa. “Grazie a questi insegnanti “, conclude Novara, “la scuola mantiene un luogo privilegiato e prioritario di crescita per le nuove generazioni “.

Orizzonte Scuola

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IL POTERE DELLA GENTILEZZA

 

Seneca svela 

perché la gentilezza 

rende più forti 

ed ha il potere 

del successo

 




Essere gentili è da deboli? Seneca, in "Sui benefici" ribalta questa convinzione e mostra perché la gentilezza è la fonte vera di successo e libertà. 

Essere gentili in un mondo aggressivo non è la via più facile, è la più ardua e, per questo, la più gloriosa.

 -         di Saro Trovato

 Siamo in un mondo in cui la prepotenza sembra sia la strada per dominare gli altri e che la gentilezza sia un attributo della fragilità, un lusso che solo chi non ha ambizioni può permettersi. Eppure, un’analisi rigorosa del pensiero di Lucio Anneo Seneca rivela l’esatto contrario: la benevolenza non è un segno di cedimento, ma la suprema tecnologia del potere e della stabilità.

Nel suo trattato De Beneficiis, il filosofo stoico descrive il “beneficare” come un atto di sovranità assoluta, capace di generare un successo che non teme l’usura del tempo.

Il cuore di questa visione risiede in una definizione che sposta l’accento dall’oggetto del dono all’integrità di chi lo compie:

Che cos’è dunque un beneficio? Un’azione di benevolenza che arreca gioia e la riceve procurandola, caratterizzata da un’inclinazione e da una spontaneità naturali in quello che fa. Perciò, non ha importanza che cosa venga fatta o data, ma la disposizione d’animo con cui questa cosa viene realizzata: il beneficio infatti non consiste in quanto viene fatto o dato, bensì nel sentimento di chi ne è l’autore. (De Beneficiis, Libro I, 6.1)

La forza di chi non si lascia condizionare dai prepotenti

Proprio partendo da questa “disposizione d’animo”, Seneca scardina il pregiudizio che vede nella gentilezza una forma di sottomissione. Al contrario, essa viene presentata come l’unico vero antidoto alla prepotenza. Mentre l’aggressivo è costantemente alla ricerca di una reazione per sentirsi potente, colui che mantiene la propria benevolenza interrompe il circuito della violenza.

Questa fermezza comunica un messaggio di potere silenzioso: il prepotente non ha la forza di cambiare il carattere di chi ha di fronte. Essere gentili con chi è sgarbato non significa subire, ma dimostrare di essere gli unici padroni del proprio stato d’animo.

Non è debolezza, ma la prova di essere l’unica persona, in quel momento, a non aver bisogno di aggredire per sentirsi forte. Nella prospettiva di Seneca, il successo nasce dal diventare la fonte del valore, anziché farsi dettare le regole del gioco dai difetti altrui.

La gentilezza è fonte di successo

Per Seneca, il successo non è un trofeo isolato da difendere con i denti, ma la capacità di rendersi indispensabili all’interno di una struttura più grande. La forza del singolo, nella visione stoica, non risiede nell’indipendenza assoluta, ma nella stabilità che egli è capace di offrire agli altri.

Per spiegare questo paradosso del potere, il filosofo ricorre a una metafora architettonica folgorante:

La società umana è simile a una volta di pietre, che cadrebbe se le pietre non si sostenessero a vicenda: essa è tenuta insieme proprio da questo appoggio reciproco.
(Lettere a Lucilio, 95, 53)

In questa prospettiva, la gentilezza è la forza che impedisce al sistema, e quindi alla posizione dell’individuo al suo interno, di crollare. Chi sostiene la struttura attraverso atti di benevolenza è, di fatto, l’ultimo a poter essere abbattuto.

Il successo generato dalla gentilezza è infinitamente più solido di quello ottenuto con la forza, perché non poggia sul timore o sull’invidia, ma sulla gratitudine. Creando alleati anziché sudditi, la persona gentile costruisce una base di potere che non ha bisogno di essere difesa costantemente, poiché è la struttura stessa a proteggere chi la sostiene.

La gentilezza non prevede di essere misurata

La grandezza di questo potere risiede nel rifiuto di “mercanteggiare” i rapporti. Seneca avverte che la gentilezza svanisce non appena diventa un’operazione contabile. L’uomo forte non è un esattore di favori, ma un generatore di valore a fondo perduto.

Nessuno prende nota dei benefici sul proprio libro dei crediti né, come un avido esattore, va a riscuotere all’ora e al giorno stabiliti. […] È proprio di un esecrabile usuraio mettere in conto un beneficio dato.  (De Beneficiis, Libro I, 2.3)

La logica del beneficio si limita a dare. Questa assenza di calcolo non è ingenuità, ma suprema fierezza: ho dato perché volevo farlo, e questo mi basta. Restituire l’atto è un guadagno per chi riceve, non una necessità per chi dà.

Quest’approccio è ciò che rende l’umano virtuoso nei confronti di se stesso e rispetto agli altri. Essere gentili significa non misurare mai i benefici offerti, ciò che si fa è per fare del bene alla propria anima ed essere riconosciuti dalla comunità come persone degne e di valore.

La perseveranza che ammansisce il mondo

Seneca sottolinea che la gentilezza costante possiede il potere di trasformare anche le nature più ostili. Come i domatori ammansiscono le bestie feroci con la cura e il cibo, così la perseveranza nel bene finisce per vincere l’ingratitudine umana. Non si tratta di una fiducia ingenua, ma di una forza d’assedio che non accetta la sconfitta morale.

Qualcuno è ingrato nei confronti di un primo beneficio? Non lo sarà riguardo a un secondo; ne ha già dimenticati due? Un terzo lo porterà a ricordare anche quelli che sono usciti dalla sua memoria. (De Beneficiis, Libro I, 2.5)

Non bisogna dunque stancarsi di essere virtuosi. Sia attraverso un aiuto materiale, offrendo il proprio credito, o mettendo a disposizione la propria saggezza, la perseveranza nel beneficare è l’unica forza capace di trasformare un nemico in un alleato.

In questa prospettiva, chi sceglie di non dare per timore di essere sfruttato o ignorato rivela la sua natura di vero debole. La sua rigidità non è fermezza, ma paura; la sua chiusura non è prudenza, ma l’incapacità di sostenere il peso di un gesto gratuito.

Il prepotente o l’egoista sono figure fragili, poiché la loro identità crolla se non ricevono un tornaconto immediato. Al contrario, l’individuo forte di Seneca continua a donare perché la sua stabilità non dipende dal riconoscimento altrui, ma dalla propria incrollabile integrità.

Egli è il domatore che, con la propria costanza, finisce per conquistare anche l’animo più indurito, dimostrando che il vero potere appartiene a chi ha così tanto da non aver paura di perdere nulla.

Essere gentili richiede coraggio

In ultima analisi, la lezione di Seneca è un richiamo alla forma più alta di coraggio. Essere gentili in un mondo aggressivo non è la via più facile, è la più ardua e, per questo, la più gloriosa. È un atto di ribellione contro la forza di gravità dell’egoismo.

Il successo autentico non risiede nell’arrivare primi in una corsa solitaria, ma nell’avere la forza di non lasciare indietro nessuno, sapendo che la propria posizione è sicura solo se l’intera “volta” sociale rimane integra.

La gentilezza richiede il coraggio dei forti perché espone al rischio dell’ingratitudine, ma è proprio questo rischio a nobilitare l’azione. Non si è gentili perché il mondo è buono, ma perché si è deciso di essere tali.

In questa decisione di dare senza misurare risiede l’unica forma di successo che il tempo non può scalfire, ovvero l’aver vissuto da individui liberi, da pietre angolari di una società che, senza il sostegno reciproco, sarebbe già polvere.

La gentilezza, dunque, non è un’opzione morale per i fragili, ma l’armatura più resistente dei forti. È l’essenza della civiltà, dove il vero potere e il successo sono una conseguenza delle virtù e non della forza e della cattiveria.

Essere gentili è il più grande investimento che si possa fare per costruire una società capace di reggersi nel tempo, e una vita vissuta con serenità, gioia e libertà interiore.

Per questo, non resta che ringraziare Seneca per questa lezione e iniziare, senza più alibi, ad agire seguendo i suoi suggerimenti.

Liberiamo

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IL NON ORDINE GLOBALE

 


VENEZUELA 

E ALTRI



di LELIO CUSIMANO

Prendendo spunto dalle notizie e dalle reazioni che hanno accompagnato la giornata del 4 gennaio, la cattura di Nicolás Maduro da parte di un commando statunitense non è soltanto un fatto venezuelano né un episodio di cronaca internazionale ad alto tasso di spettacolarità. È, piuttosto, un segnale potente – e inquietante – dello stato in cui versa l’ordine globale e della direzione che potrebbe imboccare.

Il Venezuela arriva a questo snodo dopo almeno due decenni di progressivo isolamento e deterioramento istituzionale. Il chavismo, nato come progetto di riscatto sociale e di autonomia dall’egemonia statunitense in America Latina, si è trasformato nel tempo in un sistema di potere sempre più chiuso, segnato da repressione politica, collasso economico, migrazioni di massa e da accuse, mai davvero dissipate, di collusione con traffici illeciti. In questo quadro l’intervento diretto degli Stati Uniti – se confermato nei termini di una cattura mirata del capo dello Stato venezuelano – segna una rottura netta. Non tanto perché Washington non abbia mai rovesciato governi ostili nel proprio “cortile di casa”, quanto perché lo fa oggi in un mondo che si pretende multipolare, senza più l’alibi della guerra fredda o di un mandato multilaterale credibile. È il ritorno brutale della politica di potenza, spogliata di ogni orpello retorico.

Non stupisce, dunque, il doppio sentimento che attraversa l’opinione pubblica internazionale: da un lato il compiacimento per la “eliminazione” politica di una figura percepita come simbolo di corruzione, violenza e narcotraffici; dall’altro la paura che il precedente sia più grave del problema che si intende risolvere. Se una grande potenza si arroga il diritto di catturare il leader di un altro Paese sovrano, in base a una propria definizione di legalità e sicurezza, cosa resta delle regole comuni?

È qui che la vicenda venezuelana si salda a una tendenza più ampia. Stati Uniti, Cina e Russia – pur con strumenti e narrazioni diverse – sembrano convergere verso un modello di “non ordine” globale: ciascuno domina il proprio spazio regionale, interviene quando e come ritiene necessario, impone il conflitto come modalità ordinaria di regolazione dei rapporti di forza. Non è un nuovo equilibrio, ma una spartizione instabile, continuamente esposta a scosse escalation.

In questo scenario, l’Europa appare paradossalmente come l’anomalia. Non perché sia più forte o più coesa, ma perché è l’unica grande area che continua, almeno a livello di principi, a credere nella centralità del diritto internazionale, nel multilateralismo, nella mediazione. Proprio per questo, tuttavia, rischia di essere irrilevante: un ostacolo morale più che politico, una voce che ammonisce ma non incide.

 

La crisi venezuelana potrebbe diventare uno spartiacque anche per l’Unione europea. L’imitarsi a dichiarazioni di preoccupazione, inviti alla moderazione e richiami alle Nazioni Unite significherebbe certificare la propria marginalità. D’altra parte, una presa d’atto realistica imporrebbe scelte difficili: dotarsi di una politica estera realmente comune, accettare che la difesa e la sicurezza non siano argomenti tabù, costruire una capacità autonoma di intervento diplomatico e, come ultima ratio, di deterrenza.

In questo percorso, il ruolo dell’Italia non è secondario. Per storia, geografia e interessi, Roma è uno dei Paesi europei più esposti alle conseguenze del disordine globale: instabilità nel Mediterraneo, flussi migratori, crisi energetiche, interruzioni delle catene commerciali. L’America Latina, e il Venezuela in particolare, non sono lontani dal nostro orizzonte come potrebbe sembrare: comunità italiane numerose, legami economici, una tradizione diplomatica che ha spesso privilegiato il dialogo.

L’Italia potrebbe – e forse dovrebbe – farsi promotrice di una linea europea meno timida, capace di tenere insieme fermezza sui diritti e realismo geopolitico. Non per opporsi frontalmente alle grandi potenze, ma per ricordare che l’alternativa al diritto del più forte non è l’impotenza, bensì la costruzione continua e paziente di regole condivise. La cattura di Maduro, al di là del destino personale del leader venezuelano, pone una domanda che riguarda tutti: vogliamo davvero un mondo in cui la stabilità dipenda dall’arbitrio di pochi, o siamo ancora disposti a investire – politicamente, economicamente, culturalmente – in un ordine imperfetto ma comune?

Probabilmente, l’Europa, e con essa l’Italia, non può permettersi di rinviare ancora la risposta.

giovannipepi.it

lunedì 5 gennaio 2026

EPIFANIA

 

SI MISERO 

IN CAMMINO



Meditazione 

di S.B. Card. Pizzaballa, 

Patriarca di Gerusalemme dei Latini


 Ogni bambino nasce per qualcuno: per una famiglia che lo attende, per una comunità che lo accoglie, che lo vedrà crescere, che crescerà insieme a lui e grazie a lui.

Anche Gesù è nato per qualcuno: ma non solo per qualcuno in particolare, perché Gesù è nato per tutti.

I brani di Vangelo che raccontano la sua nascita ci dicono proprio questo, che questo bambino non appartiene solo alla sua famiglia, né solo al suo clan, ma tutti, vicini e lontani, sono chiamati a partecipare all’evento della sua nascita, alla gioia e alla grazia della sua venuta al mondo.

Gesù è venuto per tutti, e coloro che si lasciano raggiungere dal dono della sua presenza sono chiamati, come abbiamo visto proprio domenica scorsa, a mettersi in cammino, a fare un percorso.

Una costante che si ritrova in tutte le storie di donne e uomini di fede è proprio questa: il mettersi in cammino, perché la fede stessa è un cammino, è una costante ricerca, una sempre nuova partenza.

È stato così anche per i Magi.

Abbiamo iniziato l’Avvento con un invito a vegliare per non lasciar passare invano il kairós, il momento favorevole, il tempo della grazia (Mc 13,33-37).

Potremmo dire che i Magi sono innanzitutto persone che hanno accolto questo invito, che non si sono lasciati sfuggire l’occasione della vita: hanno visto un segno, hanno compreso che questo segno era per loro, che li chiamava a partire e si sono messi in viaggio.

La stella che i Magi hanno visto, come tutte le stelle, non sta ferma nel cielo, ma percorre un cammino: Matteo dice che la stella precedeva i magi, fino a quando è arrivata sul lugo dove stava il bambino, e lì si è fermata (Mt 2,9).

Questo significa che se la stella si muove, se si vuole continuare a vederla bisogna muoversi insieme a lei, bisogna seguirla, mettersi in cammino. Se si sta fermi, la stella scompare, perché la stella non può fermarsi.

I magi hanno visto una stella nel cielo, e hanno solo desiderato non perdere quella luce, continuare a lasciarsi illuminare. E per questo hanno lasciato la loro terra e si sono fatti pellegrini, non sapendo fin dall’inizio dove sarebbero arrivati.

Per mettersi in cammino bisogna fidarsi.

Ma come si è presentata per loro quest’occasione?

L’occasione, il kairós, li ha raggiunti tramite, appunto, una stella, il che significa che i Magi sono persone che hanno alzato lo sguardo verso l’alto, che si sono aperti ad un orizzonte infinito.

Vegliare significa anche alzare lo sguardo, scrutare il cielo.

Il loro sguardo non è rimasto prigioniero dei loro confini, del loro mondo; non si sono accontentati, non si sono fermati.

Ogni cammino nasce da uno sguardo, da una visione che porta oltre.

Poi arrivano a Gerusalemme, e vi arrivano come umili persone che cercano.

Molte volte Gerusalemme è stata raggiunta da gente straniera, che veniva per combattere, per depredare, per impossessarsi della sua bellezza e dei suoi tesori.

I Magi vengono per cercare, per condividere un’inquietudine in un luogo e con delle persone che hanno la ricerca e l’attesa come vocazione, come senso della vita.

In cuore hanno una domanda, e questa è la loro vera ricchezza: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?” (Mt 2,2). Sono sapienti, ma sono anche alla ricerca di una sapienza più grande, sanno di non sapere tutto.

È questa mancanza che permette loro di mettersi in cammino, di fare domande, di fidarsi.

I Magi sanno che un Re è nato, ma non sanno dove, perché la stella non si è ancora posata su nessun luogo.

Dove nasce il Re e Signore, dove trovarlo, questa è la grande domanda di ogni uomo, il grande desiderio.

E il desiderio dei Magi si compie quando il loro cammino si incontra con la Rivelazione, quando i loro passi si fermano ad ascoltare la Parola, perché la Parola è l’epifania di Dio. Sarà la Parola a condurli a Betlemme, dove ritrovano la stella ad attenderli, perché tutto si ricapitola lì.

Infine, il cammino ha un ultimo passo necessario, ed è quello che porta i magi a prostrarsi davanti a quel bambino: forse, di tutto il cammino, questo è il passo più difficile.

Perché chiede di riconoscere che il Re è lui, non siamo noi. È lui il Signore della storia, e non noi.

Questo è il passo che Erode non può fare, perché gli richiederebbe il coraggio e l’umiltà di togliere la corona dalla propria testa per metterla sulla testa di quell’umile bambino appena nato.

Eppure, Gesù, nato per tutti, è nato per questo: per liberarci dall’illusione del potere, della violenza, di tutto ciò che non dà vita.

La vita vera sta tutta nel riconoscere la grandezza del segno di un piccolo di un bambino, venuto al mondo per dire che il desiderio di Dio è quello di camminare con noi.

+Pierbattista

Patriarcato L. di Gerusalemme




 

LA NUDA VERITA'


L’Epifania, coronamento del Natale , è un controsenso. 

Mentre l’uomo vuole crescere, espandersi, 

avere potere su cose e persone, farsi dio 

e così immagina i suoi dei, 

al contrario questo Dio vuole farsi uomo, 

senza potere su nulla: un neonato. 

-di Alessandro D’Avenia

 Epifania è una parola che usiamo solo una volta l’anno con malinconia, perché «le feste porta via». Eppure, come avevano intuito i grandi scrittori di inizio ’900 di fronte all’inautenticità del vivere, sarebbe da utilizzare spesso per indicare i «momenti di essere»: istanti in cui usciamo dalla semi-incoscienza della routine quotidiana e avvertiamo una connessione profonda con il mondo e con noi stessi, la realtà è nitida e piena di senso. La parola epifania viene infatti dal greco per manifestare, venire alla luce (dall’antica radice per splendere e rendere chiaro), il contrario significava oscurità o distruzione. Si usava anche come epiteto (epifane) per dire che un re era un dio «manifesto» in terra. Per questo passò a indicare la manifestazione di Dio a tre esponenti della cultura mediorientale, i Magi (esperti di cielo, quando astronomia e astrologia erano tutt’uno), non appartenenti al popolo ebraico: il Dio-Uomo si «manifesta» a tutti coloro che lo cercano, a prescindere da appartenenze etniche, aderenze sociali, meriti culturali, fortune economiche. E lo fa come bambino in una grotta, cioè non grandiosamente e in alto come gli dei greci sul monte OlimpoShiva sul Kailash in Tibet, o il Fuji, che è il corpo stesso della divinità, in Giappone... Invece qui Dio si manifesta «in basso», non viene «sul» mondo ma «nel» e «al» mondo, come noi. Che novità c’è in questa narrazione? 

Credenti o meno, festeggiamo una liberazione: smettere di dover «di-mostrare» e limitarsi a «mostrare» chi siamo veramente. Tutti costruiamo un’immagine di noi stessi diversa da come siamo davvero, perché crediamo di dover chiedere il permesso di esistere pur avendo ricevuto gratuitamente la vita (o proprio per questo), e così ci illudiamo di essere altro, sopra- o sotto-valutandoci. Lo facciamo perché vogliamo essere amati, e crediamo di riuscirci esercitando potere su cose e persone: «Me lo merito».

Ma poi puntualmente la vita ci ricorda, spesso con durezza, che siamo qui per un dono, e che la nostra identità non è un’idea, un sogno, una maschera ma un dato, fatto di limiti, fragilità, imperfezioni. Ce lo ricordano le cadute, la stanchezza, le malattie, gli errori, la morte, la pesantezza del quotidiano: la realtà non si piega alle nostre fantasie, resiste e ci conduce alla verità, che non è un’astrazione ma un’incarnazione, proprio quella a cui si adegua anche il Dio del racconto evangelico. 

Ma quando sperimentiamo la distanza tra chi pensiamo di essere e chi siamo realmente, cadiamo nella vergogna («non valgo nulla»), nella paura («non fa per me»), nell’illusione («devo essere perfetto o altro da come sono»), non parlo del normale volersi migliorare e compiere la propria vita in base ad attitudini e vocazione, ma del perdere contatto con sé stessi, che comporta molta inutile sofferenza a noi e agli altri. In questo senso l’Epifania aiuta ad aderire alla verità di chi siamo, senza perdersi in complessi di inferiorità o di superiorità.

A Natale — si dice — si torna bambini, e non perché crediamo di essere più buoni (non lo siamo), ma perché possiamo per qualche ora smetterla di volere il potere su cose e persone al fine di essere amati, attraverso l’immagine che tentiamo di tenere in piedi. Se un Dio non «di-mostra» nulla, ma si mostra bambino, allora la versione divina dell’uomo è quella in cui non dobbiamo «di-mostrare» nulla, ma solo mostrare ciò che già siamo che però nascondiamo per paura o mancanza di accettazione. Per questo durante le feste smettiamo di lavorare: per riposare e ritornare alle relazioni primarie, quelle in cui viene alla luce (nel bene o nel male) chi siamo veramente, ciò che nascondiamo al mondo, non chi siamo sui social ma chi siamo quando nessuno ci guarda o con chi ci sta accanto ogni giorno. Per questo il Natale spesso pesa, perché la luce delle relazioni primarie rende manifesta la verità incarnata: quanto siamo amati o quanto non lo siamo, quanto amiamo o quanto non sappiamo farlo. Lì si gioca la partita della propria incarnazione e quindi felicità. 

L’Epifania smonta la scena, la ribalta, la maschera e mostra un bambino nudo: questo sei tu. Lo mostra il racconto evangelico smascherando coloro che vengono a sapere di questa «manifestazione»: i Magi grazie ai segni celesti, e il re Erode grazie a loro che vanno a informarsi da lui su un presunto re nato in Giudea. Erode rimane a palazzo, a difendere l’identità di cartapesta di reuccio sottomesso ai Romani, impaurito dal presunto concorrente, facendo uccidere tutti i neonati della regione per eliminare la minaccia. È prigioniero del mondo e del potere, egli è solo e soltanto ciò che il mondo gli dice di essere, un’immagine che pur di essere difesa genera una violenza inaudita: la strage degli innocenti.

I Magi invece hanno visto un fenomeno celeste eclatante che interpretano come segno della nascita di un re divino ma, giunti a destinazione, trovano solo un bambino tra le braccia della madre in un alloggio provvisorio. Eppure, si prostrano e offrono doni: si liberano dall’idea di re che avevano in testa e si inchinano alla realtà nella sua schietta verità. Il mondo con le sue apparenze viene giù, «reale» (inteso sia come realtà, sia come regalità) è un bambino amato dalla sua famiglia e di cui nessuno, se non qualche pastore del luogo, sa nulla, e così sarà per 30 anni, tanto da essere noto come figlio del falegname

 Da un lato abbiamo chi vive del potere della propria immagine e usa violenza per difenderla, sempre a spese di innocenti, come accade oggi e sempre accadrà perché il potere (politico, economico, intellettuale, religioso, estetico...) è il modo di procurarsi ciò che assomiglia di più all’amore (ammirazione, sottomissione, invidia...). Dall’altra abbiamo chi si inchina, cioè, accetta il limite, e scopre che ciò che conta è chi sei veramente, a prescindere da immagini, ruoli, maschere. Che cosa te ne fai del tetto del mondo se poi sei solo, non sei amato e non ami? E questo prima o poi si manifesterà senza scampo, mostrando quella che chiamiamo «nuda verità»: sarà il giorno della nostra Epifania.

 Buona «manifestazione» a tutti.

Alzogliocchiversoilcielo

 

 


SERENDIPITY


 Il significato di Serendipity, l’affascinante parola inglese che celebra le piccole fortune inattese della vita

Serendipity è trovare qualcosa di prezioso senza cercarlo intenzionalmente. 

Scopri il significato di questa bellissima parola inglese, la sua origine e la sua importanza nella vita quotidiana.

 

-di Natalia Cristiano

 

Ci sono parole che non si limitano a descrivere un concetto, ma sembrano contenere interi mondi. Serendipity è una di queste. Non è soltanto un affascinante parola inglese, ormai adottata da molte lingue, ma un’idea complessa, sfaccettata, quasi una filosofia di vita. Evoca l’incontro con l’inaspettato, la scoperta non programmata, quei momenti in cui qualcosa di prezioso emerge mentre eravamo intenti a cercare tutt’altro, o magari mentre non stavamo cercando nulla di preciso.

In un'epoca che esalta l’organizzazione minuziosa, la produttività e il controllo costante, la Serendipity appare come una necessaria controcorrente. Ci ricorda che non tutto ciò che ha valore può essere pianificato, misurato o previsto. Al contrario, spesso le esperienze più significative arrivano quando smettiamo di forzare il percorso e lasciamo spazio a ciò che non avevamo previsto.

Se ripensiamo alle nostre vite con onestà, ci accorgiamo che molte svolte decisive sono nate “per caso”. Un incontro avvenuto in modo fortuito, una scelta fatta quasi per deviazione, un errore che si è rivelato più fertile di un successo. Dare un nome a questi eventi significa riconoscerne la dignità e il valore. La Serendipity suggerisce che il caso non è solo caos o disordine, ma può diventare una forma inattesa di dono.

In questo articolo esploriamo il significato di Serendipity, le sue origini, il suo ruolo nella scienza e nella cultura, e ciò che può insegnarci su come abitare il mondo con maggiore apertura, curiosità e consapevolezza.

Il significato di serendipity: oltre la semplice fortuna

La definizione comune di Serendipity come “scoperta fortunata e casuale” è corretta ma incompleta. Non si tratta semplicemente di fortuna passiva, di un evento fortuito che capita senza coinvolgimento. La vera serendipità nasce dall’incontro tra eventi imprevisti e una mente pronta a riconoscerne il valore. Richiede sensibilità, apertura mentale e la capacità di fare collegamenti tra cose apparentemente scollegate. In altre parole, è spesso l’atteggiamento di chi sa vedere oltre l’evidenza immediata, cogliendo opportunità che altri non percepiscono. 

Trovarsi davanti a qualcosa di prezioso mentre si cercava altro, o assistere a un evento imprevisto che spalanca nuove possibilità, può dipendere da una combinazione di attenzione, intuizione e prontezza di spirito. La serendipità non è quindi solo ciò che succede: è il modo in cui rispondiamo a ciò che succede. Due persone possono vivere la stessa coincidenza: una potrebbe ignorarla, l’altra potrebbe trasformarla in un’opportunità. In questo senso, il fenomeno ha molto a che fare con il modo in cui guardiamo al mondo. 

Origine del termine: una storia letteraria e geografica

Il termine Serendipity fu coniato nel 1754 dallo scrittore inglese Horace Walpole, celebre anche come autore e figura culturale del suo tempo. Walpole utilizzò questa parola in una lettera al suo amico Horace Mann per descrivere una scoperta inaspettata che aveva fatto, evidenziando come spesso gli eventi fortuiti possano portare a risultati di grande valore se accompagnati da sagacia e attenzione.

La parola deriva da Serendip, l’antico nome persiano dell’isola oggi chiamata Sri Lanka. Questo nome è a sua volta entrato nelle lingue occidentali attraverso forme arabe come Sarandib, derivate dal sanscrito Siṃhaladvīpaḥ, che significa “isola dei Singhalesi” o “isola del leone”.

Walpole si ispirò a una fiaba persiana intitolata I tre principi di Serendip, tradotta in italiano da Cristoforo Armeno e pubblicata a Venezia nel 1557. Nel racconto, tre principi compiono una serie di scoperte sorprendenti non perché le stiano cercando, ma grazie alla loro capacità di osservare, dedurre e interpretare indizi apparentemente insignificanti. Questo elemento di intuizione unito al caso fu ciò che colpì Walpole e lo spinse a creare un termine che potesse racchiudere questa combinazione di accidente e sagacia.

Nonostante sia nato in un contesto letterario, il termine ha via via assunto significati e applicazioni più ampi, fino a entrare nei lessici di molte lingue, tra cui l’italiano, dove si trova ormai nei dizionari con il significato di "La capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro.

Il metodo di apprendimento passivo dell'inglese consente di imparare nuovi vocaboli e regole grammaticali semplicemente guardando serie TV, leggendo libri o ascoltando musica nelle lingua straniera. Ti spieghiamo quali sono i vantaggi e i limiti di questa strategia.

Serendipity nella scienza

La storia della scienza offre numerosi esempi di serendipità applicata alla ricerca. Alcune delle scoperte più rivoluzionarie non sono nate da progetti intenzionalmente diretti, ma da osservazioni inaspettate che sono state riconosciute e valorizzate da menti aperte. Un famoso esempio è quello di Alexander Fleming, che notò una muffa in una piastra di Petri che stava inattivamente uccidendo batteri, portando alla scoperta della penicillina, un punto di svolta nella medicina moderna.

Altri esempi includono invenzioni come i Post-it, nati da un adesivo considerato inizialmente inutile, o la scoperta dei raggi X, emersi da osservazioni inattese durante esperimenti con tubi a raggi catodici. In ciascuno di questi casi, la differenza tra un evento casuale e una vera serendipità risiede nella capacità di riconoscere l’importanza del fenomeno e di trarne senso e opportunità.

Serendipity nella vita quotidiana e nella cultura

Nel contesto quotidiano la serendipità può manifestarsi in mille modi: un incontro casuale che cambia il corso di una relazione, una scelta fatta d’impulso che apre nuove prospettive, persino un errore che si rivela più fertile di un successo previsto. La cultura popolare ha spesso celebrato questo concetto attraverso racconti, romanzi e film. Un esempio celebre è il film Serendipity – Quando l’amore è magia (2001), in cui il destino e gli eventi imprevedibili giocano un ruolo centrale nel legare due persone.

In psicologia, filosofia e sociologia della conoscenza, si discute spesso di serendipità come attitudine, condizione di apertura verso l’imprevisto e modalità di relazione con l’ambiente circostante. Piuttosto che considerare il caso come semplice coincidenza, la serendipità invita a riconoscerne il potenziale creativo e trasformativo.

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UN TEMPO SCUOLA CHE FUNZIONA

 


La scuola di Palermo 

in cui le lezioni 

durano 50 minuti, 

non si fanno scrutini, 

non si danno voti 

se non a giugno. 



“Diminuite le assenze e azzerata la dispersione”.

 

INTERVISTA di Vincenzo Brancatisano

Non è una scuola senza voti, è una scuola addirittura senza scrutini intermedi. I voti? Solo a giugno. Ma non è finita. Le lezioni durano non sessanta minuti ma cinquanta e sembra che le innovazioni, dati alla mano, funzionino a meraviglia, forti dell’approvazione all’unanimità di Collegio dei docenti e Consiglio d’Istituto, come ci riferisce in questa intervista Giusto Catania, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo “Saladino” di Palermo, dove avviene questa rivoluzione.

Risultato?

Il tempo scuola non è diminuito ma anzi è aumentato, grazie a degli stratagemmi organizzativi, sono diminuite le assenze e le uscite anticipate degli alunni, è aumentato il senso di benessere, è stato portato a zero il tasso di dispersione scolastica. E questo non è poco, per una scuola del CEP di Palermo, che ha solo questa scuola come presidio dello Stato, in assenza di stazione dei Carabinieri, ospedale, delegazione comunale, ma che vanta la presenza di una sempre attiva criminalità “con la quale siamo impegnati in un braccio di ferro quotidiano e far stare i ragazzi a scuola significa sottrarre loro da possibili influenze delinquenziali”, ci spiega il preside Catania.

Che ci chiederà poi di precisare: “Non la chiami scuola del CEP, la nostra è la scuola dal CEP”. Perché, precisa lui “noi partiamo dal CEP per proiettare questi ragazzi nel mondo”. Come dimostra anche il fatto che ora la stragrande maggioranza degli alunni che escono da questa scuola media si iscrive ai licei e non più in massa ai corsi della formazione professionale, segno di una ritrovata autostima sociale di tanti studenti e di una rivincita delle famiglie del CEP, un orgoglio per lo stesso quartiere popolare di Palermo e per questa scuola, intitolata nel 2013 per volontà del preside, a Giuliana Saladino, la giornalista, scrittrice e politica palermitana morta per un tumore nel 1999 all’età di 73 anni.

Ma l’attenzione di Catania è rivolta sempre verso gli alunni e verso la loro dignità di preadolescenti dell’era digitale: “Li ascolto ogni giorno – segnala – e non è vero che sono come li descrivono, sanno tante cose, molte di più di quelle che sapevamo noi alla loro età. Probabilmente non sanno mettere in connessione le cose che sanno e infatti il tema è quello di costruire non delle teste ben piene ma delle teste teste ben fatte che possano mettere in connessione le cose che sanno”.

Preside Giusto Catania, adesso ci deve spiegare come passa, tutto questo successo, dall’articolazione dell’orario e dall’abolizione degli scrutini. Perché le ore sono di 50 minuti?

L’esigenza è duplice c’è un’esigenza di natura didattica e una di natura organizzativa

La prima

È fondamentale lavorare sull’interdisciplinarità. Il sapere è unitario, la divisione tra discipline è arbitraria, ci sono evidenti interazioni tra le varie discipline, potremmo stare qui a elencarle. Allora abbiamo pensato che fosse più utile intrecciare le discipline e per questa ragione abbiamo ritenuto che il modo più efficace sarebbe stato quello di avere almeno due docenti in compresenza in una stessa classe.

Veniamo alla seconda esigenza

La seconda è di natura organizzativa. Noi ci troviamo in una fase in cui, per un’imposizione del governo, è ora più difficile chiamare un supplente per coprire un’assenza del docente, se non a certe condizioni. E siccome pensiamo che non si possa privare l’alunno dell’attività didattica solo perché ci sono difficoltà economiche ed esigenze di risparmio allora l’organizzazione per compresenze ci aiuta a evitare di avere la classe scoperta. Organizzare in compresenza significa garantire che ci sia sempre un docente in classe evitando di dividere o di accorpare le classi. Ma questa è solo la parte secondaria: il tema è per noi tutto didattico e fa il paio con tutto il resto. La storia dei 50 minuti si spiega all’interno di un discorso più ampio e complessivo. E sull’innovazione.

Per esempio?

Per esempio abbiamo le aule tematiche. Non c’è l’aula della classe 1B o della classe 2C, tanto per dire. Le classi ruotano per aree tematiche e gli ambienti di apprendimento diventano uno spazio educativo dove anche il movimento è un pezzo dalla didattica, tra una lezione e l’altra gli alunni si spostano.

Se le ore diventano di 50 minuti non si rischia di togliere tempo alla lezione?

No, perché l’orario delle discipline è stato organizzato su due ore consecutive da 50 minuti, quindi diventa un’attività di 100 minuti e non di 50. L’operazione è quella. È un percorso che si costruisce nei vari Consigli di classe, dalla primaria alla secondaria di primo grado. Si costruiscono più presenze in classe e per fare questo c’è la necessità di organizzare l’orario su lezioni da 50 minuti in modo che le ore vengano gestite con le compresenze. L’investimento è stato fatto su tutte le classi, dalla primaria fino alla terza della secondaria di primo grado, per abituare gli alunni fin da subito.

Però non è matematicamente semplice garantire sempre due ore consecutive nella struttura dell’orario annuale.

Ci stiamo riuscendo. E questo vale per le medie, per la primaria è molto più facile.

Cosa risponde a chi dice che così si perde tempo scuola?

È esattamente il contrario.

Addirittura

Si guadagna tempo scuola, non si perde, è tutto il contrario. I docenti recuperano il tempo con le compresenze.

Sì, ma lo perdono gli alunni

No. ed è qui il punto. Vede, abbiamo fatto un calcolo e da questo calcolo emerge che guadagniamo ore di attività didattica. Noi avevamo una tendenza per cui il tempo scuola per alcuni ragazzi si riduceva: visto il contesto sociale in cui vivono, registravamo molte uscite anticipate specie da parte dei ragazzi BES che non riuscivano a reggere il tempo scuola e questo soprattutto all’inizio del percorso scolastico.

Questo non avviene più?

No. Abbiamo eliminato questa tendenza, non abbiamo più quel tipo di richiesta perché la nuova didattica favorisce gli alunni grazie allo spostamento da un’aula tematica all’altra che azzera la riduzione di tempo scuola, perché non c’è più la richiesta di uscita anticipata. Inoltre, negli altri anni capitava durante la settimana di non riuscire a sostituire il docente e quindi si doveva spesso dividere la classe o chiamare le famiglie perché venissero a ritirare l’alunno, cosa che non avviene più, grazie alla compresenza. Tutto questo ha portato all’allungamento del tempo della didattica: abbiamo migliorato non solo la qualità della didattica ma anche il tempo scuola, che così si è allungato.

Cade dunque la critica sulla perdita di tempo scuola: vogliamo i dati.

Certo, e per noi è facilmente dimostrabile. L’anno scorso abbiamo perso 107 ore di scuola per le medie e 108 per la primaria. Quest’anno non abbiamo perso neppure un’ora. C’è un abbattimento radicale della riduzione del tempo scuola e anzi ne guadagniamo di gran lunga.

Le novità organizzative sono frutto di una decisione sofferta? I docenti l’hanno subita o si sono mostrati d’accordo.?

Non è stata una decisione sofferta, tutt’altro. È stata approvata dagli organi collegiali con una discussione che ha impegnato tre riunioni del Collegio dei docenti. Su questa cosa abbiamo poi coinvolto il Consiglio d’Istituto che ha apprezzato l’innovazione introdotta. È stata una bella discussione e infine un’approvazione all’unanimità, e mi consenta di aggiungere che non si tratta di mero unanimismo poiché c’è stata la necessità di una discussione seria, con simulazioni, numeri e dati che sono frutto di elaborazioni statistiche. È stata davvero una bellissima discussione, son ben contento quando in Collegio gli insegnanti si confrontano.

Con questa impostazione gli alunni tornano a casa prima?

Escono 25 minuti prima. Ma in realtà la stragrande maggioranza degli alunni rimane a scuola per svolgere le attività extrascolastiche che iniziano alle 14. Abbiamo diversi laboratori, tra cui quelli di inglese e di scienze. Abbiamo attivato quattro percorsi con il Piano estate. C’è il laboratorio di musica, quello di robotica, un altro laboratorio per la scuola primaria e fra un po’ quello di fotografia. Da questo mese di gennaio partiranno progetti inerenti danza, teatro, arti marziali. Le scuole sono aperte tutto il pomeriggio: gli alunni escono prima ma mangiano qui poiché per alcuni progetti PNRR è prevista la mensa.

Non si tratta di attività obbligatorie, i ragazzi partecipano?

Sebbene non siano obbligatorie c’è un’altissima adesione e una lodevole reattività a questi progetti perché sono attività stimolanti. In un quartiere come il nostro è molto importante avere ragazzi che passano più tempo a scuola, grazie ad attività finanziate con il PNRR. Siamo impegnati in un braccio di ferro quotidiano con la criminalità e far stare i ragazzi a scuola significa sottrarre loro da possibili influenze delinquenziali che esistono, aumentare il tempo scuola è una missione altrettanto importante del fare scuola al mattino e gli alunni lo hanno percepito tanto che partecipano in massa”.

È vero che avete una sala cinema e che vi sono arrivate in dono le poltroncine da un cinema di Viareggio?

Con le risorse che abbiamo siamo riusciti a migliorare gli ambienti e abbiamo un campetto esterno, una sala teatro e siamo una delle pochissime scuole dotate di una sala cinema con 50 posti. Un cinema di Viareggio ci ha regalato le poltroncine grazie all’intermediazioni di Anec, l’Associazione Nazionale Esercenti Cinema, che è venuta a vedere la nostra scuola, che è scuola capofila delle Giornate nazionali cinema per la scuola. Noi in questi anni abbiamo investito molto sulla didattica attraverso il cinema e abbiamo avuto una buona partecipazione dal quartiere, dalle mamme, dai papà, dai nonni. Abbiamo investito molto sul cinema come strumento didattico. Con i finanziamenti SIAE abbiamo condotto la rassegna intitolata “Dalla strada al mito” che è stata l’occasione di far vedere dei documentari fatti dai nostri ragazzi.

Ma le poltroncine?

Quando il direttore generale di Anec è venuto qui e ha visto tutto questo, ha detto: vi manca una sola cosa: le poltroncine. Non vi preoccupate, ve le farò avere io. Avevamo delle sedie, certo, ora abbiamo le poltroncine di questo nostro cinema. E sa a chi è intitolato? A Vito Mercadante, un preside di scuole difficili e periferiche che ha investito molto sul tema della lotta alla mafia.

Va bene tutto, ma che cosa risponde ai tanti insegnanti che leggeranno questa intervista e che ironizzeranno sul fatto che “nelle scuole ormai si fanno tante attività e ci si dimentica della vera scuola”, tanto per intenderci “quella di una volta”?

Chi dice questo è rimasto fermo alla scuola gentiliana in cui la lezione frontale era l’unica modalità e dimostra di non conoscere i ragazzi di oggi, i quali acquisiscono capacità di apprendimento diverse da quelle che avevamo noi. È cambiato il modo di apprendere, le innovazioni hanno cambiato le modalità di acquisizione. L’Internet ha cambiato il mondo e noi vogliamo fare didattica come si faceva una volta? È cambiato il modo di apprendere di noi adulti, figuriamoci i ragazzi che non hanno conosciuto il prima.

Pensi a noi adulti impegnati in una lettura: prima leggevamo serenamente un libro, ora dopo dieci minuti arriva un messaggio su Whatsapp, e quando serve invece di usare un dizionario, come si faceva un tempo, si va su Google, al che spesso ci si disperde su altre pagine web, figurarsi i ragazzi, che non hanno conosciuto il mondo di prima. E noi pensiamo che la lezione frontale, tanto per dire, possa ancora essere l’unica modalità possibile?La scuola non può essere lontana dalla realtà. Ci sono cent’anni di pedagogia che ci dicono che si apprende meglio partendo dalla realtà e noi stiamo ancora a discutere se questa pedagogia funzioni o meno.

E, secondo lei, funziona?

La verità è che la pedagogia degli ultimi cent’anni ani è stata disapplicata completamente. Continuiamo a pensare al modello gentiliano che divide le discipline tra quelle alte e quelle basse, alla scuola che ritiene che sia più importante parlare e scrivere che conoscere la musica o saper disegnare, alla scuola che ancora pensa che esista una sola intelligenza e non le intelligenze multiple, alla scuola che non sa coltivare talenti. Le indicazioni nazionali parlano di sviluppo del pensiero critico da favorire: ma come lo favoriamo? Riempendo i ragazzi di nozioni?

Edgar Morin parlava di testa ben fatta in contrapposizione alla testa ben piena e noi lavoriamo affinché i nostri alunni abbiano una testa ben fatta e non piena di nozioni, la vera scuola è questa.

Chi si ostina a pensare che tenere ragazzi per sei ore consecutive immobili e in silenzio è sicuro che questo sia il modello migliore? Samo sicuri che sia il modello che vogliamo? Siamo sicuri che un ragazzo che in classe neanche non si sente sia bravo? Lo vogliamo così? Chi dice questo non conosce più la scuola e infatti il dibattito pubblico sulla scuola è spesso alimentato da persone che la conoscono perché l’hanno frequentata da studenti. Ormai si sentono tutti autorizzati a parlare di scuola perché tutti hanno almeno per un anno frequentato la scuola, in realtà non hanno idea di come siano cambiate la scuola e la modalità di apprendimento e hanno un’immagine dei giovani negativa, di giovani sdraiati, che non sanno fare niente.

E invece?

Invece oggi la quantità di cose che sanno i giovani è di gran lunga più grande della quantità di ciò che sapevamo noi. Infatti non capiamo quello che dicono. Io ascolto gli alunni e posso dire che non è vero che sono come li descrivono: sanno tante cose anche se spesso non sanno mettere in connessione le cose che sanno. E infatti il tema è proprio quello di non creare delle teste ben piene ma semmai di costruire delle teste ben fatte che siano in grado di mettere in connessione le cose che sanno.

Per fortuna la scuola è diventata più inclusiva e accogliente: tutti parlano di alunni come una massa informe. Ma pensi alla composizione delle classi con alunni BES, alcuni con disagio sociale o ambientale o culturale: chi pensi di dare a tutti la stessa cosa è fuori dal mondo, questa nostra modalità di guardare l’individuo consente di dare a ciascuno quello che è utile.

Sono cent’anni che la pedagogia ci dice che il primo ambiente di apprendimento è quello che vivi, è il rapporto tra pari, e noi continuiamo a pensare che l’unico strumento sia l’insegnante che parla agli alunni e gli alunni che ascoltano l’insegnante per ore: l’apprendimento cooperativo è storico e invece lo facciamo passare come modello nuovo. Le isole per i lavori di gruppo? Ma meno male che ci sono.

Però alla fine i ragazzi si scontreranno con la realtà dei semestri filtro e dei test d’accesso…

Peccato che la selezione si faccia poi con le crocette. La nostra non è una modalità lassista. Il tema è come apprendere. Io penso che uno studente che ha una capacità mentale di mettere in connessione gli argomenti sia più bravo di uno che sa solo l’anatomia, tanto per dire. La contraddizione semmai è un’altra e cioè che per accedere a Medicina si debba fare un test con le crocette su domande a risposta multipla. In un momento come questo in cui servono i medici si rende tutto così difficile? Ma meno male che abbiamo importato i medici cubani e venezuelani e le infermiere rumene.

Occorrerebbe, secondo lei, allargare le maglie per l’accesso all’università?

Certo. È meglio avere medici bravi, ma la selezione la fai a valle e non a monte e non è che tutti poi diventano poi medici o architetti

Si obietta che mancherebbero i posti fisici per garantire la formazione universitaria a un numero più elevato di studenti

Certo, se si tagliano le spese, se aumentano i finanziamenti alla scuola privata e alla difesa e non quelli alla scuola pubblica e all’università, succede poi tutto questo.

Veniamo alla valutazione. La vostra scuola non ha più i quadrimestri: come mai avete abolito la divisione intermedia?

Sì, la valutazione qui si fa solo alla fine dell’anno. Se è vero che la valutazione degli alunni è annuale allora riteniamo che le interruzioni per fare gli scrutini intermedi non sia utile, anzi va discapito della didattica, si passa più tempo a valutare che a fare didattica, si passa più tempo a pensare a un 5 che deve diventare 6 che al tempo scuola. La valutazione si fa alla fine e non dev’essere divisa da intervalli intermedi, altrimenti il mese di gennaio si trascorre con le interrogazioni.

Non è obbligatorio dunque fare gli scrutini intermedi?

Non è scritto da nessuna parte che sia un obbligo, dipende dalle valutazioni del collegio dei docenti. Il voto si mette alla fine dell’anno. Abbiamo pensato anche che la valutazione degli studenti non debba essere numerica, il 6 di un alunno non è uguale al 6 di un altro alunno. È venuto fuori un percorso di valutazione da cui rileviamo che partendo dai punti di forza e di debolezza degli alunni questo ci aiuta a valutare i singoli progressi e come migliorare gli apprendimenti. Gli alunni non hanno l’ansia da prestazione. Né gli alunni, né il docente, perché questo non va bene in un ambiente che deve essere cooperativo.

Guardi che da domani la sua scuola verrà definita “scuola senza voti e senza quadrimestri”

È impropriamente definibile come una scuola senza voti: è più facile dare un 5 che non dare una vera e propria valutazione descrittiva che poi alla fine dell’anno diventerà un voto numerico.

Al di là della riduzione dello stress, l’abolizione degli scrutini intermedi ha portato altri vantaggi legati in qualche modo alla valutazione?

Altroché. Abbiamo aumentato i momenti di incontro tra le famiglie e questo ha migliorato i rapporti tra loro e la scuola. Genitori che ricevono un 6 sono contenti ma incontrarli per riflettere insieme sui punti di debolezza e anche su quelli di forza dei loro figli è molto importante. Guardi, dopo avere scoperto di avere un ragazzino particolarmente dotato per la musica abbiamo riferito questa cosa alla famiglia

E la famiglia?

È corsa ad acquistare una batteria…

Questo non sarebbe successo in ogni caso?

Come fai a notare questi aspetti di un alunno con due ore di musica a settimana? In un’ottica di attività extracurriculare viene invece fuori ciò che non emerge in un’ora al mattino.

Torniamo ai voti. I genitori che durante l’anno non conoscono i voti dei figli non rischiano di restare disorientati?

Quando abbiamo incontrato le famiglie abbiamo trovato tante rispondenze positive. Le famiglie sono contente del fatto che abbiamo aumentato il tempo di rendicontazione nei loro confronti. Il tempo di tre o di cinque minuti serve a poco, invece un genitore è più contento se gli racconti l’andamento del figlio con i suoi punti di forza e di debolezza, ciò che dovrebbe curare di più a casa.

In questo modo la famiglia ha un resoconto realistico della situazione del figlio. Dire che ha 6 non significa assolutamente nulla e dedicare il triplo del tempo ai genitori significa eliminare quello degli scrutini intermedi e ridurre il livello di conflittualità tra docenti. È incredibile come la riduzione della conflittualità passi da queste piccole cose. I docenti durante gli scrutini litigano: io dal quattro non mi muovo – sembra di sentirli – io lo voglio bocciare… insomma è il momento di massima tensione

Lei dice che la scuola “Saladino” non è la scuola del CEP ma la scuola dal CEP. Che cosa intende?

Che partiamo dal CEP per proiettare questi ragazzi nel mondo.

E i ragazzi si fanno proiettare?

Qualcuno rimane legato al territorio e anche alle brutte abitudini, molti crescono, migliorano, vanno via ma non per forza fisicamente: sono in grado di guardare il mondo. Al CEP non c’è una scuola superiore. L’unico presidio dello Stato è il nostro, non c’è neanche la caserma dei Carabinieri, non c’è l’ospedale e nemmeno più la delegazione del Comune. Quanto alle superiori la stragrande quantità dei nostri alunni prima andava nei centri di formazione. Oggi la stragrande quantità di dei nostri alunni va al liceo. Anche questo vogliamo dire quando diciamo che la scuola “Saladino” ora è la scuola dal CEP.

Orizzonte Scuola

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