giovedì 23 aprile 2026

LE SCOMPARSE

 


LA CRONACA E’ PIENA DI RAGAZZE E RAGAZZI CHE SI TOLGONO LA VITA O LA TOLGONO AGLI ALTRI.
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L'emergenza educativa non riguarda la fragilità dei ragazzi,

 ma degli adulti che 

non amano la vita


-Alessandro D’Avenia

La settimana scorsa ero a Roma a raccontare a un migliaio di studenti di diverse scuole se ha senso frequentare i classici, in particolare la tragedia greca. Questi ragazzi, grazie alla Fondazione Oltre, si preparano ad assistere all'Antigone di Sofocle e all'Alcesti di Euripide a Siracusa: due giovani donne capaci di dare la vita perché sanno chi sono e che cosa vogliono. Quello stesso giorno, a Roma, un 13enne e una 23enne la vita se la toglievano, il primo lanciandosi dal balcone lasciando un biglietto in cui si diceva stanco della scuola, la seconda cadendo nella tromba delle scale alla vigilia di una finta laurea, perché in realtà aveva smesso di frequentare l'università e fingeva di farlo. Non conosco motivazioni e circostanze di questi suicidi, che però mostrano l'effetto fatale della attualissima combinazione di pressione e solitudine su psicologie in formazione. La cultura dominante, prendendo dalle macchine l'interpretazione dell'umano, educa a funzionare per standard e risultati, facendo sentire i ragazzi oggetti di aspettative e non soggetti di possibilità. Il soggetto agisce, l'oggetto reagisce, il soggetto crea, l'oggetto si esaurisce, il soggetto è libero, l'oggetto è dipendente, il soggetto evolve, l'oggetto si logora, il soggetto si trasforma, l'oggetto si cambia e “si butta”, come i due ragazzi. Che cosa permette allora di sentirsi protagonisti e non comparse?

Educare è aiutare a crescere qualcosa che c'è già ma ha bisogno di essere attivato: il risultato non effetto di uno standard esteriore da raggiungere, ma di un'origine-originalità già presente da compiere. Il processo di maturazione (il paradigma di interpretazione è botanico non meccanico) avviene per energia intrinseca alla persona, se questa è messa nelle condizioni di compierlo, per le piante si dice infatti “mettere a dimora”. Queste condizioni, la dimora dell'umano, sono le relazioni primarie, che difendono da pressioni o menzogne. 

Le relazioni buone attivano il maestro interiore del ragazzo
 (il daimon socratico, la voce-vocazione) che andrà poi a cercare autonomamente nel mondo ciò che serve a realizzare la propria forma (vivere diventa così svilupparsi, cioè sperare di nascere del tutto), mentre quelle tossiche vogliono il controllo dell'altro costringendolo in una forma che gli è esteriore (repressione e depressione). Il primo tipo di relazioni genera persone attive e responsabili, il secondo reattive e remissive. Nel recente album, «Vangelo», il rapper Shiva (dio della distruzione e trasformazione), nome d'arte di Andrea Arrigoni (Legnano 1999), padre di tre figli, finito in carcere, poi ai domiciliari, poi all'obbligo di firma, per tentato omicidio, fa il bilancio della sua vita, e nella canzone «Dio esiste» ripete: «Io sono la prova che Dio esiste/ Perché sono ciò che ho sempre voluto essere». Non è un atto di fede, ma l'ammissione che almeno Dio non ti controlla ma ti lascia essere chi vuoi, anche quando fai casino. Una cantautrice quasi coetanea, Francesca Calearo (Creazzo 2002), in arte Madame, dopo due anni di silenzio per una forma depressiva, ha appena pubblicato «Disincanto», nome dell'album e della canzone che testimonia la ribellione a tutte le «istruzioni» per l'uso della vita: «Io non vivo più con sotto le istruzioni/ Tutto ciò che so spero che mi abbandoni/ E sono mie, le bugie che mi hanno detto sono mie/ Il male e il bene sono solo fantasie./ Non voglio più nemmeno un motivo per vivere/ un Dio, un amore, un limite, e voglio anche soffrire/ ma non per quello che ho in testa, ma perché vivo». Sentirsi vivi, ripartendo dall'unica verità del dolore “un'anima del nulla con gli occhi gonfi del mio disincanto”. 

Quelle di questi giovani artisti, ascoltati con trasporto dai ragazzi, sono le reazioni di cui parlavo e che spesso riscontro: reattività o remissività. Se la realtà non ha alcun senso, l'unico senso sono io che posso o cercare di affermarmi a tutti i costi o ritirarmi. Quando ero bambino ascoltato a ripetizione «Il burattino senza fili» di Bennato e da adolescente «I still haven't found what I'm looking for» (Non ho ancora trovato ciò che sto cercando) degli U2, che mi garantivano che un senso c'era, ma non dovevo smettere di lottare e cercare. E in effetti a poco a poco mi vennero incontro le risposte. 

A Roma insieme a me c'era il bravo attore Vinicio Marchioni, impegnato anche lui nella stagione teatrale di Siracusa con una Iliade, e che molti ricorderanno come il Freddo nella serie Romanzo criminale. Ha raccontato della sua adolescenza sconquassata in un quartiere romano difficile e della scuola (un tecnico) che per lui era un inferno anche per la balbuzie, fino a che un giorno un professore non si commosse leggendo in classe il canto di Paolo e Francesca.

Colpito dalla reazione, gli chiese chi erano quei due, se li conoscesse di persona. Da lì cominciò una frequentazione, l'insegnante invitava gli studenti a casa propria, a giocare a Risiko con i suoi figli e a scoprire storia e letteratura. Perché si dà scuola non dove ci sono le mura, ma dove ci sono uomini e donne che incarnano l'amore per un pezzetto di mondo e fanno entrare in risonanza altri. La risonanza, a differenza dell'eco che lascia l'oggetto inerte poco dopo che si è esaurita la fonte del suono, è un fenomeno fisico che permette a chi vibra a quella lunghezza d'onda di continuare a produrla autonomamente anche quando la fonte smette di produrla. 

La nostra educazione il più delle volte produce solo effetti d'eco destinati a spegnersi (i ragazzi diventano oggetti di aspettative), e per questo crediamo che la soluzione sia aumentare la seduzione (più effetti speciali) o la potenza (più potere) del suono. Invece dovremmo cercare effetti di risonanza (i ragazzi diventano soggetti di possibilità), cioè noi incarniamo che cosa rende bella la nostra vita e, senza bisogno di sedurre o alzare il volume, chi ha quella vibrazione diventa lui stesso onda, autonoma. Platone lo spiegava con le sue etimologie fantasiose, dicendo che bellezza (kalòs in greco) viene da chiamare (il verbo kaleo), e che eroe viene da eros

I ragazzi troveranno la loro musica (da Musa, ispirazione) solo se sentiranno la nostra: c'è musica nella nostra vita? Grazie a quel professore, il quindicenne Vinicio capì di voler fare l'attore, si iscrisse a lettere e cominciò a studiare recitazione (anche per curare la sua balbuzie) e «si salvò», metafora che usiamo per indicare il giorno in cui troviamo il nostro destino e cominciamo a incarnarlo, diventando protagonisti e non più comparse, che ci mettono un attimo a diventare vite «scomparse». 

Le vite non scompaiono nella solitudine, nella rabbia, nella stanchezza, nel disincanto, se trovano chi incarna la gioia di vivere e la trasmette. Dopo l'incontro sulla tragedia, una ragazza, brava a scuola, è venuta con le lacrime agli occhi a raccontarmi che non ne può più del cinismo degli adulti:. Aiuta a crescere solo chi non smette di crescere perché ciò che può essere e fare solo lui è inesauribile in una vita e accende la vita altrui. Al tiranno di Tebe, Creonte, che le impedisce di seppellire il corpo del fratello, la giovane Antigone, disposta a dare la vita pur di seguire la sua coscienza, risponde: «Non sono nata per condividere l’odio, ma per amare con chi ama». A lei Creonte risponde mandandola a morire: «E allora, se devi amare, vattene laggiù, ad amarli!». Laggiù, dove si sfracellano le vite che il potere opprime, ieri come oggi. Le «scomparse».

Ultimo banco

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GENITORI E FIGLI



Un viaggio 

nelle parole 

delle nuove

 generazioni, 

per capire

 cosa ci rivelano 

del nostro mondo


Se il genitore vuole essere un amico 

deve saper rispettare alcuni confini

La famiglia d’origine e la famiglia del cuore ricoprono ruoli complementari

Crescere significa attraversare relazioni diverse, e cercare la propria strada nel mondo

Con questa serie di articoli, Luigi Ballerini, scrittore per ragazzi e medico psicoterapeuta, ci accompagna in un viaggio nelle parole dei giovani per provare a capire che cosa rivelano, a noi adulti, del loro mondo. Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole Ostili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.

-         di LUIGI BALLERINI*

Quanta importanza assume l’amico nella giovinezza, nient’affatto presenza accessoria, ma primo vero punto di appoggio dopo mamma e papà. Entra nella vita per caso – un banco condiviso, lo spogliatoio della stessa piscina, una chat che si allunga perché c’è sempre qualcosa da dirsi – e nel giro di poco diventa qualcuno che sembra esserci sempre stato. Con l’amico si può stare meno in difesa perché c’è un margine di fiducia che si costruisce rapidamente, in modo quasi impercettibile. A lui ci si può presentare anche nei lati meno presentabili, nelle goffaggini, in quelle insicurezze che altrove si tengono coperte.

E questa accoglienza, per chi cresce, è un’esperienza potentissima. L’ amico sa convincere a uscire quando si preferirebbe restare in casa, sa tenere dentro una partita quando si vorrebbe mollare, sa restituire un’immagine migliore di quella che si ha in testa. L’amico è presente nei momenti luminosi, quelli delle risate che non si riescono a trattenere, delle vittorie condivise che diventano più grandi proprio perché conquistate insieme, dei pomeriggi in cui la vita scorre a chiacchierare e giocare e mangiare e raccontarsi senza accorgersi che la sera è già qui. L’amico resta anche quando qualcosa si incrina. Quando a scuola va male, quando ci si sente fuori posto senza sapere bene perché, quando tutto intorno sembra essersi alzata solo una nebbia gelida. A volte lui ha le parole giuste, ma sa anche ascoltare, senza il bisogno di riempire i silenzi, già densi della sua presenza. E in questa alternanza tra leggerezza e fatica, tra spinta e accoglienza, si costruisce qualcosa che somiglia molto a un legame familiare. Quando i ragazzi parlano di amicizia come di “famiglia del cuore” non stanno usando un’espressione poetica, stanno descrivendo un’esperienza concreta di legame, di là dai legami di sangue, in certo modo “comandati”. 

Ci si sceglie per affinità, per risonanza, a volte anche per bisogno. Ed è lì che si fanno le prime prove di lealtà fuori dal perimetro protetto della famiglia di origine, è lì che si scopre che qualcuno può essere vicino solo per scelta. M a come tutte le famiglie, anche questa conosce tensioni, distanze, fraintendimenti, allontanamenti improvvisi. Dentro queste relazioni entrano anche i primi tradimenti: una confidenza riportata ad altri, una preferenza che si sposta, un’assenza proprio nel momento in cui serviva esserci. Episodi che, visti dall’esterno, possono sembrare marginali, ma che per chi li vive segnano una linea netta, tra prima e dopo. L’amicizia così cessa di essere solo un luogo di riconoscimento per diventare anche un luogo di esposizione: si scopre che fidarsi comporta sempre un rischio, che l’altro ha un suo volere, che non può essere controllato o manovrato, che non lo si può avere sempre come lo si desidera. Finora abbiamo parlato della “famiglia del cuore” che si costruisce fra ragazze e ragazzi, ma a questo punto si apre per noi adulti una questione meno scontata di quanto sembri: possiamo essere amici dei nostri figli, alunni, nipoti? Possiamo spendere compiutamente la parola amico nei loro confronti? La risposta sta in una distinzione.

N on vada il nostro pensiero all’idea di genitore o docente- amico in voga alcuni decenni fa, e che vedo ritornare con una certa frequenza nel discorso odierno, quella in cui l’adulto sparisce, si annulla e smette di fare da guida, rendendosi talora complice e troppo indulgente. Non è questo che loro cercano. La complicità che evita il conflitto e rincorre il consenso non costituisce un legame solido, anzi alla lunga lo rende più fragile. C’è invece un modo in cui la parola amicizia può entrare nel rapporto giovane-adulto senza confondere i piani. È quando ci diciamo amici del loro pensiero, per usare un’espressione coniata dallo psicoanalista Giacomo B. Contri. 

L’amicizia per il pensiero di un giovane corrisponde alla stima per la sua abilità nel cercare soluzioni alle proprie questioni individuali, nel comporre una legge di moto del suo corpo efficace nella realtà che gli permetta di ricevere e offrire soddisfazione dentro i rapporti e che lo faccia prendere iniziativa e muoversi per trarre beneficio dagli altri in una felice reciprocità. È grazie a questa stima per il suo pensiero che si potranno valorizzare, nel senso di riconoscerne il valore già esistente, tutti i tentativi ben fatti per stare al mondo, e allo stesso modo correggere le maldestrie e le sviste che esitano in atti sconvenienti. 

L’ adulto amico è quello che sostiene, incoraggia, difende e corregge. Sostiene, ossia prende sul serio le fatiche e le iniziative, le regge senza sostituirsi, offre appoggio senza togliere responsabilità. Incoraggia, nel senso che riconosce i passi fatti, anche piccoli, e rilancia quando l’altro si ferma, aiuta a non ritirarsi di fronte alle difficoltà. Difende, cioè protegge quando serve, con discrezione interviene e fa da argine rispetto a contesti che rischiano di schiacciare e far male. Corregge senza umiliare, indicando l’errore per quello che è, aiutando a leggerlo e a trovare soluzioni alternative, mantenendo ferma la relazione anche quando è necessario dire e sostenere un no. E d è forse qui che le due dimensioni si incontrano. 

Da una parte l’amicizia fra pari, quella in cui si impara a fidarsi, a esporsi, a scegliere e a farsi scegliere. Dall’altra quella dell’adulto, che non invade quella scena, ma la facilita e, nel rapporto educativo, offre strumenti di pensiero, mezzi e occasioni per giudicarne in proprio la bontà e la costruttività. Crescere non significa infatti sostituire una famiglia con l’altra, quella di sangue con quella di cuore, come la definiscono loro, ma attraversare relazioni diverse che nella loro complementarietà aiutano il soggetto a costruire la sua strada nel mondo, a prendere forma compiuta nella propria autonomia e responsabilità. 

Essere amici dei ragazzi sta anche in questo: aiutarli a individuare e mantenere amici veri, quelli con cui scegliere di diventare grandi.

*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

www.avveenire.it

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mercoledì 22 aprile 2026

EDUCARE E' UN FATTO SOCIALE

 



Capire il presente

pensare la

 comunità, 

restituire senso 

all’agire

 educativo


        

 Dialogo con il prof. Sergio Tramma

Sergio Tramma, docente di Pedagogia generale e sociale, per molti anni all’interno del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, è autore di numerosi testi dedicati al rapporto tra educazione, società e trasformazioni culturali. È da poco in libreria con Educare nel mondo grande e terribile – Scritti pedagogici di Antonio Gramsci, pubblicato da Pgreco Editore. Con lui abbiamo discusso, a partire dalla frase che ha ispirato l’Arché Live 2025, del mondo contemporaneo, delle professioni educative, sociali e di relazione, e del futuro della pedagogia sociale.

«La crisi consiste proprio nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo chiaroscuro nascono i mostri.» — Antonio Gramsci. Quanto questa riflessione le sembra descrivere il nostro presente?

È una frase che ha attraversato il Novecento e che continua a descrivere perfettamente la nostra condizione. Nel tempo di Gramsci il “vecchio” era un capitalismo ancora segnato da rigidità ottocentesche; il “nuovo” si intravedeva nei grandi movimenti popolari, nelle lotte per la giustizia, nelle sperimentazioni politiche che cercavano emancipazione. La transizione era drammatica, ma portava con sé un’energia positiva.

Oggi, invece, il quadro è più cupo. Il “vecchio” del secolo scorso – con tutti i suoi limiti – aveva saputo generare diritti, welfare, forme di solidarietà; il “nuovo” che avanza sembra incapace di promettere qualcosa di migliore. Le disuguaglianze esplodono, gli equilibri globali si sgretolano, le logiche economiche divorano qualsiasi spazio di umanità. I “mostri” non nascono soltanto tra il vecchio e il nuovo: nascono dall’alleanza tra gli aspetti peggiori del passato e un futuro privo di prospettive, dominato da algoritmi, individualismo e paure diffuse.

Per la pedagogia sociale questo significa confrontarsi con un chiaroscuro che non è metafora: è il contesto reale in cui educatori, operatori e comunità cercano di dare senso al proprio agire.

Nel suo recente volume sulla pedagogia di Gramsci, quali aspetti del suo pensiero ritiene più attuali per la pedagogia sociale di oggi?

Gramsci ci invita a riflettere sulla società come realtà educante: un organismo collettivo in cui ogni soggetto, istituzione o pratica culturale concorre a formare o deformare. Oggi questa intuizione è particolarmente preziosa perché viviamo in un tempo in cui la spontaneità sociale non produce più organizzazione, non genera forme stabili di partecipazione.

La cultura popolare non è più mediata dai “corpi intermedi” – partiti, sindacati, parrocchie, associazioni – alcune delle quali un tempo traducevano il vissuto in coscienza critica. Oggi quella cultura tende a trasformarsi direttamente in populismo, in reazioni immediate, in bisogni che non vengono elaborati ma semplicemente agitati. Mancano figure e istituzioni che raccolgono le domande della società e le trasformano in percorsi educativi, politici e culturali. Per dirla alla Gramsci: mancano soggetti educanti capaci di produrre senso e non solo di evocare spettri.

La pedagogia sociale, recuperando Gramsci, può tornare a interrogarsi su come ricostruire questa funzione mediatrice, generativa, organizzativa.

Molti giovani appaiono disorientati di fronte alle professioni educative. Come può la pedagogia sociale restituire loro motivazione e senso?

C’è certamente un problema economico: gli stipendi degli educatori e degli operatori sociali sono molto bassi, e vivere in contesti metropolitani come Milano è oggi estremamente difficile. A ciò si aggiunge un passaggio generazionale: si è chiusa l’epoca degli educatori formatisi negli anni Settanta e Ottanta, per i quali il lavoro sociale era spesso il proseguimento naturale di un attivismo nato nei movimenti, nelle parrocchie, nelle associazioni.

Le motivazioni professionali non nascono nel vuoto: richiedono un clima sociale che le sostenga. Oggi questo clima è pessimo. Il welfare viene progressivamente ridotto, la partecipazione politica è ai minimi storici – vota metà della popolazione – e se manca la motivazione a partecipare alla vita democratica, è comprensibile che sia difficile motivarsi a lavorare nella relazione, nell’aiuto, nella solidarietà.

Aumentare gli stipendi è necessario ma non sufficiente. Occorre riconoscere valore al prendersi cura. Senza un cambiamento collettivo, sarà sempre più difficile attrarre nuove generazioni verso professioni che richiedono intensa responsabilità umana ed emotiva.

Come possiamo oggi ricostruire spazi educativi autenticamente comunitari, in una società sempre più individualista?

Mi definisco un pessimista attivo: credo che il pessimismo della ragione, se assunto fino in fondo, possa avere una forza trasformativa. Oggi non disponiamo di grandi possibilità per ricostruire reti solide di resistenza culturale, ma possiamo e dobbiamo lavorare alla creazione di piccoli nuclei vitali: luoghi in cui discutere, confrontarsi, pensare insieme e non omologarsi.

Servono spazi in presenza – non solo virtuali – in cui si offra un “consumo culturale”, momenti di incontro, critica, approfondimento. Non basta vivere insieme un’esperienza: occorre riflettere su ciò che si vive, interrogarsi sul perché delle scelte, allenare il pensiero critico. Essere protagonisti e non semplicemente spettatori, non cercare consolazione né autoconsolarsi, ma rimettere in moto la capacità di agire, o per dirla con una parola che sento molto: agitarsi.

Qual è, a suo avviso, la sfida principale che attende la pedagogia sociale nei prossimi anni?

La prima sfida è, paradossalmente, quella di esistere. Di continuare a mantenere vivo il legame fra educazione e società, lavorando nei territori, nelle comunità, nei contesti dell’immigrazione, nell’educazione degli adulti. Sono ambiti cruciali, ma spesso marginalizzati rispetto al binomio scuola–famiglia, che assorbe tutto il discorso pubblico sull’educazione.

La pedagogia sociale non deve lasciarsi soffocare da questa narrazione ristretta. Deve rivendicare la propria presenza, mantenere aperti gli spazi in cui l’educazione incontra la vita reale delle persone, i conflitti, le fragilità, le trasformazioni culturali. Se saprà farlo, continuerà a essere una lente indispensabile per leggere il mondo e provare, per quanto di sua competenza e possibilità, a trasformarlo.

Simone Zambelli

ARCHE

Immagine: [📸 bauktroo, Unsplash]

martedì 21 aprile 2026

IL CORAGGIO DI SOGNARE



Il 21 apile ricorre il primo anniversario della morte di Bergoglio

 

Avvenire pubblica un contributo del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, che funge da prefazione al volume a firma di papa Francesco “Con volto di mamma. Discorsi e interventi alla Chiesa italiana” (Libreria Editrice Vaticana, 336 pagine, 20 euro, in libreria nei prossimi giorni). Un testo che raccoglie tutti gli interventi di papa Bergoglio alle Assemblee generali della Cei così come i messaggi, i discorsi, gli interventi fatti nelle varie occasioni nelle quali il Pontefice argentino, di cui martedì si ricorda il primo anniversario della morte, ha incontrato i cattolici e la società italiana. Tra i vari interventi fondamentale quello al Convegno ecclesiale di Firenze nel novembre 2015, dal quale è stato tratto il titolo del volume. Proprio sulla figura di papa Francesco, e il suo legame con il santo di Assisi, si svolgerà il dialogo tra il cardinale Zuppi e il giornalista Aldo Cazzullo previsto al Salone Internazionale del Libro di Torino sabato 16 maggio alle 11.30, dal titolo «Da Francesco a Francesco: un nome, due svolte». 

Il primo sentimento è senza dubbio la gratitudine: a Dio, per il dono di Papa Francesco e del suo ministero a servizio della Chiesa a papa Francesco, per le numerose occasioni di incontro che ci ha concesso durante il suo Pontificato; ai miei predecessori alla guida della Conferenza episcopale italiana, i cardinali Angelo Bagnasco e Gualtiero Bassetti, per aver favorito e promosso le diverse iniziative coronate con le parole del Santo Padre; all’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, per l’impegno profuso nel raccogliere, in un unico volume, i vari discorsi pronunciati da papa Francesco alla Cei; a quanti leggeranno o sfoglieranno queste pagine, per i ricordi o le ispirazioni che ne ricaveranno... Di tutto, rendiamo lode al Signore! 

Il secondo sentimento, legato al primo e da cui scaturiscono tutti gli altri, è l’amore. Questo testo, infatti, non vuole essere un’operazione di archivio, ma un servizio alla memoria e, insieme, al futuro. Perché la memoria, quando è cristiana, non è mai nostalgia: è responsabilità, discernimento, scelta. 

 

Le pagine che seguono ci portano davanti al Signore, che guarda il nostro presente e ci aiuta a contemplare e a scegliere il futuro. È ciò che papa Francesco ha fatto con noi, con la Chiesa in Italia, in anni così intensi e difficili. Con le sue parole, ci ha incoraggiati a camminare, a non chiuderci, a dialogare mettendoci prima in ascolto sincero dell’altro, a non lasciarci addomesticare dalla stanchezza, dall’abitudine, da quella rassegnazione che sembra prudenza e, invece, è paura. 

I discorsi sono quelli rivolti alle Assemblee generali della Cei, in occasione di eventi nazionali e di udienze concesse agli Uffici e Servizi della Segreteria generale. A fare da filo rosso c’è l’imperativo «Non lasciatevi rubare la speranza!» (Discorso, 11 agosto 2018), una carezza e una scossa, perché la speranza viene rubata davvero: quando ci abituiamo al male, quando accettiamo la divisione come fosse normale, quando riduciamo il Vangelo a una parola tra le tante, quando la Chiesa finisce per difendere sé stessa invece di donarsi, quando la comunità diventa un insieme di individui e non un popolo che impara a pensarsi insieme. 

Papa Francesco ci ha chiesto, con insistenza, di non fermarci. «Ecco, dunque, la prima consegna: continuate a camminare. Si deve fare» (Discorso, 25 maggio 2023). È una conversione concreta: continuare a camminare «lasciandovi guidare dallo Spirito», non dalle abitudini; non dalle strutture che rassicurano; non dal formalismo che irrigidisce. Perché «una Chiesa appesantita dalle strutture, dalla burocrazia, dal formalismo faticherà a camminare nella storia, al passo dello Spirito, rimarrà lì». È la consegna della libertà evangelica, una chiamata a togliere peso per tornare a essere leggeri, cioè capaci di andare incontro. Nei vari discorsi emerge una costante: papa Francesco non ci ha parlato “da lontano”. Si è affiancato. È entrato nella vita concreta delle nostre comunità e del nostro Paese. Ha visto la messe, tanta, come tanti sono coloro che soffrono: i poveri, i fragili, gli scartati, chi non ha voce, chi porta addosso ferite che spesso restano invisibili; ha visto i giovani delusi, le famiglie ferite, chi si sente straniero, chi vive ai margini. E ci ha chiesto di fare altrettanto, senza paura: di condividere le loro ferite, di non assuefarci al dolore, di non lasciare morire la pietà. Non con un linguaggio che giudica, ma con uno sguardo che salva. Non con una Chiesa che seleziona, ma con una Chiesa che abbraccia. 

A Firenze, ci ha consegnato un’immagine che resta decisiva e che deve diventare stile: «Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza» (Discorso, 10 novembre 2015). E subito dopo ci ha affidato una responsabilità che non ammette alibi: «Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Non è romanticismo. 

È Vangelo. È la scelta di una Chiesa che non vive di difesa, ma di prossimità; che non cerca tornaconti, ma gratuità; che non teme il dialogo, perché sa che la verità non ha bisogno di gridare per essere vera. 

Per questo i testi qui raccolti non sono semplicemente “parole dette”. Sono parole che chiedono una traduzione. Chiedono decisioni. Chiedono un cammino sinodale reale, comunità per comunità, diocesi per diocesi, perché il “noi” non si proclama: si costruisce. E lo si costruisce mettendo al centro l’essenziale, senza glosse che lo rendono inefficace. Lo si costruisce scegliendo l’umiltà, il disinteresse e la beatitudine: quei tratti che papa Francesco ha indicato come volto della Chiesa quando è davvero libera, quando non è in difensiva «per timore di perdere qualcosa», quando non si chiude «nelle strutture che ci danno una falsa protezione» (Discorso, 10 novembre 2015). 

C’è una parola che attraversa tutto: misericordia. Non come sentimento vago, ma come criterio di verità. La misericordia non cancella la giustizia: la rende umana. Non rende ciechi: rende capaci di vedere. È la misericordia che impedisce di trasformare la fede in ideologia. È la misericordia che ci libera dall’ossessione di preservare la nostra gloria, la nostra influenza, la nostra “dignità”, per cercare la gloria di Dio nell’umiltà della croce. È la misericordia che ci restituisce la gioia del Vangelo: una gioia che è forza mite; una gioia che nasce dalla compassione e dalla tenerezza, che cura la disillusione e vince la tristezza individualista, che rende possibile rialzarsi e ricominciare. 

Mi piace pensare che questo volume sia come un mosaico. Se lasciato nel disordine non mostra la bellezza; se, invece, i pezzi trovano il loro posto, la luce si riflette e diventa promessa. Ecco: queste parole ci aiutano a rimettere i pezzi al loro posto. Non per comporre un’immagine perfetta, ma per tornare a vedere la direzione. Perché la pace, la fraternità, la comunione, la missione non sono accessori: sono il cuore del Vangelo. E il Vangelo, quando lo prendiamo sul serio, cambia la vita. Lasciamoci cambiare e cambiamo insieme! Papa Francesco, nei suoi interventi, ha sottolineato più volte la necessità di metterci in cammino. «Andate avanti con gioia e sapienza!» (Messaggio, 31 marzo 2025). Non vogliamo fermarci! 

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ASCOLTARE GLI ANZIANI

Il Papa incontra una degente della Casa di accoglienza

 


 “Le persone anziane non vanno solo assistite, vanno prima di tutto ascoltate, perché custodiscono la saggezza di un popolo”.

 Come primo appuntamento della visita nella terza città angolana, Leone XIV si reca nel Lar de Assistência a pessoa idosa, struttura finanziata dal governo che accoglie circa 60 uomini e donne malati o abbandonati e maltrattati dalle famiglie con l’accusa di stregoneria. Accolgono il Pontefice con fazzoletti bianchi, canti, balletti, testimonianze. “Gesù abita qui”, assicura il Papa: “La cura delle persone fragili è segno importante della qualità della vita di un Paese"

-Salvatore Cernuzio – Inviato a Saurimo

Nella “città dei diamanti”, Saurimo, capitale della provincia angolana di Lunda Sud, la vera ricchezza sono loro: quei sorrisi sghembi, le gambe deformate dall’artrite, gli occhi vacui, le rughe presenti ma poco visibili per la pelle color dell’ebano. Sono i 62 anziani, 26 uomini e 36 donne tra i 60 e i 93 anni, che abitano il Lar de Assistência a pessoa idosa, la Casa di accoglienza per anziani di Saurimo dove sono accolti malati, disabili, ma anche persone maltrattate e abbandonate dai familiari con l’accusa di stregoneria. Papa Leone XIV ha voluto iniziare da loro il programma della visita nella terza città dell’Angola. Un breve incontro prima della Messa, scandito da testimonianze, canti in lingua chowke, un dialetto locale, balletti e trenini con un fazzoletto bianco per dare accoglienza al Pontefice.

LEGGI IL TESTO INTEGRALE DEL SALUTO AGLI ANZIANI DI PAPA LEONE XIV

Svago e familiarità

L’incontro avviene nel patio dal profumo di erba annaffiata della struttura che esiste da 14 anni ed è di proprietà dello Stato angolano, il quale ne garantisce il funzionamento con un contributo mensile. Poi, sì, ci sono pure le donazioni di associazioni e benefattori, i buoni rapporti con la Chiesa, e gli stessi ospiti praticano l'agricoltura su terreni incolti per contribuire al proprio sostentamento. Ma anche per svago. Ci si diverte molto nella Casa e oggi anche davanti al Papa i signori e le signore della Casa, coi loro abiti di diversa fattura e colore, a fianco allo staff in divisa azzurra, hanno dato prova dell’aria positiva che si respira al Lar, alla lettera, focolare, ambiente familiare. 

 

Al centro dell’attenzione

Lo anticipava già nei giorni scorsi ai media vaticani Georgina Mwandumba, da sette anni direttrice. “Questi anziani sono felici nella Casa di accoglienza, vanno d'accordo tra loro, vanno a Messa insieme, anche se non sono tutti cattolici, ma non c'è dubbio che vorrebbero stare con le loro famiglie che, purtroppo, non vengono nemmeno a trovarli. La visita del Papa alla Casa di accoglienza sarà quindi un momento di grande gioia per questi uomini e donne che, in quest'occasione, saranno al centro dell'attenzione”.

“Gesù è qui”

Ed è proprio "attenzione" ciò che ha voluto restituire Papa Leone con la sua visita e il suo breve saluto. Attenzione da leggere come affetto, valorizzazione di queste persone che – ha detto – sono la “saggezza”. Il Pontefice si è detto toccato dall’“accoglienza, così piena di fede”: “È di grande conforto per la mia missione. Grazie!”, ha sottolineato, dicendosi colpito anche del nome Lar, una parola che “parla di famiglia”. “Mi piace pensare che Gesù abita anche qui, in questa casa”, ha assicurato il Papa. “Sì, Lui dimora in mezzo a voi ogni volta che cercate di volervi bene e di aiutarvi a vicenda come fratelli e sorelle. Ogni volta che, dopo un’incomprensione o una piccola offesa, sapete perdonarvi e riconciliarvi. Ogni volta che, alcuni di voi o tutti insieme, pregate con semplicità e umiltà”.


Il grazie alle Autorità

Il Papa ha espresso il suo apprezzamento alle Autorità angolane “per le iniziative in favore degli anziani più bisognosi”, come pure a tutti i collaboratori e volontari. “La cura delle persone fragili è un segno molto importante della qualità della vita sociale di un Paese”, ha ribadito, assicurando di portare “nel cuore” il ricordo di questo incontro. Come segno visibile della visita, ha lasciato in dono una statua di San Giuseppe e diversi Rosari.

Testimonianze

Prima del Papa ha dato la sua testimonianza la rappresentante del Ministero della Salute per l’Assistenza sociale e uguaglianza di genere: “Questa Casa rappresenta per noi un luogo di salvezza delle nostre vite, poiché eravamo esposti a ogni tipo di vulnerabilità a causa dell’abbandono familiare”, ha detto. “Con la venuta del Santo Padre ci sentiamo benedetti, poiché l’amore di Dio è giunto fino a noi. Venite a visitarci ancora, nostro caro Papa”.  

Lo stesso ha ripetuto Antonio Joaquím, 72 anni ma la verve di un ragazzino, che dato al Papa il “profondo e caloroso saluto” a nome di tutti gli anziani. “La vostra presenza in mezzo a questa Casa è una benedizione di Dio, poiché non tutti i popoli, e in particolare la popolazione anziana, hanno la grazia di incontrare l’inviato del Signore. La visita del Santo Padre – ha concluso - è per noi motivo di grande gioia e accresce la nostra speranza di vita”. 

Anche a margine dell'evento, Antonio ha voluto ribadire la gratitudine e la serenità che vive quotidianamente nella Casa. Anche se non mancano i problemi: "Ci sono momenti in cui non c'è il cibo, quando il governo non rifornisce. E qualche imprenditore arriva ogni tanto e dice che l’area è sua e che non possiamo coltivare la manioca. È successo tempo fa e ce la siamo mangiata noi...". Oggi, però, i problemi sono tutti alle spalle: "È la benedizione che aspettavamo da tanto. Qui ogni giorno è diverso, ma oggi è stato davvero speciale".

Vatican News

 

 

lunedì 20 aprile 2026

UN DECIMO DI TE

 

 Camminare 

e scoprire l'essenziale, 

con lo zaino leggero 

e il cuore aperto 



di Marco Maccarini (Autore)


La Via Francigena, il Cammino di Santiago, la Via del Sale, degli Abati, degli Dei, il Cammino di Francesco, l’Alta Via dei Monti Liguri… i racconti e i consigli di un viandante con tanti chilometri nelle gambe per ispirare chi sente il richiamo della natura, del silenzio, della lentezza ma non sa da dove iniziare, e accompagnare chi ha sempre lo zaino pronto per partire.

Camminare è un gesto naturale, ma allo stesso tempo una fortuna. È trovare un ritmo umano, regalarsi il lusso della lentezza in un mondo che va troppo veloce. Camminare, per Marco, è anche ascoltare il silenzio dei boschi, il suono dei propri passi e il rumore dei propri pensieri, lasciando che facciano tutto il frastuono che vogliono e poi si quietino.

Dopo una vita iniziata a velocità folle – l’improvvisa notorietà a vent’anni, i bagni di folla, la televisione, i palcoscenici, la musica –Marco ha capito che viaggiava troppo veloce per riuscire a vedere il paesaggio, e ha deciso di rallentare. Da molti anni preferisce procedere al proprio ritmo, e dentro questo cambio di passo c’è un amore sempre crescente per il gesto di camminare, mettere un piede davanti all’altro e conquistare la meta con le proprie forze, senza fretta.

In Un decimo di te ci porta allora insieme a lui sui suoi cammini preferiti: da Santiago a Roma, dalla Liguria alla Sicilia, da itinerari facili e adatti a chi ha appena iniziato ad altri più impegnativi. Racconta di sentieri e campi, valichi di montagna e scogliere a picco sul mare; di amache e ostelli, notti sul pavimento di un convento o all’addiaccio nei boschi; di quello che gli è successo camminando – da incontri inaspettati e rivelazioni illuminanti a meravigliose solitudini, passando per qualche momento di paura – ma anche di quello che gli è capitato seguendo le svolte e gli imprevisti di un'esistenza decisamente fuori dal comune, e che non aveva mai rivelato.

Dà anche tanti consigli pratici a chi vuole seguire le sue orme, a partire dal primo, il più importante: lo zaino di ogni viandante non dovrebbe pesare più di un decimo del suo peso corporeo.

Perché lo chi ha il coraggio di partire con un bagaglio leggero può andare davvero lontano.

«L’asfalto è finito, mi sono ritrovato nel bosco, con il profumo di terra fresca, il cielo limpido oltre i rami sulla mia testa, il silenzio, e dopo pochi minuti mi sono scoperto a sorridere. In un istante avevo cancellato tutto il resto. Mi restava solo il piacere delle chiacchiere e degli incontri, la bellezza dell’umanità, quella grazia che trovi nel bosco, la leggerezza che avevo conosciuto da bambino, in val Pellice, e poi a Santiago, la Liguria sotto le stelle, San Francesco e tutti gli altri cammini che avevo percorso. Questa è la mia risposta alla domanda ‘perché cammini?’ Incontri incredibili e poi la pace».

 

sabato 18 aprile 2026

VERSO EMMAUS


DAVVERO 
E' 
RISORTO 

III Domenica del Tempo Pasquale A

VANGELO LC 24, 13-35


Commento del card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca L. di Gerusalemme

Abbiamo visto, domenica scorsa, che il Risorto è come il buon pastore, che va in cerca delle pecore smarrite e le raduna, le riconduce a casa.

Questa chiave di lettura è ancor più evidente nel brano di Vangelo di oggi (Lc 24, 13-35), in cui è raccontato l’incontro del Risorto con i due discepoli in cammino verso Emmaus.

Negli ultimi versetti (Lc 24, 33-35), infatti, noi vediamo il frutto di questo incontro: i due discepoli, dopo aver riconosciuto nel viandante che si era fatto loro compagno di strada il Signore crocifisso e risorto, subito, senza indugio, fanno ritorno a Gerusalemme, si riuniscono agli Undici e agli altri discepoli che erano con loro; e insieme raccontano l’unica esperienza che ciascuno ha vissuto personalmente e che fa di loro l’unica Chiesa: “Davvero il Signore è risorto” (Lc 24,34).

Frutto della risurrezione del Signore, dunque, non è solo un’esperienza privata, che consola o che illumina il cuore di ciascun discepolo: è piuttosto un evento che ricostruisce il corpo ecclesiale.

Il Risorto non è semplicemente apparso ai suoi: li ha radunati, ed il movimento finale del brano di oggi ci conferma che la Pasqua non vuole tanto generare individui illuminati, quanto un popolo ricomposto in unità.

Come accade questo passaggio, questo nuovo inizio?

Questo passaggio accade innanzitutto perché il Risorto prende l’iniziativa di andare a cercare i suoi.

Come aveva preso l’iniziativa di chiamarli, all’inizio della loro storia insieme, così ora prende l’iniziativa di chiamarli di nuovo.

E, per farlo, deve proprio andare a cercarli.

Non sono infatti loro a cercare il Signore, pur sapendo, dalla voce delle donne, che questi avrebbe anche potuto essere vivo (Lc 24,22-24). Lo sanno, eppure si allontanano dal luogo dove avrebbero potuto e, forse, dovuto cercarlo. Luca, nel suo racconto, fa intuire che la meta dei discepoli era proprio questa, allontanarsi da Gerusalemme, dal luogo dove il Signore era morto.

Il Risorto li cerca, e li trova, perché l’incontro con Lui non è il premio per chi ha perseverato, ma la visita di Dio a chi si è smarrito.

Ma, una volta raggiunti, il Risorto non si fa subito riconoscere, proprio come accade in altri racconti di apparizione. Perché?

Il Risorto non si impone, non offre delle prove della sua risurrezione.

Fa qualcosa di molto più importante, e, per certi versi, anche di più “utile”: il Risorto insegna ai suoi a riconoscerlo, mette in atto una serie di atteggiamenti che rendono i discepoli capaci di farlo.

E di farlo non solo in questa circostanza, sulla via di Emmaus, ma lungo tutto il cammino della vita.

Per far questo, il Signore conduce i discepoli spaesati in due luoghi in cui, insieme a loro, abitualmente era di casa, ovvero la Parola e lo spezzare del Pane.

Non li porta in un luogo nuovo, ma li riporta a casa, nei due spazi in cui la loro relazione con Lui era nata e cresciuta: la Parola e il Pane spezzato.

Con la Parola illumina i giorni della Passione, e riporta i discepoli lì, dove Lui è già presente, dove lo sarà sempre, e dove tutto parla di Lui: per questo il loro cuore si accende (Lc 24,32).

Con il Pane spezzato, poi, il Risorto non inventa un nuovo segno: riprende il gesto che era già il cuore del suo modo di amare. E i discepoli subito lo riconoscono, e i loro occhi si aprono (Lc 24,31), perché quel Pane spezzato non è per loro un semplice ricordo, ma una presenza viva.

Il Risorto, dunque, vuole che i suoi imparino a riconoscerlo dove Lui ha scelto di restare: nella Parola e nell’Eucaristia.

Quando e dove questo accade, allora si ricompone la comunità dei credenti, che non è la somma delle esperienze di ciascuno, ma il luogo del comune riconoscimento: ciascuno, nella propria diversità, sa di poter trovare il Signore negli stessi luoghi, negli stessi segni.

La comunità che nasce dalla Pasqua è la comunità della fede.

I discepoli non si ritrovano uniti perché hanno delle cose in comune, perché hanno gli stessi gusti o le stesse idee. Si ritrovano insieme perché tutti hanno fatto esperienza dello stesso modo di riconoscere il Signore, perché tutti lo hanno ritrovato vivo nelle Scritture e nel Pane spezzato.

+Pierbattista

 Patriarcato di Gerusalemme

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