venerdì 31 marzo 2017

DOMENICA 2 APRILE: L'AMORE VINCE LA MORTE

Non è la vita che vince la morte, 
è l'amore 
In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». (...)
Di Lazzaro sappiamo poche cose, ma sono quelle che contano: la sua casa è ospitale, è fratello amato di Marta e Maria, amico speciale di Gesù. Il suo nome è: ospite, amico e fratello, insieme a quello coniato dalle sorelle: colui-che-Tu-ami, il nome di ognuno. A causa di Lazzaro sono giunte a noi due tra le parole più importanti del Vangelo: io sono la risurrezione e la vita. Non già: io sarò, in un lontano ultimo giorno, in un'altra vita, ma qui, adesso, io sono.

Notiamo la disposizione delle parole: prima viene la risurrezione e poi la vita. Secondo logica dovrebbe essere il contrario. Invece no: io sono risurrezione delle vite spente, sono il risvegliarsi dell'umano, il rialzarsi della vita che si è arresa. Vivere è l'infinita pazienza di risorgere, di uscire fuori dalle nostre grotte buie, lasciare che siano sciolte le chiusure e le serrature che ci bloccano, tolte le bende dagli occhi e da vecchie ferite, e partire di nuovo nel sole: scioglietelo e lasciatelo andare. Verso cose che meritano di non morire, verso la Galilea del primo incontro.

Io invidio Lazzaro, e non perché ritorna in vita, ma perché è circondato di gente che gli vuol bene fino alle lacrime. Perché la sua risurrezione? Per le lacrime di Gesù, per il suo amore fino al pianto. Anch'io risorgerò perché il mio nome è lo stesso: amato per sempre; perché il Signore non accetta di essere derubato dei suoi amati. Non la vita vince la morte, ma l'amore. Se Dio è amore, dire Dio e dire risurrezione sono la stessa cosa.

Lazzaro, vieni fuori! Esce, avvolto in bende come un neonato, come chi viene di nuovo alla luce. Morirà una seconda volta, è vero, ma ormai gli si apre davanti un'altissima speranza: ora sa che i battenti della morte si spalancano sulla vita. Liberatelo e lasciatelo andare! Sciogliete i morti dalla loro morte. E liberatevi dall'idea della morte come fine di una persona. Liberatelo, come si liberano le vele, si sciolgono i nodi di chi è ripiegato su se stesso.

E poi: lasciatelo andare, dategli una strada, amici, qualche lacrima e una stella polare. Tre imperativi raccontano la risurrezione: esci, liberati e vai! Quante volte sono morto, mi ero arreso, era finito l'olio nella lampada, finita la voglia di amare e di vivere. In qualche grotta dell'anima una voce diceva: non mi interessa più niente, né Dio, né amori, né vita.

E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so perché; una pietra si è smossa, è entrato un raggio di sole, un amico ha spezzato il silenzio, lacrime hanno bagnato le mie bende, e ciò è accaduto per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d'amore: un Dio innamorato dei suoi amici, che non lascerà in mano alla morte.
(Letture: Ezechiele 37,12-14; Salmo 129; Romani 8,8-11; Giovanni 11,1-45) 
  
Ermes Ronchi 
 

(tratto da www.avvenire.it)

giovedì 30 marzo 2017

AUTISMO - 2 aprile - GIORNATA MONDIALE DELLA CONSAPEVOLEZZA


Ricorrerà il prossimo 2 aprile la Giornata mondiale della consapevolezza sull'Autismo promossa dall'ONU, giunta alla sua X edizione.
Sono milioni nel mondo, e migliaia in Italia, le famiglie che hanno a che fare nella vita di tutti i giorni con questo disturbo; nonostante molti studi, non è noto ancora quali siano le cause dello sviluppo dell'autismo. I dati finora prodotti dalla ricerca consentono di avanzare solo ipotesi sull'origine del disturbo e, nell'insieme, non forniscono, al momento, elementi di certezza sulle cause, che restano sconosciute. Le sindromi dello spettro autistico sono fra le più complesse da trattare e richiedono conoscenze e competenze da parte di tutti professionisti coinvolti, non solo, necessitano di consapevolezza, collaborazione e impegno di tutti - genitori, studenti, docenti - per la definizione e realizzazione del progetto di vita.


mercoledì 29 marzo 2017

GIOVANI. EDUCARE I MILLENNIALS

Buona EDUCAZIONE 

per i “Millennials”

                                                                                                                                     di UMBERTO FOLENA

Educare si può, senza se e senza ma. E quindi educare si deve. Al titolo del libro del sociologo Franco Garelli ( Educazione, Il Mulino, pagine 157, euro 12) potremmo mettere un punto esclamativo. È un pamphlet, ossia l’opera di un tifoso che non nasconde la sua passione per questa 'Parola controtempo', dal nome della collana in cui è inserito il libro. Ma è anche lo studio di un navigato sociologo tutt’altro che ingenuo, che corrobora la sua passione (educatore è lui per primo e da una vita) con una logica stringente.
Garelli non nasconde il suo fastidio: «Provo una forte allergia nei confronti del pessimismo cosmico che da tempo sta condizionando il nostro Paese», e domanda provocatoriamente: «Perché non si è prodotto un moto di ribellione (o di indignazione) collettiva verso queste analisi estremamente riduttive della situazione educativa del Paese», molto ingenerose nei confronti di chi invece sull’educazione scommette la propria vita e si impegna senza parsimonia.
Le parole associate a “educazione” sono di solito negative: crisi, emergenza, rischio, impasse, smarrimento... Garelli preferisce sfida. Non si crogiola nel rimpianto di un passato in cui l’educazione poggiava su solidi punti di riferimento e valori, e famiglia, scuola, chiese e associazioni agivano in armonia; anche perché quella pretesa “epoca d’oro” non era esente da limiti, a cominciare dall’autoritarismo e dall’indottrinamento. Oggi, però, u- na cappa di stereotipi negativi avvolge i giovani, racchiusa in espressioni come «generazione nichilista », «deserto di senso» e simili. Garelli i giovani li incontra tutti i giorni nella sua aula universitaria a Torino, nelle scuole, nelle ricerche condotte su di loro. E conclude: «L’insieme dei giovani è meglio di come essi vengono perlopiù pubblicamente rappresentati». Le immagini fornite (innanzitutto dai media) sono appiattite su facili equazioni: giovani uguale disagio, bullismo, nichilismo... Non tengono conto della varietà.
Certo, il contesto in cui stanno crescendo i millennials è cambiato, nel segno di autosufficienza, libertà e autonomia. Di stimoli sproporzionati. Della consapevolezza della precarietà, che può indurre alcuni, forse molti, a un «piccolo cabotaggio della vita». Di un diverso stile di socializzazione. Di appartenenze molteplici. «Dentro il sistema, ma con il cuore altrove», con l’effetto di dare maggiore spazio a emozioni e sentimenti, e meno a ideali e progetti. Eppure giovani forti di conquiste consolidate, come un rapporto di coppia paritario.
Garelli passa in rassegna alcune agenzie educative come la famiglia e la scuola. Famiglie indaffaratissime, che finiscono per offrire più 'cura' che educazione. Nega che si possa parlare sbrigativamente di «eclissi dei padri». Semmai c’è un attivismo in parte disordinato, nel «difficile passaggio da un modello autoritario a uno persuasivo, dalla cultura dell’imposizione a quella dell’autorevolezza». «Un conto – scrive Garelli, parlando del “prendersi cura” – è cercare di offrire ai figli risorse utili grazie alle quali essi possano crescere e maturare in modo autonomo le proprie scelte. Altro conto è riempirli di attenzioni e di preoccupazioni lasciando che sia l’esperienza a formali, ritenendo troppo invadente o impegnativo o anacronistico fornir loro una prospettiva di vita nella società plurale».
E la scuola, l’altra 'agenzia educativa'? Sarà davvero, come talvolta le viene rimproverato, «responsabile di tutto»? Di sicuro appare attraversata da 'anime' e progetti contrastanti. Ma davvero gli studenti sono quei 'pappamolle' che troppi media amano mettere alla berlina? Garelli, manco a dirlo, scuote il capo e cita un libro americano mai tradotto in Italia (forse non a caso, visto che complica le letture piatte tanto in voga in Italia), America’s Teenagers. Motivated but Directionless, frutto del lavoro di un gruppo di ricerca di Chicago, The Ambitious Generation.
Motivati ma in cerca di una direzione: difficile da noi, commenta Garelli, pensare in questo modo ai giovani: «Da noi si mette molto l’accento sui problemi più che sugli stimoli, con il rischio di 'disagiare' la condizione giovanile nel suo complesso». Ma proprio qui, sembra di capire, attorno al «motivare e orientare» sta il cuore dell’educazione. I giovani – è la convinzione di Garelli – non sono insensibili al fascino dell’educazione e gli adulti impegnati in ruoli formativi hanno una grande responsabilità nell’orientare e motivare le nuove generazioni.
Ci può essere una vera conclusione, che “chiuda” il discorso, attorno all’educazione, se è un processo continuamente in atto? No. Ma alcune certezze Garelli le confida. Come questa: «Sono del tutto convinto che il segreto di una buona educazione risieda più in quello che non si dice che in quello che si rende manifesto». Più che affastellar parole, meglio puntare a fatti, presenze, attenzioni. Per dire ai giovani: ci state a cuore, meritate il nostro sguardo, siete per noi persone preziose.
I giovani non sono insensibili ai sani insegnamenti e gli adulti hanno la responsabilità di orientarli Il segreto è in ciò che non si dice più che nelle parole.  Sono importanti i fatti, la presenza, le attenzioni.
Il sociologo Garelli nel suo saggio smonta i luoghi comuni di una società che non riesce a vedere nei giovani una risorsa ma ne sottolinea solo i problemi Sullo sfondo resta la grande sfida per scuola e famiglia.

: OCSE: La scuola italiana è la più inclusiva d'Europa: riduce il gap tra i ricchi e poveri

Scuola, Fedeli: 
bene i dati Ocse,
ora continuiamo a lavorare per renderla sempre più inclusiva


“I dati pubblicati dall’Ocse ci dicono che la scuola italiana è una scuola inclusiva, capace di supportare le studentesse e gli studenti che partono da condizioni più svantaggiate. Una scuola di cui possiamo essere orgogliosi e a cui dobbiamo ora continuare a garantire strumenti e risorse perché possa attuare sempre pienamente l’articolo 3 della nostra Costituzione, garantendo a tutte le ragazze e tutti i ragazzi pari opportunità e uguaglianza. In questa direzione vanno gli investimenti che stiamo facendo sulle competenze delle studentesse e degli studenti attraverso i fondi PON che abbiamo messo a bando nelle scorse settimane”, così la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli.
“I dati Ocse – prosegue Fedeli – confermano che il nostro sistema scolastico funziona: fra le nostre e i nostri quindicenni le differenze socio-economiche di partenza pesano meno che in altri Paesi. Questo divario, però, torna a farsi sentire dopo l’uscita dal sistema scolastico. È quindi molto importante investire anche sull’acquisizione di competenze lungo tutto l’arco della vita e aiutare le ragazze e i ragazzi, soprattutto chi è in condizione di svantaggio, ad affrontare al meglio la transizione dalla scuola agli studi successivi o nel mondo del lavoro”


             http://www.oecd.org/

martedì 28 marzo 2017

SPORT e CULTURA del RISPETTO e dell'AMICIZIA


Il valore educativo 

delle attività sportive 

per i giovani 

si contrappone alla moda 

degli sport definiti “estremi”, 

caratterizzati 

da un forte individualismo


Alcuni giovani, negli ultimi anni, sembrano essere attratti da sport definiti “estremi”. Si tratta di attività all’insegna del rischio, in cui dominano le emozioni forti. Nella maggior parte dei casi sono caratterizzate da un forte individualismo e dal desiderio di provare il brivido dell’imprevisto, oltre ogni limite.
Mode come queste ci fanno comprendere quanto siano fragili, a volte, le nuove generazioni. Spesso i ragazzi di oggi tendono ad assorbire le tendenze del momento, senza le giuste difese o le dovute accortezze, finendo per restarne vittime.
Bisogna anche considerare il fatto che molti giovani vivono con genitori assenti. Se l’educazione della famiglia non c’è, diventa più facile dedicarsi ad attività rischiose e gettare via la vita in un attimo.
A furia di coltivare la non-cultura del pericolo, si pensa di diventare onnipotenti. Si crede di poter scherzare con il fuoco senza bruciarsi. Ma è soltanto un’illusione, figlia di un’epoca dominata dal culto dell’eccesso.
Che cosa si può fare per riportare i giovani su strade più sicure? Il primo passo da fare è certamente quello di recuperare un’autentica cultura dello sport, ben diversa da quella proposta da certe mode estreme.
In un mondo in cui il bene si confonde sempre più spesso con il male, l’idea di seguire regole e comportamenti precisi può avere una funzione educativa determinante. Nulla, più dello sport, può contribuire ad una sana formazione delle coscienze dei giovani.
La migliore risposta al caos di certe tendenze estreme, dove la voglia d’eccesso e il rischio quasi non conoscono confini, è quella di proporre una sana cultura del limite: il richiamo a regole, schemi, barriere morali da non oltrepassare.
Un altro elemento fondamentale, dal punto di vista educativo, è la cultura dell’impegno. Per conquistare un trofeo, sono necessarie tante ore di sudore e di allenamento. È importante aiutare i giovani a valorizzare sempre di più lo spirito di sacrificio, trasferendolo dalla dimensione dello sport a quella della vita quotidiana.
Infine un altro aspetto educativo fondamentale sta nella cultura dell’incontro con gli altri. Oggi, purtroppo, i ragazzi sono sempre più intrappolati nei videogiochi e nelle navigazioni di internet. Trascorrono giornate intere immersi in realtà virtuali, che impediscono un vero rapporto con il mondo.
L’individualismo di certi sport estremi si inserisce in questo stesso terreno di isolamento. I brividi del rischio sono personali, impossibili da condividere. Tutto finisce per esaurirsi nei pochi secondi di un’arida emozione.
Invece, un’autentica cultura dello sport può abituare i ragazzi ad un sincero e concreto contatto con gli altri. In un mondo giovanile che tende alla solitudine, spesso dominato dagli incontri freddi e virtuali di internet, un sano gioco di squadra potrà aiutare a costruire una migliore cultura del rispetto e dell’amicizia. 
Carlo Climati

lunedì 27 marzo 2017

LE BENEDIZIONI A SCUOLA SONO LEGITTIME

«Benedizioni a scuola legittime»
La decisione del Consiglio di Stato


Accolto il ricorso del Ministero dell’Istruzione, ribaltata la decisione del Tar regionale di un anno fa.

I giudici parlano di «principio di non discriminazione» per cui un’attività non può ritenersi negativa «unicamente perché espressione di una fede religiosa».

                           Leggi: BENEDIZIONI A SCUOLA


domenica 26 marzo 2017

CAMMINARE NELLA LUCE PER NON PERDERE LA STRADA


"Che cosa significa avere la vera luce, camminare nella luce? Significa innanzitutto abbandonare le luci false: la luce fredda e fatua del pregiudizio contro gli altri, perché il pregiudizio distorce la realtà e ci carica di avversione contro coloro che giudichiamo senza misericordia e condanniamo senza appello. Questo è pane tutti i giorni! 
Quando si chiacchiera degli altri, non si cammina nella luce, si cammina nelle ombre. 
Un’altra luce falsa, perché seducente e ambigua, è quella dell’interesse personale: se valutiamo uomini e cose in base al criterio del nostro utile, del nostro piacere, del nostro prestigio, non facciamo la verità nelle relazioni e nelle situazioni. 
Se andiamo su questa strada del cercare solo l’interesse personale, camminiamo nelle ombre" - 

Papa Francesco - Angelus 26 marzo 2017

sabato 25 marzo 2017

QUALE FUTURO PER L'EUROPA?

Quale speranza per l’Europa di oggi e di domani?
Nel discorso di Papa Francesco ai Capi di Stato dell’Europa interessanti riflessioni e piste anche per gli educatori e le istituzioni scolastiche

“ …. Le risposte le ritroviamo proprio nei pilastri sui quali essi hanno inteso edificare la Comunità economica europea e che ho già ricordati: la centralità dell’uomo, una solidarietà fattiva, l’apertura al mondo, il perseguimento della pace e dello sviluppo, l’apertura al futuro. A chi governa compete discernere le strade della speranza - questo è il vostro compito: discernere le strade della speranza, identificare i percorsi concreti per far sì che i passi significativi fin qui compiuti non abbiano a disperdersi, ma siano pegno di un cammino lungo e fruttuoso.
L’Europa ritrova speranza quando l’uomo è il centro e il cuore delle sue istituzioni. Ritengo che ciò implichi l’ascolto attento e fiducioso delle istanze che provengono tanto dai singoli, quanto dalla società e dai popoli che compongono l’Unione. Purtroppo, si ha spesso la sensazione che sia in atto uno “scollamento affettivo” fra i cittadini e le Istituzioni europee, sovente percepite lontane e non attente alle diverse sensibilità che costituiscono l’Unione. Affermare la centralità dell’uomo significa anche ritrovare lo spirito di famiglia, in cui ciascuno contribuisce liberamente secondo le proprie capacità e doti alla casa comune. È opportuno tenere presente che l’Europa è una famiglia di popoli [14] e – come in ogni buona famiglia – ci sono suscettibilità differenti, ma tutti possono crescere nella misura in cui si è uniti. L’Unione Europea nasce come unità delle differenze e unità nelle differenze. Le peculiarità non devono perciò spaventare, né si può pensare che l’unità sia preservata dall’uniformità. Essa è piuttosto l’armonia di una comunità. I Padri fondatori scelsero proprio questo termine come cardine delle entità che nascevano dai Trattati, ponendo l’accento sul fatto che si mettevano in comune le risorse e i talenti di ciascuno. Oggi l’Unione Europea ha bisogno di riscoprire il senso di essere anzitutto “comunità” di persone e di popoli consapevole che «il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma»[15] e dunque che «bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti»[16]. I Padri fondatori cercavano quell’armonia nella quale il tutto è in ognuna delle parti, e le parti sono – ciascuna con la propria originalità – nel tutto.
L’Europa ritrova speranza nella solidarietà, che è anche il più efficace antidoto ai moderni populismi. La solidarietà comporta la consapevolezza di essere parte di un solo corpo e nello stesso tempo implica la capacità che ciascun membro ha di “simpatizzare” con l’altro e con il tutto. Se uno soffre, tutti soffrono (cfr 1 Cor 12,26). Così anche noi oggi piangiamo con il Regno Unito le vittime dell’attentato che ha colpito Londra due giorni fa. La solidarietà non è un buon proposito: è caratterizzata da fatti e gesti concreti, che avvicinano al prossimo, in qualunque condizione si trovi. Al contrario, i populismi fioriscono proprio dall’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante e che non consente di superare la limitatezza dei propri pensieri e “guardare oltre”. Occorre ricominciare a pensare in modo europeo, per scongiurare il pericolo opposto di una grigia uniformità, ovvero il trionfo dei particolarismi. Alla politica spetta tale leadership ideale, che eviti di far leva sulle emozioni per guadagnare consenso, ma piuttosto elabori, in uno spirito di solidarietà e sussidiarietà, politiche che facciano crescere tutta quanta l’Unione in uno sviluppo armonico, così che chi riesce a correre più in fretta possa tendere la mano a chi va più piano e chi fa più fatica sia teso a raggiungere chi è in testa.
L’Europa ritrova speranza quando non si chiude nella paura di false sicurezze. Al contrario, la sua storia è fortemente determinata dall’incontro con altri popoli e culture e la sua identità «è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale»[17]. C’è interesse nel mondo per il progetto europeo. C’è stato fin dal primo giorno, con la folla assiepata in piazza del Campidoglio e con i messaggi gratulatori che giunsero da altri Stati. Ancor più c’è oggi, a partire da quei Paesi che chiedono di entrare a far parte dell’Unione, come pure da quegli Stati che ricevono gli aiuti che, con viva generosità, sono loro offerti per far fronte alle conseguenze della povertà, delle malattie e delle guerre. L’apertura al mondo implica la capacità di «dialogo come forma di incontro»[18] a tutti i livelli, a cominciare da quello fra gli Stati membri e fra le Istituzioni e i cittadini, fino a quello con i numerosi immigrati che approdano sulle coste dell’Unione. Non ci si può limitare a gestire la grave crisi migratoria di questi anni come fosse solo un problema numerico, economico o di sicurezza. La questione migratoria pone una domanda più profonda, che è anzitutto culturale. Quale cultura propone l’Europa oggi? La paura che spesso si avverte trova, infatti, nella perdita d’ideali la sua causa più radicale. Senza una vera prospettiva ideale si finisce per essere dominati dal timore che l’altro ci strappi dalle abitudini consolidate, ci privi dei confort acquisiti, metta in qualche modo in discussione uno stile di vita fatto troppo spesso solo di benessere materiale. Al contrario, la ricchezza dell’Europa è sempre stata la sua apertura spirituale e la capacità di porsi domande fondamentali sul senso dell’esistenza. All’apertura verso il senso dell’eterno è corrisposta anche un’apertura positiva, anche se non priva di tensioni e di errori, verso il mondo. Il benessere acquisito sembra invece averle tarpato le ali, e fatto abbassare lo sguardo. L’Europa ha un patrimonio ideale e spirituale unico al mondo che merita di essere riproposto con passione e rinnovata freschezza e che è il miglior rimedio contro il vuoto di valori del nostro tempo, fertile terreno per ogni forma di estremismo. Sono questi gli ideali che hanno reso Europa quella “penisola dell’Asia” che dagli Urali giunge all’Atlantico.
L’Europa ritrova speranza quando investe nello sviluppo e nella pace. Lo sviluppo non è dato da un insieme di tecniche produttive. Esso riguarda tutto l’essere umano: la dignità del suo lavoro, condizioni di vita adeguate, la possibilità di accedere all’istruzione e alle necessarie cure mediche. «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace»[19], affermava Paolo VI, poiché non c’è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria. Non c’è pace laddove manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso. Non c’è pace nelle periferie delle nostre città, nelle quali dilagano droga e violenza.
L’Europa ritrova speranza quando si apre al futuro. Quando si apre ai giovani, offrendo loro prospettive serie di educazione, reali possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. Quando investe nella famiglia, che è la prima e fondamentale cellula della società. Quando rispetta la coscienza e gli ideali dei suoi cittadini. Quando garantisce la possibilità di fare figli, senza la paura di non poterli mantenere. Quando difende la vita in tutta la sua sacralità ….. “



venerdì 24 marzo 2017

"DISCIPLINA" IN CLASSE


Quando esercitare

 autorità impegna

                                                                                                                                 di Lorena Alunni

E' di pochi giorni fa l'episodio di una collega che, ormai prossima al pensionamento, ha apertamente dichiarato a colleghi e genitori le personali difficoltà nel " tenere a bada" bambini di 10 anni, in una classe nella quale presta servizio solo tre ore settimanali. Esprimendo pubblicamente, fra l'imbarazzo e la stizza, questa personale criticità, è come se si fosse autodenunciata postulando così il diritto ad "uno sconto di pena" sul giudizio negativo più o meno inespresso dei presenti. Il fatto è: anche l'autorevolezza presuppone un' assunzione di responsabilità; si tratta di una responsabilità professionale, non esente da impegno a livello personale.
Un insegnante accomodante, che non prende posizioni, che non controlla il gruppo classe, spesso cerca inconsapevolmente di ricevere un pari trattamento: se io non mi occupo di te neanche tu puoi avanzare richieste nei miei confronti. Può apparire strano, ma questo tipo di comportamento fatto di anomia destabilizza il soggetto che cresce, il quale ha bisogno di punti di riferimento ben precisi sia in fatto di persone che di norme.
Quello che voglio dire è che la maturazione di un individuo può essere paragonata ad una costante ricerca di equilibrio, nel passaggio dallo stato temporaneo di discrasia emotiva a quello di ridefinizione della propria identità. E questi due momenti si susseguono senza soluzione di continuità nei primi venti anni - ma forse anche di più - della vita di una persona. In un siffatto percorso, non alieno da tortuosità, quale ruolo compete all'insegnante?
L'insegnante non può fare a meno di tenere la disciplina, dal momento che nel caos è difficile che si possa co-costruire apprendimento; per dirla con Vygotskij, il clima positivo è essenziale per un apprendimento socializzato nell'area di sviluppo prossimale; in poche parole il clima positivo è dato dall'atteggiamento coinvolto di leader imparziale, che il docente dovrebbe assumere. Un atteggiamento "interessato" che si alimenta dell'empatia che lega docente e discenti, dove l'uno comunica la fedeltà alla propria professione, l'intenzione di operare nell'interesse dei ragazzi che gli sono stati affidati, coinvolgendoli nella costruzione del sapere ma ponendo anche le basi per il loro essere nella vita; in tutto questo i ragazzi cercano nell'insegnante il loro punto di riferimento, colui che si dimostra disposto a guidarli, ad ascoltarli, ad offrirsi in loro aiuto, lasciando inalterato in ciascuno il bisogno di dipendenza nella ricerca di indipendenza. Dopo il 1968, molti insegnanti hanno rifiutato il modello di insegnamento autoritario, secondo la classica definizione di Lewin (1936), per abbracciarne uno antiautoritario, che spesso è diventato permissivo, piuttosto che democratico come è stato postulato.
E dietro il nome di siffatta presupposta democrazia si sono celati i docenti che hanno rinunciato ad assumersi la responsabilità di un' autorevolezza impregnata di buon senso e cura (Silvano Tagliagambe, Dall'insegnamento come processo unidirezionale al prendersi cura come circolarità di insegnamento/apprendimento) verso il soggetto che apprende. Thomas Homberger (da Il quadernone della via Clericetti, 1997) suggerisce: "È necessario che nel suo sviluppo il bambino faccia i conti con dei limiti, ma i limiti che noi diamo ai bambini e ai giovani devono essere davvero necessari e non imposti perché fanno comodo a noi."
Un'affermazione che si sposa bene con la tesi secondo la quale le regole sono prima di tutto un gesto di riguardo e di attenzione nei confronti dei bambini e dei ragazzi. Stabilire regole e fare in modo che siano rispettate rientra a pieno diritto nelle funzioni del docente, non quelle dettate dalla norma bensì dal buon senso.
Alla base di tutto c'è una fiducia reciproca, quella che deve legare allievo e docente, e una piena consapevolezza in quest'ultimo del messaggio che implicitamente comunica agli studenti: sono qui per voi, nel vostro interesse; credo in me stesso, in quello che faccio e in voi. Può sembrare retorica, ma l'atteggiamento di un insegnante comunica ben più delle sue parole.
Un gruppo classe indisciplinato è un gruppo di ragazzi che non stanno ricevendo la cura che gli è dovuta e forse avvertono che chi dovrebbe guidarli verso mete di apprendimento, non intende assumersi la responsabilità connessa al ruolo.
Significative sono in tal senso le parole del docente di pedagogia sociale Raniero Regni (Essere insegnanti, divenire maestri, Atti del Convegno di Studi 'Educare oggi..."): " Coloro che vengono chiamati maestri devono la loro autorità meno all'istituzione che a se stessi; il loro carisma attinente meno alla loro funzione che alla loro persona; non li si subisce, li si segue.
Un maestro è qualcuno che insegna ciò che non si trova nei libri. Il maestro è l'uomo il cui insegnamento mi libera e mi permette di essere me stesso. Un maestro è colui che insegna la sua specialità e qualche altra cosa che è la sicurezza dei gesti e del pensiero, l'onestà, il gusto, il desiderio di sapere, il coraggio di riflettere, l'attitudine a giudicare, l'orgoglio di essere un po' più adulto e la gioia di disporre di se stesso. Il vero maestro è l'uomo che educa insegnando."






mercoledì 22 marzo 2017

IL PAPA AI GIOVANI: Siate protagonisti della vostra storia, decidete il vostro futuro!

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA XXXII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
201
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«Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49)


Tanti dicono che voi giovani siete smemorati e superficiali. Non sono affatto d’accordo! Però occorre riconoscere che in questi nostri tempi c’è bisogno di recuperare la capacità di riflettere sulla propria vita e proiettarla verso il futuro. Avere un passato non è la stessa cosa che avere una storia. Nella nostra vita possiamo avere tanti ricordi, ma quanti di essi costruiscono davvero la nostra memoria? Quanti sono significativi per il nostro cuore e aiutano a dare un senso alla nostra esistenza? I volti dei giovani, nei “social”, compaiono in tante fotografie che raccontano eventi più o meno reali, ma non sappiamo quanto di tutto questo sia “storia”, esperienza che possa essere narrata, dotata di un fine e di un senso. I programmi in TV sono pieni di cosiddetti “reality show”, ma non sono storie reali, sono solo minuti che scorrono davanti a una telecamera, in cui i personaggi vivono alla giornata, senza un progetto. Non fatevi fuorviare da questa falsa immagine della realtà! Siate protagonisti della vostra storia, decidete il vostro futuro! ....

Quando Dio tocca il cuore di un giovane, di una giovane, questi diventano capaci di azioni veramente grandiose. Le “grandi cose” che l’Onnipotente ha fatto nell'esistenza di Maria ci parlano anche del nostro viaggio nella vita, che non è un vagabondare senza senso, ma un pellegrinaggio che, pur con tutte le sue incertezze e sofferenze, può trovare in Dio la sua pienezza (cfr Angelus, 15 agosto 2015). Mi direte: “Padre, ma io sono molto limitato, sono peccatore, cosa posso fare?”.Quando il Signore ci chiama, non si ferma a ciò che siamo o a ciò che abbiamo fatto. Al contrario, nel momento in cui ci chiama, Egli sta guardando tutto quello che potremmo fare, tutto l’amore che siamo capaci di sprigionare. Come la giovane Maria, potete far sì che la vostra vita diventi strumento per migliorare il mondo. Gesù vi chiama a lasciare la vostra impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, la vostra storia e la storia di tanti (cfr Discorso nella Veglia, Cracovia, 30 luglio 2016).....

Fare memoria del passato serve anche ad accogliere gli interventi inediti che Dio vuole realizzare in noi e attraverso di noi. E ci aiuta ad aprirci per essere scelti come suoi strumenti, collaboratori dei suoi progetti salvifici. Anche voi giovani potete fare grandi cose, assumervi delle grosse responsabilità, se riconoscerete l’azione misericordiosa e onnipotente di Dio nella vostra vita.......

martedì 21 marzo 2017

PEDOFILIA. Il rapporto annuale Meter


Pedofilia: Don Di Noto (Meter), “occorre un approccio globale.
In Europa 18 milioni di bambini vittime di abusi sessuali

“La pedofilia – dice don Di Noto – è una tragedia criminale, da risvolti incontrollabili. Si combatte non da soli e neanche a settori. Non riguarda solo una categoria sociale o religiosa, ma è così tanto diffusa che gli sforzi per contrastarla sono sempre più insufficienti”.

 “È difficile parlare di pedofilia incolpando soltanto la Chiesa cattolica. È fuori discussione che l’abuso sia una mostruosità, specie se perpetrato da un sacerdote, è fuori discussione tra il 2004 e il 2013 sono stati ridotti allo stato laicale 900 preti.
Ma quando la polizia inglese parla di 750.000 abusatori in Inghilterra, ci sono almeno 750.000 vittime laggiù. E questo non interessa a nessuno. Basta con la lotta settoriale”.
È uno sfogo amaro quello con cui don Fortunato Di Noto, il sacerdote e fondatore dell’Associazione Meter onlus (www.associazionemeter.org) commenta i casi d’abuso e le notizie che arrivano dalla Santa Sede in questi giorni, specie dopo le dimissioni di Marie Collins, membro della Commissione voluta da Papa Francesco contro la pedofilia: “vicenda che deve farci maggiormente riflettere per operare meglio e con chiarezza e determinazione”.
“La pedofilia – dice don Di Noto – che è una tragedia criminale, da risvolti incontrollabili, si combatte non da soli e neanche a settori. Non riguarda solo una categoria sociale o religiosa, ma è così tanto diffusa che gli sforzi per contrastarla sono sempre più insufficienti”. E precisa: “Secondo i dati forniti dalla Agenzia Nazionale per il crimine nel 2015 i pedofili potenziali in Gran Bretagna erano circa 750mila. Impressionante, solo in una Nazione. Non riescono più a controllare il fenomeno. Bisogna fermare questa onda che sta travolgendo milioni di bambini”.
 Per il sacerdote siciliano: “Se solo in Europa ci sono 18 milioni di bambini abusati (dato dichiarato e mai smentito), con una proporzione di 1 ad 1 abbiamo 18 milioni di abusatori, stupratori o come li volete chiamare. Vogliamo fare una proporzione di 1 a 2? Sono almeno 9 milioni tra pedofili e abusatori. Dire che è un esercito è appena vicino alla realtà dei fatti”.
Quindi: “Gli abusi sessuali sui bambini, non solo nel nostro Paese Italia, ma in tutti gli Stati del mondo sono taciuti, si nutrono di silenzio e di connivenze, dove la burocratizzazione rallenta il fattivo impegno nella repressione e nella prevenzione”.
Secondo il fondatore di Meter: “La letteratura scientifica ci dice che l’Italia ha un indice di prevalenza di abusi e maltrattamenti del 9,5 per mille, pari a circa 70/80mila casi l'anno, rispetto all'11,2% dell'Inghilterra e al 12,1% degli Usa.
In Europa 18 milioni di bambini sono vittime di abusi sessuali (13,4% delle bimbe e 5,7% dei bambini), 44 milioni di violenza fisica (22,9%), 55 milioni di violenza psicologica (29,6%). Le nuove tecnologie non hanno migliorato la situazione.
La diffusione di Internet allarga alla realtà virtuale la geografia dell'infanzia violata e la non collaborazione internazionale permette l’impunità, la produzione e la diffusione del materiale dove i soggetti coinvolti non troveranno mai una giustizia e una liberazione”, conclude don Di Noto.


DR - ilportaledellafamiglia.org

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lunedì 13 marzo 2017

LA BUONA NOTIZIA? Dieci piccoli indizi.

  
PROVOCATI DAL MESSAGGIO DI FRANCESCO
 PER LE COMUNICAZIONI SOCIALI


Un contributo di Domenico Delle Foglie, presidente del Copercom, sul Messaggio di Papa Francesco per la 51esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali

Esiste uno statuto della “buona notizia”? La domanda si è fatta pressante dopo la pubblicazione del Messaggio di Papa Francesco per la 51esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali dal titolo: ‘Non temere, perché io sono con te’ (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo'.

Nel Messaggio, dopo aver indicato i limiti di una comunicazione orientata prevalentemente alle “cattive notizie”,  Francesco fa esplicito riferimento alla “buona notizia che è Gesù stesso”. Naturalmente non si nasconde il dolore e la sofferenza, ma chiede di “scorgere e illuminare la buona notizia presente nella realtà di ogni storia e nel volto di ogni persona”. E per far questo invita a individuare “tanti ‘canali’ viventi, attraverso le persone che si lasciano condurre dalla Buona notizia in mezzo al dramma della storia, e sono come fari nel buio di questo mondo, che illuminano la rotta e aprono sentieri nuovi di fiducia e di speranza”.

Ecco il vasto programma che il Papa indica ai protagonisti delle comunicazioni sociali che vogliano farsi seminatori di speranza e di fiducia in questo tempo. Un’autentica impresa, considerata la quantità di male che esonda dalle pagine dei quotidiani, dai teleschermi e dalle radio. Per non parlare dei social network, luoghi sempre più frequentati per esercitare il male (in varie forme) e ridicolizzare il bene (comunque si manifesti). Dunque proviamo, con uno sforzo di fantasia, a individuare alcuni indizi della buona notizia, nella quale intravedere le tracce del disegno di Dio sull’uomo di oggi. E anche a prescindere dalla vita stessa della Chiesa, perché la buona notizia per statuto non può essere autoreferenziale, moraleggiante e tranquillizzante. I santi, a cui pure il Papa fa esplicito riferimento come  “Vangelo ristampato”, “uomini e donne diventati icone in mezzo al dramma della storia”, non  lo sono stati.  Al massimo lo sono diventati, grazie all’improvvida intermediazione di altri. Uno per tutti, San Francesco, vi pare autoreferenziale, moraleggiante e tranquillizzante?

Ecco il primo indizio: la buona notizia semina speranza e fiducia, ma non ambisce all’autoreferenzialità e  alla tranquillità dello scorrere dei giorni. E tanto meno vuol essere moraleggiante.

Secondo: la buona notizia si annida nel quotidiano volgersi delle ore e dei giorni e perciò stesso non si può curare di governare il tempo, quanto sperare di trovare spazio nel cuore e nelle menti.

Terzo: la buona notizia è impastata della vita degli uomini e delle donne e perciò non può essere ridotta a un’astrazione e tanto meno all’effetto di un’idea, o peggio, di un’ideologia.

Quarto: la buona notizia si manifesta apertamente nel racconto dell’uomo o della donna colti nel loro tempo e nel loro spazio. Una sorta di immanenza che è propria della tradizione cristiana. È il “qui e ora” dei cristiani, proprio sulla scia di quel Gesù che non si sottrasse al “suo” qui e ora.

Quinto: la buona notizia è quella in cui la trascendenza sa anche nascondersi e velarsi. Non richiede la professione di fede, ma si fa vita buona e manifesta una direzione giusta che non tradisce l’uomo nella sua umanità.

Sesto: la buona notizia fa i conti con la povertà di ciascuno e non si nasconde la difficoltà di non tradire l’umanità. Sa rendere conto dello sforzo dell’uomo di essere fedele a se stesso e alle proprie radici e perciò stesso si rende fedele a Dio.

Settimo: la buona notizia rispetta la nostra antropologia, anzi cerca di decifrarla nelle forme nuove che la vita porge, senza assecondare l’illusione dei desideri, ma senza ergersi a giudice impietoso.

Ottavo: la buona notizia è disinteressata. Non persegue l’obiettivo della gratificazione o del proselitismo. Ha il sapore e la forza delle cose buone, perciò è fragrante e adatta a tutti. Di ogni colore, genere, razza e religione.

Nono: la buona notizia non si impone con la forza. Né della spada né della ragione, a volte ancor più tagliente della lama. Entra nelle vite degli altri in punta di piedi.

Decimo: la buona notizia è il frutto dei nostri occhiali nuovi che hanno sperimentato la speranza e la fiducia anche nelle situazioni più difficili, dunque è pronta a raccontare “cuori capaci di commuoversi,  volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire”.
  



sabato 11 marzo 2017

Domenica 12 marzo: TABOR, QUELLA LUCE DIVINA SOTTO LA SUPERFICIE DEL MONDO

 
"In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».
 
Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». (...)"
 
La Quaresima ci sorprende: la consideriamo un tempo penitenziale, di sacrifici, di rinunce, e invece oggi ci spiazza con un Vangelo pieno di sole e di luce, che mette energia, dona ali alla nostra speranza. Gesù prese con sé tre discepoli e salì su di un alto monte. I monti sono come indici puntati verso il mistero e le profondità del cosmo, raccontano che la vita è un ascendere verso più luce, più cielo: e là si trasfigurò davanti a loro, il suo volto brillò come il sole e le vesti come la luce.

L'esclamazione stupita di Pietro: che bello qui, non andiamo via... è propria di chi ha potuto sbirciare per un attimo dentro il Regno. Non solo Gesù, non solo il suo volto e le sue vesti, ma sul monte ogni cosa è illuminata. San Paolo scrive a Timoteo una frase bellissima: Cristo è venuto ed ha fatto risplendere la vita. Non solo il viso e le vesti, non solo i discepoli o i nostri sogni, ma la vita, qui, adesso, quella di tutti.

Ha riacceso la fiamma delle cose. Ha messo nelle vene del mondo frantumi di stelle. Ha dato splendore e bellezza all'esistenza. Ha dato sogni e canzoni bellissimi al nostro pellegrinare di uomini e donne. Basterebbe ripetere senza stancarci: ha fatto risplendere la vita, per ritrovare la verità e la gioia di credere in questo Dio, fonte inesausta di canto e di luce. Forza mite e possente che preme sulla nostra vita per aprirvi finestre di cielo.
 
Noi, che siamo una goccia di luce custodita in un guscio d'argilla, cosa possiamo fare per dare strada alla luce? La risposta è offerta dalla voce: Questi è il mio figlio, ascoltatelo. Il primo passo per essere contagiati dalla bellezza di Dio è l'ascolto, dare tempo e cuore al suo Vangelo. L'entusiasmo di Pietro ci fa inoltre capire che la fede per essere forte e viva deve discendere da uno stupore, da un innamoramento, da un che bello! gridato a pieno cuore.
 
Perché io credo? Perché Dio è la cosa più bella che ho incontrato, perché credere è acquisire bellezza del vivere. Che è bello amare, avere amici, esplorare, creare, seminare, perché la vita ha senso, va verso un esito buono, che comincia qui e scorre nell'eternità. Quella visione sul monte dovrà restare viva e pronta nel cuore degli apostoli. Gesù con il volto di sole è una immagine da conservare e custodire nel viaggio verso Gerusalemme, viaggio durissimo e inquietante, come segno di speranza e di fiducia.
 
Devono custodirla per il giorno più buio, quando il suo volto sarà colpito, sfigurato, oltraggiato. Nel colmo della prova, un filo terrà legati i due volti di Gesù. Il volto che sul monte gronda di luce, nell'ultima notte, sul monte degli ulivi, stillerà sangue. Ma anche allora, ricordiamo: ultima, verrà la luce. «Sulla croce già respira nuda la risurrezione» (A. Casati).
 
(Letture: Genesi 12,1-4; Salmo 32; 2 Timoteo 1,8-10; Matteo 17,1-9) 
 
 Ermes Ronchi 
 

(tratto da www.avvenire.it)

giovedì 9 marzo 2017

GENDER. IL DOCUMENTO DEI PEDIATRI AMERICANI


I Pediatri americani pubblicano un documento  sul GENDER.

  Evidenziati i i rischi  di talune scelte.


 In sintesi, ecco l'octalogo:

1. La sessualità umana è oggettivamente binaria: xx=femmina, XY= maschio;
2. Nessuno è nato con un genere, tutti sono nati con un sesso;

3. Se una persona crede di essere ciò che NON è, questo è da considerare quantomeno come uno stato di confusione;

4. La pubertà non è una malattia e gli ormoni che la bloccano possono essere pericolosi;
5. il 98% dei ragazzi e l'88% delle ragazze che hanno problemi di identità di genere durante la pubertà, li superano riconoscendosi nel proprio sesso dopo la pubertà;
6. l'uso di ormoni per impersonare l'altro sesso può causare sterilità, malattie cardiache, ictus, diabete e cancro;
7. il tasso di suicidi tra i transessuali è 20 volte quello medio, anche nella Svezia che è il paese più gay friendly del mondo;
8. è da considerarsi abuso sui minori convincere i bambini che sia normale impersonare l'altro sesso mediante ormoni o interventi chirurgici.

Per leggere il documento originale: