La Lectio magistralis sul
tema “Giubileo: un cammino di misericordia, speranza e conversione per tutti”
pronunciata dal cardinale penitenziere maggiore.
- - di Lorena Leonardi - Città del
Vaticano
Tre icone: l’uomo ricco,
i discepoli di Emmaus, Maria di Magdala. Personaggi fonte di ispirazione per
vivere un Giubileo di misericordia, di speranza, di conversione. Si è snodata
attraverso queste linee la Lectio magistralis tenuta dal
cardinale Penitenziere maggiore Angelo De Donatis ieri pomeriggio, 24 marzo,
nella basilica romana di San Lorenzo in Damaso, annessa al palazzo della
Cancelleria. L’intervento apriva la XXXV edizione del corso della Penitenzieria
Apostolica sul Foro interno, i cui lavori proseguiranno fino a venerdì 28.
Cosa fare per l'Anno
Santo
A dare il via alla
riflessione del porporato sul tema “Giubileo: un cammino di misericordia,
speranza e conversione per tutti”, l’interrogativo – rivolto spesso dai fedeli
ai sacerdoti – “Cosa dobbiamo fare per l’Anno Santo?”, nel quale
riecheggia la domanda del ricco che chiede al Signore cosa deve “fare di buono
per avere la vita eterna”.
Nella risposta si cela un
rischio, ha avvisato De Donatis, quello di “mettere in fila” una serie di cose
da fare: un “bel pellegrinaggio”, un “buon esame di coscienza”, una visita a
una Porta santa, una “buona confessione, la celebrazione e la preghiera in
comunione con il Papa e con tutta la Chiesa, il Credo, un atto di carità, pure
eroico e pieno di soddisfazione”, ha elencato. Al termine del processo avrebbe
luogo una sorta di “ratifica” di ciò che con tanta dedizione è stato portato a
termine.
La misericordia, spazio
da cui partire
Eppure, ha osservato,
all’uomo ricco Gesù non dice “se vuoi avere la vita”, bensì “se vuoi entrare
nella vita”, secondo una prospettiva molto diversa, che si traduce in un
percorso giubilare mirato ad “abitare” uno spazio di infinita tenerezza dove
“rimanere e da lì muoversi”.
In questo senso, la
misericordia non è una meta, ma “lo spazio da cui partire”. Traslando la
risposta fornita da Gesù all’uomo ricco, il dono giubilare consentirà “di
entrare nella vita, e vivere non tanto il nostro Giubileo” ma quello del Padre,
entrando nella sua “abbondante misericordia”. Perché il nostro, ha spiegato il
penitenziere maggiore, è “un servizio alla salvezza e non un prontuario di cose
da compiere”, e ogni azione pastorale “è un incoraggiamento ad entrare nella
vita, non ad averla”.
Fare è più facile che
obbedire
Entrare nel Giubileo è
avere accesso in questa volontà misericordiosa di Dio Padre che per noi è
entrare nell’obbedienza, anche quando – come succede al tale ricco – fare
risulta più facile che obbedire. Ma, ha proseguito, “più siamo entrati nella
misericordia di Dio, più la comprendiamo, più sapremo obbedire alla modalità
giubilare che Dio Padre ha pensato per noi”.
La prospettiva della
speranza
Ecco che la disposizione
alla volontà misericordiosa del Padre ci apre alla seconda prospettiva
giubilare, quella della speranza. Figure di riferimento in questo senso, i due
di Emmaus, che “dalla tristezza iniziano a sperare” grazie alla gioia di “vedere
un pane che ancora si spezza e si moltiplica”.
Anche qui si nasconde
un’insidia: vivere l’anno giubilare come “un sussulto momentaneo di speranza”,
“un po’ di ossigeno nella tragicità delle guerre, delle violenze, del male del
mondo, delle nostre stesse delusioni”. Invece l’obiettivo è andare verso una
“speranza ferma”, senza ridurre la questione a noi stessi; il pellegrino “non
ha risolto i suoi problemi”, anzi: il cammino presenta “ostacoli,
rallentamenti, forti accelerazioni, soste impreviste o troppo prolungate”.
Il sostegno della grazia
La forza della speranza,
dal canto suo, non sta nelle “soluzioni” alle attese, ma nella “certezza della
mano di Cristo accanto a noi”, come compreso dai discepoli di Emmaus. Solo così
la speranza – che ha radice nella fede, altrimenti sarebbe illusoria –
non delude: non importa che la vita sia nel benessere, nella salute,
nella malattia, nella paura, nella sicurezza, perché in qualsiasi situazione vi
è il sostegno della grazia.
Se “l’ultima parola,
sulle delusioni del mondo e della vita, l’avrà non la morte, non il buio, ma la
luce del Risorto” che è accanto “qui ed ora”, allora si allarga la speranza per
l’umanità. Tutti i pellegrini – “i poveri, gli ultimi, i delusi e gli ottimisti,
i ricchi, chi riesce e chi fa fatica, gli sfruttati e coloro che subiscono il
male, chi è protagonista di cose importanti e chi fa fatica a trovare gioie
stabili, chi è solo e chi è circondato di affetto – tutti”, ha scandito il
penitenziere maggiore, “possono sperare nell’ultima parola che è la vita, la
risurrezione, l’amore che vince”.
Lungi dall’essere “una
medicina o una terapia per chi è nel buio”, la speranza è una “caratteristica
permanente” del credente, che dà senso alla vita, ha aggiunto il cardinale De
Donatis invitando a “riscoprire la forza della narrazione” per raccontare “la
salvezza nelle pieghe feriali della vita”.
La conversione,
esperienza di Paradiso
Si giunge così al terzo
aspetto giubilare, quello della conversione, incarnato da Maria di Magdala.
Cristo ci verrà incontro come a colei che riconosce il Suo volto, se al
passaggio della Porta Santa arriveremo “con il cuore riconciliato”,
riappacificati con la nostra storia. Ogni conversione, d’altra parte, richiede
di “riconsiderare con gratitudine ciò che abbiamo vissuto” – fallimenti inclusi
–, “rileggere le ferite con occhi nuovi” così da poter individuare la salvezza
che si rende “visibile” nella nostra vita. Muniti, come le vergini della
parabola, dell’ “olio” delle risorse, delle fatiche, della speranza “nonostante
tutto”. Allora sì che la conversione “non sarà un programma di vita” ma una
“esperienza di Paradiso: vivremo la terra, la storia già con gli occhi del
cielo”.
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