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sabato 12 settembre 2026

KYRIOS o ADELPHOS ?

 

Dalla dialettica 

servo-padrone 

alla relazione 

tra il Padre 

e i suoi figli


Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola nella XXIV domenica del tempo ordinario (anno A)

Sir 27,30–28,7; Sal 102/103; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

Ad oltranza! È la logica evangelica, illustrata dal Maestro di Nazareth ai discepoli nel discorso della montagna (se leggiamo il vangelo secondo Matteo), nel discorso della pianura (se leggiamo il vangelo secondo Luca) e in ogni altro suo insegnamento. Dare di tutto e di più: la tunica, oltre che il mantello; l’altra guancia a chi ti schiaffeggia. E fare di tutto e di più: tutto il viaggio con chi chiede compagnia, non solamente un tratto di strada. Vale soprattutto quando si tratta di amare: «Mi ami tu di più?» (Gv 21,15), chiede il Risorto a Pietro sulla spiaggia di Tiberiade. E vale quando si tratta di perdonare, dato che il perdono è un’espressione dell’amore, motivato da esso, strettamente connesso a esso: «Molto le è perdonato, perché molto ha amato», dice Gesù in riferimento alla donna che gli lava i piedi in casa di Simone il fariseo, aggiungendo infine: «Invece colui al quale si perdona poco, ama poco» (Lc 7,47).

Nell’odierna pagina evangelica la sovreccedenza del perdono si rivela incommensurabile. A Pietro, che gli chiede quante volte dovrà perdonare il fratello che sbaglia nei suoi confronti, lasciando capire che sta già mettendo in conto di essere disponibile a perdonarlo tante volte («Fino a sette volte?», ipotizza l’apostolo, presumendo di sforzarsi chissà quanto), Gesù risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Cioè: non tante volte, ma sempre.

Un paradigma difficile da coniugare nella vita quotidiana, ma necessario per dimostrare d’essere davvero discepoli del Rabbi galileo. La difficoltà spicca specialmente allorché la regola del perdono a oltranza sembra subire lo stress dell’incoerenza nella morale che Gesù stesso distilla dalla parabola del servo impietoso: «Anche il Padre mio celeste farà ugualmente con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Quel «farà ugualmente» rimanda alla punizione inflitta dal «padrone» al «servo malvagio» che, nonostante avesse ricevuto il condono del suo grandissimo debito, non era stato disposto a condonare a sua volta il debito – di più piccola entità – che un suo collega aveva contratto con lui: «Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto».

Come spiegare questa conclusione, che sembra denunciare quanto irrealistico possa risultare, alla prova dei fatti, il perdono a oltranza? Come non recepirla quale clamorosa smentita della misericordia divina, che dovrebbe fungere da archetipo esemplare cui il credente biblico è chiamato a corrispondere col suo personale comportamento? Il perentorio avvertimento, che Gesù ricava dalla sua stessa parabola, sembra riecheggiare il brano anticotestamentario del Siracide che ascoltiamo come prima lettura: «Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati». Ma, d’altra parte, sembra sconfessare il salmista, che nella liturgia della Parola di questa domenica ci garantisce che la giustizia di Dio verso di noi non si limita dentro gli angusti parametri della giustizia umana: «Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia. Non sta in lite per sempre, non rimane adirato in eterno. Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe».

Per rispondere sensatamente a queste domande, torna utile prendere in considerazione le parole che ricorrono maggiormente nella parabola raccontata da Gesù: «padrone» (kýrios, nel greco dell’evangelista Matteo) e «servo» (doûlos). Dalla narrazione emerge una controversa dialettica tra i due. Essa non è presentata negli stessi termini con cui, molto tempo dopo, nel XIX secolo, Hegel avrebbe argomentato filosoficamente la “dialettica servo-padrone” (o “signore-servitore”). Difatti, qui non si parla di una reazione del servo contro il padrone per affrancarsi dalla sua condizione di sottomissione. Gesù parla, sì, di un debito del servo nei confronti del suo padrone (e il debito può essere inteso, anche nella parabola, come metafora per nulla velata della sudditanza del servo verso il suo signore), ma contestualmente parla pure della «compassione» del padrone verso le difficoltà del suo servo (e la voce verbale greca per dire che egli «ebbe compassione» è splanchnízomai, la stessa usata nella parabola del buon samaritano per descriverne la compassione verso la vittima dei briganti, la medesima usata nella parabola del figliol prodigo per descrivere la compassione di suo padre). La compassione induce il padrone a immedesimarsi nel servo, a provare interiormente qualcosa della sua angoscia, ad avvertire intimamente il peso della sua fatica esistenziale. E gli apre gli occhi sui reali contorni della situazione: un debito così grande non potrà mai essere saldato. Pretenderne il totale risarcimento equivarrebbe a rovinare irrimediabilmente la vita del debitore: giacché la messa in vendita di lui, della moglie e dei figli al mercato degli schiavi, avrebbe comportato la disgregazione della sua famiglia, la distruzione del suo universo affettivo. C’è, comunque, una via d’uscita dalla dialettica tra servitore e signore, tra servo e padrone, che non sia necessariamente la rivolta da una parte o la repressione dall’altra: l’estinzione del debito, non tramite il pagamento da parte del servo, bensì grazie al condono da parte del padrone. La qual cosa significa che il modo più efficace per risolvere la dialettica è trasformarla in un’autentica relazione.

La relazione implica che tutti coloro che vi sono coinvolti si riconoscano reciprocamente come persone. Nella relazione si diventa soggetti responsabili, si smette di essere oggetti alla mercé altrui. Nella relazione tutti sono trattati come persone, non come cose. Le cose hanno un prezzo, si vendono e si comprano. Le persone non hanno prezzo: il rapporto che intrattengono tra di loro è connotato dalla gratuità e dalla graziosità. E, se un debito rimane da saldare, questo è la grazia, come Gesù ha occasione di dire ai suoi discepoli: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).

La grazia è ciò che trasfigura il padrone in un padre pietoso. Egli, calandosi nei panni del debitore disperato per la rovina imminente della sua famiglia, decide di comportarsi non più come un padrone ma, giustappunto, come un padre di famiglia. Decide di trattare il servo come un figlio, cambiando così anche se stesso: egli giunge a dimostrare tratti paterni. Invece il servo impietoso rimane refrattario alla trasformazione, non si lascia contagiare dalla conversione vissuta dal suo signore. La colpa di quell’uomo, il suo sbaglio madornale, è di continuare a concepirsi come un servo. Lo stesso errore dei due giovani di cui si parla nella parabola del figliol prodigo, o dei due figli mandati – prima l’uno, poi l’altro – a lavorare nella vigna di famiglia, tutti parimenti incapaci di accettare come padre colui che consideravano soltanto un padrone. Di conseguenza incapaci di sapersi figli ed eredi, piuttosto che operai sfruttati o impiegati sottopagati. E incapaci di accogliersi l’un l’altro come fratelli.

Traducendo la dialettica in relazione, cambia tutto il vocabolario: non più “padrone” (kýrios), ma finalmente “Padre” (Patḗr nel greco di Matteo); non più “servo” (doûlos) e “collega/compagno” (sýndoulos, con-servitore), ma ormai “fratello” (adelphós). A questo punto la morale con cui Gesù conclude la sua parabola non solo diventa più chiara, ma si propone come la chiave di lettura dell’intera pagina evangelica: occorre smarcarsi dalla dialettica servo-padrone ed entrare nella relazione tra il Padre e i figli, i quali, imitando il Padre, riescono a perdonarsi «di cuore» tra di loro, come veri fratelli.

Il cuore diventa la misura smisurata del perdono fraterno. E noi stessi ci scopriamo misura della grazia, come Gesù – in altre pagine dei vangeli – insegna: «Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? […] Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6,31-38).

 

www.tuttavia.eu

 

 

sabato 5 settembre 2026

PEDAGOGIA DELLA CORREZIONE

 

Il metodo oltranzista

 della riconciliazione

 comincia con la correzione 

e culmina nella preghiera



Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXIII domenica del tempo ordinario (anno A)

EZ 33,1.7-9; Sal 94/95; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

Nell’odierna pagina evangelica è illustrata una vera e propria pedagogia della correzione, che via via si dimostra anche un metodo di riconciliazione fraterna. La prima – la correzione – è finalizzata alla seconda – alla riconciliazione – e, anzi, ne costituisce la premessa. A sua volta, la riconciliazione esprime appieno la finalità autentica della correzione. La quale, se rimane fine a se stessa, irreggimentata dentro il rigido schematismo delle “regole”, rimane un inconcludente e – anzi – controproducente esercizio di autorità.

Gesù, dunque, addita ai discepoli la “via da percorrere” – questo significa, secondo il suo etimo greco, la parola “metodo” – per mettere la vita della comunità al riparo da ciò che la può svilire e mortificare dal suo di dentro: le reciproche incomprensioni, le liti intestine, la prevaricazione degli uni sugli altri, lo scisma doloroso e la disgregazione finale.

Per evitare tutto ciò, il Maestro di Nazareth insegna un metodo “a oltranza”: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te (ossia: se sbaglierà nei tuoi confronti, dato che qui la voce verbale greca è hamartánein, sbagliare appunto, lasciarsi allucinare, prendere un abbaglio), va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà (qui la voce verbale greca è akoúein), avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà (di nuovo akoúein), prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà (stavolta la voce verbale è parakoúein, che significa fraintendere: se poi fraintenderà) costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà (di nuovo parakoúein) neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano».

La correzione non è una manovra facile. A ostacolarne il buon esito è il rischio del fraintendimento. Chi compie una “colpa” contro il fratello, in realtà ne sta fraintendendo le azioni e le intenzioni: sta prendendo un abbaglio, non per cattiveria, ma per un deficit di chiarezza, nel suo modo di vedere le cose, ma probabilmente anche nelle cose stesse, per come sono poste in essere attorno a lui. Pertanto, nell’ammonire chi sbaglia, occorre estrema chiarezza. Innanzitutto, la chiarezza delle intenzioni, del perché si rivolge a qualcuno un ammonimento. Quindi, anche la chiarezza delle espressioni, dei modi, delle parole con cui si formula l’ammonimento. Se non si pone attenzione a tutto questo, la correzione non ha successo, non raggiunge il suo scopo, giacché tale scopo – cioè la riconciliazione – resta incomprensibile a chi viene ammonito e – più a monte – incompreso da chi ammonisce. La postura della correzione dev’essere la più dialogica possibile. Essa non deve imporsi, ma proporsi. Non è il fine, ma uno strumento. Non è un’ingiunzione, bensì un chiarimento. Per riuscire efficace, dev’essere motivata in nuce, intrinsecamente, dalla speranza della riconciliazione.

Con lucido realismo Gesù mette in conto queste difficoltà e le segnala ai suoi amici. Il metodo può incepparsi a ogni piè sospinto. Il Maestro, tuttavia, incoraggia i discepoli a non demordere dal loro impegno di costruire la riconciliazione. La quale si prospetta come la pace da conquistare sconfiggendo la guerra e il corredo di errori che l’hanno causata: le presupposizioni, le presunzioni, i pretesti, i risentimenti. Non bisogna arrendersi mai, suggerisce Gesù a Pietro e agli altri suoi compagni. Nemmeno allorché la persona che ha sbagliato (che ha preso l’abbaglio), imperterrita, rifiuta ogni chiarimento e ogni tentativo di dialogo, sottraendosi al confronto personale e alla verifica comunitaria, così isolandosi prima ancora di essere isolato. Persino in questa estrema eventualità non ci si deve rassegnare al fallimento. La via della riconciliazione non deve rimanere sbarrata. Perché non è detto che chi resta isolato (scomunicato) abbia torto, o tutto il torto. Tra le righe del brano matteano si può ravvisare, difatti, non solo la possibilità di non riuscire – da parte dell’uno – a recepire nessun chiarimento, ma pure il pericolo di non riuscire – da parte degli altri – a offrire alcun effettivo chiarimento.

L’oltranzismo di Gesù non è dovuto a una marcata attitudine diplomatica. Egli non è un negoziatore. Quando qualcuno gli chiede di dirimere una questione d’eredità tra due fratelli, risponde che non spetta a lui fare da giudice o da arbitro in mezzo agli uomini (cf. Lc 12,14). Egli, piuttosto, viene per obbedire alla volontà di Dio Padre suo e per annunciare tale volontà: «Così è la volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda» (Mt 18,14). Questo versetto è immediatamente precedente ai versetti riportati nella pagina evangelica che oggi ascoltiamo nella liturgia della Parola. Esso dichiara il vero motivo per cui nella comunità ecclesiale ci si deve impegnare a oltranza per chiarire come stanno le cose e per realizzare la riconciliazione: non è semplicemente per vivere in serenità tutti assieme – volemose bene, si direbbe in romanesco –, ma per fare la paterna volontà di Dio, che consiste nel riscattare dall’errore tutti, ma proprio tutti, senza lasciare nello smarrimento nessuno. Non a caso, nei versetti ancora precedenti, l’evangelista riferisce brevemente la parabola della pecorella smarrita da recuperare a ogni costo: «Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite» (Mt 18,12-13).

È, nondimeno, il motivo per cui riecheggia in questa pagina la consegna fatta da Gesù a Pietro nei pressi di Cesarea di Filippo: «In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo». Il contesto pedagogico, in cui questo avvertimento viene ripreso, ne chiarisce il senso più profondo ed esigente: il ruolo degli apostoli non ha un’indole poliziesca, il loro compito non è di fare i gendarmi nella comunità credente, essi non devono presiedere un supremo tribunale, ma escogitare – con inesauribile creatività pastorale – ogni possibile accorgimento per favorire la comunione e per rompere le catene che ci impediscono di correre gli uni incontro agli altri. Infatti, se è pur vero che a perdersi è la persona che sbaglia, è altrettanto vero che l’intera comunità, e ognuno in essa, ha la responsabilità ineludibile di far di tutto per ritrovare chi s’è smarrito.

C’è qui l’eco di ciò che il Signore ordina a Ezechiele nella prima lettura di questa domenica. Il profeta ha l’obbligo di avvertire gli altri del pericolo mortale che corrono se non vivono secondo la volontà di Dio: ne va della loro redenzione, che è la missione impegnandosi per la quale anche il profeta sperimenta la sua personale salvezza. E c’è il riverbero della seconda lettura, lì dove Paolo – scrivendo ai Romani – spiega che la legge di Dio (la sua santa volontà, potremmo in questo caso intendere) si compie davvero nell’amore vicendevole (agápē si legge nel testo greco). Perché la carità rende capaci di interpretare correttamente le regole e le norme, di rintracciare in esse il loro senso salvifico, dentro e – se necessario – finanche oltre la loro lettera. Paolo, giustamente, annota a tal proposito: «Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai [la moglie o le cose altrui], e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso». I comandamenti che vietano ogni frattura della coesione comunitaria si traducono, in positivo, nella spinta ad amare il prossimo come sé stessi. Come a dire che la riconciliazione serve a tutti: a chi sbaglia, per non restare isolato, e a chi è colpito dal suo errore, per non rimanerne incurabilmente ferito.

Dio solo sa quanto difficile sia per noi riuscire ad applicare questo metodo. Affidato ai nostri sforzi, esso potrà mille volte risultare inefficace. Ma il percorso additato dal Maestro ai suoi discepoli culmina in un approdo infallibile, che è l’appoggio di Dio Padre: «In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». L’oltranzismo di Gesù, a questo punto, si rivela con evidenza tutt’altro che meramente diplomatico: è, semmai, orante. La preghiera interviene come punta di diamante del metodo della riconciliazione: se la correzione è la prima – pur sempre incerta – mossa da fare, l’invocazione dell’aiuto del Signore è certamente la mossa vincente. Per questo la pace è, in definitiva, dono di Dio.

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mercoledì 2 settembre 2026

ENZO BIANCHI



𝗨𝗡𝗔 𝗩𝗜𝗧𝗔 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗥𝗜𝗖𝗘𝗥𝗖𝗔 
𝗗𝗘𝗟 𝗩𝗔𝗡𝗚𝗘𝗟𝗢

𝗗𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗶𝘁𝘂𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗕𝗼𝘀𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗿𝗮𝘁𝗲𝗿𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗠𝗮𝗱𝗶𝗮: 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝘂𝗼𝗺𝗼, 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗼𝗹𝗼𝗿𝗼𝘀𝗮 𝘀𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲

È morto ieri, 1° settembre 2026, all’età di 83 anni, Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose e, negli ultimi anni della sua vita, della fraternità monastica Casa della Madia.

Ma chi era veramente Enzo Bianchi? Per comprenderlo non basta ricordare che fu il fondatore di Bose, né è sufficiente fermarsi alla controversa vicenda che lo portò, nel 2020-2021, a lasciare quella stessa comunità alla quale aveva dedicato più di mezzo secolo della propria vita.

La sua storia è molto più complessa.

È la storia di un uomo che, ancora giovane, sentì il desiderio di cercare Dio attraverso una forma radicale di vita evangelica; di un laico che scelse la vita monastica; di una piccola esperienza nata nel silenzio e diventata, nel corso dei decenni, una realtà conosciuta in tutto il mondo cristiano; di uno studioso della Scrittura che fece della Parola di Dio il centro della propria esistenza; di un uomo che dedicò una parte enorme della propria vita al dialogo ecumenico e all’ospitalità.

Ma è anche la storia di una grande frattura: quella con la comunità da lui fondata e con la Santa Sede.

E proprio perché tutte queste dimensioni appartengono alla sua vicenda, raccontare Enzo Bianchi significa tenere insieme luci e ombre, riconoscimenti e difficoltà, entusiasmo e sofferenza.


𝗟𝗘 𝗢𝗥𝗜𝗚𝗜𝗡𝗜: 𝗨𝗡 𝗚𝗜𝗢𝗩𝗔𝗡𝗘 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗥𝗜𝗖𝗘𝗥𝗖𝗔 𝗗𝗜 𝗗𝗜𝗢

Enzo Bianchi nacque il 3 marzo 1943 a Castel Boglione, nel Monferrato, in provincia di Asti.Dopo gli studi intrapresi alla Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, la sua vita prese progressivamente un’altra direzione. Alla fine del 1965, nell’anno stesso della conclusione del Concilio Vaticano II, si recò a Bose, allora una piccola frazione abbandonata del Comune di Magnano, sulla Serra di Ivrea.
Non arrivò in quel luogo con un progetto già compiuto e con una comunità alle spalle.
Arrivò praticamente solo. L’intenzione era quella di dare vita a una comunità monastica nella quale cercare di vivere il Vangelo in modo radicale, attraverso la preghiera, il lavoro, la solitudine, l’ascolto della Scrittura e la fraternità.

Era una scelta profondamente segnata dal clima del Concilio Vaticano II.

Non si trattava semplicemente di riproporre un monastero tradizionale.
Bianchi cercava una forma di vita monastica capace di tornare alle fonti: la Scrittura, la preghiera, la fraternità, la povertà, il lavoro e l’ospitalità.

E soprattutto cercava una comunità nella quale il Vangelo non fosse soltanto studiato o proclamato, ma diventasse una forma concreta di vita.


𝗕𝗢𝗦𝗘: 𝗤𝗨𝗔𝗡𝗗𝗢 𝗨𝗡𝗔 𝗣𝗜𝗖𝗖𝗢𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗜𝗧𝗔̀ 𝗗𝗜𝗩𝗘𝗡𝗧𝗢̀ 𝗨𝗡𝗔 𝗚𝗥𝗔𝗡𝗗𝗘 𝗘𝗦𝗣𝗘𝗥𝗜𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗘𝗖𝗖𝗟𝗘𝗦𝗜𝗔𝗟𝗘

Nel 1968 arrivarono i primi fratelli e le prime sorelle. La Comunità di Bose crebbe lentamente.

Uomini e donne, appartenenti inizialmente anche a differenti confessioni cristiane, cominciarono a condividere la preghiera, il lavoro e la vita quotidiana.
Era una realtà certamente particolare nel panorama cattolico italiano.
Bose divenne progressivamente un luogo di incontro tra cattolici, ortodossi, protestanti e appartenenti ad altre tradizioni cristiane.

Ma divenne anche un luogo dove potevano incontrarsi credenti e non credenti, persone in ricerca, giovani, studiosi, uomini e donne desiderosi semplicemente di fermarsi, pregare, ascoltare o parlare.

Bianchi rimase priore della comunità dalla fondazione fino al 25 gennaio 2017.
Nel 1983 fondò inoltre le Edizioni Qiqajon, attraverso le quali vennero pubblicati testi di spiritualità biblica, patristica, liturgica e monasticaIl suo lavoro intellettuale fu enorme.
Scrisse libri, articoli, commenti biblici, meditazioni e testi spirituali.

Ma sarebbe riduttivo definirlo semplicemente uno scrittore religioso. Per Bianchi la scrittura nasceva dalla vita e doveva ritornare alla vita.

𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗥𝗢𝗟𝗔 𝗗𝗜 𝗗𝗜𝗢 𝗔𝗟 𝗖𝗘𝗡𝗧𝗥𝗢Forse il modo più semplice per comprendere la spiritualità di Enzo Bianchi è partire da una parola:

𝗣𝗮𝗿𝗼𝗹𝗮.
La Scrittura non era per lui un oggetto di studio riservato agli specialisti.
Era il luogo nel quale il credente viene continuamente chiamato ad ascoltare Dio.
Da qui l’importanza della lectio divina, della meditazione, del silenzio e della preghiera.
La Bibbia doveva essere letta non soltanto per sapere qualcosa in più su Dio, ma per lasciarsi interpellare da Dio. 
La vita monastica diventava così una scuola di ascolto. Ascoltare la Parola.  Ascoltare Dio. Ascoltare l’altro. Ascoltare anche il grido dell’uomo contemporaneo.

E questo spiega perché Bose non fu mai semplicemente un luogo di clausura spirituale.
Fu anche un luogo di accoglienza.


𝗟𝗢𝗦𝗣𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗧𝗔̀: 𝗔𝗖𝗖𝗢𝗚𝗟𝗜𝗘𝗥𝗘 𝗟𝗔𝗟𝗧𝗥𝗢

L’ospitalità rappresentò uno degli elementi più importanti della spiritualità di Bianchi.
A Bose potevano arrivare persone molto diverse tra loro: credenti, non credenti, persone in ricerca, giovani, persone ferite, uomini e donne desiderosi di trascorrere un tempo di silenzio o di confronto.


Questa dimensione fu riconosciuta esplicitamente anche da Papa Francesco.


L’11 novembre 2018, in occasione del cinquantesimo anniversario della Comunità monastica di Bose, Francesco scrisse personalmente a Enzo Bianchi.

È un documento di grande importanza per comprendere il giudizio che il Papa aveva allora sull’esperienza di Bose.

Francesco parlò di una presenza “feconda” nella Chiesa e nella società e riconobbe alla comunità il merito di aver favorito il rinnovamento della vita religiosa nel solco del Concilio Vaticano II.

Ma soprattutto indicò tre aspetti particolarmente significativi: l’unità delle Chiese cristiane, il dialogo e il ministero dell’ospitalità.


Il Papa espresse apprezzamento per l’accoglienza riservata a tutti, credenti e non credenti, per l’ascolto delle persone in ricerca e per il servizio offerto ai giovani.
Non è un particolare secondario.

Perché dimostra che il rapporto tra Enzo Bianchi e Papa Francesco non può essere raccontato semplicemente come un rapporto di opposizione.

Al contrario: ci fu un periodo nel quale Francesco guardò con evidente favore all’esperienza di Bose e al suo fondatore.


𝗘𝗡𝗭𝗢 𝗕𝗜𝗔𝗡𝗖𝗛𝗜 𝗘 𝗣𝗔𝗣𝗔 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢: 𝗨𝗡 𝗥𝗔𝗣𝗣𝗢𝗥𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗣𝗟𝗘𝗦𝗦𝗢

Negli anni del pontificato di Francesco, Bianchi fu una figura conosciuta e ascoltata in ambito ecclesiale.

Nel 2018 fu scelto come uditore al Sinodo dei Vescovi dedicato ai giovani.


Il suo pensiero era particolarmente vicino ad alcuni temi molto cari a Francesco: l’attenzione alle periferie esistenziali, il dialogo, la fraternità, l’ascolto, l’accoglienza e il rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo.

Per questo, quando si racconta la successiva vicenda di Bose, è necessario evitare una semplificazione.
Papa Francesco non fu sempre distante da Enzo Bianchi. 
Anzi, nel 2018 gli scriveva una lettera di apprezzamento.

Ma pochi anni dopo sarebbe stato proprio il pontificato di Francesco ad approvare il provvedimento che avrebbe portato Bianchi fuori dalla comunità. È una delle contraddizioni più dolorose di questa storia.

𝗟𝗔 𝗖𝗥𝗜𝗦𝗜 𝗗𝗜 𝗕𝗢𝗦𝗘

Per comprendere quello che accadde bisogna tornare agli anni precedenti.
Nel 2017 Bianchi lasciò l’incarico di priore.

Gli succedette Luciano Manicardi. Ma il passaggio di consegne non fu semplice.
All’interno della comunità emersero tensioni relative al governo, all’esercizio dell’autorità e ai rapporti fraterni.

La situazione divenne progressivamente più difficile.

Il 1° dicembre 2019, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, dispose una visita apostolica alla Comunità di Bose.

La motivazione ufficiale parlava di “serie preoccupazioni” giunte alla Santa Sede e di una situazione definita “tesa e problematica” riguardo all’esercizio dell’autorità, alla gestione del governo e al clima fraterno.

La visita apostolica si svolse dal 6 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020.

I visitatori ascoltarono i membri della comunità e presentarono successivamente la loro relazione alla Santa Sede.

𝗜𝗟 𝗗𝗘𝗖𝗥𝗘𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝟭𝟯 𝗠𝗔𝗚𝗚𝗜𝗢 𝟮𝟬𝟮𝟬
Il momento decisivo arrivò il 13 maggio 2020. 
La Santa Sede dispose, attraverso un decreto firmato dal cardinale Pietro Parolin e approvato in forma specifica da Papa Francesco, l’allontanamento di Enzo Bianchi dalla Comunità di Bose. 
Il provvedimento riguardava anche altri tre membri: Goffredo Boselli, Lino Breda e Antonella Casiraghi. 
La motivazione ufficiale era collegata soprattutto alla situazione interna della comunità, all’esercizio dell’autorità del fondatore, alla gestione del governo e al clima fraterno.

La Santa Sede aveva ritenuto necessario intervenire perché Bose potesse continuare il proprio cammino ecclesiale ed ecumenico superando le tensioni che la stavano attraversando.

È importante sottolineare un punto che spesso viene raccontato male:

Enzo Bianchi non fu scomunicato.

Non fu dichiarato eretico. Non venne espulso dalla Chiesa cattolica. Non si trattò di una condanna dottrinale.

Il provvedimento riguardava la sua permanenza nella Comunità monastica di Bose e il suo ruolo all’interno di essa. 
Il decreto dispose che Bianchi lasciasse la comunità e decadesse dagli incarichi.

𝗨𝗡𝗔 𝗙𝗘𝗥𝗜𝗧𝗔 𝗣𝗥𝗢𝗙𝗢𝗡𝗗𝗔

Per capire quanto fosse dolorosa quella decisione bisogna ricordare che Bianchi aveva vissuto a Bose per circa cinquantacinque anni.

Non era semplicemente un membro della comunità.

Era l’uomo che l’aveva iniziata. 
Era arrivato in quella frazione abbandonata quando praticamente non esisteva nulla.

Aveva scritto la Regola. Aveva accompagnato la crescita della comunità. 
Aveva vissuto lì per decenni. 
E ora gli veniva chiesto di andarsene.

È probabilmente difficile immaginare una prova più dolorosa per qualcuno che aveva identificato la propria vocazione con una determinata comunità.

𝗜𝗟 𝗣𝗥𝗢𝗕𝗟𝗘𝗠𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗢𝗕𝗕𝗘𝗗𝗜𝗘𝗡𝗭𝗔

La vicenda non terminò con il decreto del 2020. L’esecuzione del provvedimento incontrò difficoltà.

La Comunità di Bose riferì che alcuni destinatari avevano manifestato il rifiuto dei provvedimenti e che ciò aveva creato ulteriore confusione e disagio.

Nel marzo 2021, dopo nuovi passaggi, Papa Francesco confermò l’operato del Delegato pontificio e ribadì la necessità dell’esecuzione del decreto del 13 maggio 2020.

Qui si trova uno dei punti più delicati dell’intera vicenda.

Da una parte c’era la Santa Sede, che chiedeva obbedienza a una decisione presa dopo una visita apostolica e un lungo discernimento.

Dall’altra c’era Bianchi, che contestava soprattutto alcune modalità concrete dell’allontanamento e chiedeva che venissero rispettate la propria dignità e le proprie ragioni.

È necessario raccontare entrambe le posizioni senza trasformare il testo in un processo. 
Perché la storia di Bose non è una favola nella quale esiste necessariamente un “buono” e un “cattivo”.

È una storia ecclesiale dolorosa.  E nelle vicende ecclesiali dolorose spesso le persone coinvolte portano ferite, convinzioni e responsabilità differenti.

𝗟𝗘𝗦𝗜𝗟𝗜𝗢

Nel giugno del 2021, Enzo Bianchi lasciò definitivamente Bose. Per un uomo di quasi ottant’anni significava ricominciare praticamente da capo.

Aveva perso la comunità alla quale aveva dedicato la maggior parte della propria vita.

Negli anni successivi parlò della propria condizione anche come di un “esilio”. 
Ma non smise di considerarsi monaco.

Ed è forse qui che la sua storia assume una dimensione spirituale particolarmente interessante.

Perché avrebbe potuto ritirarsi. Avrebbe potuto smettere di scrivere.

Avrebbe potuto vivere semplicemente gli ultimi anni della propria vita nella solitudine.

Invece scelse di ricominciare.

𝗔 𝗢𝗧𝗧𝗔𝗡𝗧𝗔𝗡𝗡𝗜, 𝗨𝗡 𝗡𝗨𝗢𝗩𝗢 𝗜𝗡𝗜𝗭𝗜𝗢: 𝗟𝗔 𝗖𝗔𝗦𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗠𝗔𝗗𝗜𝗔

Nacque così la Casa della Madia, ad Albiano d’Ivrea.  Non voleva essere una nuova Bose. Lo disse lo stesso Bianchi.

Il progetto non nasceva dalla volontà di “rifare” ciò che era stato perduto, ma dal desiderio di continuare la propria vocazione monastica.

In una delle presentazioni della nuova fraternità Bianchi spiegò di non voler fondare una nuova comunità religiosa canonicamente riconosciuta, ma di voler continuare a vivere “da monaco cenobita e non eremita”.

Voleva continuare a vivere insieme ad altri, nella semplicità, nella preghiera, nel lavoro e nell’accoglienza.

Il nome stesso è bellissimo: Casa della Madia. La madia è il luogo nel quale, tradizionalmente, si impasta e si prepara il pane.

Una casa dove si prepara il pane. Una tavola. Una fraternità.Una nuova possibilità di ricominciare.

𝗟𝗔 𝗙𝗥𝗔𝗧𝗘𝗥𝗡𝗜𝗧𝗔̀

Se dovessimo scegliere una parola per riassumere gli ultimi anni della sua vita, probabilmente sarebbe: 𝗳𝗿𝗮𝘁𝗲𝗿𝗻𝗶𝘁𝗮̀. Non una fraternità teorica; Non una parola da usare nei convegni.

Ma una fraternità concreta, fatta di persone differenti, di caratteri differenti, di ferite, di incomprensioni, di perdono e di ricominciamenti.

La Casa della Madia ha continuato a vivere proprio su questa idea.
I membri stessi della fraternità hanno spiegato di voler rimanere fedeli alla propria vocazione monastica e alla Regola di Bose scritta nel 1972 da Bianchi, continuando 
una vita di preghiera, lavoro e fraternità.

E nel 2025 è nata anche la Comunione della Madia, un’esperienza pensata per coinvolgere più stabilmente amici, laici e persone legate spiritualmente alla fraternità, senza creare un gruppo chiuso o esclusivo.


𝗨𝗡𝗔 𝗦𝗣𝗜𝗥𝗜𝗧𝗨𝗔𝗟𝗜𝗧𝗔̀ 𝗖𝗛𝗘 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜 𝗙𝗘𝗥𝗠𝗔 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗥𝗢𝗟𝗔

Bianchi è stato un grande divulgatore della Bibbia. Ma la sua spiritualità non può essere ridotta alla lectio divina o ai suoi libri.

La sua idea di vita cristiana 𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗿𝗼𝗹𝗮 𝗱𝗶 𝗗𝗶𝗼, 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗴𝗵𝗶𝗲𝗿𝗮, 𝗶𝗹 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼, 𝗶𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼, 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗲, 𝗹𝗼𝘀𝗽𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀, comprendeva: 𝗹𝗲𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼, 𝗹𝗮 𝗳𝗿𝗮𝘁𝗲𝗿𝗻𝗶𝘁𝗮̀, 𝗹𝗮 𝗽𝗼𝘃𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗲 𝗹𝗮𝘁𝘁𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗴𝗹𝗶 𝘂𝗹𝘁𝗶𝗺𝗶.

 È una spiritualità profondamente incarnata. Il Vangelo non deve rimanere sulle pagine.
Deve diventare pane. Deve diventare ospitalità.  Deve diventare ascolto.
Deve diventare fraternità. Deve diventare servizio.


𝗜𝗟 𝗥𝗔𝗣𝗣𝗢𝗥𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗡 𝗦𝗔𝗡 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢

Ed è interessante anche il rapporto con san Francesco d’Assisi. Bianchi non apparteneva alla famiglia francescana. Non era un frate francescano. Era un monaco laico e il suo cammino nasceva da una tradizione monastica diversa.
Eppure Francesco d’Assisi fu una figura da lui profondamente considerata.
In particolare, Bianchi guardava alla radicalità evangelica francescana, alla fraternità, alla povertà, al rapporto con la creazione e alla capacità di Francesco di fare del Vangelo una forma concreta di vita. Non è difficile trovare un punto di contatto tra questa sensibilità e la sua stessa esperienza. Anche Bianchi partì da qualcosa di estremamente semplice: una persona, un luogo abbandonato, la preghiera, il lavoro, la Parola, e il desiderio di vivere il Vangelo.

 𝗨𝗡𝗔 𝗩𝗜𝗧𝗔 𝗔𝗧𝗧𝗥𝗔𝗩𝗘𝗥𝗦𝗔𝗧𝗔 𝗗𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗔𝗗𝗗𝗜𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘

Ed è proprio qui che la storia di Enzo Bianchi diventa particolarmente umana. Perché colui che aveva dedicato la propria vita alla fraternità visse anche una drammatica frattura con i propri fratelli.

Colui che aveva parlato tanto di ascolto dovette affrontare una situazione nella quale le diverse parti non riuscirono più ad ascoltarsi fino in fondo. Colui che aveva costruito una comunità si ritrovò fuori dalla propria comunità. Colui che aveva parlato di obbedienza e discernimento si trovò personalmente davanti alla difficile questione dell’obbedienza ecclesiale. Questa contraddizione non va nascosta. Ma non deve neppure cancellare tutto ciò che è venuto prima.

𝗡𝗢𝗡 𝗨𝗡 𝗦𝗔𝗡𝗧𝗢, 𝗡𝗢𝗡 𝗨𝗡 𝗘𝗥𝗘𝗧𝗜𝗖𝗢: 𝗨𝗡 𝗨𝗢𝗠𝗢 𝗗𝗜 𝗖𝗛𝗜𝗘𝗦𝗔 𝗗𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗦𝗧𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗖𝗢𝗠𝗣𝗟𝗘𝗦𝗦𝗔
È importante anche essere molto chiari. Enzo Bianchi non è stato proclamato santo, né esiste una causa di canonizzazione che lo presenti come modello ufficiale di santità della Chiesa. Non è nemmeno corretto definirlo un eretico o un uomo “fuori dalla Chiesa” a causa della vicenda di Bose.

Il provvedimento del 2020 riguardò la sua permanenza e il suo ruolo nella Comunità di Bose. La sua storia ecclesiale fu invece segnata da una grande influenza spirituale e culturale, ma anche da una vicenda disciplinare molto seria e dolorosa.
Per questo, raccontarlo in maniera equilibrata significa non nascondere nulla. Né le sue grandi intuizioni. Né le sue difficoltà. Né il riconoscimento ricevuto. Né la sofferenza degli ultimi anni.


𝗜𝗟 𝗣𝗔𝗥𝗔𝗗𝗢𝗦𝗦𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝗥𝗔𝗣𝗣𝗢𝗥𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗡 𝗣𝗔𝗣𝗔 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢

Forse uno dei punti più sorprendenti della sua vicenda rimane proprio il rapporto con Papa Francesco. Nel 2018, Francesco scriveva a Bianchi per il cinquantesimo anniversario di Bose, definendo quella comunità una presenza feconda nella Chiesa e nella società e lodandone il servizio all’unità dei cristiani, il dialogo e l’ospitalità.
Nel 2020, lo stesso pontificato approvò in forma specifica il decreto che disponeva il suo allontanamento da Bose. Nel 2021, Francesco confermò l’operato del Delegato pontificio e ribadì la necessità dell’esecuzione del decreto. Questi fatti non possono essere cancellati né l’uno né l’altro. Ed è proprio questo che rende la vicenda così complessa.

Non si può dire semplicemente: “Papa Francesco era vicino a Bianchi” come se la vicenda successiva non fosse mai avvenuta.

Ma non si può nemmeno dire: “Papa Francesco era contro Bianchi”
come se prima non ci fosse stato quel riconoscimento pubblico e significativo.
Le due cose sono vere e appartengono alla stessa storia.


𝗟𝗔 𝗚𝗥𝗔𝗡𝗗𝗘 𝗣𝗥𝗢𝗩𝗔 𝗗𝗘𝗚𝗟𝗜 𝗨𝗟𝗧𝗜𝗠𝗜 𝗔𝗡𝗡𝗜


Forse, alla fine, la parte più difficile da comprendere non è la nascita di Bose. È ciò che avvenne dopo. Perché fondare una comunità è certamente difficile.
Ma forse è ancora più difficile perderla. Bianchi aveva quasi ottant’anni quando si trovò a ricominciare. Eppure non smise. Non rinunciò alla sua vocazione monastica.
Non scelse semplicemente una vita privata. Ricominciò con una casa, alcuni fratelli e sorelle, la preghiera, il lavoro della terra, l’ospitalità. La Casa della Madia nacque proprio come un nuovo inizio.

 𝗘 𝗢𝗥𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗘𝗡𝗭𝗢 𝗕𝗜𝗔𝗡𝗖𝗛𝗜 𝗘̀ 𝗠𝗢𝗥𝗧𝗢

Oggi, davanti alla sua morte, sarebbe facile scegliere una sola immagine. Quella del fondatore di Bose. Oppure quella dell’uomo allontanato da Bose. Oppure quella del grande scrittore spirituale. Oppure quella del monaco della Casa della Madia. Ma nessuna di queste immagini, da sola, basta. Enzo Bianchi è stato tutte queste cose.
È stato il giovane che nel 1965 arrivò in un luogo abbandonato della Serra di Ivrea.
È stato l’uomo che trasformò quella solitudine in una comunità. È stato il monaco che mise la Scrittura al centro della propria vita. È stato lo scrittore che portò la spiritualità biblica nelle case di moltissime persone. È stato il promotore dell’ecumenismo e del dialogo.
È stato l’uomo al quale Papa Francesco, nel 2018, riconosceva pubblicamente il valore dell’esperienza di Bose. È stato anche l’uomo che, pochi anni dopo, dovette lasciare quella comunità per decisione della Santa Sede. È stato l’uomo che visse quella separazione come una ferita profonda. Ed è stato, infine, l’uomo che a ottant’anni decise di ricominciare.


𝗥𝗜𝗖𝗢𝗠𝗜𝗡𝗖𝗜𝗔𝗥𝗘
Forse questa è la parola con cui possiamo consegnare Enzo Bianchi alla memoria. Non perché la sua vita sia stata perfetta. Non perché tutte le sue scelte debbano essere condivise. Non perché la vicenda di Bose abbia avuto una sola interpretazione possibile. Ma perché, dopo una perdita enorme, egli scelse di non considerare conclusa la propria vocazione. Casa della Madia è nata da questa convinzione.
Una casa. Una tavola. Il pane. La terra. La preghiera. La Parola.
L’ospitalità. La fraternità. Sono gli elementi semplici con i quali Bianchi aveva iniziato molti decenni prima. E con questi stessi elementi, ormai anziano, ha cercato di ripartire.

𝗨𝗡𝗔 𝗩𝗜𝗧𝗔 𝗗𝗔 𝗔𝗙𝗙𝗜𝗗𝗔𝗥𝗘 𝗔𝗟 𝗦𝗜𝗚𝗡𝗢𝗥𝗘

Ora che la sua vita terrena è terminata, il giudizio ultimo non spetta a noi. Spetta a Dio.  noi rimane la possibilità di ricordare, con onestà, ciò che è stato. Un uomo con una vocazione forte. Un uomo che ha avuto intuizioni importanti.
Un uomo capace di parlare a moltissime persone della Parola di Dio.
Un uomo che ha costruito. Un uomo che ha anche attraversato una grande frattura.
 
Un uomo che ha conosciuto la solitudine. Un uomo che ha ricominciato.
E soprattutto un uomo che ha cercato Dio. Per questo, davanti alla sua morte, più che pronunciare giudizi definitivi, forse possiamo fare ciò che egli stesso ha insegnato tante volte: tornare alla Parola. E pregare.  Per lui. Per la Comunità di Bose. Per la Casa della Madia. Per tutti coloro che gli hanno voluto bene. E anche per le ferite che questa lunga storia ha lasciato. Perché alla fine, oltre le nostre letture, oltre le controversie, oltre le nostre ragioni e le nostre interpretazioni, rimane una sola cosa:
𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝘂𝗼𝗺𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗶𝘀𝗲𝗿𝗶𝗰𝗼𝗿𝗱𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗗𝗶𝗼.

Riposa in pace, Enzo. E il Signore, che hai cercato per tutta la vita nella sua Parola, nella preghiera e nella fraternità, ti accolga nella sua misericordia.

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