mercoledì 29 luglio 2026

LA SCUOLA DEL FUTURO



SGUARDI PLURALI 

SCENARI POSSIBILI 


È disponibile in open access il volume «La Scuola come Learning Hub. Pratiche emergenti per ripensare la scuola del futuro», curato da Giuseppina Rita Jose Mangione (INDIRE) e Paolo Landri (IRISS, già IRPPS-CNR). La pubblicazione raccoglie gli esiti di un percorso di ricerca sviluppato da INDIRE, in collaborazione con il CNR-IRPPS – Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali, intorno allo scenario “School as Learning Hub” elaborato dall’OECD nell’ambito della riflessione internazionale sui futuri della scuola.

Il volume è stato interamente sostenuto attraverso i fondi del Programma Nazionale della Ricerca 2021-2027, assegnati a INDIRE per il progetto “Azioni di ricerca per l’Istruzione e la Formazione” – CUP B55F21008020001. Pubblicato in formato digitale con licenza Creative Commons Attribuzione-Non Commerciale-Non opere derivate 4.0 Internazionale, può essere scaricato gratuitamente.

Il Volume è pubblicato in collana scientifica “Universo scuola. – Sguardi plurali e scenari possibili

La ricerca propone un approfondimento teorico, metodologico ed empirico dello scenario OECD, mettendo in dialogo la riflessione pedagogica sulle trasformazioni della forma scolastica, la sociologia dei futuri, la ricerca-azione partecipativa e lo studio delle piccole scuole italiane.


Lo scenario OECD “School as Learning Hub”

Il punto di partenza del lavoro è uno degli scenari formulati dall’OECD per sostenere il dibattito sulle possibili evoluzioni dei sistemi educativi: “School as Learning Hub”.

Uno scenario non è una previsione di ciò che necessariamente accadrà e non costituisce un modello organizzativo da trasferire automaticamente da un sistema scolastico a un altro. È piuttosto uno strumento attraverso il quale osservare il presente da una prospettiva differente, mettere in discussione assetti consolidati, riconoscere processi di cambiamento già in corso e immaginare traiettorie alternative.

Per questa ragione, il progetto non ha assunto lo scenario OECD come una configurazione da applicare in maniera standardizzata alle scuole italiane. Lo ha utilizzato come dispositivo critico, riflessivo e generativo, capace di attivare un confronto tra ricerca internazionale, pratiche scolastiche e specificità territoriali.

La scuola come Learning Hub viene così considerata una direzione di cambiamento da esplorare e costruire attraverso processi di apprendimento collettivo, non una formula precostituita o una soluzione valida indistintamente per ogni contesto.


Che cosa significa “hub”

Nel volume, il concetto di hub non indica semplicemente un edificio scolastico aperto per un numero maggiore di ore, né una scuola alla quale vengono aggiunti servizi e attività.

L’hub è innanzitutto un nodo di connessione.

Pensare la scuola come hub significa riconoscere che i processi di apprendimento non si producono esclusivamente all’interno delle aule e dei confini istituzionali. Essi possono emergere dall’interazione tra studenti, docenti, famiglie, comunità locali, amministrazioni, associazioni, istituzioni culturali, organizzazioni sociali, soggetti economici e ambienti digitali.

La scuola assume quindi una funzione di attivazione e coordinamento: mette in relazione attori, competenze, spazi e risorse; rende accessibili opportunità formative differenti; favorisce la costruzione di alleanze educative e sostiene la circolazione delle conoscenze.

Non è più soltanto un luogo nel quale il sapere viene trasmesso, ma un’infrastruttura relazionale e culturale attraverso la quale le conoscenze possono essere costruite, condivise e contestualizzate.

Questa prospettiva non riduce il ruolo pubblico della scuola. Al contrario, ne rafforza la funzione istituzionale, attribuendole la capacità di promuovere condizioni di accesso all’apprendimento, inclusione, partecipazione e sviluppo nei territori.


Ripensare la forma scolastica

La prima sezione del volume costruisce la cornice teorica entro cui si colloca la ricerca.

Il capitolo di Giuseppina Rita Jose Mangione propone una riflessione pedagogica sulle trasformazioni della forme scolaire nelle piccole scuole; il contributo di Paolo Landri approfondisce invece il rapporto tra immaginazione temporale, futuro e analisi del presente.

Il futuro non viene trattato come un tempo remoto da prevedere, ma come una categoria attraverso la quale interrogare criticamente la scuola di oggi.

Immaginare le possibili forme future della scuola significa rendere visibili alcune tensioni che attraversano i sistemi educativi contemporanei: la rigidità dei confini istituzionali, la separazione tra apprendimento formale e informale, il rapporto tra scuola e territorio, le nuove disuguaglianze educative, il ruolo delle tecnologie, la trasformazione delle professionalità e la necessità di costruire nuove alleanze.

Lo scenario “School as Learning Hub” permette quindi di interrogare la forma stessa della scuola: i suoi tempi, gli spazi, l’organizzazione, la leadership, i rapporti con la comunità e le modalità attraverso cui vengono riconosciuti e integrati i diversi contesti di apprendimento.


Una ricerca tra dimensione internazionale e territori

Uno degli aspetti più significativi del progetto riguarda l’architettura metodologica, articolata in due fasi fortemente connesse:

  • Living Lab internazionali;
  • Living Lab territoriali.

La prima fase ha consentito di mettere lo scenario OECD in dialogo con esperienze, interpretazioni e prospettive maturate in differenti contesti di ricerca.

Attraverso il confronto con studiosi, esperti e organizzazioni impegnati sui futuri  dell’educazione, i Living Lab internazionali hanno sostenuto la costruzione di una lettura plurale della scuola come Learning Hub e la realizzazione di una mappa rizomatica delle sue possibili dimensioni.

La scelta del termine “rizomatica” richiama una rappresentazione non gerarchica e non  lineare. La scuola come hub non può infatti essere descritta attraverso una sequenza rigida di fasi o attraverso un elenco di caratteristiche applicabile in modo uniforme.

Essa prende forma dall’interazione tra molteplici dimensioni: la porosità dei confini scolastici, la qualità delle reti, la partecipazione degli studenti, il coinvolgimento delle famiglie, la governance, la leadership, gli spazi di apprendimento, le risorse territoriali, il rapporto con le istituzioni locali e la capacità di promuovere inclusione ed equità.

Il percorso internazionale ha dunque avuto una funzione essenziale: ampliare il quadro interpretativo dello scenario e predisporre una base concettuale da mettere successivamente alla prova nei contesti scolastici italiani.


I Living Lab territoriali

La seconda fase della ricerca si è sviluppata attraverso i Living Lab territoriali, concepiti come ambienti di ricerca situata e partecipativa.

In questi laboratori, ricercatori, dirigenti scolastici, docenti, studenti e attori territoriali hanno collaborato alla produzione di conoscenza e all’esplorazione di possibili trasformazioni.

Le scuole non sono state considerate semplici destinatarie di un modello progettato dall’esterno. Sono state coinvolte come soggetti attivi, portatrici di competenze, esperienze, interpretazioni e conoscenze dei contesti.

Il percorso ha adottato un approccio di ricerca-azione partecipativa, articolato in cicli di riflessione, azione e apprendimento collettivo. Tale scelta ha risposto a una duplice finalità: produrre conoscenze empiricamente fondate sulle pratiche riconducibili alla scuola come Learning Hub e, nello stesso tempo, sostenere processi di consapevolezza e trasformazione nelle comunità coinvolte.

L’attenzione non si è limitata alla presenza formale di accordi, reti o partenariati.

Per comprendere se e come una scuola possa configurarsi come hub è stato necessario osservare la qualità delle relazioni, il livello di reciprocità tra i soggetti, il senso di appartenenza, la condivisione delle responsabilità, la capacità di riconoscere le risorse del territorio e di tradurle in opportunità educative.

La logica dei Living Lab risulta quindi coerente con lo stesso scenario “School as Learning Hub”: entrambi si fondano sulla partecipazione, sull’attivazione di reti e sulla produzione condivisa di conoscenza.


Inventive e creative methods per esplorare il futuro della scuola

Un elemento qualificante della ricerca è stato il ricorso agli inventive e creative  methods.

Le metodologie creative non sono state impiegate come semplici tecniche accessorie di raccolta o presentazione dei dati, ma come dispositivi capaci di far emergere dimensioni dell’esperienza scolastica difficilmente accessibili attraverso gli strumenti tradizionali.

Pratiche narrative e visuali, digital storytelling, video partecipativo e altre forme di  produzione creativa hanno permesso ai partecipanti di esprimere conoscenze tacite, immagini della scuola, aspettative, relazioni e visioni del futuro.

Il digital storytelling, in particolare, consente di connettere dimensioni personali e collettive attraverso l’integrazione di narrazione orale, immagini, suoni e musica. Il video partecipativo non svolge pertanto soltanto una funzione documentale: diventa un mezzo per esplorare possibilità, rendere visibili gli immaginari e costruire visioni condivise.

In questo senso, i metodi creativi sono anche inventivi: non si limitano a rappresentare una realtà già data, ma contribuiscono a metterla in movimento.

Attraverso queste metodologie, i partecipanti possono riconoscere risorse e criticità, discutere le proprie pratiche, esplicitare saperi situati e immaginare nuove configurazioni della scuola. La ricerca non osserva quindi il cambiamento soltanto dall’esterno, ma crea le condizioni perché nuove possibilità possano essere pensate e progressivamente costruite.

Un contributo importante allo sviluppo di questa dimensione metodologica è stato offerto dal gruppo dell’Università degli Studi di Bergamo, che ha accompagnato il percorso attraverso attività di formazione e di orientamento scientifico sui metodi creativi  applicati alla ricerca educativa e sociale.


Le piccole scuole come contesti di ricerca

La fase empirica del progetto si è concentrata su tre esperienze di piccole scuole, selezionate come contesti particolarmente significativi per esplorare lo scenario “School as Learning Hub”.

Molte piccole scuole operano in aree interne, montane, rurali o costiere segnate da processi di spopolamento, fragilità demografica, riduzione dei servizi e disuguaglianze nell’accesso alle opportunità educative.

In tali contesti, la scuola continua spesso a rappresentare uno dei principali presìdi pubblici e culturali.

La sua presenza può incidere sulla qualità dell’offerta formativa, ma anche sulla tenuta delle relazioni comunitarie, sulla partecipazione, sulla capacità di rendere i territori attrattivi e sulla possibilità di contrastare dinamiche di marginalizzazione.

I vincoli caratteristici delle piccole scuole — dimensioni ridotte, distribuzione dei plessi, distanza dai servizi e limitatezza delle risorse — non vengono letti soltanto come condizioni di debolezza. Possono diventare elementi generativi, capaci di favorire prossimità, cooperazione, sperimentazione e costruzione di alleanze.

Per questa ragione, il volume interpreta le piccole scuole come laboratori di innovazione educativa e come contesti anticipatori nei quali alcune trasformazioni della forma scolastica possono diventare particolarmente visibili.


Tre casi per comprendere differenti configurazioni del Learning Hub

La ricerca ha coinvolto tre realtà differenti:

  • l’Istituto Comprensivo Pollica “G. Patroni”, attraverso l’esperienza di Montecorice, in Campania;
  • l’Istituto Comprensivo Prà, nel quartiere genovese di Prà;
  • l’Istituto Comprensivo di Govone, in Piemonte.

La selezione è stata costruita secondo una logica di variazione dei casi.

Non sono state scelte scuole simili, ma contesti differenti per collocazione geografica, caratteristiche demografiche, condizioni socioeconomiche, struttura organizzativa e natura delle partnership territoriali.

La ricerca mette così a confronto un territorio rurale e costiero del Cilento, un quartiere urbano periferico ad alta complessità sociale e un’area rurale delle Langhe articolata in una pluralità di piccoli comuni e plessi.

La diversa configurazione delle reti — culturali e ambientali, socioassistenziali, economiche e produttive — consente di comprendere come il Learning Hub possa assumere forme differenti in rapporto ai bisogni, alle risorse e alle opportunità di ciascun territorio.


Montecorice: una scuola estesa nel territorio

Il caso di Montecorice, approfondito nel volume da Giuseppina Cannella e Tania Iommi, restituisce l’esperienza di una scuola che estende progressivamente i propri confini attraverso la costruzione di azioni e alleanze educative.

Il territorio del Cilento non viene considerato semplicemente come uno sfondo nel quale realizzare attività didattiche occasionali, ma come parte integrante dell’ambiente di apprendimento.

Il patrimonio naturale, culturale e sociale entra nella progettazione educativa attraverso il coinvolgimento di enti locali, associazioni, comunità e soggetti territoriali.

In questa configurazione, la scuola agisce come punto di connessione tra conoscenze curricolari, saperi locali, luoghi e generazioni.

L’esperienza di Montecorice consente di osservare una forma di scuola estesa, capace di aprire i propri confini istituzionali e di costruire una trama educativa distribuita nel territorio.

La scuola contribuisce così non solo all’apprendimento degli studenti, ma anche alla valorizzazione del patrimonio locale, al rafforzamento delle relazioni comunitarie e alla costruzione di nuove possibilità culturali e formative.


Genova Prà: una scuola di comunità che genera inclusione e sviluppo locale

Il caso dell’Istituto Comprensivo Prà, analizzato da Stefania Chipa e Giuseppina Rita Jose Mangione, permette di esplorare lo scenario Learning Hub all’interno di un quartiere urbano periferico caratterizzato da elevata complessità sociale.

La presenza di differenti background culturali, di condizioni di vulnerabilità socioeconomica e di bisogni educativi articolati richiede alla scuola di costruire relazioni stabili con famiglie, servizi, associazioni e istituzioni locali.

La scuola assume quindi una funzione di connessione e di regia: non opera soltanto nel quartiere, ma contribuisce a riconfigurarlo come ambiente educativo.

Attraverso il lavoro di rete, mette in relazione soggetti, spazi e opportunità, sostiene la partecipazione delle famiglie, promuove inclusione e contrasta la povertà educativa.

Il Learning Hub assume qui la forma di una scuola di comunità, capace di divenire un punto di riferimento per il territorio e di produrre valore sociale.

In un contesto segnato da fragilità economica e sociale, la scuola può infatti configurarsi come infrastruttura dell’apprendimento e come dispositivo di inclusione, partecipazione e sviluppo locale.


Govone: reti territoriali, innovazione e capacità attrattiva

L’esperienza dell’Istituto Comprensivo di Govone, approfondita da Lorenza Orlandini e Serena Greco, riguarda una scuola inserita in un territorio rurale articolato su più comuni e caratterizzato dalla presenza diffusa di piccoli plessi.

La configurazione multisede, che potrebbe essere interpretata esclusivamente come un vincolo organizzativo, diventa una risorsa per la costruzione di un sistema territoriale integrato.

La scuola mette in relazione amministrazioni locali, associazioni, famiglie e soggetti economici, consolidando una rete capace di sostenere i plessi, ampliare l’offerta formativa e rispondere in maniera più efficace ai bisogni degli studenti.

Il caso evidenzia inoltre la capacità dell’istituto di divenire attrattivo anche per famiglie provenienti da altri territori.

Il radicamento locale non determina quindi chiusura o isolamento. Al contrario, permette alla scuola di costruire una proposta educativa riconoscibile, collegando innovazione scolastica, patrimonio territoriale, reti istituzionali e sviluppo.

Govone mostra come la scuola possa diventare un nodo territoriale capace di connettere comuni differenti e trasformare la frammentazione geografica in una risorsa educativa e organizzativa.


Non un unico modello, ma differenti forme di hub

L’analisi comparativa dei tre casi non conduce alla definizione di un modello uniforme di Learning Hub.

Emergono, al contrario, configurazioni differenti, costruite nell’interazione tra caratteristiche del contesto, risorse disponibili, qualità delle reti, leadership scolastica, forme di partecipazione e capacità progettuale degli attori.

A Montecorice prevale l’immagine della scuola estesa nel territorio; a Genova Prà quella della scuola di comunità orientata all’inclusione e allo sviluppo locale; a Govone quella di una rete territoriale articolata tra plessi e comuni.

Le tre esperienze confermano che la scuola come Learning Hub non può essere separata dalle condizioni situate nelle quali prende forma.

Ciò che definisce un hub non è il numero dei partner coinvolti, né la sola presenza di accordi formali. Sono la qualità delle relazioni, la reciprocità, la capacità di attivare risorse e la costruzione di una visione condivisa a rendere la scuola un nodo generativo.


La scuola al centro dei processi di rigenerazione

Il volume mostra come la scuola, quando opera come Learning Hub, possa assumere un ruolo importante nei processi di rigenerazione dei territori.

La scuola non sostituisce le responsabilità delle amministrazioni pubbliche, dei servizi sociali, del sistema economico o delle organizzazioni del territorio. Può però agire come innesco, nodo di connessione e infrastruttura di coordinamento.

Attraverso la costruzione di reti e alleanze può contribuire a:

  • rafforzare le relazioni sociali e la partecipazione;
  • ampliare le opportunità educative e culturali;
  • contrastare povertà educativa, isolamento e marginalità;
  • mettere in relazione luoghi, servizi e istituzioni;
  • valorizzare patrimoni, saperi e competenze locali;
  • sostenere indirettamente l’attrattività e lo sviluppo dei territori.

La rigenerazione assume pertanto una dimensione sociale, educativa, territoriale ed economica.

In particolare, nei contesti delle aree interne, la scuola può favorire la permanenza dei servizi, rafforzare il senso di appartenenza, costruire opportunità per le nuove generazioni e contribuire alla capacità delle comunità di immaginare il proprio futuro.


Il contributo di Anna Cristina D’Addio e il dialogo con il GEM Report UNESCO

Il volume si apre con la prefazione “Scuola, futuri, scenari possibili”, firmata da Anna Cristina D’Addio, figura di riferimento nel panorama del Global Education Monitoring Report dell’UNESCO.

Il contributo colloca la riflessione sul Learning Hub nel più ampio dibattito internazionale sulle trasformazioni dei sistemi educativi, sull’equità, sull’inclusione e sul raggiungimento dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile dedicato a un’istruzione di qualità.

La scuola come Learning Hub viene letta come una possibile infrastruttura civica e territoriale in grado di contrastare la povertà educativa, ampliare le opportunità di apprendimento e rafforzare la coesione sociale.

D’Addio sottolinea inoltre come la trasformazione della scuola riguardi tutti gli attori del sistema.

Per i docenti significa sviluppare competenze di progettazione collaborativa, costruzione di partenariati e lavoro in rete. Per gli studenti significa accedere a esperienze di apprendimento situate e significative, capaci di promuovere pensiero critico, collaborazione, agency e consapevolezza sociale. Per le famiglie e le comunità significa partecipare in modo più attivo ai processi educativi.

Anche la leadership scolastica è chiamata a trasformarsi, assumendo forme maggiormente distribuite, collaborative e orientate alla costruzione di alleanze.

La prefazione riconosce inoltre il valore delle piccole scuole come laboratori di innovazione. I casi presentati non costituiscono applicazioni di uno schema già definito, ma contesti generativi nei quali osservare in modo situato come la scuola possa riconfigurarsi come infrastruttura educativa, sociale e territoriale.


Il gruppo di ricerca INDIRE

Il volume rappresenta un importante esito del lavoro sviluppato dal gruppo di ricerca INDIRE impegnato nello studio delle Piccole Scuole e delle trasformazioni dei modelli educativi nei territori.

Il gruppo è composto da: Giuseppina Rita Jose Mangione, Stefania Chipa, Giuseppina Cannella, Serena Greco, Lorenza Orlandini, Tania Iommi e Andrea Paoli.

Le ricercatrici e i ricercatori hanno contribuito, attraverso competenze e responsabilità differenti, alla costruzione dell’impianto teorico e metodologico, alla progettazione e conduzione dei Living Lab, al dialogo con gli interlocutori internazionali, all’analisi delle esperienze territoriali e alla documentazione dei processi di ricerca.

Il percorso internazionale e la costruzione della mappa rizomatica della scuola come Learning Hub sono approfonditi nel volume da Giuseppina Rita Jose Mangione e Stefania Chipa.

Giuseppina Cannella e Tania Iommi analizzano l’esperienza di Montecorice; Stefania Chipa e Giuseppina Rita Jose Mangione approfondiscono il caso dell’Istituto Comprensivo Prà; Serena Greco, insieme a Lorenza Orlandini, contribuisce allo studio dell’Istituto Comprensivo di Govone.

Andrea Paoli firma l’approfondimento visuale “Immagini di una scuola che incontra il territorio”, contribuendo alla documentazione delle relazioni tra scuola, spazi e comunità.

La pluralità delle competenze presenti nel gruppo ha consentito di collegare ricerca pedagogica, analisi qualitativa, documentazione visuale, studi sui territori e metodologie partecipative.

La ricerca nasce inoltre dal confronto scientifico con il CNR-IRPPS e con il contributo di Paolo Landri e Fabio M. Esposito, autore del capitolo dedicato alle metodologie creative per esplorare le piccole scuole come Learning Hub e ai laboratori sulla scuola che verrà.


Una ricerca costruita con scuole, partner e stakeholder

Il volume è il risultato di un percorso di ricerca collettivo, reso possibile dalla collaborazione tra istituzioni scientifiche, scuole e territori.

Il gruppo di ricerca ringrazia tutte le dirigenti e i dirigenti scolastici, i docenti, gli studenti, le famiglie, le amministrazioni locali, le associazioni, gli enti del Terzo settore e gli attori economici e culturali che hanno preso parte alle attività.

Un ringraziamento è rivolto a tutti i partner e gli stakeholder nazionali e internazionali che hanno contribuito ai Living Lab, ai percorsi formativi e ai momenti di confronto, mettendo a disposizione conoscenze, esperienze e interpretazioni.

Un riconoscimento particolare va ad Anna Cristina D’Addio, per la prefazione e per il contributo offerto nel collegare la ricerca al dibattito internazionale promosso nel quadro del GEM Report UNESCO, con particolare attenzione ai temi dell’equità educativa, dell’inclusione e della responsabilità pubblica.

Un ringraziamento specifico è rivolto anche al gruppo dell’Università degli Studi di Bergamo, per il percorso di formazione e per l’accompagnamento scientifico nell’impiego degli inventive e creative methods.

Il suo contributo ha sostenuto la capacità della ricerca di utilizzare le metodologie creative non soltanto per documentare le pratiche scolastiche, ma per fare emergere conoscenze situate, immaginari e possibilità di trasformazione.

Il ringraziamento più ampio va alle comunità scolastiche e territoriali coinvolte nelle esperienze di Montecorice, Genova Prà e Govone, che hanno partecipato al percorso non come semplici casi di studio, ma come interlocutori e co-costruttori della ricerca.


Il volume disponibile gratuitamente in open access

Il volume La Scuola come Learning Hub. Pratiche emergenti per ripensare la scuola del futuro è disponibile in formato digitale e può essere scaricato gratuitamente in open access.

La scelta dell’accesso aperto intende favorire la circolazione dei risultati e mettere a disposizione di scuole, università, ricercatori, amministrazioni, decisori pubblici e comunità educanti una cornice teorica, una metodologia e un insieme di esperienze utili ad alimentare il dibattito sui futuri della scuola.

La pubblicazione non rappresenta la conclusione del percorso.

Nei prossimi mesi saranno organizzate presentazioni territoriali del volume, con l’obiettivo di restituire alle comunità coinvolte gli esiti della ricerca e aprire nuovi spazi di confronto tra scuole, ricercatori, istituzioni e attori locali.

Gli incontri permetteranno di approfondire lo scenario OECD “School as Learning Hub”, discutere le differenti configurazioni emerse nei tre casi e interrogare il ruolo che la scuola può assumere nei processi di rigenerazione educativa, sociale, territoriale ed economica.

Il volume costituisce dunque non soltanto la restituzione scientifica di un percorso, ma l’avvio di una nuova fase di confronto: un invito a considerare il futuro della scuola non come qualcosa da attendere, ma come un processo da esplorare e costruire collettivamente, a partire dalle relazioni, dalle pratiche e dalle possibilità presenti nei territori.

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Ministero Istruzione e Merito

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VOLONTARI PER CRESCERE

 


Il volontariato, scuola 
di relazioni


TEMPO DONATO 

PER CRESCERE


-         di STEFANO VICARI

Molti adolescenti oggi raccontano di sentirsi soli. Non sempre usano questa parola. A volte lo dicono con il ritiro, con l’insonnia, con l’irritabilità, con la fatica a uscire o con il bisogno continuo di essere rassicurati. È una solitudine che può convivere con centinaia di contatti, messaggi continui e una presenza digitale permanente. Si può essere sempre raggiungibili e sentirsi raramente cercati. Avere molti contatti e non sapere a chi rivolgersi quando si sta male.

Le ragioni sono molte. Ma un punto appare evidente: molti adolescenti sono poco aiutati a costruire relazioni nella vita reale. Le loro giornate sono spesso piene di attività, ma molte seguono una logica competitiva. Riuscire, emergere, dimostrare, ottenere risultati. Così anche la relazione rischia di trasformarsi in confronto, esposizione e ricerca di conferme.

L’estate, con la chiusura della scuola e la sospensione dei ritmi abituali, può offrire uno spazio diverso. Non per riempire ogni momento con nuovi impegni, ma per domandarci quali esperienze proponiamo ai ragazzi per stare con gli altri. Non basta chiedere loro di spegnere il telefono. Occorre offrire alternative credibili, luoghi in cui la relazione non passi attraverso un profilo, un’immagine, un voto o un like; luoghi in cui si possa essere presenti senza esibirsi, collaborare senza dover vincere, sentirsi parte senza essere continuamente valutati.

Il volontariato può essere uno di questi luoghi. Non una terapia contro la solitudine, non un dovere morale o un titolo da spendere nel curriculum. Il suo valore sta nell’offrire ai ragazzi e alle ragazze uno spazio in cui la relazione si sperimenta, non si predica.

Chiede di esserci per qualcuno, di donare tempo, di incontrare una realtà diversa dalla propria.

Donare tempo significa uscire, almeno per un momento, dalla logica del rendimento. Significa fare qualcosa che non produce subito un vantaggio personale e non si misura in voti, follower o riconoscimenti. In una fase della vita in cui l’identità è ancora in costruzione, sentirsi utile a qualcuno diventa una forma concreta di riconoscimento. Non quello fragile dello sguardo digitale, che approva e dimentica in pochi secondi, ma quello più profondo di una relazione reale, di qualcuno che ti aspetta, che ha bisogno della tua presenza e che si accorge se non ci sei.

Anche lo sport, il teatro, la musica e la vita associativa possono costruire legami. Nel volontariato, però, la relazione nasce intorno a un compito condiviso. Nel confronto con i bisogni, i tempi e le fragilità dell’altro, un ragazzo può scoprire capacità che non sapeva di avere e limiti con cui imparare a fare i conti.

Il volontariato permette inoltre di sottrarsi alla frammentazione continua.

Molti adolescenti vivono giornate interrotte da notifiche, messaggi e video brevi. Donarsi agli altri richiede invece continuità nello stare, ascoltare, aspettare, tollerare la fatica e la lentezza.

Anche da qui passa la crescita. La libertà non coincide con l’assenza di legami, ma con la capacità di scegliere a che cosa dedicare tempo, attenzione ed energie.

Bisogna però evitare ogni strumentalizzazione. Non si entra in una casa di riposo, in un doposcuola o in un’associazione soltanto perché “fa bene” agli adolescenti. Il volontariato è prima di tutto un gesto gratuito verso persone e bisogni reali. Proprio per questo educa, perché chiede rispetto, discrezione, continuità e responsabilità.

L’altro non è uno strumento per sentirsi migliori, ma una persona da incontrare.

Non tutti i ragazzi sono pronti nello stesso modo. Un adolescente molto chiuso, ansioso o depresso non va spinto bruscamente in un’esperienza a cui non è preparato. Non si cura la solitudine imponendo socialità.

Servono gradualità, ascolto e adulti capaci di accompagnare. Le possibilità, del resto, sono molte: bambini, anziani, persone con disabilità, tutela dell’ambiente, cura degli animali, doposcuola, associazioni sportive, iniziative civiche o parrocchiali. Ciò che conta è che l’esperienza sia autentica e non sia, invece, trasformata in una nuova prestazione da fornire. Ai genitori si chiede allora non di “imporre” il volontariato, ma di aprire possibilità. Gli adulti hanno il compito di proporre ai figli incontri, responsabilità e occasioni in cui misurarsi con il mondo reale. Scuola, associazioni, parrocchie, società sportive e istituzioni locali possono creare contesti seri e continuativi, nei quali i ragazzi siano accompagnati a comprendere il senso di ciò che fanno. I ragazzi non hanno bisogno soltanto di meno schermi. Hanno bisogno di più mondo. Di adulti che li aiutino a incontrarlo. Di esperienze che insegnino loro che il tempo non è soltanto qualcosa da consumare, riempire o perdere.

 Il tempo può essere donato. E quando viene donato, smette di essere vuoto per diventare relazione, responsabilità e libertà.

www.avvenire.it

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UN SANTO PER I GIOVANI

 


NON AVETE SAPUTO VEGLIARE 

CON ME NEPPURE UN’ORA!


-di Mario Restivo*

È pensando a queste parole che mi sono alzato prima del solito questa mattina per venire qui davanti a te.

Sai, non ero quasi abituato a sentirti una presenza, ma ora, in quest’alba di uno splendido mattino che ancora una volta ci dai, tu ci sei: sento il tuo battito in me ma anche fuori di me.

In me poiché la mia disponibilità dell’essere qui stamattina, come dell’avere partecipato a questo campo, vive del tuo amore verso di me; fuori di me perché tutto qui attorno è buono, poiché proviene

 Dalla t onnipotenza: il cielo, il bosco, gli uccellini, l’erbetta, le foglie secche, reliquie di un autunno ormai lontano, il freddo, il silenzio, l’orizzonte.

Signore, dammi sempre un inizio, dammi soprattutto la morte che lo precede; aiutami ad educare all’amore le persone che ci stanno attorno.

Dio, guidami sulla strada del ritorno affinché la mia casa divenga la tua casa, la mia vita divenga la tua vita.

Signore, dammi la comprensione e l’umiltà di un educatore alla maniera di tuo figlio.

Ti prego per le persone smarrite, per chi non sa ancora dove andare, eppure ci va.

Dammi la spontaneità e la fantasia perché io sia un ragazzo tra i ragazzi. Ti prego perché non muoia mai in me la speranza.

E quando sono solo, Signore, quando a sera busso alla porta di qualcuno, e quando nessuno mi dà risposta, ricordati di me e rendimi capace di sorridere.

Fa’ che possa dare sempre agli altri in umiltà e completa condivisione. Nel mio cuore, Signore, troverò il posto per le mille vite dell’universo.

E ora, o Signore, lascia che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; fa’ che il tuo servo abbia il coraggio di uccidere le sue maschere.

Amen

  • *Mario Giuseppe Restivo (1963, 1982) scout. Il primo agosto si concluderà la fase diocesana della causa di beatificazione. Papa Benedetto XVI, durante l'incontro con i giovani citò Mario Giuseppe Restivo come esempio di giovane cresciuto nella fede e nella testimonianza cristiana, affiancandolo a padre Puglisi e ad altre figure esemplari (santi della porta accanto)
  •  www.mariogiusepperestivo.it

 

 

 

 

martedì 28 luglio 2026

FEDI E RELIGIONI


 UN 

MULTIVERSO

 GLOBALIZZATO


Paolo Montesperelli e Renzo Salvi in conversazione con Franco Garelli

In un tempo che sembra essersi fatto breve per ogni fenomeno sociale, quando la cronaca si frantuma nei social ed il giornalismo consuma le sociologie, è singolare – e quasi fa meraviglia – imbattersi in studi e ricerche che sono globali per dimensione e configurano interpretazioni profonde. È il caso del volume Le religioni nel mondo globale, edito da il Mulino, scritto a due mani da Franco Garelli e Stefania Palmisano, che si cimenta sulla presenza e influenza delle fedi nel globo, sui loro lati nobili e su quelli oscuri, sulle tensioni che innescano e sulle speranze che alimentano. È un lavoro sociologico coraggioso e per vari aspetti sorprendente, illuminante. 

Parlarne – come si fa in queste pagine – con Franco Garelli che s’è più volte cimentato su interpretazioni di lungo periodo come su molti aspetti della materia, significa incrociare anche, ancora una volta, una delle firme che tutt’ora arricchiscono Rocca e che ha avuto presenze nei Corsi di studio e frequentazioni con la Citta della sin dagli anni Settanta. Il suo è un punto di vista condiviso nel tempo e condivisibile nell’oggi. In dialogo… 

MAPPE, TENDENZE, MUTAMENTI 

La ricerca, un’indagine lunga che ora si specchia in un libro, si confronta anzitutto con un compito impegnativo, quello di aggiornare il panorama delle fedi nel mondo, di fare una mappatura delle principali religioni ai primi decenni del Terzo millennio. Non mancano, per altro, mappe e cartografie… Che cosa emerge al riguardo? 

Il dato che più colpisce è il 75% della popolazione del globo che ancor oggi professa una fede religiosa, contando quanti si identificano nel cristianesimo (la religione più seguita), nell’islam (in forte crescita), nell’induismo, nel buddhismo, nell’ebraismo e così via. C’è inoltre una cartografia di come le grandi religioni sono distribuite nei vari continenti, da cui si ricava il profilo religioso delle macro-aree mondiali. Si tratta tuttavia di una realtà non statica, in quanto ovunque il paesaggio spirituale (come quello culturale ed economico) non cessa di modificarsi, in rapporto ai molti cambiamenti – di varia natura, politica, demografica, migratoria ecc. – che si registrano nella vita dei popoli… 

Il dinamismo maggiore è quello dell’islam, che negli ultimi decenni ha aumentato la sua presenza soprattutto in Asia e in Africa, mentre la cristianità presenta delle evoluzioni divergenti: vive un’epoca grigia in Occidente a fronte di una maggior vivacità nel Sud del mondo (e in parte in Oriente). In parallelo, l’induismo (terza religione per nu mero di fedeli) rimane fortemente ancorato dopo più di tre millenni al territorio indiano, dove è sorto e si è sviluppato, diversamente da quel che accade al buddhismo che mani festa una spiccata vocazione internazionale. 

Per contro, l’“altra religione” (l’insieme de gli atei e degli agnostici) è in questa epoca in grande spolvero, ed è ben rappresentata oltre che in Europa soprattutto nell’estremo Oriente, nella grande Cina e in Giappone. 

Ma ciò non toglie che proprio Pechino – in un clima di realpolitik – stia rivalutando il ruolo che le religioni storiche (confucianesimo, taoismo, buddhismo) giocano nella cultura cinese popolare. 

Dopo uno studio comparativo così ampio, avete individuato un denominatore comune alle religioni? Insomma, che cosa è la religione, almeno dal punto di vista sociologico? Ecco una delle questioni ‘sociologicamente’ calde, più difficili da affrontare; perché circoscrivere oggi il fenomeno religioso è un’impresa improba, in quanto – oltre alle grandi religioni universali (già studiate a suo tempo da Max Weber) – si sono aggiunte sulla scena mondiale varie forme religiose nuove e inedite, che dunque ampliano di molto il quadro. Tra queste la New Age, le nuove spiritualità, la ripresa delle tradizioni animistiche, realtà ‘religiose’ che non prevedono la trascendenza, per non parlare delle religioni digitali o delle ‘Chiese dell’intelligenza artificiale’. 

Come dunque definire la religione – questo abbiamo dovuto chiederci ancora una volta – in modo ampio ma non indeterminato, con un criterio che non riflettesse soltanto la situazione occidentale, che potesse applicarsi alle grandi religioni ma che, nello stesso tempo, potesse comprendere anche il nuovo che avanza in questo campo, evitando, inoltre, di inglobare in questo concetto realtà spurie o comunque non pertinenti? 

Così nella nostra proposta, si ha una ‘religione’ quando si verificano due condizioni base: anzitutto quando è presente un’idea alta e ampia di sacro, per cui i soggetti si confrontano, a seconda dei casi, con una realtà trascendente o con una presenza cosmica, o ancora con un ideale di pienezza spirituale capace di dare un senso profondo alla propria esistenza; e in secondo luogo, quando questo riferimento offre alle persone una risposta ai grandi interrogativi dell’esistenza, relativi sia alla sfera individuale che a quella collettiva. 

AMBIVALENZE E SPERANZA NELLE RELIGIONI 

Papa Francesco sosteneva, e il pensiero è ripreso da papa Leone, che tutte le religioni custodiscono il desiderio di pace. Però anche oggi alcune sembrano alimentare i conflitti, altre la concordia. Si può individuare, o perlomeno quale prevale fra queste due tendenze? Nel caso, in nome di quali caratteristiche di questa o quella? 

Il desiderio di pace è certamente nel Dna delle grandi religioni, anche se il loro forte intreccio con le vicende del mondo (pensiamo a quel che succede a Gaza, nell’Ucraina, nel Corno d’Africa o nel Sud Est Asiatico ecc.) le espone sovente a situazioni ambivalenti. 

Per cui si può dire che il fattore religione presenta sia un lato buono, sia un lato oscuro. In quello oscuro troviamo il mentaliste, le stragi e le forme di genocidio di cui si macchiano stati e popoli che coltivano ideali religiosi, i connubi impropri tra religione e regimi politici di nuovo ricorrenti in varie parti del mondo; oltre alle tendenze nazionalistiche esasperate e conflittuali appoggiate da vari gruppi religiosi. Tuttavia, a fronte di un volto religioso che inquieta e divide il mondo, ve n’è un altro che agisce in senso contrario, che cerca di offrire speranza, che si pone come un potente fattore di solidarietà, che si fa carico delle sfide planetarie che gravano sull’umanità, che interviene non solo per ridurre povertà e angoscia umane, ma anche per rigenerare le perso ne e creare comunità. È il lato migliore delle religioni, ciò che spiega la loro attrattività nel corso della storia. 

In questo quadro, dunque, le religioni non sono solo una risorsa di senso per gli individui, ma delle potenti realtà che operano a livello geo-politico, richiamano i grandi della Terra alle loro responsabilità, cercano di pro muovere i valori della pace e della pacifica convivenza, lottano per ridurre la fame nel mondo e le diseguaglianze, per favorire un ordine mondiale in cui non ci si siano più scarti: né umani né ambientali. 

ATTIVISMI, CONTRADDIZIONI, SECOLARISMI 

 

All’interno della prospettiva ampia che deriva da questo studio, come e quanto sta cambiando la religione cristiana, nelle sue varianti, nella fase attuale di forte attivismo del movimento “Maga” negli Stati Uniti e di movimenti simili in altri Paesi? 

Forse è troppo dire che la religione cristiana sta cambiando, ma senza dubbio le forme più esasperate che in qualche modo si richiamano a questa radice religiosa sono quelle che più sembrano dominare la scena pubblica mondiale. Pensando agli Usa abbiamo tutti in mente l’immagi ne dello studio ovale della Casa Bianca in cui Trump (in una scenografia da Ultima cena) è attorniato da un gruppo di pastori evangelici raccolti in preghiera a sostegno del suo ruolo e della sua missione nel mondo. È l’emblema della cultura Maga, che si serve della religione non solo per “rifare l’America nel nome di Dio” (contro la cultura woke e le posizioni liberal), ma anche per affermare nel mondo la propria visione della realtà e i propri disegni di grandezza. 

Ma derive cristiane problematiche si trovano anche nel singolare sodalizio in atto da tempo tra Putin e il patriarca Kirill della Chiesa ortodossa di Mosca, il cui scopo è rilanciare il mito della grande Russia nel mondo. Un legame che crea molte ferite per il cristianesimo ortodosso, alle prese dunque con una stagione difficile. 

Tuttavia, proprio queste ferite ci dicono che la realtà ortodossa non è tutta allineata su queste posizioni, alla stessa stregua di quanto succede altrove sia in campo protestante che cattolico. È ciò che accade negli Stati Uniti, ad esempio, dove anche tra i cattolici e i protestanti conservatori c’è un ripensamento su un uso improprio della religione a fini politici. 

SECOLARISMO, SECOLARIZZAZIONE 

In passato si riteneva che le società, almeno quelle occidentali, fossero destinate ad una progressiva secolarizzazione. Questa ricerca rileva uno scenario molto più complesso del previsto. Che senso ha parlare di secolarizzazione nel presente, anche soltanto nel presente delle culture occidentali? 

La secolarizzazione persiste in alcune aree del globo, in particolare da noi in Occidente, per l’affermarsi di una società moderna che si è via via emancipata dal fattore religioso, diventando culturalmente maggiorenne. Altre zone mondiali paiono invece avviate verso una modernità che non rappresenta la tomba della religione perché il sentire religioso resta diffuso, quasi naturale. Inoltre, gli stessi paesi occidentali riflettono in questo campo situazioni diverse: da un lato c’è la crisi delle tradizioni cristiane, con una secolarizzazione che si presenta come un processo di scristianizzazione, e però, dall’altro, c’è una vivacità religiosa dovuta sia alle fedi importate dai migranti, sia alla domanda da parte dei vari gruppi di popolazione autoctona di forme nuove di spiritualità (anche di matrice orientale). 

Insomma, c’è un grande ripensamento – anche tra gli studiosi – circa la categoria della secolarizzazione. Ed in parallelo si riflette su nuovi approcci interpretativi, come quello che mette in rapporto la domanda e l’offerta religiosa (per cui la gente si attiva se le fedi sanno aggiornarsi e farsi attraenti); o si analizza la tendenza attuale, presente nelle grandi religioni, a giocare un ruolo pubblico di rilievo anche nelle società in cui si riduce la loro pre sa sulle coscienze: perché nell’epoca delle passioni tristi, esse hanno comunque un patrimonio di risorse (valori, buone prassi, movimenti di base) da spendere per il bene comune. 

TODOS, TODOS… PARVUS GREX ” 

All’interno e in base a questa ricerca si osserva che il baricentro territoriale del cristianesimo si sta spostando verso il sud del mondo. Quali sono le conseguenze attuali anche sul piano culturale? E quali sono quelle immaginabili per un futuro in cui potrebbero convivere, nel cristianesimo, la lettura della fede come possibile orientamento per un “piccolo gregge” – già ne parlò Joseph Ratzinger, da vescovo, in una conversazione radiofonica in Germania – e dall’altro lato la chiamata a “todos, todos!” che è stata il segno della presenza di Jorge Mario Bergoglio

Un cristianesimo che si ricentra al Sud del mondo segnala una ventata di novità e nuovi equilibri nella cristianità intera. 

Le Chiese dell’America Latina e dell’Africa (e in prospettiva dell’Asia) contano assai di più rispetto al passato, chiedono maggior autonomia e considerazione, hanno più risorse umane e spirituali per meglio ripensa re l’inculturazione della fede alle loro latitudini, consolidando il distacco dal modello cristiano occidentale loro proposto nel passato. Da un lato immettono nel la cristianità una ventata di giovinezza e di forze fresche, dall’altro attestano le nuove frontiere della fede cristiana. Per ché si tratta di comunità cristiane chiamate a confrontarsi non più o non tanto (come accadeva o accade in Occidente) con le questioni della laicità e con il fenomeno dell’ateismo e dell’indifferenza religiosa; ma con mondi per vari aspetti ‘furiosamente’ religiosi, rappresentati – a seconda dei casi – da una miriade di sette e di movimenti pentecostali (in America Latina), da un islam bellicoso ed in espansione (in Africa), da culture e tradizioni religiose di lungo corso e assai di verse (in Asia). Le comunità cristiane in espansione nel mondo, agiscono dunque in contesti religiosi e politici conflittuali, dove la concorrenza con identità religiose diverse si fa quotidiana e dove le ragioni dell’identità possono avere la meglio rispetto alle ragioni dell’ecumenismo. 

Forse è questo il tipo di cristianesimo a cui alludeva papa Francesco quando parlava di una fede di popolo, mentre in Europa la presenza cristiana sembra oggi più affidata a quelle minoranze creative sovente evocate da Benedetto XVI. 

L’ultima parte del libro che stiamo facendo scorrere è dedicata alle sfide maggiori che le religioni hanno di fronte, rispetto alle quali esse possono dare un contributo decisivo per rendere il mondo più giusto ed armonico. 

Tra le sfide maggiori vi è quella che giunge da una quota sempre più rilevante di donne, che in tutte le religioni lamentano le discriminazioni di genere, segnalano che la fede “al femminile” può rendere più umano e fecondo il campo religioso e per ciò chiedono alle rispettive Chiese/religioni di meglio interpretare su questo tema i libri sacri. Alcune fedi, come le confessioni protestanti (nel cristianesimo) sono all’avanguardia su questo terreno, mentre altre, sia di matrice occidentale che orientale, continuano a riprodurre antichi e oscurantisti equilibri. 

Un’altra sfida rilevante è la salvaguardia dell’ambiente, un campo di impegno che – al pari di altri, relativi alla pace, alla giustizia sociale, alla lotta per ridurre la fame nel mondo – rientra tra le azioni umanitarie richieste alle religioni dal messaggio etico e spirituale a cui si ispirano. Al riguardo alcune religioni hanno operato una vera e propria conversione ecologica, dopo secoli in cui hanno sacralizzato l’uomo come il vero dominus dell’universo. Ma in questo campo agisce da tempo anche un ecologismo spirituale di matrice laica che vede nella terra e nel cosmo un’anima da rispettare e custodire. 

Un’ulteriore sfida alle Chiese e alle religioni proviene dal fenomeno del nuovo ateismo, la cui crescita numerica si accompagna al fatto di maturare una nuova coscienza. Ovunque infatti le persone atee o agnostiche avvertono di avere una propria consistenza, chiedono di essere riconosciuti non più come “un vuoto”, come una realtà in difetto di Dio, ma come l’espressione di un’altra cultura. 

Sono molte, insomma, le sorprese ‘conoscitive’ che emergono da questa ricerca e da questo studio: tutte ci aiutano a comprendere meglio come il fattore religioso agisce sulla scena mondiale e perciò contribuiscono a meglio orientarci nell’universo complesso nel quale ci troviamo a vivere.

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