Il caso Roggero e
il
Codice
di
Hammurabi
di Giuseppe Savagnone
Una storia che si ripete
Ci risiamo. A soli
quattro mesi dal referendum sulla Giustizia, si riaccende lo
scontro tra il governo e la magistratura. Una storia che si ripete.
L’ultimo episodio è la decisione con cui la Giunta per le autorizzazioni
a procedere della Camera ha respinto la richiesta della Procura di Roma di
acquisire le chat tra il deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario
alla Giustizia Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia, prestanome
legato al clan camorristico Senese e attualmente detenuto per riciclaggio.
Proprio pochi giorni fa,
ricordando l’uccisione di Paolo Borsellino, Giorgia Meloni aveva detto: «Nel
suo ricordo continuiamo a percorrere la strada che ci ha indicato, con lo
stesso impegno in difesa della legalità». Difficile conciliare questa dichiarazione
con il rifiuto della maggioranza di collaborare con la magistratura
nell’indagine su uno dei più potenti clan mafiosi di Roma.
Forse per questo i
quotidiani che fiancheggiano il governo – con la sola eccezione del «Giornale»,
che vi dedica un piccolo riquadro – hanno censurato sulle loro prime
pagine questa notizia, che invece campeggia in quelle dei maggiori giornali
nazionali. Al suo posto viene riportata, a titoli di scatola e con pesanti
commenti sarcastici, quella della condanna di Ilaria Salis, da parte del
tribunale civile, per aver licenziato senza giusta causa due suoi dipendenti.
In realtà è già da
diversi giorni che il clima dei rapporti tra maggioranza politica e
magistratura è diventato di nuovo incandescente. L’occasione è stata la vicenda
del gioielliere che, esasperato per essere stato per la seconda volta vittima
di una rapina, ha reagito uccidendo due dei rapinatori e ferendo gravemente il
terzo. La difesa aveva invocato la legittima difesa, ma, a inchiodare Mario
Roggero, il gioielliere, era stato il video, poi divenuto virale, che lo
ritraeva chiaramente mentre inseguiva fuori dal suo negozio, con una pistola in
pugno, i malviventi in fuga colpendoli alle spalle e prendendone a calci uno,
che era caduto per terra moribondo.
L’episodio risale
all’aprile del 2021, ma solo in questi giorni si è concluso il terzo grado di
giudizio, davanti alla Cassazione, con la condanna definitiva a 14 anni e 9
mesi. Una pena certo assai inferiore a quella prevista per un pluriomicidio e
che dunque tiene conto di tutte le attenuanti del caso, ma che è stata
duramente contestata dalla stampa di destra e da quasi tutta la maggioranza di
governo, riaprendo il conflitto con la magistratura.
Un errore giudiziario da
riparare?
La prima presa di
posizione è stata quella del vice-premier Salvini, che ha espresso al
gioielliere la sua piena e commossa solidarietà, andandolo a trovare due volte
in carcere e arrivando a ipotizzare una sua candidatura al Parlamento («Sarei
orgoglioso di candidarlo a rappresentare gli italiani»).
Per il leader leghista
Roggero è «un marito, un padre, un nonno, un lavoratore onesto che ha sempre
rispettato le regole». La sua reazione sarebbe dovuta a un momentaneo stato di
esasperazione, che bisogna capire. Perciò Salvini, pur dicendo di non volersi
sostituire ai giudici e di accettare la sentenza, ha sottolineato la
«sproporzione tra quello che è accaduto quel giorno e la severità della pena» e
ha espresso la sua perplessità sui criteri usati dalla magistratura, che
infierisce così su un brav’uomo, «mentre, a fatica, certi giudici mandano in
carcere gente che spaccia droga e vende morte ai nostri ragazzi. Mah».
Ancora più esplicito il
ministro della Difesa Guido Crosetto il quale, in un tweet su X, ha osservato
che c’è «una giurisprudenza che interpreta le leggi al punto
di stravolgerle» e che ha «consentito di mandare in libertà dopo pochi
anni anche assassini di servitori dello Stato». «Per questo ciò che è
accaduto a Roggero è ingiusto, incomprensibile e anche difficile da
accettare».
Anche Giorgia Meloni ha
voluto intervenire, insistendo sugli aspetti psicologici del comportamento del
gioielliere: «Chi è in grado di giudicare il dolore, il trauma, lo stress e la
paura di quest’uomo?» Poi è passata alla critica diretta della sentenza,
definendola anche lei sproporzionata: «Non si possono dare otto anni a dei
pedofili o meno di 10 anni a casi di stupri di gruppo e poi condannare a morire
in carcere questo gioielliere, c’è un problema di proporzionalità delle
pene».
Sull’onda di queste prese
di distanza da parte di rappresentanti delle istituzioni, si è scatenata ancora
una volta una campagna di delegittimazione e di odio nei confronti della
magistratura e in particolare dei giudici che hanno emesso la sentenza, i cui
nominativi sono stati pubblicati e additati al pubblico ludibrio e alle minacce
sui social.
La sola eccezione è stata
quella del leader di Forza Italia, Antonio Tajani: «Non dico che la sentenza
sia sbagliata, né contesto chi l’ha formulata, dico solo che sia giusto il
perdono sociale». E una richiesta di grazia è stata firmata da tutti i gruppi
del centro-destra, rivolta al capo dello Stato, ed è stata istruita in gran
fretta, sull’onda dell’opinione pubblica, dal ministro della Giustizia.
Proprio questo clima,
però, ha infastidito e allarmato il Quirinale, che vi ha colto il tentativo di
esercitare una pressione affinché si conceda non il perdono a un colpevole
pentito, bensì il doveroso risarcimento a una persona condannata ingiustamente;
col rischio di trasformare l’istituto particolarissimo della grazia in un
quarto grado di giudizio, che scavalcherebbe le precedenti sentenze della
magistratura.
Come sembrerebbe
confermare, peraltro, l’atteggiamento dello stesso Roggero che, già dopo la
prima condanna, non solo non si è mostrato addolorato per avere tolto la vita a
due esseri umani (ladri, certo, ma non assassini, e che stavano ormai
fuggendo), ma ha rivendicato con fierezza la piena legittimità del suo gesto e
contestato con acre sarcasmo i magistrati per averlo condannato: «Mi hanno dato
17 anni perché i giudici non hanno voluto ascoltare le mie ragioni
fino in fondo. Complimenti ai magistrati. È una follia, viva la delinquenza,
viva la criminalità».
Un atteggiamento
riaffiorato nella richiesta rivolta dal gioielliere al presidente della
Repubblica, il cui tono è apparso più di sfida che di reale pentimento: «Ha
graziato uno scafista che ha ammazzato trenta persone, ha graziato la Minetti,
penso dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza».
Alcune considerazioni
inquietanti
Questi i fatti, su cui
vale forse la pena fare alcune considerazioni. La prima riguarda lo stile con
cui si è svolto il dibattito pubblico. Di fronte a un iter giudiziario
che è passato attraverso tre gradi – in cui giudici diversi, sulla base di
prove indiscutibili (il filmato, già da solo, è eloquente), hanno constatato
che il comportamento di Mario Roggero non è riconducibile alla fattispecie
della legittima difesa, così come il nostro ordinamento giuridico la prevede –,
sui giornali, sui social, nell’opinione pubblica si è istituito un
processo mediatico in cui gli imputati sono diventati i magistrati che avevano
semplicemente applicato la legge. Puro populismo.
Al quale hanno dato il
loro avallo – e questa è una seconda considerazione, ancora più inquietante
della prima – i vertici del potere esecutivo che, con argomentazioni basate su
un misto di buon senso, di psicologia spicciola e di una vaga infarinatura di
diritto, hanno ritenuto di poter dare una valutazione in un campo che non
è di loro competenza né dal punto di vista culturale (Meloni e Salvini
non sono neppure laureati in giurisprudenza, tanto meno hanno superato un
concorso di magistratura) né, soprattutto, da quello istituzionale.
È stato come se il
presidente dell’Anm un giorno facesse una conferenza stampa sull’inadeguatezza
dell’appoggio militare dell’Italia all’Ucraina e criticasse il governo per il
modo in cui gestisce le spese relative nel nostro bilancio, giudicandolo “sproporzionato”.
Purtroppo si deve ancora
una volta constatare che il concetto di separazione dei poteri, centrale nella
nostra Costituzione, rimane scarsamente comprensibile a una classe politica al
governo la cui matrice culturale, storicamente, non è tra quelle che hanno
concorso alla stesura della Carta fondamentale della nostra democrazia.
Una terza considerazione
riguarda le conseguenze di questo gap tra la logica di una democrazia liberale,
che fa della legge il punto di riferimento indiscutibile della vita associata,
e quella di un populismo che invece è pronto a manipolarla per accaparrarsi il
consenso. Un cardine di quest’ultima è di porsi sempre in un atteggiamento di
contestazione verso le istituzioni anche quando, in realtà, le si rappresenta e
se ne è responsabili.
Nel caso che stiamo
esaminando, l’indignazione popolare nei confronti della sentenza e della
normativa che l’ha giustificata ha fatto dimenticare a molti che questa legge è
stata fatta dall’attuale maggioranza e porta la firma di Salvini. I giudici si
sono limitati ad applicarla.
E non è la prima volta. È
capitato anche per la famiglia del bosco. Proprio l’attuale governo nel 2023,
col decreto Caivano, aveva introdotto la sospensione della potestà genitoriale
e la pena di due anni di detenzione per i genitori che non adempiono l’obbligo
scolastico. E Meloni aveva espressamente rivendicato questa innovazione in
un’intervista televisiva, facendo presente che fino ad allora la pena era solo
una multa di 30 euro: «Non al giorno eh, 30 euro, punto». Ma, aveva continuato,
«siamo intervenuti. Oggi se non mandi tuo figlio a scuola (…), è previsto anche
il carcere e che ti tolgo la potestà genitoriale».
Appena tre anni dopo, con
una stupefacente capriola, la premier si è detta «senza parole» davanti alla
separazione dei bambini dalla madre, dandone la colpa a un giudice che aveva
solo applicato (peraltro solo in parte) la nuova normativa da lei istituita.
Un’ultima considerazione.
Abbiamo già notato che Mario Roggero non ha mai mostrato un particolare
dispiacere per aver ammazzato due persone. Per lui erano solo rapinatori, che
attentavano ai suoi beni e minacciavano la sicurezza della sua famiglia. E in tutto
questo dibattito il suo punto di vista è risultato vincente. Colpisce il fatto
che di questi uomini non si sia parlato mai. I loro volti, le loro storie, sono
stati coperti da una maschera con l’etichetta: “ladri”. Nessuno dice che uno
dei due uccisi, Giuseppe Mazzarino, ha lasciato una moglie e due figli.
Che avevano dei parenti, degli amici, che li hanno pianti.
È sicuro che fossero dei
mostri? Forse anche per loro sarebbe possibile individuare, come la nostra
premier ha fatto per Roggero, degli stati d’animo, delle situazioni
psicologiche ed esistenziali che, senza giustificare il loro crimine,
potrebbero renderlo comprensibile. A Roggero la pena è stata ridotta dai
giudici proprio per questo. La loro invece è stata la morte, questa sì
veramente sproporzionata.
Ritorno alla legge di
Lamech?
Assecondando
l’indignazione popolare, la Lega ha presentato un ddl che modifica la normativa
sulla legittima difesa. In esso si prevede la non punibilità di «qualsiasi
reazione» ad un’aggressione a mano armata in casa o in negozio,
«indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del
pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta».
È un disegno di legge che
probabilmente resterà nella storia come un decisivo passo indietro nello
sviluppo della civiltà. Il principio della proporzionalità della reazione a
un’offesa è nella legge del taglione, che prevede che a chi cava un occhio si risponda
cavando un occhio, non cavandoglieli tutti e due o uccidendolo. Si tratta
di una conquista già contenuta nel Codice di Hammurabi, risalente a 3800 anni
fa e che ha permesso di superare la violenza del puro arbitrio, espressa nelle
parole di Lamech, figlio di Caino: «Ho ucciso un uomo per una mia
scalfittura/ e un ragazzo per un mio livido./ Sette volte sarà vendicato
Caino,/ ma Lamech settanta volte » (Gn 4, 23-24).
È appena il caso di
osservare che, se passasse il ddl proposto da Salvini il principio della
vendetta privata diventerebbe la regola. A qualunque offesa ricevuta nei locali
della propria abitazione o del proprio lavoro si potrebbe rispondere con una
violenza illimitata. Oltre che alla difesa, si aprirebbero le porte alla
vendetta, anche la più sproporzionata. Era quello che il Codice Hammurabi
saggiamente ha voluto escludere. E questa antichissima lezione appare più
attuale che mai anche oggi, perché ci ricorda che a chi ti toglie dei gioielli
e dei soldi non puoi togliere la vita.
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