DIALOGHI
διάλογος, sermōcĭnātĭo
martedì 29 settembre 2026
EDUCAZIONE CATTOLICA IN AFRICA
L'AUTUNNO E' UN METODO
|
lunedì 28 settembre 2026
INSEGNANTI DELEGITTIMATI
nelle scuole?
Favorita
da anni
di delegittimazione
degli
insegnanti
Il rettore
dell’Università Roma Tre, analizza, da pedagogista, la progressiva crisi del
sistema scolastico italiano. Decenni di delegittimazione del ruolo dei docenti,
taglio del riconoscimento economico ed «elogio dell'incompetenza» hanno
logorato l'autorevolezza delle istituzioni educative, trasformando la scuola da
luogo di crescita collettiva a terreno di scontri individuali e performance
-di Annachiara Valle
«La nostra è sempre stata
una scuola aperta, di grande inclusione, un modello per il mondo. Negli anni,
però, la classe degli insegnanti è stata progressivamente delegittimata».
Massimiliano Fiorucci, pedagogista, rettore dell’Università degli Studi Roma
Tre, legge anche così gli ultimi avvenimenti nella capitale.
Massimiliano Fiorucci,
pedagogista e rettore dell'Università degli Studi Roma Tre, in un incontro alla
libreria San Paolo di Roma
Professore Roma è ancora
sotto shock per l’accoltellamento della professoressa in una scuola media.
Perché cresce questa violenza?
«Difficile rispondere,
bisognerebbe conoscere meglio e più da vicino la vicenda, i contesti sociali e
familiari, le situazioni. Però, a livello generale, secondo me, è sicuramente
responsabile il prolungato messaggio di delegittimazione del valore della scuola
e dell’educazione. C’è stata una fase storica nella quale gli insegnanti erano
considerati figure di riferimento e autorevoli e la scuola era un’istituzione
di valore da tutelare, un luogo rispettato da tutte le famiglie non un luogo in
cui, come in qualche caso avviene oggi, i genitori vanno a difendere come
sindacalisti i propri figli. Dopo anni di deleterio e irresponsabile elogio
dell’incompetenza, per cui non c’è bisogno di studiare, di sapere, di conoscere
per esprimere una opinione o per svolgere una determinata professione o per
affermarsi nel mondo del lavoro, si è delegittimato il valore anche sociale
degli insegnanti. Oltre, ovviamente, al peso dello scarso riconoscimento
economico di queste figure professionali. E poi è venuta affermandosi la
cultura della performance, è stato considerato più importante il risultato, che
non il processo e il percorso di apprendimento».
A proposito di risultato,
le nuove guide per la scuola mettono al centro il talento e il merito. Questo
sarà un aiuto per gli studenti o un peso maggiore?
«Talenti e meriti vanno
riconosciuti e valorizzati, ma per come sono formulate le nuove linee guida si
rischia di fare in modo che questo ricada sui soggetti, sulla responsabilità
individuale piuttosto che sociale. Il punto è che dobbiamo tenere in considerazione
i contesti nei quali le persone crescono, le condizioni familiari, sociali, il
background culturale, le opportunità, le relazioni, i territori dove capita di
nascere. Non c’è nessun merito in questo. C’è sicuramente una dimensione
individuale di talento e di merito che va coltivata e assecondata, ma la scuola
deve in primo luogo cercare di mettere tutti nelle stesse condizioni. Se
potessi indicare una strada direi allora che bisogna privilegiare delle
politiche di “discriminazione positiva”, cioè bisogna dare di più a chi ha di
meno per fare in modo che tutti possano avere le stesse opportunità di
crescere, di emanciparsi, di essere liberi e di far emergere i propri talenti».
In che direzione va la
scuola con le nuove linee guida?
«Si afferma,
fondamentalmente, un modello di scuola assimilazionista, eurocentrica,
trasmissiva e in qualche modo anche autoritaria con poco spazio per la
dimensione laboratoriale e dell’apprendimento trasformativo. Penso poi all’uso
della storia. Qui c’è più un riferimento a narrazioni moralistiche ed
edificanti attraverso molti aneddoti piuttosto che al pensiero critico e alla
capacità di utilizzare le fonti storiche. Si va verso una funzione più
identitaria, verso la costruzione di un modello di cittadino degli Stati
nazionali piuttosto che, come andrebbe fatto in un’epoca come quella che stiamo
vivendo, di costruzione di una cittadinanza globale aperta al dialogo e al
confronto con gli altri».
Parlando proprio di
Storia. Si insiste sull’importanza della Storia dell’Occidente, come se tutto
fosse nato da noi. Vede un pericolo in questo?
«L’incipit del programma
è folgorante. Vi si legge che “solo l’Occidente conosce la Storia”. È
un’affermazione molto forte, problematica, identitaria che sottolinea questo
sguardo euro ed etnocentrico. È pericoloso perché, se si guarda solo a se
stessi, questo non predispone al dialogo, ma allo scontro».
Ci spiega meglio?
«Perché questa
impostazione significa non riconoscere il valore degli altri e il fatto che
tutte le culture non sono oggetti separati, non lo sono mai stati. Si tratta di
una visione essenzialista. Tutte le culture sono in qualche modo miste,
permeate e permeabili. Lo vediamo dalla toponomastica, dal linguaggio, dalle
tradizione gastronomiche, dalle parole che usiamo. L’Italia è un territorio da
sempre multiculturale e multireligioso. Gli ebrei, per fare un esempio, sono a
Roma dal secondo secolo a.C., abbiamo molte minoranze linguistiche storiche in
tutta Italia, siamo stati dominati e attraversati attraversati da tantissime
popolazioni: dagli arabi, dai normanni, dagli spagnoli, dai francesi, ecc..
Ognuno di questi Paesi e popoli ha lasciato delle tracce nella nostra lingua e
nella nostra cultura. E questo l’ha fatta evolvere. Le culture pure, isolate
scompaiono, muoiono, di fatto non esistono. Tutti i sistemi culturali sono
invece permeabili e dialogici. Le identità sono, di per sé, dinamiche. Solo attraverso
il dialogo si può crescere, essere capaci di modificarsi e migliorare se
stessi».
Parlando degli arabi mi
veniva in mente la parmigiana, ricetta italiana, ma che non avremmo se gli
arabi non avessero portato le melanzane nel nostro Paese.
«È assolutamente così. Ci
sono tantissimi esempi in questo ambito e penso ai bellissimi libri di Massimo
Montanari sull’identità italiana in cucina. In uno dei suoi scritti dal titolo
“La Contea di Modica”, Leonardo Sciascia racconta come sia nato quel tipico
cioccolato di "inarrivabile sapore, che sfiora l'assoluto". Quel
cioccolato è arrivato attraverso gli spagnoli che, da Alicante in particolare,
erano andati in centro America e avevano riportato in Sicilia una ricetta
azteca attraverso cui si arriva poi alla famosa cioccolata di Modica. Ecco,
quindi, che anche le tradizioni più “tradizionali”, in qualche modo, sono il
frutto di questi scambi. E ancora pensiamo al pomodoro, alla polenta. Tutti
prodotti legati anche alla scoperta dell’America (sarebbe più corretto
definirla conquista assumendo il punto di vista delle popolazioni che già vi
vivevano) e alla circolazione delle persone, delle merci, delle idee, delle
parole. Per questo è antistorico considerare la storia solo dal punto di vista
occidentale».
Tra i libri di testo
entra anche la Bibbia. Ma si può capire il testo sacro senza la storia
dell’Egitto, della Palestina, senza riconoscere la cultura dove quel testo è
nato?
«È esattamente qui il
problema, quello che lei dice è fondamentale. Ma anche qui mi sembra che si
voglia fare una lettura un po’ ideologica della Bibbia e della religione,
usandole per consolidare la narrazione sulle radici cristiane occidentali, ma
escludendo tutto ciò che ha contribuito a creare e comprendere un testo
complesso come quello della Bibbia così ricco e straordinariamente potente. Qui
c’è una lettura di parte, forzata, identitaria che è quella che viene proposta
dal Ministro Valditara nel libro “Il manifesto per l’Occidente” che ha curato
insieme con Giampaolo Azzoni. In questo libro si tenta di delegittimare, senza
riuscirci, tutti quegli autori, come Frantz Fanon, Edward Said, ecc. che hanno
introdotto uno sguardo critico sull’Occidente e sulle sue responsabilità
coloniali e non solo. Con questo non voglio negare i meriti che l’Occidente ha
avuto. È il luogo dei diritti, del dialogo e dell’apertura, ma dobbiamo
ricordare bene che è anche il luogo dei crimini, è il luogo nel quale sono nati
i razzismi, il nazifascismo, i colonialismi, l’olocausto e che continua a
tollerare al suo interno forme di integrazione subalterna e nuove schiavitù».
Si insiste anche
sull’Odissea. La convince?
«L’Odissea è un racconto
straordinario che fa parte della nostra storia. Ma anche qui non si possono
capire la storia e la cultura a pezzi. I mondi vanno sempre contestualizzati.
Ma quello che mi spaventa di più nelle indicazioni ministeriali è il privilegiare
il racconto edificante, l’aneddoto piuttosto che l’approfondimento critico.
Questa educazione un po’ moralistica mi sembra che sia un ritorno agli Stati
nazionali dell’ottocento, una tentazione non solo italiana, ma del tutto
anacronistica»
Eppure, la nostra è
sempre stata una scuola aperta, vero?
«Straordinariamente
aperta, al di là delle retoriche che se ne fanno. Se si vuole imparare dalla
Storia ricordiamo i romani che hanno adottato l’editto di Caracalla che concede
la cittadinanza a tutti gli abitanti sul territorio, quindi hanno superato lo
ius sanguinis adottando lo ius soli. I romani hanno anche inventato il diritto
d’asilo e hanno concesso a persone di origini diverse di diventare imperatori,
si pensi solo per fare un esempio a Settimio Severo che proveniva dall’attuale
Libia. Se ci si vuole rifare all’antichità potremmo imparare questa lezione.
Tornando alla scuola, comunque, dal dopoguerra la nostra è sempre stata una
scuola inclusiva, che ha superato le classi differenziali, che non ha mai
adottato modelli separati per l’inserimento degli allievi con cittadinanza non
italiana, che è stata capace di grandi sperimentazioni che hanno portato
davvero a realizzare una scuola aperta a tutti. Abbiamo tutta una serie di
documenti avanzatissimi dalla fine degli anni Ottanta fino al 2022 proprio
sulle tematiche interculturali. Nelle nuove indicazioni, invece, il termine
intercultura appare solo qualche volta con riferimento alle competenze e
all’apprendimento delle lingue straniere. Uno sguardo chiuso e asfittico».
E invece sull’educazione
affettiva. Perché c’è questa grande paura?
«Perché siamo ancora
obiettivamente una società patriarcale, quindi un’educazione affettiva seria
metterebbe in discussione modelli consolidati che, però, visto quello che sta
succedendo, andrebbero messi seriamente in discussione. Nel nostro Paese, col numero
di femminicidi che tristemente si registra ogni anno, andrebbe fatto un lavoro
profondo sia sugli educatori/insegnanti sia sugli studenti e le studentesse
perché siamo tutti un po’ impreparati. Un tema che non è rinviabile anche
perché la scuola spesso per alcuni è l’unico luogo dove gli studenti possono
conoscere prospettive e punti di vista diversi rispetto anche a quelli
dell’ambiente di origine. Non sempre la famiglia trasmette valori positivi.
Basti pensare che la maggior parte delle violenze e dei femminicidi avviene in
contesti familiari. Un’apertura e uno sguardo diverso sarebbero, allora,
sicuramente un’opportunità data sin dall’età più giovane».
È positivo il ritorno del
latino?
«Sicuramente è una
materia importante. Se avessi potuto scegliere l’avrei messa come materia
obbligatoria. Perché se è facoltativa, come è sempre avvenuto, sarà scelta da
chi ha più risorse, da chi ha dietro una famiglia che magari ha fatto studi
classici, che ha più libri in casa. Diventerà una questione di classe sociale.
I più sfavoriti non faranno il latino e quindi saranno di nuovo, a conclusione
della scuola, più svantaggiati. Penso che sia, invece, interessante la parte di
geografia che ha una dimensione, contrariamente alla parte storica, più aperta
al dialogo interculturale. In ogni caso ciò che è preoccupante è l’impianto
poco allineato ai tempi e in contraddizione con la grande tradizione della
scuola italiana. Una tradizione di inclusione, di apertura straordinarie che ne
hanno fatto un punto di riferimento nel mondo per la sua modernità. La scuola
che va disegnandosi mi sembra un po’ in contraddizione con quella di dialogo,
della libertà, del pensiero critico e dell’emancipazione che poi è, di fatto,
la scuola della Costituzione».
IL DIRITTO ALLA SALUTE
Ssn,
un patrimonio da difendere.
Riflessioni di un medico in quiescenza
Gentile Direttore,
sono da qualche mese in quiescenza e, dopo molti anni
di attività ospedaliera in un settore complesso come quello oncologico, sento
il bisogno di condividere alcune riflessioni.
-di Stefano Vitello*
La distanza dal
quotidiano consente forse di guardare con maggiore serenità alle difficoltà
vissute, ma anche alla straordinaria ricchezza della professione medica: il
privilegio di accompagnare la persona nei momenti più delicati della sua
esistenza.
Rimane soprattutto la
grandezza di un’idea: una sanità che riconosce la salute come diritto
fondamentale e garantisce assistenza a tutti, senza discriminazioni.
A questa idealità si
contrappongono, tuttavia, le difficoltà di ogni giorno: carenze di personale,
problemi organizzativi, burocrazia, disuguaglianze territoriali, sprechi e
dinamiche relazionali non sempre facili.
È proprio dalla distanza
tra la grandezza dell’idea e le fragilità della sua realizzazione che nasce
questa riflessione.
La persona al centro
Ogni sistema sanitario
dovrebbe partire da una verità fondamentale: ogni persona possiede una dignità
e una singolarità irripetibili.
Una dignità che non viene
meno con la malattia, la disabilità o nella fase terminale della vita. Anzi,
proprio nella fragilità deve diventare il criterio fondamentale di ogni scelta
assistenziale.
Prendersi cura significa
garantire prevenzione, diagnosi precoce, terapie appropriate, riabilitazione,
assistenza domiciliare, cure palliative e continuità lungo l’intero percorso
della malattia.
Non soltanto curare la
malattia, dunque, ma prendersi cura della persona. È questo il significato più
autentico della medicina.
L’articolo 32 della
Costituzione afferma che «La Repubblica tutela la salute come fondamentale
diritto dell’individuo e interesse della collettività».
Difendere questo
principio non significa ignorare le criticità del Servizio Sanitario Nazionale,
ma avere il coraggio di riconoscerle e correggerle per costruire una sanità più
efficiente, equa, integrata e umana.
Le priorità
Occorre innanzitutto
investire nella prevenzione e negli stili di vita, coinvolgendo scuola,
famiglie, associazioni, mondo del lavoro, realtà sportive e comunità locali. La
salute non si costruisce soltanto negli ospedali: una società che investe nella
prevenzione investe nel proprio futuro.
È necessario rafforzare
il Servizio Sanitario Pubblico, investendo in strutture, personale, tecnologie
e organizzazione, garantendo ovunque livelli adeguati di assistenza.
Occorre realizzare una
vera integrazione tra ospedale e territorio. Medicina territoriale, servizi
sociali, assistenza domiciliare, riabilitazione e cure palliative devono
costituire parti di un unico percorso. L’ospedale rimane fondamentale, ma non
può essere l’unico luogo nel quale si concentra la risposta ai bisogni di
salute.
Pubblico, privato
accreditato e Terzo settore possono collaborare, purché all’interno di regole
chiare e trasparenti e mantenendo fermo un principio: l’interesse della persona
deve rimanere il criterio guida.
Anche innovazione,
digitalizzazione e intelligenza artificiale possono rappresentare straordinarie
opportunità, purché siano poste al servizio della persona e dei professionisti
e non diventino nuova burocrazia.
Abbiamo bisogno di meno
tempo dedicato alle procedure e più tempo dedicato alla cura.
Valorizzare le persone,
riconoscere il merito
Il patrimonio più
importante della sanità non è costituito soltanto dalle strutture e dalle
tecnologie, ma dalle persone che ogni giorno vi lavorano.
Valorizzare le risorse
umane significa anche riconoscere competenza, esperienza, responsabilità e
merito, attraverso criteri trasparenti e imparziali. In un servizio pubblico
non dovrebbero trovare spazio privilegi, corsie preferenziali o posizioni
attribuite sulla base di appartenenze politiche, relazionali o di altra natura.
Il merito non è soltanto un legittimo riconoscimento dovuto al professionista:
è soprattutto una garanzia per il cittadino. Affidare responsabilità a chi
possiede competenza, esperienza e capacità significa migliorare la qualità
dell’assistenza e rafforzare la fiducia nelle istituzioni. Un sistema che non
riconosce il merito indebolisce le proprie istituzioni.
Non rispettare questi
principi significa allontanarsi dalla missione stessa del Servizio Sanitario
Nazionale, che deve operare nell’interesse della persona e della collettività
secondo equità, imparzialità, competenza e responsabilità.
Medici, infermieri, OSS,
tecnici e tutte le professionalità sanitarie devono essere ascoltati, formati,
sostenuti e adeguatamente valorizzati. Un sistema che non si prende cura di chi
cura rischia di non riuscire più a prendersi cura adeguatamente dei cittadini.
Ridurre le disuguaglianze
Una sanità realmente
universalistica non può offrire opportunità differenti a seconda del luogo nel
quale una persona nasce o vive. Occorre rafforzare strutture e personale nelle
aree maggiormente carenti, ascoltare i territori e valorizzare il contributo
delle associazioni e del volontariato, spesso capaci di intercettare bisogni e
fragilità che sfuggono ai canali istituzionali.
Ridurre le disuguaglianze
territoriali significa garantire concretamente il diritto alla salute e
contrastare anche quella mobilità sanitaria che costringe tante persone e
famiglie a cercare altrove risposte che dovrebbero poter trovare nel proprio
territorio.
Una responsabilità
collettiva
Tutto questo non può
essere affidato soltanto alle istituzioni.
Il Servizio Sanitario
Nazionale è un patrimonio collettivo e richiede una responsabilità altrettanto
collettiva. Abbiamo bisogno di un nuovo patto di alleanza tra istituzioni,
professionisti sanitari e cittadini.
Alle istituzioni spetta
programmare, garantire risorse adeguate, personale, organizzazione, trasparenza
e riforme capaci di guardare oltre l’emergenza.
Agli operatori sanitari spetta custodire l’etica della professione e l’umanità
della cura, ricordando sempre che dietro ogni cartella clinica c’è una persona,
con una storia, una famiglia, una paura e una speranza.
Ai cittadini spetta
prendersi cura della propria salute, adottare comportamenti responsabili,
utilizzare in modo appropriato i servizi e sentirsi non soltanto utenti, ma
corresponsabili di un bene comune. Anche il rispetto verso chi lavora nella
sanità appartiene a questa corresponsabilità. Le aggressioni fisiche e verbali
agli operatori sanitari non rappresentano soltanto un problema di sicurezza:
sono una ferita inferta alla stessa idea di sanità pubblica.
Un patrimonio civile da custodire
Il Servizio Sanitario
Nazionale non è semplicemente una macchina organizzativa che eroga prestazioni.
È uno dei luoghi nei
quali una comunità dimostra concretamente quanto crede nella solidarietà,
nell’uguaglianza e nella dignità della persona.
Quando la sanità pubblica
si indebolisce, a pagarne maggiormente il prezzo sono soprattutto i più
fragili: anziani, malati cronici, persone con disabilità e famiglie
economicamente più deboli.
Per questo difendere il
Servizio Sanitario Nazionale non significa difendere semplicemente
un’organizzazione, ma un’idea di società: una società nella quale il diritto
alla salute non dipenda dal reddito, dalla condizione sociale o dal luogo in
cui si vive.
Dopo tanti anni,
trascorsi accanto ai malati e ai professionisti della sanità, consegno queste
riflessioni alla comunità non come giudizio definitivo, né come nostalgia del
passato, ma come atto di fiducia nel futuro.
Il Servizio Sanitario
Nazionale ha bisogno di essere riformato, ripensato e rafforzato, ma
soprattutto di essere nuovamente riconosciuto per ciò che rappresenta: un
grande patrimonio civile del nostro Paese.
Un patrimonio che
appartiene a tutti e che, proprio per questo, istituzioni, professionisti e
cittadini hanno insieme la responsabilità di custodire e consegnare alle
generazioni future.
domenica 27 settembre 2026
EDUCARE GLI EDUCATORI
E SCUOLA
IN CRISI
-di GIOVANNI MANNARA
Ketticè è un film di
Giovanni Tortorici (2026).
Dietro una vicenda
circoscritta al mondo adolescenziale, vista soprattutto attraverso gli occhi di
un figlio della cosiddetta “società bene” apre una riflessione sulla famiglia,
sulla scuola, sulle istituzioni e, soprattutto, sulla condizione di una generazione
che sembra muoversi in un mondo privo di direzione.
titolo prende in prestito
il vezzeggiativo con cui una giovane della periferia si fa strada. Il film
sembra dialogare con Platone.
Repubblica, attraverso la
questione su chi controlla coloro ai quali è affidato il potere, emerge un
problema attuale: «chi controllerà i controllori?».
La domanda può essere
trasferita dal piano politico a quello educativo e sociale: chi controlla
coloro che hanno il compito di controllare? Se famiglia, scuola e istituzioni
sono strutture alle quali la società affida la formazione, che cosa accade
quando proprio queste attraversano una crisi?
Chi educa gli educatori?
Anche il semplice «ciao» rivolto dal ragazzo all’insegnante privata
contribuisce a costruire atmosfera di informalità.
Sembra che la cultura
autentica, per essere efficace, debba necessariamente passare attraverso
modalità non convenzionali. È davvero sufficiente rendere la cultura più
accattivante per salvare i giovani dal disorientamento? Oppure occorre
ripensare più radicalmente il significato stesso dell’educare?
In questo senso assume un
valore anche la figura della nonna, una sorta di vecchio Gattopardo domestico.
È attenta alla disposizione della tavola, all’abbinamento tra piatti e
tovaglia. Potrebbe apparire il simbolo di un mondo legato a consuetudini
anacronistiche. Eppure, è proprio lei a dimostrare lungimiranza quando
comprende che lo studio dell’inglese deve essere esercitato con continuità e
non relegato a poche ore. Non mancano alcuni stereotipi sociali.
Evidente è quello
relativo alle periferie, che la madre del protagonista associa al degrado. Una
rappresentazione oggi insufficiente.
Le periferie non sono
soltanto luoghi di marginalità: sono anche spazi di rinascita urbana e
culturale.
Ridurle a simbolo dello
spaccio e della corruzione sociale significa riproporre una lettura parziale.
*Giovanni Mannara -Italianista e storico dell’arte, insegna Letteratura italiana e Storia. Ha collaborato con la cattedra di Letteratura italiana del Dipartimento di Scienze Umanistiche.
Interessi di ricerca: letteratura classica greca e latina, barocca, con
attenzione alla poesia da Pasolini a D’Annunzio, fino a Rilke. Protagonista del
documentario “Our road”, si occupa di legalità e di pesaggio. Ha partecipato a
convegni dedicati all’archeologia, al mito e alla storia letteraria.
sabato 26 settembre 2026
METAMELOMAI
cioè riscoprirsi
figli nel Figlio
Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola
nella XXVI domenica del tempo ordinario (anno A)
Ez 18,25-28; Sal 24/25;
Fil 2,1-11; Mt 21,28-32
Il tema centrale nella
liturgia della Parola di questa domenica è la conversione, presentata quale via
maestra verso la salvezza. Nei vangeli e negli altri scritti neotestamentari,
per dire “conversione”, ricorrono diversi termini greci. I due principali sono epistrophḗ,
che significa “voltarsi, girarsi dall’altra parte, cambiare orientamento,
cambiare comportamento”, e metánoia, che vuol dire “mutare modo di
pensare, di interpretare la realtà, di vedere il mondo, di avvertire
l’esistenza, di intendere il senso della vita, di conoscere Dio”. La
conversione è tutto questo al contempo: un atto complesso e integrale,
un’esperienza dinamica e impegnativa, che risulta da vari fattori, vissuti in
personale responsabilità, a cominciare dalla disponibilità ad assecondare
l’azione della grazia divina.
La salvezza, a cui la
conversione conduce, è difatti un dono gratuito di Dio. Ma, come tale, esige di
essere accettata e accolta liberamente e consapevolmente. La salvezza è
l’intreccio tra la grazia divina e la responsabilità umana. Il fatto è che
proprio la grazia rende abili a dare una risposta positiva e generosa
all’appello di Dio, senza tuttavia forzare nessuno a rispondere. La
responsabilità è suscitata dalla grazia del Signore, ma dev’essere esercitata
da ciascuna persona umana. Non è un riflesso incondizionato, ma un’opzione
fondamentale da reiterare continuamente. Nella prima lettura di oggi il profeta
Ezechiele, parlando per conto di Jhwh Adonai, lo spiega chiaramente: la
salvezza si riceve, ma pure si accoglie. La salvezza implica la resipiscenza
dell’ingiusto («Se il malvagio si converte […], ha riflettuto [vayir’éh,
nel testo ebraico, tradotto in greco apéstrepsen – cioè girarsi e
capovolgersi – nella Settanta e in latino considerans – ha preso in
considerazione il suo peccato – nella Vulgata], perciò si è allontanato
da tutte le colpe commesse e quindi vivrà e non morirà»). La salvezza implica
nondimeno la perseveranza del giusto (che non deve traviarsi e «allontanarsi
dalla giustizia»).
Nella pagina evangelica,
la breve parabola dei due figli inviati a lavorare nella vigna di famiglia
mostra come la conversione sortisce da un duplice movimento, interiore ed
esteriore, introverso ed estroverso, spirituale e ascetico, etico e morale. Nel
racconto di Gesù, il primo dei due figli rispose di non voler andare a lavorare
nella vigna, «ma poi si pentì e vi andò». Il secondo figlio, invece, ch’era
sembrato più disponibile alla richiesta di suo padre, pronto ad obbedirgli come
si obbedisce a un capo («Sissignore», gli risponde), non vi andò affatto. Gli
uditori di Gesù convennero unanimemente che a «fare la volontà del padre» fu
soltanto il primo figlio, pentendosi d’avergli dapprima risposto negativamente.
Il verbo pentirsi, metamélei, oppure metamélomai (cambiare
decisione) è strettamente imparentato – quanto al suo significato – con il
verbo metanoeîn (mutare modo di pensare). E riecheggia l’attitudine a
«riflettere» che, già nelle parole di Ezechiele, induce il malvagio a
convertirsi. Significa, più precisamente, riscoprire ciò che davvero importa,
l’essenziale, alla cui luce quel giovane comprese che il lavoro nella vigna non
rappresentava una corvée cui sottoporsi supinamente, bensì l’assunzione di
responsabilità nei confronti di una eredità preziosa.
Il pentimento, inoltre, è
propedeutico alla fede. La quale è anch’essa un’esperienza totale e
totalizzante, alla portata di tutti e importante per tutti, nessuno escluso:
per le prostitute e i pubblicani, che s’erano convertiti grazie alla
predicazione di Giovanni Battista, ma anche per i capi dei sacerdoti e gli
anziani del popolo, refrattari a quella stessa predicazione, ai quali il
Maestro di Nazareth stava non a caso raccontando la sua parabola.
Pentirsi, o convertirsi, significa in definitiva avere gli stessi pensieri che un vero figlio – il Figlio! – ha nei confronti di ciò che il Padre suo vuole. Pentirsi e convertirsi equivale a rapportarsi filialmente con Dio, incontrato una buona volta come il Padre e non come un padrone. Paolo, nella sua lettera ai Filippesi, che ascoltiamo come seconda lettura, ci invita giustappunto ad «avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù».
Nel suo greco, l’Apostolo scrive phroneîte,
che tradotto letteralmente sta per pensate, o considerate, le
vostre reciproche relazioni alla stessa maniera in cui Cristo Gesù considerava
e pensava il suo rapporto con Dio, sapendosi Figlio suo e accettando di
sperimentare la fraternità con tutti noi, fino al punto di sobbarcarsi alla
nostra debole condizione umana, svuotandosi di ogni sua prerogativa divina. Per
questo motivo deve valere anche per noi ciò che egli ebbe a cuore: «Ciascuno
non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri».
TESTIMONE DI PACE
Il Papa all'Unesco:
la vita è dono, non merce.
La guerra la più terribile
opera umana
Seconda tappa del viaggio di Leone XIV a
Parigi nella sede dell’organismo Onu per l’educazione, la scienza e la cultura.
Il Pontefice denuncia le forme di dispotismo o di barbarie di quest’epoca, come
pure la “disumanizzazione” della persona e l’umanizzazione delle macchine.
Indica come “banco di prova” di azioni e affermazioni sul rispetto della
dignità umana la cura dei “bambini nel grembo materno e nei teatri di guerra,
persone con disabilità fisiche e intellettuali, anziani, migranti"
-di Salvatore Cernuzio -
Inviato a Parigi
Si presenta come
“testimone di pace”, Leone XIV, nella sede dell’Unesco di Parigi, tempio laico
in cui “linguaggi e culture si incontrano” per contribuire alla pace attraverso
educazione, scienze, cultura. È la seconda tappa del viaggio in Francia; la prima
visita di un Pontefice nel nuovo millennio dopo l’ultima e unica di Giovanni
Paolo II il 2 giugno del 1980. Quarantasei anni e un mondo sconvolto da
squilibri, indigenza, forme di dispotismo o di barbarie che “fomentano rivalità
e conflitti”, una “disumanizzazione” della persona e l’umanizzazione lasciata
invece alla “intelligenza” di macchine e computer. Per questo il Papa, in un
monumentale discorso – l’unico in inglese del viaggio – rilancia il progetto di
“costruire insieme un mondo giusto”, quale “spazio accogliente verso tutti e
fecondo per ciascuno, affinché ogni popolo possa crescere nella pace”.
Il direttore dell’Unesco: condividiamo l’imperativo di
difendere la dignità umana
A Parigi, El-Enany Ali
Ezz accoglie Leone XIV nella storica visita all’agenzia dell’Onu per
l’educazione, la scienza e la cultura, 46 anni dopo san Giovanni Paolo II. Un
evento che ...
Il ricordo di Giovanni
Paolo II e una mostra d'arte
Ad ascoltare il messaggio
del Papa ci sono rappresentanti degli Stati membri e delle organizzazioni
internazionali, del mondo accademico e della società civile che attendono
l'arrivo del Papa con una serie di filmati che ricordano, tra le altre cose, la
visita di Wojtyla. Fuori gruppi di giovani con cartelloni e bandiere che
gridano compostamente al passaggio del Pontefice. Sul palco c’è il direttore
generale Khaled El-Enany, con il quale si svolge un bilaterale nella
Biblioteca. All’uscita, in Piazza della Tolleranza - con la Tour Eiffel che si
staglia all'orizzonte - il Papa innaffia un albero di ulivo. Saluti, foto
ufficiale, la firma del Libro d'Onore ("Spero che, con l’aiuto di Dio,
l’Unesco continui a promuovere in modo così prezioso la cooperazione
internazionale nei settori dell’istruzione, della scienza e della
cultura", è la dedica); poi Leone fa il suo ingresso nella Sala I, dopo
aver attraversato la Salle des pas perdus, dove l’occasione sono
state esposte opere d’arte dei gruppi regionali dell’Unesco.
La vera pace
El-Enany pronuncia parole
di benvenuto e al Papa consegna il Libro della Pace. “Pace” è la parola
che torna circa 20 volte nel discorso di Leone XIV. La pace che, sottolinea,
“non può essere costruita soltanto con i trattati, né attraverso compromessi
tra forze opposte”.
La pace è vera quando
scaturisce dalla virtù della giustizia più che da un mero contratto, da una
volontà retta piuttosto che da un instabile equilibrio di interessi. Infatti,
solo una volontà retta può riconoscere nell’altro un fratello o una sorella, una
persona come sé stessi
Tutti figli, tutti poveri
per nascita
Siamo fratelli e sorelle
perché siamo anzitutto “figli”, puntualizza il Papa. Essere umani significa
“essere figli”: “Nessuno di noi ha scelto di esserlo. Nessuno ha deciso da chi,
o quando, o dove nascere. Questa evidenza illumina un fatto non solo biologico,
ma etico: come figli, siamo tutti fratelli e sorelle. La nostra umanità è da
subito un dono e una prova, una promessa e una responsabilità”. In secondo
luogo, “tutti nasciamo nudi e bisognosi”, tutti “siamo poveri per nascita”,
“indigenti di pane e di parola, di cura e di affetto”, rileva il Papa. Da
adulti rischiamo di dimenticarcene e delle “conseguenze di questa amnesia
soffrono proprio i bisognosi, ogni volta che la loro umanità viene tradita o
scartata, sfruttata o ingannata”.
L’oblio della nostra
nascita oscura l’idea di vita umana, perché la distacca dalla storia comune a
tutti noi. Allora la vita non viene più concepita come dono, ma come merce. Non
è più vista come un richiamo alla cura e alla responsabilità, ma un prodotto da
sfruttare
Leone XIV: la guerra non è inevitabile, la Francia
promuova pace e diplomazia
Una riflessione sui temi
che sono la spina dorsale del suo magistero: è quella che il Papa offre nel
primo discorso alle autorità nel Palazzo dell'Eliseo. Forte l'accento sulla ...
La libertà...
Questa drammatica
alternativa ricorda che “essere umani significa essere liberi per natura”. E la
“libertà” che Dio ha donato ad una umanità “magnifica”, cioè “piena di
potenzialità, seppur segnata da molti mali e ingiustizie”, può risplendere
nella sua bellezza o essere deturpata. “È bella quando è orientata verso il
bene e la verità; è deturpata quando scivola nell’arbitrio, nella violenza e
nella sete di potere”. Mediante il suo impegno, l’uomo “può coltivare o
sfigurare la terra, produrre arte o distruggere”.
...e la guerra, la più
terribile delle opere umane
In questo particolare
momento, “la più terribile delle opere umane è la guerra; poiché in essa la
scienza stessa è posta a servizio di una volontà disumana di distruggere e
uccidere”, denuncia Papa Leone XIV. Lo afferma pure il Preambolo della
Costituzione Unesco, formulato all’indomani della Seconda Guerra Mondiale.
Poiché le guerre nascono
nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere
poste le difese della pace
Rivalità e conflitti
“L’umanità – aggiunge
Papa Leone - aveva capito che il progresso scientifico, quando è separato dalla
saggezza, può trasformarsi in arma devastante; che la cultura, quando si piega
all’ideologia, può diventare menzogna e propaganda; che l’educazione, quando
rinuncia alla verità, degrada a strumento per manipolare le coscienze”. Oggi,
in particolare, il principio stesso della pace è minato da rivalità e
conflitti. Ma anche da sfide nel mondo scientifico ed educativo, innanzitutto
quella delle nuove tecnologie, ambito per il quale Leone chiede “sforzi”
affinché “rimangano al servizio della persona umana, anziché diventare un ulteriore
strumento di dominio e di ingiustizia”.
L'intelligenza delle
macchine
Il focus è
sull’Intelligenza artificiale, tematica al centro della enciclica Magnifica
humanitats: ad alcuni “sistemi artificiali è stato persino attribuito il
nome della nostra facoltà umana di pensiero: intelligenza”, osserva. “Allo
stesso tempo, però, le nostre idee e relazioni rischiano di venire impoverite
da un processo di disumanizzazione”.
Mentre l’“intelligenza”
viene attribuita ai sistemi computazionali, fatichiamo a riconoscere la dignità
inalienabile delle persone umane, le cui vite vengono valutate con il criterio
dell’efficienza e, quando ritenute non più produttive, respinte e scartate
È una realtà “dolorosa”
che invita a riflettere “sia sulla fragilità della nostra natura umana che
sull’immensa dignità di ogni persona”. Quella che, scandisce il Vescovo di
Roma, “non è distrutta dalla malattia o dal dolore, né dipende dalle
prestazioni di cui una persona è capace”; al contrario, “richiede cura
amorevole in ogni fase della vita”.
Il Papa in aereo verso Parigi: vado in Francia per
portare un messaggio di pace nel mondo
Nel volo verso la Francia
Leone XIV saluta i circa 80 giornalisti che lo accompagnano nei quattro giorni
della trasferta transalpina. Dal Pontefice gratitudine per il lavoro che ...
Torre di Babele o Piazza
di Pentecoste?
Dalle parole del
Successore di Pietro emergono due immagini bibliche: la torre di Babele e la
piazza di Pentecoste. La prima a rappresentare “un’unità imposta attraverso il
dominio”; la seconda, l’unità che non annulla le differenze ma, anzi, le
valorizza. La torre di Babele “svela che più il potere opprime, più si
indebolisce, mostrando il suo volto disumano”, spiega Papa Leone. Lo si vede
“nelle sofferenze e nelle ingiustizie che il dispotismo causa”, nonché “nello
sfruttamento che ferisce la società e l’ambiente”.
Oggi, la tentazione di
Babele si ripresenta in una globalizzazione perseguita senza fraternità,
nell’avido colonialismo finanziario, nelle imposizioni ideologiche, in tutti
quei contatti senza legami che riducono la vita umana al commercio. La stessa
scienza, quando viene ridotta a una tecnica di potere, non serve più a elevare
la persona umana, ma rischia invece di degradare i frutti dell’impegno
Isolamento, fake news,
miseria spirituale
Anche qui, un paradosso:
strumenti capaci di collegare istantaneamente persone e continenti, ma che
creano “nuove forme di isolamento, miseria materiale e spirituale, abbandono”;
comunicazione molto più rapida, ma “non necessariamente più veritiera”; informazione
abbondante, ma “informazioni false” e “parole senza significato” che si
moltiplicano.
L’IA accentua il
problema: sistemi “in grado di correlare dati”, ma non di “rispondere alle
domande sul senso dell’esistenza umana”. Eppure gli esseri umani non possono
vivere senza senso “ossigeno della mente”, assicura il Pontefice. Perciò “le
sfide comunicative, che sono sempre sfide educative, impongono la questione
della verità come tema di giustizia sociale e di equità storica”. Ecco perché
l’educazione è “essenziale”, secondo Leone XIV, che incoraggia il programma
Unesco di Alfabetizzazione ai media e all’informazione.
La giustizia trattata come merce
“Senza la verità, il
linguaggio finisce per sottostare alla logica della violenza e alla volontà
arbitraria dei potenti. Gli altri vengono così esclusi nel nome del profitto, e
gli innocenti vengono uccisi nel nome della libertà”, è il monito papale.
Anziché rispettare la
legge, chi detiene il potere la invoca quando serve ai propri interessi e la
ignora quando li limita, trattando persino la giustizia come una merce da
comprare e vendere. Se riconosciamo che la corruzione della legge parte dalla
corruzione del cuore, possiamo apprezzare il fatto che qualsiasi scienza
rischia di perdere senso se condotta senza etica, cessando così di servire e
rispecchiare la dignità umana
Tutelare i piccoli e i
giovani
La raccomandazione del
Papa, dinanzi a un simile scenario, è di tutelare bambini e giovani perché mai,
nell’epoca digitale, la loro vulnerabilità diventi “occasione di sfruttamento”.
Piuttosto le tecnologie devono sostenerne crescita, formazione, relazioni,
libertà di pensiero e discernimento.
Leone introduce così
l’altra immagine della Piazza di Pentecoste, da dove si eleva “un messaggio di
pace”, cioè “la vittoria della vita sulla morte, la salvezza che dà speranza al
mondo”. La Pentecoste è la manifestazione che “la comunione non impedisce affatto
la diversità”, che l’unità “non annulla le differenze, ma valorizza la storia
personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo”. “Chi
opera nel campo dell’educazione sa che solo la verità ci fa liberi”, incalza il
Pontefice. “Chi insegna e chi fa ricerca sa che l’errore ci rende schiavi
dell’ignoranza e della superstizione”.
C’è una sola terra per
tutti, e una sola, comune natura umana. L’essere umano non può essere compreso
separando ciò che appartiene a un insieme: corpo e anima, vita personale e
relazioni, il nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente
Prendersi cura di
persone e Creato
A questo proposito, Leone
XIV sulla scia dei predecessori - Benedetto XVI che ha parlato di “ecologia
della persona umana” e Francesco di “ecologia integrale” – rinnova l’invito a
“prenderci cura della persona umana e del creato insieme”. Perché “coltivare la
terra implica coltivare l’umanità che la abita”.
La pietra di paragone è
la cura verso i più piccoli e i poveri: “Bambini nel grembo materno e nei vari
teatri di guerra, persone con disabilità fisiche e intellettuali, anziani,
migranti e rifugiati, e tutti coloro che la superbia esclude come non produttivi”.
“Sono loro – afferma il Papa - il banco di prova delle nostre affermazioni sul
rispetto della dignità umana, la cui tutela e promozione si estendono anche al
creato”. All’opposto sta “una volontà di sfruttamento e di rapina, che mira a
spremere quanto più possibile da ogni essere vivente, consumando senza
custodire e distruggendo senza coltivare”.
L’attuale crisi ecologica
è una crisi antropologica
La crisi di efficienza
delle istituzioni
“Habitat” della
persona umana è la società: “Nella pace sociale, i popoli prosperano secondo
giustizia”, annota ancora il Pontefice. L’Unesco ha nel “lavoro paziente di
costruzione della pace” uno dei suoi più alti compiti educativi e scientifici,
specie in un tempo in cui “il mondo guarda alle istituzioni internazionali con
sentimenti contrastanti”. Le istituzioni sperimentano, infatti, “una crisi di
efficienza, specie quando il dialogo viene giudicato un freno all’azione
anziché una risorsa per la pace, come una forma d’ipocrisia anziché
un’opportunità per cercare insieme il bene”. Per il Papa si tratta di “derive”;
l’antidoto è la “fiducia”. Fiducia che “le differenze non costituiscano
necessariamente una minaccia”; fiducia che “il confronto sincero possa generare
un bene maggiore di quello che ognuno potrebbe costruire da sé”.
La Santa Sede desidera
infondere questa fiducia nell’Unesco, come nelle altre Organizzazioni
internazionali, consapevole che ogni popolo possiede una ricchezza da
condividere lungo la ricerca di quell’autentico progresso, che unicamente la
pace può garantire. Non si tratta di predicare un ottimismo ingenuo, che ignori
le difficoltà, bensì di perseverare nella speranza che il bene è sempre
possibile
Far fiorire la pace
“L’Unesco testimoni
questa speranza favorendo l’intesa tra le Nazioni, mediante il dialogo tra le
rispettive culture”, conclude Papa Leone. L’educazione, è il suo auspicio, “sia
lo strumento per superare reciproche paure” e “la scienza possa servire la vita
di ogni essere umano, seminando nel presente il buon raccolto del futuro”.
Dedicandoci tutti con
coerenza alla nostra magnifica umanità potrà finalmente fiorire la pace.
