Il Papa: educare è promuovere dignità, giustizia, fiducia in un
mondo di conflitti
-diAntonella
Palermo - Città del Vaticano
Davanti
ai tanti milioni di bambini nel mondo ancora senza accesso alla scolarizzazione
primaria, e alle drammatiche situazioni di emergenza educativa provocata da
guerre, migrazioni, diseguaglianze e diverse forme di povertà, come è
interpellata l’educazione cristiana? Sono solo alcune delle domande da cui
prende le mosse Papa Leone XIV nella sua Lettera apostolica “Disegnare
nuove mappe di speranza” firmata ieri, 27 ottobre, e oggi diffusa, in
occasione del 60mo anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum
Educationis. Un testo, sottolinea Leone, che in un ambiente educativo
complesso, frammentato, digitalizzato come quello attuale, “non ha perso
mordente”, anzi mostra “una tenuta sorprendente”.
Quel
messaggio di slancio delle comunità educative a costruire ponti in modo da
offrire, con creatività, formazione professionale e civile a scuola e in
università, si rivela oggi infatti quanto mai valido e urgente, afferma il
Papa. La direzione da seguire è pertanto quella già indicata nel documento del
Vaticano II che ha dato origine a una costellazione di opere e carismi,
patrimonio spirituale e pedagogico prezioso.
Spiccato
è il dinamismo che attraversa la Lettera di Leone XIV che invita a usare i
carismi educativi sempre come risposta “originale” ai bisogni di ogni epoca.
Citando Sant’Agostino - il quale aveva compreso che il maestro autentico
suscita il desiderio della verità, educa la libertà a leggere i segni e ad
ascoltare la voce interiore -, il Pontefice accenna al contributo che nei
secoli è stato maturato in questo ambito: dal Monachesimo, capace, anche nei
luoghi più impervi, di portare avanti questa tradizione, all’opera degli Ordini
Mendicanti, e alla Ratio Studiorum in cui confluirono il
filone della scolastica e quella della spiritualità ignaziana. Ricorda poi
l’esperienza di San Giuseppe Calasanzio con le scuole gratuite per i poveri,
quella di San Giovanni Battista de La Salle, con l’attenzione ai figli di
contadini e operai a cui si sarebbero dedicati i Fratelli delle Scuole
Cristiane, e ancora l’impegno di San Marcellino Champagnat a superare ogni
discriminazione nell’opera educativa, quello storico di San Giovanni Bosco con
il suo “metodo preventivo”. Non tralascia, il Papa, di nominare il coraggio di
tante donne che, ricorda, hanno aperto varchi per le ragazze, i migranti, gli
ultimi: Vicenza Maria López y Vicuña, Francesca Cabrini, Giuseppina Bakhita,
Maria Montessori, Katharine Drexel o Elizabeth Ann Seton.
L’educazione
cristiana è opera corale
Ci
tiene molto, il Papa, a sottolineare l’importanza del “noi”, a ribadire che
“nessuno educa da solo”: nella comunità educante il docente, lo studente, la
famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società
civile convergono per generare vita. La ripresa del pensiero di San John Newman
– che proprio nel contesto del Giubileo del mondo educativo viene dichiarato
co-patrono insieme a San Tommaso d’Aquino – è qui particolarmente pertinente
per “invitare – spiega il Papa - a rinnovare l’impegno per una conoscenza tanto
intellettualmente responsabile e rigorosa quanto profondamente umana”. Nel
mettere in risalto la vivacità da alimentare negli ambienti educativi, afferma
che occorre “uscire dalle secche col recuperare una visione empatica e aperta”.
E aggiunge:
Non
si devono separare il desiderio e il cuore dalla conoscenza: significherebbe
spezzare la persona. L’università e la scuola cattolica sono luoghi dove le
domande non vengono tacitate, e il dubbio non è bandito ma accompagnato.
Educare
è un compito d’amore, ricorda il Successore di Pietro che parla
dell’insegnamento come di “un mestiere di promesse” giacché si promette tempo,
fiducia, competenza, giustizia, misericordia, coraggio della verità, balsamo
della consolazione.
Una
persona non si riduce a un algoritmo
Nella
Lettera apostolica Leone XIV riprende quel concetto centrale contenuto nel
documento conciliare che mette in guardia da ogni riduzione dell’educazione ad
“addestramento funzionale o strumento economico” e ribadisce che “una persona
non è un ‘profilo di competenze’, non si riduce a un algoritmo prevedibile, ma
un volto, una storia, una vocazione”. E insiste:
L’educazione
non misura il suo valore solo sull’asse dell’efficienza: lo misura sulla
dignità, sulla giustizia, sulla capacità di servire il bene comune.
Ricostruire
la fiducia in un mondo di conflitti
Secondo
una visione che non vuole essere meramente nostalgica ma ben radicata al
presente, il testo di Papa Leone usa la metafora delle stelle nel firmamento
per dire che i principi a cui si fa riferimento sono “stelle fisse” e “dicono
che la verità si cerca insieme; che la libertà non è capriccio, ma
risposta; che l’autorità non è dominio, ma servizio”. Da qui ancora la
riaffermazione di non costruire muri, di educare alla mondialità e alla
concordia tra persone e popoli:
L’educazione
cattolica ha il compito di ricostruire fiducia in un mondo segnato da conflitti
e paure, ricordando che siamo figli e non orfani: da questa coscienza nasce la
fraternità.
Intrecciare
fede, cultura e vita
L’accento
posto sulla centralità della persona nell’opera educativa – come Papa Francesco
evidenziava anche nella Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona -, porta il
Pontefice a un ricordo personale che lo riporta alla sua missione in Perù,
nella “amata diocesi di Chiclayo” dove, racconta, visitando l’università
cattolica San Toribio de Mogrovejo, rassicurava la comunità accademica: non si
nasce professionisti – diceva all’epoca -, ogni percorso universitario si
costruisce passo a passo, libro a libro, anno per anno, sacrificio dopo
sacrificio. Torna ancora il modo di concepire da un lato la scuola cattolica e
dall’altro il corpo educante, tenuto conto che non bastano gli aggiornamenti
tecnici per ritenersi al passo coi tempi, ma sempre è necessario il discernimento:
La
scuola cattolica è un ambiente in cui fede, cultura e vita si intrecciano. Non
è semplicemente un’istituzione, ma un ambiente vivo in cui la visione cristiana
permea ogni disciplina e ogni interazione. Gli educatori sono chiamati a una
responsabilità che va oltre il contratto di lavoro: la loro testimonianza vale
quanto la loro lezione. Per questo, la formazione degli insegnanti —
scientifica, pedagogica, culturale e spirituale — è decisiva.
Fare
rete, la famiglia resta il primo luogo educativo
L’espressione
“alleanza educativa” che ricorre nel testo della Lettera è emblematica per
precisare quanto la famiglia non possa essere sostituita da altre agenzie
educative: si tratta di collaborare e di essere consapevoli che la priorità
educativa attiene a questo nucleo.
Necessari
sono l’ascolto, l’intenzionalità, la corresponsabilità: “È fatica e
benedizione: quando funziona, suscita fiducia; quando manca, tutto si fa più
fragile”. Del resto, lo stesso Concilio pone questa responsabilità dei genitori
a fondamento di una sana istruzione. Se il mondo è interconnesso anche la
formazione deve esserlo, promuovendo la partecipazione a ogni livello e
abbandonando rivalità retaggio del passato e unendo ogni sforzo per una sana e
fruttuosa convergenza tra scuole parrocchiali e collegi, università e istituti
superiori, centri di formazione professionale, movimenti, piattaforme digitali,
iniziative di service-learning e pastorali scolastiche,
universitarie e culturali. Ciò che conta, secondo la visione di Papa Leone, è
coordinare la pluralità dei carismi per comporre un quadro “coerente e
fecondo”, facendo tesoro di eventuali differenze metodologiche e strutturali le
quali vanno considerate delle risorse, non delle zavorre.
Il
futuro ci impone di imparare a collaborare di più, a crescere insieme.
L’educazione
cattolica unisca giustizia sociale e ambientale
L’obiettivo
da cui non bisogna scostarsi è quello della formazione integrale della persona,
in cui la fede viene considerata non “materia aggiunta”, ma “respiro che
ossigena ogni altra materia”. Solo così, specifica la Lettera, l’educazione
cattolica diventa “lievito” per un umanesimo integrale che abiti le domande del
nostro tempo. E il nostro tempo, purtroppo, segnato in più parti dalle guerre,
chiede proprio un’educazione alla pace che, si precisa ancora una volta, non è
assenza di conflitto ma “forza mite che rifiuta la violenza. Un’educazione alla
pace ‘disarmata e disarmante’ insegna a deporre le armi della parola aggressiva
e dello sguardo che giudica, per imparare – sottolinea il Vescovo di Roma - il
linguaggio della misericordia e della giustizia riconciliata”.
Dimenticare
la nostra comune umanità ha generato fratture e violenze, e quando la terra
soffre, i poveri soffrono di più. L’educazione cattolica non può tacere: deve
unire giustizia sociale e giustizia ambientale, promuovere sobrietà e stili di
vita sostenibili, formare coscienze capaci di scegliere non solo il conveniente
ma il giusto.
Le
tecnologie servano la persona, senza sostituirla
Mentre
Leone XIV, attingendo sempre al Vaticano II, rimette in guardia dal rischio di
“subordinazione dell’istruzione al mercato del lavoro e alle logiche spesso
ferree e disumane della finanza”, in merito alle tecnologie lancia un messaggio
chiaro:
devono
arricchire il processo di apprendimento, non impoverire relazioni e comunità.
Un’università e una scuola cattolica senza visione rischiano l’efficientismo
senza anima, la standardizzazione del sapere, che diventa poi impoverimento
spirituale.
In
particolare, il Papa afferma che “nessun algoritmo potrà sostituire ciò che
rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia
della scoperta e perfino, l’educazione all’errore come occasione di crescita”.
E aggiunge, entrando nel vivo del dibattito pubblico contemporaneo, che
“l’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela
della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di
etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione
teologica e filosofica all’altezza”.
Meno
cattedre e più tavole dove sedersi insieme, senza gerarchie inutili
Raccogliendo
l’eredità profetica di Papa Francesco, dunque, con la Lettera “Disegnare
nuove mappe di speranza”, Papa Leone aggiunge tre priorità ai
sette percorsi già illustrati dal predecessore nel Patto Educativo Globale:
La
vita interiore
La
prima riguarda la vita interiore: i giovani chiedono profondità; servono spazi
di silenzio, discernimento, dialogo con la coscienza e con Dio. La seconda
riguarda il digitale umano: formiamo all’uso sapiente delle tecnologie e
dell’IA, mettendo la persona prima dell’algoritmo e armonizzando intelligenze
tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. La terza riguarda la pace
disarmata e disarmante: educhiamo a linguaggi non violenti, riconciliazione,
ponti e non muri; «Beati gli operatori di pace» (Mt. 5,9) diventi metodo e
contenuto dell’apprendere.
Meno
sterili contrapposizioni, più sinfonia dello Spirito
La
richiesta lanciata dalla Lettera è, in conclusione, quella di disarmare le
parole, alzare lo sguardo, custodire il cuore.
Il
mandato alla comunità educante, tuttavia, non ignora le fatiche:
“l’iper-digitalizzazione può frantumare l’attenzione; la crisi delle relazioni
può ferire la psiche; l’insicurezza sociale e le disuguaglianze possono
spegnere il desiderio”.
Qualità,
coraggio, gratuità
Proprio
in questo quadro del presente, servono “qualità e coraggio”, da praticare in
vista di una sempre maggiore inclusività che non sia indifferente verso le
povertà e le fragilità, perché, rimarca il Papa, “la gratuità evangelica non è
retorica: è stile di relazione, metodo e obiettivo”.
Beati
gli operatori di pace (Mt 5,9) diventa sia il metodo che il contenuto dell’apprendimento”.
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