sabato 11 aprile 2026

LA GUERRA "SANTA"


IN NOME DI DIO

È sorprendente constatare che il fattore comune, nell’attuale scenario politico mondiale, è il ritorno della violenza di Stato in nome di Dio. Quello che sembrava un residuo arcaico presente soprattutto nella cultura  islamica – e, ancora recentemente, in Iran, evidenziato dalla negazione dei diritti delle donne e dalla spietata repressione delle proteste contro il regime – , si sta invece ripresentando più attuale che mai nelle moderne società democratiche, dove sembrava destinato ad essere definitivamente superato con il processo di secolarizzazione e l’affermazione in tutti i campi dei diritti delle persone.

 -di Giuseppe Savagnone 

Se ne aveva avuto un’avvisaglia nel ritorno della Russia di Putin, che certo non è rappresentativa del modello di democrazia di cui parliamo, ma che sembrava, dopo la lunga stagione dell’ateismo di Stato dell’URSS, decisamente immune dal rischio di confondere la politica con la religione. E invece, in occasione dell’aggressione all’Ucraina, Putin ha potuto contare sulla benedizione del patriarca Kirill, il quale non ha esitato a definire la sua «una guerra santa perché Mosca difende la “Santa Russia” e il mondo dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’Occidente “caduto nel satanismo”».

L’involuzione fondamentalista di Israele

Molto più vicino al contesto delle democrazie occidentali è il caso di Israele. Ma è innegabile una deriva in senso religioso-fondamentalista che si va sempre di più affermando, per impulso dei partiti ultraortodossi decisivi per il governo di  Netaniahu.

La storica ebrea Anna Foa, nel suo recente libro Il suicidio d’Israele, ha scritto che il  suo fondatore, Ben Gurion, «laico convinto», era persuaso che la religione si sarebbe presto estinta. «In realtà è successo il contrario. I sionisti religiosi, fanatici della grande Israele data da Dio al popolo ebraico, si sono moltiplicati grazie al gran numero di figli, così come si sono moltiplicati gli ultraortodossi».

In particolare, scrive l’autrice, dopo la vittoria nella “guerra dei sei giorni” del giugno 1967, «il sionismo subiva una vera e propria metamorfosi e si diffondeva un diverso tipo di israeliano, un sionista religioso aggressivo e ispirato da Dio a colonizzare tutta la terra di Israele».

Così anche nella sua vita interna Israele sta sempre di più assumendo la fisonomia di uno Stato fondamentalista. Ha avuto poca risonanza, ma è di estrema gravità, la recente decisone della Knesset di estendere i poteri dei tribunali religiosi, fino a farli diventare un sistema parallelo a quello della magistratura laica , tra cu i cittadini potranno scegliere.

Molto più rumore ha fatto la nuova legge che introduce la pena di morte per reati di terrorismo, riservandola però a quelli compiuti contro lo Stato ebraico e quindi, in sostanza, ai palestinesi.

Siamo davanti, come è stato denunziato da tutti gli osservatori internazionali, a  una politica di apartheid, in linea del resto con la Legge fondamentale approvata dalla Knesset il 30 luglio 1980 con cui si proclama Gerusalemme – che, nella risoluzione dell’ONU del 1947 era istituita come “città aperta” a cristiani, ebrei e musulmani – capitale dello Stato di Israele e con la legge del 18 luglio 2018 che, per la prima volta, definisce ufficialmente lo Stato ebraico come «la casa nazionale del popolo ebraico». Nel quale, perciò, i non ebrei, come tutti i fedeli di altre religioni, sono evidentemente cittadini “ospiti”. La recente esclusione del card. Pizzaballa dal Santo Sepolcro appare, in questa luce, molto di più che il frutto di un equivoco.

E in questa stessa prospettiva vanno lette le guerre dello Stato ebraico a Gaza, e in Libano, così come il suo appoggio alle violenze dei coloni nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania, dove non c’è neppure la scusa della minaccia di Hamas. L’idea è quella di ricostituire il Grande Israele sulle terre che Dio stesso ha dato temila anni fa, aveva promesso al popolo eletto.

Vanno in questo senso, del resto, le dichiarazioni dell’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, che in un’intervista ha sostenuto «che se Israele colonizzasse tutto il Medio Oriente, dall’Egitto all’Iraq, non ci sarebbe nulla di male perché nella Genesi c’è scritto che quella è la Terra Santa». La guerra di Israele è una guerra santa.

Il messianismo trumpiano

Ma il caso forse più eclatante del ritorno di questo concetto è quello degli Stati Uniti. Ha fatto il giro del mondo il video girato nello Studio Ovale, in cui un gruppo di leader evangelici prega per Trump, invocando protezione per il presidente americano e sostegno alle sue decisioni militari.

È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche, nell’elezione di Donald Trump, sia nel primo che nel secondo mandato. Meno noto, forse, è che i membri di questi gruppi religiosi si considerano crociati impegnati in una lotta contro il male, nell’impaziente attesa dell’Apocalisse e del ritorno di Gesù Cristo. I loro principali testi di riferimento non sono i libri del Nuovo Testamento, ma quelli dell’Antico, che essi tendono a leggere in modo letterale. Da qui la convergenza con gli ebrei ortodossi che ritengono loro missione ricostituire l’antico Israele sul territorio che Dio steso gli aveva promesso, cacciando via le popolazioni arabe che vi si erano insediate nel frattempo.

Collegando la prospettiva vetero-testamentaria con quella neo- testamentaria, queste sette cristiane ritengono che proprio la ricostituzione del regno del popolo eletto in Palestina sia la condizione per la venuta del Messia da loro atteso. Da qui il sostegno politico ed economico allo Stato ebraico e le pressioni su Trump perché sia garante della sua sicurezza

In questo contesto appare pienamente plausibile la denuncia di un gruppo di duecento soldati statunitensi, secondo i quali alcuni comandanti avrebbero descritto il conflitto in corso nel Medio Oriente come parte di «un piano divino», arrivando ad affermare «che Trump sarebbe stato unto da Gesù per incendiare l’Iran, causare l’armageddon e dare il segnale per il suo ritorno sulla Terra». 

E del resto, nelle conferenze stampa che il Segretario alla Guerra (non più come prima di Trump, alla Difesa) Peter Hegseth ha tenuto regolarmente per fare il punto sulla «guerra preventiva» scatenata da Trump contro l’Iran,  non può non colpire l’insistenza sulla dimensione religiosa: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…». E ancora: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…».

Questa guerra, insomma, sarebbe una missione affidata da Dio agli Stati Uniti e da Lui benedetta. Come hanno evidenziato i media anglosassoni, appaiono un’implicita, eloquente risposta a queste affermazioni le parole pronunciate pochi giorni dopo da un altro illustre cittadino americano, papa Leone XIV. «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”», ha detto il pontefice durante la sua omelia della domenica delle Palme.

Non c’è bisogno di essere cattolici per riconoscere che in questo momento la sola voce, dotata un’autorità riconosciuta a livello internazionale, che si leva a condannare decisamente l’idea che la guerra sia necessaria per instaurare la pace, è quella dei sommi pontefici romani, da Giovanni Paolo II a a Francesco a papa Leone. È una sfida alle potenze che oggi dominano la scena politica internazionale e ai loro gregari (tra cui, purtroppo, il nostro governo). Una volta tanto il cristiano può rallegrarsi che la Chiesa istituzionale non sia nelle retrovie, ma assuma coraggiosamente il proprio ruolo profetico in un mondo che sembra cieco e sordo non solo al vangelo, ma alle esigenze più  profonde dell’essere umano. 

www.tuttavia.eu

Immagine  

 

mercoledì 8 aprile 2026

GIOVANI, SOLITUDINE E VIOLENZA

 


L'INTELLIGENZA

 ARTIFICIALE, 

UN RIFUGIO


di BIANCA LUPO

L’escalation di reati compiuti da giovanissimi da nord a sud, un vero bollettino di guerra quotidiano, ci pone di fronte ad una domanda inevitabile: in che cosa abbiamo sbagliato? Nel rapporto 2025 delle Corti d’appello di tutta Italia, che ha aperto l’anno giudiziario, i numeri sono da brivido: Roma +50%, Milano+40%, Napoli e Catania con numeri da Guinnes dei primati, Palermo, la situazione la viviamo in prima persona… (Fonti Il Messaggero1/2/26–www.Polizia di Stato.it–Criminalpol dati al 2025).

 Fenomeni di microcriminalità, bullismo, baby-pusher, rapine, estorsioni, reati sessuali, tentativi di omicidio col coltello: età 11/15 anni. Il numero dei ragazzi sottoposto a misura restrittiva in Italia è cresciuto dell’‘8%.  Perché?

Cosa spinge ed inghiotte, in questo vortice, preadolescenti trasformandoli in assassini, terroristi, anaffettivi senza freni inibitori, incapaci di capire il valore di una vita umana che spengono, senza pensare, come se fossero in un gioco virtuale, glaciali nella loro azione e consapevoli della impunità garantita dalla minore età?

Ho chiesto a mio figlio psicologo/psico terapeuta che segue molti ragazzi difficili, di spiegarmi le dinamiche che portano a tali manifestazioni così estreme ed apparentemente irrazionali.

Mi ha risposto” Il crimine è solo l’atto finale, la punta dell’iceberg di un malessere: non nasce all’ improvviso, ma ci si arriva passando dal silenzio, dalla rabbia, dalla confusione, dal sentirsi solo, non visto, non capito. Ci si arriva dopo tanti segnali letti male o ignorati del tutto. Spesso vediamo negli adolescenti solo il comportamento, la provocazione, la sfida e non il dolore che c’è sotto. Gli adolescenti hanno bisogno non solo di regole, ma di presenza ed ascolto “.

 Siamo dunque di fronte a” figli sconosciuti”, dipendenti dal fido iPhone/baby Sitter, prigionieri di una bolla virtuale, ingabbiati nel super uranio dei videogame. Esibire un’arma è segno di potere, l’approvazione dei followers vitale per la sopravvivenza di chi non accetta le frustrazioni, le sconfitte, i flop a scuola, i rimproveri, i NO dei genitori (in realtà pochissimi), degli amici, della fidanzatina. Quanto influiscono i social ed IA nella vita dei nostri giovanissimi?

Troppo nel loro duplice aspetto, informativo (basta un click e si ha la risposta, annullando il pensiero critico) e di supporto emotivo.

L’IA, oggi, è il rifugio per la solitudine, il confidente preferito, l’interlocutore più gettonato sostituendo genitori, nonni ed amici perché NON giudica, NON rimprovera. Il 41,8%degli adolescenti italiani ha chiesto aiuto a chatbot in momenti di difficoltà emotiva. (In USA il 72%).

Un dato che fotografa la gravità del problema. 

soluzioni? Ricominciare “ab ovo”. Educare i genitori ad essere i punti di riferimento dei figli; Educare i figli alle regole e ai valori fondamentali; Ripristinare il ruolo formativo della scuola che non può essere né sterile diplomificio, né progettificio, ma “magistra vitae”.

Utilizzare al massimo il parental control (solo 600000 utenti in Italia); controllare lo strapotere dei GAFAM che dominano il mercato (Danimarca, Australia ed USA hanno già iniziato); intensificare le campagne informative di professionisti nelle scuole.

E speriamo nel miracolo……


GIOVANNIPEPI

immagine


 

EMOZIONI E RELAZIONI

Un itinerario

 di crescita 

per insegnanti 

ed alunni” 


-di Antonio Ferro*

        “Innovare per insegnare: approcci, metodi e strategie in classe” è il titolo del percorso formativo organizzato dall’AIMC (Associazione Italiana Maestri Cattolici) di mazara del Vallo. In tale contesto, la dott.ssa Caterina Di Stefano, presidente dell’AIMC di Mazara del Vallo, mi ha coinvolto a relazionare sul tema “Emozioni e relazioni: un viaggio di crescita per insegnanti ed alunni”.

In passato si pensava che il raggiungimento degli obiettivi didattici dipendessero prevalentemente dalle abilità cognitive e dalla motivazione dell’alunno, oggi sappiamo che oltre a queste due condizioni, un ruolo fondamentale giocano le “Emozioni”.

Studi recenti dimostrano quanto le emozioni giochino un ruolo cruciale nelle acquisizioni delle competenze dei bambini. In particolare, è stato dimostrato che le emozioni attivano i centri sottocorticali dell’encefalo (es. sistema limbico ed amigdala) responsabili della componente fisiologica dell’emozione (es. sudorazione, tachicardia, ecc.), insieme alle cortecce associative che attivano i processi di valutazione cognitiva dell’esperienza emotiva. Quindi se un alunno apprende sperimentando la paura di sbagliare, le stesse aree del sistema nervoso legate a questa emozione si attiveranno in futuro per evitare situazioni analoghe, intaccando così significativamente l’autostima e l’autoefficacia dell’alunno. L’emozione negativa associata a quell’apprendimento si comporta come un antagonista dell’apprendimento stesso. L’emozione e i processi cognitivi rappresentano due facce interconnesse della stessa medaglia. Ciò significa che quando un alunno recupera un’informazione questa attiverà nuovamente il vissuto emotivo associato a quell’apprendimento perché entrambe hanno tracciato lo stesso percorso sinaptico. La “warm cognition” rivoluziona quindi le modalità degli apprendimenti associandoli alle emozioni positive e ciò avviene solo se un alunno impara con “gioia”.

Comprendere, dunque come le emozioni influenzino gli apprendimenti scolastici diventa fondamentale per gli insegnanti, che devono saper gestire e valorizzare l'aspetto emotivo nei loro alunni. I primi anni di vita sono fondamentali per lo sviluppo socio-emozionale di un bambino. Durante questa fase, egli inizia a costruire le basi delle sue future relazioni attraverso le interazioni emotive e relazionali con i genitori, i caregiver e gli insegnanti. La qualità delle prime relazioni basate sull’empatia e sulla fiducia è fondamentale per una sana crescita psicologica.

Le emozioni sono risposte psicologiche e fisiologiche a stimoli interni ed esterni. Possono essere classificate in efficacemente emozioni positive (es. gioia, felicità, amore, ecc.) ed emozioni negative (es. paura, ansia, tristezza, ecc.). Queste ultime sebbene scomode, sono essenziali per la nostra capacità di adattarci e reagire a situazioni di pericolo. Le emozioni influenzano il comportamento, le relazioni interpersonali e il processo di apprendimento. Nei bambini, esse si manifestano in modi diversi rispetto agli adulti. La loro capacità di esprimere e regolare le emozioni è ancora in fase di sviluppo. È importante che i docenti riconoscano e comprendano queste emozioni per supportare i bambini nel loro percorso di crescita. Il linguaggio emotivo è uno strumento potente nella relazione insegnante-alunno. Attraverso l'uso di un linguaggio che esprime emozioni, i docenti possono fornire un ambiente sicuro e creare uno spazio in cui i bambini si sentano liberi di esprimere le proprie emozioni. Le emozioni positive migliorano la motivazione e l'attenzione, mentre la gestione delle emozioni negative può prevenire distrazioni e comportamenti problematici.

Associare emozioni positive all’acquisizione dei contenuti didattici è essenziale per favorire un ambiente di apprendimento favorevole ed inclusivo. I docenti devono essere sempre più consapevoli dell'importanza del linguaggio emotivo e della gestione delle emozioni per sostenere i bambini nel loro sviluppo personale e accademico.

L’insegnante può promuovere negli alunni la sperimentazione di emozioni positive attraverso specifiche strategie relazionali e comunicative. In particolare:

  • l’ascolto attivo ed empatico consente all’alunno di percepirsi compreso e riconosciuto nella propria esperienza soggettiva;
  • l’espressione di apprezzamenti e feedback positivi autentici favorisce il senso di autoefficacia e di valorizzazione personale;
  • i comportamenti di gentilezza e cura contribuiscono a costruire un clima relazionale accogliente e rassicurante;
  • l’incoraggiamento e il supporto sostengono la motivazione e rafforzano la percezione di un sostegno emotivo significativo;
  • la condivisione di esperienze positive facilita la costruzione del legame educativo e il consolidamento della relazione insegnante–alunno.

L’efficacia di tali interventi risulta strettamente correlata alle caratteristiche personali e professionali dell’insegnante, nonché alla sua capacità di instaurare una relazione autentica, nella quale l’alunno possa percepire un reale interesse e coinvolgimento nei propri confronti.

Investire tempo nella comprensione delle emozioni può trasformare la relazione insegnante-alunno rendendola più efficace e significativa. I docenti sono chiamati a essere guide empatiche, pronte ad ascoltare e a rispondere alle esigenze emotive dei loro alunni.

È quindi necessario che gli insegnati abbiano un nuovo approccio che valorizzi, oltre il versante didattico e cognitivo, un apprendimento associato alle emozioni positive. In tale modo l’insegnante diventerà una figura significativa anche sul versante relazionale contribuendo al successo scolastico dei propri alunni, anche di coloro con bisogni speciali di apprendimento.

*Neuropsichiatra infantile, Direttore Sanitario della Fondazione Auxilium di Trapani

Immagine

 

 

martedì 7 aprile 2026

AI GRANDI DELLA TERRA

 


LETTERA AI GRANDI DELLA TERRA 

CHE FANNO

 LA GUERRA

 


Ci rivolgiamo a voi che vi proclamate “uomini di un Dio cristiano”, “uomini di Yahweh, Dio unico”, “uomini del dio di Abramo, il misericordioso”, che dite di agire per “volontà sua” o in nome delle sue promesse. 

Noi vi chiediamo: “Chi è il vostro Dio?” Il dio degli eserciti, il dio della distruzione e della morte dei nemici? Vi servite del nome di Dio per le vostre ideologie, volontà, visioni e interpretazioni? 

Cristiano” vorrebbe dire “essere di Cristo”, cioè testimone di una appartenenza alla persona di Gesù Cristo, di cui fu detto: “ECCE HOMO”, perché aderendo a Lui, si possa dire lo stesso di ogni essere umano sulla terra. 

Perché si possa dire di Trump:” Ecce homo!”; di Putin:” Ecce homo!”; di Netanyahu: “Ecco l’uomo del Primo Comandamento, l’uomo del “non uccidere”; dei musulmani: “Ecco l’uomo di Allah misericordioso”! Ma si può dire così di voi? 

Vi chiediamo: in nome di chi agite in tal modo? Non certo in nome del vero Dio che è amore, compassione, misericordia, perdono e Padre di tutti gli uomini. 

“Ecce homo”: l’uomo della Parola, della cura delle persone, dell’amicizia, della fraternità, della condivisione, della relazione, dell’incontro, che non ha impugnato armi, che si è fidato del Padre, che ha detto a tutti noi: “Amatevi come io vi ho amato”, che piuttosto che uccidere gli oppositori, si è lasciato uccidere da loro. 

Dio è vita e amore dato a tutti, incondizionatamente, anche a voi, ora, che lo state tradendo, che lo state uccidendo insieme a tutti gli innocenti. Da Lui dovremmo imparare la gratitudine per la vita, l’amore e la fiducia nell’uomo, la responsabilità per dare a tutti la possibilità di una vita dignitosa, nel rispetto delle differenze. 

Siete stati eletti da un popolo che certamente non voleva la guerra, ma aiuto, per vivere meglio, con più sicurezza per il domani, con più libertà di espressione, pane e acqua e servizi fondamentali per tutti. 

Invece nella vostra mente c’è ben altro: conquiste stratosferiche, appropriazione violenta dei beni della terra per dominare sulle nazioni, quali schiavi di mammona. Pensate di essere super-uomini e non vedete l’errore: una visione distorta dell’origine della vita e del destino dell’uomo; il vostro super-dio-egoico, che va oltre ogni limite creaturale, sconfinando nella disumanità senza controllo, è stato messo al posto del vero Dio. Ciò vi rende ciechi e perversi. 

L’usare la guerra per dire che siete forti, dimostra la vostra debolezza: la paura di non essere uomini veri, la non fiducia nella ragione e nell’animo umano, la paura del confronto leale, la paura del fallimento senza la forza bruta. 

Non credete nell’uomo, dunque, non credete in Dio che ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza. E così non avete la Sapienza, dono di Dio. 

Ignorate lo Spirito Santo che Dio, tramite Cristo Risorto, ha consegnato a tutti noi, con i suoi doni, che, se accolti e vissuti, nell’amore e nell’obbedienza a Lui, fa, di chi lo osserva nel quotidiano, l’”ecce homo”, l’uomo che ama, che rispetta ogni vita, unica cosa sacra insieme a Dio. 

Sottomettersi al “Principe del mondo” porta inevitabilmente a ideologie umane aberranti, che diventano ossessioni, tarli corrosivi che portano solo ad azioni autodistruttive, distruttive e al contagio del male. 

Preghiamo ogni giorno per voi e per tutti noi, e con Gesù Cristo sulla croce, diciamo: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno e perdona pure tutti noi, perché siamo corresponsabili nella nostra immobilità e impotenza”. 

Chiediamo allo Spirito Santo del Padre, che Gesù ci ha consegnato dalla croce, di essere da tutti noi accolto e conosciuto, perché possiamo, per sola sua grazia e nostra adesione, sulle orme dell’”Ecce homo”, vivere alla Sua Luce.

 Alzogliocchiversoilcielo


DONNE DELLA PASQUA

TREMORE

 ED 

ESTASI

 A Pasqua troviamo le donne sotto la croce e poi davanti a un sepolcro: il primo annuncio pasquale, in tutti i vangeli, passa attraverso di loro, lo sappiamo bene, anche se si stenta a tradurre pienamente questo elemento della Rivelazione in un ministero appropriato.

 -di Emanuela Buccioni 

 Per secoli, fra sospetti e ironie, si è scherzato sulle “donne chiacchierone” che per questo tratto sarebbero state coinvolte così da diffondere rapidamente la buona notizia. 

 Tuttavia il più antico dei racconti, quello di Marco, si chiude con una frase enigmatica che la liturgia pasquale dell’anno B omette (!) e che gli agiografi si sono premurati di completare aggiungendo delle sintesi tratte dagli altri vangeli successivi. 

 La frase controversa è: «Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite» (Mc 16,8). 

 È l’ultimo versetto del vangelo nella sua forma più originale. Nessuna apparizione del Risorto, nessun incontro rassicurante. Solo donne che fuggono e tacciono. 

  Il silenzio di Marco 

 Il testo greco è più denso di quanto sembri, Marco parla infatti di tromos kai ekstasis, «tremore e estasi». Quest’ultimo termine non indica semplice stupore, ma appunto uno “stare fuori di sé”, la stessa parola usata per descrivere esperienze di rivelazione che sconvolgono le categorie abituali. Non è paura codarda, ma spaesamento teofanico. 

 Anche il verbo phobeomai (“avevano paura”) non designa soltanto timore psicologico. Nelle Scritture il “timore” è spesso la reazione alla manifestazione del divino. È la soglia tra l’evento e la sua comprensione. Marco non sta screditando le donne: sta descrivendo l’istante in cui l’irruzione di Dio rompe il linguaggio disponibile. 

 Il silenzio, allora, non è negazione dell’annuncio, ma la sua gestazione. Come scriveva R.M. Rilke, «le cose, tutte, non sono così facili da afferrare o da dire, come di solito ci si vuol far credere; le esperienze, per lo più, sono indicibili, e si compiono in uno spazio in cui nessuna parola si è mai inoltrata» (Lettere a un giovane poeta, I lettera). Anche la Pasqua, in Marco, appare come un evento che chiede di essere custodito prima di essere detto. 

 Il vangelo finisce così, con un vuoto narrativo. Se la buona notizia è giunta fino a noi, significa che quel silenzio non è stato definitivo, ma Marco ci costringe a sostare nella frattura tra evento e parola. 

  Matteo e Luca: il silenzio interpretato 

 Gli altri evangelisti non sopportano quella sospensione e integrano con altre informazioni. Matteo racconta che le donne «corsero a dare l’annuncio» e che, lungo la strada, incontrarono Gesù e «gli abbracciarono i piedi» (Mt 28,9). Il verbo è krateō, che può significare “afferrare, trattenere”. È un gesto di riconoscimento, ma anche il segno di un attaccamento comprensibile: l’amore vorrebbe fermare ciò che ha perduto. 

 Luca, dal canto suo, le presenta come annunciatrici fedeli, anche se «quelle parole parvero loro come un vaneggiamento» (Lc 24,11). L’annuncio è rallentato per l’incredulità maschile. Il problema non è il silenzio femminile, ma l’incapacità di ascolto dei discepoli. 

 In entrambi i casi, il silenzio di Marco non viene negato: viene superato. L’amore che ha accompagnato Gesù fino alla croce diventa, gradualmente, parola pubblica. 

 Non è irrilevante che proprio questo dettaglio – le donne come prime testimoni – sia oggi richiamato anche dagli studiosi come esempio del cosiddetto “criterio di discontinuità” o di imbarazzo, uno degli argomenti utilizzati per valutare la storicità delle tradizioni evangeliche. Nel contesto giudaico del I secolo in cui la testimonianza femminile aveva scarso peso giuridico, difficilmente una comunità che avesse voluto costruire un racconto apologetico efficace avrebbe scelto di affidare l’annuncio fondativo della propria fede a figure considerate marginali. Proprio questa “scomodità” narrativa – donne legalmente inattendibili, impaurite, non immediatamente credute – diventa così un indizio a favore dell’autenticità della memoria trasmessa. Il Vangelo poi non idealizza le sue protagoniste: conserva l’imbarazzo, il tremore, la fatica del passaggio alla parola. Forse è proprio questa franchezza a rendere il racconto pasquale tanto disarmante quanto credibile. 

  L’amore che spinge 

 Il passaggio decisivo è quello dall’emozione all’annuncio. Qui la tradizione paolina offre una chiave preziosa: «L’amore di Cristo ci possiede» (2Cor 5,14). Il verbo greco synechei non indica possesso nel senso di dominio, ma una forza che stringe, che tiene insieme, che spinge. È lo stesso termine usato per la febbre che “opprime” la suocera di Pietro o per la folla che “stringe” Gesù. L’amore di Cristo mette in movimento. 

 Le donne al sepolcro vivono esattamente questo passaggio: non trattengono il Risorto, anzi, sono da lui inviate. Il loro amore non è fusione né nostalgia del corpo perduto, ma fedeltà che diventa testimonianza. Una volta compresa la posta in gioco, l’affetto non si trasforma come conseguenza degli eventi pasquali in devozione spirituale, ma si converte in urgenza missionaria. In ogni caso l’amore autentico non elimina il tremore, cioè non finge sicurezza immediata, e nemmeno evita il silenzio iniziale. 

 Marco, con il suo finale spiazzante, ci ricorda che tra l’esperienza e l’annuncio esiste sempre una soglia e che il Vangelo – almeno quello orale – nasce non da una calma certezza, ma da un amore che, pur tremando, sceglie di parlare. Se oggi la Chiesa continua a proclamare Cristo risorto, è perché quel silenzio iniziale non è rimasto tale. Forse ogni autentico annuncio pasquale nasce ancora così: da un amore che prima tace, poi si lascia spingere, e infine trova le parole giuste. 

  Silenzi e parole 

 Il silenzio delle donne di Marco non è – letteralmente – l’ultima parola. Non lo è stato allora, non deve esserlo oggi. In molte parti del mondo donne che vivono sotto le bombe, nei territori occupati, in regimi che reprimono il dissenso, conoscono bene il peso di un silenzio imposto. Tuttavia continuano a custodire parole di vita: madri che proteggono i figli nelle città assediate, insegnanti che mantengono aperta una scuola clandestina, credenti che pregano e trasmettono speranza in contesti dove parlare può costare caro. Non sempre la loro voce trova orecchi disponibili, figuriamoci microfoni; spesso resta fragile, sommessa, perfino inaudibile. Eppure è da lì che la storia può ripartire. Come al sepolcro, la Pasqua non comincia con un proclama trionfale, ma con un amore che attraversa la paura e prepara la parola. Anche oggi il Vangelo rinasce così: dove qualcuno, pur tremando, sceglie di custodire e poi di dire che la vita è più forte della morte.

 Rocca 

Immagine


lunedì 6 aprile 2026

DIO VUOLE LA PACE


 La forza "non violenta" della Pasqua negli appelli di pace di Papa Leone XIV

Dalle mani che “grondano sangue” della Domenica delle Palme, a quelle che depongono le armi, invocate nel messaggio per l’Urbi et Orbi. I richiami alla pace del Pontefice invitano a non lasciarsi sopraffare da indifferenza e assuefazione, ma a credere con fermezza nel “Dio che rifiuta la guerra”.

-di Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue’.

Le mani cosparse di quella linfa vitale ormai versata, invocate dal Papa nella Domenica delle Palme. Le stesse mani del Pontefice, strette intorno alla Croce nel Venerdì santo. Un "segno importante", per sua stessa ammissione, come "leader spirituale oggi nel mondo", che abbraccia idealmente "madri", "parenti" e "amici dei condannati", costretti “a umiliarsi davanti all'autorità per vedersi restituire i resti martoriati” di una persona loro cara. E infine quelle stesse mani chiamate a deporre le armi e a risplendere della stessa luce celebrata la mattina di Pasqua dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro.

“Rimetti la tua spada al suo posto”

La concretezza dei gesti, la tenerezza dei sentimenti. C’era tutto questo negli appelli che, durante la Settimana Santa, Papa Leone XIV ha dedicato alla pace e al cessare dei conflitti che imperversano nel mondo. Il primo fotogramma è quello della Domenica delle Palme in Piazza San Pietro, davanti a 40mila fedeli e 120mila ramoscelli d’ulivo innalzati per simboleggiare quella pace mite di cui Gesù, ha ricordato il Pontefice, è sia "re" che "carezza", mentre "altri impugnano spade e bastoni". A loro il Pontefice si è rivolto con le stesse parole pronunciate da Cristo quando uno dei suoi discepoli, secondo il racconto evangelico, aveva estratto un'arma per difenderlo.

Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno.

Il rosso del sangue che gronda, contrastato da quello stesso colore che spiccava nei paramenti liturgici, celebrazione di quel Dio che "non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra", ha affermato il Pontefice.

Invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell'umanità.

“Il bene non può venire dalla prevaricazione”

La pace invocata dal Papa, specialmente in quest'"ora oscura" per un mondo "conteso tra potenze che lo devastano", ha toccato tutto lo scibile dell'esistenza umana. Nella Messa crismale del Giovedì santo, presieduta nella Basilica di San Pietro, Leone XIV ha ricordato come "il bene non può venire dalla prevaricazione" in qualsiasi ambito, non solo pastorale ma anche sociale e politico.

L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova.

“Cristo ci dà un esempio di dedizione, di servizio e di amore”

La terza immagine immortala le mani, ancora quelle del Pontefice, che, nella Messa in Coena Domini nella Basilica di San Giovanni in Laterano, hanno lavato i piedi ai giovani preti da lui stesso consacrati. Un gesto che, nelle parole di Leone XIV, ha richiamato il potere purificatore di Dio. Egli lava non solo il sangue grondante dei conflitti, ma anche l'immagine distorta che essi restituiscono: le "idolatrie" e le "bestemmie" che lo sporcano. E con esse il Signore ripulisce anche l’uomo stesso.

Che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto. Vero Dio e vero uomo, Cristo ci dà invece un esempio di dedizione, di servizio e di amore.

Sulle “orme” di Gesù

Gli appelli del Papa sulla pace rimandano alla continua dicotomia tra male e amore. Allo stesso modo, le meditazioni scritte da padre Francesco Patton, già custode di Terra Santa, per la Via Crucis presieduta dallo stesso Pontefice, hanno individuato una simile ambivalenza, ripercorrendo quella stessa strada percorsa da Gesù tra persone che ne condividevano “la fede” e “altri che deridono e insultano”. "Così è la vita di tutti i giorni", ha scritto il frate minore: così è il cammino tracciato seguendo "le orme" di Gesù, come affermato dal Pontefice recitando la Preghiera Omnipotens composta da san Francesco d'Assisi, insieme ai circa 30mila fedeli presenti al Colosseo nella notte del Venerdì santo.

“Dio non vuole la nostra morte”

È ancora il buio, questa volta preludio al mattino pasquale, che ha accompagnato la veglia nella Basilica di San Pietro gremita di 6mila persone. Dio "non vuole la nostra morte": questo è stato l'appello del Papa, impellente di fronte alla narrazione dei conflitti che riduce le vittime a freddi numeri.

L’uomo può uccidere il corpo, ma la vita del Dio dell’amore è vita eterna, che va oltre la morte e che nessun sepolcro può imprigionare.

Leone XIV ha esortato a dare vita a un "mondo nuovo, di pace, di unità", partendo dai fallimenti dell’umanità, con un riferimento al mare attraverso cui Dio ha liberato gli israeliti dalla schiavitù dell'Egitto. Un elemento che il Pontefice ha definito "porta d'ingresso" per l'inizio di una vita "libera", ma anche "luogo di morte", proprio mentre la cronaca restituiva l'ennesima tragedia del Mediterraneo: il naufragio di un barcone partito dalla Libia, che ha causato oltre 70 dispersi, e i racconti dei superstiti, sotto choc, a Lampedusa. Il luogo dove Leone XIV si recherà il prossimo 4 luglio.

Urbi et Orbi, il Papa: "Chi ha le armi, le deponga. L'11 aprile veglia di pace a San Pietro"

Leone XIV dalla Loggia centrale della Basilica vaticana, pronuncia il tradizionale messaggio di Pasqua alla Città e al mondo, in cui implora Dio “che doni la sua pace al mondo ...

“Il Signore è vivo e rimane con noi”

La notte, l'alba e poi la Messa nel giorno di Pasqua. Il cielo limpido di Piazza San Pietro, 60mila fedeli presenti. Certo, il male non si cancella in un giorno: la guerra "uccide e distrugge" e la minaccia è sempre in agguato:

La vediamo presente nelle ingiustizie, negli egoismi di parte, nell’oppressione dei poveri, nella scarsa attenzione verso i più fragili. La vediamo nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge.

Ma si può e si deve raccogliere l'invito pasquale ad "alzare lo sguardo", scorgendo lo "spazio per una nuova vita che sorge", oltre i sepolcri e il dolore.

Il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita.

“La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta”

È l'invito finale del Pontefice, che riecheggia anche nel tradizionale messaggio per l’Urbi et Orbi.

Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo.

Perché se nel mondo ci sono battaglie, l’esempio per vincerle scaturisce dalla Pasqua: mani che abbracciano, e che non imbracciano armi.

La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta.

Un'esortazione che riecheggia nell'appello rivolto martedì scorso a Castel Gandolfo da Leone XIV al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e ai leader del mondo:

Tornate al tavolo per dialogare, cerchiamo soluzioni ai problemi, cerchiamo modi per ridurre la violenza che stiamo alimentando. E che la pace, soprattutto a Pasqua, sia nei nostri cuori

Vatican News

IL RISORTO

 


Gesù di Alda Merini


Lenta la morte
come un lago pieno di sogni.
Ma Dio vede al di là delle pietre,
vede al di là dei sepolcri.
Per anni creatura di Dio
sono stato chiuso nell’argilla del corpo,
per anni sono stato pietra,
ma con tante voci nel cuore.
E come non conosco le pietre dell’universo?
Allungo la mano e sollevo tutto il Calvario,
in uno spasimo di luce.
Chi mi ha perseguitato?
Dove sono i miei persecutori?
Dov’è il grembo materno?
E dov’è il fiat di mia madre?
Una pietra.

Il Figlio di Dio ha creato con la resurrezione
il cammino degli angeli.
Addio,
addio terra infingarda,
le radici di Dio sono nel mio volto:
lo scaveranno
e diventerà radioso.
Fuggirò da questo sepolcro
come un angelo calpestato a morte dal sogno,
ma io troverò la frontiera della mia parola.
Addio crocifissione,
in me non c’è mai stato niente:
sono soltanto un uomo risorto.