mercoledì 20 maggio 2026

IL BOTTONE




 Ci ricordiamo di avere la coscienza quando (ri-)morde, perché il male fatto brucia fino a che non lo ripariamo.




-di Alessandro D’Avenia

Se tu potessi, soltanto attraverso un desiderio, uccidere un uomo in Cina ed ereditare la sua fortuna in Europa, con la certezza che non se ne saprebbe mai nulla, daresti seguito a questo desiderio?».

Così scriveva nel 1802 François-René de Chateaubriand nel «Genio del cristianesimo» chiedendosi se la capacità umana di discernere il bene e il male, la coscienza, sia innata e universale, o una serie di convenzioni e paure. Nel 1880 lo scrittore portoghese Eça de Queirós. ispirato da quel passo, scrisse «Il Mandarino», un racconto in cui a un semplice impiegato di nome Teodoro compare una misteriosa figura che gli promette immense ricchezze se deciderà di azionare un campanello: erediterà l'immenso patrimonio di un vecchio e malato cinese che morirà all'istante. Il protagonista, desideroso di cambiare la sua modesta vita, aziona il campanello, diventa ricchissimo ma non ha più pace: il pensiero del morto, anche se non sa chi sia, comincia a perseguitarlo. La coscienza rimorde. Se vogliamo sapere come finisce il racconto è perché abbiamo una coscienza: ci sarà giustizia? Leggiamo i gialli perché vogliamo giustizia, come mostra l'interesse per i pervasivi casi di cronaca che, sotto il “torbido” superficiale strato di curiosità da serie tv a basso costo, celano il nostro desiderio profondo di “pura” verità, perché non c'è giustizia senza verità. 

Ci ricordiamo di avere la coscienza quando (ri-)morde, perché il male fatto brucia fino a che non lo ripariamo. Infatti, nel racconto di Queirós il protagonista per trovare pace si mette in viaggio verso la Cina per cercare i parenti del morto, chiedere perdono e restituire ciò che può. Confessare è il primo passo per la pace, senza «la presa» (metafora perfetta) di coscienza che sono io responsabile del male fatto non ci può essere pace, infatti anche se proviamo ad auto-ingannarci e auto-giustificarci, il male continua a (ri-)mordere. Il secondo passo è riparare, perché il male non fa male solo a noi ma a tutto il creato a cui siamo inestricabilmente connessi (l'entaglement quantistico riguarda la fisica quanto l'etica). Confessare è appropriarsi del male (pentimento) e poi ripararlo (pena). Il senso di colpa smette di mordere solo quando diventa senso di responsabilità: se confesso un furto devo poi restituire il maltolto. Il male frammenta la psiche, apre un tribunale interiore in cui siamo contemporaneamente accusato, avvocato, accusa e giudice. Lo sapeva Dostoevskij che diede al protagonista di Delitto e castigo il nome Raskol'nikov, che significa «tagliato», «diviso», «separato», in sé e dal mondo, proprio perché, sebbene ideologicamente convinto che uccidere una vecchia usuraia e appropriarsi del suo denaro sia giusto, poi però non ha pace, e precipita in una progressiva dis-integrazione.  

Il peggior castigo di un delitto è averlo commesso. A volte cerchiamo chissà dove i motivi della nostra infelicità e di quella che procuriamo agli altri, e sono nella mancata presa di coscienza del male fatto, perché ogni male non riconosciuto e non riparato divide la psiche: per non sentirla confiniamo la parte di noi che sa di aver fatto il male in un angolo, da dove non smette di (ri-)mordere. Confessare e riparare re-integrano la parte separata o segregata. Si crede di poter sopportare questa frattura, ma una frattura non curata prima o poi va in cancrena, e a marcire qui è la psiche. Tanti disturbi psichici sono fratture morali mai curate. Chi confessa invece si appropria del male commesso, lo fa suo, e sente poi il bisogno di porre riparo (la fase riparativa è quella spesso carente nel nostro sistema penale). Il sacramento della confessione (o meglio «riconciliazione» perché in «confessione» manca un pezzo del processo), oggi spesso sostituita dalla psicanalisi, protegge la psiche dalla disintegrazione: non sono il male che ho fatto, ma ho fatto del male, e il male per guarire non richiede alibi ma serietà e riparazione, in e fuori di me.  

Dal male guarisco se lo faccio mio, lo affronto come male e lo riparo (anche il sacramento cattolico non è valido se non c'è pentimento e riparazione). Nel 1970 lo scrittore di fantascienza americano Richard Matheson (suo «Duel», da cui il film d'esordio di Spielberg, suo il romanzo «Io sono leggenda» da cui il film con Will Smith) pubblicò «Button, button», in cui riprendeva Chateaubriand e Queirós: una coppia newyorchese trova davanti alla porta una scatola di legno con un pulsante. Norma e Arthur pensano a una trovata pubblicitaria ma poco dopo bussa il rappresentante di una misteriosa organizzazione che darà loro cinquantamila dollari se premeranno il pulsante, però questo causerà la morte di uno sconosciuto. Matheson dice di essersi ispirato a una lezione di psicologia in cui era stato chiesto: «Se servisse a contribuire realmente alla pace nel mondo, sareste disposti a camminare nudi per le strade di New York?». È la domanda di Chateaubriand girata in positivo, ma lo scrittore di fantascienza torna al quesito iniziale, alzando la posta. Infatti Norma, quando il marito esce per andare al lavoro, preme il bottone. Poco dopo però riceve la notizia che Arthur è stato investito e le spetta l'indennizzo dell'assicurazione sulla vita del marito: cinquantamila dollari. La donna disperata telefona all'uomo della scatola: «“Aveva detto che non sarebbe morto qualcuno che conoscevo!”. “Mia cara signora - rispose lui - pensava davvero di conoscere suo marito?”». Il morto non è in Cina, ma accanto a me, sono io.  

 Quante volte schiacciamo il bottone perché ci fa comodo e non vediamo le conseguenze del male, ma è un'illusione, il male colpisce sempre, vicinissimo, innanzitutto noi, e quindi le nostre relazioni, perché chi è «diviso» dentro, «divide» anche fuori: quanta rabbia, invidia, bugie, offese dipendono dal male che (ri-)morde dentro e che scagliamo sugli altri pur di non vederlo in noi. 

L'inferno, sulla Terra, è questo. E i guai peggiori vengono da persone divise dentro che ricoprono cariche di responsabilità politica, sociale, economica... Oggi la tecnologia permette di cliccare continuamente “bottoni” sugli schermi, senza percepirne le conseguenze funeste (penso per esempio alla dipendenza da gioco che sta diventando una piaga anche tra i minori). Vedo ragazzi compiere gesti di cui non sentono la minima rilevanza morale, perché le conseguenze sembrano non esserci, come in un videogioco.  

La loro coscienza è «addormentata», ma la realtà prima o poi presenta il conto, come ai cinque minorenni in carcere per aver accoltellato senza motivo e reso paralitico il ventiduenne Davide Simone Cavallo, che ha scritto una lettera sorprendente (consiglio di leggerla ai ragazzi) in cui dice: «Le cose vanno così a causa di cinque ragazzini arrabbiati col mondo. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero... La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano. Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere amico. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi». 

La loro coscienza si risveglierà? La coscienza, se non l'avveleniamo, è un cane fedele che custodisce la vita perché la vita senza verità marcisce. La coscienza è la verità in noi, prima di noi, proprio come la vita è in noi, prima di noi. E senza verità non c'è giustizia, senza giustizia non c'è pace, anche se lungo è il cammino per raggiungerla come accade a Raskol'nikov in Delitto e castigo: «Qui comincia una nuova storia, la storia del graduale rinnovamento d’un uomo, la storia della sua graduale rigenerazione, del graduale passaggio da un mondo in un altro, della conoscenza di una nuova, finora assolutamente ignota realtà». Il male, se lo confessiamo, ci salva.

Corriere della Sera

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I NOSTRI PUNTI CIECHI

 


 Talvolta non riusciamo a vedere

 i nostri limiti e vi restiamo impantanati. 

Ma c’è una buona notizia: 

insieme al Signore possiamo resistere.





di Mariapia Veladiano *

 

Ci sono dei punti ciechi nella nostra vita. La Bibbia lo ha scritto tante volte. Davide, che pure è un grande re, non vede il suo peccato. Ha circuito Betsabea, ha fatto morire suo marito Uria eppure si indigna, sinceramente a quanto possiamo leggere, quando il profeta Natan gli pone il caso di un uomo che si comporta come lui. Davide non vede se stesso. Proprio non si vede. In Matteo 7, Gesù mette in guardia dall’ipocrisia di chi osserva la pagliuzza nell’occhio di chi ha davanti e non vede la trave che oscura la sua vista. E ancora più drammatico è Giovanni 8, nel quale viene narrato l’episodio dell’adultera, dove questa cecità (collettiva, di un gruppo socialmente accreditato) sta portando alla morte di una donna. Cecità che uccide. E solo il brusco rovesciamento dello sguardo (un selfie dell’anima, potremmo dire) che Gesù regala con semplicità disarmante a scribi e farisei riesce a ripristinare la verità e a salvare la vita. E permette a tutti, da allora fino a noi oggi, di capire l’enormità che si sta commettendo. 

A volte ci sembra di vedere bene il mondo, ma invece non è così, crediamo di vederlo ma abbiamo la trave davanti. La paura? Il pregiudizio? Il buon nome? Quello che pensiamo essere il bene della Chiesa? Serve un percorso intimo, una volontà di sé, un voler davvero capire. Non c’è niente di più difficile del mettersi in discussione, soprattutto quando si è adulti. I ragazzi invece ci riescono. Chi ha abitato a lungo le aule ha visto quanto sia possibile cambiare, da giovani. Ragazzi e ragazze che arrivano già sfiduciati e disillusi riprendono fiducia in se stessi e si espandono, diventano curiosi del mondo e si spendono per cause che nemmeno «vedevano» prima. Ragazzi e ragazze che cambiano completamente il proprio pensiero rispetto ai ruoli famigliari e sociali. Un ragazzo di quarta liceo artistico, tornato da uno scambio culturale di quindici giorni in un Paese del Nord Europa, che in classe dice: «Nella famiglia che mi ospitava, padre madre e due bambini piccoli, la madre aveva un lavoro che la teneva fuori anche per qualche giorno, lui faceva tutto come una cosa nomale, cucinava, giocava con i bambini, li portava al nido, li faceva addormentare. Io ho capito che voglio essere così». Questo ragazzo si è visto nello specchio dell’altro, è cambiato. Forse aveva dei pregiudizi o forse no, forse semplicemente non aveva mai messo a fuoco il tema dei ruoli e avrebbe riprodotto in assoluta buona fede quello (unico) che conosceva. Ma ha scoperto una realtà nuova e questo lo ha trasformato profondamente. L’altro ci espande lo sguardo. Incontro folgorante. 

Il nostro spirito è conteso tra un trascorrere dei giorni rassicurante e conosciuto e invece un originario (cioè che è dentro di noi, nel punto più profondo del nostro essere persone) desiderio di un nuovo che ci orienti, sempre, ogni giorno, verso la vertiginosa possibilità di amare senza limiti. 

La nostra zona cieca non è (solo) rispetto al nostro universo morale ma è anche nei confronti di quel che ci circonda. Lo sguardo di un Dio che ci ama, tutti, che vede sempre il bene di noi e dell’altro, è per noi cristiani la buona notizia attraverso la quale guardare noi stessi e il mondo. A volte non sappiamo davvero che cosa fare, e allora scatta la nostra zona cieca. Rassicurante, come un recinto chiuso dentro il quale poter circoscrivere il bene e il male. 

La buona notizia è che tutti i recinti sono stati aperti e che al male possiamo, insieme al Signore, resistere.

«Messaggero di sant'Antonio»! 

*Mariapia Veladiano, scrittrice, laureata in filosofia e teologia, ha lavorato per più di trent’anni nella scuola, come insegnante e poi come preside. Collabora con la Repubblica e con la rivista Il Regno.

 

MAGNIFICA HUMANITAS









-di Fr James Martin. SJ


In primo luogo, l'IA è stata una preoccupazione del Santo Padre almeno dall'inizio del suo pontificato, menzionato più volte nel suo papato. E, solo pochi giorni fa, Papa Leone ha istituito una nuova commissione papale, che ponga diversi dicasteri, per affrontare questo tema; ne ha anche menzionato l'argomento nel suo recente discorso per la Giornata Mondiale della Comunicazione. Quindi l'argomento forse non è una sorpresa. La domanda sarà: Quali altri argomenti saranno inclusi: i diritti dei lavoratori? sindacati? il capitalismo più in generale?

In secondo luogo, essendo uno che ha studiato matematica, Papa Leone XIV ha una comprensione più ferma di quanto qualcuno possa immaginare di un Papa.

Terzo, che il Santo Padre presenti personalmente il documento il 25 maggio nell'Aula Paolo VI (dove si è convocato il Sinodo) è altamente insolito. A me (e non ho informazioni interne in merito, né ho letto il documento) può indicare il profondo interesse personale del Santo Padre per l'argomento, e il desiderio di far sì che i media "lo capiscano. " Papa Leone è un esperto comunicatore.

In quarto luogo, il Vaticano fornisce orientamenti su questo tema, sia formale che informale, a coloro che lavorano in questo campo da alcuni anni, e ha in orbita un numero sorprendente di esperti rispettati (teologici e tecnici). Non molto tempo fa, ad una riunione del Dicastero per la comunicazione, ne abbiamo sentito uno e sono rimasto sbalordito dalla vasta conoscenza (almeno a questo neofita).

Quinto, l'enciclica è stata firmata (e quindi sarà formalmente datata) nel 135° anniversario del "Rerum Novarum", l'enciclica rivoluzionaria di Papa Leone XIII sul lavoro, i diritti dei lavoratori, i sindacati e molte altre questioni sociali, che hanno messo le basi per il moderno movimento di giustizia sociale nella chiesa. Papa Leone XII è ampiamente visto come il padre della tradizione moderna dell'insegnamento sociale cattolico. Molti credevano che il cardinale Robert Francis Prevost avesse preso il nome di "Leo" alla sua elezione a Papa (la sua prima decisione dopo aver detto "sì" alla sua elezione) come un cenno a questo campione di giustizia sociale e diritti dei lavoratori.

Infine, come "Laudato Si", che riformula il tema del cambiamento climatico non semplicemente scientifico e sociale, ma spirituale, "Magnifica humanitas" può fare lo stesso per l'IA, aiutando la chiesa e il mondo a vedere questo tema urgente da un punto di vista spirituale e anche, come "Laudato Si" l'ha fatto, in modo sistematico.
E, come importante a parte, un'enciclica è uno dei più alti livelli di insegnamento ecclesiastico.
Tutto sommato, a qualsiasi misura, una nuova entusiasmante enciclica da leggere, studiare e pregare!

martedì 19 maggio 2026

LA SICUREZZA NASCE INSIEME

 E' un bene che nasce 
 dalla relazione


di Paolo Venturi

Una lezione da Modena: la protezione del singolo non dipende solo dalla velocità con cui arriva il soccorso esterno, ma dall’esistenza di un tessuto sociale capace di risposta diretta, immediata

C’è un gesto che vale più di mille analisi. Quattro cittadini che bloccano un aggressore in via Emilia. Non aspettano una direttiva, non attendono un protocollo: agiscono insieme, istintivamente, perché si sentono parte di qualcosa che vale la pena difendere.

Poi, il giorno dopo, cinquemila persone in Piazza Grande si convocano non per una manifestazione politica in senso partitico, ma per qualcosa di più antico e più necessario: per riconoscersi, per dirsi che esistono ancora come comunità. 

Modena, in questi due giorni, ha offerto al Paese una lezione che merita di essere capita fino in fondo, non è una lezione di ordine pubblico soltanto, anche se l’ordine pubblico conta, non è una lezione di sicurezza in senso stretto, anche se la sicurezza è un diritto fondamentale, è una lezione su come si produce protezione vera, quella che non si esaurisce nel necessario controllo del territorio.

Il dibattito pubblico tende a trattare la sicurezza come un problema di risorse e di presenza: più presidio, più prevenzione istituzionale. Tutto necessario, ma insufficiente, se resta solo questo.

Perché la sicurezza che conta per la vita quotidiana delle persone è in larga misura un bene relazionale, un bene che esiste soltanto nella relazione, che non può essere prodotto unilateralmente da uno Stato pur efficiente, e che decade quando i legami comunitari si allentano.

www.avvenire.it

 

lunedì 18 maggio 2026

EDUCARE ALL'EMPATIA

 


Educare all’empatia, 

e ancora di più 

alla compassione. 


Non si educa a parole.




-di Italo Fiorin

 Le parole non bastano, da sole non arrivano al cuore.

Educare all’empatia fa parte di quella più ampia educazione alla quale anche il ministro dell’Istruzione e del Merito tante volte si è detto attento, tanto da aver persino promosso una sperimentazione sulle cosiddette competenze ‘non cognitive’, che in realtà sono anche cognitive, ma non importa…

In numerose scuole, specie dell’infanzia e primaria, ci sono ambienti pensati per l’esperienza sensoriale, e nessuno si scandalizza se i piccoli, scalzi o no, bendati o no, sperimentano aromi, sensazioni, stimoli tattili o visivi… Sono spazi specializzati, spesso con una attenzione particolare alle disabilità…

Il ministro certo conoscerà, ad esempio, le belle esperienze di condivisione con persone non vedenti, nelle quali gli alunni si mettono le bende agli occhi per cercar di ‘sentire’ almeno un po’ ciò che vivono i loro compagni ciechi…

Ora si legge che docenti sensibili della scuola di Marostica abbiano fatto vivere un’esperienza molto intensa, portando le loro classi a incontrare persone migranti, toccando, nel faccia a faccia della condivisione, la loro realtà, aprendo non solo la mente, ma il cuore alla comprensione. 

Bambine e bambini di classe quinta, che hanno camminato scalzi e bendati in un’aula scolastica, accompagnati dalle loro insegnanti e perfino da una psicologa.

Il ministro avrà presto, immagino, la bella opportunità di spiegare ai suoi colleghi parlamentari, che hanno promosso un’interrogazione parlamentare, che talvolta chi ha gli occhi bendati vede più nitidamente di chi, pur avendoli spalancati, rimane cieco. Che la scuola non abita in una favola, e i bambini non vi giungono cadendo dai cavoli, ma gli insegnanti hanno il delicato compito della loro introduzione alla realtà, non dissimulando i problemi, ma aiutando ad esplorarli.

A questo servono la letteratura e la matematica, la storia, la geografia, le scienze, la tecnologia, gli strumenti ‘colti’ (direbbe qualcuno) dello stare al mondo con consapevolezza e responsabilità.

Le stesse nuove Indicazioni 2025 scrivono che “è necessario avviare a scuola un profondo lavoro educativo e preventivo: un’educazione del cuore che crei occasioni didattiche di esperienza di sentimenti basilari come la fiducia, l’empatia relazionale ed affettiva, la tenerezza, l’incanto, la gentilezza”.

Sarebbe bello che il ministro Valditara, dimostrando di prendere proprio sul serio queste parole scritte nelle ‘sue’ Indicazioni nazionali, le ricordasse ai suoi onorevoli colleghi.

E se proprio sentisse il bisogno di inviare gli ispettori, questi andassero a verificare che si’, quelle insegnanti di Marostica stanno prendendo molto sul serio l’invito ad educare il cuore’. E per questo vanno portate ad esempio.

Don Bosco, che frequentava minori che delinquevano e poveri emarginati, ricordava a quanti se ne scandalizzavano, che “l’educazione è una cosa del cuore”. Ma, attenzione, non del Libro Cuore.

Come ha scritto nella sua ultima enciclica Papa Francesco, “l’educazione del cuore ha conseguenze sociali”.

Dal WEB

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domenica 17 maggio 2026

ASCENSIONE

 Cristo 

cerca Adamo 

e lo porta

 nella gloria.

 



Ascensione, compimento della redenzione: una grande festa che si celebra quaranta giorni dopo Pasqua, nel cuore anche della tradizione bizantina.

Un contributo dell’esarca apostolico di Grottaferrata.

 

-di Manuel Nin *


Tutte le feste dell’anno liturgico, nella tradizione bizantina, hanno un chiaro contenuto teologico e diventano una vera e propria professione di fede a livello trinitario, cristologico ed ecclesiologico. Professione di fede e quindi anche mistagogia per i fedeli che pregano, che leggono e che cantano i testi liturgici. 

Inoltre, l’uso che questi testi fanno della Sacra Scrittura, dell’Antico e del Nuovo Testamento, ci mostra e ci insegna come accogliere, leggere, pregare e fare nostro il testo biblico. I tropari delle grandi feste ci fanno cantare e celebrare la nostra professione di fede con delle immagini poetiche e allo stesso tempo teologiche. E così la liturgia bizantina diventa professione di fede, celebrazione di questa fede e annuncio del mistero centrale di quello che è il nostro “credo” come Chiesa cristiana: «...per noi uomini e per la nostra salvezza... si è incarnato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria e si è fatto uomo». Questo stretto legame, questo vincolo tra liturgia e professione di fede lo troviamo specialmente presente nella festa dell’Ascensione del Signore, il quarantesimo giorno dopo la Pasqua. È una festa in cui troviamo intrecciati, come fosse un grande arazzo, tutti i grandi momenti della nostra fede. 

 Mi soffermo oggi nella tradizione bizantina i cui testi liturgici sono una vera e propria professione di fede che ripercorre, possiamo dire, i grandi momenti della storia della salvezza, dall’incarnazione del Verbo eterno di Dio, alla sua nascita, alla sua passione e morte, e quindi alla sua risurrezione ed ascensione ai cieli dove ha portato, ha fatto salire, ha glorificato la nostra natura umana redenta e salvata, e da dove ha mandato, come dono suo e di suo Padre, lo Spirito Santo. Attraverso i testi della liturgia, la Chiesa ci fa gustare direi in un bell’intreccio di teologia e di poesia, i grandi momenti della salvezza che avviene per noi in Cristo. 

 Il primo testo liturgico del vespro della festa introduce i principali aspetti che troveremo poi in tutti gli altri testi: «Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro... Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima». Vediamo come l’Ascensione del Signore è collegata senza soluzione di continuità con il dono dello Spirito Santo, e tutti i tropari metteranno in evidenza questo collegamento tra Ascensione del Signore e discesa, dono dello Spirito. In questo testo troviamo anche un altro tema che appare ripetitivamente nei testi della festa, cioè la meraviglia, lo stupore degli angeli di fronte all’Ascensione del Signore. 

 In questo tropario troviamo l’espressione: «...stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro...», mentre in un altro dei testi liturgici troviamo la frase: «...restarono attoniti i cherubini, vedendo venire sulle nubi te, Dio, che siedi su di loro». Lo stupore degli angeli diventa nei testi eucologici una vera e propria professione di fede nel Verbo di Dio incarnato, vero Dio e vero uomo, manifestata attraverso lo stupore degli angeli vedendo un uomo, la meraviglia dei cherubini vedendo Dio. 

 Questa stessa professione di fede la troviamo ancora bellamente cantata in un altro dei tropari: «Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre». Di questo frammento sottolineo due aspetti che ritroviamo poi anche in altri testi della stessa festa. 

 In primo luogo, la presenza dei discepoli all’Ascensione del Signore, fatto che oltre ad essere un dato evangelico, è anche un dato ecclesiologico: i discepoli – e in alcuni dei testi troviamo menzionata anche la Madre di Dio – sono testimoni dell’Ascensione e quindi della piena glorificazione e redenzione della nostra natura umana assunta pienamente da Cristo e da lui glorificata; infatti, la stessa icona dell’Ascensione ci mostra la presenza della Madre di Dio, e dei Dodici apostoli con Paolo. Poi, l’immagine molto bella usata nel tropario: «...O tu che per me come me ti sei fatto povero...», per parlare dell’incarnazione. Si tratta di un tema che troviamo ancora in altri tropari, cioè il collegamento messo in parallelo tra incarnazione/discesa e glorificazione/ascesa: «Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesù, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l’hai fatta sedere con te accanto al Padre... Con gli angeli anche noi quaggiù sulla terra, glorificando la tua discesa fra noi e la tua dipartita da noi con l’Ascensione, supplici diciamo: O tu che con la tua Ascensione hai colmato di gioia infinita i discepoli e la Madre di Dio che ti ha partorito, per le loro preghiere concedi anche a noi la gioia dei tuoi eletti...». 

 Nei testi della festa troviamo un uso abbondante, con una interpretazione chiaramente cristologica e soteriologica, del Salmo 23 collegato direttamente con l’Ascensione del Signore: «Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima... Mentre tu ascendevi, o Cristo, ... le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l’un l’altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria... Sollevate le porte celesti: ecco è giunto il Cristo, Re e Signore, rivestito di corpo terrestre». Si tratta, in questa festa come in tante altre della tradizione bizantina, di un’esegesi cristologica applicata ai salmi. 

 In uno dei tropari del mattutino della festa ci riassume in quattro versetti lo smarrimento di Adamo dopo il peccato, e l’incarnazione di Cristo con l’immagine del rivestirsi proprio della natura di Adamo, presentata quasi fosse l’icona del buon pastore che si carica sulle spalle, che assume la pecora smarrita e la fa sedere con lui nella gloria: «Dopo aver cercato Adamo che si era smarrito per l’inganno del serpente, o Cristo, di lui rivestito sei asceso al cielo e ti sei assiso alla destra del Padre, partecipe del suo trono, mentre a te inneggiavano gli angeli». 

 L’Ascensione del Signore porta a compimento l’opera della nostra redenzione, perché lui, benché asceso in cielo, rimane sempre con noi ed accanto a noi. Romano il Melodo (+555) lo canta in uno dei tropari della festa: «Compiuta l’economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi». 

 *Esarca apostolico
dell’abbazia territoriale
di Santa Maria di Grottaferrata 

 

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VOCI E VOLTI UMANI

 

Custodire 

voci e volti umani

  

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ

 PAPA LEONE XIV

PER LA LX GIORNATA

 MONDIALE 

DELLE COMUNICAZIONI

 SOCIALI


Cari fratelli e sorelle!

Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro. Gli antichi lo sapevano bene. Così, per definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola “volto” (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno.

Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la Parola che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata attraverso i secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei tempi. Questa Parola – questa comunicazione che Dio fa di sé stesso – l’abbiamo anche potuta ascoltare e vedere direttamente (cfr 1 Gv 1,1-3), perché si è fatta conoscere nella voce e nel Volto di Gesù, Figlio di Dio.

Fin dal momento della sua creazione Dio ha voluto l’uomo quale proprio interlocutore e, come dice San Gregorio di Nissa, [1] ha impresso sul suo volto un riflesso dell’amore divino, affinché possa vivere pienamente la propria umanità mediante l’amore. Custodire volti e voci umane significa perciò custodire questo sigillo, questo riflesso indelebile dell’amore di Dio. Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri.

La tecnologia digitale, se veniamo meno a questa custodia, rischia invece di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana, che a volte diamo per scontati. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane.

La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica. Custodire i volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi stessi.  Accogliere con coraggio, determinazione e discernimento le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dall’intelligenza artificiale non vuol dire nascondere a noi stessi i punti critici, le opacità, i rischi.  

Non rinunciare al proprio pensiero

Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media – redditizio per le piattaforme – premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale.

A questo si è aggiunto poi un affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come “amica” onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, “oracolo” di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica.

Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative.

Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine.

La questione che ci sta a cuore, tuttavia, non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio. Da sempre l’uomo è tentato di appropriarsi del frutto della conoscenza senza la fatica del coinvolgimento, della ricerca e della responsabilità personale. Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa tuttavia seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto, e silenziare la nostra voce.

Essere o fingere: simulazione delle relazioni e della realtà

Mentre scorriamo i nostri flussi di informazioni (feed), diventa così sempre più difficile capire se stiamo interagendo con altri esseri umani o con dei “bot” o dei “virtual influencers”.  Gli interventi non trasparenti di questi agenti automatizzati influenzano i dibattiti pubblici e le scelte delle persone. Soprattutto i chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione. Questa antropomorfizzazione, che può risultare persino divertente, è allo stesso tempo ingannevole, soprattutto per le persone più vulnerabili. Perché i chatbot resi eccessivamente “affettuosi”, oltre che sempre presenti e disponibili, possono diventare architetti nascosti dei nostri stati emotivi e in questo modo invadere e occupare la sfera dell’intimità delle persone.

La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società. Ciò avviene quando sostituiamo alle relazioni con gli altri quelle con IA addestrate a catalogare i nostri pensieri e quindi a costruirci intorno un mondo di specchi, dove ogni cosa è fatta “a nostra immagine e somiglianza”. In questo modo ci lasciamo derubare della possibilità di incontrare l’altro, che è sempre diverso da noi, e con il quale possiamo e dobbiamo imparare a confrontarci. Senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia.

Un’altra grande sfida che questi sistemi emergenti pongono è quella della distorsione (in inglese bias), che porta ad acquisire e a trasmettere una percezione alterata della realtà. I modelli di IA sono plasmati dalla visione del mondo di chi li costruisce e possono a loro volta imporre modi di pensare replicando gli stereotipi e i pregiudizi presenti nei dati a cui attingono. La mancanza di trasparenza nella progettazione degli algoritmi, insieme alla non adeguata rappresentanza sociale dei dati, tendono a farci rimanere intrappolati in reti che manipolano i nostri pensieri e perpetuano e approfondiscono le disuguaglianze e le ingiustizie sociali esistenti.

Il rischio è grande. Il potere della simulazione è tale che l’IA può anche illuderci con la fabbricazione di “realtà” parallele, appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci. Siamo immersi in una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione.

A ciò si aggiunge il problema della mancata accuratezza. Sistemi che spacciano una probabilità statistica per conoscenza stanno in realtà offrendoci al massimo delle approssimazioni alla verità, che a volte sono vere e proprie “allucinazioni”. Una mancata verifica delle fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo che comporta un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi dove gli eventi accadono, può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza.

Una possibile alleanza

Dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti, c’è solo una manciata di aziende, quelle i cui fondatori sono stati recentemente presentati come creatori della “persona dell’anno 2025”, ovvero gli architetti dell’intelligenza artificiale. Ciò determina una preoccupazione importante riguardo al controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di orientare sottilmente i comportamenti, e persino riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto.

La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati.

Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilitàcooperazione e educazione.

Responsabilità

Innanzitutto, la responsabilità. Essa può essere declinata, a seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto a essere informati.  Ma in generale nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo.

Per chi è al vertice delle piattaforme online ciò significa assicurarsi che le proprie strategie aziendali non siano guidate dall’unico criterio della massimizzazione del profitto, ma anche da una visione lungimirante che tenga conto del bene comune, allo stesso modo in cui ognuno di essi ha a cuore il bene dei propri figli.

Ai creatori e agli sviluppatori di modelli di IA è chiesta trasparenza e responsabilità sociale riguardo ai principi di progettazione e ai sistemi di moderazione alla base dei loro algoritmi e dei modelli sviluppati, in modo da favorire un consenso informato da parte degli utenti.

La stessa responsabilità è chiesta anche ai legislatori nazionali e ai regolatori sovranazionali, ai quali compete di vigilare sul rispetto della dignità umana. Una regolamentazione adeguata può tutelare le persone da un legame emotivo con i chatbot e contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi o fuorvianti, preservando l’integrità dell’informazione rispetto a una sua simulazione ingannevole.

Le imprese dei media e della comunicazione non possono a loro volta permettere che algoritmi orientati a vincere a ogni costo la battaglia per qualche secondo di attenzione in più prevalgano sulla fedeltà ai loro valori professionali, volti alla ricerca della verità. La fiducia del pubblico si conquista con l’accuratezza, con la trasparenza, non con la rincorsa a un coinvolgimento qualsiasi. I contenuti generati o manipolati dall’IA vanno segnalati e distinti in modo chiaro dai contenuti creati dalle persone. Va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuto. L’informazione è un bene pubblico. Un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su uno standard elevato di qualità.

Cooperazione

Tutti siamo chiamati a cooperare. Nessun settore può affrontare da solo la sfida di guidare l’innovazione digitale e la governance dell’IA. È necessario perciò creare meccanismi di salvaguardia. Tutte le parti interessate – dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori – devono essere coinvolte nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile.

A questo mira l’educazione: ad aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente, a valutare l’attendibilità delle fonti e i possibili interessi che stanno dietro alla selezione delle informazioni che ci raggiungono, a comprendere i meccanismi psicologici che attivano, a permettere alle nostre famiglie, comunità e associazioni di elaborare criteri pratici per una più sana e responsabile cultura della comunicazione.

Educazione

Proprio per questo è sempre più urgente introdurre nei sistemi educativi di ogni livello anche l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA, che alcune istituzioni civili stanno già promuovendo. Come cattolici possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo, affinché le persone – soprattutto i giovani – acquisiscano la capacità di pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito. Questa alfabetizzazione dovrebbe inoltre essere integrata in iniziative più ampie di educazione permanente, raggiungendo anche gli anziani e i membri emarginati della società, che spesso si sentono esclusi e impotenti di fronte ai rapidi cambiamenti tecnologici.

L’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA aiuterà tutti a non adeguarsi alla deriva antropomorfizzante di questi sistemi, ma a trattarli come strumenti, a utilizzare sempre una validazione esterna delle fonti – che potrebbero essere imprecise o errate – fornite dai sistemi di IA, a proteggere la propria privacy e i propri dati conoscendo i parametri di sicurezza e le opzioni di contestazione. È importante educare ed educarsi a usare l’IA in modo intenzionale, e in questo contesto proteggere la propria immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake che violano la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso. Come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA.

Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica.

Nel proporre queste riflessioni, ringrazio quanti stanno operando per le finalità qui prospettate e benedico di cuore tutti coloro che lavorano per il bene comune con i mezzi di comunicazione.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2026, memoria di San Francesco di Sales.

LEONE PP. XIV

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[1] “Il fatto di essere creato a immagine di Dio significa che all’uomo, fin dal momento della sua creazione, è stato impresso un carattere regale [...]. Dio è amore e fonte di amore: il divino Creatore ha messo anche questo tratto sul nostro volto, affinché mediante l’amore – riflesso dell’amore divino – l’essere umano riconosca e manifesti la dignità della sua natura e la somiglianza col suo Creatore” (cfr S. Gregorio di Nissa, La creazione dell’uomoPG 44, 137).

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