lunedì 2 marzo 2026

PAROLE IN SOFFITTA

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LA CULTURA DELL'AUTOREFERENZA

 UNA CULTURA CHE NON AIUTA A PERCEPIRSI FIGLI, CIOE' DEBITORI ED EREDI DELLA VITA, MA SOLO PROPRIETARI


Non matura queste due azioni, gratitudine e compassione ma il loro contrario egoismo e indifferenza.  


- -di Alessandro D’Avenia

 

Nel bel film Hamnet, adattamento del romanzo ispirato a un episodio della vita di Shakespeare, c'è una scena memorabile.

Durante la rappresentazione dell'Amleto, quando l'attore nella parte del principe sta per morire, una donna del pubblico, che a quei tempi stava proprio sotto il palco, allunga la mano per consolare il moribondo, e così tutti quelli attorno a lei. Un'immagine da grande cinema, capace di mostrare che l'arte vera è lo spazio-tempo in cui sentiamo nostra la vita altrui tanto da volerla sostenere e alleviare, come scriveva Van Gogh di sé, “Voglio riconciliare gli uomini con il loro destino”, o Fitzgerald dei libri, “Parte della bellezza di tutta la letteratura è scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o separato da nessuno. Tu appartieni”. 

Questa capacità dell'arte di aprire lo spazio-tempo dell'appartenere, esperienza difficile per l'ego che abitualmente vede negli altri strumenti o ostacoli, ci fa scoprire che siamo invece “sulla stessa barca” nell'odissea della vita. La “barca” è metafora di quel livello di realtà in cui tutto è collegato e in comune, livello di cui non facciamo esperienza perché abbiamo perso la parola che lo indica: spirito. “Spirituale” oggi si dice infatti di chi è distante dalle incombenze materiali, quando significa il contrario: unito a tutto e tutti. 

Per questo Cristo diceva “Lo spirito vi condurrà alla verità tutta intera”, cioè alla vita in cui siamo uniti in noi stessi e con gli altri. Utopia o realtà? 

E' appena iniziata la Quaresima, periodo di preparazione alla Pasqua, cioè un'educazione pratica a risorgere, qualcosa che riguarda tutti a prescindere dalla fede. I riti, le feste, le ricorrenze hanno lo scopo di “fermare” il tempo, segnano infatti in quello lineare che avanza inesorabile un altro tempo, un tempo fermo perché sempre disponibile e attingibile, nella modalità del ritorno, come accade con le stagioni: le fioriture di questi giorni ci mostrano questo tempo nel tempo.  

Pensate all'effetto delle Olimpiadi o del festival di Sanremo: eventi da cui ci aspettiamo molto di più di quello che sono, perché il nostro spirito ha fame di senso e di unità con gli altri. Questi eventi aggregano infatti milioni di persone, perché sono versioni secolarizzate del sacro (il cibo dello spirito) di cui non possiamo fare a meno: le olimpiadi vengono da Olimpia, antica città greca in cui ogni quattro anni si riunivano i popoli ellenici, anche in guerra tra loro, per celebrare il culto di Zeus; festival è un termine che indicava nel latino medievale una festa religiosa. Il ciclo liturgico cristiano ha sempre fatto lo stesso: Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua danno senso al tempo lineare agganciandolo a un tempo eterno, quello in cui la morte è sconfitta grazie all'unione con Dio (comunione) e con gli altri (comunità). Nella Quaresima in particolare in che modo? Lo spiega il rito del digiuno, e rito non è regola che fa meritare un premio (sarebbe solo una dieta), visione commerciale che nulla c'entra con la fede, ma accesso al livello spirituale, dove si ritrova l'unità con sé stessi e con gli altri, proprio a partire dall'unione di corpo e spirito.  

Come? Toccando l'istinto più radicale: la fame, che ci rende tutti uguali. Sperimentare fame, più che mai in un mondo in cui si buttano tonnellate di cibo ogni giorno e c'è chi muore di fame, ci riporta alla condizione che tutti ci unisce: abbiamo ricevuto la vita, non ce la siamo data. Per questo nella preghiera cristiana per eccellenza si chiede “il pane quotidiano”: Dio è la vita, non tu. Se quel pane me lo tolgo volontariamente riaffermo, nel vissuto e non in astratto o solo mentalmente, che io sono dato a me stesso, non mi sono fatto da solo, e così chi mi sta accanto. Per questo motivo Omero usa “mangiatori di pane” come sinonimo di “mortali” a differenza degli immortali che si nutrono di “ambrosia” (letteralmente: immortalità), e Cristo dice: “Guai a voi che ora siete sazi perché avrete fame” (Lc 6), che non è una maledizione ma la descrizione dello stato spirituale di chi crede di essere la causa della vita che ha.  Chi pensa così ha fame perché gli manca realtà (senso e unità): la vita che hai è data, a te e a tutti. Solo chi conosce la fame conosce veramente l'uomo, perché sente, nella carne, che siamo compagni (da cum e panis: chi condivide il pane) di viaggio. Ecco il punto: il corpo ci porta allo spirito, e quando i due sono ben uniti ci sentiamo donati a noi stessi e legati realmente agli altri, sentiamo in ogni cosa la fatica della fragilità, e allunghiamo la mano verso l'altro perché non si senta solo, come la donna all'uomo morente sulla scena.  

Chi non sente la propria fragilità, si dimentica di sé e degli altri, chi la sente sa che è mantenuto in vita, e ne è grato, e la gratitudine genera riconoscenza, cioè capacità di restituire vita alla vita. La Quaresima è un'educazione alla realtà: “polvere sei e polvere ritornerai” non serve ad abbattersi ma ad aprirsi: gratitudine (eucarestia significa ringraziare) e compassione (patire con l'altro), che non sono sentimenti ma le due azioni alla bade della felicità, mano tesa sia per ricevere che per dare, essere da ed essere per.  

Per questo in Quaresima il digiuno si accompagna a elemosina (dal greco: avere pietà) e alla preghiera (stessa radice di precario), perché sono modi analoghi al digiuno per tornare consapevoli della propria e altrui fragilità (non si prega per convincere Dio a fare qualcosa ma per convincere noi che siamo suoi figli). Una cultura che non aiuta a percepirsi figli, cioè debitori ed eredi della vita, ma solo suoi proprietari, non matura queste due azioni, gratitudine e compassione ma il loro contrario egoismo e indifferenza.  

Per questo il cristianesimo medievale ha voluto dettagliare la gratitudine-compassione in quattordici capolavori, noti come opere di misericordia, sette corporali e sette spirituali: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire chi è nudo, accogliere i forestieri, prendersi cura dei malati, visitare i carcerati, seppellire i morti; consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire chi fa il male, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti.  Non sono comandamenti ma la forma di esistenza che nasce dal non sentirsi proprietari della vita propria e altrui, ma suoi custodi e coltivatori. Un programma sociale e politico che sintetizza l'etica in un entusiasmante e impegnativo: “Vivi e lotta perché gli altri vivano”. Così non sono separato da me stesso e dagli altri, e la carità non diventa sentimento, dovere o fastidio, ma stile di vita in cui la consapevolezza della morte (paura) è sostituita da una maggiore consapevolezza della vita (coraggio): sono chiamato a vivere di più e a far vivere di più (ecco la resurrezione della Pasqua non solo come narrazione di un evento straordinario ma come trasformazione della mia vita, oggi).  

La Quaresima, parola oggi in soffitta, serve a non accontentarsi del tempo lineare che porta alla tomba, e aprire lo spazio-tempo in cui mi sento così legato alla vita (appartenere) che diventa una gioia vivere e dare vita (risorgere), perché nulla può essere migliorato se prima non è amato. E allora privarsi di un po' di cibo o di altre cose che riteniamo essenziali fa accadere la memorabile scena del film: “Non aver paura, non sei solo: sei figlio, sei fratello”.

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Corriere della Sera


domenica 1 marzo 2026

MARIA BADALONI E L'AIMC

 


Maria Badaloni: la visione fondativa dell’AIMC, 
tra memoria e futuro"

Report del Convegno  dell'AIMC Sicilia



-di Maria Torrisi*


Si è svolto ieri 28 febbraio 2026, presso la prestigiosa Aula Magna del Rettorato dell'Università di Catania, il convegno di Studi dedicato alla figura di Maria Badaloni, - fondatrice e dirigente della Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC) insieme a Carlo Carretto, - organizzato da AIMC Provincia di Catania, con le sezioni di Catania, Acireale, Giarre, Grammichele, in collaborazione con l’AIMC Nazionale, l’Università di Catania, la Comunità di Sant’Egidio, la Fondazione “Ilaria e Lucia” e la Fondazione Onlus AIMC.

Il convegno ha offerto un’articolata riflessione sulla sua eredità culturale, pedagogica e istituzionale, mettendo in dialogo memoria storica e prospettiva futura nella missione dell’AIMC.

I lavori sono stati aperti dalla presidente provinciale, Zina Bianca, con i saluti istituzionali e la lettura dei messaggi di Mons. Calogero Peri, Vescovo di Caltagirone e di Mons. Luigi Renna, Arcivescovo di Catania. È stato espresso apprezzamento per la collaborazione tra le realtà territoriali e per la sede accademica di svolgimento del convegno, segno di un’associazione capace di abitare i luoghi del pensiero e del confronto culturale.

La presidente AIMC Nazione Esther Flocco, nel suo intervento “Custodire per innovare: la visione di Maria Badaloni nella missione dell’AIMC”, ha sviluppato il tema del binomio custodire–innovare come chiave interpretativa dell’intero convegno. Custodire non significa conservare in modo statico, ma esercitare un atto di fedeltà e discernimento, innovare non vuol dire inseguire metodologie superficiali, ma rinnovare atteggiamento pedagogico e competenza professionale per rispondere ai mutamenti del tempo.

Solo una memoria viva può generare futuro. L’eredità di Badaloni è stata descritta come patrimonio non solo dell’AIMC, ma dell’intera nazione, una proposta culturale e civile che continua a interrogare la scuola di oggi. L’associazione è stata definita comunità di ricerca, laboratorio di pensiero e comunità di responsabilità, chiamata a presidiare la formazione e a promuovere una cultura che metta al centro la persona e la crescita integrale.

 

Mirzia Bianca, Prof.ssa ordinaria di Diritto civile e di Diritto di Famiglia della Sapienza, Università di Roma, con il suo intervento “Maria Pia Badaloni: la dignità della missione del docente e l’educazione all’universalità dei diritti umani”, ha messo al centro la figura dell’insegnante. Per la Badaloni, ha ricordato Mirzia Bianca, la funzione del docente era “la più grande cosa nell’ordine della Provvidenza”. Tale citazione pronunciata nel contesto della Camera dei deputati, da Maria Badaloni, intende esprimere il valore sociale e morale della funzione docente, una vocazione che unisce responsabilità educativa e impegno civile.

L’educazione primaria è stata presentata come fondamento dell’emancipazione democratica, perché alfabetizzazione e diritti sono inseparabili. È stato evidenziato il contributo di Badaloni nell’attuazione dei principi della Costituzione della Repubblica Italiana, in particolare dell’articolo 34, sancendo il diritto all’istruzione come strumento per rendere effettiva la dignità della persona e l’universalità dei diritti umani. La riflessione ha toccato anche le sfide attuali, tra cui l’educazione ai sentimenti per contrastare la violenza di genere, l’educazione digitale come accompagnamento critico e responsabile all’uso delle tecnologie e la formazione di cittadini consapevoli e costruttori di democrazia.

 

Arianna Rotondo, Prof.ssa associata di Storia del cristianesimo e delle chiese presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania, con l’intervento “Oltre le dicotomie: cristianesimo e impegno politico nel progetto educativo di Maria Badaloni”, ha approfondito la radice teologica della visione badaloniana. La fede, ha sottolineato, non si trasforma in un programma politico, ma offre criteri di giudizio per abitare responsabilmente la storia. Il riferimento al Concilio Vaticano II ha mostrato come la Chiesa viva una tensione dinamica tra tradizione e rinnovamento.

Il laico cristiano non è figura di secondo ordine né può rifugiarsi in principi astratti: è chiamato a confrontarsi con le strutture sociali e politiche. È stato richiamato l’umanesimo di Jacques Maritain, secondo cui la fede non fornisce soluzioni precostituite, ma orienta l’agire nella libertà e nella responsabilità. La pedagogia di Badaloni è stata così presentata come cristiana e insieme aperta al pluralismo, emancipatrice sul piano del ruolo del docente e liberatrice sul piano culturale.

 

L' On. Giovanni Burtone, nel suo intervento “L’articolo 34 della Costituzione è stato il vero motore della crescita del Paese: l’impegno parlamentare di Maria Badaloni”, ha evidenziato il contributo parlamentare di Maria Badaloni alla costruzione della scuola repubblicana. In un Paese segnato dall’analfabetismo e dalla mancanza di strutture scolastiche, l’impegno politico di Badaloni si è intrecciato con la sua identità di insegnante. La scuola è stata il vero motore della crescita democratica ed economica dell’Italia.

Il parallelo con Tina Anselmi ha messo in luce il ruolo delle donne nella costruzione della Repubblica, una presenza radicata in una visione morale e civile capace di incidere nella storia.

Giuseppe Desideri, Presidente della Fondazione AIMC, con l’intervento “AIMC e Scuola della Repubblica, due storie intrecciate”, ha offerto una ricostruzione storica puntuale. L’AIMC è stata protagonista nella scuola popolare del dopoguerra, contribuendo alla lotta contro l’analfabetismo e promuovendo una visione inclusiva dell’istruzione.

Le principali riforme, dalla scuola media unica del 1962 all’inserimento degli alunni con disabilità (L. 118/1971), fino al tempo pieno (L. 820/1971), hanno visto l’associazione come luogo di elaborazione pedagogica e culturale. Le politiche scolastiche, in più occasioni, maturavano nel confronto interno all’AIMC, segno della significativa incidenza nella vita istituzionale del Paese.

 

Il Vescovo Raspanti ha invitato a riflettere sul presente: la società è cambiata e, sebbene oggi non si tratti di ricostruire il Paese come nel dopoguerra, emerge una necessità di visione che sembra mancare. Le analisi della realtà attuale ci sono, ma non si vede una direzione chiara, e siamo un po’ “nel guado”.

Raspanti ha ricordato le radici storiche: all’indomani della guerra non c’erano scuole né insegnanti, e furono donne, suore e istituti come il Sacro Cuore a rispondere con due grandi direttive: aiutare i poveri ed educare. La Chiesa, allora come oggi, ha avuto a cuore la scuola, e la visione di Badaloni ci invita a iniziare a formare oggi quella stessa capacità di orientamento e responsabilità.

 

I momenti finali del convegno hanno celebrato la memoria vivente dell’AIMC: la premiazione di Cecilia Maria Belfiore, socia storica, per lunghi anni presidente della sezione AIMC di Giarre e per due mandati Presidente AIMC Regione Sicilia, la cui narrazione ha incantato ed emozionato la platea, con il suo stile elegante, eloquente ed accattivante, rappresenta un modello esemplare di fedeltà e dedizione all'associazione.

L'altra testimonianza video di Giovanni Perrone, Consigliere Speciale dell’Unione Mondiale Insegnanti Cattolici - UMEC-WUCT, altro socio di lunga appartenenza, già presidente AIMC Regione Sicilia per tantissimi anni fino al 2013, ha espresso  la sua gratitudine all'associazione rimarcando la feconda traccia lasciata nel tempo dall'associazione nelle persone, nella scuola e nella società italiana, augurando un cammino di speranza all'insegna della ricerca, del dialogo, della valorizzazione, facendo interagire memoria e futuro, per essere “pellegrini di speranza", in un mondo che cambia rapidamente. Umiltà, competenza, relazionalità positiva, spirito di servizio e gioiosa operosità, comunità sono tratti caratteristici di un’associazione in cammino.

In chiusura, la Presidente AIMC Regione Sicilia, Marina Ciurcina, ha salutato i presenti, rivolgendo i complimenti per l’iniziativa promossa, e sottolineando il ruolo delle scuole come spazi di crescita e partecipazione.

A conclusione del convegno, sono stati premiati studenti e intere classi di scuole della provincia che si sono distinti nella partecipazione a iniziative promosse nelle diverse sezioni territoriali, testimoniando l’impegno e la creatività delle nuove generazioni. Un traguardo che porta anche la firma discreta ma decisiva dei docenti, che con passione, dedizione e cura guidano i ragazzi a scoprire e valorizzare i propri talenti; dei Dirigenti “visionari”, capaci di guardare oltre l’ordinario e di credere nella formazione come investimento sul futuro, aprendosi con fiducia alle proposte educative – come quelle dell’AIMC – e dei presidenti e soci delle realtà presenti in tutto il territorio nazionale, che con generosità e spirito di servizio fanno da raccordo tra le comunità locali e gli indirizzi nazionali, costruendo reti e opportunità per una scuola viva e partecipata, sempre orientata al bisogno primario del benessere degli studenti, fondamento autentico di ogni efficace percorso educativo.

Un sentito ringraziamento alla nostra straordinaria Presidente  Zina Bianca, cuore pulsante e mente creativa e organizzativa dell’intero iter del convegno: un instancabile vulcano di idee e progetti che prendono forma in risultati sempre impeccabili!

*Presidente AIMC - sezione di Giarre

 


IL TIRANNICIDIO

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Spinoza 

sull’inutilità 

dell’uccisione del tiranno

 



«L’unica remora rispetto alla eliminazione violenta del monarca era il rischio di vederne sorgere uno peggiore»


- di Luciano Canfora, Convertire Casaubon

Riprendiamo la rubrica sul Filosofo e la città con una serie di quattro articoli sul tirannicidio. Si tratta di una questione classica che riguarda la domanda circa la liceità dell’uccisione del governante che esercita in maniera dispotica e violenta il potere. Questa soluzione, secondo la visione del primo autore che prendiamo in considerazione, Baruch Spinoza, è sostanzialmente inutile. Dell’inutilità del tirannicidio Spinoza discute in modo rigoroso nel Tractatus politicus, dando fondata ragione sia dell’ingenuità della classicheggiante esaltazione del tirannicida, sia della dissennatezza delle teorie di monarcomachi e gesuiti del Seicento. Che il massimo teorico della democrazia come del regime più conforme alla ragione, alla sicurezza e alla libertà dei cittadini debba essere per questo considerato un fautore dell’assolutismo e un nemico del diritto di resistenza del popolo al tiranno? La critica spinoziana alle dottrine monarcomache di matrice cristiano-liberale viene invece qui ricondotta nel solco del pensiero repubblicano e del realismo politico che da Machiavelli risale fino a Senofonte.

Il monito contro i monarcomachi
Nel 1670, quando Spinoza pubblica anonimo il Tractatus theologico-politicus, l’Europa è già stata teatro di interminabili guerre di religione nate dalle tensioni politiche tra cattolici e protestanti, negli anni che immediatamente seguono prima la Riforma, poi il Concilio di Trento. Appena due anni dopo, nell’estate del 1672, Spinoza assiste sgomento alla «orrenda uccisione» dei fratelli de Witt, fatti a pezzi da una folla inferocita di orangisti. Sul luogo del linciaggio – racconterà poi Leibniz – Spinoza avrebbe voluto deporre una lapide con l’eloquente espressione latina: ultimi barbarorum. Il Tractatus politicus viene composto negli anni della restaurazione a opera di Guglielmo III d’Orange di un potere monarchico di stampo assolutistico. Non è affatto un caso pertanto che Spinoza nel suo trattato, pur incompiuto e inedito, discuta rigorosamente delle forme di governo, della sicurezza della società, della libertà dei cittadini e, con estrema acutezza, della dissennatezza del tirannicidio.


È tra gli antichi greci che troviamo formulato per la prima volta il concetto di tiranno. Sono proprio i democratici a definire tirannìa i regimi a loro avversi accusandoli di esercitare in modo arbitrario il potere: la tirannide è insomma una degenerazione del potere di un monarca. E contro l’abuso di potere e per la libertà del popolo i democratici non esitano a esaltare il tirannicidio. Sul rifiuto della tirannide poggia, a ben vedere, anche il mito fondativo di Roma: è dalla cacciata dell’ultimo re, Tarquinio il Superbo, che nasce infatti la res publica del popolo romano. Alla demistificazione moderna del mito latino contribuisce una decisiva osservazione del Trattato teologico-politico, con cui Spinoza a coloro che reputano sia «facile per un popolo togliere di mezzo il tiranno» obietta: «ma il popolo romano nondimeno non fece altro che eleggere in luogo di un solo tiranno ancor più tiranni finché lo Stato, mutando il nome soltanto, tornò ad essere di nuovo una monarchia». E la ragione è esplicitata nel Trattato politico: «quando si toglie di mezzo un monarca non cambia lo Stato, ma soltanto il tiranno».
L’obiezione del filosofo di Amsterdam non è però frutto di una mera critica storiografica: si tratta piuttosto di un sapiente monito contro le dottrine più radicali dei moderni monarcomachi. Infatti, nel pieno delle guerre di religione, una folta schiera di autori riformati recupera temi classicheggianti contro la tirannide, dall’esaltazione della libertà del cittadino all’elogio del tirannicida, servendosene per opporsi al dominio dei monarchi cattolici. Tiranno è il re che non condivide la religione del suo popolo; contro un monarca irreligioso è lecito ai sudditi esercitare il diritto di resistenza; alla volontà popolare è perciò legittimamente concesso di punire, deporre e uccidere un re che si sia rivelato empio oppressore dei suoi sudditi. Le dottrine monarcomache si diffondono ben presto anche tra i teorici cattolici, prontamente riprese dai gesuiti della seconda scolastica (da Suárez a Juan de Mariana). Proprio contro tali tesi si leva l’ammonimento spinoziano sull’inutilità del tirannicidio.


Molti motivi monarcomachi confluiscono intanto nella teoria liberale dello Stato già a partire da Locke. La posizione di Spinoza appare tuttavia più prossima a quella di Hobbes, il quale ritiene non vi sia alcuna distinzione sostanziale tra monarchia e tirannide. Sul nesso tra i due è stato scritto molto; basti qui rilevare la coincidenza per lo meno di una certa idea di sovranità di matrice machiavelliana. Ma cosa induce il filosofo olandese a rigettare la dottrina del tirannicidio per tornare a Machiavelli? La ragione è nella lezione stessa del predecessore Fiorentino che Spinoza sintetizza magistralmente così: egli ci mostra «che è senza senno il tentativo di molti di eliminare un tiranno, pur non potendosi eliminare le cause per cui un principe è tiranno. E che anzi queste cause sono tanto più accentuate, quanto più si offra al principe un motivo più grande di timore; il che accade quando una moltitudine punisce esemplarmente un principe e si gloria di un parricidio come di un’azione ben fatta».

«Le cause per cui un principe è tiranno»
C’è da chiedersi ora quali siano le cause che conducono un sovrano a farsi inevitabilmente tiranno. Recepito l’insegnamento degli antichi ebrei, dei filosofi greci e degli storici romani Spinoza ci mostra che l’origine della tirannide risiede non tanto nell’immoralità del regnante, quanto nel timore che egli nutre verso i suoi stessi sudditi. Ma ripercorriamo l’argomentazione spinoziana, partendo dal Trattato teologico-politico per approdare alle tesi del Trattato politico. Dalle storie degli Ebrei il filosofo ha tratto alcuni importanti ammaestramenti: a) la rovina dello Stato nasce dalla discordia civile; b) le sedizioni rendono precario il potere del re; c) la precarietà del regno genera la tirannia; d) la rottura della concordia è causata dalla tensione tra re e profeti. I profeti si servono infatti delle discordie per rovesciare il re e impossessarsi del potere. Facendo leva sulle sedizioni, neppure ai profeti può riuscire però di instaurare un regno sicuro. Perciò, osserva Spinoza, costoro «non facevano altro che comprare un nuovo tiranno con il molto sangue dei cittadini», perpetuando la precarietà del loro stesso regno.


Dalla riflessione filosofica greca e romana deriva una concezione della tirannide come di una generica degenerazione della forma di governo monarchico. Nel pensiero politico classico, si faceva corrispondere a ogni regime politico una sua forma corrotta: all’aristocrazia si oppone così l’oligarchia, alla democrazia l’oclocrazia, alla monarchia infine la tirannia. Da Platone ad Aristotele, da Cicerone a Seneca, la nozione di governo tirannico come decadenza del potere di un sovrano sembra poggiare su considerazioni più di natura etica che politica. L’esercizio tirannico del potere sarebbe infatti da ricondurre non alla costituzione di un certo regime politico, ma alla corruzione morale, ai limiti e ai vizi del singolo monarca di volta in volta regnante. Una analisi delle motivazioni psicologiche che spingerebbero un sovrano all’abuso del proprio potere potrebbe risultare anche utile, non consente però – come nota Canfora – di «valutare un regime per quello che è» e, invece di definire gli elementi costitutivi della tirannide, si limita a «valutare i comportamenti dei suoi interpreti».


Ad ogni modo, nessuna spiegazione moraleggiante del regime tirannico è rintracciabile in Spinoza. La determinazione spinoziana delle cause della tirannide procede invece da ragioni di puro realismo politico: seguendo la lezione machiavelliana, l’origine della tirannia è fatta risalire alla inevitabile paura del sovrano per i suoi stessi sudditi. Questa tesi è già presente nel Trattato teologico-politico, laddove l’autore ricorda che un monarca deve sempre temere le congiure in primo luogo dei parenti più stretti (che vanno pertanto inviati lontano in missioni di pace), in secondo luogo dai consiglieri più saggi, infine da tutti i suoi sottoposti e soprattutto dai migliori tra i suoi cittadini. In altri termini, con le parole stesse di Spinoza: «se infatti avessero il massimo potere quanti sono temuti al massimo grado, deterrebbero il massimo potere i sudditi dei tiranni, che dai tiranni sono temuti al massimo grado». E la motivazione della paura del regnante verso il suo stesso popolo risiede nel fatto che «è facilissimo trasferire a un altro il potere che si è tutto concentrato nelle mani di un solo individuo».


Delle tre forme di governo che Spinoza discute nel suo Trattato politico la monarchia appare dunque la più incline a trasformarsi in tirannia perché il potere in mano a un solo regnante resta in ogni caso il più precario tra tutti. Infatti, come il filosofo sottolinea insistentemente e in più luoghi, «quanto più tutto il diritto dello Stato è trasferito in un solo individuo, tanto più facilmente può essere trasferito in un altro». Questa manifesta facilità nel togliere di mezzo un sovrano per sostituirvene un altro è la causa prima della instabilità del regime monarchico che per conservare sé stesso si muta in tirannide. E questo è ciò che Machiavelli intese insegnarci con il suo controverso De principatibus. «Quest’uomo saggio» dice infatti Spinoza «ha voluto mostrare quanto una moltitudine libera si deve guardare dall’affidare la sua salvezza a un solo e unico individuo, il quale, a meno che non sia un vanesio e creda di piacere a tutti, deve temere ogni giorno le congiure. Ed è quindi costretto a pensare alla sua sicurezza e a restituire congiure ai danni di tutti, piuttosto che provvedere al bene di tutti».

Nel solco della tradizione repubblicana
È una lettura repubblicana, storiograficamente minoritaria, del Principe, ma ripresa e rilanciata da Rousseau fino a Leo Strauss. L’«acutissimo» e «prudentissimo» Machiavelli di Spinoza seppe dare invero «saluberrimi consigli» per la difesa della libertà dei cittadini; allo stesso modo il Fiorentino di Rousseau è un autore tacitamente repubblicano. O, per lo meno, così lo interpreta il ginevrino ne Il contratto sociale, che argomenta: «supponendo i sudditi sempre perfettamente sottomessi, l’interesse del Principe sarebbe che il popolo fosse potente, in modo che tale potenza, essendo la sua, lo rendesse temibile per i suoi vicini»; ma «poiché tale interesse è soltanto secondario e subordinato, poiché le due supposizioni sono incompatibili, è naturale che i Principi preferiscano sempre il principio che gli è più immediatamente utile», cioè che «il Popolo sia debole, miserabile, e non possa mai resistergli». E così chiosa: «è ciò che Machiavelli ha fatto vedere con chiarezza. Fingendo di dare insegnamenti ai Re, ne ha dati di grandi ai popoli. Il Principe di Machiavelli è il libro dei repubblicani». 


L’influenza del pensiero machiavelliano nel Tractatus politicus non è limitata alle controverse dottrine esposte nel De principatibus: la sottile trattazione dell’origine della tirannide e dell’inutilità del tirannicidio da parte di Spinoza presuppone un’accurata lettura dell’altra opera fondamentale e d’ispirazione apertamente repubblicana di Machiavelli: i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. Non si farà ora un raffronto tra i due trattati sulla questione della monarchia e della sua corruzione. Ma basti rinviare il lettore ad almeno un paio di capitoli decisivi sul tema del tirannicidio: si legga allora anzitutto il lungo capitolo sesto del terzo libro dei Discorsi intitolato eloquentemente Delle congiure; si torni quindi indietro a leggere il cruciale secondo capitolo del secondo libro dedicato alla discussione della difesa della libertà dei cittadini, Con quali popoli i Romani ebbero a combattere, e come ostinatamente quegli difendevono la loro libertà, e si noti qui la sostanziale coincidenza delle tesi machiavelliane con quelle spinoziane sulla tirannide e il riferimento del Fiorentino a Senofonte.


Per un’ulteriore definitiva prova della distanza siderale di Spinoza dalle dottrine dell’assolutismo, di Hobbes o Clapmarius, si riporta un brano del Trattato politico sul tema tacitiano de arcaniis imperii: «è meglio che i piani onesti di uno Stato siano noti ai nemici, piuttosto che i piani segreti disonesti dei tiranni siano ignoti ai cittadini. Chi può trattare in segreto gli affari dello Stato ha tutto lo Stato in suo potere: in guerra insidia il nemico, ma in pace tende insidie ai cittadini. Che spesso il riserbo sia utile allo Stato è verità innegabile, ma nessuno ha mai dimostrato che senza di esso lo Stato non possa sopravvivere. Non può mai darsi invece che senza riserve si affidino gli affari di tutti a qualcuno e insieme si conservi la libertà. È dunque estrema stoltezza evitare un piccolo danno con un male che è immenso. Ma questa fu sempre la cantilena di quelli che concupiscono il dominio assoluto: è nell’interesse dello Stato che i suoi affari restino segreti e altre frasi simili, le quali, quanto più sono ammantate di una parvenza di utilità, tanto più vanno a finire in un’odiosa servitù». 


Spinoza insomma non solo prende apertamente le distanze da ogni forma di assolutismo politico, ma appare diffidare prudentemente anche del governo di uno solo. Come il predecessore fiorentino, infatti, il filosofo olandese esorta il popolo a non affidare il potere nelle mani di un unico re che possa essere facilmente rimpiazzato. Il regime monarchico è per questa ragione la forma di governo più precaria: il monarca è soggetto al timore dei sudditi, è costretto a far prevalere l’interesse privato a quello pubblico, e perciò è incline a trasformarsi in tiranno per conservare se stesso al potere. Poiché la causa prima di un esercizio tirannico del potere risiede nella paura del sovrano nei confronti dei suoi cittadini, le sedizioni, le congiure e i tentativi di rimuovere il monarca non fanno altro che togliere di mezzo un tiranno per sostituirvene uno peggiore. Qualora riesca, infatti, il tirannicidio elimina il tiranno ma non le cause che lo hanno reso tale, che ne risultano invece accresciute. È con tale rigore logico e realismo politico che Spinoza ci mostra dunque che il tirannicidio è inutile e persino dannoso.

Riferimenti bibliografici
Le citazioni del Tractatus theologico-politicus e del Tractatus politicus sono tratte da Spinoza, Opere, a cura di Filippo Mignini e Omero Proietti, Mondadori, Milano 2007, pp. 425-752, 1107-1217.
– «Tirannia e tirannicidio», voce a cura di Felice Battaglia (1937), in Enciclopedia Italiana Treccanihttp://www.treccani.it/enciclopedia/tirannia-e-tirannicidio_%28Enciclopedia-Italiana%29/
– Luciano Canfora, Il Principe, in Senofonte, La tirannide, a cura di Gennaro Tedeschi, Sellerio, Palermo 1992, pp. 11-15.
– Luisa Simonutti, Contro la servitù delle coscienze. Assolutisti e monarcomachi di fronte alla tolleranza nella Francia d’Ancien régime, in «Scienza e politica», 21 (1999), pp. 87-111.
– Jean-Jacques Rousseau, Il contratto sociale, a cura di Roberto Gatti, BUR Rizzoli, Milano 2017.

Il filosofo e la città

 


sabato 28 febbraio 2026

PRESI DA TIMORE

 


Nel cammino quaresimale

 sperimentare

 la presenza del Signore


-di Massimo Naro 

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella II domenica di Quaresima (anno A)

Gen 12,1-4a; Sal 32/33; 2Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9

La pagina evangelica, che rievoca la trasfigurazione di Gesù sul Tabor, ha una densità tematica e un vigore espressivo tali da esigere tutta la nostra attenzione, inducendoci a concentrare la nostra meditazione su di essa. È un racconto che si sviluppa tra vertiginosi alti e bassi emotivi, facendoci avvertire – assieme a Pietro, Giacomo e Giovanni, se davvero ci immedesimiamo spiritualmente con loro – l’impressione di stare sulle montagne russe.

Dapprima irrompe l’entusiasmo di chi si ritrova coinvolto in un evento straordinario, perciò meraviglioso: «È bello per noi essere qui! Farò qui tre tende…», o tre «capanne», come la nuova versione liturgica italiana preferisce tradurre il termine greco skēnás, facendogli però perdere così alcune importanti sfumature semantiche. Difatti tutte le parole sinora citate – «essere qui», «tende» – descrivono l’esperienza che quei tre fanno della Presenza divina, dell’Esserci di Dio, impersonato da Gesù che dialoga con Mosè ed Elia, specchiandosi per ciò stesso nella Torah e nei Profeti, ossia nel dirsi e nel darsi salvifico di Yhwh Adonai, del Signore Dio, di Chi si chiama – giustappunto – «Io sono chi c’è e ci sarà». La metafora della tenda – shekhinàh in ebraico – annuncia un movimento già implicitamente trinitario: essa significa che Dio si separa da sé e va esule oltre di sé (fu l’intuizione teologica – argomentata in un libro del 1922: La stella della redenzione – di Franz Rosenzweig, pensatore tedesco di origini ebraiche incline al dialogo con la fede cristiana), rivelandosi ulteriore rispetto a sé stesso proprio quando decide di diminuire, di svuotarsi in una certa “misura” di sé, di cedersi al di là di sé.

Subito dopo insorge il timore di chi è preso dalla paura (ephobḗthēsan), rimanendone atterrito e atterrato («caddero con la faccia a terra»). È l’effetto che la Presenza divina produce negli esseri umani, se essi la incontrano con lo spirito di Adamo ed Eva ormai fuoriusciti dal rapporto obbedienziale/filiale nei confronti del Signore. O col timore di chi non è consapevole d’essere amato dal Signore, come gli sgherri che – nell’orto degli ulivi – stramazzano al suolo allorché Gesù pronuncia il Tetragramma: «Sono Io». Un effetto che sortisce dall’ossimoro della ri-velazione, cioè dalla sproporzione che resta tra il Dio che viene e l’essere umano che si ritrae da lui, fra la tenda (skēnḗ) che il Signore pianta in mezzo agli uomini e l’ombra (skiá) che essa proietta su di loro.

Infine riaffiora la serenità di chi si sente incoraggiato dal Signore stesso: egérthēte (la medesima voce verbale con cui nello stesso brano matteano è preannunciata la risurrezione di Gesù) kaì mḕ phobeîsthe, «alzatevi e non temete». L’impronunciabile e terrifico «Io Sono» (Yhwh), per non essere frainteso come tale, dev’essere udito nel tono con cui Gesù lo pronuncia rivolgendosi ai suoi amici, svelando il senso più pieno – amichevole e familiare – del dirsi divino: «Ci Sono Io, qui, con voi, per voi». Quindi, nessuna paura!

La trasfigurazione è una teofania, una manifestazione di Dio. Il quale si (ri)presenta, come già presso il roveto ardente e in mille altri momenti della storia della salvezza. Stavolta, definitivamente, in Gesù: ora è lui la tenda della santa Presenza, l’Esserci di Dio dentro la storia, nelle vicende degli uomini e delle donne di questo mondo.

Ma nella trasfigurazione, inoltre, veniamo a sapere chi siamo, quando facciamo la medesima esperienza dei discepoli sul Tabor: anche noi, come loro, chiamati a vedere e ad ascoltare. I tre discepoli del Tabor vedono o, più esattamente, contemplano: cioè scorgono l’invisibile sotto il velo dell’umanità che Gesù condivide con noi, ravvisando in quel suo essere «solo» e semplicemente Gesù la visita di Dio, il culmine e il senso dell’intera storia della salvezza (rappresentata da Mosè e da Elia, annunciata nella Torah/Legge e nei Profeti). Ed essi, pure, ascoltano: accettano l’invito a obbedire al loro Maestro, cioè a partecipare con lui e come lui alla sua stessa relazione filiale col Padre, lasciandosi ospitare nell’Esserci divino, che in Gesù si mostra – precisamente come noi tutti – impastato di storia, di carne, di sudore, di lacrime, di sangue.

Lungo il nostro cammino quaresimale siamo chiamati a sentire intimamente questa Presenza del Signore, che condivide la nostra umanità, le nostre paure più oscure e le nostre più faticose preoccupazioni non meno delle nostre migliori speranze e del nostro entusiasmo più sincero.

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GUERRA !

 



"Chi fu colui, che per primo inventò le terribili armi?"

Chi fu colui, che per primo inventò le terribili armi?
Quanto malvagio e feroce quello fu!
Allora nacquero le stragi a danno del genere umano,
Allora sorsero le guerre,
Allora venne aperta una via più breve alla terribile morte.
Eppure quell’infelice non ebbe alcuna colpa,
Noi abbiamo volto a nostro danno
Quello che egli ci aveva dato contro le bestie feroci.
Questo è colpa del ricco oro, e non vi furono guerre
Finché una tazza di legno di faggio era posta davanti ai banchetti.
Non vi erano fortezze, non bastioni,
E il pastore si addormentava senza preoccupazione tra pecore di vari colori.
Dolce sarebbe stata allora per me la vita, Valgio, e non avrei conosciuto
Le funeste armi, né avrei udito la tromba con il cuore palpitante.
Ora sono trascinato a forza a combattere,
E già forse qualche nemico produce dei dardi
Destinati a configgersi nel mio corpo.

Albio Tibullo (poeta romano, II a. C.) dalle “Elegie”




QUARESIMA E RAMADAN


 Il Ramadan e la Quaresima raccontati

 da un padre imam 

e un figlio sacerdote

Adrien è un missionario dei Padri Bianchi, burkinabè. Al-Hâdjdj Issa è imam e papà di Adrien. Padre e figlio vivono insieme il periodo di digiuno del Ramadan e della Quaresima che quest’anno coincidono. Non è sempre stato così. Quando Adrien si è convertito, è stato cacciato dalla sua famiglia. Il percorso di riconciliazione è durato trent’anni.

-         -di Jean-Charles Putzolu et Janvier Yaméogo - Città del Vaticano

È piuttosto raro incontrare all’interno di uno stesso nucleo familiare due vocazioni tanto incarnate. Nel 1992 Adrien Sawadogo, primogenito della famiglia, è stato quasi folgorato da un incontro con Cristo “alla maniera di san Paolo”, dice, “al di sopra dell’esperienza umana”. Quell’incontro ha sconvolto la sua vita: “tutto è cambiato nella mia famiglia. Il fatto che io fossi il primogenito e che fossi un esempio di figlio maggiore fedele che onora il padre, nella sua fede e in tutto, e che improvvisamente diventassi ciò che non ci si poteva aspettare in una famiglia musulmana seria, un primogenito che si converte al cristianesimo, è stato uno shock”, racconta Adrien.

Ciò che Dio non vuole, nessuno può realizzarlo

Di fatto, suo padre, Al-Hâdjdj Issa, e la comunità musulmana gli hanno voltato le spalle. È stata una frattura profonda che li ha separati. “Sono stato io a generarlo e a dargli il nome stesso del Profeta. Ma quando, dopo gli studi, si è orientato verso il cammino di Nabi Issa (Gesù), personalmente all’inizio non l’ho accettato”, testimonia il papà imam. Ma Dio era all’opera. Lentamente, stava operando per la riconciliazione. “Mio fratello maggiore mi ha consigliato di lasciarlo libero perché, se lo avessi forzato a ritornare all’islam, avrebbe rischiato di perdere tutto, senza appartenere più veramente a nessuna delle due religioni”, prosegue Al-Hâdjdj Issan, che alla fine ha permesso ad Adrien di proseguire i suoi studi di teologia. “Dio ha voluto mostrarmi che avevo agito bene lasciando che proseguisse il suo cammino; in seguito ha studiato anche il Corano (islamistica). Così ha fatto ciò che voleva fare e anche quello che io desideravo che facesse. Si è dunque compiuta la volontà di Dio. Ciò che Dio non vuole, nessuno può realizzarlo”.

30 anni prima della pace

Ci sono voluti trent’anni, dal 1992 al 2022, per arrivare a queste parole pacificate. “Papà ha riconosciuto che effettivamente la fede cristiana è una fede vera, autentica. Oggi dice: “in verità, voi cristiani, conoscete Dio”, confida Adrien. “Noi ci opponiamo spesso in discussioni sterili”, continua il papà. “Ma se riflettiamo bene su ciò che sta accadendo, siamo noi, gli uomini, a sbagliare; questo non succede mai a Dio. È più proficuo per noi essere indulgenti gli uni verso gli altri e lavorare insieme piuttosto che impegnarci in dispute inutili. Se Dio volesse condurci alla sventura, lo farebbe attraverso le nostre divisioni e le nostre discussioni sterili. Ma in verità, Dio non ci ordina di opporci gli uni agli altri”. Con un gioco di parole, Adrien scherza sulla coincidenza quest’anno dei periodi della Quaresima e del Ramadan: “Uno dei fratelli di un monastero nel Regno Unito, a Salisbury, aveva scritto sulla sua porta in inglese riguardo agli eventi della vita: ‘some people call them coincidence, I call them god-incidence”, per dire che alcuni chiamano questi segni coincidenze, ma lui li chiama ammiccamenti di Dio”. Ed è proprio ciò che percepisce oggi il religioso. Questa corrispondenza temporale è un invito alle grandi tradizioni dell’islam e del cristianesimo a vivere una “mistica dell’incontro”, spiega il missionario d’Africa, facendo riferimento, attraverso questa espressione, alla lettera apostolica di Papa Francesco a tutti i consacrati del 2014. È un momento propizio per mettersi all’ascolto dell’altro, per cercare insieme un cammino e il metodo per vivere insieme. L’ascolto è anche al centro del messaggio della Quaresima di Papa Leone XIV: “l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.

Ramadan e Quaresima: un tempo di incontro

Se l’ascolto della Parola di Dio è al centro della Quaresima, l’ascolto del Corano è allo stesso modo al centro del digiuno del Ramadan: “In Africa occidentale, in Burkina Faso come in Mali, è un momento di vita attorno alla lettura del Corano. È la rivelazione di Dio. È per questo d’altronde che il culmine del Ramadan è tradizionalmente attribuito alla notte del destino, leila al qadr, che è la commemorazione dell’inizio della rivelazione coranica. Un intenso momento di silenzio, di preghiera, di ascolto, di pentimento e di manifestazione della misericordia divina”, spiega padre Adrien. “La Bibbia e il Corano non si oppongono”, continua il papà imam. “Questa coincidenza è un invito all’intelligenza e alla conversione del nostro comportamento, al fine di ricercare l’eccellenza ognuno nella propria religione, invece di denigrare la religione dell’altro con eventuali derive”.

Denunciando con fermezza queste “derive”, Al-Hâdjdj Issa Sawadogo si impegna piuttosto in un processo di dialogo: “Se accetteremo di incontrarci per confrontarci e per ascoltarci, capiremo che l’obiettivo è simile”. E prosegue: “questa coincidenza è un invito per noi, cristiani e musulmani, a unire i nostri sforzi. È Dio che ci offre questa opportunità, non è opera nostra. È chiaramente un’indicazione divina che noi dobbiamo sapere accogliere con intelligenza”.

Il Ramadan e la Quaresima, conclude Adrien Sawadogo, sono entrambi “un momento in cui l’uomo e Dio sono alla presenza l’uno dell’altro. Per il musulmano è un momento prescritto da Dio per incontrarLo nella sua Parola.

 Per il cristiano è un tempo propizio che Dio offre all’umanità per andarGli incontro, per lasciarsi trasportare nel mistero stesso di Dio.

Dunque, sono due momenti veramente forti nella vita di queste due tradizioni, di queste due grandi comunità, che rappresentano insieme più della metà della popolazione mondiale”.

Vatican News

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MINORI E SOCIAL

 


Non basta

 il divieto per i minori.


 «Regolamentare 

le piattaforme»



Mentre molti Paesi stanno valutando l’introduzione di un’età minima di accesso ai social, arriva l’invito di Michael O’Flaherty, commissario europeo per i diritti umani,  a non distogliere l’attenzione dagli obblighi legali delle big tech

-         di ILARIA SOLAINI

Se si ragiona soltanto su un divieto di acceso ai social media per gli adolescenti con meno 14 anni, si corre il rischio di rinunciare ad avere garanzie dalle piattaforme per avere un ambiente digitale sicuro per tutti?

Mentre molti Paesi in Europa - e non solo - stanno valutando l’introduzione di un’età minima per l’accesso alle piattaforme di social media è arrivato l’invito alla «cautela nell’imporre divieti generalizzati» dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa. Non perché i minori non vadano tutelati, ma perché le big tech si assumano le proprie responsabilità nel controllo dei contenuti e nell’offrire una maggiore trasparenza dell’algoritmo a chiunque.

 «L’attenzione rivolta alla limitazione dell’accesso non dovrebbe distogliere l’attenzione dal garantire che le piattaforme rispettino i diritti umani attraverso chiari obblighi legali, una supervisione indipendente e un’effettiva responsabilità», ha affermato il Commissario Michael O’Flaherty. Le sue parole sono state molte nette: «Gli sforzi per limitare l’accesso dei minori attraverso divieti generalizzati e verifiche obbligatorie dell’età nascono da preoccupazioni legittime, poiché l’attuale ecosistema online sta deludendo i minori – ha continuato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa –. I bambini sono esposti a contenuti violenti, sessuali o angoscianti, a forme di adescamento e a una dilagante disinformazione». Se algoritmi opachi possono indirizzare verso materiale estremo, secondo O’Flaherty bisogna anche far fronte a «progetti manipolativi che influenzano il comportamento dei minori». 

Esiste poi «la raccolta pervasiva di dati che compromette la loro privacy. Questi risultati sono prevedibili conseguenze di specifiche scelte di progettazione e modelli di business, che richiedono un intervento normativo alla fonte». Aspetti su cui, tra l’altro, si sta concentrando anche il processo americano che si è aperto lo scorso 27 gennaio alla Corte suprema della California che vede alcune big tech come Alphabet, casa madre di Youtube, e Meta Platforms proprietaria di Instagram e Facebook, accusate di aver consapevolmente progettato le piattaforme social per creare dipendenza e incoraggiare un consumo incontrollato dei contenuti social da parte dei più giovani.

Secondo il parere del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, «gli Stati dovrebbero obbligare le piattaforme a prevenire e mitigare i rischi per i diritti dei bambini fin dalla progettazione e ritenere le piattaforme responsabili di eventuali inadempienze. Data la pervasività dei sistemi algoritmici, una regolamentazione completa è essenziale. Ciò include la garanzia della trasparenza e della verificabilità degli algoritmi, ma anche degli efficaci meccanismi di segnalazione e ricorso, delle valutazioni del rischio per i diritti dei minori e delle restrizioni sulla pubblicità mirata. Questi obblighi devono essere applicabili, soggetti a supervisione indipendente e supportati da sanzioni e responsabilità che costituiscano efficaci deterrenti» ha sottolineato ancora il Commissario. Online esiste già una mappa, a cura dell’organizzazione non governativa americana Tech Policy press, che monitora questi sforzi legislativi nel mondo che danno la misura di come dopo il divieto australiano, non ci sia solo l’Italia e una serie di Paesi europei che stanno ragionando su disegni di legge che impongono un limite di età per l’accesso ai social, ma anche l’Indonesia, la Malesia, la Cina e il Vietnam, il Brasile, oltre a Francia, Spagna, Portogallo, Austria, Danimarca, Norvegia e Turchia. Eppure, è tutt’altro che definito il dibattito su come affrontare e con quali strumenti monitorare l’uso dei social per bambini e adolescenti. 

Esistono i sostenitori di un vero e proprio divieto di accesso ai social, imposto per legge, che inquadrano il limite di una maggiore età come fosse una misura di protezione della salute pubblica, necessaria da tempo e paragonata alle restrizioni sull’alcol o sul gioco d’azzardo. 

Mentre chi ha un approccio critico ribatte che i divieti assoluti potrebbero essere tecnicamente permeabili, e, di conseguenza, spingere gli adolescenti verso angoli ancora meno regolamentati di Internet. 

Al tempo stesso, esistono preoccupazioni legate alla libertà di espressione e, non ultimo, viene messo in luce l’aspetto invasivo dei sistemi di verifica dell’età. 

er molti, insomma, la sfida non è se i social media rappresentino o meno dei rischi, ma come sia possibile preparare i giovani a navigare in sicurezza in una realtà digitale che non possono evitare.

www.avvenire.it 

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