sabato 14 marzo 2026

IL CIECO NATO

 

 


IV domenica 

di Quaresima

 

– (Gv 5,16-18)-


Quell’uomo su cui Gesù ferma il suo sguardo, giace da sempre nelle tenebre e non sa cosa sia la luce, perché non l’ha mai conosciuta, ma ottiene molto più di una guarigione: Gesù lo fa rinascere a una nuova esistenza, e non a caso ricorre a un gesto ricordato ben quattro volte nel corso del racconto (vv. 6.11.14.15) che rimanda all’atto con cui, secondo la Genesi, Dio ha formato l’uomo. 

Gesù vede la sofferenza, si ferma, non volge lo sguardo altrove, non teme di toccare un uomo dichiarato impuro e reietto dalla società, gli parla, e la sua Parola fa nascere la vita. Il cieco ora diventa un soggetto attivo. È bastato per lui sentirsi toccato dalla misericordia di quell’uomo di nome Gesù, per obbedire alla sua richiesta di andare a lavarsi alla piscina di Siloe, che significa “inviato”, per indicare che Gesù è un Inviato di Dio.  

Ed ecco che il gesto di Gesù operato col fango sugli occhi del cieco, si completa con l’ascolto obbediente dell’uomo che “tornò che ci vedeva” (v.7). L’ex cieco, infatti, non è sordo, ha ascoltato una Parola che gli ha chiesto di mettersi in cammino, pur incerto sulle sue gambe, pur non comprendendo il perché. Ora ritorna con passo sicuro, è diventato uomo ma non ancora discepolo. Non ha ancora fatto professione di fede, ma in lui troviamo il compimento della profezia di Is 42,16: “Farò camminare i ciechi per una via ad essi sconosciuta, per sentieri ad essi ignoti li farò camminare. Trasformerò dinanzi ad essi le tenebre in luce”. 

Un uomo nuovo ora cammina fra altri uomini e attende di essere accolto, ma non è così facile. La gente stenta a riconoscerlo e, invece di gioire per un fratello risanato, tutti si chiedono “come” sia stata possibile la sua guarigione. Inutilmente l’ex cieco pronuncia le sue prime parole affermando con forza: “Sono proprio io” (v.9). Inizia lo scontro fra la luce e le tenebre, tema molto caro all’evangelista Giovanni, anticipato nel prologo al Vangelo, dove la luce e le tenebre sono in contrapposizione: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta […]

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe” (Gv 1,5; 9-10).  Da questo momento comincia il percorso interiore che porterà l’ex cieco a diventare credente, contro la staticità dei farisei, che dimostrano una crescente ottusità, incapaci di intendere un messaggio che non rientra nel sistema teologico su cui essi basano la loro sicurezza. Iniziano a discutere negando il fatto, si trincerano nella loro verità e infine usano la loro autorità per ingiuriare l’ex cieco e cacciarlo fuori, ovvero scomunicarlo. Non potevano essere messi in discussione né l'identità tra malattia e colpa, né il primato del sabato sull'uomo, né il sospetto di eresia e di minaccia eversiva a carico del Cristo.

Il mondo, in altre parole, forte delle sue certezze precostituite rimane immobile nelle tenebre. Invece la ripetizione da parte del cieco delle fasi della sua guarigione è un cammino di consapevolezza che si sviluppa dinamicamente, giungendo al riconoscimento di Cristo progressivamente: “L’uomo che si chiama Gesù” (vs. 12), “è un profeta” (vs. 17), “questi è da Dio” (vs. 33), “credo Signore” (vs. 38).  Egli sa rispondere in modo argomentato ai suoi inquirenti, tradendo una cultura insospettata per un povero mendicante. Non vuole colpevolizzare i farisei ma semplicemente ridimensionare le loro pretese di giudizio, riconducendole entro i binari del buon senso.

L’ incredulità dei farisei rimane un atteggiamento stabile che oltre che ciechi li rende sordi. Il “non mi avete ascoltato, cosa volete sentire ancora?” (v. 27) rivolto loro dall’ex cieco sottolinea ancora una volta la relazione tra l’ascolto e la vera sapienza del cuore. Il vedere della fede infatti è strettamente legato con la Parola che permette di passare dalle tenebre alla luce.  Ancora una volta, però, il pover’ uomo è abbandonato da tutti. Da tutti, ma non da Gesù, che va alla sua ricerca non appena viene a sapere che il cieco è stato espulso dalla sinagoga. Dio cerca l’uomo fino a quando non lo trova. Adesso può incontrarlo occhi negli occhi e gli può chiedere se è capace di vedere oltre l’uomo che lo ha guarito. Come all’inizio della storia, l’ex cieco si dimostra disponibile all’ascolto della parola di Gesù che gli rivela la sua identità di “Figlio dell’uomo”: “Già lo hai veduto; colui che parla con te è lui” (v.37).

Adesso, proclamando il suo “credo, Signore” la guarigione dell’uomo è completa nella fede, che gli permette di vedere in Gesù la rivelazione di Dio ed essere illuminato dalla sua luce. Non resta che rendere gloria a Dio prostrandosi davanti al Signore. A questo punto la narrazione potrebbe dirsi conclusa. Invece l’evangelista riprende il tema della luce divina e isola la dichiarazione di Gesù con una nuova introduzione: “E Gesù disse:” (v.39). Le sue parole rivolte a chi gli sta vicino, compresi alcuni farisei, non sono di giudizio o di condanna ma un avvertimento a riconsiderare le proprie categorie ermeneutiche, le proprie certezze che sclerotizzano i cuori per mostrare l’effetto di questa luce quando essa viene accolta o viene rifiutata. In base al nostro atteggiamento di fronte al Verbo incarnato, siamo o nelle tenebre o nella luce, e questo fa la differenza, perché accogliere la luce vuol dire essere resi consapevoli di imparare, nel confronto costante con la Parola, a guardare il mondo con gli occhi di Dio e perciò a comportarci come “figli della luce”. Ma se l’uomo è convinto di essere già un vedente, e di non avere quindi bisogno di nessuna luce, rifiuta il dono di Dio e rimane chiuso nelle tenebre. 

L’itinerario del cieco sia, quindi, una guida per il nostro viaggio spirituale, esortati anche da S. Paolo, che ha conosciuto le tenebre e la rinascita nella luce del Cristo Risorto: “Un tempo eravate tenebra ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce” (Ef 5,8). E ancora: “Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre” (Ef 5,11).

Annalisa Greco

Comunità Kairòs

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I MERCANTI DELLA MORTE

 

Lettera ai mercanti 

della morte 

Ai mercanti della morte, a voi che fate affari con il sangue degli uomini, a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli, a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo, rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita.

 - don Mimmo Card. Battaglia


Vi scrivo da questa terra che trema. Trema sotto i passi dei poveri, sotto il pianto dei bambini, sotto il silenzio degli innocenti, sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo.  

Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino. Quel linguaggio antico e terribile che domanda: “Sono forse io il custode di mio fratello?” E invece sì, lo siamo. Lo siamo tutti. E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla ferita del fratello.   Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi. Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie.

Eppure, proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi. Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio. Che nessun bambino ha il destino della polvere. Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa. Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza.  

 Voi fate il contrario del pane. Il pane si spezza per sfamare. Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro. Il pane mette gli uomini a tavola. Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali. Il pane ha il profumo delle mani. Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci.   E ditemi: come fate? Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta? Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato? Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile: peccato?  

Non vi parlo da giudice. Non ho tribunali da aprire. Vi parlo da uomo e da pastore. Da credente ferito dalla ferocia dei tempi. Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.  

Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe. Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore. Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli. Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore.   E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato. Solo che oggi non tirate a sorte una tunica: tirate a sorte interi popoli. Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati. E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia permanente.   Ma non c’è sicurezza dove si semina morte. Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto. Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti. E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile.  

Il Vangelo

Il Vangelo, invece, non tratta. Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione. Il Vangelo non si abitua ai morti. Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario.   Il Vangelo mette un bambino al centro. Sempre. E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano. Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi tecnici con cui nascondete la vergogna. Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o nemico: esiste solo l’abisso.   Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi. Vi chiedo di convertirvi. Sì, convertirvi. Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria. Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo. Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana. Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia. Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini.  

Abbiate un sussulto. Uno solo, ma vero. Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze. Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione. Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti. Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete.   Perché non c’è pace senza disarmo del cuore, e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto. La guerra non comincia quando cade la prima bomba. Comincia molto prima: quando il fratello diventa un ostacolo, quando il povero diventa irrilevante, quando la compassione viene giudicata ingenua, quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla.   Eppure, io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione. Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada. Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate. Anche per voi c’è una possibilità di riscatto. Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua. Ma dovete scendere. Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto.

Dovete tornare uomini. Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini. Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità. Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione. In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro, in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita, in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere. Sogno il giorno in cui la parola “profitto” non farà più rima con “funerale”.   E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità. Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi. L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso. L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.   Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero: quanto sangue vi basta? Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio?  

Fermatevi. Prima che sia troppo tardi per i popoli. Prima che sia troppo tardi per voi. Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte, che non umilia ma chiama per nome. Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire: “Beati gli operatori di pace.” Non i calcolatori di guerra. Non i garanti dell’equilibrio armato. Non i venditori di paura. Gli operatori di pace.  

Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino. Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi. Ha bisogno di profeti, non di mercanti.   E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo. Non per ideologia, ma per fedeltà. Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo. Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni vita.  

Il futuro

A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica: restituite il futuro. Restituite il respiro. Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra. Restituitevi alla vostra umanità.  

La pace vi giudicherà. Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi.  

Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani.

don Mimmo Card. Battaglia Arcivescovo Metropolita di Napoli




ADOLESCENTI, IL RITIRO SOCIALE

 


“Il silenzio degli adolescenti: 

in 200mila a rischio ritiro sociale”



I dati della nuova ricerca Iprs svelano una geografia del disagio inaspettata: le grandi città sono più a rischio delle aree interne e le ragazze risultano le più colpite. L'epicentro di questa sofferenza, a sorpresa, è il rendimento tra i banchi: l'ansia per lo status intellettivo supera persino le paure legate all'aspetto fisico e all'approvazione sociale.

Il presidente Raffaele Bracalenti avverte: «È un allarme, ma la maggioranza dei giovani sogna un mondo fatto di corpi e non virtuali».

«Nessuno pensava che anche qui da noi si potesse ricalcare l’esperienza giapponese degli hikikomori in questo modo, invece il ritiro sociale degli adolescenti si sta presentando con un’intensità crescente».

Non ha paura di usare la parola «allarme» Raffaele Bracalenti, psicoanalista e presidente dell’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali – Iprs, commentando la ricerca nazionale “Dialoghi adolescenziali aree interne”, presentata oggi alla Camera e da cui emerge un quadro preoccupante.

La ricerca ha coinvolto un campione di oltre 900 adolescenti tra i 12 e i 18 anni in cinque regioni (Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Sicilia), con un confronto tra i residenti nelle aree metropolitane e quelli nelle aree interne.

Rispetto al campione normativo – un’indagine del 2023 della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza – la percentuale di ragazzi in condizione di ritiro sociale grave è quasi raddoppiata, passando dal 3,2% al 5,7%.

Proiettando questi dati sulla popolazione nazionale 13-18 anni, si stimano circa 200mila ragazzi in ritiro sociale grave, i cui sintomi comprendono isolamento quasi totale, fatica ad andare a scuola, inversione del ritmo sonno-veglia, pensieri depressivi e autolesivi, uso di internet come sostitutivo della vita reale, forte ansia sociale e fobie legate all’uscire di casa o al contatto con gli altri.

Chi, invece, presenta una sintomatologia meno grave ma comunque di rilievo clinico rispetto ad ansia, panico e disagio è passata dal 13,5 al 15,9%.

In questo insieme, emerge un’importante differenza legata al genere.

Le femmine, infatti, sono più esposte al rischio di ritiro sociale: quasi una su dieci (9,1%) presenta un quadro clinico grave contro l’appena 2,8% dei coetanei maschi.

Tra le adolescenti della fascia 13-15 anni, il dato schizza addirittura al 13,3%.

Il divario si amplia, tra l’altro, incrociando il genere con il background socioeconomico.

Considerando il livello di istruzione dei genitori come indicatore plausibile delle risorse materiali e culturali della famiglia, nelle famiglie con un titolo di studio basso l’incidenza del rischio di ritiro sociale grave arriva al 10,6%, più del doppio rispetto a chi ha i genitori laureati (4,2%). Per le ragazze che crescono in contesti di disagio, il dato balza al 16%.

«È uno dei dati che ci ha colpito di più e su cui lavoreremo in futuro, ma per ora non sappiamo spiegarcelo», dice a VITA Bracalenti.

L’altro aspetto che più colpisce sono le ragioni che si nascondono dietro a queste difficoltà.

La felicità

«Siamo portati a pensare che le aree di maggiore sofferenza psicologica siano la felicità. l’approvazione sociale, l’aspetto fisico. Invece, la questione che più di tutte è indicata come causa di sofferenza riguarda lo status intellettivo e scolastico».

Così, da luogo dove le differenze dovrebbero appianarsi, la scuola diventa un contesto dove si concentrano sentimenti di inadeguatezza, fallimento ed esclusione.

Rispetto agli anni Novanta, sottolinea Bracalenti, il tasso di abbandono scolastico è diminuito in maniera consistente, eppure non sempre questo può essere considerato un risultato positivo.

La scuola

«I ragazzi rimangono di più a scuola, ma dobbiamo capire come lo fanno, con quale sensazione», dice. «Se rimangono in un contesto che per loro risulta traumatizzante, standoci magari più tempo del dovuto, si fa fatica poi ad aiutarli a trovare altre modalità per migliorare la propria percezione di sé». In più, aggiunge il presidente dell’Iprs, si parla sempre di più di scuola del merito, ma ci si dimentica che nella scuola dell’obbligo ci deve poter stare anche chi ha una “performance” meno profittevoli. Spingendo sul fatto del merito, invece, si va in direzione opposta all’idea di scuola universale, aumentando così difficoltà e sensazioni di inadeguatezza dei ragazzi.

Il ritiro sociale

Dalla ricerca emerge anche una “geografia del ritiro sociale” precisa: nelle città c’è più rischio. Chi vive nelle aree interne è meno esposto al rischio di ritiro sociale grave rispetto a chi invece abita nelle aree metropolitane (4,4% contro 7%).

«Probabilmente», riflette Bracalenti, «è proprio perché nelle aree interne c’è la consapevolezza di uno svantaggio di partenza che spinge i genitori, che sanno che i figli difficilmente resteranno lì, a coagularsi attorno ai loro progetti di vita».

Questa “funzione protettiva” dà una maggiore stabilità ai ragazzi che vivono nelle aree interne, ma anche loro, come i propri coetanei, immaginano e desiderano la vita in città.

«Quello che mi colpisce è che questi giovani sognano un mondo molto antropizzato.

C’è un lungo parlare riguardo alla virtualità che starebbe prendendo il sopravvento sulla concretezza dei corpi, ma dalla nostra ricerca emerge una grande esigenza di fisicità. Il virtuale non soddisfa, i ragazzi sognano di uscire a mangiare il sushi, non di ordinarlo a casa», sottolinea lo psicoanalista.

Rimane aperta, però, la questione su come intercettare un disagio silenzioso in una fase della vita in cui, solitamente, questo disagio esplode nella conflittualità.

«Prima di essere pervasivo, il ritiro sociale ha delle forme più larvate che si manifestano soprattutto in difficoltà relazionali e scolastiche.

E proprio la scuola dovrebbe riuscire a riconoscere le fatiche dei ragazzi e cercare di intervenire con una funzione di ascolto», spiega Bracalenti.

I genitori

Ma non basta: serve più consapevolezza da parte dei genitori.

«Oggi si fa tanta ironia rispetto alle nuove generazioni a cui si dà sempre ragione e, di contro, sta tornando la narrativa del dare una pedata e dire “vai a studiare”.

A noi, tutto questo sembra sciocco, perché la fatica di questi ragazzi non si risolve così.

Per fortuna», conclude il presidente dell’Iprs, «da una trentina d’anni i miei colleghi ripetono ai genitori che fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo e che serve farsi aiutare dagli specialisti invece che sottostimare la sofferenza provocata dalle fatiche che sostengono i ragazzi.

Su questo, ormai si è diffusa la tendenza a ricorre all’intervento specialistico per capire da dove proviene il disagio.

Poi certo, la diagnosi specialistica deve essere usata bene: deve essere un’opportunità di intervento migliorativo, non un motivo di ulteriore discriminazione e marginalizzazione».

Vita

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EDUCARE ALL'INCERTEZZA

 

Preparare gli studenti europei 

a un mondo incerto: 


Online il nuovo rapporto Eurydice



 eurydice

Dall’infanzia alla primaria, i sistemi educativi europei rafforzano competenze di resilienza, sicurezza e cooperazione per affrontare un mondo sempre più complesso

di Erica Cimò

 I disastri climatici, gli attacchi informatici, le pandemie e l’instabilità geopolitica non costituiscono più rischi remoti: sono sempre più parte della realtà quotidiana dell’Europa. L’istruzione svolge un ruolo cruciale nel supportare i bambini a comprendere tali rischi e a rispondere con fiducia, solidarietà e resilienza.

È stato pubblicato il nuovo rapporto di Eurydice “Preparedness education in Europe – 2025”, che prende in esame come l’educazione alla preparazione alle emergenze sia integrata nell’educazione della prima infanzia e nell’istruzione primaria nei sistemi educativi europei. Basandosi sui dati dell’anno scolastico 2025-2026, il testo analizza come i sistemi educativi supportino i bambini nello sviluppo di competenze essenziali per la preparazione: dalla consapevolezza del rischio alla cooperazione efficace in situazioni di emergenza.

I risultati dimostrano che la preparazione alle emergenze viene sempre più considerata una dimensione chiave dell’istruzione. In tutta Europa, approcci curricolari innovativi e piani di resilienza a livello di istituto stanno supportando le scuole ad anticipare, attutire e rispondere ad eventi imprevisti, promuovendo la crescita di una nuova generazione informata, competente e pronta all’azione.

Questo lavoro si inserisce nel contesto politico dell’Unione europea. A marzo 2025, la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha sottolineato l’importanza di rafforzare la preparazione dell’Europa alle crisi e alla sicurezza come responsabilità condivisa a livello europeo. Questo slancio politico è stato rafforzato dal lancio della Strategia dell’UE per un’Unione della preparazione, che evidenzia il ruolo dell’istruzione come leva fondamentale per la preparazione della popolazione, in linea con gli obiettivi dell’Unione delle competenze.

 Principali risultati

  • Progressione nei curricoli: i riferimenti alla preparazione alle emergenze passano da circa la metà dei Paesi a livello di educazione della prima infanzia a quasi tre quarti a livello di istruzione primaria. Anche nei sistemi dove non è esplicitamente inclusa nei curricoli, le autorità nazionali mettono generalmente a disposizione degli insegnanti risorse e strumenti dedicati.
  • Focus differenziato per livello di istruzione: nell’educazione della prima infanzia, l’attenzione è rivolta al riconoscimento del pericolo, alla comprensione di semplici regole di sicurezza e alla protezione di sé attraverso routine quotidiane e attività ludiche. Nell’istruzione primaria, tali basi si sviluppano in competenze più pratiche e orientate all’azione, con una maggiore autonomia nella risposta alle emergenze.
  • Centralità delle competenze di protezione della vita: la maggior parte dei Paesi sottolinea abilità legate al riconoscimento delle diverse tipologie di rischio, all’adozione di comportamenti protettivi e allo sviluppo della resilienza in situazioni imprevedibili.
  • Formazione degli insegnanti disomogenea: nella maggior parte dei sistemi educativi europei, la preparazione alle emergenze non costituisce un requisito formale nella formazione iniziale degli insegnanti. Dove prevista, la formazione riguarda soprattutto le politiche di sicurezza nazionali e la risposta pratica alle emergenze.
  • Crescente attenzione politica: un numero crescente di Paesi integra l’educazione alla preparazione nei piani nazionali di resilienza, si allinea ai quadri di riferimento dell’UE e ricorre al sostegno finanziario e tecnico europeo.
  • Sviluppi futuri: circa metà dei sistemi educativi prevede di rafforzare ulteriormente l’educazione alla preparazione a livello nazionale, spesso attraverso un approccio scolastico integrato che coinvolga dirigenza, personale e studenti.

 Consulta il rapporto “Preparedness education in Europe – 2025” >>

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Cos’è Eurydice

Eurydice è la rete europea che raccoglie, aggiorna, analizza e diffonde informazioni sulle politiche, la struttura e l’organizzazione dei sistemi educativi europei. Nata nel 1980 su iniziativa della Commissione europea, la rete è composta da un’Unità europea con sede a Bruxelles e da varie Unità nazionali. Dal 1985, l’Indire è sede dell’Unità nazionale italiana.

Link utili:


 

LA FAMIGLIA NEL BOSCO

 

La famiglia del bosco, 


i giudici


 e le leggi




di Giuseppe Savagnone 


Giorgia Meloni e l’opinione pubblica contro i giudici

Nel suo atteso intervento, a Milano, a chiusura della campagna a favore del Sì nel referendum, Giorgia Meloni ha affermato che, se la riforma non dovesse passare, «ci ritroveremo (…) figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco».

Dove i giudici – a dispetto delle assicurazioni, più volte ribadite dalla stessa  premier, che questa, «a differenza di quello che si dice non è una riforma contro i magistrati» – vengono espressamente additati come i responsabili di una azione spregevole com’è quella di strappare i figli alle proprie madri, in nome di una loro pregiudiziale ideologica.

Come ha già fatto nei giorni scorsi, Meloni utilizza la grande eco mediatica della vicenda della “famiglia del bosco” per arginare l’allarmante rimonta del No, che lo ha visto passare nel giro di poche settimane da uno svantaggio di dieci punti a una posizione di sostanziale parità con il Sì.

Che ci stia riuscendo o meno, è sicuro però che questa drammatica storia, sta offrendo agli occhi di molti un’inquietante immagine di disumanità della giustizia, che certamente non basta a giustificare le parole della capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi – «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione» –, ma, in questa vigilia del voto referendario, non spinge certo a guardare i giudici con fiducia e simpatia.

Soprattutto dopo che i magistrati non solo hanno sospeso (non revocato) la potestà genitoriale di Catherine e Nathan e imposto la separazione della madre e dei figli – ospitati in una casa-famiglia, a Vasto –  dal padre, ma, dopo qualche mese, hanno addirittura deciso di allontanare dai bambini anche la madre, dando luogo ad un addio straziante che ha avuto su internet una diffusione virale.

In un post pubblicato sui social, Giorgia Meloni ha scritto: «Le ultime notizie che riguardano la famiglia Trevallion, la “famiglia nel bosco”, mi lasciano senza parole (…). Il mio pensiero va ai bambini e ai loro genitori colpiti da una assurda concatenazione di decisioni dal chiaro tenore ideologico».

Infatti, ha sottolineato la nostra premier, «il compito dei Tribunali per i Minorenni è quello di tutelare i bambini (…) agendo nel superiore interesse del minore. E dove sarebbe il superiore interesse del minore, quando dei bambini vengono allontanati dal padre, poi dalla madre (…) perché i giudici del Tribunale dei Minorenni non condividono lo stile di vita della famiglia? Non è compito della giustizia, e dello Stato in generale, sostituirsi ai genitori, decidere come vadano educati i figli, imporre uno stile di vita fondato su standard che sono chiaramente ideologici».

Saremmo davanti, più precisamente, a una concezione statalista che misconosce i diritti della famiglia, che a Meloni sono sempre stati molto a cuore. «Perché i figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà, e (…) una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti». 

Sulla stessa linea il vicepremier Salvini, che ha parlato di «violenza di Stato» e, davanti all’ordinanza del Tribunale, ha scritto: «Per questi giudici una sola parola: Vergogna».

Anche noti psichiatri e psicologi, da Andreoli ad Ammanniti, intervistati, hanno dato un giudizio nettamente negativo. E l’opinione pubblica è stata unanimemente solidale con la famiglia Trevallion. Tanto che davanti alla struttura di Vasto dove Catherine ha trascorso diverse settimane, insieme ai suoi tre figli, è stato organizzato un sit-in spontaneo di protesta.

Prima dell’uragano

Lo scenario sembra non ammettere dubbi. Uno solo ne rimane: cosa può avere spinto i magistrati dell’Aquila a queste decisioni disumane? Secondo Meloni, una ideologia che ignora il valore della famiglia. Se è così, bisogna attribuire loro un fanatismo che sfida anche il martirio, visto che la presidente del Tribunale, Cecilia Angrisano, è da settimane tempestata sui social da messaggi minacciosi del tipo “Attenta ai tuoi figli se li hai…”, “Spero che tu possa soffrire le pene dell’inferno”, tanto da giustificare la decisione del ministero dell’Interno di innalzare la vigilanza a protezione della sua persona. Siamo davanti a una specie di talebana, pronta a tutto pur di penalizzare una tranquilla famigliola?

Prima di accogliere questa conclusione estrema, forse è giusto provare a ricostruire questa storia fin dall’inizio, situando i suoi ultimi esiti drammatici nel loro contesto, che spesso il clamore del circo mediatico ha fatto perdere di vista.

Tutto ha inizio quando, nel 2021, i coniugi australiani Nathan Trevallion e Catherine Birmingham vengono in Italia e vanno ad abitare, con i loro tre figli piccoli – una bambina e due gemelli – in un casolare situato nel bosco vicino Palmoli (in provincia di Chieti). Il loro desiderio – assolutamente comprensibile e segretamente condiviso da molti di noi – è di sfuggire agli artifici soffocanti di una civiltà che estrania gli esseri umani dalla natura. Per questo hanno scelto una casa isolata, priva di tutte quelle comodità che oggi, nella società consumistica, vengono ritenute indispensabili: acqua corrente, energia elettrica, riscaldamento, servizi igienici.

Una scelta coraggiosa, che però anche delle conseguenze per i figli. I bambini crescono – oggi la più grande ha otto anni, i due più piccoli sei – senza pediatra, senza vaccinazioni, senza andare a scuola, senza quasi avere quei rapporti con altri bambini. Non è un caso, ma una scelta. Sul suo sito internet Catherine espone la sua visione educativa, poi ribadita parlando con le assistenti sociali – che l’apprendimento formale dovrebbe iniziare solo dopo i sette anni, perché «il cervello è maggiormente predisposto ad apprendere dopo aver fatto esperienze dirette nella natura». Col risultato che, a tutt’oggi, i bambini non sanno né leggere né scrivere e a malapena conoscono la lingua italiana.

Di tutto ciò nessuno sa nulla finché, nel settembre del 2024, il padre non raccoglie per il pranzo dei funghi che si rivelano velenosi. Fedeli alla loro scelta di non avvalersi della civiltà, Nathan e Catherine non chiamano il 118. È un contadino, che abita in una baita vicina, che per puro caso li trova, loro e i loro figli, privi di sensi, e dà l’allarme, probabilmente salvando loro la vita. Ma anche in ospedale, Catherine è indomabile nella sua coerenza e cerca di impedire che ai figli venga messo il sondino naso-gastrico che si usa in questi casi.

L’intervento delle autorità

Da qui partono le segnalazioni e i controlli. I carabinieri descrivono una situazione di «sostanziale abbandono». I servizi sociali intervengono e propongono un percorso che comprende la ristrutturazione dell’alloggio, nonché visite mediche ed incontri educativi per i bambini. Dopo avere inizialmente acconsentito, i genitori cambiano idea e rifiutano. Catherine anzi si allontana con i suoi figli e per un po’ di tempo se ne perdono le tracce.

Quando ritorna a Palmoli, il comune offre alla famiglia una casa più confortevole, con il riscaldamento. L’offerta viene rifiutata. Un imprenditore mette a disposizione un’altra abitazione, gratis. L’offerta viene rifiutata. Un geometra e una ditta edile si offrono di ristrutturare lo stesso casolare scelto fin dall’inizio dai Trevallion. L’offerta viene rifiutata.

Non solo. I coniugi negano l’accesso settimanale a un centro socio-psico-educativo, destinato a favorire la socializzazione dei figli e il sostegno alla genitorialità, interrompendo successivamente anche i contatti con gli operatori sociali e impedendo verifiche dirette sulle condizioni dei bambini.

È a questo punto che viene coinvolto il Tribunale dei Minori il quale, sulla base delle relazioni dei Carabinieri e dei Servizi Sociali, applica, come in tanti altri casi, l’art. 403 del Codice Civile, secondo cui «quando il minore è moralmente o materialmente abbandonato o si trova esposto, nell’ambiente familiare, a grave pregiudizio e pericolo per la sua incolumità psico-fisica (…), la pubblica autorità (…) lo colloca in luogo sicuro», anche a prezzo dell’«allontanamento da uno o da entrambi i genitori».

Si preferisce non separare la madre dai figli, per cui vengono trasferiti insieme nella casa famiglia di Vasto, dove, con l’aiuto di una esperta insegnante, viene intrapreso un programma di recupero dell’alfabetizzazione e della socializzazione. Con buoni risultati, all’inizio, compromessi però col passare del tempo – secondo  le relazioni degli operatori sociali – da atteggiamenti sempre più ostili della madre nei confronti delle educatrici e dell’insegnante, squalificandole e contestandole apertamente e scoraggiando la collaborazione dei figli .

Non solo. Catherine avrebbe progressivamente ignorato le regole organizzative della comunità, portando i figli nel proprio alloggio al piano superiore per lunghi periodi e impedendo di fatto la supervisione del personale. «Decide e attua in maniera autonoma e contraria alle direttive – si legge nella relazione – rimandando ai bambini di non dare importanza alle nostre osservazioni».

Sotto questo influsso negativo, i bambini avrebbero iniziato a mettere in atto comportamenti distruttivi e aggressivi, rompendo oggetti e tentando addirittura di colpire le educatrici con bastoni ricavati da persiane danneggiate. Alla luce di sviluppi, la casa-famiglia ha segnalato al Tribunale l’impossibilità di proseguire l’intervento educativo.

È sulla base di questi rapporti degli operatori sociali, non delle proprie teorie sulla famiglia, che il giudice ha dovuto decidere di allontanare quella che la psicologa e criminologa Roberta Bruzzone ha definito «a tutti gli effetti una madre pericolosa». E in questa logica l’ordinanza del Tribunale consente invece al padre – che fin dall’inizio ha mostrato un atteggiamento più collaborativo e che ora ha preso le distanze dalla moglie – di recarsi quotidianamente nella struttura protetta di Vasto per visitare i tre figli.

In questo contesto rientra anche lo sforzo di Nathan per svelenire il clima creatosi intorno alla sua famiglia dai mass media e dalla politica, chiedendo di smetterla con presidi o proteste.

I giudici e la legge

Davanti a questa storia – ben più complessa di quello che emerge dal flusso mediatico – non può non apparire sorprendente la reazione della nostra premier e del nostro vicepremier, che hanno accusato i giudici di agire, contro il diritto, per una preconcetta ideologia statalista.

A parte il già citato art. 403, proprio l’attuale governo nel 2023, col decreto Caivano, ha introdotto la pena di due anni di detenzione per i genitori che non adempiono l’obbligo scolastico. Meloni aveva espressamente rivendicato questa innovazione in una intervista televisiva, facendo presente che fino ad allora la pena era solo una multa di 30 euro: «Non al giorno eh, 30 euro, punto». Ma, aveva continuato, «siamo intervenuti. Oggi se non mandi tuo figlio a scuola, se non consenti a tuo figlio di essere educato per essere una persona libera e avere le opportunità che una società normale gli deve garantire, è previsto anche il carcere e che ti tolgo la potestà genitoriale».

Oggi, con una stupefacente capriola, la stessa Meloni che ha fortemente voluto il decreto Caivano, accusa i giudici che sanzionano, peraltro moderatamente (nessuno è andato in prigione) l’evasione dall’obbligo scolastico della famiglia Trevallion e «resta senza parole» davanti alla separazione dei bambini dalla madre. Forse anche i bambini di Caivano avranno pianto vedendo la madre o il padre andare in prigione, ma lo scopo dell’obbligo scolastico non di farli contenti, ma di garantire loro una adeguata istruzione, quali che siano i criteri dei genitori.

Perché è vero che i bambini non sono dello Stato, ma non sono neppure di papa e mamma, come sostiene Meloni. Per la precisione, non sono proprietà di nessuno perché sono persone e lo Stato, con le sue leggi e il suo sistema giudiziario, deve vegliare per garantire la loro crescita.

Sulle modalità concrete in cui realizzare questo obiettivo è il nostro ordinamento giuridico a dover decidere e chi sceglie di vivere in Italia – come gli esponenti del nostro governo non perdono occasione per ricordare in tema di immigrazione – deve adeguarsi alle nostre leggi. E accusare i giudici di farle rispettare può essere una efficace mossa propagandistica in vista del referendum, ma contraddice la logica della sovranità a cui un governo sovranista dovrebbe essere  particolarmente sensibile.

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venerdì 13 marzo 2026

VIOLENZA E SESSUALITA'


 LA DISTORSIONE

 DELLA SESSUALITA'

 ALLA RADICE 

DELLA VIOLENZA


.-di GIUSEPPE SAVAGNONE

I nuovi tabù

Il problema – reale e drammatico – delle violenze sessuali perpetrate ai danni delle donne è sempre più presente nelle cronache e nell’attenzione dell’opinione pubblica. La loro forma più estrema, sono i femminicidi. Ma ce ne sono tante altre, alcune antiche, come le molestie sessuali, altre collegate all’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione, come i ricatti con cui un ragazzo costringe la sua ragazza a continuare il rapporto, minacciando di mettere sulla rete foto o video che la ritraggono nuda o in atteggiamenti compromettenti.

La risposta a questa emergenza, da parte delle istituzioni, si svolge finora su due piani. Da un lato si rafforzano le misure di pubblica sicurezza, per prevenire o bloccare tempestivamente queste violenze. Dall’altro si punta sulla introduzione, nelle scuole, di corsi di educazione – come quello da poco varato dal ministro Valditara – volti a creare una mentalità e una sensibilità di rispetto nei confronti dell’altro sesso.

Tutto questo è sicuramente opportuno. C’è però da chiedersi se sia sufficiente. E, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto educativo, se la battaglia che si è intrapresa contro la “cultura del patriarcato” non distolga dal problema di fondo, che riguarda il modo di concepire e di vivere il sesso, oggi, da parte soprattutto dei giovani. Di questo si parla pochissimo, anzi è diventato un tabù parlare, come pochi decenni fa lo era parlare in pubblico del sesso.

Si tende a tacere, così, che la liberazione, in sé salutare, dalla rigida gabbia di divieti, silenzi e ipocrisie che avvolgeva questa dimensione della vita personale e sociale ha determinato però, come “danno collaterale” della cui gravità cominciamo a percepire gli effetti, una banalizzazione della sessualità che la riduce ad oggetto di consumo.

Mentre si grida ad alta voce – giustamente – per protestare contro le forme più vistose di violazione della dignità delle donne, si accetta come prassi normale che la pubblicità utilizzi il corpo umano – soprattutto quello femminile – come simbolo e richiamo commerciale.

Così come si parla ben poco del problema rappresentato dal dilagare della pornografia. È di pochi giorni fa il grido d’allarme di Lucetta Scaraffia, sul quotidiano «La Stampa» – «Se i giovani crescono con la pornografia» – in cui si denuncia l’uso purtroppo diffusissimo ed esteso della pornografia che costituisce, soprattutto per i maschi, il primo e spesso l’unico modello in materia.

La precocità dei rapporti sessuali

Esiste una relazione diretta fra uso della pornografia tra i 10 e i 19 anni e la sempre maggiore precocità del primo rapporto. Più sono precoci l’età d’uso e le ore spese sui siti pornografici, maggiore è anche la probabilità di anticipare l’esperienza sessuale a un’età in cui non si è, fisicamente, ma soprattutto psicologicamente, in grado di viverla  con pienezza.

Secondo l’Osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza, il 19% degli adolescenti ha rapporti sessuali prima dei 14 anni. E per oltre la metà dei ragazzi il primo rapporto avviene tra i 15 e i 17 anni.

Con un allarmante distacco – in un’età decisiva per lo sviluppo della personalità –  fra affettività e sessualità. Più di un terzo di oltre 1.000 giovani “under 20”, intervistati dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia (SIGO), ha dichiarato la propensione a consumare il rapporto già dopo il primo incontro.

Per la metà di essi non c’è una regola e solamente il 4% attende di essere ufficialmente una coppia. Di oltre 1.000 giovani intervistati il 42% aveva già avuto 2-5 partner, e il 9% ne aveva già avuti più di 10» (Nicola Surico, presidente della SIGO). Diventano più frequenti anche le esperienze di sesso di gruppo.

Da qui, «l’analfabetismo sentimentale, in crescita anche fra le ragazze», che «si traduce nella scomparsa del corteggiamento a vantaggio di un uso sessuale del corpo precoce, aggressivo e progressivamente promiscuo (…). L’analfabetismo sentimentale diventa poi analfabetismo sensuale: si fa sesso, si agiscono comportamenti sessuali, amputati però della capacità di sentire le emozioni, la gioia di una carezza a lungo desiderata e sognata, il gusto di un abbraccio e di un bacio che faccia sentire unici, amati e felici.

La frustrazione e la noia che derivano da un sesso privo di sentimenti e d’amore aumentano il bisogno di “accendersi” con alcol e droghe, o con la pornografia, in crescita esponenziale soprattutto fra i giovani» (Alessandra Graziottin Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano).

I problemi fisici e psichici

I medici non mancano di avvertire, con crescente preoccupazione, delle conseguenze di questi fenomeni, prime fra tutte l’aumento del rischio di patologie sessuali infettive e il moltiplicarsi di gravidanze indesiderate.

Da qui la loro denuncia della mancanza di un’adeguata educazione sessuale da parte degli adulti. In famiglia non se ne parla, tra figli e genitori, e a scuola se ne parla male, soprattutto con i compagni (quasi mai con i professori).

Il problema non riguarda solo questi pericoli di ordine fisico. Il ricorso sistematico alla pornografia e la tendenza a ridurre il corpo dell’altro a mero oggetto da cui trarre piacere, senza stabilire una vera relazione personale, producono anche effetti psicologici.

Primo fra tutti «un narcisismo autoreferenziale, deleterio per la crescita della capacità di amare, di sentire e riconoscere i sentimenti dell’altro e dell’altra e di vivere in armonia con il mondo» (A. Graziottin). Narcisismo che, a sua volta, nasconde una profonda insicurezza.

Riferendosi a un caso da lei seguito personalmente, una psicoterapeuta scriveva sulla rivista del Centro italiano di sessuologia (CIS): «L’utilizzo massiccio e coatto della pornografia ha determinato nel tempo in Matteo un senso di onnipotenza così forte e massiccio da annullare i confini tra il mondo reale e il mondo virtuale. L’Onnipotenza (…) insieme a un intenso e totalizzante disvalore di sé, hanno trionfato su ogni limite e regola creando un mondo abitato da fantasie ossessive all’interno del quale si poteva essere e fare qualsiasi cosa» (Giulia Mondini, in «Rivista di sessuologia, 46, n.2, luglio-dicembre 2022).

Forse questo corto circuito tra insicurezza e senso di «onnipotenza» potrebbe spiegare molto più realisticamente della “cultura del patriarcato” i comportamenti distorti di molti maschi. Filippo Turetta dormiva col peluche e si sentiva soverchiato dai successi della sua ragazza. Altro che patriarca!

“Fare sesso”, amore e sessualità

Il problema, perciò, non si risolve solo ribadendo, come oggi si fa spesso, la necessità di rispettare la libertà delle ragazze, il loro diritto di vestirsi come vogliono, di uscire quando vogliono, etc. Bisogna avere il coraggio di rimettere in discussione – attirandosi l’accusa di moralismo e di oscurantismo – l’uso ormai diffuso di leggere i rapporti uomo-donna nella logica del “fare sesso”.

Un autore non sospetto, Francesco Alberoni, scriveva a questo proposito: «“Fare sesso” sta a dirci che il sesso si può fare come una qualsiasi cosa pratica: fare un bagno, far colazione, fare la spesa. Il sesso, infatti, può essere un atto volontario senza nessun coinvolgimento emotivo, senza bisogno di conoscere la vita dell’altro, senza partecipare delle sue emozioni, dei suoi sogni.

Il sesso puro, “fare sesso”, è per sua natura potenzialmente impersonale e promiscuo. Con la parola “fare l’amore” indichiamo il rapporto fra un uomo e una donna che si amano in modo totale, esclusivo, un amore ad un tempo erotico e spirituale che cresce nel tempo».

Ma, senza bisogno di chiamare in causa l’ “amore” di cui parla Alberoni, è la stessa sessualità che implica molto di più del “fare sesso” e che viene tradita ogni volta che la si riduce a questo.

Scrive la stessa specialista sopra citata nella rivista del CIS: «Il sesso indubbiamente fa parte della sessualità (…), ma la sessualità rappresenta qualcosa di molto altro e di più profondo. Non andrebbe dunque dimenticato che il suo primo e più importante significato è “relazione”: una relazione come momento strutturante della persona in tutto il suo essere e in tutto il suo esistere nel mondo.

Sessualità significa l’incontro con se stessi attraverso l’Altro e gli Altri: sempre presume uno scambio e a pieno titolo rappresenta una parte fondante dell’identità. In questo prezioso e decisivo senso la prima coppia è data dall’”Io con Me” attraverso “Te”».

L’incontro con l’altro nella sessualità è anche incontro con se stessi. Ma ciò suppone la capacità, da parte dei giovani, di entrare davvero in rapporto con se stessi. Di avere un io.

La loro libertà di fare le più diverse esperienze è una conquista reale, ma per essere autentica esige che essi siano capaci non solo di “fare” quello che vogliono, bensì anche di “scegliere” cosa volere, senza essere plasmati e travolti dalle mode di una società protesa al consumo indiscriminato di tutto, anche degli esseri umani.

Altrimenti non solo la libertà di “fare” finisce per mascherare un ben più radicale condizionamento, che in definitiva la vanifica, ma si rischia di vivere alla superficie di se stessi e di cercare in questo consumo frenetico, nella logica del “tutto e subito”, il surrogato di una vita interiore che non si è capaci sviluppare.

Di tutto questo si parla molto poco. Al massimo si insiste sulla necessità di fornire ai ragazzi e alle ragazze l’informazione sulle precauzioni richieste per rendere il “fare sesso” sicuro. Forse perché a trasmettere il vuoto interiore ai nostri giovani, in definitiva, siamo noi, gli adulti…

Già sarebbe un passo avanti prendere coscienza di questi problemi, e avere il coraggio di avviare su di essi un serio confronto, sfidando i luoghi comuni e i “dogmi” non scritti del politically correct.

Da qui forse potrebbe scaturire una svolta culturale capace di riflettersi sull’educazione dei giovani nelle famiglie e nella scuola. Tempi lunghi, sicuramente. Ma meglio che continuare a illudersi che il dramma dei femminicidi si possa superare senza rimettere in discussione il nostro modo di concepire e di vivere la sessualità.

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PROFETI NEL DESERTO

 


COME PROFETI


 IN UN DESERTO



-         di MAURIZIO PATRICIELLO

Le guerre fratricide mettono in crisi la fede di chi crede in Dio. 

Il pensiero di chiunque, anche del più acerrimo ateo o agnostico, nel sentire pronunciare il nome di Dio va alla pace, alla giustizia, alla tolleranza, al perdono, alla solidarietà, alla pietà, alla misericordia. Le bombe assassine sono un inno alla violenza e alla morte. Che possiamo fare, noi poveri esseri umani, davanti a uno scempio di queste dimensioni? Chi sono io, prete di periferia, di fronte a coloro che con un solo, cinico pollice alzato possono decretare la mia fine e quella di milioni di uomini e donne?

Non pochi, in questi mesi, sono caduti nella disperazione, aggiungendo sofferenza a sofferenza.

La Chiesa oggi prega, digiuna, condivide, soffre e offre. Perché la preghiera? Siamo, dunque, più misericordiosi del Padre della misericordia, da pensare di impietosirlo con le nostre suppliche? Qualcuno davvero crede che, come un grande vecchio, Lui se ne stia assiso su un trono d’oro, aspettando che i suoi figli, impauriti e depressi, lo implorino? Perché pregare, dunque?

Innanzitutto, perché ce lo ha chiesto Gesù.

Che cosa accade quando un’anima, o meglio, una comunità parrocchiale, o un’intera nazione prega, nessuno, nemmeno il più santo dei mistici, potrà mai dirlo con assoluta certezza. Obbediamo ed entriamo nell’alone del mistero. Godendo noi per primi del frutto della nostra obbedienza. Il muratore che aggiunge mattone a mattone non conosce il progetto del fabbricato come l’architetto. Solo alla fine si accorgerà di aver contribuito a innalzare una cattedrale nella quale risuoneranno le melodie liturgiche. Per adesso deve solo obbedire al mastro. Ecco, oggi, ci viene chiesto di fare proprio così.

Bussare con la certezza che la porta sbarrata sarà aperta. 

Come pellegrini, continuare a cercare; come pezzenti, insistere nel tendere la mano. Pregare è un atto di fiducia immenso. Non è facile credere che il deserto, arido e assolato, verrà ricoperto di fiori profumati. Eppure, davanti a una bara con dentro la salma di Raffaele, mio nipote, la settimana scorsa, con le lacrime agli occhi e il cuore a lutto, ho cantato: « Io credo risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore». La fede è questo: sperare contro ogni speranza. Chi prega sta mettendo in atto una rivoluzione. In un mondo dove tutto ha un prezzo, dove si è tentati di non credere più a nessuno, dove poche decine di persone possono – se vogliono – decretare la fine della vita su questa meravigliosa pallina chiamata Terra, un popolo che sa prostrarsi davanti a Dio sta mettendo un cuneo nel cuore del male. La preghiera è gettare a piene mani chicchi di grano senza la pretesa di voler sentire il profumo del pane cotto al forno. Prego perché ha pregato Gesù; prego perché hanno pregato i santi; prego perché, nei secoli, hanno pregato milioni di credenti. Prego perché ogni volta che lo faccio sento dentro di me il desiderio di donarmi totalmente a Dio e ai fratelli; perché avverto il terrore di fare male al prossimo, fosse anche solo per una sola parola cattiva pronunciata.

E il digiuno? Mi sovviene il ricordo di una pagina letta anni fa. Cito a memoria. Il giovane frate Davide Maria Turoldo, durante la Seconda guerra mondiale, era convalescente in ospedale. Un soldato, suo vicino di letto, aveva la febbre altissima. Si lamentò tutta la notte. Delirava. La mattina seguente, un giovane prete, riposato, sbarbato, pulito, profumato, entrò nella stanza. Si chinò amorevolmente sul paziente che non aveva nemmeno la forza di aprire gli occhi. Gli disse parole belle, di conforto. Gli parlò della croce e del Crocifisso. L’uomo ascoltava, poi, con un fil di voce gli rispose: «Reverendo, lei ha mai sofferto quel che sto soffrendo io? No? Allora, se ne vada». «Da quel giorno – dirà l’ormai famoso padre Turoldo – non mi sono mai più permesso di aprire la bocca davanti a un ammalato grave o a un moribondo». Confesso che accade anche a me. Nella vita delle persone si entra in punta di piedi, in silenzio, con rispetto, come in un reparto di rianimazione.

Oggi non mangiamo, o ci accontenteremo solo di un pasto frugale. Perché? Che cosa potrà ottenere il nostro piccolo sacrificio? Lo facciamo per sentirci Chiesa, casa, famiglia. Per condividere, almeno per poche ore, la sorte dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, che desidererebbero gustare anche solo una zuppa di patate calde, con serenità, senza il terrore che la casa gli crolli in testa. Digiuniamo per meglio assaporare e apprezzare tutto quel ben di Dio che, sovente, dalle tavole finisce nella spazzatura.

Preghiamo e digiuniamo per gridare ai fratelli e alle sorelle sotto le bombe: non siete soli. Siamo con voi. Perdonateci. 

Il vostro dolore è il nostro dolore. La vostra gioia è la nostra gioia. La vostra speranza è la speranza della Chiesa e di tutte le persone di buona volontà. Digiuniamo perché digiunò Gesù; perché lo hanno fatto i santi; perché lo faceva la mia mamma in Quaresima. Preghiera e digiuno. Insieme.

Per spalancare il nostro animo alla misericordia. Per rimanere umili e obbedienti. Per essere profeti di pace in un mondo che non sa più vivere e sognare.

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