venerdì 16 ottobre 2026

CESARE E DIO

 


ANCHE 
SE CESARE 
NON E' DIO


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola

nella XXIX domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 45,1.4-6; Sal 95/96; 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21

«Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»: questa frase di Gesù, che sta al centro dell’odierna pagina evangelica, in epoca contemporanea è diventata – almeno in Occidente – lo slogan “ufficiale” della laicità, in particolare della laicità dello Stato. In Italia è certamente più citata di quella proferita a suo tempo da Cavour: «Libera Chiesa in libero Stato». Vale a dire: separazione delle prerogative religiose e spirituali da quelle politiche e civili. Per lo statista piemontese la Chiesa, nell’Italia unita, avrebbe potuto e dovuto godere della piena libertà di culto, senza alcuna ingerenza da parte del potere statale. Ma, di converso, non avrebbe potuto e dovuto pretendere alcun privilegio “temporale” rispetto a tutte le altre componenti sociali, il cui governo – sotto tutti i profili, compreso quello formativo e scolastico – spettava ormai esclusivamente allo Stato e alle sue istituzioni. Del resto, se alcune implicazioni dell’asserto cavouriano fecero subito storcere il naso sia ai rappresentanti delle istituzioni statali sia alle gerarchie ecclesiastiche, l’insegnamento di Gesù, precedente di quasi due millenni, è invece apprezzato e accolto da una parte e dall’altra, sia dai “laici” sia dai “credenti”. Questi ultimi, proprio sulla scorta del detto gesuano, hanno la possibilità di reinterpretare il significato autentico della laicità, praticandone tutte le implicazioni non “laicistiche”, cioè i risvolti che non smentiscono e non mortificano il loro credo religioso. I credenti che si lasciano illuminare dal messaggio evangelico sanno di dover rispettare le leggi statali (anche quelle fiscali) e, al contempo, di dover prendere estremamente sul serio tutte le esigenze insite nel vangelo, anche quelle etiche.

Dobbiamo tuttavia chiederci se il Maestro di Nazareth abbia avuto l’intenzione di sancire, alla stregua di Cavour, il criterio cardine della laicità dello Stato – che pur si evince dalle sue parole –, oppure abbia voluto rivelare il senso fondamentale del rapporto che l’essere umano (in quanto tale e non solo come soggetto religioso) intrattiene con Dio, in virtù del suo statuto creaturale. Certamente le intenzioni di Gesù non furono le stesse di Cavour. Ma, per indovinare la risposta al nostro interrogativo, conviene considerare il contesto in cui accadde l’episodio riportato dall’evangelista Matteo.

Gesù si confronta criticamente con i farisei, ossia con i giudei devoti di quell’epoca, puri e duri, ligi all’osservanza delle norme di tradizione mosaica, rigorosi a tal punto da rimanere “separati” da tutti, specialmente dagli impuri, dai pagani e da chi li frequentava. Nell’episodio su cui ci stiamo qui soffermando, i farisei mettono tatticamente tra parentesi quel loro rigore e permettono che gli erodiani, cioè i collaborazionisti dei romani, si accompagnino ai loro discepoli al cospetto del Rabbi galileo. Non vanno loro stessi, ma inviano i loro discepoli proprio perché – ipocritamente – vogliono salvare le apparenze, senza mescolarsi pubblicamente con gli impuri alleati dell’Impero. E si comportano così perché il loro intento è malvagio, come Gesù infine rinfaccia loro. Essi, difatti, facendogli chiedere se fosse «lecito» o meno «pagare il tributo a Cesare», mirano a tendergli una trappola. Perciò gli impongono l’alternativa di scontentare gli uni (i loro stessi seguaci) o gli altri (gli erodiani). Gesù elude la loro manovra con la sua risposta ben calibrata ed equilibrata, che avrebbe fatto invidia a Sofocle, l’autore greco della tragedia intitolata ad Antigone, vittima delle leggi umane e martire in nome della giustizia divina: «Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. A queste parole rimasero meravigliati, lo lasciarono e se ne andarono».

Come mai la risposta di Gesù convinse quei suoi maligni interlocutori? Le sue parole non affermano l’inappellabile distinzione e, quindi, l’insormontabile distanza tra politica ed esperienza religiosa. Al contrario, dicono che pagare le tasse e obbedire alle leggi dell’Impero non inficia i diritti di Dio. E nondimeno dichiarano il primato di Dio e la parzialità, come pure la secondarietà, del potere politico e di chi lo impersona. Gesù, spiegando implicitamente tutto questo, non si sta rivolgendo a un politologo dei nostri giorni, ma ai suoi conterranei e ai suoi contemporanei, persone che coltivano una marcata sensibilità religiosa e che masticano un po’ di teologia biblica. Perciò risponde − in termini comprensibili a gente che aveva la necessaria infarinatura teologica − che bisogna sì render conto a Cesare per quel che compete a Cesare, ma bisogna pure render conto a Dio per quel che compete a Dio: e cioè per tutto, per ogni momento della nostra vita, in privato e in pubblico, poiché solo Dio è Dio, mentre Cesare è soltanto Cesare.

Alla radice di questo insegnamento c’è lo Shemà Israel, la professione di fede dell’antico Israele, che annuncia il primato di Jhwh Adonai per il credente e che declina le forme di un monoteismo “totalizzante” (più che “totalitario”), in quanto investe e impegna il credente in ogni dimensione della sua esistenza e in ogni momento della sua vita. Egli dovrà avere un privilegiato rapporto d’amore con l’unico Dio, sempre e dovunque: quando sarà sveglio e quando dormirà, quando camminerà per strada e quando siederà a casa propria, quando tratterà i suoi commerci e quando starà con i suoi familiari, in ogni sua attività pubblica e anche in privato, legandosi un filo al dito e contrassegnando lo stipite esterno della sua abitazione come promemoria di questo precetto, per essere sempre nella condizione di ricordarselo e di farselo ricordare dagli altri. Se si ha a che fare con il Dio della Bibbia, allora Questi dev’essere il Tutto della vita di chi crede e tutta la vita del credente dev’essere ricondotta a Dio. Di questo Dio Gesù parla, rispondendo a chi tenta di metterlo alla prova, ricollocando il suo magistero in una prospettiva teologica che, comunque, riesce significativa anche sul piano politico. Si tratta dello stesso Jhwh Adonai dello Shemà Israel. E pertanto a Cesare si deve dare qualche “cosa”, ciò che porta impresso il suo conio, il suo “marchio di fabbrica”, mentre a Dio si deve tutta la “vita”, di cui è la principiale sorgente.

Alla nostra maniera tardo-moderna di vedere le cose, risulta difficile cogliere tutto ciò. Temiamo ancora il rovinoso inciucio fra trono e altare. Un grande scrittore della prima metà del Novecento, Thomas Mann, in una pagina del suo romanzo Giuseppe e i suoi fratelli, fece notare a tal proposito che per secoli la politica e la religione si sono accordate col compromesso di «scambiarsi la veste», tanto che spesso «l’una parla la lingua dell’altra». Esplicitando quest’osservazione, il giurista Gustavo Zagrebelsky – in un suo libro intitolato appunto Scambiarsi la veste. Stato e Chiesa al governo dell’uomo – ha avanzato forti riserve verso il criterio gesuano, intuendo in ogni caso giustamente in esso un senso specificamente ebraico-religioso, che per il Maestro di Nazareth intendeva avallare la rivendicazione dei diritti di Dio più che la giustificazione dell’obbedienza a Cesare.

I diritti di Dio, però, vanno ben oltre le questioni fiscali o simili. Essi vigono per l’essere umano in quanto tale. Il quale – come sottolinearono alcuni Padri della Chiesa nell’interpretare questo brano evangelico – è creato a immagine (eikṓn, come anche Matteo scrive) di Dio. La qual cosa vuol dire che per Gesù si deve restituire a Cesare (cioè alle autorità statali legittimamente costituite) soltanto ciò che proviene da lui, mentre a Dio si deve riconsegnare l’essere umano e, tramite di lui, tutto il resto. Giacché tutto il resto dev’essere umanizzato, per poter valere veramente.

Così inteso, l’insegnamento di Gesù è lungi dal sacralizzare tutto quanto. Piuttosto si dimostra genuinamente laico. Perché invoca l’umanizzazione di tutto ciò di cui l’essere umano è capace e responsabile: dell’esercizio dell’autorità (statale, ma anche ecclesiastica), della statuizione del diritto e dell’applicazione delle leggi, della gestione del potere, della politica, dell’economia, della finanza, della convivenza civica e sociale, dell’ambito familiare, della prassi educativa e delle agenzie formative, della cultura e del dialogo interculturale, dei saperi scientifici, della tecnologia e della tecnica, dell’intelligenza artificiale e di quant’altro. Più rendiamo compatibile con l’altissima dignità della persona umana tutto quanto, più riconduciamo tutto quanto a Dio, che dell’essere umano ha fatto il suo rappresentante dentro il mondo e dentro la storia: senza fregiarci di stemmi e mostrine, senza agitare gonfaloni, ma con «il vangelo nascosto in petto», come diceva don Luigi Sturzo nel dicembre del 1918, giustificando l’indole “aconfessionale” del Partito Popolare Italiano che stava fondando.

In quale modo il credente in Cristo, vivendo come tale, può ottemperare a un tale impegno laico? Seguiamo il suggerimento che Paolo offre nella seconda lettura di oggi: «[…] tenete continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza». In questa prospettiva l’impegno laico s’intreccia con il vissuto teologale. Vivere la fede significa coltivare il mondo, prendersene cura fattivamente. Vivere la carità equivale a spendersi in suo favore, per il suo bene. Vivere la speranza vuol dire dimostrarsi resilienti nelle difficoltà, decisi a orientare la storia verso il bene comune.

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L'INVENZIONE DI DIO

 


Dio

 è 

un'invenzione

 umana?




-di VITO MANCUSO


Lo è nel senso latino del termine inventio, dal verbo invenire, che significa "scoprire", "incontrare"; per cui inventio significa "incontro", "scoperta".

L'invenzione di Dio: ovvero, la scoperta di Dio.

Tra noi vi sono alcuni che l'hanno scoperto, e altri invece no: per i primi Dio è un'esperienza; per gli altri è una fantasia, sigla dell'ignoranza e della paura, ignoranza della natura, paura della morte.

Esiste una domanda, a mio avviso, decisiva in ordine al Divino: quando un essere umano avverte dentro di sé indignazione di fronte al male, alla disonesta furbizia, alla malizia, alla prepotenza, alla falsità, e quando viceversa avverte ammirazione e talora commozione di fronte al bene, alla giustizia, alla purezza, all'onestà, è un ingenuo che non ha ancora capito come va il mondo?

Che non ha capito che non c'è nessun senso nella storia e nella natura, se non la lotta, la guerra, la seduzione, insomma armi, acciaio, malattie? Oppure no?

Oppure non è un ingenuo, ma sta sperimentando la dimensione più vera della vita?

Una dimensione che attraversa questo mondo ma che non coincide con esso, e che per questo si può chiamare trascendenza?

Io penso sia vera la seconda alternativa.

#VitoMancuso

SANCHEZ E LA SPAGNA

 


Perché Sánchez 


è 


destinato a cadere




di Giuseppe Savagnone 

Le ragioni di una crisi

Lo sapevamo da tempo; ce lo dicevano gli amici spagnoli; lo ribadivano i sondaggi, che mantengono inalterata, anche in questi ultimi giorni, la loro sentenza: Pedro Sánchez non sarà più, per volontà popolare, il primo ministro della Spagna. Anche la sua ultima disperata mossa – indire elezioni anticipate – sembra non avere sortito un effetto decisivo.

Sui giornali si è molto parlato delle ragioni di questo declino del consenso nei confronti del premier spagnolo. In primo piano sembrano esserci gli scandali che ultimamente hanno colpito diverse persone della sua cerchia più ristretta. 

Dal luglio del 2025, quando è stato arrestato, per accuse relative a tangenti e appalti irregolari, Santos Cerdán, ex segretario del Partito socialista spagnolo (PSOE); al maggio 2026, che ha visto indagato José Luis Rodríguez Zapatero, lo storico leader socialista, mentore e ispiratore politico di Sánchez; al giugno 2026, quando  José Luis Ábalos,ministro dei Trasporti nel suo governo dal 2020 al 2021 e a lui molto vicino, è stato condannato  a 24 anni e 3 mesi di carcere per  corruzione e associazione a delinquere; al luglio di quest’anno, in cui il fratello David è stato condannato a 9 anni di interdizione dai pubblici uffici per abuso d’ufficio; allo scorso settembre,  quando è stata rinviata a giudizio sua moglie, Begoña Gómez, è stato un susseguirsi di colpi mortali  alla credibilità della sua leadership.

A questo si è aggiunto un forte senso di disagio della maggioranza della popolazione che, a dispetto dei numeri confortanti relativi alla crescita dell’economia spagnola, non percepisce la ricaduta di questo trend positivo sulla qualità della propria vita. Da qui un diffuso malcontento verso il governo, accusato di nascondere dietro una facciata di pretesi successi, le reali contraddizioni del Paese.

Su tutto questo sono piombate come un uragano due eventi. Il primo è stato la crisi di Ceuta, gestita malissimo da Sánchez, che l’ha sottovalutata e affrontata con leggerezza. Ha indignato la sua decisione di non rinunziare alle vacanze nelle Canarie, mentre nell’exclave migliaia di cittadini spagnoli si trovavano nel caos. Il secondo, l’esplodere della protesta per lo sfratto dell’ottantasettenne Maricarmen Abascal dalla sua casa, che ha evidenziato uno dei punti più dolenti del disagio di cui si parlava: la carenza di alloggi.

Si capisce, in questo quadro, il logoramento del premier il quale, peraltro, già in partenza si trovava a presiedere, dal 2023, un governo di minoranza, avvalendosi dell’appoggio esterno di Junts, il partito indipendentista catalano di centrodestra, con le difficoltà e i compromessi derivanti dalle tendenze separatiste di quest’ultimo, che hanno indebolito l’azione dell’esecutivo.

Sta di fatto che a fine settembre la distanza nei sondaggi tra i partiti di destra (Vox e i Popolari) e i partiti di sinistra (PSOE, Sumar e Podemos), che appoggiano il governo, era di ben 18 punti percentuali e non sembra destinato a ridursi.

L’ultimo non-sovranista

È anche vero che, accanto a questi aspetti negativi, ce ne sono altri innegabilmente positivi, riconosciuti anche da osservatori esterni non sospettati di simpatie socialiste. Cito per tutti Aldo Cazzullo che, in un editoriale sul «Corriere della Sera» di qualche giorno fa, ha scritto: «Se la politica fosse razionale, Pedro Sánchez non dovrebbe indire elezioni anticipate, e soprattutto non avrebbe la quasi certezza di perderle. La Spagna è l’unico Paese europeo che va bene, cresce al 2 per cento, ha un’economia che tira. Certo, l’inflazione e la difficoltà a trovare casa esistono anche lì, come in tutto l’Occidente […]. Nonostante sia il Paese europeo governato più a lungo dalla sinistra nell’ultimo mezzo secolo, la Spagna ha meno tasse, meno burocrazia, meno vincoli all’intrapresa rispetto ad altri […]. Sánchez ha puntato sulle energie alternative e su misure sociali di sostegno ai lavoratori poveri». E, se è vero che ci sono gli scandali, «l’unica differenza tra i socialisti e i popolari è che gli scandali socialisti sono più recenti».

Per Cazzullo, «la vera causa delle difficoltà di Sánchez è che, pur di restare al potere, ha stretto un patto con i nazionalisti baschi e con i separatisti catalani» e «un po’ tutti gli altri spagnoli si sono indignati, perché detestano i separatisti catalani».

Può darsi che questa spiegazione sia fondata. Ma forse il motivo ultimo del suo tramonto è il suo isolamento, in un Occidente che – come era avvenuto un secolo fa, fra le due guerre – è teatro del dilagare di forze di destra più o meno estreme. Così è stato in Italia, con l’avvento al governo di Giorgia Meloni, e negli Stati Uniti, con l’elezione di Donald Trump; così quasi certamente sarà in Francia, dove il Rassemblement National di Marine Le Pen è dato per sicuro vincitore delle prossime elezioni; e in Germania, con Alternative für Deutschland, guidata da Alice Weidel; e in Inghilterra con Reform UK di Nigel Farage.

Per non parlare del quasi certo successo di Flavio Bolsonaro in Brasile, dopo quelli di Milei in Argentina, di Abelardo de la Espriella in Colombia, di Keiko Fujimori in Perù, di José Kast in Cile. Una marea, a fronte della quale il solo governo socialista del mondo occidentale rimane quello di Pedro Sánchez (la premier socialdemocratica danese, Mette Frederiksen, è di fatto assai più vicina a Meloni).

La questione migratoria

Non si tratta solo di etichette, ma di scelte opposte che riguardano le vite di milioni di persone. Emblematica, su tutte, la questione migratoria. Per Trump, per Meloni e, sulla scia di quest’ultima, anche per la maggior parte dei governi europei, i migranti sono una minaccia da cui difendersi alzando muri e da cacciare via (la sempre più spesso evocata remigrazione).

Agli antipodi è la posizione di Sánchez, il quale ha più volte dichiarato di considerarli invece esseri umani da rispettare e una preziosa risorsa per la crescita del suo Paese. «La Spagna» – ha detto in un discorso al parlamento nell’ottobre del 2024 – «è un paese di emigranti. Dobbiamo sempre iniziare ricordando questo fatto. Il nostro dovere adesso è essere quella società accogliente che i nostri stessi emigranti avrebbero voluto trovare al di là dei Pirenei o dell’Atlantico. Questo è il debito morale che abbiamo nei confronti dei nostri antenati».

Ma, ha aggiunto, «l’immigrazione non è solo una questione di umanità, il che basterebbe. È necessaria per la nostra economia e per la nostra prosperità». Come dimostrano i dati. Anche grazie agli immigrati, che hanno permesso di compensare la grave crisi demografica che affligge la Spagna, come il resto d’Europa, il Pil spagnolo nel 2025 ha registrato una crescita del 2,9%: più del doppio della media europea. E anche per il 2026 si prevede un aumento del 2%, ben maggiore dell’1,2% del Regno Unito e dell’1% di Francia e Germania, nonché dello 0,8% dell’Italia. Uno schiaffo al sovranismo, confermato dalla regolarizzazione di 500.000 immigrati.

In questo contesto si è verificata la crisi di Ceuta, analoga peraltro a quella che all’inizio di settembre 2023 aveva gettato nel caos Lampedusa, per l’invasione di diecimila migranti nel giro di pochi giorni. Entrambe chiaramente legate ai rapporti con i Paesi di provenienza – nel caso di Ceuta il Marocco, in quello di Lampedusa la Libia – e non alle politiche migratorie, del resto molto diverse, dei due governi europei coinvolti.

Ma, mentre nel 2013 l’Italia aveva avuto la solidarietà degli altri governi dell’UE, proprio il nostro governo si è subito affrettato a sferrare un attacco alla politica di integrazione promossa da Sánchez, attribuendo a essa la situazione creatasi alla frontiera. «Le immagini che arrivano da Ceuta» – ha scritto il nostro ministro degli Esteri – «dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, a oltre 500.000 immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani».  Da qui anche la sospensione degli accordi di Schengen.

In realtà, il governo spagnolo in questi anni ha condiviso con tutti gli altri Paesi europei l’impegno di controllare le frontiere, per evitare «un’immigrazione incontrollata» – quella di cui i suoi critici interni ed esterni infondatamente lo accusano di essere fautore – che impedirebbe il processo di integrazione progressiva in corso. Ma siamo in un tempo in cui, più che la realtà, contano le immagini…

Il solo difensore di una sovranità rispettosa del diritto internazionale

Contrario al sovranismo, Sánchez è stato anche il solo leader europeo che ha difeso con fermezza la sovranità del suo Paese dalle arroganti prese di posizione di Donald Trump. Lo ha fatto contestando, nel 2025, l’imposizione di dazi esorbitanti da parte degli Stati Uniti, mentre, spinta anche da Meloni, l’Europa si piegava al sopruso («non è una maniera intelligente per far fronte alle sfide del XXI secolo in un mondo interconnesso»). Lo ha fatto, nello stesso anno, rifiutando, unico in Europa, di aumentare la spesa militare della Spagna al 5% (hanno dovuto accettare per lui una speciale esenzione).

Lo ha fatto riconoscendo, nel 2024, lo Stato palestinese e condannando senza mezzi termini il genocidio (lo ha chiamato così) di Gaza, mentre gli altri governi occidentali tacevano. Lo ha fatto deprecando decisamente l’illegale e predatorio intervento statunitense in Venezuela (Meloni lo ha definito un «legittimo intervento difensivo», proponendo poco dopo Trump per il premio Nobel per la pace). Lo ha fatto condannando fermamente l’attacco degli USA e di Israele all’Iran e rifiutando l’uso delle basi americane sul suo territorio.

Per chi ha presenti lo stile e i contenuti dei discorsi di Trump, quello che il premier spagnolo ha fatto in questa occasione si pone evidentemente a un livello di civiltà politica ormai sconosciuto. «La posizione della Spagna», ha detto il premier – «in questo momento è chiara e forte, è la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza: in primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti – soprattutto i più indifesi, la popolazione civile – e, in secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo attraverso il conflitto, attraverso le bombe». Tutto ciò non comporta, ha spiegato, alcuna complicità con il perverso regime iraniano: «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è. Certamente il popolo spagnolo non lo è e, ovviamente, non lo è nemmeno il governo spagnolo. La questione, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace». Perché «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità».

Qualcuno a questo punto mi accuserà di “beatificare” il premier spagnolo. In realtà non so nulla di lui, ma parlo di quello che appare dai suoi discorsi e dalle sue scelte dichiarate. I suoi avversari lo accusano di ipocrisia e di incoerenza. Non sono in grado di valutare le sue intenzioni e l’effettiva attuazione dei suoi progetti. Ma, se anche le accuse fossero vere, preferisco questa ipocrisia e questa incoerenza alla sincerità e alla coerenza di chi, come Trump e tanti leader sovranisti, dice e fa cose sbagliate.

Ciò non vuol dire che condivida in toto le scelte di Sánchez. Sono sempre stato e rimango estremamente critico nei confronti delle sue idee sia in tema di vita nascente e di fine vita, sia in tema di famiglia e di gender, in quanto ritengo riflettano una visione della persona in contrasto con quelle sostenute in sede politica migratoria e internazionale. Ma constato con tristezza che non è affatto per questo che Sánchez è isolato e attaccato. Egli è destinato a cadere perché le sue prese di posizione – sincere o no – ricordano troppo all’Occidente uno stile politico in cui la forza non sostituiva il diritto e la misura della politica di uno Stato non era l’affermazione del proprio potere e del proprio prestigio, ma il rispetto degli esseri umani.

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ESSERE O APPARIRE ?

 


Gesù denuncia l’ipocrisia religiosa e richiama all’essenziale: giustizia, misericordia, verità interiore. 

Accoglie i peccatori perché, riconoscendo la propria fragilità, possono aprirsi alla misericordia e ricominciare. 

-di Ludwig Monti 

Parole “dure” di Gesù? 

Verso la fine del Vangelo secondo Matteo, al capitolo 23, ascoltiamo parole apparentemente “dure” di Gesù, che in realtà rivelano la purezza del suo cuore e la sua profonda autorevolezza. Anzitutto egli pronuncia una requisitoria profetica contro gli uomini religiosi (vv. 1-12), cui fa seguire i famosi sette “Guai!” (vv. 13-36). “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti scribi e farisei”: Gesù comincia prendendo di mira quanti, nell’istituzione religiosa, si comportano – allora come oggi – quali “letteralisti” (scribi) e duri “rigoristi” (farisei). Non a caso san Girolamo, commentando questa pagina evangelica, scriverà: “Guai a noi, che abbiamo ereditato i vizi di scribi e farisei!”. O abbiamo forse dimenticato le parole analoghe che papa Francesco, ispirato da queste affermazioni di Gesù, ha rivolto a ogni credente cristiano, in particolare a quanti nella Chiesa rivestono ruoli di potere? “Dicono e non fanno”. È l’esatto contrario dello stile di Gesù: egli era affidabile, credibile, perché diceva ciò che pensava e faceva ciò che diceva. Da questa integrità nasceva la sua affascinante autorevolezza, ben diversa da quella dei professionisti della religione (cf. Mt 7,28-29). 

Un esame di coscienza 

“Legano infatti fardelli pesanti e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”. 

Questa immagine ci spinge a un sincero e lucido esame di coscienza, per evitare la doppiezza e l’ipocrisia di chi chiede agli altri ciò che mai si sogna di mettere in pratica in prima persona. A tale realtà si contrappone la prassi di Gesù, volto visibile del Padre invisibile: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò riposo… Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30). Senza soluzione di continuità, Gesù mette in luce il movente profondo dell’agire ipocrita: “Agiscono per essere ammirati dalla gente”. È la comica patologia del voler apparire belli agli occhi altrui, a prescindere dalla propria reale condizione interiore, senza rendersi conto che così si assomiglia a “sepolcri imbiancati, belli all’esterno, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni marciume”. 

I “guai”, in vista della conversione 

Seguono i veri e propri “guai” pronunciati da Gesù: sette volte, numero che biblicamente indica una pienezza. I “guai” non sono maledizioni, bensì avvertimenti, aspri richiami in vista della conversione; invettive e, insieme, lamenti pronunciati da chi continua a sperare che i destinatari ritornino a Dio. Il profeta Gesù si serve di questa forma molto attestata nelle Scritture (cf. Is 1,4; 5,8-24; Ger 22,13 eccetera) per risvegliare i suoi interlocutori e, nel contempo, per risvegliare anche noi. 

“Il guai è denunzia del peccato, minaccia del giudizio, che può essere ancora evitato con la conversione; quando poi essa è rifiutata, diviene annunzio profetico della catastrofe ormai ineluttabile, ma senza alcun senso di vendicativo compiacimento” (Vittorio Fusco). È sufficiente ascoltare il primo della serie dei sette “guai” per capire l’intenzione di Gesù: “Guai a voi che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare”. Servono forse commenti? Direbbe altrove lo stesso Gesù: “Chi può comprendere, comprenda” (Mt 19,12). 

La denuncia dell’ipocrisia 

Più in generale, il vero bersaglio di Gesù in questo discorso è l’ipocrisia, il comportamento di chi “fa tutte le sue opere per essere ammirato dalla gente”. L’ipocrita privilegia l’apparire sull’essere, a costo di recitare una parte davanti agli altri. 

L’ipocrisia è la non sincerità eretta a comportamento sistematico, al fine di ricevere l’applauso altrui: così si perde il contatto con la propria verità, fino a credere di essere come si appare, compiendo sforzi inverosimili per costruire il proprio personaggio. Gesù individua due manifestazioni tragicomiche dell’ipocrisia: l’abitudine a “filtrare il moscerino e ingoiare il cammello”, cioè concentrarsi sui piccoli scrupoli religiosi tralasciando l’essenziale della Torah e del Vangelo: la giustizia, la misericordia e la fedeltà; – il privilegiare l’esteriorità sull’interiorità, come chi pulisce l’esterno del bicchiere e del piatto trascurando l’interno. Il commento migliore sono le sue stesse parole: “Non ciò che entra nell’uomo lo rende impuro, ma ciò che esce dall’uomo!” (cf. Mt 15,11). Gesù, che ha sempre cercato la sua “ricompensa” nel segreto del rapporto con il Padre (cf. Mt 6,4.6.18), è impietoso nel condannare l’ipocrisia, che desta tristezza perché contiene già in sé le sue conseguenze. 

Non a caso, nel discorso della montagna aveva detto che gli ipocriti che desiderano gloria per sé “hanno già ricevuto la loro ricompensa” (Mt 6,2.5.16). 

Ispirati da queste parole, possiamo chiederci: perché Gesù amava la compagnia dei peccatori pubblici, preferendola a quella dei pretesi impeccabili, dei “giusti incalliti”, al punto da essere definito “un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” (Mt 11,19)? Perché sapeva che ogni essere umano è peccatore, ma chi lo è in modo pubblicamente riconosciuto non può nascondersi e, spinto dalla vergogna, non ha più nulla da perdere: può ricominciare, disponendosi a invertire la rotta, accogliendo il perdono misericordioso di Dio e cambiando comportamento. Ciò comporta la lotta quotidiana contro l’abbaglio di voler apparire piuttosto che essere; richiede la sana autoironia di chi si sa fallibile; esige l’onestà con sé stessi, che dovrebbe farci arrossire non dei peccati, ma delle maschere che inventiamo per nasconderli. Proprio come scriveva Isacco di Ninive, grande santo del VII secolo: “Colui che conosce i propri peccati è più grande di colui che risuscita i morti”. Ecco il Vangelo nel suo luminoso splendore: la strada privilegiata per conoscere Dio è essere consapevoli della propria qualità di peccatori. Il peccato riconosciuto con franchezza diventa occasione per fare esperienza del Padre e aprirsi alla sua misericordia preveniente. Non è mai tardi per aprire le finestre e lasciar entrare il fresco profumo di questa buona notizia. 

 Fonte: Eco di San Gabriele

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giovedì 15 ottobre 2026

POVERTA' EDUCATIVA

 


Mentre 

noi discutiamo

 sulle parole,


 i ragazzi

 perdono il futuro


Nel confronto in atto sul tema della povertà educativa, nella trentennale esperienza del Centro Tau di Palermo c’è un punto fermo: la vera povertà educativa è innanzitutto la riduzione delle possibilità e degli orizzonti di vita. Per contrastarla occorre costruire processi capaci di generare futuro. Ecco perché dovremmo provare a rilevare la povertà educativa non solo attraverso ciò che manca ai ragazzi, ma attraverso la densità educativa di una comunità

di Francesco Di Giovanni

Negli ultimi mesi il tema della povertà educativa è tornato al centro del dibattito pubblico, evidenziando una questione fondamentale: le opportunità educative non possono essere separate dalle condizioni economiche e sociali dei territori. Il recente confronto sulle pagine di Domani tra Cristiano Corsini (Le insidie della povertà “educativa”, un aggettivo che deresponsabilizza, 24 maggio 2026) e Giulio Cederna (In difesa del concetto di “povertà educativa”: l’alleanza necessaria contro le disuguaglianze, 16 settembre 2026) sul tema della povertà educativa mi ha riportato a una frase ascoltata oltre dieci anni fa da una ragazza del Centro Tau di Palermo. Una frase che, ancora oggi, continua a descrivere la realtà di molti adolescenti dei quartieri popolari della città e ad interrogare il nostro lavoro educativo.

Lo spazio che manca

Giulio Cederna, con il quale ho avuto il piacere di collaborare alla realizzazione delle diverse edizioni dell’Atlante dell’Infanzia di Save the Children, la riportata nel suo articolo. A dirla fu una “ragazzina” del Centro Tau, intervistata da Giulio nel 2014: «Oggi quello che manca di più nella nostra realtà è lo spazio. Uno spazio fisico ma anche mentale, che significa possibilità, futuro e speranza». A distanza di oltre dieci anni quella frase continua a descrivere con straordinaria precisione la realtà di molti adolescenti che vivono in contesti di “povertà economica e educativa”.

Lo spazio fisico siamo riusciti a costruirlo, abbiamo tanti spazi a disposizione dei bambini e dei ragazzi del nostro territorio, abbiamo creato luoghi di incontro, di relazione, di apprendimento e di partecipazione, ma la grande sfida quotidiana è un’altra: è creare uno spazio mentale, relazionale e affettivo dentro cui i ragazzi possano immaginare il proprio futuro. Ma nel nostro territorio la povertà educativa continua a manifestarsi anzitutto come riduzione degli orizzonti di possibilità.

Molti adolescenti crescono in contesti segnati dalla precarietà economica, dalla fragilità dei servizi, dalla debolezza delle opportunità culturali e lavorative. Non si tratta soltanto di mancanza di reddito. Si tratta di una progressiva riduzione della capacità di immaginare alternative. È quella che, all’interno delle riflessioni sviluppate dal Centro Tau, abbiamo definito come una vera e propria “deriva della sopravvivenza”: una condizione nella quale il presente assorbe ogni energia e rende difficile pensarsi dentro un progetto di vita.

La povertà educativa diventa davvero pericolosa quando convince un ragazzo che il suo destino sia già stabilito, interiorizza l’idea di essere incapace, non riesce più a vedere il proprio futuro

La vera povertà che incontriamo quotidianamente non è soltanto la mancanza di risorse economiche: è la mancanza di possibilità. Quando un ragazzo smette di immaginare il proprio futuro, la povertà economica e quella educativa iniziano ad alimentarsi reciprocamente. La povertà educativa è innanzitutto una riduzione delle possibilità e degli orizzonti di vita, e si contrasta costruendo processi capaci di generare futuro.

Il dibattito sulla povertà educativa

La discussione proposta da Corsini e Cederna è importante perché evidenzia due aspetti complementari. Corsini ci ricorda una verità fondamentale: non possiamo sostituire le politiche pubbliche con i progetti educativi. Senza lavoro, casa, servizi, mobilità, welfare e scuole di qualità le disuguaglianze continueranno a riprodursi. Cederna, allo stesso tempo, evidenzia come esistano territori in cui vengono negate opportunità educative fondamentali: luoghi senza spazi culturali, senza occasioni di partecipazione, senza contesti capaci di alimentare crescita e cittadinanza.

L’esperienza del Centro Tau ci suggerisce che non bisogna scegliere tra queste due prospettive in quanto la povertà educativa non è una categoria separata dalla povertà economica. La povertà educativa è il modo attraverso il quale le disuguaglianze economiche, sociali, culturali e territoriali entrano nella vita quotidiana dei bambini e degli adolescenti. Per questo il problema non è scegliere tra welfare e educazione, ma costruire comunità educanti territoriali capaci di affrontare entrambe le dimensioni. Ecco perché dovremmo provare a rilevare la povertà educativa non solo attraverso ciò che manca ai ragazzi, ma attraverso le possibilità che una comunità riesce a generare e integrare.

Il problema non è scegliere tra welfare e educazione, ma costruire comunità educanti territoriali capaci di affrontare entrambe le dimensioni

Uno “sguardo” dal Centro Tau

Sul territorio in cui operiamo, la zona Cipressi Ingastone e Danisinni di Palermo, osserviamo ogni giorno che la dispersione scolastica raramente nasce solo da una difficoltà di apprendimento. Dietro un abbandono troviamo spesso fragilità familiari, povertà economica, assenza di servizi, esperienze di esclusione e mancanza di prospettive. Così come dietro a ogni persona che incontriamo, piccola o grande, uomo o donna, troviamo anche il bisogno di relazioni significative, di appartenenza, di fiducia e di riconoscimento. Per questo il Centro Tau nel tempo ha cercato di caratterizzarsi non solo come un servizio educativo, ma come una infrastruttura educativa, sociale e culturale territoriale, un luogo che costruisce legami, fiducia, cittadinanza e opportunità, un pezzo di città che prova ogni giorno a generare altra città.

Fin dall’inizio della nostra esperienza abbiamo compreso che la povertà educativa si manifesta soprattutto nei passaggi mancati: tra scuola e vita, tra l’adolescenza e l’età adulta, tra formazione e lavoro, tra periferia e città. Per questo il nostro lavoro consiste nell’abitare queste soglie, accompagnando i giovani nei momenti in cui il rischio di perdersi è maggiore. Se dovessi sintetizzare in una sola frase il principio pedagogico che orienta l’esperienza del Centro Tau utilizzerei questa: “siccome nessun destino è già scritto, proviamo a scriverlo nella bellezza”.

Se dovessi sintetizzare in una sola frase il principio pedagogico che orienta l’esperienza del Centro Tau utilizzerei questa: “siccome nessun destino è già scritto, proviamo a scriverlo nella bellezza”

La povertà educativa diventa davvero pericolosa quando convince un ragazzo che il suo destino sia già stabilito, quando interiorizza l’idea di essere incapace, quando smette di attribuirsi talenti, quando non riesce più a vedere il proprio futuro. In questo contesto la nostra azione educativa nasce dalla convinzione opposta: ogni persona possiede risorse, capacità e potenzialità che attendono di essere riconosciute, coltivate e valorizzate. Educare per noi significa allora costruire contesti nei quali un giovane possa tornare a credere nelle proprie possibilità prima ancora che nelle proprie competenze.

L’IeFP come diritto al Futuro

Quando oltre la metà dei ragazzi di alcuni quartieri rischia di interrompere il proprio percorso formativo, offrire un percorso di Istruzione e Formazione Professionale – IeFP, non significa soltanto “aprire” un corso, significa riaprire per molti giovani il diritto al futuro. Non siamo più davanti a una difficoltà individuale. Siamo davanti a una questione sociale, educativa e democratica. Il problema non riguarda soltanto la scuola. Riguarda il modello di sviluppo del territorio, la qualità delle opportunità offerte ai giovani, la capacità delle istituzioni di generare fiducia nel futuro. È in questo contesto che abbiamo scelto di avviare i percorsi IeFP del Centro Tau: non come alternativa di serie B alla scuola, ma come un investimento sulla possibilità che ogni ragazzo possa trovare una strada per diventare cittadino, lavoratore e protagonista della propria comunità.

La dispersione scolastica e formativa rappresenta una delle manifestazioni più evidenti della povertà educativa. Ci siamo interrogati su come rispondere a questa sfida rileggendo il pensiero e l’esperienza di Don Milani e mettendo in conto le difficoltà. Grandi rischi e possibili grandi vantaggi, molti vincoli, tante opportunità. Per questo la IeFP non è stata pensata come una semplice alternativa scolastica, ma come una proposta educativa integrale. Non lavoriamo soltanto per portare un ragazzo alla qualifica professionale. Lavoriamo affinché possa riscoprire fiducia, appartenenza, desiderio, autonomia e capacità progettuale. La nostra scelta è stata quella di valorizzare l’esperienza IeFP come percorso di cittadinanza, spazio di apprendimento e relazione, un’esperienza di orientamento permanente, un laboratorio di autonomia, una concreta opportunità di futuro, un vero intervento di contrasto alla povertà educativa. Un pezzo significativo del processo che definiamo Comunità Educante al Lavoro, di una comunità che non si limita a osservare i problemi dei giovani, ma si mobilita per costruire risposte: una comunità che mette insieme famiglie, scuole, imprese, università, terzo settore e istituzioni. Una comunità che considera il lavoro non soltanto come occupazione, ma come esperienza di dignità, libertà e partecipazione.

Costruire territori educativi

Forse oggi dovremmo parlare meno di povertà educativa come categoria astratta e più di densità educativa dei territori. La verità è che le politiche pubbliche appaiono spesso frammentate. I servizi intervengono separatamente. La scuola agisce da sola. Il terzo settore agisce da solo. I servizi sociali agiscono da soli. Mancano visioni comuni, processi condivisi e strategie integrate. Le comunità educanti possono rappresentare una risposta importante, ma non possono sostituire la responsabilità pubblica, servono politiche capaci di garantire contemporaneamente diritti sociali fondamentali, scuole di qualità, opportunità culturali diffuse, servizi educativi permanenti, percorsi di formazione e lavoro integrati ai percorsi di crescita, alleanze strutturate tra istituzioni e territorio.

Forse oggi dovremmo parlare meno di povertà educativa come categoria astratta e più di densità educativa dei territori. La verità è che le politiche pubbliche appaiono spesso frammentate. Mancano visioni comuni, processi condivisi e strategie integrate.

Ma c’è anche un altro fattore che è necessario tenere in considerazione nell’affrontare il tema della povertà educativa: la crescente difficoltà nel reperire e mantenere operatori educativi, formatori, insegnanti, educatori professionali e figure di accompagnamento sociale disposti a lavorare nei contesti più fragili. Nei territori caratterizzati da elevate vulnerabilità sociali il lavoro educativo richiede competenze elevate, capacità di gestione della complessità, disponibilità a costruire relazioni significative nel lungo periodo e ad affrontare quotidianamente situazioni di conflitto, disagio e incertezza. Eppure, proprio questi contesti sono spesso quelli nei quali gli operatori lavorano in condizioni più precarie. Si interviene attraverso progetti a termine, finanziamenti discontinui, procedure amministrative complesse e tempi spesso incompatibili con i ritmi necessari alla costruzione di processi educativi efficaci. Si chiedono continuità, presenza e responsabilità, ma troppo frequentemente si offrono contratti instabili, retribuzioni non adeguate e poche opportunità di crescita professionale. La conseguenza è che la fragilità dei territori rischia di sommarsi alla fragilità dei servizi. Mentre chiediamo ai giovani di credere nel proprio futuro, facciamo fatica a garantire condizioni che consentano agli stessi operatori di progettare il proprio.

Anche questa è una questione educativa e sociale. Se vogliamo costruire comunità educanti capaci di contrastare realmente le disuguaglianze, dobbiamo investire non soltanto nelle strutture, nei progetti e nelle attività, ma anche nelle persone che rendono possibile il lavoro educativo. Servono percorsi stabili di formazione, strumenti adeguati, équipe multidisciplinari, supervisione professionale e condizioni lavorative che permettano agli operatori di esercitare il proprio ruolo con competenza, continuità e serenità.

 VITA

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LA SPERANZA E LA CURA

 


Leone, 

Agostino

 e la fragilità





-di PAOLA MULLER

Leone XIV ha annunciato con poche parole che sarebbe stato ricoverato. I medici hanno individuato un nodulo al polmone e gli hanno consigliato di rimuoverlo. Ha ascoltato il loro parere, ha deciso di sottoporsi all’intervento e ha chiesto di pregare per lui. L’intervento è andato bene, «il decorso procede regolare», verranno fatti ulteriori accertamenti e già da ieri il Papa mangia e cammina. In questa successione di gesti, così semplice, c’è qualcosa che ci riguarda tutti.

Siamo abituati a vedere il Papa mentre sostiene gli altri: ascolta, benedice, incoraggia, richiama alla pace. Ora è lui ad affidarsi alle cure altrui. Non perde nulla della sua responsabilità; la vive anche così, riconoscendo di avere un corpo che ha bisogno di attenzione e di riposo. La malattia interrompe i programmi di chiunque, anche del vescovo di Roma. E per un Papa agostiniano, viene spontaneo tornare alle pagine in cui il vescovo di Ippona parla della fragilità del corpo, senza reticenze né retorica.

Agostino lo sapeva per esperienza. Nelle Confessioni (5.9.16) racconta di essere stato colpito a Roma da una febbre così grave da portarlo vicino alla morte. Anni dopo, a Milano, furono proprio i polmoni a cedere (9.2.4). Il respiro si faceva faticoso, il petto doleva, la voce non reggeva più lo sforzo delle lezioni; anche questo disturbo contribuì alla decisione di lasciare la cattedra di retorica. Da vescovo, in una lettera all’amico Profuturo ( Ep. 38, 1), confida di essere costretto a letto, incapace di camminare, di stare in piedi e perfino di sedersi per il dolore. La sua vita, come la nostra, non si svolgeva al riparo dalle condizioni del corpo.

Per questo sarebbe un errore cercare nella malattia di una persona un messaggio nascosto o una lezione da impartire agli altri. Prima di ogni interpretazione c’è qualcuno che sta male e desidera guarire.

Agostino non chiede al malato di fingere una forza che non ha. Nella Città di Dio (14.9) discute dell’ideale stoico dell’impassibilità: se essa significasse non provare più alcun turbamento, osserva, chi non giudicherebbe questa insensibilità peggiore di ogni vizio? Cristo stesso ha conosciuto la tristezza e l’angoscia e nella preghiera del Getsemani Agostino sente risuonare la voce delle membra più deboli del suo corpo, che egli ha voluto prendere su di sé. Per questo la serenità che a volte affiora nei suoi scritti non ha nulla di eroico. Nella stessa lettera a Profuturo, dopo aver descritto i suoi dolori, aggiunge semplicemente: «Ma anche così, poiché piace al Signore, che altro dire se non che stiamo bene?». È la pace di chi non nega il male e, insieme, non se ne lascia definire.

C’è poi, nelle Confessioni (9.4.12), un episodio quasi domestico che illumina il gesto di Leone XIV. Nei giorni di Cassiciaco un mal di denti tormentava Agostino al punto da impedirgli di parlare. Scrisse allora su una tavoletta di cera una richiesta agli amici presenti: che pregassero per lui. Racconta che, appena si furono inginocchiati, il dolore scomparve e rimase stupito. Prima ancora dell’esito, conta il gesto: chi soffre non si chiude nella propria sofferenza, ma chiede agli altri di portarla con sé davanti a Dio. Il suo biografo Possidio ricorda che il vescovo, quando un malato lo chiamava perché pregasse per lui, andava «senza indugio» ( Vita Augustini 27).

È significativo che Agostino, pur parlando continuamente di Cristo come medico dell’anima, osservi con attenzione anche i medici in carne e ossa. Nella Città di Dio (22.8.3) si raccontano le cure, l’intervento chirurgico e la paura di Innocenzo, un uomo di Cartagine conosciuto personalmente, che, dopo una prima dolorosa operazione, temeva di non sopravvivere alla seconda. Agostino era presente: non sorvola né sul dolore né sulla competenza di chi lo assiste. La preghiera, nel suo racconto, entra in una vicenda in cui i medici hanno già lavorato e continuano a prendersi cura del paziente. Anche oggi pregare per Leone XIV significa chiedere la sua guarigione e accompagnare con gratitudine il lavoro di quanti lo curano.

Nella lettera a Proba ( Ep. 130), Agostino affronta una domanda molto concreta: per che cosa possiamo pregare? La salute del corpo è tra i beni che possiamo chiedere e, accanto ad essa, egli pone l’amicizia, cioè il bisogno di persone che ci restino accanto. Non c’è nulla di poco spirituale nel desiderare di stare bene, di poter respirare senza fatica, di tornare a casa. Chi è malato non ha il dovere di mostrarsi superiore alla propria paura. Può dirla, affidarsi a chi sa curarlo, chiedere agli altri di restargli vicino.

Agostino distingue la salute del corpo dalla salvezza piena che la fede attende. Il latino usa una sola parola, salus, e non è un caso: la guarigione che chiediamo per l’oggi è come un anticipo di quella definitiva. «Un grande medico è venuto dal cielo, perché sulla terra giaceva un grande malato», dice in un sermone ( Serm. 87.11.13).

Questa distinzione, però, non diminuisce il valore delle cure presenti. Ci ricorda piuttosto che nessuna persona coincide con la propria malattia e che la speranza non si misura in base alla capacità di prevedere un esito. Ci sono giorni in cui sperare prende la forma modesta di un esame, di una terapia, di una mano competente. Il ricovero del Papa rende visibile una condizione che tante famiglie conoscono bene. Per una volta, Leone XIV è dalla parte di chi attende una visita, ascolta un medico, consegna ad altri una parte della propria giornata. La Chiesa che prega per lui può ricordare, insieme a lui, anche chi attraversa la stessa esperienza senza l’attenzione del mondo. È forse questo il modo più fedele di accogliere la sua richiesta: augurargli di guarire e allargare la nostra vicinanza a tutti coloro che hanno bisogno di essere curati.

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FIDUCIA IN CRISI

Fiducia, in crisi… di f 

Fiducia, in crisi… di fiducia

Viaggio al centro di un’attitudine alla base di ogni relazione, personale e sociale, che oggi appare sempre più difficile da vivere. Perché? A che cosa è dovuta questa difficoltà? E, soprattutto, come affrontarla?

di  Sabina Fadel

La fiducia permea le nostre vite. Da quando saliamo in auto confidando che gli altri non guidino contromano a quando, al bar, confidiamo che il barista non ci avveleni il caffè; da quando prendiamo l’ascensore tranquilli confidando nel lavoro dei manutentori a quando, in macelleria, confidiamo che il negoziante non ci propini carne avariata... Confidiamo, cioè diamo fiducia, decine di volte al giorno a persone, istituzioni, oggetti. Ma che cos’è davvero la fiducia? La parola, dal latino fidĕre, «confidare» appunto, sta a indicare quell’attitudine umana che ci rende capaci di riconoscerci vulnerabili rispetto alle azioni di altre persone, con cui decidiamo di relazionarci basandoci sulla convinzione che esse agiranno in modo corretto verso di noi. Si tratta, dunque, di una scelta complessa, che mette insieme ragione ed emozione, perché se è vero che per fidarci di qualcuno dobbiamo valutare in modo razionale le sue intenzioni, è anche vero che la fiducia ci fa provare un senso di sicurezza molto profondo. 

Il filosofo svizzero Mark Hunyadi, nel suo libro Credere nella fiducia (Vita e Pensiero, 2025), sostiene che la fiducia non permea solo i rapporti tra esseri umani, ma il nostro stesso rapporto con l’intero mondo del reale: la fiducia, scrive infatti, è una «scommessa che orienta la mia azione e le azioni tutte» e rappresenta «ciò che ci connette con il mondo», perché l’intero nostro rapporto con il mondo, le persone, gli oggetti, le istituzioni «è di natura fiduciaria». E, allora, la crisi di fiducia che la nostra società sta attraversando quando è arrivata? Secondo Hunyadi, le sue radici risalirebbero addirittura al XIV secolo, con l’avvento della cosiddetta «rivoluzione nominalista», che affermò il concetto di individuo, vero «nemico» della fiducia. Prima di allora, infatti, in Occidente vi era una visione della realtà (ereditata da Aristotele) secondo cui tutto era orientato a uno scopo ben preciso. In questa visione, dovere dell’essere umano era solo quello di eseguire, più o meno diligentemente, il compito, il fine specifico, che gli era stato assegnato da Dio, dall’universo, da un’entità superiore, e che egli era chiamato a «conoscere attraverso la ragione e perseguire attraverso il desiderio».

Una visione che non contemplava l’idea di libertà così come noi oggi la intendiamo. In tale contesto, ovviamente, il problema della fiducia non si poneva, perché il legame sociale era la finalità stessa dell’essere umano, che riusciva a compiere il suo destino grazie, e in compagnia, degli altri. Il nominalismo si oppone a tutto questo, decretando il primato dell’uomo sulla realtà. Nulla è determinato, tranne la volontà dell’individuo, la quale, se non deve obbedire a «leggi buone» universali, non è detto sia buona per tutti. E infatti, di esempi negativi è piena la Storia. Se poi, spiega ancora Hunyadi, ci mettiamo pure la rivoluzione digitale in cui siamo immersi, la frittata è fatta. Quest’ultima, infatti, ha ulteriormente accelerato il processo di chiusura nell’individualismo, rendendo l’appagamento dei nostri desideri (più o meno guidati dal mercato e dalle big tech) più immediato e comodo e il legame sociale più fragile, dal momento che si comunica e ci si confronta realmente sempre più di rado, chiusi nelle nostre «camere di risonanza» in cui le nostre idee vengono continuamente ripetute, confermate e amplificate.

Fiducia, per sottrazione

In questo panorama sempre più desolante, che fare dunque? Accettare come inesorabile la perdita della fiducia mettendo a rischio la stessa società? Ovviamente no, risponde Luciano Manicardi, monaco e già priore di Bose, autore di un illuminante e sempre attualissimo volume, Il Vangelo della fiducia (Qiqajon, 2014). «La fiducia – ci dice infatti – è un elemento costitutivo dell’umano. Noi non siamo mai “assoluti”, cioè completamente sciolti dagli altri, non siamo autosufficienti e neppure dotati di piena indipendenza. Quindi la fiducia è irrinunciabile. Noi siamo relazione. E la relazione ha bisogno della fiducia». 

Una fiducia che impariamo sin dai primi mesi di vita, quando sperimentiamo un rapporto esclusivamente fiduciario con le nostre figure di accudimento. «La fiducia – spiega Manicardi – trova il suo alveo sorgivo nell’esperienza del bambino con la madre e i genitori, e si situa tra l’estrema vulnerabilità del neonato e la responsabilità della madre e del padre. È in quella relazione originaria che si pongono le basi della fiducia che consentirà al bambino di svilupparsi, maturare, aprirsi al mondo e agli altri. La fiducia è la matrice della vita e questo appare con evidenza nell’esperienza del neonato che sopravvive solamente grazie alle attenzioni di chi si prende cura di lui. Cura che consiste nel saper riconoscere e rispondere ai suoi bisogni e nell’accoglierlo in un contesto accudente e amoroso. Possiamo dire, allora, che la fiducia nasce da un legame e genera legami. È la vulnerabilità che, portando il neonato ad affidarsi totalmente, sollecita una risposta etica. E, più radicalmente e immediatamente, di amore. La fiducia, pertanto, contiene in sé una dimensione generativa». 

Una dimensione generativa che a un certo punto, esaurito il proprio compito, chiede anche di fare un passo indietro, in famiglia e nei contesti sociali. E pure questo va fatto con fiducia. «È proprio così – conferma Manicardi–. La dimensione generativa arriva a richiedere, nella vita adulta, anche la capacità di generare “per sottrazione”, ovvero sapendo diminuire per lasciar posto ad altri. Accade ai genitori, ma anche a livello sociale. E sappiamo come questo sia spesso difficile: ci pensiamo insostituibili, non nutriamo fiducia in chi deve succederci, e riteniamo di essere i soli che possono mandare avanti l’azienda, il dipartimento, la comunità, decidendo ciò che è bene per gli altri… In questi ambiti spesso si verifica l’incapacità o la non volontà di fare spazio ad altri accettando di mettersi di lato. La tirannia dell’ego impedisce di “fare fiducia”. Il ritirarsi, invece, è un atto di fiducia nell’altro, è un alveo fecondo, un grembo generante in cui l’altro può svilupparsi e crescere. L’esempio di Giovanni Battista che sceglie di diminuire affinché Cristo cresca è un bell’esempio di generatività gioiosa, non nella recriminazione o nel lamento. La fiducia esprime l’amore e nasce dall’amore.

La fiducia tradita

Il problema, a livello personale ma anche sociale, nasce quando la fiducia, pur appresa e messa in campo, viene a un certo punto tradita. Ed ecco allora che le amicizie o le famiglie si sfasciano e i cittadini iniziano a dubitare di tutto: non vanno più a votare «perché i politici fanno solo i loro interessi…», non credono più nella veridicità di quanto leggono «perché i giornalisti sono prezzolati e mentono…», non si fidano più dei medici «sempre al soldo di big pharma» e così via… Ma quando il virus della sfiducia colpisce una società, la mette seriamente a rischio. Urgono allora anticorpi che risanino il corpo sociale evitandogli l’annientamento. In questi casi, come possiamo ripristinare la fiducia ferita?

Guardiamo che cosa accade, per esempio, in una relazione di coppia o amicale. «Quando in una relazione viene meno la fiducia – avverte a riguardo Luciano Manicardi –, quest’ultima molto difficilmente può essere ricostruita. E, in ogni caso, la relazione cambia, perché il tradimento della fiducia ha significato, per chi l’ha subito, una rivelazione inattesa e sconvolgente del volto dell’altro per cui è come se ora avesse a che fare con un’altra persona, o almeno con aspetti inediti e indesiderati e insospettati di essa. E questa rivelazione getta un’ombra inquietante sul passato che si è vissuto con quella persona: è stato tutto falso? Con chi ho vissuto? Posso ricominciare o è tutto finito? Ne ho ancora la forza? Dire che la fiducia è essenziale a ogni relazione autentica significa riconoscere che la relazione avviene tra persone libere e che restano mistero l’una all’altra. La fiducia mi impedisce di considerare l’altro come mia propaggine: egli rimane altro da me. Mi impedisce di possederlo: egli resta libero. Mi consente di vivere ogni momento della relazione come un dono prezioso e inestimabile. E al tempo stesso precario. Anzi, tanto più prezioso proprio perché precario». 

Il che, ovviamente, può essere trasposto anche sul piano sociale: in una «società del rischio», come la nostra, proprio dal rischio di venire feriti e delusi dobbiamo ripartire, accettando che il limite è costitutivo della condizione umana. «È proprio così – ammette Manicardi–. Bisognerebbe aver sempre chiaro che la fiducia ammette la possibilità del tradimento o della delusione: non so se l’altro sarà all’altezza della fiducia, se mi deluderà, così come non posso essere certo che non sarò io stesso a tradire e deludere. La fiducia è fatta della stessa “materia” di cui è fatta l’esistenza umana e di cui sono fatte le relazioni. L’incertezza, la delusione sono sempre possibili. La fiducia non è un contratto stringente (e costringente). Questo non lenisce certo il dolore di una fiducia tradita, ma non possiamo accordare troppo potere a tale tradimento, fino al punto da toglierci la volontà di vivere. La fiducia ci ricorda che io non posseggo l’altro, non lo conosco con assoluta chiarezza, ma resta sempre un mistero. E questo vale nelle relazioni sociali ma anche nel caso di quelle profondamente intime. Il tradimento della fiducia resta all’interno di quella fragilità e vulnerabilità da cui è attraversata la fiducia stessa. Eppure sono le stesse ferite dovute alla fiducia tradita che paradossalmente ci rinviano al necessario rinnovamento della fiducia. Solo grazie alla vicinanza di altri, solo grazie a nuove o rinnovate relazioni, noi potremo mettere le nostre ferite in un contesto relazionale in cui potranno trovare consolazione. Il giusto amore di sé e per la vita ci chiede di fare delle ferite subite un elemento di conoscenza di noi e degli altri, sicché diventino dei punti di forza nel cammino esistenziale».

Ma che cos’è che rende accettabile tale rischio e la fiducia ancora possibile, nonostante tutte le esperienze negative che possiamo fare nel corso della nostra vita? «Il sentirsi amati – replica deciso Luciano Manicardi –. Il sapere che c’è chi crede in te. E crede in te perché ti conosce attraverso quella via regale che è l’amore. Conoscendo e amando in te anche le mancanze e le ombre. E questo amore ti dona libertà, ti aiuta a essere te stesso, a esprimere chi tu sei con gioia e libertà. La fiducia è estranea alle logiche del controllo, così come il controllo è estraneo alla dinamica dell’amore. Ma quando mi sento e mi so amato, posso respirare a pieni polmoni, correre nelle praterie che l’amore dell’altro mi apre dinanzi, posso essere me stesso. Essere amato mi dà fiducia nella vita e in me stesso». 

Tutto ciò, trasportato sul piano sociale, si traduce in un ripartire dalla forza della «parola data». «Nella fiducia – conferma il monaco – c’è quasi un mettersi a nudo, anche se non sempre è facile. Per far cadere le barriere che si oppongono a una piena apertura, sia nelle relazioni personali che politiche, è fondamentale la saldezza della parola, in particolare della parola della promessa. La promessa mantenuta testimonia l’affidabilità di chi promette e alimenta la sicurezza del destinatario della promessa che vede ben riposta la sua fiducia. Al contrario, la promessa non mantenuta ingenera diffidenza, fa sentire usato e manipolato colui che ha dato credito a chi prometteva e lo induce a ritrarsi della relazione. La statura etica della persona  “di parola” accresce la fiducia e costruisce relazioni più stabili. Del resto, l’autorevolezza di una persona si rivela, in modo particolare, nel suo “essere in ciò che dice”. Allora il parlare diviene non solo un dire, e neppure solo un dirsi, ma anche un darsi. Ovvero, un’apertura di fiducia verso l’altro. Analogamente alla promessa non mantenuta, anche la menzogna è distruttiva delle relazioni perché mina la fiducia. Ci possiamo chiedere se la crisi del rapporto tra generazioni, tra adulti e giovani, non sia legata anche a promesse non mantenute. E forse a un ascolto non avvenuto o deficitario da parte dei più adulti (le classi dirigenti) nei confronti dei più giovani. La fiducia, infatti, è nutrita dall’ascolto: ascoltare è accogliere, è dire di sì all’altro. E questo vale tanto nelle relazioni interpersonali quanto in quelle sociali e politiche. Grazie alla fatica dell’ascolto, le diversità che attraversano una relazione a due come le relazioni politiche e sociali possono accordarsi per costruire percorsi di convivenza comune». «Certo – conclude Luciano Manicardi – la fiducia, come abbiamo più volte ribadito, non è certezza assoluta, è sempre esposta al rischio del tradimento, non ci dà garanzie, e proprio queste sue caratteristiche ci dicono come essa sia al tempo stesso umile e coraggiosa. E, in questo, essa appare la sostanza stessa della vita che chiede coraggio e umiltà per reiniziare ogni giorno l’avventura esistenziale». 

 Messaggero Sant’Antonio

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