giovedì 4 giugno 2026

GLI ANTICORPI DELLA PACE

 


Kennedy, Morin

 e il compito 

più urgente


-di MARCO IMPAGLIAZZO

Oltre 60 anni fa, il 10 giugno 1963, nei mesi successivi alla crisi di Cuba che aveva fatto temere una nuova guerra mondiale, John Fitzgerald Kennedy pronunciò un discorso all’American University di Washington che sarebbe passato alla storia come il peace speech: « Ho scelto questo luogo e questo momento per parlare di un tema di cui troppo spesso non si coglie l’importanza, ovvero la pace nel mondo», esordì il presidente statunitense. Per poi continuare: «Quale pace intendo? Che tipo di pace cerchiamo? Non una pax americana, imposta al mondo con le nostre armi. Sto parlando di una pace autentica, il tipo di pace per cui vale la pena vivere. Non abbiamo nessun compito più urgente della ricerca di questa pace».

Si tratta di frasi che segnalano lo iato tra il nostro tempo – figlio invecchiato dell’ordine bipolare, attraversato da mille tensioni, assuefatto alla parola “riarmo” – e una stagione in cui, come ha scritto il Papa nella Magnifica humanitas, «permaneva la consapevolezza che occorresse evitare ad ogni costo un nuovo conflitto mondiale».

Ma il discorso kennediano offre anche altre ragioni per accostare quelle parole ai giorni nostri: «Qualcuno dice che non ha senso parlarne [di pace] finché i leader sovietici non adotteranno una politica più illuminata. Io spero che lo facciano. E credo possiamo aiutarli a farlo. Ma credo anche che dobbiamo riesaminare il nostro atteggiamento nei loro confronti». Non si tratta, oggi come allora, di confondere tra aggressori e aggrediti, ma di rifiutare la logica del “noi che abbiamo ragione” contro “loro che hanno torto”.

Da leader di una superpotenza che si è sempre considerata dalla parte del “bene”, Kennedy metteva infatti in discussione un modo di agire e un’autocoscienza consuetudinari. Quanta differenza con chi, oggi, non cessa di demonizzare gli altri, non si vergogna dei doppi standard di giudizio e dimette non solo ogni sforzo diplomatico, bensì ogni tentativo di comprensione dell’Altro, con i risultati che vediamo in Medio Oriente, dove si è finiti per cadere nella trappola della propria stessa propaganda.

«Questo è un modo di pensare pericoloso», insisteva Kennedy, «perché porta a ritenere che la guerra sia inevitabile, che l’umanità sia condannata, che siamo preda di forze oltre il nostro controllo. E dunque, senza essere ciechi quanto alle differenze tra noi e loro, rivolgiamo l’attenzione a ciò che ci unisce, ai nostri comuni interessi, e ai modi con cui le differenze possono essere appianate. Perché, in ultima analisi, il legame fondamentale che abbiamo, noi e loro, è il fatto che abitiamo tutti questo piccolo pianeta. Che respiriamo tutti la stessa aria. Che ci prendiamo tutti cura del futuro dei nostri figli. E che siamo tutti mortali». Sono parole che, immersi nell’attuale clima geopolitico, ci paiono sorprendenti, ma sono semplicemente vere. Anche oggi «abitiamo tutti lo stesso piccolo pianeta» anche se ci siamo messi a giocare col fuoco accettando, come scrive Leone XIV, «una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre l’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione».

La memoria

«Senza una memoria viva degli orrori della guerra», aggiunge il Papa, «le decisioni politiche rischiano di essere prese sulla base di calcoli di forza, privi di una visione delle conseguenze a lungo termine». Che fare, dunque oggi? Il grande filosofo appena scomparso, Edgar Morin, era molto preoccupato per un’epoca, la nostra, in cui si vive “da sonnambuli” come prima della Grande Guerra in cui «l’inumano dilaga, l’umano va a rotoli, il semplicismo trionfa, la complessità regredisce ». Era però altrettanto convinto – così in una delle sue ultime interviste – che «abbiamo dentro di noi gli anticorpi» che devono essere nutriti da «amicizia, solidarietà, fraternità, comunione, amore, capolavori della poesia, della letteratura, della musica, della pittura, del cinema». In altre parole, abbiamo in noi stessi – se coltivati – gli strumenti per «resistere alla barbarie del mondo ». Perché «tutte le vie nuove che ha conosciuto la storia sono state inattese, figlie di deviazioni che poi hanno potuto radicarsi, diventare tendenze e forze storiche». Sì, la storia può essere “piena di sorprese”. Può esserlo ancora se non cederemo al bellicismo, se disinnescheremo le narrazioni parziali e fuorvianti, se sapremo parlare delle mille cose preziose che ci rendono uomini, se sapremo, come sosteneva Morin, «creare oasi di resistenza fondate sulla fraternità, sulla solidarietà umana, sul rifiuto dell’egoismo trionfante».

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martedì 2 giugno 2026

CONNESSIONI CON IL FUTURO

UMEC-WUCT la Oradea: Legături cu viitorul – Orizonturi globale și misiunea profesorului în zilele noastre 

 Orizzonti globali 

e

 la missione

 dell'insegnante 

oggi


Nell'ambito del Convegno internazionale organizzato dAll'Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici (UMEC-WUCT) e dalla Diocesi di Oradea, la professoressa Roisín Coll, dell'Università di Glasgow, ha tenuto una conferenza dal titolo "Connessioni con il futuro - Orizzonti globali e la missione dell'insegnante oggi", offrendo un'ampia riflessione sull'identità e la vocazione dell'insegnante cattolico in un mondo segnato da profondi cambiamenti culturali, sociali e tecnologici.

All'inizio del suo intervento, la relatrice ha sottolineato l'importanza del contesto dell'Europa orientale, caratterizzato da resilienza e fedeltà alla fede: «Molte delle vostre nazioni comprendono, in modo molto particolare, cosa significhi preservare l'identità e la speranza in tempi di enormi cambiamenti politici, culturali e sociali». Partendo dal tema dell'incontro, la Prof.ssa Roisín Coll ha affermato che gli insegnanti cattolici si trovano «a un crocevia unico: tra memoria e futuro, tra tradizione e cambiamento, tra identità locale e connessione globale», sottolineando che la loro missione è oggi più importante che mai.

«Il mondo ha ancora bisogno di insegnanti. Non solo di istruttori. Non solo di professionisti. Ma di insegnanti che accompagnino i giovani, li aiutino a cercare la verità, a costruire relazioni e a scoprire la speranza», ha affermato, ricordando che il fondamento dell'educazione cattolica rimane la convinzione che ogni bambino sia creato a immagine e somiglianza di Dio.

La professoressa ha insistito sul fatto che l'educazione cattolica non mira esclusivamente al rendimento scolastico, ma alla formazione integrale della persona: "Cerchiamo di formare giovani che siano al contempo cittadini responsabili e, per citare Papa Benedetto XVI, 'futuri santi'".

Un argomento centrale della conferenza è stato la riflessione sull'intelligenza artificiale e del suo impatto sull'istruzione. Facendo riferimento a un recente articolo apparso su The Irish Catholic intitolato "L'IA non sostituirà mai il cuore pulsante dell'educazione cattolica", Roisín Coll ha sottolineato che la questione chiave non è se l'intelligenza artificiale trasformerà l'istruzione, poiché ciò sta già accadendo, ma "cosa apportano di unico gli insegnanti cattolici alla vita dei giovani che nessuna tecnologia potrà mai replicare completamente".

In questo contesto, ha sottolineato la dimensione profondamente relazionale e formativa dell'educazione cattolica: «L'insegnante cattolico porta qualcosa di unico: presenza, accompagnamento, incoraggiamento, testimonianza e fede». Allo stesso tempo, ha mostrato che, in un mondo sempre più plasmato dalla tecnologia, le dimensioni umane e spirituali dell'educazione diventano «non meno significative, ma ancor più essenziali».

Riflettendo sulle sfide attuali dell'educazione cattolica, l'insegnante di Glasgow ha richiamato l'attenzione sul rischio di diluizione dell'identità: "Una delle maggiori sfide che l'istruzione cattolica deve affrontare a livello internazionale non è sempre l'ostilità manifesta, ma la graduale diluizione: la lenta pressione a diventare indistinguibili da qualsiasi altra cosa e da chiunque altro".

In tal senso, la conferenza ha incluso anche la presentazione delle cinque caratteristiche della scuola cattolica e dell'insegnante cattolico, ispirate alle riflessioni dell'arcivescovo J. Michael Miller:

  • Ispirato da una visione soprannaturale, l'insegnante cattolico comprende l'educazione alla luce della fede e vede l'insegnamento come una missione, una partecipazione all'opera di Dio;
  • Basato su un'antropologia cristiana , che riconosce la dignità di ogni bambino, creato a immagine e somiglianza di Dio;
  • Animato dalla comunione e dalla comunità , costruisce relazioni di fiducia, solidarietà e appartenenza;
  • Pervaso da una visione “cristiana”del mondo , che integra fede, ragione e ricerca della verità nell'atto educativo;
  • Sostenuto dalla testimonianza del Vangelo , l'insegnante educa non solo attraverso la competenza professionale, ma anche attraverso l'esempio personale e la testimonianza della propria vita.

"Gli insegnanti cattolici non sono solo educatori del presente; sono custodi della memoria e costruttori del futuro", ha affermato Roisín Coll, sottolineando l'importanza della collaborazione internazionale e della solidarietà tra educatori cattolici di diversi paesi e culture.

Nella parte conclusiva della conferenza, ha parlato del ruolo centrale dell'educazione religiosa nel sostenere l'identità della scuola cattolica. "L'educazione religiosa non è semplicemente un'altra materia. È il luogo in cui la fede diventa comprensibile. Dove la tradizione viene compresa. Dove ai giovani vengono forniti gli strumenti per confrontarsi con interrogativi su verità, significato e identità", ha affermato la relatrice.

In conclusione, la professoressa dell'Università di Glasgow ha trasmesso un forte messaggio di speranza, esprimendo la sua fiducia nella vocazione degli educatori cattolici in tutto il mondo: "Il futuro dell'educazione cattolica non sarà garantito principalmente da documenti, strutture o strategie, ma dalle persone: insegnanti la cui vita rifletta il Vangelo, leader che creino culture di speranza e scuole abbastanza sicure di sé da conservare il proprio carattere distintivo".

Alcune foto sono disponibili qui ( link ).

Ufficio stampa dell'EGCO - Mihaela Caba-Madarasi

domenica 31 maggio 2026

ARRIVANO LE VACANZE

 



di Maria Ruggi 

Ci sono giorni, alla fine dell’anno scolastico, che hanno un respiro diverso. Si muovono in un’aria quasi rarefatta. Non è il caldo opprimente dell’estate che avanza, ma un soffio leggero che annuncia la fine di un ciclo. L’ansia del “dover fare” scivola dolcemente, si ritira in punta di piedi, lasciando spazio a un semplice, quasi timido “poter essere”. Il ticchettio incalzante delle scadenze, dei compiti da macinare, il peso invisibile delle attese e dei risultati, tutto all’improvviso rallenta, quasi che il tempo stesso decidesse di tirare il fiato.

Le lezioni si spogliano.

Abbandonano l’austero vestito del rigore indossato per mesi. L’autorevolezza si scioglie e mostra la sua pelle morbida, il suo volto più vero: quello della complicità, della risata condivisa, di confidenze sussurrate e sorprese che ti disegnano lacrime agli angoli degli occhi. Quella stessa energia, che ogni giorno ci ha sospinto tra i banchi e le lavagne in un andirivieni frenetico, tra spiegazioni e sintesi della sintesi, si trasforma in qualcosa di più carezzevole, quasi vellutato.

Si vestono di fiducia

L’impegno, lo sforzo, il desiderio di arrivare a tutti senza lasciare indietro nessuno, si vestono di fiducia. Fiducia nei nostri alunni, fiducia in noi stessi e nel cammino incredibile percorso fino qui.

Ci concediamo il privilegio di lasciarci andare e scoprire che siamo stati bene insieme. E mentre le aule si svuotano, e l’eco delle voci, prima urlate, ora si attenua, appare nell’aria una sottile e dolce nostalgia. È Il ricordo delle piccole conquiste, di ciò che è stato, degli sguardi che si sono intrecciati e hanno detto molto più di mille parole. Un brivido sottile cala dall’alto, un leggero rimpianto per qualcosa che sta per finire.

La speranza concreta

E intanto il sole più ardente ci consegna la speranza. La speranza concreta, fiammeggiante, di ciò che deve ancora accadere. Di un futuro che ci prepariamo a scrivere con due, quattro, infinite mani, e che già si disegna nei nostri cuori.

E in quegli ultimi, preziosi istanti vissuti insieme, la bellezza autentica della strada battuta raddoppia di intensità, come un canto che si fa più forte prima di sfumare nel silenzio delle aule vuote. 

Maestra Mary

 

Il Paese delle Vacanze
non sta lontano per niente:
se guardate sul calendario
lo trovate facilmente.


Occupa, tra Giugno e Settembre,
la stagione più bella.
Ci si arriva dopo gli esami.


Passaporto, la pagella.
Ogni giorno, qui, è domenica,
però si lavora assai:
tra giochi, tuffi e passeggiate
non si riposa mai.

Gianni Rodari

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UNO E TRINO

 


Il mistero 

del Dio cristiano: 

un solo Dio in tre Persone



Vangelo: Gv 3,16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: 16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

Commento di Renato De Zan

1. Il testo di Gv 3,16-18 è un breve frammento del dialogo tra Nicodemo e Gesù (Gv 3,1-21). La Liturgia lo ha arricchito con l’aggiunta liturgica “In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo”. A una lettura attenta emergono con chiarezza tre “perché” (Gv 3,16c.17c.18e). La struttura narrativa, dunque, si snoda secondo una logica chiarissima: prima c’è la proposta di una verità operativa (Gv 3,16ab.17ab.18abcd) immediatamente seguita da una motivazione che spiega l’obiettivo della verità operativa. Il formulario evangelico proclamato nell’odierna liturgia è implicitamente trinitario: il Padre manda il Figlio per salvare il mondo attraverso la fede nel Figlio che è possibile solo con l’opera dello Spirito nell’uomo.

2. Sotto il profilo letterario la struttura del brano è concentrica. Il primo segmento (/a/) comprende quattro elementi: Dio + Figlio unigenito + perché + il verbo credere (“chiunque crede”). Il segmento centrale (/b/) è costituito da cinque elementi: Dio + Figlio + perché + due verbi in parallelismo sinonimico (non condannare // salvare). Il terzo segmento (/a’/), infine, comprende come il primo, quattro elementi: Figlio unigenito + Dio + il verbo credere ripetuto (“chi crede” / “chi non crede”) + perché. I due verbi “credere” sono accompagnati da una sentenza. Il primo (“chi crede”) è associato alla sentenza positiva: “Non è stato condannato”. Il secondo verbo (“chi non crede”) è associato alla sentenza negativa: “è già stato condannato”.

L’Esegesi

1. La formula evangelica è composto da tre frasi, in cui il Figlio è al centro dell’attenzione. Egli è donato/inviato da Dio per la salvezza e non per il giudizio. Gesù, infatti, disse: “Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno” (Gv 12,47-48). Il Figlio è creduto dagli uomini e in questa fede c’è la salvezza. Nessuno, ovviamente, può credere senza l’azione dello Spirito: “Io vi dichiaro: come nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire «Gesù è anàtema», così nessuno può dire «Gesù è Signore» se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3).

2. Sfogliando le pagine della Bibbia non troveremo mai una definizione di Dio come si trova nel catechismo di Pio X (“Chi è Dio? Dio è l’essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra”), fatto salvo una definizione indefinita: “Dio è amore” (1Gv 4,8.16). Secondo la sensibilità biblica il mistero di Dio si può avvicinare prestando attenzione a ciò che Dio compie nella storia. Il Padre e il Figlio e lo Spirito sono quel Dio che Mosé ha conosciuto come “il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di grazia e di fedeltà” (1a lettura: Es 34,4-6.8-9). Paolo, invece, lo conosce in modo molto preciso e con un tratto di gentilezza lo rende attore principale del suo saluto ai cristiani di Corinto: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2a lettura: 2 Cor 13,11-13).

3. In un opuscoletto qualcuno che pretende di essere testimone di Dio ha scritto che la dottrina della Trinità “deve risalire a circa 350 anni dopo la morte di Gesù Cristo. I primi cristiani, che furono ammaestrati da Gesù Cristo, non credettero dunque che Dio sia una Trinità”. A parte l’italiano zoppicante, l’affermazione è assolutamente falsa. Se è vero che nel testo biblico non esiste la parola “Trinità”, è però assolutamente vero che il testo biblico ne parla ampiamente in modo diffuso del Figlio, del Padre che lo ha mandato, e dello Spirito. Gesù ne ha parlato in modo diffuso ai suoi discepoli: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità”( Gv 14,16). Prima di salire al cielo in modo specifico ha affermato: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo…”. È, dunque, falso che Gesù non ne abbia parlato del mistero del Padre e del Figlio e dello Spirito.

4. La prima generazione cristiana conosceva molto bene il mistero. Paolo, infatti, saluta i cristiani di Corinto con queste parole: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2 Cor 13,13). La parola “Trinità” compare nel sec. II in Teofilo di Antiochia e nel sec. III d. C. in Tertulliano (nel “Adversus Praxean”). La verità della Trinità è stata rivelata da Gesù ai suoi e risale alle origini del cristianesimo.

Il Contesto Celebrativo

1.     La celebrazione liturgica della solennità della Ss. Trinità nasce molto tardi, all’inizio del secondo millennio, in Francia. La testimonianza più antica sembra risalire al monastero di Cluny. Papa Alessandro III (+1181), però, era del parere che già “in ogni domenica, anzi quotidianamente, viene celebrata la memoria (dell’Unità e della Trinità divina)”. La devozione popolare, invece, fu di avviso diverso. L’accolse, infatti, con devozione e la mantenne viva fino a quando il magistero non l’approvò e la estese a tutta la Chiesa (papa Giovanni XXII nel 1334).

2.      La Liturgia non svela la Trinità, ma la propone perché il credente contempli e adori. Quando il credente si pone di fronte a Dio in modo sincero, impara ad avere il senso del mistero e l’umiltà. L’uomo accoglie il mistero di Dio, senza la pretesa di analizzarlo come fosse un atomo della materia.

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IL CORAGGIO DELL'ESSENZIALE


 C’è affetto e sprone, memoria e visione, ammirazione e realismo, ma soprattutto c’è una profonda e non scontata consonanza nel rapporto tra papa Leone XIV e la Chiesa italiana. 


-di MATTEO LIUT

E non è solo perché i vescovi della Penisola ieri hanno accolto il “loro” primate con un lungo e caloroso applauso, non è solo perché Prevost ha vissuto per anni a Roma, non è solo perché il Pontefice ha chiaramente dimostrato di voler condividere i momenti più importanti dell’attività della “sua” conferenza episcopale non fermandosi a una presenza formale.

È anche e soprattutto la capacità del Papa americano di indicare la strada da percorrere mettendosi dalla parte della gente, di descrivere con efficace precisione gli snodi strategici sui quali si gioca il futuro della Chiesa italiana mettendo al centro quel patrimonio di fede che ha plasmato il nostro Paese.

È, insomma, il modo con il quale ieri il Vescovo di Roma ha parlato ai presuli italiani nell’ultimo giorno della loro 82ª Assemblea generale.

L’invito al coraggio, a costruire «comunità vive e ospitali», a stare dalla parte dei poveri non come semplici destinatari di un servizio ma come fratelli e sorelle, l’appello a dialogare con i giovani, a non lasciare sole le famiglie, a fare della fede un motore che muova un impegno sociale, politico e cultuale altro non sono che una “sveglia”. Sono un’esortazione a riscoprire la vera stoffa di cui è fatta la vita di fede del popolo italiano e a dare spazio a risorse che già appartengono al Dna della Chiesa italiana.

Così il Papa di fatto prende in mano la vita ecclesiale ma non guardandola dal palazzo, non da “statista del Vangelo”, non da burocrate dei sacramenti, bensì adottando il punto di vista della strada, sedendosi tra i banchi, varcando la soglia delle case, dimostrando di conoscere bene le inquietudini che in questa nostra epoca attraversano i cuori e le anime. Una conoscenza da cui nasce la più asciutta e sintetica delle esortazioni contenute nel suo discorso: «Abbiamo il coraggio dell’essenziale!». E dice «abbiamo», non «abbiate», perché con il suo stile diretto ma attento, delicato ma potente, Prevost riesce a tenere insieme il popolo con coloro che lo guidano, il clero, i vescovi, i responsabili.

Non dimentica il suo ruolo, la sua posizione, ma è in grado di andare oltre, di guardare le persone negli occhi, con timidezza ma anche con rispetto e amore. Tanto che non esita a fermarsi a soccorrere qualcuno che si sente male tra la folla, come successo mercoledì all’udienza generale. E allora, con le sue parole, ma ancor più con i suoi gesti, le sue visite alle parrocchie romane prima e poi alle diocesi italiane, Leone XIV ci sta quasi accompagnando in un suo viaggio personale alla scoperta della ricchezza che la Chiesa italiana può ancora offrire al Paese. Le parrocchie romane e la sfida di essere un segno profetico nelle città, Pompei e la devozione popolare, Napoli e la voglia di riscatto, Acerra e le ferite da curare e poi ancora Pavia e l’eredità dei grandi maestri della fede, Lampedusa e il servizio all’umanità sofferente, Assisi e l’universalità dello spirito di san Francesco, Rimini e la capacità di elaborare cultura: ogni tappa è per lui – ma anche per noi – una luce accesa sulle motivazioni che spingono ad amare e curare la vita di questa nostra Chiesa. Così quando chiede di puntare sull’iniziazione cristiana come caposaldo dell’impegno dei credenti, ricordando che l’efficacia della formazione è strettamente legata alla qualità delle comunità, e che quest’ultima deriva fondamentalmente dalla capacità di ascoltare (prima di tutto la Parola di Dio, ma poi anche i segni dei tempi), ci sta ricordando di che stoffa siamo fatti, come il filo della fede nei secoli si sia intrecciato con milioni di vite. E nel pieno di quel cammino di rinnovamento che la Chiesa italiana ha deciso di intraprendere non per il proprio bene ma per il bene delle donne e degli uomini del nostro tempo, il Papa riporta tutto a quella antica ma sempre potente essenzialità: la soluzione, ricorda, sta nel seguire la via della piccolezza, che non si fa distrarre dalla preoccupazione sui numeri o sulla visibilità o sull’influenza.

D’altra parte, vien da pensare, non hanno fatto così anche i santi, i beati e i testimoni della fede italiani che hanno dato la vita per il Vangelo stando in mezzo alla gente, condividendo con tutti i loro carichi quotidiani, aiutandoli a elevare verso Dio, verso il trascendente, lo sguardo anche in mezzo ai marosi della vita? È questo, sottolinea il Papa, che fanno i padri e le madri nella fede, è questo, prima di qualsiasi strategia pastorale, il cuore della testimonianza di cui ha bisogno l’Italia. Una strada impegnativa sulla quale Leone XIV ha dimostrato di avere tutta l’intenzione di non lasciare da sola la “sua” Conferenza episcopale e con essa la sua Chiesa e il suo Paese, l’Italia.


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sabato 30 maggio 2026

80 ANNI DI COSTITUZIONE

 La “salute” 

dei cattolici 

a 80 anni 

dalla Costituente


Il 2  giugno si celebra la Festa della Repubblica, 

in un anno in cui si ricorda gli 80 anni dalla Costituente.

Recentemente si è svolto presso il Comune di Poggio a Caiano un convegno per riflettere su questa importante svolta della storia italiana organizzato dall’Unione Giuristi Cattolici Italiani di Prato

Nell’occasione ho avuto l’opportunità di sviluppare alcune considerazioni specifiche sull’eredità e, soprattutto, sul ruolo dei cattolici in rapporto alla carta costituzionale.

Senza cultura non c’è politica “maiuscola”

Prima considerazione: la presenza dei cattolici italiani ai lavori della Costituente fu il frutto maturo e profetico di una stagione di grande impegno spirituale, culturale e politico, che affonda le radici nella necessità di elaborare un pensiero autonomo dopo la difficilissima fase storica che parte dal Risorgimento ed arriva al fascismo. Impossibile slegare l’illuminato apporto dei costituenti cattolici da un complesso e necessario percorso formativo previo: documenti del Magistero sociale della Chiesa; filosofia tomista e neotomista del Novecento (da San Tommaso a Maritain); settimane sociali e codice di Camaldoli; radiomessaggi di Pio XII. Contrariamente a ciò che succede oggi, non si percorsero facili scorciatoie, ma solo la strada maestra, nella convinzione che senza cultura non c’è politica “maiuscola”.

Persona, storia e metafisica

Veniamo ai contenuti. L’edificio del nuovo Stato doveva poggiare, per Moro, su tre pilastri: «la democrazia, in senso politico, in senso sociale ed in senso che potremmo chiamare largamente umano».

Per procedere in questa direzione era necessario rinnovare profondamente la stessa dottrina della sovranità, non più forza irresistibile dell’autorità, che esercita un «prepotere di fatto», ma strumento al servizio della libertà e della dignità delle persone

Questa filigrana del pensiero di ispirazione cristiana la si vede dagli articoli che esprimono l’idea pluralistica della società, rispettosa dei diritti della persona, singola e associata, che esiste da prima dello Stato e che lo Stato riconosce come originari (ancor più nitidamente espressi dall’ Odg di Dossetti del settembre 1946, poi confluito negli articoli 2 e 3 del testo finale).

Ma i passaggi più caratterizzanti a livello filosofico sono quelli di La Pira. Il professore è mosso da una visione evangelica, elaborata mediante la metafisica e la filosofia sociale e politica di S. Tommaso, il cui perno teologico è l’Incarnazione. Ciò si traduce in una visione dell’azione sociale fondata sul comandamento dell’amore, scevra da ogni venatura utopistica ed attenta alla storia nella sua concretezza. Da questo punto di vista La Pira si appoggia ad una base opposta a quella di Togliatti e Croce, accomunati dal principio di immanenza.

I cattolici sono ancora forti ed autorevoli per accompagnare la Costituzione?

Speranza

Ci piace al riguardo tirar fuori un’ultima suggestione: il legame tra Costituzione e speranza.

La nostra Costituzione nasce come esplicita critica al passato. Nessun dubbio. Ma, come si evince da alcuni passaggi del dibattito nella Costituente, è anche implicita critica al presente (…lo Stato deve rimuovere gli ostacoli che impediscono di realizzare i diritti previsti).

Ma tale critica si apre sempre ad una progettualità con un ponte gettato verso il futuro. Per questo ogni critica è allo stesso tempo rotta verso il futuro

Acquistano così un senso ancora più chiaro le parole di Dossetti alla Costituente, secondo cui dobbiamo far sì che la Costituzione sia “amica, compagna di strada e presidio sicuro del nostro futuro”.

Ed è proprio su questo versante che vorrei porre una domanda: i cattolici italiani sono ancora il presidio e contestualmente l’accompagnamento della nostra Costituzione verso il futuro?

Nuovi codici e nuove Camaldoli sarebbero auspicabili. Ma ne abbiamo ancora la forza e l’autorevolezza?

Leggi anche:

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ADDIO EDGAR MORIN

 "Il mio percorso spirituale è un'avventura durata cento anni, in cui ho fatto della mia vita unaricerca soggettiva originarian di verità, una ricerca  fuori strada, e di questa ricerca fuori strada una ricerca di me stesso. 

E' morto a 104 anni Edgar Morin, filosofo, sociologo, antropologo e figura centrale della sinistra intellettuale francese contemporanea. Autore di oltre cento libri tradotti in una trentina di lingue, Morin è stato uno dei pensatori più noti al grande pubblico, anche per la sua insistenza sulla "pensée complexe", il "pensiero complesso", nozione ripresa e resa popolare anche dal presidente francese Emmanuel Macron.

"Fino ai suoi ultimi giorni, Edgar Morin è rimasto attento al mondo, agli altri e alle grandi sfide umane che hanno nutrito il suo pensiero", ha dichiarato la moglie Sabah Abouessalam Morin in una nota all'Afp. "Oggi il vuoto che lascia è immenso. Ma il suo coraggio, la sua fedeltà alle persone e alle idee, il suo rigore morale e la sua speranza continuano a guidarci", ha aggiunto.

La vita

Nato l'8 luglio 1921 a Parigi in una famiglia ebraica sefardita originaria di Salonicco, Edgar Nahoum, questo il suo nome di nascita, perse la madre all'età di dieci anni. Studiò alla Sorbona, dove conseguì lauree in storia e diritto. Dopo aver frequentato ambienti libertari favorevoli al campo repubblicano nella guerra civile spagnola, aderì al Partito comunista francese nel 1942. Durante la Resistenza assunse lo pseudonimo di Morin, che avrebbe poi mantenuto.

Fu escluso dal Pcf nel 1951 per le sue critiche alla linea staliniana della direzione. "Fu come un dolore d'infanzia, enorme e molto breve", avrebbe raccontato più tardi. La rottura con il comunismo arrivò poco dopo la pubblicazione del suo primo libro, L'An zéro de l'Allemagne, dedicato all'occupazione della Germania, alla quale aveva partecipato nell'esercito francese. Il distacco dal comunismo si legò a una più ampia postura critica, che avrebbe attraversato tutta la sua opera e che trovò una tappa importante in Autocritique, pubblicato nel 1959.

Entrato al Cnrs come sociologo, Morin si dedicò presto a temi allora innovativi: il cinema, la moda, la cultura di massa, il fenomeno delle star e le dinamiche della voce pubblica. In La Rumeur d'Orléans, del 1969, analizzò una vicenda che aveva colpito l'opinione pubblica francese, quella della falsa voce secondo cui responsabili di un grande magazzino avrebbero fatto sparire donne per alimentare un traffico di tratta.

Dopo alcuni anni, trascorsi in America latina, nel 1969 fu invitato all'Istituto Salk di San Diego, in California. Da quell'esperienza nacque Journal de Californie, nel quale studiò la regione come laboratorio della modernità. Negli anni successivi avviò la sua opera maggiore, La Méthode, una serie di sei volumi pubblicati tra il 1977 e il 2004: La Nature de la nature, La Vie de la vie, La Connaissance de la connaissance, Les Idées, L'Humanité de l'humanité ed Éthique.

La Méthode

Con La Méthode, Morin cercò di confrontare e collegare i metodi delle scienze umane con quelli delle scienze biologiche, promuovendo una visione transdisciplinare del sapere. Partecipò anche, insieme ai biologi Jacques Monod e François Jacob, alla creazione del Centro internazionale di studi di biologia e antropologia fondamentale all'abbazia di Royaumont.

"Quando un sapere frammentario e disperso ci rende sempre più ciechi davanti ai nostri problemi fondamentali, l'intelligenza della complessità diventa un bisogno vitale per le nostre persone, le nostre culture, le nostre società", scriveva in occasione di un colloquio organizzato dall'Associazione per il pensiero complesso, fondata da lui nei primi anni Duemila. Per Morin, la complessità, dal latino complexus, "ciò che è tessuto insieme", era il tratto stesso della realtà, irriducibile a un unico schema di spiegazione.

Morin si definì sempre agnostico, o anche "incredulo radicale". Nessuna concezione del mondo, sosteneva, può considerarsi depositaria della Verità, e le rappresentazioni filosofiche e religiose devono poter coesistere in un insieme multicivilizzazionale.

Una "politica di civiltà", la formula ripresa da Macron

Nel 2007, con L'An 1 de l'ère écologique: la terre dépend de l'homme qui dépend de la terre, Morin avviò un dialogo con Nicolas Hulot sulla necessità di promuovere una "politica di civiltà", orientata a rimettere l'uomo al centro della politica e a privilegiare il "vivere bene" rispetto al semplice benessere.

La formula ebbe ampia fortuna mediatica e fu ripresa per un periodo dal governo di Nicolas Sarkozy, da cui Morin prese poi le distanze.
Negli anni Duemila dedicò numerosi libri ai grandi temi dell'attualità: educazione, ambiente, politica internazionale. Pubblicò anche volumi di dialogo con personalità molto diverse, tra cui Boris Cyrulnik, Jean Baudrillard, Stéphane Hessel, François Hollande e Tariq Ramadan. 

"Israel-Palestine: le cancer", la polemica per l'articolo su Le Monde

Nel giugno 2002 suscitò una vasta polemica firmando con Danièle Sallenave un articolo su Le Monde intitolato "Israel-Palestine: le cancer", nel quale denunciava la politica israeliana verso i palestinesi. L'articolo gli valse un procedimento promosso da associazioni come France Israel e Avocats sans frontières. Alcuni critici gli rimproverarono anche di sottovalutare la rinascita dell'antisemitismo in Francia e di coltivare una visione multiculturale giudicata troppo idealizzata.

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