sabato 4 aprile 2026

RAGAZZI CHE PENSANO TROPPO


 Il libro "Ragazzi che pensano troppo" è descritto come un'opera fondamentale per genitori ed educatori, che unisce storie vere a ricerche scientifiche. 

"Ragazzi che pensano troppo" di Matt Richtel (2026) esplora la crisi di salute mentale adolescenziale, evidenziando alti tassi di ansia e la necessità di supportare una generazione fragile ma resiliente. Gli adolescenti vivono un'epoca di stress elevato, spesso legato a insicurezze e sfide sociali, che richiede attenzione da parte di educatori e genitori. 


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Ecco i punti chiave legati al tema dei giovani che "pensano troppo" (overthinking) e all'omonimo libro:

  • Il contesto del libro: Matt Richtel, vincitore del premio Pulitzer e giornalista del New York Times, indaga la crisi di salute mentale adolescenziale, esplorando il connubio tra fragilità e resilienza negli adolescenti di oggi.
  • Dati sulla salute mentale:

 Oltre il 51% degli adolescenti in Italia dichiara di soffrire di ansia o tristezza prolungata. A livello globale, uno su sette vive con un grave disagio psicologico.

  • Cause dell'overthinking:
    • Rifiuto sociale: L'esclusione da parte degli amici è un fattore critico che manda in crisi il "cervello emotivo" dei giovani.
    • Fallimento individuale: La pressione per il successo provoca forte stress.
    • Pressione digitale e sociale: Un ambiente in continua evoluzione, dove i punti di riferimento tradizionali sono venuti meno.
  • Conseguenze: L'eccesso di pensieri (overthinking) si trasforma in loop mentali, logorando il corpo e causando ansia e difficoltà di concentrazione.
  • Risposta educativa: È necessaria una maggiore comprensione da parte degli adulti, che spesso vivono anch'essi una fase di fragilità. 

In un mondo di grandi mutamenti e sfide esistenziali, chiedersi perché gli adolescenti pensano troppo è come chiedersi perché i ragazzi di un tempo avessero le ginocchia sbucciate.

Sono il 51,4 per cento in Italia gli adolescenti che dichiarano di soffrire di ansia o tristezza prolungate, mentre nell’intero pianeta uno su sette convive con un serio disagio psicologico e quasi la metà si rivolge all’AI per trovare risposte ai propri affanni. Il mondo che muta alla velocità della luce e le sfide inedite e ardue che la realtà – fisica e virtuale – pone sono all’origine di un malessere pervasivo per ragazze e ragazzi. E il confronto continuo con i social, poi, li espone perennemente a un eccesso di “ruminazione” che può diventare l’anticamera di forme ansiose più profonde. Ma comprendere, aiutare e valorizzare quella che il premio Pulitzer Matt Richtel definisce «la generazione più preziosa» non può che essere la priorità di tutti, perché gli adolescenti non sono che gli esploratori di cui l’evoluzione ci ha dotato per aprire gli orizzonti, allargare i confini, infondere nuove idee e nuova linfa alla società. È un’impresa ardua la loro, irta di incognite e rischi, soprattutto in un’epoca in cui i punti stabili su cui potevano contare i ragazzi di un tempo si sgretolano. Ma è anche una sfida entusiasmante e, ora più che mai, indispensabile.

Con la sapienza di un grande narratore e divulgatore, basandosi sulle più accurate ricerche scientifiche e un gran numero di storie vere, Matt Richtel ha scritto non solo un’opera che ogni genitore ed educatore dovrebbe tenere sul comodino, ma un’autentica dichiarazione d’amore per una condizione che è al tempo stesso resilienza e fragilità, immaginazione e con- traddizione, paura e speranza. Un inno a una stagione della vita il cui supremo valore supera tutti i disagi che comporta.

 Autore

Matt Richtel, vincitore del premio Pulitzer, è uno scrittore bestseller e si occupa di salute e scienza per il New York Times . Ha trascorso quasi due anni a indagare la crisi di salute mentale degli adolescenti durante la pandemia per l’acclamata e pluripremiata serie giornalistica «Inner Pandemic». Ragazzi che pensano troppo è stato nominato come libro migliore dell’anno dal prestigioso New Yorker 

 

 

venerdì 3 aprile 2026

IL SERVO DI ISAIA


Nell’era delle risposte immediate e delle reazioni automatiche, il Venerdì Santo ci ricorda che esiste una via diversa: spezzare la catena dell’odio senza cedere né colpire, trasformando i rapporti e lo sguardo.

 Roberto Pasolini

Viviamo nell’epoca della reazione istantanea. Un insulto ricevuto esige una risposta nel giro di secondi: sui social, dove tutto è pensato per ottenere un clic – e possibilmente una reazione – nella politica, nelle relazioni, nelle conversazioni di ogni giorno, ovunque. 

Chi non risponde viene letto come debole, arreso, già sconfitto prima ancora di aver parlato. La ritorsione è diventata il nostro respiro normale, il ritmo con cui si scandisce il tempo di chiunque non voglia soccombere. Il male entra in circolo, gira su se stesso e riparte amplificato, perché trova sempre qualcuno disposto a rilanciarlo. È la legge non scritta di questo tempo: se ti colpiscono, colpisci. Se ti umiliano, umilia. Altrimenti hai già perso. 

Eppure c’è qualcosa che portiamo dentro, forse più di quanto sappiamo nominare: la stanchezza di questo ritmo. La nausea di guerre che si nutrono di odio antico e non riescono a finire, di schermi che rimandano rabbia su rabbia come specchi contrapposti, di relazioni che si spezzano perché nessuno è disposto a cedere per primo, di giornate che si consumano in una difesa continua di noi stessi. 

C’è in noi – almeno in quella parte di noi che non ha ancora smesso di sperare – la sete di qualcosa di diverso. Non di ingenuità. Non di resa passiva. Di una forza che non assomigli alla violenza e che tuttavia sia capace di tenerle testa. Una forza che non abbiamo ancora imparato a riconoscere, forse perché non assomiglia a nulla di ciò che il mondo chiama forza. 

 I canti del Servo di Isaia, che la Settimana Santa ci fa ascoltare come chiave per leggere la Passione, descrivono un uomo che quella forza la possiede davvero. Non è un eroe che vince i nemici in battaglia: è qualcuno che accetta di ricevere colpi senza restituirli, sputi senza rispondervi, una condanna ingiusta senza trasformarla in vendetta. 

Il profeta usa un’immagine di una densità quasi insostenibile per descrivere questa figura: «Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti». Il male arriva fino a lui e lì si ferma. Non rimbalza. Non riparte. Si esaurisce. È la forma di resistenza più radicale che esista: non opporre forza alla forza, ma diventare il luogo in cui la spirale si interrompe. 

Un punto fermo in cui l’onda si infrange e non riesce più a ripartire. Gesù ha incarnato questo sino alla fine. Non da una distanza di sicurezza, non con un gesto isolato e straordinario compiuto in un momento eccezionale. Lo ha fatto attraverso un esercizio lungo tutta una vita: nelle incomprensioni quotidiane, nelle piccole umiliazioni che nessuno ha mai registrato, nei silenzi custoditi quando sarebbe stato così facile – e così comprensibile – rispondere. 

Il mondo conosce sostanzialmente due risposte al male: la resa o la ritorsione. Gesù ne ha praticata una terza, infinitamente più difficile: l’assorbimento. Ricevere senza rimandare. Restare senza fuggire. Offrire senza pretendere nulla in cambio, nemmeno la comprensione di chi si ama. 

La croce non è un momento: è il compimento di una scelta fatta ogni giorno, in condizioni meno epiche del Calvario, spesso in circostanze che nessuno noterà mai. Un’obbedienza che si apprende attraverso il tirocinio della sofferenza. Una resistenza che non si impone con la forza, ma si offre con tutta la vita. 

 Noi conosciamo bene il mondo in cui viviamo. Ne portiamo addosso i segni, le abitudini, i riflessi condizionati che si attivano prima ancora che ce ne accorgiamo. E sappiamo quanto sia difficile – quanto costi davvero, quanto vada contro ogni istinto profondo di sopravvivenza – non restituire il male ricevuto. 

Non è una scelta che si compie una volta sola: va ricominciata ogni mattina, in condizioni diverse, contro avversari – interiori ed esteriori – sempre nuovi. Ma forse vale la pena fermarsi su una domanda, prima di tornare al rumore ordinario delle nostre giornate: se anche noi, nel nostro piccolo, imparassimo a diventare uno di quei luoghi in cui la spirale si interrompe – nelle nostre case, nelle nostre amicizie, nei contesti in cui viviamo e operiamo – cosa cambierebbe intorno a noi? Forse non cambierebbe subito il mondo. 

Ma potrebbe essere diverso il modo in cui attraversiamo le nostre giornate: meno parole che feriscono, meno reazioni dettate dall’istinto, meno tempo consumato a rincorrere ciò che ci ha fatto male. Più libertà nei rapporti, più pace dentro, più spazio per ciò che davvero conta. 

È questo, in fondo, ciò che il Venerdì Santo consegna anche a noi: non un gesto eroico da ammirare da lontano, ma una possibilità da praticare da vicino. Che il male, almeno in qualche punto della storia – anche piccolo, anche nascosto – possa fermarsi. E non ripartire più.



La GRANDEZZA DELL'ITALIA

 


MA L'ITALIA 

E' DIVENTATA

 GRANDE?



-di Giuseppe  Savagnone 


La “schiena dritta” dell’Italia

Il rifiuto – rivelato e molto pubblicizzato in questi giorni dal governo – di permettere agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella per la loro guerra all’Iran, è stato letto da molti commentatori come una mossa della nostra presidente del Consiglio per prendere le distanze, agli occhi dell’opinione pubblica italiana, da un amico divenuto ormai decisamente ingombrante qual è ormai Donald Trump, sempre più impopolare sia nel suo paese che nel nostro. Né bastano a smentire questa impressione le assicurazioni d’obbligo che il legame con gli Stati Uniti rimane saldo.

Non è mancato qualcuno che ha collegato questa scelta alla netta sconfitta della maggioranza governativa – e prima di tutto di Giorgia Meloni, che ci aveva “messo la faccia” –  nel referendum sulla giustizia. Se è vero che esso si è trasformato in una consultazione popolare chiamata a valutare l’operato del governo di destra nei suoi ormai tre anni di vita, è plausibile che a pesare in senso negativo sia stata anche la strettissima relazione della nostra premer con il presidente degli Stati Uniti.

Il primo “no” a Washinton, nel caso di Sigonella, avrebbe lo scopo di offrire agli italiani l’immagine di un governo che, al pari di quello del premier spagnolo Sánchez – molto ammirato, nei giorni scorsi, dai nostri opinionisti più autorevoli per la sua equilibrata fermezza nel condannare l’attacco americano e israeliano all’Iran – , sa trattare con gli Stati Uniti mantenendo “la schiena dritta”.

Uno sforzo che appare destinato, in verità, a cozzare con alcuni innegabili dati di fatto. Fin dal primo momento la linea di Sánchez è stata chiarissima:  «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è. Certamente il popolo spagnolo non lo è e, ovviamente, non lo è nemmeno il governo spagnolo. La questione, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace». Perché «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità».

Meloni, invece, pur riconoscendo che questa deliberata aggressione si pone «al di fuori del diritto internazionale», si è rifiutata di prendere posizione: «Non condivido e non condanno», ha detto, appellandosi alla complessità della questione. 

Un’amicizia resistente alle delusioni

Non è una differenza di linea politica nata in questa circostanza. La sua radice remota sta nel rapporto strettissimo che la nostra premier ha avuto col presidente americano fin dall’inizio del suo secondo mandato, rapporto evidenziato già dal fatto che Giorgia Meloni è stata l’unica premier europea invitata alla cerimonia d’insediamento del Tychoon. 

 Alla base c’è una grande stima personale reciproca, espressa in più circostanze: «Io penso che Donad Trump sia un leader coraggioso, schietto, determinato che difende i suoi interessi nazionali. Io mi considero una persona coraggiosa, schietta e determinata, che difende i suoi interessi nazionali. Quindi direi che ci capiamo bene anche quando non siamo d’accordo».

E Trump da parte sua non ha lesinato i complimenti a “Giorgia”, definendola «donna meravigliosa» e «grande leader», con apprezzamenti riguardanti anche il suo fisico: «Sei giovane e bellissima». E anche all’inizio della guerra contro l’Iran ha ribadito:  «Giorgia Meloni cerca sempre di aiutare, è un’ottima leader ed è una mia amica».

In questo contesto si spiega perché la nostra premier non abbia detto una sola parola per condannare le pretese avanzate da Trump fin dall’inizio del suo mandato nei confronti della Groenlandia e del Canada (con esplicite minacce di intervento militare), limitandosi a dirsi certa che non avrebbero avuto seguito e riconoscendo una certa fondatezza delle pretese del presidente americano, da lei definito anche in quest’occasione «una persona che quando fa una cosa la fa per una ragione».

Questa stima da parte della nostra premier verso l’inquilino della Casa Bianca ha superato indenne la delusione seguita al viaggio a Washington – trionfale sul piano mediatico, ma disastroso su quello politico – dell’aprile 2025. In quell’occasione i giornali di destra celebrarono il ruolo di «pontiera» della nostra premier, che pure aveva dovuto aggiornare lo slogan sovranista da lei spesso ripetuto – «rendere di nuovo grande l’Italia» – , trasformatolo in un «rendere di nuovo grande l’Occidente», per conciliarlo con quello del suo ospite che, da pare sua, sbandierava quello «Rendere di nuovo grande l’America». E le lodi di Trump alla presidente italiana sembrarono una conferma che la grandezza dell’Italia e quella degli Stati Uniti potessero rientrare in un unico grande progetto, di cui Donald Trump doveva essere l’artefice e Giorgia Meloni l’ispiratrice.

Poi i fatti smentirono con spietata evidenza questi sogni. La richiesta dell’UE, di stabilire un rapporto alla pari, con zero dazi – di cui Meloni era stata l’ambasciatrice, in forza del suo rapporto privilegiato col presidente americano, fu platealmente ignorata, come anche le richieste alternative del 10%, avanzate per ripiego dei governi europei Niente da fare. I dazi furono del 15%, anche recentemente una sentenza della Corte suprema li ha dichiarati nulli.

La proposta del premio Nobel per la pace

Ma il ruolo di mediatrice, che Meloni si attribuiva e che i giornali governativi celebravano ossessivamente come la sua «centralità» sulla scena politica, non funzionò neppure quando Trump volle imporre ai paesi europei di elevare le loro spese militari al 5%, piegando con le minacce la resistenza degli alleati. Già allora Sánchez fu l’unico che rifiutò di cedere al ricatto, attirandosi l’ira incontrollata del presidente americano. Il quale peraltro, malgrado le concessioni ottenute, continuò ad usare toni spezzanti nei confronti dell’Europa, mostrando chiaramente, in tutta la gestione della crisi ucraina, di ritenerla ormai una realtà politicamente ed economicamente marginale.

Eppure neanche questo scoraggiò Meloni dal sottolineare che tra lei  e il presidente americano esisteva un «rapporto privilegiato», di cui era «orgogliosa», e a insistere con gli altri Stati dell’UE, da buona “pontiera”, sulla necessità di dare sempre la priorità al rapporto tra Europa e Stati Uniti, per «rendere di nuovo grande l’Occidente».

Questa cieca fiducia non è stata intaccata neppure quando, nel gennaio scorso, Trump ha dispiegato la sua schiacciante forza militare per attaccare  il Venezuela, contro ogni regola del diritto internazionale, e non per ristabilire la democrazia, ma mantenendo il vecchio regime, perché – come egli dichiarò senza veli – ciò che gli premeva era la cessione dei diritti sul petrolio. Anche allora Meloni ha dichiarato che l’accaduto costituiva una «operazione difensiva legittima». Addirittura, a distanza di poco tempo, ha detto – prima e unica leader europea – che sperava di poter presto «candidare Donald Trump per il Nobel per la pace».

Non si può dire che il Tychoon l’abbia ripagata adeguatamente perché ha continuato ad attaccare l’Europa, arrivando, pochi giorni dopo questa lusinghiera candidatura, a misconoscere, col suo solito tono derisorio, il tributo di morti pagato dai paesi della Nato, tra cui l’Italia, nella guerra in Afghanistan: «Sono rimasti un po’ nelle retrovie, un po’ lontani dal fronte».  Suscitando la protesta di molti paesi e della stessa premier italiana, a cui però, a differenza che a quello inglese, non ha porto le scuse.

Il fallimento di un progetto politico

È inevitabile, alla luce di questa storia, chiedersi se si sia realizzato o meno, ad oggi, il progetto dichiarato del nostro governo, quello di «rendere di nuovo grande l’Italia» o, anche nella nuova versione inaugurata dalla Meloni, «l’Occidente». La risposta viene dai fatti.

Non c’era bisogno, del resto, di essere profeti, e nemmeno grandi politologi, per prevedere tutto questo, se il sottoscritto, che non è né l’uno né l’altro, l’aveva già puntualmente prefigurato in un chiaroscuro intitolato «Il mondo di Donald Trump e le illusioni dei sovranisti» (ancora facilmente consultabile su «Tuttavia»), che risale addirittura all’8 novembre 2024, all’indomani della vittoria elettorale del Tychoon e ben prima del suo insediamento. Ne riporto testualmente le conclusioni, perché esse sono di una bruciante attualità anche oggi: «Se si pensa che il bene del proprio paese sia in alternativa a quello degli altri, due governi sovranisti non potranno mai allearsi, se non in un rapporto asimmetrico di dipendenza (come fu tra Germania nazista e Italia fascista nel secolo scorso). Come i ricci, i cui aculei sono una buona difesa verso gli altri animali, ma escludono un reciproco abbraccio, i sovranisti non possono dare luogo a un fronte veramente comune e tra due Stati governati da loro ci potrà essere solo competizione.

(…) La linea dell’America di Trump, protezionista e polemica verso l’Europa, non coincide affatto con gli interessi dell’Italia, per quanto il nostro governo abbia per molti versi una matrice sovranista, anzi è destinata a danneggiarli gravemente.

Per quanto riguarda la nostra economia – che si basa in gran parte sulle esportazioni – l’aumento dei dazi, con il conseguente scatenarsi di una guerra doganale, da parte degli Stati Uniti, non potrà che colpire le nostre   attività commerciali e, più a monte, quelle produttive (…).

Anche la nostra politica estera è stata finora impostata, per quanto riguarda la guerra in Ucraina, sulla fedeltà alla NATO e sul sostegno “incrollabile”» a Zelenskyi, per quella di Gaza sulla creazione di uno Stato palestinese. Che farà il nostro governo ora che il potente alleato americano sembra cambiare drasticamente linea?

Solo un’illusione ottica può far credere ai nostri sovranisti che la vittoria di Trump è un successo anche per loro(…).  Per quelli che sono già coinvolti in ruoli di governo e per gli altri che potranno presto esserlo, l’America  di Trump è diventata più  una minaccia che un punto di riferimento. E,  in generale, è il mondo di Trump  – per definizione conflittuale e spietato – a profilarsi come un incubo, e  non solo per i sovranisti, ma per tutti coloro che ne avevano sognato  uno dove gli esseri umani fossero finalmente fratelli».

Questo incubo è davanti ai nostri occhi. C’è una sola cosa da aggiungere, ed è che in realtà anche per gli Stati Uniti, come si sono accorti molti del movimento Maga, la politica di Trump è un disastro.

In questo quadro è evidente il completo fallimento della politica estera italiana che aveva puntato tutto sul ruolo di mediatrice che Meloni avrebbe dovuto avere, assumendo un ruolo centrale nel rapporto tra Europa e Stati Uniti. Mai come oggi questo rapporto appare compromesso e l’idea stessa di Occidente, che si basava su di esso, appare ormai un ricordo del passato. 

Non è morta, però la speranza di una rinascita spirituale, culturale e politica, che ne faccia rifiorire valori dopo questo inverno. Ma è chiaro che essa non passa più, come sognava Meloni, da una remissiva subordinazione alla capricciosa e prepotente politica americana, bensì dipende dalla capacità dell’Europa di ritrovare un’anima, che non è certo quella del capitalismo imperialista di Trump. Dobbiamo sperare che l’Italia, messa ai margini da una linea sbagliata, riesca a recuperare un posto in questo progetto. 

Ma per questo molto di più che negare l’atterraggio a due aerei americani.  

www.tuttavia.eu

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giovedì 2 aprile 2026

SANTA PASQUA - AUGURI

 


E' RISORTO! 

ALLELUJA


Porgo a tutti voi il mio augurio di una lieta e santa Pasqua, accompagnato – ve l’assicuro – dalla mia preghiera.

Con la Pasqua siamo chiamati, noi insegnanti cattolici, ad annunciare e a testimoniare in ogni luogo, in ogni tempo, in ogni circostanza la Risurrezione di Gesù Crocifisso.

Cristo Risorto viaggia con noi nella traversata della vita, ci esorta a non temere in mezzo alla tempesta, ad avere fede in Lui, unico pane di vita, a ringraziarlo, perché ci ha portato la salvezza. Egli è la nostra pace e ci abbandoniamo a Lui che è sempre con noi anche in mezzo alle difficoltà personali, alla cattiveria, agli errori delle persone, al dramma della guerra.

La consapevolezza di Gesù nel dare la vita per noi

Riflettiamo brevemente con quali sentimenti Gesù ha affrontato la sua passione e morte, perché noi potessimo risorgere con Lui a nuova vita.

Prima di tutto con la sua autocoscienza di essere il Figlio di Dio e l’Inviato del Padre, di essere Dio egli stesso: ma senza rinunciare ad essa ha svuotato per così dire la sua divinità e si è immolato per tutti gli uomini. Con la sua morte e con la sua risurrezione Gesù è consapevole di dare inizio alla sua Chiesa, da lui preparata nella vita terrena con la chiamata degli apostoli e dei primi discepoli; essa inizia il suo cammino raccogliendosi intorno a Maria. Morendo sulla croce e risorgendo Gesù sa di manifestare il suo amore per tutti per salvarli dal peccato, donando la vita eterna. Ognuno di noi può dire: “Il figlio di Dio mi ha amato e dato se stesso per me” (Gal.2,20)

Rinnoviamo l’amore per Dio

La Pasqua è l’occasione per rinnovare il nostro amore per Gesù Cristo nelle vicende della vita e della storia. Lo dico con le parole del nostro poeta Dante, che ci indica quattro doni gratuiti di Dio per cui il cristiano è stimolato ad amarlo con tutto il suo cuore.

In primo luogo l’essere del mondo: esso esiste perché Dio lo ha voluto e lo ha creato per noi; la contemplazione dell’universo in cui viviamo ci deve spingere alla riconoscenza.

Poi l’essere mio, ossia il mio stupore davanti al dono meraviglioso della mia vita, al mistero della mia esistenza, come persona dotata di intelligenza, di volontà, di sentimenti, di sensibilità fisica.

In terzo luogo proprio la morte di Gesù sulla Croce, perché risorgendo ha donato a noi a noi la sua vita immortale.

Infine la speranza della nostra risurrezione finale, della comunione attuale ed eterna con Dio e della risurrezione della nostra persona; la nostra vita presente è valorizzata, già proiettata nella gloria futura.

Il poeta Dante aggiunge poi un altro motivo personale: ha riflettuto a lungo ed è giunto a questa “conoscenza viva” che solo Dio è il vero e sommo bene che può riempire il cuore umano; si è liberato dagli idoli creati dalla passione umana (il mar de l’amor torto) e si è incamminato sulla strada del vero amore.

«Tutti quei morsi (stimoli)
che posson far lo cor volgere a Dio,
a la mia caritate son concorsi:

ché l’essere del mondo e l’esser mio,
la morte ch’el (Gesù) sostenne perch’ io viva,
e quel che spera ogne fedel com’ io,

con la predetta conoscenza viva,
tratto m’hanno del mar de l’amor torto,
e del diritto m’han posto a la riva.

(Par. XXVI, 55-63)

           Ecco pertanto il mio augurio!

           La Santa Pasqua ci riempia di gioia e di stupore per i doni gratuiti di Dio e ci stimoli ad amarlo con tutto il cuore: l’essere del mondo, l’essere mio, la morte di Gesù perché io viva, la speranza della nostra risurrezione e della beatitudine eterna, e la riflessione viva e personale che Dio è il sommo bene che ci crea, ci redime e ci santifica ci facciano uscire dal mare dell’amore distorto e ci pongano sulla riva del diritto e giusto amore!

P. Giuseppe Oddone

Assistente nazionale AIMC

Consulente nazionale UCIIM

 


mercoledì 1 aprile 2026

L'ODIO COME PEDAGOGIA


UNA 
PEDAGOGIA ROVESCIATA



È una pedagogia rovesciata, quella dell'odio e della violenza: non dichiarata, non proclamata da alcun manifesto, ma educa ogni giorno con forza inarrestabile. Possiamo accettare che l’odio diventi dispositivo educativo implicito delle nuove generazioni? Ovviamente no. Ma riconoscere questa deriva significa anche assumersi la responsabilità di disinnescare, giorno dopo giorno, i meccanismi che la alimentano

di Vanna Iori

C’è un’inquietudine che attraversa il nostro tempo e che non si lascia nominare con facilità. È un’inquietudine che abita i corpi, prima ancora che le parole; che si insinua nei gesti quotidiani, nei linguaggi spezzati dei giovani, nelle relazioni sempre più fragili. È una pedagogia rovesciata, non dichiarata, e proprio per questo tanto più pervasiva: una pedagogia dell’odio e della violenza.

Non è stata istituita da alcuna riforma scolastica, né proclamata da alcun manifesto culturale. Eppure educa. Educa ogni giorno, con una forza silenziosa, inarrestabile e continua. Educa attraverso le immagini della guerra che scorrono incessanti, attraverso la spettacolarizzazione del conflitto, attraverso parole pubbliche che legittimano l’aggressività come forma di affermazione. Educa quando la paura diventa grammatica condivisa, quando il sospetto prende il posto della fiducia, quando l’altro non è più un volto ma una minaccia.

In questo scenario, i giovani non sono soltanto spettatori: sono, loro malgrado, apprendisti. Apprendono modalità relazionali segnate dalla difesa, dalla chiusura, talvolta dall’attacco preventivo. Non perché lo scelgano consapevolmente, ma perché immersi in un contesto che rende difficile immaginare alternative. Il disagio giovanile, di cui tanto si parla, non è un fenomeno isolato o patologico: è piuttosto una risposta esistenziale a un mondo che fatica a offrire orizzonti di senso.

Il disagio giovanile, di cui tanto si parla, non è un fenomeno isolato o patologico: è piuttosto una risposta esistenziale a un mondo che fatica a offrire orizzonti di senso

La violenza, allora, non è solo un atto: è un linguaggio. E come ogni linguaggio, si apprende. Si apprende nei vuoti educativi, nelle solitudini non riconosciute, nelle parole non dette. Si apprende quando manca una presenza adulta capace di sostare, di ascoltare, di contenere, di accompagnare. Si apprende quando il dolore non trova spazi di espressione e si trasforma in rabbia indistinta.

Ma è davvero questa la nuova pedagogia? Possiamo accettare che l’odio diventi dispositivo educativo implicito delle nuove generazioni? La risposta non può che essere un no inquieto, mai rassicurante. Perché riconoscere questa deriva significa anche assumersi una responsabilità impegnativa: quella di disinnescare, giorno dopo giorno, i meccanismi che la alimentano.

Educare, oggi più che mai, è un atto controcorrente. Significa restituire valore alla lentezza in un tempo accelerato, alla profondità in una cultura della superficie, alla relazione in un mondo che spinge all’isolamento. Significa offrire ai giovani non tanto risposte, quanto spazi di pensiero; non modelli rigidi, ma testimonianze credibili.

Educare, oggi più che mai, è un atto controcorrente. Significa anche assumersi una responsabilità impegnativa: quella di disinnescare, giorno dopo giorno, i meccanismi che la alimentano una pedagogia dell’odio e della violenza

Occorre una pedagogia della cura che sappia opporsi alla pedagogia della paura. Una pedagogia che non neghi il male presente nel mondo, ma che insegni a non farsene colonizzare. Che riconosca il conflitto senza trasformarlo in distruzione. Che sappia nominare le emozioni, trovando i nomi anche per quelle più difficili da riconoscere, non solo per giudicarle o cercare di reprimerle, ma per cercare di capire da dove hanno origine.

In questo senso, l’educazione è sempre un gesto politico, nel senso più alto del termine: riguarda la costruzione della convivenza umana. E oggi questa costruzione passa inevitabilmente attraverso la capacità di disinnescare l’odio, di trasformare la violenza in parola, di restituire all’altro il suo statuto di persona.

La costruzione della convivenza umana oggi passa inevitabilmente attraverso la capacità di disinnescare l’odio, di trasformare la violenza in parola, di restituire all’altro il suo statuto di persona

Forse la domanda iniziale va allora rovesciata. Non: “Odio e violenza: è questa la nuova pedagogia?”, ma: “Quale pedagogia vogliamo rendere possibile, dentro questo tempo ferito?”.

Non possiamo sottrarci. Ogni silenzio educativo rischia di diventare complicità. Ogni gesto di cura, invece, apre una possibilità. Ed è proprio in queste possibilità, fragili e ostinate, che si gioca il futuro dei nostri giovani e, con esso, quello dell’intera società.

VITA

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DAL LORO AL NOI

Dal «loro» al «noi»:

 come il cervello abbatte le divisioni



Il cervello umano si riconfigura, e può ridurre le distanze tra etnie, quando si richiama un’identità condivisa. Le implicazioni per le società multiculturali riguardano il superamento dei confini attraverso semplici stimoli contestuali

di Nicla Panciera

L’identità non è un dato fisso, ma un processo dinamico che il cervello riorganizza continuamente. Anche nelle interazioni tra gruppi etnici diversi, basta rendere saliente un’appartenenza comune perché i confini sociali si attenuino. Con un simbolo, una lingua condivisa, perfino una bandiera: il cervello può cambiare rapidamente il modo in cui percepisce chi appartiene a un altro gruppo etnico e trasformare uno “traniero in qualcuno di più simile a noi. A dirlo è uno studio neuroscientifico che, in un’epoca segnata da tensioni identitarie e polarizzazioni sociali, mette in luce quanto sia flessibile, e meno rigida di quanto si pensi, la linea che separa “noi” dagli “altri”. Il lavoro condotto dalla Università di Trento e dalla Nanyang Technological University di Singapore dimostra che il cervello umano possiede una sorprendente capacità di ridefinire le appartenenze sociali, ampliando il senso di inclusione quando viene evocata un’identità comune, come quella nazionale.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, si basa su un esperimento condotto a Singapore, uno dei contesti più emblematici per lo studio della convivenza tra gruppi etnici diversi. Coinvolgendo 92 partecipanti appartenenti alle principali comunità cinese, malese e indiana, gli studiosi hanno osservato l’attività cerebrale attraverso la risonanza magnetica funzionale mentre i soggetti guardavano volti di persone di etnie differenti. In condizioni normali, quando è attivata l’identità etnica, la corteccia prefrontale ventromediale, un’area legata ai processi autoreferenziali, risponde di più ai volti del proprio gruppo rispetto a quelli esterni. Ma quando viene richiamata un’identità nazionale condivisa, presentando ai soggetti segnali come la lingua comune o simboli del Paese, questa stessa area aumenta significativamente la propria attività anche di fronte ai volti di altri gruppi etnici, trattandoli in modo più simile a quelli propri.

Il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere

Le analisi dei pattern neurali mostrano una riduzione della distanza rappresentazionale tra volti di gruppi diversi: il cervello li codifica come più simili. In altre parole, il cervello tende a classificare i volti appartenenti a gruppi etnici diversi come parte del proprio gruppo, pur continuando a riconoscerne le differenze. Infatti, questa convergenza non è totale: le differenze etniche continuano a essere tracciate, indicando un processo di ricategorizzazione parziale più che una cancellazione delle identità. L’armonia sociale non implica l’omologazione. Come sottolinea in una nota Annabel Chen, coautrice della ricerca, «il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere». Un equilibrio che, secondo i ricercatori, rappresenta una chiave per rafforzare la coesione sociale nelle società multiculturali. Il risultato più rilevante dello studio riguarda proprio la plasticità della percezione sociale. Secondo lo scienziato cognitivo e direttore del dipartimento di psicologia e scienze cognitive dell’Università di Trento Gianluca Esposito, tra i responsabili dello studio, questo fenomeno rivela una capacità fondamentale del cervello umano: «Espandere il senso di appartenenza, passando da una logica di contrapposizione a una più inclusiva». Il confine tra gruppi non è rigido, ma può essere ridefinito anche attraverso semplici stimoli contestuali.

Le implicazioni dello studio vanno oltre il laboratorio. Comprendere i meccanismi neurali che regolano la percezione dell’altro può offrire strumenti concreti per affrontare conflitti sociali e promuovere il dialogo. Politiche pubbliche, comunicazione istituzionale e contesti educativi potrebbero trarre beneficio da strategie che valorizzano identità condivise senza cancellare le diversità. Conclude Esposito: «Ciò suggerisce che, anche in contesti caratterizzati da divisioni etniche o sociali, esistono basi neuropsicologiche in grado di favorire il riconoscimento reciproco, ridurre la distanza e promuovere una maggiore apertura verso gli altri. Da una prospettiva di coesione sociale, questi risultati indicano che enfatizzare le identità comuni e gli obiettivi condivisi può contribuire a stemperare le dinamiche oppositive e a creare condizioni più favorevoli al dialogo. Il messaggio più incoraggiante è che i confini sociali non sono immutabili: il cervello è in grado di riorganizzarsi, fornendo una base concreta per immaginare percorsi verso la  coesistenza, la riconciliazione e una pace duratura». 

L’identità non è un dato fisso, ma un processo dinamico che il cervello riorganizza continuamente. Anche nelle interazioni tra gruppi etnici diversi, basta rendere saliente un’appartenenza comune perché i confini sociali si attenuino. Con un simbolo, una lingua condivisa, perfino una bandiera: il cervello può cambiare rapidamente il modo in cui percepisce chi appartiene a un altro gruppo etnico e trasformare uno “traniero in qualcuno di più simile a noi. A dirlo è uno studio neuroscientifico che, in un’epoca segnata da tensioni identitarie e polarizzazioni sociali, mette in luce quanto sia flessibile, e meno rigida di quanto si pensi, la linea che separa “noi” dagli “altri”. Il lavoro condotto dalla Università di Trento e dalla Nanyang Technological University di Singapore dimostra che il cervello umano possiede una sorprendente capacità di ridefinire le appartenenze sociali, ampliando il senso di inclusione quando viene evocata un’identità comune, come quella nazionale.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, si basa su un esperimento condotto a Singapore, uno dei contesti più emblematici per lo studio della convivenza tra gruppi etnici diversi. Coinvolgendo 92 partecipanti appartenenti alle principali comunità cinese, malese e indiana, gli studiosi hanno osservato l’attività cerebrale attraverso la risonanza magnetica funzionale mentre i soggetti guardavano volti di persone di etnie differenti. In condizioni normali, quando è attivata l’identità etnica, la corteccia prefrontale ventromediale, un’area legata ai processi autoreferenziali, risponde di più ai volti del proprio gruppo rispetto a quelli esterni. Ma quando viene richiamata un’identità nazionale condivisa, presentando ai soggetti segnali come la lingua comune o simboli del Paese, questa stessa area aumenta significativamente la propria attività anche di fronte ai volti di altri gruppi etnici, trattandoli in modo più simile a quelli propri.

Il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere

Le analisi dei pattern neurali mostrano una riduzione della distanza rappresentazionale tra volti di gruppi diversi: il cervello li codifica come più simili. In altre parole, il cervello tende a classificare i volti appartenenti a gruppi etnici diversi come parte del proprio gruppo, pur continuando a riconoscerne le differenze. Infatti, questa convergenza non è totale: le differenze etniche continuano a essere tracciate, indicando un processo di ricategorizzazione parziale più che una cancellazione delle identità. L’armonia sociale non implica l’omologazione. Come sottolinea in una nota Annabel Chen, coautrice della ricerca, «il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere». Un equilibrio che, secondo i ricercatori, rappresenta una chiave per rafforzare la coesione sociale nelle società multiculturali. Il risultato più rilevante dello studio riguarda proprio la plasticità della percezione sociale. Secondo lo scienziato cognitivo e direttore del dipartimento di psicologia e scienze cognitive dell’Università di Trento Gianluca Esposito, tra i responsabili dello studio, questo fenomeno rivela una capacità fondamentale del cervello umano: «Espandere il senso di appartenenza, passando da una logica di contrapposizione a una più inclusiva». Il confine tra gruppi non è rigido, ma può essere ridefinito anche attraverso semplici stimoli contestuali.

Le implicazioni dello studio vanno oltre il laboratorio. Comprendere i meccanismi neurali che regolano la percezione dell’altro può offrire strumenti concreti per affrontare conflitti sociali e promuovere il dialogo. Politiche pubbliche, comunicazione istituzionale e contesti educativi potrebbero trarre beneficio da strategie che valorizzano identità condivise senza cancellare le diversità. Conclude Esposito: «Ciò suggerisce che, anche in contesti caratterizzati da divisioni etniche o sociali, esistono basi neuropsicologiche in grado di favorire il riconoscimento reciproco, ridurre la distanza e promuovere una maggiore apertura verso gli altri. Da una prospettiva di coesione sociale, questi risultati indicano che enfatizzare le identità comuni e gli obiettivi condivisi può contribuire a stemperare le dinamiche oppositive e a creare condizioni più favorevoli al dialogo. Il messaggio più incoraggiante è che i confini sociali non sono immutabili: il cervello è in grado di riorganizzarsi, fornendo una base concreta per immaginare percorsi verso la coesistenza, la riconciliazione e una pace duratura».

VITA

 

CAINO E ABELE

 


Se la violenza dilaga nella scuola è perché trova legittimazione nei discorsi dei grandi, dove l’altro è un nemico da annientare.



Massimo Recalcati 

La recente aggressione alla professoressa di Bergamo da parte di un suo giovanissimo alunno mostra una realtà inquietante: la violenza entra sempre più frequentemente nel cuore della scuola, ovvero nell’istituzione che più di ogni altra sarebbe deputata a prevenirla e a contrastarla. Il grande compito educativo della scuola sarebbe infatti quello di offrire alla vita delle nuove generazioni la via della parola come alternativa alla spinta feroce e distruttiva della violenza. Essa non può limitarsi alla trasmissione di nozioni o competenze più o meno specializzate, ma dovrebbe favorire la trasmissione della legge della parola senza la quale non c’è alcuna educazione possibile, né civile, né affettivo-sessuale. 

È proprio tra i banchi della scuola che i nostri figli dovrebbero apprendere che il conflitto non si risolve con il passaggio all’atto violento, ma con il confronto delle idee e che senza la rinuncia alla “via breve” della violenza non c’è alcuna possibilità di umanizzare la vita. 

Il nostro tempo sembra segnato in questo senso da una profonda regressione. 

La violenza nella scuola si manifesta nei legami interni al gruppo dei pari dove il più forte impone la propria legge sul più fragile – bullismocyberbullismobody shaming, eccetera – ma anche nello stesso rapporto tra generazioni. La figura dell’insegnante anziché suscitare rispetto viene sempre più esposta a forme crescenti di delegittimazione che possono, come in questo caso, raggiungere il culmine dell’aggressione diretta da parte degli allievi ma, non di rado, anche da parte delle famiglie. 

 

Non si tratta ovviamente di un fenomeno circoscritto. Come ci ha insegnato Freud, non esiste una separazione netta tra mondo interno e mondo esterno poiché il mentale è anche sempre sociale. Dunque se la violenza dilaga nella scuola è perché essa trova la sua più grave legittimazione nel discorso degli adulti. La domanda, allora, non è solo relativa alla violenza come una delle espressioni più diffuse del disagio giovanile, ma alla responsabilità delle vecchie generazioni: quale testimonianza siamo in grado di offrire ai nostri figli della legge insostituibile della parola e, dunque, della necessaria rinuncia della violenza? Se gli adulti sono i primi a cedere alla tentazione dell’insulto, della denigrazione, dell’aggressività verbale, se essi praticano la rissa, se il confronto tra idee diverse si trasforma sistematicamente in scontro, in odio reciproco, quello che si trasmette alle nuove generazioni non è il valore insostituibile della legge della parola, ma la legge brutale della forza. 

In questo senso, anche il clima che ha caratterizzato la recente campagna referendaria – segnato da un linguaggio esasperato, polarizzato e intriso di disprezzo ideologico – non è privo di conseguenze. Esso costituisce una vera e propria pedagogia nera, una sorta di scuola parallela che insegna ai più giovani che l’altro non è un interlocutore degno di attenzione, ma un nemico da annientare e umiliare. Quale testimonianza il mondo degli adulti offre alle nuove generazioni nei confronti della tolleranza per le idee e le visioni del mondo che non coincidono con le nostre? È un fatto evidente: il disprezzo di chi pensa il mondo in modo differente dal nostro contamina pesantemente la nostra vita civile. 

social network, da questo punto di vista, esibiscono una attitudine alla violenza e all'insulto impressionante, senza che nessuna norma sia in grado di regolamentarne la spinta. Forme di shitstorming accompagnano regolarmente il dibattito, si fa per dire, delle idee. E non solo tra i giovani. I media allevano, anziché il pluralismo, gli schieramenti faziosi, i raggruppamenti omogenei e settari. Non dovrebbe essere invece loro compito, omologo a quello più alto della scuola, di introdurre la vita dei nostri figli alla legge del Due? Non esiste infatti un solo modo di vedere il mondo, un solo modo di leggere le cose che accadono. 

Quando la violenza esplode in modo erratico, come è accaduto nei confronti della professoressa Chiara Mocchi, non ci si può limitare a condannare quel gesto come se non ci riguardasse. Qual è la nostra responsabilità di adulti nel diffondere l'odio, nel glorificarne addirittura la forza, nel seminarne i germi? Solo una profonda cultura democratica può costituire un antidoto contro la violenza. Ma una cultura democratica non nasce dai grandi discorsi. Sorge piuttosto dalla qualità dei legami familiari e dalla capacità degli adulti di testimoniare, con i propri gesti e con le proprie parole, che la differenza non è una minaccia per la vita ma una risorsa. La verità, nella sua dimensione umana, non può mai essere monolitica, non coincide mai con una sola voce. 

Quale testimonianza sanno dare allora le vecchie generazioni della loro capacità di apertura e di ascolto? Non siamo di fronte a una crescente all’omologazione, all’identificazione massiccia di schieramenti che si rafforzano reciprocamente attraverso l’esclusione della voce divergente? I media che dovrebbero avere una funzione fondamentale nella costruzione di una cultura democratica non stanno cedendo alla logica populista della semplificazione e della contrapposizione carica di odio? Invece di alimentare il pensiero critico e il pluralismo non stanno favorendo lo smembramento del tessuto civile del nostro paese in blocchi identitari rigidi, incapaci di dialogo e carichi di violenza? La necessaria condanna del gesto di questo ragazzo non può infatti risparmiarci dall’assunzione delle nostre responsabilità. In che modo siamo implicati, come adulti, nella diffusione di questa violenza irresponsabile? Il nostro linguaggio non la alimenta, non la giustifica, non la promuove anche se involontariamente? Davvero non esiste alcun nesso tra il linguaggio di odio che attraversa il nostro paese e il carattere solo apparentemente erratico di questi passaggi all’atto violenti? 

Gli psicoanalisti sanno bene che le parole non sono mai solo parole. Esse possono talvolta assomigliare a proiettili. Possono armare le mani, spingere verso la violenza, fomentare l’illusione cainesca che l’Uno possa liberarsi definitivamente del Due.

La Repubblica

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