sabato 18 aprile 2026

VERSO EMMAUS


DAVVERO 
E' 
RISORTO 

III Domenica del Tempo Pasquale A

VANGELO LC 24, 13-35


Commento del card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca L. di Gerusalemme

Abbiamo visto, domenica scorsa, che il Risorto è come il buon pastore, che va in cerca delle pecore smarrite e le raduna, le riconduce a casa.

Questa chiave di lettura è ancor più evidente nel brano di Vangelo di oggi (Lc 24, 13-35), in cui è raccontato l’incontro del Risorto con i due discepoli in cammino verso Emmaus.

Negli ultimi versetti (Lc 24, 33-35), infatti, noi vediamo il frutto di questo incontro: i due discepoli, dopo aver riconosciuto nel viandante che si era fatto loro compagno di strada il Signore crocifisso e risorto, subito, senza indugio, fanno ritorno a Gerusalemme, si riuniscono agli Undici e agli altri discepoli che erano con loro; e insieme raccontano l’unica esperienza che ciascuno ha vissuto personalmente e che fa di loro l’unica Chiesa: “Davvero il Signore è risorto” (Lc 24,34).

Frutto della risurrezione del Signore, dunque, non è solo un’esperienza privata, che consola o che illumina il cuore di ciascun discepolo: è piuttosto un evento che ricostruisce il corpo ecclesiale.

Il Risorto non è semplicemente apparso ai suoi: li ha radunati, ed il movimento finale del brano di oggi ci conferma che la Pasqua non vuole tanto generare individui illuminati, quanto un popolo ricomposto in unità.

Come accade questo passaggio, questo nuovo inizio?

Questo passaggio accade innanzitutto perché il Risorto prende l’iniziativa di andare a cercare i suoi.

Come aveva preso l’iniziativa di chiamarli, all’inizio della loro storia insieme, così ora prende l’iniziativa di chiamarli di nuovo.

E, per farlo, deve proprio andare a cercarli.

Non sono infatti loro a cercare il Signore, pur sapendo, dalla voce delle donne, che questi avrebbe anche potuto essere vivo (Lc 24,22-24). Lo sanno, eppure si allontanano dal luogo dove avrebbero potuto e, forse, dovuto cercarlo. Luca, nel suo racconto, fa intuire che la meta dei discepoli era proprio questa, allontanarsi da Gerusalemme, dal luogo dove il Signore era morto.

Il Risorto li cerca, e li trova, perché l’incontro con Lui non è il premio per chi ha perseverato, ma la visita di Dio a chi si è smarrito.

Ma, una volta raggiunti, il Risorto non si fa subito riconoscere, proprio come accade in altri racconti di apparizione. Perché?

Il Risorto non si impone, non offre delle prove della sua risurrezione.

Fa qualcosa di molto più importante, e, per certi versi, anche di più “utile”: il Risorto insegna ai suoi a riconoscerlo, mette in atto una serie di atteggiamenti che rendono i discepoli capaci di farlo.

E di farlo non solo in questa circostanza, sulla via di Emmaus, ma lungo tutto il cammino della vita.

Per far questo, il Signore conduce i discepoli spaesati in due luoghi in cui, insieme a loro, abitualmente era di casa, ovvero la Parola e lo spezzare del Pane.

Non li porta in un luogo nuovo, ma li riporta a casa, nei due spazi in cui la loro relazione con Lui era nata e cresciuta: la Parola e il Pane spezzato.

Con la Parola illumina i giorni della Passione, e riporta i discepoli lì, dove Lui è già presente, dove lo sarà sempre, e dove tutto parla di Lui: per questo il loro cuore si accende (Lc 24,32).

Con il Pane spezzato, poi, il Risorto non inventa un nuovo segno: riprende il gesto che era già il cuore del suo modo di amare. E i discepoli subito lo riconoscono, e i loro occhi si aprono (Lc 24,31), perché quel Pane spezzato non è per loro un semplice ricordo, ma una presenza viva.

Il Risorto, dunque, vuole che i suoi imparino a riconoscerlo dove Lui ha scelto di restare: nella Parola e nell’Eucaristia.

Quando e dove questo accade, allora si ricompone la comunità dei credenti, che non è la somma delle esperienze di ciascuno, ma il luogo del comune riconoscimento: ciascuno, nella propria diversità, sa di poter trovare il Signore negli stessi luoghi, negli stessi segni.

La comunità che nasce dalla Pasqua è la comunità della fede.

I discepoli non si ritrovano uniti perché hanno delle cose in comune, perché hanno gli stessi gusti o le stesse idee. Si ritrovano insieme perché tutti hanno fatto esperienza dello stesso modo di riconoscere il Signore, perché tutti lo hanno ritrovato vivo nelle Scritture e nel Pane spezzato.

+Pierbattista

 Patriarcato di Gerusalemme

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I PAPI E L'ATOMICA


 Le parole

 dei Successori 

di Pietro

 contro 

le armi nucleari


È dai tempi della tragedia provocata con i bombardamenti atomici sul Giappone dell’agosto 1945 che la Chiesa riflette sul rischio che l’umanità si autodistrugga.


-di Andrea Tornielli


Pio XII nel Radiomessaggio per il Natale 1955 parlò della minaccia nucleare spiegando che “non vi sarà alcun grido di vittoria, ma soltanto l’inconsolabile pianto della umanità, che desolatamente contemplerà la catastrofe dovuta alla sua stessa follia”. Nell’enciclica “Pacem in terris”, pubblicata subito dopo la crisi dei missili di Cuba, Giovanni XXIII, affermava a proposito dell’arma atomica: “Gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico”.

Nel giugno 1968 Paolo VI auspicava e invocava, “a nome dell’umanità intera”, il “bando totale delle armi nucleari” e il “disarmo generale e completo”. Mentre Giovanni Paolo II, nel febbraio 1981 da Hiroshima, gridava: “Il nostro futuro su questo pianeta, esposto com’è al rischio dell’annientamento nucleare, dipende da un solo fattore: l’umanità deve attuare un rivolgimento morale. Nell’attuale momento storico ci deve essere una mobilitazione generale di tutti gli uomini e donne di buona volontà. L’umanità è chiamata a fare un ulteriore passo in avanti, un passo verso la civiltà e la saggezza”. Nel maggio 2010 Benedetto XVI affermava: “Incoraggio le iniziative che perseguono un progressivo disarmo e la creazione di zone libere dalle armi nucleari, nella prospettiva della loro completa eliminazione dal pianeta”.

Papa Francesco, da Hiroshima, nel novembre 2019, ha ricordato che “l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune”. E ha aggiunto: “L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo. Le nuove generazioni si alzeranno come giudici della nostra disfatta se abbiamo parlato di pace ma non l’abbiamo realizzata con le nostre azioni tra i popoli della terra. Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra? Come possiamo parlare di pace mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?”.

Papa Leone ha continuato sulla linea tracciata dal magistero di chi lo ha preceduto. Il 14 giugno 2025 al termine dell'udienza giubilare ha detto: “Si è gravemente deteriorata la situazione in Iran e Israele, e in un momento così delicato desidero rinnovare con forza un appello alla responsabilità e alla ragione. L’impegno per costruire un mondo più sicuro e libero dalla minaccia nucleare va perseguito attraverso un incontro rispettoso e un dialogo sincero, per edificare una pace duratura, fondata sulla giustizia, sulla fraternità e sul bene comune. Nessuno dovrebbe mai minacciare l’esistenza dell’altro”.

Poco più di un mese dopo, in un messaggio per l’80° anniversario delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, ha scritto: “La vera pace esige che con coraggio si depongano le armi, specialmente quelle che hanno il potere di causare una catastrofe indescrivibile. Le armi nucleari offendono la nostra comune umanità e inoltre tradiscono la dignità del creato, la cui armonia siamo chiamati a salvaguardare”. Il 6 agosto, all’udienza generale, ricordando l’ecatombe provocata in Giappone dagli ordigni nucleari, ha lanciato questo appello: “Nonostante il passare degli anni, quei tragici avvenimenti costituiscono un monito universale contro la devastazione causata dalle guerre e, in particolare, dalle armi nucleari. Auspico che nel mondo contemporaneo, segnato da forti tensioni e sanguinosi conflitti, l’illusoria sicurezza basata sulla minaccia della reciproca distruzione ceda il passo agli strumenti della giustizia, alla pratica del dialogo, alla fiducia nella fraternità”.

L’attuale Successore di Pietro è tornato sul tema nel Messaggio per la Giornata mondiale della Pace 2026, affermando: “Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”.

Al termine dell’udienza del 4 febbraio 2026, Leone XIV ha dichiarato: “Domani giunge a scadenza il Trattato New START sottoscritto nel 2010 dai presidenti degli Stati Uniti e della Federazione Russa, che ha rappresentato un passo significativo nel contenere la proliferazione delle armi nucleari. Nel rinnovare l’incoraggiamento ad ogni sforzo costruttivo in favore del disarmo e della fiducia reciproca rivolgo un pressante invito a non lasciare cadere questo strumento senza cercare di garantirgli un seguito concreto ed efficace. La situazione attuale esige di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni. È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti”.

Infine, in un post dall’account ufficiale di Pontifex, il 5 marzo 2026, Papa Leone ha scritto: “Preghiamo insieme perché le Nazioni procedano a un effettivo disarmo, in particolare al disarmo nucleare, e perché i leader mondiali scelgano la via del dialogo e della diplomazia anziché la violenza”.

Queste sono le dichiarazioni del Pontefice, che continua a chiedere di smantellare tutti gli armamenti atomici esistenti in grado di distruggere l’intera umanità.

Vatican News

 

 

LA GRAMMATICA DELLA POLITICA

 


La fine 

della 

grammatica

 politica


Percepiamo tutti di stare vivendo uno dei momenti più convulsi e drammatici della storia del mondo dalla fine della seconda guerra mondiale. Non molti, però, sembrano rendersi conto di quanto influisca su questa crisi epocale – al di là dei singoli nodi problematici – il deterioramento del modo stesso di fare politica.

- di Giuseppe Savagnone

Fino a ieri, esisteva una stessa grammatica che anche i nemici più acerrimi condividevano e rispettavano. Così, nei rapporti internazionali, perfino le fasi più critiche del rapporto conflittuale tra il blocco socialista e quello capitalista avevano potuto essere gestite e controllate in base a questa grammatica comune. C’erano  – a differenza di adesso – forti contrasti ideologici, visioni dell’uomo e della società opposte, ma tutti accettavano le stesse regole del gioco e chi cercava di violarle era costretto a farlo di nascosto, barando.

Oggi che non siamo più divisi dal conflitto delle ideologie, la perdita di questa grammatica ha determinato l’esplosione caotica e incontrollabile dell’arbitrio, che ci consegna alla hobbesiana lotta di tutti contro tutti. Ognuno pretende di stabilire le regole e, se è in grado di farlo, le impone agli altri. Il diritto coincide con la forza.

E con il diritto è sparito anche il pudore che spingeva a mascherare i propri disegni sforzandosi di farli apparire “giusti”. Ormai in politica nessuno si vergogna più di niente. E i suoi fans lo celebrano per la sua “sincerità”.

L’Italia è stata uno dei principali laboratori di questo imbarbarimento dello stile politico con due grandi campioni di spudoratezza come Berlusconi e Bossi, i primi a permettersi un linguaggio e comportamenti che hanno rotto con la grammatica della politica e hanno aperto la via, nella Seconda Repubblica a un clima di violenza verbale – e non solo – impensabile nella Prima. Sono loro che hanno dato una impronta indelebile alla nuova stagione – culturale, prima che istituzionale – con le loro forti personalità, a cui sul fronte opposto, il loro maggiore oppositore, Romano Prodi, pur con tanti pregi, poteva essere soprannominato dai suoi critici “mortadella”.

Dove il problema non è stato il prevalere della destra o della sinistra, ma l’affermarsi di uno stile che ha stravolto il senso della politica, sia nei partiti di destra che in quelli di sinistra.

Si può essere favorevoli o contrari al federalismo, ma dire come ha fatto Bossi pubblicamente, da senatore e leader di un partito di governo: «Mi pulisco il c… con il Tricolore», fa scendere il dibattito democratico al livello di una rissa di osteria.

E si possono nutrire forti riserve nei confronti della magistratura e del funzionamento della giustizia, ma se si è il capo indiscusso della maggioranza di destra in un paese che si fonda sulla divisione dei poteri, uno dei quali è quello giudiziario, non si può affermare, come ha fatto Berlusconi, che i giudici «sono doppiamente matti. Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana».

Così come, a livello dei comportamenti, non si può approfittare del proprio ruolo pubblico per ottenere dalla polizia il rilascio di una prostituta minorenne e poi far avallare in parlamento dalla propria maggioranza la tesi che lo si è fatto per salvaguardare le relazioni con l’Egitto, nella convinzione che la ragazza – in realtà marocchina! – fosse la figlia del presidente egiziano Mubarak.

Dal civile confronto alla violenza dello scontro

Se oggi in Italia il livello del confronto politico è quello che è lo dobbiamo a queste e altre “sgrammaticature”. Anche perché l’attuale maggioranza di governo, formata dai discepoli di quei maestri, li addita ancora oggi come “padri della patria” e ha celebrato con grande solennità la morte di entrambi – per Berlusconi addirittura con una settimana di lutto nazionale.

Così non stupisce che, mentre da un lato la presidente del Consiglio denuncia il diffondersi di «un clima di odio insostenibile», siano proprio i suoi sostenitori e lei stessa ad attaccare sistematicamente con violenza estrema non le idee – cosa legittima in un dibattito politico – , ma le persone e le istituzioni.

Emblematiche le parole del capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, in occasione dell’assassinio di Charlie Kirk (che con l’Italia non c’entrava nulla), contro gli esponenti della sinistra, che ha accusato di essere «impregnati di odio, livore, rancore», aggiungendo: «Ringrazio Dio di non avermi creato come loro».

Sulla stessa linea il commento del direttore di «Libero», Mario Sechi – ex portavoce di Meloni e in forte sintonia con le sue posizioni – alla partenza della Flotilla, che si proponeva solo di portare viveri e medicinali ai civili di Gaza, rompendo l’inumano embargo di Israele: «Spero che le barche vengano affondate, così la prossima missione dovranno rifinanziarsela». Ancora una volta, una violenza verbale che va ben al di là del legittimo dissenso e trasforma il dibattito politico in cieco scontro.

Ed è su questa lunghezza d’onda che i partiti di governo hanno varato e difeso la riforma della giustizia (dedicata a Berlusconi), negando a parole che fosse punitiva nei confronti della magistratura, ma presentandola in realtà come una legittima difesa nei confronti di giudici ideologizzati e infedeli alla loro missione, al punto di sostenere – sono le parole della presidente del Consiglio nella sua disperata campagna elettorale – che una eventuale vittoria del No avrebbe dato il via libera a «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà», fino ad arrivare a «figli che vengono strappati alle madri».

Ma con questo linguaggio e questo stile la convivenza democratica, di per sé  basata sulla diversità delle posizioni, si trasforma, a prescindere dai torti e dalle ragioni, in una permanente guerra civile. Ed è interessante notare che, sia sul fronte Palestina che che su quello giustizia, i soli toni alternativi a quelli esasperati della destra non sono venuti dai partiti di sinistra, ben poco capaci di proporre modelli culturali diversi, ma dalla società civile, che ha saputo esprimersi per quanto riguarda il primo con le grandi manifestazioni di gennaio, per il secondo con la battaglia capillare dei comitati per il No. 

La presidenza senza regole di Donad Trump

Ma il problema non è solo italiano. Dopo l’ascesa alla presidenza degli Stati Uniti – fino a ieri la guida dell’Occidente democratico – di Donald Trump, per molti versi emulo di Berlusconi, la violazione di ogni regola e la spudoratezza sono all’ordine del giorno. Soprattutto in questo secondo mandato, il presidente americano non ha l’aria di preoccuparsi minimamente di controllare il suo linguaggio e le sue prese di posizione.

La prima a cadere è stata la regola di civiltà che impone al potere di astenersi dal procedere a colpi di minacce. Da quando è di nuovo alla Casa Bianca, Trump minaccia tutti. Lo ha fatto a livello internazionale, utilizzando l’arma dei dazi per costringere gli altri governi – a cominciare dai suoi più fidati amici e alleati – ad accettare le sue condizioni in campo sia economico che politico.

Oppure dispiegando il suo impressionante apparato militare per piegare alla propria volontà Stati tradizionalmente in contrasto con gli USA, ma che non mostravano alcuna volontà aggressiva. Così ha fatto col Venezuela, depredandolo del suo petrolio, così ha provato a fare con l’Iran, questa volta senza successo.

Ma anche all’interno lo stile di Trump è quello della minaccia. A cominciare dall’avvertimento lanciato, già prima della sua rielezione: «Se perdo, sarà un bagno di sangue». E anche dopo, il presidente ha esercitato una pressione incessante su chiunque ricoprisse cariche istituzionali, imperversando contro quanti, per senso di responsabilità, si rifiutavano di cedere supinamente ai suoi voleri arbitrari.

Una seconda regola, ormai ridotta anch’essa ad un ricordo, comportava il rispetto per le persone, anche quando se ne doveva criticare l’operato. Trump ha ampiamente insultato e deriso capi di Stato stranieri, artisti, funzionari pubblici, i suoi stessi predecessori nella presidenza. Ha fatto il giro del mondo il video, da lui diffuso, che ritraeva Obama e sua moglie in corpi scimmieschi.

Una terza regola infranta sistematicamente da Trump è stata quella di evitare di contraddirsi. In realtà chi governa deve spesso cambiare posizione in rapporto allo sviluppo degli eventi. Per questo, se è saggio, evita di pronunziarsi quando non è strettamente necessario. Il presidente americano invece parla e scrive continuamente, dicendo tutto e il contrario di tutto nel giro di poche ore e a volte, di pochi minuti. Col risultato di rendersi del tutto inaffidabile agli occhi del mondo e degli stessi americani.

Una quarta regola era di non mentire. Il potere non può sempre dire tutto e a volte è costretto a trincerarsi dietro bugie funzionali ai suoi piani. Ma fa in modo che le menzogne non vengano a galla e perciò le riserva ai casi di necessità. Trump è un bugiardo patologico e si lancia a fare affermazioni che risultano palesemente false. I quotidiani americani ogni tanto si divertono farne lunghi elenchi.

Una quinta regola per chi governa era di presentare anche le istanze legate agli interessi del proprio paese sotto una veste di universalità, che le rendesse accettabili agli altri. Trump, ispirando tutta la sua politica al proposito di «rendere di nuovo grande l’America», ha espressamente dichiarato di infischiarsene delle esigenze degli altri e voler curare solo quelle degli Stati Uniti.

Così, ha esordito, nel suo secondo mandato, enunciando il suo proposito di occupare la Groenlandia – proposito ribadito a distanza di alcuni mesi – con la sola giustificazione che ciò rientrerebbe negli interessi degli Stati Uniti.

E qualcosa di simile, questa volta raggiungendo lo scopo, Trump lo ha fatto costringendo il Venezuela a cedergli il controllo delle sue risorse petrolifere. Poteva mascherare il suo vero intento accompagnando questo con il ripristino della democrazia. Ha disdegnato di farlo. Non è un ipocrita. E non sente il bisogno di esserlo, perché manca del senso del pudore.

Una sesta regola era di non mescolare i propri interessi privati alla propria funzione pubblica. Di fatto, in tutte le occasioni in cui è intervenuto in questioni internazionali, Trump ha sempre curato, insieme  agli interessi economici dell’America, quelli della sua famiglia. Ed è una logica rigorosamente privatistica quella che ispira la creazione del Board of Peace, concepito come un comitato d’affari di cui lui stesso è il presidente a vita, a prescindere dal ruolo pubblico attualmente ricoperto, e in cui si entra versando un miliardo di dollari.

La settima e ultima regola della politica, per chi vuole farla degnamente, era ed è quella di non essere prigioniero di una bolla di vanità autoreferenziale. Trump è un evidente esempio di quel narcisismo solipsistico che impedisce di vedere, o almeno di ammettere, i propri limiti e di ascoltare gli altri. il suo delirio di onnipotenza lo rende furibondo di fronte d ogni diniego, a costo di rotture radicali (come nel caso della sua finora fedelissima fans Meloni). E la sua delusione per non aver ricevuto il premio Nobel per la pace è stata sincera, perché davvero non si rende conto di quanto la sua politica abbia peggiorato i già fragili equilibri internazionali.

Non sappiamo come finiranno le grandi crisi mondiali in corso. E neppure, per quanto riguarda l’Italia, come le forze in campo si muoveranno in vista della non lontana scadenza elettorale. Ma il problema più importante, sia al livello internazionale che a quello nazionale, non è quello che si farà, ma come lo si farà. Quella che abbiamo oggi davanti, sia dall’una che dall’altra parte in campo, è la caricatura della politica. Non possiamo rassegnarci a questo. Bisogna ripristinare una grammatica che ne sia all’altezza e che ci consenta di  uscire dal caos dell’arbitrio e della violenza. E a lavorare per questo tutti siamo chiamati, ognuno nel suo ruolo, come italiani e come cittadini del mondo.

www.tuttavia.eu

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CUSTODIRE LA COMPLESSITA'


 Dio è straziato 

dalle guerre, 

non sta coi prepotenti*



-di Anna Cremonesi*


È straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne, dice Leone XIV . Cosa possiamo fare per la pace?

BASTA VIOLENZA

Perché continuiamo a riconoscere come forza solo ciò che impone, domina, vince?

L’antropologa argentina Segato descrive la pedagogia della crudeltà: un meccanismo che interpreta la realtà tramite gerarchie di potere, fino a far apparire la violenza comprensibile, persino inevitabile.

Ma, in qualunque forma, è una ferita all’umanità. Non è solo fisica: è psicologica, economica, sociale, verbale. Colpisce gli animali, la natura, ogni vita che respira. Non ha un maschile o un femminile, non ha numero. È un’ombra sull’umanità, che ha sempre più bisogno di luce.
Diciamo basta, sorvegliamo noi stessi, scegliamo percorsi di rispetto e disarmo.


NESSUNO È INNOCENTE

Tutti noi abbiamo un pezzo di #responsabilità.

Siamo parte, spesso passiva, di sistemi generanti ingiustizia o violenza. La pace non è solo assenza di guerra ma eliminazione delle cause dell'odio.
Perseguire la pace richiede di abbandonare l'idea che esistano solo buoni assoluti e cattivi assoluti. Riconoscere la propria ombra, è il primo passo per comprendere l'altro.

Anche noi possiamo aver sbagliato o contribuito al disordine: passo necessario per passare dalla punizione al perdono.

La vera pace non nasce dalla vendetta, ma dalla giustizia riparativa che riconosce la dignità di tutte i soggetti.

CUSTODIRE LA COMPLESSITÀ

È la sfida di oggi, come atto etico e politico. Altrimenti, il massacro di Gaza, e tutti i numerosi altri, rischiano di diventare slogan che vivono di istantaneità e polarizzazione: il diritto, sacrosanto, di protestare contro la guerra viene semplificato in adesioni identitarie; la critica a un quotidiano degenera in aggressività perché, nella logica dell’immediatezza, chi non è percepito dalla parte giusta viene considerato nemico.

La #complessità è un impegno, non un ostacolo: non riguarda il sapere o il non sapere, è una questione di scelta.

*536/ #Taccuinodistrada alla ricerca della #Pace . RS Servire

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giovedì 16 aprile 2026

DISABILI A SCUOLA

 L’ALLARME

La prima relazione al Parlamento del Garante per i diritti delle persone con disabilità fotografa un fenomeno preoccupante: in un solo anno, all’Autorità sono arrivate milletrecento segnalazioni di ingiustizie.

-di CHIARA DI BENEDETTO

Milletrecento: è questo il numero di segnalazioni ricevute in un solo anno dall’Autorità garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità (Agndd). Episodi di discriminazione, disfunzioni sistemiche della pubblica amministrazione, inaccessibilità degli edifici pubblici: le ingiustizie sperimentate e riportate dalle persone con disabilità riguardano gli ambiti più disparati della vita nel nostro Paese. È quanto emerge dalla prima relazione presentata in Parlamento dall’Autorità garante, organo istituito nel 2024 con il compito di vigilare sul rispetto dei diritti delle persone con disabilità e di contrastare i fenomeni di discriminazione.

« Il numero delle segnalazioni pervenute – ha spiegato il presidente dell’Autorità, Maurizio Borgo – non è un mero indicatore quantitativo. È piuttosto un indicatore democratico: misura la domanda di tutela che attraversa il Paese e ci ha permesso di fare una prima “diagnosi”». Grazie a una segnalazione fatta a Roma dalla madre di uno studente con disturbo dello spettro autistico grave, che ha denunciato l'impossibilità di garantire la continuità terapeutica al proprio figlio in orario scolastico a causa della mancata autorizzazione all’accesso del medico da parte di tutti i genitori della classe, il Garante è potuto intervenire adottando la sua prima raccomandazione. Borgo ha spiegato che molte delle segnalazioni riguardavano il mondo della scuola: «Sono emerse evidenti difformità sul territorio: la discriminazione nelle scuole è un fenomeno ancora attuale ». Così come l’inaccessibilità dei trasporti, le irregolarità negli istituti per le persone con disabilità, la mancanza di dati omogenei che incide negativamente sulla programmazione delle politiche per i disabili: « Il 2026 dovrà essere un anno di accelerazione: ci aspettano ancora sfide e scelte coraggiose - ha spiegato -. Potremo dire di avercela fatta solo quando riusciremo a cambiare lo sguardo delle persone sulla disabilità».

La discriminazione, a volte sottile o nascosta ma sistematica, è quindi ancora un tarlo del vivere comune. Aniello Capuano, giovane Alfiere della Repubblica, intervenendo in qualità di rappresentate delle persone disabili, ha lanciato un appello affinché il rispetto diventi «il fondamento » di una società equa: «Tempo fa sono andato a vedere gli allenamenti della mia squadra del cuore - ha raccontato - e non mi hanno fatto entrare perché accettavano solo sei persone con disabilità, e solo se in sedia a rotelle. Siamo una grande comunità che chiede semplicemente che i propri diritti vengano rispettati».

Nel corso dell’anno passato, l’Autorità è intervenuta a sostegno di alcuni “accomodamenti ragionevoli”, ovvero quelle modifiche o quei piccoli adattamenti alle legge introdotti dall’Onu per prevenire le discriminazioni delle persone con disabilità. Si va dal riconoscimento del diritto ai parcheggi per disabili allo sviluppo di nuovi modelli abitativi inclusivi, fino alla promozione del lavoro agile. Misure che, secondo Borghi, segnano soltanto l’inizio del lavoro dell’Autorità: « Bisogna rafforzare i poteri e gli strumenti operativi dell’Autorità garante ed è necessario un potenziamento della dotazione finanziaria e organica».

In questi 12 mesi l’Agndd ha avuto un ruolo centrale anche nelle attività di monitoraggio sul territorio, attraverso visite negli istituti che ospitano persone con disabilità e grazie alla collaborazione con i Nas dei Carabinieri: «Per quanto riguarda le strutture, stiamo elaborando delle linee guida nazionali, anche al fine di contrastare il fenomeno dell’istituzionalizzazione impropria, che è ancora diffuso», ha spiegato il presidente dell’Autorità.

La ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, dopo essersi congratulata con i componenti dell’Agndd per il lavoro svolto, ha rimarcato: « Non bastano solo le leggi o solo le risorse. Non è sufficiente. È importante che ci sia la spinta di ogni persona a portare avanti questo nuovo sguardo, a vedere nelle persone con disabilità le potenzialità e non i limiti, a non fermarsi all’assistenzialismo». Parole simili a quelle scritte dal presidente della Camera, Lorenzo Fontana, nel messaggio inviato per l’occasione: «Nessuna riforma sarà sufficiente se non verrà accompagnata da un cambio di mentalità. Il percorso verso la piena inclusione deve fondarsi sul riconoscimento della disabilità come risorsa».

Tempo fa sono andato a vedere gli allenamenti della mia squadra del cuore - ha raccontato - e non mi hanno fatto entrare perché accettavano solo sei persone con disabilità, e solo se in sedia a rotelle. Siamo una grande comunità che chiede semplicemente che i propri diritti vengano rispettati».

Nel corso dell’anno passato, l’Autorità è intervenuta a sostegno di alcuni “accomodamenti ragionevoli”, ovvero quelle modifiche o quei piccoli adattamenti alle legge introdotti dall’Onu per prevenire le discriminazioni delle persone con disabilità. Si va dal riconoscimento del diritto ai parcheggi per disabili allo sviluppo di nuovi modelli abitativi inclusivi, fino alla promozione del lavoro agile. Misure che, secondo Borghi, segnano soltanto l’inizio del lavoro dell’Autorità: «Bisogna rafforzare i poteri e gli strumenti operativi dell’Autorità garante ed è necessario un potenziamento della dotazione finanziaria e organica».

In questi 12 mesi l’Agndd ha avuto un ruolo centrale anche nelle attività di monitoraggio sul territorio, attraverso visite negli istituti che ospitano persone con disabilità e grazie alla collaborazione con i Nas dei Carabinieri: « Per quanto riguarda le strutture, stiamo elaborando delle linee guida nazionali, anche al fine di contrastare il fenomeno dell’istituzionalizzazione impropria, che è ancora diffuso», ha spiegato il presidente dell’Autorità.

La ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, dopo essersi congratulata con i componenti dell’Agndd per il lavoro svolto, ha rimarcato: « Non bastano solo le leggi o solo le risorse. Non è sufficiente. È importante che ci sia la spinta di ogni persona a portare avanti questo nuovo sguardo, a vedere nelle persone con disabilità le potenzialità e non i limiti, a non fermarsi all’assistenzialismo». Parole simili a quelle scritte dal presidente della Camera, Lorenzo Fontana, nel messaggio inviato per l’occasione: « Nessuna riforma sarà sufficiente se non verrà accompagnata da un cambio di mentalità. Il percorso verso la piena inclusione deve fondarsi sul riconoscimento della disabilità come risorsa».

www.avvenire.it

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LA FORZA DELLA MITEZZA


 Nella sua vita un insegnamento per vivere i momenti segnati dai conflitti in cui c’è chi esaspera i toni dello scontro e chi con pazienza afferma la possibilità di un confronto tra posizioni differenti

Vittorio Bachelet (1926-1980), giurista, politico, docente, presidente dell’Ac dal 1964 al 1973; assassinato dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980 / Ansa

 

-di ROSY BINDI

Il confronto tra la lezione della storia e le contingenze in cui viviamo propone spesso spunti di riflessione drammatici. Cento anni fa, nel 1926, nasceva Vittorio Bachelet: «Un uomo mite», come molti lo hanno definito, cogliendo la cifra sintetica della sua personalità. Ma in questi giorni, a un secolo di distanza, vediamo in modo plastico come la forza pacata del Vangelo risulti ancora incomprensibile a chi pensa di poter risolvere ogni problema con la prepotenza e con la forza.

Il podcast “Era un uomo mite”, dedicato appunto a Vittorio Bache-let, realizzato da Matteo Truffelli, professore di Storia del pensiero politico all’Università di Parma e già presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana per “Il Chio-stro”, il portale di informazione dell’Ac, esplora in maniera originale questa tensione sotterranea a tante pagine dell’esistenza umana. Nei momenti di crisi di sistema, di spinte al cambiamento in contrasto tra loro, emergono facilmente due tendenze. C’è chi cerca il conflitto ed esaspera i toni dello scontro, provando a ottenere vantaggi per sé e per la propria parte, fino a consacrare l’uso della forza come unico strumento di risoluzione delle controversie. E c’è invece chi, silenziosamente, ostinatamente, con pazienza e rigore, afferma la possibilità di un confronto aperto tra posizioni differenti, e si spende per realizzarlo giorno dopo giorno. Senza riserve, fino al sacrificio della propria vita. Come si capisce ascoltando la terza delle quattro puntate da cui è composto il podcast, il titolo e la chiave interpretativa attorno a cui esso ruota trovano origine in una frase semplice ma profonda pronunciata nei giorni terribili dell’assassinio di Vittorio da un suo amico fraterno, Alfredo Carlo Moro, il fratello di Aldo: «Vittorio era un uomo mite, ma non della mitezza dei deboli: della mitezza dei forti, di coloro cioè che hanno l’idea che debbano essere portatori e costruttori di pace con una ferrea tenacia». Che cosa avrebbe detto Bachelet in questi nostri giorni tumultuosi? Non possiamo saperlo, ma possiamo immaginare che avrebbe abbozzato uno dei suoi sorrisi, descritto con grande efficacia in un passaggio del podcast: «Un sorriso appena accennato, la testa leggermente inclinata. Una postura che sembra voler trasmettere a chi lo guarda e a chi lo ascolta la sensazione che, per quanto le questioni con cui ci si deve misurare siano serie e complicate, a volte persino drammatiche, si deve sempre conservare la speranza, porsi di fronte ai problemi con coraggio e con fiducia, con senso di responsabilità e di condivisione».

Ho ascoltato con molto interesse, e con commozione, questo lavoro. Vittorio Bachelet ha avuto una vita piena: marito e padre, impegnato fin da giovane nell’associazionismo cattolico, importante studioso di diritto e docente universitario, presidente dell’Azione Cattolica nella stagione straordinaria del Concilio e della “scelta religiosa”, consigliere comunale a Roma e, infine, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, ruolo in cui divenne obiettivo delle Brigate Rosse. Il suo contributo alla vita della Chiesa e della società italiana è stato enorme. Eppure, tanti italiani, soprattutto ma non solo tra i giovani, non lo conoscono. Non sanno nulla della sua testimonianza, della sua lezione, del suo sacrificio per il Paese. Trovo quindi particolarmente appropriata la scelta di realizzare un podcast, uno strumento informativo sempre più in uso in particolare tra le nuove generazioni, per raccontare la sua storia.

I quattro episodi, che contengono materiali audio ricercati con accuratezza, consentono almeno tre livelli di approfondimento, sempre intrecciati tra loro. Il primo riguarda l’Italia e le enormi trasformazioni che essa ha attraversato tra il secondo dopoguerra e l’inizio degli anni Ottanta: un tempo di fermento e di grande crescita, ma anche di divisioni, di violenza e di paura per il sangue versato dal terrorismo di destra e di sinistra. Nei racconti di “Era un uomo mite” si rivive l’atmosfera di quegli anni, che il podcast restituisce in tutta la loro complessità. Senza, però, appesantire il racconto, anzi, incuriosendo l’ascoltatore attraverso aneddoti originali e suggestivi. Un secondo livello coinvolge la storia della Chiesa italiana, che Bachelet conobbe a fondo e che contribuì a cambiare. Davvero la svolta del Concilio fu una rivoluzione gentile, che spinse la Chiesa ad aprirsi al mondo, per prendersene cura anche attraverso la passione educativa e civile di tanti uomini e tante donne credenti e appassionati, come Vittorio. Un impegno che fece arrivare la sua fama fino in Argentina, tanto da essere conosciuta anche da un certo Jorge Bergoglio.

Infine, il terzo livello di approfondimento è lo sguardo delicato sulla vita personale, familiare, intellettuale e civile di Bachelet. Senza concessioni alla curiosità sterile, “Era un uomo mite” attinge a testimonianze e documenti del tempo per proporne un ritratto umano sincero, non idealizzato e profondo. L’augurio è che riscoprire la mitezza di quest’uomo possa essere d’aiuto a tutte e tutti per affrontare con sguardo profetico anche il tempo presente.

www.avvenire.it

 

mercoledì 15 aprile 2026

ABUSO DEI SOCIAL

 


Abuso dei social 
da parte dei ragazzi? 

L’unica via è multare i genitori


di Gilda Sciortino

Quanta responsabilità hanno i genitori rispetto all'uso eccessivo e per nulla controllato dei social network da parte dei ragazzi? Enorme, ma fanno spallucce: sono i primi a mettere uno smartphone in mano ai figli e a smontare i filtri. Ecco allora la proposta provocatoria (ma non troppo) di Matteo Flora di multarli

La scorsa estate, mentre si presentavano le proposte di legge per normare l’accesso a Internet per quel che riguarda i documenti obbligatori, ha acceso il dibattito con il suo libro Tette e gattini (scaricabile gratuitamente online), dove parla del perché bloccare l’accesso ai minori serve a poco, soprattutto se i genitori, con i loro comportamenti, remano contro. Ora Matteo Flora, imprenditore, divulgatore, esperto in sicurezza delle Ai e delle Superintelligenze, torna a far discutere con una tesi disruptive e impopolare: «È inutile pretendere che siano i social a fare i guardiani, se poi sono i genitori stessi a giurare che l’account è loro, che lo gestiscono loro, che il figlio “lo usa solo ogni tanto”. Non esiste verifica dell’età, sistema di parental control o moderazione algoritmica che regga, se poi sono gli adulti i primi a sabotare il meccanismo. Bastano due clic e una dichiarazione mendace per riaprire un profilo chiuso, e l’intera impalcatura normativa si sgretola», ha scritto sul suo profilo Linkedin.

Il tema cioè «è continuiamo fa chiedere ad altri di fare il lavoro che spetta a chi quel telefono, quella SIM e quell’account li ha materialmente consegnati a un minore, e che, quando viene chiamato in causa, sceglie di coprirlo invece di assumersene la responsabilità». In altre parole, il tema è la responsabilità dei genitori, di cui si è già ampiamente parlato nei giorni scorsi a valle della doppia sentenza contro Meta e Google, che sono state condannate negli Stati Uniti a multe e risarcimenti: i giudici in sostanza hanno stabilito che la dipendenza non deriva tanto da “come usi” i social, ma da come sono costruiti». La tentazione di dire che è «tutta colpa dell’algoritmo» è forte, ma in realtà un tema di responsabilità resta. «Alle industrie digitali – che ormai pervadono la nostra vita con un’ottica orientata al profitto, non certo al benessere – vanno certamente date delle regole, ma ogni iniziativa di questo tipo non può smarcare gli adulti e in generale la comunità/società dal suo ruolo educativo», ha sottolineato Jacopo Dalai, psicoterapeuta sistemico-relazionale, fondatore e presidente della cooperativa sociale Nivalis su “Dire, fare, baciare”, la newsletter di Sara De Carli riservata agli abbonati di VITA e dedicata alla famiglia, alla scuola, all’educazione.

Flora, davvero ritiene che l’unica soluzione sarebbe multare i genitori…

Ovviamente non è l’unica soluzione. Abbiamo due problemi paralleli. Il primo è se limitare i social e il web a un pubblico adulto può funzionare o meno. Ci ha provato la Francia, ci ha provato l’Australia, ci sta per provare la Spagna… non funziona, ci sono i numeri che lo attestano. Fra l’altro con questa norma non stiamo dicendo al social network che i ragazzini non possono stare online, almeno noi: stiamo solo dicendo che, per aprire un account, devi inserire un documento di identità. Poi potremmo anche far finta che questa cosa funzioni, ma i dati dicono che è solo un palliativo comodo, nel senso che abbiamo fatto qualcosa da un punto di vista politico, abbiamo prodotto una norma. Che poi non abbia funzionato passa in secondo piano, dal punto di vista della comunicazione politica e sociale il messaggio che passa è che qualcosa andava fatto e noi l’abbiamo fatto. Ma, a parte tutto questo, il problema reale è un altro e resta. Il problema reale è che già adesso le piattaforme Internet non possono far accedere minori e invece noi troviamo una quantità enorme, spropositata, di minori online. Così puntiamo il dito: «Cattivi social network, adesso vi multiamo». Io ho fondato un’associazione, si chiama “PermessoNegato“: è la più grande realtà europea che si occupa di contrasto alla pornografia non consensuale. Spesso segnaliamo: «C’è questo account con un minore – molto minore, lo voglio dire, vediamo casi di bambini di 8-9 anni – che risponde, che interagisce». Cosa succede a valle della segnalazione? Succede che chiudono l’account, ma tempo 24 ore viene riaperto. E noi siamo ancora contro i social network.

I divieti vanno bene per poter dire “qualcosa andava fatto e noi l’abbiamo fatto”. Ma il problema reale è un altro e resta. Il problema reale è che già adesso le piattaforme Internet non possono far accedere minori e invece noi troviamo una quantità enorme, spropositata, di minori online

E dove sbagliamo? Qual è il punto reale su cui agire, allora?

In realtà il problema è un altro. Quando arriva il blocco del contenuto, il genitore esordisce: «No, non è vero, non è stato lui, ero io che lo utilizzavo». E il social network non può fare nient’altro, in quanto non è un organo di Polizia, che accettare la dichiarazione del genitore e riattivare l’account. Quello che noi vediamo è questa cosa qui e sono certo che continueremo a vederla. Se il social network viene obbligato solo a verificare l’età, allora la prospettiva in cui ci mettiamo è semplicemente quella del poter dire “abbiamo fatto qualcosa”, non quella del voler dare una risposta al problema: non aspettiamoci che ci siano dei risultati. Il problema c’è prima, c’è già quando un genitore dà in mano il cellulare al figlio, perché non credo che un bambino di 8-9 anni lo smartphone se lo compri con la paghetta e si installi la Sim, anche perché nessuno gliela attiverebbe.

Significa che bisogna chiamare in causa il tema dell’educazione?

Non devo essere io a spiegare a nessuno come educare i propri figli, ci sono dei professionisti che hanno questo compito. Pensiamo però a quello che succede con la scuola, dove sappiamo benissimo che il docente, un tempo figura educativa, oggi non è più tale. Quando portavo a casa una nota, giusta o sbagliata che fosse, non mi lamentavo mai a casa con i miei genitori, perché sapevo che avrebbero dato ragione al professore: adesso si fanno i ricorsi al Tar. L’unica cosa che io dico, provocatoriamente ma neanche tanto, è di rifare quello che è successo con il casco in moto: quando in realtà i caschi sono stati finalmente utilizzati? Quando è entrata in vigore la norma e con essa le multe a chi vi contravveniva. Ora, se noi non prevediamo a livello normativo una disincentivazione da un punto di vista meramente economico, non ne usciremo. Un altro esempio? Ci sono Paesi in cui nessuno parcheggia in seconda fila e la società è abbastanza evoluta da non avere bisogno di una sanzione per questo. L’Italia non è tra questi e ha bisogno di una norma sanzionatoria.

Subentra la responsabilità del genitore che mette il ragazzino davanti a Internet, nonostante sappia che dà dipendenza e che genera depressione

C’è, quindi, un problema di controllo?

Il controllo è alla base di tutto. Ne abbiamo bisogno, così come ci vogliono attenzione e autorizzazione. Non possiamo avere solo il controllo perché se lasciamo che esistano le figure dei baby influencer, che ci sono e che continueranno ad esistere, quello che noi impediremo non è la pubblicazione di materiale riguardante un minore online, ma che il minore possa in autonomia decisionale gestirsi un account. E per quello basta una dichiarazione. E chi può dire di no? Il social network non lo può certamente fare. Qui subentra la responsabilità del genitore che mette il ragazzino davanti a Internet, nonostante sappia che dà dipendenza e che genera depressione. E questo ce lo dicono le evidenze scientifiche. E perché il genitore lo lascia comunque lì da solo? Perché è comodo. È un’ottima alternativa all’attenzione, un’ottima alternativa al tempo da dedicare.

Anche altri Paesi stanno provando a creare dei blocchi nell’accesso al web e ai social…

LInghilterra sta adottando il controllo del documento per una serie di siti web, per esempio quelli pornografici. Quel che ha ottenuto però è estremamente pericoloso, perché sembrerebbe positivo il fatto che il traffico ai 4-5 siti web più conosciuti sia diminuito in maniera sostanziale ma invece, quei 4-5 siti più importanti erano paradossalmente i più sicuri. Non che fossero etici, ma incassavano miliardi ogni anno con la pubblicità, quindi stavano attenti a togliere contenuti per esempio violenti: insomma erano quelli che spendevano di più per essere sicuri. Invece, oggi, è aumentato esponenzialmente il traffico a tutti gli altri siti minori che non si sono attrezzati e che non hanno nessuna intenzione di farlo perché diversamente non ci guadagnerebbero così tanto.

Sbaglia o no chi dice che i social network sono i cattivi della situazione?

Io non sono certo un amico dei social network, ma nemmeno me la sento di dire che sono i cattivi della situazione. Dico che semplicemente, con un minimo di razionalità, dobbiamo onestamente affermate che la disincentivazione va messa in capo al comportamento di chi li usa. Non posso chiedere a un genitore alcolizzato di sorvegliare che il figlio non segua la sua strada, ma noi stiamo facendo esattamente la stessa cosa con i social. Ci dimentichiamo di tutti quegli studi che ci dicono che Internet fa male ai bambini, che porta a problemi enormi di dipendenza. Continuiamo a dire che è falso, mentre noi adulti siamo i primi ad esserne dipendenti. Internet crea dipendenza in quelle figure che sentono di più la marginalità e la solitudine, per esempio il nonno che non vede i nipotini se non su Instagram e che poi non può più fare a meno di restare connesso. Perché se vogliamo evitare gli stereotipi, dobbiamo dircelo che il fenomeno non è nemmeno legato principalmente all’età, ma alla solitudine. Tanto è l’allarme generale su questo che, per esempio, ci sono alcune prefetture giapponesi che hanno emanato un’ordinanza per limitare l’uso quotidiano di smartphone e tablet a un massimo di due ore al giorno, al di fuori del lavoro e dello studio: vale per tutti, non per i minori. L’obiettivo è contrastare i possibili effetti nocivi di un utilizzo prolungato dei dispositivi sulla salute.

Se vogliamo evitare gli stereotipi, dobbiamo dircelo che il fenomeno non è nemmeno legato principalmente all’età, ma alla solitudine. Alcune prefetture giapponesi hanno emanato un’ordinanza per limitare l’uso quotidiano di smartphone e tablet a un massimo di due ore al giorno, al di fuori del lavoro e dello studio: vale per tutti, non per i minori

Abbiamo, quindi, bisogno di controllori…

Come possiamo chiedere a qualcuno di fare i controllori di qualcosa che sfugge loro di mano? Sugli adulti non lo puoi fare perché è lo stesso discorso del vietare il fumo, però ancora una volta stiamo demandando la nostra vita a un’entità esterna che dipingiamo come cattiva. L’estetica del nemico direbbe che il nostro nemico ci rappresenta di più del nostro amico. 

Restiamo convinti che multare i genitori invertirebbe la rotta?

Come affermavo all’inizio, la questione è più complessa. Dico che bisogna multare i genitori, ma perché in un certo senso questo è un disincentivo economico forte per il nucleo familiare. Anche perché non parlo di pochi euro, quanto di somme importanti che inciderebbero anche nei bilanci di famiglie con un tenore di vita superiore alla media. Ribadisco, però, che questa non è “la” soluzione, se fosse messa in campo come unica azione. Ci sono tante componenti che devono intervenire. La sanzione quantomeno obbliga le persone a pensarci. Non esiste, infatti, un problema se non gli dedichi attenzione, così come non esiste – qualunque sia il comportamento da disincentivare – un disincentivo efficace se da quello non deriva un beneficio importante.

VITA

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