domenica 4 ottobre 2026

LA RIVOLUZIONE DELLA CURA

 


Infanzia e adolescenza

non sono un problema


 Ma serve 

una   cura



Presentata alla Camera la Relazione al Parlamento 2025 dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Marina Terragni: «L’interdipendenza non è debolezza e l’individuo assoluto è una finzione». Dal digitale alle fragilità familiari, al centro della riflessione c'è la ricostruzione delle relazioni. L'appello dei ragazzi agli adulti: «Abbiamo bisogno di essere ascoltati davvero, non solo guidati»

di Chiara Ludovisi

I bambini e gli adolescenti non sono un problema: il problema è l’ «individuo assoluto e la polverizzazione delle relazioni a cui ha portato». Così Marina Terragni, Autorità garante per l’infanzia e adolescenza, ha introdotto l’incontro di presentazione alla Camera della Relazione al Parlamento 2025.

«Fino a una decina di anni fa di bambini e ragazzi si parlava molto poco sui giornali. Più recentemente invece hanno cominciato a comparire anche sulle prime pagine. Notizie cliccatissime, alla ricerca di soluzioni: e quasi mai si tratta di good news, più spesso di very bad news», ha osservato.

Bambini e ragazzi, insomma, sono diventati un “problema”, nella narrazione politica e mediatica, tanto che «forse loro stessi ormai si percepiscono come problema, per se stessi e per il mondo. In parallelo stiamo registrando record di denatalità», ha detto. 

La proposta di Terragni è di cambiare sguardo e direzione, spezzando l’individualismo assoluto dilagante e recuperando il valore delle relazioni, a partire da quelle familiari: è la proposta di una «CaRevolution», come la chiama Terragni: «Un approccio trasformativo per riconfigurare il modo in cui il lavoro di cura viene riconosciuto, organizzato, condiviso, valorizzato e posto al centro».

Denatalità e solitudine: il peso della povertà relazionale

Bisogna spezzare, insomma, quella «povertà relazionale che è anche il più grande nemico della natalità. Se sui servizi è sempre possibile e auspicabile agire, sul resto è decisamente più complesso. Ma non per questo ci si deve arrendere: la ricostruzione di relazioni reali e in presenza è la grande sfida che abbiamo di fronte».

Dobbiamo restituire alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi questa consapevolezza e scusarci con loro per averli indotti a crederlo. Dobbiamo spiegare loro che l’interdipendenza non è debolezza e che l’individuo assoluto è una finzione

Marina Terragni

Terragni si rivolge anche agli adulti, alla «nostra generazione, che in parte è responsabile della progressiva perdita di importanza delle relazioni a favore della realizzazione individuale. Ma da soli la vita non è felice. Dobbiamo restituire alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi questa consapevolezza e scusarci con loro per averli indotti a crederlo. Dobbiamo spiegare loro che l’interdipendenza non è debolezza e che l’individuo assoluto è una finzione», ha detto Terragni.

Per una rivoluzione della cura

Un ruolo fondamentale va quindi riconosciuto e restituito alle donne, a cui è «ancora largamente affidato il compito della cura»: Quello che si può definire «il “paradosso della cura” è che nelle nostre società, per fattori demografici e di organizzazione, di cura c’è sempre più bisogno, ma il suo valore non viene riconosciuto a nessun livello. Si tratta quindi di ascoltare con attenzione quello che le donne hanno da dire in merito all’organizzazione della vita, del lavoro, delle città, delle comunità, della società», ha detto. 

Per rafforzare e articolare la proposta di questa rivoluzione necessaria, Terragni ha fatto riferimento a Ivan Illich e Alexander Langer, al cui pensiero si ispira la sua idea. 

Minori e digitale: restituire spazio al gioco e alle relazioni

Il rapporto con l’ambiente digitale è un altro dei temi al centro della Relazione. Gli schermi sono parte dei luoghi in cui bambini e adolescenti crescono, studiano, comunicano e costruiscono la propria immagine. «L’isolamento viene propagandato ed estetizzato», ha detto Terragni, riferendosi alle pratiche online che presentano la rinuncia alle relazioni come strumento di realizzazione personale. «L’individuo diventa simultaneamente progetto e impresa produttiva, chiamato a dedicare tempo ed energie quasi esclusivamente al miglioramento personale, limitando così relazioni, uscite e attività considerate dispersive e improduttive».

La Relazione richiama perciò la responsabilità educativa degli adulti: la risposta non può essere affidata soltanto a divieti, filtri o strumenti tecnologici. Occorre offrire occasioni di esperienza, socialità e partecipazione, nelle quali i ragazzi possano costruire fiducia e autonomia.

Salute mentale e povertà educativa 

Solitudine, ritiro sociale, iperconnessione e fragilità emotiva sono tra le questioni affrontate dalla Relazione. Ma quali sono le risposte da mettere in campo? Accanto a quelle socio-sanitarie, viene richiamata la necessità di rafforzare le relazioni familiari, l’esperienza scolastica e le opportunità offerte dal territorio. E di fronte alle fragilità familiari, le istituzioni e i servizi hanno il compito di accompagnare e sostenere, prima che diventino emergenze. 

La Relazione affronta inoltre gli abusi online, la devianza minorile e la tutela degli orfani di femminicidio. Per i minori stranieri non accompagnati fa riferimento al recente studio sulle condizioni di accoglienza (qui l’articolo di Ilaria Dioguardi su VITA) e le attività sulla tutela volontaria e sull’affido familiare (qui l’articolo di Sara De Carli). Un tema che Terragni riconduce ancora alla qualità dei legami: «La qualità delle relazioni di accoglienza è assolutamente decisiva nella determinazione del destino di questi ragazzi e di conseguenza anche per la nostra società che accoglie».

Separazioni e allontanamenti: il diritto dei figli all’ascolto

Gli allontanamenti dalla famiglia sono uno dei temi che maggiormente sta a cuore di Marina Terragni, per cui una parte della Relazione è dedicata proprio a questo: la necessità di mantenere al centro l’interesse concreto dei figli. L’ascolto del minorenne viene indicato come una garanzia sostanziale, capace di incidere sulle decisioni che riguardano la sua vita. Al tema è dedicata anche la “Agenda dei diritti 2026. La persona di minore età nei procedimenti di famiglia: soggetto, vittima e testimone”, distribuita durante l’incontro insieme alla Relazione e all’ultimo numero della rivista Futuri.

Ridurre le diseguaglianze, sostenere le famiglie

Altro tema al centro della Relazione e della riflessione è quello delle disuguaglianze e della povertà educativa e sanitaria, su cui hanno richiamato l’attenzione i due rappresentanti politici intervenuti alla presentazione: il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè e la ministra per le pari opportunità Eugenia Maria Roccella.

Mulè ha richiamato alcuni dati Istat: nel 2024, il 26,7% dei bambini e ragazzi con meno di 16 anni era a rischio di povertà o esclusione sociale, una quota che raggiungeva il 43,6% nel Sud e nelle Isole. «Il livello di istruzione dei genitori si associa alla condizione socioeconomica della famiglia», ha osservato Mulè, soffermandosi sul legame tra salute e povertà educativa e sui rischi della disinformazione sanitaria. «Servono quindi politiche pubbliche per ridurre diseguaglianze».

«Sono qui per ascoltare», ha esordito Eugenia Roccella. «La centralità della famiglia non è né di destra né di sinistra». Per la ministra, l’intervento prioritario passa attraverso le relazioni di cura all’interno della famiglia: «Non depauperare competenze e responsabilità delle famiglie d’origine, ma sostenere e alimentare l’autorevolezza genitoriale».

«I bambini non se la stanno passando bene», ha affermato il pedagogista Daniele Novara, concentrando il suo intervento sulla difficoltà degli adulti a comprendere le diversità dei bambini e degli adolescenti.

I bambini hanno straordinarie capacità di compensazione neurocognitive. La grande plasticità del loro cervello deve essere favorita e sostenuta con il lavoro educativo. E non affrontata con facilitazioni che ottengono l’unico risultato di farli accasciare sul banco.

www.vita.it

MATTARELLA AD ASSISI

 

Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della Festa nazionale di San Francesco d'Assisi

 

Sono trascorsi ottocento anni dalla morte di San Francesco, patrono d’Italia insieme a un’altra grande santa, Caterina da Siena.

La distanza temporale che ci separa da quell’evento, non ha in alcun modo ridotto il suo fascino e il suo carisma, che vive ben oltre i confini dell’Italia e della stessa Cristianità, di cui è figlio e figura eminente. 

Profeta di pace, di amore, di rispetto per il Creato, il suo insegnamento è patrimonio universale per le donne e gli uomini di tutti i tempi e di tutte le latitudini, credenti o non credenti, cristiani o fedeli di altre religioni. 

La sua personalità, così umile e, insieme, così vigorosa, ha operato conversioni, orientato scelte di vita, suscitato attenzione e affetto, ispirato artisti e poeti, comunità. E continua a esercitare un fortissimo ascendente su milioni di persone, particolarmente tra i giovani.

I caratteri della società italiana ne hanno tratto un segno profondo e non possono prescindere dalla sua lezione: ne è conferma la proclamazione a santo patrono che, al contempo, esprime invito e impegno alla coerenza.

Un santo figlio della terra umbra che respirò l’atmosfera intensa e dinamica del suo tempo.

Francesco canta in francese, ma sceglie il volgare per predicare, per diffondere la parola di Dio. E con il “Cantico delle Creature”, la più alta tra le prime espressioni poetiche in volgare, magnifica e commovente, concorre all’inizio della storia della nostra letteratura. Così come la rappresentazione della Natività a Greccio e la diffusione della devozione popolare francescana contribuiscono all’avvio delle forme teatrali religiose medievali.

Le comunità francescane portano la vita religiosa fuori dalla solennità dei monasteri e si inseriscono nel tessuto urbano e sociale, nel loro tempo così bisognevole di impegno e di presenza, incarnando un ideale di povertà evangelica e di vicinanza agli ultimi che traccia un segno profondo nella società medievale, aprendo la strada a forme nuove di solidarietà, a nuovi criteri di relazioni umane.

A buon titolo Francesco appare precursore anche dei Santi sociali.

Celebrare Francesco, oggi, qui al Sacro Convento, in questo importante anniversario, significa riflettere su un apparente paradosso, forse inspiegabile per una mentalità piuttosto diffusa. Come è stato scritto in una sua importante biografia, Francesco “non offriva una risposta politica alle ingiustizie sociali, al problema del male nel mondo”.

Francesco chiedeva solamente di vivere, in povertà, pace e letizia, con i suoi fratelli e le sue sorelle, al seguito di Cristo e vivendo il messaggio del Vangelo, invitando al “privilegio della povertà evangelica”, esortazione che lo rendeva distinto dai movimenti pauperistici dell’epoca.

Per questa scelta, radicale e sconvolgente agli occhi del mondo, l’uomo che, per sé e per i suoi seguaci volle la denominazione umile di “frati minori”, è diventato una delle figure più significative, più conosciute, più amate della storia universale.

Al giovane Francesco la prospettiva di dedicarsi ai lucrosi commerci paterni andava stretta, appariva insoddisfacente.

Operò dentro di sé, e su sé stesso, una vera rivoluzione. Ricco sarebbe stato colui che avesse deposto ogni bene. Coraggioso colui che avesse deposto la spada per parlare di pace. Nobile chi avesse fatto dell’amore e del servizio ai poveri e agli ammalati la sua missione terrena. 

La gloria e l’onore, così ambiti dai giovani della sua epoca, andavano dunque ricercati nella povertà, nell’amore per tutte le creature, a cominciare da quelle più piccole, nella vicinanza a Dio nella preghiera.

Non fu facile, per Francesco, professare la sua fede e i suoi ideali, così ambiziosi, così distanti dal sentire comune. Fu incompreso, spesso deriso. A volte il suo pensiero fu persino manipolato e strumentalizzato.

La ricerca storica ci presenta una figura mite, ma tutt’altro che accomodante, un animo lieto, fiducioso in Dio, e insieme sofferente per via della cupidigia, della malvagità, della brama di potere, della violenza, della stoltezza nella vita praticata dagli uomini.

La sua povertà, così cercata e desiderata, fu rottura concreta con l’idolatria del denaro; la sua umiltà non aveva nulla di ingenuo, nasceva da una sete esigente di verità; la sua obbedienza non fu remissività, ma una faticosa, ponderata ricerca delle ragioni superiori dell’unità del popolo cristiano e della Chiesa.

Ricordare, oggi, l’insegnamento di Francesco al mondo contemporaneo vuol dire porre in luce alcuni fondamenti decisamente attuali anch’essi della sua predicazione: la dignità di ogni persona, il rispetto del Creato, la pace.

Per il santo di Assisi, infatti, ogni essere vivente è stato creato da Dio e va rispettato e amato in quanto tale.

Nel secolo di Francesco non ci sono le enormi, decisive questioni dell’inquinamento dell’acqua e della terra, della devastazione delle foreste, del surriscaldamento del pianeta, che oggi viviamo con crescente preoccupazione, così ben evidenziata dalla “Laudato sì” di Papa Francesco.

La natura dell’Umbria e delle zone frequentate da Francesco nel suo incessante pellegrinare, è a quel tempo incontaminata, i suoi frutti sembrano offerti all’umanità in modo inesauribile.

Eppure, con quanta delicatezza, con quanta considerazione, Francesco guarda all’ambiente che lo circonda.

L’acqua, bene oggi di valore crescente e a rischio di scatenare gravi contrasti in futuro, è «utile et humile», «pretiosa et casta».

Il lupo, simbolo di inconciliabile inimicizia con l’uomo, viene ammansito, non abbattuto.

I fiori, i frutti, l’erba, con la loro semplice bellezza, cantano la gloria di Dio.

Nel 1219, durante la quinta crociata, Francesco attraversò le linee e riuscì, rischiando la vita, a incontrare, in Egitto, il sultano al-Malik al-Kamil. Desiderava ardentemente convertirlo.

La missione non ebbe - lo sappiamo – questo esito. Ma il sultano rimase colpito da quell’uomo minuto, dai modi e dall’aspetto che dovevano apparirgli bizzarri, che gli parlava, accorato, di pace e di fratellanza.

Eppure, con quel viaggio di appassionata invocazione, Francesco lasciò un grande segno. Prima che un nemico, prima che un infedele, Francesco riconobbe nel temibile interlocutore un uomo.  Un figlio di Dio e, dunque, un fratello.

Il gesto rischioso – temerario si potrebbe dire - di Francesco non cancellava la violenza, né fermava il conflitto.

Disegnava piuttosto un atteggiamento di dialogo e di rispetto straordinariamente nuovo e originale nel contesto del tempo.

Oggi terribili conflitti insanguinano tante parti del mondo, e addirittura in alcune parti si torna a benedire le armi e a porre gli eserciti sotto insegne religiose: Francesco ci insegna che non c’è colpa maggiore di quella di uccidere altri uomini in nome di Dio.

Non renderemmo giustizia al santo di Assisi se la sua figura fosse esaurita in quella di un ecologista, pacifista e operatore sociale ante litteram.

Francesco e Chiara – la sua discepola, amica e sorella nelle scelte, protagonista con Francesco di quella grande opera di rinnovamento religioso e civile – erano soprattutto innamorati di Dio e del Vangelo.

Il loro linguaggio, che tuttora appare affascinante e contemporaneo, ricco di spunti anche sociali e umanitari, non può essere separato dalla dimensione religiosa, dalla fede ardente e incrollabile, dall’adorazione di Dio, dall’amore per gli uomini.

Non sbaglieremmo, credo, se cercassimo il Francesco più autentico nel mistero di quei silenziosi, lunghissimi, intimi colloqui con Dio nella grotta del Santuario della Verna.

O se cogliessimo il tratto più caratteristico della sua carità traboccante in quel bacio, sorprendente e inatteso, dato al lebbroso, sovvertendo le barriere di emarginazione del tempo: segno insopprimibile di amore purissimo, che non distingue tra chi dà e chi riceve, tra chi è sano e chi è malato, tra chi cura e chi è curato, espressione di quel servizio agli ultimi che tutti eleva e parifica, in quanto figli di Dio e, dunque, fratelli destinati allo stesso orizzonte.

Quanto ci hanno consegnato Francesco e Chiara – la grande e numerosa famiglia francescana – è un albero dalle solidissime radici che è cresciuto, ha dato frutti, si è moltiplicato, diffondendosi in ogni parte della terra, operando in favore della non violenza, dei poveri, degli emarginati, dei sofferenti.

Le grandi testimonianze d’arte – pittura, architettura, letteratura, teatro, cinema, musica – dedicate ai due grandi Santi, l’attrazione che Assisi riveste nel mondo, anche come capitale della pace e del dialogo interreligioso, sottolineano che la forza spirituale e morale di Francesco e di Chiara è, e sarà sempre, fonte inesauribile di ispirazione.

Nell’undicesimo Canto del Paradiso, Dante parla di Francesco come di un sole sorto per il mondo intero, tanto che Assisi andrebbe denominata come Ascesi, come Oriente.

In questi tempi segnati da guerre insensate e crudeli, da “tanta violenza, manipolazione, arroganza”, come ha detto, giorni fa, Leone XIV, l’auspicio è che il sole di Francesco possa illuminare il mondo, convertire le menti indurite dall’odio, indicare la via della pace, della speranza, della serena, fraterna convivenza.

www.quirinale.it




 

venerdì 2 ottobre 2026

LA VIGNA

 


Vangelo 
di domenica 4 ottobre 



Commento di don Renato De Zan

Mt 21,33-43

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: 33 Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 34 Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. 35 Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. 36 Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. 38 Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. 39 Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40 Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». 41 Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». 42 E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi? 43 Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.

Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare

Il Testo

1. Il testo biblico originale è stato arricchito da un ampio incipit liturgico che illustra chi sia il locutore e i destinatari: “In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo”. La Liturgia ha anche interrotto la conclusione naturale della pericope. Dopo Mt 21,43 il testo continua e conclude così: “Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato. Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta” (Mt 21,44-46). Fra poco capiremo il motivo di questa soppressione.

2. La formula che risulta, cioè Mt 21,33-43, si può suddividere in tre momenti. L’incipit liturgico presenta l’ambientazione che manifesta già una sfumatura polemica. Si vedano le formule evangeliche delle domeniche precedenti dove i rimproveri sono sempre rivolti ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo. Segue, poi, la parabola dei vignaioli omicidi, Mt 21,33-41. Chiudono la formula le considerazioni di Gesù sul figlio e sul futuro del Regno, Mt 21,42-43.

L’Esegesi

1. Oggi conosciamo bene i contratti tra padroni e fittavoli ai tempi di Gesù. I vignaioli evangelici, però, commettono un errore: dovrebbero pagare l’affitto, ma pensano di potersi sottrarre a questo impegno perché da eteronomi, dipendenti, vogliono diventare autonomi. Questa parabola così come è formulata da Matteo, si può leggere in due livelli: a livello del Gesù storico e a livello della Chiesa nascente.

2. A livello del Gesù storico, la parabola intendeva porre il problema dell’autonomia o della dipendenza da Dio (il padrone della vigna). Gesù ha sempre accusato i responsabili d’Israele di aver preteso di gestire a modo loro (autonomia da Dio) la vigna del Signore, senza attenersi alla Parola del Signore (dipendenza da Dio). Il padrone della vigna (Dio) li farà perire e darà la vigna ad altri vignaioli (il collegio apostolico).

3. A livello di Chiesa primitiva, la parabola venne ritoccata in alcuni piccoli particolari tanto da farla diventare una allegoria della storia della salvezza. Come ci riesce? Introduce, all’inizio, una citazione dal testo greco di Is 5,2 (“La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre”). Ricordiamo che Gesù non parlava greco ai responsabili d’Israele. Le missioni dei servi sono ridotte a due. Tali sono le raccolte dei libri profetici dell’A.T. (profeti anteriori e profeti posteriori). I maltrattamenti riservati ai servi (uccidere-lapidare) sono uguali a quelli riservati ai profeti in Mt 23,17: “Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te”. Inoltre il figlio è chiamato “erede” (cf Eb 1,2: “Ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose…”), viene gettato fuori della vigna (il Calvario è fuori Gerusalemme) e poi ucciso.

4. Con questi elementi la Chiesa nascente fa diventare la parabola una allegoria. Il padrone è Dio, la vigna è Gerusalemme, i servi sono i profeti e il figlio è Gesù. Questo spiega la doppia conclusione di Gesù. La prima consiste nella citazione del Sal 118,22-23: il figlio ucciso (pietra scartata) risorgerà (pietra d’angolo). La citazione diventa più chiara alla luce di due testi della Chiesa primitiva. In Ef 2,20 l’autore ispirato scrive: “Edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù…”. In 1Pt 2,4, un autore della fine del sec. I scrive: “Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio…”. La seconda è originale: “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”. Con queste considerazioni si può capire Mt 21,44-46, il testo soppresso dalla Liturgia.

Il Contesto Celebrativo

1. La prima lettura (Is 5,1-7) riporta una parte cospicua della canto della vigna del profeta Isaia. La vigna è la casa d’Israele (Is 5,7). La Colletta propria ha disatteso la tematica presente nella Parola di Dio. Ha solo evidenziato ogni tralcio (ogni discepolo di Gesù) innestato nella vite che è Cristo (Gv 15,5: “Io sono la vite, voi i tralci”)

Il Popolo

 

 

STRANIERI E DISUGUAGLIANZE

 

Il vero problema 

delle scuole 

non sono

 gli alunni stranieri, 

ma le disuguaglianze


Il Cestim di Verona ha un'esperienza trentennale nell'ambito dell'inclusione linguistica degli studenti con background migratorio. Per il direttore, Matteo Danese, il provvedimento che mette un tetto del 30% agli alunni con scarsa conoscenza dell'italiano è sostanzialmente «inutile», anche perché i ragazzi al primo arrivo vengono già smistati nelle classi. «La difficoltà di alcuni istituti è legata a fattori come povertà, disagio e bisogni educativi, non alla cittadinanza», dice. E il fatto che i genitori non vogliano imparare la nostra lingua? «Il problema è contrario: i corsi non riescono a soddisfare tutte le richieste»

di Veronica Rossi

Per ottenere una scuola migliore, la soluzione non è spostare gli alunni che non conoscono bene l’italiano da un istituto all’altro. Perché il problema non sono gli studenti con background migratorio, ma una concentrazione di difficoltà economiche, sociali, abitative e linguistiche che richiedono interventi strutturali.

Il Cestim e la sua esperienza triennale con l’inclusione linguistica

Ed è proprio su questo sistema complesso che si concentra l’intervento del Centro studi immigrazione – Cestim di Verona, che fin dal 1990 ha come mission proprio l’inclusione delle persone – e poi in particolare bambini e ragazzi – con background migratorio. «Da più di 30 anni lavoriamo con le scuole della provincia veronese, e di parte di quella vicentina, per promuovere il successo scolastico degli alunni con retroterra legato alle migrazioni», racconta Matteo Danese, direttore del Cestim. «In particolare abbiamo trovato un elemento su cui lavorare: le competenze linguistiche. Da sempre ci occupiamo dell’insegnamento dell’italiano, con diverse attività, anche durante l’estate, con insegnanti e con volontari. Gli interventi del Cestim sono modulati a seconda dell’età – lavoriamo in tutti gli ordini, dall’infanzia alla secondaria di secondo grado – e anche alle caratteristiche dello studente: ci occupiamo di nuovi arrivi, ma anche di approfondimento della lingua nelle diverse discipline per chi è qui da più anni». Perché progetti di questo tipo abbiano successo, è importantissima la collaborazione e la sinergia con gli istituti scolastici, che hanno il ruolo di individuare i bisogni linguistici, coinvolgere le famiglie e mettere a disposizione gli spazi. Per questo esistono protocolli d’intesa ormai ben strutturati, che permettono di formalizzare l’impegno delle scuole e del Cestim, realizzato soprattutto grazie a finanziamenti privati, come quello della Fondazione San Zeno, che sostiene queste attività da 25 anni.

Un provvedimento inutile

Alla luce della sua esperienza più che trentennale, il Cestim è una voce autorevole sulla presenza di alunni provenienti da altri contesti linguistici e culturali nelle scuole italiane. E ha un’opinione forte sul Decreto scuola applicato lo scorso 24 settembre, che, tra le altre cose, impone un tetto del 30% per la presenza di studenti stranieri con competenze insufficienti in italiano all’interno delle classi. «Pensiamo che sia sostanzialmente un provvedimento inutile», afferma Danese, «che non cambierà nulla di ciò che accade attualmente negli istituti. Anche nelle scuole in cui c’è un’alta concentrazione di alunni con retroterra migratorio, quando ci sono dei nuovi arrivi i dirigenti già provvedono a inserire i bambini e i ragazzi di recente immigrazione in classi diverse. Nel territorio veronese, per esempio, non abbiamo una casistica di classi in cui ci sia più del 30% di alunni con una scarsissima conoscenza della lingua italiana. Crediamo, quindi, che saranno rari, rarissimi, i casi in cui ci si troverà effettivamente a dover dire alla famiglia di spostarsi in un istituto comprensivo limitrofo».

Altro che mancanza di volontà: i corsi per gli adulti non riescono a soddisfare tutte le richieste

Se poi l’obiettivo è – come dichiarato dal Governo – favorire l’inclusione, secondo il direttore costringere le famiglie a spostarsi rispetto alle scuole di prossimità forse non è il modo giusto. Anzi. La scuola di prossimità, che costituisce un valore assoluto e irrinunciabile, è proprio il primo elemento su cui lavorare. «Un altro elemento critico sono i corsi per i genitori», continua Danese. «Siamo tutti d’accordo, la conoscenza dell’italiano facilita il dialogo tra scuola e famiglia ed è quindi un beneficio per il percorso scolastico dei figli. Il territorio su questo già lavora: i Cpia organizzano corsi per migliaia di adulti ogni anno. Il problema è come viene posta la questione nel decreto: sembra che le famiglie non vogliano imparare la nostra lingua, mentre è evidente che non è così. Nella provincia di Verona ci sono circa 2mila persone ogni anno in lista per entrare nei corsi dei Cpia, ma non trovano posto».

La questione, quindi, si ribalta: non sono i genitori che non vogliono imparare l’italiano, ma le istituzioni che non riescono a garantire lezioni sufficienti. Anche il Cestim si occupa di corsi di italiano per gli adulti, insieme alle scuole e alle associazioni del territorio. Per esempio, vengono organizzate lezioni per le mamme, in orario mattutino e in luoghi adiacenti agli istituti, in modo che le madri possano lasciare i figli e fermarsi per frequentare i corsi. «La nostra esperienza ci dice che è davvero poco motivante obbligare o sanzionare i genitori che non fanno i corsi», chiosa il direttore, «sarebbe controproducente anche dal punto di vista dell’apprendimento. Anche perché la richiesta c’è già ed è tanta: il nostro problema non è attrarre persone, ma il fatto che non riusciamo a rispondere a tutte le domande».Consegna attestati di frequenza ai corsi di lingua

Le difficoltà esistono, ma richiedono interventi strutturali

Fare considerazioni di questo tipo non significa negare che in alcune scuole di quartiere ci siano delle difficoltà, quando queste sono situate in contesti dove c’è un’alta concentrazione di famiglie che vivono situazioni di difficoltà economica, disagio abitativo e sociale e povertà educativa. Si tratta spesso di zone che effettivamente sono abitate da popolazione immigrata e dove c’è un’alta concentrazione di cittadini stranieri. Questo non significa, tuttavia, che i problemi e l’affaticamento delle scuole nell’erogare un’offerta didattica di qualità siano correlati in maniera diretta alla cittadinanza degli alunni frequentanti. È un mix di fattori, che lega bisogni educativi, disagio, povertà e carenza di opportunità. «Questo tema non va eluso», dice Danese. «La scuola, purtroppo, non riesce a dare le stesse opportunità a tutti gli studenti. Chi ha un background migratorio non ha le stesse possibilità di chi ha la cittadinanza italiana. Questo è evidente dal dato sulla dispersione scolastica, che è tre volte maggiore per gli alunni stranieri. Bisogna partire da questo. Gli istituti più in difficoltà vanno sostenuti, ma in maniera più strutturale. Non con decreti come questo, che spostano l’attenzione. Perché, al di là delle parole di facciata, il messaggio che è passato è questo: gli studenti stranieri sono un problema per quelli italiani perché incidono sulla qualità dell’offerta formativa. È non è corretto».

Anche al Sud o nelle Isole esistono situazioni in cui le difficoltà ci sono, ma non sono legate alla presenza di alunni con background migratorio, quanto – appunto – al disagio sociale, economico, abitativo. «Per aiutare questi istituti ci vuole un intervento strutturale», conclude il direttore del Cestim, «che preveda innanzitutto un organico stabile, dirigenti e insegnanti motivati che rimangano sul territorio. Poi serve una comunità educante che si affianchi alle scuole, come cerchiamo di fare anche qui da noi, dove si è creata una rete che mette insieme gli istituti scolastici, il Terzo settore, le parrocchie e le amministrazioni locali. Tutti devono lavorare insieme. E, nei contesti in cui c’è alta concentrazione di famiglie immigrate, è giusto giocare sull’interculturalità come leva, come valore aggiunto della scuola, con progetti che valorizzino il plurilinguismo e le diverse culture».

Vita.it

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LA CULTURA DEL DONO

 


'Dono,

 sacramento

 delle relazioni'


Luigino Bruni 

Mi trovavo ad Amsterdam, in scalo per il mio volo verso Seul e, nell’attesa, mi chiesi se acquistare o meno un pensiero per le due colleghe che mi aspettavano in Corea e che nei giorni successivi mi avrebbero accompagnato nel mio programma accademico. Riflettei un attimo e, in prima battuta, pensai tra me e me: «In fondo vado lì per lavoro, anche Clara e Garam staranno con me per lavoro, e già dedicare un’intera settimana alle loro università è un dono». Poi, però, mi arrivò il pensiero di «seconda battuta»: «Ma proprio perché non è necessario, ha senso arrivare con un piccolo pensiero». E così, con un modesto investimento economico, presi due oggetti in porcellana olandese (per inciso: se avessi avuto «buona testa», e quindi quel pensiero mi fosse arrivato prima di partire, avrei speso un terzo del denaro...). 

Il pensiero ha infatti uno strano rapporto con il dono. Perché, da una parte, arrivare con un dono da una persona significa esattamente averla «pensata», aver voluto fare intenzionalmente quel gesto. Quindi veramente un dono è un «pensiero». Dall’altra parte, però, proprio nel dono vale il motto «il pensiero non basta», perché se fossi arrivato dalle mie colleghe dicendo: «Mannaggia, avevo pensato di farvi un dono, ma poi, per mancanza di tempo, non sono riuscito, un imprevisto me lo ha impedito» tale pensiero non solo non avrebbe sostituito il dono, ma, anzi, avrebbe prodotto nelle destinatarie del suddetto «pensiero» l’effetto esattamente contrario. In altre parole: il dono somiglia a quei contratti che il diritto romano chiamava reali (come il deposito o il pegno), che non sussistono senza la «cosa», la res. Quindi, il pensiero senza dono è un anti-dono che produce effetti opposti a quelli del dono. 

Ecco perché le cose che diventano dono cambiano natura: l’intenzione e la destinazione donativa operano una sorta di «transustanziazione». Una bottiglia di vino comprata per berla insieme con i miei famigliari, e la stessa bottiglia di vino acquistata per donarla a chi mi ha invitato a cena, sono due bottiglie di vino diverse, pur essendo identiche da ogni punto di vista merceologico. L’intenzione (il «pensiero») cambia il senso/direzione a quell’oggetto, che diventa un sacramento di un rapporto; e come accade con i sacramenti della Chiesa, quell’oggetto rinvia a qualcosa di invisibile ma reale, e ogni volta che guardiamo l’oggetto risaliamo al suo donatore. 

 Oggi il mercato sta riducendo di molto i doni, per trasformarli o in regali o in incentivi. Fenomeni simili, ma in realtà molto diversi. Eppure, se non reimpariamo l’arte del dono, con tutta la sua liturgia che varia da cultura a cultura (qui in Corea sto imparando quanto le pratiche di dono siano calate nella cultura, e se non si conoscono si fanno molte gaffes… subito perdonate), perderemo ricchezza, significati, volti, persone. Una delle operazioni più belle, quando al mattino arrivo in ufficio, è riconoscere tutte le persone che mi parlano ancora dentro i loro oggetti-doni, in un dialogo che non si interrompe mai. È anche questo uno splendido linguaggio che vince la morte e ci consente di parlare con gli amici defunti attraverso i loro doni: grazie alla penna che mi donò vent’anni fa per la mia cattedra a Milano, Pier Luigi continua a scrivere insieme a me. 

Nella vita ci sono molti linguaggi. La cultura dominante del business vorrebbe, purtroppo, ridurli tutti a quello delle merci e del denaro. Ma il giorno in cui dimenticheremo tutte le lingue delle cose, quando le chiameremo non ci risponderanno più. 

 Messaggero di sant'Antonio 

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ANTISEMITISMO

 


Una semplice

 domanda 

sul ddl 

contro l’antisemitismo




-di Giuseppe Savagnone

Il testo

Poche volte un disegno di legge ha creato tante spaccature nel fronte politico quanto quello sulla prevenzione e il contrasto all’antisemitismo discusso in questi giorni alla Camera, dopo essere stato approvato, il 4 marzo scorso, al Senato. Perché su di esso non si sono divisi solo i partiti di destra e di centro da quelli di sinistra, ma anche un gruppo di esponenti del Pd lo ha sostenuto, in aperta rottura con la posizione ufficiale dei democratici (ora apertamente contrari, mentre nella votazione al Senato si erano astenuti).

Ma da che cosa nasce questo clima incandescente? Per comprenderlo, prima di entrare nel merito del dissenso, è bene riprendere i punti essenziali del testo.

All’art. 1, comma 1, esso esordisce dichiarando che il nostro Stato «ripudia ogni forma di antisemitismo (…) ferme restando la libertà di critica politica e di espressione del pensiero e la libertà di riunione e di associazione, nel rispetto dei princìpi costituzionali». Precisazione inserita successivamente nel testo originario per tenere conto dei timori di chi paventava limitazioni alla libertà di pensiero e di espressione.

Segue, al comma 2, la definizione di antisemitismo, che rimanda a quella approvata nel 2016 dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA). Una definizione peraltro adottata nella risoluzione del Parlamento europeo del 1° giugno 2017 e fatta propria, oltre che da Israele, anche da Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Regno Unito, Austria, Bulgaria, Romania, Lituania, Macedonia del Nord. Essa è stata recepita nel 2020 anche in Italia con una delibera del Consiglio dei ministri (governo Conte 2).

Essa ha una parte descrittiva dal tenore assolutamente incontestabile: «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei».

Per ovviare, però, alla genericità di questa formulazione, già nel testo del 2016 i suoi autori hanno ritenuto opportuno integrarla con undici indicatori che fungono da spia di atteggiamenti antisemiti e che nella nostra nuova legge vengono esplicitamente inclusi perché «necessari ai fini dell’applicazione della legge medesima».

Sette di questi esempi non riguardano il popolo ebraico in generale, ma specificamente lo Stato d’Israele.  «Tuttavia», si precisa, «le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite».

Gli effetti pratici

Non si prevedono sanzioni di carattere penale. Anzi, soprattutto per quanto riguarda la scuola e l’università, si sottolinea molto la prevenzione. Nella scuola attraverso «la promozione di azioni formative rivolte a docenti e attività didattiche rivolte agli studenti».

Per le università è innanzitutto prevista «la realizzazione di attività di ricerca, seminari e incontri in collaborazione con istituzioni universitarie nazionali e internazionali, volti a promuovere il confronto e il rispetto reciproco, nonché a prevenire ogni forma di preclusione o intolleranza».

In entrambi i casi, però, si intravede una funzione repressiva (il termine era usato nel precedente testo del ddl, poi è stato cancellato, ma il concetto non può essere eliminato). Nel caso della scuola essa è affidata alle «istituzioni scolastiche» che, «in esito al lavoro di monitoraggio», comunicheranno «al Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo le azioni attuate per contrastare i fenomeni di antisemitismo».

Anche le università «possono individuare al loro interno un soggetto preposto alla verifica e al monitoraggio delle azioni per contrastare i fenomeni di antisemitismo (…). Ai fini del monitoraggio, le università collaborano con il Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo».

 In entrambi i casi, il punto di riferimento è questa nuova figura del Coordinatore nazionale, «nominato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri», che presiederà un «Gruppo tecnico» – composto da rappresentanti nominati dai diversi ministeri interessati e da esponenti dell’associazionismo ebraico – insieme a cui elaborerà una Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo.

Una definizione tra princìpi immutabili e storia

Può sembrare strano che un testo apparentemente così pacato abbia suscitato e continui a suscitare tanta conflittualità. I suoi sostenitori accusano i contestatori di condurre una polemica puramente ideologica, fondata sull’ignoranza dei suoi reali contenuti. Ed è vero che a volte si ha l’impressione di un certo schematismo delle critiche, che non sempre tengono conto di alcune importanti precisazioni, come quella contenuta nell’art. 1, comma 1 o quella inserita dalla stessa IHRA nel preambolo agli indicatori, escludendo dalla fattispecie dell’antisemitismo «le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese».

Eppure non si può ridurre tutto questo dibattito a un equivoco o a malafede. Il nodo fondamentale è l’interpretazione della definizione di antisemitismo, in particolare degli indicatori che, come abbiamo visto, ne sono parte inscindibile. È innegabile che il riferimento allo Stato ebraico, da essi introdotto in ben 7 casi su 11, sposti in qualche modo la questione dalla identità etnico-religiosa del popolo ebreo – a cui il discorso sull’antisemitismo propriamente si riferisce – alla valutazione della politica di un governo.

E, a questo punto, non è più in gioco solo il principio sovratemporale del rispetto che si deve a qualunque essere umano e in particolare a un gruppo particolarmente perseguitato, ma anche le mutevoli situazioni storiche che caratterizzano l’identità e l’operato di un preciso governo che, a questo punto, potrebbe servirsi – come sta facendo quello presieduto da Benjamin Netanyahu e costituito da estremisti fanatici come Ben-Gvir e Smotrich – della sacra inviolabilità del principio per sottrare alla critica le proprie scelte, quanto meno discutibili.

Il problema delle interpretazioni

Che il pericolo sia reale non c’è bisogno di ipotizzarlo, dal momento che si è già concretizzato, e non soltanto da parte del governo israeliano, ma anche da parte di quelli che lo hanno costantemente sostenuto in questi ultimi anni. Come dimostra il caso degli Stati Uniti dove, nel 2025, il presidente Donald Trump ha citato la definizione dell’IHRA nei suoi ordini esecutivi, quando ha tagliato i fondi delle università americane che non hanno sanzionato le manifestazioni contro la politica di Israele.

O come conferma ancora più esplicitamente l’interpretazione che di quella definizione ha dato un quotidiano di destra vicinissimo al nostro governo, «Il Giornale», commentando il ddl presentato nel novembre 2025 dall’on. Delrio e poi confluito in quello ora in via di approvazione definitiva.  Secondo il «Giornale» essa «qualifica come antisemita ogni critica radicale contro Israele e verso il sionismo quale sua ideologia fondativa. In particolare, per l’IHRA è antisemitismo sostenere che “l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo”, “applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non richiesto a nessun altro Stato democratico” e “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”».

La storia che ha inciso sulla definizione

Proprio il terzo indicatore della definizione ha acquistato un valore che non aveva nel 2016. I princìpi sono gli stessi di allora, ma la realtà storica è cambiata da quando, in risposta alla terribile strage del 7 ottobre 2023 perpetrata da Hamas, Israele ha condotto una campagna militare di cui sono stati vittime immediate molte migliaia di civili, uomini, donne e bambini, ma che ha anche sostanzialmente reso invivibile l’intero territorio dove erano stanziate due milioni e mezzo di persone.

Al di là dei morti, dei mutilati, degli orfani, le testimonianze di tutte le organizzazioni umanitarie presenti nella Striscia e degli stessi giornalisti israeliani parlano di una sistematica opera di desertificazione e di un embargo sui mezzi essenziali di sopravvivenza. E importanti esponenti del governo israeliano hanno dichiarato che il fine della guerra era l’espulsione dei palestinesi e la loro sostituzione con i coloni israeliani.

  In questo quadro – si accetti o no il termine “genocidio”, usato da molti studiosi internazionali e da intellettuali israeliani come Davide Grossman – l’analogia tra i metodi del governo israeliano e quelli dei nazisti è diventata evidente agli occhi di tantissima gente.

Il punto è che, in base al nuovo testo di legge – basato sulla definizione dell’IHRA e sui suoi indicatori – proprio questo confronto è severamente vietato e chi lo facesse, in rete, in una classe, in una lezione universitaria, sarebbe soggetto a sanzioni non penali, ma sicuramente disciplinari. In ogni caso violerebbe una legge dello Stato. E già questo determinerebbe un effetto intimidatorio, a dispetto delle assicurazioni dell’art. 1 sul rispetto della «libertà di critica politica e di espressione del pensiero».

Dobbiamo fidarci della lettura che darà il nostro governo?

Ma non dovremmo fidarci della lettura che darà il nostro governo? In questi quattro anni, davanti al massacro di Gaza i governi e gli opinionisti occidentali si sono limitati al ruolo di imbarazzati spettatori, se non addirittura di taciti sostenitori. E in particolare il governo italiano, proprio nel corso di questo massacro, ha invitato per ben due volte a Roma il presidente israeliano Herzog – definito, nel rapporto di una commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU, corresponsabile di genocidio – ricevendolo con tutti gli onori e limitandosi a esprimergli la sua «preoccupazione» per la «crisi umanitaria» di Gaza.

A reagire è stata ed è tuttora l’opinione pubblica occidentale, colpita da uno spettacolo spaventoso che ormai è stato possibile seguire in diretta, malgrado lo sforzo del governo israeliano di censurarlo (uccidendo, fra l’altro, più di duecento giornalisti palestinesi e impedendo l’accesso a quelli stranieri). Ma, fino a pochi giorni fa, il governo italiano si è perfino rifiutato di sottoscrivere una sanzione firmata da dodici Paesi occidentali contro i coloni violenti della Cisgiordania.

E per quanto attiene alla precisazione fatta nel preambolo dell’IHRA: «Le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite»? Trump non ne ha tenuto conto e non sembra che un governo molto vicino al tycoon nell’affrontare la questione della Palestina, come è stato il nostro, darà una lettura diversa (basti pensare a quella de «Il Giornale»!). Si potrà comunque sempre cavillare notando che l’accusa di genocidio non è «simile a quella rivolta a qualsiasi altro paese».

Una definizione alternativa

«Siamo contrari a questo disegno di legge perché il testo adotta la definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance, che soprattutto negli esempi che l’accompagnano confonde il rifiuto di ogni espressione di odio antiebraico con giudizi certamente opinabili ma che non costituiscono necessariamente antisemitismo», si dice in una lettera aperta firmata, tra gli altri, da ebrei come Gad Lerner, Anna Foa e Lisa Ginzburg.

Non si tratta di minimizzare la deriva antisemita, ma di rendere più seria la lotta contro di essa separandola dalla difesa a oltranza di Israele. Nel novembre del 2025, in una precedente lettera, gli stessi intellettuali hanno contrapposto al testo dell’IHRA «la più equilibrata e autorevole Jerusalem Declaration on Antisemitism, del 2021, i cui firmatari non sono dei pericolosi estremisti, bensì studiosi di altissimo livello, in gran parte ebrei».  Secondo questa definizione, è antisemitismo «la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei come ebrei (o contro le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)». Dove la precisazione «in quanto ebraiche» chiarisce la differenza tra chi attacca lo Stato israeliano perché ebreo o per i suoi crimini.

Bastava cambiare la definizione dell’art. 1 per evitare le spaccature che hanno giustamente addolorato Liliana Segre. Come mai nessuno di coloro che pure hanno a cuore la lotta contro l’antisemitismo e per questo hanno così vigorosamente sostenuto il ddl, lo ha ipotizzato?

www.tuttavia.eu

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COLTIVARE SPERANZA E RELAZIONI

 


Ansia, scuola e legami perduti, il viaggio filosofico di Luigina Mortari alla ricerca della vera educazione, tra la fragilità dell’essere umano e la necessità di coltivare speranza e relazioni

Di Andrea Carlino

Luigina Mortari, docente di Pedagogia Generale e Sociale presso l’Università degli Studi di Verona, già presidente dell’INDIRE, ha lanciato una riflessione profonda durante il Meeting di Rimini, analizzando le radici dell’ansia giovanile attraverso una lente filosofica che risale agli insegnamenti di Platone e Socrate.

L’intervento della studiosa ha messo in luce come la società contemporanea, caratterizzata da un “alto livello di competitività“, stia chiedendo troppo ai giovani, generando quel disagio che oggi osserviamo con crescente preoccupazione.

Il paradosso della dismisura: quando la realtà diventa insostenibile

Mortari ha illustrato il concetto centrale della sua analisi partendo da un episodio emblematico: una bambina di quattro anni che, di fronte a un semplice compito di ritaglio nella scuola dell’infanzia, si è bloccata e ha iniziato a tremare, confessando “ho paura di sbagliare, non voglio sbagliare perché poi lo sanno la mia mamma e il mio papà“. Il caso rappresenta, secondo la docente, la manifestazione precoce di una società che ha perso il senso della misura naturale delle cose.

La filosofa ha richiamato il concetto antico di “catafusing” – agire secondo natura – spiegando come gli antichi greci avessero individuato nel “giusto metro” delle azioni umane la chiave del benessere. “L’animo umano spesso non sa sopportare troppa realtà“, ha sottolineato Mortari, citando i poeti antichi e evidenziando come questa “troppa realtà” non sia quella autentica, ma quella “smisurata, che manca di misura“. Il problema, dunque, non risiede nelle richieste legittime che la vita pone, ma in quelle eccessive che superano i limiti naturali dell’essere umano.

La trasformazione della scuola: da “skolé” a macchina dell’istruzione

L’analisi più incisiva della professoressa Mortari ha riguardato la trasformazione del sistema scolastico. Richiamando l’etimologia della parola “scuola” – che deriva dal greco “skolé” e significava “tempo libero” – la docente ha evidenziato come l’istituzione educativa sia diventata un luogo di “istruzione” piuttosto che di “coltivazione dell’anima“.

“Instruo vuol dire portare dentro“, ha spiegato Mortari, “e se pensiamo a cosa succede spesso nei contesti formativi, si portano dentro conoscenze e conoscenze nella mente dell’altro e non si lascia all’altro il tempo di respirare, il tempo di coltivarsi”. La scuola contemporanea, secondo questa visione, ha tradito la sua funzione originaria di luogo di crescita integrale della persona, trasformandosi in una struttura che sottopone continuamente gli studenti a valutazioni e misurazioni.

La critica si estende alle prove Invalsi e al sistema di valutazione costante: “Pensiamo nelle scuole quanta valutazione c’è, ma quanto stress viene sopportato dai nostri ragazzini quando sono sottoposti a così tanta valutazione?”. Per Mortari, questa pressione valutativa continua impedisce quel tempo libero dell’anima che è necessario per una crescita autentica e armoniosa.

La speranza come antidoto: dai legami nasce il bene

Nonostante la diagnosi severa, Mortari ha indicato anche la via d’uscita, richiamando l’insegnamento platonico secondo cui “il bene c’è laddove ci sono dei legami“. La professoressa ha sottolineato l’importanza dell’amicizia come forma più alta di relazione umana, quella in cui “si vuole il bene dell’altro senza chiedere nulla per sé” e dove si ha “la capacità di dire all’altro la verità e sostenere la verità”.

L’educazione autentica, secondo Mortari, deve recuperare quella “paideia” che i greci intendevano come “coltivazione dell’anima”, un processo che richiede tempo, rispetto dei ritmi naturali e soprattutto la costruzione di legami autentici. Solo in questo contesto relazionale, caratterizzato dalla ricerca della verità e dal desiderio del bene, è possibile offrire ai giovani quegli strumenti interiori necessari per affrontare le sfide della vita senza essere sopraffatti dall’ansia e dalla paura del fallimento.

La proposta di Mortari rappresenta un invito a ripensare profondamente il nostro approccio educativo, partendo dalla consapevolezza che la fragilità è costitutiva dell’essere umano e che solo attraverso legami autentici e un’educazione che rispetti i tempi dell’anima è possibile costruire una società più equilibrata e meno ansiogena per le nuove generazioni.

 Orizzonte Scuola

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