Ma il problema
della
nostra
democrazia
non è
la nuova
legge elettorale
-di Giuseppe Savagnone
La polemica sul premio di
maggioranza
Divampa la polemica sulla
riforma elettorale che è stata appena approvata al Senato e sta per esserlo,
presumibilmente, alla Camera. L’opposizione l’ha già battezzata “legge-truffa”.
E 160 costituzionalisti hanno sottoscritto un appello per segnalarne gli
aspetti più critici.
Tra questi è in primo
piano l’introduzione del premio di maggioranza – una misura che non c’era nel Rosatellum,
la legge elettorale finora vigente –, per cui alla lista o alla coalizione che
alla fine prenda almeno il 42% dei voti, in entrambe le Camere, spetteranno 70
seggi aggiuntivi alla Camera dei deputati e 35 al Senato, facendola arrivare al
55%.
In realtà questa norma
del Melonellum, come viene scherzosamente denominato il nuovo testo, va
letta in rapporto ad un’altra, anch’essa di grande portata, che elimina
completamente i collegi uninominali, passando a un sistema integralmente
proporzionale. Con il Rosatellum circa un terzo dei parlamentari veniva
eletto nei collegi con sistema maggioritario: chi aveva più voti prendeva il
seggio e delle preferenze minoritarie non si teneva conto. Con la riforma, i
collegi sono tutti plurinominali, e l’assegnazione dei seggi rispecchia la
distribuzione dei voti tra i vari partiti.
Un’innovazione che può
stupire in una riforma che, dichiaratamente, mira a garantire maggiore
stabilità al governo (l’altro nome del testo è, significativamente, Stabilicum,
perché è chiaro che il proporzionale determina una maggiore frammentazione
dell’esito del voto.
E proprio a scongiurare
questo pericolo il Melonellum prevede l’introduzione del premio di
maggioranza (o di governabilità), con cui il principio maggioritario, eliminato
nei collegi, ritorna in qualche modo ad ispirare l’insieme della votazione. Non
a caso l’espressione «chi ha un voto in più governa e basta» è spesso ripetuta,
in questi giorni proprio dai sostenitori della riforma, non più riferita
all’elezione nel singolo collegio, ma a quella dell’intero Parlamento.
Resta, però, un limite
preciso, imposto dalla sentenza con cui nel gennaio del 2017 la Suprema Corte
ha ritenuto costituzionalmente legittimo il premio di maggioranza, per la lista
che consegua almeno il 40% dei voti, purché la maggioranza così ottenuta non
superi il 55%. Tenendo conto di questa pronunzia, la riforma prevede che, per
evitare squilibri eccessivi, la coalizione premiata non potrà superare il 55%
degli eletti – 220 deputati – alla Camera e il 56,5% – 113 senatori – al
Senato.
Un accorgimento che rende
improbabile l’accoglimento da parte della Corte costituzionale della richiesta
di incostituzionalità su questo punto, anche se, evidentemente, lascia aperto
il problema politico.
Le elezioni del 2027 alla
luce di quelle del 2022
E proprio per capire il
senso politico di ciò che la riforma dice e di quello che non dice è importante
leggerla con un occhio alla precedente consultazione elettorale, quella che ha
portato al potere l’attuale governo.
Una prima importante
novità è che ora PD, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa sono entrati a formare
insieme al Movimento 5 Stelle un unico fronte elettorale, il cosiddetto “campo
largo”, a differenza che nel 2022, quando, per un assurdo reciproco irrigidimento,
si presentarono separati. Una scelta che portò a un annunciato suicidio
elettorale, determinando inevitabilmente la sconfitta di entrambi gli
schieramenti in tutti i collegi uninominali, in molti dei quali avrebbero
avuto, se uniti, la maggioranza.
Quanto detto spiega
perché la maggioranza ora abbia cambiato la legge elettorale abolendo appunto i
collegi uninominali, dove teme di avere, questa volta, la peggio.
Una seconda novità è
costituita dai sondaggi sfavorevoli al centrodestra, dopo il trauma del
referendum e ora che la formazione di Vannacci, Futuro Nazionale, sembra avere
assorbito una parte significativa dei suoi voti. Da qui il timore che le
elezioni del prossimo anno, questa volta, diano luogo a un “pareggio”, mettendo
fine all’esperienza del governo Meloni e la decisione di puntare sul premio di
maggioranza per ottenere un risultato almeno vicino a quello raggiunto nel 2022
senza premio.
Perché allora la
coalizione di centrodestra ha ottenuto alla Camera 237 deputati, a fronte degli
84 del centrosinistra e dei 53 del Movimento 5 Stelle, e al Senato 115
senatori, a fronte dei 44 del centrosinistra e dei 28 del Movimento 5 Stelle.
Più, addirittura, di quel 55% che può aspirare ad avere alle prossime elezioni
se conquista il premio di maggioranza. Ma allora li ha avuti con i voti…
Una legislatura divisiva
Il peggio che possa
accadere, dunque, con questa riforma sfacciatamente ispirata agli interessi
della maggioranza, ma che forse è eccessivo definire “legge-truffa”, è che si
riproduca la situazione già in atto, in Parlamento, da quattro anni. Ma il
problema non è dato dal rapporto numerico tra maggioranza e minoranza, bensì
dallo stile che ha contrassegnato la gestione del potere da parte di
quest’ultima, sia nei confronti del resto del Parlamento, sia verso gli altri
organi costituzionali, prima fra tutte la magistratura.
Perché in questi quattro
anni la maggioranza parlamentare è servita al centrodestra per esercitare un
controllo totale del Parlamento che gli ha consentito di governare a suo
piacimento, senza che l’opposizione riuscisse a ostacolarlo seriamente.
E questo in un clima che
ha escluso ogni dialogo, riducendo il dibattito parlamentare, che dovrebbe
essere al centro della vita democratica di un Paese, alla logica del calcolo
numerico di maggioranza e minoranza. Il criterio è stato “chi ha un voto in più
decide”.
Parafrasi di quel “chi ha
un voto in più governa e basta”, ispirato a un cattivo concetto di democrazia,
tipico del sovranismo (e riscontrabile infatti anche nella gestione trumpiana
del governo negli Stati Uniti), secondo cui essa viene concepita come una
“dittatura della maggioranza”. In questa logica perversa il vincitore delle
elezioni, invece di sentirsi rappresentante di tutti e impegnato a confrontarsi
continuamente con tutti, inclusi gli avversari sconfitti, ritiene suo
diritto/dovere “tirare dritto”, esercitando il potere istituzionale per
affermare gli interessi della propria parte.
Esemplare la promessa
fatta da Trump di utilizzare i fondi pubblici per elargire 5.000 dollari ai
cittadini americani se faranno vincere, alle elezioni di medio termine, i
repubblicani. E davanti a molti interventi di Giorgia Meloni (la cui sintonia
col tycoon rimane profonda) si ha la percezione di assistere ai comizi
della pasionaria del suo partito, piuttosto che a una voce che rappresenta
tutti gli italiani.
La stessa divisività ha
contrapposto questa maggioranza di governo alla magistratura, alla Corte dei
conti, alla Banca d’Italia, a tutti i centri di potere che potevano e dovevano
avere un’autonomia propria per servire al bene comune.
Emblematico il modo in
cui è stata fatta la riforma della giustizia, una riforma costituzionale e
quindi decisiva per le sorti della nostra democrazia, varata in Parlamento in
tempi record a colpi di maggioranza, in esplicito conflitto con la magistratura
e bloccata poi dal voto popolare.
Lo scollamento tra potere
istituzionale e popolo
La vicenda referendaria è
stata significativa peraltro del rapporto tra classe di governo e base
popolare. Spesso abbiamo sentito i rappresentanti del potere evocare il diritto
al comando che viene loro dalla volontà degli italiani. Si tende a dimenticare
e a far dimenticare che l’ultima tornata elettorale ha visto il massimo storico
di astensioni: il 36,1%, un dato in crescita di 9,1 punti rispetto
al 2018, quando l’astensione si era attestata al 27%, e – per fare un
raffronto con la Prima Repubblica – quasi sei volte superiore rispetto al 6,51%
delle elezioni del 1976.
In concreto,
oltre 16,5 milioni di italiani non sono andati a votare, oltre 4
milioni in più rispetto alla precedente consultazione politica. E al non-voto
va aggiunto il 2,2% di schede bianche e nulle. Insomma, quasi il 40% dei
potenziali elettori oggi non è rappresentato nel nostro attuale Parlamento.
Del rimanente 60%, il
centrodestra ha raccolto, rispetto ai circa 46 milioni di italiani aventi
diritto al voto, un totale di 12,6 milioni di voti. Il 27%. È dunque in base
alla fiducia di meno di un italiano su tre che si è preteso di gestire la cosa
pubblica senza provare a cercare riscontri nelle altre forze politiche.
La base popolare di un
governo non era mai stata così ristretta. Il primo governo Conte, venuto
fuori dalle precedenti elezioni, quelle del 2018, poteva contare tra Movimento
5 Stelle e Lega sul sostegno di 16,4 milioni di voti. Con la sola eccezione del
governo Prodi – che, nel 1996, andò al potere grazie a 13,1 milioni di voti (ma
anche con l’appoggio esterno di Rifondazione che di voti ne aveva 3,7 milioni)
– tutti i governi precedenti, andando indietro fino al 1994, hanno avuto tra i 16,5
milioni di voti e i 19,7 milioni. Per non parlare degli anni Ottanta e
Settanta, in cui, insieme ai suoi alleati, la DC aveva dietro di sé fino a 20
milioni di voti.
Come ha osservato un
politologo, le elezioni che hanno portato al potere il governo Meloni hanno
segnato il «crollo verticale della rappresentatività e della rappresentanza del
Parlamento. Sia perché un numero crescente della popolazione decide di non partecipare
al processo elettorale, con conseguenze negative dirette sulla qualità della
rappresentanza democratica, sia a causa dell’intreccio tra riduzione del numero
dei parlamentari e sistema elettorale fortemente distorsivo. Il voto del 2022
segna il momento di maggiore distacco tra classe politica e comunità politica»
(Marco Valbruzzi).
A questo punto, la
reazione popolare che ha bocciato la legge di riforma della giustizia acquista
tutto il suo significato di reazione al declino della logica democratica.
Una classe politica
inadeguata
Questo declino, peraltro,
non è certo solo responsabilità del centrodestra. Complementare alla sua
inadeguatezza è stata quella dell’opposizione. I suoi protagonisti principali,
PD e Movimento 5 Stelle, sono profondamente in difficoltà. Il primo, orfano
del marxismo (anche se assurdamente accusato dalla destra di “comunismo”), da
tempo ha ripiegato sulle battaglie per i diritti civili, a scapito di quelli
sociali, diventando l’erede dell’individualismo possessivo del partito radicale
(tradizionalmente di destra).
E il Movimento 5 Stelle,
orfano a sua volta del sogno della democrazia diretta del popolo (vi ricordate
la piattaforma Rousseau e il divieto dei rappresentanti di ricandidarsi?),
stenta a trovare un’identità che vada al di là di un generico pacifismo. Sta di
fatto che, quando questi partiti sono stati al governo, non sono stati in grado
di affrontare adeguatamente le grandi crisi del nostro Paese, da quella dei
poveri (in Italia ci sono 5 milioni e mezzo di persone sotto la soglia minima
di povertà) a quella dei migranti (il governo Conte 2 e soprattutto il governo
Gentiloni che, col ministro Minniti, ha inaugurato la politica del
finanziamento dei lager libici).
E ora, per di più non
riescono ad andare al di là di una sterile competizione per la scelta del
futuro premier, senza fare reali passi avanti nell’elaborazione di un
programma comune.
Ma allora il problema non
è la nuova legge elettorale – per quanto furbesca e strumentale essa sia –, è
il decadimento di una classe politica che ha urgente bisogno di trovare idee e
persone nuove. La stabilità dell’esecutivo celebrata trionfalisticamente da chi
ne ha goduto in posizione di privilegio – e ora auspicata per la prossima
legislatura – ha solo mostrato l’incapacità dei governanti di fare serie
riforme, malgrado i “quasi pieni poteri” e i fondi del PNRR, e soprattutto di
creare un clima autenticamente democratico. Ma neppure possiamo sognare i
governi del passato. Abbiamo urgente bisogno di prospettive nuove, creative di
vero futuro. E spetta a noi farle emergere. La democrazia è il potere del
popolo, non delle opposte caste dei suoi cattivi rappresentanti. È ora di
ricordarcelo, all’avvicinarsi delle prossime elezioni, perché il popolo siamo
noi.
www.tuttavia.eu
Immagine