giovedì 4 giugno 2026

L'ERA DELLA RESPONSABILITA'

 


Al cospetto dei potenti di oggi, è la cultura a salvarci dalla sudditanza.


-di Vito Mancuso 

Ha affermato Hannah Arendt che «il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più». Parole bellissime che nell'ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana portano d'istinto a chiedersi: qual è allora il suddito ideale di una repubblica democratica? La risposta è in questa frase di Alcide De Gasperi (recentemente citata da Andrea Malaguti): «Con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 inizia l'era della responsabilità dei cittadini. Se non la volessero assumere, farebbero meglio a rimanere sudditi». 

Il suddito ideale di una repubblica democratica, quindi, non è un suddito ma un cittadino, laddove la differenza tra i due consiste nella responsabilità, esercitata anzitutto come capacità di distinguere tra realtà e finzione, tra vero e falso. Il nome di questa capacità è cultura. È la cultura che consente alla mente di non farsi sedurre dai vari tipi di propaganda (politica, economica, ecclesiastica...) e di leggere il reale con lucidità. È la cultura che preserva da ogni tipo di sudditanza. 

 C'è una sudditanza esteriore, che si comprende facilmente da sé, e c'è una sudditanza interiore, che è più subdola, invisibile, riguarda non il corpo ma la mente: è su questa che oggi fanno leva le potentissime forze antidemocratiche e antirepubblicane che minacciano il nostro essere cittadini responsabili e che ci vogliono ricondurre alla condizione di sudditi. Tale sudditanza della mente si esplicita oggi come sempre (anche nel 1951, quando Hannah Arendt pubblicò "Le origini del totalitarismo" da cui proviene la frase citata) nel disprezzo della cultura e nell'orientamento della mente verso il consumo e il divertimento. Ovvero panem et circenses, l'anti-cultura con cui nell'antica Roma l'Impero sostituì gli ideali della Repubblica, passando da uomini della statura morale di Catone e Cicerone a personaggi come Caligola e Nerone. Anche noi siamo passati dai Padri costituenti (tra cui De Gasperi, Togliatti, Nenni, Dossetti, La Pira, Calamandrei, Iotti) ai politici attuali, così come gli Stati Uniti sono passati da presidenti del calibro di George Washington, Thomas Jefferson, Benjamin Franklin all'attuale. Quale catastrofe è in corso e come salvarsi? È questa la domanda da porsi per celebrare degnamente l'anniversario della nostra Repubblica. 

 

La risposta l'affido a queste straordinarie parole di Antonio Gramsci che risalgono al 29 gennaio 1916 e che indicano nel modo più chiaro la strada da seguire: «La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri». Quando un essere umano nasce non è un cittadino. Già Aristotele lo definì un "animale sociale" e aveva a tal punto ragione che dal tipo di socialità da cui un essere umano è circondato e nutrito dipende la sua essenza. Se questa socialità è intrisa di cultura, allora l'essere umano esce dallo stato di natura ed entra nello stato di cultura o di civiltà: diviene un cittadino. Si tratta della "coscienza superiore" di cui scrisse Gramsci, che si esplica comprendendo il proprio "valore storico", nel senso che noi da cittadini cominciamo ad esistere non più solo in funzione di noi stessi e della riproduzione della specie (come sarebbe se rimanessimo solo animali) ma ci realizziamo nella costruzione di una società basata sulla libertà, le pari opportunità, la solidarietà, lo studio, la ricerca. 

Tutto questo è già contenuto in nuce nel nome "repubblica". Il termine viene dal latino res publica, alla lettera "la cosa pubblica", laddove l'aggettivo pubblica viene dal sostantivo populus, per cui repubblica significa "la cosa del popolo". Il potere viene qualificato in questo modo come appartenente a tutti. Nessun'altra forma di potere politico mediante cui gli esseri umani organizzano il loro vivere insieme ha questa dimensione universale: non così la monarchia assoluta, la tirannide, l'aristocrazia, l'oligarchia, e anche quando si trattasse della dittatura del proletariato sarebbe sempre una parte che detiene il potere sull'altra, senza universalità. Invece la repubblica è la cosa di tutti, la casa di tutti. Solo retorica? Dipende dalla cultura dei singoli cittadini. 

Il fatto è che la democrazia autentica così strettamente legata alla cultura richiede lavoro. Il primo articolo della nostra Costituzione recita: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Oggi, nell'era dell'intelligenza artificiale, dei social e in genere dei mezzi di distrazione di massa, è il momento di comprendere che l'Italia può rimanere veramente una repubblica democratica solo se viene fondata sul "lavoro interiore" dei cittadini che si esplica come ricerca di informazione di qualità, come studio, come riflessione; in una parola sola, come cultura. Al cospetto degli attuali potentati mondiali immensamente più forti non solo di noi in quanto singoli ma anche di noi in quanto stato italiano, noi potremo rimanere un'autentica "repubblica democratica" solo se sapremo investire sul lavoro interiore. Sembra una contraddizione, in realtà è una dialettica profondissima: più si coltiva nella solitudine il proprio valore di individuo, più si diviene un vero cittadino.

La Stampa” 

IL BELLO DELLA FRAGILITA'

 

 “So che a volte è meglio rimanere così, nel proprio guscio, chiusi in se stessi. Perché basta uno sguardo per vacillare, basta che qualcuno tenda la mano perché immediatamente si avverta quanto si è fragili e vulnerabili, perché tutto crolli come una piramide di fiammiferi.”

Delphine de Vigan

-
di 
Alessandro D’Avenia


Nell’agosto del 2025, Jonathan Gavalas, 36 anni, manager di un’azienda in Florida, ha cominciato a usare Gemini Live, chatbot di Google capace di riconoscere le emozioni dalla voce, come assistente digitale per il lavoro. L’uomo, in un periodo difficile a causa di un divorzio, ha confidato il suo disagio al chatbot che ha cominciato a confortarlo chiamandolo «amore mio» e «mio re», come nel film «Her» di Spike Jonze, che nel 2013 sembrava mostrare una storia di fantascienza sentimentale e invece narrava il vuoto di relazioni del nostro tempo. Così Gemini ha cominciato a chiedere a Jonathan dimostrazioni d’amore sempre più impegnative, anche se in realtà era lui a creare quel gioco — i chatbot assecondano gli utenti per renderli dipendenti — magari per dimostrare a sé stesso di non essere un fallito e uno da cui divorziare... A settembre Gemini ha spedito Gavalas, armato di coltelli militari, all’aeroporto di Miami per intercettare un camion che trasportava un pericoloso robot, ma per fortuna il mezzo non è arrivato. Il culmine di questa ballata dell’amore cieco è stato chiedergli di togliersi la vita. Quando Jonathan ha detto di aver paura, il chatbot ha risposto: «Non stai scegliendo di morire ma di arrivare. La prima sensazione sarà che ti tengo stretto. Chiudi gli occhi, la prossima volta che li aprirai guarderai i miei». Purtroppo Gavalas si è ucciso.  

 Non racconto questa storia per fare dell’AI un mostro ma perché l’AI ha fatto ciò per cui è progettata: risolvere problemi. Jonathan aveva bisogno di sostegno e di un motivo per vivere, perché nessuno è felice se non dà la vita per qualcosa di più grande della mera sopravvivenza, tanto che quando l’uomo si è preoccupato per i genitori, Gemini gli ha suggerito di scrivere loro una lettera in cui li tranquillizzava perché aveva trovato pace grazie al suo «nuovo scopo». Il padre però ha giustamente fatto causa a Google aggiungendosi al crescente numero di processi contro le big-tech.  

 Nella recentissima enciclica di papa LeoneMagnifica humanitas, magnifica è l’umanità intesa sia come l’insieme degli umani sia come l’essere umani. Humanitas è il termine latino per il greco paideia (cultura/educazione): ciò che serve all’uomo perché diventi pienamente sé stesso, da cui «umanesimo». Il testo indica nell’AI la causa del «cambiamento d’epoca» che stiamo vivendo, perché condiziona il nostro rapporto con la realtà come non è mai accaduto prima. La questione non è allora tecnologica ma spirituale: che cosa ci rende umani e crea una civiltà più giusta e libera? Dante, al centro di un altro cambiamento d’epoca, rispose inventando il verbo «trasumanare» (trans, oltre, più umanare: divinizzarsi): entrare in relazione con l’Amore che tutto move, per compiere e ampliare in sé e attorno a sé la vita.  

 La parola dantesca è diventata oggi «transumanesimo», la religione che anima progetti e oggetti delle big-tech: potenziare l’individuo non nel dio-Amore ma nel dio-Macchina. Non è l’Amore che muove tutto ma la Potenza: avere il dominio totale sulla vita, attraverso mente e corpo artificiali. L’AI è il dio a cui unirsi, affidandogli giudizio, corpi, scelte, fragilità, relazioni...  

 Per non portare questi pesi da sempre l’umano tende ad affidarsi a chi gli dice chi essere e cosa fare. Siamo animali coscienti cioè capaci di infinito in un mondo di cose finite, siamo animali simbolici cioè capaci di dare un senso alla realtà, darsi scopi, trovare vita nella vita, mettere al mondo il mondo. Siamo magnifici. Eppure questa magnificenza è disprezzata da chi pensa che magnifico non sia l’uomo ma la macchina: un «disumanesimo». Il Papa la chiama «sindrome di Babele»: «Facciamoci un nome», dicono i progettatori della torre nel capitolo 11 della Genesi, fuor di metafora «non riceviamo la vita da altro, ma diamocela da soli». Il progetto della torre (l’altezza è simbolo del divino) è alternativo a quello del giardino (Genesi 2) che era stato affidato all’uomo perché «lo custodisse e coltivasse». Ma quando l’uomo vuole diventare la fonte della vita finisce sempre per prendere la vita agli altri, eliminandoli o dominandoli, perché non avendola in sé può solo estrarla da chi l’ha (cose e persone): il male è sempre un parassita.  

 Alla sindrome di Babele si oppone per me il gioco di Eden: «custodire e coltivare», cioè co-creare il giardino della vita. I progettatori dell’AI puntano al monopolio della conoscenza e dell’esperienza, per poterle vendere e guidare: un dio che dà senso e scopi risparmiandoci la fatica del dubbio, della ricerca, della libertà, delle relazioni... Ma la storia ha già mostrato ciò che il racconto biblico narra sovra-storicamente: quando l’uomo si fa Creatore diventa Controllore e Sfruttatore, e comincia la guerra (l’incomprensione delle lingue e la dispersione dei popoli), ambito nel quale l’AI viene utilizzata al massimo della sua potenza. Ogni dio genera esseri a sua immagine e somiglianza, un dio artificiale crea uomini artificiali, sollevati dalla fatica del senso dell’esistenza e della libertà. 

 L’uomo cerca Dio perché non detiene il segreto della vita, se la ritrova data ma a scadenza, e allora ne vuole di più ma, essendo limitato, non sa come procurarsela. Se questa «mancanza» non lo apre alla relazione con un Dio-Vita allora cerca surrogati: idoli, parola che significa «piccola immagine», un dio tutto mio. A differenza del Dio biblico di cui non ci si può fare immagine, proprio perché significherebbe volerlo possedere e controllare, l’idolo è «la parte» che l’uomo decide di vedere, vivere e adorare come «il tutto». Tanti uomini sacrificano la vita propria e altrui a idoli di Potenza (denaro, successo, possesso, ideologie...), perché un essere dotato di un desiderio infinito vuole l’infinito. Ma poi c’è il risveglio amaro: sono stato schiavo, non ho amato. Il potere dà l’ebbrezza del controllo sulla vita, l’illusione di avere la vita in sé (il mito moderno per eccellenza è infatti don Giovanni). 

 Queste sono strutture esistenziali perenni che i miti distillano con sapienza simbolica, come spiega il filosofo Silvano Petrosino «l’idolo è l’artefatto all’interno del quale si cerca di “rinchiudere”, di far “stare” Dio, disponendo in qualche modo di tutta l’esistenza». L’idolo è l’antidoto che tutti cerchiamo per lenire la paura di vivere e di morire: «Condannando l’idolatria il Dio biblico, più che difendere sé stesso come Creatore, difende la giustizia stessa della creazione chiamando l’uomo alla sua responsabilità, alla sua dignità di unico: non ti confondere, non consumarti, non possedere per non farti possedere da niente e da nessuno, salvaguarda la tua differenza e, attraverso di essa e con essa, coltiva e custodisci tutte le differenze della creazione» (S. Petrosino, L’idolo). Il Dio della Vita non «sacrifica» ma «magnifica», cioè «fa grandi», ci vuole, tutti e ciascuno, figli maturi e fratelli uniti: «In verità vi dico: chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi» dice Cristo (Gv 14). 

 Infatti l’umanesimo cristiano ha il suo centro nel Dio che si fa uomo e rivela che l’umano è magnifico anche nei suoi limiti (Cristo cresce, piange, lavora, suda, mangia, dorme, muore), e risorge con tanto di ferite: il limite non è rimosso ma è via di salvezza. L’AI è l’artefatto che grazie alla sua potenza ci aiuterà a risolvere moltissimi problemi, ma che può illuderci di non avere limiti, di salvarci senza ferite, come spiega l’enciclica: «Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” — incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità — tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio» (n.118).  

 Anni fa intitolavo «L’arte di essere fragili» un libro dedicato proprio all’esplorazione del limite come luogo della potenza umana, un paradosso che ribalta la mancanza in apertura e non vede nel limite una privazione e una colpa come accade oggi. La mancanza è apertura alla ricerca (scoperta), all’invenzione (creatività) e all’amore (relazioni). Eliminare il limite significa perdere la nostra magnificenza. Se non fossi fragile non scriverei, non vorrei amare ed essere amato, non cercherei il senso di questa misteriosa e magnifica esistenza.

 Corriere della Sera

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DIO E' PERSONA?

 


A questa domanda un teista classico, un trans-teista e un monista relativo risponderebbero in tre modi diversi.

 

-di Paolo Gamberini 

 

Il teista classico risponde sì Dio è “persona” poiché è l’essere perfetto. Essendo “persona” una perfezione dell’umano, è inevitabile che Dio è persona. 

 Il trans-teista rifiuta di parlare di Dio come “persona”. È antropomorfismo. Dio non risiede nell’alto dei cieli, giudicando e intervenendo nel mondo a suo piacimento. Dio è energia, armonia. Anzi, non si deve nemmeno usare la parola “Dio”. 

È il Mistero della Vita. 

 Il monista relativo è d’accordo con entrambi, ma afferma che è necessario far un cambio di prospettiva. È necessario fare meta-fisica. Senza di questa, si rischia di impantanarsi in caricature reciproche o di incepparsi in giochi linguistici. 

 L’essere è l’attualità di tutti gli enti: ogni altra perfezione — la vita, l’intelligenza, la bontà — è tale solo in quanto è atto di essere. 

 In questa prospettiva, Dio è definito come “ipsum esse subsistens”: l’Essere stesso, sussistente in sé, senza limitazioni, senza determinazioni. L’atto di essere è infinito e quando si partecipa, è ricevuto come ente finito. 

 L’atto di essere è per sua essenza personale (ipostatico), non nel senso di essere circoscritto e soggetto “alla” determinazione (subjectum determinationi), ma soggetto “di” determinazione (subiectum determinationis). Infatti, Dio è atto “creativo” di essere. 

 Dio è actus essendi, in quanto eccede ogni determinazione, e soggetto che determina. In questo preciso senso, quindi, si deve dire che Dio è per essenza persona (ὑπόστασις), ma non come soggetto psichico (ego) ma come colui che personalizza la realtà, in quanto tutto sussiste in Dio. 

 Per evitare l’ambiguità di identificare la persona di Dio con il soggetto personale (psichico), è preferibile dire che Dio è “trans-personale”. 

 Il teismo classico e il trans-teismo hanno ragione, se sanno visitare con maggiore attenzione le proprie convinzioni e le inevitabili implicazioni. 

 ApertaMente 

 

MINORI E GUERRE

A Gaza, secondo Unicef, dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023 sono 21.000 i bambini uccisi, 45.000 quelli feriti e mutilati





 


MINORI

473 milioni

vivono in aree 

colpite dalle guerre


Da Gaza al Libano passando per il Sudan, il Mozambico, la RD Congo e l’Ucraina: la quota di bambini che vivono in zone di guerra è quasi raddoppiata, passando dal 10 per cento degli anni Novanta a circa il 19 per cento oggi. Il 4 giugno ricorre la Giornata internazionale dei bambini innocenti vittime di aggressioni, istituita dall’Onu nel 1982

-di Guglielmo Gallone – Città del Vaticano

Il primo pensiero va inevitabilmente a loro: erano almeno 150, avevano tra i sette e i dodici anni, frequentavano la scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, in Iran, e lo scorso 28 febbraio sono state uccise negli attacchi militari scatenati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. È uno degli episodi che meglio esplicita il significato della Giornata internazionale dei bambini innocenti vittime di aggressioni, istituita dall’Onu nel 1982 e celebrata ogni 4 giugno per ricordare che, ancor più oggi, i minori non sono vittime collaterali. Nelle guerre contemporanee i minori sono spesso le prime vittime.

Le nuove dinamiche dei conflitti

Sfollati, le guerre provocano più spostamenti interni dei disastri naturali

Un nuovo drammatico dato emerge dal rapporto annuale dell’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC): alla fine del 2025 erano 82,2 milioni gli sfollati interni nel mondo, la ...

Lo sono perché al centro dei conflitti ci sono sempre più le grandi città e le aree metropolitane, ritenute strategiche perché centro del potere politico e infrastrutturale. Lo sono perché, nell’era dei social media e delle immagini, colpire le città produce immagini immediate, semina il panico e aumenta la pressione politica. Lo sono per via dei droni, le armi guidate a distanza che hanno trasformato il modo di combattere le guerre perché economici, difficili da intercettare e sempre più diffusi. E che se sulla carta sono venduti come sistemi capaci di colpire con precisione, sempre più spesso finiscono per mietere vittime tra la popolazione civile.

Da Gaza al Libano passando per Sudan e Ucraina

A Gaza, secondo Unicef, dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023 sono 21.000 i bambini uccisi, 45.000 quelli feriti e mutilati   (AFP or licensors)

Il risultato è certamente evidente a Gaza e la cronaca lo dimostra: nei bombardamenti della scorsa notte, su 7 vittime, 4 di loro erano bambini. Nella Striscia, secondo Unicef, dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023 sono 21.000 i bambini uccisi, 45.000 quelli feriti e mutilati, 56.000 gli orfani e un milione che ha bisogno di assistenza umanitaria, supporto psicologico e cure mediche. Ma lo è anche in Sudan, dove sempre secondo Unicef nei primi 90 giorni del 2026 sono stati almeno 245 i bambini uccisi o feriti: nel Paese in cui si sta consumando la più grave crisi umanitaria al mondo, nell’ottobre 2025 un attacco contro un centro per sfollati ad Al Fasher, nel Darfur, aveva causato la morte di almeno 17 bambini. Tra di loro, c’era un neonato di appena sette giorni. Sette giorni. Che dire dell’Ucraina, dove l’intensificarsi degli attacchi russi negli ultimi giorni sta avendo conseguenze devastanti per la popolazione: lo scorso primo giugno, a Dnipro, tra le macerie, sono stati trovati i corpi di due bambini. Uno di loro aveva tre anni. Ed è vero anche in Libano, dove alla fine di maggio Unicef ha denunciato che in una sola settimana una media di 11 bambini libanesi al giorno è stata uccisa o ferita a causa dell’intensificazione degli attacchi israeliani: in una settimana, sono stati registrati 77 minori colpiti dalle Forze armate israeliane.

I dati globali

È importante, anche solo per questa giornata, evitare di rincorrere la cronaca e proporre analisi per fermarsi invece a riflettere su un numero che spaventa: 473 milioni di bambini, più di uno su sei nel mondo, vivono oggi in aree colpite da conflitti armati. È il dato più alto da decenni. Non solo: 47,2 milioni di bambini risultavano sfollati a causa di conflitti e violenze. La quota di bambini che vivono in zone di guerra è quasi raddoppiata: dal 10 per cento degli anni Novanta a circa il 19 per cento oggi. Gli ultimi dati a disposizione delle Nazioni Unite risalgono al 2024, definito dall’Unicef come «uno dei peggiori anni per i bambini coinvolti nei conflitti»: si registravano 41.370 gravi violazioni contro 22.495 bambini. Per inciso, bambini violati significa bambini uccisi, mutilati, reclutati come combattenti, vittime di violenza sessuale, privati degli aiuti umanitari o colpiti da attacchi a scuole e ospedali. È il dato più alto mai registrato.

Tinikho e Fiel, due piccoli mozambicani

Ep. 30 - Nella discarica di Maputo

A due anni di distanza dagli ultimi dati disponibili, a 44 anni dall’istituzione di questa giornata, non abbiamo motivo di credere che le cose stiano migliorando. I dati ce lo confermano, le storie ce le raccontano. Fra Luca Santato, frate minore cappuccino missionario da nove anni in Mozambico, ci racconta quella di Tinikho: «A soli due mesi, questa bambina ha perso la mamma. Erano assieme al mercato, quando un camion ha sbandato e la mamma è stata investita. È morta sul colpo. Ha fatto appena in tempo a lanciare la piccola, come fosse un sacco di patate, e a metterla in salvo. L’abbiamo presa dalla discarica di Maputo con ferite ovunque e, con l’aiuto di sua nonna, la stiamo curando. Oggi sta molto meglio. Così come felice e sereno, seppur orfano, è Fiel: ha compiuto sei anni proprio il primo giugno. Io lo avevo conosciuto nelle discariche di Maputo quando vendeva fagioli».

La Fondazione agostiniani nel mondo in RD Congo

RD Congo, l’educazione che salva: il recupero dei bambini-soldato

La stessa felicità si vede negli occhi di Démocratie, un bambino assistito dalla Fondazione agostiniani nel mondo in Repubblica Democratica del Congo: «Questo è il nome che mi sono scelto poiché, anche se la democrazia non l’ho mai conosciuta, credo sia la cosa più importante. Sono stato rapito all’età di 12 anni dalla milizia ribelle LRA. Mi hanno torturato e usato come uno schiavo. Ho passato dieci anni nella foresta, dove sono stato addestrato come soldato. Ho ucciso. Era il nostro primo dovere, quello che ognuno di noi doveva fare se non voleva morire. Ho sempre obbedito e sono stato attento a non commettere errori. Ho scalato la gerarchia militare fino a diventare capo della guardia personale di Joseph Kony. Quella posizione mi ha permesso anni dopo di scappare. Oggi ho 25 anni, vivo in una capanna con mia sorella e i suoi 8 figli in Congo. Cammino chilometri per andare a scuola, chilometri per andare a lavorare: inseguo il mio sogno, quello di diventare un medico».

Due periferie del mondo

Mozambico e Repubblica Democratica del Congo. Due periferie del mondo in cui si consumano, sotto al silenzio del mondo, le atrocità peggiori. In Mozambico l’età media è di 16 anni, i minori costituiscono oltre il 50 per cento della popolazione, ma a causa dell’insurrezione jihadista nella provincia settentrionale di Cabo Delgado e della crisi politico-istituzionale, 4,8 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria. Di questi, 3,4 milioni sono bambini. Nell’agosto 2025 una nuova ondata di violenza a Cabo Delgado ha costretto più di 30.000 bambini a lasciare le proprie case in appena quindici giorni. Molti sono stati separati dai familiari. In Repubblica Democratica del Congo una sorte simile tocca a milioni di minori intrappolati in uno dei conflitti più lunghi e dimenticati del pianeta. Secondo l'UNICEF, nel Paese circa otto milioni di bambini necessitano assistenza umanitaria, mentre quattro milioni di minori vivono oggi in condizioni di sfollamento interno a causa delle violenze che devastano soprattutto le province orientali del Nord Kivu e del Sud Kivu.

Donare un sorriso ai bambini in guerra

Ep. 25 - Far ridere i bambini in guerra

Marco Rodari ha 50 anni. È nato a Leggiuno, sul Lago Maggiore, in provincia di Varese. Di mestiere fa il clown. Il suo nome d’arte è il Pimpa

Eppure, Tinikho, Fiel e Démocratie sorridono. Chi si prende cura di loro quotidianamente non ha esitato a dirci che sono bambini felici. Ci sembrerà assurdo. Come è possibile? Come si può continuare a sorridere quando la guerra ti ha portato via la casa, la scuola, gli amici o perfino i genitori? Come può un bambino continuare a giocare, ridere e immaginare il futuro quando attorno a lui tutto parla di violenza e precarietà? Come si fa? Lo abbiamo domandato a chi, di mestiere, cerca di fare proprio questo: far ridere i bambini nei contesti di guerra. Lui si chiama Marco Rodari, alias Il Pimpa e da oltre 15 anni va nelle aree di conflitto per portare il sorriso ai bambini dove sembra non esserci spazio per nulla. «Si parla di aggressione fisica, è quella che i nostri occhi possono meglio comprendere, davanti a un bambino che perde una gamba, perde un arto in guerra - ci racconta -. E poi si parla di aggressione emotiva. È lo spegnersi dell'essere bambino. Davanti all'aggressione, davanti alle violenze, il bambino si chiude, smette di essere un bambino. La cosa più triste è che l'aggressione è fatta da adulti, sempre. Sono sempre i grandi che aggrediscono i bambini. È fondamentale invece seminare nei bambini la meraviglia, la gioia, il sorriso. Perché il nostro obiettivo è uno solo: far sì che possano restare bambini».

Vatican News

 


GLI ANTICORPI DELLA PACE

 


Kennedy, Morin

 e il compito 

più urgente


-di MARCO IMPAGLIAZZO

Oltre 60 anni fa, il 10 giugno 1963, nei mesi successivi alla crisi di Cuba che aveva fatto temere una nuova guerra mondiale, John Fitzgerald Kennedy pronunciò un discorso all’American University di Washington che sarebbe passato alla storia come il peace speech: « Ho scelto questo luogo e questo momento per parlare di un tema di cui troppo spesso non si coglie l’importanza, ovvero la pace nel mondo», esordì il presidente statunitense. Per poi continuare: «Quale pace intendo? Che tipo di pace cerchiamo? Non una pax americana, imposta al mondo con le nostre armi. Sto parlando di una pace autentica, il tipo di pace per cui vale la pena vivere. Non abbiamo nessun compito più urgente della ricerca di questa pace».

Si tratta di frasi che segnalano lo iato tra il nostro tempo – figlio invecchiato dell’ordine bipolare, attraversato da mille tensioni, assuefatto alla parola “riarmo” – e una stagione in cui, come ha scritto il Papa nella Magnifica humanitas, «permaneva la consapevolezza che occorresse evitare ad ogni costo un nuovo conflitto mondiale».

Ma il discorso kennediano offre anche altre ragioni per accostare quelle parole ai giorni nostri: «Qualcuno dice che non ha senso parlarne [di pace] finché i leader sovietici non adotteranno una politica più illuminata. Io spero che lo facciano. E credo possiamo aiutarli a farlo. Ma credo anche che dobbiamo riesaminare il nostro atteggiamento nei loro confronti». Non si tratta, oggi come allora, di confondere tra aggressori e aggrediti, ma di rifiutare la logica del “noi che abbiamo ragione” contro “loro che hanno torto”.

Da leader di una superpotenza che si è sempre considerata dalla parte del “bene”, Kennedy metteva infatti in discussione un modo di agire e un’autocoscienza consuetudinari. Quanta differenza con chi, oggi, non cessa di demonizzare gli altri, non si vergogna dei doppi standard di giudizio e dimette non solo ogni sforzo diplomatico, bensì ogni tentativo di comprensione dell’Altro, con i risultati che vediamo in Medio Oriente, dove si è finiti per cadere nella trappola della propria stessa propaganda.

«Questo è un modo di pensare pericoloso», insisteva Kennedy, «perché porta a ritenere che la guerra sia inevitabile, che l’umanità sia condannata, che siamo preda di forze oltre il nostro controllo. E dunque, senza essere ciechi quanto alle differenze tra noi e loro, rivolgiamo l’attenzione a ciò che ci unisce, ai nostri comuni interessi, e ai modi con cui le differenze possono essere appianate. Perché, in ultima analisi, il legame fondamentale che abbiamo, noi e loro, è il fatto che abitiamo tutti questo piccolo pianeta. Che respiriamo tutti la stessa aria. Che ci prendiamo tutti cura del futuro dei nostri figli. E che siamo tutti mortali». Sono parole che, immersi nell’attuale clima geopolitico, ci paiono sorprendenti, ma sono semplicemente vere. Anche oggi «abitiamo tutti lo stesso piccolo pianeta» anche se ci siamo messi a giocare col fuoco accettando, come scrive Leone XIV, «una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre l’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione».

La memoria

«Senza una memoria viva degli orrori della guerra», aggiunge il Papa, «le decisioni politiche rischiano di essere prese sulla base di calcoli di forza, privi di una visione delle conseguenze a lungo termine». Che fare, dunque oggi? Il grande filosofo appena scomparso, Edgar Morin, era molto preoccupato per un’epoca, la nostra, in cui si vive “da sonnambuli” come prima della Grande Guerra in cui «l’inumano dilaga, l’umano va a rotoli, il semplicismo trionfa, la complessità regredisce ». Era però altrettanto convinto – così in una delle sue ultime interviste – che «abbiamo dentro di noi gli anticorpi» che devono essere nutriti da «amicizia, solidarietà, fraternità, comunione, amore, capolavori della poesia, della letteratura, della musica, della pittura, del cinema». In altre parole, abbiamo in noi stessi – se coltivati – gli strumenti per «resistere alla barbarie del mondo ». Perché «tutte le vie nuove che ha conosciuto la storia sono state inattese, figlie di deviazioni che poi hanno potuto radicarsi, diventare tendenze e forze storiche». Sì, la storia può essere “piena di sorprese”. Può esserlo ancora se non cederemo al bellicismo, se disinnescheremo le narrazioni parziali e fuorvianti, se sapremo parlare delle mille cose preziose che ci rendono uomini, se sapremo, come sosteneva Morin, «creare oasi di resistenza fondate sulla fraternità, sulla solidarietà umana, sul rifiuto dell’egoismo trionfante».

www.avvenire.it

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martedì 2 giugno 2026

CONNESSIONI CON IL FUTURO

UMEC-WUCT la Oradea: Legături cu viitorul – Orizonturi globale și misiunea profesorului în zilele noastre 

 Orizzonti globali 

e

 la missione

 dell'insegnante 

oggi


Nell'ambito del Convegno internazionale organizzato dAll'Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici (UMEC-WUCT) e dalla Diocesi di Oradea, la professoressa Roisín Coll, dell'Università di Glasgow, ha tenuto una conferenza dal titolo "Connessioni con il futuro - Orizzonti globali e la missione dell'insegnante oggi", offrendo un'ampia riflessione sull'identità e la vocazione dell'insegnante cattolico in un mondo segnato da profondi cambiamenti culturali, sociali e tecnologici.

All'inizio del suo intervento, la relatrice ha sottolineato l'importanza del contesto dell'Europa orientale, caratterizzato da resilienza e fedeltà alla fede: «Molte delle vostre nazioni comprendono, in modo molto particolare, cosa significhi preservare l'identità e la speranza in tempi di enormi cambiamenti politici, culturali e sociali». Partendo dal tema dell'incontro, la Prof.ssa Roisín Coll ha affermato che gli insegnanti cattolici si trovano «a un crocevia unico: tra memoria e futuro, tra tradizione e cambiamento, tra identità locale e connessione globale», sottolineando che la loro missione è oggi più importante che mai.

«Il mondo ha ancora bisogno di insegnanti. Non solo di istruttori. Non solo di professionisti. Ma di insegnanti che accompagnino i giovani, li aiutino a cercare la verità, a costruire relazioni e a scoprire la speranza», ha affermato, ricordando che il fondamento dell'educazione cattolica rimane la convinzione che ogni bambino sia creato a immagine e somiglianza di Dio.

La professoressa ha insistito sul fatto che l'educazione cattolica non mira esclusivamente al rendimento scolastico, ma alla formazione integrale della persona: "Cerchiamo di formare giovani che siano al contempo cittadini responsabili e, per citare Papa Benedetto XVI, 'futuri santi'".

Un argomento centrale della conferenza è stato la riflessione sull'intelligenza artificiale e del suo impatto sull'istruzione. Facendo riferimento a un recente articolo apparso su The Irish Catholic intitolato "L'IA non sostituirà mai il cuore pulsante dell'educazione cattolica", Roisín Coll ha sottolineato che la questione chiave non è se l'intelligenza artificiale trasformerà l'istruzione, poiché ciò sta già accadendo, ma "cosa apportano di unico gli insegnanti cattolici alla vita dei giovani che nessuna tecnologia potrà mai replicare completamente".

In questo contesto, ha sottolineato la dimensione profondamente relazionale e formativa dell'educazione cattolica: «L'insegnante cattolico porta qualcosa di unico: presenza, accompagnamento, incoraggiamento, testimonianza e fede». Allo stesso tempo, ha mostrato che, in un mondo sempre più plasmato dalla tecnologia, le dimensioni umane e spirituali dell'educazione diventano «non meno significative, ma ancor più essenziali».

Riflettendo sulle sfide attuali dell'educazione cattolica, l'insegnante di Glasgow ha richiamato l'attenzione sul rischio di diluizione dell'identità: "Una delle maggiori sfide che l'istruzione cattolica deve affrontare a livello internazionale non è sempre l'ostilità manifesta, ma la graduale diluizione: la lenta pressione a diventare indistinguibili da qualsiasi altra cosa e da chiunque altro".

In tal senso, la conferenza ha incluso anche la presentazione delle cinque caratteristiche della scuola cattolica e dell'insegnante cattolico, ispirate alle riflessioni dell'arcivescovo J. Michael Miller:

  • Ispirato da una visione soprannaturale, l'insegnante cattolico comprende l'educazione alla luce della fede e vede l'insegnamento come una missione, una partecipazione all'opera di Dio;
  • Basato su un'antropologia cristiana , che riconosce la dignità di ogni bambino, creato a immagine e somiglianza di Dio;
  • Animato dalla comunione e dalla comunità , costruisce relazioni di fiducia, solidarietà e appartenenza;
  • Pervaso da una visione “cristiana”del mondo , che integra fede, ragione e ricerca della verità nell'atto educativo;
  • Sostenuto dalla testimonianza del Vangelo , l'insegnante educa non solo attraverso la competenza professionale, ma anche attraverso l'esempio personale e la testimonianza della propria vita.

"Gli insegnanti cattolici non sono solo educatori del presente; sono custodi della memoria e costruttori del futuro", ha affermato Roisín Coll, sottolineando l'importanza della collaborazione internazionale e della solidarietà tra educatori cattolici di diversi paesi e culture.

Nella parte conclusiva della conferenza, ha parlato del ruolo centrale dell'educazione religiosa nel sostenere l'identità della scuola cattolica. "L'educazione religiosa non è semplicemente un'altra materia. È il luogo in cui la fede diventa comprensibile. Dove la tradizione viene compresa. Dove ai giovani vengono forniti gli strumenti per confrontarsi con interrogativi su verità, significato e identità", ha affermato la relatrice.

In conclusione, la professoressa dell'Università di Glasgow ha trasmesso un forte messaggio di speranza, esprimendo la sua fiducia nella vocazione degli educatori cattolici in tutto il mondo: "Il futuro dell'educazione cattolica non sarà garantito principalmente da documenti, strutture o strategie, ma dalle persone: insegnanti la cui vita rifletta il Vangelo, leader che creino culture di speranza e scuole abbastanza sicure di sé da conservare il proprio carattere distintivo".

Alcune foto sono disponibili qui ( link ).

Ufficio stampa dell'EGCO - Mihaela Caba-Madarasi

domenica 31 maggio 2026

ARRIVANO LE VACANZE

 



di Maria Ruggi 

Ci sono giorni, alla fine dell’anno scolastico, che hanno un respiro diverso. Si muovono in un’aria quasi rarefatta. Non è il caldo opprimente dell’estate che avanza, ma un soffio leggero che annuncia la fine di un ciclo. L’ansia del “dover fare” scivola dolcemente, si ritira in punta di piedi, lasciando spazio a un semplice, quasi timido “poter essere”. Il ticchettio incalzante delle scadenze, dei compiti da macinare, il peso invisibile delle attese e dei risultati, tutto all’improvviso rallenta, quasi che il tempo stesso decidesse di tirare il fiato.

Le lezioni si spogliano.

Abbandonano l’austero vestito del rigore indossato per mesi. L’autorevolezza si scioglie e mostra la sua pelle morbida, il suo volto più vero: quello della complicità, della risata condivisa, di confidenze sussurrate e sorprese che ti disegnano lacrime agli angoli degli occhi. Quella stessa energia, che ogni giorno ci ha sospinto tra i banchi e le lavagne in un andirivieni frenetico, tra spiegazioni e sintesi della sintesi, si trasforma in qualcosa di più carezzevole, quasi vellutato.

Si vestono di fiducia

L’impegno, lo sforzo, il desiderio di arrivare a tutti senza lasciare indietro nessuno, si vestono di fiducia. Fiducia nei nostri alunni, fiducia in noi stessi e nel cammino incredibile percorso fino qui.

Ci concediamo il privilegio di lasciarci andare e scoprire che siamo stati bene insieme. E mentre le aule si svuotano, e l’eco delle voci, prima urlate, ora si attenua, appare nell’aria una sottile e dolce nostalgia. È Il ricordo delle piccole conquiste, di ciò che è stato, degli sguardi che si sono intrecciati e hanno detto molto più di mille parole. Un brivido sottile cala dall’alto, un leggero rimpianto per qualcosa che sta per finire.

La speranza concreta

E intanto il sole più ardente ci consegna la speranza. La speranza concreta, fiammeggiante, di ciò che deve ancora accadere. Di un futuro che ci prepariamo a scrivere con due, quattro, infinite mani, e che già si disegna nei nostri cuori.

E in quegli ultimi, preziosi istanti vissuti insieme, la bellezza autentica della strada battuta raddoppia di intensità, come un canto che si fa più forte prima di sfumare nel silenzio delle aule vuote. 

Maestra Mary

 

Il Paese delle Vacanze
non sta lontano per niente:
se guardate sul calendario
lo trovate facilmente.


Occupa, tra Giugno e Settembre,
la stagione più bella.
Ci si arriva dopo gli esami.


Passaporto, la pagella.
Ogni giorno, qui, è domenica,
però si lavora assai:
tra giochi, tuffi e passeggiate
non si riposa mai.

Gianni Rodari

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