mercoledì 4 novembre 2026

CENCIO

 


«L'alluvione di sessant'anni fa diventa narrazione: il nuovo libro di Fabio Geda ha per protagonisti un tredicenne e un universitario.

 Insieme nel fango per diventare grandi.» -

 Marzia Fontana, La Lettura

 

Cencio e Nicola non si sarebbero mai incontrati. Li separavano i chilometri, l'età, il carattere, le possibilità. Poi l'Arno ha rotto gli argini, ha cambiato il corso delle loro esistenze e nel 1966, a Firenze, ha inventato la gioventú. La giovinezza è anche un modo di guardare il mondo. A volte cinico, a volte livido. In Cencio Fabio Geda privilegia il suo versante più trepido e vitale, quello ancora capace di stupirsi, puntando gli occhi lucidi sulle miserie del mondo.

Un romanzo che sprigiona tutta la forza con cui, in certi frangenti, la Storia ci trascina e ci costringe ad afferrare il nostro tempo.

Lo chiamano Cencio perché è sempre «stropicciato».

È un tredicenne curioso, ama i cantieri dei palazzi in costruzione, ma il suo destino è in bottega, a fare il parrucchiere. Quando il 4 novembre del 1966 il quartiere di Santa Croce è invaso dal fango, lui e la famiglia devono scappare dalle stanze al pianterreno e rifugiarsi al piano di sopra, dai vicini. Intanto il padre, uscito per controllare il negozio, scompare. Nicola ha vent'anni e la notizia dell'alluvione lo raggiunge a Taranto, la sua città, dove il sole continua a splendere.

È uno studente riservato, poco incline agli slanci. Eppure, parte in soccorso di Firenze, come migliaia di altri giovani provenienti da ogni angolo d'Europa. Anche se lui, all'inizio, lo fa per amore, per seguire una ragazza.

Sarà proprio Nicola ad aiutare Cencio, e quei giorni trascorsi fianco a fianco lasceranno in loro tracce il cui disegno emergerà solo col tempo. Scopriranno assieme che si può disobbedire ai padri senza smettere di amarli, che si può essere tristi e allegri nello stesso momento senza doversene vergognare.

E che a volte è necessario rinunciare a qualcosa per immaginare un mondo nuovo.

AMICIZIA, VALORE E SAPIENZA

 


PHILIA 


EROS 


AGAPE


L’amore è uno, ma gli amori sono molti. 

Lo sappiamo.

 Amiamo molte persone e molte cose, 

siamo amati da molti, in modi diversi. 

-di Luigino Bruni 

Il Vangelo di Giovanni per parlare di amore usa sia la parola philia (amicizia) che agape, sia nel rapporto tra Gesù e Lazzaro (cap. 11), sia in quello tra Gesù e Pietro (cap. 21). Questa compresenza di philia e agape è molto importante. Nella resurrezione di Lazzaro, è bello trovare al culmine dei segni di Gesù un philos: un amico. Che ci dice qualcosa di importante su cosa sia l’amicizia nei vangeli, nella vita e probabilmente anche in Gesù. La philia, più dell’agape (dove pur c’è, ma è meno esplicita) è faccenda di reciprocità: Lazzaro è suo amico, e lui di Lazzaro. È la relazione dei sentimenti, del pianto, delle emozioni forti, degli abbracci, della fedeltà, di un certo per-sempre. 

Nei vangeli l’amore è molto vicino alla sua matrice biblica, meno dicotomico delle visioni greche neo-platoniche e gnostiche. L’agape biblico ed evangelico non esclude la philia, e viceversa, e forse neanche alcune dimensioni dell’eros, sebbene gli evangelisti non l’abbiamo mai usato dato il significato specifico che l’eros aveva nel mondo greco-romano del tempo. 

L’amore è uno, ma gli amori sono molti. Lo sappiamo. Amiamo molte persone e molte cose, siamo amati da molti, in modi diversi. Amiamo i genitori, i figli, le fidanzate e le mogli, fratelli e sorelle, maestre, nonni e cugini, poeti e artisti, Renzo, Lucia, Edmond, Silvia, Jean-Valjean e Cosette. E amiamo molto gli amici e le amiche. L’amore umano non si limita agli esseri umani. Raggiunge gli animali, le piante, le montagne e il mare, persino le cose e gli oggetti, tocca l’universo e le stelle, sfiora Dio. 

Il mondo greco per dire amore aveva due parole principali, eros e philia, che però non esaurivano le sue molte forme, ma che offrivano un registro semantico più ricco del nostro (che di fatto possediamo solo «amore») per declinare questa parola fondamentale della vita e quindi delle relazioni. Un lessico che era capace di distinguere il «ti voglio bene» detto alla donna amata dal «ti voglio bene» detto a un amico o alla madre, e allo stesso tempo riconoscere che il secondo non era né inferiore né meno vero del primo, e che alla fine era quasi uguali. Il cristianesimo, poi, ha aggiunto una terza parola greca per dire un’altra tonalità dello stesso amore (già presente nella Bibbia greca dei LXX precedente il Nuovo Testamento) e, soprattutto, già presente nella vita. Questa terza parola è agape, l’amore che sa amare anche chi non è desiderabile (eros) e il non-amico. 

Sono tre dimensioni dell’amore che, spesso, si trovano insieme nei rapporti veri e importanti. 

Certamente nell’amicizia, dove la philia non è mai sola, perché è lei la prima ad avere bisogno di amici. È accompagnata dal desiderio-passione (eros) per l’amico ed è irrorata dall’agape che le consente di poter durare per sempre, di risorgere dai nostri fallimenti e dalle nostre fragilità. Un’amicizia che è solo philia non è abbastanza calda e forte per non lasciarci soli sulle nostre strade, soprattutto nei tratti in salita e negli ultimi. Ma è la philia che lega l’eros e l’agape tra di loro, e li affratella – anche Gesù ha avuto bisogno del registro della philia per dirci tutte le dimensioni del suo amore. 

In quelle pochissime amicizie che ci accompagnano per lunghi tratti di vita, a volte fino alla fine, la philia racchiude in sé anche i colori e i sapori dell’eros e dell’agape. Sono quegli amici che abbiamo perdonato e che ci hanno perdonato settanta volte sette, quelli che quando non tornavano sono stati attesi e desiderati come una sposa o un figlio. Quelli che abbiamo abbracciato, baciato come e diversamente da altri abbracci e da altri baci, quelli con i quali abbiamo mischiato molte volte le lacrime fino a fonderle nella stessa goccia. Ecco perché pochi dolori sono più grandi di quello per la morte di un amico – in quel giorno, un pezzo di cuore smette di battere, e non ricomincia più. Ci sono amici che continuano a vivere, a resistere al dolore e alla malattia, solo perché attendono di rivederci nella nostra prossima visita a casa o all’hospice, quando quel philos (amico) che viene da noi vale tutta la vita, tutta la philo-sophia della terra. 

Messaggero di sant'Antonio 

Immagine

 

 

 

LE MIE PAGELLE

 


TRA 
PROFITTO 

E 

RIVOLTA

 

Al protagonista del suo ultimo libro lo scrittore fa rileggere i giudizi di elementari e medie. Al liceo solo freddi numeri: contano tempo e denaro. 

Avvenire pubblica un estratto del nuovo romanzo di Alessandro D’Avenia, Dove finiscono gli anni, che esce oggi 3 novembre 2026 per Mondadori (pagine 360, euro 20,00). Negli anni Novanta il diciassettenne Leone Pardi (per gli amici Leopardi) naviga a vista nella terra di nessuno del quarto anno di liceo, con la maturità che incombe. A distrarlo dalla noia sono le scritte nei bagni dei maschi, che cataloga con criterio filologico. Una di queste lo mette sulle tracce di un mistero. Indagare su cosa è accaduto a una compagna di scuola lo porta a scoprire se stesso e ad affrontare la paura di diventare grande in un mondo di adulti delusi. Un romanzo pieno di vita: dall’esperienza informe e avventurosa dell’adolescenza fino al tempo stabilizzato e ripetitivo, ma non meno inquieto, dell’età adulta. 

Sfoglia le pagelle e trova quella della quinta elementare, secondo quadrimestre, una tappa importante prima di aprirsi al mondo oscuro, sudato e ormonale delle medie: «Ha confermato una personalità ricca di interessi e aperta alla realtà degli altri e delle cose. Dotato di spirito critico, sa svolgere un ruolo di mediazione all’interno del gruppo. Adopera con sicurezza il linguaggio espressivo integrandolo con spunti originali». Era proprio in gamba, poteva fare qualsiasi cosa. C’erano le firme delle maestre, tutte morte, lo sapeva perché i suoi genitori lo avevano sempre aggiornato su ciò che di quel millennio si esauriva a poco a poco nel nuovo. La prima, che gli piaceva da matti, se n’era andata in terza elementare: si era ammalata di cuore e non era più tornata in classe. Lui aveva capito presto che le cose belle finiscono, e spesso male. L’aveva infatti sostituita una maestra vestita sempre di nero, che li obbligava a dire più preghiere che tabelline, e gli aveva fatto odiare le une e le altre. Era brutta come la strega di Biancaneve e lo rimproverava sempre perché lui voleva inventare le sue preghiere, e invece bisognava dire solo quelle canoniche. Perché non si poteva chiedere a Dio il gelato anziché il pane quotidiano? Ma pure le cose brutte finiscono, e questo lo aveva consolato. Era andata via anche lei, magari all’inferno per aver fatto soffrire dei bambini. In quinta era arrivata un’altra maestra, molto severa ma che gli piaceva, come piacciono quelle persone che sanno unire rigore e tenerezza. 

Di tutte ricordava i volti e i modi di fare anche se erano passati trent’anni, gli erano rimasti impressi più dei loro insegnamenti. Quei giudizi delineavano un bambino che lui aveva dimenticato e di cui loro avevano visto le “inclinazioni”, cioè le storture che erano state poi opportunamente raddrizzate. L’indice seleziona ora le pagelle delle medie, il secondo capitolo della sua triste avventura scolastica. Prima media, terzo trimestre: «Ha messo bene a frutto le sue doti intellettuali e umane. È migliorata la docilità agli insegnanti...». Eccolo riapparire il genio maligno, rivoluzionario senza giusta causa. Neanche se ne ricorda. Poi c’è il laconico diploma di licenza media: «Può frequentare con profitto qualunque tipo di scuola superiore». Cioè tutto e niente. Ma la parola “profitto” gli è rimasta nel cuore. Certo non c’è scritto che si era presentato all’orale con una camicia rossa perché aveva scelto di parlare di Garibaldi e del suo esercito di volontari. Gli piaceva Garibaldi perché era andato in giro ovunque per aiutare i popoli a liberarsi; infatti dappertutto c’erano iscrizioni che dicevano che lì aveva dormito, mangiato, lottato. Lui voleva essere come Garibaldi e i suoi, battersi per la libertà. Che illuso era in quell’età in cui si usa l’immaginazione per non affrontare la realtà! 

Ecco le pagelle del liceo. Spariscono i giudizi scritti con cura e pazienza da grafie perdute, e ci sono solo numeri: i voti e le assenze. Questo si diventa a un certo punto della vita. Non interessano più l’anima e le sue sfumature, ma quanto sei stato assente e quanto sei stato bravo in una scala da 1 a 10. Ed è giusto così, perché bisogna abituarsi a ciò che conta, che è ciò che si conta: il denaro e il tempo. E infatti è diventato un mago di tabelle e investimenti in Borsa, di finestre temporali e ottimizzazione. Nessuno come lui sa analizzare i dati e trasformarli rapidamente in oro. 

Nella scatola c’è anche l’attestato del concorso di traduzione latina a cui aveva partecipato al ginnasio per sostituire una compagna che si era ammalata all’ultimo. Il ricordo, improvviso e inatteso, lo imbarazza: una cittadina sperduta di cui non rammenta il nome dove era nato un poeta latino noiosissimo, che l’unica cosa giusta che aveva detto era “Carpe diem”, passeggiata da orde di secchioni col vocabolario sottobraccio, che lottavano per dimostrare di essere veramente secchioni, i più secchioni di tutti. E lui era lì tra loro, semplicemente in quanto secondo migliore della classe nel tradurre versioni su assurde battaglie, perché i Romani non facevano altro. La bocca gli si piega in un sorriso ironico. Ecco le foto di classe, con quella patina giallo-rossastra che la carta fotografica assume con il passare degli anni. I volti di maestre, professori e compagni dimenticati lo investono come un’Atlantide di cui non riesce a spiegarsi come possano esistere dei reperti: anni che lui ha vissuto, ma del tutto sommersi, cancellati dalla memoria. E infatti non ricorda il foglio, protetto da un plexiglas, con la poesia grazie alla quale aveva vinto quel premio, a diciassette anni. Finisce così: «Sul filo al sole il mare muove i panni / mia madre li ritira e li conserva / nei cassetti, dove finiscono gli anni». 

D’un tratto la vede, come un’epifania sacra, sua madre compiere quel gesto, in un istante eterno. Resta immobile e sa che magari dovrebbe commuoversi un po’, ma non c’è tempo, deve correre al lavoro. Chissà perché scriveva poesie. Doveva essere infelice come Leopardi.

Il suo soprannome al liceo.

www.avvenire.it

Immagine

lunedì 2 novembre 2026

IL VANGELO E' UN INCONTRO

 

Gli apostoli 

ce lo mostrano:

la fede nasce sempre 

da un incontro


di Matteo Maria Zuppi

Nel Vangelo Gesù si lascia avvicinare da tutti, senza distinzioni né pregiudizi, e trasforma ogni relazione in un’esperienza d’amore capace di cambiare la vita

Anticipiamo parte della prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi al nuovo romanzo di Marcello Giannotti e Tiziana Lupi I Dodici. I ragazzi che divennero gli apostoli di Gesù (Edizioni Minerva).



Il Vangelo è incontro. 

Gesù non resta fermo, in attesa che sia cercato, come fanno le persone importanti, che si concedono poco alla folla, che lo fanno solo quando conviene a loro, che creano sapientemente distanze e curano la loro immagine. Gesù accetta l’imprevisto della strada. Incontra e si lascia incontrare e non da un’umanità selezionata, preparata, ma da quella vera, così com’è. Si avvicina e permette a tutti di avvicinarsi a lui. A casa di Simone si lascia toccare da una donna che tutti conoscevano come “peccatrice”, tanto da suscitare l’immediata malevolenza del padrone di casa che condanna questa prossimità promiscua ricavando la convinzione che Gesù non sia un maestro credibile perché non capisce che tipo di donna sia. Gesù lo sa bene e, a differenza del fariseo che è nascosto dentro ognuno di noi, ama e sa che l’amore non è una parola eterea, virtuale, casuale, ineffabile, ma diventa storia, esperienza, avventura umana. Ama quella donna per com’è e sa incontrarla, mentre per gli altri è solo la sua colpa e quindi va evitata.

Ogni incontro è un legame, una scelta, un seme di vita eterna che viene gettato per cambiare la vita presente e per aprire quella futura. Cerca un legame con la persona che sperimenta l’amore e impara così ad amare. Gesù incontra qualcuno che non ha capito tutto ma che capisce tutto proprio perché stabilisce una relazione con Lui. Vuole che tutti sentano il suo interesse. Parla fino a tardi, senza fretta e vuole accompagnare quell’incontro con il pane che sazia la fame. Intorno e dentro di noi cresce un deserto spirituale, arido, diffidente. Tutto diventa uguale, perché l’amore è ridotto ad apparenza, epidermide, sensazione, come in un sito di incontri, dove decide l’algoritmo che toglie il problema di capire, scegliere e che garantisce il benessere. Gesù fa di ogni incontro qualcosa che genera vita e mostra l’amore. Gli unici incontri in cui questo sembra non accadere, dove non si trasmette vita, sono quelli con i sapienti, i dotti e i farisei perché si difendono, mormorano, pensano male, non incontrano col cuore, giudicano e non ascoltano, come fossero paurosi di un maestro che li mette finalmente davanti a loro stessi, che li libera dall’apparenza e dalla schiavitù dell’esteriorità e della considerazione.

Il migliore di loro è Nicodemo. Gesù lo accoglie di notte, come a confermare che ascolta chiunque lo cerca. Potrebbe dirgli di tornare quando tutti lo avrebbero visto, invece ci parla e lo aiuta a capire finalmente la forza dello Spirito che trasforma la vita, non come la Legge che può soltanto certificare ma non cambiare. I sapienti non si lasciano amare da Gesù che cerca di ferire il loro orgoglio non per umiliarli ma per aiutarli a scegliere l’umiltà e a essere finalmente se stessi.

Avviene così anche per quell’uomo ricco che va a cercare Gesù che si lascia sempre trovare. Gli domanda qualcosa che lo angustia, come uno scrupolo non risolto, un’incertezza profonda. «Come faccio a ereditare la vita eterna?» Lo incontra per avere un’indicazione e trova la proposta di amare Dio, non di osservare una legge con il cuore da un’altra parte, nelle ricchezze. Solo l’amore di Gesù svela questa verità. Ma l’uomo ha paura di farsi amare, di perdere quello che ha. Per lui seguire Gesù non è la perla che cercava, non è il tesoro nel campo della vita. E quindi tristemente resta legato alle sue ricchezze, quelle che, ricordiamolo, la tignola corrode e i ladri scassinano. Ama le ricchezze più dell’amore con cui Gesù si rivolge a lui. Così resta solo.

L’incontro è dialogo, richiede tempo e pazienza, come accade con la donna samaritana con la quale Gesù parla sorprendentemente e contro le regole tanto che i discepoli stessi se ne stupiscono. Supera anche il pregiudizio per cui quell’incontro non sarebbe dovuto avvenire, essendo lui ebreo e lei samaritana. E poco alla volta, con molta attenzione, arriva alla verità, a dirgli “tutto quello che ha fatto” e a farlo, senza umiliarla, rendendola consapevole e aprendole una vita nuova. A Emmaus incontro significa un tratto di strada non sappiamo quanto lungo ma certamente fino a sera. L’incontro diventa tavola, cioè condivisione, comunione. Intorno alla tavola di Pasqua Gesù riunisce i suoi perché la sua presenza continui per sempre, nuova ed eterna alleanza. Gesù riunisce una comunità, quelli che sono suoi fratelli e sorelle, padri e madri.

Il mondo non va certo verso la costruzione di una comunità più fraterna e più pacifica. Abbiamo bisogno di un “Tu”, che è Dio che dona speranza e fiducia, che tesse fraternità, perché Lui e Lui solo è padre e maestro. Chi incontra Gesù incontra i fratelli e i poveri. L’incontro è certamente personale, nell’intimo interiore del nostro cuore ma unisce a una comunità perché, come diceva papa Benedetto XVI, «la nostra fede è veramente personale, solo se è anche comunitaria: può essere la mia fede, solo se vive e si muove nel “noi” della Chiesa, solo se è la nostra fede, la comune fede dell’unica Chiesa». Noi viviamo la tentazione di ridurre tutto a qualcosa di individuale o di accontentarci di avere legami superficiali, sempre modificabili quando lo decidiamo noi, e per questo poco profondi. Il rischio è di scambiare una scelta personale per individuale o la responsabilità personale come indipendenza, finendo per arrivare a una religione “fai-da-te”, che non conosce l’abbandono e la fiducia che pure sono requisiti fondamentali dell’amore. Il cristiano non può mai pensare che credere sia un fatto privato.

In un mondo pieno di confini e di muri di ogni tipo si vive male, ma non bisogna scoraggiarsi. Possiamo dare speranza, rendere concreto quell’incontro con il nostro amore, facendo diventare preziosa la vita di ognuno perché amata. E l’amore rende tutto e tutti interessanti e preziosi, libera dalla paura che ci rende ostili e chiusi, permette di formare quella famiglia senza confini che Gesù vuole, dove tutti possono sentirsi a casa, sempre. Quanto è importante cercare l’incontro mite, rispettoso, che introduce alla verità, che è l’amore di Gesù. Papa Francesco, citando Vinicius de Moraes, ricorda che «la vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita» (FT 215).

Non si testimonia il Vangelo in remoto, da lontano, in maniera impersonale e indiretta. Per questo abbiamo bisogno di una “cultura dell’incontro”, perché «come popolo ci appassiona il volerci incontrare, il cercare punti di contatto, gettare ponti, progettare qualcosa che coinvolga tutti» (FT 216). L’incontro non è selettivo, ma inclusivo, ha sempre qualcosa di creativo, perché apre il cuore.

www.avvenire.it

Immagine

IL GENERE DELLA MORTE


 MASCHILE

 O 

FEMMINILE ?

All’alba del primo giorno dopo il sabato, tre donne camminano verso un sepolcro: Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome. Portano oli aromatici, hanno il volto segnato dal dolore. Ma non vanno soltanto a piangere e a pregare. Hanno un compito che solo loro possono svolgere: ungere un corpo. E sono le prime a trovare il sepolcro vuoto. 

di Ritanna Armeni e Rita Pinci 

In questa scena evangelica è racchiusa una differenza che attraversa la storia dell’umanità: quella tra la morte degli uomini e quella delle donne. 

La morte come evento, impresa, sacrificio glorioso, riflessione sul destino umano è raccontata dagli uomini. La morte come corpo da lavare, vestire, profumare e vegliare è affidata alle donne. Per loro non è un’astrazione né un mito: è un corpo da accudire fino all’ultimo, con rispetto e amore. 

E quando a morire sono le donne? Qual è il rapporto con il loro corpo? E quale quello degli uomini? 

La storia offre risposte frammentarie. La letteratura aiuta, ma non basta: possiamo tuttavia dire con sufficiente sicurezza che il corpo femminile senza vita è misconosciuto, trascurato, incompreso. 

Due diversi racconti 

La letteratura ha scelto a lungo la morte maschile e l’ha trasformata in archetipo, mito, poesia. Nell’Iliade gli uomini muoiono in battaglia e il poeta si sofferma sulle ferite, sui nomi, sulle città di chi cade. La morte è canto, epitaffio, memoria collettiva. È la bella morte, quella che consegna l’eroe alla storia. 

Dopo, però, il corpo torna alle donne. Quando Priamo riscatta il cadavere di Ettore, Achille ordina alle ancelle di lavarlo e ungerlo. A Troia sono Andromaca, Ecuba ed Elena a intonare il lamento funebre, e il poema si chiude sulle loro voci. 

Nell’Antigone di Sofocle questa divisione si trasforma in un conflitto aperto. Creonte difende le leggi e l’ordine della città; Antigone rivendica il diritto di seppellire il fratello, lasciato insepolto ed esposto agli animali. Da una parte il potere, dall’altra il dovere della cura: il corpo del morto contro la ragion di Stato. 

Un’eccezione sembra essere il martirio cristiano: uomini e donne muoiono per la stessa fede. Eppure, anche qui, le narrazioni non riescono a celare una profonda disuguaglianza. 

Il martire uomo muore parlando. Stefano, prima di essere lapidato, prega: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Ignazio di Antiochia, in viaggio verso Roma, scrive: «Sono frumento di Dio, macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo». Il martirio maschile è dialogo, testimonianza, predica. 

 

Quello femminile, invece, viene raccontato attraverso il corpo. Di Blandina, schiava uccisa a Lione nel 177, le fonti narrano che i carnefici si diedero il cambio dall’alba alla sera senza riuscire a piegarla. Poi vengono le vergini: i seni strappati ad Agata, il bordello minacciato a Lucia, Agnese esposta nuda in un lupanare. Agli uomini si chiedono parole che rinneghino la fede; per le donne il martirio è violazione del corpo. La verginità e la castità sono la misura della loro virtù. 

La Passione di Perpetua e Felicita, ambientata a Cartagine nel 203, complica questo schema. Felicita partorisce in carcere pochi giorni prima dei giochi. 

Perpetua, invece, scrive il proprio racconto: nel diario dalla prigione risponde al padre, che la supplica, indicando un vaso. Può essere chiamato con un nome diverso da quello che è? Allo stesso modo lei non può chiamarsi altro che cristiana. 

Ma l’eccezione non cambia sostanzialmente la regola. Ancora nel Novecento Maria Goretti è stata a lungo presentata soprattutto come martire della purezza, più che come vittima di un uomo. Eppure le sue ultime parole riguardano il perdono del suo assassino. 

Sarebbe sbagliato, tuttavia, pensare che il controllo del corpo delle donne sia stato esercitato solo dalle religioni. Queste gli hanno prestato un lessico autorevole, condiviso e potente. Ma anche quando il vocabolario religioso si ritira, il dispositivo sopravvive. La morte delle donne resta senza voce, o con una voce che nessuno ascolta. 

La morte nella modernità 

Con l’età moderna, la morte maschile conserva i suoi luoghi pubblici: il fronte, il lavoro, la lotta politica. È il momento in cui l’individuo si sacrifica per una causa ed entra nella storia. 

La morte femminile rimane invece confinata nel letto del parto, dentro casa, nelle mani di chi dice di amare le donne. Ancora una volta ai margini: conseguenza, eco, contraccolpo della storia. Anche quando coincide con il momento in cui le donne danno la vita, raramente assume il rango di sacrificio eroico. È considerata, cinicamente, un rischio del mestiere. 

Eppure, la mortalità materna è tutt’altro che un problema del passato. Secondo le più recenti stime internazionali, circa 260.000 donne muoiono ogni anno per cause legate alla gravidanza o al parto: una ogni due minuti. E il rischio è profondamente diseguale: nell’Africa subsahariana una donna ha una probabilità di morire per cause materne enormemente superiore a quella di una donna dell’Europa occidentale. Dove mancano ospedali, personale sanitario e assistenza tempestiva, mettere al mondo un figlio può ancora costare la vita. 

 

C’è poi la violenza. Gli uomini vengono uccisi più spesso fuori casa, anche da estranei; le donne da persone che conoscono, spesso dentro la famiglia o la coppia. Secondo il rapporto di UNODC e UN Women, nel 2024 circa 83.000 donne e ragazze sono state uccise intenzionalmente nel mondo. Il 60 per cento da partner o familiari: in media 137 vittime al giorno. Per gli uomini la quota di omicidi commessi dalla propria famiglia è intorno all’11 per cento. La violenza generale arretra, quella che nasce dentro la coppia no. La casa, luogo che dovrebbe proteggere, può diventare il posto più pericoloso. 

Per questo è stata necessaria una parola nuova. Il femminicidio non è soltanto un omicidio con una vittima donna: è l’uccisione di una donna in quanto tale, dentro rapporti di possesso, controllo e disparità di potere. Darle un nome ha impedito che questa morte scomparisse nella categoria apparentemente neutra di «omicidio». 

La guerra: chi muore e come 

Poi c’è la guerra. Brutto affare, ma affare di uomini: il fronte, gli eserciti, le armi e il sacrificio militare hanno alimentato soprattutto racconti maschili. Oggi però le donne combattono, prestano servizio sanitario al fronte e muoiono in uniforme. 

Valentina Galatova, 27 anni, psicologa, è stata la prima soldatessa russa uccisa in Ucraina. È morta ad appena un mese dall’inizio della guerra, sotto un attacco di mortaio durante l’assedio di Mariupol. Nelle stesse settimane, sul fronte opposto, è caduta Inna Derusova, 51 anni, sergente e medico di campo: è stata la prima donna di questa guerra a ricevere postumo il titolo di «Eroe dell’Ucraina». 

Le donne continuano a morire anche dopo le battaglie: per fame, malattie, mancanza di assistenza ostetrica, sfollamento. 

E quando la guerra non ha più un fronte, la morte entra nelle case. A Gaza, secondo le stime di UN Women, contestate da alcuni analisti, tra l’ottobre 2023 e il dicembre 2025 sono state uccise oltre 38.000 donne e ragazze, in una proporzione molto più alta che nei conflitti precedenti. 

Le mani che restano 

La morte non è soltanto un evento da raccontare o un destino da affrontare. È anche una relazione: qualcuno resta accanto a chi se ne va, ne sostiene il corpo, si fa carico della sua fragilità. Una cura essenziale, affidata soprattutto alle donne, senza che le venga riconosciuto il valore che merita. 

Fino a pochi decenni fa il lutto spettava a loro: vedove, madri, figlie, prefiche. 

Nei paesi italiani erano le donne a preparare i morti in casa: chiudere gli occhi, lavare il corpo, vestirlo con l’abito tenuto da parte per quel giorno. Nel Sud c’erano le lamentatrici. Il loro pianto non era sfogo: era una tecnica per impedire che il dolore travolgesse chi restava. 

Poi la morte è uscita dalle case ed è entrata negli ospedali. La divisione, però, non è scomparsa. Ancora oggi chi assiste i malati terminali, accompagna gli anziani nelle case per anziani e presta cure a domicilio è in grande maggioranza donna: mogli, figlie, infermiere, operatrici sociosanitarie, assistenti familiari, spesso migranti. Il corpo che muore continua a passare dalle loro mani. Solo che quel lavoro ha perso il rito e il riconoscimento. 

La scrittrice Michela Murgia, nel romanzo Accabadora, ha dato a questa storia la figura più scomoda. Bonaria Urrai, sarta in un paese sardo, di notte entra nelle case dove qualcuno agonizza e lo aiuta a morire. Nel paese tutti lo sanno: è chiamata, attesa. Murgia la presenta come l’ultima madre, colei che accompagna fuori dalla vita come un’altra ha accompagnato dentro. 

Il gesto di Bonaria, che arriva a interrompere la vita, interroga la coscienza cristiana. Murgia, che era credente, non lo assolve: Maria, la figlia d’anima, quando scopre il mestiere della madre adottiva fugge. Ma il libro coglie una verità che va oltre il giudizio: la levatrice e l’accabadora sono due facce della stessa conoscenza del corpo, della stessa confidenza con il confine. 

Ritorno al sepolcro 

Gli uomini hanno fatto della morte un racconto: poemi, monumenti, liste di caduti, testimonianze trascritte parola per parola. Le donne ne hanno fatto una pratica, senza lasciare quasi traccia scritta. Solo gesti tramandati, mani che sapevano. Eppure, nel racconto fondativo della fede cristiana, la gerarchia si rovescia. 

Al sepolcro gli uomini non ci sono: sono chiusi in casa, impauriti. Ci sono le donne, con gli oli, a prendersi cura di un corpo. E sono loro a ricevere per prime la notizia della resurrezione, a sentirsi chiedere perché cercano tra i morti colui che è vivo. Ma quando riferiscono ciò che hanno visto, gli apostoli non credono alle loro parole: pensano siano un vaneggiamento. 

La prima notizia della vittoria sulla morte arriva da chi della morte si è sempre occupata con le mani. E non viene creduta. 

La storia della morte delle donne trova qui la sua immagine più precisa: non nell’assenza di una voce, ma nella difficoltà degli altri a riconoscerle autorità. Al sepolcro, almeno per un istante, sono loro le prime testimoni. E la storia della resurrezione comincia proprio da quella testimonianza che nessuno, all’inizio, vuole ascoltare. 

 

Donne Chiesa Mondo novembre 2026

 Immagine

domenica 1 novembre 2026

MORTI o DEFUNTI?

 


Ogni 2 novembre 
la Chiesa celebra 

la Commemorazione 

di tutti i fedeli defunti.

Per la sua comprensione è di fondamentale importanza soffermarsi sulla terminologia usata.


-di Alberto Maggi

Nella liturgia non si parla genericamente di "morti", ma di "defunti", sebbene nel linguaggio comune i due termini siano spesso considerati sinonimi.

Ma non è così, e la differenza tra le due parole è profonda.

Il "morto" (dal latino mortuus) descrive l'evento biologico, la cessazione delle funzioni vitali, lo stato di fine: è uno sguardo puramente orizzontale che si ferma al dato oggettivo dell'assenza di vita fisica e alla constatazione di una chiusura.

 Il "defunto", invece, ci apre a una prospettiva radicalmente diversa. Il verbo defungere, da cui deriva, affonda le sue radici nel latino defungi (composto da de- e fungi), che significa aver compiuto, adempiuto fino in fondo un compito o un ministero.

Non indica la cessazione della vita, bensì il compimento di una missione terrena, affinché la vita stessa possa proseguire, trasformata, in forme nuove.

Per un uso corretto del linguaggio e della visione cristiana, bisognerebbe inoltre evitare di contrapporre la vita alla morte. Sarebbe più corretto parlare della nascita e della morte come di due eventi che appartengono entrambi al medesimo ciclo della vita: l’ingresso e l’uscita dall’esistenza terrena sono due porte del medesimo cammino.

In ciascuna di queste due fasi si verificano, in modo paradossale, una nascita e una morte. Nella nascita terrena, il neonato "muore" alla condizione precedente: lascia il grembo materno, luogo di sicurezza e protezione, per affacciarsi verso l'incognito. Ma questa "morte" è la sua unica possibilità di continuare a vivere: solo uscendo dal grembo potrà incontrare la luce e sperimentare l'amore con cui i genitori lo attendevano. Ugualmente nel momento della morte, l’uomo lascia un mondo noto e rassicurante per nascere a una dimensione ulteriore.

Solo attraverso questo passaggio l’individuo può sperimentare la pienezza dell’amore di Dio, che lo avvolge della sua luce. Non a caso, fin dai primi secoli del cristianesimo, il giorno della morte dei fedeli veniva chiamato dies natalis, ovvero il "giorno della nascita", il compimento e il coronamento dell'esistenza terrena.

Con la morte la relazione tra i viventi e i defunti non si interrompe, ma cambia modalità di comunicazione. Così come accade nell'arco della vita terrena — in cui il modo di relazionarsi con un bambino è diverso da quello con un adulto o un anziano —, così l'affetto e la comunione con chi ci ha preceduto continuano in una forma nuova, ancora più intensa, spirituale e profonda.

Il messaggio centrale del Vangelo è che, attraverso la morte, la persona continua a esistere in una diversa dimensione, in una continua crescita e trasformazione verso la propria realizzazione definitiva. Come recita il Prefazio della Messa dei Defunti — attingendo a testi liturgici latini antichissimi, tra cui il Sacramentario Gelasiano: «_*Vita mutatur, non tollitur» (La vita non viene tolta, ma trasformata*_ ).
Questa formula rappresenta l'espressione più antica e limpida della fede della Chiesa di fronte al mistero della morte. A passare oltre è la persona nella sua interezza, non una semplice astrazione. Come scrive Paolo nella Prima Lettera ai Corinti: «_*Si semina un corpo materiale, risorge un corpo spirituale*_» (1 Cor 15,44); «_*E come abbiamo portato l'immagine dell'uomo di terra, così porteremo l'immagine dell'uomo celeste*_» (1 Cor 15,49).

La vita, trasformata e impreziosita dal patrimonio di bene che ciascuno reca con sé, entra con la morte nella pienezza della comunione divina. Lo afferma con forza l’autore dell’Apocalisse: «_*Beati fin d'ora i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono*_» (Ap 14,13).

Accostando in modo paradossale due concetti apparentemente opposti — il morire e l’essere beati —, la Scrittura ricorda che la morte fisica non ha l’ultima parola. *La morte non è una sconfitta, né un annientamento o una dolorosa attesa nel vuoto, ma il definitivo passaggio verso la pienezza della Vita*.


A. Maggi

QUALE VISIONE ?

 

Tutte le questioni pubbliche italiane, nazionali o locali, non possono prescindere dalle visioni del mondo che vogliamo avere e scegliere, e che hanno a che fare con un unico grande nucleo significante: la giustizia e il bene proprio e comune.

-di Luca Novara*

Dov’è la radice della corruzione?

Le notizie ricorrenti di cronaca locale e nazionale sulle variegate e degradate forme di corruzione che continuano ad affliggere non poche amministrazioni pubbliche, dal Sud al Nord, non possono non sollecitare una reazione decisa da parte di chi ha a cuore una moralità pubblica e sociale all’altezza delle esigenze del bene comune. È sempre limpido il richiamo di papa Francesco: «Nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini» (Evangelii gaudium, n. 183).

E proprio il carattere contestuale e sapienziale della teologia morale è profondamente sfidato da un modus vivendi che sembra trasversale a tutti gli schieramenti politici e che è anche una radice di degrado e corruzione: sembra che nessuno dei partiti attualmente in gioco si muova sensibilmente come un agente culturale in grado di offrire formazione civica ai cittadini e spazio di libero impegno sociale, nel pieno rispetto dell’assetto costituzionale pubblico. Più che altro sembrano dedicati al mantenimento di reti di dominio e di interessi a fini elettorali, come altrettanti comitati d’affari. 

Le parti guardano il tutto

La politica è sempre accompagnata da una legittima competizione tra i partiti per la conquista del consenso elettorale, ma perché la dialettica tra le parti non perda di vista l’unico bene comune, deformandolo, è indispensabile che sussista nelle città un confronto culturale gestito in primis dai partiti, dedicato agli ideali politici migliori e non immediatamente finalizzato alla conquista del potere, bensì alla comprensione dello spessore destinale della socialità e dell’istituzione che è la forma originaria dove l’uomo si riceve. Di più, dove l’uomo è chiamato in un tessuto connettivo reciproco, che ha il tono della cura benevolente, senza la quale nessuno sopravvive (A. Guarino).

È deprecabile infatti l’elefantiasi della politica intesa quale attività volta esclusivamente all’occupazione del potere e non all’alimentazione della percezione di ciò che è giusto e della potenza istituente della vita umana stessa al fine di alimentare disposizioni interiori permanenti e dinamiche orientate al bene concreto di tutti e di ciascuno.

È percepibile qui l’appello di don Luigi Sturzo: che la buona politica, locale, nazionale, globale sia «libera e forte»! Perché «ci mette insieme politicamente», cioè secondo una forma e un contenitore vitale per le esistenze di tutti noi, presenti e futuri. 

La migliore politica

In questo senso, le segreterie dei partiti dovrebbero sostenere la capacità e il desiderio di ascoltare e discernere le competenze, la coerenza di vita e di spessore morale dei candidati alle cariche pubbliche, e costituirlo come elemento strutturale permanente e definitivo, che non andrebbe mai dimenticato, ma che purtroppo invece sempre cede il passo alle ormai altrettanto strutturali richieste di portaborse, procacciatori di voti, yes men e simili. La formazione globale dei candidati alle varie cariche dovrebbe essere considerata una priorità politica.

Invece contenuti come la tutela dell’interiorità della persona, la cura della vita, la formazione al sapere critico, il contrasto all’idolatria del denaro e del potere personale, il superamento della dicotomia pubblico/privato, la convivialità delle differenze, la difesa strenua della legalità democratica sembrano essere considerati merce ingombrante e poco funzionale al raggiungimento di obiettivi primari come il bene comune e la pace sociale.

Ma è proprio questo insieme di saperi interiori che edifica lo spessore morale necessario a chi si occupa di amministrare ai vari livelli, contribuendo così alla comprensione generale dell’orizzonte comune da costruire e verso cui incamminarsi: «Vero vincitore e migliore politico è colui che riesce a far capire agli altri la portata dei valori comuni in cui tutti possono riconoscere spazi di libertà e di realizzazione validi per sé» (Pizzolato).

 *Luca Novara è docente di Filosofia e Teologia morale sociale presso l’ISSR «S. Metodio» di Siracusa e presso lo Studio teologico «S. Paolo» di Catania – II ciclo.

IL REGNO