venerdì 27 marzo 2026

MORTE O RESURREZIONE ?

 

Si avvicina la Pasqua

 e trasfigura

 la morte in risurrezione


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella V domenica di Quaresima (anno A)

Ez 37,12-14; Sal 129/130; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

-         di  Massimo Naro 

Il cammino quaresimale è ritmato da varie anticipazioni della Pasqua: episodi evangelici che prefigurano il passaggio alla vita nuova fra le strettoie della morte, quest’ultima simboleggiata di volta in volta dalla fame, dalla sete, dalla paura, dalla cecità o da altre malattie e fragilità. Insomma: da tutto ciò che definisce la debole e povera condizione umana. Così a partire dalle tentazioni che Gesù affronta nel deserto, passando attraverso la teofania sul Tabor, l’incontro con la samaritana e la guarigione del cieco nato, fino a giungere alla risurrezione di Lazzaro, morto e sepolto da quattro giorni, di cui narra l’odierna pagina giovannea.

La morte di Lazzaro è presentata con il pietoso e – al contempo – crudo realismo che pertiene a ogni morte umana. La morte delude le nostre speranze, sancisce la fine della vita, ci sprofonda nella tomba, corrompe e dissolve il nostro corpo, semina il dolore nel cuore di chi sopravvive ai defunti. La morte puzza, ci ripugna, ci spaventa, ci intristisce. Anche la morte di Lazzaro, giacché non è morte apparente: è verissima e, in quanto tale, tragica. Gesù ne avverte l’urto emotivo non meno di Marta e Maria: vedendone il volto solcato dalle lacrime, si commuove a sua volta e scoppia a piangere. Egli partecipa della maniera umana di conoscere la morte, di rapportarsi con essa. E ne sperimenta gli effetti psicologici e spirituali (nel greco del quarto evangelista l’espressione che ne descrive la profonda commozione è enebrimḗsato tô pneúmati, restò scosso nello spirito). Davanti al sepolcro sigillato e di fronte alla pena di Marta e Maria, incontra la morte di Lazzaro come una premessa della morte che dovrà lui stesso subire di lì a poco.

Tuttavia Gesù conosce pure un altro profilo della morte. E intrattiene con essa un rapporto che a tutti gli altri rimane ancora precluso. Ai suoi occhi morire al modo di Lazzaro – oppure al modo della figlia di Giairo in Mc 5,39 e Mt 9,24 – equivale ad addormentarsi, come dice ai suoi discepoli senza esser da loro compreso. E di conseguenza il suo intervento nei confronti dell’amico morto – davvero deceduto, decaduto dalla vita sul serio, non per finta – sarà come risvegliarlo. Così la risurrezione di Lazzaro diventa un ulteriore “segno” – il più esplicito – della Pasqua di cui Gesù, Crocifisso-Risorto, sarà protagonista.

D’altronde, la morte descritta come sonno e la risurrezione promessa come risveglio, non sono un espediente retorico. Sonno e risveglio non sono i termini gentili di un linguaggio metaforico, teso a imbellettare il volto terribile della morte umana. Esprimono, piuttosto, l’intima e misteriosa consapevolezza di Gesù che la morte di Lazzaro differisce comunque in qualcosa rispetto alla morte con cui egli stesso dovrà confrontarsi. È differente non perché meno reale, o meno drammatica, o meno eroica. La morte di Lazzaro è proprio la morte di ogni essere umano, la stessa che travolgerà il Messia, ho erchómenos («il veniente», come Marta definisce Gesù, usando la medesima parola che ricorre in Ap 1,4 per tradurre in greco il Tetragramma ebraico di Es 3,14: Yhwh, «Colui che è, che era e che viene»). Ma la morte cui si sobbarcherà Gesù ha un’altra portata, è di più: porta al culmine la pienezza dei tempi, fa scoccare l’ora, è il compimento della storia intera («Tutto è compiuto»: Gv 19,30). È sì la morte di Lazzaro e di ogni altro essere umano. Ma è inoltre la morte accettata dal Figlio di Dio, da chi impersona l’Esserci divino, da «Colui che è qui: che è, che era e che viene».

Di conseguenza la risurrezione (il risuscitamento) di Lazzaro non è ancora la risurrezione di Gesù. È certamente un fatto straordinario. Ma non è lo stesso evento radicale in cui consiste la risurrezione del Cristo: non ne ha l’energia metafisica, l’intensità esistenziale, la gittata cosmica. Pur essendo un “segno” di salvezza, non è la salvezza.

Nella pagina evangelica sono disseminati alcuni indizi che ce lo fanno intuire. Si pensi alla constatazione addolorata con cui prima Marta e poi Maria danno l’impressione di voler rimproverare Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». Frase controversa, questa, perché invoca il Signore – ho Kýrios, traduzione greca dall’ebraico anticotestamentario Adonai – mentre pur mette in forse che colui al quale essa è rivolta impersoni veramente “Chi c’è”, l’Esserci di Dio: la morte di Lazzaro fa da velo alla Presenza (e in questo sta la sua concretezza). E si pensi all’ironia rassegnata con cui Tommaso accoglie la decisione di Gesù di tornare in Giudea – dopo essersene andato, mettendosi al riparo dal rischio della persecuzione – per andare a Betania, a pochi chilometri da Gerusalemme: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Affermazione profeticamente ispirata, quest’altra, poiché la Pasqua di Gesù rivelerà che per risorgere a nostra volta dovremo morire con lui, della sua stessa morte. Infatti, è lui solo che supera la morte, è lui solo che risorge. E noi risorgiamo veramente soltanto partecipando della sua singolare risurrezione, come pure della sua singolare morte. Paolo, nel suo epistolario, lo spiega a più riprese, annunciando che risorgiamo allorché con Cristo Gesù con-moriamo e con lui siamo con-sepolti (Rm 6,4 e Col 2,12), a lui resi solidali in virtù del suo Santo Spirito, come si legge anche nella seconda lettura di oggi: «E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi». Si adempie così la profezia di Ezechiele che risuona nella prima lettura: «Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete».

Occorre disambiguare la morte e la risurrezione, per comprenderne tutta la valenza salvifica quando esse sono riesperite a partire da Cristo Gesù e in vista di lui. Considerare debitamente lo scarto che sussiste tra il nostro punto di vista e quello del Maestro di Nazareth è un necessario esercizio ermeneutico, un fondamentale discernimento spirituale. Torna utile per capire il sensus plenior, il significato più pieno e completo, del dirsi di Dio a noi in Cristo Gesù. Vogliamo rintracciare un esempio emblematico, nella stessa pagina che racconta la risurrezione di Lazzaro? Si pensi a due frasi che vi riecheggiano: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro», annota dapprima l’evangelista, riferendo quel che il Signore prova verso i suoi tre amici di Betania. Qualche versetto dopo, riportando l’opinione popolare, scrive: «Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”». Due versetti in cui – nella traduzione italiana – ricorre il verbo “amare”, apparentemente sempre uguale. Ma amare al modo di Gesù (agapân, voce verbale greca che compare nel primo caso) non si riduce ad amare alla maniera di un amico (phileîn, voce verbale adoperata nel secondo caso): benché includa l’amore amicale, l’amore agapico rappresenta la misura più alta – divina – dell’amare, di cui Gesù è umile testimone, disposto nondimeno a chinarsi fino ai livelli più bassi. Il dialogo tra il Risorto e Pietro attorno alla brace sulla spiaggia di Tiberiade ne è la riprova più eloquente.

La chiave di lettura per disambiguare la morte e la risurrezione è la fede: «Gesù disse [a Marta]: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». È un interrogativo rivolto anche a noi.

www.tuttavia.eu

 

 

SIGNORI O FIGLI ?

 


 Nessuno di noi ha creato la vita che ha, e questo comporta due modi di starci dentro: la paura di essere fondati sul nulla e quindi la volontà di impadronirsene (e tre sono le “P” che danno l'illusione di questo infinito: piacere, possesso, potere), oppure la gratitudine di averla ricevuta e quindi la volontà di restituire il dono (i talenti )

- di Alessandro D’Avenia

In un tema dato ai miei studenti, ispirato al racconto di Platone secondo cui le anime scelgono il proprio destino prima di dimenticare tutto e incarnarsi, ho chiesto loro di immaginare di entrare in un negozio misterioso, dall'insegna “Vite possibili”, ingombro di oggetti di tutti i tipi, a ciascuno dei quali corrisponde una vita: pazza, imprevedibile, tranquilla, appassionata, rischiosa...

 Avrebbero potuto scegliere un oggetto e provare per qualche minuto quella vita. Mi sono divertito a leggere i loro sogni di futuro incastonati in un simbolo. Uno di loro racconta di aver scelto una riproduzione di Guernica di Picasso ed essersi prima ritrovato a vedere e sentire il dolore che la guerra provoca agli innocenti, e poi di aver incontrato una donna con un bambino in braccio, ignara di che cosa significhi la parola guerra, perché in quella “vita possibile” la guerra non esiste. È solo l'utopia di un quattordicenne bombardato dalla cronaca di un mondo in fiamme a causa dei suoi leader, e di fronte al quale si sente impotente come molti di noi? Mi è allora venuto in mente il libro che darò loro a breve nel percorso di letture alla scoperta dell'adolescenza: “Il Signore delle Mosche” (1954) del premio Nobel inglese William Golding (trasposto di recente in una bella quanto angosciante serie dallo stesso autore della miniserie Adolescence), che narra l'origine di ogni guerra, micro e macro. 

 «Prima della Seconda guerra mondiale credevo nella perfettibilità dell’uomo in società; che una corretta struttura sociale avrebbe prodotto buone intenzioni; e che quindi una sua riorganizzazione avrebbe potuto eliminare tutti i mali della società. Forse oggi credo di nuovo in qualcosa di simile, ma dopo la guerra non ci riuscivo più. Avevo scoperto ciò che un uomo può fare a un altro uomo... azioni compiute, con grande abilità e freddezza, non da cacciatori di teste o da una tribù primitiva, ma da uomini istruiti, dottori, avvocati, da persone con una tradizione di civiltà alle spalle, a esseri umani come loro... Chiunque sia vissuto in quegli anni senza capire che l’uomo produce il male come l’ape produce il miele è cieco o pazzo... Allora credevo che l’uomo fosse malato, non parlo dell’anomalia, dell’eccezione, bensì dell’uomo comune. Ritenevo che l’umanità fosse affetta da una malattia morale, e che il meglio che potessi fare fosse identificare il collegamento tra la sua natura malata e il caos internazionale in cui si era cacciata», parole adatte alla situazione attuale e che Golding scriveva negli anni '60 in un saggio divenuto la postfazione al romanzo, riferendosi agli orrori della guerra vissuta in prima persona, per spiegare le circostanze del capolavoro il cui titolo gli fu suggerito dal poeta T.S.Eliot, perché “Signore delle Mosche” (Baal Zebub, da cui Belzebù) è il nome biblico di Satana.  

Il libro narra la storia di un gruppo di preadolescenti di una scuola maschile inglese che, precipitati su un'isola paradisiaca del Pacifico dopo un incidente aereo al quale non scampa nessun adulto, devono organizzarsi per sopravvivere. Gli esiti sono sconvolgenti. Golding, maestro elementare, si era ispirato a un episodio scolastico: aveva diviso la classe in due gruppi per farli dibattere su un argomento ed era uscito dall'aula. In sua assenza i ragazzini invece di dibattere avevano cominciato a combattere... “Il Signore delle Mosche” uscì nel 1954, lo stesso anno in cui in Inghilterra fu dato alle stampe un titolo simile: “Il Signore degli Anelli” di J.R.R.Tolkien. Elaboravano entrambi il dramma della guerra e la stessa domanda: da dove viene la guerra? Dal potere. E il potere? Per i due scrittori, con accenti molto diversi, il male viene dalla condizione umana: gli animali non fanno la guerra. Perché noi sì? Non ci siamo dati la vita da soli ma l'abbiamo ricevuta, e quindi radicale in noi non è la malvagità né la bontà, ma la precarietà. Il sapere di non essere all'origine della vita ci rende affamati di pienezza: non lottiamo per la sopravvivenza della specie (logica vorrebbe infatti non fare guerre potenzialmente fatali per la specie), ma per sentirci potenti: Signori. Una condizione che, credenti o no, la Genesi narra nel racconto di Adamo ed Eva, che rappresentano l'Umanità e l'Umano di fronte alla vita. Mangiare dell'Albero della conoscenza del bene e del male (il desiderio di pienezza totale, autonoma e definitiva) è diventare Dio, essere l'origine della propria vita: il divieto di mangiarne non è una puerile negazione della marmellata nascosta in alto ma segna, in un'immagine, la distinzione creatore-creatura, valicabile solo a gran prezzo: ritrovarsi “nudi” di fronte alla verità. La teologia cristiana definisce questo tentativo “peccato originale” (il serpente dice “Se mangerete dell'albero diventerete come Dio”), che è in realtà una “impotenza originaria”, cioè la condizione di ogni uomo, che deve scegliere se accettarsi creatura o farsi creatore.  

 Nessuno di noi ha creato la vita che ha, e questo comporta due modi di starci dentro: la paura di essere fondati sul nulla e quindi la volontà di impadronirsene (e tre sono le “P” che danno l'illusione di questo infinito: piacere, possesso, potere), oppure la gratitudine di averla ricevuta e quindi la volontà di restituire il dono (i talenti di cui narravo la scorsa settimana). “In Adamo ed Eva c'eravamo anche noi” mi sentivo dire al catechismo, ma non mi convinceva perché io non c'ero, poi capii che significava “sei come loro”, partecipi al dramma umano: impadronirsi della vita o trasmetterla? Qui è il discrimine, a ogni livello, tra male e bene: il primo è l'esito della paura, “non hai la vita, prenditela” (il frutto dell'albero); il secondo viene dalla riconoscenza, “ringrazia di averla ricevuta, passala” (gli alberi del racconto sono due, l'altro è l'Albero della Vita, a cui l'uomo ha invece libero accesso: la vita è gratuita).  

 In questi giorni pre-pasquali viene ripetuto che Cristo “libera l'uomo dal peccato”. Che vuol dire? Non che lo rende impeccabile, ma che gli rende visibile (egli si dice “il Figlio”) e amabile (“Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza”) la condizione umana: sei figlio, creatura che ha ricevuto la vita, allora vivi e lotta perché gli altri vivano. “Togliere il peccato” significa quindi prima spezzare l'illusione di poter uscire dalla condizione creaturale eliminando la precarietà radicale che ci terrorizza (a questo erano già arrivati i Greci con la hybris, l'eccesso di chi nega la propria condizione mortale), e poi restituire le energie creative sprecate a impadronirsi della vita (il transumanesimo tecnologico, gli abusi sui bambini, le spropositate ricchezze economiche di pochi e a scapito del creato sono la versione attuale delle tre “P” e di questa pretesa), e impegnarle per crescere, creare, fiorire, a beneficio di tutti.  

Nei libri di Golding e Tolkien fa il male chi dimentica o nega la sua mancanza radicale, non si riconosce dato alla vita, “figlio”, e vuole darsi la vita da solo, essere “signore”, ma, non avendo l'energia di un creatore, per sentirsi tale sottrae la vita agli altri e al mondo. Per questo abbiamo inventato il diritto, limite agli eccessi di potere e custodia della libertà personale. Quelli che sembrano libri di avventura per ragazzi sono scomode descrizioni dell'uomo bellico: non verrà il mondo in cui il male e quindi la guerra saranno eliminati del tutto, perché non ci affrancheremo mai dalla nostra condizione di creature, condizione che comporta il dramma della scelta tra la via della paura e quella della riconoscenza, tra male e bene, tra il potere (sostantivo) sulla vita e il potere (verbo) dare la vita.  

Signori o figli? Quello che possiamo fare è educare a riconoscere e amare la nostra condizione fragile, cosa che porta alla cura del mondo e degli altri, e conviene alla specie e al singolo. 

E poi unirsi per non permettere ai Signori delle mosche o degli anelli di intimorirci e sottometterci.

Alzogliocchiversoilcielo

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SEGUITE LE ORME DEL RISORTO

LA 

GIOIA 

PERFETTA



- di Vincent Dollmann

 La Liturgia della Parola di Dio durante la Veglia Pasquale ci invita a meditare sull'opera di Dio nel corso della storia, affinché possiamo sperimentare meglio la gioia della sua presenza. 

Il suo amore appassionato per il popolo chiamato dalla schiavitù in Egitto si manifesta pienamente in Gesù. 

Attraverso la morte e la risurrezione di Gesù, Dio ha inviato il suo Spirito d'Amore per raggiungere l'umanità in modo straordinario, offrendole la sua intimità in un rapporto di cuore a cuore che trascende l'amicizia che due persone possono sperimentare.

È a questo dono inestimabile che partecipiamo nel Battesimo, come sottolinea san Paolo: «Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (Romani 6,11).

Così, illuminati dalla meditazione sulla Sacra Storia, possiamo accogliere la chiamata della benedizione pasquale al termine della celebrazione: «Seguite ora le orme del Risorto. Seguitelo ora nel suo Regno, dove finalmente possederete la gioia perfetta».

+ Vincent Dollmann

Arcivescovo di    Cambrai, Assistente Ecclsiasticio UMEC-WUCT

sabato 21 marzo 2026

LA POESIA E LA PACE

 


 “Una parola 

che sa attendere tutti"

In un’intervista ai media vaticani, il cardinale De Mendoça, poeta e prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, riflette sul legame tra l’arte poetica e la pace


-         - Eugenio Murrali - Città del Vaticano

La poesia è una delle più profonde forme di ascolto. Nasce dal silenzio e forse richiede ai poeti di diventare, più che autori, interpreti capaci di entrare in sintonia con l’universale visibile e invisibile. Da questo misterioso dialogo con il creato prende forma la parola nella voce dei poeti, ma anche quella capacità di far spazio dentro di sé che rende la poesia un’educazione alla pace.
“Il battere d’ali di una farfalla – osserva il cardinale José Tolentino de Mendonça - o il battere d’ali delle sillabe in una parola accendono dinamiche di senso, di luce o di buio nel cuore umano. La poesia ci offre parole disarmate e anche disarmanti, perché lavora con la sorpresa. La poesia è propedeutica all'arte della pace”. Risuonano i pensieri del prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, che nella Giornata mondiale della poesia, istituita dall’Unesco nel 1999, risponde ad alcune domande sull’importanza di quest’arte per un’umanità sempre più minacciata dalla guerra. Il cardinale e poeta non ha dubbi: “La poesia è dalla parte della pace”.

Un patto con il futuro

Un antico legame avvicina l’arte poetica alla verità. “Come diceva Baudelaire - spiega il porporato -, la poesia pone il cuore a nudo e quella nudità del cuore, vicina alle grandi domande umane, costruisce approcci alla verità. Il grande poeta Paul Celan diceva: ‘Solo mani vere scrivono vere poesie’”. Nel turbinio della modernizzazione, la parola lirica segna la persistenza dell’umano. Nella lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, Leone XIV ne richiama l’importanza: “Nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino l’educazione all’errore come occasione di crescita”. Da qui de Mendonça osserva: “L'algoritmo vive della ripetizione. È un meccanismo sonnambulo, meccanico, di riproposta dei passi fatti, mentre la poesia ci apre al cammino non percorso, al non ancora scoperto”. Questa ricerca della “parola non detta”, dell’inedito che abita il mondo, è una ricchezza: “Quando si comincia una poesia non si sa e quel non sapere è un capitale umano nella costruzione di noi stessi. Perché qual è il grande pericolo dell’algoritmo? Sottrarre all'uomo la capacità del possibile, di quello che ancora non siamo stati ma possiamo diventare nell'incontro, nella relazione, nel dono, nell'avvicinarsi misterioso a una soglia. E l'algoritmo parla sempre di ieri, la poesia ha un patto con il futuro”.

L’ardente solitudine dei poeti

Viva la poesia! scriveva Papa Francesco in un suo libro così intitolato e ricordava l’importanza di quest’arte per “essere umani” e anche il ruolo che essa ha nella formazione dei sacerdoti. Da questo spunto il cardinale nella sua risposta afferma che “nell'ardente solitudine di alcune biografie poetiche c'è una grande lezione” e fa riferimento al poeta portoghese Fernando Pessoa, che ha sofferto per rimanere sé stesso e ha vissuto ogni giorno “in una tensione permanente, cercando di ricondurre tutte le grandi esperienze vitali a una dimensione poetica, cioè a una dimensione di coscienza, di consapevolezza”. Il prefetto ha richiamato anche quando Papa Francesco, sul volo di ritorno dal viaggio in Thailandia e Giappone, ha osservato come dall’Oriente la società occidentale può imparare a “guardare anche poeticamente le cose”. Ha spiegato il cardinale: “La poesia è anche la lentezza, è anche la cerimonia davanti alla vita, è anche la venerazione, è anche la coscienza che siamo vicini alla sacralità nel quotidiano, è anche la valorizzazione della contemplazione e del silenzio. In questo senso la poesia può costituire un'educazione spirituale”.

Uno strumento educativo

Il 27 febbraio scorso, a conclusione degli esercizi spirituali, Leone XIV ha sottolineato il riferimento al Dottore della Chiesa san John Henry Newman e alla poesia Il sogno di Geronzio, “dove Newman – afferma il Papa – usa la morte e il giudizio di Geronzio come un prisma attraverso cui il lettore è condotto a contemplare la propria paura della morte e il proprio senso di indegnità davanti a Dio”.
Questo santo, teologo e cultore della poesia, ha molto da insegnare. “San John Henry Newman ha un ruolo molto importante nella fondazione della modernità e si impegna molto nell'educazione per la pace dicendo che ogni generazione ha bisogno di ricevere dalla generazione passata una conferma, una conoscenza e deve gestire, metabolizzare quella eredità trasformandola in un'energia di visione, di progetto, di capacità di abitare in modo responsabile il mondo”. In questo senso anche la letteratura e la poesia sono risorse educative necessarie.

Una parola che nasce dal convivio con il silenzio

In un suo discorso tenuto di fronte ai giovani di Pordenone nel 1991, Senza conversione non c’è pace, David Maria Turoldo affermava che forse quello della pace è l’unico tema rivoluzionario fra tutti, ma anche il più difficile di tutti. Secondo de Mendonça “la pace ci insegna il noi, parla dell’umano come di un patrimonio comune” e qui sta la sua complessità, perché siamo spesso tentati di dividere, di contrapporre anche una lingua all’altra. La poesia, in questo senso, ci insegna che siamo tutti fratelli, perché va oltre le frontiere delle nazioni ed “esiste come un grande repositorio di umanità”. Aggiunge il cardinale: “La letteratura è una scuola dell'universale, perché valorizza l'universale e capisce che le grandi idee, le immagini più belle, veramente non hanno autore. Tanti poeti credono che la poesia è preesistente a tutte quelle forme, e noi possiamo sintonizzarci e ascoltarla. E questo ci parla di pace, perché non è la visione contrapposta o la rivendicazione di quello che mi appartiene, ma è la contemplazione, la meraviglia, l'affermazione di quello che appartiene a tutti, perché è un bene di tutti”.

Senza silenzio non c’è poesia

La parola poetica non può prescindere dal silenzio, che spesso tenta i poeti. “È una parola – conclude de Mendonça – che prima è stata fondata nel silenzio e dopo può germogliare. Nella parola poetica c'è ancora la risonanza del silenzio, perché il silenzio vuol dire l'ascolto, vuol dire l'ospitalità. Allora la parola poetica è una parola che conserva la sete e l'inquietudine della ricerca, abita la verità con umiltà, ma non la proclama, non la impone. Si lascia abitare dalla verità e fa silenzio. La poesia è la parola che attende, che sa attendere tutti”.

Vatican News

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LA POESIA, UN VALORE DA COLTIVARE

 


Poesia: 
un toccasana 
per mente
 e cuore


La Giornata Mondiale della Poesia si celebra il 21 marzo di ogni anno, istituita dall'UNESCO nel 1999 per promuovere la diversità linguistica, il dialogo interculturale e la diffusione della poesia. La data coincide con l'inizio della primavera, simboleggiando la rinascita della creatività e del pensiero. 

Ecco i punti chiave della ricorrenza:

  • Obiettivi: Sostenere la lettura, la scrittura, la pubblicazione e l'insegnamento della poesia, valorizzandola come forma d'arte essenziale.
  • Significato: Riconosce alla poesia un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo, della comprensione reciproca e della pace.
  • Eventi:

 In tutta Italia, il 21 marzo, si svolgono incontri, reading, contest e iniziative nelle biblioteche, scuole e spazi culturali.

  • Tema 2026: Le celebrazioni spesso si collegano al tema dell'immaginazione e alla forza espressiva della parola, come nel caso degli eventi previsti a Venezia e in altre città italiane. 

La Giornata Mondiale della Poesia è un invito a celebrare i poeti e a riscoprire la poesia come strumento di espressione potente e universale. 

 

La poesia, in alcuni casi considerata la Cenerentola della letteratura e in altri un’arte elitaria e lontana dalla vita quotidiana, nasconde un potere straordinario e può rivelarsi un toccasana per la salute mentale e fisica di chi la scrive e di chi la legge.


di Cristina Moretti

La poesia è un veicolo incantevole che può trasportare l’anima attraverso emozioni, riflessioni e immagini. Non è solo una forma d’arte, ma anche un mezzo di espressione personale e di connessione umana. Tuttavia, oltre al suo fascino estetico, la poesia ha dimostrato di avere profondi effetti benefici sia per coloro che la scrivono che per coloro che la leggono. Esploriamo insieme questo straordinario potere trasformativo.

Per chi le scrive o vuole provarci

Scrivere poesie è un atto di intima riflessione e creatività. Qui, nella quiete delle parole e delle metafore, gli autori trovano uno spazio sicuro per esplorare i recessi della propria anima. Tra i benefici che gli scrittori possono trarre dalla poesia c’è sicuramente la possibilità di trovare un canale attraverso cui esprimere la propria emotività. La poesia, infatti, offre uno sfogo emotivo senza restrizioni. Gli scrittori possono riversare le proprie emozioni sulla pagina, liberandosi del peso che potrebbero portare dentro di sé.

Può stimolare la creatività: la ricerca di parole, immagini e metafore per esprimere le proprie emozioni e idee richiede un esercizio creativo che può portare a nuove intuizioni e soluzioni in altri ambiti della vita. La poesia sfida i confini della grammatica e della struttura. Gli scrittori sono liberi di giocare con le parole, creare nuove forme e sperimentare con linguaggio e ritmo.

Favorisce, inoltre, l’introspezione e riflessione: immergersi nei propri pensieri e sentimenti attraverso la scrittura aiuta a conoscersi meglio e a dare un senso alle proprie esperienze. Scrivere poesie richiede un’attenta riflessione. Gli autori si immergono in questioni esistenziali, esplorando la bellezza e il dolore della vita, portando alla luce nuove prospettive e significati. Attraverso la scrittura poetica, gli autori possono scoprire nuovi aspetti di sé stessi. Esplorando le proprie esperienze, speranze e paure, possono acquisire una maggiore comprensione del proprio essere interiore.

Tra i vantaggi del cimentarsi nella scrittura ci sono anche la riduzione dello stress e il miglioramento dell’autostima: scrivere poesie può essere un modo per sfogare le emozioni negative e trovare sollievo dalle preoccupazioni quotidiane. Dare forma alle proprie idee e vederle tradotte in versi può aumentare la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.

Per chi le legge

La poesia non è solo per coloro che la scrivono; è anche per coloro che la leggono. Attraverso le sue sfumature linguistiche e le sue immagini evocative, la poesia offre una gamma di benefici a cui spesso non si pensa.

La poesia risveglia l’immaginazione e arricchisce il vocabolario: le immagini evocative e il linguaggio poetico trasportano il lettore in mondi nuovi e stimolano la fantasia. Essa espone a un linguaggio più ricercato e complesso, che può ampliare il bagaglio linguistico del lettore. Ne deriva un’importante stimolazione mentale: l’arte della poesia richiede una partecipazione attiva da parte del lettore. Interpretare le metafore, analizzare le strutture e immergersi nel linguaggio poetico stimola la mente e incoraggia la creatività.

La poesia è un vero e proprio esercizio per il cervello; attiva aree diverse del cervello rispetto alla prosa. Stimola il lato destro, coinvolto nella memoria autobiografica, mescolando esperienza sensoriale ed emotiva.

La poesia sa toccare le corde più profonde dell’animo umano, provocando commozione, gioia, riflessione. Immergendosi nelle parole del poeta, il lettore impara a calarsi nei panni degli altri e a comprendere le loro emozioni. Leggere poesie può aiutare i lettori a sviluppare una maggiore empatia e comprensione per gli altri. Attraverso le esperienze condivise nelle poesie, si crea una connessione emotiva che supera le differenze individuali.

Ispirazione idee per la propria crescita personale possono arrivare dalla lettura. Le poesie possono ispirare nuove idee, rivelare nuove prospettive e offrire conforto o speranza nei momenti bui. A volte fungono da specchio per l’anima. Leggendo le esperienze e le riflessioni degli altri, i lettori possono imparare più su se stessi e sulle proprie reazioni al mondo. Con le giuste parole e immagini, una poesia può trasformare la nostra visione del mondo. La sua capacità di trasmettere immagini e sentimenti supera altre forme letterarie.

Da non sottovalutare la sua capacità di creare comunità: leggere testi poetici ad alta voce dei testi poetici, spesso in occasione di slam, unisce competizione e arte. I concorsi di letture poetiche in diverse città coinvolgono molte persone, sia come lettori che semplici ascoltatori.

Per i più piccoli

Leggere poesie con i bambini e leggerle loro fin dalla più tenera età fornisce maggiori stimoli per le loro capacità di linguaggio. Giocando con le parole, i bambini migliorano le connessioni cerebrali e arricchiscono il proprio vocabolario.

La poesia è un’arte dalle mille sfaccettature che può donare benessere a chi la pratica. Che si scriva o si legga, la poesia può arricchire la nostra vita in modi inaspettati, come questi bellissimi versi di Alda Merini, una delle mie poetesse preferite.

Desiderio d’amore

Lei desiderava un sorriso 
una musica muta
una riva di mare
per bagnarsi
il suo amore impossibile.
I suoi piedi nudi e piagati,
i suoi meschini capelli.
Lei ignorava che il ricordo
è un ferro piantato alla porta,
non sapeva nulla
della perfezione del passato,
del massacro delle notti solitarie
non sapeva che il più grande
desiderio
è un niente
che s’inventa stranissime cose,
e vola come un’idea
verso l’enciclopedia
del Paradiso.
Sogna
su un altare di piombo
e frusta strampalati pupazzi
che non portano mai allegria.

(da “Io dormo sola”, Acquaviva, 2005)

ROCCA

venerdì 20 marzo 2026

LAZZARO, VIENI FUORI !

 


Si avvicina la Pasqua

e trasfigura la morte 

in risurrezione

 


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola

nella V domenica di Quaresima (anno A)

Ez 37,12-14; Sal 129/130; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

Il cammino quaresimale è ritmato da varie anticipazioni della Pasqua: episodi evangelici che prefigurano il passaggio alla vita nuova fra le strettoie della morte, quest’ultima simboleggiata di volta in volta dalla fame, dalla sete, dalla paura, dalla cecità o da altre malattie e fragilità. Insomma: da tutto ciò che definisce la debole e povera condizione umana. Così a partire dalle tentazioni che Gesù affronta nel deserto, passando attraverso la teofania sul Tabor, l’incontro con la samaritana e la guarigione del cieco nato, fino a giungere alla risurrezione di Lazzaro, morto e sepolto da quattro giorni, di cui narra l’odierna pagina giovannea.

La morte di Lazzaro è presentata con il pietoso e – al contempo – crudo realismo che pertiene a ogni morte umana. La morte delude le nostre speranze, sancisce la fine della vita, ci sprofonda nella tomba, corrompe e dissolve il nostro corpo, semina il dolore nel cuore di chi sopravvive ai defunti. La morte puzza, ci ripugna, ci spaventa, ci intristisce. Anche la morte di Lazzaro, giacché non è morte apparente: è verissima e, in quanto tale, tragica. Gesù ne avverte l’urto emotivo non meno di Marta e Maria: vedendone il volto solcato dalle lacrime, si commuove a sua volta e scoppia a piangere. Egli partecipa della maniera umana di conoscere la morte, di rapportarsi con essa. E ne sperimenta gli effetti psicologici e spirituali (nel greco del quarto evangelista l’espressione che ne descrive la profonda commozione è enebrimḗsato tô pneúmati, restò scosso nello spirito). Davanti al sepolcro sigillato e di fronte alla pena di Marta e Maria, incontra la morte di Lazzaro come una premessa della morte che dovrà lui stesso subire di lì a poco.

Tuttavia, Gesù conosce pure un altro profilo della morte. E intrattiene con essa un rapporto che a tutti gli altri rimane ancora precluso. Ai suoi occhi morire al modo di Lazzaro – oppure al modo della figlia di Giairo in Mc 5,39 e Mt 9,24 – equivale ad addormentarsi, come dice ai suoi discepoli senza esser da loro compreso. E di conseguenza il suo intervento nei confronti dell’amico morto – davvero deceduto, decaduto dalla vita sul serio, non per finta – sarà come risvegliarlo. Così la risurrezione di Lazzaro diventa un ulteriore “segno” – il più esplicito – della Pasqua di cui Gesù, Crocifisso-Risorto, sarà protagonista.

D’altronde, la morte descritta come sonno e la risurrezione promessa come risveglio, non sono un espediente retorico. Sonno e risveglio non sono i termini gentili di un linguaggio metaforico, teso a imbellettare il volto terribile della morte umana. Esprimono, piuttosto, l’intima e misteriosa consapevolezza di Gesù che la morte di Lazzaro differisce comunque in qualcosa rispetto alla morte con cui egli stesso dovrà confrontarsi. È differente non perché meno reale, o meno drammatica, o meno eroica. La morte di Lazzaro è proprio la morte di ogni essere umano, la stessa che travolgerà il Messia, ho erchómenos («il veniente», come Marta definisce Gesù, usando la medesima parola che ricorre in Ap 1,4 per tradurre in greco il Tetragramma ebraico di Es 3,14: Yhwh, «Colui che è, che era e che viene»). Ma la morte cui si sobbarcherà Gesù ha un’altra portata, è di più: porta al culmine la pienezza dei tempi, fa scoccare l’ora, è il compimento della storia intera («Tutto è compiuto»: Gv 19,30). È sì la morte di Lazzaro e di ogni altro essere umano. Ma è inoltre la morte accettata dal Figlio di Dio, da chi impersona l’Esserci divino, da «Colui che è qui: che è, che era e che viene».

Di conseguenza la risurrezione (il risuscitamento) di Lazzaro non è ancora la risurrezione di Gesù. È certamente un fatto straordinario. Ma non è lo stesso evento radicale in cui consiste la risurrezione del Cristo: non ne ha l’energia metafisica, l’intensità esistenziale, la gittata cosmica. Pur essendo un “segno” di salvezza, non è la salvezza.

Nella pagina evangelica sono disseminati alcuni indizi che ce lo fanno intuire. Si pensi alla constatazione addolorata con cui prima Marta e poi Maria danno l’impressione di voler rimproverare Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». Frase controversa, questa, perché invoca il Signore – ho Kýrios, traduzione greca dall’ebraico anticotestamentario Adonai – mentre pur mette in forse che colui al quale essa è rivolta impersoni veramente “Chi c’è”, l’Esserci di Dio: la morte di Lazzaro fa da velo alla Presenza (e in questo sta la sua concretezza). E si pensi all’ironia rassegnata con cui Tommaso accoglie la decisione di Gesù di tornare in Giudea – dopo essersene andato, mettendosi al riparo dal rischio della persecuzione – per andare a Betania, a pochi chilometri da Gerusalemme: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Affermazione profeticamente ispirata, quest’altra, poiché la Pasqua di Gesù rivelerà che per risorgere a nostra volta dovremo morire con lui, della sua stessa morte. Infatti, è lui solo che supera la morte, è lui solo che risorge. E noi risorgiamo veramente soltanto partecipando della sua singolare risurrezione, come pure della sua singolare morte. Paolo, nel suo epistolario, lo spiega a più riprese, annunciando che risorgiamo allorché con Cristo Gesù con-moriamo e con lui siamo con-sepolti (Rm 6,4 e Col 2,12), a lui resi solidali in virtù del suo Santo Spirito, come si legge anche nella seconda lettura di oggi: «E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi». Si adempie così la profezia di Ezechiele che risuona nella prima lettura: «Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete».

Occorre disambiguare la morte e la risurrezione, per comprenderne tutta la valenza salvifica quando esse sono riesperite a partire da Cristo Gesù e in vista di lui. Considerare debitamente lo scarto che sussiste tra il nostro punto di vista e quello del Maestro di Nazareth è un necessario esercizio ermeneutico, un fondamentale discernimento spirituale. Torna utile per capire il sensus plenior, il significato più pieno e completo, del dirsi di Dio a noi in Cristo Gesù. Vogliamo rintracciare un esempio emblematico, nella stessa pagina che racconta la risurrezione di Lazzaro? Si pensi a due frasi che vi riecheggiano: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro», annota dapprima l’evangelista, riferendo quel che il Signore prova verso i suoi tre amici di Betania. Qualche versetto dopo, riportando l’opinione popolare, scrive: «Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”». Due versetti in cui – nella traduzione italiana – ricorre il verbo “amare”, apparentemente sempre uguale. Ma amare al modo di Gesù (agapân, voce verbale greca che compare nel primo caso) non si riduce ad amare alla maniera di un amico (phileîn, voce verbale adoperata nel secondo caso): benché includa l’amore amicale, l’amore agapico rappresenta la misura più alta – divina – dell’amare, di cui Gesù è umile testimone, disposto nondimeno a chinarsi fino ai livelli più bassi. Il dialogo tra il Risorto e Pietro attorno alla brace sulla spiaggia di Tiberiade ne è la riprova più eloquente.

La chiave di lettura per disambiguare la morte e la risurrezione è la fede: «Gesù disse [a Marta]: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». È un interrogativo rivolto anche a noi.

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DOPO IL REFERENDUM ?

 


Che cosa resta 

della 

campagna

 referendaria ?


-     Non ci sembra alla fine sia stato un guadagno per la nostra democrazia. Gli italiani non avevano bisogno di essere allontanati dalle istituzioni, da quella giudiziaria in particolare, e tanto meno di percepire una guerra tra i poteri costituzionali.

    di Giuseppe Savagnone 

 

Chi ben comincia…

Non possiamo sapere quale sarà l’esito del referendum costituzionale per cui gli italiani sono chiamati a votare il 22 e il 23 marzo, però possiamo già fare qualche considerazione sulla campagna referendaria che ora si conclude. Perché una democrazia non si giudica solo dalle leggi che fa, ma anche e forse innanzitutto dal modo in cui le fa. Tanto più in questo caso, perché – essendo in gioco un voto popolare sulla Costituzione – , il percorso che ha portato ad esso è particolarmente indicativo dell’interpretazione che i cittadini danno di quest’ultima.

L’inizio di un processo ne condiziona lo svolgimento. E l’inizio è stata l’approvazione definitiva da parte del Senato, il 30 ottobre 2025, di una legge sulla giustizia definita dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni «un traguardo storico».

E in effetti la grande maggioranza dei cittadini desiderava da tempo una riforma che rimediasse alle gravi disfunzioni del nostro sistema giudiziario: tempi lunghissimi, clamorosi errori, scandali che mettevano in discussione la credibilità dei giudici. Perciò l’esito del referendum che doveva confermare la legge appariva scontato, tanto che i primi sondaggi indicavano una schiacciante maggioranza (ben dieci punti) dei Sì rispetto ai No. Non a caso a promuoverlo furono subito i rappresentanti dei partiti che l’avevano appena approvata, desiderosi di chiudere al più presto quella che si presentava come una formalità. Da qui anche la fretta del governo, che, ignorando le richieste di lasciare più tempo al dibattito, fissava la data del referendum a marzo.

Non mancavano le opposizioni, prima fra tutte quella della stessa Associazione Nazionale Magistrati (ANM). Ma ad esse i membri del governo rispondevano sottolineando che quella appena approvata non era «una legge punitiva contro la magistratura» e che sarebbe stato assurdo attribuirle un significato politico.

«Il prossimo step sarà il referendum», disse il ministro della Giustizia Nordio. «Mi auguro che venga mantenuto in termini pacati, razionali e non politicizzati».  Perciò, aggiunse, «è bene che la magistratura, come io auspico, esponga tutte le sue ragioni tecniche, ma per l’amor del cielo non si aggreghi a forze politiche per farne una specie di referendum pro o contro il governo».

Fin da quel momento, però, qualcosa sembrò non quadrare perfettamente. Già il fatto che la legge fosse stata approvata, dopo due passaggi parlamentari, a colpi di maggioranza, senza una minima modifica rispetto al testo proposto dal governo, in un clima di scontro frontale con le opposizioni, non rispecchiava lo spirito dialogico che aveva animato i padri costituenti quando, pur partendo da posizioni ideologiche lontanissime (erano democristiani, comunisti, liberali), avevano saputo superare la logica del braccio di ferro per abbracciare quella dell’ascolto reciproco, dando vita così a un testo ancora oggi ammirevole.

Sottolineava questa unilateralità, del resto, l’esultanza con cui la maggioranza salutò quella che venne percepita dai suoi stessi membri, dai media e dall’opinione pubblica, come la vittoria di una fazione, piuttosto che come l’agognata riforma della giustizia che tutti gli italiani desideravano. Come stupirsi che la campagna referendaria abbia segnato una drastica spaccatura del paese?

A confermare questa percezione fu del resto la dedica della riforma, da parte di membri del governo, al più divisivo personaggio politico della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, famoso per i suoi aspri conflitti con i magistrati. Eloquente la vignetta pubblicata in prima pagina da «Libero», diretto dall’ex portavoce di Meloni, Mario Sechi, in cui era rappresentato il cavaliere assiso – schiacciandolo sotto il suo posteriore – su un palazzo di giustizia. 

Un’immagine che contrastava chiaramente con l’assicurazione di Tajani – il leader del partito di Berlusconi, Forza Italia, che porta ancor oggi il suo nome nel proprio simbolo – quando smentiva «le interpretazioni malevole fatte, perché nessuno vuole attaccare la magistratura». Come stupirsi che la campagna referendaria abbia dato ragione alla vignetta, più che al nostro vicepremier, trasformandosi in una battaglia sui giudici?

Le due opposte linee del No e del Sì

Più alla radice, però, era il clima stesso in cui questa riforma vedeva la luce a mostrare chiaramente che proprio nella tensione tra politica e magistratura essa aveva la sua vera ragion d’essere. Da tempo si moltiplicavano le proteste dei membri del governo e della maggioranza contro sentenze in materia di immigrazione e di ordine pubblico, giudicate una «invasione di campo» da parte dei magistrati, perché in contrasto con la linea politica dell’esecutivo. Ed è molto significativo che, proprio alla vigilia dell’approvazione definitiva della riforma, la premier l’abbia indicata come «la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza».

Questa esasperazione ha un preciso fondamento nella convinzione, espressa da vari esponenti della maggioranza e dalla stessa premier, che un governo espressione della volontà popolare non può essere ostacolato da un corpo di burocrati e che, se i giudici vogliono interferire con le scelte dell’esecutivo, devono prima candidarsi e farsi votare.

Una visione della democrazia molto diversa da quella della nostra Costituzione, basata invece sulla reciproca limitazione dei poteri e sull’autonomia dell’ordine giudiziario, a cui spetta il compito esclusivo di interpretare e applicare la legge. La sovranità del popolo non conferisce a chi ne ha il consenso un potere assoluto.

Quanto sia difficile per l’attuale maggioranza far suo questo principio lo evidenzia la dichiarazione di Giorgia Meloni al Meeting di CL: «Non c’è giudice, politico o burocrate che possa impedirci di far rispettare la legge dello Stato italiano».  Dimenticando che proprio ai giudici, non al governo, spetta, secondo la nostra Costituzione, questo compito.

Certo, nel far questo essi possono sbagliare (come del resto anche i politici), ma a giudicare il loro operato non possono essere i rappresentanti degli altri due poteri, bensì solo altri giudici, come del resto prevede l’ordinamento giudiziario con i gradi di appello e il ruolo disciplinare del Consiglio superiore della magistratura (CSM).

Intanto emergeva, come riconoscevano gli stessi sostenitori del Sì, l’ammissione che – per usare le parole di uno di essi, l’ex pm Di Pietro – «la magistratura non funziona e non funzionerà neanche dopo questa riforma» e che, se si vuole rimediare alla sua più grave disfunzione, la lentezza dei processi, «non c’è bisogno di una modifica costituzionale, ma occorre aumentare il numero dei magistrati, degli addetti, delle risorse e degli strumenti». Cosa di cui la nuova legge non si occupa minimamente.

Da qui l’accusa alla riforma, da parte dei Comitati del No, di non avere in realtà l’obiettivo, auspicato da tutti, di rendere più efficiente la giustizia, a vantaggio dei cittadini, ma quello di sottomettere la magistratura alla maggioranza di governo, a esclusivo vantaggio di quest’ultima. E in questa luce sono stati interpretati, nel corso di questa campagna referendaria, i singoli punti del testo della legge, nessuno dei quali dice espressamente questo, ma alcuni dei quali aprono la via, quando ci saranno i provvedimenti attuativi, a un controllo dei due CSM e dell’Alta corte disciplinare da parte della politica.

I sostenitori del Sì hanno sistematicamente ribattuto che questo è un processo alle intenzioni e che il referendum riguarda ciò che il testo dice, non quello che non dice. Ma soprattutto, davanti all’allarmante rimonta del No nei sondaggi, hanno puntato, per arrestarla, su una sempre più dura denunzia degli effetti perversi a cui il gioco delle correnti ha dato luogo finora all’interno del CSM, e a cui il meccanismo del sorteggio e l’istituzione dell’Alta corte disciplinare  dovrebbe portare rimedio.

Alla difesa dell’autonomia da parte dei loro avversari, essi hanno risposto che essa non può significare irresponsabilità e impunità, accusando i giudici di difendere una logica corporativa che permette loro di essere gli unici cittadini a poter eludere il semplice principio che chi sbaglia paga. Un’accusa che i sostenitori della riforma hanno suffragato con la citazione puntuale di casi in cui dei magistrati, responsabili di gravi errori o addirittura di colpe, non hanno subìto per questo serie conseguenze.

Che il problema sia reale, peraltro, lo dimostra il fatto che esso era stato già posto, ben prima di questa legislatura, da giuristi e politici delle più diverse estrazioni ideologiche e politiche, le cui ipotesi di soluzione coincidevano con singoli punti ora ripresi nell’attuale riforma. Questo spiega anche perché anche in questa campagna tra i sostenitori del Sì ce ne siano che certo non condividono la visione d’insieme della maggioranza di governo, ma che, guardando al testo, piuttosto che al contesto, considerano necessarie le innovazioni proposte nel primo, pur vedendo i rischi presenti nel secondo.

Un’Italia peggiore

Era facile, in questa drastica contrapposizione, che da entrambe le parti si esagerassero i toni, ed è ciò che è ampiamente accaduto. Accanto a tanti dibattiti civili, a cui possiamo dare atto di essere stati un contributo alla crescita della coscienza democratica del nostro paese, se ne sono registrati altri dove il confronto si è trasformato in una guerra civile.

In particolare, sul fronte del No ha fatto scalpore l’affermazione del pubblico ministero Gratteri, secondo cui «per il No voteranno le persone per bene e per il Sì gli indagati e la massoneria deviata». Su quello del Sì, ha avuto grande risonanza le parole di Giusi Bartolozzi, capo-gabinetto del ministro della Giustizia, durante un dibattito televisivo: «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione. Plotoni di esecuzione».  Entrambi gli autori di queste cadute di stile hanno sostenuto di essere stati travisati e può esser anche così. Ma è certo che, al di là delle loro intenzioni, il messaggio che essi – come tutti coloro che da una parte e dall’altra si sono lasciati andare a espressioni simili – hanno di fatto trasmesso è stato di una inaccettabile intolleranza.

Con una differenza, però. Gratteri – e i sostenitori del No che si sono lasciati andare ad eccessi verbali – hanno demonizzato i sostenitori della riforma, non le istituzioni – Parlamento e governo – che l’hanno promossa. Bartolozzi e i suoi emuli, invece, hanno attaccato la magistratura in quanto tale.

Un attacco che purtroppo è stato fatto proprio dalla nostra presidente del Consiglio, che – costretta dal cattivo andamento della campagna del Sì a scendere in campo personalmente – nei suoi ultimi interventi ha parlato con un linguaggio del tutto inadatto alla rappresentante di un potere dello Stato, tenuta dalla Costituzione a rispettare gli altri poteri, ma da capo-partito.

Se la riforma non dovesse passare, ha affermato, «ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera» ed anche «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà», «figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco».

Insomma, la magistratura, così com’è, sarebbe fatta di magistrati negligenti, carrieristi, inaffidabili tutori della sicurezza, pericolosi ideologi nemici della famiglia. Naturalmente la premier si ricorda ogni tanto di precisare che si riferisce a “frange”, non a tutti i magistrati. Solo che questo non è compatibile con la sua tesi che la lunghezza dei processi, un fenomeno così diffuso da caratterizzare purtroppo l’amministrazione della giustizia italiana nel suo insieme, sia dovuta alla negligenza dei giudici e non alla carenza degli organici, che la corsa alla carriera vizi alla radice la selezione dei concorrenti ai gradi apicali della magistratura, che l’indottrinamento ideologico si manifesti praticamente in tutte le sentenze che riguardano migranti e ordine pubblico, nonché in alcune riguardanti la famiglia. Tanto da rendere necessario cambiare ben sette articoli della costituzione.  Altro che “frange”!

Non sappiamo se vincerà il Sì o il No. Ma in entrambi i casi, ciò che resterà sarà un paese spaccato e in cui il potere a cui è affidata il delicatissimo compito dell’amministrazione della giustizia esce delegittimato e ormai additato come una minaccia per i cittadini. Tutti i tentativi di attenuare questa conclusione suonano poco convincenti, quanto quelli di Gratteri e Bartolozzi. Le intenzioni forse erano altre, ma quello che sé detto si è detto.

Non ci sembra alla fine sia stato un guadagno per la nostra democrazia. Gli italiani non avevano bisogno di essere allontanati dalle istituzioni, da quella giudiziaria in particolare, e tanto meno di percepire una guerra tra i poteri costituzionali.

Chiunque vincerà, avremo tutti a che fare con un’Italia peggiore.

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