venerdì 22 maggio 2026

UN COLPO DI STATO

 


IL COLPO

 DI STATO

 PLANETARIO



Ma il mondo non è in liquidazione


-di PASQUALE FERRARA

La metafora che meglio descrive il deliberato e sistematico processo di smantellamento delle relazioni internazionali, guidato dagli Stati Uniti, con attori di primo piano quali la Russia e Israele, è quella del “colpo di Stato” mondiale. Giorgio Agamben aveva esplorato a fondo, sulle orme di Carl Schmitt, l’idea dello stato di eccezione come circostanza temporanea, che però rimane nella permanente disponibilità del sovrano. Il paradosso con il quale siamo confrontati oggi è che la sovranità, carattere fondante dello Stato moderno, diviene essa stessa una forza che cancella le sovranità. E lo stato di eccezione, da condizione provvisoria, diventa il paradigma politico dominante nell’arena mondiale. Per di più, di tratta nella maggior parte dei casi di una sovranità privatizzata, tecnicamente irresponsabile, refrattaria ad ogni controllo e che non intende minimamente rispondere del proprio operato, men che meno a cittadini senza potere e senza poteri.

A differenza dei “catilinari”, cioè congiurati che tramano nell’ombra, gli esecutori del colpo di Stato mondiale in atto agiscono alla luce del sole, anzi proclamano l’avvento di un ordine nuovo (l’“età dell’oro” di Trump, mentre Israele si auto-proclama, con Netanyahu, “più forte che mai”). Creano eventi di massimo impatto, come vertici pomposi e plateali, lanciano proclami di pace eterna, formano consigli di amministrazione privatistici della pace e della guerra, diffondono messaggi pesanti come pietre o vani come bolle di sapone dalle piattaforme digitali planetarie, contraddistinte da un’enigmatica X o dalla denominazione orwelliana di “verità” (Truth).

Nei colpi di Stato tradizionali, tra le prime misure adottate dalle varie giunte che si impadroniscono del potere c’è la sospensione della Costituzione e di tutte le garanzie a tutela dei diritti individuali.

Qualcosa di analogo sta accadendo in ambito internazionale, con la sospensione – sia pure non dichiarata, ma attuata di fatto – del diritto internazionale, specie quello umanitario.

I nuovi poteri dominanti concentrano la loro attenzione sulla dimensione direttamente esecutiva, senza preoccuparsi minimamente di qualunque fonte di legittimazione – per non parlare della conformità all’etica – al di fuori della nuda potenza. L’azione, spesso violenta, non tollera confutazione. Come abbiamo visto per la Russia in Ucraina, per gli Stati Uniti in Venezuela, in Iran – e, chissà, prossimamente a Cuba –, per Israele a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, i nuovi demiurghi globali si arrogano la facoltà di decidere se, come e quando utilizzare lo strumento militare, cambiare regimi con la coercizione esterna, deporre governanti, catturare o eliminare Presidenti.

Decidere di quali territori eventualmente appropriarsi, quali punizioni economiche infliggere a piacimento a entità ritenute ostili, quali enti internazionali tollerare e quali altri sciogliere d’imperio (come l’Unrwa, che assiste e protegge i rifugiati palestinesi), quali “piani di pace” accettare come soddisfacenti o meno (secondo criteri unilaterali e arbitrari), quali fondi tagliare a organizzazioni ritenute superflue, da quali istituzioni revocare l’appartenenza. In questo scenario già molto critico, non mancano nemmeno gli arresti extragiudiziali, l’attacco diretto agli organi di giustizia (come la Corte penale internazionale), le deportazioni, le minacce e le intimidazioni degli oppositori interni ed esterni. A differenza, tuttavia, dei colpi di Stato tradizionali, questo nuovo stato di eccezione mondiale può permettersi persino il lusso di mantenere più o meno intatto – come fosse una facciata fittizia in un set cinematografico – quasi tutto l’apparato normativo e organizzativo preesistente, dal momento che esso è svuotato di ogni significato pratico e implicazione operativa. D‘altra parte, un colpo di Stato differisce strutturalmente da una rivoluzione.

Può sembrare un quadro eccessivamente pessimista, dipinto a tinte fosche. Ammetto che qualche anno fa io stesso non avrei esitato a bollare questa esposizione come la trama di un romanzo distopico dozzinale. Tuttavia, se la storia non è finita con il trionfo della democrazia liberale, come avrebbe auspicato Francis Fukuyama, non finirà nemmeno con il suo definitivo accantonamento. Come tutti i colpi di Stato, anche quello in atto in campo internazionale dovrà fare i conti con la resistenza interna, con la fermezza della non violenza, con la pazienza strategica di chi non intende assistere impotente alla liquidazione della politica internazionale per far posto ad un suo pessimo e deleterio surrogato, vale a dire il dominio o condominio incontrastato gli Stati fuorilegge.

Il mondo non è in liquidazione.

www.avvenire.it

Immagine


IL TERRORE DELLA FINE

 


 'Solo la cura 

ci salva 

dal terrore

 della nostra fine'

 


 L’uomo è sempre impegnato a rimuovere il pensiero della morte e persino la guerra è una estremizzazione di questo tentativo vano

 Ma per non avere paura l’unico antidoto

 è una solidarietà più forte.

-         di Massimo Recalcati 

Nessun altro tempo come il nostro, dopo la tragedia immane della Seconda guerra mondiale, ha sollevato con così grande angoscia il tema della salvezza. Ne usciremo vivi? E come? Sono domande che ricorrono e che non smettiamo di porci dimenticandoci però che nessuno di noi ne potrà davvero uscire vivo. L’essere umano è, infatti, destinato a finire nella polvere dalla quale proviene. È una verità inappellabile che si trova pronunciata anche dal testo biblico per bocca di Qohèlet

Se anche ai conflitti più aspri e irragionevoli, alla precarietà e al disagio sociale, alla crisi economica si potrebbero trovare delle soluzioni possibili, resta il fatto inamovibile che nessuno potrà uscirne vivo da quaggiù: la polvere che noi siamo ritornerà irreversibilmente alla polvere. Il punto è che questa verità viene costantemente rimossa dagli esseri umani. 

Anzi si potrebbe dire che l’uomo non sia solo un animale mortale – cosciente, come tale, diversamente dagli altri animali, della necessità della sua fine -, ma che sia un animale mortale costantemente impegnato nella rimozione individuale e collettiva del reale della morte. Solo la malattia e la sofferenza gli ricordano questo reale dalla cui presa vorrebbe sfuggire o semplicemente dimenticare. Altrimenti gli esseri umani dedicano il loro tempo ad occultare questo trauma. Lo fanno inventando filosofie o religioni come se fossero dei rimedi, provando a distrarsi in ogni modo, nel divertissement di ogni genere, nel culto igienista del proprio corpo sempre in forma, nel rifarlo attraverso la chirurgia estetica per scongiurare i segni del suo decadimento, nelle passioni più diverse che sembra mettano tra parentesi, seppur momentaneamente, la nostra fine, nell’immaginare le voci nell’aldilà, nel sacrificarsi senza riserve per il proprio lavoro o per i propri ideali. Ma il modo più inverosimile e al tempo stesso drammaticamente più umano per stornare il pensiero della morte è quello dell’ammazzarsi reciprocamente. Può accadere per diverse ragioni. Per puro prestigio, per denaro, per sete di potere. La storia degli uomini è la storia delle loro continue guerre. 

Siamo solo una “masnada di assassini” dichiarava senza speranza Freud di fronte alla tragedia della Prima guerra mondiale. Nessuna vicenda come quella della guerra rivela la stoltezza più profonda dell’umano. La guerra sposta sul nemico l’angoscia collettiva di fronte alla nostra fine? Si tratterebbe, come teorizzava già Franco Fornari, del rigetto paranoico del lutto. Anziché confrontarsi con l’ineluttabilità della nostra morte si dà la morte a qualcun altro. E se provassimo invece a cambiare il nostro modo di vedere le cose? Se provassimo a vedere nel carattere inaggirabile della morte quello che ci unisce come umani non potremmo trovare proprio in questo trauma il fondamento più sincero di una possibile fratellanza o sorellanza? Non sarebbe questo il più vero magistero di Giobbe? Ricordiamo la sua vicenda. Egli è l’uomo giusto che il Dio biblico vuole mettere alla prova togliendogli tutto. La sua fede resisterà o sarà spazzata via lasciando il posto al risentimento e alla rivendicazione? Troppo facile credere che la rettitudine sia sempre premiata con la fortuna. 

Proviamo invece a smuovere le cose, pensa il suo Dio sollecitato dal demonio. Proviamo a vedere come l’uomo giusto reagisce di fronte alla perdita, alla malattia e alla caduta. 

Proviamo a vedere cosa accade se ogni forma di giustizia retributiva venisse scossa alle sue fondamenta. La fede può resistere di fronte all’ingiustizia e all’insensatezza del dolore? Ma se davvero provassimo a prendere sul serio la lezione di Giobbe non ci perderemmo nella lotta fratricida dell’uno contro l’altro, se ci ricordassimo insieme a lui della polvere che portiamo nella nostra carne non rigonfieremmo il petto della superbia e dell’insulto, della aggressione e della costante imputazione rivolta verso l’altro. Se ci ricordassimo di Giobbe potremmo trovare forse davvero una via di salvezza. Non quella che rimuove la morte ma, al contrario, quella che il riconoscimento della nostra morte potrebbe rendere possibile. 

Si rilegga in questa luce anche La peste di Camus. In gioco non è come ritenne ingiustamente Sartre nella sua lettura una “morale da crocerossina”, ma un’etica della misericordia che riguarda il riconoscimento di chi cade come nostro fratello e nostra sorella. Il disprezzo aristocratico nei confronti di quest’etica non considera che la nostra destinazione mortale ci rende tutti bisognosi di cura, che senza la presenza dell’altro saremmo già polvere ancora prima di morire. Lo dichiara ancora una volta Qohelet: «guai a chi cade ed è solo!». Se tutto è un “soffio”, se la vita è una breve corsa sotto al sole, non dovremmo credere meno alla guerra? Se riconoscessimo davvero il nostro comune destino mortale potremmo davvero essere fratelli e sorelle. Mentre la pulsione di morte che domina la spinta alla guerra conduce verso la distruzione di ogni legame nel nome dell’Uno contro l’Altro, ricordarsi della nostra polvere dovrebbe mostrarci quanto la nostra vita dipenda dall’esistenza di questi legami, quanto il tempo sempre breve che ci resta da vivere meriterebbe di essere dedicato a qualcosa di più grande che non alla spinta a distruggere. Di fronte alla tragedia della peste gli uomini descritti da Camus si riconoscono fratelli e sorelle rispetto all’assurdità del male che li colpisce. Solo non dimenticare la nostra polvere potrebbe salvarci se non dalla morte almeno dall’orrore dalla guerra di tutti contro tutti. 

La Repubblica 

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine

IL VALORE DELLE ASSOCIAZIONI

 


DISCORSO DEL SANTO

 PADRE LEONE XIV

AI PARTECIPANTI

 ALL’INCONTRO

 DEI MODERATORI DELLE

ASSOCIAZIONI DI FEDELI,

 DEI MOVIMENTI
 ECCLESIALI

 E DELLE NUOVE COMUNITÀ

PROMOSSO DAL

Aula del Sinodo  - Giovedì, 21 maggio 2026

[Multimedia]

________________________

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La pace sia con voi!
 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno a tutti!

È un piacere incontrarvi questa mattina, offrire qualche parola, qualche riflessione, ma soprattutto pensare all’importanza dei carismi dello Spirito Santo, specialmente in questi giorni prima di Pentecoste.

Sono lieto di accogliervi anche quest’anno, all’inizio del vostro incontro. Voi siete responsabili, a livello internazionale, di tante diverse realtà laicali, e siete stati convocati dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita per rinsaldare la comunione fra voi e riflettere insieme sul tema del governo di una comunità ecclesiale.

Persone e strutture adeguate

In ogni entità sociale si avverte la necessità di avere persone e strutture adeguate che si occupino di guidare e coordinare la vita comune. Nella sua radice, il termine “governare” rimanda all’azione di “reggere il timone”, di “pilotare una nave”. Si tratta, dunque, di dare una direzione sicura, in modo che la comunità sia luogo di crescita per le persone che ne fanno parte. Così, anche nella Chiesa alcuni sono preposti al governo.

Tuttavia, nella Chiesa il governo non nasce dalla semplice esigenza di coordinare i bisogni religiosi dei suoi membri. La Chiesa è stata istituita da Cristo come segno perenne della sua volontà salvifica universale ed è il luogo, voluto da Dio, dove tutti gli uomini, in ogni epoca, possono ricevere i frutti della Redenzione e sperimentare la vita nuova che Cristo ci ha donato. In tal senso, la natura della Chiesa è sacramentale: ha certamente una dimensione esteriore e istituzionale con le sue strutture e, nel contempo, è segno efficace della comunione attraverso cui partecipiamo alla vita stessa della Trinità.

Queste caratteristiche peculiari della Chiesa sono presenti necessariamente anche nel suo governo, che non è mai solo tecnico; esso, al contrario, ha in sé stesso un orientamento salvifico, cioè deve tendere al bene spirituale dei fedeli. Infatti, San Paolo lo annovera tra i carismi: «Ci sono i miracoli – scrive –, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue» (1Cor 12,28).

Servizio e democrazia

Da queste premesse, volgiamo ora lo sguardo alle associazioni di fedeli e ai movimenti ecclesiali. Qui il governo è generalmente affidato a laici ed esprime la partecipazione al munus regale di Cristo ricevuto nel Battesimo. Esso si pone a servizio di altri fedeli e della vita associativa ed è frutto di libere elezioni, che devono essere intese come espressione di un discernimento comune: permettere che la voce di tutti si esprima in modo libero.

Se, come abbiamo detto, il governo è un dono particolare dello Spirito Santo, che i membri di una comunità riconoscono presente in alcuni loro fratelli nella fede, ne derivano almeno tre conseguenze. La prima è che dev’essere per l’utilità di tutti (cfr 1Cor 12,7), cioè per promuovere il bene della comunità, dell’associazione, della Chiesa intera. Il governo, dunque, non può mai essere sfruttato per interessi personali o forme mondane di prestigio e di potere. La seconda conseguenza è che non può mai essere imposto dall’alto, ma dev’essere un dono riconoscibile nella comunità e liberamente accolto, da qui l’importanza di libere elezioni per renderlo effettivo. La terza conseguenza è che, come ogni carisma, anche il governo di un’associazione è soggetto al discernimento dei Pastori, che vigilano sulla genuinità e sull’uso ordinato dei carismi (cfr Lumen gentium, 12; Iuvenescit Ecclesia, 9 e 17).

Relazionalità e corresponsabilità

Alcune caratteristiche devono essere sempre presenti nel governo: l’ascolto reciproco, la corresponsabilità, la trasparenza, la vicinanza fraterna, il discernimento comunitario (cfr Discorso ai partecipanti al Capitolo generale dei Legionari di Cristo, 19 febbraio 2026). Oltre a ciò, vorrei ricordare che «un buon governo, invece di concentrare tutto su sé stesso, promuove la sussidiarietà e la partecipazione responsabile di tutti i membri della comunità» (ibid.). Sono indicazioni semplici, ma da tenere sempre presenti nell’esercizio dell’autorità.

Carissimi, le vostre associazioni e i vostri movimenti hanno origini diverse e hanno storia, identità e ideali ben definiti. Coloro che li governano, perciò, assumono un compito delicato: da un lato, sono chiamati a custodire e valorizzare la memoria di un patrimonio vivente; dall’altro, hanno un ruolo “profetico”, che implica il mettersi in ascolto delle attuali urgenze pastorali per comprendere in che modo rispondere alle nuove sfide e alle sensibilità culturali, sociali e spirituali del nostro tempo. Solo così, infatti, si può essere cristiani, discepoli e missionari nell’oggi della società e della Chiesa. Una parte del compito profetico di chi governa, dunque, è favorire l’apertura dell’associazione o del movimento, e di ciascuno dei suoi membri, alle situazioni storiche. L’appartenenza, infatti, è autentica e feconda quando non si esaurisce nella partecipazione ad attività interne al gruppo, ma interpreta i segni dei tempi e si proietta verso l’esterno, rivolgendosi a tutti, alla cultura del tempo e ai campi di missione non ancora esplorati.

Comunione

Altro elemento di vitale importanza è la comunione. Chi governa è chiamato ad avere una particolare sensibilità per la salvaguardia, la crescita e il consolidamento della comunione. Ciò vale sia per la vita interna all’associazione o al movimento, sia per la comunione con le altre realtà ecclesiali e con la Chiesa nel suo insieme. Chi esercita una missione di governo nella Chiesa deve imparare ad ascoltare e accogliere pareri diversi, orientamenti culturali e spirituali diversi, temperamenti personali diversi, cercando sempre di conservare, soprattutto nelle decisioni doverose e spesso difficili da prendere, il bene superiore della comunione. Ciò richiede una testimonianza di mitezza, di distacco e di amore disinteressato ai fratelli e alla comunità, che sia di esempio per tutti. Qui vorrei sottolineare l’importanza di questa dimensione della comunione con tutta la Chiesa. A volte troviamo gruppi che si chiudono in sé stessi e pensano che la loro realtà specifica è l’unica o è la Chiesa, ma la Chiesa siamo tutti noi, è molto di più! E quindi i nostri movimenti devono veramente cercare come vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano. E quindi il Vescovo è una figura di riferimento molto importante, e se un gruppo dice: “No, con quel Vescovo non siamo in comunione, ne vogliamo un altro”, non va bene. Dobbiamo cercare di vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano come anche a livello universale.

Fedeltà al carisma

Sotto questa luce possiamo meglio comprendere il senso della fedeltà al carisma fondativo, che costituisce un riferimento imprescindibile per il governo di una realtà ecclesiale. Ogni autentico carisma include già in sé la fedeltà e l’apertura alla Chiesa. Governare in modo fedele al carisma fondativo significa pertanto trovare in esso l’ispirazione per aprirsi al cammino che la Chiesa compie nel presente, senza appiattirsi sui modelli pur positivi del passato, ma lasciandosi provocare da realtà e sfide nuove, in dialogo con tutte le altre componenti del corpo ecclesiale.

Farsi dono

Carissimi, vi ringrazio per tutto quello che siete e che fate. Le associazioni di fedeli e i movimenti ecclesiali sono un dono inestimabile per la Chiesa. C’è una grande ricchezza fra voi, tante persone ben formate e tanti bravi evangelizzatori; tanti giovani e diverse vocazioni alla vita sacerdotale e matrimoniale. La varietà dei carismi, dei doni e dei metodi di apostolato sviluppati negli anni vi consente di essere presenti nei campi della cultura, dell’arte, del sociale, del lavoro, portando ovunque la luce del Vangelo. Custodite e, con la grazia di Dio, fate crescere tutti questi doni! La Chiesa vi sostiene e vi accompagna.

Vi benedico di cuore invocando per tutti voi l’intercessione della Vergine Maria, Madre della Chiesa. Grazie.

www.vatican.va


 

giovedì 21 maggio 2026

TORNARONO A GERUSALEMME

 


 ...con grande gioia


Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa

Una riflessione spirituale e una testimonianza unica dal valore eccezionale sulla vita e la situazione dei cristiani in Medioriente da parte di una delle personalità più note oggi a livello mondiale.

Riflessione di notevole rilevanza sui cristiani nel Medioriente di oggi, segnato da conflitti, guerre e continue tensioni.

In queste pagine, che uniscono acume nel discernimento, una significativa competenza biblica e una spiritualità di inequivocabile profondità, l'autore indica anche una proposta concreta per i cristiani di ogni tempo e luogo.

Prendendo spunto dal libro dell'Apocalisse, il patriarca di Gerusalemme argomenta perché, anche di fronte al male subito, il cristiano non si deve chiudere in sé stesso, bensì restare aperto all'incontro con l'altro.

Pagine quanto mai attuali per ogni credente, così come eloquenti per ogni lettore.

Dettagli

Autore: Pierbattista Pizzaballa

Editore: Libreria Editrice Vaticana

Anno edizione: 2026

In commercio dal: 11 maggio 2026

Pagine: 112 p., Brossura

EAN: 9788826610948

 

mercoledì 20 maggio 2026

IL BOTTONE




 Ci ricordiamo di avere la coscienza quando (ri-)morde, perché il male fatto brucia fino a che non lo ripariamo.




-di Alessandro D’Avenia

Se tu potessi, soltanto attraverso un desiderio, uccidere un uomo in Cina ed ereditare la sua fortuna in Europa, con la certezza che non se ne saprebbe mai nulla, daresti seguito a questo desiderio?».

Così scriveva nel 1802 François-René de Chateaubriand nel «Genio del cristianesimo» chiedendosi se la capacità umana di discernere il bene e il male, la coscienza, sia innata e universale, o una serie di convenzioni e paure. Nel 1880 lo scrittore portoghese Eça de Queirós. ispirato da quel passo, scrisse «Il Mandarino», un racconto in cui a un semplice impiegato di nome Teodoro compare una misteriosa figura che gli promette immense ricchezze se deciderà di azionare un campanello: erediterà l'immenso patrimonio di un vecchio e malato cinese che morirà all'istante. Il protagonista, desideroso di cambiare la sua modesta vita, aziona il campanello, diventa ricchissimo ma non ha più pace: il pensiero del morto, anche se non sa chi sia, comincia a perseguitarlo. La coscienza rimorde. Se vogliamo sapere come finisce il racconto è perché abbiamo una coscienza: ci sarà giustizia? Leggiamo i gialli perché vogliamo giustizia, come mostra l'interesse per i pervasivi casi di cronaca che, sotto il “torbido” superficiale strato di curiosità da serie tv a basso costo, celano il nostro desiderio profondo di “pura” verità, perché non c'è giustizia senza verità. 

Ci ricordiamo di avere la coscienza quando (ri-)morde, perché il male fatto brucia fino a che non lo ripariamo. Infatti, nel racconto di Queirós il protagonista per trovare pace si mette in viaggio verso la Cina per cercare i parenti del morto, chiedere perdono e restituire ciò che può. Confessare è il primo passo per la pace, senza «la presa» (metafora perfetta) di coscienza che sono io responsabile del male fatto non ci può essere pace, infatti anche se proviamo ad auto-ingannarci e auto-giustificarci, il male continua a (ri-)mordere. Il secondo passo è riparare, perché il male non fa male solo a noi ma a tutto il creato a cui siamo inestricabilmente connessi (l'entaglement quantistico riguarda la fisica quanto l'etica). Confessare è appropriarsi del male (pentimento) e poi ripararlo (pena). Il senso di colpa smette di mordere solo quando diventa senso di responsabilità: se confesso un furto devo poi restituire il maltolto. Il male frammenta la psiche, apre un tribunale interiore in cui siamo contemporaneamente accusato, avvocato, accusa e giudice. Lo sapeva Dostoevskij che diede al protagonista di Delitto e castigo il nome Raskol'nikov, che significa «tagliato», «diviso», «separato», in sé e dal mondo, proprio perché, sebbene ideologicamente convinto che uccidere una vecchia usuraia e appropriarsi del suo denaro sia giusto, poi però non ha pace, e precipita in una progressiva dis-integrazione.  

Il peggior castigo di un delitto è averlo commesso. A volte cerchiamo chissà dove i motivi della nostra infelicità e di quella che procuriamo agli altri, e sono nella mancata presa di coscienza del male fatto, perché ogni male non riconosciuto e non riparato divide la psiche: per non sentirla confiniamo la parte di noi che sa di aver fatto il male in un angolo, da dove non smette di (ri-)mordere. Confessare e riparare re-integrano la parte separata o segregata. Si crede di poter sopportare questa frattura, ma una frattura non curata prima o poi va in cancrena, e a marcire qui è la psiche. Tanti disturbi psichici sono fratture morali mai curate. Chi confessa invece si appropria del male commesso, lo fa suo, e sente poi il bisogno di porre riparo (la fase riparativa è quella spesso carente nel nostro sistema penale). Il sacramento della confessione (o meglio «riconciliazione» perché in «confessione» manca un pezzo del processo), oggi spesso sostituita dalla psicanalisi, protegge la psiche dalla disintegrazione: non sono il male che ho fatto, ma ho fatto del male, e il male per guarire non richiede alibi ma serietà e riparazione, in e fuori di me.  

Dal male guarisco se lo faccio mio, lo affronto come male e lo riparo (anche il sacramento cattolico non è valido se non c'è pentimento e riparazione). Nel 1970 lo scrittore di fantascienza americano Richard Matheson (suo «Duel», da cui il film d'esordio di Spielberg, suo il romanzo «Io sono leggenda» da cui il film con Will Smith) pubblicò «Button, button», in cui riprendeva Chateaubriand e Queirós: una coppia newyorchese trova davanti alla porta una scatola di legno con un pulsante. Norma e Arthur pensano a una trovata pubblicitaria ma poco dopo bussa il rappresentante di una misteriosa organizzazione che darà loro cinquantamila dollari se premeranno il pulsante, però questo causerà la morte di uno sconosciuto. Matheson dice di essersi ispirato a una lezione di psicologia in cui era stato chiesto: «Se servisse a contribuire realmente alla pace nel mondo, sareste disposti a camminare nudi per le strade di New York?». È la domanda di Chateaubriand girata in positivo, ma lo scrittore di fantascienza torna al quesito iniziale, alzando la posta. Infatti Norma, quando il marito esce per andare al lavoro, preme il bottone. Poco dopo però riceve la notizia che Arthur è stato investito e le spetta l'indennizzo dell'assicurazione sulla vita del marito: cinquantamila dollari. La donna disperata telefona all'uomo della scatola: «“Aveva detto che non sarebbe morto qualcuno che conoscevo!”. “Mia cara signora - rispose lui - pensava davvero di conoscere suo marito?”». Il morto non è in Cina, ma accanto a me, sono io.  

 Quante volte schiacciamo il bottone perché ci fa comodo e non vediamo le conseguenze del male, ma è un'illusione, il male colpisce sempre, vicinissimo, innanzitutto noi, e quindi le nostre relazioni, perché chi è «diviso» dentro, «divide» anche fuori: quanta rabbia, invidia, bugie, offese dipendono dal male che (ri-)morde dentro e che scagliamo sugli altri pur di non vederlo in noi. 

L'inferno, sulla Terra, è questo. E i guai peggiori vengono da persone divise dentro che ricoprono cariche di responsabilità politica, sociale, economica... Oggi la tecnologia permette di cliccare continuamente “bottoni” sugli schermi, senza percepirne le conseguenze funeste (penso per esempio alla dipendenza da gioco che sta diventando una piaga anche tra i minori). Vedo ragazzi compiere gesti di cui non sentono la minima rilevanza morale, perché le conseguenze sembrano non esserci, come in un videogioco.  

La loro coscienza è «addormentata», ma la realtà prima o poi presenta il conto, come ai cinque minorenni in carcere per aver accoltellato senza motivo e reso paralitico il ventiduenne Davide Simone Cavallo, che ha scritto una lettera sorprendente (consiglio di leggerla ai ragazzi) in cui dice: «Le cose vanno così a causa di cinque ragazzini arrabbiati col mondo. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero... La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano. Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere amico. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi». 

La loro coscienza si risveglierà? La coscienza, se non l'avveleniamo, è un cane fedele che custodisce la vita perché la vita senza verità marcisce. La coscienza è la verità in noi, prima di noi, proprio come la vita è in noi, prima di noi. E senza verità non c'è giustizia, senza giustizia non c'è pace, anche se lungo è il cammino per raggiungerla come accade a Raskol'nikov in Delitto e castigo: «Qui comincia una nuova storia, la storia del graduale rinnovamento d’un uomo, la storia della sua graduale rigenerazione, del graduale passaggio da un mondo in un altro, della conoscenza di una nuova, finora assolutamente ignota realtà». Il male, se lo confessiamo, ci salva.

Corriere della Sera

 Immagine

I NOSTRI PUNTI CIECHI

 


 Talvolta non riusciamo a vedere

 i nostri limiti e vi restiamo impantanati. 

Ma c’è una buona notizia: 

insieme al Signore possiamo resistere.





di Mariapia Veladiano *

 

Ci sono dei punti ciechi nella nostra vita. La Bibbia lo ha scritto tante volte. Davide, che pure è un grande re, non vede il suo peccato. Ha circuito Betsabea, ha fatto morire suo marito Uria eppure si indigna, sinceramente a quanto possiamo leggere, quando il profeta Natan gli pone il caso di un uomo che si comporta come lui. Davide non vede se stesso. Proprio non si vede. In Matteo 7, Gesù mette in guardia dall’ipocrisia di chi osserva la pagliuzza nell’occhio di chi ha davanti e non vede la trave che oscura la sua vista. E ancora più drammatico è Giovanni 8, nel quale viene narrato l’episodio dell’adultera, dove questa cecità (collettiva, di un gruppo socialmente accreditato) sta portando alla morte di una donna. Cecità che uccide. E solo il brusco rovesciamento dello sguardo (un selfie dell’anima, potremmo dire) che Gesù regala con semplicità disarmante a scribi e farisei riesce a ripristinare la verità e a salvare la vita. E permette a tutti, da allora fino a noi oggi, di capire l’enormità che si sta commettendo. 

A volte ci sembra di vedere bene il mondo, ma invece non è così, crediamo di vederlo ma abbiamo la trave davanti. La paura? Il pregiudizio? Il buon nome? Quello che pensiamo essere il bene della Chiesa? Serve un percorso intimo, una volontà di sé, un voler davvero capire. Non c’è niente di più difficile del mettersi in discussione, soprattutto quando si è adulti. I ragazzi invece ci riescono. Chi ha abitato a lungo le aule ha visto quanto sia possibile cambiare, da giovani. Ragazzi e ragazze che arrivano già sfiduciati e disillusi riprendono fiducia in se stessi e si espandono, diventano curiosi del mondo e si spendono per cause che nemmeno «vedevano» prima. Ragazzi e ragazze che cambiano completamente il proprio pensiero rispetto ai ruoli famigliari e sociali. Un ragazzo di quarta liceo artistico, tornato da uno scambio culturale di quindici giorni in un Paese del Nord Europa, che in classe dice: «Nella famiglia che mi ospitava, padre madre e due bambini piccoli, la madre aveva un lavoro che la teneva fuori anche per qualche giorno, lui faceva tutto come una cosa nomale, cucinava, giocava con i bambini, li portava al nido, li faceva addormentare. Io ho capito che voglio essere così». Questo ragazzo si è visto nello specchio dell’altro, è cambiato. Forse aveva dei pregiudizi o forse no, forse semplicemente non aveva mai messo a fuoco il tema dei ruoli e avrebbe riprodotto in assoluta buona fede quello (unico) che conosceva. Ma ha scoperto una realtà nuova e questo lo ha trasformato profondamente. L’altro ci espande lo sguardo. Incontro folgorante. 

Il nostro spirito è conteso tra un trascorrere dei giorni rassicurante e conosciuto e invece un originario (cioè che è dentro di noi, nel punto più profondo del nostro essere persone) desiderio di un nuovo che ci orienti, sempre, ogni giorno, verso la vertiginosa possibilità di amare senza limiti. 

La nostra zona cieca non è (solo) rispetto al nostro universo morale ma è anche nei confronti di quel che ci circonda. Lo sguardo di un Dio che ci ama, tutti, che vede sempre il bene di noi e dell’altro, è per noi cristiani la buona notizia attraverso la quale guardare noi stessi e il mondo. A volte non sappiamo davvero che cosa fare, e allora scatta la nostra zona cieca. Rassicurante, come un recinto chiuso dentro il quale poter circoscrivere il bene e il male. 

La buona notizia è che tutti i recinti sono stati aperti e che al male possiamo, insieme al Signore, resistere.

«Messaggero di sant'Antonio»! 

*Mariapia Veladiano, scrittrice, laureata in filosofia e teologia, ha lavorato per più di trent’anni nella scuola, come insegnante e poi come preside. Collabora con la Repubblica e con la rivista Il Regno.

 

MAGNIFICA HUMANITAS









-di Fr James Martin. SJ


In primo luogo, l'IA è stata una preoccupazione del Santo Padre almeno dall'inizio del suo pontificato, menzionato più volte nel suo papato. E, solo pochi giorni fa, Papa Leone ha istituito una nuova commissione papale, che ponga diversi dicasteri, per affrontare questo tema; ne ha anche menzionato l'argomento nel suo recente discorso per la Giornata Mondiale della Comunicazione. Quindi l'argomento forse non è una sorpresa. La domanda sarà: Quali altri argomenti saranno inclusi: i diritti dei lavoratori? sindacati? il capitalismo più in generale?

In secondo luogo, essendo uno che ha studiato matematica, Papa Leone XIV ha una comprensione più ferma di quanto qualcuno possa immaginare di un Papa.

Terzo, che il Santo Padre presenti personalmente il documento il 25 maggio nell'Aula Paolo VI (dove si è convocato il Sinodo) è altamente insolito. A me (e non ho informazioni interne in merito, né ho letto il documento) può indicare il profondo interesse personale del Santo Padre per l'argomento, e il desiderio di far sì che i media "lo capiscano. " Papa Leone è un esperto comunicatore.

In quarto luogo, il Vaticano fornisce orientamenti su questo tema, sia formale che informale, a coloro che lavorano in questo campo da alcuni anni, e ha in orbita un numero sorprendente di esperti rispettati (teologici e tecnici). Non molto tempo fa, ad una riunione del Dicastero per la comunicazione, ne abbiamo sentito uno e sono rimasto sbalordito dalla vasta conoscenza (almeno a questo neofita).

Quinto, l'enciclica è stata firmata (e quindi sarà formalmente datata) nel 135° anniversario del "Rerum Novarum", l'enciclica rivoluzionaria di Papa Leone XIII sul lavoro, i diritti dei lavoratori, i sindacati e molte altre questioni sociali, che hanno messo le basi per il moderno movimento di giustizia sociale nella chiesa. Papa Leone XII è ampiamente visto come il padre della tradizione moderna dell'insegnamento sociale cattolico. Molti credevano che il cardinale Robert Francis Prevost avesse preso il nome di "Leo" alla sua elezione a Papa (la sua prima decisione dopo aver detto "sì" alla sua elezione) come un cenno a questo campione di giustizia sociale e diritti dei lavoratori.

Infine, come "Laudato Si", che riformula il tema del cambiamento climatico non semplicemente scientifico e sociale, ma spirituale, "Magnifica humanitas" può fare lo stesso per l'IA, aiutando la chiesa e il mondo a vedere questo tema urgente da un punto di vista spirituale e anche, come "Laudato Si" l'ha fatto, in modo sistematico.
E, come importante a parte, un'enciclica è uno dei più alti livelli di insegnamento ecclesiastico.
Tutto sommato, a qualsiasi misura, una nuova entusiasmante enciclica da leggere, studiare e pregare!