giovedì 12 febbraio 2026

UN CLIC ALLA VOLTA

 

Così i social stanno sabotando

 la democrazia, 

un clic alla volta


di Leonardo Becchetti

Il modo più efficace per catturare attenzione è far litigare le persone, così gli algoritmi premiano chi litiga. Per questo dobbiamo regolamentare e rendere trasparenti le formule delle piattaforme digitali

C’è una cosa che dobbiamo fare, se vogliamo salvare la democrazia. E dobbiamo farla subito: regolamentare e rendere trasparenti gli algoritmi delle piattaforme digitali. Le agorà digitali sono diventate un luogo centrale nell’interazione e dello scambio tra esseri umani. Da anni molti di noi sperimentano, quasi “a pelle”, che il terreno di gioco è truccato. Ma fino a oggi mancavano prove chiare. Il caso emblematico è Twitter, oggi X. Chi lo frequenta sa bene che un messaggio carico di rabbia, livore o attacco personale ottiene molto più seguito – like, commenti, repost – di una riflessione pacata che invita alla concordia e all’incontro tra le parti. Perché succede? La logica economica è semplice. I proprietari della piattaforma puntano al massimo profitto, che dipende dalla capacità di catturare l’attenzione. Più attenzione significa più tempo speso online, più contatti, maggiori entrate pubblicitarie. E il modo più efficace per catturare attenzione è far litigare le persone. È un vecchio trucco già visto nei talk show televisivi, dove lo scontro era messo in scena alla luce del sole. Negli algoritmi, invece, tutto è più subdolo. C’è qualcuno – o meglio qualcosa – che decide se il tuo post va in “prima pagina”, viene messo nel dimenticatoio o invece fatto leggere come primo post a chi già sappiamo reagirà con rabbia perché di idee opposte. E ci sono infinite strade per manipolare i consensi premiando chi semina zizzania, livore e conflitto.

Oggi sappiamo ancora meglio come questo esattamente accade. Il proprietario di X ha reso nota la formula che valuta i post in base alla loro capacità di generare engagement, cioè coinvolgimento. Apparentemente è un criterio neutro: si mostra ciò che “interessa”. Ma quando la metrica principale diventa la quantità di interazioni, i contenuti polarizzanti e aggressivi vengono premiati, perché generano reazioni più immediate e intense. Non è necessario che la piattaforma “voglia” esplicitamente più rabbia: è sufficiente che premi l’engagement, perché la rabbia è una delle forme più efficienti di cattura dell’attenzione. I modi in cui questo avvelena la democrazia sono almeno due. Primo: i violenti e gli arrabbiati prevalgono su chi vuole promuovere dialogo, riflessione e conciliazione. Secondo: le persone alla ricerca di consenso, progressivamente, si trasformano. Si accorgono che la rabbia “funziona” e finiscono per adottarla.

Un algoritmo che amplifica sistematicamente contenuti aggressivi e penalizza quelli dialogici entra in conflitto con principi costituzionali fondamentali. Richiama l’art. 21, perché la libertà di espressione non è solo “poter parlare”, ma anche poter partecipare a un dibattito pubblico non strutturalmente distorto da meccanismi opachi di visibilità. Interroga l’art. 3, perché crea una disuguaglianza di fatto nell’accesso alla sfera pubblica premiando chi urla e marginalizzando chi argomenta.

 Tocca l’art. 2, perché un ambiente progettato per incentivare ostilità e disprezzo erode solidarietà e legami sociali. Riguarda l’art. 1, perché la sovranità popolare richiede cittadini informati e un’opinione pubblica non manipolata. Infine chiama in causa l’art. 41, perché l’iniziativa economica privata non può svolgersi contro dignità umana e utilità sociale, fondando così un dovere pubblico di regolazione e trasparenza.

 I social sono uno strumento straordinario (lo Speaker’s Corner globale) e non dobbiamo gettare il bambino con l’acqua sporca. Ma l’epoca del Far west deve finire. Piattaforme più sane – dove la discussione non sia sistematicamente premiata quando diventa insulto e disprezzo – devono diventare la regola e non l’eccezione.

Qualcosa si muove. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha annunciato un pacchetto di misure che va nella direzione giusta: obbligo di trasparenza e pubblicazione degli algoritmi, responsabilità legale dei dirigenti, nuovi reati per la manipolazione algoritmica e l’amplificazione di contenuti illegali, sistemi di monitoraggio dell’odio e della polarizzazione, e un rafforzamento serio della verifica dell’età per proteggere i minori. E, aggiungiamo noi, identità di chi scrive e interventi severi di antitrust che eliminano le barriere all’entrata di quasi monopoli creando una concorrenza tra più piattaforme su basi eguali. Nel mondo occidentale i reiterati appelli al liberalismo, alla concorrenza e al mercato stranamente si fanno silenti quando i nodi da affrontare sono più importanti e su terreni delicati come questo. 

La trasparenza degli algoritmi e l’eventuale intervento in caso di incostituzionalità è fondamentale, beninteso, non per eliminare il confronto anche aspro ed accesso tra idee diverse nella nostra vita sociale. Il punto è che contrasto franco di idee, da una parte, e tentativi di trovare punti d’incontro e di promuovere armonia e concordia, dall’altra, devono poter gareggiare ad armi pari. Se al contrario l’algoritmo diventa una macchina che premia sistematicamente inimicizie, discordia, divisioni, fazioni, allora la politica e le istituzioni hanno il dovere di intervenire. 

Perché la democrazia non è solo voto: è relazione, fiducia, capacità di riconoscere l’altro come persona. E nessuna società può restare libera a lungo se l’arena pubblica viene progettata per renderci ogni giorno un po’ più arrabbiati.

www.avvenire.it

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ADDIO A DARIO ANTISERI

Addio a Dario Antiseri, viandante nella filosofia e nella vita 

Viandante 

nella 

filosofia 

e nella vita




È morto stanotte all'età di 86 anni nella sua abitazione di Cesi di Terni, dopo una lunga malattia

di Flavio Felice

 

Dario Antiseri è stato e sarà ricordato come un grande filosofo, uno studioso che ha interpretato la professione accademica, senza ritrarsi nella “torre eburnea”, irraggiungibile e incomprensibile ai più. Antiseri ha rappresentato nel migliore dei modi la figura del filosofo dei nostri tempi: tanto colto quanto disponibile a incontrare le istanze della contemporaneità, a discutere con tutti, a cominciare dai giovani studenti che incontrava in aula; ed è proprio su questo aspetto della sua vita di studioso che vorrei incentrare il mio ricordo.

Basta chiedere ad uno qualsiasi delle migliaia di studenti che hanno seguito i corsi di Antiseri, nelle diverse sedi accademiche dove ha insegnato, per rendersi immediatamente conto di quanto abbia donato, in termini di eredità culturale, a numerose generazioni di giovani.

Antiseri era nato a Foligno il 9 gennaio del 1940, si era laureato in filosofia nel 1963, presso l’Università di Perugia, e si era specializzato in diverse università europee in logica matematica, epistemologia e filosofia del linguaggio. Ha assunto la libera docenza nel 1968 e ha insegnato dapprima a La Sapienza di Roma e, in seguito, all’Università di Siena. Dal 1975 al 1986 è stato professore ordinario di Filosofia del linguaggio presso l’Università di Padova e dal 1986 al 2009 è stato ordinario di Metodologia delle scienze sociali presso la Luiss di Roma dove ha ricoperto la carica di preside della Facoltà di Scienze Politiche dal 1994 al 1998. Tra le tante onorificenze, vorrei ricordare la laurea honoris causa conferita nel 2002 dall’Università di Mosca, insieme all’amico e collega Giovanni Reale, con il quale ha scritto uno dei manuali di filosofia più studiati nelle scuole e nelle università di tutto il mondo.

Incontrare il prof. Antiseri significava iniziare un viaggio non solo nei suoi studi ma anche un po’ nella sua vita, perché davvero Antiseri ha dedicato la sua vita allo studio e ai suoi studenti. In breve, era come entrare in una galleria di autori e di problemi filosofici che non potevano lasciare indifferenti; si iniziava la discussione con alcune certezze e se ne usciva sicuramente cambiati, magari continuando a non essere d’accordo con lui, ma di certo diversi, più ricchi, perché con più dubbi e con più domande. Il metodo di lavoro di Antiseri era un metodo radicalmente critico, i problemi che studiava e sui quali ci interpellava, introducendoci in una interminabile galleria di autori, venivano strapazzati nel profondo, spremuti fino all’osso, al punto che le discussioni con Antiseri spesso assumevano i contorni della disputa più accesa per amore della ricerca della verità. 

Lo sanno tutti i suoi studenti e tutti i colleghi che hanno avuto la fortuna di dialogare con lui: Antiseri amava la discussione critica e la praticava in ogni momento, era un filosofo integrale, non amava compiacere l’interlocutore e non voleva essere compiaciuto, preferiva le domande alle risposte e non sopportava coloro che si vantano della loro verità, spacciandola per la “Verità”.

Gli studenti capivano subito di che pasta fosse fatto il loro professore e, al di là delle personali convinzioni politiche e religiose, morali ed esistenziali, coglievano immediatamente nelle sue parole e nei suoi occhi, che talvolta dicevano più delle sue stesse parole, i connotati di un uomo sincero che li avrebbe aiutati a crescere, a diventare adulti, donne e uomini liberi, capaci di praticare la virtù della critica, indisponibili all’adulazione e all’accettazione passiva delle idee e degli interessi altrui; ma Antiseri era anche un raffinato don Chisciotte e, in nome della giustizia, non tollerava gli intolleranti e i prepotenti, in politica come nell’accademia.

Questo metodo fa di Antiseri un alfiere della “società aperta”, di quella speciale interpretazione dei rapporti tra persone ed istituzioni che il filosofo ha contribuito a far conoscere in Italia, dopo averla appresa e studiata direttamente da Karl Popper. Proprio ad Antiseri, al suo amore per la libertà, per la scienza, per la mente critica, nonché alla sua caparbietà che si è spinta fino al contrasto con una parte significativa e dominante della scena filosofica e culturale italiana, dobbiamo la pubblicazione nel nostro paese di un caposaldo della cultura politica liberale come La società aperta e i suoi nemici di Popper, tradotta dallo stesso Antiseri e pubblicata per i tipi di Armando nel 1973.

Non era facile in quegli anni, dominati in gran parte da una cultura marxista intollerante, chiusa alle istanze provenienti dalla cultura liberale, introdurre la filosofia politica di un epistemologo come Popper, il quale presentava Platone, Hegel e Marx come i profeti della “società chiusa”, dunque, nemici dichiarati della “società aperta”; la caparbietà di Antiseri ha consentito a generazioni di giovani studenti di poter leggere un autore letteralmente messo al bando da una parte significativa della cultura dominante del nostro paese.

Con la diffusione dell’opera di Popper, sia come epistemologo sia come filosofo politico, ad Antiseri dobbiamo l’elaborazione della teoria unificata del metodo e la diffusione nel dibattito culturale italiano di autori come Friedrich von Hayek, Ludvig von Mises, Wilhelm Röpke e di tutta una schiera di economisti, politologi e filosofi riconducibile alla cosiddetta Scuola Austriaca e all’Economia sociale di mercato. Grazie ad Antiseri hanno fatto il loro ingresso sulla scena accademica gli americani Michael Novak, Leonard Liggio, Alejandro Chafuen e tantissimi altri intellettuali, la cui opera ha profondamente rinnovato la discussione filosofica e sociale nel nostro paese.

Infine, poche righe per dire chi è stato Antiseri per il sottoscritto. Dico soltanto che mi ha accolto come un vero maestro accoglie un aspirante discepolo, mi ha guidato nelle letture, mi ha fatto scoprire la grandezza teorica di Luigi Sturzo, mi ha spronato a scrivere, mi ha corretto incessantemente e non ha mai smesso di rispettare la mia autonomia di studioso. Antiseri mi ha introdotto nella sua splendida comunità di amici, una comunità non solo accademica ma soprattutto umana, fatta di persone di diversi orientamenti politici e religiosi, accomunate dalla sensibilità del maestro per la ricerca infinita della verità e per la cura di ciascuna persona.

Antiseri era anche un uomo di fede: amava sinceramente la Chiesa e nutriva una profonda passione per Cristo. Al termine del suo cammino terreno, credo lo si debba ricordare con le parole di San Paolo a Timoteo che lui spesso citava: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede».

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BAMBINI E PORNOGRAFIA

Pornografia, il pedagogista Zanniello: «Ecco pericoli ed effetti negativi sui bambini» 1 

Pornografia, il pedagogista Zanniello: 

«Ecco i pericoli 

ed effetti negativi sui bambini»


Quando si parla di effetti negativi della pornografia, il principio più corretto dovrebbe essere sempre quello di dare il giusto peso al ruolo di tutti i soggetti coinvolti: ragazzi, genitori, scuola, mezzi di comunicazione. Un pedagogista che ha approfondito il tema è Giuseppe Zanniello, professore ordinario di Didattica e Pedagogia all’Università di Palermo. A colloquio con Pro Vita & Famiglia, Zanniello ha posto in evidenza, in primo luogo, la responsabilità delle famiglie, le quali dovrebbero evitare di scaricare tale delicato compito sulla scuola.

 Professor Zanniello, le percentuali dei minori che fanno uso di pornografia online sono alte e preoccupanti. Possibile che le famiglie siano così assenti? Tendono a sottovalutare il problema o, piuttosto, lo ignorano totalmente?

«I genitori, generalmente, non percepiscono il problema. Controllare i propri figli è praticamente impossibile, perché a dodici anni, i bambini hanno già imparato a superare tutti i filtri. E gli effetti negativi della pornografia, dall’impotenza all’aggressività contro l’altro sesso, sono tanti, sia sul piano affettivo-relazionale, che intellettivo. Diversamente, se si vuole demandare tutto alla scuola, come suggerisce il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, i problemi aumentano perché devi fare i conti con persone molto diverse tra loro, con ragazzi dalla varia sensibilità.

Secondo studi pubblicati, tra gli altri, dal Corriere della Serail 30% dei bambini accede alla pornografia online, mentre in Italia lo fanno il 44% dei ragazzi e il 5% delle ragazze tra i 13 e i 17 anni. Una vera e propria droga da cui adulti e bambini dovrebbero disintossicarsi. Una droga da cui ci guadagna chi la mette in rete. È vero che l’accesso è libero ma la pubblicità paga in misura proporzionale ai clic per ogni video. Sono entrate economiche incredibili».

Qual è l’effetto negativo più evidente della pornografia sulla psiche di giovani?

«Quando ci esponiamo in modo continuativo a contenuti di questo genere, la prima cosa che emerge è una sorta di “densibilizzazione”, ossia una perdita di interesse verso altri piaceri. Poi si riduce la capacità di controllare i desideri. Viene il sospetto che questo possa essere anche un metodo per stordire i giovani e far fare loro quello che si vuole, mortificandone la capacità critica e di ragionamento. Queste immagini entrano nella mente, vengono imposte e loro si abituano. Secondo un altro studio, poi, il 16% degli studenti liceali consumava pornografia più di una volta a settimana e aveva sperimentato un calo del desiderio sessuale, contro lo zero per cento dei ragazzi che non ne facevano uso. Dobbiamo sviluppare nei giovani una capacità di scelta libera, trasmettendo loro informazioni libere e non fittizie sulle conseguenze di quell’abitudine, a breve e a lungo termine. I giovani non hanno esperienza ma anche i genitori stessi vanno informati su quali effetti porta nella testa, nel cuore, nelle relazioni personali, l’essere esposti per molti anni a questo tipo di immagini. In particolare, i maschi – che, com’è noto, fruiscono della pornografia molto più delle femmine – finiscono per vedere il corpo femminile solo come strumento di piacere. Da qui fenomeni come il sexting, ovvero la richiesta di immagini intime, che peraltro è un reato e ha provocato il suicidio di molte ragazze, coinvolte in questi casi. Qualche mese fa, all’Università di Palermo, abbiamo fatto un convegno con il capo della Polizia Postale in Sicilia, che mise in guardia gli studenti dal mettere in giro le proprie immagini, dicendo: “State attenti, potrebbero essere utilizzate per scopi pornografici”».

Per i genitori, invece, qual è la miglior forma di prevenzione?

«L’intento dev’essere quello di educare alla libertà e alla responsabilità già da piccoli. È importante controllare i cellulari. Troppo presto regalarli in terza elementare, quanto più tardi si mettono in mano ai bambini, meglio è. Gli stessi genitori, senza scandalizzarsi, devono far ragionare i figli: guarda, se tu fai uso di pornografia, ti si abbasserà il desiderio sessuale, sarai esposto a commettere violenze, a guardare la donna con occhio torbido. Una cosa è l’affetto, altra è il puro e semplice piacere sensibile. Il tema non riguarda solo sessualità ma anche l’affettività, che non può essere delegata all’insegnamento scolastico. Non si diventa automaticamente capaci di educare nel momento in cui si è genitori. Spesso un genitore si fida particolarmente di genitori più esperti di lui. Non è necessario fare trattati, bastano anche due pagine di informazioni molto precise e puntuali. Trovo molto chiari e comprensibili, in questo senso, articoli come quelli di Alessandro D’Avenia o i corsi a cura di Saverio Sgroi, che hanno aperto gli occhi a molti genitori. Sgroi dice ai genitori: vincete la paura, parlate di queste cose con i vostri figli. Mi chiedo, però, come mai non si sia mai parlato di alcuna proposta di legge per bloccare la diffusione della pornografia in rete. Invece di perdere tempo con i 33 casi annuali di persone che disturbano gli omosessuali, andiamo a vedere i milioni di giovani che, ogni anno finiscono avvelenati dalla droga della pornografia, che impedisce la crescita di vere relazioni umane, che non siano improntate a un piacere egoistico ma alla costruzione di un vero progetto di vita».

Abbiamo finora parlato dei minori. Quali sono, invece, le conseguenze più serie della pornografia tra gli adulti e, in particolare, tra i genitori?

«Ci sono padri, addirittura nonni, che fanno uso di pornografia. Abbiamo già messo in risalto quanto questa pratica crei dipendenza: ora, tra gli adulti, la maggiore disponibilità di denaro apre le porte alla pornografia a pagamento, alle chat e a un degrado morale che non finisce più. Qualche volta mi è capitato dal barbiere o dal meccanico di vedere affissi calendari erotici. Li ho sempre apostrofati ironicamente con frasi del tipo: “Che bella donna, è tua moglie (o tua figlia)?”. Bisogna anche un po’ scuotere le coscienze…».

Provitaefamiglia.it

 

mercoledì 11 febbraio 2026

LA SCOMPARSA DELLA SCRITTURA


 La Gen Z sta perdendo una competenza che l’umanità possiede da 5.500 anni: il 40% fatica ormai a padroneggiare la comunicazione

 

 

By Rosewood Mireya 

 

La generazione Z, cresciuta con lo smartphone in tasca e le notifiche sempre accese, comunica più di qualunque altra nella storia. Messaggi, vocali, emoji, video brevi. Eppure, dietro questa iper-connessione, emerge un dato che preoccupa ricercatori e docenti: una parte significativa di questi ragazzi sta perdendo una capacità millenaria, legata non solo alla scrittura, ma al modo stesso in cui il cervello costruisce e organizza il pensiero.

La generazione Z e la scrittura che scompare dalla mano

Da circa 5500 anni la scrittura accompagna l’uomo. Dalle tavolette di argilla alle lettere su carta, la mano ha tradotto in segni il pensiero, fissando memoria, leggi, storie. Oggi, però, qualcosa si è incrinato.

Uno studio dell’Università di Stavanger, in Norvegia, segnala un dato netto: circa il 40% dei giovani della Gen Z non padroneggia più la comunicazione attraverso la scrittura manuale in modo funzionale. Non si parla solo di calligrafia poco elegante, ma di difficoltà reali a usare carta e penna per esprimersi con chiarezza.

La scrittura a mano non è solo “bella grafia”: è un’abilità cognitiva complessa, legata a memoria, attenzione e comprensione profonda.

Nati tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2010, questi ragazzi hanno imparato a scrivere sulla tastiera quasi nello stesso momento in cui hanno imparato a scrivere sul quaderno. Per molti, il passaggio successivo è stato naturale: il quaderno è rimasto nello zaino, il telefono è diventato il vero taccuino quotidiano.

Dal taccuino al touchscreen: cosa cambia nel cervello

I ricercatori che studiano il rapporto tra scrittura e attività cerebrale descrivono differenze marcate tra il gesto di scrivere a mano e quello di digitare. Nel primo caso, il movimento è più lento, complesso, tridimensionale. Ogni lettera richiede una sequenza motoria precisa, che il cervello “impara” e lega a un suono, a un significato.

Nella digitazione, il gesto si fa uniforme: pressare tasti tutti uguali, a velocità elevata, con scarsa attenzione alla forma delle parole. Questo non rende i giovani meno intelligenti, ma modifica il modo in cui il loro cervello costruisce le frasi e le trattiene nella memoria.

  • Scrittura a mano: coinvolge motricità fine, coordinazione occhio-mano, pianificazione del discorso.
  • Digitazione: privilegia velocità, correzione rapida, frammentazione del testo.
  • Risultato: testi più brevi, meno strutturati, minore abitudine alla riflessione lenta.

Quando la mano rallenta, il pensiero ha il tempo di organizzarsi. Quando le dita corrono sulla tastiera, il rischio è che il contenuto resti superficiale.

Professori in allarme: “Arrivano in aula senza penna”

I segnali non arrivano solo dai laboratori universitari, ma anche dalle aule. Docenti di vari Paesi raccontano una scena che si ripete: studenti che entrano in classe con il laptop carico, il telefono in mano… e nessuna penna nell’astuccio.

La professoressa Nedret Kiliceri, citata dalla stampa turca, descrive un quadro molto riconoscibile anche per molti insegnanti italiani.

Secondo le sue osservazioni:

  • gli studenti evitano frasi lunghe, preferendo brevi enunciati isolati;
  • faticano a costruire paragrafi coerenti, con un filo logico interno;
  • la grafia, quando usata, risulta spesso disordinata e poco leggibile;
  • le regole di base del testo scritto (punteggiatura, struttura, gerarchia delle idee) sono poco assimilate.

Molti ragazzi sono anche influenzati dall’uso dei social: il modello è quello dei post brevi, delle storie effimere, dei messaggi che si cancellano da soli. Questo stile, portato sui quaderni – quando ci sono – produce testi spezzati, pieni di salti logici.

Quando la scrittura si perde, cambia anche il modo di pensare

La perdita di dimestichezza con la scrittura manuale non riguarda solo il gesto grafico. Tocca un livello più profondo: la capacità di organizzare il pensiero in una sequenza comprensibile per chi legge.

Scrivere a mano una lettera, un tema o anche solo una pagina di diario richiede di:

  • decidere cosa dire;
  • stabilire un ordine tra le idee;
  • scegliere il tono;
  • correggere mentre si scrive, senza cancellare tutto con un tasto.

Nel linguaggio digitale quotidiano, molti di questi passaggi saltano. Si scrive come si parla, si inviano frasi spezzate, si appoggia gran parte del significato a emoji, sticker, gif. È una comunicazione rapida, intuitiva, spesso efficace nel breve, ma che non abitua alla costruzione di discorsi complessi.

La scrittura lenta obbliga a fare ordine nella mente. La scrittura istantanea tende ad assecondare l’impulso del momento.

Come cambia la comunicazione globale della Gen Z

Il dato del 40% di giovani che non padroneggiano più la scrittura a mano non si traduce solo in verifiche scolastiche più difficili. Ridisegna il panorama della comunicazione nel suo complesso.

Tre conseguenze emergono con chiarezza:

  • Comunicazione più emotiva, meno argomentata: prevalgono reazioni istintive, commenti brevi, giudizi veloci, spesso senza spiegazione.
  • Minor pazienza per i testi lunghi: faticano a restare su un documento scritto per più di pochi minuti, a meno che non sia frammentato in blocchi brevi.
  • Difficoltà a passare dal messaggio orale al testo formale: email di lavoro, relazioni, lettere motivazionali risultano ostiche per chi è abituato alle chat.

Ciò non significa che la generazione Z comunichi “peggio” in assoluto. In molti campi, come il video e l’immagine, questi ragazzi hanno sviluppato una competenza altissima. Il nodo riguarda la varietà degli strumenti: se un mezzo si atrofizza, l’intero sistema comunicativo perde flessibilità.

Si può invertire la rotta? Il ruolo di scuola e famiglie

Docenti e ricercatori non propongono di tornare a un passato senza tecnologia. Il punto non è scegliere tra carta o schermo, ma evitare che uno dei due sparisca del tutto.

Alcuni possibili interventi, già sperimentati in vari Paesi:

  • reintrodurre momenti di scrittura a mano anche all’università, non solo alle elementari;
  • richiedere consegne miste: parte digitata, parte scritta a penna, soprattutto nelle materie umanistiche;
  • usare quaderni per prendere appunti, lasciando i dispositivi alle ricerche e agli approfondimenti;
  • valorizzare la grafia come competenza personale, non come semplice “bella scrittura”.

Non si tratta di nostalgia per il quaderno a righe, ma di preservare un allenamento mentale che la tastiera, da sola, non garantisce.

Parole chiave da capire: scrittura funzionale e competenze di base

Quando gli studi parlano di perdita della “padronanza della comunicazione scritta a mano”, fanno riferimento alla scrittura funzionale. Non è la calligrafia artistica, ma la capacità di usare carta e penna per compiti quotidiani:

  • compilare moduli e documenti;
  • prendere appunti leggibili in una riunione o in una lezione;
  • stilare liste, promemoria, schemi di lavoro;
  • redigere brevi testi chiari per altri lettori.

La perdita di questa abilità può avere effetti a catena: chi fatica a scrivere a mano spesso evita di farlo, si affida solo al telefono, rinuncia a tenere un’agenda fisica, si trova in difficoltà quando la tecnologia manca o non è consentita (concorsi, esami, prove scritte).

Uno scenario possibile: come potrebbe cambiare la scuola tra dieci anni

Immaginiamo una classe nel 2035. Tutti gli studenti hanno un dispositivo digitale fornito dall’istituto. I compiti si svolgono su piattaforme online, i libri sono in formato e-book, le verifiche si fanno su tastiera. Chi dovrà scrivere a penna? Probabilmente solo in contesti specifici, come certificazioni esterne o prove standardizzate che ancora richiedono moduli cartacei.

Se la tendenza attuale prosegue, molti giovani arriveranno a questi appuntamenti con un handicap concreto: mano lenta, grafia poco leggibile, fatica a tenere il ritmo del pensiero sul foglio. Non è un dettaglio estetico, ma una barriera pratica che può influire su voti, selezioni, accesso a corsi e professioni.

Qualche scuola, nel frattempo, potrebbe andare in direzione opposta: reintrodurre quaderni, penne e momenti di scrittura tranquilla come esercizio di concentrazione. Tra questi due modelli, si giocherà una partita che non riguarda solo la nostalgia per la carta, ma il tipo di mente che stiamo formando.

 

Area15

 

L'EROS E I RAGAZZI

 


L’eros “raccontato”

 ai ragazzi: 

così le relazioni

 ritrovano la poesia»

Sovraesposizione a contenuti porno e disinteresse all’educazione affettiva

 

La teologa e docente Zorzi: dall’attrazione alla “costruzione” di senso oltre lo schermo

-         di LUCIANO  MOIA

«Prima di parlare di affetti, di amore, di sessualità con i nostri ragazzi, ascoltiamoli. Probabilmente quello che noi vorremmo dire, non è per loro così interessante, probabilmente lo conoscono già, probabilmente la maniera che noi abbiamo scelto per dirlo, non è quella più efficace, quella più coinvolgente. Se non sappiamo quello che loro desiderano conoscere da noi, rischiamo di perderci in discorsi teorici che non toccano il cuore e fanno perdere tempo. E non possiamo permettercelo». Il suggerimento, alla vigilia della festa di San Valentino, arriva da una teologa come Selene Zorzi che, ormai da anni, lavora a stretto contatto con i ragazzi adolescenti. E si tratta di una condizione tutt’altro che abituale. Dopo anni di teologia militante, come docente di patrologia e di teologia spirituale in varie istituzioni ecclesiali – ora è all’Istituto superiore di scienze religiose di Verona - ha accettato anche di insegnare storia e filosofia in un liceo statale della città veneta. E ogni giorno sono innumerevoli gli spunti per approfondire con i suoi ragazzi il senso di temi come innamoramento, relazioni, genere, orientamento, libido. 

«Quando ho iniziato a parlare loro di Freud e delle sue teorie sullo sviluppo psicosessuale non riuscivo a finire una frase tante erano le domande che mi arrivavano, la curiosità di approfondire, di capire meglio. Non è difficile ottenere la loro attenzione quando ci si inoltra in argomenti coinvolgenti». Ma occorre farlo con attenzione, prudenza e rispetto perché – aggiunge la docente – le insidie sono tante. La prima difficoltà è quella di riuscire a staccarsi da certi appesantimenti che derivano da uno sguardo un po’ datato sulla sessualità come legata unicamente alla procreazione. «Sappiamo da tempo che non è così, ce l’aveva detto anche Platone – scherza la teologa – ma quando affrontiamo certi temi quel retaggio ritorna e rischia di rendere meno credibile le nostre proposte. La sessualità riguarda tutti gli aspetti della persona e va distinta dalla genitalità. Con la sessualità si costruiscono rapporti, si costruiscono affetti. Ed è con gli affetti che costruiamo la società, il mondo che sta intorno a noi».

La seconda attenzione investe direttamente l’antropologia cristiana, un grande arcipelago in cui spesso non è facile distinguere i fondamenti buoni, quelli che ci arrivano direttamente dal Vangelo, dalle sovrastrutture di un certo passato sessuofobico e giudicante. Qui, a parere di Selene Zorzi, andrebbe fatta una grande e coraggiosa opera di rinnovamento, affidandosi a persone davvero competenti. «Anche noi teologi, quando parliamo di affetti e di sesso, dobbiamo studiare e aprirci ai contributi di altri saperi. Quanto contano le neuroscienze sullo sviluppo di questioni decisive per i ragazzi, come l’identità di genere e l’orientamento sessuale? Quanto è decisivo conoscere ciò che ci dicono le ultime ricerche in ambito psicologico o pedagogico? Tantissimo, ma troppo spesso purtroppo vengono ignorate da chi è in prima linea per l’educazione dei ragazzi. Oggi, senza la capacità di integrare le conoscenze, non si va lontano. Anche nell’ambito ecclesiale sento ancora gente, per esempio, che prende le distanze dall’omosessualità perché “non è generativa”, come se il fine procreativo fosse l’unico obiettivo relazionale. E qui i ragazzi non ci seguono più, perché a loro il sesso come l’intendevamo noi, ai nostri tempi, non interessa più». 

Qui l’esperienza della teologa si intreccia, per esempio, con quella dello psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini che ormai da anni teorizza e motiva il crescente disinteresse degli adolescenti per tutto ciò che riguarda il mondo del sesso. Sembra incredibile, ma nella società pansessualista e permissiva in cui tutti siamo immersi, questa presa di distanza viene raccontata come l’ultima frontiera di un processo di evoluzione culturale quasi inevitabile, una deriva che produce rifiuto, indifferenza, disorientamento. Perché siamo arrivati qui? «Non è difficile comprenderlo. L’overdose del porno, a loro disposizione h24 sullo smartphone, ha finito per renderli disinteressati a qualsiasi percorso educativo sulla scoperta della sessualità. È inutile, insomma, raccontare loro il “come” perché hanno già scoperto tutto, accettiamo invece la sfida di spiegare il “perché”, il senso della relazione. Dobbiamo passare dall’attrazione alla costruzione. Parliamo loro di eros, energia esistenziale e spirituale che è esattamente il contrario del porno».

E qui l’antropologia cristiana, purificata e rafforzata dagli spunti più originali delle scienze umane, può davvero giocare un ruolo fondamentale, a patto – precisa la teologa - «che sia una proposta e non un’imposizione. Raccontiamola bene. La nostra sapienza, pensiamo al Cantico dei cantici, arriva da lontano. Non è l’unica, certamente, ma noi ci crediamo e abbiamo il dovere di riproporla nel modo più accattivate, anche accettando il rischio che i ragazzi non la considerino più così interessante. Ma, in questo caso, la colpa è nostra, perché vuol dire che non riusciamo più a motivare quello di cui siamo convinti. Così, tra l’altro, crolla il numero dei matrimoni ». Come ne usciamo? «Cambiando registro, prospettive, punti di vista, ma dobbiamo farlo in fretta. Vedo all’orizzonte il ritorno di certi modelli di machismo e di femminilità che mi fanno spavento. I maschi stanno perdendo i codici della relazione, parlano con il coltello non con la poesia. Le ragazze si rinchiudono nel privato, sull’importanza del successo scolastico come risposta alle aspettative concentrate su di loro».

Perché succede? La teologa punta il dito da una parte contro il clima sociale e politico che in tutto l’Occidente trasuda muscolarità e autoritarismo, dall’altra contro la confusione di un’esistenza sempre più online.

«Non sono più abituati a relazionarsi con una persona ma solo con uno schermo, dobbiamo pensare a nuove strategie per far tornare il gusto della relazione in presenza». Il contributo di Selene Zorzi è un piccolo corso di teologia e filosofia popolare nato all’interno del suo progetto Didaskaleion, idea sostenuta dall’editore Gabrielli per far tornare il gusto di dialogare con empatia che, spiega ancora l’esperta, è anche il fondamento della democrazia. «L’ho pensata per tutti, giovani, anziani, credenti e non.

 Partiamo il mese prossimo con il primo modulo, “Dire Dio”. Nessuna lezione frontale, ma solo confronto di esperienze. Una sfida giovane. Speriamo».

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UNITA' DEL SAPERE

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Unità del sapere 

e della persona

fra specializzazione

 e transdisciplinarità




Giuseppe Tanzella-Nitti

Pierpaolo dalle Masegne, Studenti all'Università di Bologna, Frammento dell'arca di Giovanni da Legnano, 1383, Bologna, Museo civico medievale.

“Unità del sapere” potrebbe sembrare espressione legata a epoche passate, qualcosa forse di auspicabile ma non più praticabile. È probabile che vengano alla mente personaggi dalla cultura enciclopedica, vissuti in epoca medievale o rinascimentale; oppure il pensiero vada a forme di sapere generalista, poco profonde, o comunque non più al passo con le specializzazioni dell’epoca contemporanea, soprattutto quelle indotte dal progresso scientifico e tecnologico.

In realtà l’espressione “unità del sapere” fa prima di tutto riferimento alla “unità della persona”. È giustificato pensare che, in ogni epoca, la persona umana desideri tenere insieme, in modo riflessivo e critico, le varie conoscenze di cui essa è soggetto, conoscenze che possono provenire, e di fatto provengono, da campi anche molto diversi fra loro: sapere scientifico, visione politica e sociale, riflessione filosofica ed esistenziale, pensiero etico e morale.

Ognuno di noi, poi, nutre interesse per autori diversi, siano essi scienziati o letterati, musicisti o poeti, senza che ciò sia visto in modo conflittuale. Sono queste varie fonti di sapere e questi interessi, nella vita di una persona, strati indipendenti e giustapposti, che hanno poco a che vedere l’uno con l’altro? O sono, piuttosto, conoscenze chiamate a dialogare fra loro e integrarsi, contribuendo a costituire ciò che tutti chiamiamo una “persona colta”?

A ben vedere, gli studi scolastici della media superiore, in particolare gli studi che si realizzano nei licei, hanno sullo sfondo, in modo implicito, l’idea che possedere una certa unità del sapere sia in fondo una strada percorribile. Si studiano materie diverse fra loro; al tempo stesso, però, sappiamo che esistono grandi idee comuni che le attraversano, epoche storiche che le accomunano, grandi autori che ne hanno esteso la portata, influendo in campi anche assai diversi da quello di partenza. Autori di idee innovative, talvolta anche rivoluzionarie.

L’umanesimo, il razionalismo, lo storicismo, l’idealismo, l’illuminismo o il romanticismo, solo per fare alcuni esempi, sono movimenti culturali che entrano in tutte le pieghe del sapere e le unificano con una certa visione della realtà e della vita. Anche gli ideali sociali e politici, le fedi e le religioni, rappresentano delle grandi spinte verso forme di unità intellettuale e culturale.

Ugualmente, in una formazione universitaria specializzata si parte sempre da una cultura di base, per dirigersi poi a saperi sempre più specifici; i curricula vi accederanno gradualmente, consentendo a ogni studente di porre la parte in rapporto con il tutto. La logica con cui diverse materie formano un medesimo curriculum in una scuola media superiore non è diversa dalla logica con cui diverse Facoltà sono presenti nello stesso Campus universitario.

Il loro “stare insieme” non dipende solo dalla conveniente unificazione della logistica e di alcuni servizi, ma risponde a una convinzione precisa, quella che la conoscenza umana progredisce attraverso il dialogo e il confronto fra le varie discipline. Esse sono chiamate a una fruttuosa, reciproca contaminazione, che diventa anche sana provocazione, quando ciascuna è disposta a farsi interrogare dalle altre. Il proprio oggetto di studio non è mai un ambito isolato dal monte, bensì una parte in relazione con il tutto, un aspetto della stessa realtà che è sotto gli occhi di tutti.

L’ideale “universitario” dovrebbe pertanto riflettere l’ideale di una persona colta. Essere persona colta non vuol dire rinunciare alla propria specializzazione, ma riconoscere e approfondire il significato e il valore che la propria materia ha all’interno del tutto. La persona colta è consapevole dello sviluppo storico della propria specialità di studio e di lavoro, conosce la storia delle idee che la attraversano, le opportunità di promozione umana che essa offre, le grandi domande filosofiche che essa suscita, senza trascurare la domanda sul senso ultimo delle cose, la domanda su Dio. Tutti i maggiori autori che hanno riflettuto sul senso del sapere universitario, W. von Humboldt, J.H. Newman, J. Ortega y Gasset, J. Maritain, K. Jaspers, R. Guardini, A. MacIntyre, hanno condiviso questa visione di cultura e di unità del sapere.

La storia ci ha consegnato vari tentativi filosofici di unificazione della realtà e quindi del sapere. Nel pensiero classico l'unità del sapere era costruita sostanzialmente sull'unità della “natura”, colta come un cosmos ordinato, dal quale tutto proviene e al quale tutto ritorna. I filosofi presocratici miravano all’unificazione sul piano fisico, cercata a partire da uno o più principi elementari, dai quali far derivare la pluralità degli esseri. Successivamente, si cercherà una unificazione di tipo razionale-concettuale, mediante principi matematici e geometrici e, con Platone, mediante un mondo di forme e di idee appartenenti alla sfera divina, con le quali poter costruire tutto ciò che esiste. Anche Aristotele ebbe a mente una certa unificazione del sapere, strutturando le diverse discipline secondo vari gradi di astrazione, con un modello gerarchico, la cui finalità era mantenere l'ordine e la coerenza logica del tutto.

Nel Medioevo cristiano si rilegge il concetto di natura alla luce della nozione di “creato”, recuperando l'impianto gerarchico in chiave teologica: tutto procede da Dio e a Dio tutto ritorna. Ne sono esempi Tommaso d’Aquino, Bonaventura da Bagnoregio, Dante Alighieri.

Il tentativo di unificazione del pensiero moderno, forgiatosi nelle prime forme dell’Enciclopedismo e dell’Illuminismo europeo, assunse diverse forme: in sede razionalista, mediante l'unificazione del metodo, prima con Cartesio e poi con Kant; in sede idealista, affidando allo Spirito (Hegel), alla Ragione (Kant) o alla Storia (VicoHegel) il compito di svelare il ruolo delle parti all'interno del tutto.

Il neopositivismo logico, con CarnapNeurath e Russell, ha cercato, senza successo, di unificare il sapere riducendo tutta la conoscenza a logica formale. Il pensiero ermeneutico del Novecento ha ritenuto che l'unica strada per riunire le scienze fosse quella dell'interpretazione, della decodificazione o anche della decostruzione, risalendo in modo sempre più fondativo alle origini di un asserto, alle intenzioni del soggetto, alle forme di conoscenza di una tradizione.

In realtà, l’unificazione del sapere più profonda ha un carattere sapienziale e punta a unificare le conoscenze nel soggettonon sull’oggetto o sul metodo. L’unificazione sull’oggetto potrebbe infatti limitarsi a scopi di efficienza pragmatica (discipline diverse studiano lo stesso oggetto per comprenderlo o controllarlo meglio), mentre l’unificazione del metodo (possibile al livello della logica e dei grandi principi filosofici) non darebbe ragione della legittima autonomia del metodo associato a ciascuna disciplina. L’unificazione del sapere sapienziale, invece, punta a formare lo spirito critico del soggetto, la sua capacità di giudizio prudente, la sua visione di insieme della realtà e della vita.

Si desidera conoscere di più ed essere persone colte per agire più responsabilmente, in modo profondo e non superficiale. Ciò che unifica, in fondo, sono le motivazioni, i fini. Un soggetto che si muove verso un ideale, persegue un fine e vuole conoscere la verità, unifica in sé il sapere in modo formidabile. Non è erroneo concludere che la più grande forza di unificazione è l’amore: amore alla sapienza, amore per conoscere la verità delle cose, amore al prossimo che si desidera servire con le proprie competenze.

Riveste una notevole importanza riconoscere la differenza fra unificazioni di carattere ideologico, che forzano la realtà all’interno di una idea a priori, alla luce della quale giudicare la conoscenza e la storia, e unificazioni che partono dalla realtà, a posteriori, lasciando che siano le cose a parlare e non solo le idee. Un dialogo fra i saperi illuminato dal realismo è disposto a riconoscere l’errore, ad accettare la critica e ad allargare la propria razionalità; un confronto svolto da una prospettiva ideologica impone la verità oppure la svuota, relativizzandola, non ascolta le ragioni dell’altro, non riconosce l’esistenza di una natura comune, normativa per tutti. Il realismo impiega l’analogia fra i saperi, l’ideologia li oppone fra loro ricorrendo alla dialettica. Il primo suggerisce uno sguardo umile e meravigliato sulla realtà, la seconda fa tutto rientrare entro una visione ideale, una Weltanschauung.

Il senso religioso e la fede cristiana entrano anch’essi nella logica dell’unità del sapere. Il credente dovrebbe aspirare a un’unità armonica fra fede e ragione, fra le conoscenze ricevute dalla Parola di Dio, accolte nella fede, e le conoscenze provenienti dalle altre forme di sapere: storia, scienze, filosofia. La visione teologica ereditata dal cristianesimo afferma che questo è possibile, perché il Logos creatore, per mezzo del quale e in vista del quale sono state create tutte le cose (cf. Gv 1,1-3; Col 1,15-20), è lo stesso Logos-verità presente in tutte le cose, è la verità che le scienze cercano studiando il reale e la filosofia indaga interrogandosi sulle grandi domande dell’esistenza. Questo Logos i cristiani credono essersi incarnato in Cristo, Verbo inviato dal Padre nel mondo per Amore, confessato come via, verità e vita (cf. Gv 14,6)

Il lavoro scolastico può trarre molteplici spunti da una riflessione sull’unità del sapere e diversi sono i temi che potrebbero animare interessanti gruppi di lavoro. Una pista da non trascurare è quella biografica. A partire dall’epoca moderna, e dunque in un clima culturale già progressivamente specializzato, si potrebbero accostare gli alunni a personaggi i quali, sebbene noti a scuola solo per la loro specifica disciplina, coltivarono nella vita ampi interessi. Si pensi, ad esempio, agli interessi filosofici e religiosi di uomini di scienza del Seicento e del Settecento, come furono Blaise Pascal, Robert BoyleNicolò StenoneIsaac NewtonGottfried Leibniz. O anche, ormai nell’Ottocento, a figure come Augustin CauchyJames Clerk MaxwellPierre Duhem.

Individuare i loro molteplici interessi culturali e portarli alla luce potrebbe essere impresa non facile, perché spesso tacitati dalla storiografia tradizionale o non sufficientemente sviluppati nei libri di scuola, ove tali autori compaiono quasi esclusivamente associati alle scoperte realizzate o alle leggi formulate. Impegnare gli studenti in una ricerca personale finalizzata a ricostruire interessi, ambienti e competenze interdisciplinari di questi personaggi possiede uno straordinario valore didattico.

La ricerca di personaggi che incarnarono un serio desiderio di unificare le loro conoscenze sapendo cogliere i nessi fra le varie fonti di sapere potrebbe ancora dirigersi verso il passato, riconoscendo la grandiosa sintesi offerta da Dante Alighieri, o la ricchezza di pensiero di Alberto MagnoNicolò Cusano e Leonardo da Vinci, che furono insieme attenti uomini di scienza e profondi umanisti. O potrebbe anche guardare all’epoca contemporanea, incontrando autori come Pavel Florenskij, matematico, ingegnere, filosofo, mistico e sacerdote ortodosso, martire dello stalinismo alle Isole Solovki.

Gli insegnamenti di filosofia e di religione potrebbero infine mettere in luce il ruolo che, in tale visione di unità del sapere, e nella corrispondente capacità di saperla illustrare, ebbe la fede cristiana di non pochi di questi autori. Basterà dirigere lo sguardo ancora a Dante Alighieri per l’epoca medievale, e ad Antonio Rosmini o John Henry Newman nell’epoca moderna.

Organ Edducational


martedì 10 febbraio 2026

DA CRONOS A EPSTEIN


La guerra comincia 

sempre 

dai bambini


-di Alessandro D’avenia

 

Se il mondo oggi non ha pace è per via di bambini e minorenni. L'orrore dell'archivio Epstein è tutto qui: molti dei potenti che guidano il mondo, li usano e abusano. Non è una novità: purtroppo quella dell'infanzia è una storia millenaria di violenza, proprio perché il bambino è la categoria sociale più debole. Nel mondo antico i bambini erano oggetti, non individui. 

In greco per indicarli si usava il neutro, il genere delle cose inanimate: non avevano alcun diritto prima dell'età adulta, e chi non superava certi requisiti o riti di passaggio veniva abbandonato, reso schiavo o eliminato. 

In epoca romana il padre aveva potere di vita e morte sui bambini, l'infanticidio era normale e le bambine potevano essere date in sposa al primo mestruo. 

Basta rileggere Pollicino, Cappuccetto Rosso, Il pifferaio magico per vedere tra le righe una lunga storia di abbandoni, sacrifici, abusi, traffici, quel che resta dei cruenti miti antichi in cui Crono divora i figli, Agamennone sacrifica la figlia per vincere la guerra, Edipo viene abbandonato... Nella storia umana le civiltà che non proteggono i bambini prima o poi crollano per un motivo intrinseco alla socialità: non ci può essere pace in una comunità dove si fa del male al più debole. È lì la vera sfida del diritto nazionale e internazionale. Ho deciso di dedicare la mia vita professionale ai minorenni anche per questo. 

 In questo ambito, sono sempre rimasto colpito dalla inattualità di Gesù Cristo rispetto alla cultura del suo tempo. In un momento in cui i bambini erano oggetti, disse l'inaudito, come quando chiese ai discepoli: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso su chi fosse il più importante tra loro. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9). 

Quello che è stato ridotto a un invito sentimentale è una rivoluzione sociale, culturale e politica, proprio perché inserito in un discorso sul potere: dando al bambino una dignità divina e invitando ad accoglierlo secondo questa dignità, Cristo fonda una società nuova, a partire dal basso e non dall'alto come è sempre accaduto. Il bambino non è proprietà di nessuno perché è figlio di Dio, a chi lo educa è solo affidato: la creatura è come il creato, dato in custodia. Nel discorso di Cristo la parola per «servitore» è paidion, che significa sia «schiavo» sia «bambino», perché le due categorie, allora, coincidevano: erano proprietà di altri e in casa avevano gli stessi obblighi di servizio. Ai discepoli, che litigavano per le gerarchie di potere, viene proposto un regno la cui costituzione ha come articolo fondativo la difesa del più debole: nessuno sarà sottomesso o usato. 

Il bambino, la categoria sociale più indifesa, diventa criterio dei rapporti umani. All'inizio della bella serie tv The chosen, i primi ad accorgersi dell'originalità di Cristo sono infatti proprio dei bambini (non li maltratta, li prende sul serio), perché Cristo non fonda una religione ma un modo nuovo di vivere le relazioni: «Amatevi come io vi ho amato», cioè dando la vita, anche per l'ultimo. 

Si può quasi dire che l'essere cristiani si manifesta nell'essere difensori dei bambini. Io l'ho imparato dal vivo da padre Pino Puglisi, insegnante di religione nel mio liceo, che fu ucciso proprio perché difendeva i bambini di un quartiere di Palermo, che la mafia usava come esercito, per spaccio e prostituzione. Un fatto che a 17 anni mi ha ispirato a diventare insegnante, e che ho raccontato in Ciò che inferno non è. Ma perché Cristo pone l'accogliere il bambino alla base del potere? Perché chi abusa di un bambino è pronto a compiere qualsiasi altro male: superata quella soglia, tutto diventa possibile. E lo dice senza mezzi termini: «Chi scandalizza (chi ferisce fisicamente o psicologicamente, diremmo noi) uno di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse sprofondato nel fondo del mare» (Mc 9,42). La gigantesca macina non indica la punizione divina, ma descrive lo stato di oscurità in cui si trova chi usa o abusa, ferisce o uccide un bambino: ha dentro un abisso che inghiotte ogni cosa, il potere come sottomissione dell'altro. 

Non è un caso che l'olocausto cominci con un progetto di eliminazione di bambini: Aktion T4 (lo racconta in modo magistrale Marco Paolini in Ausmerzen). Nell'agosto del 1939, il Reich emanò un decreto per cui, privi di conseguenze penali, medici e ostetriche dovevano eliminare i bambini (tedeschi) sotto i tre anni con disabilità mentali o fisiche. Successivamente tutti i genitori di bambini con disabilità furono spinti a far curare i figli in cliniche pediatriche specializzate, che in realtà erano reparti di soppressione. All’inizio l’operazione colpì i più piccoli ma poi coinvolse ragazzi fino ai 17 anni. Morirono più di 10.000 bambini. Accettato e fatto questo, proprio da chi doveva proteggere e curare, tutto divenne possibile: fu l'anticamera della camera a gas. Cristo non era un sentimentale, ma uno che smascherava il potere: se si toccano i bambini inizia l'abisso. 

Le comunità cristiane, immerse nella civiltà greco-romana in cui abbandono o infanticidio erano normali e gli orfani diventavano schiavi, facevano tutt'altro e infatti crearono i primi brefotrofi e orfanotrofi. Le cose cambiarono anche nel diritto con Giustiniano, nel 529 d.C.: il bambino divenne persona giuridica, l'abbandono era considerato infanticidio e l'infanticidio come il parricidio. 

L'episodio evangelico che fondava il potere sul servizio a partire da un bambino, in cinque secoli divenne diritto, con la difesa della categoria sociale più debole. Una conquista non garantita una volta per tutte, perché ogni cultura deve decidere di nuovo su che basi costruire il potere. Non a caso le dichiarazioni dei diritti del fanciullo arrivano solo nel XX secolo, dopo gli abusi dell'era industriale: la volontà di potenza delle nazioni, che portò alle guerre mondiali, cominciò con lo sfruttamento del lavoro minorile. 

Oggi la questione è attuale in molti Paesi mediorientali e orientali, in Occidente riguarda più i diritti del nascituro, gli abusi in ambienti educativi, spesso proprio quelli religiosi, e ora gli effetti dei social sui minorenni. Da qui bisogna partire per una società diversa. 

Qualche anno fa ho contribuito alla ricerca fondi per un ospedale che doveva acquistare incubatrici per bambini prematuri; queste macchine innovative prevedono, tra le altre cose, la simulazione attraverso vibrazioni della voce materna necessaria alla sopravvivenza di piccoli sottoposti a uno stress mortale. Questo uso della tecnologia mi ha commosso e ancor più il reparto: dove si lotta così per i più deboli la vita non può essere sottomessa e diventare proprietà di altri. 

Questa è la base della pace. Non possiamo stupirci dello stato bellico del mondo, se molti dei potenti che lo guidano a vari livelli - presenti nell'archivio Epstein - abusano di bambini e minorenni. Se rimarranno impuniti, insieme a coloro per cui Epstein lavorava, continueranno a portarci nel loro abisso.

Alzogliocchiversoilcielo

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