sabato 30 maggio 2026

ADDIO EDGAR MORIN

 "Il mio percorso spirituale è un'avventura durata cento anni, in cui ho fatto della mia vita unaricerca soggettiva originarian di verità, una ricerca  fuori strada, e di questa ricerca fuori strada una ricerca di me stesso. 

E' morto a 104 anni Edgar Morin, filosofo, sociologo, antropologo e figura centrale della sinistra intellettuale francese contemporanea. Autore di oltre cento libri tradotti in una trentina di lingue, Morin è stato uno dei pensatori più noti al grande pubblico, anche per la sua insistenza sulla "pensée complexe", il "pensiero complesso", nozione ripresa e resa popolare anche dal presidente francese Emmanuel Macron.

"Fino ai suoi ultimi giorni, Edgar Morin è rimasto attento al mondo, agli altri e alle grandi sfide umane che hanno nutrito il suo pensiero", ha dichiarato la moglie Sabah Abouessalam Morin in una nota all'Afp. "Oggi il vuoto che lascia è immenso. Ma il suo coraggio, la sua fedeltà alle persone e alle idee, il suo rigore morale e la sua speranza continuano a guidarci", ha aggiunto.

La vita

Nato l'8 luglio 1921 a Parigi in una famiglia ebraica sefardita originaria di Salonicco, Edgar Nahoum, questo il suo nome di nascita, perse la madre all'età di dieci anni. Studiò alla Sorbona, dove conseguì lauree in storia e diritto. Dopo aver frequentato ambienti libertari favorevoli al campo repubblicano nella guerra civile spagnola, aderì al Partito comunista francese nel 1942. Durante la Resistenza assunse lo pseudonimo di Morin, che avrebbe poi mantenuto.

Fu escluso dal Pcf nel 1951 per le sue critiche alla linea staliniana della direzione. "Fu come un dolore d'infanzia, enorme e molto breve", avrebbe raccontato più tardi. La rottura con il comunismo arrivò poco dopo la pubblicazione del suo primo libro, L'An zéro de l'Allemagne, dedicato all'occupazione della Germania, alla quale aveva partecipato nell'esercito francese. Il distacco dal comunismo si legò a una più ampia postura critica, che avrebbe attraversato tutta la sua opera e che trovò una tappa importante in Autocritique, pubblicato nel 1959.

Entrato al Cnrs come sociologo, Morin si dedicò presto a temi allora innovativi: il cinema, la moda, la cultura di massa, il fenomeno delle star e le dinamiche della voce pubblica. In La Rumeur d'Orléans, del 1969, analizzò una vicenda che aveva colpito l'opinione pubblica francese, quella della falsa voce secondo cui responsabili di un grande magazzino avrebbero fatto sparire donne per alimentare un traffico di tratta.

Dopo alcuni anni, trascorsi in America latina, nel 1969 fu invitato all'Istituto Salk di San Diego, in California. Da quell'esperienza nacque Journal de Californie, nel quale studiò la regione come laboratorio della modernità. Negli anni successivi avviò la sua opera maggiore, La Méthode, una serie di sei volumi pubblicati tra il 1977 e il 2004: La Nature de la nature, La Vie de la vie, La Connaissance de la connaissance, Les Idées, L'Humanité de l'humanité ed Éthique.

La Méthode

Con La Méthode, Morin cercò di confrontare e collegare i metodi delle scienze umane con quelli delle scienze biologiche, promuovendo una visione transdisciplinare del sapere. Partecipò anche, insieme ai biologi Jacques Monod e François Jacob, alla creazione del Centro internazionale di studi di biologia e antropologia fondamentale all'abbazia di Royaumont.

"Quando un sapere frammentario e disperso ci rende sempre più ciechi davanti ai nostri problemi fondamentali, l'intelligenza della complessità diventa un bisogno vitale per le nostre persone, le nostre culture, le nostre società", scriveva in occasione di un colloquio organizzato dall'Associazione per il pensiero complesso, fondata da lui nei primi anni Duemila. Per Morin, la complessità, dal latino complexus, "ciò che è tessuto insieme", era il tratto stesso della realtà, irriducibile a un unico schema di spiegazione.

Morin si definì sempre agnostico, o anche "incredulo radicale". Nessuna concezione del mondo, sosteneva, può considerarsi depositaria della Verità, e le rappresentazioni filosofiche e religiose devono poter coesistere in un insieme multicivilizzazionale.

Una "politica di civiltà", la formula ripresa da Macron

Nel 2007, con L'An 1 de l'ère écologique: la terre dépend de l'homme qui dépend de la terre, Morin avviò un dialogo con Nicolas Hulot sulla necessità di promuovere una "politica di civiltà", orientata a rimettere l'uomo al centro della politica e a privilegiare il "vivere bene" rispetto al semplice benessere.

La formula ebbe ampia fortuna mediatica e fu ripresa per un periodo dal governo di Nicolas Sarkozy, da cui Morin prese poi le distanze.
Negli anni Duemila dedicò numerosi libri ai grandi temi dell'attualità: educazione, ambiente, politica internazionale. Pubblicò anche volumi di dialogo con personalità molto diverse, tra cui Boris Cyrulnik, Jean Baudrillard, Stéphane Hessel, François Hollande e Tariq Ramadan. 

"Israel-Palestine: le cancer", la polemica per l'articolo su Le Monde

Nel giugno 2002 suscitò una vasta polemica firmando con Danièle Sallenave un articolo su Le Monde intitolato "Israel-Palestine: le cancer", nel quale denunciava la politica israeliana verso i palestinesi. L'articolo gli valse un procedimento promosso da associazioni come France Israel e Avocats sans frontières. Alcuni critici gli rimproverarono anche di sottovalutare la rinascita dell'antisemitismo in Francia e di coltivare una visione multiculturale giudicata troppo idealizzata.

Rai News


 

ITALIA ED EUROPA

 

Meloni chiede un deciso «cambio di passo», da parte dell’Unione Europea, nel senso di una maggiore applicazione del principio di sussidiarietà



-di Giuseppe Savagnone

Giorgia Meloni critica l’Europa

Davanti all’assemblea degli industriali italiani, che l’ha calorosamente applaudita, Giorgia Meloni ha rivendicato i risultati ottenuti in campo economico in questi tre anni di governo, annunciando la sua ferma decisione di continuare su una strada che a suo avviso si è rivelata estremamente fruttuosa, e ha indicato quali sono gli ostacoli che ancora si frappongono al compimento dell’«ultimo miglio» della missione.

In linea con lo slogan “rendere di nuovo grande l’Italia”, che ha ispirato tutto il suo premierato, la presidente del Consiglio ha sottolineato che il nostro Paese non è più ormai «l’anello debole d’Europa»: «Siamo una nazione credibile e autorevole», ha dichiarato, evidenziando la crescita della competitività del sistema produttivo nazionale.

La premier ha anche annunciato la volontà del governo di aprire «un cantiere comune per una riforma globale e radicale della burocrazia», sottolineando che «la semplificazione e la sburocratizzazione devono essere il nostro mantra». E ha promesso che – di fronte alle sfide nel campo energetico provenienti dall’attuale situazione internazionale – la maggioranza varerà entro l’estate una legge delega sul nucleare.

Una soddisfazione e una fierezza che Giorgia Meloni ha manifestato anche aprendo con un videomessaggio la due giorni del Forum «L’Italia del Pnrr», promosso dal ministero per gli Affari europei. Quella del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), ha detto la premier, per alcuni sembrava «una sfida impossibile da vincere» ma l’Italia «è stata all’altezza del compito». I dati parlano di 166 miliardi di euro ricevuti dall’Europa, 416 traguardi raggiunti, 660mila progetti finanziati. E anche la Commissione europea ha dato atto di questo impegno.

Proprio all’Europa, però, la presidente del Consiglio, nel suo discorso alla Confindustria, ha rivolto una pesante critica. L’Ue, ha denunciato senza mezzi termini la premier, è «un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato competitività, crescita, visione strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici, contribuendo a spingere il continente verso un progressivo declino economico e geopolitico».

Perciò Meloni chiede un deciso «cambio di passo», da parte dell’Unione Europea, nel senso di una maggiore applicazione del principio di sussidiarietà: «L’Europa si occupi di quello che gli Stati non possono fare da soli e non di quello che gli Stati fanno meglio da soli». Più in generale, «l’Europa deve fare meno e farlo meglio».

Sullo sfondo, la quotidiana insistenza del governo italiano alle autorità di Bruxelles perché consentano all’Italia di derogare ai limiti del patto di stabilità – come già previsto per le spese militari – anche per gli interventi resisi necessari, dopo lo scoppio della guerra con l’Iran, allo scopo di fronteggiare la crisi energetica. Risolvendo questo problema – creato dai burocrati di Bruxelles, non dal governo – l’Italia sarà in grado di affrontare anche questo difficile momento.

Una lettura alternativa

Davanti a questo quadro rassicurante è stata una doccia fredda – a soli due giorni di distanza – il titolo di prima pagina de «La Stampa», un quotidiano non certo estremista: «Aiuti ai giovani, l’ultimo flop» e nel sommario sotto il titolo, «Sprecato il Pnrr: l’Italia ha speso meno degli altri paesi e resta penultima nel tasso di occupazione [si spiega poi nell’articolo che il riferimento è alla disoccupazione dei giovani tra i 20 e i 29 anni]. Nell’occhiello, poi, la critica dell’Ue alla politica economica italiana: «Dovevate investire sulle rinnovabili».

Come stanno veramente le cose? Possono essere utili le riflessioni di due economisti, noti per la loro competenza ed estranei a schieramenti di partito, come Carlo Cottarelli e Tito Boeri, pubblicate su due quotidiani – il «Corriere della Sera» e «Repubblica» – che nel panorama della stampa italiana occupano, soprattutto il primo, una posizione abbastanza moderata.

Il punto di riferimento è, ancora una volta, il discorso di Giorgia Meloni all’assemblea di Confindustria. Nel suo articolo Cottarelli esordisce dicendo di avere apprezzato il riferimento all’«eccesso di burocrazia come male fondamentale della nostra economia». E spiega: «Da anni ripeto che la lenta crescita italiana è dovuta in primis all’inefficienza della nostra burocrazia (…). Sono quindi felice che Meloni abbia deciso di costituire un “cantiere” per riformare la burocrazia in partenariato con Confindustria».

Ma, continua l’autore, «detto questo, che c’entra l’Europa nei ritardi nel portare avanti queste riforme? Forse è colpa dell’Europa se finora quasi due terzi dei tempi di realizzazione di un programma di sviluppo edilizio sono dovuti ai tempi di attesa di permessi?  È colpa dell’Europa se il disegno di legge per portare il merito nella pubblica amministrazione langue in Parlamento? (…) È colpa dell’Europa se 4.000 progetti di rinnovabili sono bloccati dalla burocrazia?».

Cottarelli non si limita a denunciare i colpevoli ritardi della nostra burocrazia. La sua critica si allarga a tutta la politica economica del governo. «Se l’Italia non cresce», scrive, «è anche per altre cose che dovremmo fare noi, non l’Europa. Perché la pressione fiscale e la spesa pubblica sono vicino a massimi storici? Forse che l’Europa ci impedisce di fare una seria revisione della spesa che ci consenta di ridurre le tasse? Perché la legge delega sul nucleare è diventata una priorità solo nell’ultimo anno prima delle elezioni? Ce lo ha impedito l’Europa? Perché non abbiamo un piano decennale di immigrazione regolare? (…) Perché, se proprio dobbiamo sostenere chi è colpito dal caro energia, vogliamo farlo in deficit e non trovando le risorse tra i più di mille miliardi di spesa pubblica?».

Questo non significa che non ci siano anche delle responsabilità dell’Europa: «Certo, alcune direttive europee penalizzano troppo le nostre imprese (…). Ma qui non si tratta di “burocrazia”, ma di scelte politiche prese a maggioranza dai Paesi Ue. E fra l’altro il governo italiano ha votato a favore di alcune di queste scelte» (tra cui proprio quella del patto di stabilità).

Cottarelli conclude facendo notare che «è facile fare dell’Europa un conveniente parafulmine», ma che «soffiando sul fuoco dell’anti-europeismo», si rischia di favorire nell’opinione pubblica l’idea che senza Europa staremmo meglio e che sarebbe preferibile uscirne, come ha fatto l’Inghilterra. «È questa davvero la strada che le nostre imprese e i nostri politici vogliono percorrere?».

Si concentra sul tema della riforma della burocrazia l’articolo di Tito Boeri su «Repubblica». «La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel suo intervento all’assemblea di Confindustria ha annunciato l’imminente apertura di un tavolo sulla riforma della burocrazia. Peccato che di tavoli di riforma finiti nel nulla sia costellata la storia della burocrazia italiana. E il suo governo non fa certo eccezione». E ricorda «il tavolo tecnico sulle pensioni proclamato con enfasi dalla ministra Calderone nel 2023», «il tavolo per la riforma dell’istruzione tecnica», «il tavolo sulla riforma del catasto», «gli innumerevoli tavoli sulla riforma fiscale», l’ultimo nel 2023, tutti finiti nel nulla.

Ma, tornando al tavolo per la riforma della burocrazia, che esso sia annunciato dal governo dopo tre anni di funzionamento del Pnrr è, secondo Boeri, un autogol. Infatti, «la riforma del pubblico impiego era una delle riforme considerate “permissive”, fondamentali, per l’attuazione del Pnrr, in quanto la realizzazione degli investimenti è strettamente collegata alla capacità gestionale del personale della Pubblica amministrazione» ed era perciò la prima da fare. E ora, «la scelta di aprire un tavolo sulla prima riforma prevista dal Pnrr è la confessione di non aver fatto nulla».

Ma questa mancata riforma, secondo Boeri, non è stata casuale. Essa ha consentito al governo Meloni di mettere ben 1.800 dirigenti «ai vertici del servizio pubblico (…), spesso modificando all’ultimo momento le procedure per potere agire con piena discrezionalità», privilegiando l’appartenenza politica rispetto alla competenza. Infatti, «c’è un solo merito che guida queste scelte, il merito di partito».

Insomma, sono mancate le riforme e non è stata certo l’Europa ad impedire al governo di farle.

Alcuni dati significativi

A queste osservazioni bisogna aggiungere alcuni dati che possono contribuire a ridimensionare la denuncia della nostra premier delle responsabilità dell’Europa. Il primo è che i 166 miliardi di euro del Pnrr sono un generosissimo prestito offertoci proprio dall’Ue, per sostenere la nostra ripresa economica, quando l’Italia aveva un altro governo, guidato da Mario Draghi, anche per la stima e il prestigio di cui il premier godeva a livello internazionale. Un buon motivo, da un lato, per essere grati, prima che polemici, verso questa criticabilissima Europa, dall’altro per chiedersi se sia così sicuro che solo con l’attuale governo l’Italia sia diventata finalmente «una nazione credibile e autorevole».

Un secondo dato importante, che non emerge nel discorso della nostra presidente del Consiglio, è che, come sottolinea Cottarelli, nella resistenza europea a derogare al patto di stabilità la burocrazia non c’entra, perché si tratta di una misura politica ragionevole, presa di comune accordo e che la stessa Meloni aveva valutato positivamente e appoggiato.

Si tratta, infatti, di un insieme di regole che mira a controllare il debito pubblico dei paesi membri dell’Ue, intendendo con debito pubblico l’ammontare complessivo dei prestiti che lo Stato ha contratto per finanziare i propri deficit accumulati nel tempo.

Naturalmente il debito pubblico dev’essere visto in relazione al Pil (Prodotto interno lordo) di una nazione. Ed è proprio questo rapporto che rende problematica la situazione dell’Italia. Le ultime previsioni dicono infatti che la crescita del Pil italiano nel 2026 sarà solo dello 0,5%. Il nostro Paese è così il fanalino di coda tra i paesi dell’Ocse, restando dietro non solo alla Spagna – che col suo 2% avrà un incremento di quattro volte superiore al nostro –, ma anche al Regno Unito (1,2%) e a Germania e Francia (1%). Malgrado la grande occasione costituita dagli ingenti fondi del Pnrr, manca la crescita. Ritornano in mente le parole di Cottarelli e Boeri: senza riforme, niente sviluppo.

Questo rende ancora più grave il fatto che il debito pubblico dell’Italia abbia raggiunto quest’anno un nuovo massimo storico: 3.140 miliardi di euro. Il nostro Paese si appresta a superare la Grecia nel rapporto tra debito pubblico e Pil, attestandosi sul 138,6%.

Si capisce la resistenza dell’Europa (già creditrice di una parte dei soldi del Pnrr) a consentire un ulteriore indebitamento. L’Italia in questi tre anni ha dimostrato di non riuscire a utilizzare i soldi per realizzare quei cambiamenti strutturali che consentirebbero un vero sviluppo.

La disponibilità di nuove risorse potrà essere utile al governo a un anno dalle elezioni, ma alla distanza aggraverà il peso che gli italiani – innanzi tutto le nuove generazioni – si troveranno a ereditare da una politica più capace di spendere che di fare riforme. È questo che il nostro Stato, a quanto pare, «sa fare meglio da solo». E che «l’ultimo miglio» sia visto dalla nostra premier in linea con questa logica non è una buona notizia per noi.  

www.tuttavia.eu

 

L'ARTE CI SALVERA'

 Il genio creativo come resistenza all’algoritmo. L’arte ci salverà


CREATIVITA'

ALGORITMO


di Antonio Spadaro

Dove l'IA ottimizza, accelera e replica, l’uomo si espone 

al rischio, alla lentezza, all’errore, alla trasformazione. 

È dall’attraversamento del limite che nasce la nostra capacità 

di dire qualcosa di profetico sulla realtà attraverso la musica, 

la pittura, persino il cinema

/Foto Icp

La Magnifica humanitas non è un trattato di estetica: è un documento di dottrina sociale, firmato il 15 maggio 2026, che legge l’Intelligenza artificiale alla luce del Vangelo e la confronta con il paradigma tecnocratico del nostro tempo. Eppure, a chi la legga con attenzione, l’enciclica di Leone XIV rivela un filo rosso che attraversa l’intero tessuto del testo e ne illumina il centro: l’arte. Non come ornamento, non come parentesi colta tra un capitolo e l’altro, ma come il terreno su cui si gioca la distinzione decisiva tra ciò che la macchina può fare e ciò che soltanto l’umano sa essere. Dove l’IA calcola, l’essere umano crea; dove l’algoritmo ottimizza, la persona rischia, sbaglia, si espone. Leone XIV colloca l’arte al crocevia tra vulnerabilità e trascendenza, tra limite creaturale e apertura al mistero. È lì che vuole portarci.

La semplicità

La prima mossa è disarmante nella sua semplicità. Il Papa osserva che la velocità con cui oggi si ottengono contenuti, elaborazioni, assistenza concreta può «indebolire il giudizio personale e la creatività» (n. 100). Niente di apocalittico: una constatazione. La creatività non è un lusso né un talento riservato a pochi. È una facoltà umana, e come ogni facoltà si atrofizza quando non viene esercitata. Il rischio non sta nell’uso occasionale dello strumento — nessuno chiede di rinunciare alla calcolatrice per amore dell’aritmetica mentale — ma nel fatto che la facilità del risultato spegne il desiderio della ricerca. Platone lo sapeva già: nel Fedro avvertiva che ogni tecnologia capace di alleggerire la fatica può anche indebolire la facoltà che quella fatica allenava. Leone XIV raccoglie l’intuizione e la radicalizza con un’espressione che potrebbe sembrare anacronistica, quasi monastica, e che invece coglie nel segno con una precisione sorprendente: «Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA» (n. 140).

Digiunare dall’IA.

L’immagine è forte perché rovescia la narrativa dominante: non si tratta di stare al passo, di aggiornarsi, di imparare a usare meglio gli strumenti, ma di saper rinunciare al risultato facile per proteggere il lavoro interiore che rende possibile la creazione. L’artista lo sa per esperienza: il quadro nasce dalla resistenza del materiale, il verso dalla lotta con la lingua, la composizione musicale dal confronto con il silenzio. Eliminare la resistenza non significa liberare la creatività. Significa abolirla. E una civiltà che delega la produzione dei propri contenuti culturali a un sistema che — come il Papa stesso afferma — «non capisce ciò che produce» (n. 99) è una civiltà che sta rinunciando non a una funzione, ma a una dimensione del proprio essere.

Qui l’enciclica compie il suo affondo filosofico più radicale. Le intelligenze artificiali, scrive Leone XIV, «possono simulare empatia o comprensione, ma non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente» (n. 99). Il verbo è preciso: abitare. Abitare è essere dentro, essere coinvolti, essere esposti. L’IA non abita il linguaggio che usa: lo attraversa come un flusso di dati, non come un’esperienza di senso. Può generare un sonetto perfetto dal punto di vista metrico, ma non sa cosa significhi essere innamorati. Può comporre una sinfonia, ma non conosce il silenzio dopo l’ultimo accordo. Il suo apprendimento, precisa il Papa, «non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è un adattamento statistico che non implica una crescita interiore». La creazione artistica richiede esattamente questo: crescita interiore. Un cammino esistenziale che l’opera rende visibile. L’IA non lotta con nulla. Non conosce resistenza. E una creatività senza resistenza non è creatività: è produzione.

La creatività

Ma Leone XIV non si limita a difendere l’artista. Compie un’operazione più sorprendente: assimila lo sviluppatore di intelligenza artificiale all’autore di un’opera. Il codice è la sua creazione. «Ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità» (n. 111), esattamente come ogni scelta stilistica, ogni inquadratura, ogni nota. Il design algoritmico è un atto culturale, non solo tecnico. Il Papa usa un verbo rivelatore: coltivare. Le moderne intelligenze artificiali sono «più coltivate che costruite» (n. 98): gli sviluppatori creano un’architettura sulla quale il sistema cresce, come il contadino prepara il terreno ma non fabbrica il frutto. La responsabilità non diminuisce per questo: cresce, perché il risultato è meno prevedibile. La creatività non è più il privilegio dell’artista nel suo atelier: è il marchio dell’umano in ogni gesto costruttivo, dal dipinto all’algoritmo. E nessun gesto costruttivo può invocare la neutralità della tecnica.

Leone XIV chiama questa facoltà «intelligenza creativa» e la definisce un dono ordinato al bene comune (n. 129). La parola dono la sottrae al registro prometeico dell’autoaffermazione e la colloca in quello della grazia. Un algoritmo può generare un’immagine mai vista prima; un artista crea un’immagine che dice qualcosa di vero sull’umano. La differenza non sta nella novità del risultato, ma nella relazione tra chi crea e la comunità per cui crea. La creatività, nella visione dell’enciclica, è sempre relazionale: nasce dentro una trama di legami e a quella trama restituisce senso.

Il limite e la fioritura

Il passaggio forse più potente dell’intera enciclica, su questo terreno, è quello in cui Leone XIV affronta il limite come luogo di fioritura. Contro ogni tentazione transumanista, il Papa sostiene che «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (n. 122). Ed è qui che l’arte irrompe con tutta la sua forza: «La cultura e l’arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla, impedendo la normalizzazione del male». Leone XIV sceglie tre icone, tre opere che funzionano come altrettante sentinelle della coscienza: la Nona di Beethoven come desiderio di unità – un uomo sordo che compone un inno alla gioia universale, immagine stessa della creatività che nasce dal limite; Guernica come denuncia della disumanizzazione – Picasso che trasfigura il bombardamento in un grido capace di parlare a ogni generazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio. Musica, pittura, cinema. Tre linguaggi diversi, un’unica funzione. E l’aggettivo scelto dal Papa è decisivo: profetico. Non estetico, non decorativo, non consolatorio. L’arte parla prima, vede prima, sa prima. E può farlo perché chi crea ha un corpo esposto, una storia attraversata, una ferita da cui sgorga la parola. La macchina non ha ferite.

L’evaporazione dell’arte

C’è un rischio, però, che il Papa individua con lucidità: non la scomparsa violenta dell’arte, ma la sua lenta evaporazione. L’intelligenza, se assolutizzata, «finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita» (n. 113). L’immagine scelta è quella dell’ecosistema: l’armonia si spezza quando una sola specie prolifera a scapito delle altre. L’IA è una specie cognitiva in crescita esponenziale. Senza contrappesi — e l’arte è uno di questi — rischia di colonizzare l’intero habitat mentale dell’umanità. Un quadro di Rothko non è riducibile a dati. Un quartetto di Beethoven non è una prestazione. Un verso di Leopardi non è un’informazione. Sono esperienze che eccedono ogni codifica, e in questo eccesso sta il loro valore. L’arte è il contrario della solitudine: un ponte tra coscienze, un gesto che chiede di essere accolto, interpretato, discusso, amato o rifiutato. La Magnifica humanitas mette in guardia da un mondo che dell’arte non sente più il bisogno.

L’enciclica si chiude con un dittico. Il primo pannello è una citazione di Tolkien, strappato a una lettura di parte politica: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, ma fare il possibile per la salvezza degli anni in cui viviamo». Il secondo pannello è il Magnificat di Maria. Richiamandolo Paolo VI, che definiva la Vergine «poetessa e profetessa della redenzione», Leone XIV indica nel cantico l’archetipo di ogni arte autentica: un gesto creativo che nasce dalla piccolezza, vede l’invisibile, impedisce la normalizzazione del male e annuncia un ordine nuovo dentro il disordine del presente. Il rovesciamento dei potenti operato dalla bellezza, non dalla violenza. Alla fine, ciò che salva l’umano non è il calcolo, ma il canto.

 Non l’ottimizzazione, ma la lode.

«Nessun sistema di calcolo genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene», scrive Leone XIV (n. 233). «Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato». L’arte abita esattamente in quello spazio: è il gesto di un cuore che si consegna, un volto che chiede di essere guardato. È questa la scintilla che la macchina non possiede.

Avvenire

 

venerdì 29 maggio 2026

GIOVANI. EMERGENZA SALUTE

 


La salute mentale

 dei giovani, 


emergenza 

che richiede 

risposte strutturali



La crisi di senso al centro dell’intervento del segretario di Stato al convegno su salute mentale, tecnologie digitali ed educazione in corso alla Casina Pio IV in Vaticano: "La società offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine"

-di Fausta Speranza - Città del Vaticano

Il legame profondo tra l’educazione che “si trova al crocevia di tensioni molteplici”; la “crisi di senso” di “una società che offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine”; la “responsabilità enorme” per “decisioni” e “politiche” che “avranno effetti che si protrarranno per generazioni”. È questo il cuore dell’intervento del segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, questa mattina al convegno internazionale “Mappe di speranza per un’agenda educativa regionale: salute mentale, tecnologie digitali ed educazione” in corso oggi e domani alla Casina Pio IV. L’incontro riunisce ministri e ministre dell’educazione dei Paesi iberoamericani, insieme con esperti, accademici e rappresentanti degli organismi internazionali, per riflettere sulle principali sfide educative contemporanee. Un incontro che il cardinale Parolin ha definito “di particolare rilevanza e attualità” ricordando “la consapevolezza, sempre più diffusa nella comunità internazionale, che l’educazione non è un capitolo tra i tanti dell’agenda politica, ma un pilastro dello sviluppo umano integrale, della convivenza pacifica e della giustizia sociale”.

Un futuro più umano

In particolare, in relazione allo spazio iberoamericano, il cardinale rileva che “i sistemi educativi della regione, pur avendo compiuto progressi significativi nei decenni scorsi in termini di accesso e copertura, si confrontano oggi con sfide qualitative, che richiedono risposte nuove: la formazione integrale della persona, lo sviluppo delle competenze socioemotive, la protezione dei più vulnerabili, l’integrazione responsabile delle tecnologie digitali”. Sono “sfide che non possono essere affrontate con interventi settoriali o frammentari, ma esigono una cooperazione strutturata, multidimensionale e sostenuta nel tempo”. E sono sfide che peraltro la Santa Sede segue da sempre nel mondo nella convinzione che “l’educazione sia una delle forme più alte della carità e uno degli strumenti più efficaci al servizio della dignità umana e del bene comune”. Da qui, l’appello del segretario di Stato a “tracciare percorsi concreti, realistici, condivisi, che conducano verso un futuro più giusto e più umano”.

Il Patto Educativo Globale

È chiaro il richiamo al Patto Educativo Globale che Papa Francesco ha lanciato nel 2019 affinché tutti gli uomini e le donne di buona volontà si unissero in “un’alleanza per l’educazione capace di generare fraternità, pace e giustizia”. La prospettiva è quella indicata dalla lettera apostolica Disegnare mappe di speranza firmata da Leone XIV il 27 ottobre scorso in occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis.  “In quel testo – sottolinea il cardinale Parolin - il Santo Padre ha ricordato che l’educazione non è un’attività accessoria, ma forma la trama stessa della missione della Chiesa nel mondo; ha invitato a costruire una ‘costellazione educativa globale’, nella quale ogni istituzione, ogni comunità, ogni soggetto educativo, come una stella nel firmamento, brilli della propria luce e, al tempo stesso, contribuisca a tracciare una rotta comune”.  Pertanto, Parolin chiarisce che sono tre “le nuove priorità che arricchiscono i percorsi del Patto Educativo Globale: la cura della vita interiore, il digitale umano e l’educazione alla pace”. Precisamente le questioni alle quali è dedicato l’incontro. 

L'emergenza dei giovani

Il tema della salute mentale merita un’attenzione particolare, ribadisce Parolin, affermando che “i dati sono eloquenti e, per molti versi, allarmanti” e che “in molti contesti questi disturbi rimangono senza diagnosi e senza trattamento adeguato, soprattutto là dove le condizioni di vulnerabilità socioeconomica sono più acute”. Al centro del problema ci sono i giovani con l’incremento di livelli di ansia, depressione e sofferenza psicologica del post-pandemia.

Di fronte alla tentazione di “ridurre il problema a una questione clinica, delegandolo esclusivamente al sistema sanitario”, il cardinale Parolin ricorda che la “Chiesa ha sempre insegnato che la persona umana è un’entità inscindibile di corpo, mente e spirito” per poi definire “mutilata” una visione educativa che trascuri una di queste dimensioni. Sarebbe “incapace di rispondere alla pienezza del bisogno umano”. Di contro, si deve ribadire “la necessità di riconoscere e coltivare questa unità: di offrire ai giovani non soltanto competenze e conoscenze, ma anche gli strumenti per comprendere sé stessi, per gestire le proprie emozioni, per costruire relazioni significative, per trovare un senso alla propria esistenza”. È ciò che la tradizione cristiana chiama «cura dell’anima» e – aggiunge il cardinale Parolin – è ciò che la sapienza pedagogica più avvertita traduce oggi nel linguaggio delle competenze socio-emotive e del benessere psicologico.

Indubbio il ruolo della scuola e delle famiglie. La scuola “deve aspirare ad essere un luogo di protezione, riconoscimento, di cura”, un ambiente nel quale “ogni studente si senta visto, ascoltato, accompagnato”. E proprio per queste deve poter avere “le risorse necessarie”. A proposito del “ruolo fondamentale delle famiglie e delle comunità locali”, il cardinale Parolin precisa: se la famiglia è “sostenuta e accompagnata, rappresenta il più potente fattore di protezione per la salute mentale dei bambini e degli adolescenti”. Ma se “lasciata sola di fronte alle pressioni economiche, sociali e culturali, la sua capacità protettiva si indebolisce e il rischio di disagio aumenta”.

La persona prima dell’algoritmo

Si aggiunge la questione del rapporto tra educazione e tecnologie digitali. Si tratta – ricorda il cardinale - del tema che la Lettera Apostolica di Papa Leone XIV affronta con lucida consapevolezza, invitando a promuovere un "digitale umano" che metta la persona prima dell’algoritmo e armonizzi le diverse forme di intelligenza: tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. Il punto è che se le tecnologie digitali rappresentano un’opportunità straordinaria per l’educazione “soprattutto in una regione vasta e diversificata come l’Iberoamerica” in particolare “per ridurre le disuguaglianze educative”, al tempo stesso “l’esposizione intensiva agli ambienti digitali, soprattutto in assenza di adeguati strumenti critici e di accompagnamento educativo, può generare effetti profondamente negativi sulla salute mentale dei giovani”. Parolin parla di “frammentazione dell’attenzione, dipendenza dagli schermi, cyberbullismo, isolamento sociale, sovraccarico informativo, esposizione a contenuti inadeguati o dannosi”.  La sfida non è quella di accettare o rifiutare le tecnologie, ma di governarle che significa “investire nella formazione digitale degli insegnanti, nello sviluppo di curricoli che integrino le competenze digitali con le competenze socio-emotive”.

Il rischio esplicitato è che rimanga ai margini proprio la questione che Parolin definisce centrale: “La dimensione della vita interiore e della ricerca di senso”. Anche in questo caso viene in aiuto la citata lettera apostolica che parlando della “cura della vita interiore” interpella ogni sistema educativo.

La speranza, virtù attuale

È proprio la convinzione che la crisi della salute mentale tra i giovani non sia solo crisi clinica, ma “crisi di senso” che può aiutare a comprende meglio gli orizzonti di speranza possibili.  “Molti giovani si sentono disorientati non perché manchino loro informazioni o strumenti, ma perché manca loro un orizzonte di significato entro il quale collocare la propria vita, le proprie scelte, le proprie speranze”, afferma Parolin. “una società che offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine; ogni connessione ma nessuna relazione autentica; ogni risposta ma nessuna domanda profonda, è una società che, nonostante le apparenze, li abbandona”. Peraltro, “in un mondo segnato da conflitti, da disuguaglianze, da una crisi ecologica che minaccia il futuro delle giovani generazioni, la speranza è una virtù eminentemente attuale”, riconosce Parolin. È “il fondamento di ogni impegno per il bene comune, di ogni investimento nell’educazione, di ogni cura per le persone più fragili”. Disegnare mappe di speranza, come ci chiede il Santo Padre, - spiega - significa esattamente questo: tracciare percorsi concreti, realistici, condivisi, che conducano verso un futuro più giusto e più umano. Il fine ultimo è sempre il servizio al bene comune.

Inoltre, se “l’educazione è il terreno privilegiato di questa speranza”, “l’educazione ha il compito e il privilegio di aprire orizzonti di senso”. Non si tratta di imporre risposte preconfezionate - ribadisce Parolin -  ma di “accompagnare i giovani nella scoperta delle domande che abitano la loro interiorità, nel confronto con le grandi tradizioni di pensiero e di spiritualità dell’umanità, nello sviluppo di quella capacità di riflessione e di discernimento che è il fondamento di ogni autentica libertà”.

Investimenti e cooperazione

Nella consapevolezza della “responsabilità enorme” e, al tempo stesso, del “privilegio straordinario” della politica, il cardinale Parolin a ministri e ministre chiede di “portare nelle vostre capitali, nei vostri Parlamenti, nei vostri Consigli dei ministri, la consapevolezza che la salute mentale dei giovani è un’emergenza che richiede risposte strutturali: investimenti adeguati, cooperazione interministeriale, integrazione tra politiche educative e sanitarie, formazione e sostegno per gli insegnanti, coinvolgimento delle famiglie e delle comunità”. In definitiva, l’auspicio essenziale: “Possa questo incontro essere davvero ciò che il suo titolo promette: un’occasione per disegnare nuove mappe di speranza, affinché i nostri giovani possano trovare nella scuola, nella comunità, nella società, gli strumenti e gli orizzonti di cui hanno bisogno per vivere una vita piena, libera, significativa. Come ha scritto Papa Leone XIV: "Siate servitori del mondo educativo, coreografi della speranza». Sia questo il nostro impegno comune”. 

Vatican News

Immaagine


RADICATI IN CRISTO

 


CEI, la Chiesa italiana

 traccia la rotta 

per il prossimo

 quinquennio


Fede, comunità e missione sono le assi portanti del documento finale "Radicati e costruiti in Cristo", approvato a conclusione dell’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Tra le novità: il parere favorevole dei vescovi ad elevare il Beato Rosario Livatino a patrono dei magistrati, un gruppo di studio per affrontare gli abusi di potere. Rilanciato l’appello per la pace in Medio Oriente, Ucraina e nelle aree di conflitti dimenticati

-di Cecilia Seppia – Città del Vaticano

Non esiste una Chiesa senza l’audacia e il coraggio di testimoniare, senza l’impegno a custodire, alimentare e trasmettere la fede, come esperienza viva ed edificante, che coinvolge tutti: laici e consacrati, giovani e anziani, poveri e abbienti, famiglie e comunità fino all’intera struttura nazionale che deve essere sempre più al servizio della comunione e dell’incontro. Soprattutto, non esiste una Chiesa che non guardi al Vangelo come priorità assoluta. L’82ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, svoltasi in Vaticano dal 25 al 28 maggio 2026, sotto la guida del cardinale Matteo Maria Zuppi, si è chiusa con la definizione delle linee guida per il futuro della famiglia ecclesiale in Italia. Al centro dei lavori, che hanno visto la partecipazione di oltre duecento tra presuli, rappresentanti di istituti secolari e aggregazioni laicali, l'intervento conclusivo di Papa Leone XIV fondato sull'urgenza di "riportare al centro il Vangelo" e sul "coraggio dell'essenziale" all'interno delle comunità parrocchiali chiamate, senza troppi fronzoli e sovrastrutture, ad accogliere, a formare, a rispondere alle sfide quotidiane.

Leggi anche:

Il Papa alla CEI: la Chiesa non si misura coi numeri, la forza è la logica della piccolezza

Quattro assi portanti

Con l’approvazione del documento “Radicati e costruiti in Cristo”. Linee di orientamento per l’attuazione del documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, i vescovi assumono dunque, per il prossimo quinquennio, l’impegno a riportare al centro il dono della fede che illumina scelte radicali e dà linfa a tutto il tessuto sociale oltre che ecclesiale. Riconnessione tra vita quotidiana e Vangelo, rilancio della vita comunitaria come testimonianza concreta della fede contro l'individualismo dilagante; promozione della corresponsabilità e dei ministeri laicali, verifica e adeguamento delle strutture ecclesiali territoriali, sono le assi su cui si snoda il documento, approvato a larga maggioranza, che sul fronte meramente amministrativo, ribadisce la necessità di trasparenza e rendicontazione per l’intera gestione economica, non solo per i fondi dell’8x1000, attraverso l'adozione del “bilancio di missione”.

Terre di missione 

Nel rinnovare lo slancio missionario e l’aderenza più profonda al Vangelo, non con l’intento di difendere recinti, i vescovi indicano dunque come terra di missione l’attenzione alla famiglia, alla cura dei presbiteri, alla dimensione vocazionale, alla formazione, alla pace e alla non violenza, all’accompagnamento delle fragilità e alla questione educativa proponendo anche esperienze e buone pratiche. E’ iniziata ad esempio la raccolta dei dati sui percorsi di Iniziazione cristiana nelle Diocesi italiane e in altre Chiese europee, e si lavora alla costituzione di un centro per il censimento di esperienze sui temi della pace. Inoltre, in vista della Giornata Mondiale della Gioventù di Seul 2027, sono stati attivati processi per valorizzare il protagonismo giovanile attraverso i social media. Per la tutela di minori e adulti vulnerabili è stato costituito un gruppo di studio per elaborare strumenti volti a prevenire e affrontare abusi di potere e di coscienza nelle comunità ecclesiali.

La pace non è un'opzione

I vescovi non mancano di lanciare un nuovo, accorato appello per la pace in Medio Oriente, Ucraina e in tutte le aree colpite dai conflitti dimenticati, richiamando l’invito di Papa Leone a lavorare con pazienza e determinazione per una pace “disarmata e disarmante” e promuovendo percorsi non superficiali di riconciliazione, dialogo e opposizione alla logica della forza: “Per le Chiese in Italia – si legge nel comunicato finale - la pace non è un’opzione ma una responsabilità da assumere con coraggio”.

Livatino, patrono dei magistrati

I vescovi hanno espresso anche parere favorevole unanime per elevare il Beato Rosario Livatino, martire della giustizia e della fede, a Patrono dei magistrati italiani riconoscendo l’esemplarità e l’attualità del suo messaggio come testimone “che la legalità non è un insieme di norme, ma uno stile di vita, e quindi un possibile cammino di santità”. Dopo il placet dei vescovi la richiesta passa ora al Dicastero Vaticano per la conferma definitiva. Adempimenti giuridico-amministrativi, come l’approvazione del bilancio consuntivo della Cei per il 2025 e nomine chiudono il comunicato finale insieme ai prossimi appuntamenti comunitari che vedranno la Chiesa italiana impegnata nella preparazione della GMG di Seul e del XXVIII Congresso Eucaristico Nazionale di Orvieto, entrambi previsti per il 2027.

Vatican News

martedì 26 maggio 2026

IRC - COR AD COR LOQUITUR

 


Don Gastaldi: l’insegnamento dell’ora di religione è confronto

Intervista a don Alberto Gastaldi, responsabile del Servizio Nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica

-di Simone Baroncia

“Sant’Agostino scriveva: “L’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti [o Dio]. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te…” Lui parlava di una ricerca interiore alla quale da sempre sono legate, nell’essere umano, le grandi domande del vivere, il rapporto con Dio, con il creato e con gli altri, per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere pace, per rinnovare la società e per colmarne le contraddizioni”: con una citazione da ‘Le Confessioni’ di sant’Agostino papa Leone XIV aveva accolto, a fine aprile gli insegnanti di religione, che partecipavano al terzo meeting nazionale, svoltosi a fine aprile.

L’evento si era articolato in due momenti con un convegno aperto ai direttori diocesani ed ad una rappresentanza di insegnanti, con la partecipazione di circa 370 persone e l’udienza di papa Leone XIV a circa 6.000 insegnanti di religione cattolica, sul tema “Il cuore parla al cuore. L’Irc laboratorio di cultura e dialogo”, che ha ripreso la frase di san John Henry Newman (cor ad cor loquitur), proclamato patrono del mondo educativo.

Il meeting era stato aperto con un confronto tra dibattito tra il prof. Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, collegatosi via web, ed il presidente della CEI, card. Matteo Zuppi: “Il Santo Padre Leone XIV ha ricordato recentemente che possiamo conoscere molto del mondo, ma ignorare la nostra vita interiore, ed in un mondo in cui si afferma sempre di più la presenza dell’intelligenza artificiale e l’isolamento dovuto all’uso di dispositivi come il cellulare, curare la propria dimensione intima appare sempre più urgente. Così come urgente è alimentare quella pace disarmata e disarmante, invocata dal papa, che deve trovare proprio nella scuola il suo primo compimento naturale”.

Uno stimolo alla spiritualità e al rapporto empatico con l’altro che è stato rilanciato dallo stesso Ministro per trasformare la scuola in un “generatore d’incontro con l’altro. In questo senso assume una decisiva importanza il ruolo dei docenti di religione cattolica. Perché la scuola ha bisogno di sapersi confrontare con le ansie, le preoccupazioni, il desiderio di trascendenza che i ragazzi spesso manifestano”. “Anche per questo”, ha concluso il Ministro Valditara, “occorre dare nuova dignità a chi svolge una funzione fondamentale che deve trovare una sponda salda sia sul versante della famiglia che su quello della società”.

L’invito finale del presidente della CEI è stato quello di “saper raccogliere il ruolo importantissimo, come persone e come docenti, di essere un capitale di relazioni. Insegnando ai ragazzi di usare i mezzi tecnologici attuali, senza esserne usati”.

Ritenendo importante tale meeting per l’educazione di studenti e studentesse abbiamo chiesto a don Alberto Gastaldi, responsabile del Servizio Nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) e direttore dell’UNESU (Ufficio Nazionale per l’Educazione della Scuola e l’Università), di spiegarci il motivo per cui l’IRC è un laboratorio di cultura e di dialogo: 

“Come sottolineano i vescovi nella recente Nota sull’IRC, è un luogo di confronto, di convivenza e integrazione, in cui le differenze possono dialogare e crescere insieme, alimentando una cultura della pace e della fraternità. In questo senso, può essere definito un laboratorio: è uno spazio di libertà che ha il compito educativo di decostruire i pregiudizi e costruire ponti, dove si impara a riconoscere l’altro non come minaccia, ma come mistero da accogliere”.

In quale modo il cuore può parlare al cuore?

“Il cuore può parlare al cuore quando una persona riesce a comunicare in modo autentico e profondo con l’altro. Nel percorso educativo il riferimento al cuore emerge nel suo significato biblico come centro dell’esistenza umana, non solo quale sede delle emozioni come spesso viene oggi concepito. E’ il nucleo dell’interiorità da cui scaturiscono pensieri, decisioni e sentimenti per orientare la propria vita. E gli insegnanti di religione, ogni giorno, sono impegnati ad andare al cuore delle questioni e a parlare al cuore dei ragazzi”.

 Il Papa ha detto che educare richiede pazienza ed amore: a scuola ciò è possibile?

“E’ possibile, ed è doveroso, soprattutto in un tempo segnato da conflitti e linguaggi d’odio. Educare con pazienza e amore significa non imporre risposte preconfezionate, ma stare accanto agli studenti e sostenerli nella crescita. I giovani che si incontrano a scuola portano con sé domande di senso frammentate, ma profondissime. E gli insegnanti di religione sono chiamati a vivere la loro missione accompagnandoli con umiltà e competenza, ascoltando queste domande e aiutandoli nella ricerca di senso”.

Per quale motivo molti studenti scelgono l’ora di religione?

“Rispondo con le parole degli studenti, raccolte in un video realizzato in occasione del Meeting degli insegnanti di religione. Per i ragazzi non è solo una materia: ‘è l’unico momento in cui possiamo davvero riflettere su noi stessi’, durante il quale si può parlare ‘senza avere problemi di essere giudicati o discriminati per ciò che si dice’. Gli studenti apprezzano il fatto di poter affrontare tematiche diverse: il rispetto, la pace, la giustizia riparativa oltre che conoscere figure chiave della storia della Chiesa: da Gesù a don Lorenzo Milani”.

Di contro sono poco ‘attratti’ dalla celebrazione eucaristica: da cosa dipende? 

“L’insegnamento della religione cattolica è una materia scolastica che riguarda lo sviluppo della persona, aprendola alla dimensione religiosa e promuovendo la riflessione sul loro patrimonio di esperienze, contribuendo a rispondere al bisogno di significato degli studenti. La celebrazione eucaristica riguarda invece il percorso di fede di ogni persona che si alimenta attraverso l’ascolto del Vangelo, la partecipazione ai sacramenti e le opere di carità”.

Cosa è Ora Libera’, disponibile e gratuita, che fornisce una selezione di notizie riguardanti temi d’attualità?

“Ora Libera vuole essere un luogo informale ma serio, di scambio di esperienze e di contatti, rivolto principalmente agli insegnanti di religione, ma dedicato a docenti, educatori, responsabili di associazioni che vedono nell’informazione uno strumento per riflettere e mettere in dialogo le generazioni. Si tratta di una newsletter realizzata da Avvenire in collaborazione con il Servizio nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica e l’Ufficio per l’educazione, la scuola e l’università della Cei, che ogni due settimane propone un argomento, lo analizza e lo ‘avvicina’ ai ragazzi, proponendo anche storie che spesso passano inosservate ma che hanno tanto da dire.

Inizio modulo

Fine modulo

 

Acistampa

Immagine

ù


IL FUTURO CHIEDE UMANESIMO

 

L'INNOVAZIONE TECNOLOGICA DA SOLA NON SERVE



-di Mauro Magatti


L’innovazione tecnologica da sola non basta: servono riforme e riorganizzazioni sociali, istituzionali e culturali, capaci di tenere insieme potenzialità e rischi del cambiamento.

Richiamandosi a Leone XIII, la nuova Enciclica di Leone XIV vuole continuare il dialogo con il mondo e camminare accanto all’umanità, alle sue fatiche e alle sue speranze.

Quando nel 1891 fu pubblicata la Rerum Novarum, l’umanità stava entrando nel mondo nuovo della rivoluzione industriale, con le immense potenzialità della tecnica che si accompagnavano a profonde lacerazioni: sfruttamento, disuguaglianze, sradicamento. Leone XIII comprese allora che non era possibile restare spettatori. Occorreva entrare dentro la storia per comprenderla e accompagnarla.

Oggi siamo nel mezzo della trasformazione digitale: l’intelligenza artificiale, le piattaforme, gli algoritmi, i sistemi di automazione e le reti globali stanno cambiando il nostro modo di lavorare, comunicare, apprendere, costruire relazioni e perfino percepire noi stessi. Non cambiano solo i processi economici.

Ѐ l’esperienza umana che si va modificando.

La domanda però resta sempre la stessa: come far sì che la tecnica sia al servizio dell’uomo e non viceversa.

Per comprendere la posta in gioco occorre partire da una premessa: la tecnica non è qualcosa di giustapposto alla condizione umana.

Fin dai primi utensili di pietra, dall’invenzione del fuoco, della scrittura, della ruota, l’uomo ha sempre trasformato il mondo trasformando sé stesso.

Ogni tecnica è una estensione delle capacità umane: amplifica la forza, la memoria, la velocità, la comunicazione.

E più di recente la capacità di elaborazione e decisione.

L’ambivalenza della tecnica

Ma proprio per questo la tecnica possiede una natura ambivalente.

O per meglio dire, è un “farmaco”, che cura e ammala allo stesso tempo.

Guarisce perché risolve problemi e apre possibilità nuove; avvelena perché genera nuove dipendenze e squilibri.

Per questo sbagliano tanto i tecno-ottimisti – che vedono nella tecnologia una promessa automatica di salvezza – quanto i tecnofobici, che vi leggono soltanto una minaccia.

L’errore che li accomuna è la rinuncia allo sforzo di comprendere e alla fatica di costruire.

Ciò che serve è uno sguardo più profondo, capace di abitare il cambiamento senza subirlo. Comprendere il nuovo mondo significa coglierne insieme le potenzialità e i rischi.

Ben sapendo che nessuna trasformazione storica è indolore. La rivoluzione industriale ha richiesto decenni di lotte sociali, nuove istituzioni, nuovi diritti, nuove forme educative.

E così sarà anche con i cambiamenti dei nostri tempi.

L’innovazione tecnologica da sola non basta.

Servono riforme e riorganizzazioni a livello sociale, istituzionale, culturale.

E di questo non si occuperanno le grandi società del tech.   Sarà compito di ognuno di noi.

La storia dimostra che il processo attraverso cui una società riesce a raccogliere i frutti di un cambiamento tecnologico è lungo e faticoso.

Passa attraverso errori, correzioni, conflitti e apprendimenti collettivi. Pensare che il progresso si produca spontaneamente è un’illusione pericolosa.

Per non perdere la strada, il punto di riferimento cardinale resta l’uomo. Tutto l’uomo e tutti gli uomini.

Tutto l’uomo significa riconoscere che l’essere umano non è soltanto produttore, consumatore o utilizzatore di dati.

È corpo e mente, ragione e affettività, desiderio e relazione, libertà e fragilità, capacità tecnica e ricerca di senso.

Ridurre la persona a una sola dimensione significa impoverirla.

Ma occorre anche dire: tutti gli uomini.

Perché ogni rivoluzione tecnologica produce inevitabilmente nuove disuguaglianze.

C’è chi corre avanti e chi resta indietro.

Ci sono coloro che possiedono competenze, risorse e strumenti e coloro che rischiano di essere esclusi.

Ci sono nuove forme di concentrazione del potere e nuove marginalità.

L’attenzione agli ultimi non nasce da una logica assistenziale; nasce dalla consapevolezza che una società si spezza quando una parte dei suoi membri viene ridotta a scarto.

Per accompagnare questo cambio d’epoca, Leone XIV offre al mondo la sua prima enciclica, che verrà presentata dal Papa stesso domani. Può sembrare poco nel tempo della velocità digitale.

L’abbondanza comunicativa

Eppure, è un passo di grande saggezza. Perché oggi ciò che rischiamo di perdere è proprio la fiducia nella parola.

Viviamo immersi in un flusso continuo di messaggi, immagini, commenti, contenuti prodotti in quantità crescente.

Ma l’abbondanza comunicativa rischia di produrre solo rumore, confusione e, alla fine, disorientamento.

Per questo un testo che inviti alla riflessione, che tracci una rotta e cerchi di tenere insieme esperienza, ragione e speranza è prezioso: la parola può ancora creare legame, aprire comprensione, costruire futuro.

Richiamandosi come preannunciato dallo stesso Pontefice a Leone XIII - e sicuramente in continuità con l’opera di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco - la nuova enciclica sarà uno strumento per continuare il dialogo con il mondo come il Concilio vaticano II ha tanto raccomandato.

Perché non tratta di porsi né sopra né contro la storia.

Ma di camminare accanto all’umanità, alle sue fatiche e alle sue paure. Ai suoi errori e alle sue speranze. Alla sua capacità di immaginare e costruire mondi nuovi.

Accanto, cioè, a questa magnifica umanità che siamo.

www.avvenire.it