lunedì 21 settembre 2026

EDUCAZIONE AFFETTIVA


 NON E' UN CORSO

  Fare l’educatore/insegnante all’alba di questo terzo millennio che vive profonde emergenze come l’Intelligenza Artificiale; la Crisi Climatica; l’Inverno Demografico; le Migrazioni e le Remigrazioni; le Guerre non è certo facile ma nulla è facile quando hai a che fare ad esempio con l’educazione affettiva che è il pilastro per la costruzione di uomini e donne responsabili che possano a loro volta generare una comunità più giusta e libera e a tal proposito voglio proporvi un interessante punto di vista del poeta forlivese Davide Rondoni spiegato all’interno di un articolo pubblicato una settimana fa su Avvenire dal titolo: “L’educazione affettiva non è un corso: è il compito della scuola”

-di Francesco Sciacchitano

Per educare i sentimenti non bastano regole e specialisti. Servono adulti capaci di accompagnare i ragazzi, attraverso arte e poesia, nei territori dell’animo umano.

Inizia la scuola. E lì bisogna affrontare il tremendo e il magnifico.

Infatti, lì, in quelle aule dove adulti e ragazzi si incontrano e a lungo tutti i giorni potrebbe iniziare una grande opera di educazione affettiva.

Cosa di cui da più parti si invoca la necessità e non solo per certi sconvolgenti fatti di cronaca nera.

Ma una scuola che delega tale educazione affettiva a specialisti, a corsi ad hoc, significa una scuola che ammette il proprio mastodontico e grottesco fallimento.
Se infatti – avendo a disposizione ore e ore di arte, scienza, letteratura, religione – occorre avvalersi dello “psicologo di Stato” come già paventava Pasolini, come avviene nelle peggiori dittature del mondo, allora significa che si è falliti nel vero compito della scuola.

Che insieme alla famiglia ha un compito educativo.

Istruire e non educare è un ossimoro, o un modo per sfuggire le responsabilità.
E però a scuola – e in Italia! – sono quasi inesistenti o cenerentole la musica, l’arte, la poesia, e tutto quel patrimonio che educherebbe a conoscere l’animo umano, a sfiorarne i suoi abissi tenendo però la luce negli occhi se possibile, insomma tutto quel patrimonio che nei millenni ha condotto le persone a fare i conti con se stesse, con i sentimenti, con la profondità e con la banalità del male, con le passioni e la loro bellezza ma anche i loro possibili deliri.

Come pensate di educare affettivamente dei giovani? con dei discorsini? con delle regolette?
O sarebbe meglio avere adulti disposti – a viso e cuore aperto – a viaggiare con i ragazzi nei meandri dell’anima, degli affetti, delle passioni?

Invece no, si pretende di tirare su dei ragazzi che non hanno problemi perché gli si fa un po’ di psicoterapia, o due chiacchiere sul sesso, o due istruzioni per l’uso.
E adulti riparati dietro alla trasmissione di “competenze”, meglio se soprattutto competenze tecniche e tecnologiche perché quelle si che servono al mondo.
E così rarissimamente un ragazzo italiano a scuola può commuoversi, ed educarsi affettivamente ascoltando Vivaldi, Donizetti, Baudelaire…

In Italia, patria delle arti, l’arte è considerata inutile o secondarissima nel percorso formativo ed educativo.

E sapete perché? Perché è pericolosa. Cioè costringe gli adulti che sono insegnanti a lambire zone pericolose, che non sono misurabili in competenze e voti.
Che non lasciano tranquilli nessuno.

Ma l’educazione è un rischio, non una prassi da eseguire, non un protocollo da rispettare.
I ragazzi italiani sono mediamente bravi nelle competenze richieste dall’Ocse.
Ma poco più della metà sentono come luogo importante la scuola, dicono i dati.
E l’Istat ci conferma che la scuola fa “andar via” la voglia di leggere, di ascoltare buona musica, di cercare arte.

In Italia, sottolineo.

E intanto la cronaca ci regala notizie di fatti terribili e i numeri in aumento di giovani nelle carceri. Sì, certo appena dico queste cose mi dicono che il problema è un altro.
Il benaltrismo tipico.

Che la famiglia dovrebbe (peccato che cercano di esautorarla e il Ministro prova a resistere) e che l’immigrazione, e che i soldi, e che i muri…

Tutto vero, ma il problema è che stiamo negando noi stessi.

E di fronte a una emergenza educativa, a una necessità di adulazione affettiva, nascondiamo i violini, i versi dei poeti, le dolci musiche popolari, i delicati profili del Crivelli, i tamburi forsennati, le voci celestiali, le sfumature femminili della Gentileschi, i canti abissali di Leopardi, le nostalgie di Pavese (solo il 5% dei maturandi ha commentato una sua poesia lo scorso anno).

Ecco il nostro disastro fatto pagare ai giovani.



INTELLIGENZA ARTIGIANALE AFFETTIVA

 


<-di Alessandro D’Avenia


Non c’è ricreazione senza cibo.

 Da bambino scartavo con trepidazione il panino che trovavo in  cartella: salame, formaggio, cioccolata?

 Invidiavo le più seducenti merendine dei compagni che poi, però,  affamati, elemosinavano un pezzo della mia merenda in cambio di un morso del loro magro spuntino. E così non solo mi saziavo, ma avevo un dolce sempre diverso. 

La ricreazione era una festa! Me lo ha ricordato una classe di quindicenni che festeggiano a ricreazione tutti i compleanni con dolci fatti in casa da loro.  

 Un gesto rivoluzionario

Primo, perché in un’epoca di ego voraci, per i quali l’altro è o un ostacolo o un mezzo, all’altro loro dedicano tempo e attenzione celebrandone l’origine e quindi l’originalità, prescindendo da meriti e convenienze; secondo, perché cucinare, nell’attuale datificazione della vita e smaterializzazione del corpo, è Intelligenza Artigianale Affettiva, che la macchina non può imitare, perché non conosce la gratuità e le mani. 

Lievito batte silicio in gioia di vivere, perché l’appartenere è per l’anima ciò che l’abbraccio è per il corpo. Per conoscere la salute di una comunità (famiglia, gruppo, città, nazione...) osservate che cosa celebra e come: la festa è la «fede» (sistema di valori) su cui si fondano quei legami. 

 Quella di compleanno a ricreazione professa questo credo: è bello che tu ci sia, ci unisce! 

Forse il ragazzo che ha accoltellato in diretta social la sua professoressa, sarebbe uscito dalla sua prigione online se avesse provato una ri-creazione così.



Corriere della Sera

Alzogliocchiversoicielo


 

DOCENTI ADATTIVI

 

Formare

docenti adattivi

per una scuola 

più equa



Come cambia la formazione dei docenti di fronte all’eterogeneità della scuola?

I dati della ricerca internazionale sulle classi multigrado e i modelli per una didattica adattiva indicano una direzione chiara per una Scuola più equa e flessibile: sviluppare nei docenti la capacità di adattare insegnamento, ambienti e strategie ai contesti reali. Le esperienze delle pluriclassi mostrano che questa sfida è già una realtà quotidiana in molti contesti.

 

Dalle pluriclassi delle aree interne alle scuole delle grandi città, la vera sfida che i sistemi scolatici affrontano per garantire qualità di insegnamento e inclusione è formare insegnanti in grado di trasformare l’eterogeneità degli studenti in una risorsa educativa. Emerge quindi più che in passato la necessità di orientare la loro preparazione iniziale e in servizio verso il modello della professionalità docente adattiva (Adaptive Teaching), capace di leggere la complessità scolastica come risorsa anziché semplificarla.

Oltre la classe ideale per incontrare la scuola reale

Ogni contesto scolastico è oggi caratterizzato da una complessità sociale e culturale decisamente più ampia e profonda che in passato. I dati comparativi internazionali indicano chiaramente che questo fenomeno non è affatto marginale: circa il 30% degli alunni della scuola primaria a livello mondiale apprende in contesti a classi miste per età. Questo modello organizzativo accomuna situazioni diverse tra loro, quali:

  • realtà rurali o geograficamente isolate ad alto reddito, come accade in ampie zone di Stati Uniti e Canada
  • aree montane o interne europee.

La differenziazione tradizionale della didattica segue spesso una logica basata sull’emergenza o sulla frammentazione dei compiti, con il rischio di isolare gli alunni in percorsi separati e rigidi. Il modello adattivo interviene invece sul gruppo classe nel suo complesso, secondo un disegno pedagogicofondato sulla dinamicità, sulla flessibilità e sulla capacità di valorizzare le diversità cognitive e relazionali presenti in aula, trasformando i potenziali svantaggi in opportunità di apprendimento e tutoraggio tra pari. Il docente rimodula perciò gli obiettivi formativi e attiva processi di monitoraggio e supporto in tempo reale, configurando e riconfigurando l’ambiente di apprendimento in sincronia con le micro-attività didattiche in corso, stimolando l’autonomia dello studente, l’apprendimento cooperativo, la pratica dello scaffolding e l’utilizzo consapevole della valutazione in itinere.

Le pluriclassi italiane come laboratori di innovazione

Le pluriclassi, tradizionalmente associate alle aree interne e ai territori geograficamente più isolati, rappresentano un osservatorio privilegiato per comprendere come l’insegnamento adattivo possa tradursi nella pratica quotidiana. In Italia il fenomeno delle pluriclassi e delle multiclassi interessa circa 29.000 studenti che frequentano regolarmente classi miste per età, distribuiti sul territorio nazionale in circa 1.500 plessi scolastici.  

Una recente indagine condotta su un campione significativo di 232 pluriclassi italiane ha dimostrato che questi ambienti costituiscono in realtà veri e propri laboratori avanzati di innovazione metodologica. Le evidenze scientifiche raccolte sul campo dimostrano che l’esposizione a contesti multigrado stabili non penalizza affatto gli apprendimenti, ma stimola precocemente l’autonomia, la metacognizione e le competenze trasversali degli alunni. La necessità quotidiana di gestire più livelli sollecita il corpo docente a sviluppare pratiche didattiche agili e soluzioni organizzative che possono essere applicate con successo anche nelle macro-scuole urbane, dove la diversità di tempi, stili e ritmi di apprendimento è comunque una realtà diffusa.

Qualche conclusione

Le evidenze provenienti dalla ricerca internazionale e nazionale convergono su una conclusione chiara: non è più possibile pensare la formazione degli insegnanti a partire da un modello di classe standard, che raramente trova riscontro nella realtà. Investire nello sviluppo di competenze adattive significa rafforzare una delle condizioni fondamentali dell’equità educativa. Se gli studenti sono diversi tra loro e apprendono in contesti differenti, la qualità dell’istruzione dipende dalla capacità della scuola di offrire risposte altrettanto flessibili e inclusive.

La formazione iniziale e in servizio dei docenti diventa quindi una leva strategica per il futuro del sistema educativo. Non per insegnare a gestire l’eccezione, ma per preparare alla normalità della scuola contemporanea: un’istituzione complessa, plurale e in continuo cambiamento, nella quale la capacità di adattare l’insegnamento ai bisogni reali degli studenti costituisce una delle principali garanzie di qualità e di equità.

Approfondimenti

Ministero Istruzione e Merito

 

SCIENZE RELIGIOSE

 


I 40 anni dell'ISSRA, 

la ricchezza 

delle scienze religiose 

a servizio dei laici


L’Istituto Superiore all’Apollinare, uno dei centri della Pontificia Università della Santa Croce, coniuga la formazione accademica con la formazione cristiana. La direttrice dell”Istituto Carla Rossi Espagnet: forniamo studio e conoscenze agli studenti, una comunità appassionata della vita e degli insegnamenti della Chiesa

Wojciech Rogacin – Città del Vaticano

Lo scorso 17 settembre è stata una giornata di festa per l’ISSRA. Negli spazi della Pontificia Università della Santa Croce si è riunita la comunità dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose all'Apollinare per celebrare i 40 anni di lavoro e riflettere sui frutti di questa lunga stagione accademica. Come ha ricordato Carla Rossi Espagnet, direttrice dell’ISSRA, l’Istituto è stato eretto il 17 settembre 1986 dall’allora Congregazione per l’Educazione Cattolica. Da quel giorno l’ISSRA svolge attività didattica nei campi della teologia, della filosofia e delle scienze umane, contribuendo all’approfondimento della fede di laici e sacerdoti e preparandoli a testimoniare la fede cristiana nella famiglia, nel lavoro e in tutti gli ambiti della società, nonché ad assumere incarichi pastorali nelle proprie diocesi. “La formazione cristiana del laicato è sempre stata un aspetto centrale della missione dell’Opus Dei al servizio della Chiesa”, ha affermato la prof.ssa Rossi Espagnet.

L'entusiasmo per lo studio

Nel corso della celebrazione, il rettore della Pontificia Università della Santa Croce don Fernando Puig ha sottolineato che gli studenti dell’ISSRA si caratterizzano per l’entusiasmo che accompagna l'impegno nello studio della filosofia e della teologia, vissuto con serietà parallelamente alle altre occupazioni, principalmente lavorative e familiari. E ha aggiunto che essi costituiscono “una bellissima realtà che arricchisce la Pontificia Università della Santa Croce: le relazioni che si stabiliscono tra di loro e con i docenti sono belle e durature”.

Comunità e fraternità nella vita accademica

La direttrice dell’ISSRA, Carla Rossi Espagnet, ha ricordato che “grazie alla peculiare metodologia didattica adottata dall’ISSRA, possono partecipare ai corsi accademici persone provenienti da tutte le regioni italiane, che vengono a Roma a seguire le lezioni e a sostenere gli esami.” Questo, ha proseguito con soddisfazione, ha permesso di creare una vera comunità accademica e di stringere rapporti di fraternità tra persone appartenenti alle più diverse aree geografiche, animate da varie forme di spiritualità cristiana. Tra gli studenti e i diplomati vi sono anche persone appartenenti a confessioni cristiane non cattoliche, “sempre animati dal desiderio di approfondire la dottrina della Chiesa”.

La ricchezza dell’ISSRA sono le persone

Durante la celebrazione ha portato la propria testimonianza Teresa Ventimiglia, 66 anni, originaria di Ferrara e diplomata all’ISSRA. Madre di quattro figli e insegnante in pensione di musica, storia della musica e linguaggi multimediali, ha raccontato che, dopo l’esperienza maturata presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, desiderava continuare ad approfondire la ricchezza della teologia e ha trovato nell’ISSRA un ambiente caratterizzato dal rigore accademico, da un alto livello di preparazione e da una profonda attenzione alla persona: “Ho sempre amato studiare, ma qui la teologia non è mai rimasta nozionismo: è diventata un elemento fondamentale per pensare la fede e condividerla, soprattutto nel servizio pastorale”.

Vatican News

 

EDUCAZIONE SENTIMENTALE PER ADULTI

 


Educazione sentimentale per adulti, è urgente!


di Rosella De Leonibus



Sì, amare in modo adulto non è un’impresa facile, presuppone maturità, sicurezza, e nello stesso tempo rispetto dell’altra persona, e il bisogno di aprirsi all’esperienza più intima che ci sia, quella che ci cambierà più profondamente di ogni altra, e più radicalmente ci metterà in gioco. Forse per questo fa così paura, e forse allora non è strano, come sostengono alcuni studiosi, che in epoca di identità liquide siano liquide anche le relazioni, così liquide da vaporizzarsi facilmente, o da cambiare forma altrettanto rapidamente a seconda delle circostanze… Ma vituperare il presente per evocare i bei tempi andati, la cui bellezza resta tutta da dimostrare, resta un esercizio vano, al cui posto risulta più utile osservare, descrivere, cercare di comprendere e attivare nuove risorse.

Formule tossiche del legame: il gaslighting

È questa seconda via quella che cercherò di percorrere, descrivendo la fenomenologia di alcune evenienze tossiche che spesso si incontrano nelle relazioni affettive. Partiamo per oggi dalla più pesante e distruttiva, il cosiddetto gaslighting, quella pratica che consiste nel delegittimare e denigrare il pensiero, le scelte, le opinioni e il comportamento di un-una partner, addirittura il suo stesso corpo, i suoi gusti alimentari, le sue abitudini quotidiane. Si tratta di violenza psicologica, quella che non lascia lividi, ma disattiva il rispetto per se stesse, per se stessi, fino al punto di creare una sensazione dolorosa di confusione mentale, umiliazione, abbattimento emotivo, che distrugge, nella persona che lo subisce, la capacità di pensare con chiarezza, affrontare i problemi e salvaguardarsi. Tanto è perversa questa forma di abuso psicologico che, chi la perpetra, arriva anche a sostenere che il destinatario si sia immaginate o inventate le accuse e le vessazioni che dichiara di aver subìto. Nelle coppie in cui si osserva questo meccanismo comunicativo abusante (perché il gaslighting non resta un fatto privato, e già sarebbe gravissimo, ma viene svolto anche in presenza di terzi, in modo tale che lo show abbia spettatori che applaudano), si nota un profondo senso di insicurezza e un inconfessato sentimento di inferiorità dal lato del partner che lo agisce, e spesso trapela anche un fondo di rancore, un sentimento di vendetta che si esprime a dosi quotidiane, come a voler schiacciare la soggettività dell’altra persona. Cosa è accaduto in una coppia del genere? Nei casi più eclatanti siamo davanti ad una amarissima tappa dell’escalation della violenza di genere, e le evidenze comportamentali di cui sopra sono amplificate e legittimate dalla base culturale di tipo patriarcale che permea tutt’ora i rapporti di coppia. Nelle situazioni meno drammatiche invece, quando si indaga sulle puntate precedenti, si notano disequilibri importanti tra i due partner, dove quello dei due che aveva la posizione esistenziale o culturale o umana più debole è prevalso, nella divisione del potere all’interno della coppia, ma per poter restare in tale posizione di maggior peso deve togliere valore all’interlocutore, tagliargli le gambe, in un certo senso, per non perdere la propria posizione di dominanza. Riguardo all’altra persona, quella che inizialmente aveva una posizione di maggior peso, si registrano comportamenti di sottomissione nelle fasi iniziali della vita della coppia, i quali venivano giustificati dal tentativo di riequilibrare una relazione che partiva già sbilanciata. Quindi, dal sottomettersi e farsi più piccoli per non pesare troppo, si passa di fatto a legittimare il bisogno dell’altro di prevalere, in modo da stabilire un equilibrio sbilanciato dal lato opposto rispetto a quello degli inizi.

Risorse da attivare

Che risorse si possono attivare nelle coppie da poco formate, per non incorrere in una tale perversa gestione del problema dell’equilibrio tra i partner? Escludiamo le situazioni che concretizzano la fattispecie della violenza di genere, perché in questi casi occorre proteggersi sottraendosi alla relazione e interrompendola. Solo dopo, in situazione di sicurezza, si potrà lavorare sul ripristino dell’autostima e sulla capacità di farsi rispettare dal lato di chi ha subìto il gaslighting, mentre dal lato del partner abusante si potranno attivare percorsi seri di consapevolezza e di responsabilizzazione, fino a poter riconoscere il modo distruttivo in cui veniva gestito il potere e accettare che una supremazia ottenuta con la violenza psicologica non cancella un sentimento di inferiorità che ha bisogno di altri livelli più profondi di elaborazione. Il grosso del lavoro sul gaslighting è di tipo preventivo. Innanzitutto occorre che, chi pone in essere una relazione di coppia con un progetto di lungo termine, abbia chiaro che l’amore non è un sentimento soltanto di tipo romantico, ma si basa necessariamente, nella vita quotidiana, su un costante monitoraggio della variabile «potere», nel senso del peso che ciascuno dei due si riconosce e riconosce all’altro-a nelle decisioni comuni, nell’immagine esterna della coppia, nella gestione finanziaria, nel tempo libero, nei rapporti con le famiglie d’origine… Se una giovane coppia non ha contezza di quanto pesi l’equilibrio di queste forme di potere, di quanto sia intrinseca questa variabile rispetto alla relazione affettiva, tenderà ad immaginare che la relazione romantica possa fare a meno di doversi confrontare con tutto ciò, che l’amore automaticamente possa risolvere questi e altri problemi, e che nel caso basterà sopportare, fare un passo indietro, oppure alzare i toni, pigiare un po’ di più sulla leva del potere, per riequilibrare un rapporto che era partito già troppo sbilanciato. E bisogna che, chi si impegna in una relazione di coppia, possa accedere ad un buon livello di consapevolezza di sé, possa conoscere e riconoscere i propri punti di forza e i propri punti deboli, e consolidare una immagine di sé stabile ma non rigida, potenzialmente in evoluzione, e assumersi la responsabilità di questa evoluzione in prima persona, rinunciando a «coprire» i propri vuoti a spese del partner. Bisogna cancellare dalla mentalità di chi si ama quella dannosissima ottica sacrificale che induce a risolvere i problemi di coppia e le carenze del partner a spese della dignità umana e della integrità psichica propria o dell’altra persona. Bisogna insegnare alle ragazze e ai ragazzi che nessuna formula sana dell’amore ammette la violenza psicologica, l’umiliazione, la svalutazione del partner, né nella forma agìta, né nella forma subìta.

Relazioni ben equilibrate

Bisogna sottolineare quanto nelle relazioni d’amore sia fondamentale un certo equilibrio tra le due persone, su molti piani: sul piano della maturità psicologica, sul piano della consapevolezza, sul piano della capacità di comunicare in modo rispettoso, sul piano dei valori, sul piano dei progetti, sul piano della stima, sul piano dell’impegno, sul piano della fiducia… Perché una relazione di coppia che parte già squilibrata è come un marciatore che parte con una gamba più corta dell’altra. Presto non riuscirà a camminare bene, si farà male, e dovrà fermarsi. È come un calesse con due cavalli dove uno è più debole dell’altro, e dove quello più forte, per non umiliare il suo compagno, cammina più lento e lascia che sia il più debole a «fare il passo», dando di sé un’immagine fuorviante e lasciando in mano all’altro un potere che poi quest’ultimo farà fatica a sostenere. Certo, non sarà possibile bilanciare esattamente ciascuna variabile, ma almeno che ci sia un buon bilanciamento nell’insieme è fondamentale, altrimenti la via d’uscita è il conflitto distruttivo, aperto e lacerante, o nascosto e devastante come nel gaslighting. L’ostacolo più grande per aprirsi da adulti ad una sana forma di educazione sentimentale è nella ideologia dell’amore romantico, come forza capace di superare qualunque ostacolo. Sono gli slanci iniziali che ci fanno uscire dal nostro io, ci fanno aprire il cuore verso una persona tutto sommato sconosciuta, ci fanno sognare un futuro insieme, ci gratificano con scariche benefiche di endorfine. Ma sono altri i passaggi che poi ci permettono di costruire una relazione stabile e duratura, che costituisca una base sicura e un nido caldo per noi partener in primis, e poi anche per le figlie e i figli che vorremo mettere al mondo. Sono passaggi che hanno a che vedere con la capacità di amare in modo adulto, partendo dal porsi nella coppia come soggetti autonomi che non vogliono bastare a se stessi, ma impegnarsi in un legame che possa dar valore e forza a ciascuno dei due, e produrre benessere e sicurezza, crescita e vitalità verso l’interno e verso l’esterno della relazione. Un tale cammino lo si comincia da bambini, da bambine, con l’educare l’espressione dei bisogni e delle emozioni, e con il riconoscere la dignità dell’altra persona, le sue specificità, con l’allenarsi a cooperare per un maggior bene comune anziché prevalere per affermare se stessi a spese dell’altro. Non solo per fare un bambino ci vuole un intero villaggio, come recita un famoso proverbio africano, ma per fare una coppia felice ci vuole una educazione sentimentale che inizi molto presto e duri tutta la vita.

Gaslighting

Il termine fa riferimento all’opera teatrale inglese «Gas Light» di Patrick Hamilton del 1938, dove il protagonista, per raggiungere i suoi obiettivi senza essere scoperto dalla moglie, utilizza una serie di metodi per farla dubitare di se stessa e della sua stessa percezione. Con gaslighting si intende proprio quella forma di abuso e di manipolazione psicologica che spinge la vittima a dubitare della sua percezione della realtà e dei suoi pensieri. «Si tratta di una forma di violenza psicologica insidiosa, dove le menzogne dell’abusatore vengono presentate alla vittima come verità anche davanti a evidenze. Queste ultime, invece, sono indicate spesso come frutto dell’immaginazione della vittima o di un suo errore», interviene lo psicoterapeuta. Il gaslighting può comportare effetti gravissimi sulla psiche di chi lo riceve, perché «può ledere l’autonomia e la capacità di decisione e di valutazione della vittima, gettandola in uno stato confusionale». 

https://www.skuola.net/school-love/fenomeni-online-amore-ghosting-benchingorbiting.html 

 

domenica 20 settembre 2026

SILENZIO, VITA, COMUNICAZIONE

 ASCOLTARE

 IL 

SILENZIO



Enzo Bianchi 

Se nella nostra società “l’uomo è diventato un’appendice del rumore” (Max Picard), si fa sempre più urgente l’esigenza che ciascuno ritrovi la propria umanità attraverso la riscoperta del silenzio e l’apprendimento dell’antichissima arte di “ascoltare il silenzio”. Impresa certo non semplice, se già Eraclito definiva i propri simili come “incapaci di ascoltare e di parlare”: da allora forse abbiamo l’impressione di aver compiuto passi in avanti nella capacità di parlare, ma certo quanto ad ascolto sembriamo tornati indietro di secoli. Abbiamo bisogno di una pedagogia dell’ascolto che può prendere le mosse solo dal silenzio. Sì, “ascoltare il silenzio” può sembrare un ossimoro, invece è la chiave che apre il mondo dell’ascolto autentico e della comprensione di ciò che si sente. 

La tradizione spirituale non solo cristiana ha sempre riconosciuto l’essenzialità del silenzio per una vita interiore autentica. “La preghiera – ha detto il Savonarola, che pur di discorsi appassionati ben si intendeva – ha per padre il silenzio e per ma­dre la solitudine”. Solo il silenzio, infatti, rende possibile l’ascolto, cioè l’accoglienza in sé non soltanto della parola pronunciata, ma anche della presenza di colui che parla. Il silenzio è linguaggio di amore, di profondità, di pre­senza all’altro. Del resto, nell’esperienza amorosa il silenzio è spesso linguaggio molto più eloquente, intenso e comunicativo delle parole. Purtroppo oggi il silenzio è raro, è forse la realtà maggiormente assente nelle nostre giornate: siamo bombardati da messaggi sonori e visivi, i rumori ci derubano della nostra interiorità e le parole stesse vengono immiserite dal loro essere urlate, ridotte a slogan o invettive. Ora, “quando diminuisce il prestigio del linguaggio aumenta quello del silenzio” (Susan Sontag). Dobbiamo confessarlo: abbiamo bisogno del silenzio! Ci è necessario da un punto di vista pret­tamente antropologico, perché l’uomo, che è un essere di relazione, comunica in modo equilibrato e significativo soltanto grazie all’armonico rapporto fra parola e silenzio. 

Ma abbiamo bisogno del silenzio anche dal punto di vista spirituale. Per la fede ebraica e cristiana il silenzio è una dimensione teologica: sul monte Oreb, il profeta Elia percepì di essere alla presenza di Dio non nel frastuono di venti, tuoni e terremoto ma solo quando ascoltò “la voce di un silenzio sottile” (1Re 19,12). Ignazio di Antiochia dirà che Cristo è “la Parola che procede dal silenzio”. Non si tratta semplicemente dell’astenersi dal parlare o dell’assenza di rumori, ma del silenzio interiore, quella dimensione che ci restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell’essere, di fronte all’essenziale. “Nel silenzio è insito un meraviglioso potere di osservazione, di chiarificazione, di concentrazione sulle cose essenziali” (Dietrich Bonhoeffer). Il silenzio è custode dell’interiorità in quanto ci conduce da una dimensione primaria e “negativa” di sobrietà, di­sciplina nel parlare o addirittura di astensione da parole, a un livello più profondo, di intensa vita spirituale: cioè al far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giu­dizi, le mormorazioni che nascono nel cuore. È il difficile silenzio interiore, quello che trova il proprio ambito vitale nel cuore, luogo della lotta spirituale. Ma proprio questo silenzio profondo genera l’attenzione, l’accoglienza, l’empatia nei confronti dell’altro. 

Il silenzio scava nel nostro profondo uno spazio per farvi abitare l’alterità, per farne risuonare la parola e, al tempo stesso, ci dispone all’ascolto intelligente, al parlare misurato, al discernimento di ciò che brucia nel cuore dell’altro e che è celato nel silenzio da cui nascono le sue parole. Il silenzio, allora, quel silenzio, suscita in noi la carità, l’amore del fratello. “Il silenzioso diventa fonte di grazia per chi ascolta” aveva affermato san Basilio. Per il cristiano, il rimando all’ascolto obbediente della Parola di Dio, all’accoglienza del Verbo fatto carne è evidente ed estremamente eloquente. Non a caso è questo il silenzio che proviene a noi da una lunga storia spirituale: è il silenzio cercato e praticato dagli esicasti per ottenere l'unificazione del cuore, il silenzio della tradizione monastica finalizzato all’accoglienza in sé della parola di Dio, il silenzio della preghiera di adorazione della presenza di Dio. Ma è anche il silenzio caro ai mistici di ogni tradizione religiosa e, ancor prima, è il silenzio di cui è intriso il linguaggio poetico, il silenzio che costituisce la materia stessa della musica, il silenzio essenziale a ogni atto comunicativo. Il silenzio, evento di profondità e di unificazione, rende il corpo eloquente conducendoci ad abitare il nostro corpo, a nutrire la nostra vita interiore, guidandoci a quell’habitare secum così prezioso per la tradizione monastica come per quella filosofica. Il corpo abitato dal silenzio diviene rivelazione della persona intera. 

Proviamo allora a ricavare nel ritmo del nostro vivere un tempo per ascoltare il silenzio: riusciremo a cogliere gli sforzi compiuti per crearlo e custodirlo, a discernere i suoni impercettibili della presenza di altre creature accanto a noi, a comprendere il non-detto che abita la gran quantità di parole, ad avere intelligenza di quanto accade – cioè, letteralmente, a “leggere dentro” gli eventi – e, finalmente, anche ad ascoltare meglio noi stessi e gli altri quando parlano al nostro cuore e alla nostra mente, e non solo ai nostri orecchi. 


Alzogliocchiversoicielo

sabato 19 settembre 2026

GIUSTIZIA E MISERICORDIA

 

Dal contratto

alla promessa,

per trovare

 il giusto mezzo


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXV domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 55,6-9; Sal 144/145; Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16

Nelle scorse domeniche la liturgia della Parola ha enfatizzato il tema della riconciliazione fraterna e del perdono reciproco: il messaggio evangelico ci ha mostrato che riconciliazione e perdono sono imprese destinate a rimanere improbabili, spesso addirittura impossibili, se non si tiene presente – come modello paradigmatico – la misericordia divina. In questa domenica l’accento viene posto sulla giustizia. Riguardo alla quale gli esseri umani, seppur in varie maniere, si sono esercitati con maggiore costanza nel corso della storia, formulando codici giuridici, ideando sistemi legislativi, stabilendo criteri legali. Magari per poi aggirarne le esigenze e violarli in modi più o meno subdoli. E spesso finendo per contrapporre la giustizia alla grazia. Questa è solitamente intesa come una sospensione della giustizia, perciò sempre a rischio di dimostrarsi ingiusta. Un tale fraintendimento della grazia e del suo rapporto intrinseco con la giustizia giunge a proiettare persino in Dio la presunta incompatibilità tra giustizia e misericordia.

L’odierna pagina evangelica, anche in questo caso, distingue nettamente la giustizia umana da quella divina, benché non le contrapponga affatto. E, soprattutto, rivela che in Dio giustizia e grazia, misericordia e giustizia, non si contraddicono. Per Dio, giustizia e grazia non sono alternative l’una all’altra, quasi che operando secondo giustizia egli non operi più con grazia. E viceversa. Giustizia e grazia, in Dio, non sono estremi che si escludono a vicenda, bensì poli che si attraggono, intrecciandosi tra loro a tal punto da coincidere: la misericordia di Dio è la sua giustizia, come la giustizia di Dio è la sua misericordia.

Gesù ne dà il lieto annuncio, raccontando la parabola degli operai invitati – in momenti diversi della giornata – a lavorare in una vigna. Il loro datore di lavoro ne aveva chiamati alcuni all’alba, accordandosi con loro di pagarli un denaro a testa: il fatto di essersi accordato (la voce verbale greca qui usata è symphōnéō, che vuol dire stare in sintonia, realizzare una sinfonia) ci fa intuire che quel contratto era pienamente soddisfacente per tutti, prospettando – giustamente – per quegli operai non il minimo ma il massimo salariale. Ne aveva poi chiamati altri alle nove del mattino, promettendogli di dar loro «quello che è giusto» (díkaion, nel greco dell’evangelista Matteo: da díkē, che significa giustizia). Ugualmente aveva fatto di nuovo a mezzogiorno, alle tre del pomeriggio e, infine, alle cinque. Al calar della sera, quel datore di lavoro dispose che tutti gli operai – quelli dell’ultima ora non diversamente da quelli della prima ora – fossero pagati con un denaro, cioè con l’intera paga giornaliera. Ma qualcuno della prima ora ebbe da ridire, borbottando che era ingiusto pagare con lo stesso salario chi aveva faticato tutta la giornata e chi aveva lavorato solo pochissime ore.

Il ragionamento di quell’operaio scontento non faceva una grinza. Anche noi, istintivamente, gli diamo ragione, radicati come siamo nella concezione “retributiva” che abbiamo della giustizia. Ma restiamo spiazzati, al pari degli uditori di Gesù, dalla spiegazione data dal padrone della vigna. Il quale, all’operaio contestatore, disse: «Amico, io non ti faccio torto (Hetaîre – che significa anche “socio” –, ouk adikô se)». Vale a dire: io non compio un’ingiustizia a tuo carico, io sto rispettando il contratto che abbiamo fatto. Tuttavia, per quel padrone così strano, che da despótēs e da kýrios – i termini greci che si trovano nella pagina evangelica – si trasforma in amico e socio dei suoi operai, la promessa fatta a quelli della seconda, terza, quarta e ultima ora, non vale meno del contratto stipulato con quelli della prima ora. Anche la promessa si impegna a corrispondere «quello che è giusto». In forza del contratto, «quello che è giusto» è il massimo salariale. In virtù della promessa, «quello che è giusto» è un minimo salariale, che equivale al massimo. Poiché, alla luce della promessa, diventa chiaro che la giustizia, per quel padrone, è un tutt’uno con la sua bontà (all’operaio scontento, egli difatti risponde: «Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?»).

La giustizia e la bontà di quel padrone sui generis sono, in ogni caso, il massimo, la misura più alta, la più favorevole. Stando all’insegnamento del Maestro di Nazareth, contestare quest’intreccio di bontà e giustizia non ci rende più coerenti con la giustizia, ma meno inclini alla bontà. E, di conseguenza, più propensi alla malvagità. Sì, proprio alla malvagità. Giacché, nel greco del brano matteano, la frase «tu sei invidioso perché io sono buono» suona letteralmente così: «il tuo occhio è malvagio per il fatto che io sono buono». L’occhio malvagio (ponērós, lo stesso termine che si trova nell’ultima invocazione del Pater noster: «liberaci dal maligno») vede come fosse un male ciò che invece è buono, vede come un ingiusto colui che è buono (agathós). Occorre, dunque, maturare una corretta visione della realtà. Bisogna chiarire la verità delle cose, come fa quel padrone con la sua spiegazione riguardo al senso del suo comportamento. Cambiando sguardo, ovverosia modo di pensare, allora si può comprendere ciò che già il profeta Isaia diceva per conto di Jhwh Adonai: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore», come leggiamo nella prima lettura di questa domenica.

È importante capirlo, perché altrimenti si travisa la morale che Gesù distilla dalla sua parabola: «Così gli ultimi (éschatoi) saranno i primi (prôtoi) e i primi, ultimi». Non è un manifesto rivoluzionario, come prevederebbe la dialettica hegeliana tra servo e padrone radicalizzata in lotta di classe da Marx ed Engels. Non dobbiamo interpretare sulla scia del materialismo storico la storia della salvezza cantata nel Magnificat dalla Madre di Gesù. Il Dio biblico, e Gesù come suo Messia, non mirano a capovolgere le gerarchie che pur intasano di opprimenti sovrastrutture l’esistenza umana e la vita sociale. Non stanno né a destra né a sinistra. E neppure in un centro che di volta in volta rafforzi tatticamente il peso della destra o della sinistra. Puntano, piuttosto, a quella che i filosofi greci prima e, poi, i Padri della Chiesa chiamavano mesótēs, il giusto mezzo: illuminante espressione, il cui fulcro non sta nel sostantivo “mezzo” bensì nell’aggettivo “giusto”.

Il Dio biblico, tramite Gesù suo Messia, vuole farci sapere che nel «regno dei cieli» – impersonato da un Signore misericordioso e giusto, giusto in quanto misericordioso – le gerarchie d’ogni tipo sono superflue. Al suo cospetto – e in relazione con lui – tutti sono sullo stesso piano. Gli ultimi al livello dei primi. E i primi al livello degli ultimi, che ormai sono giustappunto i primi. Non “al posto”, ma “al livello”. Nel regno dei cieli nessuno scalza nessuno. Tutti hanno, semmai, il loro inalienabile e inviolabile posto. Più precisamente: tutti stanno in un unico, medesimo, posto: quello del Figlio stretto nell’abbraccio del Padre suo.

È Cristo Gesù il «giusto mezzo», cioè colui che sta nell’abbraccio di Dio Padre. È lui, al contempo, il primo e l’ultimo, ho prôtos kaì ho éschatos, come il Risorto proclama, riguardo a sé, nell’ultimo libro della Bibbia cristiana (Ap 1,17).

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