lunedì 3 agosto 2026

VALORIZZARE L'UNICITA'

 


Dobbiamo educare i ragazzi 

valorizzando la loro unicità


Oggi l’ossessione per la performance 

induce all’omologazione.

 Eppure diventiamo noi stessi non quando eliminiamo

 la nostra stortura, ma quando

 impariamo a coltivarla.


-di Massimo Recalcati 

 Ho raccontato in un vecchio e fortunato libro del mio primo giorno di scuola: una maestra arcigna guardò i nostri volti di bambini emozionati e spaventati dalla solennità dell’occasione per intimorirci dicendoci: «Voi siete tutti delle viti storte e io sono il paletto e il filo di ferro. E il mio compito è quello di raddrizzarvi!». Una versione botanica dell’educazione si imponeva così come variante coerente di quella moralmente disciplinare che aveva ispirato la nostra scuola prima della grande e giusta contestazione del ’68. Ma cosa vede oggi un educatore quando guarda un bambino che come ogni bambino è storto a suo modo? Sempre una vite storta da raddrizzare, un difetto da correggere oppure una promessa? Vede una forza che ancora deve trovare la sua forma oppure una materia grezza da plasmare? 

Il carattere quasi classico di questa domanda tende oggi a riproporsi con urgenza. Da diverse parti tuonano educatori di ogni specie a rimpiangere la triste botanica della mia vecchia maestra e il suo altrettanto triste fervore repressivo. In un tempo dove il discorso educativo è allo sbando, l’ideale della normalizzazione disciplinare sembra ottenere sempre più consensi. Tutto deve funzionare e rientrare nei parametri efficientistici della prestazione. L’educazione rischia in questo modo di ridursi a una pratica di addestramento: correggere, disciplinare, adattare. Come se il compito dell’adulto fosse quello di trasformare ogni stortura in una linea retta. Salvo constatare che l’autorevolezza dei cosiddetti adulti si è nel frattempo infragilita e appare, di conseguenza, inadatta a svolgere il compito che le viene affidato. 

Le vite storte

 Nondimeno, in questa prospettiva, il disegno di fondo resta tale e quale a quello propagandato dalla mia maestra: raddrizzare le viti storte. Eppure dovrebbe esistere un’altra idea possibile dell’educazione che non rimpianga la virile imposizione del dovere e della disciplina come necessarie fortificazioni dell’Ego. Si tratta di un’idea il cui presupposto è quello di non considerare la stortura della vite come un incidente da eliminare, ma come l’espressione più propria della singolarità. Educare, in questa prospettiva, non significa conformare la vita a un ideale prestabilito ma valorizzare il piano inclinato, le attitudini particolari, i talenti, persino le stramberie non come rilievi irregolari da piallare, ma come manifestazioni del proprio desiderio più autentico. 

 L'idiota

Per questa ragione l’educazione dovrebbe implicare come suo presupposto etico non l’odio, ma l’amore per la stortura. È la grande lezione che Sartre affida alle oltre duemila pagine del suo magistrale L’idiota della famiglia. Al centro del suo racconto non c’è soltanto la vita di Gustave Flaubert, ma il mistero racchiuso in ogni processo di soggettivazione. Il piccolo Gustave appare agli occhi della sua famiglia come un bambino inadeguato, minorato, insufficiente. Non corrisponde affatto agli ideali coltivati dal padre e dalla madre. È il figlio senza avvenire, destinato a mancare l’appuntamento con la vita, è, appunto, l’idiota della famiglia. È una scena che gli psicoanalisti conoscono bene: ogni famiglia costruisce una geografia fantasmatica di aspettative distribuendo ruoli, compiti, mandati coi quali attribuire ai figli dei destini. 

 L’intuizione di Sartre consiste, però, nel mostrare come Flaubert non diventi un genio malgrado il destino dell’idiota che gli viene assegnato dal piano di famiglia. Sarebbe una storia troppo semplice. Sarebbe il racconto edificante dell’emancipazione, della vittoria finale e del riscatto del grande scrittore da una infanzia infelice. Al contrario, il bambino idiota non scompare nel genio ma è ciò che rende possibile il genio. 

 Non è, cioè, il genio che cancella l’idiota come si potrebbe facilmente pensare, ma è proprio l’esistenza dell’idiota a rendere possibile il genio. Il giovane Gustave scopre che nel suo sentimento costante di estraneità nei confronti del mondo e del linguaggio condiviso era custodita la possibilità di inventare una nuova lingua e un nuovo mondo. 

 La sua incapacità di aderire spontaneamente al mondo condiviso si trasforma nella possibilità di descriverlo come nessuno aveva fatto prima. 

La creatività 

È questa la dimensione creativa della vite storta: diventiamo noi stessi non quando eliminiamo la nostra stortura ma quando impariamo a coltivarla. Quando comprendiamo che la nostra bizzarria non è soltanto una prigione, ma può diventare una formidabile risorsa. Diversamente il discorso educativo contemporaneo sembra colonizzato dall’ideale della prestazione. Al suo centro non c’è la divergenza della vite storta, ma la sterilità della linea retta. Ogni differenza viene infatti classificata, diagnosticata, valutata, misurata, medicalizzata per essere infine corretta. 

 La performance

L’ossessione contemporanea per la performance produce il paradosso che mentre proclamiamo a gran voce il valore dell’unicità, costruiamo istituzioni sempre più orientate all’omologazione. Non dovremmo invece mai dimenticare che gli alberi più resistenti non sono quelli cresciuti senza vento, ma sono quelli per i quali il vento ha rafforzato le radici e ha insegnato la virtù della piega. Accade lo stesso per gli esseri umani: l’educazione non coincide con la regolazione della vita ma con la possibilità di convertire la propria stortura in una vocazione feconda.

IL CULTO DEL CORPO

 


In pubblico, in spiaggia ma non solo, ci sentiamo in dovere di esibire un certificato di idoneità. 

Così non c’è più tempo libero né vacanza ma solo esposizione narcisistica di un fisico che non può invecchiare.

 

Massimo Recalcati  

 

Non è una novità che il corpo sia diventato nel nostro tempo un oggetto privilegiato di attenzione. La vera novità è che esso sembra essere diventato un oggetto di culto, il luogo privilegiato di una vera e propria religione

Negli ultimi anni le palestre si sono moltiplicate, come nel Medioevo si moltiplicavano le chiese o i monasteri. Lo stesso febbrile attivismo, la stessa militanza fideistica. Se la Chiesa si prendeva cura dell’anima dei suoi fedeli, la palestra si prende cura del corpo dei suoi accoliti. Come accade per i luoghi religiosi di culto anche nelle palestre si deve entrare con regolarità, disciplina e devozione. La logica sacrificale appare la stessa: rinuncia al piacere immediato nel nome di una salvezza futura. 

Il culto del corpo

Ogni culto, per non ridursi ad un vuoto codice di comportamento, richiede infatti l’offerta di una parte di se stessi. Dunque eguale rigore ascetico e ritualità, sebbene i programmi estenuanti di allenamento abbiano sostituito le pratiche liturgiche e la conta delle calorie abbia preso il posto di quella dei peccati. Ma nelle chiese come nelle palestre ci vuole abnegazione e spirito di sacrificio. 

E ci vuole, soprattutto, fede. Una pletora di predicatori del corpo sempre in forma – nutrizionisti, personal trainer, influencer, santoni e coach di ogni genere – diffondono con entusiasmo il nuovo verbo. Ma una differenza si impone come decisiva: nelle vecchie chiese l’altare custodiva il mistero e il carattere inaccessibile di Dio, mentre sull’altare di questa nuova religione troneggia l’ideale feticistico e autosufficiente del proprio corpo. I muscoli definiti, gli addominali scolpiti, la schiena possente, le gambe muscolose, la pelle tatuata. Si tratta di un nuovo oggetto di culto e di una nuova fede. 

Ma quale? Quella nel carattere immortale del corpo. È questo il fantasma inconscio che permea la nuova religione. Per questa ragione il corpo non deve essere flaccido, grasso, gonfio, non deve mostrare nessuna stanchezza, non deve invecchiare, non deve essere corrotto dalla malattia, non deve esibire alcuna imperfezione. 

Più precisamente, si tratta di eliminare ogni traccia della carne, ovvero di ciò che ricorda la sua drastica finitezza. Il corpo palestrato tende ad assomigliare sempre meno a un organismo vivente e sempre più ad un materiale industriale. Deve essere duro, compatto, asciutto, tonico. Il suo paradigma non è la carne ma l’acciaio. La carne, infatti, deve essere asciugata, cancellata, soppressa proprio in quanto marchio indelebile della nostra finitezza. Il corpo in perfetta forma è il corpo che ha estirpato da sé stesso il suo destino mortale. Ma questa estirpazione richiede una applicazione tenace e mai del tutto adeguata. Ogni specchio rischia di diventare un tribunale la cui sentenza è sempre di condanna. L’impresa è titanica ed esige una costanza militare. La chirurgia estetica può allora venire in soccorso. Ma anch’essa tende a moltiplicare i suoi interventi. 

Il teatro delle maschere

Le natiche, i seni, le labbra, le palpebre, le braccia, le gambe, il ventre, il volto esigono sempre di essere ritoccati per scongiurare la visione della carne. Il fantasma è quello di rifare il proprio corpo contrastando la sua natura caduca. Anche nel mondo social il ritocco delle proprie immagini è diventato un metodo praticato regolarmente. Un vero e proprio teatro delle maschere vorrebbe ingannare non tanto gli spettatori ignari ma innanzitutto se stessi. Per poter abitare uno spazio pubblico il nostro corpo deve esibire un certificato di idoneità. Allora la spiaggia non può più essere solo un luogo di vacanza, ma quello dell’esposizione narcisistica del proprio duro e pio lavoro alla luce artificiale della palestra. Mentre in epoca premoderna il disprezzo della carne era finalizzato alla salvezza dell’anima, la nuova religione disprezza la carne perché intende elevare il corpo alla dignità di un assoluto disincarnato. 

È il rovesciamento della passione di Cristo.

Mentre egli rinuncia al corpo immortale di Dio incarnandosi, facendosi uomo, nel nostro tempo è l’uomo che, volendo cancellare la propria carne, si abolisce come uomo per rendere il proprio corpo divino. Si tratta altresì di un capovolgimento inedito del rapporto tra etica ed estetica. Mentre nelle società religiose il rigore etico imponeva una severa disciplina morale alle voluttà sensuali dei corpi flagellando la loro carne attraverso il senso di colpa e la sua espiazione, attualmente i digiuni, le penitenze e le privazioni non hanno alcuna finalità spirituale ma sono al completo servizio dell’estetica. 

Il corpo in salute, asciutto, allenato e controllato diventa un paradigma paradossale dell’integrità. La restrizione del regime alimentare non mira alla purificazione dell’anima ma deve liberare il corpo dalle sue tossine e dai suoi veleni per ribadirne la natura immortale. La virtù morale si misura in percentuale di massa grassa, in chilometri percorsi, in calorie consumate, in parametri biologici continuamente monitorati. 

‘Il corpo consunto del santo ascetico è stato sostituito da quello tonico del palestrato. 

L’estetica del corpo diventa così teologica e morale insieme: chi si prende cura del proprio corpo appare come un soggetto autenticamente responsabile, disciplinato e padrone di sé. Diversamente chi non gli dedica la giusta attenzione si trova ad incarnare una nuova forma di ateismo sacrilego, ovvero quello di non credere all’immortalità del proprio corpo.

La Repubblica 

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sabato 1 agosto 2026

PANI E PESCI


 Il metodo eucaristico che trasfigura le nostre povertà in abbondanza da condividere


 Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XVIII domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 55,1-3; Sal 144/145; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21

L’odierna pagina evangelica ci racconta il miracolo forse più “mediaticamente” eclatante di Gesù: la moltiplicazione di cinque pani e di due pesci per sfamare una folla immensa, costituita da «circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini». Quel fatto avrà avuto certamente una vasta eco in tutta la Galilea e nelle altre regioni della Palestina di quell’epoca. Non per niente lo stesso evangelista Matteo, al pari di Marco, lo riferisce per due volte, presentandolo di volta in volta con limature narrative tese a far emergere diverse sfaccettature simboliche di quell’evento straordinario. Non è da escludere che Gesù abbia veramente ripetuto quel suo gesto di soccorso nei confronti delle folle che lo seguivano. Sicuro è che si tratta di un miracolo tipicamente messianico: la gente, oppressa da tante fatiche, attende il Messia e il Maestro di Nazareth si presenta come tale.

Che il miracolo fosse stato eclatante non implicava necessariamente che ne fosse risultato evidente il senso. Difatti, l’evangelista Giovanni ne riferisce l’esito “politico”: molti, dopo aver visto l’intraprendenza di Gesù in favore del popolo affamato, avrebbero voluto acclamarlo re. Anche questa avrebbe potuto essere una prospettiva di tipo messianico: Israele aspettava un condottiero che lo guidasse nella lotta di liberazione contro i dominatori romani non meno che contro i loro collaborazionisti e la capacità del Rabbi galileo nel risolvere i problemi prometteva bene. Ma Gesù non interpretava il suo messianismo in termini politici.

Per comprendere appieno il senso messianico della moltiplicazione dei pani e dei pesci, conviene considerare il contesto in cui essa viene riferita. Innanzitutto il vuoto lasciato dalla tragica morte di Giovanni il Battista. Gesù ne apprende la notizia e tenta di sparire dalla circolazione. Probabilmente vuole elaborare per conto proprio il lutto. Ma vuole anche fare il punto della situazione: il Battista lo aveva additato come il Messia venturo ed egli stesso s’era reso consapevole della propria missione messianica ricevendo da lui il battesimo nelle acque del fiume Giordano. La teofania avvenuta in quel frangente aveva illuminato la sua coscienza circa il compito che Dio gli aveva assegnato. Ora è giunto il momento di decidere il da farsi. Con le parabole Gesù ha annunciato l’avvento del Regno dei cieli. Come far capire a tutti che a impersonare quel Regno è lui stesso? Del resto, le folle sembrano intuire la sua identità messianica e per questo lo seguono ovunque. Come corrispondere a una tale attesa?

Gesù corrisponde a quell’attesa vivendo un messianismo che mostra dei tratti peculiari: quelli profetizzati nei rotoli antichi, in particolare da Isaia. Non fa leva sul diffuso disagio sociale, non sfrutta la rabbia della gente, non arruola una falange di combattenti, non organizza un movimento partigiano, né tantomeno un partito. Piuttosto fissa lo sguardo sulla situazione, ne penetra le pieghe più strette e ne registra le motivazioni più nascoste. Si fa carico della sofferenza di quelle persone e se ne prende cura: «Sceso dalla barca, egli vide (eîden) una grande folla, sentì compassione (esplanchnísthē) per loro e guarì (più esattamente: curò, etherápeusen) i loro malati». Sono le voci verbali che il Maestro usa solitamente quando descrive, nelle sue parabole, l’intervento salvifico di Dio. Egli vive in prima persona il comportamento di Dio, la sua chiaroveggenza e la sua lungimiranza, la sua empatia e la sua misericordia, la sua attenzione amorosa nei confronti di chi non riesce a farcela da solo.

Restituisce, inoltre, al «deserto» (érēmos) il suo significato più positivo e – in definitiva – più autentico: quel luogo in cui gli esseri umani si sentono soli e isolati nelle loro limitazioni, abbandonati alle loro debolezze, privi di ogni punto di riferimento e senza alcun appoggio, costretti a fare i conti con la loro povertà e messi alla prova dalla mancanza di risorse, ridiventa il «qui» (hôde) in cui si manifesta la presenza di Dio e in cui la sua compagnia si dimostra efficace: «Gli risposero [i discepoli]: “Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci”. Ed egli disse: “Portatemeli qui”».

In questo contesto spicca il senso complessivo della moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci per saziare la grande folla. In un luogo deserto, dove umanamente non si può puntare su niente e su nessuno per fronteggiare con successo le difficoltà di tanti, i discepoli fanno appello al buon senso, che – in quel frangente – consiglierebbe di arrendersi dissimulando la resa: congedare tutte quelle persone, venendo così incontro realisticamente al loro bisogno di cercare altrove ristoro e al contempo sottraendosi astutamente alle loro eventuali rivendicazioni. Nell’impossibilità di agire con efficienza, meglio non assumersi alcuna responsabilità.

Tuttavia, Pietro e gli altri suoi amici restano spiazzati dalla provocazione del loro Maestro: «Non occorre che vadano, voi stessi date loro da mangiare». E replicano confessando la loro inclinazione all’autosufficienza, che in quel momento è sinonimo di egoismo prima ancora che di impotenza: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci», che possono e devono bastare per noi stessi, per superare – almeno noi – la crisi generale.

Gesù, da parte sua, vuol far capire ai suoi discepoli che la riuscita del loro intervento non si misura sotto il profilo quantitativo, bensì sotto quello qualitativo. Riusciranno a “sfamare” la folla non in base alle risorse – effettivamente esigue – che hanno in dotazione, ma alla loro maniera di procedere. Quel che garantisce efficacia ed efficienza è il metodo con cui si adoperano le risorse. E Gesù insegna loro, giustappunto, il metodo giusto.

È un metodo di tipo “eucaristico”. I discepoli devono essere disposti a consegnarsi totalmente al Signore: quel poco che essi presumono di possedere e che in ogni caso non devono trattenere per sé, quel poco che non immaginano neppure di poter riuscire a fare, quel poco che sono entro i limiti della loro semplice umanità. La penuria di mezzi, lo scoraggiamento, il dubbio, ricondotti a Dio, affidati alla sua paterna volontà, possono essere trasfigurati in nuove energie, in abbondanza da condividere, in provvidenza di cui farsi tramite: «E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, Gesù prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla».

La sfida lanciata da Gesù ai suoi primi discepoli vale ancora, anche per noi. E resta ancora valida la metodologia eucaristica da lui insegnata. Potremmo, anche noi, dichiarare la nostra impotenza di fronte ai guai da cui oggi il mondo è afflitto. Potremmo anche noi rinchiuderci dentro un’asfittica autoreferenzialità “ecclesiastica”. Potremmo anche noi dividerci gli uni contro gli altri riguardo alle soluzioni politiche con cui affrontare le numerose problematiche che ci preoccupano. Potremmo anche noi sperare in qualche strapotente personaggio capace di imporre ovunque la pace per mezzo di una guerra finalmente “giusta”, combattuta con le armi che sputano fuoco, o con quelle che impongono il ricatto economico e finanziario, o con quelle che propinano illusioni a colpi di propaganda fasulla e di persuasione occulta. Tutti stratagemmi per trattenere solo per noi i cinque pani e i due pesci. Ma noi siamo stati invitati a partecipare all’eucaristia domenicale, nella quale è rievocata – secondo l’evangelista Matteo – la loro moltiplicazione. E siamo perciò tenuti ad applicare il metodo insegnatoci dal Cristo, fidandoci di ciò che il versetto alleluiatico – subito prima della proclamazione della pagina evangelica – ci ricorda con le parole di Gesù, ancora una volta riportate da Matteo: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4b).

www.tuttavia.eu

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venerdì 31 luglio 2026

DON MAZZI AL SERVIZIO DEI GIOVANI

 


 “È morto don Mazzi, il sacerdote che non ha mai smesso di cercare i ragazzi”


-di Viviana Daloisio

Con Exodus è stato tra i primi a tendere la mano ai tossicodipendenti, trasformando il Parco Lambro di Milano in un luogo di rinascita. Intuì prima di molti altri che la risposta alla droga si deve dare sul piano educativo.

L'infanzia difficile, la “scuola dei preti”, la vocazione, il volto mediatico.

Il telefono ha continuato a squillare fino alla fine, nella storica sede di Exodus al Parco Lambro di Milano, sotto le grandi travi di legno che reggono il soffitto.

Lì, nel luogo che per decenni è stato una delle frontiere del disagio giovanile italiano, don Antonio Mazzi s’è spento oggi pomeriggio all’età di 96 anni, circondato dalla sua grande, immensa famiglia.

Ormai da tempo non ci arrivano più i ragazzi dell’eroina, quelli che negli anni Ottanta la dipendenza e la strada consumavano nell’impotenza generale e che il sacerdote veronese – solo, insieme agli altri “preti di frontiera” che in quegli anni sceglievano la prima linea delle periferie umane e geografiche del nostro Paese – raccoglieva e provava a salvare.

A chiedere aiuto per figli fragili come cristalli, scavati dal disagio mentale, dall’anoressia, dal male di vivere, dalle dipendenze da azzardo e social network, ci sono sempre più spesso i banchieri, i politici, le madri disperate, le famiglie smarrite.

Lui, il don, li ascoltava tutti dalla sua grande scrivania e continuava a fare ciò che aveva fatto per tutta la vita: incontrare le persone prima ancora che i loro problemi.

Ridurre la sua storia a quella del prete che ha combattuto la droga sarebbe ingiusto.

La tossicodipendenza è stata la grande emergenza dentro cui il nome di don Antonio Mazzi è diventato familiare a milioni di italiani, ma il centro della sua vocazione è sempre stato un altro: la convinzione che nessun ragazzo si salvi senza qualcuno che lo riconosca, lo accompagni e gli restituisca fiducia.

Quella convinzione era nata molto prima di Exodus, molto prima di Milano.

A Verona per l’esattezza, dove Antonio Mazzi viene al mondo il 30 novembre del 1929.

Il padre muore quando lui ha appena tredici mesi ed è un’assenza destinata a segnare tutta la sua esistenza: anni dopo scriverà che proprio quel vuoto gli fece comprendere la sua vocazione più profonda, «essere padre per altri».

Il sacerdozio, senza quella paternità, gli sarebbe sembrato soltanto «tonaca, turibolo, sacrestia e fervorini».

Da ragazzo, d’altronde, Antonio non assomiglia affatto all’immagine del seminarista modello: è inquieto, ribelle, insofferente alle regole, viene persino bocciato per cattiva condotta.

Cresce nella povertà, attraversa la guerra, sperimenta la fatica di vivere solo con la madre. Sono i semi di quello che gli avrebbe consentito, più tardi, di capire a pelle i ragazzi che tutti gli altri giudicavano irrecuperabili: «Io, se non fossi diventato sacerdote, sarei stato uno di voi» ripeteva spesso, a volte scherzando, a volte col volto corrucciato, attraversato da chissà quali ricordi.

L’incontro con l’opera di san Giovanni Calabria (che frequenta più per necessità che per devozione) e poi con i giovani travolti dall’alluvione del Polesine è decisivo: anche in quei ragazzi, che lui s’era offerto di accompagnare come educatore, riconosce qualcosa di sé.

Da allora la sua strada non cambia più: stare dalla parte degli ultimi, soprattutto quando gli ultimi sono giovani.

Quando negli anni Settanta l’eroina invade le città italiane, don Mazzi è tra i primissimi a comprendere che non basta reprimere né compatire: occorre costruire luoghi in cui ricominciare.

Exodus

Nasce così Exodus, destinata a diventare una delle esperienze educative e sociali più significative del Paese.

Dimenticate il modello di comunità terapeutica che conosciamo oggi: Exodus è da subito una casa (lo spazio viene ricavato in una vecchia cascina), poi una cooperativa che offre percorsi di lavoro, poi un luogo di educazione e di formazione da cui fioriranno negli anni i progetti internazionali e i centri giovanili che allargheranno all’Italia e al mondo la missione originaria.

Il cuore pulsante dell’opera è e resta un luogo simbolo, il Parco Lambro: lì dove Milano ha conosciuto gli anni più duri della droga don Antonio costruisce il suo presidio educativo permanente.

Che per lui è un rifugio, un laboratorio, spesso anche un grido nei confronti di una città e di un Paese che la droga, e i “drogati”, non vuole vederli.

Figurarsi aiutarli.

Il don non si accontenta. Negli anni diventa anche un volto popolare della televisione, un autore prolifico (lunghissima la sua collaborazione con Avvenire), un interlocutore ascoltato da politica e istituzioni.

Ma in ogni contesto continua a diffidare delle formule e delle ricette precostituite, preferendo la relazione personale: «Spengo il cervello e accendo il cuore» diceva spiegando il modo in cui avvicinava i ragazzi, che subito lo amavano.

E quando tra quei ragazzi passavano anche i protagonisti delle pagine più oscure della cronaca italiana, per lui era lo stesso.

Da Erika De Nardo a Pietro Maso, da Renato Vallanzasca a Fabrizio Corona, don Mazzi sceglieva sempre di vedere prima la persona del personaggio, il ragazzo dell’assassino, l’uomo del detenuto.

Con il passare degli anni il suo sguardo è cambiato insieme ai giovani: don Mazzi ha compreso prima (e meglio) di molti altri che la nuova emergenza non coincide più soltanto con le dipendenze.

I ragazzi che bussano a Exodus, come a tutte le comunità – lo dicevamo all’inizio – sono spesso figli di famiglie benestanti, non necessariamente segnati dalla droga, ma da un senso di vuoto, di inutilità, di mancanza di futuro.

«Un drogato prima o poi lo convinci a non drogarsi più» osservava spesso, «più difficile è curare questa nuova povertà di speranza». Per questo il sacerdote ha anche immaginato una trasformazione radicale della stessa Exodus: non più strutture chiuse, più centri di aggregazione, più presenza nei territori, più educazione preventiva. «Bisogna arrivare prima», ripeteva ai suoi, non aspettare che il disagio esploda.

Il suo impegno, che ha attraversato oltre mezzo secolo di storia italiana, lascia un segno e tanti frutti: migliaia di ragazzi accolti, decine di comunità e una presenza educativa che continua ben oltre la figura del fondatore.

Ma soprattutto uno sguardo: quello di un sacerdote che non ha mai separato la fede dall’incontro concreto con le persone e che ha fatto della misericordia una pratica quotidiana.

Mancherà come l’aria.

www.avvenire.it



OLTRE GLI STEREOTIPI


 LA COOPERAZIONE CHE NON VEDIAMO



Fiducia e capitale morale oltre gli stereotipi

 

-di VITTORIO PELLIGRA

In uno studio condotto in 125 Paesi, a più di centomila persone è stato chiesto se fossero disposte a rinunciare a una parte del proprio guadagno per contribuire, insieme a uno sconosciuto, a un progetto contro il riscaldamento globale. Il 69 per cento ha detto sì. Prima di scegliere, però, gli stessi partecipanti avevano stimato che lo avrebbe fatto soltanto il 47 per cento degli altri. La distanza tra questi due numeri racconta qualcosa di importante.

Molte persone sono disponibili a cooperare per un obiettivo comune, ma questa disponibilità viene sistematicamente sottostimata. E questo errore non è senza conseguenze. Chi crede che gli altri non faranno la propria parte, infatti, trova meno ragioni per fare la sua. Lo studio di Peter Andre e colleghi sul cambiamento climatico si inserisce in un filone di ricerca che si concentra sulle misperceptions about others, l’imprecisione con la quale giudichiamo le intenzioni e le azioni degli altri. Nicholas Epley, nel suo bellissimo libro A Little More Social, osserva lo stesso problema dal punto di vista della vita quotidiana. Molte occasioni di contatto, riconoscimento e aiuto vengono lasciate cadere non perché manchi il desiderio di relazione, ma perché valutiamo male l’accoglienza che riceveremo. Non chiediamo aiuto perché pensiamo questo crei fastidio, non facciamo una telefonata ad un amico per la stessa ragione, spesso non diciamo neanche grazie per paura che venga mal interpretato. Le convinzioni sugli altri orientano così i gesti con cui allarghiamo o restringiamo il nostro ambiente sociale. Ciò che non tentiamo non può sorprenderci e ciò che non osserviamo difficilmente corregge le nostre aspettative.

Identità

Questa dinamica diventa particolarmente rilevante quando entra in gioco l’identità. In uno studio appena pubblicato assieme a Gabriele Ballicu e Valeria Concas, abbiamo studiato fiducia e cooperazione nel rapporto tra Nord e Sud d’Italia. L’esperimento ha coinvolto 2.405 persone. In alcuni casi i partecipanti non conoscevano la provenienza geografica della controparte mentre in altri casi sapevano di interagire con qualcuno del Nord o del Sud. Quando l’origine territoriale restava sconosciuta, non emergevano differenze sistematiche tra settentrionali e meridionali. Le distanze si manifestavano soprattutto quando l’identità veniva resa saliente. Il risultato più significativo riguardava le aspettative. Una parte dei partecipanti meridionali attribuiva ad altri meridionali una minore propensione alla fiducia e alla cooperazione.

Il dato invita a rovesciare una lettura consolidata. Il divario non deve essere interpretato necessariamente come il riflesso di disposizioni morali profonde e immutabili. Può dipendere anche dal modo in cui le persone anticipano il comportamento degli altri.

L’identità condivisa, anziché rafforzare automaticamente il legame, può richiamare una reputazione collettiva negativa e trasformarla in una previsione sul singolo individuo. Qui le percezioni diventano istituzioni informali. Se una comunità viene rappresentata a lungo come scarsamente affidabile, quella descrizione può sedimentarsi anche all’interno del gruppo i cui membri la interiorizzano. Chi ne fa parte può finire per usare lo stereotipo come criterio prudenziale. Concede meno fiducia, si espone meno, interpreta con maggiore sospetto i segnali ambigui. Non perché possieda necessariamente preferenze meno cooperative, ma perché agisce in un ambiente nel quale la cooperazione sembra meno probabile, anche se non lo è. Il confronto tra questi lavori suggerisce una tesi comune. Una società non utilizza tutto il capitale morale di cui dispone quando i suoi membri non riescono a riconoscerlo negli altri.

Comunicazione responsabile

Questa è anche una questione di politica pubblica e di comunicazione responsabile. Correggere le percezioni non significa diffondere messaggi edificanti o occultare i conflitti. Significa produrre informazioni credibili sui comportamenti reali, rendere visibili le pratiche cooperative e valorizzare le esperienze che contraddicono le narrazioni più stereotipate. Nel campo climatico, sapere che molti altri sono pronti a contribuire può aumentare la disponibilità individuale. Nei territori segnati dalla sfiducia, mostrare che la cooperazione esiste può impedirle di apparire come un’eccezione irrilevante. Le istituzioni hanno dunque anche un compito conoscitivo, quello di aiutare i cittadini a vedersi con maggiore precisione. Non soltanto sanzionare chi viola le regole o premiare chi le rispetta, ma rendere pubblicamente riconoscibile la parte di società che già funziona. La speranza contenuta in queste ricerche non è ingenua. Non afferma che gli esseri umani siano sempre generosi né che i problemi collettivi possano essere risolti con una campagna informativa. Suggerisce semplicemente che in molte circostanze non partiamo da zero. Esistono risorse di fiducia, responsabilità e disponibilità che rimangono inutilizzate perché non sappiamo quanto siano diffuse. Perché siamo preda di una sorta di pessimismo antropologico. In questo senso, dunque, non si tratta di generare nuova cooperazione, ma di imparare a vedere quella che già esiste.

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DEMOGRAFIA E LAVORO

 

La fine del lavoro abbondante 

 La demografia riscrive gli equilibri in Italia

di Luigino Giliberto

Per lungo tempo il dibattito pubblico e accademico sul mercato del lavoro italiano si è sviluppato attorno a una diagnosi relativamente stabile: un sistema caratterizzato da elevata disoccupazione, in particolare giovanile, da una domanda di lavoro debole e da una crescita insufficiente. Ma negli ultimi anni, questa lettura sta progressivamente perdendo capacità esplicativa.

Non perché tali problemi siano scomparsi, ma perché si sta imponendo una dinamica più profonda che modifica le fondamenta stesse del mercato del lavoro: il declino demografico, che rende il lavoro una risorsa sempre più scarsa e decisiva. E se per decenni il problema è stato creare occupazione, oggi la sfida si sta spostando: trovare persone, competenze e capitale umano su cui costruire la crescita. Un cambiamento profondo che rischia di ridisegnare gli equilibri economici e territoriali del Paese (…)

In questa analisi, realizzata per il Diario del Lavoro, il fenomeno con cui sempre più saremo costretti a fare i conti, e cioè la “fine del lavoro abbondante”, viene osservato e descritto in tutti i suoi aspetti. (…continua a leggere nel file allegato)

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pdf Tra inverno demografico e divari territoriali

LA VIOLENZA DEGLI ORFANI


 In nome 

della 

 sicurezza

-di Giuseppe Savagnone

«Chi aggredisce, chi rapina, chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni», ha detto la premier Giorgia Meloni in un videomessaggio, per spiegare il senso del ddl con cui il 23 luglio scorso il governo ha modificato l’articolo 98 del Codice penale, introducendo la presunzione della capacità di intendere e di volere per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Ci sono «ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla», per via della loro minore età.

Obiettivo, fronteggiare quello che, secondo la percezione della maggioranza degli italiani, è il dilagare delle baby gang, gruppi criminali di giovanissimi, spesso solo adolescenti, dediti ad azioni violente, di solito nei confronti di coetanei, troppo a lungo sottovalutati a causa della loro età. Rispondendo così a un bisogno di sicurezza che sembra avere un ruolo decisivo anche ai fini del consenso, in vista della ormai prossima scadenza elettorale.

Ma di questa tematica il nostro esecutivo si era già occupato con il decreto legge noto come il “pacchetto sicurezza Caivano”, il cui titolo era «Misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile». Dove, per fronteggiare questi fenomeni, si erano moltiplicati i casi di custodia cautelare per i minori, si erano aumentate le pene per alcuni reati e si era reso più difficile l’accesso a forme di pena alternative al carcere.

Anche allora queste misure hanno destato vivaci critiche, che si sono rinnovate in occasione del nuovo disegno di legge. E non solo da parte delle opposizioni, ma delle associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, in particolare di quelli dei più giovani, come «Antigone» e «Save the Children».

Dalla logica del recupero a quella del carcere

Critiche peraltro confermate dai fatti, a un anno dal decreto Caivano, secondo Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’osservatorio sulle carceri minorili di “Antigone”, la quale constatava, in un’intervista su «Il Foglio» del 20 ottobre 2024, che questo governo «sta trasformando drasticamente il sistema della giustizia minorile, spostandolo verso un modello criminalizzante, carcerocentrico e purtroppo privo di prospettive». Le prove? Negli Istituti penali per minorenni (Ipm), dopo la “stretta”, le presenze sono aumentate di circa il 35 per cento. Per la prima volta anche le carceri minorili sono alle prese con il sovraffollamento.

E non si tratta sempre di criminali, al contrario: «La crescita degli ingressi negli ultimi 12 mesi è fatta quasi interamente di ragazze e ragazzi in misura cautelare», che sono ancora in attesa di giudizio e risultano dunque, per la legge, presunti innocenti.

Senza dire che il decreto ha permesso un più rapido trasferimento dei ragazzi appena maggiorenni – anche quelli in custodia cautelare – nelle carceri per adulti, dove evidentemente vengono a trovarsi a contatto con un ambiente che rischia di trasformarsi in una scuola di violenza e di criminalità anche per quelli che criminali non erano.

E poi le limitazioni all’applicazione, per i minori, dell’istituto della «messa alla prova», che prevede la sostituzione della detenzione con lo svolgimento di attività di pubblica utilità sotto il controllo dei servizi sociali. Una formula che funziona, perché responsabilizza il minore, coinvolge la famiglia, mobilita il territorio, e che ha una percentuale di esiti positivi superiore all’85 per cento. Il decreto ha introdotto preclusioni automatiche per alcuni reati, comprimendo la discrezionalità del giudice minorile, che non può più applicare la “messa alla prova” in quei casi.

È in questo quadro che ora si inserisce il nuovo disegno di legge sulla presunzione di responsabilità del minore, destinato, evidentemente, ad aumentare il numero dei ragazzi soggetti a misure detentive.

Insieme, i due provvedimenti legislativi stravolgono la logica del diritto penale minorile che era nato, con il dpr 448 del 1988, come un laboratorio di responsabilizzazione e recupero e per cui il carcere era l’extrema ratio. Questo spiega l’opposizione al nuovo ddl anche da parte degli avvocati penalisti italiani. Una nota della giunta dell’Unione delle camere penali parla di «una modifica che incide in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile» e che «aggiunge un ulteriore tassello alla strategia repressiva adottata nei confronti dei minori, iniziata con il decreto Caivano».

La società deve aiutare i giovani prima che punirli

Centrate sull’identità del minore sono le critiche di «Save the Children». L’associazione denuncia una «adultizzazione della giustizia minorile» che misconosce la peculiare identità delle persone che ne sono oggetto. Un adolescente, a differenza degli adulti, è ancora in via di formazione e le sue devianze e i suoi errori non sono espressione di una personalità ormai definita, ma si collocano in una fase ancora in parte indefinita di transizione. «Giovani che commettono anche reati gravi stanno ancora costruendo la propria identità e conservano importanti possibilità di cambiamento». Per questo «il procedimento penale deve avere una finalità educativa e il ricorso alla sanzione penale deve rappresentare l’ultima risposta possibile».

«Save the Children» attira inoltre l’attenzione sulla necessità di far prevalere la prevenzione rispetto alla repressione, individuando e curando le cause della criminalità minorile. «Se un minorenne, soprattutto se molto giovane, arriva a commettere un reato, è necessario interrogarsi anche su ciò che è mancato prima: il sostegno della scuola, della comunità, dei servizi, delle opportunità educative e relazionali che avrebbero dovuto proteggerlo. La tutela della collettività e la prevenzione richiedono soprattutto interventi strutturali sul piano educativo e relazionale dei giovani, anziché un’estensione della risposta penale».

In funzione di questa esigenza, «servono comunità educanti solide e responsabili, capaci di sostenere i ragazzi e le ragazze, non soltanto di controllarli o punirli. È fondamentale offrire opportunità concrete di crescita attraverso:

  • sportelli di ascolto nelle scuole
  • percorsi di sostegno alla genitorialità
  • attività culturali, sportive e sociali accessibili». 

Ma c’è o no l’emergenza sicurezza?

A tutti questi rilievi il governo risponde che siamo di fronte a una situazione di emergenza, a cui occorre far fronte con provvedimenti straordinari. Ed è verissimo che, come prima osservato, questa è la domanda che sale da moltissimi cittadini.

Ora, non c’è dubbio che stiamo assistendo ultimamente a un proliferare di episodi che hanno come protagonisti gruppi di giovanissimi variamente definiti come baby gang o maranza. Molti di questi ragazzi provengono da contesti periferici, famiglie fragili o quartieri con scarse opportunità educative e lavorative. Ma ci sono anche giovani che provengono dalle classi sociali più alte e che non arrivano al crimine per motivi economici.

Elemento comune a tutti è l’assenza o la debolezza delle figure educative: genitori poco presenti, scuola percepita come distante o inutile, adulti incapaci di esercitare un’autorità credibile. Il gruppo diventa così il principale riferimento identitario, con regole proprie e spesso aggressive. I social fungono da cassa di risonanza, utilizzata per trasformare le imprese criminali in spettacolo.

Si deve a questi gruppi, principalmente, se nel 2024 le forze di polizia hanno segnalato 38.247 minori tra denunciati e arrestati, con un aumento del 17% rispetto al 2023 e di circa il 30% rispetto al periodo pre-Covid.

Ma sono davvero numeri che giustificano il clima di emergenza evocato dalla stampa di destra e dal governo? Nell’VIII Rapporto dell’associazione “Antigone”, presentato il 24 febbraio scorso, si racconta una storia abbastanza diversa. Il Rapporto richiama i dati Eurostat, aggiornati al 2023, secondo cui l’Italia è tra i paesi con i tassi di minorenni denunciati più bassi dell’Europa, con 363,4 denunce per 100.000 abitanti, quasi la metà della media europea che è di 647,9.

Quanto all’aumento del 17% delle segnalazioni nel 2024, l’incremento scende al 12% considerando le prese in carico effettive da parte dell’autorità giudiziaria. Un aumento non terrificante, dunque, e che peraltro risente delle fisiologiche oscillazioni annuali per cui, come il Rapporto segnala, le denunce di minori per omicidio nel 2024 sono state 26, una in più che nel 2023, in cui erano 25, ma meno che nel 2022 in cui erano state 27 e della media registrata tra il 2014 e il 2017, che era di circa 33 l’anno.

C’è poi il capitolo dei minori stranieri. La narrazione politica, fortemente sostenuta a livello mediatico, insiste su un’emergenza che i numeri non confermano. L’86 % degli omicidi commessi da ragazzi entrati negli Ism nel 2025 è attribuito a italiani. Gli stranieri finiscono più spesso in carcere per reati contro il patrimonio, meno gravi.

Insomma, siamo lontani dalla rappresentazione, ricorrente sui media e nelle dichiarazioni dei politici, di un disastro incombente.

Perché ritorni un “padre”

Il fatto è che è più facile moltiplicare le misure punitive che fare uno sforzo serio di comprendere la violenza dei giovani. Non basta neppure una prevenzione che cerchi di limitare l’accesso ai social ai minori di 15 anni, come hanno fatto l’Australia e la Francia, probabilmente presto seguiti da altri Paesi, tra cui l’Italia. Il punto è che non basta, ancora una volta, vietare. Un passo importante può essere costruire nuove opportunità a livello sociale ed economico per sanare alcune delle cause che spingono alla violenza i più emarginati. Ma, come abbiamo visto, la violenza giovanile coinvolge anche ragazzi delle classi agiate. Neppure questo, dunque, è sufficiente.

Bisogna finalmente rendersi conto che la povertà dei nostri giovani è innanzi tutto culturale e valoriale. Criminalizzarli serve solo a nascondere che i responsabili della loro mancanza di limiti siamo noi, gli adulti. Quello che noi abbiamo costruito, in cui li stiamo facendo crescere e che stiamo lasciando in eredità è un mondo desertificato, dove la violenza dei nostri figli esprime in definitiva il grande vuoto in cui si sono venuti a trovare senza loro colpa.

Un vuoto, innanzi tutto, di paternità. Si notava prima che ciò che accomuna maranza e membri delle baby gang è la mancanza di figure educative, in famiglia, a scuola, in parrocchia, capaci di essere un punto di riferimento e di trasmettere – con la loro testimonianza, prima ancora che con le loro parole – un orizzonte di senso. Sono orfani.

Ciò che manca è un “padre”.

Dove con questo termine non si intende un genitore in senso biologico, né la figura autoritaria che in passato pretendeva di insegnare ai figli ideali e regole precostituiti. Come dice Recalcati, il possibile ritorno del padre, oggi, può essere paragonato a quello di Ulisse. Telemaco aspettava un eroe armato e vittorioso e si trovò davanti un mendicante sfinito, che però era rimasto tenacemente aggrappato alla sua speranza di tornare.

Così oggi i giovani hanno bisogno di incontrare sulla loro strada – in famiglia, a scuola, in chiesa, ma anche in un campo sportivo – qualcuno che testimoni la possibilità di dare alla vita un senso. «La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza». All’adulto è chiesto non di avere certezze che non abbiamo, ma di mantenere lui stesso viva la ricerca, per essere «un padre radicalmente umanizzato, vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso».

 www.tuttavia,eu

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