mercoledì 23 settembre 2026

IMPARARE A RIPROVARE



L’errore


 e il compito


 degli adulti



-di STEFANO VICARI*

Con la riapertura delle scuole, bambini e ragazzi tornano a confrontarsi con orari, regole, attese, compiti e valutazioni. Tornano anche a scoprire che non sempre si può scegliere ciò che piace, riuscire al primo tentativo o ottenere subito quello che si desidera. La scuola non trasmette soltanto conoscenze. Insegna anche ad aspettare il proprio turno, accettare una correzione, affrontare un voto deludente e riprovare dopo un errore.

Tollerare la frustrazione non significa non provare rabbia, tristezza o delusione.

Significa riuscire a regolare queste emozioni senza esserne travolti, senza rinunciare immediatamente e senza trasformare ogni ostacolo in una catastrofe. È una capacità che non compare da sola con l’età, ma si costruisce gradualmente fin dai primi anni di vita. Un bambino piccolo vuole tutto e subito. Non perché sia egoista o maleducato, ma perché le capacità di attendere e controllare gli impulsi sono ancora immature. Ha bisogno di un adulto che lo aiuti a calmarsi, dia un nome a ciò che prova e mantenga il limite anche quando protesta. Poco alla volta quella regolazione ricevuta dall’esterno diventerà una capacità personale.

Questo apprendimento passa attraverso esperienze semplici. Aspettare qualche minuto, lasciare un gioco a un altro bambino, accettare che una richiesta non possa essere soddisfatta immediatamente, finire un piccolo compito prima di dedicarsi a qualcosa di piacevole. Non servono privazioni costruite di proposito. La vita quotidiana offre già abbastanza occasioni per incontrare un limite.

Oggi molti adulti sembrano fare sempre più fatica a lasciare che un figlio incontri una frustrazione. Anticipiamo i desideri, riempiamo le attese, interveniamo alla prima difficoltà. Il gesto nasce spesso dalla volontà di proteggerlo, ma può trasmettergli un messaggio diverso: che la delusione sia qualcosa da evitare e che, da solo, non abbia risorse sufficienti per affrontarla. Non si tratta, naturalmente, di lasciare un bambino solo davanti a difficoltà troppo grandi. Educare alla frustrazione non significa umiliare, negare conforto o imporre sofferenze “per farlo crescere”. Un limite utile deve essere comprensibile, proporzionato all’età e accompagnato dalla presenza dell’adulto. Possiamo riconoscere la rabbia senza eliminare la regola, accogliere il pianto senza concedere automaticamente ciò che era stato negato, aiutare a cercare una soluzione senza sostituirci.

Anche la scuola può svolgere un ruolo decisivo. Imparare richiede tempo, esercizio e la possibilità di sbagliare. Ma se ogni voto diventa un giudizio sul valore personale, l’errore non insegna più e diventa una minaccia. Genitori e insegnanti dovrebbero aiutare i ragazzi a distinguere il risultato dalla persona. Un compito andato male dice che quella prova non è riuscita, non che chi l’ha svolta sia incapace. Non chiediamo soltanto «che voto hai preso?», ma anche «che cosa hai capito?».

La tolleranza della frustrazione non è uguale per tutti. Un bambino con ADHD, autismo, difficoltà del linguaggio, ansia o disabilità intellettiva può reagire più intensamente all’attesa, all’imprevisto o all’insuccesso. Non è necessariamente mancanza di volontà. Può avere bisogno di regole anticipate, tempi più brevi, pause e un aiuto maggiore per riconoscere ciò che prova. L’obiettivo resta imparare ad autoregolarsi, ma il percorso non può essere identico per tutti.

Anche l’ambiente digitale rende l’attesa sempre meno abituale. Un video inizia subito, una risposta arriva in pochi secondi, un contenuto che annoia può essere sostituito con un gesto. La tecnologia non rende fragili, ma una vita organizzata intorno alla gratificazione immediata offre poche occasioni per allenare la pazienza, sostenere la noia e continuare ciò che non premia subito. Gli adulti non possono chiedere ai ragazzi ciò che non riescono a mostrare. Se reagiamo con irritazione a una coda, a un ritardo o a un contrattempo, insegniamo che ogni ostacolo è un affronto. I bambini imparano osservando come accettiamo un errore e ricominciamo dopo una delusione. Tollerare la frustrazione non significa rassegnarsi. Significa distinguere ciò che può essere cambiato da ciò che, almeno per il momento, deve essere accettato. Significa restare davanti a una difficoltà abbastanza a lungo da poter cercare una strada diversa. Da questa esperienza nascono perseveranza, autonomia e fiducia nelle proprie capacità.

La fatica dell’imparare.

La ripresa della scuola può essere allora l’occasione per restituire valore anche alla fatica di imparare. Non chiediamo alla scuola di eliminare ogni ostacolo né ai ragazzi di affrontarlo senza aiuto. Chiediamo agli adulti di accompagnarli senza fare tutto al loro posto, di sostenere le emozioni senza cancellare i limiti e di ricordare che crescere non significa ottenere sempre ciò che si vuole. Significa imparare che una delusione può fare male senza distruggerci, che un errore può essere corretto e che, dopo un insuccesso, è ancora possibile riprovare.

*Stefano Vicari - Professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma

www.avvenire.it


IL PERDONO

 Libro

Gallagher: "perdoniamo" 

e "chiediamo perdono", 

parole di grande forza 

e attualità

Il segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali ha partecipato ad un evento organizzato nell'ambasciata della Polonia presso la Santa Sede per la presentazione del volume "Perdoniamo e chiediamo perdono" dedicato allo storico messaggio dell'episcopato polacco ai vescovi tedeschi del 18 novembre 1965

-di Dorota Abdelmoula-Viet – Città del Vaticano 

"Perdoniamo e chiediamo perdono", due parole che ancora oggi mantengono una forza e un'attualità peculiari. Lo ha detto l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, intervenendo ieri sera 21 settembre alla presentazione del libro dal titolo, appunto, Perdoniamo e chiediamo perdono ispirato allo storico messaggio rivolto dai vescovi polacchi ai vescovi tedeschi nel 1965. Il volume, presentato presso l'Ambasciata della Polonia presso la Santa Sede, è il frutto di un convegno scientifico tenutosi lo scorso anno alla Gregoriana, in occasione del 60.mo anniversario di questo storico evento.

Il perdono dono del Signore

Nel suo intervento, monsignor Gallagher ha sottolineato l'importanza attuale del gesto compiuto anni fa dai due episcopati. "Le parole ‘perdoniamo e chiediamo perdono’, pronunciate in un'Europa ancora profondamente segnata dalle ferite della guerra, conservano anche oggi una forza e un'attualità peculiari”, ha affermato. “Esse ci ricordano che la riconciliazione nasce non dal dimenticare il passato, ma dalla capacità di affrontarlo nella verità, aprendosi con coraggio e fiducia al dialogo sincero, senza dimenticare che per un cristiano essa è innanzitutto un dono del Signore risorto, come afferma San Paolo ‘Dio ci ha riconciliati mediante Cristo’”.

L’arcivescovo ha sottolineato che la pubblicazione è un invito a riflettere sul valore di questa testimonianza "per il presente e per il futuro, in un tempo nel quale non mancano nuove divisioni e contrapposizioni. Essa ci ricorda quanto sia prezioso custodire ciò che è stato pazientemente costruito nel corso dei decenni". Ha inoltre espresso gratitudine alle Ambasciate di Polonia e Germania presso la Santa Sede per il loro impegno nel promuovere la memoria di questo evento che ha contribuito in modo unico alla costruzione della riconciliazione nell'Europa del dopoguerra. Gallagher ha anche auspicato che "le mani tese sessant'anni fa continuino a rimanere unite e possano indicare anche alle nuove generazioni una via di riconciliazione, di comune responsabilità e di pace".

Il mondo ha bisogno di gesti coraggiosi di riconciliazione

Da parte sua, l'ambasciatore della Polonia Adam Kwiatkowski ha ringraziato l'arcivescovo Gallagher per aver fatto riferimento nei suoi interventi al messaggio dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi. "Per noi, per la Polonia e per la Germania, questo è di enorme importanza", ha detto. E ha evidenziato l'importanza del fatto che l'ultimo evento che ha organizzato prima di tornare in Polonia sia stato un incontro dedicato alla riconciliazione. "Il mondo ha bisogno di qualcosa di più. Ha bisogno di gesti e decisioni più coraggiosi, capaci di anticipare i tempi”. Ha bisogno, cioè, che si tenda la mano al prossimo. Ha bisogno che si mostri rispetto e gratitudine verso l'altro, nonostante le differenze esistenti.

Anche l'ambasciatore tedesco, Bruno Kahl, ha ribadito l'urgente necessità di trarre ispirazione dal gesto di riconciliazione compiuto anni fa dai vescovi dei due Paesi: “La riconciliazione è difficile ma è possibile, però qualcuno deve fare il primo passo”. L’auspicio è che questa pubblicazione aiuti a risvegliare le istituzioni e a sensibilizzare a questi valori e a questa comprensione fondamentale “in modo tale da consentire che anche oggi nascano iniziative similari per superare l'odio, la violenza e la guerra”.

 La memoria che guarisce le relazioni

"Questo libro è un riassunto di tutte le nostre attività legate al 60.mo anniversario della lettera dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi", ha dichiarato ai media vaticani, a margine della presentazione, il dottor Andrzej Jerie, direttore del Centro "Memoria e Futuro" di Breslavia e ideatore delle celebrazioni dell'anniversario. "Se leggiamo attentamente ciò che vi è scritto, vedremo i frutti concreti delle nostre attività congiunte per costruire buone relazioni tra Polonia e Germania. Tra le altre cose, vi sono le toccanti parole di Knut Abraham, che durante la conferenza ha affermato che le celebrazioni di Breslavia per il 60.mo anniversario della lettera dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi hanno contribuito a far sì che il Bundestag votasse quasi all'unanimità a favore del finanziamento della Casa Polacca e del monumento alle vittime polacche della Seconda guerra mondiale a Berlino. Per questa sola frase è valsa la pena pubblicare questo libro".

Alla presentazione della pubblicazione hanno partecipato anche, tra gli altri, l'arcivescovo Antonio Guido Filipazzi, nunzio apostolico in Polonia; l'ex primo ministro Hanna Suchocka; il professor Marek Inglot, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, nonché un gruppo di una quindicina di ambasciatori e capi di missioni diplomatiche accreditate presso la Santa Sede.

Vatican News

 

martedì 22 settembre 2026

BAMBINI DI GAZA A SCUOLA

 


Gaza, riapre la scuola. 

 

Forte commozione

 e segno di speranza


Lacrime di gioia negli occhi dei bambini e ragazzi che sono tornati sui banchi di scuola dopo tre lunghi anni e anche dei genitori che li hanno accompagnati e hanno partecipato alla cerimonia inaugurale. Un impegno sostenuto e portato a termine dal Patriarcato latino di Gerusalemme che nella scuola ha accolto in tutto 1.005 studenti. Il parroco di Gaza: speriamo che questo spazio sia un luogo dove possano crescere l'amore, la guarigione e il rispetto reciproco tra i membri della comunità

-di Cecilia Seppia – Città del Vaticano

In un panorama urbano quasi interamente cancellato da tre anni di bombardamenti, con gli edifici sventrati dai missili e le strade invase da macerie, il suono di una campanella scolastica assomiglia a una specie di miracolo. Oggi infatti, 22 settembre la Scuola del Patriarcato latino di Gerusalemme a Gaza, legata alla parrocchia cattolica della Sacra Famiglia, ha ufficialmente riaperto le sue porte per l'anno accademico 2026-2027, accogliendo in tutto 1.005 studenti. Dai bimbi piccoli, 2-5 anni, della materna, ai ragazzini della primaria e secondaria, fino ai ragazzi del liceo, tutti hanno varcato la soglia dell’edificio regalando all’intera comunità cristiana un barlume di speranza e normalità, anche se sul terreno nella Striscia non vi è ancora nulla di normale.

Una luce nell'oscurità

L'evento è stato descritto dal parroco, padre Gabriel Romanelli, come un momento di commozione indescrivibile: “Oggi - ha detto il sacerdote - abbiamo visto lacrime di gioia negli occhi dei bambini e dei genitori nel vedere i propri figli a scuola dopo tre lunghissimi anni”. Le sue parole, riprese dalle principali agenzie di stampa e dai media cattolici internazionali riecheggiano come una luce nell'oscurità, un accenno di futuro, all'interno di una delle crisi umanitarie più drammatiche del secolo.

La sfida dell'istruzione in una terra di macerie

Il ritorno tra i banchi degli alunni della scuola cattolica si inserisce in un contesto globale agghiacciante per l'intera Striscia di Gaza. Secondo i dati diffusi in questi giorni dall’Unicef, circa il 98% degli edifici scolastici dell'enclave palestinese è stato distrutto o gravemente danneggiato dal conflitto. Questa devastazione sistematica ha privato oltre 660.000 studenti del diritto fondamentale all'istruzione in presenza. La ripresa generale delle lezioni nella Striscia, avviata ufficialmente il 19 settembre, si sta scontrando con condizioni logistiche disperate: la stragrande maggioranza dei 541.000 studenti tornati a lezione, lo sta facendo all'interno di tende di fortuna, spazi temporanei o scheletri di cemento pericolanti. Mancano banchi, quaderni, penne e libri, i cui costi sono ormai proibitivi per le famiglie che hanno perso tutto. Inoltre, il prezzo umano pagato dal comparto scolastico è altissimo: le autorità locali stimano che nel conflitto abbiano perso la vita circa 22.000 studenti e oltre 770 operatori scolastici, tra cui più di 530 insegnanti.

Il miracolo della Sacra Famiglia

In questo deserto di macerie, la parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza City ha rappresentato per mesi l'unica ancora di salvezza per centinaia di civili. Durante le fasi più cruente della guerra, i locali parrocchiali hanno offerto protezione e rifugio a oltre 450 sfollati. Nonostante il pericolo costante e la carenza di cibo e acqua pulita, la comunità è riuscita a mantenere vive forme embrionali di insegnamento per i bambini rifugiati all'interno della struttura. “Quando in primavera alcuni sono tornati a casa o hanno trovato un altro alloggio, siamo stati in grado di accogliere più studenti”, ha spiegato padre Romanelli. "Questo luogo, che ha dato rifugio agli sfollati durante il pieno del conflitto, torna oggi alla sua missione educativa. Speriamo che questo spazio sia un luogo dove possano crescere l'amore, la guarigione e il rispetto reciproco tra i membri della comunità", ha aggiunto.

Attività di supporto psicologico

La scuola del Patriarcato Latino è attualmente l'unica istituzione educativa cristiana rimasta operativa a Gaza. La sua riapertura formale – che ha incluso la costruzione ex novo di un edificio dedicato alla scuola dell'infanzia grazie ai donatori internazionali, ha visto il rientro al lavoro di 77 insegnanti. Padre Romanelli gioisce anche per questo. Il personale però si trova ora a gestire una doppia emergenza: quella logistica (mancano arredi e materiale di cancelleria di base) e quella profonda dell'anima. Per questa ragione, il programma scolastico affiancherà alle materie tradizionali un robusto piano di attività extracurricolari di supporto psicologico per aiutare bambini e docenti a elaborare i traumi subiti in tre anni di interruzioni, privazioni e violenze.

Il valore della presenza cristiana 

La volontà nel riaprire l'istituto, appena fosse stato possibile, è stata fortemente difesa dal Patriarcato Latino di Gerusalemme e dal Patriarca stesso, il cardinale Pierbattista Pizzaballa. Il porporato che ha visitato Gaza personalmente nei mesi scorsi per portare conforto alla popolazione, e la vicinanza del Papa e della Chiesa, ha più volte ripetuto un monito cruciale: “Senza offrire un'istruzione ai bambini, come può esserci speranza per questo popolo e per il mondo intero?”. In una lettera pastorale indirizzata a tutte le scuole della diocesi, il porporato ha ricordato anche che in Terra Santa il ritorno a scuola “non può più essere dato per scontato”, poiché troppe aule non esistono più e ancora molto resta da fare in termini di ricostruzione, ma questo è un primo significativo passo.

I bambini di Gaza

Proprio a causa del sacrificio imposto ai più piccoli, in questi giorni si è sollevato un forte dibattito internazionale attorno alla proposta simbolica di assegnare il Premio Nobel per la Pace ai bambini della Striscia di Gaza. Commentando l'iniziativa ai media italiani, padre Romanelli ha espresso il suo pieno sostegno spirituale e morale: “I bambini di Gaza sono diventati un simbolo. Più di ventimila di loro sono stati uccisi. Questa cifra enorme ci ricorda ogni bambino ucciso in ogni parte del mondo, vittima innocente delle guerre”. Mentre la diplomazia internazionale fatica a tracciare una strada solida per il futuro della regione, l'azione sul campo della Chiesa locale dimostra che la ricostruzione del Medio Oriente non può che ripartire dalle fondamenta: restituendo ai bambini il diritto di sedersi a un banco, di stringere una matita e di tornare a sperare. Dal canto suo il Patriarcato Latino di Gerusalemme fa sapere in un nota di voler continuare a lavorare per garantire che la Chiesa rimanga presente al fianco della comunità, offrendo non solo una testimonianza spirituale ma anche assistenza pratica, istruzione e servizio.

vatican news


 

 

LA SCUOLA SVELATA

UNA

 CITTADINANZA

 PLURALE




Il dibattito sul velo nelle scuole ripropone una vecchia idea di emancipazione: liberare le donne, decidendo per loro. Ma la libertà non si costruisce attraverso un divieto. Si costruisce creando le condizioni perché una scelta sia davvero possibile. È proprio questa infrastruttura della libertà che le istituzioni hanno progressivamente smesso di costruire. E il dibattito sul velo, così, finisce per rivelare la fatica crescente della scuola italiana ad essere luogo di costruzione condivisa di una cittadinanza plurale

di Federico Mento

 

C’è qualcosa di storicamente familiare nel tono con cui la Presidente del Consiglio ha affrontato la questione del velo nelle scuole. Un’urgenza civilizzatrice. Un’asimmetria di potere travestita da preoccupazione per giovani donne. Una domanda che si spaccia per risposta: toglietelo.

Nel 1959, Franz Fanon dedicò uno dei saggi più acuti e insieme più scomodo della sua opera a quel medesimo gesto. L’Algeria si toglie il velo, scritto nel pieno della rivoluzione algerina, descriveva l’animosità con cui il governo coloniale francese intendeva fiaccare la resistenza algerina, agendo sulle donne affinché fossero “liberate” dall’haïk, il velo tradizionale. Non era, di certo, un processo di emancipazione, al contrario, secondo Fanon, lo spazio simbolico del dominio coloniale. Lo svelamento imposto non trasformava le strutture di oppressione: le spostava, e nel farlo rivelava chi detenesse il potere di definire cos’è libertà e per chi.

La libertà che dipende dal contesto

La tesi che mi interessa esplorare è semplice, anche se le sue implicazioni sono complesse. Il velo si toglie quando toglierlo è una scelta libera. E la libertà di scelta non è una condizione data – è una condizione “derivata” dalla struttura dei diritti effettivamente accessibili, dalla qualità delle relazioni in cui una persona è immersa, dalla presenza o assenza di alternative reali.

Una ragazza che porta il velo in un contesto in cui spogliarsene la esporrebbe a sanzioni familiari, sociali, comunitarie non sta esercitando una scelta libera. Ma – ed è qui che il ragionamento svolta rispetto alla retorica governativa – la risposta a questa mancanza di libertà non è il divieto istituzionale. Il divieto non potrà mai costruire la libertà: la sostituisce con un’altra coercizione, aggiungendo l’ulteriore peso della sanzione istituzionale.

La libertà si costruisce nelle pratiche, che sono sempre relazionali, non si può imporre. Si costruisce quando una ragazza ha accesso a spazi di elaborazione autonoma della propria identità. Quando la scuola è un luogo in cui può confrontarsi con differenze, incontrare adulti di riferimento che la riconoscono nella sua complessità – non nella sua appartenenza di gruppo. Quando fuori dalla scuola esistono reti di supporto, servizi di mediazione, percorsi per famiglie che permettano di rinegoziare norme trasmesse senza necessariamente viverle come tradimento.

Quello che è stato abbandonato

È qui che il dibattito diventa imbarazzante per chi governa oggi e per chi ha governato fino a ieri. Perché il lavoro culturale necessario a costruire queste condizioni – lento, costoso, poco instagrammabile – è stato progressivamente abbandonato a livello istituzionale. La formazione interculturale degli insegnanti è ancora percepita come un’attività opzionale. I mediatori culturali nelle scuole sono figure discontinue, finanziate a progetto, strutturalmente precarie. Le politiche di integrazione degli ultimi anni si sono concentrate quasi esclusivamente sul controllo dei flussi, mai sulla qualità dell’incontro una volta che i flussi ci sono.

Proibire il velo non riempie questo vuoto. Lo rende solo invisibile, e intanto sposta il conflitto dentro le mura domestiche, dove nessun decreto raggiunge

In questo vuoto, le famiglie di origine migrante – come del resto quelle autoctone – si regolano con le risorse che hanno. E spesso quelle risorse sono le reti comunitarie, con le loro norme, le loro aspettative, i loro codici di rispettabilità. Non devono, quindi, sorprendere le pulsioni identitarie, che si allineano negli interstizi della società liquida.

Proibire il velo non riempie questo vuoto. Lo rende solo invisibile, e intanto sposta il conflitto dentro le mura domestiche, dove nessun decreto raggiunge.

La scuola che viene “svelata”

Il titolo di questo contributo ha un secondo senso, meno ovvio. È la scuola a essere svelata, come istituzione. Il dibattito sul velo, maneggiato così, rivela qualcosa di scomodo sulla scuola pubblica italiana: la sua fatica crescente a essere un luogo di costruzione condivisa di cittadinanza plurale.

Il dibattito sul velo, maneggiato così, rivela qualcosa di scomodo sulla scuola pubblica italiana: la sua fatica crescente a essere un luogo di costruzione condivisa di cittadinanza plurale

La scuola dell’autonomia scolastica fragile, dei contratti degli insegnanti fermi da anni, delle classi sovraffollate nelle periferie urbane dove la concentrazione di alunni con background migratorio è più alta, del sostegno psicologico praticamente assente – questa scuola viene oggi chiamata a risolvere con un divieto ciò che le politiche pubbliche non hanno costruito in trent’anni.

È una delega impossibile e anche un po’ ipocrita. Si chiede all’istituzione scolastica di essere “il braccio assimilatore” senza darle gli strumenti per praticare l’integrazione. Si usano le ragazze con il velo come simbolo di un problema culturale senza investire nella cultura come soluzione.

Come ci insegna Fanon, il velo è un significante che può abitare registri semantici radicalmente diversi: devozione, identità, tradizione, resistenza, obbedienza, scelta. Pretendere di sapere cosa significa per ogni donna che lo indossa è la prima forma di sopraffazione.

Quello che mi interessa è la cornice dentro cui si muove la proposta governativa. Una cornice che tratta la libertà come condizione preesistente che il divieto rivela, anziché come condizione da costruire attraverso politiche concrete. Una cornice che guarda alla visibilità del problema – il velo come segno – ignorando la struttura del problema: la diseguaglianza delle opportunità di scelta reale.

La cornice dentro cui si muove la proposta governativa tratta la libertà come condizione preesistente, anziché come condizione da costruire attraverso politiche concrete. Ignorando la struttura del problema: la diseguaglianza delle opportunità di scelta reale

Fanon scriveva che la colonizzazione non è un’avventura individuale ma un sistema di dominio, di corpi e di simboli. La risposta alle sue conseguenze non può essere individuale – non può essere chiesto alla singola ragazza di risolvere nel proprio corpo una contraddizione che è strutturale. Il velo si toglie, se si toglie, quando lo spazio sociale lo permette. Costruire quello spazio è il lavoro che non è stato fatto. È quello che continua a non essere fatto. Ed è da lì che bisognerebbe ricominciare, invece di fermarsi – ancora una volta – alla superficie.

Foto di Mufid Majnun su Unsplash: due donne in hijab che camminano per strada


www.vita.it


 

ALLENARE L'UMANITA' E LE MENTI

  


  L'AUGURIO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

 Riparte la scuola. Inizia un nuovo anno scolastico.

Come sempre. Ma non è una replica sempre uguale.

È un tratto di strada nuovo quello che comincia. Sono nuove le classi, nuovi gli studi che si affrontano, nuovi i ragazzi e le ragazze delle prime classi, ma soprattutto è nuovo il mondo, che cambia velocemente.

Un percorso aperto, sempre nuovo. Da affrontare con la speranza di dare e ricevere di più. Di crescere e di costruire.

La scuola prepara il futuro, come ben sappiamo. Tessendo insieme conoscenze e creatività, cultura e dialogo tra le persone.

Ricominciare da questa bella scuola ricostruita, da Amatrice, da Arquata del Tronto, da Norcia, da tutti i luoghi colpiti dal terremoto di dieci anni fa, dalle ferite profonde sofferte da queste comunità esprime il senso di quanto sia importante questo nostro ripartire.

Amatrice, Arquata del Tronto, Norcia, nella giornata della scuola, sono capitali d’Italia per sottolineare la centralità del percorso di ricostruzione e il dovere e la volontà di condividerne attese e prospettive.

Ringrazio il Ministro Valditara per le sue considerazioni. Ringrazio tutti coloro che si sono adoperati per dar vita ai momenti che stiamo vivendo qui, nella Scuola Sergio Marchionne; di cui saluto i ragazzi e le ragazze, i docenti, i collaboratori.

Ringrazio chi ci ha condotto in maniera così brillante, gli artisti, i campioni dello Sport, il personale del Ministero dell’Istruzione, le istituzioni e i cittadini di Amatrice.

Viviamo un cambiamento d’epoca. Grandi e veloci trasformazioni stanno mutando sia il contesto che la nostra quotidianità. La società, come sempre, ha bisogno della scuola, e di una scuola all’altezza dei tempi nuovi, per difendere la civiltà che è stata conquistata e per progredire ancora.

Come sempre, anche nei nostri giorni si tende a concentrarsi sul presente. A consumare nell’oggi le risorse. È invece necessario investire sul futuro. Sarà più forte e resiliente un Paese che investe sulla scuola e sulla conoscenza.

Del resto, macchine sempre più intelligenti, per essere governate a vantaggio delle persone e delle comunità, hanno bisogno di persone sempre più preparate, più responsabili; e più ricche di valori.

I compiti educativi e formativi sono sempre stati cruciali. Ma oggi, se possibile, lo sono ancora di più.

Soprattutto oggi educare vuol dire, insieme a trasmettere conoscenze, promuovere talento e partecipazione; vuol dire sviluppare le qualità intellettuali e morali, vuol dire formare personalità libere e mature, capaci di contribuire alla vita di comunità.

 Abbiamo costruito nei decenni una buona scuola. Grazie al lavoro di tanti. Dobbiamo farla diventare migliore, sapendo innovare.

Nell’universo digitale l’intelligenza artificiale e le reti social sono motori di grande potenza che offrono opportunità fino a ieri inimmaginabili.

Dobbiamo peraltro saperne rimuovere i pericoli: di manipolazione della realtà, di colonizzazione del pensiero e dei sentimenti, di compressione – nascosta, invisibile, ma sostanziale - della libertà personale, di impoverimento dell’originalità e della creatività.

Il progresso non va ostacolato, né temuto, né seguito con passività. Va orientato e continuamente verificato quanto alla garanzia del primato della persona. Per questo è necessario che le generazioni più giovani - e più capaci di usare i nuovi strumenti – crescano, tenendo insieme conoscenza e umanità, capacità tecnologiche e solidarietà.

Compito della scuola è formare ragazze e ragazzi che abbiano voglia di adoperare le potenzialità dei loro cellulari per pensare in proprio, liberamente, e non per consegnarsi a qualcuno che pensi al loro posto; per cercare spazi nuovi e non per rassegnarsi a ciò che l’algoritmo decide di proporci.

Custodire e allenare la nostra umanità e le nostre menti, senza farle atrofizzare dallo strapotere computazionale: questa è missione della scuola.

Scoprire il proprio talento e contrastare l’omologazione sono anche chiavi per combattere dipendenze e solitudini.

Oggi tutto ciò che accade ci sembra vicino. Siamo inondati di parole e di immagini che provengono da ogni dove. Il paradosso è che nel mezzo di tante comunicazioni incessanti si può soffrire di isolamento e di abbandono.

La scuola deve includere, recuperare, ricostruire. I nostri bambini, i nostri studenti sono avanti a noi per tante cose, ma sappiamo che hanno bisogno di trovare fiducia, che il disagio può nascondersi nei loro comportamenti. Può nascondersi persino ai genitori.

Serve padronanza degli strumenti tecnici, ma servono anzitutto valori umani. Nella scuola la convivenza e il rispetto devono prevalere mettendo al bando la violenza.

La violenza si manifesta in molte forme. Prepotenze esplicite, gruppi e bande che si consolidano fuori dalle aule. Le violenze contro gli insegnanti: l’ultimo grave episodio di pochi giorni addietro si aggiunge a quelli già avvenuti in passato, non dimenticati. Talvolta da parte di ragazzi, più di frequente di genitori, ben più colpevoli in questo tradimento del loro compito educativo; sottraendosi alla indispensabile alleanza con gli insegnanti.

Ci sono violenze più subdole che richiedono antenne sensibili: il bullismo che infierisce sul più debole, la diversità e la debolezza che diventano causa di umiliazione, il disinteresse di chi volta le spalle davanti ad atti di viltà travestiti da bravate.

Sono intollerabili gli episodi di violenza e di sopraffazione ai danni di ragazze e sono inaccettabili anche quelle forme più ovattate di oppressione nei loro confronti, quelle pretese miserabili di supremazia e di impossessamento.

Più che un codice di comportamento la scuola deve aiutare a riconoscere un’etica condivisa. Gli insegnanti non devono, quindi, essere lasciati soli dalla società e le istituzioni non devono recedere dalla loro responsabilità in contesti difficili. Con un impegno rinnovato per sconfiggere la dispersione scolastica.

La scuola è la leva più efficace di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati.

La scuola prepara tutti – “E’ aperta a tutti”: così dispone l’art. 34 della Costituzione.

Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale.

Gli studenti non sono semplici utenti della scuola. La società ha bisogno della loro voce.

Ragazze e ragazzi, rendetevi ancora più protagonisti della vita scolastica. Con la vostra consapevolezza, con il vostro impegno.

Conoscenza e studio sono importanti per la vita. Non un sapere astratto o soltanto astratto, teorico. Ma un sapere che si unisce all’amicizia, alla premura per chi ci sta accanto, alla responsabilità verso gli altri. Questa è la strada della libertà. La nostra libertà è autentica se la libertà esiste per tutti.

Dobbiamo essere padroni dei nostri tempi. “C’è un legame stretto – sono parole dello scrittore Milan Kundera – tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio”. Ciò che si acquisisce senza la fretta di correre resta impresso nella memoria di una persona, ciò che si prende in velocità, spesso distrattamente, viene facilmente dimenticato.

La rapidità sembra diventata una condizione esistenziale. La scuola deve invece restare uno spazio di equilibrio dove si mira non alla lentezza ma alla solidità e, quindi, a uno sviluppo integrale della persona.

Care ragazze e cari ragazzi, vi viene detto spesso che siete voi il futuro. Lo siete già oggi.

Dovete, allo stesso tempo, voi, costruirlo e abitarlo.

Mattarella

www.quirinale.it


 

lunedì 21 settembre 2026

EDUCAZIONE AFFETTIVA


 NON E' UN CORSO

  Fare l’educatore/insegnante all’alba di questo terzo millennio che vive profonde emergenze come l’Intelligenza Artificiale; la Crisi Climatica; l’Inverno Demografico; le Migrazioni e le Remigrazioni; le Guerre non è certo facile ma nulla è facile quando hai a che fare ad esempio con l’educazione affettiva che è il pilastro per la costruzione di uomini e donne responsabili che possano a loro volta generare una comunità più giusta e libera e a tal proposito voglio proporvi un interessante punto di vista del poeta forlivese Davide Rondoni spiegato all’interno di un articolo pubblicato una settimana fa su Avvenire dal titolo: “L’educazione affettiva non è un corso: è il compito della scuola”

-di Francesco Sciacchitano

Per educare i sentimenti non bastano regole e specialisti. Servono adulti capaci di accompagnare i ragazzi, attraverso arte e poesia, nei territori dell’animo umano.

Inizia la scuola. E lì bisogna affrontare il tremendo e il magnifico.

Infatti, lì, in quelle aule dove adulti e ragazzi si incontrano e a lungo tutti i giorni potrebbe iniziare una grande opera di educazione affettiva.

Cosa di cui da più parti si invoca la necessità e non solo per certi sconvolgenti fatti di cronaca nera.

Ma una scuola che delega tale educazione affettiva a specialisti, a corsi ad hoc, significa una scuola che ammette il proprio mastodontico e grottesco fallimento.
Se infatti – avendo a disposizione ore e ore di arte, scienza, letteratura, religione – occorre avvalersi dello “psicologo di Stato” come già paventava Pasolini, come avviene nelle peggiori dittature del mondo, allora significa che si è falliti nel vero compito della scuola.

Che insieme alla famiglia ha un compito educativo.

Istruire e non educare è un ossimoro, o un modo per sfuggire le responsabilità.
E però a scuola – e in Italia! – sono quasi inesistenti o cenerentole la musica, l’arte, la poesia, e tutto quel patrimonio che educherebbe a conoscere l’animo umano, a sfiorarne i suoi abissi tenendo però la luce negli occhi se possibile, insomma tutto quel patrimonio che nei millenni ha condotto le persone a fare i conti con se stesse, con i sentimenti, con la profondità e con la banalità del male, con le passioni e la loro bellezza ma anche i loro possibili deliri.

Come pensate di educare affettivamente dei giovani? con dei discorsini? con delle regolette?
O sarebbe meglio avere adulti disposti – a viso e cuore aperto – a viaggiare con i ragazzi nei meandri dell’anima, degli affetti, delle passioni?

Invece no, si pretende di tirare su dei ragazzi che non hanno problemi perché gli si fa un po’ di psicoterapia, o due chiacchiere sul sesso, o due istruzioni per l’uso.
E adulti riparati dietro alla trasmissione di “competenze”, meglio se soprattutto competenze tecniche e tecnologiche perché quelle si che servono al mondo.
E così rarissimamente un ragazzo italiano a scuola può commuoversi, ed educarsi affettivamente ascoltando Vivaldi, Donizetti, Baudelaire…

In Italia, patria delle arti, l’arte è considerata inutile o secondarissima nel percorso formativo ed educativo.

E sapete perché? Perché è pericolosa. Cioè costringe gli adulti che sono insegnanti a lambire zone pericolose, che non sono misurabili in competenze e voti.
Che non lasciano tranquilli nessuno.

Ma l’educazione è un rischio, non una prassi da eseguire, non un protocollo da rispettare.
I ragazzi italiani sono mediamente bravi nelle competenze richieste dall’Ocse.
Ma poco più della metà sentono come luogo importante la scuola, dicono i dati.
E l’Istat ci conferma che la scuola fa “andar via” la voglia di leggere, di ascoltare buona musica, di cercare arte.

In Italia, sottolineo.

E intanto la cronaca ci regala notizie di fatti terribili e i numeri in aumento di giovani nelle carceri. Sì, certo appena dico queste cose mi dicono che il problema è un altro.
Il benaltrismo tipico.

Che la famiglia dovrebbe (peccato che cercano di esautorarla e il Ministro prova a resistere) e che l’immigrazione, e che i soldi, e che i muri…

Tutto vero, ma il problema è che stiamo negando noi stessi.

E di fronte a una emergenza educativa, a una necessità di adulazione affettiva, nascondiamo i violini, i versi dei poeti, le dolci musiche popolari, i delicati profili del Crivelli, i tamburi forsennati, le voci celestiali, le sfumature femminili della Gentileschi, i canti abissali di Leopardi, le nostalgie di Pavese (solo il 5% dei maturandi ha commentato una sua poesia lo scorso anno).

Ecco il nostro disastro fatto pagare ai giovani.



INTELLIGENZA ARTIGIANALE AFFETTIVA

 


<-di Alessandro D’Avenia


Non c’è ricreazione senza cibo.

 Da bambino scartavo con trepidazione il panino che trovavo in  cartella: salame, formaggio, cioccolata?

 Invidiavo le più seducenti merendine dei compagni che poi, però,  affamati, elemosinavano un pezzo della mia merenda in cambio di un morso del loro magro spuntino. E così non solo mi saziavo, ma avevo un dolce sempre diverso. 

La ricreazione era una festa! Me lo ha ricordato una classe di quindicenni che festeggiano a ricreazione tutti i compleanni con dolci fatti in casa da loro.  

 Un gesto rivoluzionario

Primo, perché in un’epoca di ego voraci, per i quali l’altro è o un ostacolo o un mezzo, all’altro loro dedicano tempo e attenzione celebrandone l’origine e quindi l’originalità, prescindendo da meriti e convenienze; secondo, perché cucinare, nell’attuale datificazione della vita e smaterializzazione del corpo, è Intelligenza Artigianale Affettiva, che la macchina non può imitare, perché non conosce la gratuità e le mani. 

Lievito batte silicio in gioia di vivere, perché l’appartenere è per l’anima ciò che l’abbraccio è per il corpo. Per conoscere la salute di una comunità (famiglia, gruppo, città, nazione...) osservate che cosa celebra e come: la festa è la «fede» (sistema di valori) su cui si fondano quei legami. 

 Quella di compleanno a ricreazione professa questo credo: è bello che tu ci sia, ci unisce! 

Forse il ragazzo che ha accoltellato in diretta social la sua professoressa, sarebbe uscito dalla sua prigione online se avesse provato una ri-creazione così.



Corriere della Sera

Alzogliocchiversoicielo