La fine
della
grammatica
politica
Percepiamo tutti di stare
vivendo uno dei momenti più convulsi e drammatici della storia del mondo dalla
fine della seconda guerra mondiale. Non molti, però, sembrano rendersi
conto di quanto influisca su questa crisi epocale – al di là dei singoli nodi
problematici – il deterioramento del modo stesso di fare politica.
- di Giuseppe Savagnone
Fino a ieri, esisteva una
stessa grammatica che anche i nemici più acerrimi condividevano e rispettavano.
Così, nei rapporti internazionali, perfino le fasi più critiche del rapporto
conflittuale tra il blocco socialista e quello capitalista avevano potuto
essere gestite e controllate in base a questa grammatica
comune. C’erano – a differenza di adesso – forti contrasti
ideologici, visioni dell’uomo e della società opposte, ma tutti accettavano le
stesse regole del gioco e chi cercava di violarle era costretto a farlo di
nascosto, barando.
Oggi che non siamo più
divisi dal conflitto delle ideologie, la perdita di questa grammatica ha
determinato l’esplosione caotica e incontrollabile dell’arbitrio, che ci
consegna alla hobbesiana lotta di tutti contro tutti. Ognuno pretende
di stabilire le regole e, se è in grado di farlo, le impone agli altri. Il
diritto coincide con la forza.
E con il diritto è
sparito anche il pudore che spingeva a mascherare i propri disegni sforzandosi
di farli apparire “giusti”. Ormai in politica nessuno si vergogna più di
niente. E i suoi fans lo celebrano per la sua “sincerità”.
L’Italia è stata uno dei
principali laboratori di questo imbarbarimento dello stile politico con
due grandi campioni di spudoratezza come Berlusconi e Bossi, i primi a
permettersi un linguaggio e comportamenti che hanno rotto con la grammatica
della politica e hanno aperto la via, nella Seconda Repubblica a un clima di
violenza verbale – e non solo – impensabile nella Prima. Sono loro che hanno
dato una impronta indelebile alla nuova stagione – culturale, prima che
istituzionale – con le loro forti personalità, a cui sul fronte opposto, il
loro maggiore oppositore, Romano Prodi, pur con tanti pregi, poteva essere
soprannominato dai suoi critici “mortadella”.
Dove il problema non è
stato il prevalere della destra o della sinistra, ma l’affermarsi di uno stile
che ha stravolto il senso della politica, sia nei partiti di destra che in
quelli di sinistra.
Si può essere favorevoli
o contrari al federalismo, ma dire come ha fatto Bossi pubblicamente, da
senatore e leader di un partito di governo: «Mi pulisco il c… con il
Tricolore», fa scendere il dibattito democratico al livello di una rissa di
osteria.
E si possono nutrire
forti riserve nei confronti della magistratura e del funzionamento della
giustizia, ma se si è il capo indiscusso della maggioranza di destra in un
paese che si fonda sulla divisione dei poteri, uno dei quali è quello
giudiziario, non si può affermare, come ha fatto Berlusconi, che i giudici
«sono doppiamente matti. Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e
secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente
disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché
sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana».
Così come, a livello dei
comportamenti, non si può approfittare del proprio ruolo pubblico per ottenere
dalla polizia il rilascio di una prostituta minorenne e poi far avallare in
parlamento dalla propria maggioranza la tesi che lo si è fatto per
salvaguardare le relazioni con l’Egitto, nella convinzione che la ragazza – in
realtà marocchina! – fosse la figlia del presidente egiziano Mubarak.
Dal civile
confronto alla violenza dello scontro
Se oggi in Italia il
livello del confronto politico è quello che è lo dobbiamo a queste e altre
“sgrammaticature”. Anche perché l’attuale maggioranza di governo, formata dai
discepoli di quei maestri, li addita ancora oggi come “padri della patria”
e ha celebrato con grande solennità la morte di entrambi – per Berlusconi
addirittura con una settimana di lutto nazionale.
Così non stupisce che,
mentre da un lato la presidente del Consiglio denuncia il diffondersi di «un
clima di odio insostenibile», siano proprio i suoi sostenitori e lei stessa ad
attaccare sistematicamente con violenza estrema non le idee – cosa legittima in
un dibattito politico – , ma le persone e le istituzioni.
Emblematiche le parole
del capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, in occasione dell’assassinio di
Charlie Kirk (che con l’Italia non c’entrava nulla), contro gli esponenti della
sinistra, che ha accusato di essere «impregnati di odio, livore, rancore»,
aggiungendo: «Ringrazio Dio di non avermi creato come loro».
Sulla stessa linea il
commento del direttore di «Libero», Mario Sechi – ex portavoce di Meloni e in
forte sintonia con le sue posizioni – alla partenza della Flotilla, che si
proponeva solo di portare viveri e medicinali ai civili di Gaza, rompendo l’inumano
embargo di Israele: «Spero che le barche vengano affondate, così la prossima
missione dovranno rifinanziarsela». Ancora una volta, una violenza verbale che
va ben al di là del legittimo dissenso e trasforma il dibattito politico in
cieco scontro.
Ed è su questa lunghezza
d’onda che i partiti di governo hanno varato e difeso la riforma della
giustizia (dedicata a Berlusconi), negando a parole che fosse punitiva nei
confronti della magistratura, ma presentandola in realtà come una legittima
difesa nei confronti di giudici ideologizzati e infedeli alla loro missione, al
punto di sostenere – sono le parole della presidente del Consiglio nella
sua disperata campagna elettorale – che una eventuale vittoria del No avrebbe
dato il via libera a «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori
rimessi in libertà», fino ad arrivare a «figli che vengono strappati alle
madri».
Ma con questo linguaggio
e questo stile la convivenza democratica, di per sé basata sulla
diversità delle posizioni, si trasforma, a prescindere dai torti e dalle
ragioni, in una permanente guerra civile. Ed è interessante notare che, sia sul
fronte Palestina che che su quello giustizia, i soli toni alternativi a quelli
esasperati della destra non sono venuti dai partiti di sinistra, ben poco
capaci di proporre modelli culturali diversi, ma dalla società civile, che ha
saputo esprimersi per quanto riguarda il primo con le grandi manifestazioni di
gennaio, per il secondo con la battaglia capillare dei comitati per il
No.
La presidenza senza
regole di Donad Trump
Ma il problema non è solo
italiano. Dopo l’ascesa alla presidenza degli Stati Uniti – fino a ieri la
guida dell’Occidente democratico – di Donald Trump, per molti versi emulo di
Berlusconi, la violazione di ogni regola e la spudoratezza sono all’ordine del
giorno. Soprattutto in questo secondo mandato, il presidente americano non
ha l’aria di preoccuparsi minimamente di controllare il suo linguaggio e le sue
prese di posizione.
La prima a cadere è stata
la regola di civiltà che impone al potere di astenersi dal procedere a colpi di
minacce. Da quando è di nuovo alla Casa Bianca, Trump minaccia tutti. Lo
ha fatto a livello internazionale, utilizzando l’arma dei dazi per costringere
gli altri governi – a cominciare dai suoi più fidati amici e alleati – ad
accettare le sue condizioni in campo sia economico che politico.
Oppure dispiegando il suo
impressionante apparato militare per piegare alla propria volontà Stati
tradizionalmente in contrasto con gli USA, ma che non mostravano alcuna volontà
aggressiva. Così ha fatto col Venezuela, depredandolo del suo petrolio, così ha
provato a fare con l’Iran, questa volta senza successo.
Ma anche all’interno lo
stile di Trump è quello della minaccia. A cominciare dall’avvertimento
lanciato, già prima della sua rielezione: «Se perdo, sarà un bagno di sangue».
E anche dopo, il presidente ha esercitato una pressione incessante su chiunque
ricoprisse cariche istituzionali, imperversando contro quanti, per senso di
responsabilità, si rifiutavano di cedere supinamente ai suoi voleri arbitrari.
Una seconda regola, ormai
ridotta anch’essa ad un ricordo, comportava il rispetto per le persone, anche
quando se ne doveva criticare l’operato. Trump ha ampiamente insultato e
deriso capi di Stato stranieri, artisti, funzionari pubblici, i suoi stessi
predecessori nella presidenza. Ha fatto il giro del mondo il video, da lui
diffuso, che ritraeva Obama e sua moglie in corpi scimmieschi.
Una terza regola infranta
sistematicamente da Trump è stata quella di evitare di contraddirsi. In realtà
chi governa deve spesso cambiare posizione in rapporto allo sviluppo degli
eventi. Per questo, se è saggio, evita di pronunziarsi quando non è strettamente
necessario. Il presidente americano invece parla e scrive continuamente,
dicendo tutto e il contrario di tutto nel giro di poche ore e a volte, di pochi
minuti. Col risultato di rendersi del tutto inaffidabile agli occhi del mondo e
degli stessi americani.
Una quarta regola
era di non mentire. Il potere non può sempre dire tutto e a volte è costretto a
trincerarsi dietro bugie funzionali ai suoi piani. Ma fa in modo che le
menzogne non vengano a galla e perciò le riserva ai casi di necessità. Trump è
un bugiardo patologico e si lancia a fare affermazioni che risultano
palesemente false. I quotidiani americani ogni tanto si divertono farne lunghi
elenchi.
Una quinta regola per chi
governa era di presentare anche le istanze legate agli interessi del proprio
paese sotto una veste di universalità, che le rendesse accettabili agli altri.
Trump, ispirando tutta la sua politica al proposito di «rendere di nuovo grande
l’America», ha espressamente dichiarato di infischiarsene delle esigenze degli
altri e voler curare solo quelle degli Stati Uniti.
Così, ha esordito, nel
suo secondo mandato, enunciando il suo proposito di occupare
la Groenlandia – proposito ribadito a distanza di alcuni mesi – con la
sola giustificazione che ciò rientrerebbe negli interessi degli Stati Uniti.
E qualcosa di
simile, questa volta raggiungendo lo scopo, Trump lo ha fatto costringendo il
Venezuela a cedergli il controllo delle sue risorse petrolifere. Poteva
mascherare il suo vero intento accompagnando questo con il ripristino della
democrazia. Ha disdegnato di farlo. Non è un ipocrita. E non sente il bisogno
di esserlo, perché manca del senso del pudore.
Una sesta regola era di
non mescolare i propri interessi privati alla propria funzione pubblica. Di
fatto, in tutte le occasioni in cui è intervenuto in questioni internazionali,
Trump ha sempre curato, insieme agli interessi economici dell’America,
quelli della sua famiglia. Ed è una logica rigorosamente privatistica quella
che ispira la creazione del Board of Peace, concepito come un
comitato d’affari di cui lui stesso è il presidente a vita, a prescindere dal
ruolo pubblico attualmente ricoperto, e in cui si entra versando un miliardo di
dollari.
La settima e ultima
regola della politica, per chi vuole farla degnamente, era ed è quella di non
essere prigioniero di una bolla di vanità autoreferenziale. Trump è un evidente
esempio di quel narcisismo solipsistico che impedisce di vedere, o almeno di
ammettere, i propri limiti e di ascoltare gli altri. il suo delirio di
onnipotenza lo rende furibondo di fronte d ogni diniego, a costo di rotture
radicali (come nel caso della sua finora fedelissima fans Meloni). E la
sua delusione per non aver ricevuto il premio Nobel per la pace è
stata sincera, perché davvero non si rende conto di quanto la sua politica
abbia peggiorato i già fragili equilibri internazionali.
Non sappiamo come
finiranno le grandi crisi mondiali in corso. E neppure, per quanto riguarda
l’Italia, come le forze in campo si muoveranno in vista della non
lontana scadenza elettorale. Ma il problema più importante, sia al livello
internazionale che a quello nazionale, non è quello che si
farà, ma come lo si farà. Quella che abbiamo oggi davanti, sia
dall’una che dall’altra parte in campo, è la caricatura della politica. Non
possiamo rassegnarci a questo. Bisogna ripristinare una grammatica che ne sia
all’altezza e che ci consenta di uscire dal caos dell’arbitrio e
della violenza. E a lavorare per questo tutti siamo chiamati, ognuno nel suo
ruolo, come italiani e come cittadini del mondo.
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