venerdì 14 agosto 2026

LA MISERIA GLOBALE

 

Gli Obiettivi di sviluppo sostenibile che le Nazioni Unite si sono impegnate a raggiungere entro il 2030 hanno ai primi due posti l’eliminazione della povertà estrema e della fame in tutto il mondo. 

Non si tratta di idee fantasiose di qualche sognatore, bensì di decisioni ufficialmente fatte proprie dai governanti di pressoché tutta l’umanità. Già prima dell’emergenza Covid-19 vi erano ostacoli non da poco, soprattutto nell’Africa subsahariana. 

Con la pandemia vi è stato un forte peggioramento della situazione e un arretramento anche in aree che sembravano sulla strada per lasciarsi alle spalle la miseria, quali l’India o l’America Latina. 

Ciononostante, il traguardo può essere raggiunto. 

Questo libro propone delle soluzioni pratiche per riuscire a raggiungere un obiettivo che sta diventando sempre più urgente.

Antonio La Spina é professore ordinario di Sociologia e insegna anche Valutazione delle politiche pubbliche presso l'Università LUISS. 

Dirige insieme a Bernardo Giorgio Mattarella il Master in Management e politiche della amministrazioni pubbliche (Luiss School of Government/Scuola Nazionale dell'Amministrazione). Ha insegnato nelle Università di Macerata, Messina, Milano Cattolica e Palermo. E' direttore, insieme a Luca Verzichelli, della Rivista Italiana di Politiche Pubbliche. E' componente della direzione della Rassegna italiana di sociologia, del comitato scientifico di Aggiornamenti sociali, di Studi di Sociologia, della Rivista economica del Mezzogiorno e dell’Istituto Bachelet. 

Tra le sue pubblicazioni con il Mulino segnaliamo: La politica per il Mezzogiorno. Le politiche pubbliche in Italia (2003); Mafia, legalità debole e sviluppo del Mezzogiorno" (2005); Le autorità indipendenti (con S. Cavatorto, 2008), I costi dell'illegalità. Mafia ed estorsioni in Sicilia (2008); I costi dell'illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania" (2010); (con Efisio Espa) Analisi e valutazione delle politiche pubbliche (2011).

MIGRARE IN EUROPA

 

Le migrazioni 

e il patrimonio culturale cristiano

 dell’Europa

-

di Giuseppe Savagnone 

Il modello Danimarca

È di questi giorni la notizia che cinque Paesi dell’Ue – Danimarca, Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia – sono ormai arrivati a un accordo per la creazione di un centro per i rimpatri in Uganda. I ministri competenti si incontreranno a Copenaghen il 4 settembre per valutare i progressi raggiunti, con l’obiettivo di arrivare entro il 2027 a una struttura capace di accogliere migranti trasferiti dall’Europa.

Non è un caso che, in contemporanea, la premier danese Mette Frederiksen, intervenuta al Folketing (il parlamento) durante il dibattito urgente sulla crisi di Ceuta, abbia indicato, tra le opzioni a disposizione del governo, anche la chiusura completa delle frontiere.

Come non è un caso che la riunione dei ministri dei cinque Paesi sia prevista a Copenaghen. Uno degli effetti della crisi di Ceuta è la scoperta – da parte di chi (come il sottoscritto) ne era totalmente all’oscuro – del ruolo fondamentale della Danimarca nel sostenere la linea dura verso i migranti. Forse perché abbiamo molte volte visto additare Giorgia Meloni come la battistrada della “conversione” dei Paesi europei in questa direzione, col famoso “modello Albania”, non avevamo mai prestato attenzione al fatto che, già prima della nostra premier e con ancora maggiore decisione, un’altra donna, anch’ella leader del proprio partito e poi presidente del Consiglio del suo Paese, era diventata un punto di riferimento per diversi governi europei sempre più preoccupati dai fenomeni migratori.

Forse a distrarre l’attenzione è stato il fatto che la Danimarca è un piccolo Paese, con meno di sei milioni di abitanti, e che, in questo caso, il partito è quello social-democratico, da cui non ci si aspetterebbe un ruolo di primo piano in questa battaglia. E in effetti, in Danimarca, tale partito ricopre un simile ruolo da quando, nel 2015, Frederiksen ne è diventata la guida. Da allora il partito ha assunto una posizione molto severa su immigrazione e controllo delle frontiere, anche per contenere l’avanzata del Dansk Folkeparti, il partito di estrema destra danese.

La Frederiksen prima e dopo l’elezione a premier

Anche prima di andare al potere, vincendo le elezioni del 2019, Frederiksen ha sostenuto gran parte delle misure restrittive proposte dal governo di centro-destra, comprese la legge del 2016 – che autorizzava la polizia a confiscare contanti e beni di valore ai richiedenti asilo, in cambio dell’accoglienza, per coprire i costi del loro sostentamento –, e quella del 2018, con cui si introduceva un regime speciale per i cosiddetti “ghetti”.

Con questo termine si indicavano dei quartieri con oltre il 50% di residenti immigrati o discendenti da «paesi non occidentali», nei quali grazie a questa normativa, per alcuni reati venivano previste pene due volte più severe che altrove e dove i bambini, da un anno in su, erano obbligati a frequentare l’asilo per 25 ore settimanali di educazione ai «valori danesi». Inoltre, i genitori che avessero mandato i loro figli nei rispettivi paesi d’origine per lunghi periodi rischiavano di essere espulsi o incarcerati.

I socialdemocratici non si erano neppure opposti – anche se non l’avevano appoggiata – a una proposta di legge, poi arenatasi per gli eccessivi costi, in cui si prevedeva di confinare gli stranieri «indesiderati» (per i quali però non ci fossero motivi giuridici di espulsione) sull’isola di Lindholm, a circa tre chilometri e mezzo dalla costa, grande meno di un chilometro quadrato e un tempo utilizzata come laboratorio per malattie infettive animali. Obiettivo esplicito era di rendere la loro vita così impossibile da costringerli ad abbandonare il Paese.

Quando poi, nel 2019, era andata al governo, Mette Frederiksen aveva assunto direttamente il comando delle operazioni per bloccare l’immigrazione irregolare, ma non solo quella. A esprimere perfettamente la sua “filosofia” era una formula fatta girare in quel periodo: «Non venite in Danimarca. Siamo cattivi. Andate invece in Germania o in Svezia». Risultato: nel 2020 hanno lasciato la Danimarca più rifugiati di quanti ne siano arrivati.

L’apice di questa politica è rappresentato da una legge del 2021 che prevede che la domanda di asilo dei migranti venga presentata in un Paese terzo e non in territorio danese. Nessun migrante cioè dovrebbe mettere piede in Danimarca. E, anche in caso di accettazione della domanda, lo straniero deve restare nel Paese terzo.

La legge non ha avuto finora effetti pratici perché occorreva individuare i Paesi terzi dove i migranti potessero essere accolti. Essa, però, è stata subito vista come particolarmente lesiva del diritto internazionale, sia dall’Agenzia ONU per i rifugiati sia dalla Commissione europea, perché esclude la possibilità di entrare in Danimarca per il migrante anche in caso di riconoscimento del diritto di asilo. Come del resto aveva dichiarato il deputato della maggioranza Rasmus Stoklund: «L’obiettivo è scoraggiare l’immigrazione fino ad azzerare il numero dei rifugiati».

Ora l’accordo con Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia sembra avere individuato il Paese terzo nell’Uganda. Ma è chiaro, a questo punto, che lo stesso “modello Albania” di cui tanto si è parlato, e che è nato dall’accordo siglato tra Roma e Tirana nel novembre 2023, non fa altro che riprodurre la legge danese del 2021, anche se, rispetto a essa, individua un luogo concreto in cui essere attuato.

Le ragioni

In entrambi i casi, si tiene a spiegare che queste misure non nascono da un’irrazionale xenofobia. Nel messaggio congiunto – quasi un “manifesto” – inviato all’Europa da Meloni e Frederiksen, se ne spiegano le ragioni: «Per troppo tempo», scrivono, «soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità». Infatti, si dice nel messaggio, «nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali».

Da qui la linea stabilita in comune e proposta a tutti gli altri Paesi: «Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa».

Si spiega, in questa logica, centrata sulla difesa degli interessi dei propri cittadini – «specialmente i più esposti» – l’apparente contraddizione della linea della premier danese, leader di un partito socialdemocratico e sostenitrice di una politica anti-immigrazione. «Per me», ha scritto anni fa in un suo libro Frederiksen, «è sempre più chiaro come il prezzo di una globalizzazione senza regole, dell’immigrazione di massa e della libertà di movimento dei lavoratori venga pagato dalle classi più povere». Una posizione che Meloni, pur non condividendo l’ideologia socialista della sua collega, sicuramente condivide, magari allargandola a tutte le classi sociali.

Ma non è soltanto una questione di interessi nazionali a livello socio-economico. E neppure di garanzia della sicurezza e dell’ordine pubblico. Perciò non basta che chi arriva rispetti le regole formali dei Paesi di accoglienza: deve rispettarne i valori. «Il rispetto delle nostre leggi», scrivono le due premier, «deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei». E si riferiscono esplicitamente alle “radici cristiane” dell’Europa: «Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo». Perciò, aggiungono, «ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo».

È chiaro che Meloni e Frederiksen condividono la preoccupazione del governo americano, espressa dal vicepresidente J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, di un «allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America». Un allontanamento dovuto, come ha ribadito più volte Trump, all’accoglienza indiscriminata nei propri confini di stranieri.

La minaccia degli stranieri e la difesa dei valori cristiani

Due semplici considerazioni. La prima riguarda la minaccia che, sulla stessa linea di Trump, le due premier denunciano nel messaggio, quella di «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa».  Quella a cui si è assistito a Ceuta. 

Ma, sulla necessità di combatterla, tutti, a cominciare da Sánchez, sono pienamente d’accordo e il Consiglio, il 4 agosto, ha testimoniato unanimemente che la reazione del governo spagnolo per contrastarla è stata «rapida ed efficace».

Ma allora perché il ministro degli Esteri Tajani, facendo eco alla posizione della nostra premier, lo ha invece attaccato, e non per l’accaduto, ma per la sua generale politica migratoria?  «Le immagini che arrivano da Ceuta» – ha scritto il ministro – «dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, a oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani».

Qui, strumentalizzando l’emozione collettiva di fronte al dramma dell’exclave spagnola, si cerca di screditare come «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa» una linea politica, confortata pienamente dai risultati, che vuole valorizzare l’accoglienza – niente affatto indiscriminata, ma sottoposta a precisi criteri – sia come un fondamentale valore umano, sia come un fattore di prosperità.

E la decisione unilaterale dell’Italia di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei confronti della Spagna, come anche la minaccia del governo danese di chiudere del tutto le proprie frontiere, appaiono come una presa di distanza dall’impegno, che tutti i Paesi dell’Unione hanno assunto, di dare la priorità ai confini europei rispetto a quelli nazionali.

Come del resto è accaduto nei confronti dell’Italia, che dal 2021 al 2026 ha registrato, secondo «Frontex», il doppio degli arrivi di migranti rispetto alla Spagna, senza che nessuno degli Stati confinanti le chiudesse le proprie frontiere in nome della propria sicurezza, privilegiando la comune solidarietà europea. È il sovranismo, non l’attacco dall’esterno, la vera grande minaccia a Schengen, una minaccia risorgente, dopo l’improvvida misura italiana e la voce grossa fatta dal governo danese.

La seconda considerazione riguarda il «patrimonio culturale cristiano» di cui Meloni e Frederiksen si dicono orgogliose e che sono intenzionate a difendere. Ora, non c’è dubbio che una politica migratoria non può prescindere da un insieme molto complesso di fattori e di condizionamenti e che la sua aderenza al messaggio evangelico di fraternità universale dev’essere valutata tenendo conto di questi aspetti concreti. Si potrà anche criticare Sánchez per un eccesso di apertura, con la sua scelta di regolarizzare mezzo milione di immigrati (che comunque erano in Spagna da almeno nove mesi).

 Ma non si possono chiudere gli occhi sul fatto che gli eventuali eccessi della politica di Sánchez si collocano all’interno di una visione – peraltro esplicitamente rivendicata dal leader spagnolo – che valorizza l’umana fraternità al di là degli angusti confini nazionali, in sintonia oggettiva con il messaggio evangelico. 

Mentre, al contrario, tutte le ragioni, anche eventualmente fondate, portate negli Stati Uniti da Trump per la deportazione degli immigrati e in Europa da Meloni e da Frederiksen per progettare un’operazione analoga, non possono bastare a giustificare un atteggiamento e uno stile di fondo, prima ancora che singole misure, che sembrano considerare gli esseri umani estranei alla propria cerchia politico-culturale non come persone, ma come una minaccia da fronteggiare.

Che è il tradimento più grave dell’anima cristiana dell’Europa e dell’Occidente.

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LE PICCOLE VIRTU'

 


Trattato 

delle 

piccole virtù: 


Breviario 

di civiltà



di Carlo Ossola (Autore)  

 

Viviamo un’epoca in cui l’«assolo» sembra prevalere decisamente sul «vivere corale».

Sebbene si sia ormai affermata la necessità di prendersi cura dei beni comuni, risulta però impossibile tutelarli senza fare appello a quelle virtù che riducono le pretese del singolo a favore dell’armonia dell’insieme.

Carlo Ossola ci accompagna in un viaggio che è anche un dialogo con alcuni maestri delle «piccole virtù», esponenti del pensiero e della letteratura: da Cicerone e Lucrezio ad Alessandro Manzoni e Victor Hugo, da Carlo Goldoni a Giacomo Leopardi, da Emily Dickinson a Wisława Szymborska, da T.S.Eliot a Georges Bernanos.

Guida ideale lungo il percorso è il trattato settecentesco – che fa da appendice al volume – in cui Giovan Battista Roberti, compendiando secoli di civiltà europea, descrisse le «virtù sociali, utili a chiunque vive in società di altri viventi razionali».

Nella consapevolezza che ricercare e praticare queste virtù non è altro se non, citando sant’Agostino, «scorgere in un fatto modesto i concetti comuni delle piccole come delle grandi realtà».

Marsilio editore

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giovedì 13 agosto 2026

INVALSI PROSPETTIVE


RIFLESSIONI

 E 

PROSPETTIVE



L'editoriale del Presidente

Come ogni anno la presentazione dei Risultati INVALSI 2026 offre l’opportunità di tracciare un bilancio del nostro sistema scolastico ed è certamente un momento di grande importanza per orientare le scelte future. Il quadro generale che emerge è sostanzialmente positivo e delinea una Scuola aperta all’innovazione, capace di raccogliere le sfide della contemporaneità. Il Presidente Roberto Ricci ne traccia un’analisi che pone interessanti riflessioni, sia per il presente sia in una visione di lungo periodo.

Tra le notizie più significative che emergono dagli esiti della Rilevazione del 2026 spicca l’ulteriore calo della dispersione scolastica, che diminuisce ancora rispetto al 2025. È questo un successo collettivo frutto dell’impegno di insegnanti e scuole, che ha permesso a un numero importante di ragazzi e ragazze in più rispetto al passato di proseguire negli studi e di portarli a compimento.

Riprende un cammino positivo anche la dispersione implicita, e si riduce di quasi un punto percentuale. Questo traguardo molto rilevante impone però una riflessione cruciale sugli esiti di apprendimento. Trattenere un numero maggiore di studenti e studentesse significa infatti accogliere e mettere in condizione di permanere a Scuola chi ha maggiori difficoltà e in passato avrebbe abbandonato il percorso di studi.

Analizzando i diversi cicli, la Scuola secondaria di secondo grado mostra lievi miglioramenti e quella di Primo grado appare sostanzialmente stabile.

Emerge, tuttavia, un campanello d’allarme per la Scuola primaria, i cui esiti non crescono. I cali che i numeri mettono in evidenza non sono rilevanti ma, come sottolinea Ricci, il mancato aumento degli esiti deve chiamarci a riflettere, a trovare le soluzioni metodologiche, didattiche, pedagogiche, operative più adeguate.

Queste misure, tuttavia, devono essere individuate funzionalmente al raggiungimento degli obiettivi di apprendimento […] se noi non teniamo sufficientemente forte il legame tra l’ambiente di apprendimento – che deve essere più positivo possibile – e gli esiti di quell’apprendimento, rischiamo di perdere di vista una delle missioni principali della scuola e forse la leva più importante per garantire equità al sistema, ossia buoni apprendimenti per tutti e per ciascuno.

Sul versante delle discipline, l’Inglese conferma una tendenza positiva pluriennale sia nella Lettura sia nell’Ascolto. È un andamento che si registra in tutti territori e in tutti i gradi scolastici, con incrementi di oltre 10 punti percentuali medi rispetto alle rilevazioni d’esordio per questa materia.

La vera novità dell’anno è stata però l’estensione della rilevazione delle competenze digitali a tutta la popolazione scolastica del Grado 10 – cioè del secondo anno della Scuola secondaria di secondo grado – non più circoscritta alle classi campione, come è avvenuto nel 2025. La somministrazione, benché su base volontaria, ha registrato un’adesione elevata, con oltre il 90% delle scuole.

Gli esiti mostrano competenze solide, in linea con i livelli intermedi europei, e registrano una crescita significativa nel passaggio dal secondo al quinto anno delle superiori.

Ciò indica una scuola aperta all’innovazione e al confronto, anche con il concorso di strumenti ed esperti esterni, per una verifica costruttiva della propria azione formativa.

I dati a disposizione confermano inoltre l’efficacia delle misure del PNRR orientate alla personalizzazione della didattica per garantire a ogni allievo il conseguimento di elevati livelli di apprendimento

Sebbene emergano per la Scuola primaria motivi di attenzione, con luci e ombre che certamente richiedono attenta riflessione

Abbiamo tutti ragione di essere grati alla nostra scuola e di supportarla […] nel compito di conseguire e garantire buoni ed elevati livelli di apprendimento.

INVALSI

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Una strada che i dati dicono intrapresa positivamente.

TAYBEH

 

NON DIMENTICARE TAYBEH


Cisgiordania, i cristiani di Taybeh: abbandonati davanti alla violenza dei coloni

Gli attacchi israeliani sono ricorrenti a Taybeh, l'ultimo villaggio cristiano in Palestina, indicato come Efraim nella Bibbia. Il timore è che le famiglie saranno costrette ad abbandonare la propria terra. Padre Bashar Fawadleh, parroco di Cristo Redentore: "Vogliamo vivere in pace, giustizia e dignità"

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-Myriam Sandouno – Città del Vaticano

-“Non dimenticate Taybeh! Taybeh non deve scomparire nel silenzio”. È il grido d'allarme lanciato, ancora una volta, dal parroco, padre Bashar Fawadleh, che descrive la difficile situazione a est di Ramallah, in Cisgiordania, dove si trova l'ultimo villaggio interamente cristiano della Palestina. A Taybeh, identificata nella Bibbia come Efraim, si dice che Gesù e i suoi apostoli abbiano trovato rifugio. La comunità locale si trova ora ad affrontare atti di intimidazione da parte dei coloni israeliani e l'occupazione di proprietà private, come terreni agricoli e aree residenziali all'interno del villaggio.

Domenica scorsa, l'esercito israeliano ha dichiarato il villaggio chiuso ai non residenti, impedendo agli israeliani di accedervi. Tale misura non si applica ai palestinesi, al fine di "proteggere i cittadini della regione", in seguito a "diversi attacchi violenti commessi da israeliani nella zona", ha dichiarato un portavoce delle forze armate.

In un'intervista ai media vaticani, padre Fawadleh, sacerdote latino della parrocchia di Cristo Redentore, esorta la comunità internazionale ad agire, chiedendo il sostegno della Chiesa universale attraverso la preghiera.

Il villaggio palestinese è minacciato dalla possibile costruzione di un avamposto di coloni israeliani. Padre Bashar Fawadleh: "La Terra Santa non si preserva solo a parole. Deve ...

Padre Bashar, Taybeh continua a subire incursioni di coloni israeliani nelle proprietà palestinesi. Mercoledì scorso, alcuni di loro sono entrati in una casa appartenente a una famiglia della parrocchia di Cristo Redentore. Cosa è esattamente accaduto il 5 agosto scorso?

Quello che stiamo vivendo oggi è preoccupante. Questa casa di cui si è parlato era stata appena preparata per essere abitata. Per diversi giorni, due coloni sono entrati nella proprietà, portando il gregge di pecore fino al limite della casa, tagliando persino la recinzione. E non si è trattato di un episodio isolato, ma è una strategia di vessazione volta a creare un clima di paura e a costringere i palestinesi ad abbandonare la propria terra. Ringraziamo Dio che la famiglia sia fisicamente sana e salva. Non si trovava a casa durante l’ultima intrusione, ma non si può non ammettere che, sia fisicamente che psicologicamente, si tratta di un'esperienza molto difficile. Immaginate di preparare la vostra casa per poi scoprire che degli estranei vi sono entrati indisturbati. Questa è la situazione che stiamo vivendo qui a Taybeh. Anche adesso, mentre parlo, purtroppo, questi coloni sono tornati per piantare le tende. La situazione è davvero difficile da sopportare.

Altre famiglie sono state vittime di simili episodi negli ultimi giorni?

Molte famiglie soffrono a causa della presenza di questi coloni. A ovest, est e sud di Taybeh, molte persone sono vittime di questa violenza. Come sempre, viene appiccato il fuoco ai terreni incolti e, l’ultima volta, hanno incendiato una montagna a sud-est di Taybeh. I coloni israeliani vengono per causare danni e occupare la terra, da diversi mesi ormai, e la situazione si sta deteriorando drasticamente. Quasi ogni giorno assistiamo a incursioni e attacchi a proprietà private, alla distruzione di terreni agricoli, alla chiusura di strade, a restrizioni al traffico e a una pressione costante sulla popolazione.

Padre Bashar, gli abitanti di Taybeh, vivendo nella paura costante chiedono con urgenza alla comunità internazionale e alle missioni diplomatiche di intervenire e garantire la protezione della popolazione. Si sentono dimenticati?

Sì! Ci sentiamo dimenticati, ci sentiamo soli. Le possibilità di intervento esistono, ma purtroppo sono molto limitate e raramente efficaci. Per questo la presenza e la pressione della comunità internazionale sono oggi essenziali. Abbiamo bisogno di una protezione concreta per i civili e di una reale volontà politica di porre fine a questa violenza. Abbiamo bisogno di aiuto per poter continuare a vivere qui e testimoniare Gesù Cristo e i suoi seguaci. Questa è una responsabilità condivisa dalla presenza cristiana qui a Taybeh. Alla luce di tutto ciò che sta accadendo, alcuni residenti vogliono lasciare la loro terra e abbandonare tutto.

La comunità cristiana teme ora di scomparire. Come opera oggi la speranza in Gesù in coloro che, nonostante tutto, scelgono di restare?

Finora non c'è una soluzione, ma c'è qualcosa di molto speciale: la speranza in Gesù Cristo, la speranza nella Chiesa. Invitiamo la Chiesa universale a intensificare le sue preghiere per noi e a sostenere il Patriarcato latino di Gerusalemme, così come tutta la Terra Santa. Crediamo fermamente che la preghiera operi miracoli. Non dimentichiamo Taybeh! Invito tutte le diocesi della Chiesa cattolica in tutto il mondo a parlare della situazione del villaggio, di questi fratelli e sorelle in Cristo che vivono nella paura. La prima comunità cristiana in questa terra non deve scomparire nel silenzio. Insieme possiamo preservare questa viva testimonianza di fede. Va detto che la presenza delle missioni diplomatiche e del cardinale Pierbattista Pizzaballa (patriarca latino di Gerusalemme ndr) ci rassicura e ci dà un senso di sicurezza.

Come si stanno organizzando oggi le diverse comunità cristiane ortodosse, latine, melchite e greco-cattoliche per fornire aiuto alle vittime? Questi tragici eventi che state vivendo hanno in qualche modo rafforzato l'unità cristiana?

Di fronte a questa situazione, la comunità cristiana rimane unita. La Chiesa accompagna le famiglie, sostiene i più vulnerabili, rafforza la solidarietà tra i residenti e continua a difendere la dignità di ogni persona. Stiamo anche collaborando con le missioni diplomatiche, le organizzazioni internazionali e con i media affinché la realtà di Taybeh sia conosciuta e la nostra voce non venga messa a tacere. Per questo, tramite voi, vorrei chiedere a Papa Leone XIV di fare qualcosa per quest'ultimo villaggio cristiano in Cisgiordania, affinché cessino gli attacchi dei coloni e l'occupazione della nostra terra. Vogliamo vivere in pace, giustizia e dignità.

Quale simbolo rappresenta Taybeh per la comunità cristiana palestinese?

Un simbolo vitale e fondamentale per tutti, perché proprio ora si stanno preparando le celebrazioni per l’Anno Santo straordinario del 2033. Taybeh è in prima linea nella difesa del cristianesimo qui in Terra Santa. Gesù scelse di essere a Taybeh prima della sua passione, morte e risurrezione. Dobbiamo testimoniare il cristianesimo e la sua presenza in Terra Santa. Dobbiamo schierarci dalla parte di Taybeh.

Vatican News

 

 

 

NIGRA SUM

 

Madonne e santi neri: il volto plurale 

del sacro

 Dalle Madonne nere ai santi (migranti) dalla pelle scura: un viaggio tra devozioni popolari, storia religiosa e scambi culturali che attraversano il Mediterraneo. Un patrimonio spirituale che racconta intrecci, migrazioni e forme di pluralismo spesso dimenticate.

-Mariangela Di Marco. Giornalista 

Con una narrazione securitaria dell’immigrazione, la paura dell’“uomo nero” ha toccato apici spaventosi. Ma la profonda venerazione di santi e madonne dall’incarnato scuro, presenti in Italia e in diversi Paesi europei, ci ricorda un’altro tipo di storia e di percezione. 

MADONNE NERE 

Considerate le più enigmatiche tra le innumerevoli rappresentazioni di Maria da Nazareth, le Madonne nere costituiscono una delle principali mete di pellegrinaggio in tutta Europa, dove se ne contano ben 772 secondo i dati della Chiesa cattolica che, da decenni, interroga studiosi di teologia e storia delle religioni sulle origini di queste sculture sacre dal volto bruno. In Italia sono 155, al secondo posto dopo la Francia che ne conserva 428. 

Nere. Come il colore dell’iniziazione alla vita, il buio del ventre materno e della terra fangosa da cui si genera l’esistenza e nell’oscurità si prepara all’incontro con la luce della nascita. È una delle teorie sulla loro origine che le vedono come il frutto del sincretismo tra Cristianesimo e Paganesimo, quella Magna Mater che assume forme diverse, moltiplicandosi e incarnandosi in varie divinità che mettono in risalto i diversi aspetti del Femminino sacro: fecondità, fertilità, sessualità. E legandosi ai culti ctoni, sotterranei, svolti in caverne, dove le energie della terra si fanno più forti, come spiega la studiosa Petra Van Cronenburg in Madonne nere. Il mistero di un culto (Edizioni Arkeios, 2024). 

Nere. Come Iside, la dea egiziana il cui culto si diffuse in tutto il Mediterraneo seguendo l’espansione dei Tolomei, la dinastia macedone d’Egitto, con Alessandria come centro mediterraneo economico e militare. È un’altra delle teorie secondo cui deriverebbero le diverse Madonne nere. Iside fu patrona dei navigatori e per questo il suo culto si diffuse in tutta la vasta area del Mare Nostrum, al punto che dal II secolo a.C., molto ben prima dell’avvento dell’era cristiana, si era imposto in Italia, Nord Africa, Spagna e Gallia, a seguito dei contatti commerciali con i mercanti alessandrini. A suffragare questa tesi, contribuisce la definizione Vierges Égyptiennes – Vergini Egiziane – che le contrassegna nelle fonti medievali e che ne ha accentuato il simbolismo, principalmente esoterico. 

NIGRA SUM, SED FORMOSA 

Volti bruni che avevano – e che continuano ad avere – una straordinaria devozione popolare, ma che vennero letti dalla storiografia artistica «come un segno di arretratezza» e quindi connotati, a partire dal Cinquecento, in modo negativo per “mancanza di attenzione cromatica di impronta naturalistica”, come riportano gli Atti del Convegno internazionale Nigra Sum del Centro di documentazione dei Sacri Monti Calvari e Complessi devozionali europei. 

Ma proprio quell’annerimento, che costituiva un dato formale negativo, divenne invece per l’immaginario popolare, e non solo, un tratto nobilitante: giungevano probabilmente dall’Oriente, culla del Cristianesimo – altra teoria sulle loro origini – e per questo matrice di una rappresentazione sacra che, proprio in quanto orientale (limitatamente al colore della pelle), garantiva una maggiore autorevolezza di culto. Spesso per Oriente si intendeva l’Impero Bizantino che nel Mediterraneo ha lasciato una vasta eredità culturale. 

Nigra sum, sed formosa – sono nera, ma bella – recita, in barba alle opinioni artistiche, il verso latino del Cantico dei Cantici (1,5) che accompagna una delle più famose Brune italiane, quella di Tindari, in provincia di Messina. Accanto all’imponente basilica, a picco sul mare che la custodisce, sorgeva un hospitium, un luogo di ristoro fondato dai monaci benedettini nel 1142 per i numerosi pellegrini che si recavano verso le mete più sacre della cristianità: Roma, Gerusalemme, ma soprattutto Santiago de Compostela. Una tappa fondamentale nell’itinerarium peregrinorum per i fedeli siciliani che si accingevano a salpare per giorni alla volta della Spagna, apice di questo percorso catartico. 

Le navi dirette a Santiago che solcavano il Mediterraneo venivano, infatti, convogliate verso il porto di Barcellona, da cui si ripartiva in direzione Nord, passando per Montserrat, alle porte della capitale catalana. Ad accoglierli vi era la Moreneta, probabilmente la Madonna nera ispanica più conosciuta, ritenuta il modello scultoreo da cui deriva quello di Tindari. «A partire dal XIV secolo – scrive il ricercatore Giuseppe Fazio ne La Madonna di Tindari e le Vergini nere medievali (L’Erma Edizioni, 2012) – il culto verso la Madonna di Montserrat vide una grande diffusione in tutta Europa, specialmente nel bacino del Mediterraneo». Nella sola Palermo, ad esempio, nel corso dei secoli si sono succedute quattro chiese e otto cappelle dedicate alla Madonna montserratina. Stesso discorso per Puglia, Abruzzo, Campania e Umbria. 

Dalla Moreneta spagnola alla Morenetta, “la piccola scura”, come viene chiamata la Madonna nera di Loreto, in provincia di Ancona, custodita nella Santa casa di Maria di Nazareth, una delle più importanti reliquie per il Cattolicesimo dove, secondo la tradizione, la Madre di Cristo nacque, crebbe e ricevette l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele. Secondo diversi studi, la statua venne trasportata in Italia dai crociati espulsi dalla Palestina durante l’invasione dei mamelucchi nel 1291. Con lei, anche la dimora dove risiede tutt’oggi, avvolta da uno dei più grandi capolavori scultorei dell’arte rinascimentale eseguiti dall’architetto Donato Bramante. Il suo culto è vivo anche in molte altre chiese di tutto il mondo che conservano una riproduzione fedele dal volto bruno. Molte di queste si possono incontrare lungo i sentieri dell’alta valle Brembana, ad esempio, a Scaletto di Valtorta, a Isola di Fondra, lungo la mulattiera per Foppa, nel centro storico di Branzi, a Foppolo in frazione di Tegge, a Cugno di Santa Brigida. 

LA DIFFUSIONE DEL CULTO 

La venerazione di Madonne dalla pelle scura ebbe il suo culmine durante il XII secolo, dopo che il padre della Chiesa e ispiratore dei cavalieri templari Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) ne introdusse il culto. Secondo la tradizione cattolica, fu Sant’Eusebio di Vercelli (III-IV secolo), primo vescovo del Piemonte, tornato dall’esilio in Cappadocia nel 362 d.C., a portare in Italia le prime statue brune. Una di queste è tuttora venerata nel santuario di Oropa, il più importante tempio mariano delle Alpi, situato nel comune di Biella. Storia di una montagna sacralizzata, di eremitaggi, di gente che si è arrampicata fin quassù per pregare. 

Quello delle Madonne nere è un culto che risulta intenso all’epoca delle Crociate, sia perché diversi crociati portarono in patria icone orientali, sia per l’azione di alcuni ordini religiosi – carmelitani e francescani attivi anche in Terrasanta e in Siria – o cavallereschi, come i Templari, che disponevano di proprie chiese nelle principali città europee, soprattutto in Francia, dove appunto si può ritrovare il maggior numero di Madonne Brune. 

Sull’Appennino del Sud Italia, dal Cilento al Pollino fino all’Aspromonte, le Madonne vanno e vengono dalle montagne. Vi salgono a maggio per passarvi l’estate. A settembre, ai primi venti dell’autunno, ridiscendono a valle per passare gli inverni nelle chiese, accanto alla loro gente

Così è per la Madonna nera di Viggiano, patrona delle genti di Lucania. Il suo volto dai lineamenti morbidi e la grazia con cui sembra comporsi, la rendono una delle più armoniose sculture di questo tipo, secondo una opinione molto diffusa tra studiosi e gente comune. Fu nascosta dalla popolazione dell’antica Grumentum, città della Val d’Agri, quando venne assalita dai corsari saraceni. Venne poi ritrovata da pastori – secondo un topos diffuso in molte narrazioni – in quello che oggi è il santuario in vetta al Monte Sacro, dove i pellegrini vi ruotano attorno per tre volte, molti a piedi nudi, i palmi delle mani rivolti verso il cielo. Carlo Levi scriveva in Cristo si è fermato a Eboli: «In tutte le case, a capo del letto, attaccata al muro con quattro chiodi, la Madonna di Viggiano assiste, con i grandi occhi senza sguardo nel viso nero, a tutti gli atti della vita». 

È una delle Madonne nere raffigurata seduta su un trono a sedile, a rappresentare la Chiesa intera e a diventare sede per l’incarnazione della Divina Sapienza. Il ricercatore inglese Robert Graves osserva come le Madonne nere, dalla Sicilia alla Provenza, venissero così chiamate in onore di un’antichissima tradizione, secondo cui la Sapienza era raffigurata dal colore scuro. E così, nella misteriosa venerazione della Vergine nera, dove si sovrappongono ipotesi e devozioni, possiamo ancora una volta rintracciare un punto d’incontro delle tradizioni misteriche delle tre più grandi religioni rivelate della Terra: Cristianesimo, Islam ed Ebraismo. «Come a dire un glorioso esempio del sublime, straordinario paradosso dell’unità del divino, sebbene percepita sotto spoglie apparenti diversissime». 

SANTI NERI E MIGRANTI 

Madonne, ma anche santi dalle tonalità brune, come San Nicola, uno dei santi più venerati dal Cristianesimo cattolico e ortodosso, patrono della città pugliese di Bari e originario di Myra, in Turchia. Tra il X e il XIII secolo non è facile trovare santi che possano reggere il confronto con lui in quanto a universalità e vivacità di culto. Ritenuto dalla tradizione protettore dei bambini e delle bambine, il suo culto venne importato dagli olandesi a New York, rendendolo protettore anche della Grande Mela. Chiamato Sinterklaas, il suo nome si contrasse in Santa Claus trasformandosi, nel XX secolo, nella più grande icona vestita di rosso del consumismo occidentale. Naturalmente cambiando il colore della pelle. 

Di migrazione parla anche la storia di San Benedetto il Moro (1526-1589), il primo santo africano che, insieme a Santa Rosalia, protegge la città di Palermo: nacque, infatti, da una famiglia ridotta in schiavitù e portata in Sicilia dall’Africa. Per le sue doti taumaturgiche, Benedetto ricevette dal popolo siciliano un culto straordinario ben più di 200 anni prima che fosse proclamato santo: avverrà nel 1807 e sarà il santo protagonista di uno dei processi di canonizzazione più lunghi della Chiesa cattolica. 

Volti bruni che hanno attraversato la Storia, l’iconoclastia, l’arianesimo. Culti che dimostrano che abbiamo delle radici di cui troppo spesso ci dimentichiamo, che arrivano da lontano e si intrecciano a ciò che li accoglie. Perché, scrive lo storico delle religioni belga Julien Ries: «Il pluralismo, sacro al Mediterraneo, diviene sacro se il Mediterraneo è davvero sacro nel suo intimo, innato pluralismo».

Confronti 

 

REGINA APOSTOLORUM

 


La Vergine Maria 

tra gli apostoli: 


Madre sicura 

e presenza silenziosa


-di Antonio Tarallo

  "Regina degli Apostoli" (Regina Apostolorum): titolo affascinante, titolo che riesce bene a far comprendere l’importanza di Maria come “apostola” del Figlio, Cristo. Un titolo che affonda le sue radici nei testi evangelici e nella più antica tradizione cristiana, rivelando un legame spirituale, materno e teologico di straordinaria profondità. “Regina” intesa non certo per una determinata sovranità legata al potere temporale, ma come primazia di grazia, di fede e di presenza che ha sostenuto l'edificazione e i primi passi storici della Chiesa nascente. 

 Il rapporto tra Maria e gli apostoli trova il suo fulcro spirituale nel Cenacolo. Dopo l'Ascensione di Gesù, gli Atti degli Apostoli descrivono la prima comunità radunata in preghiera. In quel momento di transizione e - se vogliamo ancora di sgomento per la morte del Maestro - Maria non è affatto una figura marginale, ma il centro gravitazionale del gruppo degli apostoli, di coloro che avevano seguito il Figlio nella sua missione. Lei, che aveva già vissuto l'esperienza della “venuta” dello Spirito Santo nell'Annunciazione, diventa la memoria vivente di Cristo per gli apostoli. E’ Maria ad offrire, in quel momento, la stabilità della sua fede incrollabile: la dona a loro, li rassicura che non tutto è perduto. A Pentecoste, l'effusione dello Spirito Santo consacra definitivamente questa missione di comunione fra loro. Fra gli apostoli e la Vergine Maria,  presente al centro del collegio apostolico come Madre della Chiesa. Gli apostoli ricevono il mandato di evangelizzare il mondo, ma è lo sguardo e l'esempio di Maria a modellarne lo stile e il cuore pastorale. Lei è "Regina" proprio perché è stata la prima, la più fedele e la più perfetta discepola di Cristo, colei che ha vissuto il Vangelo in modo totale e radicale. 

Come è stato per Cristo, il Figlio, il rapporto con gli apostoli si palesa come un magistero silenzioso fatto di ascolto, preghiera e offerta quotidiana. Gli apostoli, chiamati ad andare in tutto il mondo ad evangelizzare i popoli, guardano a lei per imparare la docilità alla volontà divina e l'amore incondizionato, amorevole, verso il prossimo. Inoltre, Gesù stesso sulla croce aveva tracciato la via teologica di questa profonda relazione affidando Maria a Giovanni, e in lui a tutti gli apostoli e all'intera umanità: "Ecco tua madre". Da quel preciso istante, il legame tra la Vergine e i primi missionari si fa filiale e intimo. 

Vergine Maria, Regina e Apostola, e Regina degli Apostoli.  Lei e loro, uniti in un'unica opera di salvezza: i discepoli attraverso la predicazione e i sacramenti, Maria con la santità e l'incessante preghiera, guidando i pastori di ogni tempo a essere, docili allo Spirito, veri testimoni del Cristo Risorto.

ACI Stampa.