domenica 12 aprile 2026

E' SEMPRE PASQUA

 Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella II domenica di Pasqua (anno A)



At 2,42-47; Sal 117/118; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La cosiddetta “ottava di Pasqua” – che oggi celebriamo – non è semplicemente l’ottavo giorno dopo la Pasqua di risurrezione, bensì la Pasqua stessa, intesa e celebrata come ottavo giorno. Non mi sto esercitando in uno scioglilingua. Sto affermando che l’ottava di Pasqua significa la compiutezza e – anzi – la sovreccedenza della Pasqua. La quale si afferma, nel vissuto credente dei battezzati, come il regime feriale della loro esistenza: ormai ogni giorno, a partire dal battesimo, è per i discepoli del Crocifisso-Risorto il giorno della Pasqua.

La Pasqua di risurrezione, infatti, seppur sia accaduta – storicamente – in un ben preciso giorno della nostra storia comune di esseri umani, circa duemila anni fa, non resta confinata dentro i limiti cronologici di un accadimento. Come tale essa è accaduta, certamente. Ma non è per ciò stesso “caduta”, non è ritagliata e incollata in un puntino del tempo storico, cronologicamente lontano da noi. La Pasqua del Crocifisso-Risorto è – più esattamente – un evento, cioè un fatto che continua ad avvenire, a venire dentro il nostro tempo, a sopraggiungere e a raggiungerci, coinvolgendoci in essa.

Il kairòs e il chrònos

L’evangelista Giovanni ce lo fa intuire efficacemente, raccontandoci le manifestazioni del Crocifisso-Risorto agli apostoli rintanati da qualche parte a Gerusalemme dopo il dramma del Golgota, nella «sera di quel giorno, il primo della settimana» (nell’originale greco: «quello dopo il sabato»), ossia in quella che per noi è la domenica stessa della risurrezione. E poi, di nuovo, «otto giorni dopo», nella successiva domenica. In realtà, secondo l’interpretazione del quarto evangelista, l’ora pasquale scocca già nel grido di Gesù morente in croce: «È compiuto». La Pasqua del Crocifisso-Risorto – passaggio alla vita nuova attraverso la morte – avviene quando egli è «innalzato da terra» (Gv 8,28 e 12,32), cioè al contempo inchiodato sul palo del supplizio e risuscitato dal Padre. Però poi, come tutti gli altri evangelisti, Giovanni narra lo svolgimento del kairós pasquale dentro il chrónos storico, che ospita il kairós e lo assimila ai suoi ritmi, dalla crocifissione all’ascensione.

A partire da quell’ora suprema – qualitativamente “altra” rispetto a ogni altra ora temporale, tesa a tracimare i limiti di ogni ora temporale – la Pasqua rimane un tempo kairologico che s’intreccia permanentemente con il progressivo e transeunte tempo cronologico: l’ora pasquale tocca ogni ora temporale e s’innesta in ogni momento della storia. Per questo motivo, il giorno stesso della Pasqua, che è pure l’ottavo giorno – cioè il giorno che oltrepassa la settimana, esprimendo una sovrabbondanza salvifica che non si lascia schematizzare dentro la sequenza dei sette giorni –, diventa «ogni giorno», come si legge nel brano degli Atti degli apostoli che è proclamato quale prima lettura: «Ogni giorno [tutti i credenti] erano perseveranti insieme nel tempio, spezzando il pane nelle case […] lodando Dio, mentre il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati». Peraltro vivendo, in tal modo, il tempo pasquale come un tempo condiviso, comunionale, comunitario, «stando insieme e avendo ogni cosa in comune».

Il Signore appare

Si potrebbe obiettare che nell’odierna pagina giovannea sono le apparizioni del Crocifisso-Risorto a garantire qualità kairologica al tempo pasquale, tra la risurrezione e l’ascensione di Gesù. Ora, tuttavia, le apparizioni sono cessate: i mistici e le mistiche possono sì sperimentare la grazia delle visioni, ma le apparizioni del Signore – strettamente intese – sono tutte “accadute” in quel tempo pasquale “contenuto” in quel lontano tempo storico. Sarebbe un’osservazione corretta, se non fosse che nel quarto vangelo non si parla di apparizioni del Crocifisso-Risorto. Si annunciano, piuttosto, il suo Avvento e la sua Presenza: «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli […] venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!” […]. Otto giorni dopo […] venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”». Così, appunto, si rivela la sovreccedenza del kairós pasquale, che si prolunga in una Parusía sempre in corso, vale a dire in una ripresenzializzazione continua della Pasqua. Il tempo ha una valenza pasquale (kairologica) se registra la venuta e la presenza del Signore. E questa grazia pasquale non è esclusiva prerogativa dei primi discepoli, vissuti al “tempo” del Crocifisso-Risorto, ma resta alla portata di tutti i discepoli e le discepole che si lasciano raggiungere dal Signore Gesù, cantando (col cuore più che con le labbra) il Maranathà: canto liturgico che nell’aramaico dei primi discepoli significava «è venuto il Signore, viene ancora e verrà di nuovo».

Forse gli scienziati che si occupano di meccanica quantistica e di relatività generale, in particolare quelli che ragionano sulla “teoria delle stringhe”, potrebbero capire meglio di tutti quel che vuol dire l’incastro tra kairós e chrónos. E l’attualità della Pasqua che ne consegue. Del resto, nella pagina evangelica sono disseminati alcuni indizi narrativi che aiutano a comprenderlo, anche se non si è fisici come Albert Einstein o Edward Witten. Un indizio emblematico spicca su tutti e dice il modo straordinario in cui avviene-la-Presenza del Crocifisso-Risorto, capace di scavalcare i condizionamenti insiti nella condizione fisica spazio-temporale: «a porte chiuse».

Pace a Voi

Ma gli altri indizi non sono meno importanti. Anzi, dal punto di vista teologico, lo sono ancor più. Per esempio, il reiterato saluto del Signore ai suoi discepoli: «Pace a voi!». Non è soltanto un augurio. È un dono, un lascito. E un appello, che i discepoli devono riecheggiare a loro volta, facendolo risuonare sempre nel mondo, in ogni stagione della storia, per avvertire ogni uomo e ogni donna sulla terra che la guerra – con tutto ciò che essa comporta e produce: la paura, la sofferenza, la distruzione, la morte – perdura a oltranza se non prendiamo in consegna il lascito di Gesù, se non trattiamo il suo dono come un nostro impellente e ineludibile compito. E i cristiani hanno, a tal riguardo, una responsabilità maggiore: perché per loro il dono della pace coincide con la grazia dello Spirito Santo («Ricevete lo Spirito Santo»), finalizzata a portare il perdono, a far trionfare la misericordia, pena la smentita dell’evento pasquale. La pace, il perdono dei peccati (degli errori: hamartíai), la custodia e la trasmissione dello Spirito Santo, sono la missione pasquale dei cristiani nella storia, in favore del mondo. Da qui deriva, per loro, l’esito, o l’effetto, della Pasqua stessa: la trasfigurazione del timore in gioia. Dico “trasfigurazione” perché il timore resta, nell’esperienza credente, una dimensione costitutiva che dev’essere costantemente tradotta in gioia: il timore di fare la stessa fine dolorosa del Maestro e la gioia di sapere che facendo quella fine si ricomincia con lui e come lui la vita vera. Non si spiegherebbe altrimenti l’inciso dell’autore degli Atti degli apostoli, nella prima lettura: «Un senso di timore – phóbos, come nella pagina evangelica – era in tutti»).

Vedere il Signore

Per gli apostoli la gioia scaturisce dal «vedere – horáō – il Signore». Si tratta di vedere in virtù di uno sguardo contemplativo, che riesce a decifrare l’assenza come una semplice apparenza e di discernere in essa l’invisibile Presenza. Ecco perché in gioco c’è qualcosa che pesa molto di più di quelle che noi siamo abituati a ricordare come le apparizioni del Risorto: nell’apparenza dell’assenza, egli nondimeno si rende presente e si fa vedere. È questa la straordinaria esperienza che gli apostoli fanno, passando – Pietro e gli altri, e Tommaso dopo di loro – dal vedere al credere. Ma ancor più straordinaria è l’esperienza che fanno – da allora in avanti – tutti gli altri discepoli del Risorto, allorché riescono a sperimentare l’atto di fede come un autentico vedere. Il tempo pasquale è il tempo dell’esperienza credente, il kairós in cui credere è vedere davvero, vedere il vero. In tal modo dobbiamo interpretare la promessa di Gesù: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto». E non meno grande dev’essere la nostra gioia, se vale per noi ciò che ascoltiamo nella seconda lettura: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa».

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INVESTIRE SUI GIOVANI

 

Giovani, tra choc 

e futuro incerto

 

Benessere, relazioni (e fede) I giovani a caccia di stabilità

Il Rapporto 2026 dell’Istituto Toniolo fotografa la condizione di una generazione diventata adulta tra continue crisi globali.

 Il coordinatore Rosina: «Faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità»

-         di PAOLO FERRARIO

Prima c’è stato l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, poi la Grande crisi del 2008, la pandemia da Covid-19 e, ora, le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Diventare adulti, per la generazione nata dopo il 2000, è stato soprattutto un percorso a ostacoli tra choc globali e minacce costanti al futuro del mondo. Una condizione indagata in profondità, che restituisce un’immagine di perenne precarietà. Così, anche “fare famiglia” diventa faticoso e lasciare l’Italia «non è più soltanto un’opzione », ma per tanti «è una necessità». «I giovani non sono assenti o disinteressati, ma sempre più spesso faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità», avverte il coordinatore dell’Osservatorio Giovani e tra i curatori della ricerca, Rosina.

La crisi della fiducia

All’alba del nuovo millennio c’è stato l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, poi la Grande recessione globale del 2008-2013, la pandemia da Covid-19 e, ora, le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Diventare grandi per le generazioni nate dopo il 2000 ha significato, soprattutto, attraversare una serie pressoché continua di choc. «Crescere nel XXI secolo significa fare i conti con un mondo strutturalmente instabile», sintetizza il Rapporto Giovani 2026 dell’Istituto Toniolo, realizzato in collaborazione con Ipsos e con il sostegno di Fondazione Cariplo, che sarà nelle librerie nei prossimi giorni. «Leggere il primo quarto del XXI secolo attraverso questa lente consente di cogliere come la fragilità del futuro non sia solo un tratto generazionale, ma il prodotto di un contesto che ha scaricato costi crescenti su chi arrivava dopo – ragiona Alessandro Rosina, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani Istituto Toniolo, tra i curatori del Rapporto –. È da qui che occorre partire per comprendere atteggiamenti, scelte, motivazioni e mobilitazioni delle nuove generazioni e per interrogarsi sulla capacità delle società contemporanee di uscire dalla crisi non semplicemente resistendo, ma cambiando direzione».

In un contesto sempre più fragile che fa dell’incertezza la propria cifra distintiva, a farne le spese, in prima battuta, sono proprio le relazioni stabili. «Anche le scelte più intime, come costruire una relazione stabile, risentono oggi di precarietà economica e incertezza lavorativa», si legge nel Rapporto. E anche «i percorsi affettivi sono sempre più condizionati dalle risorse materiali, trasformando la progettualità di coppia in un traguardo difficile da raggiungere». Avere o meno un lavoro, possibilmente stabile, fa, allora, la differenza tra la possibilità o meno di “farsi una famiglia”. «La condizione occupazionale appare come un ulteriore elemento discriminante circa la probabilità di essere in una relazione intima stabile – scrivono Adriano Mauro Ellena e Francesca Luppi nel capitolo “Giovani italiani e relazioni sentimentali: tra stabilità, benessere e autonomia” –. I giovani occupati, infatti, mostrano una presenza più marcata nelle relazioni stabili (56,9%) rispetto a studenti (43,4%) e, soprattutto, rispetto ai Neet (37,5%), che registrano invece livelli più alti di relazioni

non stabili (10,7%) o di assenza di relazione (51,8% rispetto al 30% fra gli occupati)».

Se questo è il quadro di riferimento, lasciare l’Italia «non è più solo un’opzione: per molti giovani italiani è diventata una necessità – si legge ancora nel Rapporto –. La mobilità internazionale viene riletta come risposta alla carenza di opportunità, segnalando la difficoltà del Paese nel trattenere e valorizzare il proprio capitale umano, in particolare quello femminile e qualificato». La conferma arriva anche dalle risposte del campione intervistato per il Rapporto del Toniolo. «Nel confronto con le altre grandi nazioni europee – sottolineano Alessandro Rosina ed Emiliano Sironi nel capitolo “Andarsene o restare? Un confronto europeo sulla mobilità internazionale” – non arriva al 12% la percentuale dei giovani italiani (18-34 anni) che ritengono il proprio paese capace di offrire maggiori opportunità di realizzazione dei propri obiettivi di vita». Di contro, «la Germania è nettamente considerata la nazione che è più in grado di fornire condizioni migliori di realizzazione rispetto al nostro paese. A ritenerlo è oltre il 70% dei rispondenti», ricordano Rosina e Sironi. Una ragione ulteriore, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, di invertire la direzione di marcia e cominciare, finalmente, a investire davvero sulle giovani generazioni. « I giovani – avverte Rosina – non sono assenti o disinteressati, ma sempre più spesso faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità».

Lasciare l’Italia «non è più solo un’opzione: per molti giovani italiani è diventata una necessità» Una risposta «alla carenza di opportunità»

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Rapporto giovani

sabato 11 aprile 2026

LA GUERRA "SANTA"


IN NOME DI DIO

È sorprendente constatare che il fattore comune, nell’attuale scenario politico mondiale, è il ritorno della violenza di Stato in nome di Dio. Quello che sembrava un residuo arcaico presente soprattutto nella cultura  islamica – e, ancora recentemente, in Iran, evidenziato dalla negazione dei diritti delle donne e dalla spietata repressione delle proteste contro il regime – , si sta invece ripresentando più attuale che mai nelle moderne società democratiche, dove sembrava destinato ad essere definitivamente superato con il processo di secolarizzazione e l’affermazione in tutti i campi dei diritti delle persone.

 -di Giuseppe Savagnone 

Se ne aveva avuto un’avvisaglia nel ritorno della Russia di Putin, che certo non è rappresentativa del modello di democrazia di cui parliamo, ma che sembrava, dopo la lunga stagione dell’ateismo di Stato dell’URSS, decisamente immune dal rischio di confondere la politica con la religione. E invece, in occasione dell’aggressione all’Ucraina, Putin ha potuto contare sulla benedizione del patriarca Kirill, il quale non ha esitato a definire la sua «una guerra santa perché Mosca difende la “Santa Russia” e il mondo dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’Occidente “caduto nel satanismo”».

L’involuzione fondamentalista di Israele

Molto più vicino al contesto delle democrazie occidentali è il caso di Israele. Ma è innegabile una deriva in senso religioso-fondamentalista che si va sempre di più affermando, per impulso dei partiti ultraortodossi decisivi per il governo di  Netaniahu.

La storica ebrea Anna Foa, nel suo recente libro Il suicidio d’Israele, ha scritto che il  suo fondatore, Ben Gurion, «laico convinto», era persuaso che la religione si sarebbe presto estinta. «In realtà è successo il contrario. I sionisti religiosi, fanatici della grande Israele data da Dio al popolo ebraico, si sono moltiplicati grazie al gran numero di figli, così come si sono moltiplicati gli ultraortodossi».

In particolare, scrive l’autrice, dopo la vittoria nella “guerra dei sei giorni” del giugno 1967, «il sionismo subiva una vera e propria metamorfosi e si diffondeva un diverso tipo di israeliano, un sionista religioso aggressivo e ispirato da Dio a colonizzare tutta la terra di Israele».

Così anche nella sua vita interna Israele sta sempre di più assumendo la fisonomia di uno Stato fondamentalista. Ha avuto poca risonanza, ma è di estrema gravità, la recente decisone della Knesset di estendere i poteri dei tribunali religiosi, fino a farli diventare un sistema parallelo a quello della magistratura laica , tra cu i cittadini potranno scegliere.

Molto più rumore ha fatto la nuova legge che introduce la pena di morte per reati di terrorismo, riservandola però a quelli compiuti contro lo Stato ebraico e quindi, in sostanza, ai palestinesi.

Siamo davanti, come è stato denunziato da tutti gli osservatori internazionali, a  una politica di apartheid, in linea del resto con la Legge fondamentale approvata dalla Knesset il 30 luglio 1980 con cui si proclama Gerusalemme – che, nella risoluzione dell’ONU del 1947 era istituita come “città aperta” a cristiani, ebrei e musulmani – capitale dello Stato di Israele e con la legge del 18 luglio 2018 che, per la prima volta, definisce ufficialmente lo Stato ebraico come «la casa nazionale del popolo ebraico». Nel quale, perciò, i non ebrei, come tutti i fedeli di altre religioni, sono evidentemente cittadini “ospiti”. La recente esclusione del card. Pizzaballa dal Santo Sepolcro appare, in questa luce, molto di più che il frutto di un equivoco.

E in questa stessa prospettiva vanno lette le guerre dello Stato ebraico a Gaza, e in Libano, così come il suo appoggio alle violenze dei coloni nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania, dove non c’è neppure la scusa della minaccia di Hamas. L’idea è quella di ricostituire il Grande Israele sulle terre che Dio stesso ha dato temila anni fa, aveva promesso al popolo eletto.

Vanno in questo senso, del resto, le dichiarazioni dell’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, che in un’intervista ha sostenuto «che se Israele colonizzasse tutto il Medio Oriente, dall’Egitto all’Iraq, non ci sarebbe nulla di male perché nella Genesi c’è scritto che quella è la Terra Santa». La guerra di Israele è una guerra santa.

Il messianismo trumpiano

Ma il caso forse più eclatante del ritorno di questo concetto è quello degli Stati Uniti. Ha fatto il giro del mondo il video girato nello Studio Ovale, in cui un gruppo di leader evangelici prega per Trump, invocando protezione per il presidente americano e sostegno alle sue decisioni militari.

È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche, nell’elezione di Donald Trump, sia nel primo che nel secondo mandato. Meno noto, forse, è che i membri di questi gruppi religiosi si considerano crociati impegnati in una lotta contro il male, nell’impaziente attesa dell’Apocalisse e del ritorno di Gesù Cristo. I loro principali testi di riferimento non sono i libri del Nuovo Testamento, ma quelli dell’Antico, che essi tendono a leggere in modo letterale. Da qui la convergenza con gli ebrei ortodossi che ritengono loro missione ricostituire l’antico Israele sul territorio che Dio steso gli aveva promesso, cacciando via le popolazioni arabe che vi si erano insediate nel frattempo.

Collegando la prospettiva vetero-testamentaria con quella neo- testamentaria, queste sette cristiane ritengono che proprio la ricostituzione del regno del popolo eletto in Palestina sia la condizione per la venuta del Messia da loro atteso. Da qui il sostegno politico ed economico allo Stato ebraico e le pressioni su Trump perché sia garante della sua sicurezza

In questo contesto appare pienamente plausibile la denuncia di un gruppo di duecento soldati statunitensi, secondo i quali alcuni comandanti avrebbero descritto il conflitto in corso nel Medio Oriente come parte di «un piano divino», arrivando ad affermare «che Trump sarebbe stato unto da Gesù per incendiare l’Iran, causare l’armageddon e dare il segnale per il suo ritorno sulla Terra». 

E del resto, nelle conferenze stampa che il Segretario alla Guerra (non più come prima di Trump, alla Difesa) Peter Hegseth ha tenuto regolarmente per fare il punto sulla «guerra preventiva» scatenata da Trump contro l’Iran,  non può non colpire l’insistenza sulla dimensione religiosa: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…». E ancora: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…».

Questa guerra, insomma, sarebbe una missione affidata da Dio agli Stati Uniti e da Lui benedetta. Come hanno evidenziato i media anglosassoni, appaiono un’implicita, eloquente risposta a queste affermazioni le parole pronunciate pochi giorni dopo da un altro illustre cittadino americano, papa Leone XIV. «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”», ha detto il pontefice durante la sua omelia della domenica delle Palme.

Non c’è bisogno di essere cattolici per riconoscere che in questo momento la sola voce, dotata un’autorità riconosciuta a livello internazionale, che si leva a condannare decisamente l’idea che la guerra sia necessaria per instaurare la pace, è quella dei sommi pontefici romani, da Giovanni Paolo II a a Francesco a papa Leone. È una sfida alle potenze che oggi dominano la scena politica internazionale e ai loro gregari (tra cui, purtroppo, il nostro governo). Una volta tanto il cristiano può rallegrarsi che la Chiesa istituzionale non sia nelle retrovie, ma assuma coraggiosamente il proprio ruolo profetico in un mondo che sembra cieco e sordo non solo al vangelo, ma alle esigenze più  profonde dell’essere umano. 

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AULE VERDI

 

Le Aule Natura sono spazi didattici all'aperto, promossi dal WWF e P&G, che trasformano cortili scolastici in habitat naturali (stagni, orti, siepi) di almeno 80mq. Queste "classi verdi" permettono l'apprendimento esperienziale e la biodiversità, migliorando il benessere degli studenti e riducendo l'inquinamento. Le aule verdi possono includere orti didattici, nidi per insetti e zone relax, offrendo un contesto stimolante. 

Non empre è possibile stare all'aperto, ma in tutta l’Olanda, le aule scolastiche si stanno trasformando in ecosistemi viventi grazie all’introduzione di pareti verdi—giardini verticali ricchi di piante che migliorano attivamente l’ambiente interno. Queste pareti non sono solo decorative: funzionano come sistemi naturali in grado di raffrescare gli spazi e migliorare la qualità dell’aria durante tutta la giornata.
Le piante assorbono il calore e rilasciano umidità, contribuendo a regolare la temperatura e rendendo le aule più confortevoli senza dipendere eccessivamente dall’aria condizionata. Allo stesso tempo, filtrano gli inquinanti e l’anidride carbonica, sostituendoli con ossigeno fresco. Questo crea un ambiente più sano, in cui gli studenti possono concentrarsi meglio, respirare più facilmente e sentirsi più connessi alla natura.
Oltre ai benefici fisici, queste aule verdi favoriscono anche il benessere mentale. È stato dimostrato che la presenza di piante riduce lo stress e migliora la concentrazione, rendendo gli ambienti di apprendimento più calmi e coinvolgenti. L’approccio olandese dimostra come gli spazi educativi possano evolversi in sistemi sostenibili e viventi—dove natura e apprendimento collaborano per generare risultati migliori sia per gli studenti che per l’ambiente.

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venerdì 10 aprile 2026

IL PESO DEL PASSATO

 

Rimugini su passato e futuro?

 7 esercizi per imparare a vivere l’oggi

Rimugini su passato e futuro? 

7 esercizi pratici per gestire ansia e pensieri e tornare a concentrarti sul presente, passo dopo passo

 

Redazione Studenti

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Indice

1.     Perché rimugini sempre e come iniziare a fermarti

2.     Guarda il video su come smettere di rimuginare sul passato

3.     Perché la tua mente torna sempre a ieri (o salta a domani)

4.     Il dettaglio che sottovaluti: allenare l’attenzione come un muscolo

5.     Trasformare il rimuginio in azione: 4 esercizi che puoi usare ogni giorno

1.     La lista “controllo / non controllo”

2.     Il timer del pensiero programmato

3.     Scrittura a flusso libero per 10 minuti

4.     La domanda chiave: e adesso?

6.     Cosa puoi iniziare a fare oggi per vivere un po’ più nel presente

Perché rimugini sempre e come iniziare a fermarti

Rimuginare sul passato o sul futuro è un’esperienza comune a molte persone, soprattutto nei periodi di maggiore pressione, tra scuola, università, relazioni e scelte importanti da affrontare. Non significa soltanto pensare molto, ma ritrovarsi intrappolati negli stessi pensieri, che tornano di continuo senza portare a una vera soluzione. Secondo diversi psicologi, questo meccanismo è spesso legato ad ansia, stress e difficoltà di concentrazione.

La buona notizia è che si può imparare a interrompere, almeno in parte, questo automatismo mentale e a riportare l’attenzione sul presente. Non si tratta di smettere di pensare, cosa impossibile, ma di cambiare focus: spostarsi dai pensieri che si rincorrono nella mente a ciò che sta accadendo davvero, qui e ora.

In questo articolo proponiamo 7 esercizi pratici, semplici ma efficaci, da mettere in pratica fin da subito. Non richiedono strumenti particolari, solo pochi minuti e un po’ di costanza. Non sostituiscono un percorso terapeutico, che richiede il supporto di un professionista, ma possono diventare strategie utili nella quotidianità per gestire meglio ansia, pensieri intrusivi e preoccupazioni legate al futuro.

L’idea di fondo è semplice: invece di lottare contro i pensieri, si impara a riconoscerli, osservarli e lasciarli passare, riportando ogni volta l’attenzione all’oggi, a ciò che si sta facendo e alle scelte concrete che si possono compiere nel presente.

7 segnali che ti cerchi troppo negli altri (e come tornare al centro tu)

Perché la tua mente torna sempre a ieri (o salta a domani)

Quando rimugini, il cervello sta cercando di proteggerti: analizza il passato per evitare errori, immagina il futuro per prepararsi. Il problema nasce quando questo meccanismo si blocca su “replay” e diventa un loop. Diversi psicologi sottolineano che il rimuginio è spesso collegato a ansia generalizzataperfezionismo e paura di sbagliare.

In pratica, la mente ti racconta che se continui a pensarci troverai la soluzione perfetta o preverrai ogni problema. In realtà, oltre un certo punto, pensare e ripensare non aggiunge informazioni nuove: ti stanca, ti confonde e ti fa sentire ancora più bloccato. È come studiare sempre lo stesso paragrafo senza mai passare all’esercizio.

Un altro aspetto importante: rimuginare non è la stessa cosa del problem solving. Nel problem solving ti chiedi “cosa posso fare concretamente?” e arrivi a un piano. Nel rimuginio resti su domande senza risposta tipo “e se va tutto male?”, “perché ho detto quella cosa?”. Riconoscere questa differenza è il primo passo per cambiare.

Per interrompere il loop non basta dirsi “smettila di pensarci”. Funziona di più spostare l’attenzione sul presente con esercizi che coinvolgono corpo, sensi e azioni pratiche. È qui che entrano in gioco i 7 esercizi che trovi sotto: non risolvono magicamente i problemi, ma ti aiutano a non esserne travolto.

Il dettaglio che sottovaluti: allenare l’attenzione come un muscolo

C’è un aspetto che spesso non consideri: la tua attenzione è allenabile, proprio come un muscolo. Se per anni l’hai usata per rimuginare, è normale che la mente torni lì automaticamente. Non è “colpa del tuo carattere”, è un’abitudine mentale.

Gli esercizi che seguono non servono a “svuotare la mente”, ma a dirigerla consapevolmente. Ogni volta che ti accorgi di essere finito nel loop e riporti l’attenzione all’oggi, stai facendo una micro ripetizione in palestra. All’inizio sembra inutile, ma nel tempo diventa più facile.

Ecco i 7 esercizi, che puoi usare come una sorta di “kit di emergenza” quando senti che stai per perderti nei pensieri:

  • Respiro 4-6-8: inspira contando fino a 4, trattieni per 6, espira lentamente fino a 8. Ripeti per 2-3 minuti. Aiuta a calmare il sistema nervoso e a riportarti nel corpo.
  • Scansione dei 5 sensi: guarda 5 cose, tocca 4 superfici, ascolta 3 suoni, riconosci 2 odori, nota 1 sapore. È un classico esercizio usato in percorsi di gestione dell’ansia.
  • Etichetta il pensiero: quando arriva il loop, invece di seguirlo, digli mentalmente “pensiero sul passato” o “preoccupazione sul futuro”. Questo crea una piccola distanza.

Questi primi esercizi lavorano sul qui e ora fisico: respiro, sensi, parole che usi dentro di te. Nei prossimi vedrai come trasformare il rimuginio in azione concreta e come ritagliarti momenti “programmati” per pensare, invece di farlo 24/7.

Trasformare il rimuginio in azione: 4 esercizi che puoi usare ogni giorno

Oltre agli esercizi “di emergenza”, ti serve qualcosa che ti aiuti a gestire i pensieri nel quotidiano. Qui entrano in gioco altri 4 esercizi, pensati per collegare mente e azione:

 La lista “controllo / non controllo”

Prendi un foglio e dividi in due colonne: a sinistra scrivi cosa puoi controllare oggi (azioni, decisioni, richieste di aiuto), a destra cosa non dipende da te. Poi:

  • scegli una sola azione dalla colonna di sinistra e fallo entro la giornata
  • quando la mente torna sulla colonna di destra, ricordati che non è il tuo campo di gioco in questo momento.

 Il timer del pensiero programmato

Stabilisci un “quarto d’ora di rimuginio” al giorno, sempre alla stessa ora. Quando i pensieri arrivano fuori orario, diti: “Ok, ne parliamo alle 18”. Spesso, quando arriva il momento, l’intensità è già scesa.

Fai i test che ti aiutano a conoscerti meglio e ad orientarti:

 Scrittura a flusso libero per 10 minuti

Per 10 minuti scrivi tutto quello che ti passa per la testa, senza rileggere né censurare. Mettere nero su bianco aiuta a fare ordine e a vedere che molti pensieri sono ripetizioni.

Leggi anche

Perché continuare a pensare agli errori ti blocca: il trucco è imparare a “lasciarli andare”

 La domanda chiave: e adesso?

Quando ti accorgi di essere nel loop, fermati e chiediti: “Cosa posso fare nei prossimi 10 minuti che vada nella direzione che voglio?”. Anche una micro azione (mandare una mail, aprire il libro, cercare un’informazione) sposta il focus dal pensiero all’azione.

Cosa puoi iniziare a fare oggi per vivere un po’ più nel presente

Per rendere questi esercizi davvero utili, è importante non provarli tutti insieme una volta sola e poi mollarli. Funzionano meglio se li trasformi in piccole routine quotidiane, adattate alla tua vita da studente.

Puoi partire così:

  • scegli 2 esercizi tra quelli che hai letto (per esempio respiro 4-6-8 e lista controllo / non controllo);
  • decidi quando farli: uno al mattino o prima di studiare, uno la sera o dopo una giornata pesante;
  • imposta un promemoria sul telefono per i primi 7 giorni, così non devi ricordartelo a memoria;
  • segna su un quaderno o nelle note ogni volta che li fai, anche solo con una spunta: vedere le ripetizioni motiva a continuare.

Se ti accorgi che il rimuginio è legato a ansia molto forte, attacchi di panico, pensieri sul farti del male o ti impedisce di fare cose base (andare a scuola, uscire, dormire), è importante parlarne con un adulto di riferimento e, se possibile, con uno psicologo o un servizio di supporto psicologico scolastico o universitario.

Chiedere aiuto non significa essere deboli, ma riconoscere che da solo non devi per forza farcela.

Intanto, puoi iniziare da oggi con un passo minuscolo: scegli un esercizio, prova a farlo per 3 minuti e nota solo una cosa che cambia (respiro, tensione, velocità dei pensieri). Non devi “sentirti zen”: basta accorgerti che, per un attimo, sei tornato qui, nel presente. È da lì che si ricomincia.

Studenti.it

mercoledì 8 aprile 2026

GIOVANI, SOLITUDINE E VIOLENZA

 


L'INTELLIGENZA

 ARTIFICIALE, 

UN RIFUGIO


di BIANCA LUPO

L’escalation di reati compiuti da giovanissimi da nord a sud, un vero bollettino di guerra quotidiano, ci pone di fronte ad una domanda inevitabile: in che cosa abbiamo sbagliato? Nel rapporto 2025 delle Corti d’appello di tutta Italia, che ha aperto l’anno giudiziario, i numeri sono da brivido: Roma +50%, Milano+40%, Napoli e Catania con numeri da Guinnes dei primati, Palermo, la situazione la viviamo in prima persona… (Fonti Il Messaggero1/2/26–www.Polizia di Stato.it–Criminalpol dati al 2025).

 Fenomeni di microcriminalità, bullismo, baby-pusher, rapine, estorsioni, reati sessuali, tentativi di omicidio col coltello: età 11/15 anni. Il numero dei ragazzi sottoposto a misura restrittiva in Italia è cresciuto dell’‘8%.  Perché?

Cosa spinge ed inghiotte, in questo vortice, preadolescenti trasformandoli in assassini, terroristi, anaffettivi senza freni inibitori, incapaci di capire il valore di una vita umana che spengono, senza pensare, come se fossero in un gioco virtuale, glaciali nella loro azione e consapevoli della impunità garantita dalla minore età?

Ho chiesto a mio figlio psicologo/psico terapeuta che segue molti ragazzi difficili, di spiegarmi le dinamiche che portano a tali manifestazioni così estreme ed apparentemente irrazionali.

Mi ha risposto” Il crimine è solo l’atto finale, la punta dell’iceberg di un malessere: non nasce all’ improvviso, ma ci si arriva passando dal silenzio, dalla rabbia, dalla confusione, dal sentirsi solo, non visto, non capito. Ci si arriva dopo tanti segnali letti male o ignorati del tutto. Spesso vediamo negli adolescenti solo il comportamento, la provocazione, la sfida e non il dolore che c’è sotto. Gli adolescenti hanno bisogno non solo di regole, ma di presenza ed ascolto “.

 Siamo dunque di fronte a” figli sconosciuti”, dipendenti dal fido iPhone/baby Sitter, prigionieri di una bolla virtuale, ingabbiati nel super uranio dei videogame. Esibire un’arma è segno di potere, l’approvazione dei followers vitale per la sopravvivenza di chi non accetta le frustrazioni, le sconfitte, i flop a scuola, i rimproveri, i NO dei genitori (in realtà pochissimi), degli amici, della fidanzatina. Quanto influiscono i social ed IA nella vita dei nostri giovanissimi?

Troppo nel loro duplice aspetto, informativo (basta un click e si ha la risposta, annullando il pensiero critico) e di supporto emotivo.

L’IA, oggi, è il rifugio per la solitudine, il confidente preferito, l’interlocutore più gettonato sostituendo genitori, nonni ed amici perché NON giudica, NON rimprovera. Il 41,8%degli adolescenti italiani ha chiesto aiuto a chatbot in momenti di difficoltà emotiva. (In USA il 72%).

Un dato che fotografa la gravità del problema. 

soluzioni? Ricominciare “ab ovo”. Educare i genitori ad essere i punti di riferimento dei figli; Educare i figli alle regole e ai valori fondamentali; Ripristinare il ruolo formativo della scuola che non può essere né sterile diplomificio, né progettificio, ma “magistra vitae”.

Utilizzare al massimo il parental control (solo 600000 utenti in Italia); controllare lo strapotere dei GAFAM che dominano il mercato (Danimarca, Australia ed USA hanno già iniziato); intensificare le campagne informative di professionisti nelle scuole.

E speriamo nel miracolo……


GIOVANNIPEPI

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EMOZIONI E RELAZIONI

Un itinerario

 di crescita 

per insegnanti 

ed alunni” 


-di Antonio Ferro*

        “Innovare per insegnare: approcci, metodi e strategie in classe” è il titolo del percorso formativo organizzato dall’AIMC (Associazione Italiana Maestri Cattolici) di mazara del Vallo. In tale contesto, la dott.ssa Caterina Di Stefano, presidente dell’AIMC di Mazara del Vallo, mi ha coinvolto a relazionare sul tema “Emozioni e relazioni: un viaggio di crescita per insegnanti ed alunni”.

In passato si pensava che il raggiungimento degli obiettivi didattici dipendessero prevalentemente dalle abilità cognitive e dalla motivazione dell’alunno, oggi sappiamo che oltre a queste due condizioni, un ruolo fondamentale giocano le “Emozioni”.

Studi recenti dimostrano quanto le emozioni giochino un ruolo cruciale nelle acquisizioni delle competenze dei bambini. In particolare, è stato dimostrato che le emozioni attivano i centri sottocorticali dell’encefalo (es. sistema limbico ed amigdala) responsabili della componente fisiologica dell’emozione (es. sudorazione, tachicardia, ecc.), insieme alle cortecce associative che attivano i processi di valutazione cognitiva dell’esperienza emotiva. Quindi se un alunno apprende sperimentando la paura di sbagliare, le stesse aree del sistema nervoso legate a questa emozione si attiveranno in futuro per evitare situazioni analoghe, intaccando così significativamente l’autostima e l’autoefficacia dell’alunno. L’emozione negativa associata a quell’apprendimento si comporta come un antagonista dell’apprendimento stesso. L’emozione e i processi cognitivi rappresentano due facce interconnesse della stessa medaglia. Ciò significa che quando un alunno recupera un’informazione questa attiverà nuovamente il vissuto emotivo associato a quell’apprendimento perché entrambe hanno tracciato lo stesso percorso sinaptico. La “warm cognition” rivoluziona quindi le modalità degli apprendimenti associandoli alle emozioni positive e ciò avviene solo se un alunno impara con “gioia”.

Comprendere, dunque come le emozioni influenzino gli apprendimenti scolastici diventa fondamentale per gli insegnanti, che devono saper gestire e valorizzare l'aspetto emotivo nei loro alunni. I primi anni di vita sono fondamentali per lo sviluppo socio-emozionale di un bambino. Durante questa fase, egli inizia a costruire le basi delle sue future relazioni attraverso le interazioni emotive e relazionali con i genitori, i caregiver e gli insegnanti. La qualità delle prime relazioni basate sull’empatia e sulla fiducia è fondamentale per una sana crescita psicologica.

Le emozioni sono risposte psicologiche e fisiologiche a stimoli interni ed esterni. Possono essere classificate in efficacemente emozioni positive (es. gioia, felicità, amore, ecc.) ed emozioni negative (es. paura, ansia, tristezza, ecc.). Queste ultime sebbene scomode, sono essenziali per la nostra capacità di adattarci e reagire a situazioni di pericolo. Le emozioni influenzano il comportamento, le relazioni interpersonali e il processo di apprendimento. Nei bambini, esse si manifestano in modi diversi rispetto agli adulti. La loro capacità di esprimere e regolare le emozioni è ancora in fase di sviluppo. È importante che i docenti riconoscano e comprendano queste emozioni per supportare i bambini nel loro percorso di crescita. Il linguaggio emotivo è uno strumento potente nella relazione insegnante-alunno. Attraverso l'uso di un linguaggio che esprime emozioni, i docenti possono fornire un ambiente sicuro e creare uno spazio in cui i bambini si sentano liberi di esprimere le proprie emozioni. Le emozioni positive migliorano la motivazione e l'attenzione, mentre la gestione delle emozioni negative può prevenire distrazioni e comportamenti problematici.

Associare emozioni positive all’acquisizione dei contenuti didattici è essenziale per favorire un ambiente di apprendimento favorevole ed inclusivo. I docenti devono essere sempre più consapevoli dell'importanza del linguaggio emotivo e della gestione delle emozioni per sostenere i bambini nel loro sviluppo personale e accademico.

L’insegnante può promuovere negli alunni la sperimentazione di emozioni positive attraverso specifiche strategie relazionali e comunicative. In particolare:

  • l’ascolto attivo ed empatico consente all’alunno di percepirsi compreso e riconosciuto nella propria esperienza soggettiva;
  • l’espressione di apprezzamenti e feedback positivi autentici favorisce il senso di autoefficacia e di valorizzazione personale;
  • i comportamenti di gentilezza e cura contribuiscono a costruire un clima relazionale accogliente e rassicurante;
  • l’incoraggiamento e il supporto sostengono la motivazione e rafforzano la percezione di un sostegno emotivo significativo;
  • la condivisione di esperienze positive facilita la costruzione del legame educativo e il consolidamento della relazione insegnante–alunno.

L’efficacia di tali interventi risulta strettamente correlata alle caratteristiche personali e professionali dell’insegnante, nonché alla sua capacità di instaurare una relazione autentica, nella quale l’alunno possa percepire un reale interesse e coinvolgimento nei propri confronti.

Investire tempo nella comprensione delle emozioni può trasformare la relazione insegnante-alunno rendendola più efficace e significativa. I docenti sono chiamati a essere guide empatiche, pronte ad ascoltare e a rispondere alle esigenze emotive dei loro alunni.

È quindi necessario che gli insegnati abbiano un nuovo approccio che valorizzi, oltre il versante didattico e cognitivo, un apprendimento associato alle emozioni positive. In tale modo l’insegnante diventerà una figura significativa anche sul versante relazionale contribuendo al successo scolastico dei propri alunni, anche di coloro con bisogni speciali di apprendimento.

*Neuropsichiatra infantile, Direttore Sanitario della Fondazione Auxilium di Trapani

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