MA L'ITALIA
E' DIVENTATA
GRANDE?
-di Giuseppe Savagnone
La “schiena
dritta” dell’Italia
Il rifiuto –
rivelato e molto pubblicizzato in questi giorni dal governo – di permettere
agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella per la loro guerra all’Iran, è
stato letto da molti commentatori come una mossa della nostra presidente del
Consiglio per prendere le distanze, agli occhi dell’opinione pubblica italiana,
da un amico divenuto ormai decisamente ingombrante qual è ormai Donald Trump,
sempre più impopolare sia nel suo paese che nel nostro. Né bastano a smentire
questa impressione le assicurazioni d’obbligo che il legame con gli Stati Uniti
rimane saldo.
Non è mancato
qualcuno che ha collegato questa scelta alla netta sconfitta della maggioranza
governativa – e prima di tutto di Giorgia Meloni, che ci aveva “messo la
faccia” – nel referendum sulla giustizia. Se è vero che esso si è
trasformato in una consultazione popolare chiamata a valutare l’operato del
governo di destra nei suoi ormai tre anni di vita, è plausibile che a
pesare in senso negativo sia stata anche la strettissima relazione della nostra
premer con il presidente degli Stati Uniti.
Il primo “no” a
Washinton, nel caso di Sigonella, avrebbe lo scopo di offrire agli italiani
l’immagine di un governo che, al pari di quello del premier spagnolo Sánchez –
molto ammirato, nei giorni scorsi, dai nostri opinionisti più autorevoli per la
sua equilibrata fermezza nel condannare l’attacco americano e israeliano
all’Iran – , sa trattare con gli Stati Uniti mantenendo “la schiena dritta”.
Uno sforzo che
appare destinato, in verità, a cozzare con alcuni innegabili dati di
fatto. Fin dal primo momento la linea di Sánchez è stata chiarissima:
«La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah;
nessuno lo è. Certamente il popolo spagnolo non lo è e, ovviamente, non lo è
nemmeno il governo spagnolo. La questione, invece, è se siamo o meno dalla
parte della legalità internazionale e, quindi, della pace». Perché «non si può
rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità».
Meloni, invece,
pur riconoscendo che questa deliberata aggressione si pone «al di fuori del
diritto internazionale», si è rifiutata di prendere posizione: «Non condivido e
non condanno», ha detto, appellandosi alla complessità della questione.
Un’amicizia
resistente alle delusioni
Non è una
differenza di linea politica nata in questa circostanza. La sua radice
remota sta nel rapporto strettissimo che la nostra premier ha avuto col
presidente americano fin dall’inizio del suo secondo mandato, rapporto
evidenziato già dal fatto che Giorgia Meloni è stata l’unica premier europea
invitata alla cerimonia d’insediamento del Tychoon.
Alla base
c’è una grande stima personale reciproca, espressa in più circostanze: «Io
penso che Donad Trump sia un leader coraggioso, schietto, determinato che
difende i suoi interessi nazionali. Io mi considero una persona
coraggiosa, schietta e determinata, che difende i suoi interessi
nazionali. Quindi direi che ci capiamo bene anche quando non siamo
d’accordo».
E Trump da parte
sua non ha lesinato i complimenti a “Giorgia”, definendola «donna meravigliosa»
e «grande leader», con apprezzamenti riguardanti anche il suo fisico: «Sei
giovane e bellissima». E anche all’inizio della guerra contro l’Iran ha
ribadito: «Giorgia Meloni cerca sempre di aiutare, è un’ottima leader ed
è una mia amica».
In questo contesto
si spiega perché la nostra premier non abbia detto una sola parola per
condannare le pretese avanzate da Trump fin dall’inizio del suo mandato nei
confronti della Groenlandia e del Canada (con esplicite minacce di intervento
militare), limitandosi a dirsi certa che non avrebbero avuto seguito e
riconoscendo una certa fondatezza delle pretese del presidente americano, da
lei definito anche in quest’occasione «una persona che quando fa una cosa la fa
per una ragione».
Questa stima da
parte della nostra premier verso l’inquilino della Casa Bianca ha superato
indenne la delusione seguita al viaggio a Washington – trionfale sul piano
mediatico, ma disastroso su quello politico – dell’aprile 2025. In
quell’occasione i giornali di destra celebrarono il ruolo di «pontiera» della
nostra premier, che pure aveva dovuto aggiornare lo slogan sovranista da lei
spesso ripetuto – «rendere di nuovo grande l’Italia» – , trasformatolo in un
«rendere di nuovo grande l’Occidente», per conciliarlo con quello del suo
ospite che, da pare sua, sbandierava quello «Rendere di nuovo grande
l’America». E le lodi di Trump alla presidente italiana sembrarono una conferma
che la grandezza dell’Italia e quella degli Stati Uniti potessero rientrare in
un unico grande progetto, di cui Donald Trump doveva essere l’artefice
e Giorgia Meloni l’ispiratrice.
Poi i fatti
smentirono con spietata evidenza questi sogni. La richiesta dell’UE, di
stabilire un rapporto alla pari, con zero dazi – di cui Meloni era stata
l’ambasciatrice, in forza del suo rapporto privilegiato col presidente
americano, fu platealmente ignorata, come anche le richieste
alternative del 10%, avanzate per ripiego dei governi europei Niente da
fare. I dazi furono del 15%, anche recentemente una sentenza della Corte
suprema li ha dichiarati nulli.
La proposta del
premio Nobel per la pace
Ma il ruolo di
mediatrice, che Meloni si attribuiva e che i giornali governativi celebravano
ossessivamente come la sua «centralità» sulla scena politica, non funzionò
neppure quando Trump volle imporre ai paesi europei di elevare le loro spese
militari al 5%, piegando con le minacce la resistenza degli alleati. Già
allora Sánchez fu l’unico che rifiutò di cedere al ricatto, attirandosi l’ira
incontrollata del presidente americano. Il quale peraltro, malgrado le
concessioni ottenute, continuò ad usare toni spezzanti nei confronti
dell’Europa, mostrando chiaramente, in tutta la gestione della crisi ucraina,
di ritenerla ormai una realtà politicamente ed economicamente marginale.
Eppure neanche
questo scoraggiò Meloni dal sottolineare che tra lei e il presidente
americano esisteva un «rapporto privilegiato», di cui era «orgogliosa», e a
insistere con gli altri Stati dell’UE, da buona “pontiera”, sulla necessità di
dare sempre la priorità al rapporto tra Europa e Stati Uniti, per «rendere di
nuovo grande l’Occidente».
Questa cieca
fiducia non è stata intaccata neppure quando, nel gennaio scorso, Trump ha
dispiegato la sua schiacciante forza militare per attaccare il Venezuela,
contro ogni regola del diritto internazionale, e non per ristabilire la
democrazia, ma mantenendo il vecchio regime, perché – come egli dichiarò senza
veli – ciò che gli premeva era la cessione dei diritti sul petrolio. Anche
allora Meloni ha dichiarato che l’accaduto costituiva una «operazione difensiva
legittima». Addirittura, a distanza di poco tempo, ha detto – prima e unica
leader europea – che sperava di poter presto «candidare Donald Trump per il
Nobel per la pace».
Non si può dire
che il Tychoon l’abbia ripagata adeguatamente perché ha continuato ad attaccare
l’Europa, arrivando, pochi giorni dopo questa lusinghiera candidatura, a
misconoscere, col suo solito tono derisorio, il tributo di morti pagato dai
paesi della Nato, tra cui l’Italia, nella guerra in Afghanistan: «Sono rimasti
un po’ nelle retrovie, un po’ lontani dal fronte». Suscitando la protesta
di molti paesi e della stessa premier italiana, a cui però, a differenza che a
quello inglese, non ha porto le scuse.
Il fallimento di
un progetto politico
È inevitabile,
alla luce di questa storia, chiedersi se si sia realizzato o meno, ad oggi, il
progetto dichiarato del nostro governo, quello di «rendere di nuovo grande
l’Italia» o, anche nella nuova versione inaugurata dalla Meloni, «l’Occidente».
La risposta viene dai fatti.
Non c’era bisogno,
del resto, di essere profeti, e nemmeno grandi politologi, per prevedere tutto
questo, se il sottoscritto, che non è né l’uno né l’altro, l’aveva già
puntualmente prefigurato in un chiaroscuro intitolato «Il
mondo di Donald Trump e le illusioni dei sovranisti» (ancora facilmente
consultabile su «Tuttavia»), che risale addirittura all’8 novembre 2024,
all’indomani della vittoria elettorale del Tychoon e ben prima del suo
insediamento. Ne riporto testualmente le conclusioni, perché esse sono di
una bruciante attualità anche oggi: «Se si pensa che il bene del proprio paese
sia in alternativa a quello degli altri, due governi sovranisti non potranno
mai allearsi, se non in un rapporto asimmetrico di dipendenza (come fu tra
Germania nazista e Italia fascista nel secolo scorso). Come i ricci, i cui
aculei sono una buona difesa verso gli altri animali, ma escludono un reciproco
abbraccio, i sovranisti non possono dare luogo a un fronte veramente comune e
tra due Stati governati da loro ci potrà essere solo competizione.
(…) La linea
dell’America di Trump, protezionista e polemica verso l’Europa, non coincide
affatto con gli interessi dell’Italia, per quanto il nostro governo abbia per
molti versi una matrice sovranista, anzi è destinata a danneggiarli gravemente.
Per quanto
riguarda la nostra economia – che si basa in gran parte sulle esportazioni –
l’aumento dei dazi, con il conseguente scatenarsi di una guerra doganale, da
parte degli Stati Uniti, non potrà che colpire le nostre attività
commerciali e, più a monte, quelle produttive (…).
Anche la nostra
politica estera è stata finora impostata, per quanto riguarda la guerra in
Ucraina, sulla fedeltà alla NATO e sul sostegno “incrollabile”» a Zelenskyi,
per quella di Gaza sulla creazione di uno Stato palestinese. Che farà il nostro
governo ora che il potente alleato americano sembra cambiare drasticamente
linea?
Solo un’illusione
ottica può far credere ai nostri sovranisti che la vittoria di Trump è un
successo anche per loro(…). Per quelli che sono già coinvolti in ruoli di
governo e per gli altri che potranno presto esserlo, l’America di Trump è
diventata più una minaccia che un punto di riferimento. E, in
generale, è il mondo di Trump – per definizione conflittuale e spietato
– a profilarsi come un incubo, e non solo per i sovranisti, ma per
tutti coloro che ne avevano sognato uno dove gli esseri umani fossero
finalmente fratelli».
Questo incubo è
davanti ai nostri occhi. C’è una sola cosa da aggiungere, ed è che in realtà
anche per gli Stati Uniti, come si sono accorti molti del movimento Maga, la
politica di Trump è un disastro.
In questo quadro è
evidente il completo fallimento della politica estera italiana che aveva
puntato tutto sul ruolo di mediatrice che Meloni avrebbe dovuto avere,
assumendo un ruolo centrale nel rapporto tra Europa e Stati Uniti. Mai
come oggi questo rapporto appare compromesso e l’idea stessa di Occidente, che
si basava su di esso, appare ormai un ricordo del passato.
Non è morta, però
la speranza di una rinascita spirituale, culturale e politica, che ne faccia
rifiorire valori dopo questo inverno. Ma è chiaro che essa non passa più,
come sognava Meloni, da una remissiva subordinazione alla capricciosa e
prepotente politica americana, bensì dipende dalla capacità dell’Europa di
ritrovare un’anima, che non è certo quella del capitalismo imperialista di
Trump. Dobbiamo sperare che l’Italia, messa ai margini da una linea
sbagliata, riesca a recuperare un posto in questo progetto.
Ma per questo
molto di più che negare l’atterraggio a due aerei americani.
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