La commissione
Covid e il processo
delle Arginuse
-di Giuseppe
Savagnone
Chi ben comincia…
Giorgia Meloni l’aveva promesso nelle dichiarazioni
programmatiche rese in Parlamento, dopo aver giurato da presidente del
Consiglio: si sarebbe dovuto «fare chiarezza su quanto avvenuto durante la
gestione della crisi pandemica: lo si deve a chi ha perso la vita e a chi non
si è risparmiato nelle corsie degli ospedali, mentre altri facevano affari
milionari con la compravendita di mascherine e respiratori». Una denuncia di
oscure responsabilità non rilevate dall’autorità competente – nello Stato di
diritto, la magistratura – e che il nuovo governo si impegnava a smascherare e
perseguire a livello politico.
E la promessa è stata mantenuta con la legge n.22 del 5
marzo 2024, che ha istituito la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla
gestione dell’emergenza Covid-19, il cui compito era «di valutare la prontezza,
l’efficacia e la resilienza» delle «misure adottate per prevenire, contrastare
e contenere l’emergenza sanitaria causata dalla diffusione del virus SARS-CoV-2
nel territorio nazionale».
Fin dall’inizio è stato chiaro che si trattava di un
percorso che, proprio perché affidato alla politica, non godeva dei caratteri
di oggettività che, almeno in linea di principio, caratterizzano i procedimenti
giudiziari. Già il fatto che la presidenza e la vicepresidenza della
Commissione fossero affidate a due esponenti del partito che aveva promosso
l’inchiesta – il senatore Lissei e l’on. Ciancitto, entrambi di FdI –
escludeva il Movimento 5 Stelle e Italia Viva, che, pur presenti, non hanno
partecipato al voto, e il Partito Democratico, Avs e Azione, che in una prima
fase non hanno neppure voluto prendere parte ai lavori della Commissione.
E infatti, secondo la presidente dei deputati del Pd
Chiara Braga, quello che nasceva era «un tribunale politico che le forze di
governo intendono utilizzare a proprio piacimento per colpire le opposizioni
con sentenze già scritte». Da parte sua, Andrea Grisanti, senatore del Pd ma
anche Direttore del Dipartimento di microbiologia all’Università di Padova
osservava: «Questa commissione non ha né le competenze tecniche né
l’autorevolezza e la credibilità per giungere a nessuna conclusione. (…).
Lì dentro non c’è nessuno che capisce nulla di microbiologia o di
epidemiologia».
Reciproche accuse
Non c’è da stupirsi se i lavori della Commissione sono
stati segnati da un clima di scontro culminato, l’8 giugno scorso, con la
rottura dei rappresentanti dell’opposizione: «Siamo stati costretti ad
abbandonare i lavori odierni della Commissione d’inchiesta sul Covid
perché Fratelli d’Italia ha superato una linea rossa. Il presidente della
Commissione Lisei, senatore del partito della premier Meloni, ha delegato
consulenti della Commissione a effettuare interrogatori di semplici cittadini
in un commissariato di polizia (…). Alle nostre proteste, Fratelli d’Italia ha
risposto che la delega sarebbe stata decisa in un Ufficio di Presidenza della
stessa Commissione. Fatto mai avvenuto, perché in UdP non si è mai tenuto un
voto sulla delega a soggetti esterni. L’attività dei parlamentari risulta
peraltro non delegabile e di conseguenza sia la delega che le attività svolte
risultano nulle e illegittime».
Lo scontro si è trasferito, il 10 giugno, nell’aula della
Camera. «Gli italiani devono sapere come erano stati spesi i loro soldi mentre
erano chiusi in casa», ha detto la deputata di Fratelli d’Italia, Alice
Buonguerrieri. E ha accusato Conte, perché, ha detto, «non ha ancora avuto il
coraggio di venire a riferire sulla sua gestione nella commissione d’inchiesta
Covid»
Il punto era che per essere ascoltato come testimone, il
leader 5 stelle avrebbe dovuto dimettersi da membro della Commissione. Avuta la
garanzia di rientro dopo l’audizione, si è detto dispostissimo – confermandolo
anche con una lettera ufficiale – a rispondere a tutte le domande, per poter
smentire quelle che a suo giudizio sono accuse del tutto false. Anche se i
partiti e i giornali di destra hanno ignorato questa svolta, continuando a
sostenere che l’ex premier rifiutava di farsi interrogare.
Le zone d’ombra
Che ci siano state delle zone d’ombra nella gestione della
pandemia è molto probabile. L’Italia era il primo paese occidentale a esserne
colpito, e in una forma devastante che ha messo a nudo dei vuoti e costretto a
provvedimenti di emergenza, inevitabilmente soggetti a valutazioni
contrastanti.
Significativa l’ambivalenza della valutazione
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). In un primo momento,
nell’aprile del 2020, il giudizio era pienamente positivo e indicava quello
italiano come un «modello»
Poco dopo, però, nel maggio dello stesso anno, un rapporto
della stessa OMS, redatto sotto la direzione del ricercatore Francesco Zambon,
definiva la risposta dell’esecutivo alla diffusione del virus «improvvisata e
caotica», denunciando l’assenza, in Italia, di un piano pandemico aggiornato
dal 2006. Nell’aprile del 2021, tuttavia, il rapporto veniva ritirato perché,
secondo il portavoce dell’OMS «pubblicato prematuramente (…) con
dati e informazioni che non erano stati verificati e contenevano
inesattezze e incongruenze». E il giudizio dei vertici dell’OMS confermava la
sua approvazione all’operato del governo italiano.
Forse era a partire dal rapporto Zambon che si sarebbe
potuta avviare una seria indagine critica. Ma essa avrebbe messo in
luce che la causa remota, su cui si erano inserite le inadeguate risposte alla
crisi, era la mancata elaborazione di un piano pandemico, che risaliva a molto
prima del governo Conte e coinvolgeva tutti gli esecutivi, anche di destra,
succedutisi dopo quella data.
Questo probabilmente spiega perché la maggioranza della
Commissione abbia preferito puntare la sua attenzione su alcuni «fatti
inquietanti», denunciati da Fratelli d’Italia con grande clamore in una
conferenza stampa, relativi a un quantitativo enorme di mascherine acquistate
dalla Cina per il prezzo esorbitante di un miliardo e duecentomila euro – il
quadruplo del prezzo reale – e rivelatesi prive dei requisiti necessari a
renderle effettivamente protettive. Uno spreco pauroso del denaro pubblico e
soprattutto, un cinico attentato alla salute degli ignari utenti.
Una denunzia gravissima ripresa, nelle scorse settimane,
da tutti i giornali di destra, che vi hanno dedicato quasi quotidianamente le
loro prime pagine, attaccando con toni violentissimi i responsabili di allora,
primi fra tutti il presidente del Consiglio Conte e il commissario da lui
nominato, Arcuri.
Dati di fatto e processo mediatico
Ero anch’io molto impressionato da questa rivelazione,
finché non mi sono imbattuto nell’articolo intitolato «Mascherine e bufale», a
firma di Ermes Antonucci, pubblicato l’8 luglio scorso su un giornale
sicuramente non sospetto di essere “di sinistra”, «Il Foglio», dove si dice
senza mezzi termini che «le carte smentiscono le accuse».
«“Mascherine farlocche, pericolose per la salute e
pagate il quadruplo del prezzo dovuto”. È questa una delle tante accuse al
centro della campagna messa in piedi nelle ultime settimane da Fratelli
d’Italia, tramite la commissione d’inchiesta Covid e con il sostegno dei media
di area centrodestra, contro l’ex commissario all’emergenza Coronavirus
Domenico Arcuri e l’ex premier Giuseppe Conte, che istituì la struttura
commissariale nel marzo 2020. Peccato che questa accusa, carte alla mano,
sia completamente infondata».
Cito solo qualche passaggio della ricostruzione fatta da
Antonucci, molto puntuale e assai più analitica di quanto qui si possa
riportare: «L’accusa si basa sul fatto che una parte delle mascherine (circa
100 milioni) venne sequestrata dalla procura di Gorizia su richiesta della
Guardia di finanza (…). Sequestro però annullato dal Tribunale del Riesame che
sottolineò come le mascherine avessero ottenuto la valutazione positiva
dell’Inail».
Peraltro, fa notare il giornalista, fin dall’inizio «più
della metà delle mascherine (460 milioni) fu ritenuta in regola e quindi
distribuita».
«Falsa anche l’accusa rivolta ad Arcuri di aver acquistato
le mascherine a un prezzo superiore a quello di mercato». Affermazione ancora
una volta rigorosamente documentata dall’autore dell’articolo.
Personalmente non sono un fan di Conte e meno che mai del
Movimento 5 Stelle, al cui populismo ingenuo e sfrenato attribuisco la
responsabilità di avere contribuito in modo consistente all’imbarbarimento
dello stile politico nel nostro Paese. E non escludo affatto che l’allora
presidente del Consiglio, nel gestire la lotta contro il Covid, abbia fatto
degli errori, magari quelli di cui si parlava nel rapporto dell’OMS poi un po’
misteriosamente ritirato.
Ma, se i dati riportati dal «Foglio» sono veri – e, fino a
prova contraria, non ho motivo di dubitarne – quella in atto è una vera e
propria campagna diffamatoria nei confronti di un “imputato” che non può
difendersi, come avviene sempre quando il processo non si svolge, come
dovrebbe, secondo le regole del diritto, ma assume i toni di un linciaggio
mediatico.
E quanto, in questa campagna, l’intento di incitare l’odio
della piazza prevalga sulla ricerca della verità, lo conferma il fatto che,
anche di fronte ai dati esposti nell’articolo del «Foglio» i quotidiani di
destra hanno continuato a sostenere imperterriti la loro versione, senza
neppure curarsi di contestarli.
E dire che proprio la destra ha sempre denunziato, con
ragione, questa perversione della giustizia, attribuendone la colpa ad una
magistratura troppo precipitosa e aggressiva nell’additare “colpevoli”,
abbandonandoli poi al massacro dei social. In questo caso non ci sono neppure
le garanzie che, comunque, il sistema giudiziario offre. Sono dei politici ad
accusare un loro avversario, spalleggiati dalla stampa della loro fazione.
Il processo delle Arginuse
Anche a prescindere dalla poca consistenza delle accuse,
colpisce, in questa vicenda, il clima inquisitorio in cui fin dall’inizio
questa indagine è nata. La ricerca dei «colpevoli» è stata condotta da una
parte politica nei confronti di un precedente governo che – quali che siano
state le sue colpe e i suoi errori – ha dovuto fronteggiare una crisi sanitaria
del tutto inedita e gravissima, che colpiva l’Italia prima di tutti gli altri
Paesi dell’Occidente, ed è riuscito a farlo ottenendo, alla fine, come si è
detto, un attestato di apprezzamento da parte dell’OMS. Su questo neppure una
parola da parte dei “giudici”.
Torna alla mente un episodio della storia antica, la
battaglia delle Arginuse (406 a.C.), in cui la flotta ateniese aveva sconfitto
quella spartana. A causa di una tempesta, i comandanti della flotta, però, non
recuperarono i naufraghi. Per questo, dopo i primi festeggiamenti, ad Atene
scoppiò l’ira popolare, anche per l’intervento di abili demagoghi che la
alimentarono, facendo dimenticare le circostanze eccezionali in cui l’abbandono
era avvenuto e i meriti dei generali vittoriosi. Durante il processo sommario
che ne seguì, Socrate fu l’unico membro del collegio dei pritani a rifiutarsi
di mettere al voto la condanna. Ma ciò non impedì che essa fosse pronunziata e
che gli strateghi fossero giustiziati.
Con l’aggravante, nel nostro caso, di una gestione corale
da parte della maggioranza di governo e dei mezzi d’informazione ad essa
collegati, volta a “processare” un leader dell’opposizione in prossimità delle
prossime elezioni.
Ancora una volta, come per la riforma della giustizia, si
ha l’impressione di un braccio di ferro in cui chi ha avuto più voti crede di
poter tirare per la propria strada, anche a costo di spaccare il Paese, e chi
ne ha avuti di meno rivela a sua volta l’incapacità di proporre un dialogo
costruttivo, invece che un puro e semplice rifiuto.
Se la qualità di una democrazia è di dare spazio a tutte
le voci, attraverso un dialogo rispettoso dei diversi punti di vista, per la
costruzione del bene comune di tutti, non c’è da stupirsi che tanti italiani
esprimano la loro disaffezione alla nostra smettendo perfino di andare a
votare.
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