e il compito
più urgente
-di MARCO IMPAGLIAZZO
Oltre 60 anni fa, il 10
giugno 1963, nei mesi successivi alla crisi di Cuba che aveva fatto temere una
nuova guerra mondiale, John Fitzgerald Kennedy pronunciò un discorso
all’American University di Washington che sarebbe passato alla storia come il peace
speech: « Ho scelto questo luogo e questo momento per parlare di un
tema di cui troppo spesso non si coglie l’importanza, ovvero la pace nel
mondo», esordì il presidente statunitense. Per poi continuare: «Quale pace
intendo? Che tipo di pace cerchiamo? Non una pax americana, imposta
al mondo con le nostre armi. Sto parlando di una pace autentica, il tipo di
pace per cui vale la pena vivere. Non abbiamo nessun compito più urgente della
ricerca di questa pace».
Si tratta di frasi che
segnalano lo iato tra il nostro tempo – figlio invecchiato dell’ordine
bipolare, attraversato da mille tensioni, assuefatto alla parola “riarmo” – e
una stagione in cui, come ha scritto il Papa nella Magnifica humanitas, «permaneva
la consapevolezza che occorresse evitare ad ogni costo un nuovo conflitto
mondiale».
Ma il discorso kennediano
offre anche altre ragioni per accostare quelle parole ai giorni nostri:
«Qualcuno dice che non ha senso parlarne [di pace] finché i leader sovietici
non adotteranno una politica più illuminata. Io spero che lo facciano. E credo
possiamo aiutarli a farlo. Ma credo anche che dobbiamo riesaminare il nostro
atteggiamento nei loro confronti». Non si tratta, oggi come allora, di
confondere tra aggressori e aggrediti, ma di rifiutare la logica del “noi che
abbiamo ragione” contro “loro che hanno torto”.
Da leader di
una superpotenza che si è sempre considerata dalla parte del “bene”, Kennedy
metteva infatti in discussione un modo di agire e un’autocoscienza
consuetudinari. Quanta differenza con chi, oggi, non cessa di demonizzare gli
altri, non si vergogna dei doppi standard di giudizio e
dimette non solo ogni sforzo diplomatico, bensì ogni tentativo di comprensione
dell’Altro, con i risultati che vediamo in Medio Oriente, dove si è finiti per
cadere nella trappola della propria stessa propaganda.
«Questo è un modo di
pensare pericoloso», insisteva Kennedy, «perché porta a ritenere che la guerra
sia inevitabile, che l’umanità sia condannata, che siamo preda di forze oltre
il nostro controllo. E dunque, senza essere ciechi quanto alle differenze tra
noi e loro, rivolgiamo l’attenzione a ciò che ci unisce, ai nostri comuni
interessi, e ai modi con cui le differenze possono essere appianate. Perché, in
ultima analisi, il legame fondamentale che abbiamo, noi e loro, è il fatto che
abitiamo tutti questo piccolo pianeta. Che respiriamo tutti la stessa aria. Che
ci prendiamo tutti cura del futuro dei nostri figli. E che siamo tutti
mortali». Sono parole che, immersi nell’attuale clima geopolitico, ci paiono
sorprendenti, ma sono semplicemente vere. Anche oggi «abitiamo tutti lo stesso
piccolo pianeta» anche se ci siamo messi a giocare col fuoco accettando, come
scrive Leone XIV, «una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento
di politica internazionale, mentre l’opinione pubblica viene progressivamente
orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso
amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione».
La memoria
«Senza una memoria viva
degli orrori della guerra», aggiunge il Papa, «le decisioni politiche rischiano
di essere prese sulla base di calcoli di forza, privi di una visione delle
conseguenze a lungo termine». Che fare, dunque oggi? Il grande filosofo appena
scomparso, Edgar Morin, era molto preoccupato per un’epoca, la nostra, in cui
si vive “da sonnambuli” come prima della Grande Guerra in cui «l’inumano
dilaga, l’umano va a rotoli, il semplicismo trionfa, la complessità regredisce
». Era però altrettanto convinto – così in una delle sue ultime interviste –
che «abbiamo dentro di noi gli anticorpi» che devono essere nutriti da
«amicizia, solidarietà, fraternità, comunione, amore, capolavori della poesia,
della letteratura, della musica, della pittura, del cinema». In altre parole,
abbiamo in noi stessi – se coltivati – gli strumenti per «resistere alla
barbarie del mondo ». Perché «tutte le vie nuove che ha conosciuto la storia
sono state inattese, figlie di deviazioni che poi hanno potuto radicarsi, diventare
tendenze e forze storiche». Sì, la storia può essere “piena di sorprese”. Può
esserlo ancora se non cederemo al bellicismo, se disinnescheremo le narrazioni
parziali e fuorvianti, se sapremo parlare delle mille cose preziose che ci
rendono uomini, se sapremo, come sosteneva Morin, «creare oasi di resistenza
fondate sulla fraternità, sulla solidarietà umana, sul rifiuto dell’egoismo
trionfante».