mercoledì 22 aprile 2026

EDUCARE E' UN FATTO SOCIALE

 



Capire il presente

pensare la

 comunità, 

restituire senso 

all’agire

 educativo


        

 Dialogo con il prof. Sergio Tramma

Sergio Tramma, docente di Pedagogia generale e sociale, per molti anni all’interno del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, è autore di numerosi testi dedicati al rapporto tra educazione, società e trasformazioni culturali. È da poco in libreria con Educare nel mondo grande e terribile – Scritti pedagogici di Antonio Gramsci, pubblicato da Pgreco Editore. Con lui abbiamo discusso, a partire dalla frase che ha ispirato l’Arché Live 2025, del mondo contemporaneo, delle professioni educative, sociali e di relazione, e del futuro della pedagogia sociale.

«La crisi consiste proprio nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo chiaroscuro nascono i mostri.» — Antonio Gramsci. Quanto questa riflessione le sembra descrivere il nostro presente?

È una frase che ha attraversato il Novecento e che continua a descrivere perfettamente la nostra condizione. Nel tempo di Gramsci il “vecchio” era un capitalismo ancora segnato da rigidità ottocentesche; il “nuovo” si intravedeva nei grandi movimenti popolari, nelle lotte per la giustizia, nelle sperimentazioni politiche che cercavano emancipazione. La transizione era drammatica, ma portava con sé un’energia positiva.

Oggi, invece, il quadro è più cupo. Il “vecchio” del secolo scorso – con tutti i suoi limiti – aveva saputo generare diritti, welfare, forme di solidarietà; il “nuovo” che avanza sembra incapace di promettere qualcosa di migliore. Le disuguaglianze esplodono, gli equilibri globali si sgretolano, le logiche economiche divorano qualsiasi spazio di umanità. I “mostri” non nascono soltanto tra il vecchio e il nuovo: nascono dall’alleanza tra gli aspetti peggiori del passato e un futuro privo di prospettive, dominato da algoritmi, individualismo e paure diffuse.

Per la pedagogia sociale questo significa confrontarsi con un chiaroscuro che non è metafora: è il contesto reale in cui educatori, operatori e comunità cercano di dare senso al proprio agire.

Nel suo recente volume sulla pedagogia di Gramsci, quali aspetti del suo pensiero ritiene più attuali per la pedagogia sociale di oggi?

Gramsci ci invita a riflettere sulla società come realtà educante: un organismo collettivo in cui ogni soggetto, istituzione o pratica culturale concorre a formare o deformare. Oggi questa intuizione è particolarmente preziosa perché viviamo in un tempo in cui la spontaneità sociale non produce più organizzazione, non genera forme stabili di partecipazione.

La cultura popolare non è più mediata dai “corpi intermedi” – partiti, sindacati, parrocchie, associazioni – alcune delle quali un tempo traducevano il vissuto in coscienza critica. Oggi quella cultura tende a trasformarsi direttamente in populismo, in reazioni immediate, in bisogni che non vengono elaborati ma semplicemente agitati. Mancano figure e istituzioni che raccolgono le domande della società e le trasformano in percorsi educativi, politici e culturali. Per dirla alla Gramsci: mancano soggetti educanti capaci di produrre senso e non solo di evocare spettri.

La pedagogia sociale, recuperando Gramsci, può tornare a interrogarsi su come ricostruire questa funzione mediatrice, generativa, organizzativa.

Molti giovani appaiono disorientati di fronte alle professioni educative. Come può la pedagogia sociale restituire loro motivazione e senso?

C’è certamente un problema economico: gli stipendi degli educatori e degli operatori sociali sono molto bassi, e vivere in contesti metropolitani come Milano è oggi estremamente difficile. A ciò si aggiunge un passaggio generazionale: si è chiusa l’epoca degli educatori formatisi negli anni Settanta e Ottanta, per i quali il lavoro sociale era spesso il proseguimento naturale di un attivismo nato nei movimenti, nelle parrocchie, nelle associazioni.

Le motivazioni professionali non nascono nel vuoto: richiedono un clima sociale che le sostenga. Oggi questo clima è pessimo. Il welfare viene progressivamente ridotto, la partecipazione politica è ai minimi storici – vota metà della popolazione – e se manca la motivazione a partecipare alla vita democratica, è comprensibile che sia difficile motivarsi a lavorare nella relazione, nell’aiuto, nella solidarietà.

Aumentare gli stipendi è necessario ma non sufficiente. Occorre riconoscere valore al prendersi cura. Senza un cambiamento collettivo, sarà sempre più difficile attrarre nuove generazioni verso professioni che richiedono intensa responsabilità umana ed emotiva.

Come possiamo oggi ricostruire spazi educativi autenticamente comunitari, in una società sempre più individualista?

Mi definisco un pessimista attivo: credo che il pessimismo della ragione, se assunto fino in fondo, possa avere una forza trasformativa. Oggi non disponiamo di grandi possibilità per ricostruire reti solide di resistenza culturale, ma possiamo e dobbiamo lavorare alla creazione di piccoli nuclei vitali: luoghi in cui discutere, confrontarsi, pensare insieme e non omologarsi.

Servono spazi in presenza – non solo virtuali – in cui si offra un “consumo culturale”, momenti di incontro, critica, approfondimento. Non basta vivere insieme un’esperienza: occorre riflettere su ciò che si vive, interrogarsi sul perché delle scelte, allenare il pensiero critico. Essere protagonisti e non semplicemente spettatori, non cercare consolazione né autoconsolarsi, ma rimettere in moto la capacità di agire, o per dirla con una parola che sento molto: agitarsi.

Qual è, a suo avviso, la sfida principale che attende la pedagogia sociale nei prossimi anni?

La prima sfida è, paradossalmente, quella di esistere. Di continuare a mantenere vivo il legame fra educazione e società, lavorando nei territori, nelle comunità, nei contesti dell’immigrazione, nell’educazione degli adulti. Sono ambiti cruciali, ma spesso marginalizzati rispetto al binomio scuola–famiglia, che assorbe tutto il discorso pubblico sull’educazione.

La pedagogia sociale non deve lasciarsi soffocare da questa narrazione ristretta. Deve rivendicare la propria presenza, mantenere aperti gli spazi in cui l’educazione incontra la vita reale delle persone, i conflitti, le fragilità, le trasformazioni culturali. Se saprà farlo, continuerà a essere una lente indispensabile per leggere il mondo e provare, per quanto di sua competenza e possibilità, a trasformarlo.

Simone Zambelli

ARCHE

Immagine: [📸 bauktroo, Unsplash]

martedì 21 aprile 2026

IL CORAGGIO DI SOGNARE



Il 21 apile ricorre il primo anniversario della morte di Bergoglio

 

Avvenire pubblica un contributo del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, che funge da prefazione al volume a firma di papa Francesco “Con volto di mamma. Discorsi e interventi alla Chiesa italiana” (Libreria Editrice Vaticana, 336 pagine, 20 euro, in libreria nei prossimi giorni). Un testo che raccoglie tutti gli interventi di papa Bergoglio alle Assemblee generali della Cei così come i messaggi, i discorsi, gli interventi fatti nelle varie occasioni nelle quali il Pontefice argentino, di cui martedì si ricorda il primo anniversario della morte, ha incontrato i cattolici e la società italiana. Tra i vari interventi fondamentale quello al Convegno ecclesiale di Firenze nel novembre 2015, dal quale è stato tratto il titolo del volume. Proprio sulla figura di papa Francesco, e il suo legame con il santo di Assisi, si svolgerà il dialogo tra il cardinale Zuppi e il giornalista Aldo Cazzullo previsto al Salone Internazionale del Libro di Torino sabato 16 maggio alle 11.30, dal titolo «Da Francesco a Francesco: un nome, due svolte». 

Il primo sentimento è senza dubbio la gratitudine: a Dio, per il dono di Papa Francesco e del suo ministero a servizio della Chiesa a papa Francesco, per le numerose occasioni di incontro che ci ha concesso durante il suo Pontificato; ai miei predecessori alla guida della Conferenza episcopale italiana, i cardinali Angelo Bagnasco e Gualtiero Bassetti, per aver favorito e promosso le diverse iniziative coronate con le parole del Santo Padre; all’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, per l’impegno profuso nel raccogliere, in un unico volume, i vari discorsi pronunciati da papa Francesco alla Cei; a quanti leggeranno o sfoglieranno queste pagine, per i ricordi o le ispirazioni che ne ricaveranno... Di tutto, rendiamo lode al Signore! 

Il secondo sentimento, legato al primo e da cui scaturiscono tutti gli altri, è l’amore. Questo testo, infatti, non vuole essere un’operazione di archivio, ma un servizio alla memoria e, insieme, al futuro. Perché la memoria, quando è cristiana, non è mai nostalgia: è responsabilità, discernimento, scelta. 

 

Le pagine che seguono ci portano davanti al Signore, che guarda il nostro presente e ci aiuta a contemplare e a scegliere il futuro. È ciò che papa Francesco ha fatto con noi, con la Chiesa in Italia, in anni così intensi e difficili. Con le sue parole, ci ha incoraggiati a camminare, a non chiuderci, a dialogare mettendoci prima in ascolto sincero dell’altro, a non lasciarci addomesticare dalla stanchezza, dall’abitudine, da quella rassegnazione che sembra prudenza e, invece, è paura. 

I discorsi sono quelli rivolti alle Assemblee generali della Cei, in occasione di eventi nazionali e di udienze concesse agli Uffici e Servizi della Segreteria generale. A fare da filo rosso c’è l’imperativo «Non lasciatevi rubare la speranza!» (Discorso, 11 agosto 2018), una carezza e una scossa, perché la speranza viene rubata davvero: quando ci abituiamo al male, quando accettiamo la divisione come fosse normale, quando riduciamo il Vangelo a una parola tra le tante, quando la Chiesa finisce per difendere sé stessa invece di donarsi, quando la comunità diventa un insieme di individui e non un popolo che impara a pensarsi insieme. 

Papa Francesco ci ha chiesto, con insistenza, di non fermarci. «Ecco, dunque, la prima consegna: continuate a camminare. Si deve fare» (Discorso, 25 maggio 2023). È una conversione concreta: continuare a camminare «lasciandovi guidare dallo Spirito», non dalle abitudini; non dalle strutture che rassicurano; non dal formalismo che irrigidisce. Perché «una Chiesa appesantita dalle strutture, dalla burocrazia, dal formalismo faticherà a camminare nella storia, al passo dello Spirito, rimarrà lì». È la consegna della libertà evangelica, una chiamata a togliere peso per tornare a essere leggeri, cioè capaci di andare incontro. Nei vari discorsi emerge una costante: papa Francesco non ci ha parlato “da lontano”. Si è affiancato. È entrato nella vita concreta delle nostre comunità e del nostro Paese. Ha visto la messe, tanta, come tanti sono coloro che soffrono: i poveri, i fragili, gli scartati, chi non ha voce, chi porta addosso ferite che spesso restano invisibili; ha visto i giovani delusi, le famiglie ferite, chi si sente straniero, chi vive ai margini. E ci ha chiesto di fare altrettanto, senza paura: di condividere le loro ferite, di non assuefarci al dolore, di non lasciare morire la pietà. Non con un linguaggio che giudica, ma con uno sguardo che salva. Non con una Chiesa che seleziona, ma con una Chiesa che abbraccia. 

A Firenze, ci ha consegnato un’immagine che resta decisiva e che deve diventare stile: «Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza» (Discorso, 10 novembre 2015). E subito dopo ci ha affidato una responsabilità che non ammette alibi: «Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Non è romanticismo. 

È Vangelo. È la scelta di una Chiesa che non vive di difesa, ma di prossimità; che non cerca tornaconti, ma gratuità; che non teme il dialogo, perché sa che la verità non ha bisogno di gridare per essere vera. 

Per questo i testi qui raccolti non sono semplicemente “parole dette”. Sono parole che chiedono una traduzione. Chiedono decisioni. Chiedono un cammino sinodale reale, comunità per comunità, diocesi per diocesi, perché il “noi” non si proclama: si costruisce. E lo si costruisce mettendo al centro l’essenziale, senza glosse che lo rendono inefficace. Lo si costruisce scegliendo l’umiltà, il disinteresse e la beatitudine: quei tratti che papa Francesco ha indicato come volto della Chiesa quando è davvero libera, quando non è in difensiva «per timore di perdere qualcosa», quando non si chiude «nelle strutture che ci danno una falsa protezione» (Discorso, 10 novembre 2015). 

C’è una parola che attraversa tutto: misericordia. Non come sentimento vago, ma come criterio di verità. La misericordia non cancella la giustizia: la rende umana. Non rende ciechi: rende capaci di vedere. È la misericordia che impedisce di trasformare la fede in ideologia. È la misericordia che ci libera dall’ossessione di preservare la nostra gloria, la nostra influenza, la nostra “dignità”, per cercare la gloria di Dio nell’umiltà della croce. È la misericordia che ci restituisce la gioia del Vangelo: una gioia che è forza mite; una gioia che nasce dalla compassione e dalla tenerezza, che cura la disillusione e vince la tristezza individualista, che rende possibile rialzarsi e ricominciare. 

Mi piace pensare che questo volume sia come un mosaico. Se lasciato nel disordine non mostra la bellezza; se, invece, i pezzi trovano il loro posto, la luce si riflette e diventa promessa. Ecco: queste parole ci aiutano a rimettere i pezzi al loro posto. Non per comporre un’immagine perfetta, ma per tornare a vedere la direzione. Perché la pace, la fraternità, la comunione, la missione non sono accessori: sono il cuore del Vangelo. E il Vangelo, quando lo prendiamo sul serio, cambia la vita. Lasciamoci cambiare e cambiamo insieme! Papa Francesco, nei suoi interventi, ha sottolineato più volte la necessità di metterci in cammino. «Andate avanti con gioia e sapienza!» (Messaggio, 31 marzo 2025). Non vogliamo fermarci! 

Alzogliocchiversoilcielo

ASCOLTARE GLI ANZIANI

Il Papa incontra una degente della Casa di accoglienza

 


 “Le persone anziane non vanno solo assistite, vanno prima di tutto ascoltate, perché custodiscono la saggezza di un popolo”.

 Come primo appuntamento della visita nella terza città angolana, Leone XIV si reca nel Lar de Assistência a pessoa idosa, struttura finanziata dal governo che accoglie circa 60 uomini e donne malati o abbandonati e maltrattati dalle famiglie con l’accusa di stregoneria. Accolgono il Pontefice con fazzoletti bianchi, canti, balletti, testimonianze. “Gesù abita qui”, assicura il Papa: “La cura delle persone fragili è segno importante della qualità della vita di un Paese"

-Salvatore Cernuzio – Inviato a Saurimo

Nella “città dei diamanti”, Saurimo, capitale della provincia angolana di Lunda Sud, la vera ricchezza sono loro: quei sorrisi sghembi, le gambe deformate dall’artrite, gli occhi vacui, le rughe presenti ma poco visibili per la pelle color dell’ebano. Sono i 62 anziani, 26 uomini e 36 donne tra i 60 e i 93 anni, che abitano il Lar de Assistência a pessoa idosa, la Casa di accoglienza per anziani di Saurimo dove sono accolti malati, disabili, ma anche persone maltrattate e abbandonate dai familiari con l’accusa di stregoneria. Papa Leone XIV ha voluto iniziare da loro il programma della visita nella terza città dell’Angola. Un breve incontro prima della Messa, scandito da testimonianze, canti in lingua chowke, un dialetto locale, balletti e trenini con un fazzoletto bianco per dare accoglienza al Pontefice.

LEGGI IL TESTO INTEGRALE DEL SALUTO AGLI ANZIANI DI PAPA LEONE XIV

Svago e familiarità

L’incontro avviene nel patio dal profumo di erba annaffiata della struttura che esiste da 14 anni ed è di proprietà dello Stato angolano, il quale ne garantisce il funzionamento con un contributo mensile. Poi, sì, ci sono pure le donazioni di associazioni e benefattori, i buoni rapporti con la Chiesa, e gli stessi ospiti praticano l'agricoltura su terreni incolti per contribuire al proprio sostentamento. Ma anche per svago. Ci si diverte molto nella Casa e oggi anche davanti al Papa i signori e le signore della Casa, coi loro abiti di diversa fattura e colore, a fianco allo staff in divisa azzurra, hanno dato prova dell’aria positiva che si respira al Lar, alla lettera, focolare, ambiente familiare. 

 

Al centro dell’attenzione

Lo anticipava già nei giorni scorsi ai media vaticani Georgina Mwandumba, da sette anni direttrice. “Questi anziani sono felici nella Casa di accoglienza, vanno d'accordo tra loro, vanno a Messa insieme, anche se non sono tutti cattolici, ma non c'è dubbio che vorrebbero stare con le loro famiglie che, purtroppo, non vengono nemmeno a trovarli. La visita del Papa alla Casa di accoglienza sarà quindi un momento di grande gioia per questi uomini e donne che, in quest'occasione, saranno al centro dell'attenzione”.

“Gesù è qui”

Ed è proprio "attenzione" ciò che ha voluto restituire Papa Leone con la sua visita e il suo breve saluto. Attenzione da leggere come affetto, valorizzazione di queste persone che – ha detto – sono la “saggezza”. Il Pontefice si è detto toccato dall’“accoglienza, così piena di fede”: “È di grande conforto per la mia missione. Grazie!”, ha sottolineato, dicendosi colpito anche del nome Lar, una parola che “parla di famiglia”. “Mi piace pensare che Gesù abita anche qui, in questa casa”, ha assicurato il Papa. “Sì, Lui dimora in mezzo a voi ogni volta che cercate di volervi bene e di aiutarvi a vicenda come fratelli e sorelle. Ogni volta che, dopo un’incomprensione o una piccola offesa, sapete perdonarvi e riconciliarvi. Ogni volta che, alcuni di voi o tutti insieme, pregate con semplicità e umiltà”.


Il grazie alle Autorità

Il Papa ha espresso il suo apprezzamento alle Autorità angolane “per le iniziative in favore degli anziani più bisognosi”, come pure a tutti i collaboratori e volontari. “La cura delle persone fragili è un segno molto importante della qualità della vita sociale di un Paese”, ha ribadito, assicurando di portare “nel cuore” il ricordo di questo incontro. Come segno visibile della visita, ha lasciato in dono una statua di San Giuseppe e diversi Rosari.

Testimonianze

Prima del Papa ha dato la sua testimonianza la rappresentante del Ministero della Salute per l’Assistenza sociale e uguaglianza di genere: “Questa Casa rappresenta per noi un luogo di salvezza delle nostre vite, poiché eravamo esposti a ogni tipo di vulnerabilità a causa dell’abbandono familiare”, ha detto. “Con la venuta del Santo Padre ci sentiamo benedetti, poiché l’amore di Dio è giunto fino a noi. Venite a visitarci ancora, nostro caro Papa”.  

Lo stesso ha ripetuto Antonio Joaquím, 72 anni ma la verve di un ragazzino, che dato al Papa il “profondo e caloroso saluto” a nome di tutti gli anziani. “La vostra presenza in mezzo a questa Casa è una benedizione di Dio, poiché non tutti i popoli, e in particolare la popolazione anziana, hanno la grazia di incontrare l’inviato del Signore. La visita del Santo Padre – ha concluso - è per noi motivo di grande gioia e accresce la nostra speranza di vita”. 

Anche a margine dell'evento, Antonio ha voluto ribadire la gratitudine e la serenità che vive quotidianamente nella Casa. Anche se non mancano i problemi: "Ci sono momenti in cui non c'è il cibo, quando il governo non rifornisce. E qualche imprenditore arriva ogni tanto e dice che l’area è sua e che non possiamo coltivare la manioca. È successo tempo fa e ce la siamo mangiata noi...". Oggi, però, i problemi sono tutti alle spalle: "È la benedizione che aspettavamo da tanto. Qui ogni giorno è diverso, ma oggi è stato davvero speciale".

Vatican News

 

 

lunedì 20 aprile 2026

UN DECIMO DI TE

 

 Camminare 

e scoprire l'essenziale, 

con lo zaino leggero 

e il cuore aperto 



di Marco Maccarini (Autore)


La Via Francigena, il Cammino di Santiago, la Via del Sale, degli Abati, degli Dei, il Cammino di Francesco, l’Alta Via dei Monti Liguri… i racconti e i consigli di un viandante con tanti chilometri nelle gambe per ispirare chi sente il richiamo della natura, del silenzio, della lentezza ma non sa da dove iniziare, e accompagnare chi ha sempre lo zaino pronto per partire.

Camminare è un gesto naturale, ma allo stesso tempo una fortuna. È trovare un ritmo umano, regalarsi il lusso della lentezza in un mondo che va troppo veloce. Camminare, per Marco, è anche ascoltare il silenzio dei boschi, il suono dei propri passi e il rumore dei propri pensieri, lasciando che facciano tutto il frastuono che vogliono e poi si quietino.

Dopo una vita iniziata a velocità folle – l’improvvisa notorietà a vent’anni, i bagni di folla, la televisione, i palcoscenici, la musica –Marco ha capito che viaggiava troppo veloce per riuscire a vedere il paesaggio, e ha deciso di rallentare. Da molti anni preferisce procedere al proprio ritmo, e dentro questo cambio di passo c’è un amore sempre crescente per il gesto di camminare, mettere un piede davanti all’altro e conquistare la meta con le proprie forze, senza fretta.

In Un decimo di te ci porta allora insieme a lui sui suoi cammini preferiti: da Santiago a Roma, dalla Liguria alla Sicilia, da itinerari facili e adatti a chi ha appena iniziato ad altri più impegnativi. Racconta di sentieri e campi, valichi di montagna e scogliere a picco sul mare; di amache e ostelli, notti sul pavimento di un convento o all’addiaccio nei boschi; di quello che gli è successo camminando – da incontri inaspettati e rivelazioni illuminanti a meravigliose solitudini, passando per qualche momento di paura – ma anche di quello che gli è capitato seguendo le svolte e gli imprevisti di un'esistenza decisamente fuori dal comune, e che non aveva mai rivelato.

Dà anche tanti consigli pratici a chi vuole seguire le sue orme, a partire dal primo, il più importante: lo zaino di ogni viandante non dovrebbe pesare più di un decimo del suo peso corporeo.

Perché lo chi ha il coraggio di partire con un bagaglio leggero può andare davvero lontano.

«L’asfalto è finito, mi sono ritrovato nel bosco, con il profumo di terra fresca, il cielo limpido oltre i rami sulla mia testa, il silenzio, e dopo pochi minuti mi sono scoperto a sorridere. In un istante avevo cancellato tutto il resto. Mi restava solo il piacere delle chiacchiere e degli incontri, la bellezza dell’umanità, quella grazia che trovi nel bosco, la leggerezza che avevo conosciuto da bambino, in val Pellice, e poi a Santiago, la Liguria sotto le stelle, San Francesco e tutti gli altri cammini che avevo percorso. Questa è la mia risposta alla domanda ‘perché cammini?’ Incontri incredibili e poi la pace».

 

sabato 18 aprile 2026

VERSO EMMAUS


DAVVERO 
E' 
RISORTO 

III Domenica del Tempo Pasquale A

VANGELO LC 24, 13-35


Commento del card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca L. di Gerusalemme

Abbiamo visto, domenica scorsa, che il Risorto è come il buon pastore, che va in cerca delle pecore smarrite e le raduna, le riconduce a casa.

Questa chiave di lettura è ancor più evidente nel brano di Vangelo di oggi (Lc 24, 13-35), in cui è raccontato l’incontro del Risorto con i due discepoli in cammino verso Emmaus.

Negli ultimi versetti (Lc 24, 33-35), infatti, noi vediamo il frutto di questo incontro: i due discepoli, dopo aver riconosciuto nel viandante che si era fatto loro compagno di strada il Signore crocifisso e risorto, subito, senza indugio, fanno ritorno a Gerusalemme, si riuniscono agli Undici e agli altri discepoli che erano con loro; e insieme raccontano l’unica esperienza che ciascuno ha vissuto personalmente e che fa di loro l’unica Chiesa: “Davvero il Signore è risorto” (Lc 24,34).

Frutto della risurrezione del Signore, dunque, non è solo un’esperienza privata, che consola o che illumina il cuore di ciascun discepolo: è piuttosto un evento che ricostruisce il corpo ecclesiale.

Il Risorto non è semplicemente apparso ai suoi: li ha radunati, ed il movimento finale del brano di oggi ci conferma che la Pasqua non vuole tanto generare individui illuminati, quanto un popolo ricomposto in unità.

Come accade questo passaggio, questo nuovo inizio?

Questo passaggio accade innanzitutto perché il Risorto prende l’iniziativa di andare a cercare i suoi.

Come aveva preso l’iniziativa di chiamarli, all’inizio della loro storia insieme, così ora prende l’iniziativa di chiamarli di nuovo.

E, per farlo, deve proprio andare a cercarli.

Non sono infatti loro a cercare il Signore, pur sapendo, dalla voce delle donne, che questi avrebbe anche potuto essere vivo (Lc 24,22-24). Lo sanno, eppure si allontanano dal luogo dove avrebbero potuto e, forse, dovuto cercarlo. Luca, nel suo racconto, fa intuire che la meta dei discepoli era proprio questa, allontanarsi da Gerusalemme, dal luogo dove il Signore era morto.

Il Risorto li cerca, e li trova, perché l’incontro con Lui non è il premio per chi ha perseverato, ma la visita di Dio a chi si è smarrito.

Ma, una volta raggiunti, il Risorto non si fa subito riconoscere, proprio come accade in altri racconti di apparizione. Perché?

Il Risorto non si impone, non offre delle prove della sua risurrezione.

Fa qualcosa di molto più importante, e, per certi versi, anche di più “utile”: il Risorto insegna ai suoi a riconoscerlo, mette in atto una serie di atteggiamenti che rendono i discepoli capaci di farlo.

E di farlo non solo in questa circostanza, sulla via di Emmaus, ma lungo tutto il cammino della vita.

Per far questo, il Signore conduce i discepoli spaesati in due luoghi in cui, insieme a loro, abitualmente era di casa, ovvero la Parola e lo spezzare del Pane.

Non li porta in un luogo nuovo, ma li riporta a casa, nei due spazi in cui la loro relazione con Lui era nata e cresciuta: la Parola e il Pane spezzato.

Con la Parola illumina i giorni della Passione, e riporta i discepoli lì, dove Lui è già presente, dove lo sarà sempre, e dove tutto parla di Lui: per questo il loro cuore si accende (Lc 24,32).

Con il Pane spezzato, poi, il Risorto non inventa un nuovo segno: riprende il gesto che era già il cuore del suo modo di amare. E i discepoli subito lo riconoscono, e i loro occhi si aprono (Lc 24,31), perché quel Pane spezzato non è per loro un semplice ricordo, ma una presenza viva.

Il Risorto, dunque, vuole che i suoi imparino a riconoscerlo dove Lui ha scelto di restare: nella Parola e nell’Eucaristia.

Quando e dove questo accade, allora si ricompone la comunità dei credenti, che non è la somma delle esperienze di ciascuno, ma il luogo del comune riconoscimento: ciascuno, nella propria diversità, sa di poter trovare il Signore negli stessi luoghi, negli stessi segni.

La comunità che nasce dalla Pasqua è la comunità della fede.

I discepoli non si ritrovano uniti perché hanno delle cose in comune, perché hanno gli stessi gusti o le stesse idee. Si ritrovano insieme perché tutti hanno fatto esperienza dello stesso modo di riconoscere il Signore, perché tutti lo hanno ritrovato vivo nelle Scritture e nel Pane spezzato.

+Pierbattista

 Patriarcato di Gerusalemme

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I PAPI E L'ATOMICA


 Le parole

 dei Successori 

di Pietro

 contro 

le armi nucleari


È dai tempi della tragedia provocata con i bombardamenti atomici sul Giappone dell’agosto 1945 che la Chiesa riflette sul rischio che l’umanità si autodistrugga.


-di Andrea Tornielli


Pio XII nel Radiomessaggio per il Natale 1955 parlò della minaccia nucleare spiegando che “non vi sarà alcun grido di vittoria, ma soltanto l’inconsolabile pianto della umanità, che desolatamente contemplerà la catastrofe dovuta alla sua stessa follia”. Nell’enciclica “Pacem in terris”, pubblicata subito dopo la crisi dei missili di Cuba, Giovanni XXIII, affermava a proposito dell’arma atomica: “Gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico”.

Nel giugno 1968 Paolo VI auspicava e invocava, “a nome dell’umanità intera”, il “bando totale delle armi nucleari” e il “disarmo generale e completo”. Mentre Giovanni Paolo II, nel febbraio 1981 da Hiroshima, gridava: “Il nostro futuro su questo pianeta, esposto com’è al rischio dell’annientamento nucleare, dipende da un solo fattore: l’umanità deve attuare un rivolgimento morale. Nell’attuale momento storico ci deve essere una mobilitazione generale di tutti gli uomini e donne di buona volontà. L’umanità è chiamata a fare un ulteriore passo in avanti, un passo verso la civiltà e la saggezza”. Nel maggio 2010 Benedetto XVI affermava: “Incoraggio le iniziative che perseguono un progressivo disarmo e la creazione di zone libere dalle armi nucleari, nella prospettiva della loro completa eliminazione dal pianeta”.

Papa Francesco, da Hiroshima, nel novembre 2019, ha ricordato che “l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune”. E ha aggiunto: “L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo. Le nuove generazioni si alzeranno come giudici della nostra disfatta se abbiamo parlato di pace ma non l’abbiamo realizzata con le nostre azioni tra i popoli della terra. Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra? Come possiamo parlare di pace mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?”.

Papa Leone ha continuato sulla linea tracciata dal magistero di chi lo ha preceduto. Il 14 giugno 2025 al termine dell'udienza giubilare ha detto: “Si è gravemente deteriorata la situazione in Iran e Israele, e in un momento così delicato desidero rinnovare con forza un appello alla responsabilità e alla ragione. L’impegno per costruire un mondo più sicuro e libero dalla minaccia nucleare va perseguito attraverso un incontro rispettoso e un dialogo sincero, per edificare una pace duratura, fondata sulla giustizia, sulla fraternità e sul bene comune. Nessuno dovrebbe mai minacciare l’esistenza dell’altro”.

Poco più di un mese dopo, in un messaggio per l’80° anniversario delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, ha scritto: “La vera pace esige che con coraggio si depongano le armi, specialmente quelle che hanno il potere di causare una catastrofe indescrivibile. Le armi nucleari offendono la nostra comune umanità e inoltre tradiscono la dignità del creato, la cui armonia siamo chiamati a salvaguardare”. Il 6 agosto, all’udienza generale, ricordando l’ecatombe provocata in Giappone dagli ordigni nucleari, ha lanciato questo appello: “Nonostante il passare degli anni, quei tragici avvenimenti costituiscono un monito universale contro la devastazione causata dalle guerre e, in particolare, dalle armi nucleari. Auspico che nel mondo contemporaneo, segnato da forti tensioni e sanguinosi conflitti, l’illusoria sicurezza basata sulla minaccia della reciproca distruzione ceda il passo agli strumenti della giustizia, alla pratica del dialogo, alla fiducia nella fraternità”.

L’attuale Successore di Pietro è tornato sul tema nel Messaggio per la Giornata mondiale della Pace 2026, affermando: “Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”.

Al termine dell’udienza del 4 febbraio 2026, Leone XIV ha dichiarato: “Domani giunge a scadenza il Trattato New START sottoscritto nel 2010 dai presidenti degli Stati Uniti e della Federazione Russa, che ha rappresentato un passo significativo nel contenere la proliferazione delle armi nucleari. Nel rinnovare l’incoraggiamento ad ogni sforzo costruttivo in favore del disarmo e della fiducia reciproca rivolgo un pressante invito a non lasciare cadere questo strumento senza cercare di garantirgli un seguito concreto ed efficace. La situazione attuale esige di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni. È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti”.

Infine, in un post dall’account ufficiale di Pontifex, il 5 marzo 2026, Papa Leone ha scritto: “Preghiamo insieme perché le Nazioni procedano a un effettivo disarmo, in particolare al disarmo nucleare, e perché i leader mondiali scelgano la via del dialogo e della diplomazia anziché la violenza”.

Queste sono le dichiarazioni del Pontefice, che continua a chiedere di smantellare tutti gli armamenti atomici esistenti in grado di distruggere l’intera umanità.

Vatican News

 

 

LA GRAMMATICA DELLA POLITICA

 


La fine 

della 

grammatica

 politica


Percepiamo tutti di stare vivendo uno dei momenti più convulsi e drammatici della storia del mondo dalla fine della seconda guerra mondiale. Non molti, però, sembrano rendersi conto di quanto influisca su questa crisi epocale – al di là dei singoli nodi problematici – il deterioramento del modo stesso di fare politica.

- di Giuseppe Savagnone

Fino a ieri, esisteva una stessa grammatica che anche i nemici più acerrimi condividevano e rispettavano. Così, nei rapporti internazionali, perfino le fasi più critiche del rapporto conflittuale tra il blocco socialista e quello capitalista avevano potuto essere gestite e controllate in base a questa grammatica comune. C’erano  – a differenza di adesso – forti contrasti ideologici, visioni dell’uomo e della società opposte, ma tutti accettavano le stesse regole del gioco e chi cercava di violarle era costretto a farlo di nascosto, barando.

Oggi che non siamo più divisi dal conflitto delle ideologie, la perdita di questa grammatica ha determinato l’esplosione caotica e incontrollabile dell’arbitrio, che ci consegna alla hobbesiana lotta di tutti contro tutti. Ognuno pretende di stabilire le regole e, se è in grado di farlo, le impone agli altri. Il diritto coincide con la forza.

E con il diritto è sparito anche il pudore che spingeva a mascherare i propri disegni sforzandosi di farli apparire “giusti”. Ormai in politica nessuno si vergogna più di niente. E i suoi fans lo celebrano per la sua “sincerità”.

L’Italia è stata uno dei principali laboratori di questo imbarbarimento dello stile politico con due grandi campioni di spudoratezza come Berlusconi e Bossi, i primi a permettersi un linguaggio e comportamenti che hanno rotto con la grammatica della politica e hanno aperto la via, nella Seconda Repubblica a un clima di violenza verbale – e non solo – impensabile nella Prima. Sono loro che hanno dato una impronta indelebile alla nuova stagione – culturale, prima che istituzionale – con le loro forti personalità, a cui sul fronte opposto, il loro maggiore oppositore, Romano Prodi, pur con tanti pregi, poteva essere soprannominato dai suoi critici “mortadella”.

Dove il problema non è stato il prevalere della destra o della sinistra, ma l’affermarsi di uno stile che ha stravolto il senso della politica, sia nei partiti di destra che in quelli di sinistra.

Si può essere favorevoli o contrari al federalismo, ma dire come ha fatto Bossi pubblicamente, da senatore e leader di un partito di governo: «Mi pulisco il c… con il Tricolore», fa scendere il dibattito democratico al livello di una rissa di osteria.

E si possono nutrire forti riserve nei confronti della magistratura e del funzionamento della giustizia, ma se si è il capo indiscusso della maggioranza di destra in un paese che si fonda sulla divisione dei poteri, uno dei quali è quello giudiziario, non si può affermare, come ha fatto Berlusconi, che i giudici «sono doppiamente matti. Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana».

Così come, a livello dei comportamenti, non si può approfittare del proprio ruolo pubblico per ottenere dalla polizia il rilascio di una prostituta minorenne e poi far avallare in parlamento dalla propria maggioranza la tesi che lo si è fatto per salvaguardare le relazioni con l’Egitto, nella convinzione che la ragazza – in realtà marocchina! – fosse la figlia del presidente egiziano Mubarak.

Dal civile confronto alla violenza dello scontro

Se oggi in Italia il livello del confronto politico è quello che è lo dobbiamo a queste e altre “sgrammaticature”. Anche perché l’attuale maggioranza di governo, formata dai discepoli di quei maestri, li addita ancora oggi come “padri della patria” e ha celebrato con grande solennità la morte di entrambi – per Berlusconi addirittura con una settimana di lutto nazionale.

Così non stupisce che, mentre da un lato la presidente del Consiglio denuncia il diffondersi di «un clima di odio insostenibile», siano proprio i suoi sostenitori e lei stessa ad attaccare sistematicamente con violenza estrema non le idee – cosa legittima in un dibattito politico – , ma le persone e le istituzioni.

Emblematiche le parole del capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, in occasione dell’assassinio di Charlie Kirk (che con l’Italia non c’entrava nulla), contro gli esponenti della sinistra, che ha accusato di essere «impregnati di odio, livore, rancore», aggiungendo: «Ringrazio Dio di non avermi creato come loro».

Sulla stessa linea il commento del direttore di «Libero», Mario Sechi – ex portavoce di Meloni e in forte sintonia con le sue posizioni – alla partenza della Flotilla, che si proponeva solo di portare viveri e medicinali ai civili di Gaza, rompendo l’inumano embargo di Israele: «Spero che le barche vengano affondate, così la prossima missione dovranno rifinanziarsela». Ancora una volta, una violenza verbale che va ben al di là del legittimo dissenso e trasforma il dibattito politico in cieco scontro.

Ed è su questa lunghezza d’onda che i partiti di governo hanno varato e difeso la riforma della giustizia (dedicata a Berlusconi), negando a parole che fosse punitiva nei confronti della magistratura, ma presentandola in realtà come una legittima difesa nei confronti di giudici ideologizzati e infedeli alla loro missione, al punto di sostenere – sono le parole della presidente del Consiglio nella sua disperata campagna elettorale – che una eventuale vittoria del No avrebbe dato il via libera a «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà», fino ad arrivare a «figli che vengono strappati alle madri».

Ma con questo linguaggio e questo stile la convivenza democratica, di per sé  basata sulla diversità delle posizioni, si trasforma, a prescindere dai torti e dalle ragioni, in una permanente guerra civile. Ed è interessante notare che, sia sul fronte Palestina che che su quello giustizia, i soli toni alternativi a quelli esasperati della destra non sono venuti dai partiti di sinistra, ben poco capaci di proporre modelli culturali diversi, ma dalla società civile, che ha saputo esprimersi per quanto riguarda il primo con le grandi manifestazioni di gennaio, per il secondo con la battaglia capillare dei comitati per il No. 

La presidenza senza regole di Donad Trump

Ma il problema non è solo italiano. Dopo l’ascesa alla presidenza degli Stati Uniti – fino a ieri la guida dell’Occidente democratico – di Donald Trump, per molti versi emulo di Berlusconi, la violazione di ogni regola e la spudoratezza sono all’ordine del giorno. Soprattutto in questo secondo mandato, il presidente americano non ha l’aria di preoccuparsi minimamente di controllare il suo linguaggio e le sue prese di posizione.

La prima a cadere è stata la regola di civiltà che impone al potere di astenersi dal procedere a colpi di minacce. Da quando è di nuovo alla Casa Bianca, Trump minaccia tutti. Lo ha fatto a livello internazionale, utilizzando l’arma dei dazi per costringere gli altri governi – a cominciare dai suoi più fidati amici e alleati – ad accettare le sue condizioni in campo sia economico che politico.

Oppure dispiegando il suo impressionante apparato militare per piegare alla propria volontà Stati tradizionalmente in contrasto con gli USA, ma che non mostravano alcuna volontà aggressiva. Così ha fatto col Venezuela, depredandolo del suo petrolio, così ha provato a fare con l’Iran, questa volta senza successo.

Ma anche all’interno lo stile di Trump è quello della minaccia. A cominciare dall’avvertimento lanciato, già prima della sua rielezione: «Se perdo, sarà un bagno di sangue». E anche dopo, il presidente ha esercitato una pressione incessante su chiunque ricoprisse cariche istituzionali, imperversando contro quanti, per senso di responsabilità, si rifiutavano di cedere supinamente ai suoi voleri arbitrari.

Una seconda regola, ormai ridotta anch’essa ad un ricordo, comportava il rispetto per le persone, anche quando se ne doveva criticare l’operato. Trump ha ampiamente insultato e deriso capi di Stato stranieri, artisti, funzionari pubblici, i suoi stessi predecessori nella presidenza. Ha fatto il giro del mondo il video, da lui diffuso, che ritraeva Obama e sua moglie in corpi scimmieschi.

Una terza regola infranta sistematicamente da Trump è stata quella di evitare di contraddirsi. In realtà chi governa deve spesso cambiare posizione in rapporto allo sviluppo degli eventi. Per questo, se è saggio, evita di pronunziarsi quando non è strettamente necessario. Il presidente americano invece parla e scrive continuamente, dicendo tutto e il contrario di tutto nel giro di poche ore e a volte, di pochi minuti. Col risultato di rendersi del tutto inaffidabile agli occhi del mondo e degli stessi americani.

Una quarta regola era di non mentire. Il potere non può sempre dire tutto e a volte è costretto a trincerarsi dietro bugie funzionali ai suoi piani. Ma fa in modo che le menzogne non vengano a galla e perciò le riserva ai casi di necessità. Trump è un bugiardo patologico e si lancia a fare affermazioni che risultano palesemente false. I quotidiani americani ogni tanto si divertono farne lunghi elenchi.

Una quinta regola per chi governa era di presentare anche le istanze legate agli interessi del proprio paese sotto una veste di universalità, che le rendesse accettabili agli altri. Trump, ispirando tutta la sua politica al proposito di «rendere di nuovo grande l’America», ha espressamente dichiarato di infischiarsene delle esigenze degli altri e voler curare solo quelle degli Stati Uniti.

Così, ha esordito, nel suo secondo mandato, enunciando il suo proposito di occupare la Groenlandia – proposito ribadito a distanza di alcuni mesi – con la sola giustificazione che ciò rientrerebbe negli interessi degli Stati Uniti.

E qualcosa di simile, questa volta raggiungendo lo scopo, Trump lo ha fatto costringendo il Venezuela a cedergli il controllo delle sue risorse petrolifere. Poteva mascherare il suo vero intento accompagnando questo con il ripristino della democrazia. Ha disdegnato di farlo. Non è un ipocrita. E non sente il bisogno di esserlo, perché manca del senso del pudore.

Una sesta regola era di non mescolare i propri interessi privati alla propria funzione pubblica. Di fatto, in tutte le occasioni in cui è intervenuto in questioni internazionali, Trump ha sempre curato, insieme  agli interessi economici dell’America, quelli della sua famiglia. Ed è una logica rigorosamente privatistica quella che ispira la creazione del Board of Peace, concepito come un comitato d’affari di cui lui stesso è il presidente a vita, a prescindere dal ruolo pubblico attualmente ricoperto, e in cui si entra versando un miliardo di dollari.

La settima e ultima regola della politica, per chi vuole farla degnamente, era ed è quella di non essere prigioniero di una bolla di vanità autoreferenziale. Trump è un evidente esempio di quel narcisismo solipsistico che impedisce di vedere, o almeno di ammettere, i propri limiti e di ascoltare gli altri. il suo delirio di onnipotenza lo rende furibondo di fronte d ogni diniego, a costo di rotture radicali (come nel caso della sua finora fedelissima fans Meloni). E la sua delusione per non aver ricevuto il premio Nobel per la pace è stata sincera, perché davvero non si rende conto di quanto la sua politica abbia peggiorato i già fragili equilibri internazionali.

Non sappiamo come finiranno le grandi crisi mondiali in corso. E neppure, per quanto riguarda l’Italia, come le forze in campo si muoveranno in vista della non lontana scadenza elettorale. Ma il problema più importante, sia al livello internazionale che a quello nazionale, non è quello che si farà, ma come lo si farà. Quella che abbiamo oggi davanti, sia dall’una che dall’altra parte in campo, è la caricatura della politica. Non possiamo rassegnarci a questo. Bisogna ripristinare una grammatica che ne sia all’altezza e che ci consenta di  uscire dal caos dell’arbitrio e della violenza. E a lavorare per questo tutti siamo chiamati, ognuno nel suo ruolo, come italiani e come cittadini del mondo.

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