La recente aggressione alla professoressa di Bergamo da
parte di un suo giovanissimo alunno mostra una realtà inquietante: la violenza
entra sempre più frequentemente nel cuore della scuola, ovvero nell’istituzione
che più di ogni altra sarebbe deputata a prevenirla e a contrastarla. Il grande
compito educativo della scuola sarebbe infatti quello di offrire alla vita
delle nuove generazioni la via della parola come
alternativa alla spinta feroce e distruttiva della violenza. Essa non può
limitarsi alla trasmissione di nozioni o competenze più o meno specializzate,
ma dovrebbe favorire la trasmissione della legge della
parola senza la quale non c’è alcuna educazione possibile, né
civile, né affettivo-sessuale.
È proprio tra i banchi della scuola che i nostri figli
dovrebbero apprendere che il conflitto non si risolve con il passaggio all’atto
violento, ma con il confronto delle idee e che senza la rinuncia alla “via
breve” della violenza non c’è alcuna possibilità di umanizzare la vita.
Il nostro tempo sembra segnato in questo senso da una
profonda regressione.
La violenza nella scuola si manifesta nei legami interni
al gruppo dei pari dove il più forte impone la propria legge sul più fragile
– bullismo, cyberbullismo, body shaming,
eccetera – ma anche nello stesso rapporto tra generazioni. La figura
dell’insegnante anziché suscitare rispetto viene sempre più esposta a forme
crescenti di delegittimazione che possono, come in questo caso, raggiungere il
culmine dell’aggressione diretta da parte degli allievi ma, non di rado, anche
da parte delle famiglie.
Non si tratta ovviamente di un fenomeno circoscritto.
Come ci ha insegnato Freud,
non esiste una separazione netta tra mondo interno e mondo esterno poiché il
mentale è anche sempre sociale. Dunque se la violenza dilaga nella scuola è
perché essa trova la sua più grave legittimazione nel discorso degli adulti. La
domanda, allora, non è solo relativa alla violenza come una delle espressioni
più diffuse del disagio
giovanile, ma alla responsabilità delle vecchie generazioni: quale
testimonianza siamo in grado di offrire ai nostri figli della legge
insostituibile della parola e, dunque, della necessaria rinuncia della
violenza? Se gli adulti sono i primi a cedere alla tentazione dell’insulto,
della denigrazione, dell’aggressività verbale, se essi praticano la rissa, se
il confronto tra idee diverse si trasforma sistematicamente in scontro, in odio
reciproco, quello che si trasmette alle nuove generazioni non è il valore insostituibile
della legge della parola, ma la legge brutale della forza.
In questo senso, anche il clima che ha caratterizzato la
recente campagna
referendaria – segnato da un linguaggio esasperato, polarizzato
e intriso di disprezzo ideologico – non è privo di conseguenze. Esso
costituisce una vera e propria pedagogia nera, una sorta di scuola parallela
che insegna ai più giovani che l’altro non è un interlocutore degno di
attenzione, ma un nemico da annientare e umiliare. Quale testimonianza il mondo
degli adulti offre alle nuove generazioni nei confronti della tolleranza per le
idee e le visioni del mondo che non coincidono con le nostre? È un fatto evidente:
il disprezzo di chi pensa il mondo in modo differente dal nostro contamina
pesantemente la nostra vita civile.
I social network,
da questo punto di vista, esibiscono una attitudine alla violenza e all'insulto
impressionante, senza che nessuna norma sia in grado di regolamentarne la
spinta. Forme di shitstorming accompagnano regolarmente il dibattito, si fa per
dire, delle idee. E non solo tra i giovani. I media allevano, anziché il
pluralismo, gli schieramenti faziosi, i raggruppamenti omogenei e settari. Non
dovrebbe essere invece loro compito, omologo a quello più alto della scuola, di
introdurre la vita dei nostri figli alla legge del Due? Non esiste infatti un
solo modo di vedere il mondo, un solo modo di leggere le cose che
accadono.
Quando la violenza esplode in modo erratico, come è
accaduto nei confronti della professoressa Chiara Mocchi,
non ci si può limitare a condannare quel gesto come se non ci riguardasse. Qual
è la nostra responsabilità di adulti nel diffondere l'odio, nel glorificarne
addirittura la forza, nel seminarne i germi? Solo una profonda cultura
democratica può costituire un antidoto contro la violenza. Ma una cultura
democratica non nasce dai grandi discorsi. Sorge piuttosto dalla qualità dei
legami familiari e dalla capacità degli adulti di testimoniare, con i propri
gesti e con le proprie parole, che la differenza non
è una minaccia per la vita ma una risorsa. La verità, nella sua dimensione
umana, non può mai essere monolitica, non coincide mai con una sola voce.
Quale testimonianza sanno dare allora le vecchie
generazioni della loro capacità di apertura e di ascolto? Non siamo di fronte a
una crescente all’omologazione,
all’identificazione massiccia di schieramenti che si rafforzano reciprocamente
attraverso l’esclusione della voce divergente? I media che dovrebbero avere una
funzione fondamentale nella costruzione di una cultura
democratica non stanno cedendo alla logica populista della
semplificazione e della contrapposizione carica di odio? Invece di alimentare
il pensiero critico e il pluralismo non stanno favorendo lo smembramento del
tessuto civile del nostro paese in blocchi identitari rigidi, incapaci di
dialogo e carichi di violenza? La necessaria condanna del gesto di questo
ragazzo non può infatti risparmiarci dall’assunzione delle nostre
responsabilità. In che modo siamo implicati, come adulti, nella diffusione di
questa violenza irresponsabile? Il nostro linguaggio non la alimenta, non la
giustifica, non la promuove anche se involontariamente? Davvero non esiste
alcun nesso tra il linguaggio di
odio che attraversa il nostro paese e il carattere solo
apparentemente erratico di questi passaggi all’atto violenti?
Gli psicoanalisti sanno
bene che le parole non sono mai solo parole. Esse possono talvolta assomigliare
a proiettili. Possono armare le mani, spingere verso la violenza, fomentare
l’illusione cainesca che l’Uno possa liberarsi definitivamente del Due.