martedì 14 aprile 2026

DONNE CHE RESTANO

 Grazie alle molte donne che tengono, ogni giorno, in piedi comunità, famiglie, associazioni, imprese, semplicemente sapendo «restare» quando tutto attorno traballa e crolla.

-di Luigino Bruni

È ormai qualche decennio che la teoria economica ha iniziato a interessarsi alle dimensioni specifiche di genere, cioè allo studio delle eventuali caratteristiche specifiche e salienti del modo di agire nella sfera economica e sociale delle donne rispetto agli uomini. 

Esistono ormai interi corsi di studi intitolati alla «Gender Economics», che, sulla base di un crescente numero di dati empirici, mettono in luce alcune tendenze e costanti comportamentali. Le donne (in media e su grandi numeri), ad esempio, amano meno la competizione dei loro colleghi maschi. Sono invece più capaci di cooperazione, danno una maggiore importanza ai beni relazionali e alle dimensioni affettive-emotive dei rapporti, un punto di forza che, ovviamente, diventa anche una maggiore vulnerabilità e complicazione nella gestione dei rapporti di lavoro e in genere nelle relazioni che spesso si inceppano per attriti emozionali. Su questa linea voglio sottolineare un aspetto della dimensione femminile, non particolarmente analizzato dagli studi nelle scienze sociali. Mi riferisco al diverso atteggiamento, o alla diversa cultura, con la quale le donne gestiscono le crisi nelle comunità – ripeto: si tratta di tendenze –. Prendo in considerazione in particolare le comunità religiose o carismatiche, ma molte di queste considerazioni possono essere estese anche ai luoghi di lavoro, alle associazioni civili e alla famiglia. 

In questi anni ho scritto molto sulle crisi nelle comunità e Organizzazioni a Movente Ideale (OMI), ne ho osservato centinaia alle prese con grandi processi di cambiamento. E ho riscontrato alcuni aspetti, relativamente costanti. 

La sintesi di quanto appreso potrebbe essere così formulata: le donne e gli uomini rispondono diversamente alle crisi comunitarie. 

Mentre noi maschi siamo in genere e spesso molto occupati ad analizzare le ragioni delle crisi, a discutere sulle diagnosi e a ipotizzare terapie possibili, a dare grande peso alle idee e alle ideologie, lasciandoci prendere molto dai dibattiti su ciò che non va, le donne hanno un rapporto più vitale e carnale con la realtà, con la vita, e sono più interessate alle cose che vanno, pur vedendo i problemi. 

Ho visto intere comunità religiose e movimenti non sprofondare dopo grandi crisi perché alcune donne hanno semplicemente continuato a vivere la loro vita mentre attorno tutto andava a rotoli. 

A recitare la liturgia delle ore, ad aprire la mensa ai poveri, a pulire una stanza e un bagno, a cucinare, ad annunciare la parola e a vivere il proprio carisma. Invece di intrattenersi in infinite discussioni sulle cause della crisi, su che cosa fosse ancora vivo del carisma, sulle possibilità di futuro, erano ancorate al presente, e non permettevano che la vita, appunto, presente fosse divorata dal peso del passato e dai dubbi sul futuro incerto. 

Piantate coi piedi per terra, le donne «stavano», sapevano stare – stabat… – in lunghi venerdì e sabati santi. Ciò non è espressione di una minore capacità di astrazione delle donne (come si pensava, purtroppo, in passato anche nella Chiesa), ma dipende da una vocazione diversa alla vita e alla concretezza, che rende vera e viva per loro in un modo speciale quella frase tanta cara a papa Francesco«La realtà è superiore all’idea».

 Per loro nessuna idea è più concreta della realtà, anche le idee migliori e più luminose. E l’idea-logos buona è quella che diventa carne. Grazie, allora, alle molte donne che tengono, ogni giorno, in piedi comunità, famiglie, imprese, semplicemente sapendo «restare» quanto tutto attorno traballa e crolla.

«Messaggero di sant'Antonio»! 



MI FIDO DI TE

 


La missione degli astronauti di Artemis.

 A chi e cosa puoi dire: io ti credo, mi fido di te? A chi ti affidi senza paura? Dove cerchi vita?»


-di Alessandro D’Avenia

"Lunedì (giorno dedicato alla Luna) scorso, detto Lunedì dell'Angelo (Pasquetta per intendersi), camminavo su un sentiero di montagna. E l'angelo era lì: nessuna allucinazione, era l'evidenza delle cose. 

Era nel sentiero che incastonava tutte le stagioni. Alcuni tratti erano coperti di neve o di ghiaccio vivo, altri stendevano già un tappeto asciutto fatto di aghi di pino, altri erano così fradici che gli scarponi affondavano lasciando impronte che il Sole avrebbe reso calchi perfetti. 

Ai bordi cespugli piegati e ingrigiti da mesi di neve erano interrotti dall'invincibile verde del ginepro e dai timidi bottoni rosa dell'erica, e rari, i primi crochi, viola o bianchi, sbucavano su aiuole ritagliate dal caso, a segnalare con cocciuta gentilezza che la primavera avrebbe avuto ancora una volta la meglio. Profumi congelati lentamente evaporavano da tronchi, licheni, barbe, radici e muschi. 

Poco sopra i 2.000 m, obbedienti al legame armonico tra tutte le cose, gli alberi, che poco sotto sgranchivano al Sole cortecce e rami, affidavano il sentiero all'essenziale: l'intrico di radici lasciava il passo a rocce e neve, tutto era vero e bello, due dei tre nutrienti di cui necessita l'anima per non morire. Il terzo è il buono, ed era mia moglie accanto. E qualche viandante da salutare come si fa in montagna. Senza questa trinità terrena si è infelici, senza dover neanche indagare il perché. 

 L'angelo era poi in cima, sotto il Blu Maiuscolo (Pantone 2027?): compatto, inesauribile, privo di fumi. Rare folate di vento freddo e improvvisi fischi di invisibili marmotte facevano parte del silenzio, qualche aereo rompeva invece quiete e cirri. All'orizzonte una corona di cime che un tempo erano fondali oceanici ribadiva che cosa ci sarebbe ancora stato tra millenni. E io? E noi? 

Mi sono chiesto commuovendomi. Si vede veramente solo con le lacrime, di dolore o di gioia, perché non ci permettono di mentire: il dolore ci spoglia, la gioia ci abbraccia. Le lacrime sono preghiere, quelle di dolore perché il dolore passi, quelle di gioia perché la bellezza non passi, in entrambi i casi chiediamo: Qualcuno si occupa di me, del mio destino, o siamo gettati qui a caso? L'angelo era lì tra le cose che avevo sotto gli occhi: l'affidabilità del cosmo e delle relazioni sono il primo credo (fede, fiducia), le crepe di mente e cuore provengono dall'inaffidabilità di queste relazioni primarie. 

Guarda il cosmo, è affidabile, e infatti gli astronauti della spedizione Artemis II (Artemide, gemella di Apollo) hanno aggirato la Luna con una danza millimetricamente dettata dalla forze di gravità terrestre e lunare. Proprio loro, i Lunatici, avevano più fede nella Terra di noi, i Terrestri, come ha detto il pilota della navicella, Victor Glover, a Pasqua: «Siamo così lontani dalla Terra e guardiamo indietro alla bellezza del creato, la prospettiva che ho quassù è vedere la Terra come un tutt’uno. E sapete, quando leggo la Bibbia e guardo tutte le cose incredibili che sono state fatte per noi che siamo stati creati... Avete questo posto incredibile, questa astronave chiamata Terra, creata per darci un posto dove vivere nel cosmo. Forse la distanza che ci separa da voi vi fa pensare che ciò che stiamo facendo sia speciale, ma noi siamo alla stessa distanza da voi: siete voi ad essere speciali. In tutto questo vuoto che chiamiamo universo, avete quest'oasi, un posto meraviglioso dove possiamo esistere insieme. Penso che a Pasqua - che festeggiate o meno, che crediate in Dio o meno - questa sia un’occasione per ricordarci dove siamo, chi siamo, che siamo tutti uguali e che dobbiamo superare tutto insieme». 

Anche io, in fondo, godevo dello stesso sguardo. Dall'astronave Orion hanno osservato la faccia che la Luna, data la perfetta sincronia di rotazione attorno a se stessa e di rivoluzione attorno alla Terra (27 giorni circa), non mostra mai. Novità: ha colori inattesi, perché «affidabile» non significa ripetitivo, grigio, noioso, ma tanto certo quanto inesauribile. L'angelo dice che c'è sempre da scoprire qualcosa in ciò a cui presti attenzione, a patto che ti alzi e con cura (da cui curiosità) ci giri intorno (ricerca dal latino «circa», intorno, preceduto da ri-, significa «girare intorno ancora e ancora» come i pianeti), per questo una vita senza ricerca si spegne, perché non presta attenzione a niente, non ama nulla, e per questo dobbiamo proteggere la nostra attenzione dall'estrazione violenta e continua che ne fanno le trivelle dei social

E poi il barattolo di una nota crema spalmabile ha fluttuato per qualche secondo nella cabina di Orion (nessuno spot potrà mai fare altrettanto) rendendo tutto «familiare», come i biscotti con cui gli astronauti hanno festeggiato. Casa e avventura, dice l'angelo, le due dimensioni della vita felice, i due bisogni del Sapiens: appartenere ed esplorare, Itaca e il viaggio. Alla domanda su come erano stati i 43 minuti in cui la connessione radio con la navicella era impossibile perché nascosta dalla Luna, gli astronauti hanno risposto: «Bello!». Ci saremmo aspettati sentimenti di paura provocati dalla buia solitudine lunare. 

E invece bello era stato proprio il silenzio affidabile e disconnesso dal casino che combiniamo quaggiù, dove il 40% dei Paesi ha innalzato le spese militari al 2% del PIL, cifra mai raggiunta dalla Seconda Guerra mondiale. Segnali anche questi, dice l'angelo. Lassù invece c'era tutto: la fiducia nelle leggi della fisica e nella compagnia fisica di chi deve muoversi per e insieme agli altri con perfezione da orchestra. Il male che l'uomo fa all'uomo e al creato è mancanza di questa fede primaria nella vita che ci è data. 

 Nel mio Lunedì, dice l'angelo, infatti tutti avete cercato un posto bello, cibo buono e amici veri: ancora loro, bello-buono-vero, trinità terrena. E quel lunedì si chiama così proprio perché lunedì è il giorno più faticoso e perché è stato l'angelo (parola greca che significa semplicemente messaggero) a dire alle donne al sepolcro che il morto non è lì: «È risorto, vi aspetta in Galilea», la regione a nord della Palestina dove tutto era cominciato. 

Una storia scritta meglio avrebbe previsto un trionfo a reti unificate, a Gerusalemme, dove tutto era finito, invece il messaggero dà appuntamento con il risorto in periferia, nel silenzio, sulle sponde tranquille del lago di Tiberiade, dove i discepoli vivevano e lavoravano. Il messaggero dice: svegliati, ricomincia da dove sei, altrimenti stai solo sognando o solo soffrendo. Il luogo per risorgere non è lo straordinario, è il quotidiano, risorgere significa rialzarsi tante volte quante sono le cadute, più una. La resurrezione non cambia il «mondo» ma il «modo» di guardarlo, anche il lunedì. 

Casa e avventura, appartenere senza spegnersi, esplorare senza perdersi. Un circolo virtuoso di «Bentornato!» e «Buon viaggio!»: il «per sempre» nel «di sempre», il «nuovo» nel «di nuovo». Questo dice l'angelo, che non ha le ali (neanche il testo gliele attribuisce) ma gliele diamo perché la notizia può raggiungerci ovunque se cerchiamo: certo nelle cose della festa (bello-buono-vero) è più facile, ma solo così tutte le cose solite, spente, grigie, morte rinascono. Se rinasci tu. Come fare? 

Proprio in Galilea, prima di sottrarsi definitivamente alla loro vista ascendendo in cielo (che non è quello esplorato da Artemis ma il modo per dire «ovunque»: «che sei nei cieli» non è tra le nuvole, ma dappertutto), il Cristo risorto lo rivela: «Andate in tutto il mondo e date la bella notizia a ogni creatura. Chi crederà sarà salvo». Bisogna darla a ogni creatura! Alla Luna, alle piante in balcone, al gatto, al vicino di casa, allo studente, al collega, al coniuge... Che notizia? 

Che il segreto è credere, cioè fidarsi. Credere non è, come si pensa, una consolatoria e irrazionale adesione a una favola, un'autosuggestione per chi non sopporta la vita, ma cercare tra tutto e tutti, visibile e invisibile, ciò che non viene meno, come il naufrago cerca prima l'aria e poi il salvagente. A chi e cosa puoi dire (mi chiede l'angelo): io ti credo, mi fido di te? A chi ti affidi senza paura? Dove cerchi vita? Chi o cosa ti sostiene? 

Dalla risposta dipende la resurrezione che ti (a)spetta, e ognuno si sceglie la sua. Qui sulla Terra, mica sulla Luna... La Luna serve solo a ricordartelo, anche di lunedì. Dice l'angelo."

Corriere della Sera

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lunedì 13 aprile 2026

IRRILEVANTI


«È ora di dircelo:

 essere irrilevanti 

è una fortuna»

«La fortuna di essere irrilevanti - Trasformazioni strutturali di una Chiesa dalla quale nessuno o quasi si aspetta più nulla» (Edizioni San Paolo, pp. 176, euro 18) è il titolo del nuovo libro di don Armando Matteo dedicato al rischio attuale dell’irrilevanza del cristianesimo. Un contesto che può essere l’occasione per mettere mano e cuore a quelle trasformazioni strutturali che possono rivelarsi necessarie. Dal ripensamento dei sacramenti dell’iniziazione cristiana all’abbandono della pastorale della consolazione.

La riflessione di un sacerdote sulla perdita di presa ecclesiale. Quando non si riesce più a trasmettere il “fuoco” alle nuove generazioni, gli adulti sono distanti e la catechesi è inefficace si impone una svolta. Da leggere come occasione di libertà

di Armando Matteo

Il “fuoco” di Gesù Cristo che dovrebbe animare la presenza in chiesa fatica ad accendere le nuove generazioni.

Per onorare la responsabilità che, come credenti, ci compete, quella di tenere acceso a disposizione di chiunque il fuoco di amore e di misericordia che Gesù è venuto a gettare sulla terra, ci serve tutta la sincerità di cui siamo capaci per dirci quello che è ora di dirci. Questa Chiesa così com’è, almeno in Occidente, quel fuoco, non riesce più a trasmetterlo alle generazioni che ora vengono al mondo. Di più, forse è il momento di riconoscere che non esiste al mondo “fabbrica di ateismo” più efficiente di ciò che ci ostiniamo a chiamare “catechismo per la Prima Comunione”. Altro che scuole di partito, altro che libri di scienziati e matematici più o meno miscredenti! Qui, grazie a questi incontri di catechesi, piccoli atei e piccole atee si formano a miriadi e sotto i nostri occhi e con il nostro beneplacito! Ma non c’è solo questo da dirci oggi, dopo che la grande onda della sinodalità sulla sinodalità sembra sia giunta ad un punto di meritato risposo, avendo mostrato le sue reali e non risolutive misure e risorse; e dopo che il Giubileo ci ha dato un’altra illusione che ancora tanta gente in Chiesa ci va… e ci va, infatti, per farsi un selfie con il piede piallato di San Pietro sullo sfondo!

Fuoco spento

La Chiesa così com’è, almeno in Occidente, non ha più fuoco dentro di sé. Semplicemente non attira, non attrae, non illumina, non riscalda, non trasfigura. In una parola: non interessa. Nessuno o quasi si aspetta più nulla da lei. È semplicemente irrilevante. Ed è irrilevante, perché continua a parlare di quel fuoco che è l’amore di Dio rivelato da Gesù in un modo che non potrà mai e poi mai toccare il cuore di chi, quel parlare, ascolta. E qui sono gli adulti e le adulte che ci chiamano in causa. Loro che sono i grandi lontani dall’esperienza del credere cristiano. Quella fede che avevano pure accolto nel tempo della loro infanzia e fanciullezza è scivolata via, senza rumore, senza clamore, perduta come una chiave che si dimentica per non venire più semplicemente utilizzata. Ma se è vero, ed è vero, che è proprio per gli adulti e le adulte che è diventato irrilevante la parola della Chiesa, e tramite questa quella del Vangelo, lo vogliamo capire o no che “il cristianesimo domestico” è entrato definitivamente in crisi e che sulla trasmissione generazionale della fede è calato il sipario?

 Il vuoto

Eppure, sento già chi lo sussurra in ultima fila, le nostre Messe non sperimentano il vuoto. C’è ancora tanta gente. Certo: tante nonne e tanti nonni. Settantenni attivi, disposti pure a servire all’altare! Ma oltre all’interesse primario nella partecipazione alla vita della Chiesa con l’esercizio della fede, la mia impressione è che per loro ci sia anche quello di andare in parrocchia o di frequentare questo o quel movimento ecclesiale per essere parte e contribuire alle centinaia di attività di volontariato che ogni Caritas parrocchiale e anche le associazioni e i movimenti cattolici mettono all’opera. Senza dimenticare ovviamente l’irresistibile tentazione di far parte del coro parrocchiale! Vista la cosa così, in controluce, in verità, prende forma una sorta di “sostegno”, rivolto a coloro che danno sostegno alle benemerite attività ecclesiali: il sostegno di potersi sentire ancora utili, attivi, produttivi.

«Ma non ci sono pure i ricomincianti?», qualcuno sussurra dalla penultima fila. Si parla di grandi cifre, di strabilianti celebrazioni pasquali con centinaia se non migliaia di adulti o giovani adulti che si accostano per la prima volta o si riaccostano, dopo tanto tempo, a Dio, a Gesù, al Vangelo, alla fede. È un fenomeno nuovo che merita ancora tempo per una completa decifrazione. Resta vero, in ogni caso, che questi “lontani” che ricominciano sono in tanti casi provenienti o originari da terre che non hanno neppure lontanamente avvertito l’eco di quel vento che si chiama “cambiamento d’epoca”. Ed ecco il punto.

Il cambiamento d’epoca

Non ci aveva qualcuno già detto che ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi non è semplicemente un mondo che cambia o un’altra epoca di cambiamenti quanto piuttosto un cambiamento d’epoca, un mondo già radicalmente cambiato al quale ci tocca annunciare la gioia del Vangelo? E non ci aveva pure detto che, per annunciare a questo mondo cambiato quella gioia, c’era da trasformare tutto ciò che c’era da trasformare nella pastorale ereditata e nelle relative strutture e che alla fine dei conti c’era tutto da trasformare in quella pastorale e in quelle strutture? Ma andiamo avanti e chiediamoci: di cosa vive una Chiesa, quando non tiene acceso a disposizione di chiunque quel fuoco che Gesù ha acceso? Quel che succede è semplice a dire: le nostre comunità e tanti nostri movimenti vivono stancamente, tristemente, in una condizione di semi depressione, in una infinita quaresima, afflitti da quel terribile morbo che già Nietzsche definiva come “monotono teismo”. Resta qui e lì qualche guru cattolico che ancora attira. Ma a sé. Non alla Chiesa.

Sopravvivere

Lo so da me: non è facile sopravvivere nella Chiesa mentre la Chiesa vive questa stagione dell’irrilevanza. Ferisce, dispiace, ci provoca risentimento, si cercano di continuo argomenti di distrazione di massa (cosa ci inventeremo ora che abbiamo percorso ogni cammino e ogni strada della sinodalità?), ci si sfida a colpi di latinorum, si ruba infine a mani basse personale ecclesiastico alle Chiese più giovani, si disperdono energie in post e commenti ai post su blog variamente allestiti. Non è proprio una bella fine! E invece iniziassimo a vedere e a vivere diversamente la stagione dell’irrilevanza che ora tocca alla Chiesa che opera a stento nell’Occidente? Proprio la mia esperienza personale mi ha consegnato la considerazione per la quale, quando si diventa irrilevanti, si acquista una speciale forma di libertà. La libertà di poter non solo pensare secondo la propria testa ma anche dire pubblicamente e di agire conseguentemente a ciò che uno ha avuto la libertà di pensare secondo la propria testa. Insomma, quando si è irrilevanti, si accede alla libertà di poter deludere e al coraggio di accettare anche con umiltà e docilità le trasformazioni che la vita ci chiede, in ragione stessa della sua vivibilità.

Libertà e coraggio

E sono, proprio, questa libertà e questo coraggio che ci servono come credenti: la libertà di poter pensare al cristianesimo del futuro secondo quella che è la ragione stessa del suo essere al mondo: ovvero in ragione del suo impegno costante a creare le condizioni affinché gli uomini e le donne di questo tempo possano incontrarsi con Gesù ed essere condotti a riconoscere in lui le istruzioni infallibili per una vita umana degna del nostro desiderio! E ci servono il coraggio e l’umiltà di accettare che alla Chiesa servono trasformazioni strutturali enormi, in modo particolare a livello di parrocchia. Si tratta di trasformazioni che vanno dalla ristrutturazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana (è tempo di dare vita a un catechismo per i genitori che chiedono il catechismo per i propri figli) a una rinnovata diminuzione e distribuzione delle parrocchie e delle diocesi, da un deciso investimento circa l’educazione del sentimento religioso della popolazione adulta sino a una radicale pulizia della festa della domenica. E ancora di più si tratta di spostare la proposta della fede cristiana dall’asse della consolazione a quello dell’umanizzazione, dall’asse del lutto a quello della gioia di dare gioia, dall’asse del sacrificio per il sacrificio a quello di un amore che sa vedere e compromettersi, dall’asse dell’attesa paziente nella valle di lacrime a quello dell’abitazione di mondo incredibilmente sovrabbondante, dall’asse di una morale spesso fondata sui sensi di colpa all’asse di un orientamento etico in grado di contenere con umiltà e mitezza gli eccessi di libertà, possibilità e godimento oggi oggettivamente a disposizione del cittadino medio occidentale.

Vivere e proporre

Insomma, quel che ci tocca è il compito di dare vita ad un modo diverso di vivere e di proporre la fede in Gesù e nel suo Vangelo capace di toccare il cuore degli uomini e delle donne di oggi. Ed è proprio qui che si illumina la fortuna dell’essere irrilevanti. Oggi che nessuno si aspetta quasi più nulla dalla Chiesa, è la Chiesa che non aspetta più per cambiare e tornare ad essere quel che semplicemente deve essere: luogo in cui chiunque possa incontrarsi e innamorarsi di Gesù e del suo Vangelo.

www.avvenire.it

Armando Matteo, La fortuna di essere irrilevanti, ed. San Paolo

 


LA TREGUA


Non è solo un tempo sospeso nel mezzo 
di una guerra.

 Ma è anche un momento in cui la pace

 dovrebbe essere alimentata

 di continuo, in modo attivo, 

così da prevenire ed evitare

l’esplosione del conflitto.



-di  Massimo Recalcati 


Non è la pace e non è la guerra. Delude i falchi perché interrompe la violenza crudele della guerra, ma delude anche le colombe perché non ne segna davvero la fine. La tregua non è la pace poiché quest’ultima implicherebbe la cessazione definitiva del conflitto, la ricostruzione di un ordine, la possibilità che la violenza venga sostituita da una nuova forma di legame. La tregua, invece, non stabilisce mai nulla di definitivo. Accade nel mezzo della guerra e, dunque, non la può redimere, non la può lasciare alle spalle. Piuttosto la interrompe solo provvisoriamente. È una pausa, un varco incerto che si apre in un tempo sospeso. È troppo per coloro che vorrebbero proseguire la guerra e troppo poco per coloro che invece vorrebbero vederla terminare una volta per tutte. Ogni tregua può evolvere verso la fine della guerra o regredire alla sua ferocia. Essa porta sempre con sé una ambivalenza di fondo: è, nello stesso tempo, un sollievo e una minaccia, una preparazione possibile della pace e un ritorno altrettanto possibile della guerra. 

 La caduta di Troia ci consegna una delle figure più inquietanti della falsa tregua. 

Conosciamo il racconto: gli achei escogitano, attraverso l’astuto Ulisse, una sospensione solo apparente della guerra. Lo stratagemma del cavallo di legno si offre come il segno del loro ritiro dalla guerra, della fine del conflitto, ma, in realtà, incarna il saccheggio e la distruzione definitiva di Troia. È una tregua che non prepara la pace ma il massacro totale. 

 La storia lo insegna: la tregua può diventare talora un inganno, una maschera. Non ogni tregua è finalizzata alla pace. Esistono tregue tattiche, manipolate, utilizzate per riorganizzare l’offensiva e perfezionare le proprie ambizioni di dominio. Esistono tregue che non sono tentativi di fermare la guerra ma di farla proseguire con altri mezzi. Quando questo accade, la tregua diviene un mero travestimento della spinta bellica alla distruzione. 

 E, tuttavia, sarebbe un errore soffermarsi solo sulla dimensione della tregua come falsificazione di una volontà segreta di guerra. Esiste infatti anche un’altra tregua che comporta il ritorno alla legge della parola là dove lo scoppio della guerra l’aveva sconvolta e azzerata. Ogni guerra, prima ancora di uccidere i corpi dei soldati e dei civili, uccide la parola. 

 In questa prospettiva, per quanto non sia ancora la pace, la tregua segnala la riapparizione della parola nella forma di una necessaria azione politico-diplomatica. L’imperativo militare è così costretto a cedere il passo alla tortuosità inevitabile della concertazione. La tregua comincia quando il nemico, pur rimanendo tale, ritorna a essere un interlocutore perché ritorna a condividere la dimensione umana della parola. È il movimento fragile, esitante, ma decisivo della tregua. 

 La scelta compiuta da Primo Levi di titolare il proprio racconto dell’uscita da Auschwitz La tregua riflette il fatto che in gioco non era affatto l’illusione della liberazione senza resti dall’orrore, la riconciliazione finale con il mondo, un passaggio lineare dall’inferno del campo alla vita ordinaria. Piuttosto si scava un intervallo, quello della tregua, che non cancella l’orrore sebbene renda possibile un nuovo inizio. Un tempo intermedio e precario nel quale la crudeltà del campo aveva smesso di regnare in forma assoluta, senza però essersi del tutto dissolta. Il trauma, infatti, resta e non può essere dimenticato. 

 Levi chiama questo tempo di mezzo tregua proprio per nominare lo statuto sospeso dell’esistenza dopo la catastrofe. Il male storico della Shoah non può terminare davvero con l’apertura dei cancelli di Auschwitz ma è destinato a proseguire nella memoria, nei sogni, nella fatica del ritorno alla vita. Questo significa che nessuna tregua può coincidere con un’innocenza ritrovata, perché è solo il nome fragile di una sopravvivenza che prova a ricominciare senza poter cancellare ciò che è stato. Per questo la tregua non è soltanto una categoria politica o militare, ma è una profonda figura dell’umano in quanto tale. 

 È sempre un errore madornale pensare alla pace come a un ordine definitivamente compiuto. Dovremmo invece considerare la nostra vita collettiva in una condizione permanente di tregua. Solo in questo modo saremmo costretti a lavorare davvero per rafforzare le nostre iniziative politiche, culturali, sociali in grado di tutelare la pace dalla tentazione “umana troppo umana” della guerra. 

 E, tuttavia, se proviamo a rifletterci, è proprio nel suo statuto incerto che ogni tregua custodisce una verità profonda che tendiamo invece a voler ignorare: il tempo della pace non è mai un tempo definitivo, ma porta sempre con sé la natura della tregua, dunque un tempo necessariamente sospeso. In ogni tregua la macchina della guerra si arresta ma nulla garantisce che si arresti davvero per sempre. Il nemico come oggetto d’odio e di ostilità resta tale. Dunque, il rischio della ricaduta nella guerra è sempre incombente. Per questo non solo ogni tregua è più drammatica della pace, ma ogni pace è sempre di fatto una tregua nella spinta umana alla guerra di tutti contro tutti

 Per questa ragione, essa non può mai assicurare un ordine stabile, immune dalla tentazione umana della guerra. Sicché la tregua non è solo un tempo sospeso nel mezzo di una guerra ma anche un tempo dove la pace dovrebbe essere alimentata di continuo, in modo attivo, così da evitare l’esplosione della guerra. L’esperienza della tregua ci ricorda che la nostra storia non procede mai per assoluti, ma solamente per passaggi instabili, per interruzioni, per aperture incerte. 

 È questa la lezione più severa della tregua: non esiste nessuna pace davvero compiuta per sempre, non esiste un ordine assoluto della pace. Piuttosto, a essere permanente è sempre l’incertezza della tregua. Non ce ne siamo affatto accorti in questi ultimi decenni. È la nostra colpa più profonda. Abbiamo confuso la pace come un ordine stabile delle cose realizzato una volta per tutte quando invece la pace - ogni forma umana di pace -, dovrebbe essere sempre pensata a partire dalla figura necessariamente e tremendamente incompiuta della tregua.

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La Repubblica


                           

domenica 12 aprile 2026

E' SEMPRE PASQUA

 Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella II domenica di Pasqua (anno A)



At 2,42-47; Sal 117/118; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La cosiddetta “ottava di Pasqua” – che oggi celebriamo – non è semplicemente l’ottavo giorno dopo la Pasqua di risurrezione, bensì la Pasqua stessa, intesa e celebrata come ottavo giorno. Non mi sto esercitando in uno scioglilingua. Sto affermando che l’ottava di Pasqua significa la compiutezza e – anzi – la sovreccedenza della Pasqua. La quale si afferma, nel vissuto credente dei battezzati, come il regime feriale della loro esistenza: ormai ogni giorno, a partire dal battesimo, è per i discepoli del Crocifisso-Risorto il giorno della Pasqua.

La Pasqua di risurrezione, infatti, seppur sia accaduta – storicamente – in un ben preciso giorno della nostra storia comune di esseri umani, circa duemila anni fa, non resta confinata dentro i limiti cronologici di un accadimento. Come tale essa è accaduta, certamente. Ma non è per ciò stesso “caduta”, non è ritagliata e incollata in un puntino del tempo storico, cronologicamente lontano da noi. La Pasqua del Crocifisso-Risorto è – più esattamente – un evento, cioè un fatto che continua ad avvenire, a venire dentro il nostro tempo, a sopraggiungere e a raggiungerci, coinvolgendoci in essa.

Il kairòs e il chrònos

L’evangelista Giovanni ce lo fa intuire efficacemente, raccontandoci le manifestazioni del Crocifisso-Risorto agli apostoli rintanati da qualche parte a Gerusalemme dopo il dramma del Golgota, nella «sera di quel giorno, il primo della settimana» (nell’originale greco: «quello dopo il sabato»), ossia in quella che per noi è la domenica stessa della risurrezione. E poi, di nuovo, «otto giorni dopo», nella successiva domenica. In realtà, secondo l’interpretazione del quarto evangelista, l’ora pasquale scocca già nel grido di Gesù morente in croce: «È compiuto». La Pasqua del Crocifisso-Risorto – passaggio alla vita nuova attraverso la morte – avviene quando egli è «innalzato da terra» (Gv 8,28 e 12,32), cioè al contempo inchiodato sul palo del supplizio e risuscitato dal Padre. Però poi, come tutti gli altri evangelisti, Giovanni narra lo svolgimento del kairós pasquale dentro il chrónos storico, che ospita il kairós e lo assimila ai suoi ritmi, dalla crocifissione all’ascensione.

A partire da quell’ora suprema – qualitativamente “altra” rispetto a ogni altra ora temporale, tesa a tracimare i limiti di ogni ora temporale – la Pasqua rimane un tempo kairologico che s’intreccia permanentemente con il progressivo e transeunte tempo cronologico: l’ora pasquale tocca ogni ora temporale e s’innesta in ogni momento della storia. Per questo motivo, il giorno stesso della Pasqua, che è pure l’ottavo giorno – cioè il giorno che oltrepassa la settimana, esprimendo una sovrabbondanza salvifica che non si lascia schematizzare dentro la sequenza dei sette giorni –, diventa «ogni giorno», come si legge nel brano degli Atti degli apostoli che è proclamato quale prima lettura: «Ogni giorno [tutti i credenti] erano perseveranti insieme nel tempio, spezzando il pane nelle case […] lodando Dio, mentre il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati». Peraltro vivendo, in tal modo, il tempo pasquale come un tempo condiviso, comunionale, comunitario, «stando insieme e avendo ogni cosa in comune».

Il Signore appare

Si potrebbe obiettare che nell’odierna pagina giovannea sono le apparizioni del Crocifisso-Risorto a garantire qualità kairologica al tempo pasquale, tra la risurrezione e l’ascensione di Gesù. Ora, tuttavia, le apparizioni sono cessate: i mistici e le mistiche possono sì sperimentare la grazia delle visioni, ma le apparizioni del Signore – strettamente intese – sono tutte “accadute” in quel tempo pasquale “contenuto” in quel lontano tempo storico. Sarebbe un’osservazione corretta, se non fosse che nel quarto vangelo non si parla di apparizioni del Crocifisso-Risorto. Si annunciano, piuttosto, il suo Avvento e la sua Presenza: «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli […] venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!” […]. Otto giorni dopo […] venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”». Così, appunto, si rivela la sovreccedenza del kairós pasquale, che si prolunga in una Parusía sempre in corso, vale a dire in una ripresenzializzazione continua della Pasqua. Il tempo ha una valenza pasquale (kairologica) se registra la venuta e la presenza del Signore. E questa grazia pasquale non è esclusiva prerogativa dei primi discepoli, vissuti al “tempo” del Crocifisso-Risorto, ma resta alla portata di tutti i discepoli e le discepole che si lasciano raggiungere dal Signore Gesù, cantando (col cuore più che con le labbra) il Maranathà: canto liturgico che nell’aramaico dei primi discepoli significava «è venuto il Signore, viene ancora e verrà di nuovo».

Forse gli scienziati che si occupano di meccanica quantistica e di relatività generale, in particolare quelli che ragionano sulla “teoria delle stringhe”, potrebbero capire meglio di tutti quel che vuol dire l’incastro tra kairós e chrónos. E l’attualità della Pasqua che ne consegue. Del resto, nella pagina evangelica sono disseminati alcuni indizi narrativi che aiutano a comprenderlo, anche se non si è fisici come Albert Einstein o Edward Witten. Un indizio emblematico spicca su tutti e dice il modo straordinario in cui avviene-la-Presenza del Crocifisso-Risorto, capace di scavalcare i condizionamenti insiti nella condizione fisica spazio-temporale: «a porte chiuse».

Pace a Voi

Ma gli altri indizi non sono meno importanti. Anzi, dal punto di vista teologico, lo sono ancor più. Per esempio, il reiterato saluto del Signore ai suoi discepoli: «Pace a voi!». Non è soltanto un augurio. È un dono, un lascito. E un appello, che i discepoli devono riecheggiare a loro volta, facendolo risuonare sempre nel mondo, in ogni stagione della storia, per avvertire ogni uomo e ogni donna sulla terra che la guerra – con tutto ciò che essa comporta e produce: la paura, la sofferenza, la distruzione, la morte – perdura a oltranza se non prendiamo in consegna il lascito di Gesù, se non trattiamo il suo dono come un nostro impellente e ineludibile compito. E i cristiani hanno, a tal riguardo, una responsabilità maggiore: perché per loro il dono della pace coincide con la grazia dello Spirito Santo («Ricevete lo Spirito Santo»), finalizzata a portare il perdono, a far trionfare la misericordia, pena la smentita dell’evento pasquale. La pace, il perdono dei peccati (degli errori: hamartíai), la custodia e la trasmissione dello Spirito Santo, sono la missione pasquale dei cristiani nella storia, in favore del mondo. Da qui deriva, per loro, l’esito, o l’effetto, della Pasqua stessa: la trasfigurazione del timore in gioia. Dico “trasfigurazione” perché il timore resta, nell’esperienza credente, una dimensione costitutiva che dev’essere costantemente tradotta in gioia: il timore di fare la stessa fine dolorosa del Maestro e la gioia di sapere che facendo quella fine si ricomincia con lui e come lui la vita vera. Non si spiegherebbe altrimenti l’inciso dell’autore degli Atti degli apostoli, nella prima lettura: «Un senso di timore – phóbos, come nella pagina evangelica – era in tutti»).

Vedere il Signore

Per gli apostoli la gioia scaturisce dal «vedere – horáō – il Signore». Si tratta di vedere in virtù di uno sguardo contemplativo, che riesce a decifrare l’assenza come una semplice apparenza e di discernere in essa l’invisibile Presenza. Ecco perché in gioco c’è qualcosa che pesa molto di più di quelle che noi siamo abituati a ricordare come le apparizioni del Risorto: nell’apparenza dell’assenza, egli nondimeno si rende presente e si fa vedere. È questa la straordinaria esperienza che gli apostoli fanno, passando – Pietro e gli altri, e Tommaso dopo di loro – dal vedere al credere. Ma ancor più straordinaria è l’esperienza che fanno – da allora in avanti – tutti gli altri discepoli del Risorto, allorché riescono a sperimentare l’atto di fede come un autentico vedere. Il tempo pasquale è il tempo dell’esperienza credente, il kairós in cui credere è vedere davvero, vedere il vero. In tal modo dobbiamo interpretare la promessa di Gesù: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto». E non meno grande dev’essere la nostra gioia, se vale per noi ciò che ascoltiamo nella seconda lettura: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa».

www.tuttavia.eu

INVESTIRE SUI GIOVANI

 

Giovani, tra choc 

e futuro incerto

 

Benessere, relazioni (e fede) I giovani a caccia di stabilità

Il Rapporto 2026 dell’Istituto Toniolo fotografa la condizione di una generazione diventata adulta tra continue crisi globali.

 Il coordinatore Rosina: «Faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità»

-         di PAOLO FERRARIO

Prima c’è stato l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, poi la Grande crisi del 2008, la pandemia da Covid-19 e, ora, le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Diventare adulti, per la generazione nata dopo il 2000, è stato soprattutto un percorso a ostacoli tra choc globali e minacce costanti al futuro del mondo. Una condizione indagata in profondità, che restituisce un’immagine di perenne precarietà. Così, anche “fare famiglia” diventa faticoso e lasciare l’Italia «non è più soltanto un’opzione », ma per tanti «è una necessità». «I giovani non sono assenti o disinteressati, ma sempre più spesso faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità», avverte il coordinatore dell’Osservatorio Giovani e tra i curatori della ricerca, Rosina.

La crisi della fiducia

All’alba del nuovo millennio c’è stato l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, poi la Grande recessione globale del 2008-2013, la pandemia da Covid-19 e, ora, le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Diventare grandi per le generazioni nate dopo il 2000 ha significato, soprattutto, attraversare una serie pressoché continua di choc. «Crescere nel XXI secolo significa fare i conti con un mondo strutturalmente instabile», sintetizza il Rapporto Giovani 2026 dell’Istituto Toniolo, realizzato in collaborazione con Ipsos e con il sostegno di Fondazione Cariplo, che sarà nelle librerie nei prossimi giorni. «Leggere il primo quarto del XXI secolo attraverso questa lente consente di cogliere come la fragilità del futuro non sia solo un tratto generazionale, ma il prodotto di un contesto che ha scaricato costi crescenti su chi arrivava dopo – ragiona Alessandro Rosina, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani Istituto Toniolo, tra i curatori del Rapporto –. È da qui che occorre partire per comprendere atteggiamenti, scelte, motivazioni e mobilitazioni delle nuove generazioni e per interrogarsi sulla capacità delle società contemporanee di uscire dalla crisi non semplicemente resistendo, ma cambiando direzione».

In un contesto sempre più fragile che fa dell’incertezza la propria cifra distintiva, a farne le spese, in prima battuta, sono proprio le relazioni stabili. «Anche le scelte più intime, come costruire una relazione stabile, risentono oggi di precarietà economica e incertezza lavorativa», si legge nel Rapporto. E anche «i percorsi affettivi sono sempre più condizionati dalle risorse materiali, trasformando la progettualità di coppia in un traguardo difficile da raggiungere». Avere o meno un lavoro, possibilmente stabile, fa, allora, la differenza tra la possibilità o meno di “farsi una famiglia”. «La condizione occupazionale appare come un ulteriore elemento discriminante circa la probabilità di essere in una relazione intima stabile – scrivono Adriano Mauro Ellena e Francesca Luppi nel capitolo “Giovani italiani e relazioni sentimentali: tra stabilità, benessere e autonomia” –. I giovani occupati, infatti, mostrano una presenza più marcata nelle relazioni stabili (56,9%) rispetto a studenti (43,4%) e, soprattutto, rispetto ai Neet (37,5%), che registrano invece livelli più alti di relazioni

non stabili (10,7%) o di assenza di relazione (51,8% rispetto al 30% fra gli occupati)».

Se questo è il quadro di riferimento, lasciare l’Italia «non è più solo un’opzione: per molti giovani italiani è diventata una necessità – si legge ancora nel Rapporto –. La mobilità internazionale viene riletta come risposta alla carenza di opportunità, segnalando la difficoltà del Paese nel trattenere e valorizzare il proprio capitale umano, in particolare quello femminile e qualificato». La conferma arriva anche dalle risposte del campione intervistato per il Rapporto del Toniolo. «Nel confronto con le altre grandi nazioni europee – sottolineano Alessandro Rosina ed Emiliano Sironi nel capitolo “Andarsene o restare? Un confronto europeo sulla mobilità internazionale” – non arriva al 12% la percentuale dei giovani italiani (18-34 anni) che ritengono il proprio paese capace di offrire maggiori opportunità di realizzazione dei propri obiettivi di vita». Di contro, «la Germania è nettamente considerata la nazione che è più in grado di fornire condizioni migliori di realizzazione rispetto al nostro paese. A ritenerlo è oltre il 70% dei rispondenti», ricordano Rosina e Sironi. Una ragione ulteriore, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, di invertire la direzione di marcia e cominciare, finalmente, a investire davvero sulle giovani generazioni. « I giovani – avverte Rosina – non sono assenti o disinteressati, ma sempre più spesso faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità».

Lasciare l’Italia «non è più solo un’opzione: per molti giovani italiani è diventata una necessità» Una risposta «alla carenza di opportunità»

www.avvenire.it

Rapporto giovani

sabato 11 aprile 2026

FAME DI PACE

 


Il Papa: preghiamo per la pace, 

si fermi chi uccide

 e vuole il mondo in ginocchio

Al termine del Rosario per la pace nella Basilica di San Pietro, Leone XIV esorta ad affrontare “come umanità e con umanità quest’ora drammatica della storia”. In un mondo in cui “sembrano non bastare i sepolcri”, il Pontefice denuncia le “inderogabili responsabilità dei governanti” e il “delirio di onnipotenza” che trascina “persino nei discorsi di morte” il nome di Dio. 

Il Suo, al contrario, è un regno senza droni, banalizzazioni del male o ingiusti profitti, ma fondato su dignità e perdono

-di Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

“Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.”

Mettersi in ginocchio per trovare, nella preghiera, “una briciola di fede” e non arrendersi all'apparente “destino già scritto”: quello di sepolcri che non bastano più a contenere corpi annientati “senza diritto e senza pietà”. Pretendere invece di mettere in ginocchio gli altri, accecati dal "delirio di onnipotenza", dalla banalizzazione del male e dagli ingiusti profitti, fino a trascinare “persino nei discorsi di morte il Nome santo di Dio". 

Si staglia così, prorompente e accorata, la riflessione di Papa Leone XIV al termine del Rosario per la pace di oggi, 11 aprile, nel crepuscolo di Piazza San Pietro, che assume la coreografica rappresentazione della lotta tra il buio “di quest’ora drammatica della storia”, al cui banco vengono evocate le “inderogabili responsabilità dei governanti delle nazioni” e di quei tavoli in cui “si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte”, e la luce del Regno di Dio, che spezza la “catena demoniaca del male”, intrecciata di droni e vendette. 

Con una certezza, “gratuita, universale e dirompente”, su chi avrà l’ultima parola: Siamo un popolo che già risorge!

LEGGI LA RIFLESSIONE INTEGRALE DI PAPA LEONE XIV