Meloni chiede un deciso «cambio di passo», da parte dell’Unione Europea, nel senso di una maggiore applicazione del principio di sussidiarietà
-di Giuseppe Savagnone
Giorgia Meloni critica
l’Europa
Davanti all’assemblea
degli industriali italiani, che l’ha calorosamente applaudita, Giorgia Meloni
ha rivendicato i risultati ottenuti in campo economico in questi tre anni di
governo, annunciando la sua ferma decisione di continuare su una strada che a
suo avviso si è rivelata estremamente fruttuosa, e ha indicato quali sono gli
ostacoli che ancora si frappongono al compimento dell’«ultimo miglio» della
missione.
In linea con lo slogan
“rendere di nuovo grande l’Italia”, che ha ispirato tutto il suo premierato, la
presidente del Consiglio ha sottolineato che il nostro Paese non è più ormai
«l’anello debole d’Europa»: «Siamo una nazione credibile e autorevole», ha
dichiarato, evidenziando la crescita della competitività del sistema produttivo
nazionale.
La premier ha anche
annunciato la volontà del governo di aprire «un cantiere comune per una riforma
globale e radicale della burocrazia», sottolineando che «la semplificazione e
la sburocratizzazione devono essere il nostro mantra». E ha promesso che – di
fronte alle sfide nel campo energetico provenienti dall’attuale situazione
internazionale – la maggioranza varerà entro l’estate una legge delega sul
nucleare.
Una soddisfazione e una
fierezza che Giorgia Meloni ha manifestato anche aprendo con un videomessaggio
la due giorni del Forum «L’Italia del Pnrr», promosso dal ministero per gli
Affari europei. Quella del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), ha
detto la premier, per alcuni sembrava «una sfida impossibile da vincere» ma
l’Italia «è stata all’altezza del compito». I dati parlano di 166 miliardi di
euro ricevuti dall’Europa, 416 traguardi raggiunti, 660mila progetti
finanziati. E anche la Commissione europea ha dato atto di questo impegno.
Proprio all’Europa, però,
la presidente del Consiglio, nel suo discorso alla Confindustria, ha rivolto
una pesante critica. L’Ue, ha denunciato senza mezzi termini la premier, è «un
gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato competitività, crescita,
visione strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici,
contribuendo a spingere il continente verso un progressivo declino economico e
geopolitico».
Perciò Meloni chiede un
deciso «cambio di passo», da parte dell’Unione Europea, nel senso di una
maggiore applicazione del principio di sussidiarietà: «L’Europa si occupi di
quello che gli Stati non possono fare da soli e non di quello che gli Stati
fanno meglio da soli». Più in generale, «l’Europa deve fare meno e farlo
meglio».
Sullo sfondo, la
quotidiana insistenza del governo italiano alle autorità di Bruxelles perché
consentano all’Italia di derogare ai limiti del patto di stabilità – come già
previsto per le spese militari – anche per gli interventi resisi necessari,
dopo lo scoppio della guerra con l’Iran, allo scopo di fronteggiare la crisi
energetica. Risolvendo questo problema – creato dai burocrati di Bruxelles, non
dal governo – l’Italia sarà in grado di affrontare anche questo difficile
momento.
Una lettura alternativa
Davanti a questo quadro
rassicurante è stata una doccia fredda – a soli due giorni di distanza – il
titolo di prima pagina de «La Stampa», un quotidiano non certo estremista:
«Aiuti ai giovani, l’ultimo flop» e nel sommario sotto il titolo, «Sprecato il Pnrr:
l’Italia ha speso meno degli altri paesi e resta penultima nel tasso di
occupazione [si spiega poi nell’articolo che il riferimento è alla
disoccupazione dei giovani tra i 20 e i 29 anni]. Nell’occhiello, poi, la
critica dell’Ue alla politica economica italiana: «Dovevate investire sulle
rinnovabili».
Come stanno veramente le
cose? Possono essere utili le riflessioni di due economisti, noti per la loro
competenza ed estranei a schieramenti di partito, come Carlo Cottarelli e Tito
Boeri, pubblicate su due quotidiani – il «Corriere della Sera» e «Repubblica» –
che nel panorama della stampa italiana occupano, soprattutto il primo, una
posizione abbastanza moderata.
Il punto di riferimento
è, ancora una volta, il discorso di Giorgia Meloni all’assemblea di
Confindustria. Nel suo articolo Cottarelli esordisce dicendo di avere
apprezzato il riferimento all’«eccesso di burocrazia come male fondamentale
della nostra economia». E spiega: «Da anni ripeto che la lenta crescita
italiana è dovuta in primis all’inefficienza della nostra burocrazia (…). Sono
quindi felice che Meloni abbia deciso di costituire un “cantiere” per riformare
la burocrazia in partenariato con Confindustria».
Ma, continua l’autore,
«detto questo, che c’entra l’Europa nei ritardi nel portare avanti queste
riforme? Forse è colpa dell’Europa se finora quasi due terzi dei tempi di
realizzazione di un programma di sviluppo edilizio sono dovuti ai tempi di
attesa di permessi? È colpa dell’Europa se il disegno di legge per
portare il merito nella pubblica amministrazione langue in Parlamento? (…) È
colpa dell’Europa se 4.000 progetti di rinnovabili sono bloccati dalla
burocrazia?».
Cottarelli non si limita
a denunciare i colpevoli ritardi della nostra burocrazia. La sua critica si
allarga a tutta la politica economica del governo. «Se l’Italia non cresce»,
scrive, «è anche per altre cose che dovremmo fare noi, non l’Europa. Perché la
pressione fiscale e la spesa pubblica sono vicino a massimi storici? Forse che
l’Europa ci impedisce di fare una seria revisione della spesa che ci consenta
di ridurre le tasse? Perché la legge delega sul nucleare è diventata una
priorità solo nell’ultimo anno prima delle elezioni? Ce lo ha impedito
l’Europa? Perché non abbiamo un piano decennale di immigrazione regolare? (…)
Perché, se proprio dobbiamo sostenere chi è colpito dal caro energia, vogliamo
farlo in deficit e non trovando le risorse tra i più di mille miliardi di spesa
pubblica?».
Questo non significa che
non ci siano anche delle responsabilità dell’Europa: «Certo, alcune direttive
europee penalizzano troppo le nostre imprese (…). Ma qui non si tratta di
“burocrazia”, ma di scelte politiche prese a maggioranza dai Paesi Ue. E fra l’altro
il governo italiano ha votato a favore di alcune di queste scelte» (tra cui
proprio quella del patto di stabilità).
Cottarelli conclude
facendo notare che «è facile fare dell’Europa un conveniente parafulmine», ma
che «soffiando sul fuoco dell’anti-europeismo», si rischia di favorire
nell’opinione pubblica l’idea che senza Europa staremmo meglio e che sarebbe
preferibile uscirne, come ha fatto l’Inghilterra. «È questa davvero la strada
che le nostre imprese e i nostri politici vogliono percorrere?».
Si concentra sul tema
della riforma della burocrazia l’articolo di Tito Boeri su «Repubblica». «La
presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel suo intervento all’assemblea di
Confindustria ha annunciato l’imminente apertura di un tavolo sulla riforma della
burocrazia. Peccato che di tavoli di riforma finiti nel nulla sia costellata la
storia della burocrazia italiana. E il suo governo non fa certo eccezione». E
ricorda «il tavolo tecnico sulle pensioni proclamato con enfasi dalla ministra
Calderone nel 2023», «il tavolo per la riforma dell’istruzione tecnica», «il
tavolo sulla riforma del catasto», «gli innumerevoli tavoli sulla riforma
fiscale», l’ultimo nel 2023, tutti finiti nel nulla.
Ma, tornando al tavolo
per la riforma della burocrazia, che esso sia annunciato dal governo dopo tre
anni di funzionamento del Pnrr è, secondo Boeri, un autogol. Infatti, «la
riforma del pubblico impiego era una delle riforme considerate “permissive”, fondamentali,
per l’attuazione del Pnrr, in quanto la realizzazione degli investimenti è
strettamente collegata alla capacità gestionale del personale della Pubblica
amministrazione» ed era perciò la prima da fare. E ora, «la scelta di aprire un
tavolo sulla prima riforma prevista dal Pnrr è la confessione di non aver fatto
nulla».
Ma questa mancata
riforma, secondo Boeri, non è stata casuale. Essa ha consentito al governo
Meloni di mettere ben 1.800 dirigenti «ai vertici del servizio pubblico (…),
spesso modificando all’ultimo momento le procedure per potere agire con piena
discrezionalità», privilegiando l’appartenenza politica rispetto alla
competenza. Infatti, «c’è un solo merito che guida queste scelte, il merito di
partito».
Insomma, sono mancate le
riforme e non è stata certo l’Europa ad impedire al governo di farle.
Alcuni dati significativi
A queste osservazioni
bisogna aggiungere alcuni dati che possono contribuire a ridimensionare la
denuncia della nostra premier delle responsabilità dell’Europa. Il primo è che
i 166 miliardi di euro del Pnrr sono un generosissimo prestito offertoci proprio
dall’Ue, per sostenere la nostra ripresa economica, quando l’Italia aveva un
altro governo, guidato da Mario Draghi, anche per la stima e il prestigio di
cui il premier godeva a livello internazionale. Un buon motivo, da un lato, per
essere grati, prima che polemici, verso questa criticabilissima Europa,
dall’altro per chiedersi se sia così sicuro che solo con l’attuale governo
l’Italia sia diventata finalmente «una nazione credibile e autorevole».
Un secondo dato
importante, che non emerge nel discorso della nostra presidente del Consiglio,
è che, come sottolinea Cottarelli, nella resistenza europea a derogare al patto
di stabilità la burocrazia non c’entra, perché si tratta di una misura politica
ragionevole, presa di comune accordo e che la stessa Meloni aveva valutato
positivamente e appoggiato.
Si tratta, infatti, di un insieme
di regole che mira a controllare il debito pubblico dei paesi membri dell’Ue,
intendendo con debito pubblico l’ammontare complessivo dei prestiti che lo
Stato ha contratto per finanziare i propri deficit accumulati nel tempo.
Naturalmente il debito
pubblico dev’essere visto in relazione al Pil (Prodotto interno lordo) di una
nazione. Ed è proprio questo rapporto che rende problematica la situazione
dell’Italia. Le ultime previsioni dicono infatti che la crescita del Pil italiano
nel 2026 sarà solo dello 0,5%. Il nostro Paese è così il fanalino di coda tra i
paesi dell’Ocse, restando dietro non solo alla Spagna – che col suo 2% avrà un
incremento di quattro volte superiore al nostro –, ma anche al Regno Unito
(1,2%) e a Germania e Francia (1%). Malgrado la grande occasione costituita
dagli ingenti fondi del Pnrr, manca la crescita. Ritornano in mente le parole
di Cottarelli e Boeri: senza riforme, niente sviluppo.
Questo rende ancora più
grave il fatto che il debito pubblico dell’Italia abbia raggiunto quest’anno un
nuovo massimo storico: 3.140 miliardi di euro. Il nostro Paese si appresta a
superare la Grecia nel rapporto tra debito pubblico e Pil, attestandosi sul
138,6%.
Si capisce la resistenza
dell’Europa (già creditrice di una parte dei soldi del Pnrr) a consentire un
ulteriore indebitamento. L’Italia in questi tre anni ha dimostrato di non
riuscire a utilizzare i soldi per realizzare quei cambiamenti strutturali che consentirebbero
un vero sviluppo.
La disponibilità di nuove
risorse potrà essere utile al governo a un anno dalle elezioni, ma alla
distanza aggraverà il peso che gli italiani – innanzi tutto le nuove
generazioni – si troveranno a ereditare da una politica più capace di spendere
che di fare riforme. È questo che il nostro Stato, a quanto pare, «sa fare
meglio da solo». E che «l’ultimo miglio» sia visto dalla nostra premier in
linea con questa logica non è una buona notizia per noi.
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