sabato 28 marzo 2026

LA COSA PIU' BELLA

 


Domenica

 delle Palme




Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnare Gesù (...).  Mt 26,14 – 27,66

 Mt 26,14 – 27,66

Commento di p. Ermes Ronchi

Entriamo nella santa Settimana, nei giorni supremi della storia e della fede. Qui la liturgia rallenta, ci accompagna con calma, quasi ora per ora, negli ultimi giorni di Gesù: dall’entrata in Gerusalemme fino alla corsa di Maria di Magdala al mattino di Pasqua, quando anche la pietra si veste di angeli e di luce.

La cosa più bella da fare in questi giorni è stare accanto alla santità delle lacrime, presso le infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso. I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza (D. Bonhoeffer).

Gesù entra nella morte e sale sulla croce per essere con me e come me. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo crocifisso. Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere con l’amato, stringersi a lui, stringerlo in sé, per poi trascinarlo in alto, fuori dalla morte. La croce è l’abisso dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa.

Io cercatore trovo qui la vicinanza assoluta: di Dio a me, di me a Dio; sulla croce trema quella passione di comunione che ha la forza di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro e di farvi entrare il respiro del mattino.

Solo la croce toglie ogni dubbio. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato una falsa idea di Dio. L’amore scrive il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, l’unico che non inganna.

 Da qui la commozione, lo stupore, l’innamoramento. 

Dopo duemila anni sentiamo anche noi come le donne, come il centurione, come il ladro buono, che nella Croce sta la suprema attrazione di Dio.

Salva te stesso, scendi dalla croce, allora crederemo. Qualsiasi uomo, potendolo, scenderebbe dalla croce. Gesù, no. Non scende perché i suoi figli non lo possono fare. L’ha capito per primo un pagano, un centurione esperto di morte: Costui era figlio di Dio.

Che cosa l’ha conquistato? Che cosa ha visto? L’uomo di guerra ha visto il capovolgimento del mondo, di un mondo dove la vittoria è sempre stata del più forte, del più armato, del più spietato. Ha visto il supremo potere di Dio, del suo disarmato amore; che è quello di dare la vita anche a chi dà la morte; il potere di servire non di asservire. Ha visto sulla collina un altro modo di essere uomini. Come quell’uomo esperto di morte, anche noi, disorientati e affascinati, sentiamo che nella Croce c’è attrazione, e seduzione e bellezza e vita. La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, per morire d’amore.

Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo.

 La mia fede poggia su di un atto d’amore perfetto, la cosa più bella del mondo. 

E a Pasqua il Risorto mi assicura che un amore così non può andare perduto.

Santa Maria del Sengio

 

IL TARLO DEL CAPITALISMO


 
Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza 

tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta

 lasciando le democrazie del XX secolo

 per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste.


-di Luigino Bruni

Qual è il rapporto tra lo spirito del capitalismo e lo spirito della pace, della democrazia e della libertà? È ambivalente e ambiguo. Per capirlo dobbiamo tener presente un dato fondamentale, che al centro del sistema capitalista c’è un nucleo duro che vive e cresce guidato da un solo unico obiettivo: la massimizzazione razionale di profitti e sempre più di rendite. Per i grandi attori globali, tutto ciò che non sia accrescimento di profitti e rendite è solo un vincolo da aggirare o allentare, inclusi i vincoli ambientali, sociali, fiscali. Tutto il resto è solo mezzo in vista di questo unico fine. 

Tra i mezzi usati dal capitalismo ci possono essere anche la democrazia, il libero mercato e la pace, ma non sono necessari. Lo spirito del capitalismo e dei capitalisti è pragmatico, e quindi se in una regione del Pianeta c’è democrazia e pace, usano pace e democrazia per i loro affari; ma non appena il clima politico cambia, cambiano linguaggio, alleati, mezzi, e usano guerre, dittature, dazi, populisti e populismi per continuare a perseguire il loro unico scopo. E se qualche grande potentato economico intravvede in scenari bellici e non democratici opportunità di maggiori guadagni, non ha nessun scrupolo a favorire quel cambiamento, perché, giova ripeterlo, la natura profonda di questo capitalismo non è né la pace, né la democrazia né il libero mercato, ma soltanto profitti e rendite. Ieri, e oggi. 

Pensiamo, per un grande esempio storico, all’avvento del fascismo in ItaliaNon avremmo avuto nessun ventennio fascista senza la scelta delle elites industriali e finanziarie italiane (da Agnelli a Pirelli) di usare quel gruppo di squadristi picchiatori per proteggersi dal «pericolo rosso» del comunismo. Quel capitalismo italiano (la gran parte di esso) non ebbe nessun scrupolo ad abbandonare democrazia, libertà, libero mercato e favorire l’emergere del regime fascista. Nel 1933 Mussolini dirà: «Oggi noi seppelliamo il liberalismo economico». Se e quando necessario, lo spirito del capitalismo diventa l’opposto dello spirito della democrazia, e finisce per coincidere con lo spirito bellico di conquista. Perché anche il mercato è uno dei mezzi che il capitalismo qualche volta usa, se e quando meglio serve gli interessi dei capitalisti. 

Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta lasciando le democrazie del XX secolo per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste. Ieri le paure erano quelle «rosse» (che comunque restano sempre all’orizzonte dell’Occidente), oggi sono quelle dell’immigrazione, di una globalizzazione troppo rapida, del cambiamento climatico (cui si risponde negandolo), dell’impoverimento della classe media. 

Chi ama la pace, la democrazia e il mercato civile deve sapere che sono all’orizzonte anni molto difficili, e dobbiamo attrezzarci da subito per una forte resistenza culturale.

Messaggero di Sant'Antonio

I RAGAZZI DEL NO


 Che cosa chiedono 

i ragazzi 

che hanno votato No



-di Giuseppe Savagnone 

Dalle parole ai fatti

Del significato del referendum sulla giustizia si sono date, “a caldo”, interpretazioni nettamente contrastanti. La premier Meloni ha espresso il suo «rammarico» per «un’occasione persa di modernizzare l’Italia», sottolineando però, come del resto aveva fatto fin dall’inizio della campagna referendaria, l’irrilevanza dell’esito della consultazione sulle sorti del governo. Sulla stessa linea Maurizio Lupi, segretario di Noi moderati: «Ha vinto la conservazione, ma questo risultato non avrà conseguenze sul governo». Meno ottimista qualche giornale di destra,  come per esempio «Il Foglio», che ha titolato: «Così la vittoria del No apre le porte al governo delle toghe».

Di opposto avviso la segretaria del PD, Elly Schlein, secondo cui «una maggioranza del Paese ha fermato una riforma sbagliata» e da questa consultazione referendaria «arriva un messaggio politico chiaro a Meloni e al governo». Ancora più esplicito il segretario dei 5stelle, Antonio Conte, Conte: « È un avviso di sfratto al governo».

Abbastanza diversa da quella dei leader dell’opposizione l’interpretazione di Rosy Bindi, del comitato Società civile per il No, che ha convenuto con loro sul valore politico del voto popolare, ma non  lo ha collegato alla dialettica tra i partiti di governo e quelli di opposizione – «Non chiederemo mai le dimissioni di nessuno», ha detto –  ma al rispetto della Costituzione: «Il risultato è per la Costituzione. Noi abbiamo fatto una campagna nel merito per difendere l’integrità della Carta costituzionale».

Su questo confronto verbale sono piombate però, come un uragano, le inaspettate decisioni della presidente del Consiglio che, – smentendo clamorosamente la linea da lei stessa additata, e seguita fino ad allora da tutta la destra – ha preso atto del significato politico della consultazione referendaria, costringendo alle dimissioni la capo-gabinetto del ministero della Giustizia, Giusy Bartolozzi – malgrado la strenua resistenza dello stesso ministro Nordio – e il sottosegretario dello stesso ministero, Andrea Delmastro, a cui pure la legava una lunga storia di fedele servizio, e chiedendo, infine,  pubblicamente, quelle della ministra del Turismo, Daniela Santanchè, la quale alla fine ha dovuto cedere, sia pure senza nascondere la sua riluttanza e la sua rabbia. Ma Meloni è stata inflessibile: «Da oggi non copro più nessuno, chi sbaglia paga»

Un vero e proprio terremoto politico, completato dal passo indietro – anche questa non precisamente spontaneo, malgrado le dichiarazioni dell’interessato  –  del capogruppo di Forza Italia al Senato, Maurizio Gasparri, questa volta su pressioni di un’altra donna (e si dice che il potere è nelle mani degli uomini…), Marina Berlusconi, che ha voluto al suo posto Stefania Craxi.

Legittime perplessità

Presi in contropiede, i rappresentanti della maggioranza e i quotidiani di destra hanno dovuto “ricalcolare” il loro percorso, salutando questa svolta con un coro di festeggiamenti per la capacità di “Giorgia” di eliminare le mele marce e di  inaugurare una nuova e felice  fase della vita del governo.

Senza però riuscire del tutto a coprire le domande che il comportamento della premier ha sollevato anche tra i suoi. Perché quella che voleva apparire una prova di forza si presta ad essere letta, piuttosto, come un segno di debolezza. Cacciare su due piedi ben tre importanti personaggi del governo (la Bartolozzi era in realtà la vera anima del ministero della Giustizia) è apparso a molti una scelta dettata dal panico, più che dalla fermezza.

Peggio ancora, un’involontaria ammissione di avere finora «coperto» personaggi indecenti e di essere ora costretta, proprio dall’esito referendario, a rinunciare a questo compromesso, che invece probabilmente si sarebbe perpetuato in caso di vittoria del Sì. Una conferma, insomma, che la battaglia sostenuta fino ad allora non era per garantire maggiore giustizia, ma per bloccare le inchieste sulle stanze del potere. Come del resto testimoniano le resistenze disperate dei “licenziati”, consapevoli di dover fare i conti con la legge senza più lo scudo della loro posizione privilegiata, al pari di tutti gli altri cittadini.

Senza dire, infine, che, se lo slogan “chi sbaglia paga” enunciato da Meloni dovesse essere davvero applicato, la prima a doversi dimettere, dopo questa dura sconfitta, dovrebbe essere proprio lei, la cui “discesa in campo”, una settimana prima del voto, è apparsa caratterizzata da toni “sopra le righe” e controproducenti  nei confronti dei giudici – come quando ha dichiarato che una eventuale vittoria del No avrebbe dato il via libera a «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà», fino ad arrivare a «figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco» (quando, all’indomani del referendum, La Russa ha dovuto dire, ricevendo i Trevallion, di non avere critiche da fare ai giudici).

Quanto alla sostituzione di Gasparri, è inevitabile chiedersi se sia normale che una potente imprenditrice privata possa decidere chi deve guidare il gruppo parlamentare di un partito su cui si regge la maggioranza di governo del nostro paese e cambiarlo da un giorno all’altro.

Intanto i partiti di opposizione, ringalluzziti dall’imprevisto trionfo del No – per cui in realtà all’inizio si erano spesi ben poco, timorosi di rimanere bruciati dal probabile insuccesso – hanno cominciato a discutere della prospettiva di indire primarie in vista della scelta di un leader unico nelle prossime elezioni politiche. Ma anche qui non mancano le perplessità. Perché già si vedono riaffiorare gli eterni giochi di potere tra le due principali componenti dell’eventuale “campo largo”, il PD e i 5stelle, ognuno, come sempre, più preoccupato di mantenere e accrescere il proprio peso politico che non di collaborare lealmente ad un progetto comune.

Il vero significato del referendum

Forse per capire il vero significato di questo referendum bisogna lasciare i palazzi del potere e ripartire dal dato di una partecipazione popolare senza precedenti. Circa il 59% degli aventi diritto è andato a votare, una percentuale vicina a quella delle elezioni politiche del 2022, che è stata del 631% e superiore di quasi dieci punti a quella delle elezioni europee del 2024, che è stata del 49,68%. Erano dieci anni che in Italia un referendum costituzionale non raggiungeva questo risultato.

È questo movimento dal basso che ha dato la sua netta preferenza al No, con quasi il 54%. E le analisi del voto rivelano che il picco più alto di questa partecipazione si è avuto nella generazione Z, quella dai 18 ai 28 anni, che ha registrato il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No.

Se si poi si guarda alle condizioni culturali ed economiche, si scopre che  il No ha prevalso negli ambienti più istruiti. Tra i laureati è arrivato a oltre i due terzi. Il Sì ha prevalso, invece, tra chi ha solo la licenza elementare e tra le casalinghe, mentre gli operai si sono divisi quasi equamente tra le due opzioni.

Per chi ha seguito sul campo l’andamento della campagna referendaria, questi dati non sono una sorpresa. I sostenitori del No, fin dall’indizione del referendum, spinti anche dalla brevità dei tempi, si sono mobilitati in modo capillare sul territorio promuovendo una enorme quantità di dibattitti, conferenze, manifestazioni pubbliche, che hanno coinvolto moltissime persone.

Fondamentale è stato, per questa effervescenza di iniziative, il coordinamento da parte dei comitati per il No, i più importanti dei quali sono stati quello della “Via maestra”, costituitosi sotto la spinta della società civile, e quello nato per iniziativa dell’Associazione nazionale magistrati, ma anche altri creatisi spontaneamente, come  quello “Alcide De Gasperi e Aldo Moro per il No”.

Sono stati loro, assai più che i partiti, a sollecitare l’attenzione della gente, e soprattutto dei giovani, su un problema che a prima vista si presentava, per il suo carattere estremamente tecnico, ben poco interessante e riservato a una ristretta cerchia di giuristi.

Soprattutto ai comitati per il No si deve se tanti hanno scoperto che il testo acquistava il suo significato, tutt’altro che puramente tecnico, nel contesto di una battaglia condotta per salvaguardare il cuore della nostra Costituzione, la divisione dei poteri, e consentire a quello giudiziario di continuare a tutelare, contro le pretese della maggioranza al governo, i diritti umani degli immigrati e di tutti i cittadini.

La campagna per il referendum ha così assunto quella stessa dimensione etica che avevano  avuto le grandi manifestazioni in cui, tra la fine settembre e i primi di ottobre, sono state coinvolte, in più di ottanta città italiane, centinaia di migliaia di persone di ogni età, sesso, condizione sociale per protestare contro  l’indifferenza del nostro governo, ostinatamente  filo-israeliano, di fronte ai massacri spaventosi e al disumano embargo  che hanno ucciso e affamato i civili palestinesi nella Striscia di Gaza.

Anche in quella occasione il governo e la grande maggioranza dei media hanno fatto il possibile per minimizzare e falsare il senso di questo inaudito risveglio, caratterizzato da una partecipazione che non si vedeva da diversi decenni.

La divaricazione tra la piazza e le urne elettorali

Purtroppo, però, in quegli stessi giorni l’esito delle elezioni nelle Marche e in Calabria, segnate da una bassissima affluenza alle urne e dal netto successo dei partiti di governo, evidenziava una  chiara divaricazione fra la forte motivazione etica che aveva spinto la gente a scendere in piazza e gli eventuali sbocchi politici “di sinistra”.

Un problema analogo si pone oggi. Il referendum ha dimostrato che il governo non ha, in realtà, la maggioranza dei consensi, ma chi è andato a votare contro di esso in difesa della Costituzione, non per questo tornerà alle urne quando si tratterà di appoggiare dei partiti di opposizione privi di una vera carica intellettuale ed etica.

Qui ci vuole quello che qualcuno ha chiamato «un supplemento d’anima», grazie a cui si sposti l’accento della lotta contro questo governo – amico di Trump e di Netaniahu, che si vanta di essere l’ispiratore a livello europeo di una disumana politica  di respingimento e di espulsione dei migranti, che assiste imperterrito a una diminuzione di quasi il 10% del potere di acquisto dei salari – , dal piano meramente tattico a quello culturale e morale. Francamente tra i leader attualmente in campo non si vede chi possa abbracciare un indirizzo che oggi appare una vera rivoluzione. Ma è questo che chiedono i ragazzi che sono andati in massa a votare per questo referendum. Ed è nostro compito non deluderli.

www.tuttavia.eu

Immagine

 

venerdì 27 marzo 2026

OUTDOOR EDUCATION

 

Outdoor education e cervello. 


Perché il corpo 

facilita l’apprendimento




 

Il mondo della vita è una riflessione filosofica che ha la forza di scardinare paradigmi consolidati. Tutto inizia dal corpo, dal suo essere situato, immerso in un contesto storico e culturale stratificato, abitato da simboli che diamo per scontati, da quelle “ovvietà” che, proprio perché familiari, finiscono per nascondere il loro significato più profondo. Eppure, sotto questa complessità, la vita conserva una semplicità originaria: è naturale come il respiro, essenziale come il battito, irripetibile e unica in ogni sua manifestazione.

Negli ultimi decenni le neuroscienze cognitive hanno progressivamente trasformato la nostra comprensione dei processi di apprendimento, mostrando con chiarezza che la mente non opera in modo disincarnato, isolata dal resto dell’organismo, ma è profondamente radicata nel corpo e nell’ambiente. Non apprendiamo soltanto “con la testa”, come una tradizione scolastica fortemente trasmissiva ci ha a lungo indotto a credere, bensì con l’intero organismo, attraverso un intreccio continuo tra percezione, movimento, emozione e relazione. Ogni gesto, ogni postura, ogni esperienza sensoriale contribuisce a modellare la rete neurale che sostiene il pensiero.

In questa prospettiva, l’outdoor education non può essere ridotta a metodologia alternativa o a semplice strategia motivazionale per rendere le lezioni più coinvolgenti. È, piuttosto, una proposta pedagogica che trova solide radici nelle evidenze neuroscientifiche contemporanee. Riportare l’apprendimento all’esterno, in contatto con la natura, significa restituire unità all’esperienza formativa, ricomporre quella frattura artificiale tra sapere e vita che per troppo tempo ha segnato la scuola.

Riconoscere che il corpo facilita l’apprendimento implica accettare che il cervello è un organo plastico, dinamico, estremamente sensibile agli stimoli ambientali e alla qualità delle esperienze vissute. L’ambiente naturale, lungi dall’essere uno scenario decorativo, si configura come un autentico mediatore cognitivo: attiva reti neurali complesse, stimola l’attenzione diffusa, favorisce la regolazione emotiva, sostiene processi di memorizzazione più stabili e significativi.

Imparare all’aria aperta non è dunque un ritorno romantico alla natura, ma un atto coerente con ciò che oggi sappiamo sul funzionamento del cervello. È il riconoscimento che il sapere nasce dall’incontro tra corpo e mondo, tra esperienza concreta e riflessione, e che ogni apprendimento autentico è, prima di tutto, un’esperienza vissuta.

Il corpo che pensa. Fondamenti neuroscientifici dell’apprendimento incarnato

La teoria dell’embodied cognition ha evidenziato come i processi cognitivi siano radicati nell’esperienza corporea e nella relazione con l’ambiente. Il pensiero non si sviluppa in una dimensione astratta e disincarnata, ma nasce dall’interazione concreta con il mondo, attraverso i sensi e il movimento. Ogni azione, ogni gesto, ogni esplorazione spaziale contribuisce a modellare le reti neurali che sostengono la comprensione e la memoria.

Quando uno studente osserva un fenomeno naturale, manipola materiali, misura distanze, orienta il proprio corpo nello spazio, non sta semplicemente eseguendo un compito operativo, ma sta attivando un sistema integrato che coinvolge corteccia sensoriale, aree motorie, ippocampo, corteccia prefrontale e sistemi emotivi. L’apprendimento diventa così un’esperienza globale, nella quale percezione e concettualizzazione si intrecciano in modo indissolubile.

La plasticità cerebrale rappresenta il presupposto biologico di questo processo. Le connessioni sinaptiche si rafforzano quando l’esperienza è ricca, multisensoriale e significativa. L’outdoor education, offrendo stimoli vari, imprevedibili e autentici, crea le condizioni ideali perché il cervello costruisca mappe neurali più articolate e resilienti, capaci di sostenere apprendimenti trasferibili anche in contesti differenti.

Il cervello in movimento. Neurobiologia dell’attività fisica e funzioni cognitive

Il movimento non è un elemento accessorio del processo educativo, ma una componente strutturale dello sviluppo cognitivo. Numerosi studi hanno dimostrato che l’attività fisica favorisce la produzione di fattori neurotrofici, in particolare del BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor – Fattore Neurotrofico Cerebrale) che è una proteina, appartenente alla famiglia delle neurotrofine, che sostiene la sopravvivenza dei neuroni e la formazione di nuove sinapsi. Camminare, esplorare un sentiero, svolgere attività di osservazione dinamica all’aperto non significa interrompere l’apprendimento, ma potenziarlo a livello biologico.

L’aumento dell’irrorazione sanguigna cerebrale e la maggiore ossigenazione dei tessuti nervosi migliorano le funzioni esecutive, la memoria di lavoro e la capacità di concentrazione. L’ippocampo, struttura cruciale per la memoria dichiarativa e per l’orientamento spaziale, trae particolare beneficio dalle esperienze ambientali complesse e dalla navigazione nello spazio reale. L’esperienza di orientarsi in un bosco o di organizzare un’attività cooperativa all’aperto attiva circuiti neurali che difficilmente verrebbero stimolati in un contesto statico e sedentario.

Il movimento, inoltre, produce un effetto regolativo sul piano emotivo. L’attività fisica contribuisce a modulare i livelli di cortisolo, riducendo lo stress e favorendo uno stato di attivazione ottimale. In tale condizione la corteccia prefrontale può esercitare in modo più efficace le sue funzioni di pianificazione, controllo inibitorio e flessibilità cognitiva, elementi essenziali per un apprendimento consapevole e riflessivo.

Emozione e memoria. L’esperienza che lascia traccia

Il cervello apprende in modo più duraturo quando l’esperienza è emotivamente significativa. L’outdoor education favorisce questo intreccio tra emozione e conoscenza, poiché propone situazioni autentiche, spesso caratterizzate da sorpresa, meraviglia e coinvolgimento personale. L’odore della terra dopo la pioggia, la percezione del vento sulla pelle, il suono degli elementi naturali diventano ancore sensoriali che rafforzano il consolidamento della memoria.

Dal punto di vista neurobiologico l’amigdala e l’ippocampo collaborano nel processo di consolidamento mnestico, soprattutto quando l’esperienza è carica di significato emotivo. Un concetto appreso in un contesto esperienziale ricco e coinvolgente viene codificato in modo più profondo rispetto a un’informazione ricevuta passivamente. Studiare fenomeni scientifici direttamente in ambiente naturale consente di integrare dimensione percettiva, riflessione teorica e risonanza emotiva, generando una memoria più stabile e accessibile.

Inoltre, l’emozione positiva associata all’apprendimento riduce l’attivazione difensiva dell’amigdala e favorisce un clima di sicurezza psicologica. Quando lo studente si sente parte di un’esperienza condivisa e significativa, il suo sistema nervoso si orienta verso l’esplorazione e non verso la difesa, rendendo più fluido il processo di acquisizione e rielaborazione delle conoscenze.

Attenzione rigenerativa e benessere cognitivo

Gli ambienti naturali favoriscono una forma di attenzione definita rigenerativa, caratterizzata da un coinvolgimento spontaneo e non forzato. In un contesto naturale la mente non è sottoposta a un sovraccarico di stimoli artificiali e frammentati, ma può concentrarsi in modo disteso su elementi che catturano l’interesse senza richiedere uno sforzo eccessivo.

La riduzione dei livelli di stress e la modulazione del sistema nervoso autonomo contribuiscono a ristabilire un equilibrio fisiologico che sostiene le funzioni cognitive superiori. La corteccia prefrontale, responsabile delle decisioni complesse e della riflessione metacognitiva, beneficia di questo stato di calma vigile, mostrando una maggiore efficienza nei compiti di problem solving e di pianificazione.

L’outdoor education, integrando momenti di osservazione silenziosa, attività cooperative e riflessione guidata, permette di alternare attivazione e recupero, favorendo un ritmo più armonico tra concentrazione e distensione. In tal modo, l’apprendimento non si configura come un processo forzato e faticoso, ma come un’esperienza sostenibile nel tempo.

Apprendere con tutto sé stessi. Dimensione relazionale e metacognitiva

L’apprendimento all’aperto non coinvolge soltanto la dimensione individuale, ma si sviluppa all’interno di una trama relazionale intensa. Le attività cooperative, la condivisione di compiti, la gestione dell’imprevisto favoriscono lo sviluppo di competenze socio emotive e metacognitive. Lo studente impara a osservare non solo l’ambiente, ma anche sé stesso mentre apprende, sviluppando consapevolezza dei propri processi cognitivi.

Il corpo diventa spazio di comunicazione, attraverso posture, gesti, sguardi e movimenti che costruiscono significato condiviso. In questo contesto il docente assume il ruolo di facilitatore e regista di esperienze, capace di guidare la riflessione e di trasformare l’esperienza concreta in sapere formalizzato. L’integrazione tra azione e pensiero favorisce un apprendimento profondo, nel quale teoria e pratica si alimentano reciprocamente.

L’outdoor education promuove inoltre un senso di appartenenza e di responsabilità verso l’ambiente, contribuendo alla formazione di una coscienza ecologica. La relazione diretta con la natura non rimane sul piano percettivo, ma si traduce in consapevolezza etica, rafforzando la dimensione valoriale dell’educazione.

Tuttoscuola


 

MORTE O RESURREZIONE ?

 

Si avvicina la Pasqua

 e trasfigura

 la morte in risurrezione


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella V domenica di Quaresima (anno A)

Ez 37,12-14; Sal 129/130; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

-         di  Massimo Naro 

Il cammino quaresimale è ritmato da varie anticipazioni della Pasqua: episodi evangelici che prefigurano il passaggio alla vita nuova fra le strettoie della morte, quest’ultima simboleggiata di volta in volta dalla fame, dalla sete, dalla paura, dalla cecità o da altre malattie e fragilità. Insomma: da tutto ciò che definisce la debole e povera condizione umana. Così a partire dalle tentazioni che Gesù affronta nel deserto, passando attraverso la teofania sul Tabor, l’incontro con la samaritana e la guarigione del cieco nato, fino a giungere alla risurrezione di Lazzaro, morto e sepolto da quattro giorni, di cui narra l’odierna pagina giovannea.

La morte di Lazzaro è presentata con il pietoso e – al contempo – crudo realismo che pertiene a ogni morte umana. La morte delude le nostre speranze, sancisce la fine della vita, ci sprofonda nella tomba, corrompe e dissolve il nostro corpo, semina il dolore nel cuore di chi sopravvive ai defunti. La morte puzza, ci ripugna, ci spaventa, ci intristisce. Anche la morte di Lazzaro, giacché non è morte apparente: è verissima e, in quanto tale, tragica. Gesù ne avverte l’urto emotivo non meno di Marta e Maria: vedendone il volto solcato dalle lacrime, si commuove a sua volta e scoppia a piangere. Egli partecipa della maniera umana di conoscere la morte, di rapportarsi con essa. E ne sperimenta gli effetti psicologici e spirituali (nel greco del quarto evangelista l’espressione che ne descrive la profonda commozione è enebrimḗsato tô pneúmati, restò scosso nello spirito). Davanti al sepolcro sigillato e di fronte alla pena di Marta e Maria, incontra la morte di Lazzaro come una premessa della morte che dovrà lui stesso subire di lì a poco.

Tuttavia Gesù conosce pure un altro profilo della morte. E intrattiene con essa un rapporto che a tutti gli altri rimane ancora precluso. Ai suoi occhi morire al modo di Lazzaro – oppure al modo della figlia di Giairo in Mc 5,39 e Mt 9,24 – equivale ad addormentarsi, come dice ai suoi discepoli senza esser da loro compreso. E di conseguenza il suo intervento nei confronti dell’amico morto – davvero deceduto, decaduto dalla vita sul serio, non per finta – sarà come risvegliarlo. Così la risurrezione di Lazzaro diventa un ulteriore “segno” – il più esplicito – della Pasqua di cui Gesù, Crocifisso-Risorto, sarà protagonista.

D’altronde, la morte descritta come sonno e la risurrezione promessa come risveglio, non sono un espediente retorico. Sonno e risveglio non sono i termini gentili di un linguaggio metaforico, teso a imbellettare il volto terribile della morte umana. Esprimono, piuttosto, l’intima e misteriosa consapevolezza di Gesù che la morte di Lazzaro differisce comunque in qualcosa rispetto alla morte con cui egli stesso dovrà confrontarsi. È differente non perché meno reale, o meno drammatica, o meno eroica. La morte di Lazzaro è proprio la morte di ogni essere umano, la stessa che travolgerà il Messia, ho erchómenos («il veniente», come Marta definisce Gesù, usando la medesima parola che ricorre in Ap 1,4 per tradurre in greco il Tetragramma ebraico di Es 3,14: Yhwh, «Colui che è, che era e che viene»). Ma la morte cui si sobbarcherà Gesù ha un’altra portata, è di più: porta al culmine la pienezza dei tempi, fa scoccare l’ora, è il compimento della storia intera («Tutto è compiuto»: Gv 19,30). È sì la morte di Lazzaro e di ogni altro essere umano. Ma è inoltre la morte accettata dal Figlio di Dio, da chi impersona l’Esserci divino, da «Colui che è qui: che è, che era e che viene».

Di conseguenza la risurrezione (il risuscitamento) di Lazzaro non è ancora la risurrezione di Gesù. È certamente un fatto straordinario. Ma non è lo stesso evento radicale in cui consiste la risurrezione del Cristo: non ne ha l’energia metafisica, l’intensità esistenziale, la gittata cosmica. Pur essendo un “segno” di salvezza, non è la salvezza.

Nella pagina evangelica sono disseminati alcuni indizi che ce lo fanno intuire. Si pensi alla constatazione addolorata con cui prima Marta e poi Maria danno l’impressione di voler rimproverare Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». Frase controversa, questa, perché invoca il Signore – ho Kýrios, traduzione greca dall’ebraico anticotestamentario Adonai – mentre pur mette in forse che colui al quale essa è rivolta impersoni veramente “Chi c’è”, l’Esserci di Dio: la morte di Lazzaro fa da velo alla Presenza (e in questo sta la sua concretezza). E si pensi all’ironia rassegnata con cui Tommaso accoglie la decisione di Gesù di tornare in Giudea – dopo essersene andato, mettendosi al riparo dal rischio della persecuzione – per andare a Betania, a pochi chilometri da Gerusalemme: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Affermazione profeticamente ispirata, quest’altra, poiché la Pasqua di Gesù rivelerà che per risorgere a nostra volta dovremo morire con lui, della sua stessa morte. Infatti, è lui solo che supera la morte, è lui solo che risorge. E noi risorgiamo veramente soltanto partecipando della sua singolare risurrezione, come pure della sua singolare morte. Paolo, nel suo epistolario, lo spiega a più riprese, annunciando che risorgiamo allorché con Cristo Gesù con-moriamo e con lui siamo con-sepolti (Rm 6,4 e Col 2,12), a lui resi solidali in virtù del suo Santo Spirito, come si legge anche nella seconda lettura di oggi: «E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi». Si adempie così la profezia di Ezechiele che risuona nella prima lettura: «Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete».

Occorre disambiguare la morte e la risurrezione, per comprenderne tutta la valenza salvifica quando esse sono riesperite a partire da Cristo Gesù e in vista di lui. Considerare debitamente lo scarto che sussiste tra il nostro punto di vista e quello del Maestro di Nazareth è un necessario esercizio ermeneutico, un fondamentale discernimento spirituale. Torna utile per capire il sensus plenior, il significato più pieno e completo, del dirsi di Dio a noi in Cristo Gesù. Vogliamo rintracciare un esempio emblematico, nella stessa pagina che racconta la risurrezione di Lazzaro? Si pensi a due frasi che vi riecheggiano: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro», annota dapprima l’evangelista, riferendo quel che il Signore prova verso i suoi tre amici di Betania. Qualche versetto dopo, riportando l’opinione popolare, scrive: «Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”». Due versetti in cui – nella traduzione italiana – ricorre il verbo “amare”, apparentemente sempre uguale. Ma amare al modo di Gesù (agapân, voce verbale greca che compare nel primo caso) non si riduce ad amare alla maniera di un amico (phileîn, voce verbale adoperata nel secondo caso): benché includa l’amore amicale, l’amore agapico rappresenta la misura più alta – divina – dell’amare, di cui Gesù è umile testimone, disposto nondimeno a chinarsi fino ai livelli più bassi. Il dialogo tra il Risorto e Pietro attorno alla brace sulla spiaggia di Tiberiade ne è la riprova più eloquente.

La chiave di lettura per disambiguare la morte e la risurrezione è la fede: «Gesù disse [a Marta]: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». È un interrogativo rivolto anche a noi.

www.tuttavia.eu

 

 

SIGNORI O FIGLI ?

 


 Nessuno di noi ha creato la vita che ha, e questo comporta due modi di starci dentro: la paura di essere fondati sul nulla e quindi la volontà di impadronirsene (e tre sono le “P” che danno l'illusione di questo infinito: piacere, possesso, potere), oppure la gratitudine di averla ricevuta e quindi la volontà di restituire il dono (i talenti )

- di Alessandro D’Avenia

In un tema dato ai miei studenti, ispirato al racconto di Platone secondo cui le anime scelgono il proprio destino prima di dimenticare tutto e incarnarsi, ho chiesto loro di immaginare di entrare in un negozio misterioso, dall'insegna “Vite possibili”, ingombro di oggetti di tutti i tipi, a ciascuno dei quali corrisponde una vita: pazza, imprevedibile, tranquilla, appassionata, rischiosa...

 Avrebbero potuto scegliere un oggetto e provare per qualche minuto quella vita. Mi sono divertito a leggere i loro sogni di futuro incastonati in un simbolo. Uno di loro racconta di aver scelto una riproduzione di Guernica di Picasso ed essersi prima ritrovato a vedere e sentire il dolore che la guerra provoca agli innocenti, e poi di aver incontrato una donna con un bambino in braccio, ignara di che cosa significhi la parola guerra, perché in quella “vita possibile” la guerra non esiste. È solo l'utopia di un quattordicenne bombardato dalla cronaca di un mondo in fiamme a causa dei suoi leader, e di fronte al quale si sente impotente come molti di noi? Mi è allora venuto in mente il libro che darò loro a breve nel percorso di letture alla scoperta dell'adolescenza: “Il Signore delle Mosche” (1954) del premio Nobel inglese William Golding (trasposto di recente in una bella quanto angosciante serie dallo stesso autore della miniserie Adolescence), che narra l'origine di ogni guerra, micro e macro. 

 «Prima della Seconda guerra mondiale credevo nella perfettibilità dell’uomo in società; che una corretta struttura sociale avrebbe prodotto buone intenzioni; e che quindi una sua riorganizzazione avrebbe potuto eliminare tutti i mali della società. Forse oggi credo di nuovo in qualcosa di simile, ma dopo la guerra non ci riuscivo più. Avevo scoperto ciò che un uomo può fare a un altro uomo... azioni compiute, con grande abilità e freddezza, non da cacciatori di teste o da una tribù primitiva, ma da uomini istruiti, dottori, avvocati, da persone con una tradizione di civiltà alle spalle, a esseri umani come loro... Chiunque sia vissuto in quegli anni senza capire che l’uomo produce il male come l’ape produce il miele è cieco o pazzo... Allora credevo che l’uomo fosse malato, non parlo dell’anomalia, dell’eccezione, bensì dell’uomo comune. Ritenevo che l’umanità fosse affetta da una malattia morale, e che il meglio che potessi fare fosse identificare il collegamento tra la sua natura malata e il caos internazionale in cui si era cacciata», parole adatte alla situazione attuale e che Golding scriveva negli anni '60 in un saggio divenuto la postfazione al romanzo, riferendosi agli orrori della guerra vissuta in prima persona, per spiegare le circostanze del capolavoro il cui titolo gli fu suggerito dal poeta T.S.Eliot, perché “Signore delle Mosche” (Baal Zebub, da cui Belzebù) è il nome biblico di Satana.  

Il libro narra la storia di un gruppo di preadolescenti di una scuola maschile inglese che, precipitati su un'isola paradisiaca del Pacifico dopo un incidente aereo al quale non scampa nessun adulto, devono organizzarsi per sopravvivere. Gli esiti sono sconvolgenti. Golding, maestro elementare, si era ispirato a un episodio scolastico: aveva diviso la classe in due gruppi per farli dibattere su un argomento ed era uscito dall'aula. In sua assenza i ragazzini invece di dibattere avevano cominciato a combattere... “Il Signore delle Mosche” uscì nel 1954, lo stesso anno in cui in Inghilterra fu dato alle stampe un titolo simile: “Il Signore degli Anelli” di J.R.R.Tolkien. Elaboravano entrambi il dramma della guerra e la stessa domanda: da dove viene la guerra? Dal potere. E il potere? Per i due scrittori, con accenti molto diversi, il male viene dalla condizione umana: gli animali non fanno la guerra. Perché noi sì? Non ci siamo dati la vita da soli ma l'abbiamo ricevuta, e quindi radicale in noi non è la malvagità né la bontà, ma la precarietà. Il sapere di non essere all'origine della vita ci rende affamati di pienezza: non lottiamo per la sopravvivenza della specie (logica vorrebbe infatti non fare guerre potenzialmente fatali per la specie), ma per sentirci potenti: Signori. Una condizione che, credenti o no, la Genesi narra nel racconto di Adamo ed Eva, che rappresentano l'Umanità e l'Umano di fronte alla vita. Mangiare dell'Albero della conoscenza del bene e del male (il desiderio di pienezza totale, autonoma e definitiva) è diventare Dio, essere l'origine della propria vita: il divieto di mangiarne non è una puerile negazione della marmellata nascosta in alto ma segna, in un'immagine, la distinzione creatore-creatura, valicabile solo a gran prezzo: ritrovarsi “nudi” di fronte alla verità. La teologia cristiana definisce questo tentativo “peccato originale” (il serpente dice “Se mangerete dell'albero diventerete come Dio”), che è in realtà una “impotenza originaria”, cioè la condizione di ogni uomo, che deve scegliere se accettarsi creatura o farsi creatore.  

 Nessuno di noi ha creato la vita che ha, e questo comporta due modi di starci dentro: la paura di essere fondati sul nulla e quindi la volontà di impadronirsene (e tre sono le “P” che danno l'illusione di questo infinito: piacere, possesso, potere), oppure la gratitudine di averla ricevuta e quindi la volontà di restituire il dono (i talenti di cui narravo la scorsa settimana). “In Adamo ed Eva c'eravamo anche noi” mi sentivo dire al catechismo, ma non mi convinceva perché io non c'ero, poi capii che significava “sei come loro”, partecipi al dramma umano: impadronirsi della vita o trasmetterla? Qui è il discrimine, a ogni livello, tra male e bene: il primo è l'esito della paura, “non hai la vita, prenditela” (il frutto dell'albero); il secondo viene dalla riconoscenza, “ringrazia di averla ricevuta, passala” (gli alberi del racconto sono due, l'altro è l'Albero della Vita, a cui l'uomo ha invece libero accesso: la vita è gratuita).  

 In questi giorni pre-pasquali viene ripetuto che Cristo “libera l'uomo dal peccato”. Che vuol dire? Non che lo rende impeccabile, ma che gli rende visibile (egli si dice “il Figlio”) e amabile (“Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza”) la condizione umana: sei figlio, creatura che ha ricevuto la vita, allora vivi e lotta perché gli altri vivano. “Togliere il peccato” significa quindi prima spezzare l'illusione di poter uscire dalla condizione creaturale eliminando la precarietà radicale che ci terrorizza (a questo erano già arrivati i Greci con la hybris, l'eccesso di chi nega la propria condizione mortale), e poi restituire le energie creative sprecate a impadronirsi della vita (il transumanesimo tecnologico, gli abusi sui bambini, le spropositate ricchezze economiche di pochi e a scapito del creato sono la versione attuale delle tre “P” e di questa pretesa), e impegnarle per crescere, creare, fiorire, a beneficio di tutti.  

Nei libri di Golding e Tolkien fa il male chi dimentica o nega la sua mancanza radicale, non si riconosce dato alla vita, “figlio”, e vuole darsi la vita da solo, essere “signore”, ma, non avendo l'energia di un creatore, per sentirsi tale sottrae la vita agli altri e al mondo. Per questo abbiamo inventato il diritto, limite agli eccessi di potere e custodia della libertà personale. Quelli che sembrano libri di avventura per ragazzi sono scomode descrizioni dell'uomo bellico: non verrà il mondo in cui il male e quindi la guerra saranno eliminati del tutto, perché non ci affrancheremo mai dalla nostra condizione di creature, condizione che comporta il dramma della scelta tra la via della paura e quella della riconoscenza, tra male e bene, tra il potere (sostantivo) sulla vita e il potere (verbo) dare la vita.  

Signori o figli? Quello che possiamo fare è educare a riconoscere e amare la nostra condizione fragile, cosa che porta alla cura del mondo e degli altri, e conviene alla specie e al singolo. 

E poi unirsi per non permettere ai Signori delle mosche o degli anelli di intimorirci e sottometterci.

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine

SEGUITE LE ORME DEL RISORTO

LA 

GIOIA 

PERFETTA



- di Vincent Dollmann

 La Liturgia della Parola di Dio durante la Veglia Pasquale ci invita a meditare sull'opera di Dio nel corso della storia, affinché possiamo sperimentare meglio la gioia della sua presenza. 

Il suo amore appassionato per il popolo chiamato dalla schiavitù in Egitto si manifesta pienamente in Gesù. 

Attraverso la morte e la risurrezione di Gesù, Dio ha inviato il suo Spirito d'Amore per raggiungere l'umanità in modo straordinario, offrendole la sua intimità in un rapporto di cuore a cuore che trascende l'amicizia che due persone possono sperimentare.

È a questo dono inestimabile che partecipiamo nel Battesimo, come sottolinea san Paolo: «Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (Romani 6,11).

Così, illuminati dalla meditazione sulla Sacra Storia, possiamo accogliere la chiamata della benedizione pasquale al termine della celebrazione: «Seguite ora le orme del Risorto. Seguitelo ora nel suo Regno, dove finalmente possederete la gioia perfetta».

+ Vincent Dollmann

Arcivescovo di    Cambrai, Assistente Ecclsiasticio UMEC-WUCT