sabato 7 febbraio 2026

SALE E LUCE

 


VOI SIETE IL SALE DELLA TERRA 

 e 

LA LUCE 

DEL MONDO

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli».

Non suonano come un comando queste parole di Gesù, Lui non ci dice di sforzarci di diventare sale e luce della terra, ma che già lo siamo: oggi Gesù ci rivela chi siamo veramente, ci svela una verità già tutta presente dentro di noi.

A loro, a noi, gente così piccola e imperfetta da mescolarsi nell’insignificanza di ogni giorno, Gesù dichiara quel che già siamo: voi siete il sale, voi siete la luce. Quel sale che si scioglie e scompare per dare sapore e quella luce che permette di vedere le cose e il mondo siamo davvero noi. Increduli ascoltiamo queste parole: com’è possibile che, nascosto in noi, ci sia qualcosa capace di dar gusto, di impedire alla vita di andare a male e di corrompersi? E qualcosa che impedisca alla speranza di spegnersi, di illuminare il cammino? Ma sei proprio sicuro, non ti starai sbagliando Gesù? A me sembra invece, troppe volte, di camminare per le strade di un mondo insipido e buio, anzi gelido e che mi porti dentro quello stesso gelo e quello scialbo disgusto delle cose che rende insulso ogni momento.

Eppure, sembra proprio certo Gesù che quella ricchezza sia in noi e che il solo nostro compito sia di lasciarcene attraversare senza sciuparla, senza inaridirla. Lo sento ancora ripetermi «il mondo ha bisogno di te per non perdere sapore, per non restare al buio. Non parlo di qualcuno di speciale, ma di te, così come sei». Non mi chiede gesti eroici o di aggiungere qualcosa che non posseggo, ma mi invita a non sottrarmi, a non nascondere e spegnere quel che in me è vivo. Mi chiede di non contribuire al buio.

Senza aver paura della mia piccolezza: il sale è piccolo, ma basta; e senza temere la mia fragilità: la luce trema, ma illumina. 

Piccole cose, come un pugno di sale e una fiammella cambiano la vita, cambiano il mondo: basta una lampada accesa e gli spigoli diventano visibili, i volti riconoscibili, le strade percorribili; basta un granello di sale e già cambia il sapore del cibo e diventa più buono e appetitoso.

 Il mondo non ha bisogno di eroi rumorosi, ma ha bisogno di gusto, ha bisogno di luce.

 Questo ci affida oggi Gesù, una responsabilità piccola e immensa che sta tutta nelle nostre mani: essere sale quando il mondo ci invita a diventare insipidi, essere luce quando è più comodo spegnersi.

Perché basta così poco.

 Un granello di sale, una lampada accesa.

E il gusto ritorna e il buio arretra.

(Letture: Is 58,7-10; Sal 111; 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16.)

www.avvenire.it

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OLIMPIADI. VALORI E REALTA'

 


Le Olimpiadi invernali

 fra 

valori e realtà

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di Giuseppe Savagnone 

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Le Olimpiadi nascono per unire

«Le Olimpiadi nascono per unire, non per dividere. Il Comitato Olimpico Internazionale ha più volte ribadito che lo sport deve restare uno spazio neutrale, fondato su rispetto, dialogo e convivenza pacifica. Inserire criteri politici nella partecipazione degli atleti significa minare uno dei pilastri fondamentali del movimento olimpico (…). La funzione delle Olimpiadi non è giudicare i governi, ma offrire agli atleti un terreno di confronto leale e universale».

Queste parole, del blog israeliano (ma in lingua italiana) «Israele 360», riassumono bene lo spirito olimpico, che in questi giorni molti esponenti della politica e del giornalismo hanno fatto a gara ad evocare, ricordando come le origini di queste manifestazioni si possano fare risalire all’antica Grecia, dove esse comportavano la sospensione di tutte le attività belliche.

In un mondo ultimamente martoriato da aspri conflitti politici e militari, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina rappresentano agli occhi di molti una bella occasione per riscoprire, in nome del valore universalmente umano dello sport, ciò che unisce gli abitanti del nostro pianeta, mettendo finalmente da parte, almeno in questi giorni, ciò che li divide.

Occupati a celebrare queste ottimistiche prospettive, i quotidiani del 5 febbraio, alla viglia dell’apertura dei giochi olimpici, hanno – con la sola eccezione di «Avvenire» – dimenticato di ricordare, nelle loro prime pagine, che proprio in quel giorno scadeva il trattato New START tra Stati Uniti e Russia, pilastro del controllo degli armamenti nucleari, che stabiliva dei limiti allo sviluppo incontrollato dei due più grandi arsenali nucleari del mondo. È stato papa Leone a chiedere che non lo si lasci cadere senza tentare neppure di sostituirlo con accordi equivalenti. Ma non sembra che il suo appello – unica voce concretamente in linea con la logica della pace olimpica – sia stato ascoltato. 

Non è l’unica perplessità di fronte al quadro ideale rappresentato da «Israele 360». Ce n’è una che riguarda proprio l’ammissione ai Giochi Olimpici dello Stato ebraico.  L’ondata di proteste svoltesi in molti paesi europei per la spietata violenza dell’esercito di Tel Aviv nella Striscia di Gaza si era rivolta anche contro la partecipazione degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Parigi e di Milano-Cortina. A questo era stato risposto che «lo sport deve restare uno spazio neutrale».  

E tuttavia è un dato di fatto che non tutti i paesi sono rappresentati. Gli atleti di Russia e Bielorussia sono stati esclusi dalle qualificazioni, coerentemente con la linea seguita dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO) fin dal 2023, dopo l’invasione dell’Ucraina e che ha impedito loro di partecipare anche alle Olimpiadi di Parigi nell’estate del 2024. Un’esclusione che non li ha riguardati solo come squadra ufficialmente rappresentativa dei loro rispettivi paesi, ma in quanto singoli che avessero voluto gareggiare a titolo semplicemente personale come «atleti neutrali».

Invece, alla fine dell’ottobre scorso, il CIO ha confermato che Israele avrebbe potuto partecipare. Il direttore esecutivo, Christophe Dubi, ha spiegato: «Il caso è diverso da quello di Russia e Bielorussia. Su Israele e Palestina è un caso speciale perché abbiamo due Comitati Olimpici nazionali e entrambi ottemperano alla Carta Olimpica». Una linea ribadita da Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano-Cortina 2026, che ha precisato: «Attenzione, non stiamo parlando dei governi di quei Paesi, ma stiamo parlando dei Comitati Olimpici».

E in effetti, nel 2023, il CIO ha deciso di sospendere il Comitato Olimpico russo per violazione della Carta Olimpica, dopo «la decisione unilaterale di includere, tra i suoi membri, le organizzazioni sportive regionali che sono sotto l’autorità del Comitato Olimpico Nazionale dell’Ucraina (vale a dire Donetsk, Kherson, Luhansk e Zaporizhzhia)», decisione che «costituisce una violazione della Carta olimpica perché viola l’integrità territoriale del Comitato Olimpico dell’Ucraina, come riconosciuto dal CIO in conformità con la Carta Olimpica».

Il problema, dunque, non riguarderebbe la politica, ma la conformità dei rispettivi Comitati olimpici alle regole stabilite dalla Carta olimpica. Mentre quello di Israele non la viola, quella di Russia e Ucraina lo fa, includendo arbitrariamente le organizzazioni sportive delle regioni sottratte con la forza all’Ucraina.

Sport e politica

Sembrerebbe tutto chiarito. Senonché, se si dà uno sguardo alla storia delle Olimpiadi, si scopre che in passato – e scegliamo solo i casi verificatisi dopo la seconda guerra mondiale – l’esclusione di  alcuni Stati non è stata dovuta alla regolarità o meno dei loro Comitati Olimpici, ma alla loro politica. Nelle Olimpiadi estive del 1948, tenutesi a Londra, non furono accettati gli atleti di Germania e Giappone a causa del ruolo di questo Stati nella Seconda guerra mondiale. E il Sudafrica è rimasto escluso dai Giochi Olimpici dal 1964 al 1992 a causa della segregazione razziale imposta dal regime dell’apartheid.

Se ora Israele viene dichiarato, come abbiamo visto, «un caso speciale», ciò significa che in questo caso si decide di prescindere, a differenza che in passato, dalla realtà politica. Come del resto teorizzava il blog israeliano che abbiamo citato all’inizio: «Inserire criteri politici nella partecipazione degli atleti significa minare uno dei pilastri fondamentali del movimento olimpico». Perché «la funzione delle Olimpiadi non è giudicare i governi, ma offrire agli atleti un terreno di confronto leale e universale».

Anche volendo dimenticare che in passato non è stato così, non si può sfuggire alla sensazione che, così intesa, questa pace olimpica sia un modo per sfuggire alla realtà, o, peggio ancora, per nasconderla. Perché, in questa ricostruzione dell’universalità creata dallo sport, tutti sono buoni (tranne i russi e i bielorussi).

In questo modo la legge dello sport – basata sulla Carta Olimpica – diventa  un alibi per ignorare la  sistematica violazione di quella  che finora aveva regolato le reali relazioni  tra i popoli, che è il diritto internazionale, sostituito oggi apertamente dalla legge del più forte. Il riferimento ai Comitati Olimpici non può far dimenticare che questi Comitati sono a loro volta espressione dei loro rispettivi governi, con il loro ruolo nella costruzione o nella distruzione della pace di cui le Olimpiadi vogliono essere il simbolo.

La stella insanguinata

Il caso dei Israele è un esempio evidente. Davvero si può considerare realizzato il compito dei Giochi Olimpici di realizzare «uno spazio neutrale, fondato su rispetto, dialogo e convivenza pacifica», quando a celebrare questi valori ci sono rappresentanti di un paese il cui primo ministro è stato condannato dalla Corte Penale Internazionale per «crimini contro l’umanità» e giudicato da una autorevole Commissione indipendente dell’ONU colpevole di «genocidio»?

Davvero si possono accogliere come esempi di sportività, da additare ai giovani,  atleti che gareggiano sotto una bandiera insanguinata dalla strage di decine di migliaia di donne e bambini innocenti, secondo l’accusa mossa non da fanatici antisemiti, ma da moltissimi che la condannano, sia dall’interno dello Stato ebraico sia dal mondo della diaspora? Si può chiudere gli occhi su ciò che sta accadendo, malgrado la tregua, a Gaza e in Cisgiordania, dove, con spietata sistematicità che ricorda lo stile dei nazisti, l’esercito israeliano, sventolando la stella di Davide, sta continuando ad uccidere, ferire, affamare e assiderare le persone e a distruggere le loro case spianandole con i bulldozer?

Nell’antica Grecia le Olimpiadi comportavano l’effettiva interruzioni delle operazioni militari. Noi rischiamo di evocare con commozione questo passato fingendo di non sapere che oggi i violenti continuano a esercitare indisturbati la loro violenza, con la nostra silenziosa complicità.

Il caso degli Stati Uniti

Ma la domanda si può porre anche nei confronti degli Stati Uniti, che non solo hanno sostenuto Israele in queste stragi di innocenti, ma hanno a loro volta inaugurato, da quando Trump ha ricevuto il secondo mandato, uno stile politico che ha sconvolto tutte le regole etiche e giuridiche fino a questo momento ritenute indiscutibili e che è basato sul principio che il diritto coincide con la forza.

Alle Olimpiadi di Milano-Cortina l’ospite d’onore è J.D. Vance, il vice di Trump, che ha più volte sostenuto con convinzione la legittimità della politica sia estera che interna del presidente. In nome dei valori olimpici si celebra una persona che ha difeso il diritto degli Stati Uniti di impadronirsi del petrolio di un paese vicino, il Venezuela, definendo questa operazione tipicamente coloniale una “liberazione”, anche se in realtà quello che si voleva e che si è ottenuto non è l’avvento di un regime democratico – come si illudeva la leader dell’opposizione a Maduro e premio Nobel per la pace Machado – , ma il mantenimento del vecchio sistema di potere, purché disposto alla totale sottomissione nei confronti degli Stati Uniti.

Vance è anche colui che ha difeso senza esitazione i metodi dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), la famigerata Agenzia per l’immigrazione di cui abbiamo visto con i nostri occhi, grazie ai filmati trasmessi da tutte le televisioni, l’inaudita brutalità nei confronti non solo dei poveri immigrati, ma degli stessi cittadini americani, due dei quali, a Minneapolis, nel Minnesota, sono stati uccisi a sangue freddo per strada sotto gli occhi inorriditi dei passanti. Da qui la rivolta della popolazione di questo Stato, che ha manifestato per giorni la sua rabbia  e la sua indignazione di fonte ai metodi criminali dell’Agenzia.

Anzi, a scortare lui e la delegazione statunitense ci sono proprio agenti dell’ICE, tra le proteste di molti che ritengono inaccettabile la loro presenza sul territorio italiano. Il governo, data la massiccia impopolarità che le ultime vicende di Minneapolis hanno guadagnato all’ICE, si è  trovato in evidente imbarazzo. Nell’informativa alla Camera, il ministro si è difeso  dalle accuse dicendo: «Stiamo parlando di una polemica completamente infondata», perché «l’ICE non svolge e non potrà mai svolgere attività operative di polizia sul nostro territorio nazionale».

Resta il fatto che, questa giustificazione del governo sul piano giuridico, non risolve affatto la questione sul piano simbolico. Che un corpo di polizia straniero dedito sistematicamente alla violenza più cieca, soprattutto verso le persone inermi, fino ad assassinarle gratuitamente,  non possa esercitare la sua brutalità anche sul nostro territorio è scontato. Ma la sua presenza è una conferma del fatto che lo spirito olimpico, esaltato dalla retorica istituzionale, è contraddetto dalla realtà.

In questo tempo devastato dalla crisi di tutti i criteri etici che un tempo – anche se spesso trasgrediti di fatto (ma di nascosto) – erano, in linea di principio, il punto di riferimento della politica, il pericolo è che la celebrazione dei valori dello sport scada nella pura e semplice retorica e finisca per fornire una implicita legittimazione a comportamenti pratici dei governi che invece devono indignarci.  

Se non vogliamo dar ragione a chi in queste Olimpiadi vede solo un business miliardario e desideriamo davvero farne un punto di partenza per una svolta, non trasformiamo questa bella esperienza di impegno, di generosità e di lealtà in un regno delle fate, ma prendiamone spunto per chiedere alla politica di ritrovare questa dimensione di umanità.

www.tuttavia.eu

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LA LIBERTA', RESPIRO DELL'UOMO


 ESSERE

 o 

DIVENIRE?





Givone e Postorino portano avanti un intenso dialogo sul senso

 inteso come irruzione che sospende alcuni processi storici

 passando da diversi concetti 

come il predominio del divenire sull’essere

 

 -di SERGIO GIVONE - FRANCESCO PATORINO

La domanda sul senso è l’irruzione di un istante che sospende i processi storici e ci pone a tu per tu con l’ignoto. Una domanda che raggiunge il suo dramma e splendore nell’ora più acuta di ogni crisi esistenziale. Ogni epoca vi ha fatto i conti: come nel passaggio dal mito alla ragione, dall’ancien régime alla Rivoluzione francese o all’indomani del secondo conflitto mondiale. E ora? Dal Covid in poi navighiamo nel buio e tuttavia, per la prima volta, non si sente il bisogno di esprimere quel grido.

Forse perché il Divenire, dopo aver vinto più di un secolo fa la partita contro l’Essere, pare che adesso sia diventato il «tutto scorre». Un’espressione che Eraclito non ha mai pronunciato e che il nostro tempo inizia a sperimentare cogliendoci di sorpresa. Se tutto scorre, si fatica a coltivare il brivido della sospensione, che poi è la linfa del vivere.

Sergio Givone È vero: oggi il divenire sembra averla vinta sull’essere. Questa, come direbbe Severino, è la fede dei moderni, la fede di chi in realtà non crede più in nulla, perché crede solo nel nulla. Crede cioè che le cose vengano fuori dal nulla e finiscano nel nulla. Non potrebbe esserci follia più grande, sia che ci professiamo cristiani o neo-pagani o non professiamo alcunché. Anche da questo punto di vista Nietzsche ha interpretato quello spirito della modernità che è lo spirito del nichilismo. Vedi la parodia che Nietzsche ha fatto dell’incipit del Quarto Vangelo: Am Anfang war der Unsinn, In principio era il Nonsenso. Come potrebbe qualcosa avere senso, valore, consistenza, se non c’è cosa che non sia destinata a scomparire, a dissolversi, a perdersi?

Sia il nichilista Nietzsche sia l’antimoderno Severino rivelano una profonda nostalgia per il cristianesimo. Non è il cristianesimo la religione che ha tenuto insieme il tempo e l’eterno? E che ha concepito la vita eterna come tutt’uno con la vita mortale? Vita eterna è la vita dell’uomo che muore. “Tu stasera sarai con me in Paradiso…”. Eppure i due filosofi mostrano, nei confronti del cristianesimo, avversione e sospetto. Accusano il cristianesimo di aver tradito la vita. Di aver ribaltato la vita, che è mortale, in una eternità fuori del mondo e puramente illusoria (Nietzsche). Di aver precipitato la vita, che è eterna, nel tempo e nella follia del divenire (Severino). E se invece cercassimo nel cristianesimo una risposta sia a Severino sia a Nietzsche?

F.P. Berdjaev non avrebbe dubbi sul bisogno di camminare all’interno della cornice cristiana, anche se precisava che solo mediante un’inedita libertà sarebbe possibile avvicinarsi al mistero. Si tratta, nel suo caso, di una libertà spirituale che trae origine dal Nulla sfuggendo all’ousia e più in generale all’Essere (greco o moderno). Ora, la questione sull’Essere mi pare più complessa di quanto lasciasse intendere il filosofo russo nel secolo scorso, eppure resta l’importanza del suo invito provocatorio: la riscoperta della libertà!

Di primo acchito si può pensare che oggi, dinanzi alla già accennata cavalcata del Divenire, sia più facile “essere liberi”; tuttavia, non bisogna dimenticare che il nostro tempo è ricco di paradossi. Agamben, nella sua lettura di Foucault, sostiene che i «dispositivi», ovvero la rete eterogenea che plasma l’esistenza in una determinata epoca, sono aumentati a tal punto che ormai ogni istante sarebbe viziato in partenza. Quindi, da un lato, la fluidità e consumazione di ogni cosa, e dall’altro nuove forme di controllo che frenano quel desiderio spirituale. Se è così, che ne è del mio esistere?

S. G. Che l’esistenza appaia condizionata in ogni suo aspetto e prigioniera degli apparati da cui è assediata, è un dato di fatto. Per comprendere questa «situazione », come Sartre la chiamava, non è necessario scomodare Foucault o sottolineare la profonda ambiguità della rete e dei vari dispositivi informatici, cioè degli strumenti ai quali facciamo ricorso credendo di poterne disporre mentre veniamo assoggettati ad essi. Già Platone nel mito di Er (X della Repubblica) mostrava come la vita degli uomini sia in tutto e per tutto predeterminata, eppure tale che noi dobbiamo renderne conto a chi ci giudicherà dopo la nostra morte. Insomma, noi portiamo la responsabilità del nostro stesso destino. Com’è possibile una cosa del genere? Prima di potersi incarnare, l’anima dell’uomo è chiamata a fare la sua scelta e a decidere quale corpo e quale tipo di vita saranno i suoi. Fatta la scelta, di cui poi si dimenticherà, l’anima viene imprigionata in un corpo e quindi precipitata in una dimensione di necessità. Ma si è trattato di una scelta. Alla radice c’è un atto di libertà. E quindi all’anima (o alla coscienza) non resta che assumersi la responsabilità delle sue azioni. Responsabilità di tutto ciò che fa (o non fa) nei confronti di tutti. Come si vede, una risposta plausibile alla domanda “che ne è del mio esistere?” è già qui, nel mito raccontato da Platone.

Prima di essere una questione politica, come sembra credere, ad esempio, Foucault e con lui Agamben, la libertà è una questione etica, anzi, una questione ontologica. Finché cerchiamo la libertà nelle falle dei sistemi di controllo o nelle maglie della rete, difficilmente la troveremo. La libertà ha a che fare con la natura umana, con la vocazione profonda dell’uomo, con la sua “anima”. Non però l’anima di cui parla la psicologia o la psicoanalisi. Bensì l’anima di cui parla (o di cui ci parlava un tempo) la metafisica. Berdjaev, che disse di volersi dedicare a una scienza dell’anima da lui chiamata «pneumatologia». Aveva visto giusto.

F.P. Sì, la libertà è il respiro profondo dell’uomo. A tal proposito, azzarderei una distinzione tra il “prima”, l’“inizio” e il “processo”.

Il “prima” è l’indisponibile che contiene l’odore greco della permanenza. Non è altro che la risposta solida e anticipatrice sempre adottata dall’Occidente al fine di fronteggiare le oscurità del Divenire. Quelle oscurità che, per Severino, introducono il tháuma (terrore) dentro di noi. Il “prima” non inizia nel tempo, non è qui.

L’“inizio”, invece, è l’atto della libertà, un momento di sospensione che apre e riapre il mio tempo inaugurando e rivisitando la mia situazione, la quale non è data una volta per tutte proprio grazie a questo respiro. Il “processo” è la mia situazione, il mio qui, l’accaduto o il fatto che scorre.

Ora, il “prima” (rinominato in diversi modi nelle varie epoche) ha ricevuto una forte battuta d’arresto nella seconda metà dell’Ottocento, per poi spegnersi lentamente. E neppure la libertà, insisto, versa in splendide condizioni. Resta il mio qui, sempre più precario e ostaggio di una corsa sfrenata priva di senso, ove scorrono i nuovi dispositivi e controlli che si consumano e si riproducono subito dopo con nuovi accenti.

Con il tramonto dell’indisponibile, e lo zoppicare della libertà, si accende un nuovo tháuma che spalanca le porte all’uomo-tutto-angoscia: un soggetto inedito che però non è in crisi, altrimenti riaprirebbe la domanda sul senso. E allora dovremmo interrogarci per capire se, nei nuovi territori (post-metafisici?), siamo ancora in grado di vivificare almeno quell’“inizio”, quella misteriosa sospensione.

S.G. La libertà è “il respiro profondo dell’uomo”, come tu dici giustamente, perché è il respiro profondo dell’essere. Se la libertà fosse mera illusione, come molti sostengono, la libertà non avrebbe alcuna consistenza, né psicologica né ontologica. Invece la libertà è l’atto fondamentale dell’uomo ed è l’atto fondamentale dell’essere, e noi faremmo bene a domandarci se non dovremmo identificare l’essere con la libertà senza indugio.

In quanto movimento, realtà vitale, manifestazione dello spirito, la libertà presuppone un prima e un dopo, e anche su questo sono d’accordo con te. Ma il “prima” della libertà può essere soltanto la libertà che non c’è, la libertà negata, il nulla della libertà. Questo significa che il nulla è il presupposto della libertà. Significa anche che il presupposto della libertà è il nulla, cioè che la libertà non ha nessun presupposto, nessun “prima”, ma è inizio assoluto. Lo stesso vale per il “dopo” della libertà. Che processo è un “dopo” fatto di atti liberi che si susseguono gli uni agli altri senza fine, ciascuno però in rapporto con l’assoluto e con l’eterno, trattandosi di atti liberi, assolutamente liberi, veramente liberi? Gli atti della libertà (libertà umana o libertà divina non importa) non sono atti necessari che procedono per così dire incatenati gli uni agli altri. Sono atti che non tradiscono la libertà, ma la realizzano.

Non vedo altra possibilità di affrontare una questione di tale portata se non in una prospettiva che rovesci l’ontologia della necessità (l’essere che non può non essere di Parmenide) in una ontologia della libertà (l’essere come dono e grazia di Plotino, di Pascal, di Kierkegaard).

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SPORT E UMANITA'

 

Leone XIV: durante le Olimpiadi invernali si fermino i conflitti in tutto il mondoLeone XIV: lo sport é importante per il bene dell’umanità.

 Occorre rispettare la Tregua olimpica

Il Papa, in una lettera in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici e paraolimpici invernali di Milano Cortina, mette in guardia dalla dittatura della performance che può indurre al doping, dalla strumentalizzazione politica dello sport e dal considerarlo un videogame. Rilancia il valore dell’incontro, della relazione e dell’accoglienza, “espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata”

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Pagine dettate da una riflessione profonda sullo sport come mezzo per costruire la pace, per educare, per essere scuola di vita nella quale si sperimenta il limite, “la sconfitta senza disperazione” e “la vittoria senza arroganza”, in cui si tocca “la vita in abbondanza” che nasce “dalla condivisione, dal rispetto e dalla gioia di camminare insieme”. La vita in abbondanza è la lettera di Papa Leone XIV, pubblicata oggi 6 febbraio, sul valore dello sport e in occasione dell’apertura dei XXV Giochi Olimpici Invernali, al via oggi fino al 22 febbraio tra Milano e Cortina d’Ampezzo, e dei XIV Giochi Paralimpici che si svolgeranno dal 6 al 15 marzo nelle stesse località. Evento in vista del quale il Pontefice chiede di rispettare, in questo mondo in guerra, la Tregua olimpica.

Incoraggio vivamente tutte le Nazioni, in occasione dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, a riscoprire e a rispettare questo strumento di speranza che è la Tregua olimpica, simbolo e profezia di un mondo riconciliato

La Tregua olimpica, strumento di speranza

Il Papa richiama su questa scia i suoi predecessori che allo sport hanno sempre affidato “un ruolo importante per il bene dell’umanità, in particolare per la promozione della pace”. Ricorda poi che la Tregua olimpica nasce dall’accordo di sospendere ogni ostilità ed è uno strumento da riproporre soprattutto in questo tempo di conflitti, di dominio della “cultura della morte” perché utile a porre fine “alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto”. 

La gamification dello sport

I valori ma anche i pericoli che nascono da una visione distorta dello sport sono poi richiamati dal Papa nel suo documento in particolare il doping, il culto del profitto, la corruzione quando lo sport diventa business, il tifo che diventa fanatismo, la strumentalizzazione politica delle competizioni sportive, il ricorso alla tecnica facendo dello sport “un laboratorio di sperimentazione disincantata” o un videogame.

La gamification estrema della pratica sportiva, la riduzione dell’esperienza a punteggi, livelli e performance replicabili, rischia di disancorare lo sport dal corpo reale e dalla relazione concreta. Il gioco, che è sempre rischio, imprevisto e presenza, viene sostituito da una simulazione che promette controllo totale e gratificazione immediata.

Spazio di dialogo

Ripercorrendo l’uso di termini sportivi negli scritti di autori cristiani, il Pontefice intende evidenziare la profonda unità tra le diverse dimensioni dell’essere umano: corpo e spirito. Cita anche le esperienze fruttuose, come quelle di san Filippo Neri e san Giovanni Bosco, nelle quali lo sport rappresentava un ambito di evangelizzazione. Passando per il Concilio Vaticano II e per i Giubilei dello sport, Papa Leone sottolinea come l’esperienza sportiva sia “uno spazio privilegiato di relazione e di dialogo con i nostri fratelli e sorelle appartenenti ad altre tradizioni religiose, così come con coloro che non si riconoscono in alcuna di esse”.

Imparare a perdonare

Immancabile il riferimento al tennis, lo sport che il Papa pratica, quando sottolinea l’esperienza esaltante dei due giocatori che si spingono al limite, che tendono a migliorarsi, sperimentando poi la gioia e la capacità di donarsi: una esperienza che “interrompe la tendenza all’egocentrismo”, favorisce il gioco di squadra che, se non è inquinato “dal culto del profitto”, fa crescere nella fraternità.

Lavorare insieme ai coetanei comporta talvolta la necessità di affrontare conflitti, gestire frustrazioni e fallimenti. Occorre persino imparare a perdonare. Prendono forma così fondamentali virtù personali, cristiane e civili.

Inclusione e solidarietà

In questo percorso sono fondamentali le figure educative come gli allenatori che se animati da valori spirituali possono trasmettere “la cultura della squadra – scrive il Papa - fondata sull’amore, che rispetta e sostiene ogni persona, incoraggiandola ad esprimere il meglio di sé per il bene del gruppo”.

L’accessibilità allo sport è per il Pontefice un criterio da perseguire con decisione perché molti bambini non avendo risorse sono esclusi, come anche ragazze e donne in diverse società mentre “a volte, nella formazione alla vita religiosa, specialmente femminile, permangono diffidenze e timori verso l’attività fisica e sportiva”. “I valori autentici dello sport – sottolinea - si aprono naturalmente alla solidarietà e all’inclusione”.

La dittatura della performance

Uno dei rischi che nella Lettera il Vescovo di Roma evidenzia è quello di guardare allo sport come un business dove “conta solo ciò che può essere contato”, il che genera un’ossessione per i risultati e per il denaro che viene generato. La persona scompare, emerge la corruzione, il gioco d’azzardo, disilludendo così il grande pubblico.

La dittatura della performance può indurre all’uso di sostanze dopanti e ad altre forme di frode, e può portare i giocatori di sport di squadra a concentrarsi sul proprio benessere economico piuttosto che sulla lealtà verso la propria disciplina.

Il rifiuto del doping

La competizione sportiva, quando è autentica, - scrive Leone XIV - presuppone un patto etico condiviso: l’accettazione leale delle regole e il rispetto della verità del confronto!

Il rifiuto del doping e di ogni forma di corruzione è una questione non solo disciplinare, ma che tocca il cuore stesso dello sport. Alterare artificialmente la prestazione o comprare il risultato significa spezzare la dimensione del cum-petere, trasformando la ricerca comune dell’eccellenza in una sopraffazione individuale o di parte.

Il rischio di un tifo violento

Particolare spazio nella riflessione del Papa è quello riservato agli spettatori e ai tifosi, attenzione al rischio di trasformare lo stadio in luogo di scontro, il tifo in fanatismo. È preoccupante quando “lo sport non unisce ma estremizza, non educa ma diseduca, perché riduce l’identità personale a un’appartenenza cieca e oppositiva”.

Ciò è particolarmente preoccupante quando il tifo è legato ad altre forme di discriminazione politica, sociale e religiosa e viene utilizzato indirettamente per esprimere forme più profonde di risentimento e odio.

La cura integrale della persona

C’è anche un altro rischio che Leone XIV mette in luce: trasformare gli stadi in “cattedrali laiche”, le partite cin “liturgie collettive”, gli atleti “figure salvifiche”. Una sacralizzazione che rileva il bisogno di senso e di comunione, “ma rischia di svuotare sia lo sport sia la dimensione spirituale dell’esistenza”. Un rischio che chiama il pericolo del narcisismo quando l’atleta rimane “fissato allo specchio del proprio corpo performante, del proprio successo misurato in visibilità e consenso”.

È urgente riaffermare una cura integrale della persona umana, nella quale il benessere fisico non sia disgiunto dall’equilibrio interiore, dalla responsabilità etica e dall’apertura agli altri. Occorre riscoprire le figure che hanno unito passione sportiva, sensibilità sociale e santità. Tra i tanti esempi che potrei fare, voglio ricordare San Pier Giorgio Frassati, giovane torinese che univa perfettamente fede, preghiera, impegno sociale e sport.

Transumanesimo e Intelligenza artificiale

Guardando alla bellezza delle manifestazioni sportive, il Papa ricorda che un’ulteriore distorsione riguarda la strumentalizzazione politica delle competizioni che da luoghi di incontro diventano “palcoscenici per l’affermazione di interessi politici o ideologici”.

Attenzione poi all’impatto del transumanesimo e dell’intelligenza artificiale sul mondo dello sport che “rischiano di introdurre una separazione artificiale tra corpo e mente, trasformando l’atleta in un prodotto ottimizzato, controllato, potenziato oltre i limiti naturali”.

Quando la tecnica non è più al servizio della persona ma pretende di ridefinirla, lo sport smarrisce la sua dimensione umana e simbolica, diventando un laboratorio di sperimentazione disincarnata.

Vincere e perdere

Necessario dunque rilanciare la dimensione educativa e inclusiva dello sport perché – sottolinea Papa Leone – vincere non è primeggiare ma “riconoscere il valore del percorso compiuto” e perdere non è fallire “ma può diventare una scuola di verità e di umiltà”.

Accettare la sconfitta senza disperazione e la vittoria senza arroganza significa imparare a stare nella realtà con maturità, riconoscendo i propri limiti e le proprie possibilità.

Nella lettera si fa riferimento anche all’esperienza di Athletica Vaticana, nata nel 2018 come squadra ufficiale della Santa Sede e sotto la guida del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. “Essa – si legge - testimonia come lo sport possa essere vissuto anche come servizio ecclesiale, soprattutto verso i più poveri e i più fragili”.

Qui lo sport non è spettacolo, ma prossimità; non è selezione, ma accompagnamento; non è competizione esasperata, ma cammino condiviso.

L’attenzione della Chiesa

In conclusione, il Papa si sofferma sulla necessità per le Chiese particolari di riconoscere lo sport “come spazio di discernimento e accompagnamento, che merita un impegno di orientamento umano e spirituale”. Raccomanda pertanto la presenza all’interno delle Conferenze episcopali, di uffici o commissioni dedicati allo sport, in cui coordinare la proposta pastorale, mettendo in dialogo le realtà sportive, educative e sociali presenti. Un modo per unire insieme lo sviluppo fisico e spirituale come “dimensione costitutiva di una visione integrale della persona umana”, perché lo sport impara “a prendersi cura del proprio essere senza idolatrarlo, a superarsi senza annullarsi, a competere senza perdere la fraternità”.

La Chiesa è chiamata a farsi vicina là dove lo sport è vissuto come professione, come competizione ad alto livello, come occasione di successo o di esposizione mediatica, avendo però particolarmente a cuore lo sport di base, spesso segnato da scarsità di risorse ma ricchissimo di relazioni.

Scuola di vita

“Lo sport può e deve essere spazio di accoglienza, - conclude il Pontefice - capace di coinvolgere persone di diversa provenienza sociale, culturale e fisica”, “una delle espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata” nella quale corpo e spirito si armonizzano.

Non si tratta di un accumulo di successi o di prestazioni, ma di una pienezza di vita che integra corpo, relazione e interiorità. Lo sport può diventare davvero una scuola di vita, in cui si impara che l’abbondanza non nasce dalla vittoria ad ogni costo, ma dalla condivisione, dal rispetto e dalla gioia di camminare insieme.

Vatican News

LEGGI QUI LA LETTERA DI PAPA LEONE XIV LA VITA IN ABBONDANZA SUL VALORE DELLO SPORT



 

LA NEVE CI PARLA

 


Lasciamo parlare 

la neve,

scaldiamoci 

con il ghiaccio



di Alberto Caprotti

Quella di Milano-Cortina è la prima Olimpiade delle guerre infinite, del mondo sottosopra. La prima a non aspettarsi la salvezza in nome dello sport, a non illudersi che 17 giorni possano congelare l’odio e la sopraffazione che ci circondano. Ma teniamocela stretta, perché c'è un traguardo in fondo alla pista

Lo sport parla, lo ha sempre fatto. 

La prima medaglia che dobbiamo vincere tutti, adesso, è riuscire ad ascoltarlo. Ora che i Giochi iniziano davvero occorrerebbe silenzio, partecipazione, capacità di cancellare preconcetti, schieramenti, false convinzioni e catastrofismo. E servirebbe anche annullare la retorica facile che un avvenimento carico di storia come un’Olimpiade si porta fatalmente addosso. Perché è una falsa illusione pensare che i Giochi siano sempre e solo un grande esempio di purezza. Sono un viaggio per una minoranza di uomini e donne straordinarie. Non vincono sempre i buoni, spesso non perdono i cattivi. E in fondo quelli che li hanno inventati, in tempi moderni che ci piace immaginare civili, schiacciavano vite come mosche nella follia delle guerre, spazzavano via popoli interi per farsi un po’ di spazio.

 Quasi come oggi.

Ma le Olimpiadi servono a insegnarci che sul podio, come nella vita, ci salgono in pochi. E che arrivare quarti significa averci provato. Occorre una vita per afferrarle, basta un soffio per perderle. L’Olimpiade è una storia d’amore in cui ci si vede solo una volta ogni quattro anni. Quindi è fedeltà pura. Confronto, contatto, esame crudele, dialogo costante con la fatica. Se sbagli, non puoi riparare subito. Se la accarezzi, diventa una droga. Una volta provata, la rivuoi. Storie, persone, umanità. Qualcosa che dura un attimo lunghissimo. Solo un’Olimpiade regala tanto. Riempie, sazia fino alla prossima. Scavalca assenze, infelicità, miserie. Ma c’è tanta vita dentro, c’è un senso, una speranza più alta di un podio.

Costruire la pace

E allora facciamolo parlare questo sport che non merita di diventare un carro su cui salire solo quando si vince, o quando fa comodo. Regaliamogli la possibilità di essere protagonista per 17 giorni, ma senza nulla attorno, senza pesi da scontare. Teniamoci, per favore, il gesto atletico e il suo messaggio, solo quello, che nessuno deve permettersi di sporcare con polemiche artificiose, politica e partigianerie. Qualcuno ci sta già provando, ed è un peccato. Serve a tutti una pausa, i Giochi bianchi a casa nostra la regalano: basta non sprecare l’occasione lamentandosi per i disagi che la loro presenza inevitabilmente comporta. O sottolineare con insistenza le storture, denunciare i conti cresciuti per organizzarle come se fosse un difetto evitabile, dimenticando che è sempre stato così, in qualunque edizione e a ogni latitudine. Da quando l’Italia ha avuto la certezza che la sua candidatura olimpica era stata accettata, sono passati 7 anni e si sono avvicendati quattro governi: se sono cambiati anche i numeri è un peccato, ma è nell’ordine delle cose. Quello che conta è quanto lasceranno in eredità, e su questo bisogna essere in mala fede per essere pessimisti.

Milano-Cortina è l’Italia delle montagne, della gente che lavora forgiata dal freddo, la tradizione, l’ospitalità, la fatica e la bellezza. I Giochi saranno comunque un moltiplicatore di meraviglia agli occhi del mondo. E magari ci sorprenderanno, dimostrando che siamo stati anche bravi a organizzare l’improbabile.

Cioè un gigantesco e complicatissimo spettacolo diffuso in 18 impianti diversi, su 22mila chilometri quadrati di territorio fatto di curve strette e salite dove ospitare 90 Paesi, 3.500 atleti, e milioni di tifosi.

Quattro giorni dopo la fine della passata edizione di Pechino 2022, la Russia invase l’Ucraina. Quella di Milano-Cortina è la prima Olimpiade delle guerre infinite, dell’America debordante, del mondo sottosopra. La prima a non aspettarsi la salvezza in nome dello sport, a non illudersi che 17 giorni di neve e ghiaccio possano congelare l’odio e la sopraffazione che ci circondano.

Un traguardo

È un viaggio senza illusioni: ci saranno anche trucchi magari, scandali, inquinamenti. Perché qualche cerchio a volte si perde: fame, ignoranza, paura continuano anche mentre ragazzi e ragazze d’oro cadono e si rialzano, esultano, piangono di felicità e mordono medaglie sul podio.

Ma l’Olimpiade vale sempre la pena, ricordiamolo agli scettici, ripetiamolo all’infinito. Veste e denuda. Ti lascia lì, davanti al mondo, e ti dice: gioca. Anche se non tutti hanno la possibilità di farlo. È una parentesi tra le contraddizioni della vita, viaggia tra le angustie e gli splendori del mondo, non maschera nulla, non ci fa dimenticare tragedie e ingiustizie, difende faticosamente valori che altrove ci scivolano via.

Teniamocela stretta allora questa Olimpiade italiana, questa fiaccola che la gente ha aspettato dietro le transenne. Impariamo ad essere orgogliosi di qualcosa, sentiamola nostra. Nulla di più bello forse è mai sgorgato dalla fantasia dell’uomo: lasciamo parlare la neve, scaldiamoci con il ghiaccio. Non sprechiamo un’occasione forse irripetibile.

C’è un traguardo in fondo alla pista. Andiamo.

www.avvenire.it

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CREATIVI A SCUOLA

 


“I creativi vanno male

 a scuola, 

disturbano”

 

 

 Di redazione

 

In un intervento diffuso su YouTube, il filosofo Umberto Galimberti torna a interrogarsi sul rapporto tra scuola, intelligenza e democrazia, mettendo in luce una contraddizione strutturale del nostro sistema educativo.

 Secondo Galimberti, “la scuola richiede e premia prevalentemente un’intelligenza convergente”: quella capace di arrivare a una risposta corretta, unica, prevista. “Convergente è già l’intelligenza che richiede la scuola”, afferma, chiarendo come l’intero impianto educativo sia orientato verso l’uniformità del pensiero più che verso la sua apertura.

Da qui nasce, secondo il filosofo, la difficoltà dei soggetti creativi nel percorso scolastico. I creativi, spiega Galimberti, possiedono per natura un’intelligenza divergente: non cercano una sola risposta, ma molte possibili. Ed è proprio questo che li rende problematici all’interno della scuola. “I creativi vanno male a scuola, disturbano“, dice provocatoriamente, indicando come la creatività venga spesso percepita non come risorsa, ma come elemento di disturbo dell’ordine didattico.

Il problema, tuttavia, non riguarda solo la scuola. Galimberti osserva che con l’introduzione massiccia dell’informatica e delle tecnologie digitali si è ulteriormente rafforzato lo sviluppo dell’intelligenza convergente. I sistemi informatici, infatti, funzionano per procedure, algoritmi, risposte binarie: giusto o sbagliato. Questo modello finisce per plasmare anche il modo di pensare degli individui.

Ed è qui che il discorso assume una portata politica e civile. Galimberti avverte che un pensiero sempre più uniforme produce una società apparentemente ordinata, ma potenzialmente fragile. 

Se tutti pensiamo alla stessa cosa, e se alla fine sentiamo tutti la stessa cosa, è una bella prospettiva“, osserva con ironia amara, aggiungendo subito dopo che lo è anche — e soprattutto — “in ordine alla democrazia”.

 Orizzonte Scuola

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giovedì 5 febbraio 2026

I.A. TRA INNOVAZIONE E INCERTEZZA

 


ECONOMIA

 POLITICA 

E

 INTELLIGENZA

 ARTIFICIALE: 


TRA INNOVAZIONE E INCERTEZZA


William McCormick S.I.

 Sebbene in alcuni ambienti le aspettative nei confronti della rivoluzione dell’intelligenza artificiale (IA) restino elevate, esse rimangono per ora in gran parte speculative, perché molte delle sue conseguenze concrete non saranno osservabili finché tale rivoluzione non si sarà effettivamente realizzata. In che misura l’IA cambierà il mondo? Introdurrà nuovi modelli di potere politico, sociale ed economico, oppure rafforzerà quelli precedenti?

In che modo le autorità politiche gestiranno e governeranno tali cambiamenti, ammesso che lo facciano? Nessuno conosce le risposte a queste domande, e la società umana si trova in un momento di forte incertezza. Comunque, indipendente mente dalle future conseguenze effettive dell’IA, la semplice prospettiva di tali trasformazioni mette in evidenza una questione fondamentalmente antropologica: «[L’IA] verrà programmata per affiancare, appoggiare e potenziare l’uomo o per sostituirlo?»1.

In questo senso, la posta in gioco è elevata non solo in relazione alle sfide etiche, sociali, politiche ed economiche poste dall’IA, ma anche in relazione al modo in cui tali sfide vengono integrate in una prospettiva che tenga in serio conto le questioni fondamentali dell’antropologia teologica.

I fattori sociali, economici e politici in gioco non soltanto sono profondamente interconnessi, ma possiedono essi stessi una dimensione intrinsecamente etica

Leggi: INTELLIGENZA ARTIFICIALE INNOVAZIONE E INCERTEZZA

Civiltà Cattolica