Capire il presente
pensare la
comunità,
restituire senso
all’agire
educativo
Dialogo con il prof. Sergio Tramma
Sergio Tramma, docente
di Pedagogia generale e sociale, per molti anni all’interno del Dipartimento di
Scienze Umane per la Formazione dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca,
è autore di numerosi testi dedicati al rapporto tra educazione, società e
trasformazioni culturali. È da poco in libreria con Educare nel mondo
grande e terribile – Scritti pedagogici di Antonio Gramsci, pubblicato da
Pgreco Editore. Con lui abbiamo discusso, a partire dalla frase che ha ispirato
l’Arché Live 2025, del mondo
contemporaneo, delle professioni educative, sociali e di relazione, e del
futuro della pedagogia sociale.
«La crisi consiste proprio nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo chiaroscuro nascono i mostri.» — Antonio Gramsci. Quanto questa riflessione le sembra descrivere il nostro presente?
È una frase che ha attraversato il Novecento e che continua a descrivere
perfettamente la nostra condizione. Nel tempo di Gramsci il “vecchio” era un
capitalismo ancora segnato da rigidità ottocentesche; il “nuovo” si intravedeva
nei grandi movimenti popolari, nelle lotte per la giustizia, nelle
sperimentazioni politiche che cercavano emancipazione. La transizione era
drammatica, ma portava con sé un’energia positiva.
Oggi, invece, il quadro è più cupo. Il “vecchio” del secolo
scorso – con tutti i suoi limiti – aveva saputo generare diritti, welfare,
forme di solidarietà; il “nuovo” che avanza sembra incapace di promettere
qualcosa di migliore. Le disuguaglianze esplodono, gli equilibri globali si sgretolano,
le logiche economiche divorano qualsiasi spazio di umanità. I “mostri” non
nascono soltanto tra il vecchio e il nuovo: nascono dall’alleanza tra gli
aspetti peggiori del passato e un futuro privo di prospettive, dominato da
algoritmi, individualismo e paure diffuse.
Per la pedagogia sociale questo significa confrontarsi con un
chiaroscuro che non è metafora: è il contesto reale in cui educatori, operatori
e comunità cercano di dare senso al proprio agire.
Nel suo recente volume sulla
pedagogia di Gramsci, quali aspetti del suo pensiero ritiene più attuali per la
pedagogia sociale di oggi?
Gramsci ci invita a riflettere sulla società come realtà educante: un
organismo collettivo in cui ogni soggetto, istituzione o pratica culturale
concorre a formare o deformare. Oggi questa intuizione è particolarmente
preziosa perché viviamo in un tempo in cui la spontaneità sociale non produce
più organizzazione, non genera forme stabili di partecipazione.
La cultura popolare non è più mediata dai “corpi intermedi” – partiti,
sindacati, parrocchie, associazioni – alcune delle quali un tempo traducevano
il vissuto in coscienza critica. Oggi quella cultura tende a trasformarsi
direttamente in populismo, in reazioni immediate, in bisogni che non vengono
elaborati ma semplicemente agitati. Mancano figure e istituzioni che raccolgono
le domande della società e le trasformano in percorsi educativi, politici e
culturali. Per dirla alla Gramsci: mancano soggetti educanti capaci di
produrre senso e non solo di evocare spettri.
La pedagogia sociale, recuperando Gramsci, può tornare a interrogarsi su
come ricostruire questa funzione mediatrice, generativa, organizzativa.
Molti giovani appaiono disorientati di fronte alle professioni
educative. Come può la pedagogia sociale restituire loro motivazione e senso?
C’è certamente un problema economico: gli stipendi degli educatori e
degli operatori sociali sono molto bassi, e vivere in contesti metropolitani
come Milano è oggi estremamente difficile. A ciò si aggiunge un passaggio
generazionale: si è chiusa l’epoca degli educatori formatisi negli anni
Settanta e Ottanta, per i quali il lavoro sociale era spesso il proseguimento
naturale di un attivismo nato nei movimenti, nelle parrocchie, nelle
associazioni.
Le motivazioni professionali non nascono nel vuoto: richiedono un clima
sociale che le sostenga. Oggi questo clima è pessimo. Il welfare
viene progressivamente ridotto, la partecipazione politica è ai minimi storici
– vota metà della popolazione – e se manca la motivazione a partecipare alla
vita democratica, è comprensibile che sia difficile motivarsi a lavorare nella
relazione, nell’aiuto, nella solidarietà.
Aumentare gli stipendi è necessario ma non sufficiente. Occorre
riconoscere valore al prendersi cura. Senza un cambiamento collettivo, sarà
sempre più difficile attrarre nuove generazioni verso professioni che
richiedono intensa responsabilità umana ed emotiva.
Come possiamo oggi ricostruire spazi educativi autenticamente
comunitari, in una società sempre più individualista?
Mi definisco un pessimista attivo: credo che il pessimismo della
ragione, se assunto fino in fondo, possa avere una forza trasformativa. Oggi
non disponiamo di grandi possibilità per ricostruire reti solide di resistenza
culturale, ma possiamo e dobbiamo lavorare alla creazione di piccoli nuclei
vitali: luoghi in cui discutere, confrontarsi, pensare insieme e non
omologarsi.
Servono spazi in presenza – non solo virtuali – in cui si offra un
“consumo culturale”, momenti di incontro, critica, approfondimento. Non
basta vivere insieme un’esperienza: occorre riflettere su ciò che si vive,
interrogarsi sul perché delle scelte, allenare il pensiero critico. Essere
protagonisti e non semplicemente spettatori, non cercare consolazione né
autoconsolarsi, ma rimettere in moto la capacità di agire, o per dirla con una
parola che sento molto: agitarsi.
Qual è, a suo avviso, la sfida principale che attende la pedagogia
sociale nei prossimi anni?
La prima sfida è, paradossalmente, quella di
esistere. Di continuare a mantenere vivo il legame fra educazione e
società, lavorando nei territori, nelle comunità, nei contesti
dell’immigrazione, nell’educazione degli adulti. Sono ambiti cruciali, ma
spesso marginalizzati rispetto al binomio scuola–famiglia, che assorbe tutto il
discorso pubblico sull’educazione.
La pedagogia sociale non deve lasciarsi soffocare da questa narrazione
ristretta. Deve rivendicare la propria presenza, mantenere aperti gli spazi in
cui l’educazione incontra la vita reale delle persone, i conflitti, le
fragilità, le trasformazioni culturali. Se saprà farlo, continuerà a essere una
lente indispensabile per leggere il mondo e provare, per quanto di sua
competenza e possibilità, a trasformarlo.
Simone Zambelli
Immagine: [📸 bauktroo, Unsplash]