giovedì 13 agosto 2026

INVALSI PROSPETTIVE


RIFLESSIONI

 E 

PROSPETTIVE



L'editoriale del Presidente

Come ogni anno la presentazione dei Risultati INVALSI 2026 offre l’opportunità di tracciare un bilancio del nostro sistema scolastico ed è certamente un momento di grande importanza per orientare le scelte future. Il quadro generale che emerge è sostanzialmente positivo e delinea una Scuola aperta all’innovazione, capace di raccogliere le sfide della contemporaneità. Il Presidente Roberto Ricci ne traccia un’analisi che pone interessanti riflessioni, sia per il presente sia in una visione di lungo periodo.

Tra le notizie più significative che emergono dagli esiti della Rilevazione del 2026 spicca l’ulteriore calo della dispersione scolastica, che diminuisce ancora rispetto al 2025. È questo un successo collettivo frutto dell’impegno di insegnanti e scuole, che ha permesso a un numero importante di ragazzi e ragazze in più rispetto al passato di proseguire negli studi e di portarli a compimento.

Riprende un cammino positivo anche la dispersione implicita, e si riduce di quasi un punto percentuale. Questo traguardo molto rilevante impone però una riflessione cruciale sugli esiti di apprendimento. Trattenere un numero maggiore di studenti e studentesse significa infatti accogliere e mettere in condizione di permanere a Scuola chi ha maggiori difficoltà e in passato avrebbe abbandonato il percorso di studi.

Analizzando i diversi cicli, la Scuola secondaria di secondo grado mostra lievi miglioramenti e quella di Primo grado appare sostanzialmente stabile.

Emerge, tuttavia, un campanello d’allarme per la Scuola primaria, i cui esiti non crescono. I cali che i numeri mettono in evidenza non sono rilevanti ma, come sottolinea Ricci, il mancato aumento degli esiti deve chiamarci a riflettere, a trovare le soluzioni metodologiche, didattiche, pedagogiche, operative più adeguate.

Queste misure, tuttavia, devono essere individuate funzionalmente al raggiungimento degli obiettivi di apprendimento […] se noi non teniamo sufficientemente forte il legame tra l’ambiente di apprendimento – che deve essere più positivo possibile – e gli esiti di quell’apprendimento, rischiamo di perdere di vista una delle missioni principali della scuola e forse la leva più importante per garantire equità al sistema, ossia buoni apprendimenti per tutti e per ciascuno.

Sul versante delle discipline, l’Inglese conferma una tendenza positiva pluriennale sia nella Lettura sia nell’Ascolto. È un andamento che si registra in tutti territori e in tutti i gradi scolastici, con incrementi di oltre 10 punti percentuali medi rispetto alle rilevazioni d’esordio per questa materia.

La vera novità dell’anno è stata però l’estensione della rilevazione delle competenze digitali a tutta la popolazione scolastica del Grado 10 – cioè del secondo anno della Scuola secondaria di secondo grado – non più circoscritta alle classi campione, come è avvenuto nel 2025. La somministrazione, benché su base volontaria, ha registrato un’adesione elevata, con oltre il 90% delle scuole.

Gli esiti mostrano competenze solide, in linea con i livelli intermedi europei, e registrano una crescita significativa nel passaggio dal secondo al quinto anno delle superiori.

Ciò indica una scuola aperta all’innovazione e al confronto, anche con il concorso di strumenti ed esperti esterni, per una verifica costruttiva della propria azione formativa.

I dati a disposizione confermano inoltre l’efficacia delle misure del PNRR orientate alla personalizzazione della didattica per garantire a ogni allievo il conseguimento di elevati livelli di apprendimento

Sebbene emergano per la Scuola primaria motivi di attenzione, con luci e ombre che certamente richiedono attenta riflessione

Abbiamo tutti ragione di essere grati alla nostra scuola e di supportarla […] nel compito di conseguire e garantire buoni ed elevati livelli di apprendimento.

INVALSI

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Una strada che i dati dicono intrapresa positivamente.

TAYBEH

 

NON DIMENTICARE TAYBEH


Cisgiordania, i cristiani di Taybeh: abbandonati davanti alla violenza dei coloni

Gli attacchi israeliani sono ricorrenti a Taybeh, l'ultimo villaggio cristiano in Palestina, indicato come Efraim nella Bibbia. Il timore è che le famiglie saranno costrette ad abbandonare la propria terra. Padre Bashar Fawadleh, parroco di Cristo Redentore: "Vogliamo vivere in pace, giustizia e dignità"

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-Myriam Sandouno – Città del Vaticano

-“Non dimenticate Taybeh! Taybeh non deve scomparire nel silenzio”. È il grido d'allarme lanciato, ancora una volta, dal parroco, padre Bashar Fawadleh, che descrive la difficile situazione a est di Ramallah, in Cisgiordania, dove si trova l'ultimo villaggio interamente cristiano della Palestina. A Taybeh, identificata nella Bibbia come Efraim, si dice che Gesù e i suoi apostoli abbiano trovato rifugio. La comunità locale si trova ora ad affrontare atti di intimidazione da parte dei coloni israeliani e l'occupazione di proprietà private, come terreni agricoli e aree residenziali all'interno del villaggio.

Domenica scorsa, l'esercito israeliano ha dichiarato il villaggio chiuso ai non residenti, impedendo agli israeliani di accedervi. Tale misura non si applica ai palestinesi, al fine di "proteggere i cittadini della regione", in seguito a "diversi attacchi violenti commessi da israeliani nella zona", ha dichiarato un portavoce delle forze armate.

In un'intervista ai media vaticani, padre Fawadleh, sacerdote latino della parrocchia di Cristo Redentore, esorta la comunità internazionale ad agire, chiedendo il sostegno della Chiesa universale attraverso la preghiera.

Il villaggio palestinese è minacciato dalla possibile costruzione di un avamposto di coloni israeliani. Padre Bashar Fawadleh: "La Terra Santa non si preserva solo a parole. Deve ...

Padre Bashar, Taybeh continua a subire incursioni di coloni israeliani nelle proprietà palestinesi. Mercoledì scorso, alcuni di loro sono entrati in una casa appartenente a una famiglia della parrocchia di Cristo Redentore. Cosa è esattamente accaduto il 5 agosto scorso?

Quello che stiamo vivendo oggi è preoccupante. Questa casa di cui si è parlato era stata appena preparata per essere abitata. Per diversi giorni, due coloni sono entrati nella proprietà, portando il gregge di pecore fino al limite della casa, tagliando persino la recinzione. E non si è trattato di un episodio isolato, ma è una strategia di vessazione volta a creare un clima di paura e a costringere i palestinesi ad abbandonare la propria terra. Ringraziamo Dio che la famiglia sia fisicamente sana e salva. Non si trovava a casa durante l’ultima intrusione, ma non si può non ammettere che, sia fisicamente che psicologicamente, si tratta di un'esperienza molto difficile. Immaginate di preparare la vostra casa per poi scoprire che degli estranei vi sono entrati indisturbati. Questa è la situazione che stiamo vivendo qui a Taybeh. Anche adesso, mentre parlo, purtroppo, questi coloni sono tornati per piantare le tende. La situazione è davvero difficile da sopportare.

Altre famiglie sono state vittime di simili episodi negli ultimi giorni?

Molte famiglie soffrono a causa della presenza di questi coloni. A ovest, est e sud di Taybeh, molte persone sono vittime di questa violenza. Come sempre, viene appiccato il fuoco ai terreni incolti e, l’ultima volta, hanno incendiato una montagna a sud-est di Taybeh. I coloni israeliani vengono per causare danni e occupare la terra, da diversi mesi ormai, e la situazione si sta deteriorando drasticamente. Quasi ogni giorno assistiamo a incursioni e attacchi a proprietà private, alla distruzione di terreni agricoli, alla chiusura di strade, a restrizioni al traffico e a una pressione costante sulla popolazione.

Padre Bashar, gli abitanti di Taybeh, vivendo nella paura costante chiedono con urgenza alla comunità internazionale e alle missioni diplomatiche di intervenire e garantire la protezione della popolazione. Si sentono dimenticati?

Sì! Ci sentiamo dimenticati, ci sentiamo soli. Le possibilità di intervento esistono, ma purtroppo sono molto limitate e raramente efficaci. Per questo la presenza e la pressione della comunità internazionale sono oggi essenziali. Abbiamo bisogno di una protezione concreta per i civili e di una reale volontà politica di porre fine a questa violenza. Abbiamo bisogno di aiuto per poter continuare a vivere qui e testimoniare Gesù Cristo e i suoi seguaci. Questa è una responsabilità condivisa dalla presenza cristiana qui a Taybeh. Alla luce di tutto ciò che sta accadendo, alcuni residenti vogliono lasciare la loro terra e abbandonare tutto.

La comunità cristiana teme ora di scomparire. Come opera oggi la speranza in Gesù in coloro che, nonostante tutto, scelgono di restare?

Finora non c'è una soluzione, ma c'è qualcosa di molto speciale: la speranza in Gesù Cristo, la speranza nella Chiesa. Invitiamo la Chiesa universale a intensificare le sue preghiere per noi e a sostenere il Patriarcato latino di Gerusalemme, così come tutta la Terra Santa. Crediamo fermamente che la preghiera operi miracoli. Non dimentichiamo Taybeh! Invito tutte le diocesi della Chiesa cattolica in tutto il mondo a parlare della situazione del villaggio, di questi fratelli e sorelle in Cristo che vivono nella paura. La prima comunità cristiana in questa terra non deve scomparire nel silenzio. Insieme possiamo preservare questa viva testimonianza di fede. Va detto che la presenza delle missioni diplomatiche e del cardinale Pierbattista Pizzaballa (patriarca latino di Gerusalemme ndr) ci rassicura e ci dà un senso di sicurezza.

Come si stanno organizzando oggi le diverse comunità cristiane ortodosse, latine, melchite e greco-cattoliche per fornire aiuto alle vittime? Questi tragici eventi che state vivendo hanno in qualche modo rafforzato l'unità cristiana?

Di fronte a questa situazione, la comunità cristiana rimane unita. La Chiesa accompagna le famiglie, sostiene i più vulnerabili, rafforza la solidarietà tra i residenti e continua a difendere la dignità di ogni persona. Stiamo anche collaborando con le missioni diplomatiche, le organizzazioni internazionali e con i media affinché la realtà di Taybeh sia conosciuta e la nostra voce non venga messa a tacere. Per questo, tramite voi, vorrei chiedere a Papa Leone XIV di fare qualcosa per quest'ultimo villaggio cristiano in Cisgiordania, affinché cessino gli attacchi dei coloni e l'occupazione della nostra terra. Vogliamo vivere in pace, giustizia e dignità.

Quale simbolo rappresenta Taybeh per la comunità cristiana palestinese?

Un simbolo vitale e fondamentale per tutti, perché proprio ora si stanno preparando le celebrazioni per l’Anno Santo straordinario del 2033. Taybeh è in prima linea nella difesa del cristianesimo qui in Terra Santa. Gesù scelse di essere a Taybeh prima della sua passione, morte e risurrezione. Dobbiamo testimoniare il cristianesimo e la sua presenza in Terra Santa. Dobbiamo schierarci dalla parte di Taybeh.

Vatican News

 

 

 

NIGRA SUM

 

Madonne e santi neri: il volto plurale 

del sacro

 Dalle Madonne nere ai santi (migranti) dalla pelle scura: un viaggio tra devozioni popolari, storia religiosa e scambi culturali che attraversano il Mediterraneo. Un patrimonio spirituale che racconta intrecci, migrazioni e forme di pluralismo spesso dimenticate.

-Mariangela Di Marco. Giornalista 

Con una narrazione securitaria dell’immigrazione, la paura dell’“uomo nero” ha toccato apici spaventosi. Ma la profonda venerazione di santi e madonne dall’incarnato scuro, presenti in Italia e in diversi Paesi europei, ci ricorda un’altro tipo di storia e di percezione. 

MADONNE NERE 

Considerate le più enigmatiche tra le innumerevoli rappresentazioni di Maria da Nazareth, le Madonne nere costituiscono una delle principali mete di pellegrinaggio in tutta Europa, dove se ne contano ben 772 secondo i dati della Chiesa cattolica che, da decenni, interroga studiosi di teologia e storia delle religioni sulle origini di queste sculture sacre dal volto bruno. In Italia sono 155, al secondo posto dopo la Francia che ne conserva 428. 

Nere. Come il colore dell’iniziazione alla vita, il buio del ventre materno e della terra fangosa da cui si genera l’esistenza e nell’oscurità si prepara all’incontro con la luce della nascita. È una delle teorie sulla loro origine che le vedono come il frutto del sincretismo tra Cristianesimo e Paganesimo, quella Magna Mater che assume forme diverse, moltiplicandosi e incarnandosi in varie divinità che mettono in risalto i diversi aspetti del Femminino sacro: fecondità, fertilità, sessualità. E legandosi ai culti ctoni, sotterranei, svolti in caverne, dove le energie della terra si fanno più forti, come spiega la studiosa Petra Van Cronenburg in Madonne nere. Il mistero di un culto (Edizioni Arkeios, 2024). 

Nere. Come Iside, la dea egiziana il cui culto si diffuse in tutto il Mediterraneo seguendo l’espansione dei Tolomei, la dinastia macedone d’Egitto, con Alessandria come centro mediterraneo economico e militare. È un’altra delle teorie secondo cui deriverebbero le diverse Madonne nere. Iside fu patrona dei navigatori e per questo il suo culto si diffuse in tutta la vasta area del Mare Nostrum, al punto che dal II secolo a.C., molto ben prima dell’avvento dell’era cristiana, si era imposto in Italia, Nord Africa, Spagna e Gallia, a seguito dei contatti commerciali con i mercanti alessandrini. A suffragare questa tesi, contribuisce la definizione Vierges Égyptiennes – Vergini Egiziane – che le contrassegna nelle fonti medievali e che ne ha accentuato il simbolismo, principalmente esoterico. 

NIGRA SUM, SED FORMOSA 

Volti bruni che avevano – e che continuano ad avere – una straordinaria devozione popolare, ma che vennero letti dalla storiografia artistica «come un segno di arretratezza» e quindi connotati, a partire dal Cinquecento, in modo negativo per “mancanza di attenzione cromatica di impronta naturalistica”, come riportano gli Atti del Convegno internazionale Nigra Sum del Centro di documentazione dei Sacri Monti Calvari e Complessi devozionali europei. 

Ma proprio quell’annerimento, che costituiva un dato formale negativo, divenne invece per l’immaginario popolare, e non solo, un tratto nobilitante: giungevano probabilmente dall’Oriente, culla del Cristianesimo – altra teoria sulle loro origini – e per questo matrice di una rappresentazione sacra che, proprio in quanto orientale (limitatamente al colore della pelle), garantiva una maggiore autorevolezza di culto. Spesso per Oriente si intendeva l’Impero Bizantino che nel Mediterraneo ha lasciato una vasta eredità culturale. 

Nigra sum, sed formosa – sono nera, ma bella – recita, in barba alle opinioni artistiche, il verso latino del Cantico dei Cantici (1,5) che accompagna una delle più famose Brune italiane, quella di Tindari, in provincia di Messina. Accanto all’imponente basilica, a picco sul mare che la custodisce, sorgeva un hospitium, un luogo di ristoro fondato dai monaci benedettini nel 1142 per i numerosi pellegrini che si recavano verso le mete più sacre della cristianità: Roma, Gerusalemme, ma soprattutto Santiago de Compostela. Una tappa fondamentale nell’itinerarium peregrinorum per i fedeli siciliani che si accingevano a salpare per giorni alla volta della Spagna, apice di questo percorso catartico. 

Le navi dirette a Santiago che solcavano il Mediterraneo venivano, infatti, convogliate verso il porto di Barcellona, da cui si ripartiva in direzione Nord, passando per Montserrat, alle porte della capitale catalana. Ad accoglierli vi era la Moreneta, probabilmente la Madonna nera ispanica più conosciuta, ritenuta il modello scultoreo da cui deriva quello di Tindari. «A partire dal XIV secolo – scrive il ricercatore Giuseppe Fazio ne La Madonna di Tindari e le Vergini nere medievali (L’Erma Edizioni, 2012) – il culto verso la Madonna di Montserrat vide una grande diffusione in tutta Europa, specialmente nel bacino del Mediterraneo». Nella sola Palermo, ad esempio, nel corso dei secoli si sono succedute quattro chiese e otto cappelle dedicate alla Madonna montserratina. Stesso discorso per Puglia, Abruzzo, Campania e Umbria. 

Dalla Moreneta spagnola alla Morenetta, “la piccola scura”, come viene chiamata la Madonna nera di Loreto, in provincia di Ancona, custodita nella Santa casa di Maria di Nazareth, una delle più importanti reliquie per il Cattolicesimo dove, secondo la tradizione, la Madre di Cristo nacque, crebbe e ricevette l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele. Secondo diversi studi, la statua venne trasportata in Italia dai crociati espulsi dalla Palestina durante l’invasione dei mamelucchi nel 1291. Con lei, anche la dimora dove risiede tutt’oggi, avvolta da uno dei più grandi capolavori scultorei dell’arte rinascimentale eseguiti dall’architetto Donato Bramante. Il suo culto è vivo anche in molte altre chiese di tutto il mondo che conservano una riproduzione fedele dal volto bruno. Molte di queste si possono incontrare lungo i sentieri dell’alta valle Brembana, ad esempio, a Scaletto di Valtorta, a Isola di Fondra, lungo la mulattiera per Foppa, nel centro storico di Branzi, a Foppolo in frazione di Tegge, a Cugno di Santa Brigida. 

LA DIFFUSIONE DEL CULTO 

La venerazione di Madonne dalla pelle scura ebbe il suo culmine durante il XII secolo, dopo che il padre della Chiesa e ispiratore dei cavalieri templari Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) ne introdusse il culto. Secondo la tradizione cattolica, fu Sant’Eusebio di Vercelli (III-IV secolo), primo vescovo del Piemonte, tornato dall’esilio in Cappadocia nel 362 d.C., a portare in Italia le prime statue brune. Una di queste è tuttora venerata nel santuario di Oropa, il più importante tempio mariano delle Alpi, situato nel comune di Biella. Storia di una montagna sacralizzata, di eremitaggi, di gente che si è arrampicata fin quassù per pregare. 

Quello delle Madonne nere è un culto che risulta intenso all’epoca delle Crociate, sia perché diversi crociati portarono in patria icone orientali, sia per l’azione di alcuni ordini religiosi – carmelitani e francescani attivi anche in Terrasanta e in Siria – o cavallereschi, come i Templari, che disponevano di proprie chiese nelle principali città europee, soprattutto in Francia, dove appunto si può ritrovare il maggior numero di Madonne Brune. 

Sull’Appennino del Sud Italia, dal Cilento al Pollino fino all’Aspromonte, le Madonne vanno e vengono dalle montagne. Vi salgono a maggio per passarvi l’estate. A settembre, ai primi venti dell’autunno, ridiscendono a valle per passare gli inverni nelle chiese, accanto alla loro gente

Così è per la Madonna nera di Viggiano, patrona delle genti di Lucania. Il suo volto dai lineamenti morbidi e la grazia con cui sembra comporsi, la rendono una delle più armoniose sculture di questo tipo, secondo una opinione molto diffusa tra studiosi e gente comune. Fu nascosta dalla popolazione dell’antica Grumentum, città della Val d’Agri, quando venne assalita dai corsari saraceni. Venne poi ritrovata da pastori – secondo un topos diffuso in molte narrazioni – in quello che oggi è il santuario in vetta al Monte Sacro, dove i pellegrini vi ruotano attorno per tre volte, molti a piedi nudi, i palmi delle mani rivolti verso il cielo. Carlo Levi scriveva in Cristo si è fermato a Eboli: «In tutte le case, a capo del letto, attaccata al muro con quattro chiodi, la Madonna di Viggiano assiste, con i grandi occhi senza sguardo nel viso nero, a tutti gli atti della vita». 

È una delle Madonne nere raffigurata seduta su un trono a sedile, a rappresentare la Chiesa intera e a diventare sede per l’incarnazione della Divina Sapienza. Il ricercatore inglese Robert Graves osserva come le Madonne nere, dalla Sicilia alla Provenza, venissero così chiamate in onore di un’antichissima tradizione, secondo cui la Sapienza era raffigurata dal colore scuro. E così, nella misteriosa venerazione della Vergine nera, dove si sovrappongono ipotesi e devozioni, possiamo ancora una volta rintracciare un punto d’incontro delle tradizioni misteriche delle tre più grandi religioni rivelate della Terra: Cristianesimo, Islam ed Ebraismo. «Come a dire un glorioso esempio del sublime, straordinario paradosso dell’unità del divino, sebbene percepita sotto spoglie apparenti diversissime». 

SANTI NERI E MIGRANTI 

Madonne, ma anche santi dalle tonalità brune, come San Nicola, uno dei santi più venerati dal Cristianesimo cattolico e ortodosso, patrono della città pugliese di Bari e originario di Myra, in Turchia. Tra il X e il XIII secolo non è facile trovare santi che possano reggere il confronto con lui in quanto a universalità e vivacità di culto. Ritenuto dalla tradizione protettore dei bambini e delle bambine, il suo culto venne importato dagli olandesi a New York, rendendolo protettore anche della Grande Mela. Chiamato Sinterklaas, il suo nome si contrasse in Santa Claus trasformandosi, nel XX secolo, nella più grande icona vestita di rosso del consumismo occidentale. Naturalmente cambiando il colore della pelle. 

Di migrazione parla anche la storia di San Benedetto il Moro (1526-1589), il primo santo africano che, insieme a Santa Rosalia, protegge la città di Palermo: nacque, infatti, da una famiglia ridotta in schiavitù e portata in Sicilia dall’Africa. Per le sue doti taumaturgiche, Benedetto ricevette dal popolo siciliano un culto straordinario ben più di 200 anni prima che fosse proclamato santo: avverrà nel 1807 e sarà il santo protagonista di uno dei processi di canonizzazione più lunghi della Chiesa cattolica. 

Volti bruni che hanno attraversato la Storia, l’iconoclastia, l’arianesimo. Culti che dimostrano che abbiamo delle radici di cui troppo spesso ci dimentichiamo, che arrivano da lontano e si intrecciano a ciò che li accoglie. Perché, scrive lo storico delle religioni belga Julien Ries: «Il pluralismo, sacro al Mediterraneo, diviene sacro se il Mediterraneo è davvero sacro nel suo intimo, innato pluralismo».

Confronti 

 

REGINA APOSTOLORUM

 


La Vergine Maria 

tra gli apostoli: 


Madre sicura 

e presenza silenziosa


-di Antonio Tarallo

  "Regina degli Apostoli" (Regina Apostolorum): titolo affascinante, titolo che riesce bene a far comprendere l’importanza di Maria come “apostola” del Figlio, Cristo. Un titolo che affonda le sue radici nei testi evangelici e nella più antica tradizione cristiana, rivelando un legame spirituale, materno e teologico di straordinaria profondità. “Regina” intesa non certo per una determinata sovranità legata al potere temporale, ma come primazia di grazia, di fede e di presenza che ha sostenuto l'edificazione e i primi passi storici della Chiesa nascente. 

 Il rapporto tra Maria e gli apostoli trova il suo fulcro spirituale nel Cenacolo. Dopo l'Ascensione di Gesù, gli Atti degli Apostoli descrivono la prima comunità radunata in preghiera. In quel momento di transizione e - se vogliamo ancora di sgomento per la morte del Maestro - Maria non è affatto una figura marginale, ma il centro gravitazionale del gruppo degli apostoli, di coloro che avevano seguito il Figlio nella sua missione. Lei, che aveva già vissuto l'esperienza della “venuta” dello Spirito Santo nell'Annunciazione, diventa la memoria vivente di Cristo per gli apostoli. E’ Maria ad offrire, in quel momento, la stabilità della sua fede incrollabile: la dona a loro, li rassicura che non tutto è perduto. A Pentecoste, l'effusione dello Spirito Santo consacra definitivamente questa missione di comunione fra loro. Fra gli apostoli e la Vergine Maria,  presente al centro del collegio apostolico come Madre della Chiesa. Gli apostoli ricevono il mandato di evangelizzare il mondo, ma è lo sguardo e l'esempio di Maria a modellarne lo stile e il cuore pastorale. Lei è "Regina" proprio perché è stata la prima, la più fedele e la più perfetta discepola di Cristo, colei che ha vissuto il Vangelo in modo totale e radicale. 

Come è stato per Cristo, il Figlio, il rapporto con gli apostoli si palesa come un magistero silenzioso fatto di ascolto, preghiera e offerta quotidiana. Gli apostoli, chiamati ad andare in tutto il mondo ad evangelizzare i popoli, guardano a lei per imparare la docilità alla volontà divina e l'amore incondizionato, amorevole, verso il prossimo. Inoltre, Gesù stesso sulla croce aveva tracciato la via teologica di questa profonda relazione affidando Maria a Giovanni, e in lui a tutti gli apostoli e all'intera umanità: "Ecco tua madre". Da quel preciso istante, il legame tra la Vergine e i primi missionari si fa filiale e intimo. 

Vergine Maria, Regina e Apostola, e Regina degli Apostoli.  Lei e loro, uniti in un'unica opera di salvezza: i discepoli attraverso la predicazione e i sacramenti, Maria con la santità e l'incessante preghiera, guidando i pastori di ogni tempo a essere, docili allo Spirito, veri testimoni del Cristo Risorto.

ACI Stampa.

IN COELUM ASSUNTA

 


Una credenza, una festa, 

 

La festa dell'Assunzione celebra la morte, la risurrezione , l'ingresso in cielo e l'incoronazione della Beata Vergine Maria.

+Vincent Dollmann, Arcivescovo di Cambrai, Assistente ecclesiastico UMEC-WUCT

Nonostante la reticenza dei Vangeli, i primi cristiani iniziarono ben presto a considerare il ruolo di Maria nella loro fede. Desideravano celebrare i suoi ultimi momenti, proprio come facevano per onorare i loro santi. A causa della natura unica della sua collaborazione, si diffuse la credenza che il suo "addormentarsi" – la sua Dormizione – fosse in realtà la sua ascensione, in corpo e anima, al cielo per opera di Dio.

La festa esprime questa credenza : ogni 15 agosto , i cristiani celebrano la morte, la resurrezione , l'ingresso in paradiso e l'incoronazione della Vergine Maria.

Nel 1950, Papa Pio XII ritenne necessario offrire una definizione più precisa : «La Vergine Immacolata, preservata da Dio da ogni macchia di peccato originale, avendo compiuto il corso della sua vita terrena, fu assunta in corpo e anima nella gloria celeste ed esaltata dal Signore come Regina dell'universo, affinché fosse più pienamente conforme al Figlio suo, Signore dei signori, vittorioso sul peccato e sulla morte». Questa definizione fa parte dei dogmi della Chiesa.

L' Assunzione di Maria dopo l' Ascensione di Cristo

L' Assunzione di Maria è spesso associata all'Ascensione di Cristo; infatti, le parole sono simili ed entrambi i casi si tratta di una misteriosa ascesa al cielo nella gloria di Dio.

Tuttavia, " assunto " non deriva dal verbo latino " ascendere " (salire, elevarsi), che ci ha dato " Ascensione ", ma da " " Assumere " (assumere, prendere). L'etimologia sottolinea l'iniziativa divina: Maria non ascende al cielo da sola, è Dio che sceglie di " assumerla", corpo e anima, unendola al Figlio senza attendere la risurrezione finale , tanto bene ha saputo unirsi a Lui, corpo e anima, fin dalla vita terrena.

Sulla scia dell'Ascensione , Maria inaugura il destino aperto agli uomini dalla risurrezione di suo Figlio e anticipa quella che sarà la condizione dei salvati alla fine dei tempi.

La festa dell'Assunzione alimenta la speranza

La liturgia dell'Assunzione celebra Maria come la " trasfigurata ": ella è con Lui con il suo corpo glorioso e non solo con la sua anima; in lei, Cristo conferma la propria vittoria sulla morte.

Maria realizza così lo scopo per cui Dio ha creato e salvato l'umanità. Celebrandola, i credenti contemplano la promessa del proprio destino, qualora scelgano di unirsi a Cristo.

Questa contemplazione rafforza in definitiva la loro fiducia nell'intercessione di Maria: ora è pienamente disponibile a «guidare e sostenere la speranza del tuo popolo che è ancora in cammino» (prefazione). Desiderano quindi chiedere a Dio: «Concedici di rimanere attenti alle cose del cielo per partecipare alla sua gloria » (colletta).

 

sabato 8 agosto 2026

NON ABBIATE PAURA

 


“Perché avete paura, 

uomini di poca fede?”

Commento al Vangelo

-di Enzo Bianchi

Subito dopo aver sfamato la folla numerosa (cf. Mt 14,13-21), Gesù ordina ai discepoli di precederlo all’altra riva del lago di Galilea, mentre egli si ferma per congedare quanti lo hanno seguito. 

Gesù è attento ai rapporti umani e i gesti prodigiosi da lui compiuti sono sempre accompagnati dal suo prendersi cura delle persone che incontra. Nello stesso tempo egli radica il suo agire in una profonda relazione di amore e di fiducia nei confronti del Padre. Per questo cerca con determinazione degli spazi e dei tempi di solitudine per stare davanti a Dio in assoluta gratuità e discernere la sua volontà sulla propria vita: anche in questo caso «sale sul monte a pregare, in disparte».

Venuta la sera egli è ancora solo, mentre la barca dei discepoli è in mare aperto in balìa del vento contrario e delle onde: l’evangelista già intravede il cammino della fragile barca della chiesa nella storia, sballottata tra avversità e tensioni comunitarie… Essa però non è abbandonata dal Signore Gesù, il quale non solo prega per la sua comunità, ma si fa anche misericordiosamente presente ai suoi discepoli, lui che «è con loro tutti i giorni fino alla fine della storia» (cf. Mt 28,20): ecco infatti che sul far del mattino «viene verso di loro camminando sul mare». Sì, Gesù è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, colui che ci è sempre accanto quando le onde si gonfiano in mezzo alla tempesta (cf. Sal 46,4), colui che passa sul mare con orme invisibili per guidarci (cf. Sal 77,20-21) e condurci al porto sospirato (cf. Sal 107,23-30). Ma noi sappiamo riconoscere la sua presenza e mettere in lui la nostra fede?

I discepoli erano con Gesù in mezzo al mare la notte in cui egli aveva placato la violenta tempesta con la sua parola (cf. Mt 8,23-27); eppure ora vedendolo avanzare sulle acque sono turbati e, assaliti dalla paura, gridano: «È un fantasma!». Subito però Gesù li rassicura con poche, straordinarie parole, che vogliono placare il loro sconvolgimento interiore e infondere nei loro cuori la fiducia: «Coraggio, Io Sono» – il Nome impronunciabile di Dio rivelato a Mosè (cf. Es 3,14) –  «non abbiate paura!». Numerose sono le paure che ci abitano, tutte generate dalla «paura madre», quella della morte: ma Dio da sempre esorta i credenti a non temere, a dimorare sicuri in lui, come ci testimoniano con abbondanza le Scritture, dalla Genesi (cf. Gen 15,1) fino all’Apocalisse (cf. Ap 2,10). E questo invito è particolarmente frequente sulle labbra di Gesù, fino ad essere rivolto dal Risorto alle donne nell’alba della resurrezione (cf. Mt 28,10), l’evento che segna la vittoria definitiva dell’amore sulla morte.

La nostra risposta a tale esortazione dovrebbe consistere in una fede salda, in un’intima certezza dell’amore del Signore per noi, senza che vi sia bisogno di alcuna prova. Eppure spesso cediamo alla tentazione di esigere da Gesù un segno tangibile, come qui fa Pietro: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». Nella sua condiscendenza Gesù gli dice: «Vieni!», ed ecco che l’impossibile diventa possibile grazie alla sua parola che ci fa tenere fisso lo sguardo su di lui, meta del nostro cammino. Ma non appena Pietro torna a rivolgere la propria attenzione al vento impetuoso e ricade preda della paura, inevitabilmente comincia ad affondare. Allora non gli resta che l’invocazione accorata: «Signore, salvami!», a cui Gesù risponde prontamente afferrandolo per la mano. Nel fare questo non può però esimersi dal rimproverarlo: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». È una domanda che costringe Pietro a fare i conti con l’incredulità che lo abita, una domanda che siamo chiamati a lasciar risuonare anche nel nostro cuore. Del resto poco prima Gesù aveva rivolto a tutti i discepoli un interrogativo analogo: «Perché avete paura, uomini di poca fede?» (Mt 8,26).

Quando infine Gesù sale sulla barca, il vento si placa. Allora i discepoli gli si prostrano davanti, accompagnando il loro gesto di adorazione con una solenne confessione di fede: «Tu sei veramente il Figlio di Dio». Gesù per ora tace, ma più avanti chiarirà cosa significa e cosa comporta il suo essere Figlio di Dio (cf. Mt 16,16.21). Qui il suo silenzio è per noi una domanda: siamo disposti ad aderire a lui senza paura, credendo al suo amore (cf. 1Gv 4,16)? Questa fiducia salda è la verità di ogni confessione di fede fatta a parole

Per gentile concessione dal blog di Enzo Bianchi.

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GUCCINI A SCUOLA

 

Cremonini: “Vorrei che le sue canzoni venissero studiate nelle scuole insieme ai grandi poeti italiani”



Indice

Guccini alla Maturità

Le parole della famiglia

Le parole sulla scuola

Il messaggio agli alunni nel 2024

Il 6 agosto, a Pavana (Pistoia), circondato dall’affetto della moglie, della figlia e dei familiari, si è spento, a 86 anni Francesco Guccini. . Inutile dire che sono tantissimi i messaggi di cordoglio da parte di celebrità e istituzioni in onore del “Maestrone”.

La proposta è arrivata da più parti: “Guccini va studiato nelle scuole”. Oltre a Marcello Bramati, insegnante e giornalista, che lo ha scritto in un articolo pubblicato su Panorama, a sostenerlo è anche il celebre cantautore Cesare Cremonini.

Ecco cosa ha scritto nella sua pagina Instagram: “Grazie Francesco Guccini, ma ancor di più grazie a tutti i ragazzi e ragazze che lo hanno ascoltato studiando i suoi versi poetici. Vorrei che le sue canzoni venissero studiate nelle scuole insieme ai grandi poeti italiani”.

Guccini alla Maturità

C’è da ricordare una “chicca”: Francesco Guccini è entrato ufficialmente nella storia dell’Esame di Maturità nel giugno 2004, quando la sua “Canzone per Piero” stata scelta dal Ministero come traccia d’analisi della prima prova di italiano.

Ecco come aveva commentato, come riportato da Flc Cgil: “Sono imbarazzato e un po’ anche mi vergogno. Esser citato assieme a Cicerone e a Dante, ma via? Gli amici hanno sempre più pretesti per prendermi in giro. E poi queste cose succedono quando uno è morto, e io faccio ampi gesti di scongiuro. E chi è che sceglie i temi per la maturità? Perché, se è stato il ministro Moratti, allora mi spiace molto. La riforma che porta il suo nome a me non piace per niente”.

Le parole della famiglia

La famiglia, “nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità, ringrazia tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto. Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre”.

Guccini è stato tra i più rappresentativi e popolari cantautori italiani. Dopo il debutto nel 1967, è iniziata una carriera lunga oltre venti album di canzoni. Fu lui a scrivere “Dio è morto” e “La locomotiva”.

Le parole sulla scuola

Qualche anno fa Guccini aveva parlato di scuola. “Gli studenti universitari fanno degli errori clamorosi, per questo bisogna intervenire già dalle elementari”, aveva dichiarato all’agenzia Dire.

Guccini che oltre ad essere stato un docente di lingua italiana al Dickinson College a Bologna, scuola off-campus dell’Università della Pennsylvania, ha detto: “non sono più le elementari di una volta, quando il sistema forse era troppo feroce e classista”.

A tal proposito, l’autore de “L’avvelenata”, ha ricordato un particolare della propria famiglia, un diario di una zia, la sorella di sua mamma, “che lo tenne per tutta la vita, dove raccontava la storia della famiglia. La zia frequentava le elementari e aveva una proprietà di linguaggio, nessun errore di sintassi, nessun errore di ortografia. C’era un senso. Questo per dire che le elementari di una volta insegnavano a leggere e scrivere bene. Considerando che è sparita anche la calligrafia, dalle elementari si usciva sapendo scrivere, senza errori”.

Guccini non aveva risparmiato nemmeno le scuole medie: “per andarci serviva l’esame di ammissione- spiega- Bisognava sapere l’analisi logica molto bene. Ora le medie sono obbligatorie, la maggior parte le fa e si parcheggia li’. È un bene, ma manca la base. Si commettono errori di grammatica ridicoli, grossolani”.

Quindi per il cantautore, avendo delle pessime basi alle elementari e medie, si supera la maturità e si arriva all’università con errori incredibili per ragazzi di quella età.

Per Guccini c’era una spiegazione a ciò, ovvero un problema generale dell’istruzione italiana, dove la figura del maestro è svilita: “il maestro elementare ormai è protetto dal Wwf, non ne esistono più, sono come i panda. Lo stipendio è piccolo, non c’è prestigio sociale: una volta c’era il farmacista, il maresciallo dei carabinieri, il medico condotto e il maestro, erano personaggi all’interno della società con notevolissima importanza. Oggi, ci sono solo maestre, che hanno un secondo lavoro. Fanno un po’ le mamme. Prima erano feroci. Ricordo miei compagni alle elementari che sanguinavano per le bacchettate in testa. Se succede ora, diventa un caso da prima pagina. Erano severissime, oggi sono troppo buone”.

Il messaggio agli alunni nel 2024

In occasione della Giornata della Memoria 2024 il cantante aveva inviato un video messaggio ad una classe di una scuola che ha ricordato la Shoah cantando la canzone “Auschwitz” del cantautore modenese.

Ecco le parole di Guccini, riportate da La Repubblica: “Cari ragazzi della quinta elementare di Erbusco e cara maestra Laura, io vi ringrazio molto perché mi hanno detto che per la Giornata della memoria avete ascoltato la mia canzone ‘Auschwitz’. Ricordiamo tutti di avere questa memoria dentro di noi. Grazie ancora”.

Il video è stato postato sul gruppo Facebook “Sei di Erbusco se”, dove viene spiegato che gli alunni della 5A non si sono limitati ad ascoltare il brano di Guccini, ma l’hanno anche cantato, “splendidamente diretti dalla maestra Laura”.

Guccini, un docente: cantautori esclusi dalla letteratura, va studiato a scuola. Un brano del “Maestrone” traccia alla Maturità 2004

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