sabato 26 settembre 2026

METAMELOMAI

 

Convertirsi, 

cioè riscoprirsi 

figli nel Figlio




Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola

 nella XXVI domenica del tempo ordinario (anno A)

Ez 18,25-28; Sal 24/25; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

Il tema centrale nella liturgia della Parola di questa domenica è la conversione, presentata quale via maestra verso la salvezza. Nei vangeli e negli altri scritti neotestamentari, per dire “conversione”, ricorrono diversi termini greci. I due principali sono epistrophḗ, che significa “voltarsi, girarsi dall’altra parte, cambiare orientamento, cambiare comportamento”, e metánoia, che vuol dire “mutare modo di pensare, di interpretare la realtà, di vedere il mondo, di avvertire l’esistenza, di intendere il senso della vita, di conoscere Dio”. La conversione è tutto questo al contempo: un atto complesso e integrale, un’esperienza dinamica e impegnativa, che risulta da vari fattori, vissuti in personale responsabilità, a cominciare dalla disponibilità ad assecondare l’azione della grazia divina.

La salvezza, a cui la conversione conduce, è difatti un dono gratuito di Dio. Ma, come tale, esige di essere accettata e accolta liberamente e consapevolmente. La salvezza è l’intreccio tra la grazia divina e la responsabilità umana. Il fatto è che proprio la grazia rende abili a dare una risposta positiva e generosa all’appello di Dio, senza tuttavia forzare nessuno a rispondere. La responsabilità è suscitata dalla grazia del Signore, ma dev’essere esercitata da ciascuna persona umana. Non è un riflesso incondizionato, ma un’opzione fondamentale da reiterare continuamente. Nella prima lettura di oggi il profeta Ezechiele, parlando per conto di Jhwh Adonai, lo spiega chiaramente: la salvezza si riceve, ma pure si accoglie. La salvezza implica la resipiscenza dell’ingiusto («Se il malvagio si converte […], ha riflettuto [vayir’éh, nel testo ebraico, tradotto in greco apéstrepsen – cioè girarsi e capovolgersi – nella Settanta e in latino considerans – ha preso in considerazione il suo peccato – nella Vulgata], perciò si è allontanato da tutte le colpe commesse e quindi vivrà e non morirà»). La salvezza implica nondimeno la perseveranza del giusto (che non deve traviarsi e «allontanarsi dalla giustizia»).

Nella pagina evangelica, la breve parabola dei due figli inviati a lavorare nella vigna di famiglia mostra come la conversione sortisce da un duplice movimento, interiore ed esteriore, introverso ed estroverso, spirituale e ascetico, etico e morale. Nel racconto di Gesù, il primo dei due figli rispose di non voler andare a lavorare nella vigna, «ma poi si pentì e vi andò». Il secondo figlio, invece, ch’era sembrato più disponibile alla richiesta di suo padre, pronto ad obbedirgli come si obbedisce a un capo («Sissignore», gli risponde), non vi andò affatto. Gli uditori di Gesù convennero unanimemente che a «fare la volontà del padre» fu soltanto il primo figlio, pentendosi d’avergli dapprima risposto negativamente. Il verbo pentirsi, metamélei, oppure metamélomai (cambiare decisione) è strettamente imparentato – quanto al suo significato – con il verbo metanoeîn (mutare modo di pensare). E riecheggia l’attitudine a «riflettere» che, già nelle parole di Ezechiele, induce il malvagio a convertirsi. Significa, più precisamente, riscoprire ciò che davvero importa, l’essenziale, alla cui luce quel giovane comprese che il lavoro nella vigna non rappresentava una corvée cui sottoporsi supinamente, bensì l’assunzione di responsabilità nei confronti di una eredità preziosa.

Il pentimento, inoltre, è propedeutico alla fede. La quale è anch’essa un’esperienza totale e totalizzante, alla portata di tutti e importante per tutti, nessuno escluso: per le prostitute e i pubblicani, che s’erano convertiti grazie alla predicazione di Giovanni Battista, ma anche per i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, refrattari a quella stessa predicazione, ai quali il Maestro di Nazareth stava non a caso raccontando la sua parabola.

Pentirsi, o convertirsi, significa in definitiva avere gli stessi pensieri che un vero figlio – il Figlio! – ha nei confronti di ciò che il Padre suo vuole. Pentirsi e convertirsi equivale a rapportarsi filialmente con Dio, incontrato una buona volta come il Padre e non come un padrone. Paolo, nella sua lettera ai Filippesi, che ascoltiamo come seconda lettura, ci invita giustappunto ad «avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». 

Nel suo greco, l’Apostolo scrive phroneîte, che tradotto letteralmente sta per pensate, o considerate, le vostre reciproche relazioni alla stessa maniera in cui Cristo Gesù considerava e pensava il suo rapporto con Dio, sapendosi Figlio suo e accettando di sperimentare la fraternità con tutti noi, fino al punto di sobbarcarsi alla nostra debole condizione umana, svuotandosi di ogni sua prerogativa divina. Per questo motivo deve valere anche per noi ciò che egli ebbe a cuore: «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri».

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TESTIMONE DI PACE

 

Il Papa nel suo discorso nella Sala I dell'Unesco 

Il Papa all'Unesco: 

la vita è dono, non merce.


 La guerra la più terribile

 opera umana

Seconda tappa del viaggio di Leone XIV a Parigi nella sede dell’organismo Onu per l’educazione, la scienza e la cultura. Il Pontefice denuncia le forme di dispotismo o di barbarie di quest’epoca, come pure la “disumanizzazione” della persona e l’umanizzazione delle macchine. Indica come “banco di prova” di azioni e affermazioni sul rispetto della dignità umana la cura dei “bambini nel grembo materno e nei teatri di guerra, persone con disabilità fisiche e intellettuali, anziani, migranti"

-di Salvatore Cernuzio - Inviato a Parigi

Si presenta come “testimone di pace”, Leone XIV, nella sede dell’Unesco di Parigi, tempio laico in cui “linguaggi e culture si incontrano” per contribuire alla pace attraverso educazione, scienze, cultura. È la seconda tappa del viaggio in Francia; la prima visita di un Pontefice nel nuovo millennio dopo l’ultima e unica di Giovanni Paolo II il 2 giugno del 1980. Quarantasei anni e un mondo sconvolto da squilibri, indigenza, forme di dispotismo o di barbarie che “fomentano rivalità e conflitti”, una “disumanizzazione” della persona e l’umanizzazione lasciata invece alla “intelligenza” di macchine e computer. Per questo il Papa, in un monumentale discorso – l’unico in inglese del viaggio – rilancia il progetto di “costruire insieme un mondo giusto”, quale “spazio accogliente verso tutti e fecondo per ciascuno, affinché ogni popolo possa crescere nella pace”.

Il direttore dell’Unesco: condividiamo l’imperativo di difendere la dignità umana

A Parigi, El-Enany Ali Ezz accoglie Leone XIV nella storica visita all’agenzia dell’Onu per l’educazione, la scienza e la cultura, 46 anni dopo san Giovanni Paolo II. Un evento che ...

Il ricordo di Giovanni Paolo II e una mostra d'arte

Ad ascoltare il messaggio del Papa ci sono rappresentanti degli Stati membri e delle organizzazioni internazionali, del mondo accademico e della società civile che attendono l'arrivo del Papa con una serie di filmati che ricordano, tra le altre cose, la visita di Wojtyla. Fuori gruppi di giovani con cartelloni e bandiere che gridano compostamente al passaggio del Pontefice. Sul palco c’è il direttore generale Khaled El-Enany, con il quale si svolge un bilaterale nella Biblioteca. All’uscita, in Piazza della Tolleranza - con la Tour Eiffel che si staglia all'orizzonte - il Papa innaffia un albero di ulivo. Saluti, foto ufficiale, la firma del Libro d'Onore ("Spero che, con l’aiuto di Dio, l’Unesco continui a promuovere in modo così prezioso la cooperazione internazionale nei settori dell’istruzione, della scienza e della cultura", è la dedica); poi Leone fa il suo ingresso nella Sala I, dopo aver attraversato la Salle des pas perdus, dove l’occasione sono state esposte opere d’arte dei gruppi regionali dell’Unesco.

La vera pace

El-Enany pronuncia parole di benvenuto e al Papa consegna il Libro della Pace. “Pace” è la parola che torna circa 20 volte nel discorso di Leone XIV. La pace che, sottolinea, “non può essere costruita soltanto con i trattati, né attraverso compromessi tra forze opposte”.

La pace è vera quando scaturisce dalla virtù della giustizia più che da un mero contratto, da una volontà retta piuttosto che da un instabile equilibrio di interessi. Infatti, solo una volontà retta può riconoscere nell’altro un fratello o una sorella, una persona come sé stessi

Tutti figli, tutti poveri per nascita

Siamo fratelli e sorelle perché siamo anzitutto “figli”, puntualizza il Papa. Essere umani significa “essere figli”: “Nessuno di noi ha scelto di esserlo. Nessuno ha deciso da chi, o quando, o dove nascere. Questa evidenza illumina un fatto non solo biologico, ma etico: come figli, siamo tutti fratelli e sorelle. La nostra umanità è da subito un dono e una prova, una promessa e una responsabilità”. In secondo luogo, “tutti nasciamo nudi e bisognosi”, tutti “siamo poveri per nascita”, “indigenti di pane e di parola, di cura e di affetto”, rileva il Papa. Da adulti rischiamo di dimenticarcene e delle “conseguenze di questa amnesia soffrono proprio i bisognosi, ogni volta che la loro umanità viene tradita o scartata, sfruttata o ingannata”.

L’oblio della nostra nascita oscura l’idea di vita umana, perché la distacca dalla storia comune a tutti noi. Allora la vita non viene più concepita come dono, ma come merce. Non è più vista come un richiamo alla cura e alla responsabilità, ma un prodotto da sfruttare

Leone XIV: la guerra non è inevitabile, la Francia promuova pace e diplomazia

Una riflessione sui temi che sono la spina dorsale del suo magistero: è quella che il Papa offre nel primo discorso alle autorità nel Palazzo dell'Eliseo. Forte l'accento sulla ...

La libertà...

Questa drammatica alternativa ricorda che “essere umani significa essere liberi per natura”. E la “libertà” che Dio ha donato ad una umanità “magnifica”, cioè “piena di potenzialità, seppur segnata da molti mali e ingiustizie”, può risplendere nella sua bellezza o essere deturpata. “È bella quando è orientata verso il bene e la verità; è deturpata quando scivola nell’arbitrio, nella violenza e nella sete di potere”. Mediante il suo impegno, l’uomo “può coltivare o sfigurare la terra, produrre arte o distruggere”.

...e la guerra, la più terribile delle opere umane

In questo particolare momento, “la più terribile delle opere umane è la guerra; poiché in essa la scienza stessa è posta a servizio di una volontà disumana di distruggere e uccidere”, denuncia Papa Leone XIV. Lo afferma pure il Preambolo della Costituzione Unesco, formulato all’indomani della Seconda Guerra Mondiale.

Poiché le guerre nascono nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace

Rivalità e conflitti

“L’umanità – aggiunge Papa Leone - aveva capito che il progresso scientifico, quando è separato dalla saggezza, può trasformarsi in arma devastante; che la cultura, quando si piega all’ideologia, può diventare menzogna e propaganda; che l’educazione, quando rinuncia alla verità, degrada a strumento per manipolare le coscienze”. Oggi, in particolare, il principio stesso della pace è minato da rivalità e conflitti. Ma anche da sfide nel mondo scientifico ed educativo, innanzitutto quella delle nuove tecnologie, ambito per il quale Leone chiede “sforzi” affinché “rimangano al servizio della persona umana, anziché diventare un ulteriore strumento di dominio e di ingiustizia”.

L'intelligenza delle macchine

Il focus è sull’Intelligenza artificiale, tematica al centro della enciclica Magnifica humanitats: ad alcuni “sistemi artificiali è stato persino attribuito il nome della nostra facoltà umana di pensiero: intelligenza”, osserva. “Allo stesso tempo, però, le nostre idee e relazioni rischiano di venire impoverite da un processo di disumanizzazione”.

Mentre l’“intelligenza” viene attribuita ai sistemi computazionali, fatichiamo a riconoscere la dignità inalienabile delle persone umane, le cui vite vengono valutate con il criterio dell’efficienza e, quando ritenute non più produttive, respinte e scartate

È una realtà “dolorosa” che invita a riflettere “sia sulla fragilità della nostra natura umana che sull’immensa dignità di ogni persona”. Quella che, scandisce il Vescovo di Roma, “non è distrutta dalla malattia o dal dolore, né dipende dalle prestazioni di cui una persona è capace”; al contrario, “richiede cura amorevole in ogni fase della vita”.

Il Papa in aereo verso Parigi: vado in Francia per portare un messaggio di pace nel mondo

Nel volo verso la Francia Leone XIV saluta i circa 80 giornalisti che lo accompagnano nei quattro giorni della trasferta transalpina. Dal Pontefice gratitudine per il lavoro che ...

Torre di Babele o Piazza di Pentecoste?

Dalle parole del Successore di Pietro emergono due immagini bibliche: la torre di Babele e la piazza di Pentecoste. La prima a rappresentare “un’unità imposta attraverso il dominio”; la seconda, l’unità che non annulla le differenze ma, anzi, le valorizza. La torre di Babele “svela che più il potere opprime, più si indebolisce, mostrando il suo volto disumano”, spiega Papa Leone. Lo si vede “nelle sofferenze e nelle ingiustizie che il dispotismo causa”, nonché “nello sfruttamento che ferisce la società e l’ambiente”.

Oggi, la tentazione di Babele si ripresenta in una globalizzazione perseguita senza fraternità, nell’avido colonialismo finanziario, nelle imposizioni ideologiche, in tutti quei contatti senza legami che riducono la vita umana al commercio. La stessa scienza, quando viene ridotta a una tecnica di potere, non serve più a elevare la persona umana, ma rischia invece di degradare i frutti dell’impegno

Isolamento, fake news, miseria spirituale

Anche qui, un paradosso: strumenti capaci di collegare istantaneamente persone e continenti, ma che creano “nuove forme di isolamento, miseria materiale e spirituale, abbandono”; comunicazione molto più rapida, ma “non necessariamente più veritiera”; informazione abbondante, ma “informazioni false” e “parole senza significato” che si moltiplicano.

L’IA accentua il problema: sistemi “in grado di correlare dati”, ma non di “rispondere alle domande sul senso dell’esistenza umana”. Eppure gli esseri umani non possono vivere senza senso “ossigeno della mente”, assicura il Pontefice. Perciò “le sfide comunicative, che sono sempre sfide educative, impongono la questione della verità come tema di giustizia sociale e di equità storica”. Ecco perché l’educazione è “essenziale”, secondo Leone XIV, che incoraggia il programma Unesco di Alfabetizzazione ai media e all’informazione.

La giustizia trattata come merce

“Senza la verità, il linguaggio finisce per sottostare alla logica della violenza e alla volontà arbitraria dei potenti. Gli altri vengono così esclusi nel nome del profitto, e gli innocenti vengono uccisi nel nome della libertà”, è il monito papale.

Anziché rispettare la legge, chi detiene il potere la invoca quando serve ai propri interessi e la ignora quando li limita, trattando persino la giustizia come una merce da comprare e vendere. Se riconosciamo che la corruzione della legge parte dalla corruzione del cuore, possiamo apprezzare il fatto che qualsiasi scienza rischia di perdere senso se condotta senza etica, cessando così di servire e rispecchiare la dignità umana

Tutelare i piccoli e i giovani

La raccomandazione del Papa, dinanzi a un simile scenario, è di tutelare bambini e giovani perché mai, nell’epoca digitale, la loro vulnerabilità diventi “occasione di sfruttamento”. Piuttosto le tecnologie devono sostenerne crescita, formazione, relazioni, libertà di pensiero e discernimento.

Leone introduce così l’altra immagine della Piazza di Pentecoste, da dove si eleva “un messaggio di pace”, cioè “la vittoria della vita sulla morte, la salvezza che dà speranza al mondo”. La Pentecoste è la manifestazione che “la comunione non impedisce affatto la diversità”, che l’unità “non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo”. “Chi opera nel campo dell’educazione sa che solo la verità ci fa liberi”, incalza il Pontefice. “Chi insegna e chi fa ricerca sa che l’errore ci rende schiavi dell’ignoranza e della superstizione”.

C’è una sola terra per tutti, e una sola, comune natura umana. L’essere umano non può essere compreso separando ciò che appartiene a un insieme: corpo e anima, vita personale e relazioni, il nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente

Prendersi cura di persone e Creato

A questo proposito, Leone XIV sulla scia dei predecessori - Benedetto XVI che ha parlato di “ecologia della persona umana” e Francesco di “ecologia integrale” – rinnova l’invito a “prenderci cura della persona umana e del creato insieme”. Perché “coltivare la terra implica coltivare l’umanità che la abita”.

La pietra di paragone è la cura verso i più piccoli e i poveri: “Bambini nel grembo materno e nei vari teatri di guerra, persone con disabilità fisiche e intellettuali, anziani, migranti e rifugiati, e tutti coloro che la superbia esclude come non produttivi”. “Sono loro – afferma il Papa - il banco di prova delle nostre affermazioni sul rispetto della dignità umana, la cui tutela e promozione si estendono anche al creato”. All’opposto sta “una volontà di sfruttamento e di rapina, che mira a spremere quanto più possibile da ogni essere vivente, consumando senza custodire e distruggendo senza coltivare”.

L’attuale crisi ecologica è una crisi antropologica

La crisi di efficienza delle istituzioni

“Habitat” della persona umana è la società: “Nella pace sociale, i popoli prosperano secondo giustizia”, annota ancora il Pontefice. L’Unesco ha nel “lavoro paziente di costruzione della pace” uno dei suoi più alti compiti educativi e scientifici, specie in un tempo in cui “il mondo guarda alle istituzioni internazionali con sentimenti contrastanti”. Le istituzioni sperimentano, infatti, “una crisi di efficienza, specie quando il dialogo viene giudicato un freno all’azione anziché una risorsa per la pace, come una forma d’ipocrisia anziché un’opportunità per cercare insieme il bene”. Per il Papa si tratta di “derive”; l’antidoto è la “fiducia”. Fiducia che “le differenze non costituiscano necessariamente una minaccia”; fiducia che “il confronto sincero possa generare un bene maggiore di quello che ognuno potrebbe costruire da sé”.

La Santa Sede desidera infondere questa fiducia nell’Unesco, come nelle altre Organizzazioni internazionali, consapevole che ogni popolo possiede una ricchezza da condividere lungo la ricerca di quell’autentico progresso, che unicamente la pace può garantire. Non si tratta di predicare un ottimismo ingenuo, che ignori le difficoltà, bensì di perseverare nella speranza che il bene è sempre possibile

Far fiorire la pace

“L’Unesco testimoni questa speranza favorendo l’intesa tra le Nazioni, mediante il dialogo tra le rispettive culture”, conclude Papa Leone. L’educazione, è il suo auspicio, “sia lo strumento per superare reciproche paure” e “la scienza possa servire la vita di ogni essere umano, seminando nel presente il buon raccolto del futuro”.

Dedicandoci tutti con coerenza alla nostra magnifica umanità potrà finalmente fiorire la pace.

Vatican News

 


LA LEGGE DI TRUMP

 


Il diritto

 internazionale 

e la legge 

di Trump


-         di Giuseppe Savagnone

-          

Alle origini dimenticate di una storia

Nel suo discorso all’ONU Donald Trump ha menzionato Cuba: «Cuba», ha detto, «è uno Stato fallito e cadrà».  Dopo il Venezuela, è il secondo caso di una dittatura “di sinistra” presa di mira dal presidente americano, con la giustificazione – contenuta in una dichiarazione del 29 gennaio 2026 – che Cuba costituisce una minaccia «inusuale e straordinaria» per la sicurezza nazionale statunitense.

Da parte sua, l’opinione pubblica occidentale non sembra affatto preoccuparsi di questa situazione, anche perché nell’immaginario collettivo al nome dell’Isola si collega solo la vaga immagine di un regime dittatoriale vetero-marxista.

E in effetti, anche dopo l’uscita di scena di Fidel Castro, avvenuta già nel 2006, per motivi di salute, e quella del fratello Raúl, che ne aveva preso il posto, non sembra che l’ascesa al potere di Miguel Díaz-Canel, presidente dall’aprile 2018, abbia molto cambiato la situazione.

Pochi ricordano come sia nato il regime castrista. La storia comincia con la caduta e la fuga, il 1 gennaio 1959, del corrotto dittatore Fulgencio Batista. Strettamente collegato alla mafia statunitense, Batista governava, prima di fatto, poi anche di diritto, dal 1933 con l’appoggio degli Stati Uniti. Sconfitto alle elezioni del 1942, era tornato al potere nel 1952 con un colpo di Stato, calpestando ogni libertà e ogni diritto. La stima delle persone da lui fatte assassinare è di 20.000, su una popolazione di 11 milioni e mezzo di abitanti. Solo dopo una lotta durata tre anni, con alterne vicende, il giovane avvocato Fidel Castro, messosi a capo di un gruppo di guerriglieri, riuscì a sconfiggere l’esercito regolare, anche grazie a un massiccio appoggio popolare.

Appoggio accresciuto da una riforma agraria che sottrasse ai latifondisti cubani il controllo della terra e la redistribuì ai contadini. Il nuovo corso, però, colpì anche cittadini e compagnie statunitensi, i cui interessi erano fortemente tutelati sotto Batista, e già nell’ottobre del 1959 il presidente repubblicano Dwight Eisenhower approvò un piano della CIA che prevedeva il supporto agli oppositori interni del nuovo governo e includeva raid degli esuli contro l’Isola a partire dal territorio statunitense.

Furono molti a dover fuggire, sentendosi minacciati, non solo economicamente, ma anche fisicamente, da un governo rivoluzionario che, nella sua ansia di ristabilire la giustizia, non si curava di rispettare il diritto e colpiva senza esitazione chiunque si opponesse al suo progetto. Mentre operai e contadini sostenevano la rivoluzione, l’opposizione veniva soprattutto dalla classe media e migliaia di medici, ingegneri e altri professionisti emigrarono in Florida, creando una vera e propria colonia in esilio a Miami.

Castro, sia per la sua impostazione ideologica, sempre più esplicitamente ispirata al marxismo, sia per reazione alla chiara presa di posizione degli Stati Uniti, si avvicinò alla Russia. Nel febbraio 1960 il vicepresidente sovietico Anastas Mikojan arrivò all’Avana e dichiarò che l’Unione Sovietica sarebbe stata disposta ad aiutare il regime di Castro. Poco dopo, le compagnie statunitensi Standard Oil, Esso e Texaco e la britannica Shell furono nazionalizzate dal governo cubano.

  In risposta, il 6 luglio 1960 il Congresso degli Stati Uniti votò una sanzione economica contro Cuba – la prima di una lunga serie – autorizzando il presidente a ridurre o sopprimere le importazioni di zucchero dall’Isola. Il 7 luglio il Parlamento cubano, a sua volta, emanò una legge di nazionalizzazione di tutte le società statunitensi.

Con l’appoggio del nuovo presidente democratico degli Stati Uniti John Kennedy, gli esuli cubani, il 17 aprile 1961, tentarono di invadere l’Isola, sbarcando nella Baia dei Porci.  L’operazione si risolse in un clamoroso fallimento: circa 1.200 controrivoluzionari furono arrestati, imprigionati e processati. Solo venti mesi dopo, il 23 dicembre 1962, furono rilasciati, in cambio di 53 milioni di dollari di alimenti per bambini e farina.

Fallita la via militare, Kennedy, il 7 febbraio 1962, con il “Proclama 3447” ampliò le restrizioni commerciali del 1960 vietando ogni tipo di scambio.

Dalla “crisi di Cuba” del 1962 ai nostri giorni

Sentendosi minacciata dalla vicina superpotenza, la nuova “Repubblica socialista” di Cuba chiese all’Unione Sovietica di installare batterie di missili nucleari sul proprio territorio. Il pericolo era gravissimo per gli Stati Uniti e le navi russe che, alla fine dell’ottobre 1962, portavano le nuove armi si trovarono di fronte a un blocco navale americano. Si fu sull’orlo dello scoppio della terza guerra mondiale. Fu trovata, però, una via d’uscita: Krusciov rinunziò ai missili cubani, in cambio di un’analoga mossa americana in Turchia.

Ma ormai tra l’Avana e Washington era rottura totale. Kennedy intensificò le sanzioni contro Cuba. Nel corso del 1963 non solo venne proibita l’importazione di prodotti cubani, ma fu interdetto il trasporto di merci statunitensi su navi straniere che avessero fatto tappa nei porti dell’Isola.

Intanto Fidel Castro aveva ormai consolidato all’interno un governo dittatoriale, pur mantenendo un grande sostegno popolare e, in politica estera, si era fatto promotore dell’esportazione della rivoluzione socialista in tutti i Paesi dell’America Latina e del Terzo Mondo. In questo contesto si situa anche l’avventura e la tragica fine del suo compagno più famoso, Che Guevara.

Ma dopo il 1989, con la crisi del blocco comunista, Cuba è rimasta sempre più isolata e le conseguenze del blocco economico si sono fatte sentire ancor più di prima sulla popolazione. L’economia cubana in quella fase è decresciuta del 40%, con gravi carenze alimentari, malnutrizione diffusa e mancanza di beni di base. Le sanzioni statunitensi hanno avuto un peso decisivo. Ad aggravarle, nel 1992 il Congresso americano ha approvato una legge secondo cui le navi che attraccavano in porti cubani non potevano entrare in porti statunitensi per sei mesi successivi.

Questa situazione si è prolungata fino ai giorni nostri. Il regime ha resistito, ma a costo di trovarsi sempre più alle prese con un crescente malcontento popolare per le difficilissime condizioni di vita. Da qui un crescente dissenso, a cui ha risposto con una dura repressione. Il 5 giugno 2020 la Commissione interamericana dei diritti umani ha pubblicato un rapporto sulla situazione dei diritti umani a Cuba in cui denunziava l’alto rischio che affronta l’opposizione, la mancanza di libere elezioni, la forte riduzione della libertà d’espressione. La Commissione esprimeva inoltre «la sua preoccupazione per l’elevato numero di testimonianze e informazioni pubbliche che denunciano le detenzioni arbitrarie contro attivisti e oppositori come una pratica sistematica sull’Isola».

Ma intanto alla Casa bianca arrivava Donald Trump. Già durante il suo primo mandato (2017-2021), il tycoon ha imposto oltre 240 sanzioni aggiuntive a Cuba, mantenute poi dall’amministrazione Biden, invertendo il timido disgelo avviato da Barack Obama.  La conseguenza è stata che, tra il 2021 e il 2024, oltre un milione di cittadini ha abbandonato l’Isola, per dirigersi prevalentemente verso gli Stati Uniti.

Davanti a questa crisi umanitaria, il 23 giugno 2021 l’Assemblea dell’ONU ha ratificato, a larghissima maggioranza – 184 voti a favore della fine dell’embargo, 3 astensioni (Colombia, Ucraina ed Emirati Arabi Uniti) e 2 soli voti contrari: USA e Israele – che l’embargo economico che gli Stati Uniti d’America stavano portando avanti contro Cuba era illegale e che doveva cessare.

La stretta di Trump

In realtà, nel suo secondo mandato, incurante di questa richiesta, Trump ha dato un’ulteriore svolta alla politica di strangolamento economico seguita dai suoi predecessori, spinto anche dal suo segretario di Stato, Marco Rubio, la cui famiglia era fuggita da Cuba a Miami dopo l’avvento di Castro.

In un articolo del 17 settembre scorso il «New York Times» riferisce che, con l’inasprimento delle sanzioni voluto dal presidente americano, «i cubani vivono la peggiore crisi umanitaria dell’isola dalla rivoluzione del 1959 (…). A gennaio l’amministrazione ha imposto un blocco petrolifero, poi, a maggio, ha intensificato la pressione annunciando che le aziende straniere che collaboravano con determinate entità statali cubane rischiavano il congelamento dei beni e l’esclusione dalle attività commerciali con aziende e banche statunitensi (…). Questo sviluppo aggiunge un ulteriore livello di sofferenza ai cubani, già alle prese con blackout quotidiani, carenza di carburante e cibo e un sistema sanitario al collasso».

L’articolo riferisce tra l’altro che 100.000 pazienti, di cui 12.000 bambini, sono in attesa di essere operati a causa delle carenze di energia e di materiale sanitario.

Il presidente americano non ha nascosto le sue intenzioni. «Credo proprio che avrò l’onore di conquistare Cuba. Sarebbe fantastico. Un grande onore», ha detto durante una conferenza stampa a Washington il 17 marzo 2026. «Posso liberarla o prenderla, penso di poterci fare tutto quello che voglio», ha aggiunto, «è una nazione molto indebolita». È in questo contesto che vanno lette le parole del suo discorso all’Assemblea dell’ONU.

D’altronde la «conquista» di Cuba sarebbe il proseguimento logico di quella del Venezuela, stretto alleato del regime cubano, realizzata nei primi di gennaio di quest’anno con la cattura del presidente Maduro e il sostegno al regime della sua vice-presidente, Delcy Rodríguez, in cambio di un accordo sul petrolio venezuelano che ne consegna il controllo alle compagnie petrolifere statunitensi.

E il diritto internazionale?

Contestualizzare l’attuale crisi dei rapporti tra Cuba e Stati Uniti consente da un lato di leggerla come lo sbocco finale di una storia che dura da quasi settant’anni, dall’altro di coglierne alcune peculiarità. Sia sull’uno che sull’altro versante sono inevitabili alcune considerazioni riguardanti il ruolo che in questa vicenda ha avuto e ha il diritto internazionale.

La prima, che coinvolge tutta la politica degli Stati Uniti verso Cuba fin dall’inizio, riguarda la legittimità di sanzioni economiche che colpiscono non forniture militari, non i responsabili politici di scelte antidemocratiche, ma proprio quella popolazione civile che si dice di voler proteggere e che le convenzioni internazionali vietano di colpire.

Si risponde che in questo modo si vuol far cadere il regime. Ma questa è la logica dei terroristi che, per colpire un governo odiato a causa dei suoi veri o presunti crimini, non esitano a colpire degli innocenti. A Cuba molte donne e molti bambini hanno sofferto in questi anni e soffrono oggi più che mai a causa di una guerra nella quale sono trattati come “scudi umani” sacrificabili. La deliberazione dell’ONU del 2021 ha chiaramente condannato questa logica assolutamente contraria al diritto internazionale.

La seconda considerazione riguarda direttamente lo stile di Trump, che del diritto internazionale sembra proprio indicare la definitiva liquidazione. Dalla gratuita minaccia di invadere la Groenlandia, alle non meno gratuite pretese di annessione del Canada; dall’atteggiamento conciliante nei confronti della guerra imperialista di Putin, allo scatenamento dell’immotivata guerra dei dazi contro governi amici; dal sostegno incondizionato alla pulizia etnica di Israele a Gaza e in Cisgiordania, all’aggressione all’Iran;  dalla creazione del “board of peace” – ente voluto dal presidente, con ingresso a pagamento, che dovrebbe sostituire o almeno controllare l’ONU –, all’azione appena ricordata contro il Venezuela, Trump ha dimostrato una perfetta coerenza con quanto  dichiarato nella famosa intervista al «New York Times», quando, alla domanda se vedesse limiti ai suoi «poteri globali», ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

E del resto, nel discorso all’Assemblea dell’ONU in cui ha parlato di Cuba, ha teorizzato la sua idea che non ci deve essere un organismo internazionale a sanzionare eventuali violazioni dei diritti umani da parte di governi dittatoriali: «Gli Stati Uniti», ha detto, «si oppongono fermamente all’istituzione fuori controllo nota come Corte Penale Internazionale. Esorto tutte le nazioni membri della CPI a ritirarsi ufficialmente e immediatamente da questa istituzione fuorilegge».

Sì, si è espresso così: «fuorilegge». Perché la sola legge, ormai, è quella di Trump.

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DESIDERIO O DOVERE ?

 


'Dai desideri


 infiniti


al sogno


 dell’Infinito'

 


 L’antica saggezza cinese ci indica dove può condurre il turbine del desiderio quando non ne comprendiamo la dimensione spirituale. 

-di G. Borlomini

Non sciupiamo noi stessi in un folle turbinio, cercando di afferrare la vuota lode di un’ora, facendo piani per ottenere qualche residuo di reputazione che ci sopravviva. Ci muoviamo attraverso il mondo in uno stretto fosso, preoccupati delle piccole cose che vediamo e udiamo; rimuginiamo i nostri pregiudizi, passando a lato delle gioie della vita senza neppure accorgerci che ci è sfuggito qualcosa. Neppure per un momento gustiamo il vino forte della libertà, siamo imprigionati tanto realmente come se fossimo gettati nel fondo di un fosso carichi di catene (Yang-Chu). 

I miti greci dipingono con grande efficacia lo stato di perenne agitazione dell’animo umano, che si affanna per inseguire beni irrisori, condannandosi a una perpetua fatica e insoddisfazione. Ricordiamo i tre miti più rappresentativi di questa condizione: Sisifo, il più scaltro dei mortali, che avendo tradito i segreti degli dei è condannato a spingere fin sulla cima di un monte un sasso che ogni volta rotola in basso, cosicché ripete eternamente la stessa fatica; Issione, per essere stato sacrilego, è legato a una ruota infuocata che gira incessantemente, e poiché aveva gustato il cibo degli dei che rende immortali, la sua condanna è senza fine; ed infine Tantalo, che inganna e tradisce gli dei, dei quali era il favorito, ed è condannato a stare immerso fino al mento nell’acqua senza poterla mai bere, perché appena china la testa l’acqua si abbassa, e appena si protende per afferrare i frutti che pendono da un ramo e cibarsene, il ramo si allontana. 

 I filosofi greci ravvisavano in questi tre miti una metafora del desiderio non controllato e del suo meccanismo perverso. Come già affermava Lao Tzu: «Non c’è peggiore calamità che l’aumento smodato dei desideri». Che poi è il meccanismo alla base della terribile schiavitù del consumismo. L’essere umano che contrasta l’aspirazione divina che porta in sé e cerca soddisfazione solo nei desideri materiali, si condanna a una fatica improba e perenne, senza mai trovare appagamento. 

 

Il desiderio incontrollato diventa fonte di incessante inquietudine che impedisce di vivere appieno, oscura la coscienza, distorce la visione del mondo, toglie pace e libertà interiori. La sapienza indiana ha un termine preciso per descrivere questo stato: Avidya, la Non-conoscenza, l’ignoranza, la cecità spirituale che ci fa credere eterno quello che eterno non è, puro quello che è impuro, bene quello che invece ci fa male. È la grave ignoranza per cui ci illudiamo che i nostri averi, le nostre conquiste, siano il nostro bene, e ci procuriamo così le più gravi delusioni. 

 

Abbiamo desideri infiniti, e invece di farci sospingere da essi verso l’Infinito ci facciamo travolgere da infiniti prodotti! Il fenomeno del desiderio nella logica consumista si configura con chiarezza come un fenomeno profondamente spirituale e non materialistico. Il sociologo Bauman lo intuisce quando scrive: «Lo scopo del gioco del consumo non è tanto la voglia di acquisire e possedere, né di accumulare ricchezze in senso materiale, tangibile, quanto l’eccitazione per sensazioni nuove, mai sperimentate prima. I consumatori sono prima di tutto raccoglitori di sensazioni: sono collezionisti di cose solo in un senso secondario e derivato». La molla fondamentale di questo processo è proprio il desiderio infinito, che può essere la molla della liberazione, inducendo a cercare altrove la soluzione dei propri bisogni infiniti, oppure trasformarsi nella peggiore delle schiavitù. Aveva ragione Pasolini a dichiarare che il consumismo ha rubato le anime perché si tratta a tutti gli effetti di un fenomeno religioso. 

 

Il desiderio infinito che abita il cuore di ogni essere, se non trova qualcosa degno di saziarlo si trasforma in forza disordinata o peggio ancora distruttiva. 

Dice bene Mircea Eliade, il grande storico delle religioni, che ogni manifestazione della civiltà contemporanea in realtà nasconde un aspetto del sacro, della ricerca iniziatica, del desiderio di trascendenza, ma lo esprime in forma degradata e camuffata. 

Proprio per questo non si deve reprimere il desiderio, ma indirizzarlo verso qualcosa di veramente degno di una spinta così potente; una spinta che quando viene a mancare ci fa sprofondare nel torpore. 

Mi inquieta tanto la gioventù quando è priva di desiderio, annebbiata davanti al proprio smartphone. Per fortuna non mancano mai giovani desiderosi di rompere qualsiasi barriera, di avventurarsi in spazi nuovi, di esagerare per il solo gusto di andare oltre qualsiasi limite. Come diceva Gianvittorio Cappelletto, mio maestro e padre di vita spirituale: i giovani hanno dei sogni, cullano delle aspirazioni che sanno di incredibile, in quanto si convincono a sottoporsi a sforzi diuturni per cercare dei risultati a cui non si potrà mai arrivare, in una vita che ha i giorni contati. Una grande voglia di amare e di essere amati li sospinge, attraverso infinite delusioni, ad ancorare il proprio cuore a qualcosa di stabile e di infinito. Hanno tutti una grande sete di infinito. 

Tanti sognano di potersi collegare con fontane inesauribili. 

 

Questo sarebbe lo slancio migliore per chi desidera crescere all’Infinito. Per molti invece la trappola consumista ha fornito surrogati ai desideri infiniti, all’insaziabilità che spinge molti esseri umani alla ricerca di qualcosa che li soddisfi. Non sono pochi i giovani però che spinti da questo ardore sono caduti nelle reti della droga, dell’alcool o di giochi trasgressivi in cui sprecare stupidamente la vita. Una soluzione potrebbe essere quella di insegnare loro a trovare una risposta adeguata ai bisogni infiniti, all’insaziabilità che esprimono. Solo l’Infinito può saziare desideri infinti. Una seria esperienza di meditazione e di vita spirituale potrebbe essere una risposta, poiché sono vie che sorgono per far superare i limiti umani, predispongono all’abbraccio con l’Infinito, fanno penetrare nella vita infinita. 

Il desiderio è una forza divina dentro di noi, è ciò che - letteralmente - ci spinge verso le stelle. Proprio per questo è fondamentale che la forza del desiderio sia indirizzata verso ciò per cui è stata destinata: a volgerci, cioè, nella direzione del Cielo. Purtroppo, un abbaglio frequente è scambiare le stalle…per le stelle. 

Ma così come essere spinti da desideri incontentabili può condurre alla rovina, può anche essere la via di salvezza. Perché gli incontentabili che cercano appagamento nel poco cadono nell’oblio, drogati dall’infinito succedersi di prodotti, se invece restano degli ‘incontentabili’ irriducibili prima o poi scopriranno l’inganno e passeranno dai prodotti infiniti all’Infinito stesso, che sazia lasciandoti sempre il desiderio. È un paradosso. È l’estasi!

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venerdì 25 settembre 2026

SAN FRANCESCO IERI E OGGI


RICCO DI SIGNIFICATO

 PER L'UOMO 

DI TUTTI I TEMPI 

Ricorrono 800 anni dal «beato transito» di san Francesco d’Assisi, avvenuto il 3 ottobre 1226[1]. Papa Leone XIV, in occasione dell’apertura del centenario, ha inviato una lettera alla Famiglia francescana: «“Nostra sorella morte”, esclamava San Francesco alla Porziuncola, mentre le andava incontro come un uomo finalmente pacificato. Sono trascorsi otto secoli dalla morte del Poverello d’Assisi che ha scritto a caratteri incisivi la parola di salvezza di Cristo nei cuori degli uomini del suo tempo. […] Il [suo] messaggio di pace possa trovare eco profonda nell’oggi della Chiesa e della società»[2].

Nella sua lettera, il Papa ricorda che san Francesco appare ricco di significato per l’uomo del suo tempo, ma anche per l’uomo di oggi, grazie alla radicalità con cui ha vissuto il Vangelo, sine glossa: una scelta che ne ha segnato la vita. Francesco non dà ordini, non insegna, agisce, e il suo agire insegna a vivere. La sua dottrina e la sua autorità rimangono del tutto interne all’azione. Da lì deriva il messaggio di povertà che il Santo ha testimoniato nel cammino di spoliazione radicale, dal distacco dei beni paterni alla rinuncia al proprio ruolo sociale, fino alla completa identificazione con il Cristo crocifisso. Su questi princìpi egli ha fondato la fraternità dei Minori. Se si considerano tutte le realtà maschili e femminili che oggi si ispirano a lui, la Famiglia religiosa francescana è la più numerosa nel mondo[3].

Francesco è universalmente riconosciuto come simbolo di pace, e non solo per il saluto «Il Signore ti dia pace», inconsueto ai suoi tempi, che sta ad augurare la pace che viene solo dal Risorto[4]. In questo senso lo caratterizza l’iniziativa di partire al seguito della VCrociata, passando dalla parte dei musulmani per annunciare loro il Vangelo. Egli tenta anche il dialogo con il sultano d’Egitto, al-Malik al-Kamil, con una straordinaria apertura basata sul confronto piuttosto che sul conflitto.

Il Santo vive oggi nel suo rapporto particolare con il creato: nel Cantico di Frate Sole, ritenuto il primo testo della letteratura italiana, chiama il Sole e la Luna «fratello» e «sorella»; vi riconosce «un riflesso della bellezza divina»[5]. Esorta anche al rispetto per l’ambiente e per l’universo, ciò che lo rende particolarmente attuale anche ai nostri giorni.

Papa Francesco, scomparso lo scorso anno, ha scelto il proprio nome in onore del Poverello, lo ha testimoniato nella sua vita di pontefice cercando povertà e semplicità, lo ha citato moltissimo nei discorsi e negli scritti. Due delle sue encicliche – Laudato si’ e Fratelli tutti – hanno per titolo e per soggetto due proposte del Santo.

Nel 1223, essendo diventato difficile raggiungere la Terra santa, Francesco sa creare a Greccio il primo presepe vivente, fondando una tradizione ancora oggi molto viva nella religiosità popolare. Nella rappresentazione ci sono il bue, l’asinello e la mangiatoia, ma non c’è nessuno per rappresentare Maria e Giuseppe; Gesù invece è presente nella proclamazione del Vangelo della natività, che il Santo stesso canta e commenta, e nell’Eucaristia, che fa celebrare sulla mangiatoia, prefigurando così il mistero eucaristico del Natale[6].

Il fenomeno delle stimmate, le ferite di Gesù sulla croce, che Francesco ebbe alla Verna nel 1224, un segreto custodito gelosamente, è annoverato tra gli eventi straordinari della sua vita mistica: la prima testimonianza è dovuta alla Lettera di frate Elia, dopo la morte di lui, dove si annuncia un «portento che non si è mai udito al mondo, fuorché nel Figlio di Dio»[7].

Anche la gioia è un elemento caratteristico della spiritualità di Francesco: una gioia che nasce dalla sua profonda gratitudine per la vita e per ogni creatura, come si riflette nel Cantico di Frate Sole[8] e nell’episodio Della vera e perfetta letizia[9].La gioia è gratitudine a Dio, fiducia nella Provvidenza, segno della comunione con il Signore e con i fratelli. Francesco la viveva perfino nelle difficoltà, nella povertà, nelle prove, nella malattia. L’esperienza della gioia non è solo personale, ma diventa testimonianza capace di coinvolgere chiunque lo incontri e di suggerire una spiritualità che abbracci il creato e la fraternità universale. Proprio questa gioia, radicata nell’umiltà e nella povertà, rende il suo messaggio vivo, vicino alle sfide e alle speranze dell’uomo.

Quanto detto non esaurisce una domanda di fondo: quale mediazione culturale si dà tra il Santo e noi? A che cosa sono dovuti il fascino e la modernità di Francesco per noi che viviamo nel terzo millennio?

CIVILTA’ CATTOLICA

IL TEMPO DEL SAPER VIVERE

 


VECCHIAIA 

il tempo

 

del saper vivere



 Il peso degli anni deve promuovere condizioni di benessere, 

non di abbandono: il nuovo saggio dello psichiatra. 

 Che il tempo abbia una dimensione variabile lo dimostra la percezione che ciascuno di noi ne ha, sentendosi triste o gioioso. Nel primo caso si allunga, nel secondo si accorcia. E occorre considerare che si può passare dalla tristezza alla gioia in modo improvviso. Cercando di inserire la percezione del tempo lungo l’arco dell’esistenza, si può dire che nella fase della crescita si fa correre il tempo più rapidamente, rispetto a quella dell’invecchiamento, in cui si è portati a rallentarne la corsa. Questa percezione definisce il tempo psicologico, ed è una dimensione che non esisteva nell’antica distinzione greca tra chrònos, kairòs e aion. 

Il primo si riferiva al tempo lineare, che si sussegue regolarmente e batte come in un orologio meccanico. 

Il secondo definiva il tempo che ritorna e il riferimento è alle stagioni ma anche al ripetersi di gesti, da quando ci si alza dal letto a quando vi si ritorna la sera, in attesa del nuovo giorno. Il terzo rimanda all’eterno, a un tempo che quindi si ferma, poiché ha una dimensione che non può essere allungata. Il tempo psicologico non è nemmeno quello della fisica newtoniana né di quella di Einstein, che ha legato il tempo allo spazio. Un tempo quest’ultimo non del singolo individuo, ma dell’universo. Il tempo psicologico, invece, appartiene al vissuto, alla percezione che deriva da una elaborazione esistenziale e dipende dall’io di ciascuno. Si potrebbe dire che esiste una unità io-tempo come fondamento per definire l’esperienza nella attività temporale. Lo si può dividere in alcune categorie: la prima riguarda l’infanzia in cui il tempo è inconsapevole anche se ritmato dai bisogni, di cui il primo è dato dalla nutrizione [...]. Il tempo diventa poi consapevole in quella che possiamo chiamare la seconda infanzia, quando il bambino incomincia a muoversi autonomamente e a usare il linguaggio. Si tratta ancora di un tempo ritmato dai bisogni che aumentano di numero, a quelli primari si aggiungono il gioco e il bisogno, oltre della presenza materna, di altre figure. Si arriva a un tempo fatto di minuti, scandito meccanicamente dentro un orologio e che si colora di riferimenti sociali. 

Questo preambolo serve per riportarci all’interno delle diverse età, riferendoci in particolare alla vecchiaia, con caratteristiche nuove nell’epoca attuale. Forse è quella che identifica meglio la società contemporanea. La prima novità è che il periodo che va oltre i 65 anni – quando incomincia la vecchiaia – ha una rappresentazione che riguarda il 25% della popolazione e che dura almeno vent’anni. Il periodo della crescita parte dalla nascita, comprende l’infanzia fino alla pubertà (12-13 anni), l’adolescenza fino ai 20-21 anni, quando inizia l’età del giovane adulto, e curiosamente mostra la stessa durata della vecchiaia, che descrive una decrescita. E, sempre giocando sul significato delle parole, il tempo per saper vivere dura esattamente quanto quello che è necessario per saper morire. 

 Un’ulteriore novità della vecchiaia è che trascorre in relativa buona salute. E per convincersi basta pensare che, sino al secondo dopoguerra, l’attesa di vita si poneva tra i 45 e i 50 anni, e il grado di salute era invece all’insegna delle malattie. Oggi è resa possibile una vita attiva, sia fisicamente che psichicamente. L’unica variabile, a questo proposito, è l’abbandono: la diminuzione del numero dei figli, l’accelerazione sociale, i problemi di sopravvivenza che gravano sulle famiglie, rendono spesso difficile dedicarsi ai bisogni della vecchiaia [...]. 

 Il peso degli anni, con il tempo psicologico che si rallenta nella vecchiaia, deve promuovere condizioni di benessere, non di abbandono, sulla considerazione anche di aver lavorato molto nella ricerca per prolungarla. Una condizione che promuova il desiderio dei vecchi di essere utili, e di uscire da una condizione di inutilità. C’è una funzione che è denaro-indipendente e che può svolgersi da parte di una longevità dedicata ai giovani, a testimoniare gli errori del passato, a dare indicazioni sulla visione del mondo e sulle scelte più adeguate. 

Che, in un momento storico in cui si sentono venti di guerra, vengano dimenticati i vecchi è un peccato, poiché è certo che non vorrebbero rivedere la guerra, ma dedicarsi a descriverne la brutalità e a urlare che essa nega la dimensione umana.



 Vittorino Andreoli, Brevi lezioni di resistenza. Per vivere nel nuovo mondo, (pagine 144, euro 15,50).