Che cosa chiedono i ragazzi
che hanno votato No
-di Giuseppe Savagnone
Dalle parole ai
fatti
Del significato
del referendum sulla giustizia si sono date, “a caldo”, interpretazioni
nettamente contrastanti. La premier Meloni ha espresso il suo «rammarico» per
«un’occasione persa di modernizzare l’Italia», sottolineando però, come del
resto aveva fatto fin dall’inizio della campagna referendaria, l’irrilevanza
dell’esito della consultazione sulle sorti del governo. Sulla stessa linea
Maurizio Lupi, segretario di Noi moderati: «Ha vinto la conservazione, ma
questo risultato non avrà conseguenze sul governo». Meno ottimista qualche
giornale di destra, come per esempio «Il Foglio», che ha
titolato: «Così la vittoria del No apre le porte al governo delle toghe».
Di opposto avviso
la segretaria del PD, Elly Schlein, secondo cui «una maggioranza del Paese ha
fermato una riforma sbagliata» e da questa consultazione referendaria «arriva
un messaggio politico chiaro a Meloni e al governo». Ancora più esplicito il
segretario dei 5stelle, Antonio Conte, Conte: « È un avviso di sfratto al
governo».
Abbastanza diversa
da quella dei leader dell’opposizione l’interpretazione di Rosy Bindi, del
comitato Società civile per il No, che ha convenuto con loro sul valore
politico del voto popolare, ma non lo ha collegato alla dialettica tra i
partiti di governo e quelli di opposizione – «Non chiederemo mai le dimissioni
di nessuno», ha detto – ma al rispetto della Costituzione: «Il risultato
è per la Costituzione. Noi abbiamo fatto una campagna nel merito per difendere
l’integrità della Carta costituzionale».
Su questo
confronto verbale sono piombate però, come un uragano, le inaspettate decisioni
della presidente del Consiglio che, – smentendo clamorosamente la linea da
lei stessa additata, e seguita fino ad allora da tutta la destra – ha preso
atto del significato politico della consultazione referendaria, costringendo
alle dimissioni la capo-gabinetto del ministero della Giustizia, Giusy
Bartolozzi – malgrado la strenua resistenza dello stesso ministro Nordio – e il
sottosegretario dello stesso ministero, Andrea Delmastro, a cui pure la legava
una lunga storia di fedele servizio, e chiedendo, infine, pubblicamente,
quelle della ministra del Turismo, Daniela Santanchè, la quale alla fine ha
dovuto cedere, sia pure senza nascondere la sua riluttanza e la sua rabbia. Ma
Meloni è stata inflessibile: «Da oggi non copro più nessuno, chi sbaglia paga»
Un vero e proprio
terremoto politico, completato dal passo indietro – anche questa non
precisamente spontaneo, malgrado le dichiarazioni dell’interessato
– del capogruppo di Forza Italia al Senato, Maurizio Gasparri, questa
volta su pressioni di un’altra donna (e si dice che il potere è nelle mani
degli uomini…), Marina Berlusconi, che ha voluto al suo posto Stefania Craxi.
Legittime
perplessità
Presi in
contropiede, i rappresentanti della maggioranza e i quotidiani di destra hanno
dovuto “ricalcolare” il loro percorso, salutando questa svolta con un coro di
festeggiamenti per la capacità di “Giorgia” di eliminare le mele marce e
di inaugurare una nuova e felice fase della vita del governo.
Senza però
riuscire del tutto a coprire le domande che il comportamento della premier ha
sollevato anche tra i suoi. Perché quella che voleva apparire una prova di
forza si presta ad essere letta, piuttosto, come un segno di debolezza.
Cacciare su due piedi ben tre importanti personaggi del governo (la Bartolozzi
era in realtà la vera anima del ministero della Giustizia) è apparso a molti
una scelta dettata dal panico, più che dalla fermezza.
Peggio ancora,
un’involontaria ammissione di avere finora «coperto» personaggi indecenti e di
essere ora costretta, proprio dall’esito referendario, a rinunciare a questo
compromesso, che invece probabilmente si sarebbe perpetuato in caso di vittoria
del Sì. Una conferma, insomma, che la battaglia sostenuta fino ad allora non
era per garantire maggiore giustizia, ma per bloccare le inchieste sulle stanze
del potere. Come del resto testimoniano le resistenze disperate dei
“licenziati”, consapevoli di dover fare i conti con la legge senza più lo
scudo della loro posizione privilegiata, al pari di tutti gli altri cittadini.
Senza
dire, infine, che, se lo slogan “chi sbaglia paga” enunciato da Meloni
dovesse essere davvero applicato, la prima a doversi dimettere, dopo questa
dura sconfitta, dovrebbe essere proprio lei, la cui “discesa in campo”, una
settimana prima del voto, è apparsa caratterizzata da toni “sopra le righe” e
controproducenti nei confronti dei giudici – come quando ha dichiarato
che una eventuale vittoria del No avrebbe dato il via libera a «immigrati
illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà», fino ad
arrivare a «figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non
condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco» (quando, all’indomani
del referendum, La Russa ha dovuto dire, ricevendo i Trevallion, di non avere
critiche da fare ai giudici).
Quanto alla
sostituzione di Gasparri, è inevitabile chiedersi se sia normale che una
potente imprenditrice privata possa decidere chi deve guidare il gruppo
parlamentare di un partito su cui si regge la maggioranza di governo del nostro
paese e cambiarlo da un giorno all’altro.
Intanto i partiti
di opposizione, ringalluzziti dall’imprevisto trionfo del No – per cui in
realtà all’inizio si erano spesi ben poco, timorosi di rimanere bruciati dal
probabile insuccesso – hanno cominciato a discutere della prospettiva di indire
primarie in vista della scelta di un leader unico nelle prossime elezioni
politiche. Ma anche qui non mancano le perplessità. Perché già si vedono
riaffiorare gli eterni giochi di potere tra le due principali componenti
dell’eventuale “campo largo”, il PD e i 5stelle, ognuno, come sempre, più
preoccupato di mantenere e accrescere il proprio peso politico che non di
collaborare lealmente ad un progetto comune.
Il vero
significato del referendum
Forse per capire
il vero significato di questo referendum bisogna lasciare i palazzi del potere
e ripartire dal dato di una partecipazione popolare senza precedenti. Circa il
59% degli aventi diritto è andato a votare, una percentuale vicina a quella delle
elezioni politiche del 2022, che è stata del 631% e superiore di quasi dieci
punti a quella delle elezioni europee del 2024, che è stata del 49,68%. Erano
dieci anni che in Italia un referendum costituzionale non raggiungeva questo
risultato.
È questo movimento
dal basso che ha dato la sua netta preferenza al No, con quasi il 54%. E le
analisi del voto rivelano che il picco più alto di questa partecipazione si è
avuto nella generazione Z, quella dai 18 ai 28 anni, che ha registrato il 67%
di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No.
Se si poi si
guarda alle condizioni culturali ed economiche, si scopre che il No ha
prevalso negli ambienti più istruiti. Tra i laureati è arrivato a oltre i
due terzi. Il Sì ha prevalso, invece, tra chi ha solo la licenza elementare e
tra le casalinghe, mentre gli operai si sono divisi quasi equamente tra le due
opzioni.
Per chi ha seguito
sul campo l’andamento della campagna referendaria, questi dati non sono una
sorpresa. I sostenitori del No, fin dall’indizione del referendum, spinti anche
dalla brevità dei tempi, si sono mobilitati in modo capillare sul territorio promuovendo
una enorme quantità di dibattitti, conferenze, manifestazioni pubbliche, che
hanno coinvolto moltissime persone.
Fondamentale è
stato, per questa effervescenza di iniziative, il coordinamento da parte dei
comitati per il No, i più importanti dei quali sono stati quello della “Via
maestra”, costituitosi sotto la spinta della società civile, e quello nato per
iniziativa dell’Associazione nazionale magistrati, ma anche altri creatisi
spontaneamente, come quello “Alcide De Gasperi e Aldo Moro per il No”.
Sono stati loro,
assai più che i partiti, a sollecitare l’attenzione della gente, e soprattutto
dei giovani, su un problema che a prima vista si presentava, per il suo
carattere estremamente tecnico, ben poco interessante e riservato a una
ristretta cerchia di giuristi.
Soprattutto ai
comitati per il No si deve se tanti hanno scoperto che il testo acquistava il
suo significato, tutt’altro che puramente tecnico, nel contesto di una
battaglia condotta per salvaguardare il cuore della nostra Costituzione, la
divisione dei poteri, e consentire a quello giudiziario di continuare a
tutelare, contro le pretese della maggioranza al governo, i diritti umani degli
immigrati e di tutti i cittadini.
La campagna per il
referendum ha così assunto quella stessa dimensione etica che avevano
avuto le grandi manifestazioni in cui, tra la fine settembre e i primi di
ottobre, sono state coinvolte, in più di ottanta città italiane, centinaia di
migliaia di persone di ogni età, sesso, condizione sociale per protestare
contro l’indifferenza del nostro governo, ostinatamente
filo-israeliano, di fronte ai massacri spaventosi e al disumano embargo
che hanno ucciso e affamato i civili palestinesi nella Striscia di Gaza.
Anche in quella
occasione il governo e la grande maggioranza dei media hanno fatto il possibile
per minimizzare e falsare il senso di questo inaudito risveglio,
caratterizzato da una partecipazione che non si vedeva da diversi decenni.
La divaricazione
tra la piazza e le urne elettorali
Purtroppo, però,
in quegli stessi giorni l’esito delle elezioni nelle Marche e in
Calabria, segnate da una bassissima affluenza alle urne e dal netto
successo dei partiti di governo, evidenziava una chiara divaricazione fra
la forte motivazione etica che aveva spinto la gente a scendere in piazza e gli
eventuali sbocchi politici “di sinistra”.
Un problema
analogo si pone oggi. Il referendum ha dimostrato che il governo non ha, in
realtà, la maggioranza dei consensi, ma chi è andato a votare contro di esso in
difesa della Costituzione, non per questo tornerà alle urne quando si tratterà
di appoggiare dei partiti di opposizione privi di una vera carica intellettuale
ed etica.
Qui ci vuole
quello che qualcuno ha chiamato «un supplemento d’anima», grazie a cui si
sposti l’accento della lotta contro questo governo – amico di Trump e di
Netaniahu, che si vanta di essere l’ispiratore a livello europeo di una
disumana politica di respingimento e di espulsione dei migranti, che
assiste imperterrito a una diminuzione di quasi il 10% del potere di acquisto
dei salari – , dal piano meramente tattico a quello culturale e morale.
Francamente tra i leader attualmente in campo non si vede chi possa abbracciare
un indirizzo che oggi appare una vera rivoluzione. Ma è questo che chiedono i
ragazzi che sono andati in massa a votare per questo referendum. Ed è nostro
compito non deluderli.
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