domenica 23 agosto 2026

FIGLIO DI DIO

 


Sciogliere tutti-tutti da sé stessi,

 legarli tutti-tutti 

nell’abbraccio di Dio

 

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXI domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 22,19-23; Sal 137/138; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Gesù è ormai nel pieno della sua missione messianica. Attraversa le contrade della Palestina, su e giù, da oriente a occidente. Secondo il racconto che l’odierna pagina evangelica ci restituisce, talvolta egli scantona nei territori in cui risiedono i funzionari e i contingenti romani, là dove si parla, più che l’ebraico o l’aramaico, la koinḕ diálektos: una sorta di esperanto ellenistico, derivante dal greco classico ma pronunciato con tante diverse inflessioni dialettali, a Cesarea di Filippo specialmente quella latina, ma non solo. Oggi potremmo paragonarlo all’inglese, o più precisamente allo slang americano. Una lingua, in ogni caso, che rappresentava bene la complessità dell’impero di Cesare e il contrasto fra il tentativo di imporre ovunque la logica di Roma e la resistenza che a tale progetto opponevano le varie culture locali, a cominciare da quella greca. Per non parlare di quella ebraica, per la quale ogni cultura “pagana” era da aborrire, in particolare quella di cui erano portatori gli invasori romani.

Il Maestro di Nazareth s’è spostato, dunque, in un territorio in cui si nutre una certa aspirazione universalistica: gli sembra, probabilmente, il luogo più adatto per far emergere la vera indole del messianismo, smarcandolo dall’interpretazione nazionalistica che se ne dava allora in Giudea. La sua fama s’è sparsa dappertutto, perché egli insegna con autorità, compie prodigi eclatanti, incontra le persone e ne trasforma la vita, guarendole dai loro acciacchi e convertendone le intenzioni prima ancora che le azioni. Vuole, pertanto, appurare come venga compresa la sua “strategia” messianica. E per questo apre una discussione con i suoi discepoli, coinvolgendoli in quello che oggi considereremmo un sondaggio sociologico: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Essendo «Figlio dell’uomo» un titolo tipicamente messianico, che Gesù era solito attribuirsi, la domanda che egli rivolge ai discepoli vuol dire, appunto, “come viene interpretato il mio messianismo?”.

Le risposte censite dai discepoli potrebbero apparirci alquanto disparate. Esse, però, sono accomunate dal profilo marcatamente profetico che il messianismo di Gesù dimostra agli occhi della gente. La quale ancora non lo acclama come un re, alla stregua di un novello Davide, o come un nuovo giudice, magari alla maniera del famoso Jefte. Lo considera, invece, un grande profeta. Forse il Battista redivivo. Oppure la “reincarnazione” del principale degli antichi profeti, Elia. O, anche, di Geremia, il più eroico dei profeti d’Israele. Tutti personaggi la cui fine era stata misteriosa e, al limite, persino tragica. Elia era scomparso senza lasciare traccia di sé, rapito in cielo su un carro di fuoco, secondo la testimonianza resa dal suo allievo Eliseo, che era tornato dal deserto da solo e con sulle spalle il miracoloso mantello lasciatogli in eredità dal suo mentore. Geremia era stato quasi sicuramente liquidato violentemente dai suoi avversari: gli esperti d’antimafia parlerebbero di “lupara bianca”. Giovanni Battista era stato decapitato nelle segrete del palazzo di Erode e l’occasione futile in cui quel delitto era stato perpetrato non ne aveva dissimulato la gravità. Insomma, la gente sembrava voler dire che anche per Gesù non sarebbe andata a finire granché bene. O, comunque, che l’esito del suo impegno generoso restava un’incognita.

Sarebbe utile indovinare il tono con cui i discepoli riferirono al loro Maestro tutte quelle opinioni. Ho l’impressione che fosse un po’ ironico, quasi a voler dire che no, la gente non aveva capito niente. Non è detto che Gesù condividesse le loro perplessità. Tant’è che, nel brano evangelico di Matteo, subito incalza i suoi amici con un interrogativo più diretto, formulato con un timbro provocatorio nei loro confronti e riferito a se stesso in prima persona: «Ma voi, chi dite che io sia?». La risposta che Pietro gli dà, come portavoce dei suoi compagni, svela la discrepanza tra l’opinione dei discepoli e quella della gente comune: ci mancherebbe altro, sono loro che gli stanno vicino giorno e notte e che quindi lo conoscono come le loro tasche: «Tu sei il Cristo…». Tornerebbe utile indovinare anche il tono usato da Pietro nel dare questa risposta. Sarà stato certamente un tono squillante, sicuro, trionfale. Ed è per quel tono squillante, sicuro, trionfante, che Gesù infine «ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che era il Cristo» (e anche i paralleli di questo brano matteano, in Mc e in Lc, riportano il medesimo severo rimbrotto). Perché quel tono era completamente sbagliato e avrebbe indotto in errore, riguardo alla verità personale di Gesù, anche gli altri.

Difatti Gesù non si riconosceva in un messianismo trionfalistico. E dire con spensierata sicumera che egli è il Cristo, dando implicitamente a questo termine il senso che la tradizione ebraica comunemente gli attribuiva, significa affermare proprio quell’interpretazione ristretta da cui Gesù desidera smarcare il suo messianismo: egli non è semplicemente un profeta messo in fila con tutti gli altri profeti, ma non è neppure un duce destinato dalla Provvidenza a guidare una fronda politica o una ribellione armata contro i romani e i loro fiancheggiatori. Egli è sì l’unto del Signore, il Messia da sempre atteso, ma in un senso inedito e inaudito rispetto a quello che la parola “Cristo” all’epoca significava. Per questo sarebbe utile anche per noi indovinare il tono con cui pronunciarla. Ci metterebbe al riparo dall’equivoco dei discepoli e, nondimeno, dal sospetto che qualche studioso contemporaneo agita distinguendo nettamente Gesù dal Cristo, quasi che Gesù non si considerasse affatto il Cristo. Certamente egli non si considerava il Cristo come lo potevano considerare – impastoiati nei loro condizionamenti culturali e religiosi – i figli di quell’epoca e, tra di loro, anche gli apostoli. Ma non meno certamente egli andava maturando la consapevolezza di essere l’inviato del Padre suo, il Servitore di Adonai, il Messia mandato da Dio per la salvezza integrale delle persone, per la vita di tutti e non per la morte di alcuno, per la liberazione delle coscienze, per la giustizia nel mondo come pure per la giustificazione del mondo, anche al di là dei confini nazionali d’Israele.

Figlio del Dio Vivente

Sottolineando tutto ciò, non intendo negare che la risposta di Pietro sia stata perfettamente azzeccata. Pietro, almeno nella versione dell’episodio di Cesarea di Filippo che l’evangelista Matteo ci trasmette, ebbe la fortuna di aggiungere un’espressione che correggeva il senso complessivo della sua risposta, tanto da soddisfare Gesù: «…Tu sei il Figlio del Dio Vivente». Il senso teologico, espresso in queste parole, rettifica il (pur sempre possibile) fraintendimento politico del messianismo di Gesù.

E io devo correggere qui me stesso: Pietro non ebbe semplicemente la “fortuna” di aggiungere l’espressione teologica – Figlio del Dio Vivente – che restituiva alla missione del Cristo il significato più coerente con la persona di Gesù. Pietro ebbe, semmai, la “grazia” di corredare la sua risposta con la verità che gli veniva in quel momento «rivelata» da Dio Padre, come Gesù stesso con intima gioia gli spiega nel brano matteano. Deriva da questa docilità nel lasciarsi ispirare da Dio il “primato” che Gesù affida a Pietro: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del Regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Di nuovo bisogna indovinare il tono di questa frase. Interpretarla in senso trionfalistico è sbagliatissimo. Conferirle un senso ducesco è una iattura per la Chiesa, affidata piuttosto da Gesù a persone che, di generazione in generazione, devono mettersi al servizio di tutti gli altri nella comunità, vocate a esercitare un ministero straordinario: escogitare ad oltranza il modo più efficace per sciogliere tutti, ma proprio tutti, dai legacci che ci tengono lontani dal Padre e per sospingere tutti-tutti tra le sue braccia accoglienti.

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CONDIVIDERE IL BENE



 
«Quello che diamo agli altri 

è nostro per sempre»

 Paolo Crepet e l’eredità invisibile che lasciamo nelle persone

Ciò che tratteniamo può andare perduto, ciò che doniamo può restare. La potente lezione di Paolo Crepet sulla vita, l’amore e il valore della condivisione

Redazione Studenti

Indice

1.    Quello che diamo agli altri resta più di ciò che conserviamo

2.    La vita e l’amore non sono un conto da pareggiare

3.    Perché quello che teniamo per noi rischia di andare perduto

4.    Dare non significa dimenticare se stessi

5.    Alla fine possediamo soprattutto ciò che abbiamo condiviso

«Quello che diamo agli altri è nostro per sempre, mentre quello che si tiene per sé è perso per sempre». In questa frase di Paolo Crepet c’è un rovesciamento potente del modo in cui siamo abituati a pensare alla vita. Di solito consideriamo “nostro” ciò che possediamo, custodiamo o difendiamo. Crepet suggerisce invece che il valore più autentico di ciò che abbiamo emerge quando decidiamo di condividerlo. Un gesto di affetto, una parola pronunciata nel momento giusto, il tempo dedicato a qualcuno o un consiglio offerto senza aspettarsi nulla in cambio possono continuare a vivere molto più a lungo di qualsiasi bene materiale. Ciò che doniamo entra infatti nella memoria degli altri e, allo stesso tempo, diventa parte della nostra storia. È un modo diverso di intendere la ricchezza: non come accumulo, ma come capacità di lasciare qualcosa nelle persone che incontriamo.

La vita e l’amore non sono un conto da pareggiare

La riflessione completa di Crepet rende ancora più chiaro questo significato: «la vita, come l’amore, è l’unico business il cui bilancio deve finire in rosso». L’immagine è volutamente provocatoria, perché nel linguaggio economico un bilancio in rosso rappresenta una perdita. Nelle relazioni, invece, può essere il segno di una vita vissuta senza trasformare ogni gesto in una trattativa. Molte volte, quasi senza rendercene conto, iniziamo a tenere una sorta di contabilità affettiva: io ho fatto questo per te, quindi tu dovresti fare altrettanto; io ti ho cercato, adesso tocca a te; io ho dato molto, quindi mi aspetto di ricevere nella stessa misura.

È naturale desiderare reciprocità e nessuna relazione sana può reggersi su uno squilibrio continuo, ma l’amore perde qualcosa della sua autenticità quando diventa soltanto un calcolo. Dare, nella visione di Crepet, significa anche accettare che non tutto ciò che offriamo ci verrà restituito nello stesso modo.

«L’invidia nasce quando smetti di investire su te stesso»: Paolo Crepet spiega il vuoto che ci distrugge

Perché quello che teniamo per noi rischia di andare perduto

La parte forse più intensa della citazione è proprio quella che riguarda ciò che scegliamo di trattenere. «Quello che si tiene per sé è perso per sempre» può sembrare un’affermazione estrema, ma acquista senso se pensiamo alle occasioni che lasciamo scivolare via. Un “ti voglio bene” mai pronunciato, una telefonata rimandata, un abbraccio evitato per pudore, un complimento che avevamo sulla punta della lingua o una presenza che avremmo potuto offrire e non abbiamo offerto.

Sono gesti apparentemente piccoli, eppure il tempo ha il potere di renderli irripetibili. Non tutto può essere recuperato in un secondo momento. Ci sono emozioni che, se non vengono condivise quando ne abbiamo la possibilità, restano soltanto intenzioni. Ed è qui che la frase di Crepet diventa anche un invito a non vivere continuamente nel rinvio, pensando che ci sarà sempre un’altra occasione per dire, fare o dimostrare ciò che sentiamo.

La fragilità del bene: Sull'amore-Elogio dell'amicizia-Impara a essere felice

Dare non significa dimenticare se stessi

La riflessione di Crepet, però, non dovrebbe essere interpretata come un invito a sacrificarsi senza limiti.

Dare tutto non significa annullarsi per gli altri, accettare relazioni sbilanciate o permettere a qualcuno di approfittare della nostra disponibilità. Esiste una differenza profonda tra il dono e il sacrificio imposto. La generosità più autentica nasce dalla libertà: scelgo di esserci, scelgo di condividere, scelgo di offrire qualcosa perché sento che ha valore, non perché temo di perdere l’altro o perché spero di ottenere una ricompensa.

Anche in amore è importante mantenere confini, dignità e consapevolezza dei propri bisogni. Il messaggio non è quindi “dare fino a svuotarsi”, ma smettere di vivere ogni relazione con il timore costante di perdere qualcosa. Ci sono gesti che, proprio perché vengono donati liberamente, non impoveriscono chi li compie: al contrario, lo definiscono.

Paolo Crepet: «Chiedersi se siamo felici è l’unica domanda che ha un senso», la riflessione per ritrovare sé stessi

Alla fine possediamo soprattutto ciò che abbiamo condiviso

Con il passare del tempo molte cose che sembravano fondamentali perdono importanza, mentre piccoli momenti acquistano un peso enorme. Restano le persone, le conversazioni, le risate, gli incontri, le parole che qualcuno ci ha detto quando ne avevamo bisogno. Allo stesso modo, qualcosa di noi continua a vivere nei ricordi di chi abbiamo incontrato. È forse questo il cuore della frase di Crepet: ciò che diamo non sparisce necessariamente nel momento in cui ce ne separiamo.

Può restare negli altri, trasformarsi, generare altro bene e tornare a noi sotto forma di memoria, significato o consapevolezza. Ciò che invece tratteniamo per paura, orgoglio o eccessiva prudenza rischia di non diventare mai esperienza. Per questo il vero patrimonio di una vita potrebbe non essere costituito soltanto da ciò che abbiamo saputo conservare, ma soprattutto da ciò che abbiamo avuto il coraggio di condividere.

Paolo Crepet, «Senza entusiasmo si sopravvive, ma è un’ingiustificabile sciatteria»: il monito che scuote le nostre vite

L'UMANITA' DEL SACERDOTE

 


Un prete può mostrare emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni? 

Alcune riflessioni sul riconoscimento che il sacerdote è un essere umano come gli altri, sull’importanza di avere una comunità di riferimento nei momenti di crisi

… e un grande grazie. 

 di Chiara D’Urbano 

Fonte: Città Nuova 

 Un sacerdote, già in là negli anni, un tempo formatore di seminario, raccontava con arguta autoironia che tanto in famiglia quanto in seminario aveva assorbito la convinzione che il Salmo 8 riguardasse la figura del presbitero: «Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli». A parte lo sfasamento storico-temporale, il senso di queste parole, narrate col sorriso di chi è consapevole della formazione ricevuta, è che fino ad un recente passato il prete veniva compreso come un uomo eletto, privilegiato, sia come chiamata che come status, e come tale andava riconosciuto e trattato. A lui gli onori, e di conseguenza anche l’onere di mantenere la specialità della sua condizione, non mostrando segni di umanità: emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni. 

Il simpatico aneddoto non vuole sminuire la grandezza di una vocazione particolare, speciale, per le sue caratteristiche e la sua radicalità, vuole piuttosto richiamare quanto i sacerdoti siano stati gravati fino ad un recente passato, e penso ancora oggi, da una pesante quanto ingiusta zavorra: quella di dover essere “diversi” dalla comune umanità. 

Di dover essere migliori, anzi di più, super-umani, senza cenni di debolezza, il che vuol dire: essere disponibili in modo incondizionato, non mostrare preferenze personali essendo a servizio della Chiesa e del popolo di Dio, non far trapelare emozioni meno nobili come gelosia, invidia, vergogna, non poter coltivare amicizie semplici e ordinarie al di fuori del “lavoro”. 

Poi arriva la cronaca cruda e reale: un presbitero va in burn out perché non è riuscito a reggere il carico pastorale troppo oneroso, un altro si è innamorato e ha abbandonato il cammino, un altro ha discusso col suo vescovo, un altro ha chiesto di essere trasferito, un altro ancora è arrivato a togliersi la vita perché non è stato in grado di ritrovare il proprio equilibrio interiore, ha perso irrimediabilmente la rotta, e forse la fede. 

Ogni storia è a sé, cerchiamo di mantenere la dovuta complessità quando si riflette sulle vicende umane. Le considerazioni binarie e dicotomiche non rendono mai giustizia alla ricchezza dei dinamismi intrapsichici e relazionali dell’essere umano. Possiamo, però, condividere qualche pensiero non sulle singole storie, ma su cosa possano indicarci tra le righe quelle notizie dolorose sulla vita di don Marco, don Paolo, di 20, 30, 50, 70 anni, alcuni di fresca esperienza, altri più navigati e magari in vista per il ruolo che avevano. 

Rimaniamo, come si diceva, in una logica multifattoriale che, quindi, coinvolge la formazione iniziale, quella permanente, la comunità credente, la persona e l’Istituzione. Prendendo spunto dalle parole inziali di don Francesco, anziano presbitero, accompagnare l’intuizione vocazionale di un giovane (o meno giovane) che entra in seminario non è inserirlo in un ambiente-“bolla” che poi rimane scollegato dalla realtà nella quale il sacerdote andrà ad inserirsi una volta ordinato. 

Normalizzare la formazione iniziale è riconoscere che si tratta di ragazzi e uomini come gli altri, che hanno bisogno di verificare quel desiderio, ancora vago, attraverso una progressiva integrazione dell’affettività-sessualità, all’interno di un percorso che ha delle sue caratteristiche specifiche. 

Tutte le dimensioni meravigliosamente umane che riguardano le emozioni, gli affetti, le relazioni, l’orientamento eterosessuale/omosessuale vanno conosciute e progressivamente messe dentro la scelta di vita. Essere integrati si oppone a spezzarsi in due, scotomizzare o sentirsi frustrati in perenne stato di malessere. 

Si cade, ci si rialza, si chiede aiuto: questa è la vita reale del fidanzato, del padre di famiglia, del marito, del seminarista e del sacerdote. Stesso discorso, ovviamente, per il mondo femminile. È più facile ragionare in bianco e nero che riconoscere e valorizzare tutte le sfumature possibili dei processi umani e vocazionali. 

Arriva all’ordinazione non chi è migliore degli altri o ha già risolto tutto e per sempre, chi non ha mai sbagliato e ha sempre camminato al meglio, ma colui che ha verificato, con la Chiesa, che la via del sacerdozio è la strada per diventare un uomo migliore, felice, e così espandere tutta la propria fragile umanità, senza doverla recidere o nascondere, ma integrandola con fatica serena, all’interno di quella vocazione. 

C’è dunque una responsabilità congiunta e multipla in questo processo di integrazione perché possa riuscire al meglio.

La responsabilità 

La responsabilità è della persona: si è aperta, si è lasciata conoscere e accompagnare in questo processo sempre in atto di integrazione, negli anni del discernimento

La responsabilità è di chi accompagna: è in grado di stare accanto a questi processi senza intervenire prendendo il posto dell’altro, né scandalizzarsi dei passi incerti e instabili di chi è in cammino, delle cadute e delle incoerenze? È in grado di affiancare la maturazione psicoaffettiva del seminarista nella sua globalità, o si fissa su questo o quell’aspetto in particolare, perdendo la visione d’insieme? Molto dipende dal lavoro personale: se e quanto il formatore, il rettore, il vescovo abbia fatto un lavoro su di sé o, invece, pensi di occuparsi di formazione senza un lavoro personale previo. 

La responsabilità è dell’istituzione: quale “format” di sacerdote ha in mente il seminario o la comunità formativa nel proporre delle tappe di crescita e poi delle verifiche? I programmi di formazione permanente rispondono a quale “modello sacerdotale”? 

L’integrazione e la comunità

Il sacerdote ben integrato è colui che viene aiutato a essere autenticamente uomo, con tutte le proprie fragilità, a servizio della Chiesa, della sua Diocesi, e della gente che gli verrà affidata, senza dover tenere un’immagine fittizia che non renda ragione del suo essere un umano tra gli umani, perché alla lunga la sola “immagine” non regge. L’inautenticità si paga nel tempo, questo è certo. 

Infine, la responsabilità è della comunità. Talvolta, sia dentro che fuori le nostre comunità parrocchiali, si sentono ancora persone che faticano a concepire “il prete in vacanza”, o che chiede una pausa perché ha bisogno di recuperare energie, o che va in psicoterapia: «Che bisogno vuoi che abbia proprio un prete, se è lui che deve aiutare altri?». 

Appunto! Come i professionisti della salute fisica e mentale hanno bisogno di confrontarsi con colleghi o con un’équipe, di aggiornarsi, di fermarsi per riprendere la carica, i sacerdoti per il tipo di servizio delicato e oneroso di ascolto, di accompagnamento, di impegno pubblico hanno bisogno di altrettanta cura. È una consapevolezza da acquisire in prima persona, ma che tanto l’istituzione quanto la comunità credente, a sua volta, devono acquisire: il sacerdote non è solo colui che eroga una prestazione, o che porta avanti l’azienda-diocesi. Che abbia concluso la formazione non equivale allo “stare a posto per sempre”. 

L’equilibrio

È innanzitutto una persona che dovrà custodire un equilibrio psicoaffettivo perché non si logori, data anche la tipologia di impegno. Non possiamo più pensare alla riuscita vocazionale sono in chiave strettamente personale: c’è un io, certamente, ma c’è anche una comunità che contribuisce (o meno) all’equilibrio delle coppie, come dei presbiteri e delle vocazioni religiose

La domanda si potrebbe leggere in modo speculare: il singolo ha una comunità di riferimento? Questo è un macrotema, magari da riprendere e approfondire: quanto siano effettivamente “allenati” alla fratellanza i sacerdoti all’interno della stessa diocesi (il presbiterio), o di una medesima comunità. 

Conosco sacerdoti che si sono aiutati l’un l’altro, quando negli anni hanno avuto momenti molto duri di dubbio vocazionale, sono riusciti a chiedere una mano, e hanno potuto recuperare il proprio equilibrio, riprendendo meravigliosamente la missione pastorale. Altri, invece, che non ce l’hanno fatta. 

 A tutti, proprio a tutti voi sacerdoti, gratitudine perché innumerevoli volte siete stati accanto a noi, ai nostri anziani, ai bambini, nelle celebrazioni di festa e in quelle di lutto. 

Speriamo anche noi, laiche e laici, di poter restituire altrettanto bene, di poter aver cura di voi, e che voi possiate trovare porte aperte nelle nostre case quando ne abbiate bisogno.

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venerdì 21 agosto 2026

UNA NUOVA AMERICA


 Un personaggio “diverso” 

alla guida 

di New York


-di Giuseppe Savagnone 

L’elezione di Mamdani a sindaco di New York, la serie di successi dell’ala “socialista” nelle primarie del partito democratico e le ultime dichiarazioni della sua esponente più nota, Alexandria Ocasio-Cortez, ci avvertono che, negli Stati Uniti, all’interno del fronte che si oppone a Donald Trump, si stanno verificando degli importanti cambiamenti.

Procediamo in ordine cronologico.  In seguito alla vittoria elettorale del 4 novembre 2025, Zohran Mamdani è diventato il primo sindaco musulmano della più grande e famosa metropoli americana, dopo aver sconfitto l’ex governatore dello Stato Andrew Cuomo sia nelle primarie democratiche sia nelle elezioni generali. Mamdani ha 34 anni, è nato in Uganda, figlio di un professore originario dell’India ma cresciuto in Uganda e di una celebre regista indiana. Dall’età di sette anni vive con la famiglia a New York, dove si è laureato in Studi africani e ha cominciato a impegnarsi nel movimento «Students for Justice in Palestine».

Mentre tentava senza fortuna la carriera di cantante, nel 2016 ha partecipato alla perdente campagna di Bernie Sanders – il senatore più “a sinistra” del Partito Democratico – per le primarie in vista delle elezioni presidenziali (la candidata scelta fu Hillary Clinton) e poi è entrato nel movimento «Democratic Socialists of America» (DSA). Il suo principale punto di riferimento è sempre rimasto Sanders, uno dei più importanti politici statunitensi contemporanei a definirsi socialista (non marxista); formalmente non fa parte del DSA, anche se su molti punti ne sembrerebbe l’ispiratore.

Nell’ottobre 2019 Mamdani si è candidato all’Assemblea dello Stato di New York, sostenendo una riforma del diritto alla casa, proponendo riforme della polizia e del sistema carcerario e la municipalizzazione dei servizi pubblici. Dopo aver vinto le primarie democratiche con il sostegno del DSA, è stato eletto nel novembre 2020 e poi rieletto nel 2022 e nel 2024.

Nell’ottobre 2024 ha presentato la propria candidatura a sindaco di New York, con un programma che prevedeva modifiche alla regolamentazione sugli affitti, trasporti pubblici gratuiti e riduzione dei costi dei beni primari. Per candidarsi, ha dovuto confrontarsi nelle primarie democratiche con un autorevole rappresentante dell’establishment del suo partito, quel Cuomo che ha sconfitto e che, presentatosi poi come indipendente alle elezioni generali, è stato nuovamente da lui battuto. Ad oggi, gli osservatori gli riconoscono una sostanziale coerenza nell’applicazione del suo ambizioso programma sociale a favore delle categorie più povere della popolazione.

In campo internazionale, Mamdani ha sempre avuto una grande attenzione alla questione palestinese, denunciando i crimini del governo israeliano e arrivando a ipotizzare l’arresto di Netanyahu se fosse venuto a New York per l’Assemblea dell’ONU.

Nuovi volti alla ribalta

L’effetto Mamdani si è fatto sentire nelle primarie del partito democratico, sia per la Camera che per il Senato. Alla fine di giugno, a New York, in quelle per la Camera, due giovani candidate socialiste, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier, e un altro democratico di sinistra, Brad Lander, tutti con un programma molto simile al suo, hanno sconfitto i loro rivali, che erano sostenuti dai vertici del partito. Il programma e lo stile della loro campagna sono stati molto simili a quelli di Mamdani: critica alle ingerenze delle grandi aziende e dei miliardari nella politica, sostegno economico dal basso, da parte dei simpatizzanti, e soprattutto attenzione alla relazione con le persone, sia andando porta a porta sia utilizzando i social media.

Sempre alle primarie per la Camera, trionfo annunciato, con più dell’80% dei voti, per la giovane deputata uscente del Minnesota Ilhan Omar, che già alle elezioni del 2018, a sorpresa, era stata eletta – prima somala, prima musulmana, prima rifugiata e prima donna velata – al Congresso degli Stati Uniti. In passato Trump l’ha attaccata definendola «spazzatura, lei e i suoi amici», aggiungendo che i «Somalians» (usando una forma dispregiativa dell’inglese “Somalis”), inclusa Omar, dovevano «essere rimandati in Somalia» perché «hanno distrutto il Paese». 

Passando alle primarie democratiche per il Senato, ai primi di agosto si è svolta, sempre in Minnesota, una consultazione che assumeva un particolare significato dopo le violenze dell’ICE, nel quadro dell’operazione federale sull’immigrazione “Metro Surge”, e l’ondata di proteste che esse hanno suscitato. La candidata di sinistra Peggy Flanagan – 46 anni, nativa americana, espressamente appoggiata da Sanders –, ha sconfitto con largo margine Angie Craig, una democratica con posizioni più moderate che aveva alle sue spalle l’establishment del partito e più fondi a disposizione.

Il programma di Flanagan, caratterizzato da una netta contrapposizione alla linea dell’amministrazione Trump, includeva una politica fortemente redistributiva, l’estensione a tutti del sistema sanitario e una critica esplicita al peso delle grandi imprese nella politica americana.

Sempre in agosto si sono svolte le primarie democratiche per il Senato nel Michigan. Nonostante la massiccia campagna finanziata dai gruppi filoisraeliani a sostegno della rivale Haley Stevens (si parla di 30 milioni di dollari), ha prevalso anche qui il candidato più “di sinistra”, Abdul El-Sayed, 41 anni, medico, musulmano, figlio di immigrati egiziani. Pur non facendo parte formalmente del DSA, El-Sayed ne condivide in pieno le tre priorità: allargamento a tutti della sanità pubblica (ora riservata agli anziani e alle fasce più povere), cancellazione dei finanziamenti a Israele e patrimoniale.

A metà agosto, infine, la sinistra socialista americana ha piazzato un colpo a sorpresa in Florida, uno degli Stati più solidamente repubblicani e antisocialisti degli Stati Uniti. Angie Nixon, membro del DSA, ha vinto le primarie democratiche per il Senato contro Alex Vindman. Il risultato è stato ancora più sorprendente per il divario di risorse tra i due candidati. Nixon ha raccolto circa 975.000 dollari, contro i 16,3 milioni di Vindman, e ha speso meno di 60.000 dollari in pubblicità, mentre il suo avversario ne ha spesi più di due milioni. Nixon ha però costruito negli anni una solida rete di consenso nella sua città, Jacksonville, e questa dimensione umana della sua campagna ha avuto la meglio.

Invece, nelle primarie democratiche per la candidatura a governatore del Wisconsin, un altro Stato del Midwest, è stata battuta, anche se per pochi voti, la socialista Francesca Hong, che i sondaggi davano come grande favorita. A danneggiarla è stata probabilmente un recente passato caratterizzato da posizioni estremamente woke. Hong aveva invitato ad abolire la polizia e la festa del Ringraziamento, da lei giudicata colonialista (abolire il Ringraziamento è un’istanza popolare tra gli americani quanto lo sarebbe per gli italiani abolire Ferragosto).

Il superamento della cultura woke

E questo ci introduce a un terzo fattore del cambiamento che si registra nel mondo democratico americano, che è proprio la presa di distanza dalla cultura woke. Ne è stato un importante segnale l’intervista rilasciata il 9 agosto nel corso del programma «This Week», sulla rete ABC, da Ocasio-Cortez, considerata l’erede della politica di Bernie Sanders e una possibile candidata alle primarie per le elezioni presidenziali del 2028. «Woke 1 was crazy», «il primo woke era una follia», ha detto Ocasio-Cortez, pur continuando a pensare che «le discussioni che si sono svolte in quel periodo siano state piuttosto proficue».

Si è trattato di una svolta, perché la deputata democratica – divenuta nel 2019, a 29 anni la donna più giovane eletta alla carica parlamentare – è sempre stata considerata un’esponente di punta della cultura woke.

Il termine woke, che in inglese significa “sveglio” o “consapevole”, nasce nella cultura afroamericana del secolo scorso come esortazione a non chiudere gli occhi di fronte alle discriminazioni e alle disuguaglianze sociali e razziali. Oggi indica un atteggiamento culturale che prende polemicamente di mira fenomeni come razzismo, sessismo, omofobia e, insieme alla difesa delle minoranze e dei diritti LGBTQ+, promuove la decolonizzazione del pensiero e delle istituzioni.

Volendo cercare un elemento che accomuni le diverse manifestazioni del woke, lo si potrebbe trovare nella volontà di destrutturare le forme linguistiche e di costume in cui è cristallizzato un passato di ingiustizie ipocritamente dimenticate e di combattere queste ingiustizie quando si ripresentano nel presente.

È espressione di questo atteggiamento la cancel culture (“cultura della cancellazione”), un movimento volto a rimuovere monumenti, opere d’arte, festività, denominazioni, in cui è possibile ritrovare le tracce di un passato razzista e schiavista. Da qui forme di iconoclastia verso statue di noti personaggi storici, accusati di essere stati complici dei sistemi di pensiero e di vita discriminatori dei loro tempi. Da qui, nelle università americane, l’esclusione di classici della filosofia o della letteratura che rispecchiano questi sistemi.

Ma la cancel culture non è solo un processo alla storia. Si manifesta anche come boicottaggio e contestazione di personalità della cultura, della politica, dell’arte, che nel presente abbiano avuto comportamenti o usato espressioni in qualche modo offensivi sotto il profilo sessuale e razziale. Ne sono stati bersaglio attori famosi, registi, produttori, accusati di avere approfittato della loro posizione per avere favori sessuali dalle attrici con cui avevano a che fare. Ma ne sono vittima anche docenti universitari o studenti che difendono idee ritenute contrarie al politically correct.

L’intenzione è di ridare voce a chi, nel passato o nel presente, ne è stato privo, e di difendere i diritti civili; ma il risultato è stato spesso un soffocante controllo che ha sottoposto il pensiero e il linguaggio a criteri considerati inviolabili, dando luogo a un “conformismo dell’anti-conformismo”. Per anni la carica innovatrice della “sinistra” statunitense si è concentrata più su queste discutibili battaglie, fortemente elitarie, che sui pressanti problemi economici e sociali della maggior parte delle persone. Emblematica la campagna presidenziale di Kamala Harris, giocata prevalentemente sulla difesa del diritto di aborto.

Non a caso, dopo la sconfitta del 2024, Bernie Sanders – la cui battaglia politica è stata sempre incentrata su giustizia sociale, classe operaia, sanità e istruzione pubbliche, lotta alle disuguaglianze – ha accusato apertamente il partito democratico di avere «abbandonato la classe lavoratrice».

E oggi è a Sanders, ormai ottantaquattrenne, che si rifanno i giovani democratici che si propongono come “socialisti”. Se da un lato essi rifuggono dal conformismo e dall’immobilismo dei vertici del partito, non vogliono più esprimere il loro anelito al rinnovamento sul piano astratto della cultura woke e preferiscono puntare su temi sociali molto concreti piuttosto che sulla difesa di diritti individuali, che appassiona la classe colta e benestante.

Certo, protagoniste di questo cambiamento radicale sono figure irriducibili al modello tradizionale del maschio bianco anglosassone cristiano. La maggior parte di questa nuova generazione rampante di democratici è costituita da giovani donne; alcuni sono immigrati o figli di immigrati e alcuni sono musulmani. Ciò finora non sembra averli ostacolati nella loro ascesa, ma quale sarà il responso delle urne nelle ormai prossime elezioni di medio termine? Nessuno può prevederlo. Come nessuno può prevedere come influirà la loro diversa collocazione umana e religiosa sulla loro azione politica.

Intanto un dato sicuro è che questi nuovi personaggi si oppongono decisamente allo spietato sovranismo di Trump, Vance e Rubio sul tema delle migrazioni, non condividono il sostegno incondizionato a Israele e mettono al primo posto la giustizia sociale, soprattutto in campo sanitario.

È forte, in ogni caso, la percezione che stia nascendo un’America nuova, anche se non sappiamo ancora che volto avrà. Sappiamo solo che questa immagine sarà in ogni caso più umana della maschera tragicomica impostale da Trump in questi quasi due anni di presidenza.

 E di questo siamo già grati.

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PALESTRA DEL PENSIERO

 


Latino e scrittura a mano come palestra del pensiero, la dirigente scrive al Ministro Valditara: "Dare ai ragazzi gli anticorpi per non farsi travolgere" 



La Dirigente Scolastica, Antonella Mongiardo, ha inviato una lettera al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, per richiamare l’attenzione sui risultati delle prove INVALSI 2026 e sull’opportunità rappresentata dal ritorno del latino nella scuola media.

La dirigente scrive in qualità di operatrice del settore, mossa dall’osservazione quotidiana delle classi e dalla lettura dei dati nazionali.

La lettera prende atto dei miglioramenti registrati nella riduzione della dispersione scolastica e nei progressi in inglese e competenze digitali, ma segnala con preoccupazione gli esiti negativi in italiano e matematica.

I dati indicano che 4 ragazzi su 10 presentano una competenza carente in matematica, mentre molti studenti mostrano difficoltà nella comprensione di un testo scritto in italiano e nell’espressione di un pensiero strutturato nella propria lingua madre.

La dirigente osserva che le prove standardizzate misurano le capacità di attenzione e di ragionamento, e che il dato di quattro su dieci rappresenta un campanello d’allarme, non una pagella negativa per le scuole.

L’emergenza linguistica e la responsabilità condivisa

La lettera sottolinea che il problema non è solo scolastico, ma assume i contorni di un’emergenza sociale. La scuola, da sola, non può affrontare l’impoverimento della lingua italiana, che la dirigente definisce un’emergenza nazionale. Le responsabilità sono diffuse e riguardano le famiglie, i media, le istituzioni e le imprese culturali.

La dirigente richiama la necessità di un corretto patto di corresponsabilità tra famiglia e scuola e avverte che, senza la capacità di argomentare in un italiano corretto e senza gli strumenti logico-matematici per analizzare i fatti, i giovani rischiano di essere privati della cittadinanza attiva e degli strumenti critici necessari per il loro futuro.

La dirigente sottolinea, poi, che i dati INVALSI non possono essere letti come una valutazione negativa per le scuole, che si impegnano con attività curricolari ed extracurricolari, recuperi pomeridiani e progetti di ampliamento dell’offerta formativa.

Viene evidenziato il contrasto tra la disinvoltura degli studenti nei codici della cultura pop globale e le difficoltà nella lingua madre e nella logica elementare.

Il latino come palestra del pensiero e le richieste al Ministero

La dirigente ha accolto con entusiasmo il ritorno del latino alla scuola media, denominato LEL, acronimo di Latino per l’Educazione Linguistica. La lettera precisa che l’interesse per il latino non è dettato da ragioni nostalgiche o dallo studio fine a sé stesso delle declinazioni, ma dalla consapevolezza che il latino offre una chiave di apertura culturale e allena la mente al ragionamento e alla precisione.

La dirigente propone di chiamare la disciplina anche LELL, ovvero Latino per l’Educazione Linguistica e Logica, perché tradurre dal latino costringe a smontare il pensiero, a capire i nessi e a usare la precisione, in modo analogo al debugging di un codice o alla risoluzione di un’equazione.

Il latino alle medie viene definito uno strumento di uguaglianza meritocratica, perché offre a tutti la stessa cassetta degli attrezzi.

Le nuove Linee Guida, secondo la dirigente, vanno nella direzione indicata e offrono due indicazioni preziose: la riscoperta della scrittura a mano, che rallenta il pensiero e lo rende riflessivo, e il valore dell’errore come opportunità di miglioramento, principio che il latino insegna immediatamente attraverso il sistema delle desinenze.

La dirigente chiede al Ministro un indirizzo nazionale chiaro e risorse vere, con laboratori, formazione e la possibilità di avere docenti con le competenze adeguate nell’organico.

La lettera conclude che il latino, la scrittura a mano e il valore dell’errore sono strumenti di libertà e anticorpi per il futuro, per dare ai ragazzi la capacità di pensare, di scegliere e di non farsi travolgere dal rumore.

Orizzonte Scuola

CUSTODIRE L'INTELLIGENZA

 

LA 
RETTITUDINE 

DEL 

PENSIERO


-di don Enrico Parazzoli


Nell'era dei media digitali e dell'informazione disintermediata, la capacità di diffondere idee ha superato di gran lunga la verifica dei fatti. Constatiamo tutti i giorni che l'emotività sostituisce la veridicità. Chiunque, attraverso un click, può amplificare affermazioni prive di qualsiasi riscontro, facendo leva su reazioni viscerali e istintive come la paura, l'ostilità e il senso di minaccia.

Come abbiamo visto anche recentemente - nella comunicazione di molte persone che dovrebbero occuparsi di politica - questa dinamica diventa particolarmente aggressiva (e sfacciata) quando tocca temi identitari sensibili. Penso in particolare al tema della 'razza' e dell'appartenenza, che - superati dall'antropologia, ma ancora potenti sul piano simbolico - vengono usati per creare contrapposizioni rigide ("noi" contro "loro"). O ancora al tema dell'identità nazionale, dove la valorizzazione della cultura si trasforma in uno strumento di esclusione o di ostilità aggressiva. Al fondo c'è il tema della polarizzazione emotiva, che rinuncia alla strada del ragionamento complesso.

Sembrerà banale dirlo, ma in questo scenario il dovere etico imprescindibile, la virtù essenziale da esercitare, è la rettitudine del pensiero. Farsi promotori (coraggiosi!) di un approccio critico, basato sui fatti e sul rispetto della dignità umana, non è un mero esercizio teorico, ma la condizione fondamentale per tutelare i diritti di ogni individuo. e garantire un percorso di integrazione reale e sostenibile all'interno della società.

Non tanto 'contro' qualcuno, ma in favore della verità e dignità di ogni essere umano.

RS-Servire - 570/ #Taccuinodistrada in un #Tempodiviglianza

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#integrazione #verità #dignità