sabato 25 aprile 2026

IL BUON PASTORE

 


L’ovile e la sua porta,

 per annunciare

 l’abbraccio di Dio


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella IV domenica di Pasqua (anno A)

At 2,14.36-41; Sal 22/23; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10

Nella quarta domenica del tempo pasquale si celebra sempre, ogni anno, la figura del “buon pastore”, annunciata più o meno esplicitamente in tutti i brani biblici che compongono la liturgia della Parola. Nella seconda lettura, per esempio, l’autore della prima lettera di Pietro ricorda ai suoi lettori che essi erano stati dispersi come pecore smarrite, ma poi erano stati «ricondotti al pastore (poimḗn) e custode (epískopos)» delle loro anime: affermazione, questa, che ribadisce l’esordio della lettera petrina, rivolto a tutti coloro che avevano vissuto la spiazzante e dolorosa esperienza della diaspora nelle varie regioni dell’Asia minore e che finalmente erano stati recuperati e radunati da Dio Padre, mediante lo Spirito santificatore, per essere resi solidali all’«obbedienza» di Cristo Gesù. Il salmo responsoriale (Sal 22/23) è ancor più diretto nel chiamare in causa il Signore quale «pastore» premuroso nei confronti di chi docilmente gli si affida, lasciandosi guidare lungo un «giusto cammino» fino a «pascoli erbosi» e ad «acque tranquille» e venendo protetto da ogni tipo di pericolo.

Il buon pastore

Si tratta di un linguaggio sospeso tra la metafora e la parabola, che rimanda con evidenza al rapporto che sussiste tra Dio e i credenti che confidano in lui. Il senso di tale linguaggio, tuttavia, diventa meno evidente nella pagina evangelica, dove la «similitudine» esposta da Gesù sembra complicarsi, perché egli vi si presenta al contempo come pastore di un gregge e, nondimeno, come la porta dell’ovile in cui il gregge è radunato. Anzi, mentre egli dapprima allude semplicemente al fatto d’essere il pastore delle pecore, in seguito si presenta più decisamente come la porta attraverso cui le pecore stesse entrano ed escono dall’ovile, di giorno per recarsi al pascolo e di notte per trovarvi sicuro riparo: «Io sono la porta delle pecore» (soltanto qualche versetto dopo, in questo stesso capitolo giovanneo, che però non è riportato nella liturgia odierna, Gesù arriva a dire pure: «Io sono il buon pastore» [vv. 11 e 14]).

Per questo i suoi uditori «non capirono di che cosa parlava loro». Un’incomprensione probabilmente dovuta al fatto che essi, cittadini di Gerusalemme, s’erano abituati ormai da molto tempo a una maniera stanziale di vivere, non più nomade, o – più radicalmente – esodale, com’era stato invece per gli antichi israeliti. Non sapevano più cosa fossero le transumanze stagionali e persino quotidiane dei pastori vissuti al tempo del salmista. E al tempo di Davide, ch’era stato unto re venendo richiamato dai pascoli, dove si trovava a custodire il gregge di suo padre Jesse. È un fatto non secondario, che ci fa intuire che qui c’è in gioco il senso della missione messianica di Gesù. Difatti, nel prosieguo di questo brano, i capi del popolo gli chiederanno spiegazioni proprio circa la sua missione messianica: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente» (v. 24). Gesù risponderà che essi non riescono a credere che sia lui l’unto del Signore, l’inviato di Dio, proprio perché non fanno parte delle sue pecore (vv. 25-26).

Il messianismo di Gesù si comprende non in una prospettiva gerarchica, bensì relazionale: egli ha il compito di ricondurre il popolo al rapporto filiale con Dio Padre, non di guidarlo alla riscossa nelle vesti di un capo politico o di un condottiero militare. È inviato per rivelare come si sperimenta l’amore paterno di Dio, non per organizzare la resistenza contro qualche nemico. È questo il sensus plenior, il significato più grande, della sua missione messianica: un senso ulteriore rispetto a quello che aveva connotato l’avventura di Davide, il quale – dopo la sua unzione – aveva finito per dimenticare lo stile pastorale in favore di quello regale. Ed è tale sovreccedenza di senso che gli interlocutori di Gesù continuano a non cogliere. Sovreccedenza di senso che, nell’insegnamento del Maestro di Nazareth, si palesa nell’intreccio e nel reciproco sovrapporsi delle similitudini del pastore e della porta.

Il messianismo

D’altronde per discernere il senso pastorale del messianismo di Gesù, importano maggiormente le azioni del pastore e le reazioni delle pecore. Il pastore, impersonato da Gesù, svolge un ruolo legittimo, non abusivo, non invasivo: ha le chiavi della porta ed è ben conosciuto dai garzoni e dai guardiani dell’ovile, non vi entra di soppiatto quasi fosse un ladro, non vi s’intrufola per razziare le pecore come fanno invece i briganti. In realtà si distingue anche rispetto ai pastori di mestiere: è un pastore particolare, sui generis, diverso dai comuni allevatori di pecore, perché non va da esse per tosarle o per mungerne il latte, né tanto meno per macellare i loro agnelli. E se le tosa o le munge è perché farlo significa prendersene cura, alleggerirle del peso della loro lana quando viene la stagione più calda e non farle soffrire con le mammelle sempre gonfie. Intrattiene con le pecore un autentico rapporto, come tale contrassegnato dalla gratuità reciprocità. Egli non le possiede. Sta in relazione con esse, le chiama per nome, vale a dire che le conosce una per una. E se s’introduce in mezzo al gregge è per condurlo fuori dal recinto e guidarlo dove potrà ben alimentarsi. La vita delle pecore è garantita dal riparo che trovano dentro l’ovile e dal pascolo verso cui il pastore le fa uscire. Esse per questo lo seguono, riconoscendone la voce.

Le pecore

A udire queste parole, qualche pastore dei nostri giorni potrà forse sorridere sotto i baffi: le pecore sono una fonte di sostentamento, vengono accudite per tornaconto, per convenienza, per assicurarsi di che vivere. Certo, è verissimo che un qualsiasi pastore esperto conosce effettivamente le sue pecore. Ed esse riconoscono lui, ne ricordano il timbro della voce, assecondano per questo i suoi richiami, lo seguono istintivamente. E, probabilmente, il fatto che Gesù si paragonasse a un pastore non veniva compreso – già allora – per analoghi motivi: nel rapporto tra pastori e pecore, da una parte c’è l’interesse e dall’altra l’istinto. Cosa vorrebbe dire, per uno che intende accreditarsi come messia, presentarsi al popolo come un pastore? Per smarcarsi dall’ambiguità, Gesù segnala il sovrappiù di senso insito nel suo essere il «buon pastore», paragonandosi anche alla porta dell’ovile. Una porta salda sui suoi cardini e, nondimeno, opportunamente basculante. Gesù non è una staccionata di filo spinato, bensì la soglia che non imprigiona, che non riduce la vita a una specie di lager, a un campo di concentramento, entro cui si può solo attendere la morte. La soglia dischiude i sentieri conducenti al pascolo, all’occorrenza prospetta una via di fuga, promette nuove possibilità. E, al contempo, segna l’entrata in un luogo che funge da riparo, in una casa vera e propria, dove ci si può sentire davvero accolti, ospitati e protetti, non intrappolati. La vita è sia al di qua sia al di là della soglia, o della porta ben incardinata ma basculante.

Un abbraccio

In quest’ottica, l’ovile stesso si lascia immaginare come una sorta di abbraccio: quello di Dio Padre, che ci avvolge senza catturarci, ci tutela senza opprimerci, ci stringe senza stritolarci. L’abbraccio non è una morsa letale. Libera, non trattiene. Effonde amore, non soffoca. Contagia dinamismo, non immobilizza. Imprime movimento, non paralizza. È salvaguardia della vita. Ed è input alla vita. Gesù, con le sue similitudini, viene a dirci che la nostra migliore posizione è nell’abbraccio di Dio Padre: la stessa posizione del Figlio. E che la nostra più corretta postura sta nel ricambiare l’abbraccio: la medesima postura del Figlio.

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LA LIBERTA' NON E' DI PARTE


 Il 22 aprile 1946 con un decreto legislativo, su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, fu istituita provvisoriamente la festività nazionale, «a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano». 

Nel 1949, con la legge n. 260 del 27 maggio, divenne definitiva, simboleggiando la Resistenza e la nascita della democrazia italiana.

Non si tratta quindi di una festa “di parte”, ma riguarda tutti gli italiani. Ed è ora che non venga strumentalizzata e trascinata verso significati diversi da quelli che effettivamente ha: Italia unita, italiani liberi e sottoposti a nessun altro potere o vincolo che non siano quelli sanciti della Costituzione repubblicana.

-di MARIAPIA GARAVAGLIA

Quest’anno ricorre l’80esimo anniversario dell’Assemblea Costituente, frutto del voto a suffragio universale del 2 giugno 1946. La storia, che non consente negazionismi, documenta come e da chi fu preparata, costruita e infine approvata la nostra meravigliosa Carta, che il Presidente Ciampi definì «Bibbia laica». Parteciparono all’Assemblea 556 rappresentanti del libero popolo italiano, tra cui 21 Madri costituenti. Le forze politiche presenti è noto che fossero non solo plurali e diverse ma anche radicalmente conflittuali: si pensi ai democratici cristiani e ai comunisti. I loro contrasti ideologici non impedirono tuttavia di affidarci una Costituzione condivisa e fortemente difesa. Fondamentalmente fu merito dell’apporto dei cattolici, come era stata di grande valore la resistenza cattolica. È ora anche di valorizzare gli studi, oramai storicamente molto ricchi e confermati, sull’apporto di molte centinaia di sacerdoti, religiosi e suore oltre alle migliaia di laici nelle diverse formazioni, senza distinzioni ideologiche.

I cattolici furono protagonisti della rete informativa della Resistenza, indispensabili mediatori per lo scambio di prigionieri. Il debito di sangue pagato da sacerdoti diocesani e religiosi fu alto: tra settembre 1943 e aprile 1945 si ebbero in Italia 425 sacerdoti uccisi (di cui 57 morti in combattimento e 49 nei lager tedeschi), dei quali 191 per mano fascista, 125 per opera dei tedeschi e 109 per mano partigiana. Alcuni sono già stati proclamati beati. Resistettero non per odio ma per amore della libertà e della dignità della persona. I cappellani delle brigate partigiane sono stati insigniti di 17 medaglie d’oro al valor militare, 31 d’argento, 46 di bronzo e 56 croci di guerra.

I costituenti, consapevoli che i lavori assembleari risentivano del clima del periodo precedente, forzarono certamente alcune parti della Carta relativi alla distinzione dei poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario – per non dare peso superiore a nessuno dei tre. Ma i tempi cambiano, e furono previdenti nell’introdurre con l’articolo 138 la possibilità – e la metodologia conseguente – per modificarla quando fosse stato necessario intervenire. Si deve così ricorrere al referendum ogni volta che il voto del Parlamento non è stato ampio come richiesto dall’articolo 138. È un messaggio che i costituenti ci hanno lasciato, perché qualora si decidesse di modificare la Costituzione si usi quello stesso metodo costruttivo e inclusivo in grado di rappresentare la maggioranza assoluta degli italiani.

Il tempo che stiamo attraversando e la temperie bellica che ci circonda ci richiamano anche un altro articolo fondamentale della Costituzione, impegnativo e significativo, che appartiene alla prima parte, i “Princìpi fondamentali”, a tutela della pace: « L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo» (articolo 11). Anche rispetto a questa chiara e non manipolabile norma da oltre 75 anni siamo stati inadempienti, paghi della pace che in Europa nonostante tutto è stata garantita. Nonostante tutto, sì: avremmo avuto il tempo per costruire gli Stati Uniti d’Europa. La somma degli eserciti di ciascuno degli Stati europei costa di più e non è efficiente come fossero un unico esercito, la Comunità Europea di Difesa (Ced), sognata da De Gasperi e causa del suo dolore, fu bocciata dalla Francia. Nazionalismo e sovranismo possono appagare ansie di politica interna ma non costruiscono il futuro per le generazioni che seguiranno. Sono forme deleterie di egoismi istituzionali. Non basta l’informazione per raccontarci i danni del presente e del recente passato? Mi pare che ci sia sufficiente consapevolezza che basta un uomo a sconvolgere il mondo, se gli amici veri non sono sinceri nell’affrontarlo e nel preparare proposte alternative.

I sondaggi segnalano la paura degli italiani per una guerra troppo vicina mentre i carrelli della spesa dimostrano che c’è un risvolto della guerra che, anche senza missili e droni, “bombarda” l’economia di tutte le potenze, piccole e grandi. I poveri e i più vulnerabili diventano sempre più fragili e le istituzioni inadeguate a far fronte ai loro bisogni. Un algoritmo non sarà capace di dimostrare che si può essere floridi, aumentare la ricchezza (e quindi il potere) con commerci di pace e scambi senza armi? Il miglior algoritmo, però, siamo noi che scegliamo con il voto e la partecipazione – doni della democrazia – le classi politiche che ci devono tutelare.

La Festa nazionale del 25 Aprile, allora, ci ricorda oggi che è possibile sconfiggere i dispotismi, che negano libertà e uguaglianza dei cittadini.

Perché non consegnino loro il proprio destino.

*Presidente Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

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QUALE DEMOCRAZIA?

 


Hanno suscitato vivaci polemiche le parole del presidente del Senato, Ignazio La Russa, alla vigilia del 25 aprile. «Quando ero ministro della Difesa, nessuno mi obbligava, ma andavo a rendere omaggio al monumento che c’è al cimitero di Milano ai partigiani e portavo una corona, poi andavo al Campo 10 dove sono sepolti molti ignoti, diversi caduti della Repubblica Sociale italiana (…). Ci andavo in forma privata perché secondo me era un momento doveroso di una pacificazione. E lo rifarei».

-di Giuseppe Savagnone 

Dove è sicuramente encomiabile il rispetto per i morti in quanto tali, ma ha lasciato perplessi l’equiparazione tra quelli caduti in nome dei valori che l’Italia celebra solennemente con la festa della Liberazione, vedendo in essi il fondamento della sua identità democratica, e quelli che hanno perso la vita combattendo contro questi valori. I morti devono essere visti anche per ciò che rappresentano. Anche i caduti delle SS meritano il rispetto che si deve a tutti i morti, ma siamo sicuri che le comunità ebraiche apprezzerebbero un discorso come quello di La Russa, se fatto da un ministro del governo tedesco nei confronti del corpo speciale di Hitler?

Certo, di crimini in una guerra – e soprattutto in una guerra civile – ne commettono tutti. Sappiamo ormai con chiarezza che anche i partigiani se ne macchiarono. Resta la differenza tra chi si trova a fare la guerra per difendere la sua terra e chi la fa a fianco degli occupanti, e di occupanti come i nazisti.

La pace democratica instaurata con la nascita della Repubblica italiana non è stata il frutto di un’alleanza impossibile tra questi due contendenti, ma dalla vittoria dei primi contro i secondi. E il presidente del Senato – seconda carica di questa Repubblica – non rappresenta inclusivamente entrambi, perché non può non tenere presente le opposte cause per cui hanno combattuto. Né il fatto di averlo fatto «come privato» cambia le cose, perché averne parlato ai giornalisti, difendendo la scelta, ha fatto diventare pubblica questa scelta.

Una cultura estranea alla Costituzione

Il problema non riguarda però solo l’on. La Russa. La maggioranza oggi al governo è in larga misura costituita da persone che non si sono formate in base ai valori della Resistenza, perché erano gli eredi degli sconfitti e sono rimasti esclusi dalla Costituente, in cui sono confluiti gli apporti del filone di pensiero cattolico, social-comunista e liberale, ma non quello fascista.

Questo non può certo far mettere in dubbio la loro fedeltà alla Repubblica democratica, ma spiega le loro difficoltà a essere in sintonia profonda con una Costituzione che non rispecchia la loro tradizione di pensiero. Anche se questo non esclude il riconoscimento teorico degli errori del fascismo e l’adesione alla Carta costituzionale. Lo conferma, se ce ne fosse bisogno, un post nel quale, in occasione del 25 aprile, Giorgia Meloni sottolineava che «in questa giornata, la Nazione onora la sua ritrovata libertà e riafferma la centralità di quei valori democratici che il regime fascista aveva negato e che da settantasette anni sono incisi nella Costituzione repubblicana».

Il problema però, al di là delle dichiarazioni di principio, è culturale. La nostra premier ha respirato fin da giovanissima il clima politico di Azione studentesca, il movimento degli studenti di Alleanza Nazionale (erede del Movimento Sociale Italiano, dichiaratamente neofascista), del quale è diventata segretaria a 19 anni. E Ignazio La Russa è stato dirigente del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile dello stesso MSI. Giuste o sbagliate che siano, le loro posizioni hanno la loro radice in una storia che spiega perché essi le sostengano in perfetta buona fede.

La difficoltà è che, nel caso di Meloni e La Russa, essi, a differenza dei rappresentanti dell’opposizione, si trovano davanti il difficile compito di interpretare correttamente un testo costituzionale che non rientra nella loro storia. E lo si sta vedendo in modo chiaro in questo scorcio di legislatura.

Avrebbe dovuto essere il coronamento di una condotta di governo molto prudente – favorita anche dalla pochezza dell’opposizione, del tutto incapace  di proporre una seria alternativa – in cui, a dispetto di bellicose dichiarazioni iniziali, ad essere privilegiata è stata soprattutto la continuità col passato, tanto da spingere uno dei più autorevoli intellettuali della destra, Marcello Veneziani, a denunciare l’assenza, in questi anni di governo, di «qualcosa di rilevante che segni una svolta o che dica, nel bene o nel male, al Paese: da qui è passata la destra  (…)  e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo».

Forse è stata l’esigenza di lasciare «un segno inconfondibile» della sua matrice ideologica a indurre il governo a varare almeno una riforma, quella della giustizia. Ma è proprio in questa occasione che si è manifestata la lontananza ideale dell’attuale maggioranza dallo spirito della Costituzione.

Già nel modo di proporre la legge. La Carta costituzionale è scaturita da un lungo, paziente dialogo tra forze politiche di matrice molto diversa e in conflitto tra loro – democrazia cristiana, comunisti e socialisti, liberali –  , che avvertirono la responsabilità di convergere e ascoltarsi a vicenda, per elaborare un testo che fosse rappresentativo di tutto il paese.

La riforma della giustizia, invece, è stata proposta e approvata unilateralmente da una destra che ha evitato tutte le occasioni di confronto con l’opposizione, procedendo a colpi di maggioranza e forzando i tempi per vararla senza lasciare spazio alla discussione. Esultando, quando alla fine la legge è stata approvata, come si fa quando la squadra avversaria è stata battuta, e dedicandola al personaggio più divisivo della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, che in particolare nei confronti della magistratura aveva sempre mantenuto rapporti di forte conflittualità.

In realtà è stato tutto il contesto in cui la riforma è maturata a giustificare dei dubbi sulle sue motivazioni. Contesto caratterizzato da attacchi furiosi da parte del governo nei confronti della magistratura, accusata di essere ideologizzata – almeno in alcune sue componenti – e schierata contro la politica  della maggioranza democraticamente eletta verso i migranti. «Alcuni giudici vogliono governare: allora si candidino», era la risposta di Meloni alle sentenze che contraddicevano questa politica.

Argomento che in realtà rivela la profonda estraneità della nostra premier alla logica della nostra Costituzione, per la quale la divisione dei poteri serve precisamente ad evitare  che l’esecutivo, anche se democraticamente eletto, possa agire senza controlli esterni da parte di altro potere, non elettivo, incaricato di far rispettare la legge. Significativo che la riforma sia stata dalla stessa Meloni evocata, in uno di questi sfoghi contro una pretesa «invasione di campo» dei giudici, come l’atteso rimedio che avrebbe rimesso a posto le cose.

Non si può certo parlare di fascismo. È con i voti ottenuti in libere elezioni che questa maggioranza governa ed è in nome di questo appoggio popolare che rivendica il diritto di procedere nelle sua politiche – in particolare in quella migratoria – senza ostacoli. A rigore, in un sistema di democrazia pura, come Rousseau l’aveva concepita, Meloni avrebbe perfettamente ragione. Il suo ragionamento è logico: chi esprime la volontà popolare governa.

Solo che la nostra Costituzione è nata da una profonda diffidenza verso tutti i poteri assoluti e ha voluto perciò che essi si bilanciassero, combinando così la logica di Rousseau con quella di Montesquieu. E già questi continui attacchi di uno dei poteri nei confronti di un altro non rientrano nello spirito della democrazia come l’hanno pensata i nostri padri costituenti. Ma di questo la classe di governo sembra continuare ad essere ignara.

La norma sul “premio” agli avvocati

Una conferma di questa incomprensione culturale è l’emendamento, apportato al decreto sicurezza, con cui si attribuisce un premio di 615 euro agli avvocati di immigrati i cui clienti decidano volontariamente di lasciare l’Italia. Una norma che ha fatto infuriare unanimemente gli avvocati – che pur erano stati nella grande maggioranza dalla parte del governo nella campagna referendaria – i quali vi hanno giustamente visto un tentativo di manipolare la loro deontologia professionale, orientandola nella direzione della politica dei rimpatri. È chiaro, infatti, che il compito del difensore è di cercare di fare valere i diritti, veri o presunti, del suo cliente, non di indurlo a rinunziarvi. E anche il presidente della Repubblica ha visto in questo testo una minaccia al diritto alla difesa sancito dalla nostra Costituzione.

La reazione del governo è stata di sincera sorpresa di fronte a queste contestazioni. «Stiamo raccogliendo i rilievi tecnici che sono arrivati dal Quirinale e dagli avvocati – ha detto la premier – e li trasformeremo in un provvedimento ad hoc, ma la norma rimane perché è una norma di assoluto buon senso. Io non lo considero nessun pasticcio». 

Meno educatamente i quotidiani che fiancheggiano l’esecutivo hanno parlato di uno «sgambetto» fatto dal capo dello Stato e hanno esultato per la risposta di Meloni, considerata un modo per «rimpatriare» proprio Mattarella. Dove anche questo tono nei confronti della carica istituzionale che, sempre secondo la nostra Costituzione, «rappresenta l’unità nazionale» (art. 87) dice molto sulla sensibilità democratica di chi lo usa.

Il governo, comunque, intende tirare dritto, come si è vantato di fare anche in occasione della riforma della giustizia. Con i risultati che si sono visti e che forse avrebbero dovuto indurre a una riflessione. Perché l’esito immediato della norma sugli avvocati è stato di ricompattarli con la magistratura, dopo le divisioni nel dibattito referendario e di convincere anche loro che davvero si sta cercando di piegare il funzionamento della giustizia agli obiettivi della politica migratoria della maggioranza di destra.

Difficile prevedere come finirà. Ma resta la domanda a cui oggi gli italiani non possono sfuggire: quale democrazia? Quella prevista dalla nostra Costituzione o quella autoritaria di cui il regime di Orbán, apprezzatissimo da Meloni e appena caduto (dopo sedici anni), è stato un perfetto modello?

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venerdì 24 aprile 2026

IL DESIDERIO DI SAPERE

 


 “Il maestro 

non deve riempire 

teste vuote, 

ma aprire mondi”.

 

Il dono più grande

 è lasciare

 libero l’allievo

  •  

La Redazione

Per lo psicoanalista il vero insegnante non riempie teste di nozioni né pretende obbedienza: accende il desiderio di sapere e lascia libero l’allievo di trovare la propria strada...

La considerevole ed imprescindibile funzione che ogni insegnante è chiamato a svolgere è quella di “animare il desiderio di sapere” dell’allievo proprio perché in caso contrario non vi è alcuna possibilità di apprendere in modo singolare il sapere stesso che viene trasmesso.

L’errore nel quale spesso si incorre, infatti, è quello di pensare che il sapere si riceva passivamente dall’altro senza accorgersi però che non vi è alcuna possibilità di “raggiungere un sapere vero se non attivandosi in un processo di ricerca”, così come spiegatoci molto dettagliatamente dallo psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati.

“Il sapere non ha la stessa natura di un liquido che si può versare da un recipiente all’altro. L’apprendimento non avviene per travaso passivo da un bicchiere più pieno a uno più vuoto, perché il modello sul quale si fonda non è mai quello di un vuoto da riempire – le teste vuote degli allievi dentro le quali si deve versare il cemento del sapere – quanto di un vuoto da aprire”, attraverso tali significative parole lo psicoanalista continua la sua ragguardevole disamina evidenziando come la funzione del maestro consista nel rendere fecondo questo vuoto.

Ogni insegnante degno di questo nome deve pertanto “aprire vuoti nelle teste, aprire buchi nel discorso già costituito, fare spazio, aprire le finestre, le porte, gli occhi, le orecchie, il corpo, aprire mondi, aprire aperture impensate prima”.

Dunque, il sapere del maestro non è mai ciò che colma la mancanza ma anzi ciò che la preserva.

Non bisogna mai dimenticare, infatti, che vi è differenza tra il gesto del maestro che sa mettere in moto ed animare il desiderio dell’allievo e l’atto padronale della seduzione dell’indottrinamento, così come precisato dallo psicoanalista francese Lacan in una sua citazione ben riportata da Massimo Recalcati.

Ecco perché “il dono più grande del maestro non è il dono del sapere ma quello di saper «tacere l’amore». Questo dono è il più prezioso perché non vincola l’allievo ad alcuna obbedienza, ma lo lascia sempre libero di andarsene, di separarsi dal maestro”.

Si pensi, ad esempio, allo psicoanalista, il cui silenzio è decisivo: egli ascolta senza giudicare, opera senza chiedere all’analizzante di guarire o di cambiare così da permettergli di separarsi per trovare la propria misura della felicità.

Allo stesso modo “se il maestro non sa tacere il proprio amore, rischia di esigere, volontariamente o meno, che l’allievo segua le sue orme, che diventi ciò che lui si attende”.

In tale prospettiva il maestro non incarna la posizione del padrone e non pretende di misurare, valutare, definire la vita del suo allievo che potrà incamminarsi per la propria strada.

“Saper tacere l’amore è a fondamento di ogni autentica pratica didattica. Il maestro non dice l’amore per i suoi allievi…preserva il silenzio sull’amore per essere efficace nel proprio lavoro. Perché solo questo silenzio rende possibile il trasporto del transfert, la spinta che anima il desiderio di sapere”, in tal modo Massimo Recalcati culmina la sua splendida disamina.

Ascuolaoggi

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UN'ALTRA GIUSTIZIA

 


Il Vangelo strappa la giustizia all’uso strumentale, indifferente alle ingiustizie. Capovolge la logica punitiva verso la giustizia riparativa. Invita a essere affamati di giustizia a favore dei soggetti più deboli, a partire dalla conversione del proprio cuore.

 

Lidia Maggi e Angelo Reginato sono pastora/e della chiesa battista.

  Ci sono parole che ci muoiono in bocca. Non perché le riteniamo sorpassate o, peggio, false. Tutt’altro! Ci sono necessarie come l’aria che respiriamo. 

Ma ci tratteniamo dal pronunciarle perché la voce tradirebbe una sorta d’incredulità, insieme al pudore che ne teme l’uso osceno in un mondo che esibisce il fraintendimento di quella parola. La giustizia, come la speranza o le altre grandi parole delle Scritture ebraico-cristiane subiscono la sorte di essere continuamente dette senza più significare. Che fare? A proposito della parola “Dio”, Martin Buber suggerisce che, dato l’uso che ne è stato fatto, giace a terra malconcia. O la si dichiara inutilizzabile o si prova a risollevarla. Una medesima considerazione vale per la parola “giustizia”. 

 Come si solleva da terra una giustizia ripetutamente calpestata, fraintesa, usata per giustificare azioni ingiuste? Insieme al pensiero critico, per quanto anch’esso inattuale, possiamo ritornare a leggere la narrazione evangelica, per strappare la giustizia all’uso distorto e interessato che ne facciamo e mostrare il senso differente che emerge da quel racconto. Nel provare a farlo useremo la nostra idea di giustizia come liquido di contrasto, così da evidenziare quella differenza di cui è portatrice la Scrittura. 

 La metafora diagnostica mostra da subito il suo limite nell’applicazione al confronto tra diverse idee di giustizia, ovvero il rischio di fare la parodia della nostra idea per risaltare l’originalità delle Scritture. Del resto, a chi dovrebbe riferirsi quel “nostra idea di giustizia”? Un singolare che denuncia una semplificazione. Ne siamo consapevoli. Ma nello stesso tempo ci sembra di scorgere delle linee di tendenza preoccupanti che si prestano proprio a fare da liquido di contrasto. Se in altri momenti storici la Bibbia ha fatto da conferma alle conquiste in materia - pensiamo alla Dichiarazione universale dei diritti umani, spesso letta in parallelo alle Dieci parole del Sinai - oggi ne cogliamo maggiormente le differenze. In ogni caso, chi legge saprà fare la tara alle nostre considerazioni, per forza di cose, parziali. 

 

Una giustizia che vede 

 Una raffigurazione della giustizia che si è imposta nel nostro codice occidentale è quella della dea bendata che tiene in una mano la bilancia e nell’altra la spada. La giustizia giudica, soppesa le azioni umane e interviene col braccio armato per interrompere le trame del male. Lo fa senza guardare i soggetti che agiscono: dà a ciascuno il suo, senza fare preferenze. La cecità è segno di imparzialità, di correttezza nel procedimento. Nel codice biblico non c’è spazio per questo immaginario. Il distacco, ritenuto necessario, nel mondo delle Scritture è foriero di indifferenza e, dunque, di ingiustizia. Perché per la Bibbia la giustizia non è mai il punto di partenza, lo stato di cose esistente, da perpetuare con leggi e sanzioni. Piuttosto, deve essere ripristinata, intervenendo a favore dei soggetti più deboli. Il Dio biblico guarda, vede e agisce per risollevare il povero. Non è per niente cieco, né sordo di fronte alle tante ingiustizie subite dai poveri. Lo stesso fa Gesù, come attesta il Nuovo Testamento. Non solo il suo sguardo si posa su chi è oppresso per risollevarlo, per far sì che possa sperimentare la vita giusta. Osserva anche chi guarda la realtà con in mano il codice penale, preoccupato dell’osservanza del sabato e non di ristabilire la giustizia di una vita buona per chi, anche di sabato, sperimenta il male di vivere. 

Osserva e si indigna, pensandosi non tanto come giudice distaccato ma come persona empatica, affamata e assetata di una giustizia che non c’è. 

Una giustizia che ripara 

 Per noi la giustizia è retributiva e dunque punitiva: chi sbaglia paga. È vero che diverse persone hanno maturato l’idea di una giustizia riparativa, trasformativa, preoccupata di sanare la ferita sociale creata dal reato, di pensare percorsi di riscatto e di riconciliazione. Questa diversa concezione della giustizia ha trovato spazio anche nella legislazione, persino nella Costituzione. Ma nella costituzione materiale, quella che fa da bussola all’agire quotidiano, questa idea resta minoritaria e perdente, perché noi rimaniamo dentro l’orizzonte del merito: siamo notai più che creatori. 

 La Bibbia riconosce la responsabilità umana: la storia non è un destino già scritto; il suo andamento dipende da noi, dalle scelte che compiamo. Scelte su cui occorre operare un giudizio. Ma non di tipo elementare, una fotografia della realtà che separa i buoni dai cattivi. Già i profeti mettono in campo giudizi durissimi, che suonano come sentenze definitive, senza appello, per poi svelarne il senso pedagogico di scossa, al fine di operare un cambiamento. Anche il profeta di Nazaret agisce così: le dure parole dei Vangeli, messe in bocca a Gesù, hanno il compito di smuovere, di riaprire i giochi. Le parabole della misericordia, che leggiamo in Luca 15, non contrappongono il perdono alla giustizia, l’accoglienza del figlio prodigo contro la pretesa di giustizia del fratello maggiore. 

Piuttosto mostrano una differente idea di giustizia che spinge a riparare, trasformare, offrire nuove possibilità. Di nuovo, non lo sguardo del giudice ma quello di chi si sente legato con viscere di misericordia sia al colpevole che al presunto innocente. La giustizia non è una constatazione: è una sfida. 

Partire da sé 

 Una pericolosa linea di tendenza di questo nostro tempo va sotto il nome di giustizialismo. Con parole gridate mettiamo alla gogna chi reputiamo un pericoloso avversario e pretendiamo che su di lui si accanisca la legge. Conosciamo bene come funziona e chi ne usufruisce in termini di consenso politico. 

Sovente, nello spazio pubblico, si invoca una giustizia sommaria, che riguarda solo alcuni, gli avversari; una giustizia a orologeria, a seconda delle ondate di indignazione, e sempre a proposito di altri. La Bibbia conosce questo grido collettivo e non teme di denunciare gli scandali, ma sa bene che questa denuncia dei vizi pubblici non giustifica la presunzione di private virtù. Nei racconti biblici scorgiamo un’altrettanta attenzione alle dinamiche private, a una giustizia ordinaria. È dal cuore che prende origine l’ingiustizia, dice Gesù. E il lavoro del cuore, affinché in esso venga ristabilita la giustizia, implica un atteggiamento autocritico, che cerca innanzitutto di fare i conti con la propria trave, lasciando a un momento successivo il compito di togliere la pagliuzza dall’occhio altrui. 

 La giustizia biblica, a differenza della deriva giustizialista, si misura sulle scelte quotidiane. Non alza la voce solo in certe occasioni ma è la passione di una vita, una virtù tenace, che resiste anche di fronte a una società che ascolta solo certe istanze e non altre. La parabola della vedova, in Luca 18, ci offre una chiara immagine di questo atteggiamento, dove la giustizia, come la preghiera, esprime un modo di abitare la terra, incapace di tollerare ciò che è ingiusto e pronto a mettersi in gioco per ristabilire la giustizia. 

 Noi, tendenzialmente, parliamo di giustizia in veste di spettatori: il problema riguarda gli altri, gli ingiusti. La Bibbia, che non mostra alcuna ingenuità rispetto alla presenza di empi e nemici, sapendo bene che occorre far fronte alle infinite manifestazioni del male, si sottrae, però, alla semplice esternalizzazione del problema, ribadendo a ogni pagina che occorre “partire da sé”. Gesù, in continuità con le parole che leggiamo nelle Scritture, libro autocritico e autoironico, invita a misurarsi con il proprio comportamento ingiusto. La polemica con i farisei è tutta qui: c’è una presunzione di giustizia che rende ingiusti, anche davanti a Dio. Capiamo, allora, il senso della diversa interpretazione offerta da Paolo e da Matteo riguardo alla giustizia. Per l’evangelista, la nostra giustizia deve superare quella dei farisei. Ma proprio per questo l’apostolo afferma che nessuno è giusto. 

 Di nuovo, al di là di facili contrapposizioni, il lavoro di dare una forma giusta alla vita domanda sia l’attività di operare scelte giuste, sia la passività di essere perdonati per grazia da un Dio che non smette mai di provare a ristabilire la giustizia nelle nostre esistenze ingiuste. 

Una giustizia non retorica  

 L’attualità ci consegna un ulteriore liquido di contrasto, sempre esistito ma fino all’altro giorno utilizzato con un certo ritegno. Ci riferiamo agli appelli strumentali alla giustizia a cui ricorrono i potenti per coprire operazioni compiute per altre motivazioni, soprattutto di tipo economico. Oggi c’è chi indica spudoratamente come giustizia azioni palesemente ingiuste. Sciolti dai vincoli imposti dal diritto internazionale, essi stessi fonte del diritto, i potenti usano le parole in base ai loro interessi. Le Scritture mettono in guardia rispetto a questo uso strumentale. Giustizia, pace e anche Dio sono parole a rischio di essere nominate invano. “Non chi dice... ma chi fa” è il criterio offerto da Gesù per distinguere chi si atteggia a giusto - in veste di attore, ovvero di “ipocrita” - da chi effettivamente ha fame e sete di giustizia. 

Fin da ora 

 Fermiamoci qui nell’operazione diagnostica per individuare la giustizia così come viene narrata nelle Scritture rispetto al nostro modo di intenderla e viverla. Che conclusioni trarne? Che la nostra storia è gravemente malata al riguardo e che la patologia di cui soffre ha carattere cronico? Detto altrimenti: il sogno di Dio di ristabilire la giustizia è destinato a essere realizzato al compimento della storia, risultando nel frattempo troppo alto per questa nostra umanità? Sono molti i fattori patogeni che minano la salute del corpo sociale. E di fronte all’evidenza dei risultati delle analisi condotte in merito disperiamo di poter ristabilire una salute che ci appare utopica. La disperazione è più che comprensibile; eppure, le Scritture del Nuovo Testamento ci dicono che il seme del Regno di Dio e della sua giustizia è stato seminato nel campo del mondo. E che nella vita di Gesù ha già mostrato il suo compimento. 

Certo, le sue discepole e i suoi discepoli sanno di essere “tra il già e il non ancora”, che la storia, insieme a tutto il creato, geme nelle doglie del parto. Ma il fatto che l’incompiuto abbia ospitato la luce del compimento, che in Gesù la giustizia della vita buona sognata da Dio fin dal principio abbia svelato la sua verità, questo ci domanda di non abbandonare la scena storica, per quanto impermeabile alla giustizia evangelica, per provare ostinatamente a porre segni di un mondo giusto, che facciano segno, che insegnino il senso della giustizia evangelica. 

 Mentre sperimentiamo la durezza di una storia che si presenta come destino, di una società come verdetto, la parola evangelica ci sollecita a non desistere dal porre segni solo parziali, e di porli nel corso di tempi lunghi, che non mostrano immediatamente i tanto attesi segnali di cambiamento. E nello stesso tempo, questi tempi lunghi vanno anche questionati, come fa Tamar quando si accorge che suo suocero Giuda sceglie la tecnica dell’attendismo - i tempi non sono maturi! - per neutralizzare la sua presenza. Come fa Gesù che esige dal fico frutti, pur non essendo ancora la stagione dei frutti. Paziente tenacia e coraggiosa accelerazione di chi cerca, prima di ogni altra cosa, il Regno di Dio e la sua giustizia. 

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giovedì 23 aprile 2026

LE SCOMPARSE

 


LA CRONACA E’ PIENA DI RAGAZZE E RAGAZZI CHE SI TOLGONO LA VITA O LA TOLGONO AGLI ALTRI.
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L'emergenza educativa non riguarda la fragilità dei ragazzi,

 ma degli adulti che 

non amano la vita


-Alessandro D’Avenia

La settimana scorsa ero a Roma a raccontare a un migliaio di studenti di diverse scuole se ha senso frequentare i classici, in particolare la tragedia greca. Questi ragazzi, grazie alla Fondazione Oltre, si preparano ad assistere all'Antigone di Sofocle e all'Alcesti di Euripide a Siracusa: due giovani donne capaci di dare la vita perché sanno chi sono e che cosa vogliono. Quello stesso giorno, a Roma, un 13enne e una 23enne la vita se la toglievano, il primo lanciandosi dal balcone lasciando un biglietto in cui si diceva stanco della scuola, la seconda cadendo nella tromba delle scale alla vigilia di una finta laurea, perché in realtà aveva smesso di frequentare l'università e fingeva di farlo. Non conosco motivazioni e circostanze di questi suicidi, che però mostrano l'effetto fatale della attualissima combinazione di pressione e solitudine su psicologie in formazione. La cultura dominante, prendendo dalle macchine l'interpretazione dell'umano, educa a funzionare per standard e risultati, facendo sentire i ragazzi oggetti di aspettative e non soggetti di possibilità. Il soggetto agisce, l'oggetto reagisce, il soggetto crea, l'oggetto si esaurisce, il soggetto è libero, l'oggetto è dipendente, il soggetto evolve, l'oggetto si logora, il soggetto si trasforma, l'oggetto si cambia e “si butta”, come i due ragazzi. Che cosa permette allora di sentirsi protagonisti e non comparse?

Educare è aiutare a crescere qualcosa che c'è già ma ha bisogno di essere attivato: il risultato non effetto di uno standard esteriore da raggiungere, ma di un'origine-originalità già presente da compiere. Il processo di maturazione (il paradigma di interpretazione è botanico non meccanico) avviene per energia intrinseca alla persona, se questa è messa nelle condizioni di compierlo, per le piante si dice infatti “mettere a dimora”. Queste condizioni, la dimora dell'umano, sono le relazioni primarie, che difendono da pressioni o menzogne. 

Le relazioni buone attivano il maestro interiore del ragazzo
 (il daimon socratico, la voce-vocazione) che andrà poi a cercare autonomamente nel mondo ciò che serve a realizzare la propria forma (vivere diventa così svilupparsi, cioè sperare di nascere del tutto), mentre quelle tossiche vogliono il controllo dell'altro costringendolo in una forma che gli è esteriore (repressione e depressione). Il primo tipo di relazioni genera persone attive e responsabili, il secondo reattive e remissive. Nel recente album, «Vangelo», il rapper Shiva (dio della distruzione e trasformazione), nome d'arte di Andrea Arrigoni (Legnano 1999), padre di tre figli, finito in carcere, poi ai domiciliari, poi all'obbligo di firma, per tentato omicidio, fa il bilancio della sua vita, e nella canzone «Dio esiste» ripete: «Io sono la prova che Dio esiste/ Perché sono ciò che ho sempre voluto essere». Non è un atto di fede, ma l'ammissione che almeno Dio non ti controlla ma ti lascia essere chi vuoi, anche quando fai casino. Una cantautrice quasi coetanea, Francesca Calearo (Creazzo 2002), in arte Madame, dopo due anni di silenzio per una forma depressiva, ha appena pubblicato «Disincanto», nome dell'album e della canzone che testimonia la ribellione a tutte le «istruzioni» per l'uso della vita: «Io non vivo più con sotto le istruzioni/ Tutto ciò che so spero che mi abbandoni/ E sono mie, le bugie che mi hanno detto sono mie/ Il male e il bene sono solo fantasie./ Non voglio più nemmeno un motivo per vivere/ un Dio, un amore, un limite, e voglio anche soffrire/ ma non per quello che ho in testa, ma perché vivo». Sentirsi vivi, ripartendo dall'unica verità del dolore “un'anima del nulla con gli occhi gonfi del mio disincanto”. 

Quelle di questi giovani artisti, ascoltati con trasporto dai ragazzi, sono le reazioni di cui parlavo e che spesso riscontro: reattività o remissività. Se la realtà non ha alcun senso, l'unico senso sono io che posso o cercare di affermarmi a tutti i costi o ritirarmi. Quando ero bambino ascoltato a ripetizione «Il burattino senza fili» di Bennato e da adolescente «I still haven't found what I'm looking for» (Non ho ancora trovato ciò che sto cercando) degli U2, che mi garantivano che un senso c'era, ma non dovevo smettere di lottare e cercare. E in effetti a poco a poco mi vennero incontro le risposte. 

A Roma insieme a me c'era il bravo attore Vinicio Marchioni, impegnato anche lui nella stagione teatrale di Siracusa con una Iliade, e che molti ricorderanno come il Freddo nella serie Romanzo criminale. Ha raccontato della sua adolescenza sconquassata in un quartiere romano difficile e della scuola (un tecnico) che per lui era un inferno anche per la balbuzie, fino a che un giorno un professore non si commosse leggendo in classe il canto di Paolo e Francesca.

Colpito dalla reazione, gli chiese chi erano quei due, se li conoscesse di persona. Da lì cominciò una frequentazione, l'insegnante invitava gli studenti a casa propria, a giocare a Risiko con i suoi figli e a scoprire storia e letteratura. Perché si dà scuola non dove ci sono le mura, ma dove ci sono uomini e donne che incarnano l'amore per un pezzetto di mondo e fanno entrare in risonanza altri. La risonanza, a differenza dell'eco che lascia l'oggetto inerte poco dopo che si è esaurita la fonte del suono, è un fenomeno fisico che permette a chi vibra a quella lunghezza d'onda di continuare a produrla autonomamente anche quando la fonte smette di produrla. 

La nostra educazione il più delle volte produce solo effetti d'eco destinati a spegnersi (i ragazzi diventano oggetti di aspettative), e per questo crediamo che la soluzione sia aumentare la seduzione (più effetti speciali) o la potenza (più potere) del suono. Invece dovremmo cercare effetti di risonanza (i ragazzi diventano soggetti di possibilità), cioè noi incarniamo che cosa rende bella la nostra vita e, senza bisogno di sedurre o alzare il volume, chi ha quella vibrazione diventa lui stesso onda, autonoma. Platone lo spiegava con le sue etimologie fantasiose, dicendo che bellezza (kalòs in greco) viene da chiamare (il verbo kaleo), e che eroe viene da eros

I ragazzi troveranno la loro musica (da Musa, ispirazione) solo se sentiranno la nostra: c'è musica nella nostra vita? Grazie a quel professore, il quindicenne Vinicio capì di voler fare l'attore, si iscrisse a lettere e cominciò a studiare recitazione (anche per curare la sua balbuzie) e «si salvò», metafora che usiamo per indicare il giorno in cui troviamo il nostro destino e cominciamo a incarnarlo, diventando protagonisti e non più comparse, che ci mettono un attimo a diventare vite «scomparse». 

Le vite non scompaiono nella solitudine, nella rabbia, nella stanchezza, nel disincanto, se trovano chi incarna la gioia di vivere e la trasmette. Dopo l'incontro sulla tragedia, una ragazza, brava a scuola, è venuta con le lacrime agli occhi a raccontarmi che non ne può più del cinismo degli adulti:. Aiuta a crescere solo chi non smette di crescere perché ciò che può essere e fare solo lui è inesauribile in una vita e accende la vita altrui. Al tiranno di Tebe, Creonte, che le impedisce di seppellire il corpo del fratello, la giovane Antigone, disposta a dare la vita pur di seguire la sua coscienza, risponde: «Non sono nata per condividere l’odio, ma per amare con chi ama». A lei Creonte risponde mandandola a morire: «E allora, se devi amare, vattene laggiù, ad amarli!». Laggiù, dove si sfracellano le vite che il potere opprime, ieri come oggi. Le «scomparse».

Ultimo banco

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GENITORI E FIGLI



Un viaggio 

nelle parole 

delle nuove

 generazioni, 

per capire

 cosa ci rivelano 

del nostro mondo


Se il genitore vuole essere un amico 

deve saper rispettare alcuni confini

La famiglia d’origine e la famiglia del cuore ricoprono ruoli complementari

Crescere significa attraversare relazioni diverse, e cercare la propria strada nel mondo

Con questa serie di articoli, Luigi Ballerini, scrittore per ragazzi e medico psicoterapeuta, ci accompagna in un viaggio nelle parole dei giovani per provare a capire che cosa rivelano, a noi adulti, del loro mondo. Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole Ostili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.

-         di LUIGI BALLERINI*

Quanta importanza assume l’amico nella giovinezza, nient’affatto presenza accessoria, ma primo vero punto di appoggio dopo mamma e papà. Entra nella vita per caso – un banco condiviso, lo spogliatoio della stessa piscina, una chat che si allunga perché c’è sempre qualcosa da dirsi – e nel giro di poco diventa qualcuno che sembra esserci sempre stato. Con l’amico si può stare meno in difesa perché c’è un margine di fiducia che si costruisce rapidamente, in modo quasi impercettibile. A lui ci si può presentare anche nei lati meno presentabili, nelle goffaggini, in quelle insicurezze che altrove si tengono coperte.

E questa accoglienza, per chi cresce, è un’esperienza potentissima. L’ amico sa convincere a uscire quando si preferirebbe restare in casa, sa tenere dentro una partita quando si vorrebbe mollare, sa restituire un’immagine migliore di quella che si ha in testa. L’amico è presente nei momenti luminosi, quelli delle risate che non si riescono a trattenere, delle vittorie condivise che diventano più grandi proprio perché conquistate insieme, dei pomeriggi in cui la vita scorre a chiacchierare e giocare e mangiare e raccontarsi senza accorgersi che la sera è già qui. L’amico resta anche quando qualcosa si incrina. Quando a scuola va male, quando ci si sente fuori posto senza sapere bene perché, quando tutto intorno sembra essersi alzata solo una nebbia gelida. A volte lui ha le parole giuste, ma sa anche ascoltare, senza il bisogno di riempire i silenzi, già densi della sua presenza. E in questa alternanza tra leggerezza e fatica, tra spinta e accoglienza, si costruisce qualcosa che somiglia molto a un legame familiare. Quando i ragazzi parlano di amicizia come di “famiglia del cuore” non stanno usando un’espressione poetica, stanno descrivendo un’esperienza concreta di legame, di là dai legami di sangue, in certo modo “comandati”. 

Ci si sceglie per affinità, per risonanza, a volte anche per bisogno. Ed è lì che si fanno le prime prove di lealtà fuori dal perimetro protetto della famiglia di origine, è lì che si scopre che qualcuno può essere vicino solo per scelta. M a come tutte le famiglie, anche questa conosce tensioni, distanze, fraintendimenti, allontanamenti improvvisi. Dentro queste relazioni entrano anche i primi tradimenti: una confidenza riportata ad altri, una preferenza che si sposta, un’assenza proprio nel momento in cui serviva esserci. Episodi che, visti dall’esterno, possono sembrare marginali, ma che per chi li vive segnano una linea netta, tra prima e dopo. L’amicizia così cessa di essere solo un luogo di riconoscimento per diventare anche un luogo di esposizione: si scopre che fidarsi comporta sempre un rischio, che l’altro ha un suo volere, che non può essere controllato o manovrato, che non lo si può avere sempre come lo si desidera. Finora abbiamo parlato della “famiglia del cuore” che si costruisce fra ragazze e ragazzi, ma a questo punto si apre per noi adulti una questione meno scontata di quanto sembri: possiamo essere amici dei nostri figli, alunni, nipoti? Possiamo spendere compiutamente la parola amico nei loro confronti? La risposta sta in una distinzione.

N on vada il nostro pensiero all’idea di genitore o docente- amico in voga alcuni decenni fa, e che vedo ritornare con una certa frequenza nel discorso odierno, quella in cui l’adulto sparisce, si annulla e smette di fare da guida, rendendosi talora complice e troppo indulgente. Non è questo che loro cercano. La complicità che evita il conflitto e rincorre il consenso non costituisce un legame solido, anzi alla lunga lo rende più fragile. C’è invece un modo in cui la parola amicizia può entrare nel rapporto giovane-adulto senza confondere i piani. È quando ci diciamo amici del loro pensiero, per usare un’espressione coniata dallo psicoanalista Giacomo B. Contri. 

L’amicizia per il pensiero di un giovane corrisponde alla stima per la sua abilità nel cercare soluzioni alle proprie questioni individuali, nel comporre una legge di moto del suo corpo efficace nella realtà che gli permetta di ricevere e offrire soddisfazione dentro i rapporti e che lo faccia prendere iniziativa e muoversi per trarre beneficio dagli altri in una felice reciprocità. È grazie a questa stima per il suo pensiero che si potranno valorizzare, nel senso di riconoscerne il valore già esistente, tutti i tentativi ben fatti per stare al mondo, e allo stesso modo correggere le maldestrie e le sviste che esitano in atti sconvenienti. 

L’ adulto amico è quello che sostiene, incoraggia, difende e corregge. Sostiene, ossia prende sul serio le fatiche e le iniziative, le regge senza sostituirsi, offre appoggio senza togliere responsabilità. Incoraggia, nel senso che riconosce i passi fatti, anche piccoli, e rilancia quando l’altro si ferma, aiuta a non ritirarsi di fronte alle difficoltà. Difende, cioè protegge quando serve, con discrezione interviene e fa da argine rispetto a contesti che rischiano di schiacciare e far male. Corregge senza umiliare, indicando l’errore per quello che è, aiutando a leggerlo e a trovare soluzioni alternative, mantenendo ferma la relazione anche quando è necessario dire e sostenere un no. E d è forse qui che le due dimensioni si incontrano. 

Da una parte l’amicizia fra pari, quella in cui si impara a fidarsi, a esporsi, a scegliere e a farsi scegliere. Dall’altra quella dell’adulto, che non invade quella scena, ma la facilita e, nel rapporto educativo, offre strumenti di pensiero, mezzi e occasioni per giudicarne in proprio la bontà e la costruttività. Crescere non significa infatti sostituire una famiglia con l’altra, quella di sangue con quella di cuore, come la definiscono loro, ma attraversare relazioni diverse che nella loro complementarietà aiutano il soggetto a costruire la sua strada nel mondo, a prendere forma compiuta nella propria autonomia e responsabilità. 

Essere amici dei ragazzi sta anche in questo: aiutarli a individuare e mantenere amici veri, quelli con cui scegliere di diventare grandi.

*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

www.avveenire.it

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