giovedì 19 febbraio 2026

ESSERE ASSOCIAZIONE

 


La forza dell’associazionismo, 

il valore dell'essere 

e della rappresentanza


<Capì questo: che le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone, e danno la gioia che raramente si ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone; mentre vivendo per proprio conto capita più spesso il contrario, di vedere l’altra faccia della gente, quella per cui bisogna tener sempre la mano alla guardia della spada.> Italo Calvino, Il barone rampante.

Siamo nel pieno di una fase cruciale di cambiamento del nostro Paese che mostra – ove ve ne fosse bisogno – il ruolo cruciale svolto dai cosiddetti ‘corpi intermedi’, di quei 

Il valore della rappresentanza é basato sui principi di sussidiarietà e partecipazione: e lo fa giorno dopo giorno continuando ad innovare e ammodernare l’architettura organizzativa e l’offerta di servizi, valorizzando sempre di più la rete di territori e di categorie rappresentate, promuovendo alleanze operative e strumenti per contribuire al rafforzamento dell’attività associativa. 

E intessendo un serrato dialogo costruttivo con le istituzioni,  con la società,  con i suoi membrinel rispetto dei reciproci ruoli e cosi come promuove la Costituzione.

Convinti che il futuro dipende anche dal ruolo dei corpi intermedi, dalle riforme promosse insieme per innovare il Paese, dalla trasformazione digitale al nesso sempre più stretto tra città, terziario, infrastrutture e trasporti, dalla qualità della formazione alla valorizzazione del welfare contrattuale, fino ai temi cruciali e attuali della sostenibilità, della transizione generazionale, del ruolo dell’Italia nel nuovo scenario europeo e internazionale, le associazioni non si fermano mai, con l’obiettivo di interpretare una stagione di responsabilità della rappresentanza civica.

Al centro dell’agire vi è sempre il ‘bene comune’, e anche il bene relazionale, realizzato tutelando e valorizzando il fare di ciascun aderente.

Atti concreti, non proclami. Nelle varie iniziative che continuamente propongono  e testimoniano valori, competenze, diritti, stili di essere e di fare.

Nelle iniziative che si  che portiamo avanti c’è la nostra identità, modelli di vita che sono tratti distintivi della nostra cultura e professionalità. Iniziative attraverso le quali aprire strade – anche  sperimentali – da cui far derivare un nuovo rinascimento per la società di cui siamo parte e di cui vogliamo essere protagonisti.

Tutto questo è reso possibile dal valore, insostituibile, del capitale umano e del sistema comunitario.

Siamo noi operatori in prima linea che conosciamo la forza e la determinazione dei nostri imprenditori che ogni giorno si applicano a produrre benessere a vantaggio della nostra collettività. Lo facciamo a tutela e promozione dei valori che ci sono stati tramandati e di cui siamo, convinti, portatori.

Forti di questi valori, possiamo affrontare i cambiamenti in cui siamo immersi. 

Ponendoci  ogni giorno la domanda su come fare di più e come fare meglio.

Questi sono il ruolo e la funzione dei corpi intermedi, quindi anche le Associazioni di Categoria, strutture dentro cui sta il pensiero futuro necessario a conseguire l’interesse generale.

Tratto  da Patrizia Di Dio

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SETTE SETTIMANE PER L'ACQUA

 


Il Consiglio ecumenico delle Chiese lancia

'Sette settimane per l’acqua'


Da oggi, 18 febbraio, e fino al primo aprile prossimo, prende il via l'iniziativa quaresimale promossa dalla Cec per sollecitare la comunità internazionale ad individuare azioni concrete affinché ci sia una giusta distribuzione di risorse idriche. In tutto il mondo 2,2 miliardi di persone, in particolare donne e ragazze, non hanno accesso a riserve potabili sicure

Francesco Ricupero - Città del Vaticano

"Seven Weeks for Water - Sette settimane per l’acqua" è l’iniziativa lanciata dalla Rete ecumenica dell’acqua (Ecumenical Water Network, Ewn) del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) per ispirare risposte e azioni concrete per la sua giusta distribuzione. L'acqua ha un profondo significato spirituale nella tradizione cristiana come dono di Dio. Eppure 2,2 miliardi di persone in tutto il mondo, in particolare donne e ragazze, non hanno accesso ad acqua potabile sicura. La campagna inizia oggi, Mercoledì delle Ceneri, con un servizio di preghiera e prosegue fino al primo aprile. I promotori dell’iniziativa ecumenica sottolineano ancora una volta quanto sia urgente, in questo tempo di crisi economica ed ecologica, che i cristiani intraprendano una riflessione sull’economia dell’acqua e mettano in campo delle misure adeguate.

Giustizia idrica

Per l’occasione, la Rete ecumenica ha lanciato una raccolta di riflessioni e di risorse bibliche dedicate all’uso dell’acqua durante la Quaresima. Al fine di ottimizzare tali azioni, e nell’ottica di poter offrire un supporto anche alla luce delle evidenti ristrettezze economiche che colpiscono molte realtà del pianeta, la Cec propone un coordinamento di molteplici iniziative e contributi affinché si riesca in parte sopperire a eventuali criticità esistenti. “La giustizia idrica - spiega Dinesh Suna, responsabile del programma Terra, Acqua e Cibo della Cec e coordinatore dell’Ecumenical Water Network - è inseparabile dalla giustizia di genere. Quando vediamo donne e ragazze camminare ore ed ore per procurarsi l'acqua, pur essendo escluse dalle decisioni sulla gestione delle risorse idriche, assistiamo a una profonda violazione della dignità che la Chiesa non può ignorare. Le Settimane per l'acqua – aggiunge - ci invitano a riflettere, pregare e agire, per garantire che l'accesso all'acqua potabile diventi una realtà vissuta da tutti i figli di Dio, soprattutto da coloro che sono stati emarginati per troppo tempo".

Il 22 marzo la Giornata mondiale dell'acqua

"Seven Weeks for Water" ha quindi l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale in occasione della Giornata mondiale dell’acqua (istituita dalle Nazioni Unite nel 1992) che sarà celebrata il prossimo 22 marzo. Se infatti la produzione di cibo si basa sulla disponibilità di acqua pulita, allo stesso tempo ha un notevole impatto sia sulla quantità che sulla qualità dell’acqua. Di qui l’importanza di adottare pratiche il più possibile sostenibili. Stesso ragionamento per la produzione di energia, che necessita di enormi quantità di acqua e incide negativamente sulla sua qualità. È quindi fondamentale sviluppare politiche integrate che rendano coerenti le scelte attuate nei vari settori legati alle risorse idriche, soprattutto in un momento in cui non si può sottovalutare la disponibilità di acqua nel mondo.

Sette temi settimanali durante la Quaresima

Dal 2008, numerosi teologi di fama internazionale hanno scritto numerose riflessioni sulle "Seven Weeks for Water". Quest'anno, sette temi settimanali guideranno il percorso durante la Quaresima: comunità resilienti al clima nel contesto dell’acqua, servizi igienico-sanitari e igiene (Wash); dinamiche di potere e di genere nelle regioni con scarsità d'acqua; acqua potabile come benessere condiviso; realtà delle donne rurali; servizi igienico-sanitari per la dignità nei sistemi Wash; controllo dell'acqua nelle zone di conflitto; e legame tra agricoltura e Wash. Queste riflessioni bibliche sono consultabili sul sito della Rete ecumenica, settimana per settimana, insieme a spunti per lo studio, la riflessione e l’azione, attraverso le quali le comunità religiose e le persone potranno formulare le loro risposte nelle comunità locali in merito al tema della giustizia sull’acqua.

Digiuno sistemico globale di carbonio

Secondo Athena Peralta, direttrice della Commissione della Cec per la giustizia climatica e lo sviluppo sostenibile, giustizia idrica e giustizia climatica sono profondamente interconnesse. “Mentre entriamo nel Decennio ecumenico di azione per la giustizia climatica, le Sette settimane per l'acqua ci ricordano che il cambiamento climatico amplifica le disuguaglianze esistenti e che le donne sono tra le persone che ne sopportano il peso maggiore. Questa campagna – ricorda Peralta - si integra con il nostro Digiuno sistemico globale dal carbonio, mostrando come le nostre discipline quaresimali possano affrontare sia il fabbisogno idrico immediato che la crisi climatica a lungo termine". Esso offre riflessioni bibliche settimanali e azioni rivolte a specifiche industrie estrattive: combustibili fossili, trivellazione di petrolio e gas, estrazione mineraria, pesca eccessiva e disboscamento, agricoltura agroindustriale ed estrazione mineraria in acque profonde.

Vatican News

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IL PUDORE

 


Elogio del pudore, 
virtù del limite

 

Andrea Tagliapietra traccia “filosofia e icone” di una posizione di resistenza alle pulsioni panottiche della società.

 Non è semplicemente una versione dolce di vergogna o senso di colpa. Contro le spinte a metterci a nudo, è piuttosto cura di sé e segreta ospitalità dell’altro

-         di ENRICO CERASI

Il gesto più antico, ma a ben vedere attualissimo. Il tratto distintivo dell’uomo (Nietzsche: “la bestia dalle guance rosse”), ma non sconosciuto ad altre forme animali. Il più essenziale, al tempo stesso il più esposto alle contingenze, dunque fragilissimo. Quest’insieme di aporie prende il nome di pudore, del quale Andrea Tagliapietra ci fornisce lettura e immagini ( Il gesto più antico. Filosofia e icone del pudore, Donzelli, pagine 232, euro 34,00). Non per la prima volta, del resto, ma già a partire da La forza del pudore (Rizzoli 2006, poi ampliato nell’edizione francese del 2017) e in seguito in molti altri lavori. In questo caso, l’esposizione è tripartita. Praticando una suggestiva lettura iconografica di alcuni capolavori della storia dell’arte, la prima parte traccia un’antropologia del pudore, sospeso tra paura, vergogna e colpa. Col tipico gusto definitorio della cultura anglosassone, negli anni ’30-’50 del secolo scorso Margareth Mead e Ruth Benedict distinsero le shame-culture (culture della vergogna) dalle guilt-culture (culture della colpa), tipiche della cultura individualistica occidentale, segnatamente protestante. Tagliapietra non contesta lo schema, lo problematizza. L’oggetto del suo studio non s’identifica né con la prima («il pudore differisce dalla vergogna come una disposizione abituale si distingue da un movimento impulsivo dell’anima») né con la seconda. Sant’Agostino osservò che il pudore presuppone la colpa. Al contrario: il pudore ben sa l’imperfezione dell’esistenza, ma non desidera liberarsene. Semplicemente, le restituisce l’innocenza che le è propria (Nietzsche avrebbe detto: l’“innocenza del divenire”).

Psicologia del pudore

Nella seconda parte viene proposta una “psicologia del pudore”, in questo caso sospeso tra gli estremi della menzogna e dell’autenticità (entrambe ben note all’autore). L’autenticità è l’espettorazione del soggetto in quanto individuo, pirandelliana maschera sociale. Autentico è l’io che, persuaso della propria unicità, strepita per mettersi in scena – ultimamente nella scomposta declinazione del coming- out , in passato in forme forse più sottili; in ogni caso senza nulla eccepire ai rapporti di sapere-potere di volta in volta egemoni. In altre parole, l’autenticità è una prestazione dell’individuo, prodotto della moderna bianco-fallocentrica guilt-culture. Insistendo nella dimensione individualistica della soggettività, la menzogna non ne costituisce una via d’uscita. Il coming-out può esser autentico o mendace, ma in ogni caso spudorato.

Che cosa sia il pudore, finora affiorato solo per cenni, si comprende soprattutto nella terza parte del libro, dedicata a nulla di meno che alla sua “ontologia”. “Io ho dentro ciò che non si mo-stra”, confessa Amleto. Il pudore dà corpo alla «resistenza al meccanismo panottico della società ». Non si pensi subito a Bentham. Ogni società è attraversata da una pulsione panottica, perché in qualsivoglia sua forma il potere deve controllare anime e corpi dei suoi sudditi.

La rivoluzione digitale

L’iconografia addotta al testo di Tagliapietra lo conferma in abundantia. Ma è vero che la rivoluzione digitale (fase “suprema” o “finale” dello spettacolo) ha esasperato il controllo, rendendo il panottico quasi perfetto. Mai come oggi il bios che noi siamo è sottoposto alla coazione spudorata della propria messa- a-nudo, in ogni senso del termine. Ma il pudore non si limita a un gesto negligente. Può sottrarsi alla volgare violenza dello spettacolo perché conserva risorse alternative. È gesto di difesa reso possibile dalla singolarità che noi siamo. Conserva il segreto del nostro esser-qui, che mai dipende dalle mode in voga. È il caso, ad esempio, del protagonista di Bartleby lo scrivano di Melville. Sottraendosi alle richieste inquisitorie del potere (in questo caso rappresentato dal suo mite datore di lavoro), l’oscuro impiegato si limita a rispondere I would prefer not to: “avrei preferenza di no”. “Preferirei non rispondere”. Una formula cortese e al tempo stesso inflessibile, come il pudore che rappresenta. Non asseconda spettacolari gesti rivoluzionari, senza flettere d’una virgola nella difesa dell’unicità d’ogni singolo esistente. Bartleby è l’«apologia del segreto incondizionato», ossia della cura di ciò che noi siamo contro qualsivoglia forma d’universalizzazione. Al tempo stesso, «il pudore … è la fiduciosa attesa dell’altro», del suo dono sempre a-venire (Derrida). Il pudore custodisce la nostra unicità aprendoci alla singolarità di ognuno, comprese le forme di vita cosiddette non umane.

La cura di se

Il pudore è cura di sé e segreta ospitalità dell’altro. Mai garantite una volta per tutte, perché – come la vita – il pudore avviene nella contingenza, nel sempre possibile smarrimento. Molto c’è da apprendere da questo prezioso lavoro di Andrea Tagliapietra, al tempo stesso erudito e militante. Nondimeno, resta una domanda. Nella prima parte propone una «contro-interpretazione del mito edenico», a suo avviso improntato alla nostalgia d’una presunta perfezione, colpevolmente perduta. Al contrario, il pudore non conosce nostalgie né sensi di colpa. Come si è notato, è forse la forma più aggiornata e convincente della nietzschana “innocenza del divenire”. Vale a dire, Tagliapietra lo sa benissimo, volontà di potenza, indefinito incremento della propria volontà d’esistere. Al contrario, il pudore ben sa che la vita è inseparabile dall’entropia, dalla senilità e dalla morte.

L’accettazione del limite

È accettazione del limite, dell’imperfezione che ci è connaturata. Con Montaigne, Tagliapietra ci esorta ad accettarla, senza nostalgie per un paradiso perduto e senza speranze in un qualsivoglia Salvatore, ulteriore figura di un immaturo senso di dipendenza. Tuttavia, vi è davvero finitezza senza dipendenza, se non altro dalle leggi della biologia? Non ci siamo finalmente liberati dal mito illuministico della libertà come non-dipendenza? Non si tratta dunque di scegliere, di scommettere? Dipendere dalla vita, nella sua cieca mancanza di scopo, o da un Salvatore irriducibile alle leggi dell’immanenza?

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L'ALFABETO ISTITUZIONALE

 


UN ALFABETO PER TUTTE

 LE ISTITUZIONI



L'intervento di Mattarella al Csm è una difesa della Costituzione

di Danilo Paolini

Con la richiesta di «rispetto» per il Consiglio superiore della magistratura, espressa in prima persona dal capo dello Stato, il presidente della Repubblica ha fatto un vero e proprio compendio dell'alfabeto istituzionale

A Sergio Mattarella non difettano certo la fermezza e la chiarezza. E il messaggio che ha voluto mandare ieri è arrivato forte e chiaro a tutti i destinatari, che non sono pochi. Forte e chiaro sia per le modalità, sia per i contenuti scelti per esprimerlo. Il capo dello Stato lo ha infatti inviato non dal Quirinale, ma dal plenum del Consiglio superiore della magistratura (di cui la Costituzione gli affida la presidenza) convocato in seduta “ordinaria”. Non era mai accaduto nei suoi undici anni al Colle, durante i quali Mattarella ha presieduto a Palazzo Bachelet solo le assemblee plenarie straordinarie. Egli stesso lo ha rimarcato, confermando così la gravità e l’importanza del gesto. E poi la sostanza del richiamo, breve e incisivo: al rispetto dovuto a un organo di rilievo costituzionale come il Csm; al rispetto che tutte le istituzioni si devono vicendevolmente.

Il referendum confermativo sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giurisdizionale (che prevede due Consigli superiori, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, oltre a istituire l’Alta Corte disciplinare) non viene nemmeno sfiorato in quelle poche righe. Giusto così, perché ‒ come ha ricordato Mattarella ‒ l’equilibrato e rispettoso rapporto tra le istituzioni deve valere «in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza».

Ovviamente a nessuno sfugge che pochi giorni fa il ministro della Giustizia, autore della riforma su cui si andrà a votare il 22 e 23 marzo, ha accusato il Csm di gestire con un sistema «paramafioso» nomine, trasferimenti e giudizi disciplinari dei magistrati.

Allo stesso tempo, però, è difficile dimenticare che, prima dell’uscita di Nordio, altri protagonisti di questa campagna referendaria, per il Sì e per il No, si erano cimentati in accesi scontri, perfino corredati da insulti, che spesso esulavano dai contenuti della riforma stessa. Numerosi, tra questi protagonisti, esponenti di tutti i tre poteri dello Stato: legislativo, esecutivo, giudiziario. Le grida si levano alte da settimane, ormai.

Sarebbe perciò riduttivo interpretare la netta richiesta di «rispetto» nei confronti del Csm da parte di Mattarella come una “difesa d’ufficio” dell’organo di governo autonomo della magistratura. Perché è molto di più. È una difesa dell’intero impianto costituzionale e dei ruoli, diversi e distinti, assegnati alle istituzioni della Repubblica. È un compendio dell’alfabeto istituzionale. Del resto, il capo dello Stato ha precisato ieri di parlare «più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio, come Presidente della Repubblica». E lo ha fatto in una sede «che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica».

Davvero difficile equivocare. La strada indicata è quella che conduce ad abbassare, tutti, i toni e a tornare nel solco del franco confronto tra posizioni, possibilmente nel merito delle norme sottoposte al referendum. Anche perché la confusione tra contenuti e slogan genera risse verbali e nelle risse rischia di essere investito anche chi ‒ è capitato nei giorni scorsi alla Conferenza episcopale italiana, malgrado la posizione sia stata chiaramente espressa e ribadita ‒ non ha preso partito, ma ha soltanto invitato a non disertare le urne dopo essersi correttamente informati.

«Nell’interesse della Repubblica», afferma il presidente Mattarella, le istituzioni non possono salire sul ring né accettarne la logica. Il messaggio, si diceva, è arrivato forte e chiaro. Resta da vedere se sarà anche recepito. 

E per quanto tempo, visto che un nuovo scossone è arrivato già nella serata di ieri, con la premier contro il Tribunale di Palermo che ha disposto il risarcimento della Ong Sea Watch.

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mercoledì 18 febbraio 2026

QUARESIMA IN CAMMINO

 

Quaresima,

 per purificare 

e rafforzare

il nostro attaccamento

 a Cristo


+ Vincent Dollmann

In cammino verso la Pasqua, nella Chiesa

 I Vangeli dell'anno liturgico in corso, Anno A, corrispondono a quelli utilizzati nella preparazione dei catecumeni al battesimo pasquale. Questa è un'opportunità per ricollegarsi alle origini della Quaresima come preparazione finale al battesimo dei catecumeni e come rinnovamento di tutti i cristiani nella fede in Gesù, morto e risorto.

Durante la III , IV e V domenica di Quaresima, si svolgono gli scrutini per consentire ai catecumeni di accogliere pienamente il Signore Gesù nella loro vita. Il rito consiste in una preghiera e nell'imposizione delle mani per chiedere la disposizione dei cuori ad accogliere il dono di Dio. Con i catecumeni, tutti i cristiani sono così condotti a unirsi al mistero della Pasqua nei suoi aspetti di purificazione e rinuncia. È questo il tempo della Via Crucis prima della Via della Luce, dell'unione con Gesù risorto. Nel suo messaggio quaresimale, Papa Leone XIII incoraggia un ascolto più intenso della Parola di Dio e un digiuno che comporta l'astensione dal cibo e dalle parole che " feriscono e feriscono il prossimo ". Si tratta di ascoltare l'appello di San Paolo, che risuona il Mercoledì delle Ceneri durante la Liturgia della Parola: "Lasciatevi riconciliare con Dio" (2 Corinzi 5,20).

 Riconciliarsi con Dio attraverso l’ascolto della sua Parola e l’accettazione del suo perdono

 Per San Paolo, il termine "riconciliazione" significa liberazione dal peccato e rinnovamento della relazione tra Dio e l'umanità. Si riferisce al dono della misericordia di Dio, manifestata da Gesù attraverso la sua vita, morte e risurrezione, e trasmessa alla sua Chiesa. La Chiesa è chiamata a vivere di questa misericordia e a condividerla attraverso l'annuncio del Vangelo e la celebrazione dei sacramenti, in particolare quello del perdono.

 La Quaresima è un tempo propizio per tornare ad ascoltare la Parola di Dio . Questo ascolto dispone i cuori ad entrare in relazione con gli altri, in particolare con i poveri, come sottolinea il Papa.

Egli afferma: « Tra le tante voci che permeano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci permettono di riconoscere quella che nasce dalla sofferenza e dall'ingiustizia, affinché non resti senza risposta ».

Ciò significa, in termini pratici, staccarsi dalle distrazioni e dalle ricerche superficiali per trovare rinnovamento nella Sacra Scrittura e nel Catechismo della Chiesa Cattolica. La lettura e la discussione regolare di questi testi in famiglia o nelle fraternità sono di grande beneficio per approfondire la fede e rafforzare la carità.

 Durante la Quaresima, un impegno più assiduo con la Parola di Dio, attraverso la Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa, approfondisce il desiderio di liberarci dalle catene del peccato e di crescere in una relazione fiduciosa e filiale con Dio. Il sacramento della riconciliazione ci permette di sperimentare la misericordia divina, che si manifesta come perdono, il dono della presenza di Dio al di là dei nostri limiti e del nostro peccato. E questo dono è il rinnovamento della vita divina in noi, la grazia ricevuta nel nostro battesimo.

 Lasciarsi riconciliare con gli altri attraverso il servizio al bene comune

 In un clima di tensioni diffuse nel mondo, la Quaresima ci chiama a riflettere sul nostro impegno per il bene comune. Come ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, questo ha tre elementi essenziali: il rispetto della persona, misurato dall'attenzione ai più vulnerabili, compresi il nascituro e il morente; lo sviluppo attraverso l'accesso per tutti a un lavoro e a un alloggio dignitosi; e infine, l'impegno per la pace (CC nn. 1906-1908).

 È auspicabile che i cristiani osino ancora impegnarsi in politica oggi. Il cardinale vietnamita François-Xavier Van Thuân, che trascorse più di un decennio in prigione negli anni Settanta e Ottanta a causa della sua fede, ci ha lasciato, come incoraggiamento e guida al discernimento, * Le Beatitudini della Politica *:

 “Felice è il politico che ha un alto ideale e una profonda consapevolezza del suo ruolo.”

Felice è il politico la cui persona riflette credibilità.

Felice è il politico che lavora per il bene comune e non per il proprio interesse personale.

Felice il politico che rimane fedelmente coerente.

Felice il politico che realizza l'unità.

Felice è il politico che si impegna a realizzare un cambiamento radicale.

Felice il politico che sa ascoltare.

"Felice è il politico che non ha paura."

 Quaresima, tempo favorevole per le grazie della conversione

 La Quaresima è quel tempo benedetto nella Chiesa in cui i battezzati e i catecumeni possono purificare e rafforzare il loro attaccamento a Cristo.

Ascoltiamo l’appello di San Paolo: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Corinzi 5,20). L’apostolo insiste: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2 Corinzi 6,2).


 XVincent Dollmann, Arcivescovo di Cambrai, Assistente ecclesiastico UMEC-WUCT

 

TECNOLOGIA E VERITA'


 “Nell’era della tecnica

 e della produttività

 non riconosciamo 

più la verità”

La tecnologia e l’obiettivo 

di essere sempre produttivi 

impediscono di mettere a fuoco ciò che è vero e ciò che è falso.

 Il filosofo e psicoanalista, Galimberti,

 legge la nostra società e parla anche d’amore

di Valeria Pini

Un’indagine sulla verità in un mondo dominato dalla tecnica e sempre più in crisi a livello globale. Un’era in cui l’uomo, convinto di controllare tutto anche quando ormai non è più padrone di niente, costruisce la propria definizione di ciò che è vero. Perché, oggi, a comandare sono sempre più la tecnologia e la produttività. Più che mai si definisce “vero” solo ciò che funziona e la verità è sempre più in balìa del potere, dei padroni del mondo, diventando pretesto per guerre e conflitti. Un contesto che rende tutti più fragili e in preda a continue disillusioni, come spiega Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista, nel suo ultimo libro Le disavventure della verità (Feltrinelli editore).

Professore, come mai, in un’epoca in cui la scienza sembra dare spazio solo alla verità oggettiva, continuiamo a vivere di illusioni?

«La scienza “pensa” in modo cristiano, considera il passato negativo e il futuro positivo, in quanto quest’ultimo porta progresso. Anche Marx vede nel passato l’ingiustizia sociale, nel presente le contraddizioni del capitalismo e nel futuro la giustizia sulla Terra. Freud collega al passato nevrosi, psicosi e traumi, pensa al presente come terapia e al futuro come guarigione. Il cristianesimo è una cultura, un modo di pensare e noi siamo un po’ vittime di questo pensiero. Solo chi ha sperato, infatti, si trova sul palco della disperazione. Anche i politici dicono di sperare. Quando gli antichi greci definiscono l’uomo “mortale” costruiscono l’etica del limite, che impedisce all’essere umano di andare oltre le proprie capacità. Se vuoi essere felice, realizza quello che sei, ciò per cui sei nato, ma non oltrepassare la tua misura».

Che cosa pensa del pensiero no vax, diffusosi paradossalmente proprio in un’epoca di massimo sviluppo scientifico e tecnologico?

«Se la scienza è un sapere oggettivo, valido per tutti, in quanto la sua sperimentazione può essere riprodotta ovunque da chiunque, portando allo stesso risultato, pensare che la mia opinione valga di più è segno di stupidità. Ciò accade anche perché a scuola la scienza non viene studiata». In questo quadro, la medicina, in quanto sapere scientifico rivolto alla cura dell’essere umano, come si dovrebbe porre? «La medicina non deve più essere “morbo-centrica” ma antropocentrica, deve cioè mettere al centro l’uomo. Il medico deve mettere da parte la propria morale, facendosi carico della sua responsabilità sociale. Non si può rifiutare l’aborto a un’adolescente o dire “no” all’eutanasia».

C’è quindi da chiedersi se la conoscenza sia ancora l’unico modo per arrivare alla verità: è così?

«A colpi di ignoranza non vai avanti nella vita. Il sapere è la condizione per cui l’uomo è diverso dall’animale, che vive di istinto. Noi non abbiamo l’istinto e per questo non siamo liberi».

Secondo lei, considerando il contesto di forte spinta del progresso tecnologico, in che misura quest’ultimo influisce sulle nostre vite?

«Tutti pensano che la tecnica sia uno strumento nelle mani dell’uomo. Non è così: oggi la tecnica è un mondo, non un mezzo. Noi siamo in questo mondo. Vogliamo e desideriamo la tecnica, pensiamo che ci porti al progresso. Un giorno una signora mi ha chiesto se fosse il caso di dare il cellulare a un bimbo in quarta elementare. Gli ho detto di sì, perché altrimenti si rischia di privarlo di socializzazione. La tecnica è diventata società, psicologia e anche psicopatologia».

In questa era dominata dalla tecnologia, a che cosa è collegata la depressione?

«Un tempo la depressione aveva come tematica la colpa, mentre ora ha come tematica l’inadeguatezza. Oggi tutto è lecito, tutto è stato sdoganato, a partire dalla sessualità. Ora ognuno di noi è in un apparato che ci chiede di raggiungere degli obiettivi. Se non riesco a realizzare una performance che mi faccia emergere mi sento inadeguato. Allora cosa faccio? Prendo sonniferi, antidepressivi e, se non basta, cocaina. Quindi è cambiata anche la psicopatologia. La tecnica impone efficienza, funzionalità, produttività e velocizzazione del tempo. Ma la nostra psiche non riesce ad essere all’altezza della velocità temporale imposta dalla tecnica. In definitiva, si è sempre inadeguati».

E in questo continuo stato di tensione diventa sempre più difficile essere individui autentici?

«Non ce la si fa. Günther Anders, allievo di Heidegger, dice che l’età della tecnica non è altro che la realizzazione rigorosa della logica nazista. Non bisogna provare qualche cosa per far funzionare il sistema. Nella logica dell’apparato quello che tu sei non conta niente».

Sempre in questo quadro, qual è, allora, il rapporto tra follia e verità?

«Platone, che ha inventato la ragione, ci dice che i doni più grandi vengono proprio dalla follia. Le creazioni artistiche ci vengono dalla follia, con la ragione non inventi niente. Se sei un artista, devi scendere nella tua follia e, se la tua follia è abbastanza ampia da catturare le metafore di base dell’umanità, fai una creazione artistica. La follia è anche quella che promuove l’amore. Ci vuole una perdita della razionalità, dell’Io, per innamorarsi».

A questo proposito, che rapporto c’è tra amore e verità?

«Il problema non è rendere più facili i divorzi, ma più difficili i matrimoni. Perché ci si può sposare a una condizione: quella di essere interessato a una ricerca dell’altro, la cui anima non la si raggiungerà mai. Lui o lei non te la cederà mai, perché ognuno conserva un mistero, un segreto magari ignoto anche a sé stesso».

Sempre affrontando il tema del rapporto fra illusione e realtà, in che misura siamo colpevoli per aver detto ai giovani che il futuro sarebbe stato per loro a portata di mano?

«Gli adolescenti soffrono, proprio perché gli è stato tolto il futuro. Il futuro è la configurazione degli occidentali. Se togli loro quello, restano senza scopo. Perché devo studiare o lavorare? Perché devo stare al mondo? E i giovani non reggono alla frustrazione. Se non superano un esame, si sentono perduti. Li abbiamo rovinati quando, come a Natale, li abbiamo riempiti di doni. Ogni dono è la distruzione di altrettanti desideri. Così i ragazzi non sanno come darsi da fare per ottenere quello che desiderano quando non ricevono più regali». Qual è l’età fino alla quale i figli sono ancora disposti ad ascoltare i genitori? «Fino ai 12 anni si può essere ascoltati dai figli, dopo è tardi. Comincia per loro l’amore con i loro pari. L’unica possibilità è che ogni tanto i figli aprano una finestra, ma bisogna ascoltarli non con l’atteggiamento “Ti ascolto e dopo ti dico”, ma “Ti ascolto perché il tuo mondo è diverso dal mio e sono curioso di conoscerlo”».

Non siamo liberi, come lei ricorda. Qual è, se c’è, la via d’uscita rispetto a questo destino ineluttabile cui è condannato l’essere umano?

«Non siamo in una società totalitaria, ma il potere riesce a realizzarsi grazie al criterio del consenso delle sue vittime. E anche quella maschile sulla donna è una forza che si basa sullo stesso consenso femminile. L’unica forza che l’uomo ha è quella dell’amore. L’amore che si traduce nella qualità della relazione non sospettosa, non vendicativa. Ma questo amore è difficile da raggiungere, perché con le guerre la vita umana non conta pressoché nulla. La verità funziona attraverso la persuasione, ma quando questa non pare più sufficiente torna a dominare la forza, come a Gaza e in Ucraina. Mi pare difficile che l’amore possa maturare come psiche collettiva».

La Repubblica

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VIVERE A MISURA D'UOMO

 


"La vera ricchezza

 per essere felici

 non sono i soldi,

 ma l’amore 

e il tempo

 condiviso. 



È vivere 

a misura d’uomo 

che dà valore alla vita"

 

La Redazione

Gabriella Tupini spiega perché amore, tempo condiviso e relazioni autentiche valgono più di ogni successo materiale...

Spesso ci troviamo ancora a confondere la ricchezza con la felicità. Siamo convinti che avere di più, fare di più, ottenere di più vada anche a compensare le nostre mancanze emotive, ma nessuna ricchezza potrà mai sostituirsi ad un cuore infelice; al contrario un cuore sereno, che sorride riesce ad attribuire valore e prestigio alle piccole cose che lo circondano.

Proprio per questo la psicologa Gabriella Tupini, ci conduce verso una riflessione profonda alla quale tutti siamo chiamati a rispondere. Inizia il suo intervento domandando: “Ma voi pensate che l'umanità vivrebbe così se sapesse di morire? Che passerebbe tutto il tempo a lavorare se sapesse di morire? Non cercherebbe di fare una vita più lieta possibile o meno amara possibile? Non passerebbe il tempo a passeggiare, a chiacchierare, a fare l'amore, a mangiare?”. L’esperta in questo caso giudica un modo di vivere che va contro i tempi dell’uomo. Secondo Tupini la nostra vita deve essere plasmata sulla base di quello che davvero ci permette di vivere, tutto il resto è un “di più”, un superfluo, che ci spinge fuori dalla nostra naturalezza.

La ricchezza è una “bella sirena che chiama Ulisse”,  ci porta ad avere sempre più sete entrando in un vortice di rivalità, competizione, sfida l’uno con l’altro, andando così a ledere i valori che ci rendono umani. Infatti continua la psicologa: “Invece di costruire poteri, domini, di fare palazzi futuristici, perché dovete fare a gara “a chi ce l'ha più alto”? “Fate i soldi o non fate i soldi” che vi cambia? L'importante è che avete i soldi per mangiare, per bere, per dormire, per curarvi. Il resto a cosa serve?”.

Dobbiamo vivere una vita a misura d’uomo, senza andare alla ricerca di false illusioni. La felicità vive in quello che già possediamo, sta a noi vederla con gli occhi giusti. Infatti, secondo Tupini una frase che pronunciamo spesso è: “Ma così non mi diverto”, a tal proposito arriva il suo parere: “Non è vero che ci divertiamo a seconda di quello che facciamo fuori. Noi stiamo bene a seconda di come stiamo dentro, fuori possiamo fare quello che vogliamo. Ma chi ve lo racconta che essere ricchi faccia stare bene? State bene o male a seconda di come state dentro, a seconda di come avete superato i vostri traumi o dolori infantili”. 

Le manie di grandiosità, al contrario di ciò che pensiamo, rivelano personalità fragili. Persone che non hanno chiuso bene i conti con il loro passato, che hanno conflitti interiori da placare, che cercano di compensare le carezze, l’affetto, il conforto non ricevuti con il potere. Ma la vera ricchezza si ottiene quando possiamo osservare il nostro passato con consapevolezza, quando riusciamo a trovare un equilibrio, quando sappiamo di avere tempo da dedicare a noi e ai nostri cari, quando sappiamo di avere salute abbastanza da poter vivere la vita che desideriamo, quando sappiamo godere di ciò che ogni giorno osserviamo. Questa è la ricchezza che spalanca le porte alla vera felicità. 

Ascuolaoggi

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