giovedì 2 luglio 2026

LE BUONE PRATICHE

 

Disponibile il nuovo eBook 

“Storie di eTwinning”: 

buone pratiche di

progettazione didattica europea

 dalle scuole italiane

Una raccolta gratuita di progetti collaborativi

 per trovare nuove idee e innovare

la didattica in ogni ordine e grado

.

A cura di: Lorenzo Mentuccia

È disponibile per il download gratuito l’eBook “Storie di eTwinning”, un volume speciale che ha l’obiettivo di valorizzare alcuni tra i migliori progetti realizzati attraverso la cooperazione a distanza e l’uso metodologico delle tecnologie online dagli istituti italiani, promuovendo così lo scambio di buone pratiche e l’innovazione della didattica attraverso eTwinning.

La pubblicazione è curata dall’Unità nazionale eTwinning INDIRE, in collaborazione con i docenti coinvolti nella stesura delle singole esperienze didattiche, i quali hanno contribuito in prima persona a documentare e riassumere i percorsi portati avanti nelle loro classi.

Un’ampia varietà di materie, tematiche per tutti i livelli scolastici

I progetti documentati dimostrano come l’azione eTwinning si integri in modo trasversale nel curricolo ordinario, unendo discipline diverse attraverso percorsi innovativi.

Le tematiche affrontate spaziano infatti dalla sostenibilità e dalla tutela ambientale — con lo studio dei cambiamenti climatici, dell’educazione alimentare e del riciclo — all’uso reale delle lingue straniere (inglese e spagnolo) anche attraverso metodologie avanzate come l’intercomprensione tra lingue affini.

Grande attenzione è dedicata anche all’area STEAM e all’innovazione tecnologica, introducendo coding e robotica fin dalla scuola dell’infanzia o analizzando l’impatto tecnico ed etico dell’Intelligenza Artificiale generativa. Infine, non mancano percorsi focalizzati sulle competenze socio-emotive e sul benessere digitale, che vanno dalla gestione delle emozioni all’educazione contro fenomeni della rete come l’uso scorretto del tempo online.

La selezione delle esperienze copre in modo capillare tutti gli ordini scolastici, presentando le schede tecniche dei progetti portati avanti dai seguenti istituti italiani:

  • Scuola dell’Infanzia: Istituto Comprensivo G. Galilei di Busto Arsizio (VA), Circolo Didattico “G. Falcone” di Conversano (BA), I.C. Solari di Loreto (AN) e Istituto Farlottine di Bologna.
  • Scuola Primaria: ICS “T. Ciresola” di Milano, ICS “Manzoni-Radice” di Lucera (FG), I.C. di Andorno Micca (BI), Istituto Comprensivo “Marconi-Michelangelo” di Laterza (TA) e 1° Istituto Comprensivo “De Amicis-Milizia” di Oria (BR).
  • Scuola Secondaria di I Grado: Scuola Secondaria di 1° grado “Materdona-Moro” di Mesagne (BR), Istituto Comprensivo di Montegranaro (FM), IC Fra’ Ambrogio da Calepio di Castelli Calepio (BG) e Istituto Comprensivo 2 di Ferentino (FR).
  • Scuola Secondaria di II Grado: Liceo “Giolitti Gandino” di Bra (CN), ISIS “L. Da Vinci – G. R. Carli – S. de Sandrinelli” di Trieste, IIS “Gaetano De Sanctis” di Roma, Liceo Linguistico “Giulio Rivera” di Guglionesi (CB), Istituto Comprensivo “E. Vittorini” di Messina, ITCG Liceo Scientifico “Leonardo Da Vinci” di Poggiomarino (NA), I.I.S. “G. da Vigo-Nicoloso” di Rapallo (GE) e I.I.S.S. Polo tecnico Mediterraneo “Aldo Moro” di Santa Cesarea Terme (LE).

Trai ispirazione dalle buone pratiche eTwinning

L’eBook è stato strutturato per fungere da vera e propria guida operativa e fonte di documentazione didattica. Ogni sintesi progettuale include un riquadro con i dati essenziali dell’esperienza (età degli studenti, riconoscimenti nazionali ed europei ottenuti, scuole partner) per facilitare l’orientamento del lettore.

Nelle schede vengono inoltre esplicitati i metodi pedagogici sul campo (es. Project-Based Learning, cooperative learning, outdoor education), gli strumenti digitali applicati nel TwinSpace (tra cui Padlet, StoryJumper, Genially, Canva), le modalità di valutazione e le testimonianze dirette dei docenti. Il volume offre così spunti concreti sia per gli insegnanti che si avvicinano per la prima volta a questa piattaforma, sia per gli eTwinner esperti in cerca di nuovi stimoli metodologici.

Le schede dell’ebook rinviano, tramite appositi link multimediali, alla versione online delle Storie eTwinning sul sito nazionale. In queste pagine è possibile visionare anche contributi video con i racconti in prima persona di dirigenti scolastici, docenti e studenti coinvolti nelle attività, utili per approfondire l’impatto della dimensione internazionale sull’intera comunità scolastica.

Vi invitiamo a consultare la pubblicazione e a visitare l’apposita sezione del portale per scoprire queste e altre esperienze di successo della scuola italiana.

>> Clicca qui e scarica l’eBook “Storie di eTwinning” <<

Indire


 

UNO SCISMA

 


A proposito 
dello scisma lefebvriano

*Quando un’idea 

di cristianesimo 

prende il posto di Cristo*


-di Rocco Femia


C’è una domanda
che mi torna alla mente ogni volta che nella Chiesa esplode una polemica come quella che in queste ore oppone Roma ai lefebvriani: dov’è finito Gesù di Nazaret?

Confesso che la prospettiva di un nuovo scisma mi inquieta meno di un’altra possibilità: che, a duemila anni dalla sua morte, dei cristiani possano ancora considerare la difesa di una certa idea della Tradizione, della liturgia e dell’identità ecclesiale una ragione sufficiente per spezzare la comunione ecclesiale.

È questa la domanda che dovremmo avere il coraggio di porci.

Come può una religione il cui fondatore ha continuamente ricordato che il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato arrivare ancora a dividersi sulla difesa di un determinato modello di Chiesa?

Nei Vangeli, le parole più dure di Gesù non sono rivolte ai peccatori. Sono rivolte ai professionisti della religione, quando la religione diventa più importante dell'uomo.

Gesù non ha lasciato un trattato di liturgia. Non ha scritto un manuale di cerimoniale. Non ha stabilito un codice sull’abbigliamento sacro né una disciplina dettagliata dei riti. Il centro del suo insegnamento era altrove. Ed è forse proprio questo il punto che rischiamo di dimenticare. Ha parlato della giustizia, della misericordia, del perdono, del rapporto con il denaro e con il potere, dell’ipocrisia religiosa, della dignità degli ultimi. Ha ricordato instancabilmente che l’uomo vale più della norma e che il prossimo conta più dell’osservanza.

È difficile immaginare che il cuore del cristianesimo possa davvero identificarsi con la lingua di una liturgia, la forma di un rito o la difesa di un determinato assetto ecclesiale.

Eppure, duemila anni dopo, ci sono cristiani disposti a rompere la comunione per difendere ciò che ritengono essere l’unica autentica interpretazione della Tradizione.

È un paradosso che dovrebbe inquietarci.

So bene che, ai loro occhi, non è in gioco una semplice questione liturgica.

Essi ritengono di custodire l’integrità della fede.

È proprio per questo che la domanda  diventa ancora più radicale.

 Forse il problema di una parte del cattolicesimo contemporaneo non è nemmeno

quello di essere troppo fedele alla Tradizione.

La fedeltà è una virtù quando rimane viva.

Il problema nasce quando la Tradizione smette di essere una trasmissione e diventa un rifugio, quando non conduce più al Vangelo ma finisce per sostituirlo.
Allora il cristianesimo non si presenta più come un incontro capace di trasformare un'esistenza, ma come un'identità da difendere.

E quando una religione diventa soprattutto un marcatore identitario, smette poco a poco di essere un’avventura spirituale. Serve a distinguere chi è «dentro» da chi è «fuori», chi possiede i codici giusti da chi non li possiede.

È qui che si manifesta il paradosso più drammatico.

Nel tentativo di difendere il cristianesimo, si rischia di nascondere Cristo dietro il cristianesimo stesso.

La vera crisi non è che alcuni cristiani difendano troppo la Tradizione. La vera crisi comincia quando il cristianesimo prende il posto di Cristo.

Non credo che il cristianesimo sia nato per formare custodi di un museo. È nato da una parola che invitava a uscire da sé, ad andare incontro all’altro, ad amare oltre ogni appartenenza, a spostare le frontiere invece di rafforzarle.

Per questo ciò che sta accadendo oggi va ben oltre il caso dei lefebvriani. Non riguarda soltanto un conflitto tra Roma e una fraternità sacerdotale. Pone una domanda che interpella ogni credente e, in fondo, ogni religione: che cosa stiamo
davvero difendendo?

Un’identità o una speranza? Un sistema o un messaggio? Una Tradizione o il Vangelo che quella Tradizione dovrebbe custodire e trasmettere?
Una religione non tradisce il suo fondatore soltanto quando nega le sue parole.

 Può tradirlo anche quando parla continuamente di lui senza più guardare il mondo con suoi occhi.


_______________________________________________
Articolo pubblicato nella pagina Facebook dell’autore il 30.6.2026


L TUO BANCO

 


La posizione in classe

 e il nostro sguardo

sul mondo.



-di Alessandro D'Avenia 

Cari lettori, che posto ave(va)te in classe?

 Io, all'ultimo banco ci sono finito in prima elementare, gli altri bambini avevano cominciato da una settimana o due perché io entravo in «primina» (la prima a 5 anni) con un passaggio più morbido, dopo ancora qualche giorno di felice «asilo». Fu aggiunto un posto per me in fondo.

Da quel giorno ho amato l'ultimo banco come una casa, tanto da occuparlo fino a 18 anni, con pause dovute a eccessi (chiacchierone e dedito ad attività clandestine) puniti con le prime file... 

La posizione in classe è data dal peso dell'anima e corrisponde a uno sguardo sul mondo, tanto che, nel romanzo «L'Appello», ho formulato una topografia esistenziale in base al posto scelto: Panorama, sempre vicino alla finestra perché la vita vera è fuori; Invisibile, in zona periferica per aderire alla messa in scena il meno possibile; Vagabondo, banco inquieto e mutevole come chi lo occupa; il Comico, nelle retrovie per (sor-)prendere tutti alle spalle con le sue immancabili battute. Il Condannato non importa dove sia seduto: attira su di sé i colpi del destino convinto di meritarseli. Il Maggiordomo, vicino alla soglia, il primo a fuggire a ogni campanella e ad ampliare il più possibile le interruzioni provenienti dal mondo esterno. L'Incontinente più spesso in bagno che in classe, non solo per ragioni diuretiche ma terapeutiche e sociali.

Primobanco preferisce avere a che fare con gli adulti, sa a memoria il calendario scolastico e le pagine da studiare. Non è necessariamente secchione, ha solo paura di perdere il controllo.

A ogni Primobanco corrisponde un Ultimobanco, dedito ad attività di sedizione (il sottobanco è il suo regno), non è parte del sistema ma ne ha bisogno per esistere. È diverso da Palude che occupa zone grigie, banchi da attività totalmente avulse dalla scuola. Ai primi posti c’è l'Avvocato, capace di rilevare con puntiglio le contraddizioni dei professori con precedenti e parole dimenticati da tutti. Vicino c’è il Campione, deciso a dimostrare che al mondo c’è qualcuno che affronta i problemi che gli altri vedono ma non hanno il coraggio di risolvere. Gli assomiglia il Martire il cui movente non è però l'idealismo ma il masochismo.

In fondo all'aula, ma come fosse al primo banco, c’è anche il Veterano, per lo più ripetente e provato dalla vita vera, appartiene già agli adulti, tratta i professori da coetaneo e i compagni con un misto di disprezzo e compassione. Ci sarebbero altre anime sulla mappa della classe ma lasciamole al divertimento letterario, perché quest'anno mi sono reso conto che i cliché evaporano quando in una classe, o perché spaziosa o perché di pochi alunni, si possono disporre i banchi a cerchio o a ferro di cavallo: né primi né ultimi, tutti primi e ultimi, tutti in gioco, tutti faccia a faccia. Questo crea relazioni più impegnative perché non vedi solo le schiene degli altri ma il loro volto, e il volto è il luogo di relazioni che a poco a poco diventano più schiette e gioiose: cooperazione anziché competizione. Si prende la parola senza alzare la mano ma solo quando l'altro ha finito di parlare e dopo aver riassunto ciò che ha detto il compagno.

Il docente, sul lato aperto del cerchio o del ferro di cavallo, fa da guida e moderatore, assicurando che la ricerca sia portata avanti da una comunità e non da individui che devono compiacerlo o ripetere cose che sa o ha detto. Il sapere si situa in mezzo, nello spazio vuoto al centro, come un cibo che, anche se diviso, si moltiplica: con-diviso.

La chiamo «co-duzione», l'ambiente in cui accadono i due modi dell'apprendimento, induzione e deduzione, che funzionano solo c'è la relazione, altrimenti tutto si riduce ad addestramento per una performance. Nella co-duzione si crea un cervello condiviso e il maestro assomiglia a quello d'orchestra: si è tutti al servizio della musica e di chi ascolta, ciascuno con il suo timbro, per fare qualcosa che realizza contemporaneamente se stessi e gli altri, un bene comune, un concerto. Perché ci sia scuola non basta acquisire sapere sul mondo né formare individui separati, ci vuole quella trasformazione che accade solo nella relazione viva con il mondo (cose e persone). Ho sempre vissuto e raccontato la scuola come metafora dell'esistenza, perché la tappa che va da 6 a 18 anni è il laboratorio di tutta la vita futura.

Per questo mi congedo dalla rubrica con questa immagine di convivio (Dante) o di simposio (Platone), ben diversa dai «banchi», termine che si usava per la postazione a cui erano costretti i rematori nelle imbarcazioni. 



Il banco diventa tavola, banchetto: auspicio di cambiamento in un Paese ingolfato dal suo motore educativo, e quindi poi in tutto il resto. Otto anni fa intitolavo la mia prima rubrica sul Corriere «Letti da rifare», che due anni dopo ha generato, per l'appunto, «Ultimo banco», che oggi finisce per dare vita a una nuova rubrica («Ultimo banco» riprenderà a settembre solo sui miei canali personali ma in altro modo). Capisco quando una ricerca finisce per aprirne un'altra, come la fine di una stagione inaugura la successiva.

E così su queste pagine ci ritroveremo a settembre, sempre tutti i lunedì, ma in modo diverso. Vorrei anche iniziare un altro progetto dettato da un bisogno che vedo nei ragazzi ma di cui parlerò in futuro. 

Intanto voglio ringraziarvi, cari lettori, immaginando un ultimo appello capace di nominarvi tutti e ciascuno qualsiasi sia il vostro posto in questa classe diffusa. Spero che ogni tanto le mie parole abbiano rischiarato qualche ombra, ispirato un po' di coraggio e speranza, liberato un po' di anima, creato qualche legame, lucidato qualche parola, provocato un'inquietudine, risvegliato un desiderio o strappato un sorriso. Un grazie particolare a mia moglie Alice e al mio amico Carlo, primi attenti lettori dei «banchi», grazie a chi con arte li ha arricchiti di illustrazioni, a chi al Corriere ha vegliato sui miei errori e a chi di voi mi ha scritto per arricchire il mio punto di vista o semplicemente per gratitudine. 

Ci rivediamo a settembre, non rimandati, ma rinnovati.

 Buon vento!

Corriere della Sera

Immagine

 

UN ALBERO TI CAMBIA LA VITA

Lo scrittore Tiziano Fratus «I boschi sono una medicina gratis alla portata di tutti» 


 «Una sequoia millenaria

 mi ha cambiato la vita: 


i boschi sono la nostra

 medicina gratis»


Poeta e cercatore di alberi monumentali, Fratus ci ha raccontato

 perché le grandi piante possono insegnarci a vivere meglio,

 e come guardare al tempo, 

al caso e alla fragilità umana con occhi diversi

di Anna Zucca

Si definisce Homo Radix e ha coniato il termine Dendrosofia. Come sono nati questi concetti?
«Tutto nasce quando avevo poco più di vent'anni, un'età in cui ci si chiede perché si è al mondo e quale direzione dare alla propria vita. Venivo da una famiglia lontana dagli ambienti letterari: mio padre era falegname, in casa i libri erano pochi e io leggevo soprattutto fumetti. Poi iniziai a viaggiare seguendo alcune traduzioni delle mie poesie e arrivai prima a Singapore e poi in California. Lì, a Big Sur, un luogo che per me era quasi mitico perché vi avevano vissuto Henry Miller e Jack Kerouac, incontrai per la prima volta una sequoia segnalata come albero millenario. Fu una rivelazione. Da quell'incontro, e da quelli che seguirono, nacque l'idea dell'Homo Radix, una persona che sente una forma di comunione con i grandi alberi e con le foreste antiche. Poco dopo arrivò anche la Dendrosofia, cioè la conoscenza e la sapienza che possono nascere dal rapporto con gli alberi».

Da quell'intuizione è nato anche un lungo lavoro di ricerca sugli alberi monumentali. Com'era cercarli quando internet e le mappe digitali non esistevano ancora?
«Da allora ho iniziato a viaggiare per cercarli. Oggi basta una ricerca online per trovare la posi
zione di un albero monumentale. Trent'anni fa non era così. Bisognava andare sul territorio, cercare informazioni, misurare gli alberi, raccogliere storie. Ho passato decenni a farlo, attraversando l'Italia da nord a sud».

 In questi anni trascorsi a cercare alberi monumentali, che cosa ha trovato, oltre agli alberi?

«Ho trovato il Paese che siamo. In questi decenni ho visto cambiare profondamente il rapporto degli italiani con il patrimonio naturale. Molti alberi monumentali un tempo erano abbandonati a sé stessi. Oggi sono protetti, segnalati, valorizzati. Sono diventati punti di riferimento per le comunità e mete di visita. È stato un cambiamento necessario, ma ha comportato anche una trasformazione dell'esperienza. Quando ho iniziato, incontrare un grande albero significava spesso partire all'avventura. Oggi tutto è mappato, geolocalizzato, organizzato. È un'altra epoca».

La maggiore tutela degli alberi monumentali è sempre un bene?

«Proteggerli era inevitabile. Sono organismi straordinari ma anche fragili, però qualcosa si è perso. Ricordo quando andai a vedere il più grande platano d'Italia, in Calabria. Pioveva, non sapevamo esattamente dove fosse e ci siamo praticamente ritrovati dentro il suo tronco cavo senza accorgercene. Oggi ci sono parcheggi, sentieri, recinzioni, pannelli informativi. È giusto così, ma il rapporto con l'albero è diventato più amministrato, più regolato. Noi apparteniamo a una generazione che ha conosciuto ancora il gusto della scoperta. Oggi è molto più difficile vivere quell'esperienza».

Ha scritto che gli alberi custodiscono una forma di sapienza che abbiamo dimenticato. Che cosa le hanno insegnato?
«Più che insegnare qualcosa, gli alberi aiutano a mettere in prospettiva la nostra esistenza. Una delle cose che ho imparato è quanto sia importante il ruolo del caso. Noi tendiamo a raccontarci che costruiamo la nostra vita in ogni dettaglio, ma spesso gli eventi decisivi dipendono da coincidenze. Vale anche per gli alberi: un faggio che arriva a vivere settecento o ottocento anni non lo fa perché se l'è meritato. È il risultato di una serie di circostanze favorevoli. Lo stesso vale per noi. Questi grandi alberi mostrano quanto siano relative molte delle nostre convinzioni e quanto la vita sia fragile e imprevedibile. Eppure sono anche il simbolo della sopravvivenza. Guardiamo un castagno millenario completamente cavo e ci chiediamo come faccia ancora a stare in piedi. In fondo raccontano una lotta continua contro il tempo».

Esiste un albero che l'ha cambiato più di altri?
«Le sequoie della California hanno avuto un ruolo fondamentale, perché sono state il punto di partenza di tutto. Ma penso anche ai grandi castagni dell'Etna, ad alcuni larici millenari delle Alpi o alle conifere antichissime delle montagne californiane. Quello che colpisce non è soltanto la loro dimensione, è il tempo che incarnano. Quando ti trovi davanti a un organismo che vive da duemila, tremila o addirittura cinquemila anni, i nostri cento anni improvvisamente cambiano prospettiva».

Negli ultimi anni si parla molto di forest bathing e di benessere nella natura. Che cosa ne pensa?
«Sono sempre stato favorevole. Molti di noi praticavano il forest bathing prima ancora che esistesse questa definizione. Fa bene stare nei boschi, camminare, rallentare. Quello che mi convince meno è una certa retorica della "riconnessione con la natura". Due giorni trascorsi in un bosco non bastano a trasformare una persona. Semplicemente ci permettono di uscire dalle nostre abitudini e di confrontarci con un ritmo diverso, che è quello della natura. Detto questo, i boschi fanno bene e sono una straordinaria opportunità. Lo ripeto da anni: i boschi sono una medicina gratis alla portata di tutti. In Italia abbiamo ancora un terzo del territorio coperto da foreste e aree boscate, è una ricchezza enorme».

Se dovesse suggerire tre luoghi dove incontrare alberi straordinari in Italia, quale consiglierebbe?
«Per il Nord Italia suggerirei l'Alpe Ventina, in Val Malenco, dove si trova uno dei larici più antichi dell'arco alpino. È un luogo magnifico che si raggiunge con una camminata accessibile e dove si può trascorrere un intero fine settimana. Per il Centro sceglierei il celebre Cipresso di San Francesco, a Villa Verucchio, in Emilia-Romagna. Secondo la tradizione sarebbe stato piantato dallo stesso santo oltre otto secoli fa. Infine l'Etna, con il Castagno dei Cento Cavalli e il vicino Castagno di Sant'Agata: sono tra gli alberi più impressionanti che abbiamo in Italia. Trovarsi sotto quei tronchi millenari, con il vulcano sullo sfondo, è un'esperienza che difficilmente si dimentica».


Vanityfair

 

mercoledì 1 luglio 2026

BELLI O BRUTTI?

 


 "Sei una bella 

o una cattiva persona?


 Le belle persone sono 

quelle che prendi

ad esempio

 poiché rendono

 il mondo un posto migliore 

ma non sono infallibili"

La Redazione

"Le belle persone sbagliano, ma quando lo fanno, dentro di sé hanno un sensore speciale che le avverte del loro errore e le spinge velocemente a…”

Un'abitudine sempre più dilagante nella moderna società consiste nel distinguere tra belle persone e cattive persone. Si tratta, evidentemente, di un concetto molto ampio ed allo stesso tempo effimero, a tratti impalpabile ma, nonostante tutto, capace di influenzare le valutazioni che sempre più connotano gli individui nei loro rapporti interpersonali. 

Ed allora quando si parla di belle persone subito la nostra mente corre al concetto di esempio. Infatti, come sostenuto dal medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Milano Alberto Pellai, "le belle persone sono spesso ritenute esemplari". Appare necessario, pertanto, soffermarsi proprio sulla definizione di "bella persona" e, di conseguenza, sul valore da attribuire al concetto di "persona esemplare". Invero, tali definizioni assumono un ruolo fondamentale soprattutto per i più giovani e per tutti gli adolescenti in via di formazione, spesso indotti erroneamente a ritenere che tali definizioni siano riconducibili ad un soggetto incapace di commettere errori e, come tale, fonte di esempio per le altre persone.

A tal proposito, il noto psicoterapeuta Pellai ritiene che "per essere esemplari e dare il buon esempio non sia necessario essere perfetti". Non serve, cioè, essere persone infallibili". Dunque, compito primario della scuola attraverso gli insegnanti, nonché dei genitori, è quello di far comprendere e trasmettere ai più giovani un concetto di bellezza basato su valori interiori, sulla capacità di comunicare e di crescere con consapevolezza, sull'attitudine ad evolversi attraverso la condivisione, nella piena e perfetta coscienza che la perfezione non esiste.

Ed anzi, come afferma Alberto Pellai, "le belle persone sbagliano, ma quando lo fanno, dentro di sé hanno un sensore speciale che le avverte del loro errore e le spinge velocemente a rimediare".

Dunque le belle persone sono gli esseri umani con tutte le loro fragilità ma anche con le loro capacità, con tutti gli errori ma anche con l'immenso bagaglio di valori e di attitudini che li rendono in grado di rimediare, di correggere, di crescere e migliorare.

È fondamentale, pertanto, che ritorni di moda un concetto di bellezza che non sia sinonimo di perfezione, ma di esempio proficuo e costruttivo per potenziare, sviluppare ed ottimizzare la società che ci circonda: i giovanissimi, dunque, devono imparare ad amare le proprie imperfezioni, senza alcuna paura o timore, tenendo ben a mente che non bisogna chiedere troppo a se stessi ma occorre accettarsi, sperimentando anche le cadute, rialzandosi, coltivando la propria felicità senza omologarsi o uniformarsi ma imparando a differenziarsi, proprio perché ciò che ci rende speciali è la nostra unicità e non bisogna indossare una maschera ma valorizzare la propria essenza, non dimenticando mai che le perfezione non esiste.

Ascuolaoggi


martedì 30 giugno 2026

ACCORGERSI


  "Il senso del nostro stare al mondo è accorgersi". 



La grandezza di una persona si misura sulla capacità di ricominciare e di rialzarsi dopo ogni caduta

La Redazione

Non possiamo accorgerci di ciò che accade intorno a noi se prima non ci fermiamo. Luciana Littizzetto ci ricorda che sentirsi visti, ascoltati e compresi può rappresentare il primo passo per rialzarsi e ricominciare...

 Quante volte ci capita di rispondere “tutto bene” anche quando il mondo sembra crollarci addosso? Quante volte rispondiamo positivamente solo per non appesantire i nostri cari, per non proiettare su di loro i nostri pensieri, problemi o paure? Quante volte cerchiamo di nascondere tutto ma l’unica cosa che vorremmo è qualcuno che si accorgesse di come stiamo davvero?

 Le risposte a queste domande ce le ha fornite Luciana Littizzetto in una puntata serale di “Che tempo che fa”, durante la quale ha affermato: “Io credo che il senso del nostro stare al mondo sia soprattutto questo, accorgersi”. Ma non possiamo accorgerci di ciò che accade intorno a noi se prima non ci fermiamo, se non ci ritagliamo il tempo necessario per guardare i dettagli, per osservare i volti tristi di chi ogni giorno decide di essere fisicamente sempre presente ma con la testa sommersa di chissà quanti pensieri.

Oggi più che mai viviamo questo profondo distacco con l’altro, sempre di corsa tra un impegno e l’altro, non siamo più capaci di incrociare gli occhi di chi sta chiedendo aiuto o di comprendere se le emozioni che lo attraversano sono positive o negative. “Accorgersi di chi ti chiede aiuto della sua fatica a stare al mondo, del peso che ogni giorno si porta appresso” ed è in queste poche parole che è racchiuso il messaggio che la conduttrice vuole trasmetterci perché, a volte, per “guarire” un cuore appesantito basta davvero poco, come sedersi accanto e ascoltare.

Spesso non occorre neppure intervenire perché la risposta è già nelle parole di chi soffre, ma è attenzionare questa sofferenza il vero atto rivoluzionario. Un altro importante aspetto che sottolinea Littizzetto è quello di capire se alla domanda: “Come ti senti?” vorremmo rispondere “bene” in qualsiasi circostanza, come spesso ci capita di fare. Eppure in molti casi le risposte sarebbero: “mi sento stressato”, “sono esausta”, “non ce la faccio più”, “mio padre sta male”, “sto attraversando un periodo di crisi”, “non so più cosa voglio”, “ho paura”. Allora rispondere “bene” diventa comodo, semplice ma soprattutto insidioso, perché mette uno schermo tra ciò che diciamo e ciò che sentiamo.

Forse è proprio qui che si nasconde uno degli aspetti più profondi del messaggio di Littizzetto. Accorgersi non significa soltanto vedere la sofferenza di qualcuno, ma impedirgli di affrontarla da solo. A volte una parola, un ascolto sincero o una presenza discreta non risolvono il problema, ma possono aiutare una persona a trovare la forza di affrontarlo un passo alla volta. E spesso, mentre tendiamo una mano agli altri, finiamo per rialzare anche una parte di noi stessi.

Perché non sempre è facile rialzarsi con le proprie forze. Ci sono momenti in cui basta sentirsi visti, ascoltati e compresi per trovare il coraggio di rialzarsi e ricominciare.

Se chi sta male deve raccogliere tutte le sue ultime forze per trovare il coraggio di rispondere davvero come vorrebbe, allora chi osserva o ascolta dovrebbe allenare il suo lato umano ad: “Accorgersi che dietro a un va tutto bene, in realtà c'è un va tutto male. Accorgersi semplicemente” conclude Littizzetto.

 Ascuolaoggi

 



domenica 28 giugno 2026

EDUCAZIONE IN AFRICA

 


L’EDUCAZIONE, 

VERO INVESTIMENTO

PER LO SVILUPPO 

E LA PACE


Nei giorni scorsi una delegazione del Rwanda, guidata la cardinale Antoine Kambanda, arcivescovo metropolita di Kigali, Gran Cancelliere dell’Ipea (istituto per il Patto Educativo per l’Africa) è stata presente a Roma per confrontarsi sulle varie iniziative intraprese e da intraprendere per lo sviluppo del Patto Educativo.

Il cardinale Rwanda (che ha partecipato al Concistoro dei cardinali, diretto da Papa Leone) è il primo cardinale nella storia del Rwanda. Egli è una figura di particolare rilievo per la Chiesa africana e per il cammino di riconciliazione, ricostruzione, e attenzione alla persona che ha segnato la storia recente del suo Paese.

Con lui c’è stato anche ilo professore Jan-Paul Niygena, segretario generale della Fon dazione internazionale Religione e Società, e coordinatore dell’Ipea.

L’Ipea, in collaborazione con le università cattoliche, non solo africane, e l’UMEC-WUCT, sviluppa cinque grandi assi di azione di ricerca  e innovazione nel campo dell’istruzione, a partire dai contesti africani: la formazione dei formatori e dei responsabili delle reti nazionali; la divulgazione e la diffusione delle conoscenze e delle buone pratiche; l’accompagnamento degli attori locali sul campo; organizzazione di uno spazio continentale e internazionale di concertazione, condivisione di riflessioni ed esperienze.

Dal 2017 i responsabili religiosi (cardinali, vescovi, laici …) lavorano per migliorare la qualità dell’istruzione cattolica in Africa.

L’Umec-Wuct vi opera coi suoi rappresentanti non solo sostenendo l’educazione, ma anche vari progetti e strutture socioassistenziali. L’Umec-Wuct, grazie all’interazione con fondazione papale e alla costante ed efficace opera degli allora presidente e segretario generale, e dell’attiva presenza di padre Albert Kabuge (ora rappresentante dell’Unione presso l’Unesco), ha promosso per oltre quindici anni varie iniziative, cooperando anche con l’Unesco, che ha mostrato e mostra apprezzamento per l’opera dell’Unione.Anche la Santa Sede guarda con attenzione alle iniziative dell'Umec-Wuct.

Ancora oggi, l’UMEC-WUCT è impegnata in tal senso.

Nello scorso maggio il presidente, Jan De Groof, e vari rappresentanti locali dell’Unione hanno partecipato, a Kigali (Rwanda,) al convegno sull’educazione cattolica in Africa, coordinato dal Cardinale Kambanda e dal professore Nyingena.

Nel recente Giubileo Mondiale, il cardinale e vari vescovi africani hanno partecipato al Convegno sull’educazione svoltosi a Roma.

gp