mercoledì 18 marzo 2026

I TALENTI E LA VITA

  COME POSSO SCOPRIRE 
I MIEI TALENTI?

Che domande devo farmi per capire che studi scegliere?», così mi ha chiesto un ragazzo dell’ultimo anno in un incontro organizzato da Fondazione Rui sulla scelta universitaria, «Che cosa vuoi fare DI grande?»


- -di Alessandro D’Avenia

Di fronte a queste domande sono in imbarazzo perché non posso dire a chi non conosco, per di più da remoto, chi è, ma oggi i ragazzi è questo che chiedono: «chi sono?», facendo coincidere la risposta con l’eventuale professione. È la conseguenza di una parola tradita: «talento». Pensiamo ai talenti come capacità innate distribuite in modo ingiusto da un destino cieco: chi troppo e chi troppo poco. Un misto di determinismo e predestinazione, rappresentati dal format più diffuso: il «talent show», in cui il talento coincide con la persona e la sua approvazione. Dalla cucina al canto la vita è una gara: vinci! 

Eppure nell’italiano delle origini talento significava «desiderio», «passione», «voglia»: «vivere in un talento» è per Dante, nella famosa poesia per gli amici Guido e Lapo, «avere gli stessi desideri», e nella Commedia i lussuriosi (Paolo e Francesca) sono coloro che sottomettono «la ragione al talento». Dal 18° secolo in poi la parola scivola nel significato di «spiccata attitudine», perdendo gradualmente la componente «erotica» che è necessario recuperare, soprattutto per il diffuso senso di «impotenza» di fronte alla realtà che spesso tutti, ma i ragazzi in particolare, proviamo. 

 Il talento (talanton in greco era la bilancia) era un’antica unità di peso e di prezzo molto consistente, divenuta parola d’uso comune grazie alla storia con cui Cristo descrive la vita («il regno dei cieli», che è sinonimo di «questione di vita o di morte»): «Un uomo, partendo per un viaggio, chiamò i servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità e partì» (Mt 25). 

Non si può negarlo: la vita è una dote, qualcosa che nessuno di noi si è dato da solo. La «partenza» del padrone segnala che siamo tanto liberi quanto responsabili, l’iniziativa è realmente nelle nostre mani (i talenti). Siamo chiamati alla vita e una chiamata esige risposta, ciascuno la sua, infatti i talenti (al plurale) vengono dati con una logica che rispetta l’unicità e la diversità: «la capacità» (al singolare). Quindi i talenti non sono «le» capacità ma vengono dati in base «alla» capacità. 

Questo spostamento è fondamentale perché «i talenti» non indicano le cose che sai fare (a cui oggi è ridotto chi sei e chi ha difetti è poco «titolato» a vivere: basta guardare una gara della Paralimpiadi per ricredersi ed essere ispirati) ma la vita che puoi contenere alla tua maniera, perché sia «piena», come si dice della «capacità» di un recipiente. Bicchieri, bottiglie, botti hanno capacità/funzioni diverse, non sono in competizione, e ognuno è pieno se riceve tutto il liquido di cui è capace. 

Trovare la forma

Il primo passo è allora conoscere la propria capacità, liberandosi dalle illusioni e imitazioni: che forma ho? «Formazione» è sinonimo di educazione non perché ricevo la forma, ma perché trovo la mia («diventa ciò che sei» dicevano i Greci). E la capacità è la forma che delimita lo spazio da riempire, riceviamo la vita in base ai «limiti» (non in senso privativo ma di unicità, come quando si disegna qualcosa tracciandone i bordi). Capacità dice quindi come io mi posso aprire alla vita nella mia modalità e quanta ne posso contenere. Come mai i Norvegesi, neanche sei milioni di abitanti (la Campania), alla fine degli Anni ‘80 vinsero cinque medaglie nelle Olimpiadi invernali e dai ‘90 in poi hanno cominciato una scalata che li vede dominare da due decenni? Perché è diventato ministro dello Sport un professionista che ha rivoluzionato il sistema: tutti i ragazzini fino ai 14 anni provano gratuitamente molti sport, a scuola e in strutture adatte, senza competizione, come puro gioco, salute e socialità. In questo modo la vita (talenti) va a riempire ciascuno secondo la sua forma (capacità): fioriscono se messi in condizione e non in competizione. Non è quindi solo questione di neve e ghiaccio ma di far incontrare neve e ghiaccio a ciascuno nel modo suo. Infatti nel testo evangelico la parola tradotta con «capacità» nell’originale è «dynamis» (da cui dinamico, dinamite...), «potenza», che nel linguaggio biblico identifica l’essere «a immagine e somiglianza» di Dio: essendo un Dio che crea perché ama, allora questa dynamis (potenza) umana è «energia creativa», «energia erotica». Tradotto all’oggi: noi riceviamo tanta vita quanta ne pro-creiamo, perché la vita ci viene incontro esattamente nella misura in cui le andiamo incontro (il viaggio infatti ne è la metafora per eccellenza). 

Il segno della gioia

Il numero di talenti è quindi la quantità di vita che ricevi e sei capace di moltiplicare, perché la logica della vita (la biologia parla chiaro) è moltiplicarsi. Per questo quando il padrone torna dal viaggio «fa i conti» con i servi. Chiedere «conto dei talenti» è chiedere il «racconto della vita»: contare e raccontare (ri-contare) sono lo stesso verbo (in spagnolo è uno solo: «contar»). Chiedere (rac-)conto è dire: come ti è andata? Sei stato felice? Due su tre hanno raddoppiato i talenti ricevuti. 

Che sia il doppio mostra che i singoli non sono stati né sopravvalutati né sottovalutati, a scanso di ogni illusione o umiliazione: la vita è cresciuta in loro, grazie a loro, attorno a loro, secondo la loro portata. Hanno usato al meglio il loro dinamismo, la loro energia pro-creativa, la loro potenza erotica: sono stati vivi, se la sono goduta. E infatti il padrone ratifica il dato: «Prendi parte alla mia gioia». 

La gioia, non il successo, è il segno della vita riuscita come spiega il filosofo Henry Bergson in un testo nel cui titolo c’è la dynamis creativa ed erotica (L’energia spirituale): «I pensatori che hanno speculato sul significato della vita e sul destino dell’uomo non hanno notato a sufficienza che la stessa natura si è curata d’informarci al riguardo. Essa ci avverte con un segno preciso che la nostra meta è raggiunta. Questo segno è la gioia. Dico la gioia e non il piacere. Il piacere non è nient’altro che un artificio immaginato dalla natura per ottenere dall’essere vivente la conservazione della vita; esso non indica la direzione in cui è lanciata la vita... Dove c’è gioia, c’è creazione; più ricca è la creazione, più profonda è la gioia». 

Partecipare alla gioia del padrone è partecipare alla creazione, agire come lui: amando e moltiplicando la vita. Ma che ne è di chi non ha messo in gioco questa energia (la capacità) e ha rinunciato a vivere (i talenti)? Sotterrando il talento ha sotterrato la vita, ha rinunciato a se stesso: «Per paura andai a nasconderlo sotterra». A quell’uomo non era stato dato poco, era stato dato tutto il necessario (secondo la sua capacità) per essere felice, ma la paura di vivere è stata la sua tomba. 

Aprirsi alla vita

Allora a quel ragazzo e a tutti gli altri in formazione vorrei dire che i talenti non sono destini prestabiliti, ma doni che la vita può farti tutte le volte che la moltiplichi, che ti metti in gioco (per i bambini norvegesi gli sport sono un gioco, un’esplorazione di sé e del mondo, che diverrà anche una professione per tutti quelli che facendo così creano/gioiscono di più): dove e quando la vita si moltiplica con la tua presenza? 

Domandarsi «che talento ho?» è chiedersi «in quale forma unica la vita entra in me e trabocca come un bicchiere pieno?». Per scoprirlo serve andare oltre una formazione restrittiva come quella della scuola nostrana, basata su prove competitive e quantificabili (imposizione della forma dall’esterno), per cui capita spesso che un ragazzo di 18 anni, che ne ha passati 13 a scuola, chiede a uno sconosciuto: che talenti ho? Come scelgo? 

Abbiamo bisogno di una formazione che apra alla vita, e aiuti a scoprire, con l’aiuto di chi ti guida, dove/quando fiorisci di più, ricevi vita e la moltiplichi, sei vivo e fai vivere, gioisci e fai gioire. Per questo ho detto a quel ragazzo di cominciare da un foglio: dividilo a metà, nella colonna di sinistra scrivi le dieci cose che ti riescono meglio, in quella di destra le dieci che ami fare di più. Se ci sono corrispondenze quello è un ambito di vita in cui mettersi in gioco, perché lì la vita incontra la capacità, a prescindere che diventi una professione.

Useremo mai la gioia per educare?"

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STRUMENTALIZZARE LA BIBBIA


 
CON QUALI INTENZIONI 
OCCHIALI SI LEGGE?

Il teologo: nello stesso libro vengono sostenuti il bene e il male, la luce e le tenebre, l’amore e l’odio.

- di Vito Mancuso

Qualche giorno fa il segretario alla difesa alias ministro della guerra degli Usa Peter Hegseth ha concluso un discorso ai militari citando l’incipit del salmo 144: “Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia”. 

Avrebbe potuto citare altri passi dello stesso tipo, visto che la Bibbia ebraica ne abbonda: Per rimanere ai salmi: “Il giusto godrà nel vedere la vendetta, laverà i piedi nel sangue dei suoi nemici” (58,11); “Tu, Signore, Dio degli eserciti, Dio d’Israele, alzati a punire tutte le genti” (59,6); e ancora rivolgendosi a Babilonia: “Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra” (137,9). Persino ai neonati viene augurata la morte, e che tipo di morte. 

Se però Hegseth fosse stato il responsabile di un ipotetico ministero della pace avrebbe lo stesso potuto citare la Bibbia, perché essa presenta anche pagine proto-pacifiste che fanno fiorire il seme dell'utopia. Per esempio: “Dio farà cessare le guerre sino ai confini della terra, romperà gli archi e spezzerà le lance, brucerà nel fuoco gli scudi” (salmo 46,10) … 

La Bibbia è violentemente nazionalista e al contempo pacificamente universalista. Così prescrive il Deuteronomio: “Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità non lascerai in vita alcun vivente ma li voterai allo sterminio” (20,16-17). Così invece profetizza Isaia: “In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti dicendo: Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (19,24-25). 

Siamo al cospetto della somma contraddizione ed è inevitabile chiedersi se la Bibbia promuova più la guerra o la pace. La risposta non è difficile: dipende da chi la legge. E dal perché. La Bibbia, diceva Hegel, è “un naso di cera” che ognuno modella a piacimento nella forma che più gli conviene. 

Non è per nulla vero che la Bibbia trasmette l'oggettività della rivelazione divina, perché essa, come indica già il suo nome che viene dal greco e significa “libri”, è plurale, e in questa sua disordinata pluralità vi si legge pressoché tutto: il bene e il male, la luce e le tenebre, la pace e la guerra, l'amore e l'odio, la violenza e la non-violenza. E ognuno ne estrae ciò che più gli conviene. Lo mostra alla perfezione la storia sia dell’ebraismo sia del cristianesimo con le sue innumerevoli contraddizioni. 

I pastori evangelici che sostengono Trump (talora riuniti alla Casa bianca in preghiera con lui) leggono la Bibbia trovandovi le motivazioni della politica del loro presidente che diffonde odio e morte nel mondo. Nulla di nuovo se già Spinoza scriveva: “La religione non corrisponde più al sentimento di carità, ma alla disseminazione della discordia tra gli uomini e alla propagazione di un odio crudele”. Allo stesso tempo però anche i preti e i missionari che curano i migranti e si oppongono alla politica di Trump ritrovano nella Bibbia le pagine a sostegno della loro azione. Ognuno nella Bibbia trova ciò che gli serve. 

Ma la domanda a questo punto diventa: se la Bibbia è un naso di cera, che cosa non lo è? 

Esiste qualcosa di fronte a cui la volontà di potenza dell’uomo si fermi e ascolti e obbedisca? Esiste anche solo una pagina a cui tutti si sottomettano e dicano sì? Certo, la gran parte degli esseri umani è costretta a obbedire alla legge perché altrimenti interviene la sanzione dell’autorità, ma così non è per coloro che disponendo dell’autorità la usano a loro piacimento. Per essi non esiste più legge, non ci sono più regole, fanno a pezzi il diritto, impongono il loro arbitrio, e noi oggi, a causa loro, siamo alla vigilia della tirannide. Ma non è sempre stato così? I faraoni che facevano scolpire se stessi tra gli Dei, come Ramses II ad Abu Simbel, non agivano forse nello stesso modo? E che dire di Caligola e di Nerone? E dei Papi che per secoli hanno promosso l’Inquisizione bruciando uomini e libri, e giungendo a proclamare se stessi infallibili? 

In realtà però io non penso che sia sempre stato così, abbiamo conosciuto anche il volto giusto e buono del potere, con faraoni giusti, imperatori giusti, papi giusti e persino santi. 

Oggi però, caduta l’autorità normativa della Bibbia, caduta l’autorità infallibile del Papa e delle chiese, caduta anche l’autorità della politica in quanto creatrice di diritto e di ordine internazionale, oggi, quando appare evidente l’imperio della forza anticamera della tirannide di cui Trump e i suoi solerti servitori sono la personificazione, oggi, quando l’intelligenza artificiale governata da una ristrettissima élite ci presenta il Grande Fratello di Orwell come uno scenario del tutto realistico del nostro futuro, oggi, io chiedo, che cosa rimane a chi si sente diverso e percepisce di non poter rinunciare agli ideali del bene, della giustizia e della migliore umanità? 

Già un secolo fa Simone Weil si poneva questa domanda e rispondeva così in uno scritto mirabile del 1934 intitolato “Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale”: “Soltanto dei fanatici possono attribuire valore alla propria esistenza unicamente nella misura in cui essa serve una causa collettiva; reagire contro la subordinazione dell'individuo alla collettività implica che si cominci col rifiuto di subordinare il proprio destino al corso della storia”. L’equazione salvifica è quindi la seguente: "Io diverso da Storia", laddove il termine “storia” equivale ora a Stato, ora a Partito, ora a Chiesa, ora a Bibbia, ora a qualunque altra “causa collettiva”. Simone Weil proseguiva dicendo che tale differenza “permetterebbe a chi vi si impegnasse di sfuggire al contagio della follia e della vertigine collettiva tornando a stringere per conto proprio, al di sopra dell'idolo sociale, il patto originario dello spirito con l'universo”. 



Parole bellissime, che mi rimandano a quelle scritte da Hannah Arendt in risposta a Gershom Scholem che, dopo aver letto “La banalità del male”, l’aveva accusata di non nutrire ciò che la tradizione ebraica chiama Ahabath Israel, l’amore per il popolo ebraico: “In te, cara Hannah, non ne trovo traccia”. Lei gli rispose così: “Hai perfettamente ragione – non sono animata da alcun «amore» di questo genere”. E proseguiva: “Nella mia vita non ho mai «amato» nessun popolo o collettività – né il popolo tedesco, né quello francese, né quello americano, né la classe operaia, né nulla di questo genere. Io amo «solo» i miei amici e la sola specie d'amore che conosco e in cui credo è l'amore per le persone”.

Da queste due straordinarie donne ebree del Novecento giunge a noi ancora oggi ciò che si potrebbe a ragione denominare “parola di Dio” ben più di molte pagine bibliche.

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lunedì 16 marzo 2026

ADDIO AD HABERMAS

Addio ad Habermas, araldo della modernità incompiuta 

Addio ad Habermas,

 araldo 

della modernità incompiuta

Filosofo della postmetafisica e del discorso democratico, è scomparso a 96 anni

“La società civile è composta da quelle associazioni e movimenti che più o meno spontaneamente intercettano e intensificano la risonanza suscitata nelle sfere private di vita dalle situazioni sociali problematiche, per poi trasmettere questa risonanza, amplificata, alla sfera politica.

 Il nucleo della società civile è costituito da una rete associativa che istituzionalizza – nel quadro d' una "messa in scena" di sfere pubbliche – discorsi miranti a risolvere questioni d' interesse generale... 

Una vitale società civile può svilupparsi solo nel contesto di una cultura politica liberale, nonché su una base di un’intatta sfera privata. Essa può dunque fiorire solo in un mondo di vita già razionalizzato. In caso diverso sorgono dei movimenti populistici che difendono alla cieca le tradizioni ossificate d' un modo di vita minacciato dalla modernizzazione capitalistica”

Celebre il dibattito su ragione e fede con Ratzinger

di Simone Paliaga

 «Dunque, i laici non devono escludere a priori di poter scoprire contenuti semantici dentro i contributi religiosi; a volte possono addirittura trovarvi idee già da loro intuite e, fino a quel momento, non del tutto esplicitate. Tali contenuti possono essere utilmente tradotti sul piano dell’argomentazione pubblica». Già in queste parole scritte nel tardo Verbalizzare il sacro (Laterza) echeggia il progetto che da sempre ha animato il pensiero di Jürgen Habermas. Il filosofo, scomparso oggi a 96 anni a Starnberg, nel sud della Germania, aspirava a portare a compimento quanto promesso dalla modernità laica fin dalle sue origini traducendo il sacro nel linguaggio secolare e lasciandosi alle spalle ogni orizzonte metafisico, come si vede anche nel dibattito sul rapporto tra ragione e fede intrapreso nel 2004 con l’allora cardinale Joseph Ratzinger a Monaco presso la Katholische Akademie in Bayern.

Non si può dire che con Habermas scompaia l’ultimo testimone e maestro del Novecento. L’anagrafe, classe 1929, gli schiude solo i due terzi finali del Secolo breve. Gli risparmia la Grande Guerra e di trovarsi in prima linea nella Seconda. Eppure, da quel Novecento ha appreso il gusto per l’engagement e gli j’accuse sulla stampa. Bastino ricordare le polemiche con Joachim Fest, che l’aveva accusato nelle memorie di aver aderito alla Hitlerjugend, le accuse di eugenismo a Peter Sloterdijk o quelle a Wolfgang Streeck per aver criticato l’UE.

E come dimenticare l’appoggio alle guerre umanitarie in ossequio ai diritti dell’uomo, dai bombardamenti su Belgrado nel 1999 alle invasioni del Medio Oriente dopo l’11 settembre del 2001. Se a Habermas è sfuggito il Novecento nella sua completezza, di certo non è sfuggita la modernità di cui è forse l’ultimo degli araldi. Lo prova l’imponente storia della filosofia pubblicata, novantenne, nel 2019. Auch eine Geschichte der Philosophie (Suhrkamp) non è una piatta ricostruzione della storia del pensiero filosofico, ma la proposta di una filosofia per tempi postmetafisici e per un uomo moderno orfano della trascendenza.

Per il filosofo di Düsseldorf la modernità non è finita né conclusa. Essa è, come testimonia quel manifesto del pensiero postmetafisico intitolato Il discorso filosofico della modernità (Laterza), solo incompiuta. Dimentico dell’eredità consegnata dalla Scuola di Francoforte, alla cui ispirazione deve comunque il suo Storia e critica dell’opinione pubblica (1962), Jürgen Habermas ha investito le sue risorse teoretiche nello sforzo di perfezionare quella modernità illuministica rimasta incompiuta. In tempi in cui l’uomo non riconosce più l’intreccio indissolubile di bello, bene e giusto nel cuore dell’Essere, per il pensatore tedesco, non ci sarebbe altro da fare. Ne danno conferma le due opere più impegnative, Teoria dell’agire comunicativo (il Mulino), risalente al 1981, e Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia (Guerini e associati), di un decennio più tardo.

Habermas sa bene che è difficile recuperare interamente il ruolo della ragione teorizzato dall’Illuminismo. Il suo esito totalitario, denunciato da Theodor Adorno e Max Horkheimer, lo rende impossibile. Occorre pertanto ricorrere a una razionalità a basso profilo, di tipo procedurale e non sostanziale, orgogliosa però dell’impossibilità di elevarsi all’altezza dell’Essere. Una ragione comunicativa e argomentativa, solo frangiflutti al dilagare di una ragione strumentale pronta a colonizzare i mondi della vita. «Il concetto di agire comunicativo - scrive Habermas nella sua summa - si riferisce all’interazione di almeno due soggetti capaci di linguaggio e azione che (con mezzi verbali o extraverbali) stabiliscono una relazione interpersonale. Gli attori cercano un’intesa per coordinare di comune accordo i propri piani di azione e il proprio agire».

Per il filosofo dell’Etica del discorso (Laterza), attingendo alle risorse morali della comunicazione umana sarebbe possibile stabilire un impianto normativo condiviso che consentirebbe agli uomini di regolare la propria convivenza. Il passo ormai verso l’intreccio di questioni morali, giuridiche e politiche è davvero breve. Se dall’impianto normativo condiviso nasce quello che Habermas, negli anni Novanta, definisce “patriottismo costituzionale” ovvero un patriottismo fondato sulla lealtà ai principi politici universalistici della libertà incorporati nella leggi fondamentali degli Stati, allo stesso impianto si aggrappa anche la riflessione sulla democrazia deliberativa e procedurale al centro di Fatti e norme. «Il senso del voto democratico non è quello di fotografare la gamma delle opinioni quali si manifestano allo stato brado - sostiene Habermas in un'intervista -, bensì di riflettere il risultato di un processo pubblico di formazione dell’opinione. Il voto espresso nella cabina elettorale acquista il peso istituzionale di una compartecipazione democratica solo in relazione a opinioni articolate pubblicamente, formatesi attraverso la comunicazione e lo scambio di informazioni, motivazioni e posizioni pertinenti ai singoli temi».

Ma la strategia argomentativa, proposta a compimento del processo emancipatore della modernità, funziona ancora nel XXI? È all’altezza degli inediti problemi etici dovuti alla diffusione dell’intelligenza artificiale e agli interventi spesso arbitrari sulla struttura genetica del vivente? Sono domande che attraversano Auch eine Geschichte der Philosophie, rimanendo però senza risposta. E non casualmente. I

n tempi orfani dell’Essere vacilla l’uso della ragione argomentativa ma anche l’utilizzazione delle “riserve semantiche” della religione per promuovere concezioni procedurali, pubbliche e verificabili per accostarsi ai valori, a cui Jürgen Habermas ha dedicato tutta la vita, non basta più.

www.avvenire.it 


sabato 14 marzo 2026

IL CIECO NATO

 

 


IV domenica 

di Quaresima

 

– (Gv 5,16-18)-


Quell’uomo su cui Gesù ferma il suo sguardo, giace da sempre nelle tenebre e non sa cosa sia la luce, perché non l’ha mai conosciuta, ma ottiene molto più di una guarigione: Gesù lo fa rinascere a una nuova esistenza, e non a caso ricorre a un gesto ricordato ben quattro volte nel corso del racconto (vv. 6.11.14.15) che rimanda all’atto con cui, secondo la Genesi, Dio ha formato l’uomo. 

Gesù vede la sofferenza, si ferma, non volge lo sguardo altrove, non teme di toccare un uomo dichiarato impuro e reietto dalla società, gli parla, e la sua Parola fa nascere la vita. Il cieco ora diventa un soggetto attivo. È bastato per lui sentirsi toccato dalla misericordia di quell’uomo di nome Gesù, per obbedire alla sua richiesta di andare a lavarsi alla piscina di Siloe, che significa “inviato”, per indicare che Gesù è un Inviato di Dio.  

Ed ecco che il gesto di Gesù operato col fango sugli occhi del cieco, si completa con l’ascolto obbediente dell’uomo che “tornò che ci vedeva” (v.7). L’ex cieco, infatti, non è sordo, ha ascoltato una Parola che gli ha chiesto di mettersi in cammino, pur incerto sulle sue gambe, pur non comprendendo il perché. Ora ritorna con passo sicuro, è diventato uomo ma non ancora discepolo. Non ha ancora fatto professione di fede, ma in lui troviamo il compimento della profezia di Is 42,16: “Farò camminare i ciechi per una via ad essi sconosciuta, per sentieri ad essi ignoti li farò camminare. Trasformerò dinanzi ad essi le tenebre in luce”. 

Un uomo nuovo ora cammina fra altri uomini e attende di essere accolto, ma non è così facile. La gente stenta a riconoscerlo e, invece di gioire per un fratello risanato, tutti si chiedono “come” sia stata possibile la sua guarigione. Inutilmente l’ex cieco pronuncia le sue prime parole affermando con forza: “Sono proprio io” (v.9). Inizia lo scontro fra la luce e le tenebre, tema molto caro all’evangelista Giovanni, anticipato nel prologo al Vangelo, dove la luce e le tenebre sono in contrapposizione: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta […]

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe” (Gv 1,5; 9-10).  Da questo momento comincia il percorso interiore che porterà l’ex cieco a diventare credente, contro la staticità dei farisei, che dimostrano una crescente ottusità, incapaci di intendere un messaggio che non rientra nel sistema teologico su cui essi basano la loro sicurezza. Iniziano a discutere negando il fatto, si trincerano nella loro verità e infine usano la loro autorità per ingiuriare l’ex cieco e cacciarlo fuori, ovvero scomunicarlo. Non potevano essere messi in discussione né l'identità tra malattia e colpa, né il primato del sabato sull'uomo, né il sospetto di eresia e di minaccia eversiva a carico del Cristo.

Il mondo, in altre parole, forte delle sue certezze precostituite rimane immobile nelle tenebre. Invece la ripetizione da parte del cieco delle fasi della sua guarigione è un cammino di consapevolezza che si sviluppa dinamicamente, giungendo al riconoscimento di Cristo progressivamente: “L’uomo che si chiama Gesù” (vs. 12), “è un profeta” (vs. 17), “questi è da Dio” (vs. 33), “credo Signore” (vs. 38).  Egli sa rispondere in modo argomentato ai suoi inquirenti, tradendo una cultura insospettata per un povero mendicante. Non vuole colpevolizzare i farisei ma semplicemente ridimensionare le loro pretese di giudizio, riconducendole entro i binari del buon senso.

L’ incredulità dei farisei rimane un atteggiamento stabile che oltre che ciechi li rende sordi. Il “non mi avete ascoltato, cosa volete sentire ancora?” (v. 27) rivolto loro dall’ex cieco sottolinea ancora una volta la relazione tra l’ascolto e la vera sapienza del cuore. Il vedere della fede infatti è strettamente legato con la Parola che permette di passare dalle tenebre alla luce.  Ancora una volta, però, il pover’ uomo è abbandonato da tutti. Da tutti, ma non da Gesù, che va alla sua ricerca non appena viene a sapere che il cieco è stato espulso dalla sinagoga. Dio cerca l’uomo fino a quando non lo trova. Adesso può incontrarlo occhi negli occhi e gli può chiedere se è capace di vedere oltre l’uomo che lo ha guarito. Come all’inizio della storia, l’ex cieco si dimostra disponibile all’ascolto della parola di Gesù che gli rivela la sua identità di “Figlio dell’uomo”: “Già lo hai veduto; colui che parla con te è lui” (v.37).

Adesso, proclamando il suo “credo, Signore” la guarigione dell’uomo è completa nella fede, che gli permette di vedere in Gesù la rivelazione di Dio ed essere illuminato dalla sua luce. Non resta che rendere gloria a Dio prostrandosi davanti al Signore. A questo punto la narrazione potrebbe dirsi conclusa. Invece l’evangelista riprende il tema della luce divina e isola la dichiarazione di Gesù con una nuova introduzione: “E Gesù disse:” (v.39). Le sue parole rivolte a chi gli sta vicino, compresi alcuni farisei, non sono di giudizio o di condanna ma un avvertimento a riconsiderare le proprie categorie ermeneutiche, le proprie certezze che sclerotizzano i cuori per mostrare l’effetto di questa luce quando essa viene accolta o viene rifiutata. In base al nostro atteggiamento di fronte al Verbo incarnato, siamo o nelle tenebre o nella luce, e questo fa la differenza, perché accogliere la luce vuol dire essere resi consapevoli di imparare, nel confronto costante con la Parola, a guardare il mondo con gli occhi di Dio e perciò a comportarci come “figli della luce”. Ma se l’uomo è convinto di essere già un vedente, e di non avere quindi bisogno di nessuna luce, rifiuta il dono di Dio e rimane chiuso nelle tenebre. 

L’itinerario del cieco sia, quindi, una guida per il nostro viaggio spirituale, esortati anche da S. Paolo, che ha conosciuto le tenebre e la rinascita nella luce del Cristo Risorto: “Un tempo eravate tenebra ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce” (Ef 5,8). E ancora: “Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre” (Ef 5,11).

Annalisa Greco

Comunità Kairòs

Immagine

I MERCANTI DELLA MORTE

 

Lettera ai mercanti 

della morte 

Ai mercanti della morte, a voi che fate affari con il sangue degli uomini, a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli, a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo, rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita.

 - don Mimmo Card. Battaglia


Vi scrivo da questa terra che trema. Trema sotto i passi dei poveri, sotto il pianto dei bambini, sotto il silenzio degli innocenti, sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo.  

Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino. Quel linguaggio antico e terribile che domanda: “Sono forse io il custode di mio fratello?” E invece sì, lo siamo. Lo siamo tutti. E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla ferita del fratello.   Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi. Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie.

Eppure, proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi. Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio. Che nessun bambino ha il destino della polvere. Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa. Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza.  

 Voi fate il contrario del pane. Il pane si spezza per sfamare. Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro. Il pane mette gli uomini a tavola. Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali. Il pane ha il profumo delle mani. Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci.   E ditemi: come fate? Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta? Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato? Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile: peccato?  

Non vi parlo da giudice. Non ho tribunali da aprire. Vi parlo da uomo e da pastore. Da credente ferito dalla ferocia dei tempi. Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.  

Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe. Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore. Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli. Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore.   E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato. Solo che oggi non tirate a sorte una tunica: tirate a sorte interi popoli. Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati. E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia permanente.   Ma non c’è sicurezza dove si semina morte. Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto. Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti. E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile.  

Il Vangelo

Il Vangelo, invece, non tratta. Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione. Il Vangelo non si abitua ai morti. Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario.   Il Vangelo mette un bambino al centro. Sempre. E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano. Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi tecnici con cui nascondete la vergogna. Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o nemico: esiste solo l’abisso.   Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi. Vi chiedo di convertirvi. Sì, convertirvi. Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria. Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo. Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana. Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia. Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini.  

Abbiate un sussulto. Uno solo, ma vero. Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze. Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione. Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti. Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete.   Perché non c’è pace senza disarmo del cuore, e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto. La guerra non comincia quando cade la prima bomba. Comincia molto prima: quando il fratello diventa un ostacolo, quando il povero diventa irrilevante, quando la compassione viene giudicata ingenua, quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla.   Eppure, io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione. Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada. Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate. Anche per voi c’è una possibilità di riscatto. Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua. Ma dovete scendere. Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto.

Dovete tornare uomini. Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini. Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità. Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione. In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro, in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita, in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere. Sogno il giorno in cui la parola “profitto” non farà più rima con “funerale”.   E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità. Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi. L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso. L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.   Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero: quanto sangue vi basta? Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio?  

Fermatevi. Prima che sia troppo tardi per i popoli. Prima che sia troppo tardi per voi. Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte, che non umilia ma chiama per nome. Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire: “Beati gli operatori di pace.” Non i calcolatori di guerra. Non i garanti dell’equilibrio armato. Non i venditori di paura. Gli operatori di pace.  

Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino. Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi. Ha bisogno di profeti, non di mercanti.   E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo. Non per ideologia, ma per fedeltà. Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo. Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni vita.  

Il futuro

A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica: restituite il futuro. Restituite il respiro. Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra. Restituitevi alla vostra umanità.  

La pace vi giudicherà. Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi.  

Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani.

don Mimmo Card. Battaglia Arcivescovo Metropolita di Napoli




ADOLESCENTI, IL RITIRO SOCIALE

 


“Il silenzio degli adolescenti: 

in 200mila a rischio ritiro sociale”



I dati della nuova ricerca Iprs svelano una geografia del disagio inaspettata: le grandi città sono più a rischio delle aree interne e le ragazze risultano le più colpite. L'epicentro di questa sofferenza, a sorpresa, è il rendimento tra i banchi: l'ansia per lo status intellettivo supera persino le paure legate all'aspetto fisico e all'approvazione sociale.

Il presidente Raffaele Bracalenti avverte: «È un allarme, ma la maggioranza dei giovani sogna un mondo fatto di corpi e non virtuali».

«Nessuno pensava che anche qui da noi si potesse ricalcare l’esperienza giapponese degli hikikomori in questo modo, invece il ritiro sociale degli adolescenti si sta presentando con un’intensità crescente».

Non ha paura di usare la parola «allarme» Raffaele Bracalenti, psicoanalista e presidente dell’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali – Iprs, commentando la ricerca nazionale “Dialoghi adolescenziali aree interne”, presentata oggi alla Camera e da cui emerge un quadro preoccupante.

La ricerca ha coinvolto un campione di oltre 900 adolescenti tra i 12 e i 18 anni in cinque regioni (Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Sicilia), con un confronto tra i residenti nelle aree metropolitane e quelli nelle aree interne.

Rispetto al campione normativo – un’indagine del 2023 della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza – la percentuale di ragazzi in condizione di ritiro sociale grave è quasi raddoppiata, passando dal 3,2% al 5,7%.

Proiettando questi dati sulla popolazione nazionale 13-18 anni, si stimano circa 200mila ragazzi in ritiro sociale grave, i cui sintomi comprendono isolamento quasi totale, fatica ad andare a scuola, inversione del ritmo sonno-veglia, pensieri depressivi e autolesivi, uso di internet come sostitutivo della vita reale, forte ansia sociale e fobie legate all’uscire di casa o al contatto con gli altri.

Chi, invece, presenta una sintomatologia meno grave ma comunque di rilievo clinico rispetto ad ansia, panico e disagio è passata dal 13,5 al 15,9%.

In questo insieme, emerge un’importante differenza legata al genere.

Le femmine, infatti, sono più esposte al rischio di ritiro sociale: quasi una su dieci (9,1%) presenta un quadro clinico grave contro l’appena 2,8% dei coetanei maschi.

Tra le adolescenti della fascia 13-15 anni, il dato schizza addirittura al 13,3%.

Il divario si amplia, tra l’altro, incrociando il genere con il background socioeconomico.

Considerando il livello di istruzione dei genitori come indicatore plausibile delle risorse materiali e culturali della famiglia, nelle famiglie con un titolo di studio basso l’incidenza del rischio di ritiro sociale grave arriva al 10,6%, più del doppio rispetto a chi ha i genitori laureati (4,2%). Per le ragazze che crescono in contesti di disagio, il dato balza al 16%.

«È uno dei dati che ci ha colpito di più e su cui lavoreremo in futuro, ma per ora non sappiamo spiegarcelo», dice a VITA Bracalenti.

L’altro aspetto che più colpisce sono le ragioni che si nascondono dietro a queste difficoltà.

La felicità

«Siamo portati a pensare che le aree di maggiore sofferenza psicologica siano la felicità. l’approvazione sociale, l’aspetto fisico. Invece, la questione che più di tutte è indicata come causa di sofferenza riguarda lo status intellettivo e scolastico».

Così, da luogo dove le differenze dovrebbero appianarsi, la scuola diventa un contesto dove si concentrano sentimenti di inadeguatezza, fallimento ed esclusione.

Rispetto agli anni Novanta, sottolinea Bracalenti, il tasso di abbandono scolastico è diminuito in maniera consistente, eppure non sempre questo può essere considerato un risultato positivo.

La scuola

«I ragazzi rimangono di più a scuola, ma dobbiamo capire come lo fanno, con quale sensazione», dice. «Se rimangono in un contesto che per loro risulta traumatizzante, standoci magari più tempo del dovuto, si fa fatica poi ad aiutarli a trovare altre modalità per migliorare la propria percezione di sé». In più, aggiunge il presidente dell’Iprs, si parla sempre di più di scuola del merito, ma ci si dimentica che nella scuola dell’obbligo ci deve poter stare anche chi ha una “performance” meno profittevoli. Spingendo sul fatto del merito, invece, si va in direzione opposta all’idea di scuola universale, aumentando così difficoltà e sensazioni di inadeguatezza dei ragazzi.

Il ritiro sociale

Dalla ricerca emerge anche una “geografia del ritiro sociale” precisa: nelle città c’è più rischio. Chi vive nelle aree interne è meno esposto al rischio di ritiro sociale grave rispetto a chi invece abita nelle aree metropolitane (4,4% contro 7%).

«Probabilmente», riflette Bracalenti, «è proprio perché nelle aree interne c’è la consapevolezza di uno svantaggio di partenza che spinge i genitori, che sanno che i figli difficilmente resteranno lì, a coagularsi attorno ai loro progetti di vita».

Questa “funzione protettiva” dà una maggiore stabilità ai ragazzi che vivono nelle aree interne, ma anche loro, come i propri coetanei, immaginano e desiderano la vita in città.

«Quello che mi colpisce è che questi giovani sognano un mondo molto antropizzato.

C’è un lungo parlare riguardo alla virtualità che starebbe prendendo il sopravvento sulla concretezza dei corpi, ma dalla nostra ricerca emerge una grande esigenza di fisicità. Il virtuale non soddisfa, i ragazzi sognano di uscire a mangiare il sushi, non di ordinarlo a casa», sottolinea lo psicoanalista.

Rimane aperta, però, la questione su come intercettare un disagio silenzioso in una fase della vita in cui, solitamente, questo disagio esplode nella conflittualità.

«Prima di essere pervasivo, il ritiro sociale ha delle forme più larvate che si manifestano soprattutto in difficoltà relazionali e scolastiche.

E proprio la scuola dovrebbe riuscire a riconoscere le fatiche dei ragazzi e cercare di intervenire con una funzione di ascolto», spiega Bracalenti.

I genitori

Ma non basta: serve più consapevolezza da parte dei genitori.

«Oggi si fa tanta ironia rispetto alle nuove generazioni a cui si dà sempre ragione e, di contro, sta tornando la narrativa del dare una pedata e dire “vai a studiare”.

A noi, tutto questo sembra sciocco, perché la fatica di questi ragazzi non si risolve così.

Per fortuna», conclude il presidente dell’Iprs, «da una trentina d’anni i miei colleghi ripetono ai genitori che fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo e che serve farsi aiutare dagli specialisti invece che sottostimare la sofferenza provocata dalle fatiche che sostengono i ragazzi.

Su questo, ormai si è diffusa la tendenza a ricorre all’intervento specialistico per capire da dove proviene il disagio.

Poi certo, la diagnosi specialistica deve essere usata bene: deve essere un’opportunità di intervento migliorativo, non un motivo di ulteriore discriminazione e marginalizzazione».

Vita

Immagine

 

EDUCARE ALL'INCERTEZZA

 

Preparare gli studenti europei 

a un mondo incerto: 


Online il nuovo rapporto Eurydice



 eurydice

Dall’infanzia alla primaria, i sistemi educativi europei rafforzano competenze di resilienza, sicurezza e cooperazione per affrontare un mondo sempre più complesso

di Erica Cimò

 I disastri climatici, gli attacchi informatici, le pandemie e l’instabilità geopolitica non costituiscono più rischi remoti: sono sempre più parte della realtà quotidiana dell’Europa. L’istruzione svolge un ruolo cruciale nel supportare i bambini a comprendere tali rischi e a rispondere con fiducia, solidarietà e resilienza.

È stato pubblicato il nuovo rapporto di Eurydice “Preparedness education in Europe – 2025”, che prende in esame come l’educazione alla preparazione alle emergenze sia integrata nell’educazione della prima infanzia e nell’istruzione primaria nei sistemi educativi europei. Basandosi sui dati dell’anno scolastico 2025-2026, il testo analizza come i sistemi educativi supportino i bambini nello sviluppo di competenze essenziali per la preparazione: dalla consapevolezza del rischio alla cooperazione efficace in situazioni di emergenza.

I risultati dimostrano che la preparazione alle emergenze viene sempre più considerata una dimensione chiave dell’istruzione. In tutta Europa, approcci curricolari innovativi e piani di resilienza a livello di istituto stanno supportando le scuole ad anticipare, attutire e rispondere ad eventi imprevisti, promuovendo la crescita di una nuova generazione informata, competente e pronta all’azione.

Questo lavoro si inserisce nel contesto politico dell’Unione europea. A marzo 2025, la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha sottolineato l’importanza di rafforzare la preparazione dell’Europa alle crisi e alla sicurezza come responsabilità condivisa a livello europeo. Questo slancio politico è stato rafforzato dal lancio della Strategia dell’UE per un’Unione della preparazione, che evidenzia il ruolo dell’istruzione come leva fondamentale per la preparazione della popolazione, in linea con gli obiettivi dell’Unione delle competenze.

 Principali risultati

  • Progressione nei curricoli: i riferimenti alla preparazione alle emergenze passano da circa la metà dei Paesi a livello di educazione della prima infanzia a quasi tre quarti a livello di istruzione primaria. Anche nei sistemi dove non è esplicitamente inclusa nei curricoli, le autorità nazionali mettono generalmente a disposizione degli insegnanti risorse e strumenti dedicati.
  • Focus differenziato per livello di istruzione: nell’educazione della prima infanzia, l’attenzione è rivolta al riconoscimento del pericolo, alla comprensione di semplici regole di sicurezza e alla protezione di sé attraverso routine quotidiane e attività ludiche. Nell’istruzione primaria, tali basi si sviluppano in competenze più pratiche e orientate all’azione, con una maggiore autonomia nella risposta alle emergenze.
  • Centralità delle competenze di protezione della vita: la maggior parte dei Paesi sottolinea abilità legate al riconoscimento delle diverse tipologie di rischio, all’adozione di comportamenti protettivi e allo sviluppo della resilienza in situazioni imprevedibili.
  • Formazione degli insegnanti disomogenea: nella maggior parte dei sistemi educativi europei, la preparazione alle emergenze non costituisce un requisito formale nella formazione iniziale degli insegnanti. Dove prevista, la formazione riguarda soprattutto le politiche di sicurezza nazionali e la risposta pratica alle emergenze.
  • Crescente attenzione politica: un numero crescente di Paesi integra l’educazione alla preparazione nei piani nazionali di resilienza, si allinea ai quadri di riferimento dell’UE e ricorre al sostegno finanziario e tecnico europeo.
  • Sviluppi futuri: circa metà dei sistemi educativi prevede di rafforzare ulteriormente l’educazione alla preparazione a livello nazionale, spesso attraverso un approccio scolastico integrato che coinvolga dirigenza, personale e studenti.

 Consulta il rapporto “Preparedness education in Europe – 2025” >>

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Cos’è Eurydice

Eurydice è la rete europea che raccoglie, aggiorna, analizza e diffonde informazioni sulle politiche, la struttura e l’organizzazione dei sistemi educativi europei. Nata nel 1980 su iniziativa della Commissione europea, la rete è composta da un’Unità europea con sede a Bruxelles e da varie Unità nazionali. Dal 1985, l’Indire è sede dell’Unità nazionale italiana.

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