sabato 14 febbraio 2026

MA IO VI DICO

 


Commento al vangelo 

della VI domenica

 del Tempo ordinario

 (Mt 5,17-37)



Mt 5,17-37

(In quel tempo Gesù disse:) "Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. 20Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. 21Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. 23Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. 25Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo! 27Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. 28Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. 29Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. 30E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. 31Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. 32Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. 33Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. 34Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. 36Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno.

 Commento di Giulio Michelini ofm

Siamo ancora nel contesto del c.d. discorso della montagna, il primo discorso di Gesù nel vangelo secondo Matteo. Dopo le Beatitudini, ecco che in questa domenica il Gesù del Primo vangelo enuncia alcuni principi generali (5,17-20), che reggono tutta questa parte. Come presupposto di quello che si leggerà si devono tenere presenti almeno due elementi fondamentali. Il primo: la Legge o, in ebraico, Torà, è il dono più grande che Dio abbia fatto ad Israele. Con esso è data la possibilità agli uomini e alle donne che si affidano a Lui di vivere nella giustizia, conformemente alla volontà di Dio. Da questo punto di vista, non vi è alcuna opposizione tra Legge Vangelo, e Gesù stesso può essere considerato come la Torà vivente. In questo senso, i toni che si possono trovare in alcune lettere di Paolo, come quella ai Galati, a riguardo della salvezza per le opere della Legge o per la fede, sono estranei al vangelo secondo Matteo, pensato per una comunità che non vuole staccarsi dal Giudaismo. Quello che Paolo dice va dunque visto in funzione dei lettori a cui si rivolge: pagani che, in quanto tali, non erano obbligati ad osservare la Legge, e quindi potevano entrare nell’alleanza con Dio attraverso la fede in Gesù Cristo. Il secondo elemento da tenere presente è che il Gesù di Matteo attualizza la Legge per renderne possibile la sua applicazione, e perché questa non rimanga lettera morta. Gesù, come vedremo subito, va al cuore della Legge, cogliendone gli elementi fondamentali che potrebbero sfuggire a chi la volesse osservare nella sua integrità.

Ai principi fondamentali di cui si è detto seguono sei casi concreti (sei esempi) di interpretazione della Torà (5,21-48), introdotti ogni volta da una citazione dal Primo Testamento («avete inteso che fu detto»), ripresa e commentata da Gesù («e io vi dico»). Noi evitiamo, con studiosi come Aaron M. Gale e altri ancora, a riguardo degli esempi presentati da Matteo in 5,21-48, di parlare di “antitesi”, e preferiamo l’idea di “attualizzazione” o, meglio, in senso ancora più tecnico, di “intensificazione” dei precetti, paragonabile a quelle previste nella Mishnà quando si deve “fare una siepe attorno alla Torà” (Mishnà, Avot 1,1). Il precetto deve essere custodito (protetto da una siepe), ma anche spiegato e arricchito (dalla Torà orale, quella che Gesù dà ora dal monte), perché sia vissuto da ogni generazione, tenendo conto dei cambiamenti. Per entrare in un caso semplice ma concreto: i rabbini avevano proibito anche solo di maneggiare alcuni utensili in giorno di sabato (divieto non presente nella Torà, che in verità si limita a poche proibizioni per questo comandamento), per evitare che attraverso di essi si compisse un lavoro.

Il caso dell’omicidio in 5,21-25 è, a riguardo, illuminante. Gesù ovviamente non nega il comandamento ricevuto (e dunque, è forse meglio tradurre «e ora io vi dico», piuttosto di «ma io vi dico» o «e invece io vi dico», che può creare fraintendimenti), ma per evitare una potenziale interpretazione riduttiva, ne intensifica il valore considerando omicidio ciò che, strettamente parlando nella norma del decalogo (Es 20,13 TM), non lo è. Se nella Legge si dice “semplicemente” di «non commettere volontariamente un omicidio», per Gesù l’omicidio è anche trattare male il prossimo.

La procedura esegetica che il Gesù di Matteo adotta è rabbinica, ma il contenuto di quanto dice non sempre è in accordo con i farisei, come si può vedere a proposito della discussione sul lavarsi le mani in 15,1-20 e di quella sul divorzio (vedi commento a 19,3-12).

Gesù, dunque, bisogna ripeterlo, non abolisce la Torà, ma propone una giustizia più radicale di quella di scribi e farisei (5,17-20). Gesù è venuto a confermare la Torà, nel senso che ne rivela il significato pieno che corrisponde all’intenzione del “legislatore” (Dio stesso), conformemente a quanto ci si aspettava dal Messia. Ma questo non esclude che Gesù confermi la Torà in quanto la osserva pienamente, rinnovandola e trasfigurandola: «Gesù, il Messia d’Israele, il più grande quindi nel regno dei cieli, aveva il dovere di osservare la Legge, praticandola nella sua integrità fin nei minimi precetti, secondo le sue stesse parole. Ed è anche il solo che l’abbia potuto fare perfettamente» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 578). La Torà viene riportata da Gesù alla sua finalità originaria, e gli esempi sui quali si esercita il Messia vogliono proprio mostrarne la possibilità: si veda quello visto sopra, col quale Gesù non intende in senso restrittivo l’omicidio, ma lo vede in ogni male fatto al fratello.

Se Gesù non contesta la Torà in sé, si deve piuttosto dire che l’evangelista Matteo è in polemica con alcune delle linee esegetiche rabbiniche a lui contemporanee, come si evincerà soprattutto dalle parole dure che Gesù rivolgerà ai farisei nel cap. ventitreesimo. Riprova ne è che per la questione sul divorzio, rispetto all’analogo racconto di Marco, Matteo farà intervenire Gesù nel campo dell’annoso dibattito sull’interpretazione di un testo del Deuteronomio, che al tempo divideva proprio i farisei. Ecco dunque il significato dei vv. da 18 a 20, in cui sono enunciati altri principi derivanti dal primo in Mt 5,17, e che si chiudono con l’indicazione su come i discepoli di Gesù dovranno interpretare la Torà, seguendo l’esempio del maestro: con un’ermeneutica che supera quella dei farisei e degli scribi – detentori, al tempo in cui Matteo scrive, dell’autorità sull’interpretazione – per evitare così i giudizi erronei in cui spesso questi incorrono (cfr. p. es. Mt 15,7; 22,18), e soprattutto per trovare e attuare il senso profondo della Parola di Dio.

La parte buona

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IL BLOCCO NAVALE

 


ESSERE CRISTIANI

 ED 

ESSERE UMANI



-di Giuseppe Savagnone 

 

Una svolta sull’immigrazione

È di questi giorni il varo, da parte del nostro governo, del disegno di legge in cui si prevede il «blocco navale» per impedire l’ingresso nelle nostre acque territoriali di imbarcazioni con a bordo migranti, segnando, a quanto afferma un quotidiano molto vicino al governo, una «svolta sull’immigrazioni». In un video la presidente del Consiglio, sfoggiando ancora una volta la grinta che tanto piace agli italiani, lo ha celebrato come un grande successo personale: «Abbiamo finalmente potuto mantenere un altro impegno che avevamo preso con i cittadini nel nostro programma di governo: per tutti quelli che dicevano che era impossibile voglio ricordare che niente è davvero impossibile per chi è determinato».

La premier non ha mancato di sottolineare il proprio ruolo centrale nella svolta della politica europea che ha reso legittima questa misura, da sempre esclusa in base a criteri umanitari che oggi, grazie a lei, sono stati finalmente superati: «È una opzione – ha detto – compatibile con le nuove regole europee, che l’Italia ha contribuito a formare, a dimostrazione che tutto il lavoro che abbiamo fatto finora sta imprimendo una svolta totale nella gestione del fenomeno in Europa».

Ma di che cosa esattamente si tratta? Lo spiega l’art. 10, dove si dice che «nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’interno». Costituiscono minaccia grave «il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale; la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini; le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale; gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza».

Se il disegno di legge sarà approvato, come è prevedibile, sarà possibile al governo impedire alle navi delle ONG che soccorrono i naufraghi – già penalizzate dalle norme che le costringono a non realizzare più di un salvataggio per volta e a  recarsi, per sbarcarli, in porti spesso molto lontani – di entrare nelle acque territoriali italiane. Più in generale, il blocco blinda le vie di accesso alle nostre coste, alzando una barriera insuperabile  di fronte a cui le imbarcazioni dei migranti saranno destinate  o al naufragio, o  al rientro nelle acque libiche e tunisine, dove i profughi saranno accolti dagli aguzzini e dai lager a cui speravano di essere scampati.

Una legge in contrasto col nostro ordinamento giuridico

Nei confronti delle nuove misure sono state sollevate obiezioni di carattere giuridico. Giorgia Meloni ha parlato di «una opzione compatibile con le nuove regole europee». Ma il passaggio in acque territoriali è materia regolata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), ratificata anche dall’Italia e quindi divenuta anche in Italia legge nazionale in virtù dell’art. 117 della Costituzione, che impone il rispetto «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Nemmeno le regole europee possono invalidare e sostituire queste norme.

Ora, la Convenzione suddetta elenca già tassativamente i casi in cui uno Stato può interdire l’ingresso nelle proprie acque: uso della forza, spionaggio, esercitazioni militari, traffici illegali di persone o merci, pesca o ricerca non autorizzate.  Uno Stato «non può aggiungere arbitrariamente nuove eccezioni, specialmente se violano l’obbligo di soccorso e la tutela dei diritti fondamentali», spiega Giuseppe Cataldi, ordinario di Diritto internazionale all’Università L’Orientale di Napoli e presidente dell’Associazione internazionale del diritto del mare, in una intervista al «Fatto quotidiano». Invece è proprio quello che fa il ddl del governo, che, alle fattispecie previste tassativamente, aggiunge arbitrariamente «pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie internazionali ed eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza».

Siamo dunque di fronte a una chiara violazione del diritto internazionale, il che non stupisce da parte di un governo che, nella persona della premier Meloni e del vice-premier, Salvini ha sempre sottolineato la sua stima incondizionata e la sua  piena sintonia  con quel Donald Trump per cui il diritto ormai coincide con la forza. E non è un caso che la parola magica, per giustificare questa misura come per tutta la politica interna ed estera del presidente degli Stati Uniti, sia la parola «sicurezza».

Il prezzo umano dei successi

Colpisce il fatto che a questa scelta – di decisiva importanza, secondo la nostra premier- i media e l’opinione pubblica abbiano dedicato assai meno attenzione che alla ripresa delle indagini per il delitto di Garlasco, avvenuto diciotto anni fa. Eppure qualche domanda essa dovrebbe sollevarla.

Una nasce spontanea ascoltando le parole di compiacimento che la nostra premier pronuncia esaltando i risultati della su apolitica migratori: «I numeri che abbiamo raggiunto in questi anni, -60% di sbarchi, +55% di rimpatri, ci incoraggiano a fare ancora meglio e vogliamo farlo».

Dove sono finite le persone che non sono più riuscite a sbarcare e quelle che abbiamo rimpatriato nei paesi da cui erano fuggite? Possibile che nessuno sembri chiederselo? Meloni sicuramente non lo fa. La sua viene presentata come una vittoriosa campagna contro dei delinquenti. In realtà, coloro di cui si parla, contrariamente a quanto ci è stato ripetuto continuamente, sono esseri umani fuggiti dal loro mondo di povertà e di violenza per cercare da noi, col nostro aiuto, una vita migliore.

Se sono fuori-legge, lo sono solo nel senso che le leggi xenofobe fatte da questo governo e a quelli precedenti – per lo più sotto l’impulso della Lega, quasi sempre al potere negli anni bui di questa Seconda Repubblica – hanno impedito loro di giungere legalmente nel nostro paese, costringendoli a spendere i loro poveri risparmi e a rischiare le loro vite per fare clandestinamente un viaggio che i ricchi stranieri fanno in aereo, con tanto di passaporto.

Per questo hanno lasciato le loro case, il loro lavoro, le loro relazioni umane, avventurandosi in luoghi inospitali, attraversando deserti in balìa di trafficanti di esseri umani che li trattavano come bestie, e sono arrivati sulle coste del Mediterraneo, in Libia e in Tunisia, da dove speravano di partire per l’Italia.

Ma i nostri governi – il primo è stato quello di “sinistra” presieduto dall’on. Gentiloni, sotto la gestione del ministro Minniti, ma poi ha continuato  quello attuale – hanno fatto accordi con i leader libici e con il presidente-dittatore tunisino che, in cambio di lauti finanziamenti, si sono impegnati a impedire le partenze e hanno bloccato  coloro che arrivavano dalle più vare regioni dell’Africa in campi di detenzione che tutti gli osservatori internazionali descrivono come veri e propri lager. Ecco spiegata  la diminuzione delle partenze.

Malgrado queste restrizioni violente, a un certo numero di persone è stato concesso di partire, in cambio di soldi o, per le donne, di prestazioni sessuali, ma sono stati stipate su barconi fatiscenti e abbandonate in mezzo al Mediterraneo,  esposti alle condizioni metereologiche avverse e a rischio continuo di naufragio.

E proprio da questi naufragi cercavano di salvarli le navi delle Ong, riscendoci sempre di meno per le misure con cui   il nostro governo ha  sistematicamente ostacolato la loro opera. Così molti non sono arrivati mai in Italia semplicemente perché sono affogati.  Leggiamo su «Avvenire» che solo a gennaio almeno 375 migranti sono stati dichiarati morti o dispersi a seguito di molteplici naufragi “invisibili” nel Mediterraneo centrale, in condizioni meteorologiche estreme, con centinaia di altre morti che si ritiene non siano state registrate.   

Ma è davvero per il bene dell’Italia?

È per il bene dell’Italia, dicono molti. Altrimenti la nostra economia tracollerebbe. Tanto è vero che anche gli altri paesi europei stanno adottando la linea Meloni. A smentire questa tesi, però, c’è l’esempio della Spagna, la cui crescita economica è attualmente la più elevata d’Europa – più del doppio della media europea – proprio grazie, dicono gli osservatori, ai migranti. Proprio in questi giorni ha fatto scalpore la notizia che in Spagna sono stati regolarizzati 500.000 migranti.

Perché il governo spagnolo ha seguito una politica opposta alla nostra, considerando gli immigrati una risorsa. Così nel 2025 il Pil spagnolo è cresciuto del 2,9%., mentre quello italiano dello 0,4%.

Certo, questo implica una vera accoglienza, non quella che in Italia facciamo chiudendo nei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) quelli che riescono ad arrivare e ostacolando in ogni modo la loro integrazione, col risultato di inchiodarli alla loro condizione di emarginati. Il governo spagnolo si è impegnato a mettere questi stranieri in condizione di inserirsi nel sistema produttivo, ovviando così alla crisi demografica che travaglia l’Europa e mettendo così al sicuro il sistema pensionistico. A differenza dell’Italia, dove gli imprenditori chiedono più mano d’opera e molti economisti italiani seri denunziano l’impossibilità dell’Inps di continuare  a pagare le pensioni agli anziani, a causa della riduzione dei contributi dei giovani.

La divaricazione tra la Chiesa e il nostro governo

Ma c’è anche un altro aspetto della questione migranti, che il disegno di legge sul blocco navale solleva. Lo ha messo in luce papa Leone XIV, ai primi dello scorso ottobre, in un’omelia in pazza San Pietro. «Penso ai fratelli migranti, che hanno dovuto abbandonare la loro terra, spesso lasciando i loro cari, attraversando le notti della paura e della solitudine, vivendo sulla propria pelle la discriminazione e la violenza», ha detto il Papa all’inizio dell’omelia. E ha continuato: «Quelle barche che sperano di avvistare un porto sicuro e quegli occhi carichi di angoscia e speranza non possono e non devono trovare la freddezza dell’indifferenza o lo stigma della discriminazione!».

Paradossalmente il laicista governo socialista di Sanchez sta facendo una politica migratoria molto più conforme allo spirito del vangelo e alla visione  della Chiesa che non la nostra premier Meloni, che ha sempre dichiarato di ispirarsi all’insegnamento dei papi e il nostro vicepremier Salvini, che fino a poco tempo fa esibiva nei suoi discorsi la Bibbia e il rosario.

La divaricazione tra il nostro governo e la posizione di papa Leone – in perfetta continuità con i suoi predecessori – è evidenziata da un altro discorso del pontefice, alla fine dello stesso mese di ottobre, dove affronta esplicitamente, tra l’altro, il tema cruciale della sicurezza. «Gli Stati, ha detto il pontefice, hanno il diritto e il dovere di proteggere i propri confini, ma ciò dovrebbe essere bilanciato dall’obbligo morale di fornire rifugio. Con l’abuso dei migranti vulnerabili, non assistiamo al legittimo esercizio della sovranità nazionale, ma piuttosto a gravi crimini commessi o tollerati dallo Stato. Si stanno adottando misure sempre più disumane – persino politicamente celebrate – per trattare questi “indesiderabili” come se fossero spazzatura e non esseri umani».

In un mondo occidentale che – negli Stati Uniti con Trump, in Europa e in Italia con la linea Meloni – sembra aver perduto di vista il senso della dignità delle persone, la Chiesa cattolica sembra essere rimasto oggi l’ultimo punto di riferimento per la salvaguardia di ciò che significa essere non solo cristiani, ma anche semplicemente umani.

www.tuttavia.eu

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LA QUARESIMA TEMPO DI CONVERSIONE


ASCOLTARE 

DIGIUNARE


Messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026


 Il messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026, dal titolo “Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione”, è stato pubblicato venerdì 13 febbraio dall'Ufficio Stampa della Santa Sede.

Nel suo messaggio, il Santo Padre spiega che “la Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita”, per cui “l'itinerario quaresimale diventa un'occasione propizia per prestare l'orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme”.  In questa Quaresima, Papa Leone XIV ci invita innanzitutto a chiedere «la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi», ed a poter «lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui».

“Le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune”, sottolinea il Santo Padre.

Inoltre, il Papa ha incoraggiato a chiedere «la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro».

 “Impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”, ha scritto.

 Ascolto e digiuno

Allo stesso modo, il Santo Padre ha sottolineato l'importanza di dare spazio “alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro”.

Mentre, riferendosi al digiuno, il Papa ha spiegato che "costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio” per cui è importante "mantenere vigile la fame e la sete di giustizia… istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”.

 Disarmare il linguaggio

Infine, il Santo Padre invita in questa Quaresima a "disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie”.

“Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”, ha incoraggiato.

Messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026



PADRI E DESPOTI

 

SI AFFERMANO LEADER ORDALICI

 In regioni del mondo e in contesti culturali diversi si affermano leader ordalici che rigettano il primato della parola per affermare un potere arcaico avverso a ogni forma di mediazione simbolica.

-di Massimo Recalcati 

Il nostro tempo sperimenta il declino della funzione simbolica del padre. Gli effetti di questo declino non investono solo il discorso educativo e le figure genitoriali sempre più in crisi nell’esercizio dei loro compiti, ma riguardano più profondamente la natura stessa dei legami sociali. 

La dissoluzione dei valori consolidati della tradizione non ha generato una vita collettiva più solidale, ma un disorientamento di fondo che ha promosso una tendenza regressiva al recupero nostalgico di quegli stessi valori. Si tratta di una spinta pulsionale conservatrice che attraversa non solo l’Occidente, ma l’intero pianeta. Esposto a un vuoto simbolico che non sa abitare, il soggetto contemporaneo è animato dalla tentazione a recuperare una versione assolutista dell’autorità del padre. Invece di provare a praticare un’altra forma della paternità, diversa da quella patriarcale – che, almeno in Occidente, sarebbe in via di estinzione –, il nostro tempo manifesta un’inclinazione paradossale al suo rimpianto nostalgico. 

Mentre la funzione simbolica del padre evapora rivelando un suo fatale indebolimento, sulla scena politica contemporanea si affermano figure di padri che esibiscono senza veli la loro onnipotenza, come a voler oscurare quell’inevitabile indebolimento. Quello che ritorna non è la figura simbolica del padre come fondamento del patto sociale e come luogo di trasmissione della Legge della parola, che è la sola Legge che rende possibile una convivenza civile, ma una sua caricatura oscena, ovvero quella rappresentata dal padre ordalico descritto originariamente da Darwin e da Freud

Qual è la natura più essenziale di questa versione solo perversa del padre? Non si tratta di un padre che separa il godimento dalla Legge attribuendo un senso all’esperienza del limite e del non-tutto, ma di un Padre-Orangotango che sottomette la Legge stessa al proprio smisurato godimento. È, se si vuole, la forma contemporanea che ha assunto il ritorno della versione più autoritaria e più patologica del patriarcato: l’autorità paterna, anziché essere simbolo della Legge della parola, si impone contro quella Legge. Essa vorrebbe svincolarsi dalla Legge degli uomini facendo del proprio arbitrio la sola forma possibile della Legge. Da Putin a Trump, da Netanyahu a Khamenei, da Erdogan a Kim Jong- un, in regioni del mondo e in contesti culturali estremamente diversi, si affermano padri ordalici che rigettano il primato della politica come primato della parola per affermare un potere arcaico avverso a ogni forma di mediazione simbolica. I padri ordalici non parlano ma comandano; non interpretano la Legge, ma la piegano alla propria persona; non rappresentano il limite, ma lo violano sistematicamente nel nome di una sovranità che vuole imporsi come assoluta. La loro forza non deriva dalla Legge della parola, ma dalla loro adesione alle pulsioni più primitive e prepolitiche delle masse, dalla fascinazione per un potere che promette protezione in cambio di sottomissione. 

La crisi contemporanea della democrazia è in gran parte determinata dal ritorno spettrale del fantasma del padre dell’orda che Darwin, ripreso da Freud, situava come matrice originaria del legame sociale. 

Nel suo racconto, le prime forme di aggregazione umana sarebbero state caratterizzate dalla presenza di un capobranco che imponeva la propria forza sui figli e sulle figlie, asserviti a un godimento incestuoso elevato al rango della sola versione possibile della Legge. Non a caso, nella rilettura freudiana di questo mito, la nascita del patto sociale e la costituzione di una possibile comunità scaturivano solo dalla morte per assassinio del padre dell’orda, provocata dai fratelli e dalle sorelle riunitisi contro il padre-tiranno. Solo se il padre-orangotango viene destituito, infatti, può esistere una Legge in grado di limitare la spinta incestuosa al dominio e al godimento del tutto. Nel nostro tempo sembra invece accadere proprio il contrario: il ritorno del padre onnipotente dell’orda porta con sé il rischio della morte del patto sociale. Si tratta di un nuovo autoritarismo che in Occidente non è affatto un residuo arcaico che resiste all’ipermodernità, ma è, al contrario, un prodotto osceno interno alla crisi dell’ipermodernità stessa. Il padre ordalico emerge come risposta regressiva all’angoscia generata dall’evaporazione del padre simbolico. 

Un caso emblematico attuale è l’uso trumpiano delle milizie dell’ICE per contrastare il fenomeno dell’immigrazione, oppure l’irridente e spettacolare degradazione dei suoi avversari politici, ridotti a figure subumane – come è già avvenuto con Biden o, più recentemente, con i coniugi Obama. 

Il ritorno di questi padri despoti che sostituiscono al Diritto la forza, o meglio, come accadeva nell’orda primitiva descritta da Darwin e da Freud, che scambiano la propria forza con quella del Diritto, anziché restaurare la vecchia autorità simbolica del padre ne segnalano la perdita più totale, il fallimento ultimativo di quella funzione. Non siamo infatti di fronte a un ritorno della Legge simbolica della parola, ma piuttosto alla sua tendenziale sospensione nel nome, appunto, della forza scambiata per il solo Diritto che conta. I padri ordalici non rafforzano la democrazia ma la escludono per principio (come accade, per esempio, nel regime religioso di Khamenei o in quello militare-poliziesco di Putin), oppure la corrodono dall’interno (come nell’azione politica di Trump o di Netanyahu). La loro forza deriva dal vuoto politico che occupano: là dove il padre simbolico è stato disattivato, il padre ordalico si presenta come una soluzione immaginaria all’angoscia e al disorientamento collettivo.

La Repubblica

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giovedì 12 febbraio 2026

UN CLIC ALLA VOLTA

 

Così i social stanno sabotando

 la democrazia, 

un clic alla volta


di Leonardo Becchetti

Il modo più efficace per catturare attenzione è far litigare le persone, così gli algoritmi premiano chi litiga. Per questo dobbiamo regolamentare e rendere trasparenti le formule delle piattaforme digitali

C’è una cosa che dobbiamo fare, se vogliamo salvare la democrazia. E dobbiamo farla subito: regolamentare e rendere trasparenti gli algoritmi delle piattaforme digitali. Le agorà digitali sono diventate un luogo centrale nell’interazione e dello scambio tra esseri umani. Da anni molti di noi sperimentano, quasi “a pelle”, che il terreno di gioco è truccato. Ma fino a oggi mancavano prove chiare. Il caso emblematico è Twitter, oggi X. Chi lo frequenta sa bene che un messaggio carico di rabbia, livore o attacco personale ottiene molto più seguito – like, commenti, repost – di una riflessione pacata che invita alla concordia e all’incontro tra le parti. Perché succede? La logica economica è semplice. I proprietari della piattaforma puntano al massimo profitto, che dipende dalla capacità di catturare l’attenzione. Più attenzione significa più tempo speso online, più contatti, maggiori entrate pubblicitarie. E il modo più efficace per catturare attenzione è far litigare le persone. È un vecchio trucco già visto nei talk show televisivi, dove lo scontro era messo in scena alla luce del sole. Negli algoritmi, invece, tutto è più subdolo. C’è qualcuno – o meglio qualcosa – che decide se il tuo post va in “prima pagina”, viene messo nel dimenticatoio o invece fatto leggere come primo post a chi già sappiamo reagirà con rabbia perché di idee opposte. E ci sono infinite strade per manipolare i consensi premiando chi semina zizzania, livore e conflitto.

Oggi sappiamo ancora meglio come questo esattamente accade. Il proprietario di X ha reso nota la formula che valuta i post in base alla loro capacità di generare engagement, cioè coinvolgimento. Apparentemente è un criterio neutro: si mostra ciò che “interessa”. Ma quando la metrica principale diventa la quantità di interazioni, i contenuti polarizzanti e aggressivi vengono premiati, perché generano reazioni più immediate e intense. Non è necessario che la piattaforma “voglia” esplicitamente più rabbia: è sufficiente che premi l’engagement, perché la rabbia è una delle forme più efficienti di cattura dell’attenzione. I modi in cui questo avvelena la democrazia sono almeno due. Primo: i violenti e gli arrabbiati prevalgono su chi vuole promuovere dialogo, riflessione e conciliazione. Secondo: le persone alla ricerca di consenso, progressivamente, si trasformano. Si accorgono che la rabbia “funziona” e finiscono per adottarla.

Un algoritmo che amplifica sistematicamente contenuti aggressivi e penalizza quelli dialogici entra in conflitto con principi costituzionali fondamentali. Richiama l’art. 21, perché la libertà di espressione non è solo “poter parlare”, ma anche poter partecipare a un dibattito pubblico non strutturalmente distorto da meccanismi opachi di visibilità. Interroga l’art. 3, perché crea una disuguaglianza di fatto nell’accesso alla sfera pubblica premiando chi urla e marginalizzando chi argomenta.

 Tocca l’art. 2, perché un ambiente progettato per incentivare ostilità e disprezzo erode solidarietà e legami sociali. Riguarda l’art. 1, perché la sovranità popolare richiede cittadini informati e un’opinione pubblica non manipolata. Infine chiama in causa l’art. 41, perché l’iniziativa economica privata non può svolgersi contro dignità umana e utilità sociale, fondando così un dovere pubblico di regolazione e trasparenza.

 I social sono uno strumento straordinario (lo Speaker’s Corner globale) e non dobbiamo gettare il bambino con l’acqua sporca. Ma l’epoca del Far west deve finire. Piattaforme più sane – dove la discussione non sia sistematicamente premiata quando diventa insulto e disprezzo – devono diventare la regola e non l’eccezione.

Qualcosa si muove. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha annunciato un pacchetto di misure che va nella direzione giusta: obbligo di trasparenza e pubblicazione degli algoritmi, responsabilità legale dei dirigenti, nuovi reati per la manipolazione algoritmica e l’amplificazione di contenuti illegali, sistemi di monitoraggio dell’odio e della polarizzazione, e un rafforzamento serio della verifica dell’età per proteggere i minori. E, aggiungiamo noi, identità di chi scrive e interventi severi di antitrust che eliminano le barriere all’entrata di quasi monopoli creando una concorrenza tra più piattaforme su basi eguali. Nel mondo occidentale i reiterati appelli al liberalismo, alla concorrenza e al mercato stranamente si fanno silenti quando i nodi da affrontare sono più importanti e su terreni delicati come questo. 

La trasparenza degli algoritmi e l’eventuale intervento in caso di incostituzionalità è fondamentale, beninteso, non per eliminare il confronto anche aspro ed accesso tra idee diverse nella nostra vita sociale. Il punto è che contrasto franco di idee, da una parte, e tentativi di trovare punti d’incontro e di promuovere armonia e concordia, dall’altra, devono poter gareggiare ad armi pari. Se al contrario l’algoritmo diventa una macchina che premia sistematicamente inimicizie, discordia, divisioni, fazioni, allora la politica e le istituzioni hanno il dovere di intervenire. 

Perché la democrazia non è solo voto: è relazione, fiducia, capacità di riconoscere l’altro come persona. E nessuna società può restare libera a lungo se l’arena pubblica viene progettata per renderci ogni giorno un po’ più arrabbiati.

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ADDIO A DARIO ANTISERI

Addio a Dario Antiseri, viandante nella filosofia e nella vita 

Viandante 

nella 

filosofia 

e nella vita




È morto stanotte all'età di 86 anni nella sua abitazione di Cesi di Terni, dopo una lunga malattia

di Flavio Felice

 

Dario Antiseri è stato e sarà ricordato come un grande filosofo, uno studioso che ha interpretato la professione accademica, senza ritrarsi nella “torre eburnea”, irraggiungibile e incomprensibile ai più. Antiseri ha rappresentato nel migliore dei modi la figura del filosofo dei nostri tempi: tanto colto quanto disponibile a incontrare le istanze della contemporaneità, a discutere con tutti, a cominciare dai giovani studenti che incontrava in aula; ed è proprio su questo aspetto della sua vita di studioso che vorrei incentrare il mio ricordo.

Basta chiedere ad uno qualsiasi delle migliaia di studenti che hanno seguito i corsi di Antiseri, nelle diverse sedi accademiche dove ha insegnato, per rendersi immediatamente conto di quanto abbia donato, in termini di eredità culturale, a numerose generazioni di giovani.

Antiseri era nato a Foligno il 9 gennaio del 1940, si era laureato in filosofia nel 1963, presso l’Università di Perugia, e si era specializzato in diverse università europee in logica matematica, epistemologia e filosofia del linguaggio. Ha assunto la libera docenza nel 1968 e ha insegnato dapprima a La Sapienza di Roma e, in seguito, all’Università di Siena. Dal 1975 al 1986 è stato professore ordinario di Filosofia del linguaggio presso l’Università di Padova e dal 1986 al 2009 è stato ordinario di Metodologia delle scienze sociali presso la Luiss di Roma dove ha ricoperto la carica di preside della Facoltà di Scienze Politiche dal 1994 al 1998. Tra le tante onorificenze, vorrei ricordare la laurea honoris causa conferita nel 2002 dall’Università di Mosca, insieme all’amico e collega Giovanni Reale, con il quale ha scritto uno dei manuali di filosofia più studiati nelle scuole e nelle università di tutto il mondo.

Incontrare il prof. Antiseri significava iniziare un viaggio non solo nei suoi studi ma anche un po’ nella sua vita, perché davvero Antiseri ha dedicato la sua vita allo studio e ai suoi studenti. In breve, era come entrare in una galleria di autori e di problemi filosofici che non potevano lasciare indifferenti; si iniziava la discussione con alcune certezze e se ne usciva sicuramente cambiati, magari continuando a non essere d’accordo con lui, ma di certo diversi, più ricchi, perché con più dubbi e con più domande. Il metodo di lavoro di Antiseri era un metodo radicalmente critico, i problemi che studiava e sui quali ci interpellava, introducendoci in una interminabile galleria di autori, venivano strapazzati nel profondo, spremuti fino all’osso, al punto che le discussioni con Antiseri spesso assumevano i contorni della disputa più accesa per amore della ricerca della verità. 

Lo sanno tutti i suoi studenti e tutti i colleghi che hanno avuto la fortuna di dialogare con lui: Antiseri amava la discussione critica e la praticava in ogni momento, era un filosofo integrale, non amava compiacere l’interlocutore e non voleva essere compiaciuto, preferiva le domande alle risposte e non sopportava coloro che si vantano della loro verità, spacciandola per la “Verità”.

Gli studenti capivano subito di che pasta fosse fatto il loro professore e, al di là delle personali convinzioni politiche e religiose, morali ed esistenziali, coglievano immediatamente nelle sue parole e nei suoi occhi, che talvolta dicevano più delle sue stesse parole, i connotati di un uomo sincero che li avrebbe aiutati a crescere, a diventare adulti, donne e uomini liberi, capaci di praticare la virtù della critica, indisponibili all’adulazione e all’accettazione passiva delle idee e degli interessi altrui; ma Antiseri era anche un raffinato don Chisciotte e, in nome della giustizia, non tollerava gli intolleranti e i prepotenti, in politica come nell’accademia.

Questo metodo fa di Antiseri un alfiere della “società aperta”, di quella speciale interpretazione dei rapporti tra persone ed istituzioni che il filosofo ha contribuito a far conoscere in Italia, dopo averla appresa e studiata direttamente da Karl Popper. Proprio ad Antiseri, al suo amore per la libertà, per la scienza, per la mente critica, nonché alla sua caparbietà che si è spinta fino al contrasto con una parte significativa e dominante della scena filosofica e culturale italiana, dobbiamo la pubblicazione nel nostro paese di un caposaldo della cultura politica liberale come La società aperta e i suoi nemici di Popper, tradotta dallo stesso Antiseri e pubblicata per i tipi di Armando nel 1973.

Non era facile in quegli anni, dominati in gran parte da una cultura marxista intollerante, chiusa alle istanze provenienti dalla cultura liberale, introdurre la filosofia politica di un epistemologo come Popper, il quale presentava Platone, Hegel e Marx come i profeti della “società chiusa”, dunque, nemici dichiarati della “società aperta”; la caparbietà di Antiseri ha consentito a generazioni di giovani studenti di poter leggere un autore letteralmente messo al bando da una parte significativa della cultura dominante del nostro paese.

Con la diffusione dell’opera di Popper, sia come epistemologo sia come filosofo politico, ad Antiseri dobbiamo l’elaborazione della teoria unificata del metodo e la diffusione nel dibattito culturale italiano di autori come Friedrich von Hayek, Ludvig von Mises, Wilhelm Röpke e di tutta una schiera di economisti, politologi e filosofi riconducibile alla cosiddetta Scuola Austriaca e all’Economia sociale di mercato. Grazie ad Antiseri hanno fatto il loro ingresso sulla scena accademica gli americani Michael Novak, Leonard Liggio, Alejandro Chafuen e tantissimi altri intellettuali, la cui opera ha profondamente rinnovato la discussione filosofica e sociale nel nostro paese.

Infine, poche righe per dire chi è stato Antiseri per il sottoscritto. Dico soltanto che mi ha accolto come un vero maestro accoglie un aspirante discepolo, mi ha guidato nelle letture, mi ha fatto scoprire la grandezza teorica di Luigi Sturzo, mi ha spronato a scrivere, mi ha corretto incessantemente e non ha mai smesso di rispettare la mia autonomia di studioso. Antiseri mi ha introdotto nella sua splendida comunità di amici, una comunità non solo accademica ma soprattutto umana, fatta di persone di diversi orientamenti politici e religiosi, accomunate dalla sensibilità del maestro per la ricerca infinita della verità e per la cura di ciascuna persona.

Antiseri era anche un uomo di fede: amava sinceramente la Chiesa e nutriva una profonda passione per Cristo. Al termine del suo cammino terreno, credo lo si debba ricordare con le parole di San Paolo a Timoteo che lui spesso citava: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede».

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BAMBINI E PORNOGRAFIA

Pornografia, il pedagogista Zanniello: «Ecco pericoli ed effetti negativi sui bambini» 1 

Pornografia, il pedagogista Zanniello: 

«Ecco i pericoli 

ed effetti negativi sui bambini»


Quando si parla di effetti negativi della pornografia, il principio più corretto dovrebbe essere sempre quello di dare il giusto peso al ruolo di tutti i soggetti coinvolti: ragazzi, genitori, scuola, mezzi di comunicazione. Un pedagogista che ha approfondito il tema è Giuseppe Zanniello, professore ordinario di Didattica e Pedagogia all’Università di Palermo. A colloquio con Pro Vita & Famiglia, Zanniello ha posto in evidenza, in primo luogo, la responsabilità delle famiglie, le quali dovrebbero evitare di scaricare tale delicato compito sulla scuola.

 Professor Zanniello, le percentuali dei minori che fanno uso di pornografia online sono alte e preoccupanti. Possibile che le famiglie siano così assenti? Tendono a sottovalutare il problema o, piuttosto, lo ignorano totalmente?

«I genitori, generalmente, non percepiscono il problema. Controllare i propri figli è praticamente impossibile, perché a dodici anni, i bambini hanno già imparato a superare tutti i filtri. E gli effetti negativi della pornografia, dall’impotenza all’aggressività contro l’altro sesso, sono tanti, sia sul piano affettivo-relazionale, che intellettivo. Diversamente, se si vuole demandare tutto alla scuola, come suggerisce il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, i problemi aumentano perché devi fare i conti con persone molto diverse tra loro, con ragazzi dalla varia sensibilità.

Secondo studi pubblicati, tra gli altri, dal Corriere della Serail 30% dei bambini accede alla pornografia online, mentre in Italia lo fanno il 44% dei ragazzi e il 5% delle ragazze tra i 13 e i 17 anni. Una vera e propria droga da cui adulti e bambini dovrebbero disintossicarsi. Una droga da cui ci guadagna chi la mette in rete. È vero che l’accesso è libero ma la pubblicità paga in misura proporzionale ai clic per ogni video. Sono entrate economiche incredibili».

Qual è l’effetto negativo più evidente della pornografia sulla psiche di giovani?

«Quando ci esponiamo in modo continuativo a contenuti di questo genere, la prima cosa che emerge è una sorta di “densibilizzazione”, ossia una perdita di interesse verso altri piaceri. Poi si riduce la capacità di controllare i desideri. Viene il sospetto che questo possa essere anche un metodo per stordire i giovani e far fare loro quello che si vuole, mortificandone la capacità critica e di ragionamento. Queste immagini entrano nella mente, vengono imposte e loro si abituano. Secondo un altro studio, poi, il 16% degli studenti liceali consumava pornografia più di una volta a settimana e aveva sperimentato un calo del desiderio sessuale, contro lo zero per cento dei ragazzi che non ne facevano uso. Dobbiamo sviluppare nei giovani una capacità di scelta libera, trasmettendo loro informazioni libere e non fittizie sulle conseguenze di quell’abitudine, a breve e a lungo termine. I giovani non hanno esperienza ma anche i genitori stessi vanno informati su quali effetti porta nella testa, nel cuore, nelle relazioni personali, l’essere esposti per molti anni a questo tipo di immagini. In particolare, i maschi – che, com’è noto, fruiscono della pornografia molto più delle femmine – finiscono per vedere il corpo femminile solo come strumento di piacere. Da qui fenomeni come il sexting, ovvero la richiesta di immagini intime, che peraltro è un reato e ha provocato il suicidio di molte ragazze, coinvolte in questi casi. Qualche mese fa, all’Università di Palermo, abbiamo fatto un convegno con il capo della Polizia Postale in Sicilia, che mise in guardia gli studenti dal mettere in giro le proprie immagini, dicendo: “State attenti, potrebbero essere utilizzate per scopi pornografici”».

Per i genitori, invece, qual è la miglior forma di prevenzione?

«L’intento dev’essere quello di educare alla libertà e alla responsabilità già da piccoli. È importante controllare i cellulari. Troppo presto regalarli in terza elementare, quanto più tardi si mettono in mano ai bambini, meglio è. Gli stessi genitori, senza scandalizzarsi, devono far ragionare i figli: guarda, se tu fai uso di pornografia, ti si abbasserà il desiderio sessuale, sarai esposto a commettere violenze, a guardare la donna con occhio torbido. Una cosa è l’affetto, altra è il puro e semplice piacere sensibile. Il tema non riguarda solo sessualità ma anche l’affettività, che non può essere delegata all’insegnamento scolastico. Non si diventa automaticamente capaci di educare nel momento in cui si è genitori. Spesso un genitore si fida particolarmente di genitori più esperti di lui. Non è necessario fare trattati, bastano anche due pagine di informazioni molto precise e puntuali. Trovo molto chiari e comprensibili, in questo senso, articoli come quelli di Alessandro D’Avenia o i corsi a cura di Saverio Sgroi, che hanno aperto gli occhi a molti genitori. Sgroi dice ai genitori: vincete la paura, parlate di queste cose con i vostri figli. Mi chiedo, però, come mai non si sia mai parlato di alcuna proposta di legge per bloccare la diffusione della pornografia in rete. Invece di perdere tempo con i 33 casi annuali di persone che disturbano gli omosessuali, andiamo a vedere i milioni di giovani che, ogni anno finiscono avvelenati dalla droga della pornografia, che impedisce la crescita di vere relazioni umane, che non siano improntate a un piacere egoistico ma alla costruzione di un vero progetto di vita».

Abbiamo finora parlato dei minori. Quali sono, invece, le conseguenze più serie della pornografia tra gli adulti e, in particolare, tra i genitori?

«Ci sono padri, addirittura nonni, che fanno uso di pornografia. Abbiamo già messo in risalto quanto questa pratica crei dipendenza: ora, tra gli adulti, la maggiore disponibilità di denaro apre le porte alla pornografia a pagamento, alle chat e a un degrado morale che non finisce più. Qualche volta mi è capitato dal barbiere o dal meccanico di vedere affissi calendari erotici. Li ho sempre apostrofati ironicamente con frasi del tipo: “Che bella donna, è tua moglie (o tua figlia)?”. Bisogna anche un po’ scuotere le coscienze…».

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