sabato 13 giugno 2026

LO SGUARDO DI GESU'


 Lo sguardo intelligente 

e commosso di Gesù

 è il paradigma 

della missione ecclesiale


Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola nella XI domenica del tempo ordinario (anno A)

Es 19,2-6a; Sal 99/100; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8

L’odierna pagina evangelica ci consegna il paradigma della missione ecclesiale. Il quale sembrerebbe impersonato dagli apostoli scelti e inviati per primi da Gesù ad annunciare la venuta del Regno di Dio. Da tutti loro, nessuno escluso: anche da «Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì».

Tramandare

È interessante, a tal proposito, notare la voce verbale usata dall’evangelista Matteo per dire che Giuda fu il traditore del suo Maestro: ho paradoùs autón, da paradoûnai, che vuol dire “trasmettere” e “tramandare” prima ancora che “tradire”. Del resto “tradire” equivale a fare una trasmissione distorta, non attendibile, di un insegnamento. Giuda tradì il suo Maestro non solo in quanto lo consegnò ai suoi uccisori (e nel greco neotestamentario pure “consegnare” è reso solitamente con paradoûnai) ma anche e soprattutto perché non ne comprese il messaggio e ne fraintese la missione messianica, presumendo probabilmente che Gesù avrebbe dovuto esercitare una leadership politica e persino militare, per guidare Israele alla riscossa contro i romani e i loro fiancheggiatori. Giuda non aveva capito la vera natura del Regno celeste e, di conseguenza, aveva fallito la missione – condivisa con gli altri apostoli – di predicarne l’avvento. Era stato un discepolo mediocre, non aveva ben appreso l’insegnamento del Maestro.

Gli inviati

Per compiere la missione ricevuta da Gesù, i suoi «apostoli» – da lui inviati, giacché questo significa letteralmente il termine apostoli – sono innanzitutto invitati a stare – come suoi «discepoli» – con il Maestro, a impararne la lezione, a lasciarsi avvincere dalla sua autorevolezza (nei vangeli si legge sempre exousía), a partecipare del suo potere (qui proprio exousía) di contrastare il Maligno e il male con cui gli «spiriti impuri» hanno contagiato il mondo. I discepoli sono chiamati, in particolare, ad assimilare il suo esemplare dedicarsi alle altrui debolezze, quelle fisiche non meno di quelle morali: «Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità».

Il rapporto che Gesù instaura con i suoi discepoli li prepara a essere apostoli, a svolgere la missione. Difatti, quello in cui il Maestro li coinvolge, non è un rapporto elitario, men che meno settario. Non è una relazione chiusa dentro la cerchia di coloro che sono stati scelti. È, piuttosto, aperta, estroversa, tesa giustappunto a tradursi in missione, a proiettarsi sulle strade, a perlustrare la realtà tutt’attorno, penetrandone ogni piega e ogni piaga.

In cammino

Gesù stesso sta continuamente in cammino, attraversa i villaggi e le città. Entra nelle case, si sofferma nelle sinagoghe e si concentra sui rotoli biblici che di volta in volta commenta, ma pure parla nelle piazze e slarga la vista sulle folle, percependone le preoccupazioni e intuendone le necessità, sentendo per questo «compassione» per le persone che va incontrando. Rivolge a tutti uno sguardo capace di oltrepassare le apparenze esteriori («idṑn», annota l’evangelista, usando una forma verbale che proviene da «horáō»: potremmo tradurlo come vedere oltre, guardando dentro): i suoi occhi scrutano e interpretano, scandagliano la realtà nel suo aspetto deteriorato e la ripensano per come dovrebbe davvero essere.

 Questa è la lezione di vita che Gesù propone ai suoi discepoli. Non è costituita soltanto da massime di cui un giorno ricordarsi. È un insegnamento vissuto più che impartito: ricco anche di gesti. Spesso, anzi, costituito da gesti non eclatanti, discreti, quasi impercettibili. È un insegnamento fatto di attenzione nei confronti di tutti: l’attenzione dello sguardo intelligente e dell’intima commozione. Per questo è un insegnamento difficile da apprendere. Per i discepoli, che si preparano a essere apostoli, si tratta d’imparare il modo di guardare di Gesù e, cosa ancor più straordinaria, di sperimentare il suo modo di commuoversi.

La missione

La missione, dunque, muove dalla persona di Gesù, dalla sua interiorità (splánchna nel contesto di questa pagina evangelica), dal suo cuore e dalla sua mente. Il vero paradigma della missione apostolica è impersonato da Gesù, prima e più che dagli apostoli. Per portare a termine la missione loro affidata dal Maestro, gli apostoli devono assomigliargli, facendo proprie queste sue singolari attitudini relazionali. Rispondere al suo appello non significa entrare nella sua corte e men che meno formare una sua coorte. Gesù non vuole un partito. Neppure un esercito. Al limite, nemmeno un seguito di alcun genere. Non trattiene presso di sé coloro che chiama. Vuole semmai compagni di strada, disposti a fare assieme a lui il suo stesso cammino lungo le vie del mondo. Per poi mandarli in ogni direzione, a due a due nel suo nome. Sarà lui a garantire loro la sua compagnia, poiché egli sarà sempre dove essi staranno – pregheranno e opereranno – uniti nel suo nome. Così potranno predicare – senza mai fermarsi, «strada facendo» – che «il Regno dei cieli è vicino». Dimostrando l’attendibilità di quest’annuncio con i segni messianici: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni».

Annuncio

Potrebbe sembrarci impossibile prolungare questa missione ai nostri giorni. Come guarire gli ammalati? Come far risorgere i defunti? Come sanare i lebbrosi? Come esorcizzare i diavoli? Come, perciò, rendere credibile l’annuncio del Regno? Interrogativi che potrebbero scoraggiarci. Ma che, invece, devono stimolarci a soppesare le parole del Maestro, per indovinarne il senso autentico. Possiamo e dobbiamo prenderci cura («therapeúein» nel testo greco di Matteo) delle ferite esteriori e di quelle interiori degli altri, delle loro tristezze non meno dei loro acciacchi. Possiamo e dobbiamo svegliare (questo vuol dire il verbo greco egheírō che troviamo in questo brano) chi sprofonda nella depressione reputando d’aver fallito su tutti i fronti, far vedere loro la luce in fondo al tunnel, aiutarli a capire che sono loro stessi la luce in fondo al tunnel. Possiamo e dobbiamo purificare le nostre comunità e la società intera dai pregiudizi che pesano su chi è scartato, estromesso, emarginato, rigettato, rifiutato, perseguitato, per cauterizzare così il tessuto ecclesiale e sociale che a causa di tali pregiudizi si riduce in brandelli. Possiamo e dobbiamo rintuzzare la violenza di Satana con la nostra umile preghiera al Signore, con il nostro sacrificio e con la nostra testimonianza possiamo e dobbiamo smascherare le forze occulte che vogliono strappare il mondo dalle mani paterne di Dio.

www.tuttavia.eu

 

 

 

ESTATE PALESTRA DI BELLEZZA

DALLA

 PRESTAZIONE 

AL DONO

 


Marco Erba agli adolescenti: «Vivete l’estate come “palestra di bellezza”, per passare dalla logica della prestazione a quella del dono»

Lo scrittore e insegnante Marco Erba riflette su disagio, scuola e confini a margine delle giornate di Edufest - Festival dell'Educazione di Cinisello Balsamo (Mi): «Occorre aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi»

di Alessandro Barba

L’edizione 2026 di Edufest, il Festival dell’Educazione appena conclusosi a Cinisello Balsamo (Mi), per tre giorni ha messo a confronto formatori, psicologi, filosofi e esperti dello sviluppo sul tema dei “Confini”. Eros Giampiero Ferri, presidente delle cooperative Progetto A e Orsa, promotrici della kermesse, spiega la sfida a cui hanno voluto rispondere con queste giornate: «Scuola, famiglia e società si trovano oggi a ridefinire i margini tra regola e libertà, tra ciò che è norma e ciò che è divergenza. In questo contatto tra generazioni e visioni diverse, i confini non sono più linee statiche, ma territori vivi di confronto. Ci siamo interrogati insieme a tante figure professionali diverse del mondo educativo, tra le più autorevoli in Italia, su come tracciare nuove traiettorie per ripensare il modo in cui cresciamo, insegniamo e viviamo insieme come comunità”.

Oltre 30mila persone si sono ritrovate agli incontri e alle attività nel parco di Villa Ghirlanda, tra famiglie, bambini, bambine e giovani di tutte le età. Ma il dato di partecipazione è solo il punto di partenza di una riflessione più ampia: che cosa significa oggi comprendere i giovani, soprattutto quando il disagio prende forme difficili da leggere?

A partire dai recenti fatti di cronaca che hanno riportato l’attenzione sulla violenza esercitata da giovanissimi dentro e fuori la scuola, anche contro gli insegnanti, Marco Erba, scrittore e insegnante che ha tenuto una sessione del Festival, invita a evitare letture superficiali. Non parla di singoli episodi da archiviare come casi isolati, ma di segnali che chiedono di guardare al contesto in cui ragazze e ragazzi crescono.

«Penso che ci sia una strettissima connessione tra la nostra società ipercompetitiva e queste forme di violenza», spiega Erba. Una società «nella quale la prestazione sembra essere diventata un assoluto», dove «si tende a misurare tutto» e «si corre sempre più veloci». Secondo Erba, questa pressione contribuisce ad alimentare sia la violenza rivolta verso gli altri, sia quella rivolta verso se stessi: dal self-cutting al ritiro sociale.

Il punto, per l’insegnante, è il modo in cui un adolescente costruisce la propria identità dentro un modello che chiede continuamente di dimostrare valore. Se intorno trova solo l’idea che bisogna “correre e vincere”, dice Erba, il rischio è che si percepisca come «un fallito». Da qui può nascere la possibilità «che faccia del male a qualcuno o si faccia del male».

Occorre passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie. Aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi

Per questo, secondo Erba, la chiave educativa non può limitarsi alla correzione dei comportamenti. Serve un cambio di prospettiva: «Passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie». Significa aiutare gli adolescenti «ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro», sulla loro unicità e sulla possibilità di essere, a loro volta, «dono». Ma questo passaggio, sottolinea, riguarda prima di tutto gli adulti: «Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo».

Da insegnante, Erba racconta di vedere ogni giorno una realtà più complessa di quella spesso restituita dal dibattito pubblico sugli adolescenti. «Vedo tante scintille di bellezza ogni giorno, tanta ricerca di sé, tanta fatica, tanto dolore, tante situazioni a volte complicate, ma tanta voglia di futuro». Per questo invita a «porsi in ascolto prima di giudicare». Non si definisce ingenuamente ottimista, ma dice di essere «estremamente positivo» perché gli adolescenti, a suo giudizio, hanno «veramente tante risorse».

La scuola, in questa prospettiva, ha un ruolo decisivo. Per Erba le discipline possono diventare strumenti per «avvicinarli alla vita» e per «aprire domande», non solo contenuti da trasmettere.

Ma perché questo accada servono condizioni diverse da quelle attuali. Tra le urgenze cita «più pedagogia tra i banchi», più pedagogisti, più psicologi, più ascolto e una maggiore capacità di intercettare il disagio.

www.vita.it

Immagine


IL PAPA, LA TRAGEDIA, LA FARSA

 La Chiesa ricopre in modi nuovi la sua antica funzione civilizzatrice e interviene per proporre una rappresentazione diversa dalla brutta tragicommedia che i leader politici stanno recitando. 

-di Giuseppe Savagnone 

 Il papa in Spagna

Il viaggio in Spagna di Leone XIV – il primo di un pontefice dopo 15 anni – si è trasformato, al di là di ogni previsione, in una trionfale legittimazione del ruolo al tempo stesso spirituale e politico del cattolicesimo in questo momento storico, e non solo per la Spagna.

Dopo secoli di imperante tradizione cattolica, il paese iberico negli ultimi decenni era diventato, anche per reazione al periodo franchista, un esempio di secolarizzazione estrema, di cui lo zapaterismo, con le sue scelte in campo etico, aveva rappresentato l’emblema. E su questa linea si è mosso, anni dopo, l’attuale premier socialista Pedro Sánchez, a cui si devono ultimamente anche l’approvazione di una legge sull’eutanasia e la proposta di inserire nella Costituzione il diritto di abortire.

Agli antipodi del governo socialista la destra estrema di «Vox», schierata contro il premier sulle questioni bioetiche, ma polemica nei confronti dell’episcopato spagnolo in merito all’accoglienza dei migranti, a cui, invece, Sánchez ha sempre guardato come a una risorsa, piuttosto che come a una minaccia, arrivando a regolarizzarne pochi mesi fa ben cinquecentomila.

Alla luce di questo quadro problematico, la scelta di papa Prevost di fare questo viaggio si presentava come un azzardo. Si puntava, naturalmente, su una partecipazione calorosa da parte di una minoranza di persone rimaste fedeli alla Chiesa, ma che si pensava sarebbe stata pur sempre una minoranza.

Quello che non si prevedeva erano le folle oceaniche che hanno accolto il pontefice a Madrid, a Barcellona e nelle Canarie, e che hanno risposto con entusiasmo al suo messaggio.

Perché papa Leone non si è limitato a portare il santissimo per le strade gremite della capitale e a compiere gesti simbolici di grande effetto, come quello di rivolgersi in catalano ai barcellonesi. Ha parlato. E ha parlato chiaro, senza timore di infrangere dei tabù culturali della sinistra, come quelli legati all’aborto e al fine vita, riuscendo però a evidenziare che le posizioni della Chiesa cattolica su questi temi non si possono ridurre alla difesa di uno sterile moralismo, ma scaturiscono da una visione – esposta con grande efficacia nella recente enciclica «Magnifica humanitas» – che mette al centro la dignità sacra della persona umana e giustifica, contro le resistenze della destra, i diritti dei migranti e il rifiuto della corsa al riarmo e del ricorso alla guerra.

Sta di fatto che, alla fine del discorso tenuto davanti al Parlamento spagnolo riunito, in cui ha ribadito questi punti, Leone ha ricevuto una standing ovation di sette minuti – la più lunga che si ricordasse, almeno dall’incoronazione di Filippo VI – da tutti i partiti.

Un altro aspetto oggi di estrema attualità toccato dal papa, parlando al Corpo diplomatico e alle autorità civili, ha riguardato la possibilità di una pacifica e feconda coesistenza delle tre grandi religioni mediterranee. Prendendo le mosse dalla lunga presenza dell’Islam nella Penisola iberica, Prevost ha sottolineato che allora «si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei», facendo notare che, contro la ricorrente tesi dello “scontro di civiltà”,  «questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza».

La farsa

Questa dimostrazione, da parte del capo della Chiesa cattolica, di saper superare la logica conflittuale delle contrapposizioni ideologiche e religiose, (ri)proponendo un messaggio evangelico troppo spesso dimenticato e frainteso, arriva in un momento in cui l’Occidente, emancipatosi con orgoglio dalla sua anima cristiana, si ritrova a non averne nessuna.

Abbiamo tutti sotto gli occhi la disastrosa situazione – culturale, prima che politica – del Paese che ha costituito, dalla seconda guerra mondiale in poi, il punto di riferimento del mondo occidentale, gli Stati Uniti. La seconda presidenza di Donald Trump sta davvero avendo, come lui si proponeva, una portata epocale, ma nel senso opposto a quello promesso. L’età dell’oro solennemente proclamata si è trasformata nella più buia stagione della democrazia americana.

Non solo e non tanto per le singole scelte politiche, ma per il clima in cui esse sono maturate e sono vissute. Il narcisismo esibizionista del presidente ha trasformato la politica degli Stati Uniti – e, per riflesso, quella dell’intero pianeta –  in una immensa scena teatrale, in cui l’incontrastato protagonista sembra recitare il copione di una di quelle opere teatrali di Beckett o di Ionesco che, alla metà del secolo scorso, diedero vita al “teatro dell’assurdo”.  Anche se forse sarebbe più appropriato parlare di una farsa.

Perché solo così si possono qualificare le evidenti falsità e le continue contraddizioni, diffuse senza soluzione di continuità ai quattro venti, che hanno indotto alcuni osservatori a parlare di una possibile instabilità mentale dell’inquilino della Casa Bianca.

L’ultimo scenario è quello dell’attacco gratuito e illegale all’Iran, motivato da Trump con una grave minaccia incombente (che tutti i responsabili dell’Intelligence americana hanno pubblicamente smentito) e rivelatosi fallimentare sotto tutti i profili, ma esaltato dal presidente come una doverosa missione e un successo storico.

In realtà, il risultato, fino a questo momento, è non solo il mancato raggiungimento degli obiettivi dichiarati – il cambio di regime, la consegna delle riserve di uranio e la smobilitazione dell’arsenale missilistico iraniano – ma, paradossalmente, la nascita di un problema che non esisteva prima della guerra: quello della libera circolazione nello stretto di Hormuz. Con la gravissima crisi economica mondiale che ne sta derivando e che sta inducendo il presidente americano a cercare disperatamente di porre fine alla sua folle avventura, senza peraltro riuscirci.

Rientrano nell’aspetto farsesco le continue uscite, in cui Trump alterna minacce apocalittiche a dichiarazioni – la CNN ne ha contate trentotto – in cui assicura che la pace è quasi raggiunta. Per non parlare del rapporto con Netanyahu, secondo molti osservatori il vero promotore di questa guerra, disastrosa per tutti, anche per Israele, ma funzionale alla conservazione del potere da parte del premier israeliano. Trump continua a ripetere di essere lui a controllare pienamente il suo alleato, ma i fatti lo smentiscono, perché questi mostra di ignorare platealmente gli inviti alla moderazione di Washington e procede imperterrito per la sua strada.

In questo contesto, il presidente americano è rimasto molto deluso e amareggiato di non avere ricevuto il premio Nobel per la pace, che riteneva di meritare. Una nota comica che coinvolge indirettamente anche il nostro Paese, perché la presidente del Consiglio è stata l’unica premier occidentale a raccogliere e rilanciare questa pretesa per il prossimo anno.

La tragedia

Questa farsa, però, non fa ridere. Intanto, per il suo significato politico. In pochi mesi il presidente americano ha distrutto l’immagine di Occidente costruita dopo la seconda guerra mondiale, che implicava l’amicizia fra le due sponde dell’Atlantico. La guerra commerciale scatenata contro i suoi stessi tradizionali alleati; i toni sprezzanti e minacciosi, da parte sua e del suo vice Vance, nei confronti dell’Europa; l’ambiguo rapporto col presidente russo Putin, hanno creato una situazione di incertezza e di diffidenza, a cui purtroppo i governi europei non hanno saputo rispondere rafforzando l’aspetto politico della Ue e scegliendo invece di procedere in ordine sparso sulla via di una maggiore autonomia militare dall’alleato americano.

L’unica linea politica comune che in questo momento l’Europa sta riuscendo a elaborare è, paradossalmente, una riedizione di quella trumpiana di chiusura delle frontiere e di deportazione dei migranti, di cui Meloni si vanta di essere stata la promotrice a livello europeo. L’Occidente sembra sopravvivere, tragicamente, solo in questo ripiegamento su un sovranismo che lo chiude alle esigenze degli altri popoli.

L’altro punto di accordo con gli Stati Uniti è la complice tolleranza di fronte a ciò che Israele da più di due anni sta facendo a Gaza e in Cisgiordania, e ora anche in Libano, sotto gli occhi imbarazzati dei governi europei. Mentre l’opinione pubblica è sempre più impressionata dai documentatissimi crimini dello Stato ebraico, i governi sembrano incapaci, a differenza di quanto mostrato nei confronti della Russia, di intervenire con sanzioni perfino quando, come nel caso dell’abbordaggio illegale alla Flotilla, la violenza e l’arroganza dei governanti e dei militari di Tel Aviv si sfogano sui loro cittadini.

Ma la tragedia più grande è la cancellazione delle regole del diritto internazionale, che implicavano una limitazione della forza in nome del rispetto per le persone e per i popoli. È stato ancora una volta Trump a teorizzare che ormai il diritto coincide con il potere del più forte.

Lo ha detto e lo ha fatto. Così egli ha potuto senza problemi proporre di trasformare la Striscia di Gaza in un resort di lusso, sulle macerie delle case dei due milioni e mezzo di palestinesi che la abitavano. E aggredire con la sua soverchiante forza militare il Venezuela, non per instaurare la democrazia, ma per farsi cedere le risorse petrolifere del paese. Senza suscitare una reazione internazionale di condanna, anzi incassando l’approvazione della sua (allora) amica Meloni, che ha parlato di una «legittima operazione difensiva»

Al di là della tragedia e della farsa

Acquista tutto il suo significato, in questo contesto, il recente scontro tra il presidente americano e papa Leone, da lui accusato di essere «pessimo in politica estera». E di stare «mettendo in pericolo molti cattolici», per la sua ferma opposizione – ribadita durante il viaggio in Spagna – alla guerra in Iran, definita «ingiusta» e, più ampiamente, alla politica di riarmo promossa da Trump e fatta propria dai Paesi europei. Quella del pontefice è stata la sola voce a levarsi in questo senso nel mondo occidentale.

Così come ora, con la Magnifica humanitas – vero e proprio “manifesto” di un umanesimo ispirato ai valori cristiani della fraternità e della pace – e con il viaggio in Spagna, papa Leone appare il solo ad essere in grado di proporre un messaggio veramente alternativo alla rappresentazione offerta da Trump e sostanzialmente subita dagli altri leader occidentali.

Di fronte a un Occidente che sembra non avere più criteri di umanità e calpesta la vita di tutti coloro che non hanno voce – dai bambini non nati ai poveri e ai migranti – in nome di una logica egoista ed efficientista, la Chiesa ricopre in modi nuovi la sua antica funzione civilizzatrice e interviene per proporre una rappresentazione diversa dalla brutta tragicommedia che i leader politici stanno recitando. 

www.tuttavia.eu


 

 

IL PATTO EDUCATIVO AFRICANO

 

INSIEME 

PER L'EDUCAZIONE 

IN AFRICA

Il Cardinale Antoine Kambanda, Arcivescovo do Kigali e Gran Cancelliere dell’IPEA (Istituto del Patto Educativo Africano) e il Presidente dell’UMEC-WUCT, hanno firmato, a Bruxelles, un accordo di cooperazione tra le due organizzazioni. È stato presente anche il coordinatore dell’IPEA, Jean Paul Niygena.

Gli aspetti principali dell’accordo erano stati stabiliti nel recente incontro svoltosi a Kigali, al quale hanno partecipato anche  alcuni rappresentanti dell’UMEC-WUCT.

Gli aspetti principali del Patto sono:

L'Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici (UMEC-WUCT), organizzazione pubblica di diritto canonico che rappresenta gli insegnanti cattolici di tutto il mondo, che risponde alla Santa Sede e collabora strettamente con il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, e il Dicastero per la Cultura e l'Educazione, rappresentata dal suo Presidente, Prof.. Jan DE GROOF,

E l'Istituto del Patto Educativo Africano (AEPI), organizzazione ecclesiastica ed educativa pubblica responsabile dell'attuazione del Patto Educativo Africano, rappresentato da Sua Eminenza il Cardinale Antoine KAMBANDA, Gran Cancelliere, e dal Sig. Jean Paul NIYIGENA, Coordinatore,

Considerato:

• che la missione dell’UMEC-WUCT è la promozione di un progetto educativo di ispirazione cattolica, il sostegno delle reti educative nazionali e lo sviluppo di legami di solidarietà attiva tra i suoi membri;

• che l’UMEC-WUCT ha riaffermato il suo impegno a lavorare attivamente per l'attuazione del Patto Educativo Africano e per la costruzione di una comunità fraterna globale aperta a tutti

• che l'IPEA sostiene le conferenze episcopali, le diocesi, le università e le scuole nell'accoglienza e nell'attuazione del Patto africano sull'istruzione, in conformità con le risoluzioni adottate ad Abidjan il 10 dicembre 2023;

• che lo scambio di buone pratiche tra gli insegnanti cattolici è una delle priorità del Patto africano sull'istruzione e del Patto globale sull'istruzione;

• che l'IPEA ha constatato, attraverso le diverse conferenze nazionali sull'educazione cattolica che ha contribuito a preparare e organizzare nella Repubblica Centrafricana, in Nigeria, nella Repubblica Democratica del Congo, in Burundi, in Ruanda, in Mozambico e altrove, e che lo scambio di buone pratiche tra insegnanti e dirigenti scolastici rimane una sfida importante in Africa;

• che l'UMEC-WUCT si impegna a promuovere la diversità e il pluralismo nell'istruzione come una delle garanzie della democrazia;

• che l'IPEA, sulla base della sua esperienza in diversi paesi, ha osservato che la cooperazione tra Stati e Chiesa in materia di istruzione deve essere rafforzata per garantire un'istruzione di qualità;

 Convinti che gli insegnanti cattolici contribuiscano all'identità delle scuole cattoliche e all'attuazione del Patto africano per l'istruzione, e che rappresentino una leva decisiva per la trasformazione delle società africane,

LE PARTI CONCORDANO QUANTO SEGUE:

Articolo 1 – Scopo

Lo scopo del presente Accordo quadro è quello di promuovere, strutturare e rafforzare la cooperazione tra l'OIEC e l'IPEA, con una priorità assoluta:

1.1. Priorità strategica: l'istruzione delle ragazze in Africa

Le parti si impegnano a fare dell'istruzione delle ragazze il fulcro primario del loro partenariato, mobilitando le proprie reti, competenze e risorse per:

• promuovere lo scambio di buone pratiche tra insegnanti e dirigenti scolastici;

• rafforzare la formazione degli insegnanti cattolici per soddisfare i requisiti di una scuola e università cattolica;

• promuovere la diversità e la pluralità delle opportunità educative e garantire il ruolo delle scuole cattoliche;

• favorire la cooperazione tra Stati e Chiesa nel campo dell'istruzione;

• adoperarsi presso i governi per garantire il diritto a un'istruzione di qualità per ogni bambino.

1.2. Altri obiettivi del partenariato

Oltre a questa priorità, le parti cooperano anche su:

• l'attuazione del Patto africano sull'istruzione;

• il rafforzamento delle capacità di educatori e dirigenti scolastici;

• il sostegno alle reti educative cattoliche;

• la promozione della fraternità universale e della pace;

• la tutela dei minori e del benessere emotivo dei giovani.




 

venerdì 12 giugno 2026

LA MADRE SI ACCORGE DI TUTTO

 

È nella sua cura

 la risposta

a un mondo

 sempre più distratto 


"È la madre che si accorge di tutto, anche del dettaglio che passa spesso inosservato". 

Per Recalcati è nella cura dell'altro che si custodiscono desideri, passioni e il senso più autentico...

La Redazione

Può riuscire la figura della madre con il suo esempio, la sua cura e il suo amore a salvare l’umanità? È una domanda enorme eppure, se per salvezza intendiamo la capacità di restare umani in un tempo che rischia di dimenticare l'attenzione verso l'altro, la risposta è sì. A tal proposito, la riflessione proposta da Massimo Recalcati, psicanalista e docente universitario, assume un significato profondo.

“La lezione più alta che possiamo ricavare dalla maternità non è affatto quella del “maternage” ma quella di una cura che sa essere cura del particolare. Nel nostro tempo dominato dal nichilismo del discorso del capitalista, in primo piano è un'incuria assoluta. La città, le relazioni umane, la comunità civile, il nostro stesso pianeta sono travolti da un iperattivismo mortale il cui unico scopo è di realizzare un godimento senza Legge”.

Secondo l’esperto, nel mondo moderno, quello nel quale tutti siamo “vittime coscienti”,  i valori autentici sono stati appannati dal denaro, inevitabilmente dal lavoro e da questa esasperazione nel raggiungere un massimo che si spinge sempre più oltre, lasciandoci senza forze e con la sensazione di non aver mai fatto abbastanza.

Questo modo di vivere ci rende semplicemente egoisti, individui che mirano solo al proprio successo senza osservare quello che ci sta attorno e soprattutto chi ci sta attorno. Ed è da qui che parte la riflessione di Massimo Recalcati che ci invita ad osservare la madre e la sua cura: “La madre come figura che sa incarnare una cura che non dimentica di fare posto al particolare più particolare della vita è un punto di resistenza critica a questa deriva. È questa una delle cifre più politiche del mio lavoro”.

È la madre che si accorge di tutto, anche del dettaglio che passa spesso inosservato, sentinella di malesseri, stati d’animo, desideri e passioni. È questo l’atteggiamento con il quale l’esperto chiede di affrontare questa vita, oggi più che mai, carente di valori ed emozioni. Sia gli uomini che le donne, sono chiamati ad esercitare nelle loro vite il lato “materno”, quello che accoglie senza giudicare, quello che rassicura senza abbandonare. Questo genere di cura riesce a sanare le ferite dell’altro, ma prima ancora le proprie, quando esausti da una vita che assorbe tutte le nostre energie riusciamo finalmente a dire basta e a curarci con il nostro stesso amore. 

Scuolaoggi


 

ANZIANI, MAESTRI DI VITA

 

Leone XIV: gli anziani maestri di una vita che non si misura con l’efficienza

In una lettera a firma del cardinale segretario di Stato, Piero Parolin, al cardinale prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, Kevin Joseph Farrell, in occasione dell’incontro sulla Pastorale degli anziani, il Papa sottolinea il valore della fragilità come “parte della meraviglia che siamo”, e come l'autentica cifra di un'esistenza si basi sulla "capacità di amare e di lasciarsi amare”

-         Vatican News

Abbracciare la fragilità che deriva dall’avanzare dell’età, senza vergogna, per ispirare le nuove generazioni al valore di un’esistenza che “non si misura con il metro dell’efficienza o dell’autosufficienza, ma in base alla capacità di amare e di lasciarsi amare, di donare e di ricevere”. È questo il cuore della lettera di Papa Leone XIV, a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, e indirizzata al cardinale Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, in occasione dell’incontro sulla pastorale degli anziani. L’incontro si tiene oggi, mercoledì 10 giugno, a Roma, nella Sala Pio XI di Palazzo San Calisto, sul tema “Un ponte verso il cielo. Il magistero della fragilità nel tempo della forza”.

Il valore della debolezza

"Oggi, in molte regioni del mondo, le persone in età avanzata hanno ancora molte energie da spendere al servizio della comunità”, si legge nella lettera. Il testo sottolinea però come l’anzianità richiami anche un aspetto più profondo: il valore della debolezza. L’attuale innalzamento dell’aspettativa di vita comporta infatti un prolungamento della stagione della fragilità e, secondo il Pontefice, apre nuove riflessioni sul significato di questa fase dell’esistenza: quale valore attribuire ai tanti anni che una persona può vivere in una condizione di debolezza fisica o mentale? Qual è la prospettiva cristiana con cui abitare questo tempo? Come annunciare che la vita umana conserva sempre, in ogni sua fase, la sua “dignità infinita”?

Contro la logica della prestazione

Lo stesso Leone XIV, rivolgendosi ai giovani, aveva lodato la “meraviglia della fragilità”. Anche in questo caso chiama in causa le nuove generazioni, che possono apprendere da autentici “maestri di vita”: gli anziani. Nell’accettazione serena dei limiti legati al passare degli anni, essi possono infatti riconoscere un tempo di grazia, in una società dominata "dalla logica della prestazione e della competizione", nella quale la forza è spesso concepita come "esibizione di potenza" e rischia di degenerare nella prevaricazione. Di fronte a questi atteggiamenti, conclude la lettera, la Chiesa continua a proporre il messaggio evangelico, che proclama beati i miti e gli umili di cuore, riconoscendo negli anziani, “per esperienza e saggezza di vita, i primi e più autorevoli testimoni di questa visione cristiana dell’uomo”.

giovedì 11 giugno 2026

IN NOME DI DIO FERMATEVI

Un raid aereo israeliano ha colpito il villaggio di Choukine l'11 giugno 

La Santa Sede all'Onu: 

"Non esiste una soluzione militare

 alle crisi in Medio Oriente"

Intervenendo al dibattito pubblico del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Delegazione della Santa Sede ha chiesto la fine immediata all’escalation in Libano, la soluzione della crisi umanitaria a Gaza, un percorso verso uno Stato palestinese e attenzione alla situazione iraniana

Davide Dionisi - Città del Vaticano

“Non esiste una soluzione militare alle crisi in Medio Oriente”: è quanto ha detto la delegazione della Santa Sede in occasione del dibattito pubblico del Consiglio di Sicurezza Onu sul tema Mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. Promuovere soluzioni politiche in Medio Oriente: Mediazione e dialogo per una pace duratura. “Le continue sofferenze dei civili, la distruzione di abitazioni e luoghi di culto, i danni alle infrastrutture essenziali, nonché la grave situazione umanitaria, lo rendono dolorosamente evidente” sottolinea la Delegazione, specificando che “queste condizioni richiedono rinnovati sforzi per una cessazione immediata della violenza e un orizzonte politico credibile, in grado di rispondere alle legittime aspirazioni di tutti i popoli coinvolti. Tutti gli Stati, specialmente quelli che esercitano un’influenza nella regione, hanno la grave responsabilità di sostenere la distensione e la risoluzione pacifica”.

Regione segnata dalla violenza e dalla sofferenza

Ricordando che il Medio Oriente è una regione ricca di storia, cultura e fede e che i suoi popoli hanno contribuito in modo incommensurabile alla civiltà umana, la Delegazione ha specificato che “questa regione comprende la Terra Santa, con Gerusalemme al suo centro, una terra sacra per cristiani, ebrei e musulmani, con un significato spirituale che si estende ben oltre la regione stessa. Eppure” ha aggiunto “oggi la regione continua ad essere segnata dalla violenza, dalla paura e dalla sofferenza umana. La pace deve sempre essere costruita attraverso il dialogo, la fiducia e il rispetto per la dignità data da Dio a ogni persona umana. Come sottolinea Papa Leone XIV: La pace non è l’assenza di conflitto: è la forza gentile che respinge la violenza".

Non esiste soluzione militare alle crisi in Medio Oriente

La Delegazione ha poi offerto tre spunti di riflessione: “In primo luogo, non esiste una soluzione militare alle crisi in Medio Oriente. Come ha recentemente ricordato Papa Leone XIV: Le armi possono imporre un silenzio temporaneo, ma non potranno mai costruire una pace autentica e duratura. Le continue sofferenze dei civili, la distruzione di abitazioni e luoghi di culto, i danni alle infrastrutture essenziali, nonché la grave situazione umanitaria, lo rendono dolorosamente evidente. Queste condizioni” ha sottolineato “richiedono rinnovati sforzi per una cessazione immediata della violenza e un orizzonte politico credibile, in grado di rispondere alle legittime aspirazioni di tutti i popoli coinvolti. Tutti gli Stati, specialmente quelli che esercitano un’influenza nella regione, hanno la grave responsabilità di sostenere la distensione e la risoluzione pacifica”.

Coraggio politico e persona al centro

Un secondo passaggio è stato dedicato alla diplomazia preventiva e alla mediazione che, è stato evidenziato, “richiedono pazienza, coraggio politico e disponibilità all’impegno. Il costo del dialogo può sembrare elevato; il costo della sua assenza è inevitabilmente più alto. Infatti, la mediazione non è semplicemente una questione di gestione delle crisi, ma piuttosto il lavoro paziente di ricostruire relazioni e ripristinare la fiducia”. Infine, ogni soluzione politica deve porre al centro la persona umana. “Gli accordi politici non possono durare se non rispondono alle legittime speranze e necessità dei popoli. La pace non è sostenuta solo dalle istituzioni, ma anche da comunità capaci di fiducia, solidarietà e speranza. Pertanto, è indispensabile sostenere le agenzie e le istituzioni delle Nazioni Unite che forniscono istruzione, assistenza sanitaria e aiuti alle persone sfollate e alle comunità di rifugiati”.

Pazienza e diligenza nel perseguire una pace globale e duratura

Poi l’appello per la risoluzione di tutti i conflitti in corso in Medio Oriente. “La Santa Sede esorta a porre immediatamente fine all’escalation militare in atto in Libano e chiede sforzi concertati, pazienza e diligenza nel perseguire una pace globale e duratura, affrontando anche la situazione relativa all’Iran. Inoltre, è imperativo che cessino ogni forma di aggressione, che venga affrontata la drammatica situazione umanitaria a Gaza e che venga tracciata una via verso una soluzione a due Stati. I popoli del Medio Oriente” ha concluso la Delegazione “meritano di meglio che rimanere intrappolati in un ciclo di crisi ricorrenti. Meritano un futuro basato sulla giustizia, la sicurezza, la riconciliazione e la speranza”.

Vatican News