sperimentare
la presenza del Signore
-di Massimo Naro
Riflessione di don
Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella
II domenica di Quaresima (anno A)
Gen 12,1-4a; Sal 32/33;
2Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9
La pagina evangelica, che
rievoca la trasfigurazione di Gesù sul Tabor, ha una densità tematica e un
vigore espressivo tali da esigere tutta la nostra attenzione, inducendoci a
concentrare la nostra meditazione su di essa. È un racconto che si sviluppa tra
vertiginosi alti e bassi emotivi, facendoci avvertire – assieme a Pietro,
Giacomo e Giovanni, se davvero ci immedesimiamo spiritualmente con loro –
l’impressione di stare sulle montagne russe.
Dapprima irrompe
l’entusiasmo di chi si ritrova coinvolto in un evento straordinario, perciò
meraviglioso: «È bello per noi essere qui! Farò qui tre tende…», o tre
«capanne», come la nuova versione liturgica italiana preferisce tradurre il
termine greco skēnás, facendogli però perdere così alcune
importanti sfumature semantiche. Difatti tutte le parole sinora citate –
«essere qui», «tende» – descrivono l’esperienza che quei tre fanno della
Presenza divina, dell’Esserci di Dio, impersonato da Gesù che dialoga con Mosè
ed Elia, specchiandosi per ciò stesso nella Torah e nei Profeti, ossia nel
dirsi e nel darsi salvifico di Yhwh Adonai, del Signore Dio, di Chi
si chiama – giustappunto – «Io sono chi c’è e ci sarà». La metafora della tenda
– shekhinàh in ebraico – annuncia un movimento già
implicitamente trinitario: essa significa che Dio si separa da sé e va esule
oltre di sé (fu l’intuizione teologica – argomentata in un libro del
1922: La stella della redenzione – di Franz Rosenzweig,
pensatore tedesco di origini ebraiche incline al dialogo con la fede
cristiana), rivelandosi ulteriore rispetto a sé stesso proprio quando decide di
diminuire, di svuotarsi in una certa “misura” di sé, di cedersi al di là di sé.
Subito dopo insorge il
timore di chi è preso dalla paura (ephobḗthēsan), rimanendone atterrito
e atterrato («caddero con la faccia a terra»). È l’effetto che la Presenza
divina produce negli esseri umani, se essi la incontrano con lo spirito di
Adamo ed Eva ormai fuoriusciti dal rapporto obbedienziale/filiale nei confronti
del Signore. O col timore di chi non è consapevole d’essere amato dal Signore,
come gli sgherri che – nell’orto degli ulivi – stramazzano al suolo allorché
Gesù pronuncia il Tetragramma: «Sono Io». Un effetto che sortisce dall’ossimoro
della ri-velazione, cioè dalla sproporzione che resta tra il Dio
che viene e l’essere umano che si ritrae da lui, fra la tenda (skēnḗ)
che il Signore pianta in mezzo agli uomini e l’ombra (skiá) che essa
proietta su di loro.
Infine riaffiora la
serenità di chi si sente incoraggiato dal Signore stesso: egérthēte (la
medesima voce verbale con cui nello stesso brano matteano è preannunciata la
risurrezione di Gesù) kaì mḕ phobeîsthe, «alzatevi e non temete».
L’impronunciabile e terrifico «Io Sono» (Yhwh), per non essere frainteso
come tale, dev’essere udito nel tono con cui Gesù lo pronuncia rivolgendosi ai
suoi amici, svelando il senso più pieno – amichevole e familiare – del dirsi
divino: «Ci Sono Io, qui, con voi, per voi». Quindi, nessuna paura!
La trasfigurazione è una
teofania, una manifestazione di Dio. Il quale si (ri)presenta, come già presso
il roveto ardente e in mille altri momenti della storia della salvezza.
Stavolta, definitivamente, in Gesù: ora è lui la tenda della santa Presenza, l’Esserci
di Dio dentro la storia, nelle vicende degli uomini e delle donne di questo
mondo.
Ma nella trasfigurazione,
inoltre, veniamo a sapere chi siamo, quando facciamo la medesima esperienza dei
discepoli sul Tabor: anche noi, come loro, chiamati a vedere e
ad ascoltare. I tre discepoli del Tabor vedono o, più esattamente,
contemplano: cioè scorgono l’invisibile sotto il velo dell’umanità che Gesù
condivide con noi, ravvisando in quel suo essere «solo» e semplicemente Gesù la
visita di Dio, il culmine e il senso dell’intera storia della salvezza
(rappresentata da Mosè e da Elia, annunciata nella Torah/Legge e nei Profeti).
Ed essi, pure, ascoltano: accettano l’invito a obbedire al loro Maestro, cioè a
partecipare con lui e come lui alla sua stessa relazione filiale col Padre,
lasciandosi ospitare nell’Esserci divino, che in Gesù si mostra – precisamente
come noi tutti – impastato di storia, di carne, di sudore, di lacrime, di
sangue.
Lungo il nostro cammino
quaresimale siamo chiamati a sentire intimamente questa Presenza del Signore,
che condivide la nostra umanità, le nostre paure più oscure e le nostre più
faticose preoccupazioni non meno delle nostre migliori speranze e del nostro
entusiasmo più sincero.
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