By Rosewood Mireya /
La
generazione Z, cresciuta con lo smartphone in tasca e le notifiche sempre
accese, comunica più di qualunque altra nella storia. Messaggi, vocali, emoji,
video brevi. Eppure, dietro questa iper-connessione, emerge un dato che
preoccupa ricercatori e docenti: una parte significativa di questi ragazzi sta
perdendo una capacità millenaria, legata non solo alla scrittura, ma al modo
stesso in cui il cervello costruisce e organizza il pensiero.
La
generazione Z e la scrittura che scompare dalla mano
Da
circa 5500 anni la scrittura accompagna l’uomo. Dalle tavolette di argilla alle
lettere su carta, la mano ha tradotto in segni il pensiero, fissando memoria,
leggi, storie. Oggi, però, qualcosa si è incrinato.
Uno
studio dell’Università di Stavanger, in Norvegia, segnala un dato netto: circa
il 40% dei giovani della Gen Z non padroneggia più la comunicazione attraverso
la scrittura manuale in modo funzionale. Non si parla solo di calligrafia poco
elegante, ma di difficoltà reali a usare carta e penna per esprimersi con
chiarezza.
La scrittura a mano
non è solo “bella grafia”: è un’abilità cognitiva complessa, legata a memoria,
attenzione e comprensione profonda.
Nati
tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2010, questi ragazzi hanno
imparato a scrivere sulla tastiera quasi nello stesso momento in cui hanno
imparato a scrivere sul quaderno. Per molti, il passaggio successivo è stato
naturale: il quaderno è rimasto nello zaino, il telefono è diventato il vero
taccuino quotidiano.
Dal
taccuino al touchscreen: cosa cambia nel cervello
I
ricercatori che studiano il rapporto tra scrittura e attività cerebrale
descrivono differenze marcate tra il gesto di scrivere a mano e quello di
digitare. Nel primo caso, il movimento è più lento, complesso, tridimensionale.
Ogni lettera richiede una sequenza motoria precisa, che il cervello “impara” e
lega a un suono, a un significato.
Nella
digitazione, il gesto si fa uniforme: pressare tasti tutti uguali, a velocità
elevata, con scarsa attenzione alla forma delle parole. Questo non rende i
giovani meno intelligenti, ma modifica il modo in cui il loro cervello
costruisce le frasi e le trattiene nella memoria.
- Scrittura a mano: coinvolge
motricità fine, coordinazione occhio-mano, pianificazione del discorso.
- Digitazione: privilegia
velocità, correzione rapida, frammentazione del testo.
- Risultato: testi
più brevi, meno strutturati, minore abitudine alla riflessione lenta.
Quando
la mano rallenta, il pensiero ha il tempo di organizzarsi. Quando le dita
corrono sulla tastiera, il rischio è che il contenuto resti superficiale.
Professori
in allarme: “Arrivano in aula senza penna”
I
segnali non arrivano solo dai laboratori universitari, ma anche dalle aule.
Docenti di vari Paesi raccontano una scena che si ripete: studenti che entrano
in classe con il laptop carico, il telefono in mano… e nessuna penna
nell’astuccio.
La
professoressa Nedret Kiliceri, citata dalla stampa turca, descrive un quadro
molto riconoscibile anche per molti insegnanti italiani.
Secondo
le sue osservazioni:
- gli studenti evitano frasi lunghe,
preferendo brevi enunciati isolati;
- faticano a costruire paragrafi
coerenti, con un filo logico interno;
- la grafia, quando usata, risulta
spesso disordinata e poco leggibile;
- le regole di base del testo scritto
(punteggiatura, struttura, gerarchia delle idee) sono poco assimilate.
Molti
ragazzi sono anche influenzati dall’uso dei social: il modello è quello dei
post brevi, delle storie effimere, dei messaggi che si cancellano da soli.
Questo stile, portato sui quaderni – quando ci sono – produce testi spezzati,
pieni di salti logici.
Quando
la scrittura si perde, cambia anche il modo di pensare
La
perdita di dimestichezza con la scrittura manuale non riguarda solo il gesto
grafico. Tocca un livello più profondo: la capacità di organizzare il pensiero
in una sequenza comprensibile per chi legge.
Scrivere
a mano una lettera, un tema o anche solo una pagina di diario richiede di:
- decidere cosa dire;
- stabilire un ordine tra le idee;
- scegliere il tono;
- correggere mentre si scrive, senza
cancellare tutto con un tasto.
Nel
linguaggio digitale quotidiano, molti di questi passaggi saltano. Si scrive
come si parla, si inviano frasi spezzate, si appoggia gran parte del
significato a emoji, sticker, gif. È una comunicazione rapida, intuitiva,
spesso efficace nel breve, ma che non abitua alla costruzione di discorsi
complessi.
La
scrittura lenta obbliga a fare ordine nella mente. La scrittura istantanea
tende ad assecondare l’impulso del momento.
Come
cambia la comunicazione globale della Gen Z
Il
dato del 40% di giovani che non padroneggiano più la scrittura a mano non si
traduce solo in verifiche scolastiche più difficili. Ridisegna il panorama
della comunicazione nel suo complesso.
Tre
conseguenze emergono con chiarezza:
- Comunicazione più emotiva, meno
argomentata: prevalgono reazioni istintive,
commenti brevi, giudizi veloci, spesso senza spiegazione.
- Minor pazienza per i testi lunghi: faticano
a restare su un documento scritto per più di pochi minuti, a meno che non
sia frammentato in blocchi brevi.
- Difficoltà a passare dal messaggio
orale al testo formale: email di
lavoro, relazioni, lettere motivazionali risultano ostiche per chi è
abituato alle chat.
Ciò
non significa che la generazione Z comunichi “peggio” in assoluto. In molti
campi, come il video e l’immagine, questi ragazzi hanno sviluppato una
competenza altissima. Il nodo riguarda la varietà degli strumenti: se un mezzo
si atrofizza, l’intero sistema comunicativo perde flessibilità.
Si
può invertire la rotta? Il ruolo di scuola e famiglie
Docenti
e ricercatori non propongono di tornare a un passato senza tecnologia. Il punto
non è scegliere tra carta o schermo, ma evitare che uno dei due sparisca del
tutto.
Alcuni
possibili interventi, già sperimentati in vari Paesi:
- reintrodurre momenti di scrittura a
mano anche all’università, non solo alle elementari;
- richiedere consegne miste: parte
digitata, parte scritta a penna, soprattutto nelle materie umanistiche;
- usare quaderni per prendere appunti,
lasciando i dispositivi alle ricerche e agli approfondimenti;
- valorizzare la grafia come competenza
personale, non come semplice “bella scrittura”.
Non si tratta di nostalgia per il
quaderno a righe, ma di preservare un allenamento mentale che la tastiera, da
sola, non garantisce.
Parole
chiave da capire: scrittura funzionale e competenze di base
Quando
gli studi parlano di perdita della “padronanza della comunicazione scritta a
mano”, fanno riferimento alla scrittura funzionale. Non è la calligrafia
artistica, ma la capacità di usare carta e penna per compiti quotidiani:
- compilare moduli e documenti;
- prendere appunti leggibili in una
riunione o in una lezione;
- stilare liste, promemoria, schemi di
lavoro;
- redigere brevi testi chiari per altri
lettori.
La
perdita di questa abilità può avere effetti a catena: chi fatica a scrivere a
mano spesso evita di farlo, si affida solo al telefono, rinuncia a tenere
un’agenda fisica, si trova in difficoltà quando la tecnologia manca o non è
consentita (concorsi, esami, prove scritte).
Uno
scenario possibile: come potrebbe cambiare la scuola tra dieci anni
Immaginiamo
una classe nel 2035. Tutti gli studenti hanno un dispositivo digitale fornito
dall’istituto. I compiti si svolgono su piattaforme online, i libri sono in
formato e-book, le verifiche si fanno su tastiera. Chi dovrà scrivere a penna?
Probabilmente solo in contesti specifici, come certificazioni esterne o prove
standardizzate che ancora richiedono moduli cartacei.
Se
la tendenza attuale prosegue, molti giovani arriveranno a questi appuntamenti
con un handicap concreto: mano lenta, grafia poco leggibile, fatica a tenere il
ritmo del pensiero sul foglio. Non è un dettaglio estetico, ma una barriera
pratica che può influire su voti, selezioni, accesso a corsi e professioni.
Qualche
scuola, nel frattempo, potrebbe andare in direzione opposta: reintrodurre
quaderni, penne e momenti di scrittura tranquilla come esercizio di
concentrazione. Tra questi due modelli, si giocherà una partita che non
riguarda solo la nostalgia per la carta, ma il tipo di mente che stiamo
formando.
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