sabato 7 febbraio 2026

LA LIBERTA', RESPIRO DELL'UOMO


 ESSERE

 o 

DIVENIRE?





Givone e Postorino portano avanti un intenso dialogo sul senso

 inteso come irruzione che sospende alcuni processi storici

 passando da diversi concetti 

come il predominio del divenire sull’essere

 

 -di SERGIO GIVONE - FRANCESCO PATORINO

La domanda sul senso è l’irruzione di un istante che sospende i processi storici e ci pone a tu per tu con l’ignoto. Una domanda che raggiunge il suo dramma e splendore nell’ora più acuta di ogni crisi esistenziale. Ogni epoca vi ha fatto i conti: come nel passaggio dal mito alla ragione, dall’ancien régime alla Rivoluzione francese o all’indomani del secondo conflitto mondiale. E ora? Dal Covid in poi navighiamo nel buio e tuttavia, per la prima volta, non si sente il bisogno di esprimere quel grido.

Forse perché il Divenire, dopo aver vinto più di un secolo fa la partita contro l’Essere, pare che adesso sia diventato il «tutto scorre». Un’espressione che Eraclito non ha mai pronunciato e che il nostro tempo inizia a sperimentare cogliendoci di sorpresa. Se tutto scorre, si fatica a coltivare il brivido della sospensione, che poi è la linfa del vivere.

Sergio Givone È vero: oggi il divenire sembra averla vinta sull’essere. Questa, come direbbe Severino, è la fede dei moderni, la fede di chi in realtà non crede più in nulla, perché crede solo nel nulla. Crede cioè che le cose vengano fuori dal nulla e finiscano nel nulla. Non potrebbe esserci follia più grande, sia che ci professiamo cristiani o neo-pagani o non professiamo alcunché. Anche da questo punto di vista Nietzsche ha interpretato quello spirito della modernità che è lo spirito del nichilismo. Vedi la parodia che Nietzsche ha fatto dell’incipit del Quarto Vangelo: Am Anfang war der Unsinn, In principio era il Nonsenso. Come potrebbe qualcosa avere senso, valore, consistenza, se non c’è cosa che non sia destinata a scomparire, a dissolversi, a perdersi?

Sia il nichilista Nietzsche sia l’antimoderno Severino rivelano una profonda nostalgia per il cristianesimo. Non è il cristianesimo la religione che ha tenuto insieme il tempo e l’eterno? E che ha concepito la vita eterna come tutt’uno con la vita mortale? Vita eterna è la vita dell’uomo che muore. “Tu stasera sarai con me in Paradiso…”. Eppure i due filosofi mostrano, nei confronti del cristianesimo, avversione e sospetto. Accusano il cristianesimo di aver tradito la vita. Di aver ribaltato la vita, che è mortale, in una eternità fuori del mondo e puramente illusoria (Nietzsche). Di aver precipitato la vita, che è eterna, nel tempo e nella follia del divenire (Severino). E se invece cercassimo nel cristianesimo una risposta sia a Severino sia a Nietzsche?

F.P. Berdjaev non avrebbe dubbi sul bisogno di camminare all’interno della cornice cristiana, anche se precisava che solo mediante un’inedita libertà sarebbe possibile avvicinarsi al mistero. Si tratta, nel suo caso, di una libertà spirituale che trae origine dal Nulla sfuggendo all’ousia e più in generale all’Essere (greco o moderno). Ora, la questione sull’Essere mi pare più complessa di quanto lasciasse intendere il filosofo russo nel secolo scorso, eppure resta l’importanza del suo invito provocatorio: la riscoperta della libertà!

Di primo acchito si può pensare che oggi, dinanzi alla già accennata cavalcata del Divenire, sia più facile “essere liberi”; tuttavia, non bisogna dimenticare che il nostro tempo è ricco di paradossi. Agamben, nella sua lettura di Foucault, sostiene che i «dispositivi», ovvero la rete eterogenea che plasma l’esistenza in una determinata epoca, sono aumentati a tal punto che ormai ogni istante sarebbe viziato in partenza. Quindi, da un lato, la fluidità e consumazione di ogni cosa, e dall’altro nuove forme di controllo che frenano quel desiderio spirituale. Se è così, che ne è del mio esistere?

S. G. Che l’esistenza appaia condizionata in ogni suo aspetto e prigioniera degli apparati da cui è assediata, è un dato di fatto. Per comprendere questa «situazione », come Sartre la chiamava, non è necessario scomodare Foucault o sottolineare la profonda ambiguità della rete e dei vari dispositivi informatici, cioè degli strumenti ai quali facciamo ricorso credendo di poterne disporre mentre veniamo assoggettati ad essi. Già Platone nel mito di Er (X della Repubblica) mostrava come la vita degli uomini sia in tutto e per tutto predeterminata, eppure tale che noi dobbiamo renderne conto a chi ci giudicherà dopo la nostra morte. Insomma, noi portiamo la responsabilità del nostro stesso destino. Com’è possibile una cosa del genere? Prima di potersi incarnare, l’anima dell’uomo è chiamata a fare la sua scelta e a decidere quale corpo e quale tipo di vita saranno i suoi. Fatta la scelta, di cui poi si dimenticherà, l’anima viene imprigionata in un corpo e quindi precipitata in una dimensione di necessità. Ma si è trattato di una scelta. Alla radice c’è un atto di libertà. E quindi all’anima (o alla coscienza) non resta che assumersi la responsabilità delle sue azioni. Responsabilità di tutto ciò che fa (o non fa) nei confronti di tutti. Come si vede, una risposta plausibile alla domanda “che ne è del mio esistere?” è già qui, nel mito raccontato da Platone.

Prima di essere una questione politica, come sembra credere, ad esempio, Foucault e con lui Agamben, la libertà è una questione etica, anzi, una questione ontologica. Finché cerchiamo la libertà nelle falle dei sistemi di controllo o nelle maglie della rete, difficilmente la troveremo. La libertà ha a che fare con la natura umana, con la vocazione profonda dell’uomo, con la sua “anima”. Non però l’anima di cui parla la psicologia o la psicoanalisi. Bensì l’anima di cui parla (o di cui ci parlava un tempo) la metafisica. Berdjaev, che disse di volersi dedicare a una scienza dell’anima da lui chiamata «pneumatologia». Aveva visto giusto.

F.P. Sì, la libertà è il respiro profondo dell’uomo. A tal proposito, azzarderei una distinzione tra il “prima”, l’“inizio” e il “processo”.

Il “prima” è l’indisponibile che contiene l’odore greco della permanenza. Non è altro che la risposta solida e anticipatrice sempre adottata dall’Occidente al fine di fronteggiare le oscurità del Divenire. Quelle oscurità che, per Severino, introducono il tháuma (terrore) dentro di noi. Il “prima” non inizia nel tempo, non è qui.

L’“inizio”, invece, è l’atto della libertà, un momento di sospensione che apre e riapre il mio tempo inaugurando e rivisitando la mia situazione, la quale non è data una volta per tutte proprio grazie a questo respiro. Il “processo” è la mia situazione, il mio qui, l’accaduto o il fatto che scorre.

Ora, il “prima” (rinominato in diversi modi nelle varie epoche) ha ricevuto una forte battuta d’arresto nella seconda metà dell’Ottocento, per poi spegnersi lentamente. E neppure la libertà, insisto, versa in splendide condizioni. Resta il mio qui, sempre più precario e ostaggio di una corsa sfrenata priva di senso, ove scorrono i nuovi dispositivi e controlli che si consumano e si riproducono subito dopo con nuovi accenti.

Con il tramonto dell’indisponibile, e lo zoppicare della libertà, si accende un nuovo tháuma che spalanca le porte all’uomo-tutto-angoscia: un soggetto inedito che però non è in crisi, altrimenti riaprirebbe la domanda sul senso. E allora dovremmo interrogarci per capire se, nei nuovi territori (post-metafisici?), siamo ancora in grado di vivificare almeno quell’“inizio”, quella misteriosa sospensione.

S.G. La libertà è “il respiro profondo dell’uomo”, come tu dici giustamente, perché è il respiro profondo dell’essere. Se la libertà fosse mera illusione, come molti sostengono, la libertà non avrebbe alcuna consistenza, né psicologica né ontologica. Invece la libertà è l’atto fondamentale dell’uomo ed è l’atto fondamentale dell’essere, e noi faremmo bene a domandarci se non dovremmo identificare l’essere con la libertà senza indugio.

In quanto movimento, realtà vitale, manifestazione dello spirito, la libertà presuppone un prima e un dopo, e anche su questo sono d’accordo con te. Ma il “prima” della libertà può essere soltanto la libertà che non c’è, la libertà negata, il nulla della libertà. Questo significa che il nulla è il presupposto della libertà. Significa anche che il presupposto della libertà è il nulla, cioè che la libertà non ha nessun presupposto, nessun “prima”, ma è inizio assoluto. Lo stesso vale per il “dopo” della libertà. Che processo è un “dopo” fatto di atti liberi che si susseguono gli uni agli altri senza fine, ciascuno però in rapporto con l’assoluto e con l’eterno, trattandosi di atti liberi, assolutamente liberi, veramente liberi? Gli atti della libertà (libertà umana o libertà divina non importa) non sono atti necessari che procedono per così dire incatenati gli uni agli altri. Sono atti che non tradiscono la libertà, ma la realizzano.

Non vedo altra possibilità di affrontare una questione di tale portata se non in una prospettiva che rovesci l’ontologia della necessità (l’essere che non può non essere di Parmenide) in una ontologia della libertà (l’essere come dono e grazia di Plotino, di Pascal, di Kierkegaard).

www.avvenire.it 

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