Mi
è tornata in mente guardando le
Olimpiadi invernali: tante vite riunite in quella microscopica
cattedrale che è il fiocco di neve. Un miracolo architettonico che infatti
affascinò Johannes Keplero che, mentre scopriva le leggi che
regolano le enormi masse dei corpi celesti che abbiamo studiato a scuola,
scriveva un saggio su un altro corpo celeste, ma microscopico. «De nive
sexangula» (Sulla neve a sei angoli, 1611) è infatti un
libretto maturato negli inverni praghesi e ispirato dalla domanda: perché
i fiocchi di neve cadono in forma esagonale e a sei raggi? Per
rispondere Keplero pose con secoli d'anticipo le basi della cristallografia (struttura della materia) e
dell'impacchettamento delle sfere (congettura di Keplero). Due secoli dopo di lui fu
un ragazzino del Vermont ad andare oltre, chiedendosi come mai, nonostante
una struttura così stabile che fa sembrare i fiocchi di neve tutti
uguali, non ce ne siano di fatto due identici: norma ed
eccezione, schema e variazione, essenza ed esistenza. Come ciascuno di noi.
Il breve saggio di
Keplero, in latino, univa fisica, matematica e filosofia, ed era una
strenna natalizia (regali tra geni) per un amico matematico, quando le
intelligenze non erano artificiali ma carnali e non separavano ciò che lo
stupore tiene insieme: scienza, umanesimo e fede (Keplero era anche un
teologo cristiano). Partendo dall'assunto che in natura nulla è casuale,
perché «in principio era il logos» (Gv 1), cercava la causa della «logica»
ferrea (la forma esagonale) dei fiocchi di neve, anche per la somiglianza con
strutture simili in natura: alveari, melograni, minerali...
Keplero, pur non
conoscendo la struttura molecolare dell'acqua, aveva intuito che quella
geometrica bellezza, la cui causa era ancora invisibile per motivi tecnologici,
celasse una logica. E oggi infatti sappiamo che la struttura dell'acqua è una rete esagonale dovuta ai
legami tra le molecole, un'impalcatura che le forze elettromagnetiche
rendono stabile ed efficiente.
Ci aspetteremmo allora
fiocchi tutti uguali, invece da una sola forma di base hanno origine
infiniti esiti, come un inesauribile tema musicale su cui la vita fa le sue
variazioni. Infatti una micro-particella di pulviscolo atmosferico, organica
(batteri, spore...) o inorganica (polvere), attira l'acqua che a certe
temperature cambia di stato, la condensazione in caduta poi cresce
attraversando ambienti diversi per temperatura, umidità, correnti e altre
collisioni. Così la struttura esagonale di base si stratifica in
combinazioni illimitate, tanto che è praticamente impossibile che due
fiocchi, anche vicini, siano identici.
Alla fine del 1800,
quelle infinite configurazioni colpirono un quindicenne di una solitaria
fattoria del Vermont, in America. Si chiamava Wilson Bentley e passava il tempo a osservare con
un vecchio microscopio trovato in soffitta tutto quello che lo affascinava nei
boschi attorno, per poi disegnarlo. Ciò che lo incuriosiva di più però cadeva
dal cielo, i fiocchi di neve, ma si scioglievano troppo rapidamente per poterli
osservare e disegnare: «Quando avevo diciassette anni, mia madre convinse mio
padre a comprarmi macchina fotografica e microscopio, che ho poi unito
nell’apparecchiatura che uso ancora oggi. Costarono, già allora, cento dollari!
Mio padre detestava spendere tutto quel denaro per ciò che gli sembrava il
ridicolo capriccio di un ragazzino. Ma mia madre riuscì a convincerlo, anche se
lui non arrivò mai a credere che ne fosse valsa la pena. Lui e mio fratello
maggiore hanno sempre pensato che stessi solo perdendo tempo, trafficando con i
fiocchi di neve!» (D.C.Blanchard, The Snowflake Man).
Studiandoli,
disegnandoli, fotografandoli e catalogandoli in base alle condizioni di
formazione, Wilson divenne non solo fotografo professionista in
micro-grafie ma il pioniere della fisica delle nuvole. Il suo marchingegno
capace di fotografare i fiocchi prima che si sciogliessero permise di fermare
una bellezza tanto fugace quanto immortale, proprio perché irripetibile. Lo
fece per tutta la vita «collezionando» migliaia di fiocchi. A conferma del detto
chestertoniano che le persone si spengono non per mancanza di
meraviglie, ma di meraviglia, Wilson raccontava così la sua folgorazione
adolescenziale: «Fui rapito dal desiderio di mostrare alle persone
qualcosa di quella bellezza e dall’ambizione di diventarne, in qualche modo, il
custode».
Una definizione perfetta
di vocazione: bellezza ricevuta, da custodire e comunicare.
E così si meritò il
soprannome di Snowflake Man, titolo scritto anche sulla sua
lapide. Poco prima di morire uscì il lavoro di una vita, Snow
Crystals, con 2453 micro-grafie di fiocchi tutti diversi, una galleria
che fa impallidire i nostri musei e ha ispirato scienziati, architetti,
stilisti, gioiellieri, poeti, decoratori... perché come diceva
Bentley: «I fiocchi di neve non ci raggiungono solo per rivelarci la bellezza
di ciò che in natura è microscopico, ma per insegnarci che tutta la
bellezza terrena è fugace. Però, benché quella della neve sia passeggera
come i colori dell'autunno o del cielo serale, se passa è solo per
tornare ancora».
Le difficilissime
evoluzioni del pattinaggio, le impossibili linee dello sci, le millimetriche
strategie del curling, sono solo l'eco di «microscopici miracoli», come Bentley chiamava i fiocchi di
neve. Aveva ragione Grossman, la vita è viva solo quando può essere
unica: persino un silenzioso e fugace fiocco di neve non ha eguali. Un
invisibile granello di pulviscolo vestito di infinite trame di cristalli
celesti sussurra a chi, come Keplero e Wilson, sa ascoltare la sottile lingua
del creato: a che punto sei della tua irripetibile discesa sulla Terra?
Alessandro
D’Avenia «Collezionisti di neve»
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