ESSERE CRISTIANI
ED
ESSERE UMANI
Una svolta
sull’immigrazione
È di questi giorni il
varo, da parte del nostro governo, del disegno di legge in cui si prevede
il «blocco navale» per impedire l’ingresso nelle nostre acque
territoriali di imbarcazioni con a bordo migranti, segnando, a quanto
afferma un quotidiano molto vicino al governo, una «svolta sull’immigrazioni».
In un video la presidente del Consiglio, sfoggiando ancora una volta la grinta
che tanto piace agli italiani, lo ha celebrato come un grande successo
personale: «Abbiamo finalmente potuto mantenere un altro impegno che avevamo
preso con i cittadini nel nostro programma di governo: per tutti quelli che
dicevano che era impossibile voglio ricordare che niente è davvero impossibile
per chi è determinato».
La premier non ha mancato
di sottolineare il proprio ruolo centrale nella svolta della politica europea
che ha reso legittima questa misura, da sempre esclusa in base a criteri
umanitari che oggi, grazie a lei, sono stati finalmente superati: «È una
opzione – ha detto – compatibile con le nuove regole europee, che l’Italia ha
contribuito a formare, a dimostrazione che tutto il lavoro che abbiamo fatto
finora sta imprimendo una svolta totale nella gestione del fenomeno in Europa».
Ma di che cosa
esattamente si tratta? Lo spiega l’art. 10, dove si dice che «nei casi di
minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale,
l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere
temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta
del ministro dell’interno». Costituiscono minaccia grave «il rischio concreto
di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio
nazionale; la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la
gestione sicura dei confini; le emergenze sanitarie di rilevanza
internazionale; gli eventi internazionali di alto livello che richiedano
l’adozione di misure straordinarie di sicurezza».
Se il disegno di legge
sarà approvato, come è prevedibile, sarà possibile al governo impedire alle
navi delle ONG che soccorrono i naufraghi – già penalizzate dalle norme che le
costringono a non realizzare più di un salvataggio per volta e a recarsi,
per sbarcarli, in porti spesso molto lontani – di entrare nelle acque
territoriali italiane. Più in generale, il blocco blinda le vie di accesso alle
nostre coste, alzando una barriera insuperabile di fronte a cui le
imbarcazioni dei migranti saranno destinate o al naufragio, o al
rientro nelle acque libiche e tunisine, dove i profughi saranno accolti dagli
aguzzini e dai lager a cui speravano di essere scampati.
Una legge in contrasto
col nostro ordinamento giuridico
Nei confronti delle nuove
misure sono state sollevate obiezioni di carattere giuridico. Giorgia
Meloni ha parlato di «una opzione compatibile con le nuove regole europee». Ma
il passaggio in acque territoriali è materia regolata dalla Convenzione delle
Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), ratificata anche dall’Italia e
quindi divenuta anche in Italia legge nazionale in virtù dell’art. 117 della
Costituzione, che impone il rispetto «dei vincoli derivanti dall’ordinamento
comunitario e dagli obblighi internazionali». Nemmeno le regole europee
possono invalidare e sostituire queste norme.
Ora, la Convenzione
suddetta elenca già tassativamente i casi in cui uno Stato può interdire
l’ingresso nelle proprie acque: uso della forza, spionaggio, esercitazioni
militari, traffici illegali di persone o merci, pesca o ricerca non
autorizzate. Uno Stato «non
può aggiungere arbitrariamente nuove eccezioni, specialmente se violano
l’obbligo di soccorso e la tutela dei diritti fondamentali», spiega
Giuseppe Cataldi, ordinario di Diritto internazionale all’Università
L’Orientale di Napoli e presidente dell’Associazione internazionale del diritto
del mare, in una intervista al «Fatto quotidiano». Invece è proprio quello che
fa il ddl del governo, che, alle fattispecie previste tassativamente, aggiunge
arbitrariamente «pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie
internazionali ed eventi internazionali di alto livello che richiedano
l’adozione di misure straordinarie di sicurezza».
Siamo dunque di fronte a
una chiara violazione del diritto internazionale, il che non stupisce da parte
di un governo che, nella persona della premier Meloni e del vice-premier,
Salvini ha sempre sottolineato la sua stima incondizionata e la sua piena
sintonia con quel Donald Trump per cui il diritto ormai coincide con la
forza. E non è un caso che la parola magica, per giustificare questa misura
come per tutta la politica interna ed estera del presidente degli Stati Uniti,
sia la parola «sicurezza».
Il prezzo umano dei
successi
Colpisce il fatto che a
questa scelta – di decisiva importanza, secondo la nostra premier- i media e
l’opinione pubblica abbiano dedicato assai meno attenzione che alla ripresa
delle indagini per il delitto di Garlasco, avvenuto diciotto anni fa. Eppure
qualche domanda essa dovrebbe sollevarla.
Una nasce spontanea
ascoltando le parole di compiacimento che la nostra premier pronuncia esaltando
i risultati della su apolitica migratori: «I numeri che abbiamo raggiunto in
questi anni, -60% di sbarchi, +55% di rimpatri, ci incoraggiano a fare ancora
meglio e vogliamo farlo».
Dove sono finite le
persone che non sono più riuscite a sbarcare e quelle che abbiamo rimpatriato
nei paesi da cui erano fuggite? Possibile che nessuno sembri chiederselo?
Meloni sicuramente non lo fa. La sua viene presentata come una vittoriosa
campagna contro dei delinquenti. In realtà, coloro di cui si parla,
contrariamente a quanto ci è stato ripetuto continuamente, sono esseri umani
fuggiti dal loro mondo di povertà e di violenza per cercare da noi, col nostro
aiuto, una vita migliore.
Se sono fuori-legge, lo
sono solo nel senso che le leggi xenofobe fatte da questo governo e a quelli
precedenti – per lo più sotto l’impulso della Lega, quasi sempre al potere
negli anni bui di questa Seconda Repubblica – hanno impedito loro di giungere legalmente
nel nostro paese, costringendoli a spendere i loro poveri risparmi e a
rischiare le loro vite per fare clandestinamente un viaggio che i ricchi
stranieri fanno in aereo, con tanto di passaporto.
Per questo hanno lasciato
le loro case, il loro lavoro, le loro relazioni umane, avventurandosi in luoghi
inospitali, attraversando deserti in balìa di trafficanti di esseri umani che
li trattavano come bestie, e sono arrivati sulle coste del Mediterraneo, in
Libia e in Tunisia, da dove speravano di partire per l’Italia.
Ma i nostri governi – il
primo è stato quello di “sinistra” presieduto dall’on. Gentiloni, sotto la
gestione del ministro Minniti, ma poi ha continuato quello attuale –
hanno fatto accordi con i leader libici e con il presidente-dittatore tunisino che,
in cambio di lauti finanziamenti, si sono impegnati a impedire le partenze e
hanno bloccato coloro che arrivavano dalle più vare regioni dell’Africa
in campi di detenzione che tutti gli osservatori internazionali descrivono come
veri e propri lager. Ecco spiegata la diminuzione delle partenze.
Malgrado queste
restrizioni violente, a un certo numero di persone è stato concesso di partire,
in cambio di soldi o, per le donne, di prestazioni sessuali, ma sono stati
stipate su barconi fatiscenti e abbandonate in mezzo al Mediterraneo, esposti
alle condizioni metereologiche avverse e a rischio continuo di naufragio.
E proprio da questi
naufragi cercavano di salvarli le navi delle Ong, riscendoci sempre di meno per
le misure con cui il nostro governo ha sistematicamente
ostacolato la loro opera. Così molti non sono arrivati mai in Italia
semplicemente perché sono affogati. Leggiamo su «Avvenire» che solo a
gennaio almeno 375 migranti sono stati dichiarati morti o dispersi a seguito di
molteplici naufragi “invisibili” nel Mediterraneo centrale, in condizioni
meteorologiche estreme, con centinaia di altre morti che si ritiene non siano
state registrate.
Ma è davvero per il bene
dell’Italia?
È per il bene
dell’Italia, dicono molti. Altrimenti la nostra economia tracollerebbe. Tanto è
vero che anche gli altri paesi europei stanno adottando la linea Meloni. A
smentire questa tesi, però, c’è l’esempio della Spagna, la cui crescita
economica è attualmente la più elevata d’Europa – più del doppio della media
europea – proprio grazie, dicono gli osservatori, ai migranti. Proprio in
questi giorni ha fatto scalpore la notizia che in Spagna sono stati
regolarizzati 500.000 migranti.
Perché il governo
spagnolo ha seguito una politica opposta alla nostra, considerando gli
immigrati una risorsa. Così nel 2025 il Pil spagnolo è cresciuto del 2,9%.,
mentre quello italiano dello 0,4%.
Certo, questo implica una
vera accoglienza, non quella che in Italia facciamo chiudendo nei Cpr
(Centri di permanenza per il rimpatrio) quelli che riescono ad arrivare e
ostacolando in ogni modo la loro integrazione, col risultato di inchiodarli alla
loro condizione di emarginati. Il governo spagnolo si è impegnato a mettere
questi stranieri in condizione di inserirsi nel sistema produttivo, ovviando
così alla crisi demografica che travaglia l’Europa e mettendo così al sicuro il
sistema pensionistico. A differenza dell’Italia, dove gli imprenditori chiedono
più mano d’opera e molti economisti italiani seri denunziano l’impossibilità
dell’Inps di continuare a pagare le pensioni agli anziani, a causa della
riduzione dei contributi dei giovani.
La divaricazione tra la
Chiesa e il nostro governo
Ma c’è anche un altro
aspetto della questione migranti, che il disegno di legge sul blocco navale
solleva. Lo ha messo in luce papa Leone XIV, ai primi dello scorso ottobre, in
un’omelia in pazza San Pietro. «Penso ai fratelli migranti, che hanno dovuto abbandonare
la loro terra, spesso lasciando i loro cari, attraversando le notti della paura
e della solitudine, vivendo sulla propria pelle la discriminazione e la
violenza», ha detto il Papa all’inizio dell’omelia. E ha continuato: «Quelle
barche che sperano di avvistare un porto sicuro e quegli occhi carichi di
angoscia e speranza non possono e non devono trovare la freddezza
dell’indifferenza o lo stigma della discriminazione!».
Paradossalmente il
laicista governo socialista di Sanchez sta facendo una politica migratoria
molto più conforme allo spirito del vangelo e alla visione della Chiesa
che non la nostra premier Meloni, che ha sempre dichiarato di ispirarsi
all’insegnamento dei papi e il nostro vicepremier Salvini, che fino a poco
tempo fa esibiva nei suoi discorsi la Bibbia e il rosario.
La divaricazione tra il
nostro governo e la posizione di papa Leone – in perfetta continuità con i suoi
predecessori – è evidenziata da un altro discorso del pontefice, alla fine
dello stesso mese di ottobre, dove affronta esplicitamente, tra l’altro, il
tema cruciale della sicurezza. «Gli Stati, ha detto il pontefice, hanno il
diritto e il dovere di proteggere i propri confini, ma ciò dovrebbe essere
bilanciato dall’obbligo morale di fornire rifugio. Con l’abuso dei migranti
vulnerabili, non assistiamo al legittimo esercizio della sovranità nazionale,
ma piuttosto a gravi crimini commessi o tollerati dallo Stato. Si stanno
adottando misure sempre più disumane – persino politicamente celebrate – per
trattare questi “indesiderabili” come se fossero spazzatura e non esseri
umani».
In un mondo occidentale
che – negli Stati Uniti con Trump, in Europa e in Italia con la linea Meloni –
sembra aver perduto di vista il senso della dignità delle persone, la Chiesa
cattolica sembra essere rimasto oggi l’ultimo punto di riferimento
per la salvaguardia di ciò che significa essere non solo cristiani, ma anche
semplicemente umani.
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