sabato 7 febbraio 2026

OLIMPIADI. VALORI E REALTA'

 


Le Olimpiadi invernali

 fra 

valori e realtà

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di Giuseppe Savagnone 

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Le Olimpiadi nascono per unire

«Le Olimpiadi nascono per unire, non per dividere. Il Comitato Olimpico Internazionale ha più volte ribadito che lo sport deve restare uno spazio neutrale, fondato su rispetto, dialogo e convivenza pacifica. Inserire criteri politici nella partecipazione degli atleti significa minare uno dei pilastri fondamentali del movimento olimpico (…). La funzione delle Olimpiadi non è giudicare i governi, ma offrire agli atleti un terreno di confronto leale e universale».

Queste parole, del blog israeliano (ma in lingua italiana) «Israele 360», riassumono bene lo spirito olimpico, che in questi giorni molti esponenti della politica e del giornalismo hanno fatto a gara ad evocare, ricordando come le origini di queste manifestazioni si possano fare risalire all’antica Grecia, dove esse comportavano la sospensione di tutte le attività belliche.

In un mondo ultimamente martoriato da aspri conflitti politici e militari, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina rappresentano agli occhi di molti una bella occasione per riscoprire, in nome del valore universalmente umano dello sport, ciò che unisce gli abitanti del nostro pianeta, mettendo finalmente da parte, almeno in questi giorni, ciò che li divide.

Occupati a celebrare queste ottimistiche prospettive, i quotidiani del 5 febbraio, alla viglia dell’apertura dei giochi olimpici, hanno – con la sola eccezione di «Avvenire» – dimenticato di ricordare, nelle loro prime pagine, che proprio in quel giorno scadeva il trattato New START tra Stati Uniti e Russia, pilastro del controllo degli armamenti nucleari, che stabiliva dei limiti allo sviluppo incontrollato dei due più grandi arsenali nucleari del mondo. È stato papa Leone a chiedere che non lo si lasci cadere senza tentare neppure di sostituirlo con accordi equivalenti. Ma non sembra che il suo appello – unica voce concretamente in linea con la logica della pace olimpica – sia stato ascoltato. 

Non è l’unica perplessità di fronte al quadro ideale rappresentato da «Israele 360». Ce n’è una che riguarda proprio l’ammissione ai Giochi Olimpici dello Stato ebraico.  L’ondata di proteste svoltesi in molti paesi europei per la spietata violenza dell’esercito di Tel Aviv nella Striscia di Gaza si era rivolta anche contro la partecipazione degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Parigi e di Milano-Cortina. A questo era stato risposto che «lo sport deve restare uno spazio neutrale».  

E tuttavia è un dato di fatto che non tutti i paesi sono rappresentati. Gli atleti di Russia e Bielorussia sono stati esclusi dalle qualificazioni, coerentemente con la linea seguita dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO) fin dal 2023, dopo l’invasione dell’Ucraina e che ha impedito loro di partecipare anche alle Olimpiadi di Parigi nell’estate del 2024. Un’esclusione che non li ha riguardati solo come squadra ufficialmente rappresentativa dei loro rispettivi paesi, ma in quanto singoli che avessero voluto gareggiare a titolo semplicemente personale come «atleti neutrali».

Invece, alla fine dell’ottobre scorso, il CIO ha confermato che Israele avrebbe potuto partecipare. Il direttore esecutivo, Christophe Dubi, ha spiegato: «Il caso è diverso da quello di Russia e Bielorussia. Su Israele e Palestina è un caso speciale perché abbiamo due Comitati Olimpici nazionali e entrambi ottemperano alla Carta Olimpica». Una linea ribadita da Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano-Cortina 2026, che ha precisato: «Attenzione, non stiamo parlando dei governi di quei Paesi, ma stiamo parlando dei Comitati Olimpici».

E in effetti, nel 2023, il CIO ha deciso di sospendere il Comitato Olimpico russo per violazione della Carta Olimpica, dopo «la decisione unilaterale di includere, tra i suoi membri, le organizzazioni sportive regionali che sono sotto l’autorità del Comitato Olimpico Nazionale dell’Ucraina (vale a dire Donetsk, Kherson, Luhansk e Zaporizhzhia)», decisione che «costituisce una violazione della Carta olimpica perché viola l’integrità territoriale del Comitato Olimpico dell’Ucraina, come riconosciuto dal CIO in conformità con la Carta Olimpica».

Il problema, dunque, non riguarderebbe la politica, ma la conformità dei rispettivi Comitati olimpici alle regole stabilite dalla Carta olimpica. Mentre quello di Israele non la viola, quella di Russia e Ucraina lo fa, includendo arbitrariamente le organizzazioni sportive delle regioni sottratte con la forza all’Ucraina.

Sport e politica

Sembrerebbe tutto chiarito. Senonché, se si dà uno sguardo alla storia delle Olimpiadi, si scopre che in passato – e scegliamo solo i casi verificatisi dopo la seconda guerra mondiale – l’esclusione di  alcuni Stati non è stata dovuta alla regolarità o meno dei loro Comitati Olimpici, ma alla loro politica. Nelle Olimpiadi estive del 1948, tenutesi a Londra, non furono accettati gli atleti di Germania e Giappone a causa del ruolo di questo Stati nella Seconda guerra mondiale. E il Sudafrica è rimasto escluso dai Giochi Olimpici dal 1964 al 1992 a causa della segregazione razziale imposta dal regime dell’apartheid.

Se ora Israele viene dichiarato, come abbiamo visto, «un caso speciale», ciò significa che in questo caso si decide di prescindere, a differenza che in passato, dalla realtà politica. Come del resto teorizzava il blog israeliano che abbiamo citato all’inizio: «Inserire criteri politici nella partecipazione degli atleti significa minare uno dei pilastri fondamentali del movimento olimpico». Perché «la funzione delle Olimpiadi non è giudicare i governi, ma offrire agli atleti un terreno di confronto leale e universale».

Anche volendo dimenticare che in passato non è stato così, non si può sfuggire alla sensazione che, così intesa, questa pace olimpica sia un modo per sfuggire alla realtà, o, peggio ancora, per nasconderla. Perché, in questa ricostruzione dell’universalità creata dallo sport, tutti sono buoni (tranne i russi e i bielorussi).

In questo modo la legge dello sport – basata sulla Carta Olimpica – diventa  un alibi per ignorare la  sistematica violazione di quella  che finora aveva regolato le reali relazioni  tra i popoli, che è il diritto internazionale, sostituito oggi apertamente dalla legge del più forte. Il riferimento ai Comitati Olimpici non può far dimenticare che questi Comitati sono a loro volta espressione dei loro rispettivi governi, con il loro ruolo nella costruzione o nella distruzione della pace di cui le Olimpiadi vogliono essere il simbolo.

La stella insanguinata

Il caso dei Israele è un esempio evidente. Davvero si può considerare realizzato il compito dei Giochi Olimpici di realizzare «uno spazio neutrale, fondato su rispetto, dialogo e convivenza pacifica», quando a celebrare questi valori ci sono rappresentanti di un paese il cui primo ministro è stato condannato dalla Corte Penale Internazionale per «crimini contro l’umanità» e giudicato da una autorevole Commissione indipendente dell’ONU colpevole di «genocidio»?

Davvero si possono accogliere come esempi di sportività, da additare ai giovani,  atleti che gareggiano sotto una bandiera insanguinata dalla strage di decine di migliaia di donne e bambini innocenti, secondo l’accusa mossa non da fanatici antisemiti, ma da moltissimi che la condannano, sia dall’interno dello Stato ebraico sia dal mondo della diaspora? Si può chiudere gli occhi su ciò che sta accadendo, malgrado la tregua, a Gaza e in Cisgiordania, dove, con spietata sistematicità che ricorda lo stile dei nazisti, l’esercito israeliano, sventolando la stella di Davide, sta continuando ad uccidere, ferire, affamare e assiderare le persone e a distruggere le loro case spianandole con i bulldozer?

Nell’antica Grecia le Olimpiadi comportavano l’effettiva interruzioni delle operazioni militari. Noi rischiamo di evocare con commozione questo passato fingendo di non sapere che oggi i violenti continuano a esercitare indisturbati la loro violenza, con la nostra silenziosa complicità.

Il caso degli Stati Uniti

Ma la domanda si può porre anche nei confronti degli Stati Uniti, che non solo hanno sostenuto Israele in queste stragi di innocenti, ma hanno a loro volta inaugurato, da quando Trump ha ricevuto il secondo mandato, uno stile politico che ha sconvolto tutte le regole etiche e giuridiche fino a questo momento ritenute indiscutibili e che è basato sul principio che il diritto coincide con la forza.

Alle Olimpiadi di Milano-Cortina l’ospite d’onore è J.D. Vance, il vice di Trump, che ha più volte sostenuto con convinzione la legittimità della politica sia estera che interna del presidente. In nome dei valori olimpici si celebra una persona che ha difeso il diritto degli Stati Uniti di impadronirsi del petrolio di un paese vicino, il Venezuela, definendo questa operazione tipicamente coloniale una “liberazione”, anche se in realtà quello che si voleva e che si è ottenuto non è l’avvento di un regime democratico – come si illudeva la leader dell’opposizione a Maduro e premio Nobel per la pace Machado – , ma il mantenimento del vecchio sistema di potere, purché disposto alla totale sottomissione nei confronti degli Stati Uniti.

Vance è anche colui che ha difeso senza esitazione i metodi dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), la famigerata Agenzia per l’immigrazione di cui abbiamo visto con i nostri occhi, grazie ai filmati trasmessi da tutte le televisioni, l’inaudita brutalità nei confronti non solo dei poveri immigrati, ma degli stessi cittadini americani, due dei quali, a Minneapolis, nel Minnesota, sono stati uccisi a sangue freddo per strada sotto gli occhi inorriditi dei passanti. Da qui la rivolta della popolazione di questo Stato, che ha manifestato per giorni la sua rabbia  e la sua indignazione di fonte ai metodi criminali dell’Agenzia.

Anzi, a scortare lui e la delegazione statunitense ci sono proprio agenti dell’ICE, tra le proteste di molti che ritengono inaccettabile la loro presenza sul territorio italiano. Il governo, data la massiccia impopolarità che le ultime vicende di Minneapolis hanno guadagnato all’ICE, si è  trovato in evidente imbarazzo. Nell’informativa alla Camera, il ministro si è difeso  dalle accuse dicendo: «Stiamo parlando di una polemica completamente infondata», perché «l’ICE non svolge e non potrà mai svolgere attività operative di polizia sul nostro territorio nazionale».

Resta il fatto che, questa giustificazione del governo sul piano giuridico, non risolve affatto la questione sul piano simbolico. Che un corpo di polizia straniero dedito sistematicamente alla violenza più cieca, soprattutto verso le persone inermi, fino ad assassinarle gratuitamente,  non possa esercitare la sua brutalità anche sul nostro territorio è scontato. Ma la sua presenza è una conferma del fatto che lo spirito olimpico, esaltato dalla retorica istituzionale, è contraddetto dalla realtà.

In questo tempo devastato dalla crisi di tutti i criteri etici che un tempo – anche se spesso trasgrediti di fatto (ma di nascosto) – erano, in linea di principio, il punto di riferimento della politica, il pericolo è che la celebrazione dei valori dello sport scada nella pura e semplice retorica e finisca per fornire una implicita legittimazione a comportamenti pratici dei governi che invece devono indignarci.  

Se non vogliamo dar ragione a chi in queste Olimpiadi vede solo un business miliardario e desideriamo davvero farne un punto di partenza per una svolta, non trasformiamo questa bella esperienza di impegno, di generosità e di lealtà in un regno delle fate, ma prendiamone spunto per chiedere alla politica di ritrovare questa dimensione di umanità.

www.tuttavia.eu

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