fra
valori e realtà
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Le
Olimpiadi nascono per unire
«Le Olimpiadi nascono per
unire, non per dividere. Il Comitato Olimpico Internazionale ha più volte ribadito che lo
sport deve restare uno spazio neutrale, fondato su rispetto,
dialogo e convivenza pacifica. Inserire criteri politici nella partecipazione
degli atleti significa minare uno dei pilastri fondamentali del movimento
olimpico (…). La funzione delle Olimpiadi non è giudicare i governi, ma
offrire agli atleti un terreno di confronto leale e universale».
Queste parole, del blog
israeliano (ma in lingua italiana) «Israele 360», riassumono bene lo
spirito olimpico, che in questi giorni molti esponenti della politica e del
giornalismo hanno fatto a gara ad evocare, ricordando come le origini di queste
manifestazioni si possano fare risalire all’antica Grecia, dove esse
comportavano la sospensione di tutte le attività belliche.
In un mondo ultimamente
martoriato da aspri conflitti politici e militari, le Olimpiadi invernali
di Milano-Cortina rappresentano agli occhi di molti una bella occasione per
riscoprire, in nome del valore universalmente umano dello sport, ciò che unisce
gli abitanti del nostro pianeta, mettendo finalmente da parte, almeno in questi
giorni, ciò che li divide.
Occupati a celebrare
queste ottimistiche prospettive, i quotidiani del 5 febbraio, alla viglia
dell’apertura dei giochi olimpici, hanno – con la sola eccezione di «Avvenire»
– dimenticato di ricordare, nelle loro prime pagine, che proprio in quel giorno
scadeva il trattato New START tra Stati Uniti e Russia, pilastro del
controllo degli armamenti nucleari, che stabiliva dei limiti allo sviluppo
incontrollato dei due più grandi arsenali nucleari del mondo. È stato papa
Leone a chiedere che non lo si lasci cadere senza tentare neppure di
sostituirlo con accordi equivalenti. Ma non sembra che il suo appello – unica
voce concretamente in linea con la logica della pace olimpica – sia stato
ascoltato.
Non è l’unica perplessità
di fronte al quadro ideale rappresentato da «Israele 360». Ce n’è una che
riguarda proprio l’ammissione ai Giochi Olimpici dello Stato ebraico.
L’ondata di proteste svoltesi in molti paesi europei per la spietata violenza dell’esercito
di Tel Aviv nella Striscia di Gaza si era rivolta anche contro la
partecipazione degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Parigi e di
Milano-Cortina. A questo era stato risposto che «lo sport deve restare uno
spazio neutrale».
E tuttavia è un dato di
fatto che non tutti i paesi sono rappresentati. Gli atleti di Russia e
Bielorussia sono stati esclusi dalle qualificazioni, coerentemente con la linea
seguita dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO) fin dal 2023, dopo l’invasione
dell’Ucraina e che ha impedito loro di partecipare anche alle Olimpiadi di
Parigi nell’estate del 2024. Un’esclusione che non li ha riguardati solo come
squadra ufficialmente rappresentativa dei loro rispettivi paesi, ma in
quanto singoli che avessero voluto gareggiare a titolo semplicemente personale
come «atleti neutrali».
Invece, alla fine
dell’ottobre scorso, il CIO ha confermato che Israele avrebbe potuto
partecipare. Il direttore esecutivo, Christophe Dubi, ha spiegato: «Il caso è
diverso da quello di Russia e Bielorussia. Su Israele e Palestina è un caso
speciale perché abbiamo due Comitati Olimpici nazionali e entrambi ottemperano
alla Carta Olimpica». Una linea ribadita da Giovanni Malagò, presidente della
Fondazione Milano-Cortina 2026, che ha precisato: «Attenzione, non stiamo
parlando dei governi di quei Paesi, ma stiamo parlando dei Comitati Olimpici».
E in effetti, nel 2023,
il CIO ha deciso di sospendere il Comitato Olimpico russo per violazione della
Carta Olimpica, dopo «la decisione unilaterale di includere, tra i suoi membri,
le organizzazioni sportive regionali che sono sotto l’autorità del Comitato
Olimpico Nazionale dell’Ucraina (vale a dire Donetsk, Kherson, Luhansk e
Zaporizhzhia)», decisione che «costituisce una violazione della Carta olimpica
perché viola l’integrità territoriale del Comitato Olimpico dell’Ucraina, come
riconosciuto dal CIO in conformità con la Carta Olimpica».
Il problema, dunque, non
riguarderebbe la politica, ma la conformità dei rispettivi Comitati olimpici
alle regole stabilite dalla Carta olimpica. Mentre quello di Israele non la
viola, quella di Russia e Ucraina lo fa, includendo arbitrariamente le organizzazioni
sportive delle regioni sottratte con la forza all’Ucraina.
Sport e politica
Sembrerebbe tutto
chiarito. Senonché, se si dà uno sguardo alla storia delle Olimpiadi, si scopre
che in passato – e scegliamo solo i casi verificatisi dopo la seconda guerra
mondiale – l’esclusione di alcuni Stati non è stata dovuta alla regolarità
o meno dei loro Comitati Olimpici, ma alla loro politica. Nelle Olimpiadi
estive del 1948, tenutesi a Londra, non furono accettati gli atleti di Germania
e Giappone a causa del ruolo di questo Stati nella Seconda guerra mondiale. E
il Sudafrica è rimasto escluso dai Giochi Olimpici dal 1964 al 1992 a causa
della segregazione razziale imposta dal regime dell’apartheid.
Se ora Israele viene
dichiarato, come abbiamo visto, «un caso speciale», ciò significa che in questo
caso si decide di prescindere, a differenza che in passato, dalla realtà
politica. Come del resto teorizzava il blog israeliano che abbiamo citato
all’inizio: «Inserire criteri politici nella partecipazione degli atleti
significa minare uno dei pilastri fondamentali del movimento olimpico». Perché
«la funzione delle Olimpiadi non è giudicare i governi, ma offrire agli atleti
un terreno di confronto leale e universale».
Anche volendo dimenticare
che in passato non è stato così, non si può sfuggire alla sensazione che, così
intesa, questa pace olimpica sia un modo per sfuggire alla realtà, o, peggio
ancora, per nasconderla. Perché, in questa ricostruzione dell’universalità
creata dallo sport, tutti sono buoni (tranne i russi e i bielorussi).
In questo modo la legge
dello sport – basata sulla Carta Olimpica – diventa un alibi per ignorare
la sistematica violazione di quella che finora aveva regolato le
reali relazioni tra i popoli, che è il diritto
internazionale, sostituito oggi apertamente dalla legge del più forte. Il
riferimento ai Comitati Olimpici non può far dimenticare che questi Comitati
sono a loro volta espressione dei loro rispettivi governi, con il loro ruolo
nella costruzione o nella distruzione della pace di cui le Olimpiadi vogliono
essere il simbolo.
La stella insanguinata
Il caso dei Israele è un
esempio evidente. Davvero si può considerare realizzato il compito dei
Giochi Olimpici di realizzare «uno spazio neutrale, fondato su rispetto,
dialogo e convivenza pacifica», quando a celebrare questi valori ci sono
rappresentanti di un paese il cui primo ministro è stato condannato dalla Corte
Penale Internazionale per «crimini contro l’umanità» e giudicato da una
autorevole Commissione indipendente dell’ONU colpevole di «genocidio»?
Davvero si possono
accogliere come esempi di sportività, da additare ai giovani, atleti che
gareggiano sotto una bandiera insanguinata dalla strage di decine di migliaia
di donne e bambini innocenti, secondo l’accusa mossa non da fanatici antisemiti,
ma da moltissimi che la condannano, sia dall’interno dello Stato ebraico sia
dal mondo della diaspora? Si può chiudere gli occhi su ciò che sta accadendo,
malgrado la tregua, a Gaza e in Cisgiordania, dove, con spietata sistematicità
che ricorda lo stile dei nazisti, l’esercito israeliano, sventolando la
stella di Davide, sta continuando ad uccidere, ferire, affamare e assiderare le
persone e a distruggere le loro case spianandole con i bulldozer?
Nell’antica Grecia le
Olimpiadi comportavano l’effettiva interruzioni delle operazioni militari. Noi
rischiamo di evocare con commozione questo passato fingendo di non sapere
che oggi i violenti continuano a esercitare indisturbati la loro violenza,
con la nostra silenziosa complicità.
Il caso degli Stati Uniti
Ma la domanda si può
porre anche nei confronti degli Stati Uniti, che non solo hanno sostenuto
Israele in queste stragi di innocenti, ma hanno a loro volta inaugurato, da
quando Trump ha ricevuto il secondo mandato, uno stile politico che ha
sconvolto tutte le regole etiche e giuridiche fino a questo momento ritenute
indiscutibili e che è basato sul principio che il diritto coincide con la
forza.
Alle Olimpiadi di
Milano-Cortina l’ospite d’onore è J.D. Vance, il vice di Trump, che ha più
volte sostenuto con convinzione la legittimità della politica sia estera che
interna del presidente. In nome dei valori olimpici si celebra una persona che
ha difeso il diritto degli Stati Uniti di impadronirsi del petrolio di un
paese vicino, il Venezuela, definendo questa operazione tipicamente coloniale
una “liberazione”, anche se in realtà quello che si voleva e che si è ottenuto
non è l’avvento di un regime democratico – come si illudeva la leader
dell’opposizione a Maduro e premio Nobel per la pace Machado – , ma il
mantenimento del vecchio sistema di potere, purché disposto alla totale
sottomissione nei confronti degli Stati Uniti.
Vance è anche colui che
ha difeso senza esitazione i metodi dell’ICE (Immigration and Customs
Enforcement), la famigerata Agenzia per l’immigrazione di cui abbiamo visto
con i nostri occhi, grazie ai filmati trasmessi da tutte le televisioni,
l’inaudita brutalità nei confronti non solo dei poveri immigrati, ma degli
stessi cittadini americani, due dei quali, a Minneapolis, nel Minnesota, sono
stati uccisi a sangue freddo per strada sotto gli occhi inorriditi dei
passanti. Da qui la rivolta della popolazione di questo Stato, che ha
manifestato per giorni la sua rabbia e la sua indignazione di fonte ai
metodi criminali dell’Agenzia.
Anzi, a scortare lui e la
delegazione statunitense ci sono proprio agenti dell’ICE, tra le proteste
di molti che ritengono inaccettabile la loro presenza sul territorio italiano.
Il governo, data la massiccia impopolarità che le ultime vicende di Minneapolis
hanno guadagnato all’ICE, si è trovato in evidente imbarazzo.
Nell’informativa alla Camera, il ministro si è difeso dalle accuse
dicendo: «Stiamo parlando di una polemica completamente infondata», perché
«l’ICE non svolge e non potrà mai svolgere attività operative di polizia sul
nostro territorio nazionale».
Resta il fatto che,
questa giustificazione del governo sul piano giuridico, non risolve affatto la
questione sul piano simbolico. Che un corpo di polizia straniero dedito
sistematicamente alla violenza più cieca, soprattutto verso le persone inermi,
fino ad assassinarle gratuitamente, non possa esercitare la sua brutalità
anche sul nostro territorio è scontato. Ma la sua presenza è una conferma del
fatto che lo spirito olimpico, esaltato dalla retorica istituzionale, è
contraddetto dalla realtà.
In questo tempo devastato
dalla crisi di tutti i criteri etici che un tempo – anche se spesso trasgrediti
di fatto (ma di nascosto) – erano, in linea di principio, il punto di
riferimento della politica, il pericolo è che la celebrazione dei valori
dello sport scada nella pura e semplice retorica e finisca per fornire una
implicita legittimazione a comportamenti pratici dei governi che invece devono
indignarci.
Se non vogliamo dar
ragione a chi in queste Olimpiadi vede solo un business miliardario
e desideriamo davvero farne un punto di partenza per una svolta, non
trasformiamo questa bella esperienza di impegno, di generosità e di
lealtà in un regno delle fate, ma prendiamone spunto per chiedere
alla politica di ritrovare questa dimensione di umanità.
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