Andrea Tagliapietra
traccia “filosofia e icone” di una posizione di resistenza alle pulsioni
panottiche della società.
Non è semplicemente
una versione dolce di vergogna o senso di colpa. Contro le spinte a metterci a
nudo, è piuttosto cura di sé e segreta ospitalità dell’altro
-
di ENRICO CERASI
Il gesto più antico, ma a
ben vedere attualissimo. Il tratto distintivo dell’uomo (Nietzsche: “la bestia
dalle guance rosse”), ma non sconosciuto ad altre forme animali. Il più
essenziale, al tempo stesso il più esposto alle contingenze, dunque fragilissimo.
Quest’insieme di aporie prende il nome di pudore, del quale Andrea Tagliapietra
ci fornisce lettura e immagini ( Il gesto più antico. Filosofia e icone
del pudore, Donzelli, pagine 232, euro 34,00). Non per la prima volta,
del resto, ma già a partire da La forza del pudore (Rizzoli
2006, poi ampliato nell’edizione francese del 2017) e in seguito in molti altri
lavori. In questo caso, l’esposizione è tripartita. Praticando una suggestiva
lettura iconografica di alcuni capolavori della storia dell’arte, la prima
parte traccia un’antropologia del pudore, sospeso tra paura, vergogna e colpa.
Col tipico gusto definitorio della cultura anglosassone, negli anni ’30-’50 del
secolo scorso Margareth Mead e Ruth Benedict distinsero le shame-culture (culture
della vergogna) dalle guilt-culture (culture della colpa),
tipiche della cultura individualistica occidentale, segnatamente protestante.
Tagliapietra non contesta lo schema, lo problematizza. L’oggetto del suo studio
non s’identifica né con la prima («il pudore differisce dalla vergogna come una
disposizione abituale si distingue da un movimento impulsivo dell’anima») né
con la seconda. Sant’Agostino osservò che il pudore presuppone la colpa. Al
contrario: il pudore ben sa l’imperfezione dell’esistenza, ma non desidera
liberarsene. Semplicemente, le restituisce l’innocenza che le è propria
(Nietzsche avrebbe detto: l’“innocenza del divenire”).
Psicologia del pudore
Nella seconda parte viene
proposta una “psicologia del pudore”, in questo caso sospeso tra gli estremi
della menzogna e dell’autenticità (entrambe ben note all’autore). L’autenticità
è l’espettorazione del soggetto in quanto individuo, pirandelliana
maschera sociale. Autentico è l’io che, persuaso della propria unicità,
strepita per mettersi in scena – ultimamente nella scomposta declinazione del coming-
out , in passato in forme forse più sottili; in ogni caso senza nulla
eccepire ai rapporti di sapere-potere di volta in volta egemoni. In altre
parole, l’autenticità è una prestazione dell’individuo, prodotto della moderna
bianco-fallocentrica guilt-culture. Insistendo nella
dimensione individualistica della soggettività, la menzogna non ne costituisce
una via d’uscita. Il coming-out può esser autentico o mendace,
ma in ogni caso spudorato.
Che cosa sia il pudore,
finora affiorato solo per cenni, si comprende soprattutto nella terza
parte del libro, dedicata a nulla di meno che alla sua “ontologia”. “Io ho
dentro ciò che non si mo-stra”, confessa Amleto. Il pudore dà corpo alla
«resistenza al meccanismo panottico della società ». Non si pensi subito a
Bentham. Ogni società è attraversata da una pulsione panottica, perché in
qualsivoglia sua forma il potere deve controllare anime e corpi dei suoi
sudditi.
La rivoluzione digitale
L’iconografia addotta al
testo di Tagliapietra lo conferma in abundantia. Ma è vero che
la rivoluzione digitale (fase “suprema” o “finale” dello spettacolo) ha
esasperato il controllo, rendendo il panottico quasi perfetto. Mai come oggi il bios che
noi siamo è sottoposto alla coazione spudorata della propria messa- a-nudo, in
ogni senso del termine. Ma il pudore non si limita a un gesto negligente.
Può sottrarsi alla volgare violenza dello spettacolo perché conserva risorse
alternative. È gesto di difesa reso possibile dalla singolarità che noi siamo.
Conserva il segreto del nostro esser-qui, che mai dipende dalle mode in voga. È
il caso, ad esempio, del protagonista di Bartleby lo scrivano di
Melville. Sottraendosi alle richieste inquisitorie del potere (in questo caso
rappresentato dal suo mite datore di lavoro), l’oscuro impiegato si limita a
rispondere I would prefer not to: “avrei preferenza di no”.
“Preferirei non rispondere”. Una formula cortese e al tempo stesso
inflessibile, come il pudore che rappresenta. Non asseconda spettacolari gesti
rivoluzionari, senza flettere d’una virgola nella difesa dell’unicità d’ogni
singolo esistente. Bartleby è l’«apologia del segreto incondizionato», ossia
della cura di ciò che noi siamo contro qualsivoglia forma d’universalizzazione.
Al tempo stesso, «il pudore … è la fiduciosa attesa dell’altro», del suo dono
sempre a-venire (Derrida). Il pudore custodisce la nostra unicità aprendoci
alla singolarità di ognuno, comprese le forme di vita cosiddette non umane.
La cura di se
Il pudore è cura di sé e
segreta ospitalità dell’altro. Mai garantite una volta per tutte, perché – come
la vita – il pudore avviene nella contingenza, nel sempre possibile
smarrimento. Molto c’è da apprendere da questo prezioso lavoro di Andrea
Tagliapietra, al tempo stesso erudito e militante. Nondimeno, resta una
domanda. Nella prima parte propone una «contro-interpretazione del mito
edenico», a suo avviso improntato alla nostalgia d’una presunta perfezione,
colpevolmente perduta. Al contrario, il pudore non conosce nostalgie né sensi
di colpa. Come si è notato, è forse la forma più aggiornata e convincente della
nietzschana “innocenza del divenire”. Vale a dire, Tagliapietra lo sa
benissimo, volontà di potenza, indefinito incremento della propria volontà
d’esistere. Al contrario, il pudore ben sa che la vita è inseparabile
dall’entropia, dalla senilità e dalla morte.
L’accettazione del limite
È accettazione del
limite, dell’imperfezione che ci è connaturata. Con Montaigne, Tagliapietra ci
esorta ad accettarla, senza nostalgie per un paradiso perduto e senza speranze
in un qualsivoglia Salvatore, ulteriore figura di un immaturo senso di dipendenza.
Tuttavia, vi è davvero finitezza senza dipendenza, se non altro dalle leggi
della biologia? Non ci siamo finalmente liberati dal mito illuministico della
libertà come non-dipendenza? Non si tratta dunque di scegliere, di scommettere?
Dipendere dalla vita, nella sua cieca mancanza di scopo, o da un Salvatore
irriducibile alle leggi dell’immanenza?
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