Lasciamo parlare
la neve,
scaldiamoci
con il ghiaccio
Quella di Milano-Cortina
è la prima Olimpiade delle guerre infinite, del mondo sottosopra. La prima a
non aspettarsi la salvezza in nome dello sport, a non illudersi che 17 giorni
possano congelare l’odio e la sopraffazione che ci circondano. Ma teniamocela
stretta, perché c'è un traguardo in fondo alla pista
Lo sport parla, lo ha sempre fatto.
La prima medaglia che dobbiamo vincere tutti, adesso, è riuscire
ad ascoltarlo. Ora che i Giochi iniziano davvero occorrerebbe silenzio,
partecipazione, capacità di cancellare preconcetti, schieramenti, false
convinzioni e catastrofismo. E servirebbe anche annullare la retorica facile
che un avvenimento carico di storia come un’Olimpiade si porta fatalmente
addosso. Perché è una falsa illusione pensare che i Giochi siano sempre e solo
un grande esempio di purezza. Sono un viaggio per una minoranza di uomini e
donne straordinarie. Non vincono sempre i buoni, spesso non perdono i cattivi.
E in fondo quelli che li hanno inventati, in tempi moderni che ci piace
immaginare civili, schiacciavano vite come mosche nella follia delle guerre,
spazzavano via popoli interi per farsi un po’ di spazio.
Quasi come oggi.
Ma le Olimpiadi servono a
insegnarci che sul podio, come nella vita, ci salgono in pochi. E che arrivare
quarti significa averci provato. Occorre una vita per afferrarle, basta un
soffio per perderle. L’Olimpiade è una storia d’amore in cui ci si vede solo
una volta ogni quattro anni. Quindi è fedeltà pura. Confronto, contatto, esame
crudele, dialogo costante con la fatica. Se sbagli, non puoi riparare subito.
Se la accarezzi, diventa una droga. Una volta provata, la rivuoi. Storie,
persone, umanità. Qualcosa che dura un attimo lunghissimo. Solo un’Olimpiade
regala tanto. Riempie, sazia fino alla prossima. Scavalca assenze, infelicità,
miserie. Ma c’è tanta vita dentro, c’è un senso, una speranza più alta di un
podio.
Costruire la pace
E allora facciamolo
parlare questo sport che non merita di diventare un carro su cui salire solo
quando si vince, o quando fa comodo. Regaliamogli la possibilità di essere
protagonista per 17 giorni, ma senza nulla attorno, senza pesi da scontare.
Teniamoci, per favore, il gesto atletico e il suo messaggio, solo quello, che
nessuno deve permettersi di sporcare con polemiche artificiose, politica e
partigianerie. Qualcuno ci sta già provando, ed è un peccato. Serve a tutti una
pausa, i Giochi bianchi a casa nostra la regalano: basta non sprecare
l’occasione lamentandosi per i disagi che la loro presenza inevitabilmente
comporta. O sottolineare con insistenza le storture, denunciare i conti
cresciuti per organizzarle come se fosse un difetto evitabile, dimenticando che
è sempre stato così, in qualunque edizione e a ogni latitudine. Da quando
l’Italia ha avuto la certezza che la sua candidatura olimpica era stata
accettata, sono passati 7 anni e si sono avvicendati quattro governi: se sono
cambiati anche i numeri è un peccato, ma è nell’ordine delle cose. Quello che
conta è quanto lasceranno in eredità, e su questo bisogna essere in mala fede
per essere pessimisti.
Milano-Cortina è l’Italia
delle montagne, della gente che lavora forgiata dal freddo, la tradizione,
l’ospitalità, la fatica e la bellezza. I Giochi saranno comunque un
moltiplicatore di meraviglia agli occhi del mondo. E magari ci sorprenderanno,
dimostrando che siamo stati anche bravi a organizzare l’improbabile.
Cioè un gigantesco e
complicatissimo spettacolo diffuso in 18 impianti diversi, su 22mila chilometri
quadrati di territorio fatto di curve strette e salite dove ospitare 90 Paesi,
3.500 atleti, e milioni di tifosi.
Quattro giorni dopo la
fine della passata edizione di Pechino 2022, la Russia invase l’Ucraina. Quella
di Milano-Cortina è la prima Olimpiade delle guerre infinite, dell’America
debordante, del mondo sottosopra. La prima a non aspettarsi la salvezza in nome
dello sport, a non illudersi che 17 giorni di neve e ghiaccio possano congelare
l’odio e la sopraffazione che ci circondano.
Un traguardo
È un viaggio senza
illusioni: ci saranno anche trucchi magari, scandali, inquinamenti. Perché
qualche cerchio a volte si perde: fame, ignoranza, paura continuano anche
mentre ragazzi e ragazze d’oro cadono e si rialzano, esultano, piangono di
felicità e mordono medaglie sul podio.
Ma l’Olimpiade vale
sempre la pena, ricordiamolo agli scettici, ripetiamolo all’infinito. Veste e
denuda. Ti lascia lì, davanti al mondo, e ti dice: gioca. Anche se non tutti
hanno la possibilità di farlo. È una parentesi tra le contraddizioni della vita,
viaggia tra le angustie e gli splendori del mondo, non maschera nulla, non ci
fa dimenticare tragedie e ingiustizie, difende faticosamente valori che altrove
ci scivolano via.
Teniamocela stretta
allora questa Olimpiade italiana, questa fiaccola che la gente ha aspettato
dietro le transenne. Impariamo ad essere orgogliosi di qualcosa, sentiamola
nostra. Nulla di più bello forse è mai sgorgato dalla fantasia dell’uomo:
lasciamo parlare la neve, scaldiamoci con il ghiaccio. Non sprechiamo
un’occasione forse irripetibile.
C’è un traguardo in fondo
alla pista. Andiamo.
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