sabato 21 febbraio 2026

IL BENE E IL MALE


Occorre chiedersi se davvero possiamo ridurre il bene e il male al piacere e al dolore soggettivi. 

E forse, davanti a ciò che sta accadendo, ognuno di noi può trovare dentro di sé la risposta.

 

-di  Giuseppe Savagnone

 

Il terremoto Epstein

Ha scosso l’Inghilterra, e non solo l’Inghilterra, lo scandalo che sta travolgendo l’ex principe Andrew, fratello del re, a causa dei suoi rapporti con Jeffrey Epstein, il finanziere, arrestato e poi sucida nel 2019, condannato per avere creato una rete di sfruttamento le cui vittime – 1.200 – erano ragazze minorenni, offerte da lui e dalla sua compagna e complice Ghislaine Maxwell (ora in prigione) ai vip della politica, della finanza, dello spettacolo.

I nomi coinvolti emersi finora sono 300, ma la pubblicazione dei cosiddetti Epstein files è stata e continua ad essere oggetto di aspre polemiche, per la resistenza del Dipartimento della Giustizia americano a renderli accessibili nella loro totalità. Tuttora sembra che non tutti i documenti siano stati rivelati. E quelli che lo sono stati, riportano alla rinfusa – i critici dicono intenzionalmente – l’elenco di questi nomi, senza specificare i diversissimi contesti in cui in cui erano menzionati e creando una gran confusione.

Ci sono presidenti come Donald Trump, Bill Clinton, Barak Obama, esponenti della politica, come Ted Kennedy e Steve Bannon, personaggi del mondo economico, come Bill Gates, nobili, come il principe Harry, star come Beyoncé, Robert De Niro e Woody Allen, personalità della cultura come Noam Chomsky. Ma anche icone morte decenni fa, come la principessa Diana, Elvis Presley e Michael Jackson. Non tutti sono stati “clienti” dell’ignobile traffico. Alcuni erano solo legati a Epstein da rapporti di amicizia, sottolineati da costosi regali. Altri sono stati solo menzionati e non lo conoscevano personalmente.

Quel che, però, è certo è che un certo numero di questi personaggi, di primissimo piano nella vita pubblica a livello mondiale, erano compromessi con il finanziere, che, peraltro, custodiva gelosamente, nel suo immenso archivio, le prove di questa compromissione. «Se parlassi il sistema crollerebbe», diceva, secondo la testimonianza di una delle sue vittime. E i dubbi sul suicidio si moltiplicano, visto il numero di persone potenti per cui la sua stessa esistenza costituiva una potenziale minaccia.

In alcuni casi i rapporti personali di Epstein con queste persone erano noti indipendentemente da questa documentazione. Donald Trump li ha ammessi, ma ha dichiarato di averli interrotti da molti anni. Quello che risulta, di questo passato, è comunque inquietante. Fotografie fatte insieme con ragazzine, messaggi con chiari sottintesi erotici e un’intervista del 2002 in cui il Tychoon definiva il finanziere un «tipo eccezionale», a cui – aggiungeva – «si dice piacciano le belle donne tanto quanto a me, e molte sono più giovani di lui».

La fine del male morale

L’enorme indignazione che questa vicenda ha suscitato, negli Stati Uniti e forse ancor più in Europa, è sicuramente comprensibile ma, al tempo stesso, evidenzia una profonda contraddizione rispetto al clima culturale in cui ormai da tempo vivono gli uomini e le donne su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Già a partire dal secolo scorso, infatti, nella cultura occidentale si è registrata la progressiva crisi della fiducia nell’esistenza di un bene e di un male assoluti. Contrapponendosi alla morale del cristianesimo, Friedrich Nietzsche, considerato il padre della attuale post-modernità, aveva proclamato la «morte di Dio», emblema di tutti i valori assoluti, ed aveva esaltato la figura dell’«oltre-uomo», di chi, cioè, è capace di vivere nel vuoto che così si apre, andando «al di là del bene e del male» (questo il titolo di una delle sue opere più famose).

Emotivismo etico

In seguito, il neopositivismo logico, fiorito negli anni ’20 del Novecento all’interno del cosiddetto “Circolo di Vienna”, ha sostenuto che, mentre la scienza può arrivare a conclusioni razionalmente giustificabili, invece, nella sfera morale, questo non è possibile, cosicché valutazioni e scelte sarebbero espressione solo di stati d’animo del tutto soggettivi. Da dove il nome di “emotivismo etico” usato solitamente per denominare questa teoria.

L’esempio portato da un sostenitore di questa concezione è che, se scrivo “Rubar denaro è male”, «è come se avessi scritto: “Rubar denaro!!!”» e in questo modo «esprimo certi sentimenti morali. E chi si prende la pena di contraddirmi sta semplicemente esprimendo i propri sentimenti morali; cosicché evidentemente non ha senso chiedere quale dei due abbia ragione» (Alfred J. Ayer), come non ne avrebbe cercare di stabilire razionalmente se il gelato al caffè è più o meno buono di quello alla fragola .

Il bene oggettivo

Questo dissolversi dell’idea di un bene oggettivo – unito alla crisi dell’idea di verità, per cui anche di quest’ultima ormai si dice che «ognuno ha la sua» – ha avuto delle profonde ripercussioni sul modo di pensare diffuso anche di quanti – la stragrande maggioranza – non sa nulla di filosofia. E ha favorito la ripresa, nel sentire comune, di una visione secondo cui il bene non è altro che il piacere e il male il dolore, stati del tutto soggettivi.

Già nel Seicento il filosofo inglese Thomas Hobbes aveva scritto che «ogni uomo considera ciò che gli piace ed è per lui dilettevole, bene; e male ciò che gli dispiace; cosicché, dato che ognuno differisce da un altro nella costituzione fisica, così ci si differenzia l’uno dall’altro anche riguardo alla comune distinzione di bene e male».

E così oggi è diventato difficile dire che quello che qualcuno fa è male, perché la risposta ovvia sarebbe: «Lo è secondo te!». Ognuno ritiene suo diritto stabilire la sua scala di valori secondo le proprie personali esigenze e i propri gusti. Da qui il venir meno dell’idea di “peccato”, che aveva dominato, a volte anche ossessivamente, la società cristiana, ma anche di quella di “colpa”, che, a differenza della prima, di per sé prescinderebbe da ogni riferimento alla divinità e è stata valorizzata anche in etiche assolutamente laiche. Se è soggettivo il bene, lo è anche il male. Così, come il peccato si era ridotto alla colpa, quest’ultima ormai sopravvive quasi esclusivamente nella forma del “senso di colpa”, un disturbo psicologico, non un male morale, da curare rivolgendosi a uno psicoterapeuta, per essere aiutati a liberarsene, e non al confessore, per essere perdonati.

Homo homini lupus

Cambiano profondamente, a questo punto, i rapporti tra le persone, non più ispirati dalla ricerca di un bene comune da perseguire insieme, in uno stile di rispetto reciproco, ma ormai basati più o meno esplicitamente sul conflitto dei rispettivi interessi, in cui inevitabilmente a prevalere sono quelli del più forte. Per Hobbes, nello stato di natura gli esseri umani sono in guerra gli uni contro gli altri e a fermare questa guerra può essere solo la paura di poter soccombere. Non per nulla la sintesi della sua posizione si trova nella notissima espressione «homo homini lupus», “l’uomo è per l’altro uomo come un lupo”.

Anche se può non far piacere riconoscerlo, è questa la logica del mercato capitalistico su cui, con delle variazioni non sostanziali, si regge l’economia. Non c’è un bene comune, ma scopi soggettivi legati, più o meno direttamente, alla ricerca del proprio interesse e del proprio piacere. I forti piegano i deboli a questo interesse e a questo piacere con la forza o con il denaro. È ciò che ha fatto Epstein. E nella sua vita privata lo ha sempre fatto, senza neppure provare a nasconderlo, Donald Trump. Uno stile, peraltro, diffuso tra i vip.

Da noi, in Italia, Berlusconi – da molti ricordato come un precursore, in scala ridotta, di Trump – si vantava di riuscire a farsi in una notte anche otto donne. Tutte innamorate di lui? Più plausibile è che fossero il suo denaro e il suo potere a conquistarle. Le pagava profumatamente. In altri termini, le comprava. E nessuno ha avuto da ridire. Anzi, il “cavaliere” è diventato il nume tutelare della destra “cristiana” al governo, che, in occasione della sua morte, ha indetto una settimana di lutto nazionale. E il nostro vicepremier, Taiani, leader di Forza Italia, continua a mantenere il nome del fondatore nel simbolo del partito, anzi nei suoi discorsi lo accomuna spesso a De Gasperi, il leder politico di cui è in corso la causa di beatificazione.

Non credo di esagerare se trovo paradossale che il caso Epstein stia destando tanto clamore e tanta esecrazione. Certo, in questo caso, si trattava di ragazze minorenni. E gli abusi di minori sono tra i casi in cui la regola della soggettività delle valutazioni etiche viene sospesa. Da qui l’indignazione per quelli perpetrati da preti della chiesa cattolica a danno dei piccoli del catechismo e, più, in generale, per tutte le forme di pedofilia. Da parte mia, mi chiedo francamente se un dato anagrafico com’è quello dell’età sia sufficiente a giustificare una così drastica differenza di trattamento. Tante persone adulte sono fragili e indifese quanto le adolescenti.

Ma, forse, nell’insurrezione delle coscienze determinata dal caso Epstein è possibile vedere una residua consapevolezza della differenza tra bene e male, negata o almeno relativizzata dai filosofi, e tuttavia profondamente radicata nel cuore umano. Al di là della diversità dei codici etici, riemerge la percezione che c’è un incancellabile confine tra ciò che è umano e ciò che non è. Non tutto ciò che una persona fa è umano. E non tutto ciò che si fa subire a una persona, anche col suo consenso, lo è.

La coincidenza del diritto con la forza in campo internazionale

Una conferma che queste non sono astratte speculazioni, ma la chiave per capire il nostro presente, viene dai cambiamenti nella politica internazionale, dove l’idea del bene e del male legittimava la differenza tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, in riferimento al rispetto del diritto dei popoli e di quello delle persone.

Non è probabilmente un caso che di questi cambiamenti sia principale artefice un personaggio che abbiamo visto appartenere al mondo di Epstein, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che sembra impegnato a trasferire nel rapporto tra gli Stati la logica hobbesiana dell’homo homini lupus.

Alla base c’è quell’andare “al di là del bene e del male” che porta a considerare il proprio punto di vista soggettivo la sola misura dei propri comportamenti, sia privati che pubblici. In una recente intervista al «New York Times», quando gli è stato chiesto se vede limiti ai suoi «poteri globali», Trump ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

Così, il raggiungimento del suo obiettivo di «rendere di nuovo grande l’America» – per definizione unilaterale – può senza problemi comportare l’uso indiscriminato della forza, militare od economica, per piegare chi osa resistere e per premiare chi si inchina docilmente. Come stanno facendo i governi che aderiscono, direttamente o indirettamente, al Board of Peace, chiudendo gli occhi sul fatto che esso comporta un ritorno a logiche sconcertanti, che credevamo superate per sempre (a presiederlo, con poteri illimitati, è lo steso Trump, non come presidente USA, ma personalmente, tanto da avere il diritto di continuare a esercitare questo potere anche quando la sua carica pubblica scadrà). Una ONU personale, che per di più pretende di esercitare il suo controllo su quella democraticamente costituita alla fine della seconda guerra mondiale tra paesi di tutto il mondo.

Anche questa è un’occasione per chiedersi se davvero possiamo ridurre il bene e il male al piacere e al dolore soggettivi. E forse, davanti a ciò che sta accadendo, ognuno di noi può trovare dentro di sé la risposta.

 www.tuttavia.eu

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