Occorre chiedersi se davvero possiamo ridurre il bene e il male al piacere e al dolore soggettivi.
E forse, davanti a ciò che sta accadendo, ognuno di noi può trovare dentro di sé la risposta.
Il
terremoto Epstein
Ha
scosso l’Inghilterra, e non solo l’Inghilterra, lo scandalo che sta travolgendo
l’ex principe Andrew, fratello del re, a causa dei suoi rapporti con Jeffrey
Epstein, il finanziere, arrestato e poi sucida nel 2019, condannato per avere
creato una rete di sfruttamento le cui vittime – 1.200 – erano ragazze
minorenni, offerte da lui e dalla sua compagna e complice Ghislaine
Maxwell (ora in prigione) ai vip della politica, della finanza, dello
spettacolo.
I
nomi coinvolti emersi finora sono 300, ma la pubblicazione dei cosiddetti Epstein
files è stata e continua ad essere oggetto di aspre polemiche, per la
resistenza del Dipartimento della Giustizia americano a renderli
accessibili nella loro totalità. Tuttora sembra che non tutti i documenti siano
stati rivelati. E quelli che lo sono stati, riportano alla rinfusa – i critici
dicono intenzionalmente – l’elenco di questi nomi, senza specificare i
diversissimi contesti in cui in cui erano menzionati e creando una gran
confusione.
Ci
sono presidenti come Donald Trump, Bill Clinton, Barak Obama, esponenti
della politica, come Ted Kennedy e Steve Bannon, personaggi del mondo
economico, come Bill Gates, nobili, come il principe Harry, star come Beyoncé,
Robert De Niro e Woody Allen, personalità della cultura come Noam
Chomsky. Ma anche icone morte decenni fa, come la principessa Diana, Elvis
Presley e Michael Jackson. Non tutti sono stati “clienti” dell’ignobile
traffico. Alcuni erano solo legati a Epstein da rapporti di amicizia, sottolineati
da costosi regali. Altri sono stati solo menzionati e non lo conoscevano
personalmente.
Quel
che, però, è certo è che un certo numero di questi personaggi, di primissimo
piano nella vita pubblica a livello mondiale, erano compromessi con il
finanziere, che, peraltro, custodiva gelosamente, nel suo immenso archivio, le
prove di questa compromissione. «Se parlassi il sistema crollerebbe»,
diceva, secondo la testimonianza di una delle sue vittime. E i dubbi sul
suicidio si moltiplicano, visto il numero di persone potenti per cui la sua
stessa esistenza costituiva una potenziale minaccia.
In
alcuni casi i rapporti personali di Epstein con queste persone erano noti
indipendentemente da questa documentazione. Donald Trump li ha ammessi, ma
ha dichiarato di averli interrotti da molti anni. Quello che risulta, di questo
passato, è comunque inquietante. Fotografie fatte insieme con ragazzine,
messaggi con chiari sottintesi erotici e un’intervista del 2002 in cui il
Tychoon definiva il finanziere un «tipo eccezionale», a cui – aggiungeva – «si
dice piacciano le belle donne tanto quanto a me, e molte sono più giovani di
lui».
La
fine del male morale
L’enorme
indignazione che questa vicenda ha suscitato, negli Stati Uniti e forse ancor
più in Europa, è sicuramente comprensibile ma, al tempo stesso, evidenzia una
profonda contraddizione rispetto al clima culturale in cui ormai da tempo
vivono gli uomini e le donne su entrambe le sponde dell’Atlantico.
Già
a partire dal secolo scorso, infatti, nella cultura occidentale si è registrata
la progressiva crisi della fiducia nell’esistenza di un bene e di un male
assoluti. Contrapponendosi alla morale del cristianesimo, Friedrich Nietzsche,
considerato il padre della attuale post-modernità, aveva proclamato la
«morte di Dio», emblema di tutti i valori assoluti, ed aveva esaltato la figura
dell’«oltre-uomo», di chi, cioè, è capace di vivere nel vuoto che così si
apre, andando «al di là del bene e del male» (questo il titolo di una delle sue
opere più famose).
Emotivismo
etico
In
seguito, il neopositivismo logico, fiorito negli anni ’20 del Novecento
all’interno del cosiddetto “Circolo di Vienna”, ha sostenuto che, mentre la
scienza può arrivare a conclusioni razionalmente giustificabili, invece, nella
sfera morale, questo non è possibile, cosicché valutazioni e scelte sarebbero
espressione solo di stati d’animo del tutto soggettivi. Da dove il nome di
“emotivismo etico” usato solitamente per denominare questa teoria.
L’esempio
portato da un sostenitore di questa concezione è che, se scrivo “Rubar denaro è
male”, «è come se avessi scritto: “Rubar denaro!!!”» e in questo modo «esprimo
certi sentimenti morali. E chi si prende la pena di contraddirmi sta
semplicemente esprimendo i propri sentimenti morali; cosicché evidentemente non
ha senso chiedere quale dei due abbia ragione» (Alfred J. Ayer), come non ne
avrebbe cercare di stabilire razionalmente se il gelato al caffè è più o meno
buono di quello alla fragola .
Il
bene oggettivo
Questo
dissolversi dell’idea di un bene oggettivo – unito alla crisi dell’idea di
verità, per cui anche di quest’ultima ormai si dice che «ognuno ha la sua» – ha
avuto delle profonde ripercussioni sul modo di pensare diffuso anche di
quanti – la stragrande maggioranza – non sa nulla di filosofia. E ha favorito
la ripresa, nel sentire comune, di una visione secondo cui il bene non è
altro che il piacere e il male il dolore, stati del tutto soggettivi.
Già
nel Seicento il filosofo inglese Thomas Hobbes aveva scritto che «ogni uomo
considera ciò che gli piace ed è per lui dilettevole, bene; e male ciò che gli
dispiace; cosicché, dato che ognuno differisce da un altro nella costituzione
fisica, così ci si differenzia l’uno dall’altro anche riguardo alla comune
distinzione di bene e male».
E
così oggi è diventato difficile dire che quello che qualcuno fa è male, perché
la risposta ovvia sarebbe: «Lo è secondo te!». Ognuno ritiene suo diritto
stabilire la sua scala di valori secondo le proprie personali esigenze e i
propri gusti. Da qui il venir meno dell’idea di “peccato”, che aveva dominato,
a volte anche ossessivamente, la società cristiana, ma anche di quella di
“colpa”, che, a differenza della prima, di per sé prescinderebbe da ogni
riferimento alla divinità e è stata valorizzata anche in etiche
assolutamente laiche. Se è soggettivo il bene, lo è anche il male. Così, come
il peccato si era ridotto alla colpa, quest’ultima ormai sopravvive quasi
esclusivamente nella forma del “senso di colpa”, un disturbo psicologico, non
un male morale, da curare rivolgendosi a uno psicoterapeuta, per essere aiutati
a liberarsene, e non al confessore, per essere perdonati.
Homo
homini lupus
Cambiano
profondamente, a questo punto, i rapporti tra le persone, non più ispirati
dalla ricerca di un bene comune da perseguire insieme, in uno stile di
rispetto reciproco, ma ormai basati più o meno esplicitamente sul conflitto dei
rispettivi interessi, in cui inevitabilmente a prevalere sono quelli del più
forte. Per Hobbes, nello stato di natura gli esseri umani sono in guerra gli
uni contro gli altri e a fermare questa guerra può essere solo la paura di
poter soccombere. Non per nulla la sintesi della sua posizione si trova nella
notissima espressione «homo homini lupus», “l’uomo è per l’altro uomo
come un lupo”.
Anche
se può non far piacere riconoscerlo, è questa la logica del mercato
capitalistico su cui, con delle variazioni non sostanziali, si regge
l’economia. Non c’è un bene comune, ma scopi soggettivi legati, più o meno
direttamente, alla ricerca del proprio interesse e del proprio piacere. I
forti piegano i deboli a questo interesse e a questo piacere con la forza
o con il denaro. È ciò che ha fatto Epstein. E nella sua vita privata lo ha
sempre fatto, senza neppure provare a nasconderlo, Donald Trump. Uno stile,
peraltro, diffuso tra i vip.
Da
noi, in Italia, Berlusconi – da molti ricordato come un precursore, in scala
ridotta, di Trump – si vantava di riuscire a farsi in una notte anche otto
donne. Tutte innamorate di lui? Più plausibile è che fossero il suo denaro e il
suo potere a conquistarle. Le pagava profumatamente. In altri termini, le
comprava. E nessuno ha avuto da ridire. Anzi, il “cavaliere” è diventato il
nume tutelare della destra “cristiana” al governo, che, in occasione della sua
morte, ha indetto una settimana di lutto nazionale. E il nostro vicepremier, Taiani,
leader di Forza Italia, continua a mantenere il nome del fondatore nel simbolo
del partito, anzi nei suoi discorsi lo accomuna spesso a De Gasperi, il leder
politico di cui è in corso la causa di beatificazione.
Non
credo di esagerare se trovo paradossale che il caso Epstein stia destando tanto
clamore e tanta esecrazione. Certo, in questo caso, si trattava di ragazze
minorenni. E gli abusi di minori sono tra i casi in cui la regola della
soggettività delle valutazioni etiche viene sospesa. Da qui l’indignazione per
quelli perpetrati da preti della chiesa cattolica a danno dei piccoli del
catechismo e, più, in generale, per tutte le forme di pedofilia. Da parte
mia, mi chiedo francamente se un dato anagrafico com’è quello dell’età sia
sufficiente a giustificare una così drastica differenza di trattamento. Tante
persone adulte sono fragili e indifese quanto le adolescenti.
Ma,
forse, nell’insurrezione delle coscienze determinata dal caso Epstein è
possibile vedere una residua consapevolezza della differenza tra bene e male,
negata o almeno relativizzata dai filosofi, e tuttavia profondamente radicata
nel cuore umano. Al di là della diversità dei codici etici, riemerge la
percezione che c’è un incancellabile confine tra ciò che è umano e ciò che non
è. Non tutto ciò che una persona fa è umano. E non tutto ciò che si fa subire a
una persona, anche col suo consenso, lo è.
La
coincidenza del diritto con la forza in campo internazionale
Una
conferma che queste non sono astratte speculazioni, ma la chiave per capire il
nostro presente, viene dai cambiamenti nella politica internazionale, dove
l’idea del bene e del male legittimava la differenza tra ciò che è giusto e ciò
che non lo è, in riferimento al rispetto del diritto dei popoli e di quello
delle persone.
Non
è probabilmente un caso che di questi cambiamenti sia principale artefice un
personaggio che abbiamo visto appartenere al mondo di Epstein, il presidente
degli Stati Uniti Donald Trump, che sembra impegnato a trasferire nel rapporto
tra gli Stati la logica hobbesiana dell’homo homini lupus.
Alla
base c’è quell’andare “al di là del bene e del male” che porta a considerare il
proprio punto di vista soggettivo la sola misura dei propri comportamenti, sia
privati che pubblici. In una recente intervista al «New York Times», quando gli
è stato chiesto se vede limiti ai suoi «poteri globali», Trump ha risposto: «La
mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del
diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».
Così,
il raggiungimento del suo obiettivo di «rendere di nuovo grande l’America» –
per definizione unilaterale – può senza problemi comportare l’uso
indiscriminato della forza, militare od economica, per piegare chi osa
resistere e per premiare chi si inchina docilmente. Come stanno facendo i
governi che aderiscono, direttamente o indirettamente, al Board of
Peace, chiudendo gli occhi sul fatto che esso comporta un ritorno a logiche
sconcertanti, che credevamo superate per sempre (a presiederlo, con poteri
illimitati, è lo steso Trump, non come presidente USA, ma personalmente, tanto
da avere il diritto di continuare a esercitare questo potere anche quando la
sua carica pubblica scadrà). Una ONU personale, che per di più pretende di
esercitare il suo controllo su quella democraticamente costituita alla fine
della seconda guerra mondiale tra paesi di tutto il mondo.
Anche
questa è un’occasione per chiedersi se davvero possiamo ridurre il bene e il
male al piacere e al dolore soggettivi. E forse, davanti a ciò che sta
accadendo, ognuno di noi può trovare dentro di sé la risposta.
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