non è utile
alla giustizia
Non sono un
magistrato né parente di magistrati. Sono pronto a riconoscere tutti i
difetti e gli errori della magistratura. E sono anch’io indignato per il
pessimo funzionamento della giustizia in Italia. Sentenze che arrivano dopo
anni che l’indiziato è stato rovinato, o addirittura tenuto in prigione, per
poi essere riconosciuto del tutto innocente.
Se questo
referendum mi riguarda non è perché voglio difendere una corporazione o l’attuale
sistema giudiziario, ma perché sono un cittadino ed è in gioco una modifica
importante della Costituzione che è alla base della vita civile del mio paese.
Da qui la mia
esigenza di capire. E il clima che si respira non mi aiuta. Non mi
aiutano gli slogan, come quello che nei manifesti diffusi dal Comitato per il
No dell’Anm riassumeva la questione in una domanda evidentemente provocatoria:
“Vorresti giudici che dipendono dalla politica?”, o quello, ripetuto dalla
nostra premier e da tutta la maggioranza, secondo cui la riforma costituisce
“un passo importante verso un sistema più efficiente, equilibrato e vicino ai
cittadini”. Io voglio spiegate le ragioni di queste affermazioni.
Meno ancora mi
aiutano, in questo, certe uscite dei rappresentanti di entrambi gli
schieramenti, come quella del procuratore Gratteri che ha detto: “Per il no
voteranno le persone perbene, per il sì gli imputati e la massoneria deviata”.
O come quella – stranamente passata inosservata, a differenza della precedente
– del Comitato del Sì istituito sotto il patrocinio del governo e presieduto
dal professore Nicolò Zanon (con Alessandro Sallusti portavoce), che ha messo
in circolazione un post raffigurante i teppisti di Tonino mentre prendevano a
calci e colpi di martello il poliziotto a terra, con sotto la grande scritta:
“Loro votano No”.
Per far sì che il
dibattito sul referendum sia – come può e deve essere – una preziosa
occasione di riflessione e di confronto, bisogna a tutti costi rifuggire da
queste forme di propaganda, che potranno far guadagnare qualche voto, ma
offendono lo spirito della nostra democrazia.
Una storia
tempestosa
Cerchiamo dunque
di renderci conto del significato di questa riforma. Ma per
farlo, bisogna partire dalla narrazione in cui essa si inserisce. L’ermeneutica
ci ha insegnato che, per capire il senso di un testo o di un evento, bisogna
guardare il contesto. Un sorriso, un silenzio, una strizzata d’occhio, possono
avere significati molto diversi a seconda della storia di cui fanno parte.
Ora, è innegabile
che, nel caso dei rapporti tra governo e maggioranza da un lato, magistratura
dall’altro, questa storia sia stata fin dall’inizio tempestosa. Abbiamo letto
tutti sui giornali le reiterate proteste di tutta la destra e della
stessa premier Giorgia Meloni, che denunziavano, in un clima di crescente
esasperazione, “l’invasione di campo” da parte di magistrati che, con
le loro sentenze, vanificavano decisioni importanti prese dal governo,
soprattutto in materia di immigrazione e di ordine pubblico.
La motivazione,
spesso ripetuta, di queste accuse era che le decisioni in questione venivano da
un governo democraticamente eletto e che, per usare le parole di Giorgia Meloni
(30 gennaio 2025), se i giudici vogliono intervenire su di esse, bloccandole
per via giudiziaria, devono prima candidarsi e farsi eleggere in parlamento.
Ma proprio questa
motivazione, più ci penso, più mi lascia perplesso. Perché essa
suppone che l’unico potere legittimo sia quello che proviene dalla volontà
popolare. Era questa, in effetti, l’idea originaria della democrazia, secondo
Rousseau, per il quale – come dice del resto l’etimologia del termine – il
popolo è il solo vero sovrano.
In realtà, però,
si è presto constatato che questa visione finiva per sostituire al
vecchio sovrano assoluto – il re di diritto divino – un altro, il popolo,
altrettanto assoluto. E da qui sono nati tutti i totalitarismi del secolo
scorso, che, in nome della volontà popolare, hanno calpestato i diritti umani
ed eliminato gli oppositori.
Ma c’è un’altra
interpretazione della democrazia, a cui la nostra Costituzione si ispira,
che, per tutelare la libertà dei cittadini, pone dei limiti alla sovranità del
popolo. Il suo cardine è il principio della separazione dei poteri, che impone
ai governanti eletti dal popolo dei precisi limiti, sottoponendoli al controllo
di un organo autonomo, la magistratura – non soggetto alla pressione del
consenso e agli oscillanti umori delle folle – , incaricato di vigilare sul
rispetto delle regole su cui si regge la convivenza civile e bloccare ogni
violazione del diritto da parte di chi governa.
In questa
prospettiva, la pretesa “invasione di campo” appare come il legittimo
esercizio del diritto-dovere dell’ordine giudiziario di porre un limite al
potere dei rappresentanti del popolo ed evitare che diventi arbitrio.
Naturalmente c’è il rischio che questo diritto-dovere venga esercitato male. Ma
è lo stesso rischio che si corre affidando al governo e al parlamento il potere
di fare delle scelte politiche che sono sempre, per loro natura, discutibili.
Nessun magistrato è competente nel valutare l’opportunità o meno di queste
scelte, ma solo della loro compatibilità con le nostre leggi. E,
reciprocamente, il governo non può giudicare se l’interpretazione di queste
leggi da parte dei magistrati sia o no corretta.
Questo senso del
limite, fondamentale per una democrazia liberale come la nostra,
sembra in realtà estranea al modo di pensare della nostra premier e della
maggioranza che la sostiene, eredi di una tradizione diversa, sconfessata a
parole, ma profondamente radicata nella cultura di questa classe politica.
“Non c’è giudice,
politico o burocrate che possa impedirci di far rispettare la legge dello Stato
italiano” ha
detto la premier al Meeting di Cl. Il problema è che, secondo la nostra
Costituzione, “far rispettare la legge” non è compito del governo, ma dei
magistrati. E accusare alcuni di loro – le ‘toghe rosse’ – di violarla, è non
rendersi conto che un giudice non può essere giudicato, nell’esercizio delle
sue funzioni, dalla politica, ma, piuttosto, da altri giudici, come del resto
prevede l’ordinamento giudiziario.
Perché questa
riforma?
Purtroppo è in
questa storia problematica che si inserisce la riforma della giustizia, spesso
evocata dagli esponenti della maggioranza, nei momenti di maggiore
esasperazione, come l’unica risposta a quello che ai loro occhi costituisce un
inaccettabile abuso di potere da parte dei magistrati o, meno di una parte di
loro ideologizzata.
Anche se a
motivarla ufficialmente è invece il cattivo funzionamento della giustizia. Su questo il
governo punta per ottenere la conferma della legge nel referendum: “Chi pensa
che nella giustizia va tutto bene, voterà contro la riforma, quindi voterà no.
Chi pensa che invece possa migliorare, voterà a favore della riforma e quindi
voterà sì” (Giorgia Meloni, 30 ottobre 2025).
In realtà che a
questo possa servire la riforma lo escludono concordemente
tutti coloro che conoscono bene i problemi. Come l’ex pm Antonio Di Pietro, che
pure è un deciso sostenitore del Sì, il quale, in una intervista su ‘Informare’
del 7 novembre scorso, ha chiarito: “Questa è la riforma della magistratura,
non della Giustizia. La magistratura non funziona e non funzionerà neanche dopo
questa riforma”. Spiegando che per rimediare alle attuali disfunzioni,
legate soprattutto alla lentezza dei processi, “non c’è bisogno di una modifica
costituzionale, ma occorre aumentare il numero dei magistrati, degli addetti,
delle risorse e degli strumenti”.
Ora, la riforma
non riguarda affatto questi aspetti, ma introduce invece la separazione delle
carriere,
che sul funzionamento della giustizia non incide minimamente, visto che già
adesso il passaggio da quella giudicante a quella inquirente coinvolge meno
dello 0,5% dei magistrati.
Così – se devo
esercitare il mio senso critico, come mi ero proposto – , non posso non
prendere atto di un paradosso: questa riforma, in realtà, non appare a prima
vista giustificata né dai motivi effettivi per cui era stata tanto sospirata
dalla classe politica al governo, né da quelli ideali a cui, a parole, dovrebbe
essere indirizzata per rispondere alle esigenze della collettività. Ma
allora che cosa vuole cambiare? Solo l’analisi del testo ce lo potrà dire.
Uno stile divisivo
Ma, prima, bisogna
fare ancora un’osservazione che completa il quadro di questa storia –
il contesto necessario a capire il senso del testo. Essa riguarda lo stile con
cui la riforma è stata elaborata e approvata. Dopo la guerra, la nostra
Costituzione è scaturita dallo sforzo di partiti di matrice molto diversa e in
conflitto tra loro – democrazia cristiana, comunisti e socialisti, liberali –
di dialogare e di ascoltarsi a vicenda, per elaborare un testo che fosse
rappresentativo non di una parte ideologica, ma del popolo italiano.
L’attuale testo di
riforma, invece, è stato elaborato solo dal governo e poi
approvato dalla maggioranza parlamentare di destra senza lasciare spazio ad
alcun confronto con l’opposizone. Col risultato che nel testo finale non è
cambiata neppure un virgola rispetto a quello iniziale. Una norma
costituzionale, in cui in linea di principio tutti gli italiani dovrebbe
potersi riconoscere, è così il risultato dell’imposizione dei partiti di
governo, che in realtà rappresentano, messi insieme, il 28% degli aventi
diritto al voto. È esagerato dire che siamo davanti a una riforma che, già per
questo stile, si pone in contrasto con lo spirito della Costituzione?
A sottolineare
questa unilateralità, ben poco “costituzionale”, è venuta poi
la dedica della legge al personaggio più divisivo della
Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, che in particolare nei confronti della
magistratura ha sempre mantenuto rapporti fortemente conflittuali. Sempre
ribadendo che la riforma, per carità, non è affatto contro di essa e che, come
ha ribadito il ministro della Giustizia Nordio, “conferirvi un significato
politico è assolutamente improprio”.
Il testo
È il momento di
passare all’esame del testo, per rispondere alla domanda che è emersa nella
prima parte di questa riflessione: perché la riforma? E il nodo non è tanto la
separazione delle carriere- che di fatto già esiste e per cui, secondo
autorevoli giuristi, sarebbe bastata una legge ordinaria – ma un sostanziale
smantellamento dell’organo su cui la Costituzione ha fondato l’autonomia del
potere giudiziario, il Consiglio superiore della magistratura (Csm), che viene
spaccato, delegittimato e privato della sua funzione disciplinare.
La spaccatura del
Csm
Con la riforma ci
saranno, ormai, due Csm, uno per i giudici e uno per i pm, che finora
avevano gestito insieme l’apparato giudiziario. È appena il caso di notare che,
in base all’antico detto romano divide et impera, ciò li renderà
entrambi più deboli. Ma, soprattutto, così la separazione delle carriere
diventa non solo una distinzione funzionale, ma implica una radicale
reinterpretazione della figura del pubblico ministero, che non avrà più alcun
rapporto con la figura del giudice e rischia di non essere più neppure un vero
e proprio magistrato, come finora è stato.
Lo scopo, dicono i
giuristi che hanno sposato la causa della riforma, è di dare
piena attuazione alla riforma che, già nel 1989, aveva sancito la parità tra
accusa e difesa nel contraddittorio del processo. La prossimità della figura
del pm con quella del giudice e la rete di relazioni che effettivamente li lega
nell’attuale unico Csm rende impossibile, secondo loro, questa pari
collocazione, privilegiando l’accusa, che potrebbe influenzare il giudice. Si
dovrebbero a questo alcuni casi clamorosi di persecuzione giudiziaria, come
quello contro Enzo Tortora.
Per contro, però,
altri giuristi fanno notare che parità non vuol dire uguaglianza. In
realtà il ruolo del pm è molto diverso da quello del difensore, proprio perché
ha qualcosa in comune con quello del giudice. Mentre la deontologia
professionale dell’avvocato non gli chiede di fare giustizia a tutti i costi,
ma solo di evidenziare gli elementi che possono favorire il suo cliente, il
pubblico ministero rimane sempre un magistrato e cerca di capire e di
valorizzare sia quelli che portano all’accusa che quelli che portano al
proscioglimento dell’imputato. Nessun avvocato chiede la condanna del suo
cliente, da cui tra l’altro è pagato. Invece è normale che il pm, che è al
servizio solo dello Stato, chieda di non procedere contro un indiziato per cui
affiorano elementi di innocenza.
Istituendo un Csm
separato, che taglia i legami del pm con il giudice, la riforma esaspera
la sua funzione accusatrice, trasformandone la funzione in senso
unilateralmente accusatorio. E anche l’organo di autogoverno che ne risulta
rischia così di trasformarsi in un pericoloso gruppo di sceriffi. Col risultato
di rendere necessaria, in un prossimo futuro, la sua subordinazione al potere
politico, come del resto in tutti i paesi in cui c’è la separazione della
carriere.
La
delegittimazione dei Csm
Ma, soprattutto,
il Csm viene privato della sua rappresentatività, perché non sarà
più espressione della libera scelta dei magistrati, ma di un sorteggio che
esclude la possibilità per i magistrati di scegliere i propri rappresentanti,
come avviene in tutti gli organi costituzionali e in tutti gli ordini
professionali.
Anche qui ci sono
delle ragioni che hanno portato a questa scelta, prima fra tutte la
volontà di smatellare le correnti interne alla magistratura, di cui il
clamoroso scandalo Palamara ha portato alla luce gli intrecci con la politica e
i meccanismi di scambi clentelari.
Ma, anche qui, si
fa notare che la degenerazione delle correnti non può implicare
la loro demonizzazione. Esse hanno in realtà una loro funzione nel raggruppare
magistrati che condividono una stessa linea interpretativa della propria
funzione ed è logico che ogni membro della magistratura possa scegliere come
rappresentante chi, ai suoi occhi, è più capace di esprimere la sua nel Csm.
In ogni caso è un
paradosso che i magistrati, incaricati dalla Costituzione di garantire
la legalità della società italiana, siano gli unici della cui correttezza
sospettare fino a negare loro un uguale trattamento con tutte le altre
categorie.
La presidente del
Consiglio ha affermato che, con questo, la riforma non ha affatto
sottoposto il
Csm a un maggiore influsso della politica, anzi, al contrario, ha eliminato il
diritto del parlamento di eleggere la componente laica. Non ha detto, però, che
per essa il sorteggio è previsto all’interno di una lista compilata dalla
maggioranza parlamentare (che in questo momento è quella che è in conflitto con
i giudici) e i sorteggiati saranno già stati selezionati in base alla loro
adesione alla sua linea. Mentre il magistrato si troverà a far parte del Csm
senza un progetto, senza una precisa linea, e senza sentirsi rappresentante di
nessuno.
I Csm espropriati
della funzione disciplinare
Ai due Csm viene
tolta la funzione disciplinare, che passa a un nuovo organo, l’Alta
corte di Giustizia formata da quindici membri, di cui sei saranno “laici” e
nove “togati” (sei giudici e tre pm), i primi scelti tre dal presidente della
Repubblica e tre, sempre col criterio del sorteggio, da una lista composta
dalla maggioranza parlamentare, i secondi sempre per sorteggio tra i magistrati
più elevati in grado.
Per quanto
penalizzante rispetto al vecchio Csm, in cui i magistrati erano i due terzi,
la nuova formula sembrerebbe comunque garantire loro la maggioranza.
A prima vista.
Perché l’Alta Corte funzionerà articolandosi in collegi la cui
composizione verrà stabilita da una legge ordinaria (sempre fatta dalla stessa
maggioranza parlamentare ostile) e nessun punto del testo di riforma esclude
che in essi possa esserci una maggioranza di laici potenzialmente legati
politici che li hanno scelti e he avrebbero buon gioco a condannare un
magistrato che si sia reso colpevole della “invasione di campo” già oggi
denunziata dalla maggioranza come un abuso
Per di più, mentre
alle condanne comminate dall’attuale Csm il magistrato poteva fare
ricorso presso le Sezioni Unite della Cassazione, i ricorsi contro le decisioni
dell’Alta Corte verranno valutati da un altro collegio della stessa Alta Corte,
annullando praticamente l’autonomia del secondo grado di giudizio previsto per
tutti i cittadini dalla nostra Costituzione.
Dicevo all’inizio
che non amo gli slogan. Spero di aver svolto il mio esame, portando ogni
volta le ragioni delle mie conclusioni. Questo, ovviamente, non significa che
alle mie argomentazioni non si ossa ribattere con altri buoni argomenti. Ma,
proprio perché il piano su cui ho cercato di muovermi è quello della ragione,
credo di avere comunque dato un modesto contributo anche alla riflessione di
chi non è d’accordo con me.
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