Il
nostro tempo sperimenta il declino della funzione simbolica del padre. Gli effetti di
questo declino non investono solo il discorso educativo e le figure genitoriali
sempre più in crisi nell’esercizio dei loro compiti, ma riguardano più
profondamente la natura stessa dei legami sociali.
La dissoluzione dei valori consolidati della tradizione non ha generato
una vita collettiva più solidale, ma un disorientamento di fondo che ha
promosso una tendenza regressiva al recupero nostalgico di quegli stessi
valori. Si tratta di una spinta pulsionale conservatrice che attraversa non
solo l’Occidente, ma l’intero pianeta. Esposto a un vuoto simbolico che non sa
abitare, il soggetto contemporaneo è animato dalla tentazione a recuperare una
versione assolutista dell’autorità del padre. Invece di provare a praticare
un’altra forma della paternità, diversa da quella patriarcale – che, almeno in
Occidente, sarebbe in via di estinzione –, il nostro tempo manifesta
un’inclinazione paradossale al suo rimpianto nostalgico.
Mentre la funzione
simbolica del padre evapora rivelando un suo fatale indebolimento, sulla scena
politica contemporanea si affermano figure di padri che esibiscono senza veli
la loro onnipotenza, come a voler oscurare quell’inevitabile indebolimento. Quello
che ritorna non è la figura simbolica del padre come fondamento del patto
sociale e come luogo di trasmissione della Legge della parola, che è la sola Legge che rende possibile
una convivenza civile, ma una sua caricatura oscena, ovvero quella
rappresentata dal padre ordalico descritto originariamente da Darwin e da Freud.
Qual è la natura più
essenziale di questa versione solo perversa del padre? Non si tratta di un
padre che separa il godimento dalla Legge attribuendo un senso all’esperienza
del limite e del non-tutto, ma di un Padre-Orangotango che sottomette la Legge stessa al
proprio smisurato godimento. È, se si vuole, la forma contemporanea che ha
assunto il ritorno della versione più autoritaria e più patologica del patriarcato: l’autorità paterna, anziché essere simbolo
della Legge della parola, si impone contro quella Legge. Essa vorrebbe
svincolarsi dalla Legge degli uomini facendo del proprio arbitrio la sola forma
possibile della Legge. Da Putin a Trump, da Netanyahu a Khamenei, da Erdogan a Kim Jong- un, in regioni del mondo e in
contesti culturali estremamente diversi, si affermano padri ordalici che
rigettano il primato della politica come primato della parola per affermare un
potere arcaico avverso a ogni forma di mediazione simbolica. I padri ordalici
non parlano ma comandano; non interpretano la Legge, ma la piegano alla propria
persona; non rappresentano il limite, ma lo violano sistematicamente nel nome
di una sovranità che vuole imporsi come assoluta. La loro forza non deriva
dalla Legge della parola, ma dalla loro adesione alle pulsioni più primitive e
prepolitiche delle masse, dalla fascinazione per un potere che promette
protezione in cambio di sottomissione.
La crisi contemporanea della democrazia è in gran parte
determinata dal ritorno spettrale del fantasma del padre dell’orda che Darwin, ripreso da Freud, situava
come matrice originaria del legame sociale.
Nel suo racconto, le
prime forme di aggregazione umana sarebbero state caratterizzate dalla presenza
di un capobranco che imponeva la propria forza sui figli e sulle figlie,
asserviti a un godimento incestuoso elevato al rango della sola versione
possibile della Legge. Non a caso, nella rilettura freudiana di questo mito, la
nascita del patto sociale e la costituzione di una possibile comunità
scaturivano solo dalla morte per assassinio del padre dell’orda, provocata dai
fratelli e dalle sorelle riunitisi contro il padre-tiranno. Solo se il
padre-orangotango viene destituito, infatti, può esistere una Legge in grado di
limitare la spinta incestuosa al dominio e al godimento del tutto. Nel nostro
tempo sembra invece accadere proprio il contrario: il ritorno del padre
onnipotente dell’orda porta con sé il rischio della morte del patto sociale. Si
tratta di un nuovo autoritarismo che in Occidente non è affatto un residuo
arcaico che resiste all’ipermodernità, ma è, al contrario, un prodotto osceno
interno alla crisi dell’ipermodernità stessa. Il padre ordalico emerge come
risposta regressiva all’angoscia generata dall’evaporazione del padre
simbolico.
Un caso emblematico
attuale è l’uso trumpiano delle milizie dell’ICE per contrastare il fenomeno
dell’immigrazione, oppure l’irridente e spettacolare degradazione dei suoi
avversari politici, ridotti a figure subumane – come è già avvenuto con Biden
o, più recentemente, con i coniugi Obama.
Il ritorno di questi
padri despoti che sostituiscono al Diritto la forza, o meglio, come accadeva
nell’orda primitiva descritta da Darwin e da Freud, che scambiano la propria
forza con quella del Diritto, anziché restaurare la vecchia autorità simbolica del
padre ne segnalano la perdita più totale, il fallimento ultimativo di quella
funzione. Non siamo infatti di fronte a un ritorno della Legge simbolica della
parola, ma piuttosto alla sua tendenziale sospensione nel nome, appunto, della
forza scambiata per il solo Diritto che conta. I padri ordalici non rafforzano
la democrazia ma la escludono per principio (come accade, per esempio, nel
regime religioso di Khamenei o in quello militare-poliziesco di Putin), oppure
la corrodono dall’interno (come nell’azione politica di Trump o di Netanyahu).
La loro forza deriva dal vuoto politico che occupano: là dove il padre
simbolico è stato disattivato, il padre ordalico si presenta come una soluzione
immaginaria all’angoscia e al disorientamento collettivo.
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