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lunedì 21 settembre 2026

EDUCAZIONE SENTIMENTALE PER ADULTI

 


Educazione sentimentale per adulti, è urgente!


di Rosella De Leonibus



Sì, amare in modo adulto non è un’impresa facile, presuppone maturità, sicurezza, e nello stesso tempo rispetto dell’altra persona, e il bisogno di aprirsi all’esperienza più intima che ci sia, quella che ci cambierà più profondamente di ogni altra, e più radicalmente ci metterà in gioco. Forse per questo fa così paura, e forse allora non è strano, come sostengono alcuni studiosi, che in epoca di identità liquide siano liquide anche le relazioni, così liquide da vaporizzarsi facilmente, o da cambiare forma altrettanto rapidamente a seconda delle circostanze… Ma vituperare il presente per evocare i bei tempi andati, la cui bellezza resta tutta da dimostrare, resta un esercizio vano, al cui posto risulta più utile osservare, descrivere, cercare di comprendere e attivare nuove risorse.

Formule tossiche del legame: il gaslighting

È questa seconda via quella che cercherò di percorrere, descrivendo la fenomenologia di alcune evenienze tossiche che spesso si incontrano nelle relazioni affettive. Partiamo per oggi dalla più pesante e distruttiva, il cosiddetto gaslighting, quella pratica che consiste nel delegittimare e denigrare il pensiero, le scelte, le opinioni e il comportamento di un-una partner, addirittura il suo stesso corpo, i suoi gusti alimentari, le sue abitudini quotidiane. Si tratta di violenza psicologica, quella che non lascia lividi, ma disattiva il rispetto per se stesse, per se stessi, fino al punto di creare una sensazione dolorosa di confusione mentale, umiliazione, abbattimento emotivo, che distrugge, nella persona che lo subisce, la capacità di pensare con chiarezza, affrontare i problemi e salvaguardarsi. Tanto è perversa questa forma di abuso psicologico che, chi la perpetra, arriva anche a sostenere che il destinatario si sia immaginate o inventate le accuse e le vessazioni che dichiara di aver subìto. Nelle coppie in cui si osserva questo meccanismo comunicativo abusante (perché il gaslighting non resta un fatto privato, e già sarebbe gravissimo, ma viene svolto anche in presenza di terzi, in modo tale che lo show abbia spettatori che applaudano), si nota un profondo senso di insicurezza e un inconfessato sentimento di inferiorità dal lato del partner che lo agisce, e spesso trapela anche un fondo di rancore, un sentimento di vendetta che si esprime a dosi quotidiane, come a voler schiacciare la soggettività dell’altra persona. Cosa è accaduto in una coppia del genere? Nei casi più eclatanti siamo davanti ad una amarissima tappa dell’escalation della violenza di genere, e le evidenze comportamentali di cui sopra sono amplificate e legittimate dalla base culturale di tipo patriarcale che permea tutt’ora i rapporti di coppia. Nelle situazioni meno drammatiche invece, quando si indaga sulle puntate precedenti, si notano disequilibri importanti tra i due partner, dove quello dei due che aveva la posizione esistenziale o culturale o umana più debole è prevalso, nella divisione del potere all’interno della coppia, ma per poter restare in tale posizione di maggior peso deve togliere valore all’interlocutore, tagliargli le gambe, in un certo senso, per non perdere la propria posizione di dominanza. Riguardo all’altra persona, quella che inizialmente aveva una posizione di maggior peso, si registrano comportamenti di sottomissione nelle fasi iniziali della vita della coppia, i quali venivano giustificati dal tentativo di riequilibrare una relazione che partiva già sbilanciata. Quindi, dal sottomettersi e farsi più piccoli per non pesare troppo, si passa di fatto a legittimare il bisogno dell’altro di prevalere, in modo da stabilire un equilibrio sbilanciato dal lato opposto rispetto a quello degli inizi.

Risorse da attivare

Che risorse si possono attivare nelle coppie da poco formate, per non incorrere in una tale perversa gestione del problema dell’equilibrio tra i partner? Escludiamo le situazioni che concretizzano la fattispecie della violenza di genere, perché in questi casi occorre proteggersi sottraendosi alla relazione e interrompendola. Solo dopo, in situazione di sicurezza, si potrà lavorare sul ripristino dell’autostima e sulla capacità di farsi rispettare dal lato di chi ha subìto il gaslighting, mentre dal lato del partner abusante si potranno attivare percorsi seri di consapevolezza e di responsabilizzazione, fino a poter riconoscere il modo distruttivo in cui veniva gestito il potere e accettare che una supremazia ottenuta con la violenza psicologica non cancella un sentimento di inferiorità che ha bisogno di altri livelli più profondi di elaborazione. Il grosso del lavoro sul gaslighting è di tipo preventivo. Innanzitutto occorre che, chi pone in essere una relazione di coppia con un progetto di lungo termine, abbia chiaro che l’amore non è un sentimento soltanto di tipo romantico, ma si basa necessariamente, nella vita quotidiana, su un costante monitoraggio della variabile «potere», nel senso del peso che ciascuno dei due si riconosce e riconosce all’altro-a nelle decisioni comuni, nell’immagine esterna della coppia, nella gestione finanziaria, nel tempo libero, nei rapporti con le famiglie d’origine… Se una giovane coppia non ha contezza di quanto pesi l’equilibrio di queste forme di potere, di quanto sia intrinseca questa variabile rispetto alla relazione affettiva, tenderà ad immaginare che la relazione romantica possa fare a meno di doversi confrontare con tutto ciò, che l’amore automaticamente possa risolvere questi e altri problemi, e che nel caso basterà sopportare, fare un passo indietro, oppure alzare i toni, pigiare un po’ di più sulla leva del potere, per riequilibrare un rapporto che era partito già troppo sbilanciato. E bisogna che, chi si impegna in una relazione di coppia, possa accedere ad un buon livello di consapevolezza di sé, possa conoscere e riconoscere i propri punti di forza e i propri punti deboli, e consolidare una immagine di sé stabile ma non rigida, potenzialmente in evoluzione, e assumersi la responsabilità di questa evoluzione in prima persona, rinunciando a «coprire» i propri vuoti a spese del partner. Bisogna cancellare dalla mentalità di chi si ama quella dannosissima ottica sacrificale che induce a risolvere i problemi di coppia e le carenze del partner a spese della dignità umana e della integrità psichica propria o dell’altra persona. Bisogna insegnare alle ragazze e ai ragazzi che nessuna formula sana dell’amore ammette la violenza psicologica, l’umiliazione, la svalutazione del partner, né nella forma agìta, né nella forma subìta.

Relazioni ben equilibrate

Bisogna sottolineare quanto nelle relazioni d’amore sia fondamentale un certo equilibrio tra le due persone, su molti piani: sul piano della maturità psicologica, sul piano della consapevolezza, sul piano della capacità di comunicare in modo rispettoso, sul piano dei valori, sul piano dei progetti, sul piano della stima, sul piano dell’impegno, sul piano della fiducia… Perché una relazione di coppia che parte già squilibrata è come un marciatore che parte con una gamba più corta dell’altra. Presto non riuscirà a camminare bene, si farà male, e dovrà fermarsi. È come un calesse con due cavalli dove uno è più debole dell’altro, e dove quello più forte, per non umiliare il suo compagno, cammina più lento e lascia che sia il più debole a «fare il passo», dando di sé un’immagine fuorviante e lasciando in mano all’altro un potere che poi quest’ultimo farà fatica a sostenere. Certo, non sarà possibile bilanciare esattamente ciascuna variabile, ma almeno che ci sia un buon bilanciamento nell’insieme è fondamentale, altrimenti la via d’uscita è il conflitto distruttivo, aperto e lacerante, o nascosto e devastante come nel gaslighting. L’ostacolo più grande per aprirsi da adulti ad una sana forma di educazione sentimentale è nella ideologia dell’amore romantico, come forza capace di superare qualunque ostacolo. Sono gli slanci iniziali che ci fanno uscire dal nostro io, ci fanno aprire il cuore verso una persona tutto sommato sconosciuta, ci fanno sognare un futuro insieme, ci gratificano con scariche benefiche di endorfine. Ma sono altri i passaggi che poi ci permettono di costruire una relazione stabile e duratura, che costituisca una base sicura e un nido caldo per noi partener in primis, e poi anche per le figlie e i figli che vorremo mettere al mondo. Sono passaggi che hanno a che vedere con la capacità di amare in modo adulto, partendo dal porsi nella coppia come soggetti autonomi che non vogliono bastare a se stessi, ma impegnarsi in un legame che possa dar valore e forza a ciascuno dei due, e produrre benessere e sicurezza, crescita e vitalità verso l’interno e verso l’esterno della relazione. Un tale cammino lo si comincia da bambini, da bambine, con l’educare l’espressione dei bisogni e delle emozioni, e con il riconoscere la dignità dell’altra persona, le sue specificità, con l’allenarsi a cooperare per un maggior bene comune anziché prevalere per affermare se stessi a spese dell’altro. Non solo per fare un bambino ci vuole un intero villaggio, come recita un famoso proverbio africano, ma per fare una coppia felice ci vuole una educazione sentimentale che inizi molto presto e duri tutta la vita.

Gaslighting

Il termine fa riferimento all’opera teatrale inglese «Gas Light» di Patrick Hamilton del 1938, dove il protagonista, per raggiungere i suoi obiettivi senza essere scoperto dalla moglie, utilizza una serie di metodi per farla dubitare di se stessa e della sua stessa percezione. Con gaslighting si intende proprio quella forma di abuso e di manipolazione psicologica che spinge la vittima a dubitare della sua percezione della realtà e dei suoi pensieri. «Si tratta di una forma di violenza psicologica insidiosa, dove le menzogne dell’abusatore vengono presentate alla vittima come verità anche davanti a evidenze. Queste ultime, invece, sono indicate spesso come frutto dell’immaginazione della vittima o di un suo errore», interviene lo psicoterapeuta. Il gaslighting può comportare effetti gravissimi sulla psiche di chi lo riceve, perché «può ledere l’autonomia e la capacità di decisione e di valutazione della vittima, gettandola in uno stato confusionale». 

https://www.skuola.net/school-love/fenomeni-online-amore-ghosting-benchingorbiting.html 

 

lunedì 6 aprile 2026

INCIPIT VITA NOVA

 


Geometrie dell'anima

 e alfabeti del cuore: 

"Incipit VitaNova" di LucianoCorradini

 

In un'epoca segnata, per dirla con Zygmunt Bauman, dalla "liquidità" dei legami e da un progressivo, e non di rado doloroso, sfaldamento dell'istituzione familiare, l'opera di Luciano Corradini, Incipit Vita Nova, si offre al lettore come un viatico prezioso, un breviario laico e spirituale al contempo. Il titolo stesso, programmatico e solenne, si abbevera alla fonte dantesca: quella «rubrica la quale dice: Incipit vita nova» che segna, per il Sommo Poeta così come per l'autore, la linea di demarcazione tra l'inconsapevolezza e la presa di coscienza, rivelandosi come la «storia documentata, commentata, idealizzata di un amore giovanile e della scoperta di una vocazione».

Al centro della narrazione – incastonata nella prestigiosa collana Ars cooperativa naturae edita da Diogene Multimedia – vi è un carteggio giovanile consumato tra il 1952 e il 1954. Un dialogo furtivo, lontano dalle odierne ed effimere comunicazioni digitali, affidato a foglietti celati nei libri o alle pagine di un quadernetto mimetizzato sotto il titolo "Appunti di storia". Protagonisti sono due liceali: da un lato il giovane Luciano, il quale, mosso da un impeto che unisce fede, passione e una precoce vocazione pedagogica, traccia le coordinate di un amore assoluto, sognando sin d'allora la fondazione di una "nuova e santa famiglia”; dall'altra, una fanciulla che qui assume il senhal squisitamente dantesco di Beatrice. Ciò che avvince e rapisce il lettore, sin dalle prime battute, è l'altissimo registro etico e linguistico di questi adolescenti degli anni Cinquanta.

 La prosa di Luciano è febbricitante, intrisa di un ardore che fonde misticismo e urgenza terrena: «Quando, a letto, prima di dormire, penso a te, vorrei correre qui sul tavolo e scrivere ciò che mi sembra di non averti detto mai abbastanza: ti amo. E se ti dico queste due magiche parole che mi fanno tremare le labbra e il cuore [...] sono convinto di non averti ancora detto tutto». Di contro, Beatrice oppone una ritrosia saggia, un pudore intriso di speranza e lucida consapevolezza: «Sappi però che se un giorno questa mia simpatia si mutasse in amore, mi sentirei la donna più fortunata del mondo». La grandezza letteraria e umana di questo epistolario risiede nella sua profonda compenetrazione con la temperie culturale del Liceo Classico (l'Ariosto di Reggio Emilia, nello specifico), che funge non da mero sfondo, ma da lente ermeneutica.

I turbamenti dei due giovani non sono mai disgiunti dalla riflessione sui classici. Corradini interroga i giganti della letteratura, respinge con forza il lirismo passivamente erotico e sensuale di Mimnermo, Lucrezio o Catullo, e tenta di decifrare le inesplicabili dinamiche amorose femminili attraverso i versi del Tasso. Nell'Aminta, confessa l'autore, sembra celarsi il mistero della ritrosia di Beatrice: «La donna fugge e fa ch'altri la prenda, pugna e fa ch'altri la vinca». Tuttavia, l'anelito di Luciano guarda ben più in alto, a quel dantesco «Amor che a nullo amato amar perdona» che pretende, per sua intrinseca natura, reciprocità e dono assoluto. È un'educazione ai sentimenti in cui, mutuando la poetica di Saint-Exupéry nel Piccolo Principe, l’autore ci rammenta che amare significa primariamente «addomesticare», ovvero creare legami impossibili.

Eppure, come accade nelle più fulgide parabole umane, il carteggio con Beatrice non sfocia in un'unione matrimoniale. Ma lungi dal rappresentare un fallimento, quel triennio si rivela una magnifica paideia, un tirocinio spirituale e umano, un «cantiere incredibilmente bello, serio (forse troppo) e terribile» in cui si è forgiato l'uomo adulto, capace di accogliere il vero compimento del suo destino.

La vera, autentica "vita nova" si invera infatti negli anni universitari, all'ombra della Cattolica di Milano, con l'ingresso in scena di Bona Bonomelli. È qui che il sostrato lirico, lungamente allestito, trova la sua luminosa epifania terrena. Alla dichiarazione di Luciano, Bona risponde con una frase di disarmante, candida bellezza, pregna di quel timore reverenziale che si deve alle cose sacre: «Direi che è impossibile, perché sarebbe troppo bello». Da questo stupore germoglia un'unione solidissima, un patto nuziale capace di celebrare il traguardo del mezzo secolo, allietato da figli, nipoti e pronipoti. Da quello struggimento giovanile e da quelle attese, come riconoscerà Luciano scrivendo a Beatrice trentacinque anni dopo, sono nate due famiglie, a testimonianza che nulla, nell'economia dell'amore, va mai sprecato.

 Chiudere le pagine di Incipit Vita Nova significa, in ultima istanza, fare esperienza di un'intensa gratitudine. L'opera di Corradini trascende il perimetro del manifesto pedagogico o del semplice memoir, per farsi reliquiario palpitante di un sentimento che ha saputo sconfiggere l'inesorabile usura del tempo. Ciò che stringe il cuore, in una morsa di dolcissima malinconia, non è soltanto il candore di quei fremiti celati tra le pagine di un quaderno di liceo, ma il miracolo – umanissimo e al contempo intriso di sacro – della loro prodigiosa incarnazione.

In un presente in cui l'amore è sovente declinato al condizionale, assottigliato nella liquidità degli affetti o consumato nella fugacità di un istante, questo libro, che evoca il tempo in cui i sentimenti venivano coltivati con pudore, responsabilità e inesauribile speranza, si leva come un canto coraggioso e struggente. Ci ricorda, con la voce velata dalla tenerezza di chi contempla una vita intera spesa per l'altro, che amare significa farsi custodi instancabili del destino altrui.

 Quel seme gettato con mani tremanti in una lontana primavera del 1952 non si è disperso nel vento dei decenni, ma si è fatto radice, quercia, dimora. Così, l'ultima riga di questo carteggio non segna un congedo, ma un nuovo, inestinguibile incipit. Corradini ci consegna il legato di una certezza che emoziona e lascia senza parole: il quotidiano donarsi non è rinuncia, bensì il solo, magnifico telaio su cui l'anima umana possa tessere la propria luce. Un piccolo capolavoro di grazia che ci prende per mano e ci invita, sommessamente, a non smettere mai di avere sete d'eterno e a non temere la vertigine di quel “per sempre”.

Franco Mileto

 Corradini


mercoledì 26 novembre 2025

LA SCUOLA DEGLI AMANTI


Sesso, affetti, relazioni

 e 

il Grande

 Confidente 

Artificiale

 

Il 42% dei ragazzi tra 15 e 19 anni chiede aiuto all’AI in momenti di tristezza, solitudine, ansia, o consigli su scelte, relazioni, sentimenti (dati appena presentati da Save the children nella XVI edizione dell’Atlante dell’Infanzia a rischio in Italia).

 

-di Alessandro D’Avenia

 Che cosa dicono queste statistiche? Che l’educazione artificiale ha rimpiazzato quella sentimentale. Ricordate l’educazione civica, confinata nell’ora di storia? Data l’ignoranza sul tema, da qualche anno è diventata trasversale a tutte le discipline con un suo monte ore e un voto. La insegniamo tutti perché non è una materia come le altre, le precede: il «civico» (diritti e doveri) abbraccia tutta la vita di un «animale politico». E anche se si riceve un voto a parte in civica, la vera qualifica è il «comportamento» (un tempo «condotta», nella pagella elementare di mia madre addirittura «gentilezza», a ogni epoca le sue sfumature): come ti rapporti con il mondo? Se non raggiungi la sufficienza non passi, anche se eccelli nel resto. La chiamiamo «educazione» perché coinvolge tutta la persona: sta alla vita come il respiro. Le educazioni (logico-matematica, linguistica, artistica, motoria...) sono infatti forme culturali permanenti e necessarie a proteggere la vita e a permetterle di svilupparsi. L’uomo non è solo animale «politico» ma anche «prolifico», ha e dà la vita, necessita quindi di un’educazione sessuale e affettiva. Quale aspetto totale della vita protegge e sviluppa questa educazione? E la scuola che fa? 

 L’uomo «culturalizza» gli istinti. Noi non mangiamo solo per nutrirci, ma per stare a tavola mentre ci nutriamo: trasformiamo in relazioni e arte un bisogno primario. Lo stesso accade con la vita. Non ci accoppiamo solo per riprodurci, ma per amarci, conoscerci, gioire. Abbiamo la vita sessuale più sorprendente del mondo: a differenza di un cane facciamo l’amore viso a viso, quando ci pare, anche nei periodi infecondi o non più fertili, tendenzialmente non in pubblico... Insomma siamo una curiosa eccezione che richiede attenzioni speciali. L’educazione sessuale-affettiva dovrebbe essere quindi una festa celebrata attorno alla cosa più bella: affidarsi l’uno all’altro per darsi e dare la vita, e invece oggi è ridotta a paure e indicazioni sanitarie, necessarie di certo ma che non possono esaurire l’argomento se non al prezzo di far coincidere il sesso con una cosa pericolosa. Così un adolescente nel pieno del passaggio esaltante e tremebondo della pubertà, perde il gusto dell’eros: paura e confusione, per poi dover chiedere aiuto al Confidente Artificiale. 

 L’Occidente ha scelto l’antica radice gen- per il mistero della vita: generare, geniale, genitali, generoso, genuino, genitori, gentile, gente... Che cosa serve quindi per coltivare una «radice» così feconda? Educare alla relazione. E cioè? Sesso viene forse da secare, tagliare: due elementi tra loro morfologicamente implicati a vicenda per generare effetti — beni relazionali — materiali o immateriali, necessari a (sopra-)vivere. Il rapporto genitore-figlio genera protezione, educazione, continuità. Il rapporto docente-studente genera cultura, crescita, libertà. Il rapporto tra amici genera fiducia, aiuto, confidenza. Il rapporto affettivo-sessuale genera unione, gioia, conoscenza, altra vita. Le relazioni sono i riti che danno possibilità alla vita di essere tale. 

 Questo significa che «educazione affettivo-sessuale» a scuola non può essere il nome di poche ore condotte da esperti, perché è di fatto l’unica materia — la materia prima — di tutta la settimana: siamo immersi nelle relazioni come nell’aria ma solo quando l’aria è cattiva ci accorgiamo che esiste. Ed è quello che sta accadendo, allora bisogna «cambiare» l’aria. Come? 

Non bastano gli esperti che a scuola ci sono già: docenti e psicologo. Di certo l’insegnante di scienze spiega l’apparato riproduttivo, quello di inglese la fenomenologia amorosa adolescenziale di Romeo e Giulietta, quello di chimica le dinamiche ormonali, quello di latino le poesie erotiche di Catullo e lo psicologo è disponibile per i ragazzi... ma l’aspetto trasversale che coinvolge tutte le discipline e in tutte si manifesta a diverso titolo non è la somma di questi contenuti, ma è un vissuto unitario: la modalità in cui si realizza la vita delle relazioni incarnate, come i docenti si relazionano tra loro e con gli studenti. Un bambino impara a relazionarsi dal modo in cui gli adulti (genitori, parenti, docenti, educatori...) lo fanno tra loro e con lui. A differenza degli animali che si accoppiano, noi «facciamo l’amore», cioè creiamo la relazione, amiamo come siamo «educati» ad amare. 

 Posso ricevere «istruzione» fisio-psico-sanitaria, ma sono «educato» all’affettività e alla sessualità dalla qualità delle relazioni attorno a me. Lo spiego con la storia del poeta che non aveva mai visto il mare. Abitando nel cuore della sua regione ne aveva solo sentito parlare. Un giorno riuscì a raccogliere il denaro per il viaggio verso il Mediterraneo. Arrivato in albergo, l’oste gli indicò la strada. Egli andò e si sedette a riva, rimanendo in silenzio a guardare sino a sera. Quando tornò l’oste gli chiese come era andata. Il poeta rispose: «Non l’ho visto», lasciando perplesso l’interlocutore. La stessa scena si ripeté per sei giorni, fino alla sera del settimo, quando tornò raggiante urlando all’oste: «Ce l’ho fatta!». Raccontò che aveva visto tornare una barca, da cui erano scesi dei marinai: «Ho visto il mare negli occhi di coloro che fanno il mare e dal mare sono fatti». Verità incarnata: lo stesso vale per chi fa ed è fatto dall’amore, gli umani. Quello che serve è un’educazione che attraverso relazioni sane (lo è quella in cui uno dà all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno) faccia venir voglia di incarnarle a propria volta, di ri-fare l’amore ricevuto, continuarlo o migliorarlo, dopo aver vissuto e compreso perché funziona o meno. Poi chiaramente sta a ciascuno elaborare, anche con fatica, che cosa far proprio e cosa cambiare di ciò che ci è stato trasmesso, per avere una vita di relazioni più vera e gioiosa di quella ricevuta e perché ogni rapporto ha fragilità e unicità che nessuna «istruzione» può esaurire. 

 La scuola degli amanti (titolo alternativo del Così fan tutte di Mozart e Da Ponte) non chiude mai, dura tutta la vita. In questa scuola può dirsi «educato», affettivamente e sessualmente, chi sente la vita altrui in modo tale che ferirla o accarezzarla è ferire o accarezzare la propria. Nel recente fatto di cronaca milanese i magistrati hanno evidenziato la «disumana indifferenza» dei giovanissimi accoltellatori: non sentono la vita ma la morte, che li eccita più della vita, tipico delle culture esangui. Manca loro l’educazione che si vede/vive, come il poeta con i marinai, negli adulti di riferimento. E la scuola che può fare? In una temperie culturale narcisistica, individualistica e consumistica, alimentata dalla virtualità digitale, l’educazione alle relazioni potrebbe partire a scuola approfondendo con i ragazzi le origini culturali e i limiti di questi «visori» e di queste «visioni» del mondo, per restituire poi loro l’alfabeto dell’intelligenza emotiva, proprio come si insegna quello per scrivere: occorre prima scardinare l’idea oggi dominante che per avere vita bisogna prendersela o comprarla, cioè che il controllo è relazione quando è invece la sua consumazione, e poi educare la capacità di riconoscere e dare nome a emozioni, gesti e sentimenti (è per esempio dimostrato che chi non legge fatica a riconoscere i sentimenti altrui). 

 Perché i ragazzi ignorano le infinite sfumature dell’amore e non quelle dei siti porno? Perché abbiamo lasciato che li educhi chi capita, e non noi e la cultura vera. E così molte adolescenti raccontano che il primo rapporto è di fatto una violenza, perché i ragazzi «imitano» ciò che vedono fare a quelli che hanno scambiato per marinai, ma erano solo pirati. La scuola può fare un lavoro culturale più serio dell’attuale querelle elettorale, sul modello dell’educazione civica, affidando degli approfondimenti a noi docenti, con eventuali esperti, scelti in base alle necessità e alla maturità dei ragazzi. Se chiedono a un chatbot e non a noi, non è perché l’IA è cattiva ma perché noi abbiamo una cultura delle relazioni povera e un progetto culturale esangue. 

 Anni fa in una scatola nascosta trovammo le lettere di corteggiamento dei miei genitori. Le abbiamo catalogate per data in un volume che abbiamo regalato loro in un anniversario. C’è stata per me più educazione sessual-affettiva in quella scatola che in mille istruzioni ricevute, magari da loro stessi. Tutto comincia dal raccontare ai figli come ci si è conosciuti, scelti, amati, e continua con il tenersi per mano, un biglietto affettuoso, chiedere scusa, una carezza, un complimento, una foto, una parola di incoraggiamento, una passeggiata, un regalo, una telefonata... Questa è la scuola degli amanti, la guidano coloro che «generano» vita e vite, educatori a ogni titolo, e hanno, come quei marinai con il mare, l’amore negli occhi: lì è l’educazione sessuale e affettiva di un ragazzo, che allora, come il poeta, a quegli occhi domanderà il mistero della vita, e non, perché disperato, a ChatGPT

 Corriere della Sera

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venerdì 25 ottobre 2024

ALFABETIZZARE LE EMOZIONI

 


-Crepet, occorre che i giovani ritornino gradatamente a vivere, ad emozionarsi, a sentire. Solo le emozioni più contrastanti aiutano a crescere senza farsi mai annullare dalla paura -

 

“L’alfabetizzazione delle emozioni non può che partire dalla piena riacquisizione di tutti i nostri sensi. La famiglia e la scuola devono aiutare il bambino a prendere possesso di questa sua.”

 L’attività lavorativa connota una parte rilevante del nostro tempo e senza accorgercene questo spesso comporta dei sacrifici: si trascurano le relazioni sentimentali e si assiste ad un “panorama affettivo molto inaridito”.

 L’analfabetismo emotivo, sul quale si sofferma il sociologo e psichiatra Paolo Crepet, rappresenta un aspetto invalidante sia per gli adulti che per i giovani, l’assenza di emozioni finisce con renderci aridi e privi di sensazioni.

 “Perché i bambini di oggi possano essere uomini e donne sentimentali di domani occorre che la scuola non sia più finalizzata unicamente alla costruzione di un’identità basata sul lavoro ma anche sul non lavoro. Gli insegnanti dovrebbero educare i loro bambini a perdere felicemente e senza sensi di colpa il loro tempo”, queste le parole dello psichiatra.

 Ciò che occorre comprendere fino in fondo è come i nuovi mezzi di comunicazione, attraverso l’avvento del progresso, abbiano completamente modificato e sovvertito il nostro modo di relazionarci, prediligendo appunto una relazione algida e virtuale ad una invece basata sulla vicinanza fisica e sull’affetto reciproco.

 L’affettività degli adolescenti si è profondamente trasformata. Occorre quindi una nuova metodologia pedagogica che sia in grado di farci riscoprire cosa siano le emozioni, le sensazioni.

 “L’alfabetizzazione delle emozioni non può che partire dalla piena riacquisizione di tutti i nostri sensi. La famiglia e la scuola devono aiutare il bambino a prendere possesso di questa sua enorme potenzialità, troppo spesso inibita e rimossa”, sottolinea Crepet nella sua riflessione.

 I genitori hanno completamente dimenticato cosa significhi abbracciare, accarezzare, baciare i loro figli, convinti che la comunicazione presupponga solo il dialogo e l’ascolto, non richiedendo nient’altro.

 Perfino il dolore e la morte vengono espulsi dal mondo affettivo del bambino, così da evitare qualsiasi evento traumatico o dolore ritenuto superfluo.

 In realtà i nostri figli hanno paura delle paure degli adulti e, nonostante questo gioco di parole, tutto ciò rende i giovanissimi sempre più fragili, incapaci di elaborare qualsiasi dolore, ovattati e cresciuti in un mondo dove tutto è edulcorato o semplicemente estremamente facilitato.

 Ed allora sono proprio le emozioni più intense, le paure, la capacità di metabolizzare i momenti più difficili, che permettono di conoscere i nostri limiti, di misurarci con la delusione, ma allo stesso modo di crescere, riappropriandoci della nostra identità.

 Non è semplice ristabilire un equilibrio spesso molto instabile ma occorre gradatamente ritornare a vivere, ad emozionarsi, a sentire; occorre riempire quel vuoto che ci attanaglia e che spesso non ci permette di vivere serenamente.

 I giovanissimi necessitano di guide e porti sicuri: educatori, genitori ed insegnanti, svolgono un ruolo fondamentale nel loro percorso di crescita, supportandoli nelle loro scelte ed aiutandoli a comprendere fino in fondo come superare i momenti più difficili così da non lasciarsi mai travolgere o annullare dalla paura.

 Non bisogna mai desistere, occorre perseveranza e determinazione per poter riscoprire la propria forza: solo in questo modo i giovani impareranno a gestire le emozioni più contrastanti senza percepire quel senso di inadeguatezza o smarrimento ma anzi avendo già sperimentato delle soluzioni alle problematiche che si presenteranno nella loro vita.

 Scuola Oggi

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giovedì 2 maggio 2024

I GIOVANI, IL CORPO, GLI AFFETTI

 


L’amore vero 

salva dagli abusi

- di Emanuela Vinai

 

«E questo mi induce a interrogarmi sulle emanazioni del corpo rappresentate dalla figura, dall’andatura, dalla voce, dal sorriso, dalla calligrafia, dalla gestualità, dalla mimica, uniche tracce lasciate nella nostra memoria da coloro che abbiamo davvero guardato». Quanta verità in questo passaggio di «Storia di un corpo» di Daniel Pennac. L’amore si riconosce da quel che si nota, e resta impresso, dell’essere amato, nella sua totalità: nel suo muoversi nel mondo, nei suoi atteggiamenti, nella luce dello sguardo, in quei piccoli difetti che diventano le perfette imperfezioni, in quella indivisibile unità tra il corpo nella sua fisicità e chi quel corpo lo fa vivere. Se è così, quanto può essere riduttivo, limitante, ristretto, un (ab)uso del corpo, considerato come disgiunto dalla persona?

 Il tema della corporeità e dell’affettività, soprattutto quando parliamo di giovani e ai giovani, è qualcosa che deve interpellarci nel saper trovare parole nuove, con radici antiche, che raccontino della bellezza di una relazione sana, improntata sul rispetto reciproco e sull’importanza, necessaria, di scoprire i limiti della persona. Quando parliamo dell’esperienza dell’affettività, facciamo riferimento a una dimensione relazionale cui va riservata un’attenzione speciale, uno spazio prezioso che occorre costruire, coltivare, custodire. L’apporto educativo della tutela dei minori passa anche attraverso l’educazione a un corpo che sia soggetto e non oggetto, a un’esperienza serena dell’affettività.

 Oggi il pensiero dominante, spinto da una certa pubblicistica che troppo spesso propone modelli di guadagno facile connessi alla svendita del corpo, è quello che si lega alla soggettività assoluta, in cui l’imperativo è la centratura su sé stessi e sul soddisfacimento dei propri desideri, senza dare valore e riconoscimento all’altro e nemmeno, paradossalmente, alla preziosità del sé. C’è una nuova generazione che cresce a contatto diretto con modi di pensare e di relazionarsi con la corporeità molto diretti, disintermediati, che nel tempo corrono il rischio di diventare rapporti di abuso, perché non c’è rispetto dell’altro. Quanto è importante individuare con precisione il valore del consenso e dell’essere consenzienti? Se ogni cosa è consumo, mercificazione, prestazione basata sull’aumento del gradimento, nel meccanismo perverso dei like, quanto può essere davvero libera la scelta di mettersi in vista a tutti i costi?

 I meccanismi dell’abuso passano anche attraverso lo sfruttamento delle fragilità, delle insicurezze, degli smarrimenti che sono connaturati al nostro essere umani e che negli anni dell’adolescenza e della giovinezza sentiamo ancora più forti. Chi sono io? Cos’è questo corpo che si trasforma, cosa sono questi sentimenti contrastanti che si agitano nel mio animo e a cui non so dare un nome? Cosa determina la mia fame di volere essere amato, visto, riconosciuto?

 Un progetto educativo che abbia a cuore una crescita autentica deve partire dalla persona, dalla sua dignità intrinseca. Chi abusa che visione ha della persona? Vede solo un essere, una cosa, che può utilizzare a suo piacimento. Nell’assenza totale di empatia e di incapacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni si ritrova una visione nociva della sessualità e della corporeità, mentre il primo principio di una relazione sana è quello del non usarsi e non usare, impegnandosi in scelte coerenti e corrispondenti.

 Nella formazione un tema insistito è relativo alla presa di consapevolezza degli abusi. Se le segnalazioni di comportamenti ambigui (o abusanti) stanno pian piano emergendo, è perché attraverso la divulgazione delle linee guida, l’ascolto sul territorio, le pubblicazioni dei sussidi, si comprende che esistono “le parole per dirlo”. E che non abbiamo timore di usarle. La visione sistemica del fenomeno degli abusi spinge su quattro leve fondamentali: formazione, vigilanza, contrasto, accompagnamento. E tutto questo è reso possibile dal coinvolgimento della comunità tutta, perché il primo tassello di un ambiente sicuro è ruolo del contesto, che è la comunità.

 La Chiesa, nelle parole di chi se ne è allontanato, è percepita come quell’entità slegata dall’attualità, che vuole soltanto proibire. Al contrario, va reso evidente che le buone prassi aiutano a vigilare su noi stessi e gli altri per riconoscere il male in tempo. I no danno fastidio, ma dovrebbero essere pronunciati a favore di quella ricerca della felicità che approfondisce il perché, il significato di ciò che è. Per questo la prevenzione non è né accusatoria né oppositiva, ma propositiva e dinamica.

 I giovani hanno fame di queste cose, il problema è che trovano nutrimenti sbagliati. Scontiamo, a fronte di infiniti dibattiti, una preoccupante lacuna nella presenza di interlocutori e accompagnatori adeguatamente formati su temi su cui i ragazzi sono tanto sensibili quanto facilmente disorientati.

 E allora, se ci chiediamo quale contributo possiamo dare come Servizio per la tutela dei minori a quello che è il progetto educativo di una pastorale dedicata ai giovani, la prima domanda è: in che cosa possiamo lavorare insieme? La prospettiva giusta è nel camminare su un percorso comune, aiutandosi reciprocamente con quella sinergia positiva del formare e informare comunità e persone, in cui si è d’accordo che fare certe cose non è un bene. Puntiamo a un modo più bello e più sano di relazionarsi, all’essere testimoni credibili del vivere relazioni buone, in cui tutti si sentano bene. E al sicuro.

 www.avvenire.it

 

mercoledì 20 dicembre 2023

AFFETTIVITA' E RELAZIONI


Affettività e relazioni, 

cosa si muove dopo il caso “garanti” e Valditara

 


Il caso dei garanti non è stato facile da gestire in Viale Trastevere. Ora le associazioni chiedono più potere e l'autonomia di Valditara si restringe


-         di Max Ferrario

          

Il caso Cecchettin non è stato facile da gestire in Viale Trastevere. La vicenda dei garanti prima nominati e poi ritirati ha avuto infatti ripercussioni che non si sono del tutto assorbite. Conviene riepilogare brevemente la vicenda.

 La spinta emotiva, fortissima, e il pensiero di gran parte dell’opinione pubblica che poneva il problema della necessità di educare i giovani al rispetto tra generi per prevenire i femminicidi ha spinto il ministro Valditara a prendere iniziative. In una prima nota emanata il 24 novembre, il ministro ha dato disposizione alle scuole di avviare percorsi progettuali sul tema “Educazione alle relazioni”, stanziando 15 milioni a favore delle scuole secondarie di secondo grado.

La Nota non ha avuto alcun riscontro polemico poiché dava indicazioni secondo una modalità consolidata per iniziative di questo tipo: coinvolgimento attivo degli studenti, indicazione di  un docente referente, costituzione di focus group che avessero come riferimento la classe, acquisizione del consenso dei genitori degli studenti coinvolti, individuazione per ogni gruppo classe del docente che potesse fungere da animatore, formazione di ciascun docente “animatore”, attribuzione al Fonags del compito di raccordare le modalità di attuazione dei percorsi, collaborazione dell’Indire per organizzare i percorsi di formazione dei docenti e collaborazione “dell’Ordine degli psicologi e di altri organismi scientifici e professionali qualificati”.

 A questa iniziativa Valditara ha fatto seguire un video messaggio (“la violenza contro le donne è negazione dei diritti umani. La scuola costituzionale in prima linea in questa battaglia”) e il 6 dicembre, giorno successivo ai funerali di Giulia, ha inviato una lettera alle scuole invitandole a diffondere il discorso pronunciato dal padre durante le esequie.

 Fin qui tutto bene, fatto salvo qualche brontolio delle scuole per il fatto di vedersi appioppare sulle spalle nuovi impegni in aggiunta al già ricco carico ordinario.

 A questo punto il ministro ha avvertito il bisogno di una decisione politica: la nomina di un garante che coordinasse il progetto e redigesse le linee guida per le scuole. E la scelta è caduta su Paola Concia, ex deputata Pd che da sette anni ha dato vita a Didacta Italia, spin off di Didacta Germania, l’evento più importante al mondo per la scuola del futuro. La Concia è politica navigata, ma l’opzione competenza indotto Valditara a “dimenticarsi” dei trascorsi ideologici radicali pro-diritti civili di lesbiche, gay, bisessuali e transgender e portavoce del tavolo nazionale LGBT.

 La cosa più sorprendente è che il ministro abbia scelto la nomina senza un confronto con la sua maggioranza. La politica ha regole sue, una buccia di banana è sempre in agguato. Al diffondersi della notizia vi è stata subito una reazione fortissima, non solo da parte del mondo associativo familiare, anche non cattolico, ma anche di esponenti politici di partiti di maggioranza, compresa la stessa Lega, partito di Valditara. L’auto sbanda, l’unica è controsterzare per evitare di finire fuori strada: e i tempi politici sono strettissimi, poiché l’annuncio ufficiale di un garante va dato al più presto. Non c’è più tempo per ascoltare consigli, pur buoni, verificare e/o coinvolgere le parti interessate. Occorre scegliere, subito. Valditara allarga a tre il gruppo dei garanti, comunicandolo ufficialmente, e compensa la presenza di Paola Concia con due esponenti del mondo cattolico: Paola Zerman e suor Anna Monia Alfieri.

 Ma a questa seconda scelta la reazione delle associazioni è ancora più forte, basta andare sui loro siti per rendersi conto anche dei toni usati: Age, Agesc, Articolo 26, Famiglia e scuola, Insieme per educare, tra i primi, fino alla più recente intervista di Massimo Gandolfini a Pro Vita & Famiglia. Una scelta che ha messo pubblicamente in difficoltà gli esperti nominati. Le associazioni hanno sottolineato la loro stima per le persone scelte, le critiche vanno piuttosto all’impostazione e alle modalità usate. In sintesi:

 – l’educazione viene, ancora una volta, delegata in via esclusiva alla scuola, mentre su questi temi spetta alla famiglia. La scuola semmai può/deve fare da partner per sostenere le famiglie e aiutarle nel loro compito educativo;

 – l’errore di aver completamente escluso la componente dei genitori dal gruppo dei garanti.

 – il vero responsabile dell’educazione all’affettività e alla relazione sono i genitori e la famiglia, così come recita l’art. 30 della Costituzione italiana e l’art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

 – l’educazione alla relazione e all’affettività è strettamente legata a valori e principi che la famiglia detiene e vuole trasmettere ai propri figli, principi che possono essere molto diversi a seconda del terreno culturale e religioso di appartenenza; è improprio che lo Stato entri nelle scuole arrogandosi il diritto di toccare questi temi perché non gli spetta.

 Tutto questo è accaduto in due giorni. Il 9 dicembre Valditara ritira l’incarico ai garanti. “Il progetto ‘Educare alle relazioni’ andrà avanti senza alcun garante – spiega il ministro nella sua nota –. Nel suo svolgimento concreto si continuerà il dialogo con le associazioni rappresentative dei genitori, dei docenti e degli studenti”.

 Basterà? Probabilmente no, perché c’è già chi, tra le associazioni, chiede il ritiro del progetto ed una sua completa revisione. Questo sicuramente complicherà il già complesso lavoro che dovrà fare il ministro, poiché chi ha fatto pressioni per uno stop e lo ha ottenuto vorrà sicuramente essere coinvolto ed avere voce in capitolo, rendendo più difficile la necessaria mediazione per trovare un punto di accordo.

 E sul piano politico? Difficilmente vincerà la modalità salomonica che afferma “l’uomo saggio è colui che ha il coraggio di cambiare opinione”; il passo indietro, frutto di errori e pressioni e/o costrizioni politiche, potrebbe avere uno strascico. Quel che sarà lo capiremo nel prossimo futuro.

 Il Sussidario

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sabato 16 dicembre 2023

QUALI RELAZIONI ?


 “Educazione alle relazioni”, 

tre obiettivi da respingere al mittente

 

-     -     di Domenico Fabio Tallarico

 Le iniziative in materia scolastica che sono seguite al caso Cecchettin pongono tre questioni urgenti che vanno affrontate e attendono risposte

 L’omicidio di Giulia Cecchettin continua a suscitare discussioni e reazioni, spesso condizionate dall’emotività e non da un’attenta riflessione rispetto alle cause della tragedia.

 In particolare, è finita sul banco degli imputati una sorta di società di tipo patriarcale che sarebbe in qualche modo inculcata alle nuove generazioni, anche se nessuno ha ancora mai detto in modo esplicito come e dove verrebbe insegnata.

 Basterebbe andare a controllare le statistiche Istat su matrimoni, divorzi, separazioni e nascite per capire, dati alla mano, che ciò che sta avvenendo è una sottile battaglia ideologica di parte della sinistra e dei radicali, in parte per bollare il governo attuale come retrogrado e, nella misura del possibile, “fascista”, ma anche per introdurre all’interno delle scuole nuove ore di educazione sessuale, da sempre arma di una certa sinistra per rieducare i giovani ad idee più “moderne” e progressiste.

 La sintesi educativa di quella che ormai da anni è stata insegnata come educazione sessuale nella scuola è “fai sesso quando vuoi, con chi vuoi, come vuoi e senza tabù, l’importante è stare attenti a non rimanere incinta usando i contraccettivi” (come esempio è possibile consultare il corso “W l’amore” della Regione Emilia-Romagna); in questi anni anche l’uso del preservativo come protezione da malattie è stato messo in secondo piano, basti pensare alle grandi battaglie della sinistra sulla pillola del giorno dopo.

 Una decina di anni fa mi capitò di discutere, in un consiglio di classe di terza media, di un corso proposto dall’AUSL sull’educazione sessuale, in cui l’operatrice voleva spiegare a ragazzi di 12-13 anni una scheda in cui veniva illustrato il cambiamento del piacere sessuale sui maschi e sulle femmine in base al metodo contraccettivo utilizzato. I genitori, davanti a questa proposta e su mia segnalazione, decisero all’unanimità di bocciare il progetto e aderire ad altre iniziative più adatte all’età dei loro figli.

 Nella nostra società dopo anni di questo tipo di mentalità e dopo aver sdoganato la pornografia per i giovanissimi, in cui è evidente la continua umiliazione della donna, sarà sempre più difficile tornare a parlare di educazione all’affettività e alle relazioni e soprattutto non sarà certo un corso sulla sessualità impostato come è stato fatto fino ad ora a rimettere al centro l’importanza del rispetto e delle relazioni tra le persone.

 È da lodare l’alleanza tra maggioranza e opposizione per migliorare la legge contro la violenza sulle donne, ma sull’educazione forse è meglio non rispondere in modo reattivo sull’onda emotiva dell’assassinio di Giulia Cecchettin.

 Forse è il caso di fermarsi ed iniziare a ragionare sulle reali cause di stupri, violenze ed omicidi prima di intraprendere nuove azioni per scombinare la scuola, luogo in cui già da tempo vengono svolti progetti di educazione alla sessualità e vengono già svolte più di una trentina ore di educazione civica sul rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri, ma anche sul rispetto delle persone.

 Prima questione

L’art. 30 della “Costituzione più bella del mondo” recita così: “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti”. La tesi per l’introduzione di una nuova educazione sessuale a scuola si fonderebbe non sul fatto che la famiglia non educa più i figli (vero problema dopo la distruzione del ruolo della famiglia nella nostra società), ma sul presupposto che li educherebbe troppo e male, con un’educazione di tipo “patriarcale”, che sarebbe causa di violenza sulle donne. Per questa ragione i giovani andrebbero ri-educati dallo Stato.

Ma se anche l’educazione sessuale e affettiva (che coinvolge gli aspetti religiosi, filosofici e ideali più intimi della persona) viene tolta alla famiglia, che diritto e dovere di educare le rimane nei confronti dei figli?

 Proprio per questo il ministro si è premurato di dire che il MIM ha potenziato il ruolo del FONAGS (Forum nazionale delle associazioni dei genitori delle scuole), organo che fino ad oggi nessuno all’interno del mondo della scuola neanche conosceva. La famiglia è il primo soggetto che deve tornare ad educare e ne ha tutto il diritto e il dovere; è la famiglia che deve essere sostenuta, attraverso la valorizzazione dei corpi intermedi che possono aiutare nell’educazione, ma non si può bypassare la Costituzione e i diritti naturali della famiglia sulla spinta di un’emotività causata da una tragedia.

 Seconda questione

Le donne sono trattate in modo diverso dagli uomini, sono discriminate nel lavoro, prendono uno stipendio più basso degli uomini e vengono spesso licenziate se rimangono incinte, per questo serve un’educazione sessuale affettiva nelle scuole. Questo abbiamo sentito in questi giorni.

 Tutto questo cosa c’entra con l’educazione sessuale a scuola? Bisogna intervenire con leggi che tutelino maggiormente le donne nei luoghi di lavoro, aumentare gli stipendi e dare maggiori tutele della maternità; è realistico pensare che questi problemi siano risolvibili nella scuola con l’introduzione della “educazione sessuale”?

 La scuola è già il luogo lavorativo in cui i giovani vedono concretamente una parità di genere e in cui non c’è discriminazione, perché l’80% delle persone che lavorano nella scuola sono donne, donne e uomini sono pagati allo stesso modo (molto poco), le dirigenti scolastiche sono in numero maggiore rispetto agli uomini, nella scuola anche sulla parità tra uomini e donne i ragazzi sono molto più avanti degli adulti. Qualcuno si è chiesto se i ragazzi che hanno commesso gli stupri di Caivano e Palermo frequentassero la scuola? Siamo sicuri che l’educazione sessuale a scuola sia la soluzione dei problemi di violenza di genere, in luoghi in cui lo Stato è assente anche su servizi minimi come la sicurezza?

 L’impressione è che si agisca sulla scuola a suon di slogan, senza affrontare minimamente, nei fatti, i problemi principali delle donne.

 Terza questione

La scuola negli ultimi anni sta investendo molte risorse su alcune tematiche considerate prioritarie, in particolare le materie STEM Science (scienza), Technology (tecnologia), Engineering (ingegneria) e Mathematics (matematica), l’informatica (attraverso l’acquisto di attrezzature e la formazione di docenti), principalmente quindi materie orientate all’ambito scientifico.

 La recente introduzione dell’orientamento da molti viene considerata fondamentale per aprire ad un numero sempre maggiore di giovani il percorso degli IFTS (Istruzione e formazione tecnica superiore) con corsi prevalentemente tecnici e professionali. In questo contesto l’introduzione dell’educazione civica, dell’orientamento e di altri progetti ha iniziato a creare già da tempo malcontento in molti docenti (in particolare quelli delle discipline umanistiche) che sempre più si vedono costretti a restringere i programmi a causa di imposizioni indicate dall’alto. L’educazione sessuale e affettiva andrebbe probabilmente a togliere altre ore, introducendo nuovi elementi di confusione all’interno della scuola.

 Se le discipline scientifiche preparano al lavoro e l’educazione civica, l’orientamento, l’educazione sessuale e i progetti vari educano a vivere, qualcuno dica allora a cosa servono le materie umanistiche e se i grandi classici della letteratura come la Commedia o I promessi sposi, o i testi delle grandi religioni possono ancora educare o sono da considerare semplici hobby di lettura.

 La scuola è sempre stato il luogo di formazione della persona attraverso lo studio delle discipline, il dialogo con gli insegnanti e i coetanei. Il problema non è continuare a fare piccole modifiche pur di mostrare che qualcosa si è fatto da parte del nuovo ministro di turno, ma rispettare e ridare a famiglia e scuola la possibilità di educare e istruire ognuno nel proprio ruolo, senza aver la pretesa di eliminare il male dal mondo (che è sempre esistito e sempre esisterà). Occorre piuttosto ripartire dal bene e dal bello che si sperimentano e si apprendono all’interno di una famiglia e all’interno di un rapporto educativo tra insegnante e alunni. La ricostruzione della nostra società deve innanzitutto ricominciare da questo ambito.

Il Sussidiario


venerdì 1 dicembre 2023

GIOVANI NARCISI


 Quei ragazzi così pieni 

di narcisismo 

da non tollerare un rifiuto


-Intervista a Massimo Recalcati a cura di Maria Novella De Luca

 Professore, per cercare di capire cosa può aver armato la mano di Filippo Turetta, abbiamo molto citato in questi giorni il “retaggio del patriarcato”. O sarebbe più giusto parlare di quella ferita narcisistica che spesso lei ha chiamato in causa per descrivere il malessere dei nostri adolescenti e post-adolescenti?

«Il mito del nostro tempo è quello del successo individuale. Si tratta di un nuovo imperativo che rende impossibile l’esperienza del fallimento. Chi corre piano o chi cade è tagliato fuori. Si tratta di un vero e proprio culto della prestazione e del perfettismo. Subire il rifiuto di una ragazza significa riconoscere i propri limiti, che non si può essere tutto né avere tutto. Significa accettare una sconfitta delle proprie aspirazioni. Per questo a volte il ricorso alla violenza sostituisce la dolorosa constatazione della propria insufficienza. È una tendenza del nostro tempo: rifiutare l’ostacolo, la perdita, il fallimento, il dolore».

 Possiamo provare a spiegare che cosa intendiamo quando parliamo del narcisismo di questa generazione? È davvero il loro malessere?

«Il narcisismo dei figli è sempre un prodotto di quello dei genitori. Oggi una delle angosce più diffuse tra i genitori è quella di tutelare i loro figli proprio dal rischio del fallimento e della caduta. Questo non aiuta i figli ad assumere la responsabilità delle loro parole e delle loro azioni. E, soprattutto, a comprendere che è proprio attraverso la caduta e il fallimento che la vita dei nostri figli acquista una forma effettiva. Sono gli adulti responsabili di non trasmettere ai figli il senso della legge, ovvero che non si può essere tutto, avere tutto, sapere tutto, fare tutto…».

 Quanto lo specchio dei social influisce nello spingerli al confronto esasperato provocando anche depressioni e frustrazioni?

«Il mondo social nei suoi aspetti più patologici esalta il perfettismo e il principio di prestazione. Non c’è in quel luogo alcuna confidenza con l’esperienza della caduta e della solitudine. Tutto deve apparire perfetto. Anche l’eventuale caduta diviene in certi casi un modo per raccogliere like… È una virtualità narcisistica dove tutto deve apparire ideale».

 Quale può essere il meccanismo che scatta nella testa di un giovane di 22 anni che uccide la sua fidanzata più brava negli studi, più sicura, aggrappandosi alla propria fragilità per non farsi lasciare? L’incapacità di questa generazione di maschi di accettare la forza delle donne?

«Non solo dei maschi di oggi. Da sempre gli uomini che odiano le donne sono uomini che non sopportano la loro libertà. L’ideologia del patriarcato si è retta su questo principio repressivo di fondo: negare sistematicamente la libertà delle donne. Non a caso Adorno e Horkheimer assimilavano la libertà delle donne alla libertà dell’ebreo. C’è qualcosa di insopportabile, di intollerabile nell’una e nell’altra. Sono il rimosso dell’Occidente. Per questa generazione specifica di maschi il problema si è complicato, almeno per un verso, perché riconoscere di non essere tutto per l’altro è una ferita narcisistica insopportabile. Ma non dobbiamo dimenticare che al fondo di ogni narcisista c’è il buio della depressione. Non è tanto l’invidia ad avere spinto Filippo ad uccidere, ma la frattura di un legame che per lui costituiva la sola salvezza possibile dal buio della depressione. Una rottura che avviene in due tempi: il primo è quello nel quale Giulia dichiara la fine del suo amore; il secondo quando si approssima a discutere la sua tesi di laurea. Sono due fratture irreversibili inflitte all’ideale della coppia simbiotica».

 In che modo gli adulti possono entrare in contatto e prevenire tragedie che nascono dalla ferita narcisistica?

«Non servirà certo introdurre nelle scuole un’ora di educazione affettiva, sessuale o sentimentale … Il rispetto per l’altro e, in particolare, per le donne non è una materia specialistica come lo sono la chimica o la letteratura. Sarebbe come pensare che per costruire buoni cittadini sia sufficiente un’ora di educazione civica alla settimana. La cultura del rispetto della differenza avviene innanzitutto nelle famiglie e nella Scuola. Sono la famiglia e la Scuola i due principali educatori con il compito di alimentare nei nostri figli la cultura del rispetto della differenza: la testimonianza dal lato della famiglia che possano esistere relazioni ispirate dalla cura e dalla accoglienza e la cultura dal lato della Scuola come antidoto nei confronti della violenza».

 Fonte: La Repubblica