Visualizzazione post con etichetta femminicidio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta femminicidio. Mostra tutti i post

mercoledì 9 aprile 2025

SARA E LE ALTRE

 


IL FEMMINICIDIO

 C'INTERROGA


Lo psichiatra:

 «I giovani responsabili

 dei femminicidi 

temono il coraggio delle ragazze».


intervista a Paolo Crepet 

a cura di Roberta Scorranese 

Paolo Crepet, gli ultimi due femminicidi, quelli di Ilaria Sula e di Sara Campanella, hanno sconvolto il Paese.

«Purtroppo, è uno schema che ricorre: l’impotenza di uomini che non sono capaci di fronteggiare i propri limiti e così uccidono una donna, una donna che spesso ripone in loro fiducia. E che quasi sempre le vittime di questa impotenza siano le donne ormai mi pare un dato di fatto».

In entrambi i casi, colpisce la sensazione di «invisibilità» del femminicida, che spesso non sembra tale. Che cosa ne pensa?

«Come nel caso tragico di Giulia Cecchettin, anche qui abbiamo due ragazze che inseguivano un sogno: la laurea, un lavoro soddisfacente, l’esperienza dello studio fuori sede. Io lo chiamo coraggio, ma dobbiamo chiederci: quanto la nostra società invita al coraggio e quanto, invece, predilige la mediocrità? Un giovane uomo che non ha un sogno forte, che galleggia nella sua inconcludenza, che non ha spesso lo stesso coraggio delle donne non è invisibile».

Dunque, secondo lei, non bisogna fare attenzione soltanto a quelli che manifestano segnali di violenza?

«Esatto. Attenzione anche ai mediocri, perché chi non coltiva un orizzonte spesso nasconde il vuoto e il vuoto è spaventoso. Il problema è che oggi nutriamo questo vuoto, lo celebriamo, addirittura, in certi casi. Quasi venticinque anni fa l’Italia venne sconvolta dalla vicenda di Novi Ligure: anche in quel caso i protagonisti sembravano ragazzi normali. Lo scrissi allora e lo ripeto oggi: non siamo capaci di ascoltarli».

Le famiglie da sole non ce la fanno. E così si torna a parlare dell’educazione affettiva nelle scuole.

«Un’illusione. Non vedo come il fare una o due ore alla settimana di educazione affettiva possa scardinare una cultura, ahimè, millenaria e sbagliata e pericolosa, che è quella maschilista. Una volta, quando facevo ancora psicoterapia, una mia paziente finì in ospedale perché picchiata dal compagno. Il padre di lei la raggiunse al Pronto Soccorso e le chiese: “Che cosa gli hai fatto per spingerlo a ridurti così?”. Vede, io penso che non abbiamo il coraggio di guardare in faccia la realtà e che ci lanciamo ogni giorno in una fuga dalle responsabilità. Lo dico da padre di una giovane donna: se non riusciamo a chiedere ai nostri figli nemmeno “Come stai?” di che cosa stiamo parlando?».

Non siamo capaci di ascoltarli perché il divario generazionale è aumentato?

«Questa storia che parliamo linguaggi diversi è ridicola. Io parlavo dei Beatles, mia madre di Mina e mio padre di Mozart. È sempre stato così, solo che una volta i bambini delle elementari non andavano a scuola con il trolley. Una volta ti insegnavano che la scuola è fatica, che il lavoro è fatica, che l’amore stesso è una fatica. Se non insegniamo ai più giovani che ogni cosa ha un peso, un prezzo, che comporta una parte di sudore, come possiamo pretendere che loro stessi diano valore alle cose e alle persone?».

Faccia un esempio.

«Facilissimo: chiediamoci tutti quanto è durata l’ultima cena che abbiamo fatto insieme a nostro figlio o a nostra figlia. Tredici minuti? E magari con lo smartphone acceso? Fare domande profonde richiede coraggio, anche quello di sentirsi rispondere con riluttanza, ma fa parte del gioco: saperli ascoltare vuol dire mettersi in gioco ogni giorno. Creare spazio affinché si stabilisca una connessione. Il non ascolto crea morte di per sé».

Una morte silenziosa?

«E, soprattutto, che ci riguarda tutti. Vorrei dirlo chiaro: questi omicidi non toccano soltanto le famiglie delle vittime, ma tutte e tutti noi. È un problema culturale, che ci accomuna e che ci deve unire in una risposta collettiva. Altro che riferimenti all’etnia».

Un’ultima domanda: Ilaria Sula è stata uccisa in casa di Mark Antony Samson, con i genitori di lui presenti nell’appartamento. La posizione di questi ultimi si fa delicata, lei che cosa pensa?

«Penso che lo stabilirà la magistratura, non è mio compito commentare questo. Mi limito a dire che ci sono molti punti ancora oscuri».

 Corriere della Sera

 

domenica 26 novembre 2023

FALLIMENTO E FEROCIA


 Il peso del fallimento 

e la ferocia di Narciso

L'assassinio di Giulia 

ci interroga

-         - di Massimo Recalcati

Sappiamo bene chi sono gli uomini che odiano, maltrattano e uccidono le donne. Sono gli uomini che rifiutano la libertà della donna. È questa l’essenza più pura del maschilismo in quanto figlio naturale dell’ideologia del patriarcato. Il suo presupposto è l’idea che la donna sia afflitta da una minorità ontologica, morale e cognitiva che la consegna a non essere altro che un oggetto passivo nelle mani dell’uomo. Per questa ragione, quando la soggettività femminile fa la sua apparizione (attraverso la decisione di interrompere un legame amoroso o quella di intraprendere una carriera professionale indipendente, come è appena accaduto nel caso di Giulia), può provocare reazioni violentissime. Nel fantasma maschilista, infatti, la donna non può esprimere una soggettività libera perché viene concepita come una mera proprietà dell’uomo.

Ma la violenza che trova il suo apice nel femminicidio scaturisce sempre da una cultura fatta di umiliazioni e di offese quotidiane, di mortificazione e di negazione della libertà della donna. Può avvenire non solo come esercizio di un potere sadico, ma anche nel nome dell’amore. È questo un altro paradosso che andrebbe mostrato in tutta la sua crudeltà: nel nome dell’“amore” si può arrivare a sopprimere la libertà della donna. Nella violenza degli uomini sulle donne c’è sempre un intento fantasmaticamente pedagogico: disciplinare, regolare, purificare la loro naturale e irresponsabile peccaminosità. È il delirio moralistico che troviamo frequentemente al cuore degli uomini che maltrattano le donne: piegare con la forza e il ricatto la donna, renderla servizievole come dovrebbe essere ogni donna secondo la cultura del patriarcato.

Non a caso nella lunga storia dell’Occidente la donna che rivendicava la sua libertà veniva identificata con la strega. Si riguardi Comizi d’amore di Pasolini per cogliere quanto la libertà femminile sia vissuta dagli uomini, in una cultura che non aveva ancora conosciuto i movimenti di liberazione femministi e la rottura benefica del ’68, come una minaccia al loro posticcio prestigio fallico. Nella Recherche di Proust Albertine, che incarna l’essenza del femminile, viene descritta come un essere perennemente in fuga, inappropriabile, irraggiungibile, impossibile da catturare, tale da sconcertare il protagonista sino a sospingerlo a intraprendere il progetto geloso del suo imprigionamento. Più l’uomo incontra il carattere indomito della libertà della donna e più è incentivato a reprimerla brutalmente. Nondimeno non è mai possibile impadronirsi di quella libertà. È la constatazione disperata che muove diversi autori di femminicidi ad accanirsi sul cadavere delle loro vittime per provare ad afferrare in extremis la dimensione, in realtà inafferrabile, della loro libertà.

La spinta all’appropriazione, al controllo e al sequestro della libertà della donna da parte degli uomini vorrebbe scongiurare il rischio della perdita. In gioco qui sono i destini del dolore legato all’esperienza della separazione che spesso troviamo, come nel caso di Giulia, alla base del passaggio all’atto femminicida. Di fronte alla fine di una relazione amorosa esistono due vie: la prima è quella del dolore del lutto, del trauma della perdita, del fallimento e della solitudine. L’uomo abbandonato o tradito è messo di fronte a una ferita narcisistica che deve riconoscere ed elaborare. La seconda via è quella della violenza che rigetta il lavoro del lutto per ribadire un diritto di proprietà e, di conseguenza, l’esistenza di un legame che esclude per principio la separazione. È questo il nesso profondo che unisce narcisismo e depressione: “Non sopporto di non essere più tutto per te, dunque ti uccido perché, in realtà, non posso riconoscere di non essere niente senza di te”. Questa dipendenza assoluta, di natura simbiotica, alimenta fantasmi di gelosia estremi dove la spinta a una possessività che vorrebbe sopprimere la libertà del partner si unisce alla sensazione di un profondo vuoto interno. In gioco è, cioè, un tipo di legame che non riguarda l’amore tra due adulti, ma una dipendenza anaclitica primaria che non può non evocare il legame originario con la madre.

Non a caso anche per l’assassino di Giulia non è difficile ipotizzare un lutto dei legami primari mai avvenuto. È un insegnamento che dovremmo sempre tenere presente: la violenza è un’alternativa all’esperienza dolorosa del lutto. Vale per gli individui come per i processi collettivi: la violenza viene al posto di un lutto impossibile. Nel caso di Giulia, come in diversi altri casi di femminicidio, la vittima si è trasfigurata in un prolungamento fantasmatico della madre senza la cui presenza la vita del soggetto è destinata a sprofondare nel nulla. È l’altra faccia del patriarcato: non quella dell’ayatollah che perseguita sessuofobicamente la donna in quanto incarnazione del peccato, ma quella del figlio imbozzolato in legami primari senza essere in grado di viverne il lutto e che, come hanno raccontato recentemente i genitori di Filippo, per addormentarsi deve tenere regressivamente accanto a sé un orsacchiotto per non sentirsi cadere in un abisso di fronte ad una separazione che non è in grado di soggettivare.

È questa una cifra generale del nostro tempo: l’accudimento prolungato dei figli vorrebbe scongiurare il trauma benefico della separazione. 

La carenza simbolica della legge paterna che dovrebbe favorire il distacco dai legami primari si mescola qui con la tendenza a rendere la dipendenza da quei legami interminabile.

Alzogliocchiversoilcielo

 

 

giovedì 23 novembre 2023

SE QUESTO E' AMORE


 Il dramma dei femminicidi 

e la «cultura del patriarcato»

 

-         di Giuseppe Savagnone*

-          

Forse mai come in occasione del brutale assassinio di Giulia Cecchettin da parte del suo ex fidanzato, Filippo Turetta, l’opinione pubblica italiana era stata così profondamente scossa dal tragico ripetersi dei cosiddetti “femminicidi”, intendendo con questo termine «una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna proprio perché donna (…) in un contesto sociale che permette e avalla la violenza degli uomini contro le donne» (D. Russell, nel libro Feminicide).

 Ed era ora, perché di anno in anno si rinnova il pesante tributo di sangue versato nel nostro paese dalle donne a una cultura che le vuole vittime proprio nel contesto dei rapporti familiari o affettivi in cui esse dovrebbero essere più al sicuro: 116 sono state uccise nel 2020, 119 nel 2021, 126 nel 2022, 106 fino ad oggi nel 2023. Non possiamo rassegnarci a questo massacro sistematico. Qualcosa bisogna fare. Ma che cosa? La risposta dipende dalla lettura che si dà del fenomeno e delle sue cause.

 Quella che ne stanno dando univocamente i mezzi di comunicazione, le associazioni femministe e la grande maggioranza delle persone riconduce la responsabilità di questa piaga non solo e non tanto ad un problema di pubblica sicurezza, quanto ad un clima culturale, e precisamente alla «cultura patriarcale» ancora dominante nel nostro paese. È questo il bersaglio obbligato di innumerevoli dichiarazioni, interviste, manifestazioni. 

In senso più generale, con questa espressione si intende una cultura dove ancora le donne sono imprigionate in stereotipi e ruoli di genere che impediscono loro di esprimere liberamente la loro identità e di realizzare le loro potenzialità.

 A cui corrispondono meccanismi sociali di esclusione o di sottovalutazione, dal più basso livello di retribuzioni a parità di prestazioni, al rallentamento nelle carriere, fino alla esposizione a molestie sessuali di vario tipo.

 In riferimento più specifico al dramma dei femminicidi, la «cultura del patriarcato» sarebbe caratterizzata da una «mascolinità tossica», che porta gli uomini a pretendere il controllo delle donne con cui hanno un legame affettivo, mantenendole in uno stato di totale subordinazione e reagendo ad ogni loro tentativo di indipendenza con inaudita violenza.

 Precisando che di questo veleno sono sottilmente pervase le stesse donne, a cominciare dalle madri che lo alimentano e lo giustificano nei loro figli maschi, e a finire con le mogli e le compagne, spesso portate a giustificare e a coprire gli abusi, fisici e psicologici, a cui sono sottoposte da parte di mariti e partner.

 Contro la «cultura de patriarcato», si riconosce, non basta fare cortei e manifestazioni di protesta, come quelli che si sono moltiplicati e sono stati programmati in tutta l’Italia dopo l’uccisione di Giulia. Bisogna cambiare la mentalità. Perciò governo e opposizione si sono trovati d’accordo, per una volta, nella prospettiva di introdurre una sistematica educazione all’affettività nelle scuole.

 Ma il problema è davvero la logica patriarcale?

È corretta questa diagnosi? Certo, che esista ancora nel nostro paese, malgrado i grandi progressi realizzati in questi anni e alcune vistose eccezioni, il problema di una sistematica tendenza a penalizzare le donne nel lavoro, nella politica, nella vita economica, è difficile negarlo.

 Anche se a capo del governo e dell’opposizione in Italia ci sono due donne, il ruolo femminile a livello pubblico è ancora decisamente sottodimensionato rispetto a quello maschile. Se è questo che si intende per «cultura del patriarcato», è senz’altro giusto continuare la lotta ormai più che secolare per arrivare a sconfiggerlo.

 Se però ci si riferisce al fenomeno dei femminicidi, sembra legittimo avanzare qualche serio dubbio sul fatto che proprio essa ne sia la causa ultima. Se non altro perché dalle statistiche (i dati disponibili si riferiscono al 2020) risulta che il numero di omicidi volontari commessi da familiari o (ex) partner ogni 100mila donne nei Paesi UE è stato maggiore in Germania (0,53%), nei Paesi Bassi (0,45%) e in Francia (0,43%) che non in Italia, dove si è fermato allo 0,32%, di poco al di sopra di quello della Svezia (0,25%).

 Dobbiamo pensare che la «cultura del patriarcato» sia dominante – più che in Italia – in questi paesi, notoriamente caratterizzati da una forte emancipazione femminile?

 Se il problema dei femminicidi è comune al continente europeo (prescindendo, evidentemente, da ciò che accade in altri, come l’Asia e l’Africa, dove ovviamente esso ha matrici del tutto diverse, di cui qui non possiamo occuparci), deve esserci qualche ragione che dipende da fattori culturali presenti, ancora più spiccatamente che in Italia, negli altri paesi dell’Europa. E questo non sembra proprio poter essere la sopravvivenza del patriarcato.

 Tanto più la tendenza che sicuramente caratterizza la mentalità e i costumi, in questi paesi e sempre più anche nel nostro, è esattamente il contrario della logica familista in cui il patriarcato in passato affondava le sue radici e si manifesta, piuttosto, nel prepotente emergere della figura del single, sempre più svincolata dalla rete di legami vincolanti entro cui le persone si identificavano.

 Emblematica la crisi dei vincoli familiari. Ormai in Europa le famiglie formate da una sola persona sono più numerose di quelle costituite da una coppia con figli. Nei paesi europei nel 2021 sono state il 35,9 %, in Germania e Francia il 41 %, in Svezia al 50,1 %). In Italia sono ancora solo 33,2 % – contro il 31,2 % di quelle mononucleari tradizionali, ma nel 2000 erano ancora solo il 24,0 % e il trend non lascia dubbi su quale sia la direzione in cui si procede.

 C’è da chiedersi, a questo punto, se il fenomeno dei femminicidi dipenda davvero dalla «cultura patriarcale» o non sia piuttosto, al contrario, la conseguenza del suo dissolversi.

 Una dissoluzione che da un lato ci ha liberati, fortunatamente, dalla figura soffocante del “padre-padrone”, dall’altro però – invece di dar luogo a forme comunitarie, in cui il singolo possa essere valorizzato nella sua unica e irripetibile originalità, non malgrado i legami con gli altri, ma grazie ad essi – ha dato luogo a un individualismo selvaggio, di cui proprio il trionfo del single è l’espressione.

Perché quello che si verifica oggi nella violenza sulle donne non è tanto – come in passato – la loro sottomissione a meccanismi collettivi di potere gestiti dagli uomini in funzione del gruppo (si pensi alla monaca di Monza, sacrificata dal padre agli interessi della famiglia), quanto piuttosto lo sfogo di una radicale insicurezza e frustrazione individuale del maschio, ormai esposto dalla emancipazione femminile alla vittoriosa concorrenza che le donne sono sempre più in grado di svolgere in tutti i campi.

 A dispetto dei frequenti riferimenti polemici dei commentatori al medioevo, quella con cui oggi dobbiamo fare i conti non è la logica medievale, ma quella neocapitalista del mercato, non a caso ancora più diffusa in Germania e in Olanda che non da noi.

 L’amore al tempo dell’individualismo

Il concetto medievale e cristiano di amore come dono di sé – proteso al bene dell’altro – era sempre rimasto un ideale in pratica spesso contraddetto proprio dalla struttura patriarcale della società. Ma, nel trionfo dell’individualismo, è ormai dimenticato, sostituito, nel modo pensare e di sentire comune (ferma restando la felice realtà di tante eccezioni), da quello che lo identifica con una ricerca autoreferenziale di appagamento delle proprie pulsioni, di cui la persona “amata” è in realtà solo lo strumento.

 L’immagine che si prospetta è quella del “buco nero”, che attira tutto ciò che entra nella sua orbita, per fagocitarlo e distruggerlo.

 Questa trasformazione culturale non riguarda, ovviamente, solo gli uomini, ma anche le donne, esposte anche loro, come il sesso maschile, a scambiare l’amore per l’altro (il medioevo lo chiamava “amore di benevolenza”) con l’amore di sé attraverso l’altro (il medioevo lo chiamava “amore di concupiscenza”).

A fare scattare il meccanismo della violenza di genere, da parte dei primi, è il corto circuito fra un passato ancora fresco in cui le strutture sociali garantivano all’uomo una indiscussa supremazia sia nel lavoro che nei rapporti affettivi – e un presente che la rimette radicalmente in discussione, determinando in molti maschi l’insicurezza e la frustrazione di cui prima si parlava.

 Sui giornali si è a lungo dibattuto, in questi giorni, se Filippo Turetta sia un bravo ragazzo che è diventato un mostro o un mostro che si è sempre fatto credere un bravo ragazzo. Probabilmente è solo una persona che – al pari della maggior parte degli altri ragazzi – non ha mai scoperto l’amore come dono di sé e ha vissuto il suo rapporto con la propria fidanzata come il naufrago lo ha con la tavola a cui si aggrappa per non annegare. Un modo sbagliato di concepire e vivere l’amore.

 Per superare questo, evidentemente, i cortei e le manifestazioni possono avere effetti molto limitati.  Servirebbe, se mai, una seria riflessione su ciò che intendiamo quando, oggi, parliamo, a ogni pie’ sospinto, di questo sentimento. Ma è più facile protestare che pensare.

 E anche l’introduzione dell’educazione all’affettività nelle scuole rischia di fare la fine di quella sessuale (spesso già presente, pur in modo occasionale), ridotta alla fine all’istruzione sull’uso degli anticoncezionali, se non avremo il coraggio di rimettere in discussione, piuttosto che i “mostri” evidenziati dalla cronaca, il nostro modo di pensare e, in definitiva, noi stessi.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo

 

www.tuttavia.eu

 

 

EDUCAZIONE A RISCHIO


"Noi genitori

 responsabili".

I nostri figli cresciuti senza conoscere il rifiuto"

 Cercare di spiegare l'inspiegabile. Identificarsi nei panni di chi ha vissuto e sta vivendo il più atroce degli incubi, ma non avere gli strumenti per gestire dolore, stupore, rabbia. Tutta Italia è rimasta atterrita dalla storia di Giulia a un passo dalla laurea, da Filippo che chissà come pensava di far perdere le sue tracce.

 Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, come è possibile non saper più gestire una lite con la fidanzata? Da dove arrivano tutta quella rabbia e quella violenza che non siamo più in grado di controllare?

 «I nostri ragazzi non sanno gestire la frustrazione. Si mollano con la ragazzina e vanno fuori di testa, senza proporzione. Ma questa è colpa dei genitori che non glielo hanno insegnato. O meglio, che non li hanno lasciati liberi nella vita di impararlo con le loro esperienze, correndo sempre a proteggerli».

 Cosa sbagliamo nell'educazione dei nostri figli?

«Pretendiamo di proteggerli da tutto, non permettiamo che si creino gli anticorpi per affrontare sfide e delusioni. Da quando sono piccoli. Cascare dal cavallino a dondolo e farsi un po' di male fa parte della vita. Noi, da idioti, che facciamo? Mettiamo la gomma piuma attorno al cavallino».

 Troppa gomma piuma, insomma.

 «È come chiedere a Jannik Sinner di giocare una partita di tennis senza punteggio. Che senso ha eliminare i voti, le pagelle, le bocciature? Stiamo crescendo ragazzi che non sono più in grado di affrontare la sconfitta. Gli facciamo noi lo zaino, come se non fossero in grado. Del resto - parlo ovviamente in generale - sono i genitori i primi a voler essere eternamente giovani. E quindi è ovvio che i loro figli a loro volta non crescano».

 Ultimamente dietro a molti femminicidi c'è il bravo ragazzo che di colpo diventa omicida. Cosa succede?

 «Non mi pare ultimamente. Succede che non ascoltiamo. Non impariamo mai dal passato. Dietro al delitto del Circeo chi c'era? Un bravo ragazzo. Pasolini lo aveva detto a suo tempo, totalmente ignorato».

 Allora cosa dovremmo imparare dal passato?

 «Smettiamo di ragionare in base allo schemino dell'uomo assassino e della donna vittima. Non è così. C'è un film di Marco Ferreri del 1963 intitolato Una storia moderna. L’ape regina parla di una donna che ha ridotto il marito a una specie di fuco. L'avevano capito pure i greci. Basta con l'idea del maschio fallocratico. Andiamo oltre».

 Però siamo arrivati a 105 femminicidi.

«Le madri hanno insegnato alle figlie a sopportare. Ma perché? Ci sono donne che hanno sopportato l'insopportabile: mariti violenti o alcolizzati. Ma perché hanno trasmesso questo concetto alle figlie come fosse un valore da tramandare di generazione in generazione? È ovvio che l'amore debba essere il contrario della galera. È ovvio che solo una mente illiberale possa partorire l'idea di geolocalizzarmi»

 E allora che consiglio dà ai genitori?

 «Mamme, papà siate rivoluzionari. Insegnate ai vostri figli a essere liberi. Lasciateli sbagliare, altrimenti non cresceranno e a 22 anni non sapranno gestire cose che avrebbero dovuto imparare a gestire a 16. Discostatevi dall'idea che la società ha di normalità. Cosa vuol dire avere un figlio normale? Vuol dire avere il bravo ragazzo che si fidanza con la ragazzina carina con la gonna corta ma non troppo, che sembra Taylor Swift?

 Gli adulti dovrebbero per primi discostarsi dal concetto di «normale»?

 «Pensiamo che aver raggiunto uno stato di vita in cui andiamo fuori città il fine settimana, abbiamo la jacuzzi e quattro soldi in tasca sia una sorta di paradiso che ci rende felici. Questo vuol dire banalizzare. E allora poi abbiamo bisogno di distruggere e chiamiamo la violenza amore».

 Cosa pensa dell'introduzione dell'ora di affettività nelle scuole e dell'idea di formulare una legge?

 «No visto la proposta della Schlein e sto seguendo quel che dice la Meloni. Bello, bello, se vogliamo metterci la coscienza a posto. Ma poi chi va a insegnare queste cose all'istituto di Gorgonzola? L'affettività e i sentimenti non si insegnano a scuola. Si imparano per strada, in famiglia, ovunque».

 Il Giornale

sabato 20 novembre 2021

VIOLENZA SULLE DONNE. UN FENOMENO INQUIETANTE


 Oltre l’indignazione, 

le domande

Il 25 novembre si celebra la giornata contro la violenza sulle donne. Già il fatto che si stato necessario istituire una simile ricorrenza dimostra che il problema è grave. Mentre, nel corso degli ultimi anni, diminuisce progressivamente il numero complessivo di omicidi commessi nel nostro Paese, lo stesso non avviene per quelli che hanno come vittima le donne: 133 nel 2018, 111 nel 2019, 112 nel 2020, già 100 alla fine dell’ottobre di questo 2021 (contro 93 alla stessa data nel 2020). E molti di questi fatti di sangue hanno come protagonisti i mariti o partner delle vittime.

 -         di Giuseppe Savagnone*

       

L’ultimo caso, agghiacciante, a Sassuolo, dove un uomo ha ucciso la compagna, Elisa Mulas, con la madre e due figlioletti, dopo che la storia della coppia era ormai finita da qualche mese. Da allora l’uomo minacciava la donna e proprio qualche giorno fa Elisa lo aveva denunciato. Purtroppo vanamente. Dopo la strage l’omicida si è, a sua volta, tolto la vita.

Quello dei femminicidi è uno dei pochi fenomeni su cui l’opinione pubblica del nostro Paese si trova a convergere in una unanime condanna. Non sempre, però, a questa compattezza nel denunciarne la gravità si accompagna uno sforzo adeguato per comprenderne le ragioni. Ci si ferma, per lo più, all’indignazione, alle denunce generiche, ai buoni propositi, col serio rischio di cadere in una sterile retorica. Forse non guasterebbe un pizzico in più di riflessione, che porterebbe inevitabilmente a porsi qualche domanda.

Un paradosso: uguaglianza e violenza

Perché certo è paradossale che la violenza contro le donne sia cresciuta proprio in una fase storica in cui finalmente è stata loro riconosciuta (almeno in linea di principio: la pratica è un’altra cosa) la parità in moltissimi settori della vita sociale. Come mai in questo tempo, che vede riconosciuta (ripeto: almeno formalmente) l’uguaglianza tra di due sessi, quello che più ha fruito di questo riconoscimento (finalmente!) si trova ad essere oggetto di violenza?

Un tentativo di risposta potrebbe venire dalle analisi di uno dei maggiori studiosi contemporanei dell’origine e del significato della violenza, il noto antropologo René Girard, il quale, nelle sue opere, ha sostenuto che la violenza non nasce malgrado l’uguaglianza, ma proprio a causa di essa.

Per Girard la reciproca aggressività tra gli esseri umani si scatena per un gioco mimetico, per un istinto di imitazione che spinge ciascuno a desiderare ciò che gli altri desiderano. La violenza, nella sua forma selvaggia, incontrollata, nasce dalla perdita delle differenze che dovrebbero, distinguendoli, orientare i soggetti verso obiettivi diversi e consentire loro di rapportarsi armoniosamente.

«Non sono le differenze», nota lo studioso, «ma la loro perdita a provocare la rivalità pazza, la lotta a oltranza tra gli uomini di una stessa famiglia o di una stessa società». Sono gli uguali a cozzare l’uno contro l’altro: «Due desideri che convergono sullo stesso oggetto si fanno scambievolmente ostacolo.

Qualsiasi mimesis che verta sul desiderio va automaticamente a sfociare nel conflitto». Per Girard emblematico di questa violenza mimetica è il caso del fratricidio: Caino e Abele, Romolo e Remo…

In questo scontro, i contendenti non si caratterizzano più per la loro identità, ma proprio perché la perdita di essa li mette tragicamente in condizione di non potersi più differenziare: «La crisi getta gli uomini in un perpetuo affrontarsi che li priva di ogni carattere distintivo, di ogni ‘identità’».

È la tragica esperienza della massificazione che, all’insegna delle mode dominanti, appiattisce i singoli e li omologa. Girard evoca, a questo proposito, «la metafora del diluvio che liquefà ogni cosa, trasformando in poltiglia il mondo solido».

Vi è qualcosa di questa analisi che sembra appropriato al problema del femminicidio. Anche in passato le donne venivano uccise, ma ciò che caratterizza i femminicidi come fenomeno sociale contemporaneo è il fatto che essi nascono spesso dalla giusta pretesa delle donne di godere degli stessi diritti e della stessa libertà degli uomini. Di far valere, insomma, la loro tanto proclamata uguaglianza. È questo che i loro partner non accettano, reagendo con la violenza.

Una violenza che, infatti, a bene vedere, non nasce – come nelle uccisioni di donne del passato – dalla prepotenza del maschio, ma dalla sua disperazione nello scoprire la propria debolezza di fronte all’emergere della libertà di un soggetto che non riesce più a controllare. Una disperazione che a volte sfocia, come nel caso dell’assassino di Elisa Mulas, nel suicidio.

Autorealizzazione e omologazione

Non c’è dunque soluzione a questa inquietante corrispondenza tra crescita nell’uguaglianza e violenza sulle donne? Prima di accettare una simile conclusione sarebbe il caso di chiedersi se davvero l’uguaglianza debba tradursi – come nella interpretazione datane da Girard – in una perdita delle differenze.

È possibile una uguaglianza che non sia omologazione, che si realizzi cioè non malgrado le diversità, ma proprio attraverso di esse? Forse sì, ma a patto di superare alcuni luoghi comuni che oggi contribuiscono a questo appiattimento e, d conseguenza, danno luogo alla conflittualità selvaggia tra gli individui.

Uno è sicuramente quello per cui, nella crisi generale dei valori e dei fini tradizionali, la sola molla delle nostre scelte è rimasta la ricerca dell’autorealizzazione. Se oggi si chiede a un giovane perché vuole fare una professione, per esempio quella del medico, nella stragrande maggioranza dei casi la risposta sarà che vuole realizzarsi.

E in questo, sicuramente, vi è qualcosa di valido, che l’idea di missione, dominante nel passato, rischiava di lascare in ombra. Ma vi è anche la caduta in un eccesso opposto, che nasconde, a sua volta, un aspetto decisivo.

Perché la medicina non è nata affinché i medici si realizzino, ma per curare i malati. Come del resto qualunque altra professione, essa implica che la realizzazione dichi la pratica sia la conseguenza del perseguimento del fine proprio di quello specifico lavoro. La missione non è tutto, ma non può essere liquidata, come oggi avviene.

Qualcosa del genere vale per il rapporto di coppia. Se due persone si sposano o intraprendono una convivenza stabile solo perché ognuno dei due cerca in questo di realizzarsi, e non per costituire una famiglia – qualcosa di più, insomma, della somma dei rispettivi interessi – il risultato inevitabile sarà la precarietà di una relazione che durerà solo finché uno dei due non avrà l’impressione che si può realizzare meglio con una persona diversa dal suo attuale partner.

Lo slogan «stiamo insieme finché stiamo bene insieme» implica che non ci sia – che non sia mai nata – una comunità vera, a cui sacrificare qualcosa dei propri interessi particolari. La crisi attuale di tanti matrimoni, come l’instabilità di tante convivenze, è legata a questa premessa.

Nel mito dell’autorealizzazione, assolutizzata e resa indipendente dai suoi contenuti concreti, vengono inghiottite, come in un buco nero, le differenze di fini che distinguono la realizzazione di una persona da quella di un’altra. Se tutti vogliono solo realizzarsi, non ci sono più capacità e compiti specifici che caratterizzino la realizzazione di uno rispetto a quella dell’altro.

Questo vale anche per l’uomo e la donna. Alcune note studiose femministe (Butler, Haraway) insistono sulla necessità per le donne di rinunziare alla prospettiva della maternità. Naturalmente, in nome dell’autorealizzazione.

In questa lotta per la stessa cosa – la vuota realizzazione di sé – si traduce efficacemente anche la logica della società neocapitalista, che distingue le presone non per quello che sono, nella loro inconfondibile e preziosa identità, ma per il loro maggiore o minore successo.

L’uguaglianza, come in «Squid game», sta nell’avere lo stesso punto di partenza per questa corsa alla sopravvivenza, anche a costo della vita degli altri.

In questo grande gioco gli uomini scoprono nelle donne delle concorrenti. E sperimentano il capovolgimento dei ruoli, perché, adottando il loro stesso stile, esse spesso sono in grado di raggiungere risultati migliori.

Abituato da sempre a un predominio di genere, che prescindeva dalle qualità personali dei singoli e si fondava aprioristicamente sulla sua identità biologica, il maschio si trova spiazzato dall’ascesa vertiginosa di donne sempre più capaci di rimettere in discussione il suo primato sia nel campo degli studi e del lavoro, che in quello della vita sessuale ed affettiva.

Questo spiega perché l’uguaglianza – “questa” uguaglianza, che annulla le differenze perché sostituisce alle persone e ai loro desideri una corsa selvaggia all’autorealizzazione – produca i femminicidi. Il maschio, sgomento e infuriato, reagisce con la violenza. Verso l’altra e, alla fine, verso se stesso.

Uomini e donne si possono salvare solo insieme

Ci vogliono le leggi, ci vogliono sistemi più efficaci di tutela delle donne, ma nessuna risposta giuridica o di pubblica sicurezza può sostituire quella che dovrebbe essere rappresentata da una rivoluzione culturale, capace di restituire all’autorealizzazione i suoi contenuti e, con essi le differenze tra le persone.

Solo la ricoperta di un’uguaglianza nella diversità potrà garantire agli uomini il recupero della loro identità maschile, in una logica che non sia quella del potere e del dominio – come spesso è stato in passato – e, alle donne, un’emancipazione che non le liberi solo da una mortificante subordinazione, ma anche dai parametri culturali devianti mutuati proprio dal mondo maschile.

Per salvare le donne dalla violenza bisogna aiutare gli uomini a ritrovare se stessi in una prospettiva nuova, dove autorealizzazione e missione si compenetrino. E per salvare gli uomini bisogna aiutare le donne a vivere la loro giusta emancipazione a tutti i livelli – affettivo, professionale, politico – puntando sulla loro identità, prima che sul successo.

 *Pastorale Cultura Diocesi di Palermo

 www.tuttavia.eu

 

 

sabato 30 novembre 2019

LA TRAGEDIA DELLE DONNE VITTIME DI VIOLENZA

-   di Giuseppe Savagnone

È di alcuni giorni fa la pubblicazione di una statistica dell’Eures, secondo cui in questi primi dieci mesi dall’inizio dell’anno, sono state uccise in Italia 94 donne. Una ogni tre giorni.
Nel 2018 i femminicidi erano stati 142 – il 38% degli omicidi commessi in Italia –, di cui 78 per mano di partner o ex partner. Dal 2000 ad oggi le donne uccise in Italia sono state 3.230. E il trend di questi ultimi anni è quello di una continua crescita, in controtendenza rispetto a quello degli omicidi nel loro insieme, che nel nostro Paese sono in forte calo anno dopo anno.
Qualcuno si stupisce dell’enfasi posta sul termine “femminicidio”, per descrivere il fenomeno e si chiede se si possa parlare di una categoria a se stante di reati. La risposta è nella definizione di questo termine nel libro di Diana Russell nel libro Femicide, del 1992: «Una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna proprio perché donna (…) in un contesto sociale che permette e avalla la violenza degli uomini contro le donne».
Una violenza a senso unico
Ovviamente questo non significa che non ci siano casi di donne che uccidono uomini. Ce ne sono anche che li aggrediscono o li maltrattano. Ma, sempre secondo i dati Eures, nel 2018 il 92% delle violenze sessuali, il 76% delle denunce per stalking e l’81% di quelle per maltrattamenti in famiglia sono state fatte da donne.
Per non parlare delle tante mogli o figlie che non hanno il coraggio di denunziare i loro mariti o padri. Il fenomeno peraltro non accenna ad attenuarsi. Un rapporto della Polizia di Stato rileva che per esempio nel mese di marzo 2019, in media, ogni 15 minuti è stata registrata una vittima di violenza di genere di sesso femminile. In questo quadro, è difficile parlare di una reciprocità …
Le leggi necessarie
Si sta cercando di far fronte a questa piaga sul piano legislativo. Nello scorso agosto è entrata in vigore la legge n. 69, cosiddetta “Codice rosso”, che ha innovato e modificato la disciplina penale, sia sostanziale che processuale, della violenza domestica e di genere, rendendo più celere l’avvio del procedimento penale e più aspra la sanzione per i reati dii maltrattamento in famiglia, stalking, violenza sessuale, prevedendo anche una maggiore tempestività per eventuali provvedimenti di protezione delle vittime.
Al divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, il giudice può aggiungere l’utilizzo di mezzi elettronici come l’ormai più che collaudato braccialetto elettronico.
Tutto ciò è giustissimo e su questa via possono essere sicuramente ottenuti risultati significativi; però non risolve il problema dei femminicidi alla sua radice, che è culturale.
La crisi della virilità
A prima vista, è vero, essi sembrerebbero risalire a ragioni che da sempre caratterizzano la dialettica del rapporto uomo-donna. Secondo Eures «il principale movente dei femminicidi familiari risulta quello della gelosia e del possesso (impropriamente definito passionale), riscontrato nel 32,8% dei casi; seguono, con ampi scarti, le liti e i dissapori (16%) e il disagio della vittima (15,1%)».
Ma a questo, che sicuramente rimane lo sfondo, oggi bisogna aggiungere un fatto nuovo che, almeno in Occidente, sta modificando radicalmente i termini di questa dialettica. Mi riferisco al declino di quell’insieme di fattori psicologici, caratteriali e culturali che tradizionalmente venivano definiti “virilità”.
Sono ovviamente consapevole delle distorsioni maschiliste che questo termine ha rivestito per secoli e che, soprattutto nel Meridione, hanno dato luogo a una serie di drammatici equivoci riguardanti l’onore di un uomo. Ma il suo tramonto, nell’uso corrente, non è legato soltanto al felice superamento di quelle distorsioni e di quegli equivoci. C’è qualcosa di più profondo, che assume un significato epocale alla luce dell’affermazione del movimento femminista nei Paesi occidentali.
Lo smarrimento del maschio
Perché questa affermazione, che ha cambiato radicalmente la concezione della donna, i suoi atteggiamenti e il suo ruolo nella società, ha profondamente inciso – né poteva essere diversamente – sul modo in cui gli uomini vedono se stessi e si rapportano all’altro genere.
Abituato da sempre a un predominio di genere, che prescindeva dalle qualità personali dei singoli e si fondava aprioristicamente sul possesso di alcune caratteristiche anatomiche, il maschio si è trovato, nel giro di pochi decenni, totalmente spiazzato dall’ascesa vertiginosa di donne sempre più capaci di rimettere in discussione il suo primato sia nel campo degli studi e del lavoro, che in quello della vita sessuale ed affettiva.
Il feminicidio come segno di debolezza
Forse andrebbe cercata qui la spiegazione del diffondersi della tragedia dei femminicidi. Alla base, nella maggior parte dei casi, c’è un disperato tentativo dell’uomo di riaffermare il proprio potere su una compagna che ormai ha una propria vita professionale, a volte più riuscita della sua, e che anche nei rapporti di coppia rivendica il proprio diritto a non essere solo un oggetto, ma una persona, libera come tale di fare le sue scelte.
Se questa lettura è corretta, i crimini in questione non sono, come potrebbe credersi a prima vista, la prova del perpetuarsi dell’antico dominio del maschio, ma il segno di specie di disperazione, la rabbiosa reazione alla scoperta di una impotenza, un sordo risentimento a cui i più fragili non trovano altro sfogo che quello di uccidere.
Non è un caso che a volte questo folle gesto venga percepito dallo stesso assassino come una forma di autodistruzione, portandolo al suicidio o a denunciarsi spontaneamente.
Più in generale, oggi si registra una diffusa difficoltà degli uomini di accettare e di vivere la propria virilità in un mutato contesto relazionale, che ne ha cambiato i connotati tradizionali, ma che potrebbe portare alla sua riscoperta in termini nuovi.
Una potenzialità non compresa
Perché l’emancipazione delle donne non dovrebbe, di per sé, minacciare l’identità maschile, anzi potrebbe costituire un suo approfondimento, liberandola dagli stereotipi quasi macchiettistici che si accompagnavano all’immagine del “maschio”.
La denunzia, da parte del movimento femminista, delle storture  di una civiltà fallo-logo-centrica fondata sulla logica del dominio e su una interpretazione riduttiva  della razionalità, potrebbe costituire una lezione importante a cui non solo le donne, ma soprattutto gli uomini dovrebbero essere attenti, per ripensare la loro identità virile in una prospettiva la liberi dalle storture del passato.
Non si tratterebbe per loro di una rinunzia, di una resa, ma di una conquista. Perché sono stati loro, innanzi tutto, le vittime della società che essi stessi hanno costruito sul mito del potere, del denaro e del successo, sacrificando spesso al lavoro e al guadagno le relazioni umane. Quanti professionisti incapaci di anticipare il ritorno a casa per godersi la semplice gioia della vita familiare!
Per non parlare della violenza sistematica nei confronti della terra – si è parlato di una specie di stupro – da parte di una tecnica ispirata alla logica maschile della penetrazione e volta allo sfruttamento illimitato della natura, con i risultati disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti.
Una possibile involuzione del femminismo
La protesta del femminismo contro tutto ciò non è stata solo una rivendicazione unilaterale da parte di un genere contro l’altro, bensì un prezioso servizio ad entrambi.
Se mai sono le sue involuzioni che, tradendone l’esigenza di fondo, hanno a volte fatto sì che, invece di aiutare gli uomini a vivere in modo più autentico la loro virilità e le donne la loro femminilità, in un contesto di reciprocità e di pari dignità, questa lotta si sia risolta talora in un indebolimento di entrambe, dando luogo a donne sempre più “maschilizzate” e a uomini sempre più effeminati. Da qui il fenomeno sempre più diffuso di una “donna in carriera”, che insegue il successo sopra ogni altro valore, e di un uomo sempre più fragile, irresoluto, smarrito e – come logica conseguenza – violento.
Evitare una sconfitta per tutti
Si badi bene: come la vittoria delle donne non avrebbe dovuto essere una sconfitta degli uomini, ma la crescita di una relazione che avrebbe potuto arricchire entrambi, così il declino dell’uomo non è una vittoria per le donne, che sono le prime, oggi, a risentire e a soffrire, nella prospettiva di una vita di coppia, del vuoto di virilità che colpisce l’altro genere.
Resta il fatto che il femminicidio è un prezzo che una società civile non può e non deve accettare di pagare. Ben vengano, per questo, le misure repressive. Ma, un tempo in cui si parla molto, giustamente, dei passi ancora da fare per riconoscere alle donne i loro diritti, forse sarebbe il caso di tenere presente che tra questi c’è anche quello ad avere di fronte degli uomini che siano tali.