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venerdì 5 giugno 2026

APPRENDIMENTO E MEMORIA

 

La memoria 

non nasce

 dalla ripetizione

 meccanica, 

come apprendono

 davvero i bambini?

 Cosa dicono

le neuroscienze?



-di Bruno Lorenzo Castrovinci

Per molto tempo la scuola ha immaginato l’apprendimento come un processo lineare. L’insegnante spiegava, l’alunno ascoltava, studiava, memorizzava e infine restituiva le informazioni attraverso una verifica. Oggi le neuroscienze cognitive mostrano una realtà molto più complessa e profondamente umana. Il cervello dei bambini non funziona come un contenitore da riempire, ma come un organismo dinamico che costruisce continuamente connessioni attraverso l’esperienza, le emozioni, il movimento, le relazioni e il significato.

Apprendere non significa semplicemente accumulare nozioni, ma modificare la struttura stessa del cervello. Ogni nuova esperienza significativa produce cambiamenti nelle reti neurali e, quando un bambino comprende davvero qualcosa, il suo cervello si riorganizza. È questo il cuore della neuroplasticità, uno dei concetti più importanti delle neuroscienze contemporanee.

Per insegnanti e famiglie questa scoperta cambia profondamente il modo di guardare all’apprendimento. Non basta chiedersi che cosa insegnare, ma occorre domandarsi come il cervello dei bambini riesca realmente a imparare.

L’emozione è la porta dell’apprendimento

Le neuroscienze hanno dimostrato che emozione e cognizione non sono separate. Per anni si è pensato che imparare significasse mettere da parte la dimensione emotiva per privilegiare la razionalità. In realtà il cervello apprende meglio quando si sente coinvolto emotivamente.

Un bambino che prova curiosità, interesse, sicurezza e fiducia attiva aree cerebrali che facilitano attenzione, memoria e comprensione. Al contrario, paura, ansia e umiliazione producono un aumento del cortisolo che interferisce con i processi cognitivi. Questo significa che un ambiente scolastico percepito come minaccioso non favorisce l’apprendimento profondo.

Molti insegnanti lo osservano ogni giorno: alcuni bambini, durante una verifica, sembrano dimenticare improvvisamente tutto ciò che avevano studiato. Non sempre ciò dipende da una preparazione insufficiente; talvolta è il carico emotivo della situazione a bloccare le risorse cognitive.

Per questa ragione, il clima educativo non è un elemento secondario. La qualità della relazione con l’insegnante influisce concretamente sui processi di apprendimento e un bambino impara meglio quando si sente accolto, riconosciuto e ascoltato.

L’attenzione dei bambini non è infinita

Uno degli errori più frequenti consiste nel chiedere ai bambini tempi attentivi superiori alle loro possibilità neurologiche. Il cervello infantile non riesce a mantenere un’attenzione costante e prolungata per molte ore consecutive, soprattutto se l’attività è passiva e poco coinvolgente.

Le neuroscienze spiegano che l’attenzione funziona come una risorsa limitata. Dopo un certo periodo di tempo il cervello necessita di pause, cambiamenti di attività, movimento e stimoli differenti per recuperare energia cognitiva.

Questo non significa trasformare la scuola in un luogo caotico o continuamente spettacolarizzato. Significa però comprendere che la lezione esclusivamente frontale e statica non può essere l’unico modello didattico. I bambini apprendono meglio quando alternano ascolto, dialogo, esperienza pratica, manipolazione, cooperazione e attività corporee.

Anche il movimento ha un ruolo fondamentale. Muoversi non distrae necessariamente dall’apprendimento; al contrario, favorisce ossigenazione cerebrale, regolazione emotiva e consolidamento delle informazioni. Per questo motivo molti bambini riescono a concentrarsi meglio dopo un’attività motoria o durante esperienze che coinvolgono attivamente il corpo.

La memoria non nasce dalla ripetizione meccanica

Molti adulti sono cresciuti con l’idea che imparare significhi ripetere molte volte le stesse informazioni. Le neuroscienze mostrano invece che la memoria stabile nasce soprattutto dalla rielaborazione significativa.

Il cervello ricorda meglio ciò che comprende, collega e utilizza. Quando un bambino costruisce connessioni tra nuove conoscenze ed esperienze già presenti, l’apprendimento diventa più duraturo. La semplice memorizzazione passiva produce spesso apprendimenti fragili e temporanei.

Anche l’errore assume una funzione diversa. In molte classi l’errore viene ancora vissuto come una colpa o come il segno di un’incapacità. Dal punto di vista neuroscientifico, invece, sbagliare è parte integrante dell’apprendimento. Il cervello apprende proprio attraverso il confronto tra previsione ed errore. Ogni volta che un bambino corregge un’informazione, rafforza le proprie reti neurali.

Per questo motivo le classi nelle quali si ha paura di sbagliare rischiano di bloccare la partecipazione autentica. Un bambino che teme continuamente il giudizio tende a esporsi meno, a evitare il rischio cognitivo e spesso a rinunciare alla curiosità.

Ogni bambino apprende in modo diverso

Le neuroscienze confermano ciò che molti insegnanti sanno da sempre attraverso l’esperienza quotidiana: non esistono due cervelli identici. Ogni bambino possiede tempi, modalità attentive, sensibilità emotive e strategie cognitive differenti.

Alcuni apprendono rapidamente attraverso il linguaggio verbale. Altri necessitano di immagini, esperienze concrete, manipolazione o tempi più lunghi di consolidamento. Ci sono bambini che hanno bisogno di silenzio e altri che pensano meglio attraverso il confronto.

Questo non significa sostenere rigidamente l’idea degli “stili di apprendimento” come categorie fisse, teoria oggi molto discussa scientificamente. Significa piuttosto riconoscere che la diversità cognitiva è reale e che la scuola non può pretendere uniformità assoluta nei percorsi di apprendimento.

La personalizzazione didattica non rappresenta, quindi, una concessione o un privilegio, ma una necessità educativa coerente con il funzionamento del cervello umano.

Il ruolo decisivo della motivazione

Le neuroscienze mostrano che la motivazione attiva i circuiti cerebrali della ricompensa e rende l’apprendimento più efficace. Un bambino motivato presta maggiore attenzione, persiste più a lungo nelle difficoltà e consolida meglio ciò che apprende.

La motivazione più profonda, però, non nasce dal premio o dalla paura del voto. Nasce dal significato. I bambini imparano meglio quando percepiscono che ciò che fanno ha senso, quando possono sentirsi competenti, quando vedono riconosciuti i propri progressi.

Questo cambia anche il modo di valutare. Una valutazione esclusivamente centrata sull’errore rischia di spegnere motivazione e autostima. Al contrario, un feedback costruttivo aiuta il bambino a comprendere dove si trova e come può migliorare.

Molti bambini non smettono di impegnarsi perché sono pigri, ma perché iniziano a convincersi di non essere capaci.

La relazione educativa modifica il cervello

Tra le acquisizioni più affascinanti delle neuroscienze vi è la scoperta che le relazioni influenzano direttamente lo sviluppo cerebrale. Un adulto significativo può diventare un vero fattore di protezione emotiva e cognitiva.

L’insegnante non trasmette soltanto contenuti disciplinari. Attraverso il tono della voce, lo sguardo, le parole e il modo di gestire gli errori contribuisce a costruire l’immagine che il bambino svilupperà di sé stesso come persona capace o incapace di apprendere.

Ci sono frasi che restano nella memoria per anni. Alcune aprono possibilità interiori, altre diventano ferite silenziose. Questo accade perché il cervello infantile è profondamente relazionale e sensibile al riconoscimento sociale.

Le neuroscienze non chiedono alla scuola di diventare un luogo permissivo o privo di regole. Invitano però a riconoscere che autorevolezza ed empatia non sono in contrapposizione. Un bambino può apprendere anche attraverso la fatica, ma difficilmente riuscirà a farlo in modo efficace all’interno di un clima costante di paura o svalutazione.

Una scuola più vicina al funzionamento umano

Le neuroscienze non offrono formule magiche né ricette semplici. Non basta inserire qualche attività laboratoriale o utilizzare strumenti digitali per migliorare automaticamente l’apprendimento. Ciò che emerge con chiarezza è però la necessità di una scuola maggiormente coerente con il funzionamento reale del cervello umano.

I bambini apprendono attraverso relazioni significative, emozioni positive, curiosità, esperienza attiva, tempi rispettati e possibilità di sentirsi competenti. Hanno bisogno di adulti che sappiano guidarli senza ridurli a numeri o prestazioni.

In fondo le neuroscienze stanno restituendo alla scuola qualcosa che i grandi educatori avevano già intuito molto tempo fa. Si apprende davvero soltanto quando ci si sente vivi dentro ciò che si sta imparando.

Orizzonte Scuola

 

martedì 19 maggio 2026

LA SICUREZZA NASCE INSIEME

 E' un bene che nasce 
 dalla relazione


di Paolo Venturi

Una lezione da Modena: la protezione del singolo non dipende solo dalla velocità con cui arriva il soccorso esterno, ma dall’esistenza di un tessuto sociale capace di risposta diretta, immediata

C’è un gesto che vale più di mille analisi. Quattro cittadini che bloccano un aggressore in via Emilia. Non aspettano una direttiva, non attendono un protocollo: agiscono insieme, istintivamente, perché si sentono parte di qualcosa che vale la pena difendere.

Poi, il giorno dopo, cinquemila persone in Piazza Grande si convocano non per una manifestazione politica in senso partitico, ma per qualcosa di più antico e più necessario: per riconoscersi, per dirsi che esistono ancora come comunità. 

Modena, in questi due giorni, ha offerto al Paese una lezione che merita di essere capita fino in fondo, non è una lezione di ordine pubblico soltanto, anche se l’ordine pubblico conta, non è una lezione di sicurezza in senso stretto, anche se la sicurezza è un diritto fondamentale, è una lezione su come si produce protezione vera, quella che non si esaurisce nel necessario controllo del territorio.

Il dibattito pubblico tende a trattare la sicurezza come un problema di risorse e di presenza: più presidio, più prevenzione istituzionale. Tutto necessario, ma insufficiente, se resta solo questo.

Perché la sicurezza che conta per la vita quotidiana delle persone è in larga misura un bene relazionale, un bene che esiste soltanto nella relazione, che non può essere prodotto unilateralmente da uno Stato pur efficiente, e che decade quando i legami comunitari si allentano.

www.avvenire.it

 

domenica 18 gennaio 2026

IL SORRISO DI DIO

 In che modo Dio ci parla? Quali parole sono riconducibili al linguaggio quotidiano di Dio? 


Iniziamo un nuovo viaggio, all'insegna delle parole. E partiamo dal sorriso.


-di  Lidia Maggi e Angelo Reginato


Il sorriso dovrebbe comparire come ultima parola di un vocabolario biblico-teologico. Se non altro in base all'adagio popolare "ride bene chi ride ultimo"! Invece, questa parola "escatologica" fatica a trovare una sua collocazione tra chi prova a rendere ragione della speranza cristiana. Forse perché troppo poco solenne, sentita persino come disdicevole. 

Anche se non ha la sguaiatezza del ridere, né il cinismo del deridere, il sorridere al massimo suscita un ulteriore sorriso, che suona come un benevolo giudizio di irrilevanza. 

 Non fa parte delle grandi parole della fede; serve solo a non comparire sulla scena troppo tristi, per quanto la serietà della fede non scorga una vera e propria opposizione tra tristezza ed Evangelo. Solo questione di tatto e anche un inevitabile scendere a patti con un mondo poco serio, che cerca a tutti i costi la risata. 

 Sdoganiamo il sorriso come strategia pastorale, ingrediente oggi necessario per il marketing religioso; ma senza la pretesa di scorgervi scenari rivelativi, percorsi spirituali. Diciamo che si tratta di un compromesso tra il caso serio della fede e l'ironia postmoderna che ci ha stregati. Niente di più. Senonché, in lontananza, riusciamo ancora a sentire l'eco del "risus paschalis", di quella fragorosa risata che nel Medioevo cristiano accompagnava l'annuncio della resurrezione di Gesù. Un'eco percepibile solo tra i documenti che fanno memoria di quella stagione, prima che nei secoli successivi quella risata se l'accaparrasse Rabelais, per prendere in giro la presunta, spesso ipocrita, serietà cristiana. Eppure, quella sconveniente tradizione liturgica, che faceva del riso il protagonista della festa principale della cristianità, non nasceva da qualche mente corrotta: era frutto di una seria (!) meditazione delle Scritture. 

 Verso la Resurrezione 

 "Ride bene chi ride ultimo" è il titolo della storia di Abramo e Sara e del loro agognato e disperato desiderio di avere un figlio. Entrambi – non solo Sara – ridono di una promessa che appare ai loro occhi ridicola: concepire un figlio quando si è avanti negli anni, quando il tempo di generare è finito. Ma quando Isacco viene messo al mondo, a ridere è Dio. E se non limitiamo questa storia alla vicenda di una coppia sterile, che desidera un figlio e trova in Dio il fautore di un'inseminazione artificiale non ancora brevettata; se cogliamo la posta in gioco della narrazione dei patriarchi e delle matriarche d'Israele, tutti affetti da sterilità, soggetti di una commedia umana incapace di generare futuro e per questo afflitta da una tristezza mortale, che impedisce anche solo di scorgere un avvenire; se cioè ci misuriamo con la strategia narrativa dell'autore biblico, che racconta come "il futuro del mondo non possa nascere da un parto verginale della storia", di come sia necessario l'intervento divino per rendere generativa la nostra umanità sterile: allora intuiamo il peso di quella risata divina, che non è altro che un sorridere dell'incredulità umana, del suo attenersi allo stato di cose presente, incapace di volare alto, di sognare un mondo bello e buona, generativo, come invece compare nel desiderio di Dio, fin dal tempo della creazione del mondo. Il sorriso di Dio rimarrà iscritto nel nome stesso di Isacco e, dunque, anche in quello divino, essendo Lui il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Come dirà lo stesso Gesù, quella risata non sarà solo il titolo di un episodio del passato, che la storia successiva ha pensato bene di dimenticare. 

 Rifacendosi proprio a questo nome divino, in cui Dio lega la sua identità a quella dei patriarchi, ne spiega il senso in questi termini: è un Dio dei vivi, non dei morti. Isacco continua a vivere e a far udire il riso di Dio, perché la storia è destinata alla resurrezione. La nostra storia non è destinata a "scendere nella tomba", come osa dire il Salmo 29, che continua a cantare l'opera di Dio in questi termini: "Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia". Il libro dei Salmi, laddove è la Parola stessa di Dio a darci le parole per incontrarlo, accompagna costantemente il grido con il canto; e in questo contrappunto la gioia del sorriso riempie la scena. 

 Forza generativa 

 Ma che dire, allora, del monito di Gesù: "Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete"? La serietà dei tempi ultimi muterà in smorfia il sorriso? Il Dio di Gesù non è più il Dio di Isacco? Tutt'altro! Il sorriso di Dio si mostrerà più forte del riso dei potenti di questo mondo, che saranno rovesciati dai loro troni. Il sorriso divino non ha nulla di accondiscendente, non è l'espressione simpatica di chi pensa non vi sia alcun problema. Il suo è un sorriso sovversivo, di chi desidera ristabilire la giustizia e rendere di nuovo generativa una storia resa sterile dall'agire iniquo. 

 Secoli di cristianesimo "sacrificale" ci hanno privato della forza generativa del sorriso divino. Ora, per quel misterioso movimento a pendolo a cui sembra rispondere la nostra storia, un cristianesimo che propugna solo il benessere dell'anima rischia di farci perdere il mondo, privandoci della forza trasformativa della fede. Dunque, allegro ma non troppo? In un certo senso, sì, se il sorridere è pagato al prezzo di una levata di spalle di fronte alle ingiustizie che affliggono altri. Ma solo in questo senso. Perché l'allegria, il sorriso, una volta depurati dalle loro cattive interpretazioni, sono risorse divine. Sono il sì di Dio alla vita buona, a un mondo in cui finalmente la giustizia è ristabilita. È la forza di chi non ha potere eppure riesce a raggirare il potente, come Sifra e Pua, le levatrici che si fanno gioco di quel re che si crede Dio ed è convinto di avere controllo sulla vita e la morte dei suoi sudditi. È potente il faraone, così potente, da non riuscire a controllare quanto avviene nello spazio dove c'è meno potere: lo spazio delle donne. Da lì parte la cospirazione contro il faraone. I gemiti delle partorienti non si trasformano in pianto di cordoglio, ma in sorriso di vita. 

 Dal sorriso della puerpera a quello della profezia c'è una linea di continuità tracciata dal Dio della vita, Colui che non smette di insistere affinché l'umanità inizi a esistere. Come annunciano i profeti, si può sorridere solo di fronte a una vita vissuta in pienezza, a una storia riconciliata, poiché la gioia è il segno dei tempi ultimi, quando chi è muto, senza voce, griderà di gioia; quando l'afflizione si muterà in gioia. La parola biblica dà voce al canto e alla danza di gioia di uomini e donne che, insieme, si scoprono liberati dalle catene del faraone. Hanno attraversato le acque minacciose e sono scampati alla furia dell'esercito e, sull'altra sponda, prima di riprendere il cammino verso la libertà, celebrano quel Dio che li vuole liberi e che li accompagna nel viaggio. Allo stesso modo si sorride per quel sussulto di un bimbo nel grembo della madre alla voce del saluto della parente e per il cantico gioioso di Maria, che risponde all'accoglienza festosa di Elisabetta. E lo stupore che accomuna le due donne, trova voce in quel cantico che vede l'invisibile, un mondo che ancora non c'è eppure è già presente: "ha rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli umili". Il sorriso, in questa prospettiva, non allarga solo il viso, ma il cuore e lo sguardo, fino a vedere oltre e scorgere l'impossibile di Dio. 

 Valore politico 

 È la "gioia piena" promessa da Gesù a chi rimane unito a Lui e alla sua parola. Pensando all'annuncio del Regno fatto da Gesù, l'apostolo Paolo scrive: "Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo". Perché i cibi e le bevande possono essere consumati ingiustamente, ridendo di coloro a cui sono stati tolti. Ma se vivi la vita lasciandoti muovere dallo Spirito di Gesù, allora sarai abitato da quella gioia che desidera pace e giustizia per tutte e tutti. 

 Sorridere alla vita è gesto politico, della polis sognata da Dio e affidata all'umanità perché custodisca e coltivi questo sogno. 

 Alzogliocchiversoilcielo

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venerdì 12 dicembre 2025

UNA CARO

 


 Elogio 

della monogamia



Farrell: strumento prezioso per formare 

al rispetto reciproco 

tra uomo e donna 

e allontanare il rischio di gravi forme di violenza e di dominio

Pubblichiamo di seguito la dichiarazione del cardinale Kevin Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, sulla Nota dottrinale Una Caro. Elogio della monogamia. Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca che è stata presentata in conferenza stampa dal Dicastero per la dottrina della fede, stamattina 25 novembre 2025. 

***

La Nota dottrinale Una Caro. Elogio della monogamia. Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca è uno strumento prezioso per il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita: ci permetterà di offrire ai Vescovi, ai Movimenti ecclesiali, alle Associazioni di fedeli e agli animatori di pastorale giovanile e familiare, importanti linee di riflessione teologica e pastorale sulla pienezza dell’amore umano.

Investire in percorsi formativi per comprendere la ricchezza di un rapporto esclusivo, che avrà bisogno di una vita intera per crescere in pienezza

Tale pienezza trova compimento nell’unità e nell’esclusività del matrimonio tra uomo e donna e ad essa vanno accompagnati gli sposi nella comprensione di quella che è una “vocazione a due” nel mondo e nella Chiesa.

Al giorno d’oggi non è facile trasmettere questo messaggio, che si inserisce in un contesto in cui la “cultura del provvisorio” – come la chiamava papa Francesco - svilisce il “per sempre” del matrimonio: molti faticano a comprendere non solo il valore del sacramento, ma di ogni vincolo indissolubile.

Per questo, a livello pastorale è decisivo saper investire in percorsi formativi che aiutino a comprendere la ricchezza di un rapporto esclusivo, che avrà bisogno di una vita intera per crescere in pienezza.

Approfondire in ogni contesto culturale e geografico del mondo  l’aspetto dell’appartenenza reciproca

Un aspetto del documento che mi pare significativo e che sarà importante approfondire in ogni contesto culturale e geografico del mondo è l’aspetto dell’appartenenza reciproca tra i coniugi, che nel vissuto esistenziale non può e non deve mai sfociare nel possesso dell’altro: è un’appartenenza-non appartenenza, un’unità tra i due che va costruita sempre nel rispetto di due dignità e di due libertà, che non annullano la differenza e l’individualità di ciascuno.

Allontanare il rischio di gravi forme di violenza e di dominio

Questa tematica ha ricadute pastorali che ci interpellano a formare al rispetto reciproco tra uomo e donna, per allontanare il rischio di gravi forme di violenza e di dominio, che oggi richiedono una più decisa azione pedagogica anche da parte della Chiesa.

Aiutare i coniugi a rendere generativa la coppia nelle comunità in cui vivono

Urge, infatti, educare ad una sana unità coniugale, che possa davvero essere via di crescita e di pienezza esistenziale per entrambi i coniugi. Essi vanno aiutati a comprendere che non è bene chiudersi nel loro reciproco amore, ma che è necessario aprirsi per rendere generativa la coppia, non solo all’interno della famiglia, ma anche nella comunità in cui vivono e in cui possono farsi strumento di accoglienza e di cura dei più fragili, rendendo ancora più fecondo il loro amore.

Card. Kevin Farrell,

Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita

 

  UNA CARO. ELOGIO DELLA MONOGAMIA [IT]



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venerdì 21 novembre 2025

PRIMA LA PERSONA

 L’altro esiste quando

 accettiamo di vederlo,

 incontrarlo, ascoltarlo.


Occorre riconoscere l’essere umano piuttosto che etichettare come «povero» e «mendicante». 


Occorre dare voce a chi non ce l’ha 

e dare visibilità a chi è invisibile. 



di  Luciano Manicardi

 

«Speranza invoco... per i miliardi di poveri che mancano del necessario per vivere. Di fronte al susseguirsi di sempre nuove ondate di impoverimento, c’è il rischio di abituarsi e rassegnarsi. Ma non possiamo distogliere lo sguardo da situazioni tanto drammatiche, che si riscontrano ormai ovunque… Incontriamo persone povere o impoverite ogni giorno e a volte possono essere nostre vicine di casa» (Spes non confundit 15). 

Le parole di papa Francesco operano un primo passaggio importante: da una categoria a una persona, dai «poveri» al «povero della porta accanto». Che le condizioni di indigenza materiale, relazionale, culturale, spirituale, possano segnare pesantemente l’esistenza di una persona, è innegabile, ma sforzo di chi si avvicina al povero è di ribellarsi a questa espropriazione dell’identità per relazionarsi con una persona, un volto, un nome, una storia precisa. I «miliardi di poveri», proprio per la smisuratezza a cui fanno riferimento, restano una cifra che ci ammutolisce, che ci lascia con un senso di impotenza e di ineluttabile. L’incontro con la concreta persona che ha perso il lavoro, che non riesce a mantenere la famiglia, che è stata sfrattata, che si trova nell’isolamento dopo una rottura coniugale, con il senza casa, con l’immigrato…, ci tocca e interpella e può operare una trasformazione del nostro cuore. Perché Cristo stesso ci visita nella carne del povero (cf. Mt 25,31-46). 

Così vediamo un secondo passaggio che papa Francesco indica: dal «povero» a «noi». Invece di fare dei «poveri» un oggetto di discorso, occorre accettare di farci giudicare da essi: la loro autorità escatologica (ancora Mt 25,31-46), pone in crisi il nostro comportamento nei loro confronti. E di fronte a chi vive situazioni di deprivazione che attentano alla sua piena umanità possiamo cadere nell’abitudine, nella rassegnazione e distogliere lo sguardo. Altrove ha detto papa Francesco: «Non si tratta di buttare una moneta sulle mani di quello che ha bisogno. A chi dà l’elemosina io domando: ‘Tocchi le mani della gente o butti la moneta senza toccarle? Guardi negli occhi la persona che aiuti o guardi da un’altra parte?”» (Messa per la VIII Giornata Mondiale dei Poveri, 2024). Spesso abita in noi, inconfessata e inconfessabile, l’idea del povero come segnato da una inferiorità, da una condizione di minore umanità rispetto a noi. Per guarire da questa patologia occorre riconoscere l’uomo dietro alle etichette: «povero», «rifugiato», «immigrato», «mendicante», «richiedente asilo»… Il che significa che non si tratta solamente di dare aiuti economici o alimentari o logistici, ma anche tempo, ascolto, presenza, parola. Cioè entrare in relazione. Perché il povero non è anzitutto un povero ma una persona. 

Resta la domanda per noi: vediamo la persona che il povero è? Un episodio della vita del poeta Rainer Maria Rilke dice che, quando abitava a Parigi, ogni giorno usciva di casa e si imbatteva in una mendicante cui dava regolarmente un’elemosina. Un giorno le diede non denaro, ma una rosa e la povera donna si illuminò ed esclamò, piena di gioia: «Mi ha vista! Mi ha vista!». Il rischio di un’azione in favore dei poveri che fa molto per l’altro senza vederlo, è sempre in agguato. Il cardinal Martini, nella Farsi prossimo (n. 86), scrive che occorre «dare una voce a chi non ha voce, scoprendo le forme sempre nuove di povertà che stentano a farsi notare e a farsi soccorrere». Occorre dunque anche dare visibilità a chi è invisibile. L’altro esiste quando accetto di vederlo, incontrarlo, ascoltarlo. Ma spesso esso resta invisibile, come Lazzaro che giaceva alle porte della casa del ricco che viveva nel lusso e non muoveva un dito per lui (Lc 16,19-31). 

Il romanzo afroamericano di Ralph Ellison Uomo invisibile si apre con queste parole scioccanti: «Io sono un uomo invisibile… Sono invisibile perché la gente si rifiuta di vedermi… Quando gli altri si avvicinano, vedono solo quel che mi sta intorno, o se stessi, o delle invenzioni della loro fantasia, ogni e qualsiasi cosa, insomma, tranne me… L’invisibilità di cui parlo... dipende dalla struttura dei loro occhi interni, quelli cioè coi quali, attraverso gli occhi corporei, guardano la realtà». Come dimenticare che fu anche a partire dalla meditazione della parabola evangelica del «ricco e Lazzaro» e dall’impressione profonda che produsse in lui, che Albert Schweitzer andò in Africa dove costruì l’ospedale di Lambaréné (Gabon)? Egli, infatti, vedeva l’Africa come un povero Lazzaro alle porte della ricca Europa. Il Vangelo ha aperto i suoi occhi e portato Schweitzer a vedere e a toccare Cristo e a prendersene cura nei poveri.

Messaggero di Sant'Antonio

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venerdì 17 ottobre 2025

PER AMORE DEL FUTURO

 


Le sfide dell'educare

Eraldo Affinati: «La scuola per me era un inferno, per questo cerco di renderla un paradiso»

Perché fare l'insegnante oggi? «Per amore del futuro». L'insegnante e scrittore Eraldo Affinati “ruba” la frase ad una liceale volontaria alla scuola Penny Wirton e scrive un libro - “Per amore del futuro” - per ribadire la centralità della relazione nel processo educativo, a scuola e non. «Educare è esporsi al rischio dell’altro. E non dimentichiamo mai che nei problemi di uno scolaro spesso affiorano tensioni dal nostro passato».

di Sara De Carli

 Si intitola Per amore del futuro. Educare oggi il nuovo libro di Eraldo Affinati, insegnante, scrittore, fondatore insieme alla moglie Anna Luce Lenzi della Penny Wirton, una scuola gratuita di italiano per stranieri che oggi conta 65 sedi in Italia.

Un titolo che contiene insieme una promessa e una responsabilità. Ma oggi l’insegnante ha così poco riconoscimento sociale che non lo vuole fare più nessuno. Davvero serve insistere ancora sulla dimensione di senso, quasi vocazionale dell’insegnamento? Non rischiamo di parlare solo a chi è già convinto e fa già l’insegnante in un certo modo?

In questo ultimo libro, gemello del precedente, Testa, cuore e mani. Grandi educatori a Roma (Libreria Editrice Vaticana 2025) cerco di riflettere, a partire dalla mia lunga esperienza come docente di lettere – prima negli istituti professionali di Stato, poi alla scuola Penny Wirton – sulle sfide educative che abbiamo di fronte, non solo nell’ambito dell’istruzione pubblica, anche in famiglia e, in senso più generale, in ogni comunità sociale. Mi sono chiesto chi sia il maestro oggi, come dovremmo gestire l’inquietudine adolescenziale, come fare per sollevare la valutazione dal peso precettistico che ancora si porta dietro, cosa significa scegliere e perché, nell’azione pedagogica, non dovremmo agire da soli, in che senso la rivoluzione digitale ci impone di cambiar rotta. In particolare, ragiono sulle motivazioni del volontariato. Uno dei miei fari di orientamento in tutto questo sono state le ragazze i ragazzi che vengono a fare da noi i tirocini formativi, che oggi non si chiamano più Pcto ma “formazione scuola-lavoro”. È stata proprio una liceale di San Benedetto del Tronto, Carla Vittoria, che qualche anno fa, quando le chiesi perché secondo lei uno dovrebbe fare l’insegnante, mi stupì dicendo: «Per amore del futuro».

Nel libro scrive che «educare è esporsi al rischio dell’altro». Cosa intende? È una frase che sposta l’asse, che toglie l’educazione dal piano delle metodologie e la riporta al cuore della relazione con l’altro. Mi pare che la scuola italiana stia andando in un’altra direzione…

Tutti i grandi educatori e le grandi educatrici del passato, da Maria Montessori ad Alberto Manzi, da don Lorenzo Milani a monsignor Carroll Abbing, per citare solo quelli più recenti, ci hanno spiegato che, prima ancora dei metodi, conta la qualità della relazione umana che si realizza in aula o nei suoi pressi. Ancora oggi, è vero, continuiamo a non ascoltarli, perlomeno non in modo strutturale, ma solo attraverso sperimentazioni estemporanee pur presenti nel nostro

Una relazione speciale

Però questo vuol dire – cito sempre dal libro – vivere la mortificazione dell’energia sprecata, l’avventura di chi ricomincia daccapo. Il maestro per lei rappresenta quella relazione speciale, priva di riscontri oggettivi e di compensi, l’azione a fondo perduto di chi crede in ciò che fa, a prescindere dall’obiettivo raggiunto i mancato. Concretamente, questo quanto pesa? E allora… perché farlo?

Dal ragazzo bocciato e ribelle che si trasforma in assistente volontario alla Penny Wirton, spingendomi a tesserne un paradossale elogio, fino a Daniela, costretta all’immobilità permanente a causa di una grave malattia, che decide di venire da noi a insegnare l’italiano a un immigrato appena arrivato dallo Sri Lanka… avrei tante cose belle da raccontare! Di qualcuna parlo nel libro. Ma ciò che mi resta di più non sono le vittorie, bensì i fallimenti. È stato quando ho sbagliato che ho imparato di più. A volte mi sono lasciato trascinare dalla passione e ho smarrito l’equilibrio necessario. Ecco perché, nel momento in cui vedo gli stessi miei errori nelle nostre volontarie, penso di poter dare consigli utili. Dobbiamo restare sempre lucidi di fronte alla fragilità nostra e altrui, anche perché educare chiama in causa grovigli spesso irrisolti che non riguardano la sola generazione che abbiamo di fronte: nei problemi di uno scolaro spesso affiorano tensioni dal nostro passato. Noi, come educatori e genitori, questo nn dovremmo mai dimenticarlo.

Valutazione come cura

Lei parla anche di “valutazione come cura”. Un’espressione insolita. Come si inserisce nel dibattito in corso sulla valutazione, con spinte da un lato per la valutazione formativa e dall’altro sul ritorno del voto? 

Di questo tema cruciale parlo nel capitolo intitolato “A ingranaggi scoperti”, ma anche in “La stazione di partenza”. In sintesi: noi come docenti non dovremmo mai tenere le carte coperte, quindi niente domande-trabocchetto fatte apposta per far sbagliare l’alunno, come invece faceva la professoressa contro la quale si scagliò il priore di Barbiana, mai gettare nel cestino la risposta sbagliata accontentandosi di quella giusta. Si tratta di premiare il movimento che registriamo nei nostri alunni, dal punto in cui si trovano quando li conosciamo, prima ancora dei traguardi da notificare. Dobbiamo sapere che il nostro lavoro inizia quando i risultati non ci sono, non quando va tutto bene: per questo non dobbiamo lasciare indietro nessuno, perché ogni apprendimento ha una sua forma e un suo tempo. Fermo restando che gli obiettivi non vanno mai abbassati. Dobbiamo essere sempre ambiziosi. Mai rinunciatari.

«Gli alunni che hai avuto ti restano dentro per sempre»: qual è il suo? 

Si chiamava Fabietto, aveva la sindrome di Down. Ogni volta che arrivavo a scuola mi saltava addosso. Una volta rimbalzò sul mio petto e cadde per terra. Il sorriso che mi regalò rialzandosi in piedi un po’ frastornato è uno dei gioielli interiori della mia vita.

Alla fine del libro c’è un dizionario per una scuola nuova. La sua parola qual è? Dopo tanti anni di scuola, davvero lei continua a credere che educare possa “cambiare il mondo”? 

Cambiare il mondo no, non lo penso. Cambiare una persona sì, questo è possibile. Ecco perché fra le 28 definizioni che ho raccolto dalle professoresse che vennero ad ascoltarmi nel monastero di Cellole, scelgo la parola “pace”, citando la declinazione che ne abbiamo dato:  «Non mero ideale, sentimento irenico, ingenuo e utopico, bensì operatività, impegno continuo e fattivo, in grado di mettere in circolo, valori, idee e strategie concrete».

Oggi la scuola pare inferno a tanti docenti e tanti ragazzi. Oggi molti insegnanti vivono un senso di smarrimento. Cosa direbbe loro? E alla fatica dei ragazzi, invece? 

Sia ai docenti, sia ai ragazzi direi che quando avevo 15 anni per me la scuola era un inferno. Ma forse proprio per questa ragione ho cercato di renderla un piccolo paradiso.

VITA

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sabato 26 luglio 2025

HO BISOGNO DI TE !

 


 Riconoscere

 la nostra piccolezza


Diciassettesima domenica del T.O. anno C

27 luglio 2025

Gen 18,20-32   Sal 137   Col 2,12-14   Lc 11,1-13

 «La preghiera è un grido che si leva al Signore; […]. 

Se si grida col cuore, per quanto la voce del corpo resti in silenzio, 
il grido, impercettibile all’uomo, non sfuggirà a Dio».
Sant’Agostino, Discorso 29,1

Commento di Gaetano Piccolo

Come bambini 

Nella storia di ogni essere umano c’è un’esperienza iniziale, quella che viviamo nei primi anni di vita e che rimane impressa nella nostra memoria affettiva. È un’esperienza di dipendenza e di accudimento necessaria per la nostra sopravvivenza. Viviamo perché, in un modo o in un altro, qualcuno si è preso cura di noi. Ogni volta che dimentichiamo questa dimensione costitutiva della nostra vita, illudendoci di essere autosufficienti, ci costringiamo dentro un copione che ci impedisce di vivere quello che siamo veramente. Diventiamo diffidenti, presuntuosi e incapaci di relazione. D’altra parte, è anche vero che questa dipendenza costitutiva rappresenta un rischio: se è vero che il bambino non può decidere da chi farsi accudire, l’adulto è colui che impara a gestire questa mancanza che rimanda continuamente a un altro. 

Padre 

Nella preghiera siamo ricondotti a questa esperienza inziale della nostra vita. Forse anche per questo Gesù ci invita a diventare bambini o a essere come loro (cf Mt 18,3), altrimenti sarebbe impossibile riconoscere la relazione con il Padre e lasciarsi amare da lui. Nella preghiera impariamo però anche a vedere i nostri desideri più autentici e ci educhiamo a metterli nelle mani di colui che può prendersene cura veramente. Nella preghiera decidiamo da chi dipendere.

Ecco perché la prima parola che Gesù ci invita a pronunciare nella preghiera è proprio la parola padre. Questa parola rimanda all’esperienza iniziale di accudimento, quindi alla dimensione del genitore: colui che mi ha generato e che si impegna a fare in modo che io possa vivere. Dio si presente come padre perché è colui che mi difende, permette che io cresca, mi conferisce un’identità. Sono figlio suo, gli somiglio, sono come lui. 

Le cose da chiedere

Gesù ci insegna a pregare, perché effettivamente si impara a stare dentro una relazione. Come il bambino, anche noi abbiamo bisogno di essere educati. Gesù insegna ai discepoli a chiedere le cose più importanti, quelle essenziali. Nella preghiera, infatti, conosciamo meglio noi stessi, comprendiamo cosa ci manca veramente, scopriamo sempre di più la nostra identità di figli amati.

Prima di tutto chiediamo che il nome di Dio sia santificato, chiediamo cioè che Dio sia conosciuto e amato. Dunque, il primo passo della preghiera è quello di mettersi da parte, per riconoscere che noi non siamo Dio e non siamo il centro dell’universo, ma c’è un padre che pensa e ama ogni uomo. In questa richiesta c’è anche la nostra vocazione, perché ogni uomo è chiamato a far conoscere Dio, anche semplicemente perché la mia esistenza parla di lui: se Dio non ci fosse, io non sarei qui! La mia vita è quindi un continuo canto di lode a Dio. Egli è il Creatore che genera e benedica il mondo costantemente.

Anche la seconda richiesta riguarda Dio ovvero il suo regno: chiediamo che la sua volontà si realizzi nel mondo, non perché siamo sottomessi, ma perché questa volontà è il bene per ogni uomo. Invocare il regno significa pregare per la giustizia, per la pace e per la misericordia. Invocare il regno significa anche una purificazione del potere, che nelle mani degli uomini è spesso esercitato in maniera arbitraria e ingiusta. Chiediamo allora che chi amministra il potere possa farlo secondo il cuore di Dio.

Le cose della vita quotidiana

Solo la terza richiesta riguarda specificamente la nostra vita: chiediamo il pane che ci serve ogni giorno. Non chiediamo che i nostri depositi siano pieni, in modo da garantirci il futuro, ma ci affidiamo alla provvidenza. Non c’è motivo di temere che il padre non provveda a noi domani. Mettiamo davanti a lui i nostri desideri di oggi, quello che adesso mi manca, i bisogni di questo momento. 

Anche se non sempre ne siamo consapevoli, l’altra cosa essenziale che dobbiamo chiedere per vivere è il perdono. Questa richiesta ci aiuta a comprendere che siamo tutti vulnerabili, ma anche che tutti possiamo sbagliare. Le relazioni, la comunità, la Chiesa non possono andare avanti senza il perdono. La mancanza di perdono distrugge la vita, non solo quella degli altri, ma anche la nostra. Quando non perdoniamo ci togliamo l’ossigeno da soli e ci costringiamo a vivere dentro un ambiente tossico che è la nostra interiorità.

Infine, riconosciamo che la nostra vita è segnata dall’esperienza del male. Nella preghiera diventiamo consapevoli della nostra fragilità: da soli non ce la facciamo a combattere la lotta contro il male. Abbiamo bisogno della grazia. Come un bambino che sta imparando a scrivere, non può che fare uno scarabocchio se la mano del maestro lascia la sua, così anche noi possiamo solo fare disastri se la grazia di Dio non ci sostiene. Ogni volta che preghiamo, impariamo, dunque, tante cose anche su di noi.

Insistere 

Potrebbe sorprenderci questo invito di Gesù a insistere nella preghiera, ma il testo della Genesi che leggiamo in questa domenica, forse ci aiuta a chiarirlo. Anche l’insistenza svela qualcosa di noi stessi. Dio a volte non risponde subito, non solo perché non è detto che quello che chiediamo sia il nostro bene, ma anche perché insistendo facciamo anche noi un cammino educativo: vengono fuori i nostri veri desideri, la nostra richiesta viene in qualche modo purificata. Come scrive san Gregorio Magno: «Avvenne così che i desideri col protrarsi crescessero, e crescendo raggiungessero l’oggetto delle ricerche. I santi desideri crescono col protrarsi. Se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri».

Uno spreco

In questo cammino abbiamo tempo per riflettere meglio, per capire cosa vogliamo e per riconoscere se si tratta effettivamente di un bene. Anche se in apparenza la preghiera sembra uno spreco di tempo, in realtà, anche quando non accade niente, avviene comunque uno svelamento del cuore.

D’altra parte, la preghiera è il tempo per stare con la persona più importante della nostra vita. Quando stiamo con una persona a cui vogliamo bene, non ci interessa necessariamente di come impieghiamo il tempo. Ciò che conta è stare insieme. È la bellezza del tempo condiviso. Nella preghiera dovrebbe accadere lo stesso: ciò che conta è stare con Dio.

Leggersi dentro

  • Quali sono le domande che abitano la tua preghiera?
  • Come vivi il tempo che dedichi a stare con Dio?