Visualizzazione post con etichetta sessualità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sessualità. Mostra tutti i post

venerdì 13 marzo 2026

VIOLENZA E SESSUALITA'


 LA DISTORSIONE

 DELLA SESSUALITA'

 ALLA RADICE 

DELLA VIOLENZA


.-di GIUSEPPE SAVAGNONE

I nuovi tabù

Il problema – reale e drammatico – delle violenze sessuali perpetrate ai danni delle donne è sempre più presente nelle cronache e nell’attenzione dell’opinione pubblica. La loro forma più estrema, sono i femminicidi. Ma ce ne sono tante altre, alcune antiche, come le molestie sessuali, altre collegate all’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione, come i ricatti con cui un ragazzo costringe la sua ragazza a continuare il rapporto, minacciando di mettere sulla rete foto o video che la ritraggono nuda o in atteggiamenti compromettenti.

La risposta a questa emergenza, da parte delle istituzioni, si svolge finora su due piani. Da un lato si rafforzano le misure di pubblica sicurezza, per prevenire o bloccare tempestivamente queste violenze. Dall’altro si punta sulla introduzione, nelle scuole, di corsi di educazione – come quello da poco varato dal ministro Valditara – volti a creare una mentalità e una sensibilità di rispetto nei confronti dell’altro sesso.

Tutto questo è sicuramente opportuno. C’è però da chiedersi se sia sufficiente. E, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto educativo, se la battaglia che si è intrapresa contro la “cultura del patriarcato” non distolga dal problema di fondo, che riguarda il modo di concepire e di vivere il sesso, oggi, da parte soprattutto dei giovani. Di questo si parla pochissimo, anzi è diventato un tabù parlare, come pochi decenni fa lo era parlare in pubblico del sesso.

Si tende a tacere, così, che la liberazione, in sé salutare, dalla rigida gabbia di divieti, silenzi e ipocrisie che avvolgeva questa dimensione della vita personale e sociale ha determinato però, come “danno collaterale” della cui gravità cominciamo a percepire gli effetti, una banalizzazione della sessualità che la riduce ad oggetto di consumo.

Mentre si grida ad alta voce – giustamente – per protestare contro le forme più vistose di violazione della dignità delle donne, si accetta come prassi normale che la pubblicità utilizzi il corpo umano – soprattutto quello femminile – come simbolo e richiamo commerciale.

Così come si parla ben poco del problema rappresentato dal dilagare della pornografia. È di pochi giorni fa il grido d’allarme di Lucetta Scaraffia, sul quotidiano «La Stampa» – «Se i giovani crescono con la pornografia» – in cui si denuncia l’uso purtroppo diffusissimo ed esteso della pornografia che costituisce, soprattutto per i maschi, il primo e spesso l’unico modello in materia.

La precocità dei rapporti sessuali

Esiste una relazione diretta fra uso della pornografia tra i 10 e i 19 anni e la sempre maggiore precocità del primo rapporto. Più sono precoci l’età d’uso e le ore spese sui siti pornografici, maggiore è anche la probabilità di anticipare l’esperienza sessuale a un’età in cui non si è, fisicamente, ma soprattutto psicologicamente, in grado di viverla  con pienezza.

Secondo l’Osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza, il 19% degli adolescenti ha rapporti sessuali prima dei 14 anni. E per oltre la metà dei ragazzi il primo rapporto avviene tra i 15 e i 17 anni.

Con un allarmante distacco – in un’età decisiva per lo sviluppo della personalità –  fra affettività e sessualità. Più di un terzo di oltre 1.000 giovani “under 20”, intervistati dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia (SIGO), ha dichiarato la propensione a consumare il rapporto già dopo il primo incontro.

Per la metà di essi non c’è una regola e solamente il 4% attende di essere ufficialmente una coppia. Di oltre 1.000 giovani intervistati il 42% aveva già avuto 2-5 partner, e il 9% ne aveva già avuti più di 10» (Nicola Surico, presidente della SIGO). Diventano più frequenti anche le esperienze di sesso di gruppo.

Da qui, «l’analfabetismo sentimentale, in crescita anche fra le ragazze», che «si traduce nella scomparsa del corteggiamento a vantaggio di un uso sessuale del corpo precoce, aggressivo e progressivamente promiscuo (…). L’analfabetismo sentimentale diventa poi analfabetismo sensuale: si fa sesso, si agiscono comportamenti sessuali, amputati però della capacità di sentire le emozioni, la gioia di una carezza a lungo desiderata e sognata, il gusto di un abbraccio e di un bacio che faccia sentire unici, amati e felici.

La frustrazione e la noia che derivano da un sesso privo di sentimenti e d’amore aumentano il bisogno di “accendersi” con alcol e droghe, o con la pornografia, in crescita esponenziale soprattutto fra i giovani» (Alessandra Graziottin Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano).

I problemi fisici e psichici

I medici non mancano di avvertire, con crescente preoccupazione, delle conseguenze di questi fenomeni, prime fra tutte l’aumento del rischio di patologie sessuali infettive e il moltiplicarsi di gravidanze indesiderate.

Da qui la loro denuncia della mancanza di un’adeguata educazione sessuale da parte degli adulti. In famiglia non se ne parla, tra figli e genitori, e a scuola se ne parla male, soprattutto con i compagni (quasi mai con i professori).

Il problema non riguarda solo questi pericoli di ordine fisico. Il ricorso sistematico alla pornografia e la tendenza a ridurre il corpo dell’altro a mero oggetto da cui trarre piacere, senza stabilire una vera relazione personale, producono anche effetti psicologici.

Primo fra tutti «un narcisismo autoreferenziale, deleterio per la crescita della capacità di amare, di sentire e riconoscere i sentimenti dell’altro e dell’altra e di vivere in armonia con il mondo» (A. Graziottin). Narcisismo che, a sua volta, nasconde una profonda insicurezza.

Riferendosi a un caso da lei seguito personalmente, una psicoterapeuta scriveva sulla rivista del Centro italiano di sessuologia (CIS): «L’utilizzo massiccio e coatto della pornografia ha determinato nel tempo in Matteo un senso di onnipotenza così forte e massiccio da annullare i confini tra il mondo reale e il mondo virtuale. L’Onnipotenza (…) insieme a un intenso e totalizzante disvalore di sé, hanno trionfato su ogni limite e regola creando un mondo abitato da fantasie ossessive all’interno del quale si poteva essere e fare qualsiasi cosa» (Giulia Mondini, in «Rivista di sessuologia, 46, n.2, luglio-dicembre 2022).

Forse questo corto circuito tra insicurezza e senso di «onnipotenza» potrebbe spiegare molto più realisticamente della “cultura del patriarcato” i comportamenti distorti di molti maschi. Filippo Turetta dormiva col peluche e si sentiva soverchiato dai successi della sua ragazza. Altro che patriarca!

“Fare sesso”, amore e sessualità

Il problema, perciò, non si risolve solo ribadendo, come oggi si fa spesso, la necessità di rispettare la libertà delle ragazze, il loro diritto di vestirsi come vogliono, di uscire quando vogliono, etc. Bisogna avere il coraggio di rimettere in discussione – attirandosi l’accusa di moralismo e di oscurantismo – l’uso ormai diffuso di leggere i rapporti uomo-donna nella logica del “fare sesso”.

Un autore non sospetto, Francesco Alberoni, scriveva a questo proposito: «“Fare sesso” sta a dirci che il sesso si può fare come una qualsiasi cosa pratica: fare un bagno, far colazione, fare la spesa. Il sesso, infatti, può essere un atto volontario senza nessun coinvolgimento emotivo, senza bisogno di conoscere la vita dell’altro, senza partecipare delle sue emozioni, dei suoi sogni.

Il sesso puro, “fare sesso”, è per sua natura potenzialmente impersonale e promiscuo. Con la parola “fare l’amore” indichiamo il rapporto fra un uomo e una donna che si amano in modo totale, esclusivo, un amore ad un tempo erotico e spirituale che cresce nel tempo».

Ma, senza bisogno di chiamare in causa l’ “amore” di cui parla Alberoni, è la stessa sessualità che implica molto di più del “fare sesso” e che viene tradita ogni volta che la si riduce a questo.

Scrive la stessa specialista sopra citata nella rivista del CIS: «Il sesso indubbiamente fa parte della sessualità (…), ma la sessualità rappresenta qualcosa di molto altro e di più profondo. Non andrebbe dunque dimenticato che il suo primo e più importante significato è “relazione”: una relazione come momento strutturante della persona in tutto il suo essere e in tutto il suo esistere nel mondo.

Sessualità significa l’incontro con se stessi attraverso l’Altro e gli Altri: sempre presume uno scambio e a pieno titolo rappresenta una parte fondante dell’identità. In questo prezioso e decisivo senso la prima coppia è data dall’”Io con Me” attraverso “Te”».

L’incontro con l’altro nella sessualità è anche incontro con se stessi. Ma ciò suppone la capacità, da parte dei giovani, di entrare davvero in rapporto con se stessi. Di avere un io.

La loro libertà di fare le più diverse esperienze è una conquista reale, ma per essere autentica esige che essi siano capaci non solo di “fare” quello che vogliono, bensì anche di “scegliere” cosa volere, senza essere plasmati e travolti dalle mode di una società protesa al consumo indiscriminato di tutto, anche degli esseri umani.

Altrimenti non solo la libertà di “fare” finisce per mascherare un ben più radicale condizionamento, che in definitiva la vanifica, ma si rischia di vivere alla superficie di se stessi e di cercare in questo consumo frenetico, nella logica del “tutto e subito”, il surrogato di una vita interiore che non si è capaci sviluppare.

Di tutto questo si parla molto poco. Al massimo si insiste sulla necessità di fornire ai ragazzi e alle ragazze l’informazione sulle precauzioni richieste per rendere il “fare sesso” sicuro. Forse perché a trasmettere il vuoto interiore ai nostri giovani, in definitiva, siamo noi, gli adulti…

Già sarebbe un passo avanti prendere coscienza di questi problemi, e avere il coraggio di avviare su di essi un serio confronto, sfidando i luoghi comuni e i “dogmi” non scritti del politically correct.

Da qui forse potrebbe scaturire una svolta culturale capace di riflettersi sull’educazione dei giovani nelle famiglie e nella scuola. Tempi lunghi, sicuramente. Ma meglio che continuare a illudersi che il dramma dei femminicidi si possa superare senza rimettere in discussione il nostro modo di concepire e di vivere la sessualità.

www.tuttavia.eu

Immagine

 

 

 

 

venerdì 9 gennaio 2026

SCUOLA ED ETICA SESSUALE

 

Etica sessuale 

nelle scuole: 

possibile?

 Come ormai accade da parecchi anni, periodicamente torna alla ribalta il tema dell’educazione sessuale nelle scuole con relative proposte di legge

 

-di Salvino Leone

 Come ormai accade da parecchi anni, periodicamente torna alla ribalta il tema dell’educazione sessuale nelle scuole con relative proposte di legge, la più recente delle quali (quella del DDL Valditara già approvato alla Camera) più appropriatamente la chiama educazione «sessuo-affettiva».

Il più delle volte questo accade sull’onda emotiva di fatti criminosi quali stupri, violenze di gruppo, femminicidi e quant’altro. Anche questa, ovviamente, viene politicizzata tra chi, buono e progressista, la sostiene a tutti i costi e chi, conservatore e fedele ai sani valori, ne contesta il valore. Insomma, è utile o addirittura necessaria?

Il senso di un’«educazione» sessuale

Una considerazione preliminare riguarda il senso da attribuire al concetto di «educazione». Com’è noto il significato etimologico del termine riconduce all’e-ducere, cioè al «portar fuori», al trarre il meglio di quanto ognuno porta in sé per strutturarlo in un discorso valoriale organico e coerente. A differenza dell’in-formazione, che consiste nel «portar dentro» contenuti per dare una forma a chi li riceve che è poi dell’artefice degli stessi. Quindi un concetto non solo diverso ma, in qualche modo, antitetico.

Che cosa vogliono fare le varie proposte di legge? Educare? No di certo, anzi, peggio, spacciare per educazione quella che è semplice informazione. Intendiamoci, non che questa sia inutile o irrilevante, anzi è il primo gradino di ogni progettualità educativa, ma non può ritenersi educazione.

E non lo è per il fatto che non può essere del tutto antropologicamente ed eticamente connotata, perché la precomprensione antropologica e la proposta etica non è mai neutra, come invece deve essere necessariamente (e guai se non lo fosse) l’informazione. L’apparato genitale dell’uomo e della donna è quello, e non dipende dalle idee di chi lo insegna. Ma non si può ritenere di avere educato una persona solo perché gli abbiamo insegnato come si prende un anticoncezionale o come si evitano le malattie a trasmissione sessuale.

Ricordo un tempo in cui si pretendeva di fare eduzione sessuale (anche in ambito ecclesiale in presunti corsi formativi per i giovani) iniziando a far vedere immagini di farfalline che svolazzano insieme o di cavallini che inseguono le cavalline, cioè biologizzando la sessualità anziché parlarne magari mostrando due giovani che camminano tenendosi per mano o che si abbracciano.

A tutto questo oggi si aggiunge il complesso e quasi indistricabile e nuovo problema del gender. Come parlarne? Non tanto in ordine al problema dell’omosessualità, quanto piuttosto delle disforie di genere, purtroppo accomunate (pur trattandosi di problemi profondamente diversi) nell’infelice acronimo LGBTQ+.

Un possibile piano educativo

Quanto detto ci induce a riflettere sul fatto che una vera educazione sessuale non può che essere antropologicamente e eticamente connotata e lo Stato, col suo giusto pluralismo, non è in grado di garantire in pieno tale progettualità pedagogica.

Potrà indubbiamente arrivare a un livello minimale, nel quale i valori della sessualità possano essere ampiamente condivisi, ma non potrà fare più di tanto, così come non ha saputo (ma vorrei dire anche «potuto») fare più di tanto in ambito di tossicodipendenze. Le giuste e anche ben fatte campagne informative, gli approcci sociologici, i SERT, non possono offrire una ricca e forte proposta valoriale.

Allora, così come ognuno ha diritto di scegliere liberamente la scuola per i propri figli, in cui gli stessi possono essere educati secondo contenuti valoriali coerenti con quelli professati dalla famiglia, e che la stessa ritiene i migliori per loro, altrettanto dovrà essere per l’educazione sessuale.

Ben vengano quindi le campagne informative. Ce n’è bisogno di fronte, nonostante tutto, alla grande ignoranza di giovani che, spesso, riteniamo molto più consapevoli di quanto in realtà non siano. Ma dopo di questo una vera e propria eduzione sessuale non meno necessaria e opportuna dovrà essere quella insegnata (?) e vissuta (?) dalla famiglia e dalle altre agenzie educative.

In ambito cristiano la Chiesa ha certamente molto da fare e da dire, purché si impegni a elaborare una nuova proposta morale frutto di una nuova ermeneutica sessuale, certamente fedele alla parola di Dio ma anche attenta alla storia e alla sensibilità dell’uomo e della donna contemporanei.

 

Il Regno

giovedì 27 novembre 2025

LA LEGGE E L'ETICA

 


SE IN NON VOGLIO 

TU NON PUOI


- -di Salvino Leone 

 Negli scorsi mesi, nelle televisioni e in altri organi di stampa, noti personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo sono stati testimonial di una campagna contro la violenza sessuale dal suggestivo titolo «Se io non voglio, tu non puoi». Tale campagna è stata promossa dalla Fondazione «Una nessuna centomila» per il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.


Il riscontro legislativo 

Tale iniziativa trova un recente riscontro in una nuova proposta di legge, già approvata alla Camera con ampia maggioranza bipartisan, che modifica l’art. 609-bis del Codice penale in tema di violenza sessuale. Con tale nuovo dispositivo di legge, ai fini del reato, viene identificata la fattispecie dell’assenza di «consenso libero e attuale». 

Si tratta di un’importante sottolineatura che, al di là di quello che potrebbe apparire assolutamente ovvio (senza consenso non può esservi partecipazione consapevole e l’atto è certamente subìto), presenta però interessanti sfumature. Ad esempio quella della possibile «interruzione» di un approccio all’inizio consenziente ma che poi, per motivazioni che la vittima di abuso non è tenuta a manifestare, potrebbe non essere più tale; o quella di una persona che – pur se genericamente e precedentemente consenziente – si trovi in uno stato di momentanea incapacità mentale (ubriachezza, uso di sostanze dopanti ecc.) che le tolgono l’attualità di un possibile consenso. 

Indubbiamente, pur nella linearità del dettato legislativo (che peraltro applica quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul, entrata in vigore in Italia nel 2014), rimane la criticità della «dimostrazione», sia da parte dell’accusato che della vittima. La fattispecie stessa del reato, infatti, è di per sé avvolta in una sfera di riservatezza e intimità difficilmente valicabile, che in ogni caso gli attori dell’evento tendono a confinare il più possibile nella sfera del privato. Non sarà facile dimostrare il mancato consenso solo sulla base della parola di uno dei due convenuti e sulla presunzione d’innocenza di ogni potenziale colpevole. 

La questione giuridica e la questione etica 

Al di là di queste criticità, ben presenti al legislatore e che toccherà alla prassi giurisprudenziale dipanare, il problema si pone in termini diversi sul piano morale. 

Sappiamo bene, infatti, che ordine giuridico e ordine etico non sempre coincidono, e questo può essere uno dei casi più emblematici. Un violentatore potrà essere «dichiarato» innocente secondo un ordine prettamente forense, ma non esserlo sul piano etico che deve sempre prevalere. L’assoluzione penale non sempre coinciderà con quella morale. 

 In etica la nozione relativa a un atto «volontario» (a parte il cosiddetto «volontario in causa») prevede sempre che la volontarietà sia sempre attuale, e solo di quella la persona è moralmente responsabile. Un atto subìto, anche se non dimostrabile come tale, rimane pur sempre un atto di violenza. 

In un antico passato alcuni testi patristici e di storia ecclesiastica ricordavano il caso di donne violentate che, per amore dei figli o per non creare ulteriori danni, tacevano e assecondavano passivamente il violentatore, addirittura venendo incoraggiate a farlo. 

Ma anche nel nostro recente passato, a parte casi eclatanti di violenza di gruppo o di altri delitti efferati, la violenza entro le mura domestiche è rimasta assolutamente nell’ombra, consentendo al maschio di continuare a vittimizzare imperterrito le sue prede. 

La moderna sensibilità umana ed etica, pur nel valutare alcune possibili «eccezioni», spinge invece a denunciare sempre chi ha commesso violenza, anche se si preoccupa di salvaguardare e tutelare la vita o altri interessi di terze persone, ma senza il colpevole silenzio nei confronti del violentatore. 

In ogni caso l’orizzonte di un’effettiva libertà relazionale anche nell’affettività sessualmente espressa è ancora lontano dall’essere raggiunto, ma eventi sociali come le manifestazioni di piazza o alcune opportune modifiche legislative possono contribuire a realizzarlo e a dare il coraggio di farlo. 

 Il Regno 

Immagine

 Salvino Leone è medico e docente di Teologia morale e Bioetica alla Pontificia facoltà teologica di Sicilia. È presidente dell’Istituto di studi bioetici Salvatore Privitera e vicepresidente dell’ATISM

mercoledì 26 novembre 2025

LA SCUOLA DEGLI AMANTI


Sesso, affetti, relazioni

 e 

il Grande

 Confidente 

Artificiale

 

Il 42% dei ragazzi tra 15 e 19 anni chiede aiuto all’AI in momenti di tristezza, solitudine, ansia, o consigli su scelte, relazioni, sentimenti (dati appena presentati da Save the children nella XVI edizione dell’Atlante dell’Infanzia a rischio in Italia).

 

-di Alessandro D’Avenia

 Che cosa dicono queste statistiche? Che l’educazione artificiale ha rimpiazzato quella sentimentale. Ricordate l’educazione civica, confinata nell’ora di storia? Data l’ignoranza sul tema, da qualche anno è diventata trasversale a tutte le discipline con un suo monte ore e un voto. La insegniamo tutti perché non è una materia come le altre, le precede: il «civico» (diritti e doveri) abbraccia tutta la vita di un «animale politico». E anche se si riceve un voto a parte in civica, la vera qualifica è il «comportamento» (un tempo «condotta», nella pagella elementare di mia madre addirittura «gentilezza», a ogni epoca le sue sfumature): come ti rapporti con il mondo? Se non raggiungi la sufficienza non passi, anche se eccelli nel resto. La chiamiamo «educazione» perché coinvolge tutta la persona: sta alla vita come il respiro. Le educazioni (logico-matematica, linguistica, artistica, motoria...) sono infatti forme culturali permanenti e necessarie a proteggere la vita e a permetterle di svilupparsi. L’uomo non è solo animale «politico» ma anche «prolifico», ha e dà la vita, necessita quindi di un’educazione sessuale e affettiva. Quale aspetto totale della vita protegge e sviluppa questa educazione? E la scuola che fa? 

 L’uomo «culturalizza» gli istinti. Noi non mangiamo solo per nutrirci, ma per stare a tavola mentre ci nutriamo: trasformiamo in relazioni e arte un bisogno primario. Lo stesso accade con la vita. Non ci accoppiamo solo per riprodurci, ma per amarci, conoscerci, gioire. Abbiamo la vita sessuale più sorprendente del mondo: a differenza di un cane facciamo l’amore viso a viso, quando ci pare, anche nei periodi infecondi o non più fertili, tendenzialmente non in pubblico... Insomma siamo una curiosa eccezione che richiede attenzioni speciali. L’educazione sessuale-affettiva dovrebbe essere quindi una festa celebrata attorno alla cosa più bella: affidarsi l’uno all’altro per darsi e dare la vita, e invece oggi è ridotta a paure e indicazioni sanitarie, necessarie di certo ma che non possono esaurire l’argomento se non al prezzo di far coincidere il sesso con una cosa pericolosa. Così un adolescente nel pieno del passaggio esaltante e tremebondo della pubertà, perde il gusto dell’eros: paura e confusione, per poi dover chiedere aiuto al Confidente Artificiale. 

 L’Occidente ha scelto l’antica radice gen- per il mistero della vita: generare, geniale, genitali, generoso, genuino, genitori, gentile, gente... Che cosa serve quindi per coltivare una «radice» così feconda? Educare alla relazione. E cioè? Sesso viene forse da secare, tagliare: due elementi tra loro morfologicamente implicati a vicenda per generare effetti — beni relazionali — materiali o immateriali, necessari a (sopra-)vivere. Il rapporto genitore-figlio genera protezione, educazione, continuità. Il rapporto docente-studente genera cultura, crescita, libertà. Il rapporto tra amici genera fiducia, aiuto, confidenza. Il rapporto affettivo-sessuale genera unione, gioia, conoscenza, altra vita. Le relazioni sono i riti che danno possibilità alla vita di essere tale. 

 Questo significa che «educazione affettivo-sessuale» a scuola non può essere il nome di poche ore condotte da esperti, perché è di fatto l’unica materia — la materia prima — di tutta la settimana: siamo immersi nelle relazioni come nell’aria ma solo quando l’aria è cattiva ci accorgiamo che esiste. Ed è quello che sta accadendo, allora bisogna «cambiare» l’aria. Come? 

Non bastano gli esperti che a scuola ci sono già: docenti e psicologo. Di certo l’insegnante di scienze spiega l’apparato riproduttivo, quello di inglese la fenomenologia amorosa adolescenziale di Romeo e Giulietta, quello di chimica le dinamiche ormonali, quello di latino le poesie erotiche di Catullo e lo psicologo è disponibile per i ragazzi... ma l’aspetto trasversale che coinvolge tutte le discipline e in tutte si manifesta a diverso titolo non è la somma di questi contenuti, ma è un vissuto unitario: la modalità in cui si realizza la vita delle relazioni incarnate, come i docenti si relazionano tra loro e con gli studenti. Un bambino impara a relazionarsi dal modo in cui gli adulti (genitori, parenti, docenti, educatori...) lo fanno tra loro e con lui. A differenza degli animali che si accoppiano, noi «facciamo l’amore», cioè creiamo la relazione, amiamo come siamo «educati» ad amare. 

 Posso ricevere «istruzione» fisio-psico-sanitaria, ma sono «educato» all’affettività e alla sessualità dalla qualità delle relazioni attorno a me. Lo spiego con la storia del poeta che non aveva mai visto il mare. Abitando nel cuore della sua regione ne aveva solo sentito parlare. Un giorno riuscì a raccogliere il denaro per il viaggio verso il Mediterraneo. Arrivato in albergo, l’oste gli indicò la strada. Egli andò e si sedette a riva, rimanendo in silenzio a guardare sino a sera. Quando tornò l’oste gli chiese come era andata. Il poeta rispose: «Non l’ho visto», lasciando perplesso l’interlocutore. La stessa scena si ripeté per sei giorni, fino alla sera del settimo, quando tornò raggiante urlando all’oste: «Ce l’ho fatta!». Raccontò che aveva visto tornare una barca, da cui erano scesi dei marinai: «Ho visto il mare negli occhi di coloro che fanno il mare e dal mare sono fatti». Verità incarnata: lo stesso vale per chi fa ed è fatto dall’amore, gli umani. Quello che serve è un’educazione che attraverso relazioni sane (lo è quella in cui uno dà all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno) faccia venir voglia di incarnarle a propria volta, di ri-fare l’amore ricevuto, continuarlo o migliorarlo, dopo aver vissuto e compreso perché funziona o meno. Poi chiaramente sta a ciascuno elaborare, anche con fatica, che cosa far proprio e cosa cambiare di ciò che ci è stato trasmesso, per avere una vita di relazioni più vera e gioiosa di quella ricevuta e perché ogni rapporto ha fragilità e unicità che nessuna «istruzione» può esaurire. 

 La scuola degli amanti (titolo alternativo del Così fan tutte di Mozart e Da Ponte) non chiude mai, dura tutta la vita. In questa scuola può dirsi «educato», affettivamente e sessualmente, chi sente la vita altrui in modo tale che ferirla o accarezzarla è ferire o accarezzare la propria. Nel recente fatto di cronaca milanese i magistrati hanno evidenziato la «disumana indifferenza» dei giovanissimi accoltellatori: non sentono la vita ma la morte, che li eccita più della vita, tipico delle culture esangui. Manca loro l’educazione che si vede/vive, come il poeta con i marinai, negli adulti di riferimento. E la scuola che può fare? In una temperie culturale narcisistica, individualistica e consumistica, alimentata dalla virtualità digitale, l’educazione alle relazioni potrebbe partire a scuola approfondendo con i ragazzi le origini culturali e i limiti di questi «visori» e di queste «visioni» del mondo, per restituire poi loro l’alfabeto dell’intelligenza emotiva, proprio come si insegna quello per scrivere: occorre prima scardinare l’idea oggi dominante che per avere vita bisogna prendersela o comprarla, cioè che il controllo è relazione quando è invece la sua consumazione, e poi educare la capacità di riconoscere e dare nome a emozioni, gesti e sentimenti (è per esempio dimostrato che chi non legge fatica a riconoscere i sentimenti altrui). 

 Perché i ragazzi ignorano le infinite sfumature dell’amore e non quelle dei siti porno? Perché abbiamo lasciato che li educhi chi capita, e non noi e la cultura vera. E così molte adolescenti raccontano che il primo rapporto è di fatto una violenza, perché i ragazzi «imitano» ciò che vedono fare a quelli che hanno scambiato per marinai, ma erano solo pirati. La scuola può fare un lavoro culturale più serio dell’attuale querelle elettorale, sul modello dell’educazione civica, affidando degli approfondimenti a noi docenti, con eventuali esperti, scelti in base alle necessità e alla maturità dei ragazzi. Se chiedono a un chatbot e non a noi, non è perché l’IA è cattiva ma perché noi abbiamo una cultura delle relazioni povera e un progetto culturale esangue. 

 Anni fa in una scatola nascosta trovammo le lettere di corteggiamento dei miei genitori. Le abbiamo catalogate per data in un volume che abbiamo regalato loro in un anniversario. C’è stata per me più educazione sessual-affettiva in quella scatola che in mille istruzioni ricevute, magari da loro stessi. Tutto comincia dal raccontare ai figli come ci si è conosciuti, scelti, amati, e continua con il tenersi per mano, un biglietto affettuoso, chiedere scusa, una carezza, un complimento, una foto, una parola di incoraggiamento, una passeggiata, un regalo, una telefonata... Questa è la scuola degli amanti, la guidano coloro che «generano» vita e vite, educatori a ogni titolo, e hanno, come quei marinai con il mare, l’amore negli occhi: lì è l’educazione sessuale e affettiva di un ragazzo, che allora, come il poeta, a quegli occhi domanderà il mistero della vita, e non, perché disperato, a ChatGPT

 Corriere della Sera

Immagine

 

sabato 19 luglio 2025

GENERE E IDEOLOGIA


 Lucia Vantini, docente di teologia fondamentale e di antropologia filosofica all'Istituto di scienze religiose e di Studio teologico San Zeno ed è stata Presidente del Coordinamento Teologhe Italiane. La sua attività si muove all’incrocio tra filosofia della religione, teologia contemporanea e neuroscienze, con un focus particolare sul pensiero femminista, la differenza sessuale e di genere.

 

Anzitutto le chiediamo di aiutarci ad orientarci in una terminologia per i più non nota o almeno non chiara. Si parla di teologia gender e teologia Queer? Ci può dire in modo se possibile semplice cosa si intende e che differenze principali ci sono tra queste due teologie? 

In realtà le spiegazioni di queste categorie sono ormai ovunque e pienamente accessibili. Le persone che ancora non hanno le idee chiare probabilmente hanno delle resistenze o delle paure che impediscono loro di avvicinarsi a questi temi. In ogni caso, se repetita iuvant, ricordiamo che le teologie di genere nascono dal riconoscimento che la nostra corporeità è sessuata e che ciò influenza pensieri, parole e interpretazioni sociali e politiche in modo non sempre giusto. Anzi, spesso si tratta non solo di stereotipi ma di vere e proprie violenze simboliche e pratiche che tradiscono le vite concrete. La categoria di "genere" ci aiuta ad accorgercene e a decostruire tutto questo. 

La teoria queer si connette alle prospettive di genere ma è più radicale, perché assume una categoria insultante facendola diventare una vera e propria epistemologia trasformativa: “queer”, infatti, era originariamente un insulto contro le minoranze sessuali. Riappropriandosi del termine, le teorie queer mirano a scardinare completamente le categorie identitarie fisse, creando spazi di libertà per chi non si conforma ai binari previsti. Se il gender distingue tra sesso biologico e ruoli sociali, il queer va oltre, mostrando che esiste sempre uno spazio terzo inassumibile dai binomi tradizionali e arriva fino a proporre un’identità instabile e fluida. 

 Lei pone come premessa per un discorso corretto la distinzione tra "gender" e "ideologia del gender", che è spesso usata in modo peggiorativo per denigrare e respingere a priori qualsiasi riflessione sulle questioni di genere. In positivo invece cosa può portare la riflessione sul concetto di "genere"? 

"Ideologia" indica situazioni che tradiscono la complessità del reale, come ha spiegato papa Francesco: «la realtà è più importante dell'idea». Esiste un’ideologia gender? No, se ci riferiamo a coloro che usano questa categoria in chiave decostruttiva, come spiegato prima: si tratta di non dare per scontato che cosa sia “maschile” o “femminile”. Questo non è ideologia, è intelligenza. 

Per esempio, sappiamo bene che tenere dentro di sé un’altra vita riguarda solo le donne, ma non possiamo da questo dedurre che la cura della vita sia solo femminile. Il dramma di questo sbaglio è sotto gli occhi di chiunque: un mondo violento ed egoista che non si assume mai la responsabilità del dolore inflitto ai popoli, alle vite considerate sacrificabili e alla natura. In positivo, la riflessione sul concetto di “genere” permette di vigilare contro linguaggi escludenti, di impedire determinismi biologici, di riconoscere che le parole non solo descrivono ma creano realtà, e di aprire spazi di inclusività e di giustizia per chi non si conforma agli stereotipi dominanti e per coloro che vivono nella debolezza del mancato riconoscimento. 

 Entrando un po' più nello specifico, quali sono i tratti salienti della teologia di genere e quali vantaggi può apportare al pensiero teologico nel suo insieme? 

La teologia di genere presenta una funzione critico-decostruttiva che smantella stereotipi irrigiditi nel discorso religioso, un'attenzione alla performatività del linguaggio (le parole creano realtà), un'ermeneutica situata che riconosce la parzialità di ogni sguardo, e una valorizzazione dell'esperienza quotidiana come soggetto di riflessione. I vantaggi per la teologia sono significativi: un volto di Dio non patriarcale e una maschilità non sacralizzata, maggiore inclusività ecclesiologica, visione antropologica complessa e arricchita, e connessione tra riflessione teologica e urgenze di giustizia del presente. Questo approccio non relativizza la verità, ma la pluralizza riconoscendo che ogni discorso emerge da una posizione incarnata che chiede discernimento e condivisione. 

 Una delle obiezioni più radicali al concetto di gender e più incompatibile con l'attuale dottrina del magistero, è che darebbe adito ad una autodeterminazione della propria sessualità. In pratica il compito dell'umano non sarebbe quello di ri-conoscere ciò che si è (un dato precostituito) ma piuttosto di deciderlo (in modo creativo) da sé stessi. Lo dico in modo ancora più netto: da creature diverremmo creatori? 

La critica muove da un fraintendimento. Non si tratta di plasmare il proprio corpo secondo una coscienza capricciosa o attraverso una volontà superba e arrogante. Basta entrare in contatto con storie concrete, per capire che si tratta di percorsi molto più complessi. In ogni caso, non si tratta di autodeterminazione assoluta ma di riconoscere che non abbiamo mai una relazione immediata con la corporeità: ci appelliamo sempre a ordini discorsivi per significare l'esperienza. 

La vera questione è distinguere tra ciò che è dato e ciò che è destinale: essere biologicamente maschi o femmine non dovrebbe portare a deduzioni automatiche sul futuro psicologico ed etico di una persona. La creaturalità è destinata alla fioritura del sé, secondo modi e processi abitati dal mistero divino a cui noi cooperiamo: siamo custodi responsabili del nostro essere, non esecutori passivi di un programma predefinito e scritto chissà dove. Ciò non vuol dire che tutte le possibilità sono aperte, ma che il divenire è previsto nella creaturalità stessa, abitata dallo Spirito fin da subito. 

 

Passiamo alla teologia queer. Come riporta nei suoi testi, la prospettiva queer apporta una "preziosa forza decostruttiva degli stereotipi espliciti ed impliciti dell'ordine simbolico cristiano". Cosa c'è di prezioso in questo percorso? 

Il prezioso contributo della prospettiva queer sta nell'apertura di uno spazio terzo e indecidibile che impedisce di ridurre tutto a logiche binarie rigide. Svela la violenza dei sistemi normativi mostrando come certe categorie possano "ferire a morte" le esistenze. Apre varchi di libertà sottraendosi dalle definizioni rigide, interroga l'universalità delle norme rivelando come il "naturale" sia spesso costruzione storica. 

Nel contesto cristiano significa interrogare rappresentazioni stereotipate di santità, modelli rigidi di genere, esclusioni operate in nome della "natura". Non mira a distruggere ma a liberare la vita dalle formule stereotipate, permettendo a ogni differenza di essere riconosciuta nella sua dignità. 

 Nel concetto di queer la persona intesa come un dinamismo, come un'identità che non è fissa, che la persona è essenzialmente peregrina. Secondo lei questa immagine dell'umano è fedele a quella che ci viene dalla scrittura? 

Certamente. Questa visione è fedele alla Scrittura che ci dipinge come viandanti, sospesi tra l’origine e il compimento ci sono i nostri passi e le orme della storia. L'immagine dell'umano fatto "a immagine e somiglianza" di Dio dice proprio questo: siamo immagine di Dio, ma la somiglianza si costruisce nel tempo della libertà, che ci è donato. Noi siamo divenire. 

La Scrittura presenta costantemente l'umano in cammino: Abramo verso una destinazione sconosciuta, il popolo nel deserto, Gesù senza "dove posare il capo", i discepoli chiamati a seguire strade sempre nuove. Lo Spirito aiuta a far memoria creativa, riconoscere eredità e farle fiorire. Questa visione dinamica non nega la consistenza dell'identità ma la sottrae alla fissità: l'identità cristiana è relazionale più che sostanziale, si costruisce nell'incontro. 

 Una comprensione più piena, più completa dell'umano abilita ad una comprensione più piena del divino. Le prospettive gender e queer hanno un impatto sul modo di pensare Dio e in particolare il Dio dei cristiani? 

Sì, l'impatto è significativo. Nel nostro ordine simbolico si è sedimentata un'immagine patriarcale di Dio che rinforza ingiustizie tra i generi. Il problema non è che Dio sia Padre, ma l'uso sessista delle metafore maschili che esclude il mondo femminile. 

Le prospettive di genere contribuiscono a dinamizzare l'immagine di Dio - pensarlo come Verbo attivo piuttosto che sostantivo statico, sviluppare teologie relazionali, integrare dimensioni corporee e cosmiche. Non si tratta di femminilizzare Dio ma di liberarlo dalle gabbie patriarcali per riscoprirne la ricchezza inesauribile che abbraccia e trascende ogni differenza. Dio come mistero che eccede ogni definizione e accoglie ogni vita nella sua pienezza. 

 Perché la teologia gender e queer turba i vertici ma anche un'ampia parte della base della chiesa? 

Il turbamento nasce perché toccare l'interpretazione della differenza sessuale significa andare a toccare qualcosa di cruciale, simbolicamente inaggirabile. Il timore è segno di intelligenza, la paura invece chiude e diventa violenta verso vite che si presentano diverse da come le avevamo previste. 

Le resistenze hanno radici multiple: minaccia ai sistemi di potere consolidati, paura dell'ignoto quando le certezze vengono messe in discussione, resistenze inconsce legate all'ordine simbolico dominante. Spesso si reagisce a caricature piuttosto che ai contenuti reali. Noi non siamo Dio e non sappiamo cosa certe vite siano nello sguardo amorevole e creativo divino. La sfida è distinguere tra timore intelligente e paura paralizzante. 

 La chiesa ha sempre avuto enormi problemi con il tema del desiderio; la teologia queer può portare ad una stagione di pacificazione su questo conflitto? 

Non credo che la teologia queer da sola risolverà il problema del desiderio nella Chiesa. Ci servono sinergie multiple perché il problema è sistemico. La Chiesa ha sempre avuto difficoltà con il desiderio, riducendolo alla sfera sessuale e opponendolo alla spiritualità. Si è creata una scissione tra spirituale e corporeo, pubblico e privato. 

Il paradosso è che la Chiesa vive dei desideri del popolo ma poi li sequestra, non li restituisce arricchiti alla vita. La teologia queer può contribuire mostrando che le identità sono dinamiche, la diversità è ricchezza, l'esclusione impoverisce tutti. Serve una trasformazione verso un'etica della vulnerabilità, una spiritualità incarnata, una pastorale dell'accompagnamento che riconosca: la vita è più importante delle nostre definizioni. 

 L'intervista a Lucia Vantini è realizzata da Paolo Vavassori in collaborazione con Giorgio Gervasoni.   

 Fonte: La barca e il mare 

 

mercoledì 4 dicembre 2024

CASTITA' e ONESTA'


 «La castità

 è 

ascetismo dell’onestà»

 


Il cistercense norvegese, vescovo di Trondheim, affronta nel suo ultimo libro un tema spesso frainteso «Diventare casti vuol dire riconoscere i diversi aspetti di me stesso, del mio essere fisico, intellettuale e spirituale.

di SILVIA GUZZETTI

La castità non come qualcosa che appartiene al passato, fatta soltanto di una sessualità frustrata oppure repressa, di un’astinenza che non rende felici, di una mortificazione dei sensi che porta al sabotaggio della personalità umana, ma come di una virtù che ci aiuta a diventare felici, realizzando pienamente noi stessi e integrando le diverse sfere che compongono il nostro essere. A questo argomento è dedicato l’ultimo libro di Erik Varden, Castità. La riconciliazione dei sensi, in uscita per San Paolo (pagine 208, euro 20,00).

Varden, dal 2020 vescovo di Trondheim, in Norvegia, è nato nel 1974, in una famiglia protestante, religiosa, ma non praticante. È stato raggiunto da Dio a 15 anni, dopo aver ascoltato la Sinfonia n.2 di Mahler. Nel 1993 si è fatto cattolico e nel 2002 è entrato nell’ordine dei Cistercensi di stretta osservanza. È stato abate trappista del monastero di Mount Saint Bernard in Inghilterra. Ha scritto diversi volumi in lingua inglese. In italiano è uscito, presso l’editore Qiqajon, il volume La solitudine spezzata. Sulla memoria cristiana.

Perché ha deciso di dedicare un libro alla castità?

«Perché penso che abbiamo bisogno di un nuovo vocabolario per parlare di questa materia e anche di affrontarlo in un modo onesto, dal punto di vista della fede, che sia coerente con una comprensione teologica degli esseri umani e, nello stesso tempo, realistico, per quanto riguarda l’esperienza umana. Molti sono convinti che l’unica cosa che la Chiesa abbia da dire, rispetto alla sessualità, sia no mentre non è vero. Il cristianesimo può offrire un resoconto sofisticato del mistero della sessualità umana e della sua bellezza, complessità e anche sofferenza. È importante farsi nutrire dalla ricchezza di questa eredità, da questa nozione chiave di castità che è quasi completamente scomparsa dalla conversazione contemporanea».

Nel suo libro lei parla della castità come di un ideale molto più complesso dell’astensione dalla sessualità e come di una virtù che non riguarda soltanto i celibi, ma è un modo per integrare la nostra vita e renderla più armonica e più felice. Può spiegarci che cos’è la castità e come possiamo raggiungerla?

«Il libro tratta proprio di questo, di come la castità sia un modo di realizzarsi pienamente, dal punto di vista umano. Nel latino classico “castità” era spesso sinonimo di “integrità”. Vivere in modo casto è vivere con integrità morale, virtù, moralità. Ormai, nella nostra società, la castità viene interpretata in modo molto riduttivo, solo come astinenza dal sesso o mortificazione, mentre l’idea di integrità ha mantenuto una connotazione molto positiva. La maggior parte delle persone vorrebbero essere percepite come persone di integrità e persone morali. Ma che cosa vuol dire avere integrità? Significa avere un rapporto armonioso con me stesso, così che il mio essere e la mia identità esteriori corrispondano alla mia identità interiore. Insomma, assicurarmi che ci sia una buona sintonia tra le diverse voci che formano l’orchestra della mia vita. Per questo motivo metto, come sottotitolo del mio libro, “la riconciliazione dei sensi”. Diventare casti vuol dire, infatti, riconoscere, gradualmente, i diversi aspetti di me stesso, del mio essere fisico, intellettuale e spirituale. Ma anche, storicamente, riconciliare il condizionamento che avrei forse ricevuto dalla mia famiglia di origine, il mio temperamento, i miei particolari desideri, e lavorare per rendere tutti questi aspetti un intero armonioso che mi renda felice. Insomma evitare di vivere in uno stato di tensione continua nel quale mi sento sempre tirato in direzioni diverse. Siamo, infatti, condizionati dalle cose che ci capitano ma non determinati da esse. Per ottenere tutto questo la conoscenza di noi stessi è fondamentale. Si chiama l’ascetismo dell’onestà. Dobbiamo riconoscere, con noi stessi, I nostri punti di forza e di debolezza, le nostre ferite e, insieme, le nostre abilità e chiederci che cosa possiamo ottenere, con tutto questo, con l’aiuto di Dio. E avere anche la certezza che, grazie alla fede, qualunque circostanza possa essere trasformata in una fonte di grazia».

Una parte del suo libro è anche dedicata al tema degli abusi dentro la Chiesa. Qual è la radice del problema degli abusi, secondo lei, e pensa che la Chiesa abbia fatto abbastanza per prevenirli o debba fare di più?

«La radice degli abusi è la capacità degli esseri umani per la malvagità. Alla fine, è quella ferita esistenziale che chiamiamo peccato. Come sappiamo fin troppo bene, la maggior parte degli abusi accadono in famiglia e li vediamo in tanti contesti diversi. Dire questo non vuole dire relativizzare quanto orribili gli abusi siano all’interno della Chiesa perché è sempre peggio quello che succede dentro la Chiesa ed è sempre peggiore, quando rappresenta un tradimento di fiducia e un tradimento di un obbligo sacro. Ovviamente ci sono estremamente complesse e svariate risposte a quella domanda e non voglio semplificare, ma possiamo dire che, se una persona diventa un abusatore, è per una fondamentale mancanza di castità, una mancanza di integrità, una mancanza di equilibrio che va affrontata in modo molto onesto. Ha la Chiesa fatto abbastanza? Forse non possiamo mai fare abbastanza per prevenire orrori così tremendi. Qualcosa che è stato molto utile, e per il quale dobbiamo essere molto grati, nel doloroso lavoro che abbiamo fatto negli ultimi dieci anni, è che oggi, almeno, abbiamo un vocabolario che ci consenta di parlare di questo argomento, evitando di negare che gli abusi siano stati commessi o cercando di nasconderli. E’ importante che abbiamo confini chiari che ci dicano che cosa è o non è un comportamento accettabile e che abbiamo parole per definire che cosa non è accettabile. Inoltre, abbiamo oggi, nel diritto canonico e nel modo in cui le diocesi operano, procedure molto chiare che obbligano a rispondere di quello che è successo e a investigarlo. Insomma, abbiamo una comprensione sofisticata di quelle che sono manifestazioni di una sessualità disturbata e siamo in grado di identificarle. Le procedure non possono mai garantire la giustizia, ma offrono un contesto nel quale possiamo ottenere giustizia. Penso, quindi, che tutto il dolore degli ultimi dieci anni abbia prodotto buoni frutti, ma dobbiamo sempre essere vigili, attenti, guardinghi, senza diventare paranoidi».

Spesso, nel suo libro, lei parla di come la nostra società promuova un approccio alla sessualità molto lontano dalla castità cristiana. Dove vede, nella nostra società, esempi di castità cristiana? E che cosa possiamo fare per riconciliare la nostra società con l’ideale cristiano di castità?

«Conosco molte coppie e molti single che sono ottimi esempi di castità cristiana. Viviamo in un mondo spezzato, dove molte persone si sentono molto sole, senza amici. L’esempio di esseri umani che siano pienamente integrati, che vivano vite equilibrate e armoniose, che siano capaci di amore autentico e di amicizia, di darsi davvero agli altri, avrà una grande capacità magnetica di attrazione e potrebbe portare a una rivoluzione».

www.avvenire.it

immagine

 

 

sabato 16 marzo 2024

BAMBINI TRANS e IDENTITA' di GENERE



 L’identità di genere non si decide a tavolino

 Londra sospende la triptorelina per bloccare lo sviluppo puberale, Milano liberalizza il cambio di genere in Comune, a Roma prevale la ricerca

 

-         di Paola Binetti

 

“Stop alle prescrizioni del farmaco utilizzato nei centri che si occupano di disforia di genere per la sospensione dello sviluppo puberale in casi di pubertà precoce. Lo ha deciso il Servizio sanitario inglese (NHS)”. Stiamo parlando di triptorelina e la notizia, che appare netta e chiara sulla maggioranza dei giornali italiani, invita ad una riflessione molto seria, per molteplici aspetti. Vale la pena provare ad evidenziarne almeno alcuni.

La disforia di genere sembra decisamente in aumento e a Roma sia l’Università Cattolica che il Bambino Gesù hanno deciso di attivare dei servizi clinici che se ne occupano, impegnando professionisti di alta qualità e attivando contemporaneamente un centro di studio e di ricerca. L’approccio è evidentemente clinico e per affrontare il problema sembra richiedere un intervento decisamente specialistico.

A Milano, quasi contemporaneamente, l’8 marzo scorso, mentre nelle piazze sfilavano i cortei per festeggiare la Giornata internazionale della donna, il Comune ha diramato una circolare contenente le linee guida per l’attivazione e la gestione dell’identità alias a favore dei dipendenti che ne fanno richiesta. La delibera era stata approvata a fine 2023, il provvedimento era entrato in vigore dal 1° gennaio 2024 e le linee guida sulla gestione delle carriere alias nello stesso Comune sono state emanate l’8 marzo. Un iter velocissimo per chi conosce i tempi della burocrazia, reso necessario per favorire “la piena inclusione lavorativa di tutti coloro che intendono modificare nome e identità nell’espressione della propria autodeterminazione di genere, così come previsto dal contratto collettivo nazionale di riferimento”. Secondo il Comune di Milano quindi tutti questi passaggi possono essere fatti senza alcuna diagnosi o perizie mediche, in coerenza con gli orientamenti dell’OMS.

La disforia di genere è comunemente definita come la profonda sofferenza secondaria all’incongruenza tra l’identità di genere e il genere assegnato alla nascita. Le persone con disforia di genere sono descritte come una popolazione psicologicamente e socialmente più vulnerabile, in particolare quando attraversano i primi stadi dello sviluppo puberale.

Tre approcci decisamente diversi e per alcuni aspetti decisamente contraddittori: in Gran Bretagna l’uso della triptorelina è sospeso, a Roma si attivano centri di diagnosi e cura della disforia di genere in due degli ospedali a più forte caratterizzazione religiosa, entrambi considerati, a diverso titolo, gli ospedali del papa, a Milano invece ognuno può definire gli standard della sua sessualità e del suo genere come meglio crede, ottenendo piena legittimazione dal Comune, senza verifiche di alcun genere. A Milano quindi il tema della disforia di genere viene cancellato con una delibera comunale e l’unico parametro di riferimento diventa: non chi sono, ma chi credo di essere e soprattutto come voglio essere considerato nel contesto in cui vivo e lavoro. A questo punto, cancellata la disforia di genere, l’uso e l’abuso della triptorelina, almeno sul piano teorico, cessano di avere un qualsiasi interesse perché oggi o domani posso dichiarami come meglio credo, senza avere bisogno di una qualsiasi documentazione. Tutto si risolve nella mia soggettività e nella mia egoreferenzialità.

Ma ovviamente non è così. Sono ancora attuali i problemi relativi al vissuto della propria sessualità e alle sue possibili contraddizioni, resta il problema degli adolescenti, davanti a fisiologici dubbi ed incertezze sul proprio orientamento e soprattutto resta il problema dell’ideologia legata ad un tema che sottrae la stessa sessualità alle sue radici biologiche, che non ne esauriscono il senso e il significato, ma indubbiamente ne sono parte integrante. La triptorelina, vale la pena ricordarlo, è un farmaco utilizzato per la sospensione dello sviluppo puberale in casi di pubertà precoce, ed è stata a lungo utilizzata per il trattamento della disforia di genere, in attesa che il soggetto decida chi voleva essere o diventare: maschio, femmina o altro. Il Servizio sanitario inglese (NHS), dopo molti anni che lo aveva autorizzato, ha deciso di interrompere le prescrizioni di routine, poiché non sono stati trovati prove sufficienti riguardo alla sicurezza o all’efficacia del farmaco. In Italia il Comitato Nazionale di Bioetica in ​​un suo documento del 2018 ne aveva raccomandato l’uso solo in casi molto circoscritti, con prudenza, con una valutazione caso per caso e l’AIFA, nel febbraio 2029, sulla scorta della valutazione data dal CNB, aveva reso il farmaco prescrivibile e completamente a carico del SSN, precisando però: “per l’impiego in casi selezionati in cui l’identità di genere (disforia di genere) con diagnosi confermata da una équipe multidisciplinare e specialistica e in cui l’assistenza psicologica, psicoterapeutica e psichiatrica non sia risolutiva”.

Una “terapia” rischiosa e ideologica

I recenti accadimenti dell’Ospedale Careggi di Firenze hanno riaperto il problema, che merita ulteriori approfondimenti. La Gran Bretagna, infatti, ha bandito l’uso della triptorelina perché il farmaco non assicura né sicurezza né efficacia. In altri termini non è in grado di ridurre i problemi comportamentali ed emotivi degli adolescenti con una sindrome di disforia di genere; resta il rischio suicidiario e non si intravvedono segno di miglioramento del funzionamento psicologico generale. Nell’autorizzazione all’uso del farmaco, sia in UK che in Italia, mancava l’indispensabile riferimento al principio di precauzione, che esige una strategia complessa nella gestione del rischio, come avviene quando in medicina non si ha una conoscenza certa, scientificamente fondata, dei potenziali effetti negativi di una determinata attività terapeutica. Nel caso della triptorelina non ci sono mai stati studi di follow up che consentano di escludere il rischio di possibili conseguenze negative sulla crescita, sulla struttura scheletrica, sull’apparato cardio-vascolare, neurologico-cerebrale e metabolico e sulla fertilità dell’adolescente trattato, comprese le conseguenze sul suo sviluppo sessuale e su quello emotivo-cognitivo che lo accompagna.

Una sperimentazione poco chiara e rischiosa

Dopo anni di somministrazione senza reali prove di efficacia, dopo la denuncia degli abusi compiuti nel Gender Identity Development Service (GIDS) della Tavistock Clinic di Londra, denunciati dal suo stesso direttore, era naturale, auspicabile, che la Gran Bretagna mettesse la parola fine ad una sperimentazione in cui il fattore ideologico superava di gran lunga gli aspetti scientifici. Lo staff della Tavistock è stato accusato di aver adottato un atteggiamento superficiale, con un incoraggiamento indiscriminato verso la prospettiva di una transizione di genere anche di fronte a casi d’incertezza tipici nell’adolescenza rispetto alla propria identità; infatti in gioco non c’è solo la triptorelina, come farmaco, attualmente ritirata dall’uso, ci sono anche le forti criticità rilevate sulla verifica del consenso informato dei pazienti ammessi ai trattamenti di transizione da un sesso all’altro e la loro consapevolezza delle conseguenze relative all’assunzione del farmaco.

Necessaria la prudenza

Quanto accaduto nel Regno Unito mostra al di fuori di ogni dubbio la prudenza necessaria nel trattamento della cosiddetta disforia di genere, per saperne di più cogliere anche le naturali incertezze dell’adolescenza e saper impostare sul piano psico-pedagogico tutta una serie di interventi volti a rafforzare l’identità complessiva del soggetto; la sua maturazione progressiva, la sua sicurezza nel prendere decisioni che lo riguardano. Il problema non si esaurisce nell’alternativa triptorelina sì o triptorelina no; ha radici più profonde che coinvolgono anche il senso antropologico della differenza dei sessi, il suo rispecchiamento nel contesto sociale attuale, in cui sembra prevalere un approccio di tipo negazionista, che invece di sottolineare la differenza e coglierne valore e significato tende a ricondurla in un anonimato relazionale che rimanda ad un profondo senso di solitudine e di isolamento.

 

Il Sussidiario