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mercoledì 25 giugno 2025

LO STUDENTE E LO STATO

 


Dialogo

 tra uno studente 

e lo Stato

 

- di  Alessandro D’Avenia


 

Siamo nel pieno degli esami di Maturità, detti anche di Stato perché è lo Stato a verificare che lo studente «colto» non sia né acerbo né marcio, pronto per nutrire altri. Ma se invertissimo le parti e fosse lo studente a interrogare lo Stato? Se gli chiedesse, come facciamo noi: dopo che farai? In che progetto impegnerai le tue energie? Lo Stato che cosa risponderebbe? Posta la domanda allo Stato attuale, direbbe: «In guerra. Come Stato dell'Ue sono in riarmo, ma soprattutto perché, con altri Stati, sono Nato. E mi è appena stato chiesto di portare le risorse militari al 5% del mio PIL». 

Lo studente fa notare che, spendendo già l'1,6% (una trentina di miliardi nel 2024), arrivare a quella cifra significa investire 66 miliardi in più all'anno: «Rimango sempre stupito di come tutti questi soldi compaiono dal nulla...». 

Lo Stato risponde che sa il fatto suo. «Come fai?”. “Tasse o tagli sulla spesa sociale. O privatizzazioni. O debito…»”. 

 Lo Studente: «Lo sai che così per me sarà impossibile sostenere il welfare di una piramide sociale già rovesciata (più morti dei nati, più anziani dei giovani)? Sembra che tu ignori lo Stato delle cose». 

Lo Stato sorride sornione, ma lo studente incalza: «Quindi a conti fatti investirai più in spesa militare che sulla scuola (4,2%)?». Lo Stato per nulla costernato: «Il mondo va così, bisogna stare al passo: è la ragion di Stato!». «E la mia?». «Che cosa?». «Ragione...». «Ne hai una che valga più di quella di un intero Stato?». «In fondo dovrebbe essere la tua…». «Spiegati». 

 

«Negli ultimi due anni ho cambiato tre insegnanti di matematica, e proprio quest'anno, quello della maturità, cioè quello in cui tu vuoi che io sia maturo, fino a ottobre siamo rimasti senza sostituto, poi è arrivato un supplente. Prima che capisse chi fossimo era Natale...». «Hai ragione. Proprio l'anno scorso ho fatto il record di insegnanti precari: 230.000 su 900.000 cattedre, uno su quattro ha un contratto a termine». «E perché lo fai?». «Costa meno». «E per cosa li risparmi questi soldi?». «Ne abbiamo già parlato...». «E le condizioni di lavoro inaccettabili per gli insegnanti e la discontinuità didattica ed educativa? Il nostro lavoro è studiare, perché non ne hai rispetto (parola che hai scelto per la traccia del mio tema di maturità)? E non è una novità, la situazione è così da anni. E peggiora...». 

 

Lo Stato tace. «E poi sai io vorrei diventare insegnante, ma forse meglio lasciar perdere«. «Effettivamente... Meglio essere realisti». «Che cosa consigli?». «Non ti attira la carriera militare? Avremo nuovissimi carri armati e caccia da pilotare, e confortevoli basi in cui vivere. Tutto all'avanguardia!». «Ma perché allora la mia scuola non è a norma? Il riscaldamento non va, manca il laboratorio, la palestra è piccola e la biblioteca è chiusa da anni? E poi ci vorrebbe qualche pianta, è peggio di un ospedale...». 

Lo Stato: «Io investo 8000 euro all'anno per te e per i 7 milioni di studenti della scuola: la retta di una scuola d'élite». «Perché allora il servizio non è d'élite?». Lo Stato balbetta: «Burocrazia, sprechi... va così». «Ma non puoi far qualcosa? Perché Stato deve significare “fato” e non “fatto”? La professoressa di storia ci ha spiegato che il tuo PIL dipende fortemente dagli investimenti in istruzione e ricerca, perché le persone istruite sono più produttive, capaci di utilizzare nuove tecnologie, risolvere problemi complessi e adattarsi a nuovi contesti. Ogni anno aggiuntivo di istruzione può far aumentare il PIL pro capite di circa il 9%...». «È vero, ma ci sono cose più urgenti della cultura, come la difesa. Che te ne fai della cultura se sei sotto attacco?». «Ma non abbiamo dichiarato guerra e nessuno lo ha fatto a noi... E poi mi hanno sempre detto che le cose importanti vengono prima delle urgenti». «Non sempre». «Sono in guerra e non lo so?». 

Lo Stato si fa diplomatico: «Lo so io. E poi devi sapere che ė l'economia a determinare la politica, e l'economia adesso deve inseguire la guerra, perché è necessaria». «Necessaria? Al riguardo vorrei mi commentassi il testo di un filosofo: “Ciò che noi chiamiamo Stato è, in ultima analisi, una macchina per fare guerre e questa sua costitutiva vocazione finisce con l’emergere al di là di tutti gli scopi più o meno edificanti che esso può darsi per giustificare la sua esistenza. Questo oggi è evidente... i governi perseguono a ogni costo una politica di guerra per la quale si possono certamente identificare scopi e giustificazioni, ma il cui movente ultimo è inconscio e riposa sulla natura stessa dello Stato come macchina di guerra. Questo spiega perché la guerra sia perseguita anche a costo di andare incontro alla propria possibile autodistruzione. Ed è vano sperare che una macchina da guerra possa arrestarsi di fronte a questo rischio. Andrà avanti fino alla fine, qualunque sia il prezzo da pagare"» (Giorgio Agamben, Lo Stato e la guerra, 4 giugno 2025). 

 Lo Stato si indispettisce: «Ti sembro una macchina da guerra? I filosofi esagerano...». «Anche gli storici? Il libro dice che nel XX secolo gli Stati più influenti hanno fatto almeno 100 milioni di morti...». Lo Stato ci pensa: «Non è stato un gran secolo, devo ammetterlo, ma questo andrà meglio». «Ma se iniziano guerre dappertutto». «Sei un po' fissato!». «I telegiornali lo sono…». «È la televisione...». «Di Stato... E io devo crescere in questo Stato. Di paura». «Non devi averne. Tutto si risolve, dalla guerra di Troia a oggi è sempre stato così». «Tu sei sempre stato così?». «Quel che è stato è Stato...». «Ma io non voglio ridurmi in questo stato». «Non c'è futuro senza difesa». «Non c'è difesa senza futuro. Perché non difendi le persone in tempo di pace, mettendo energie per educazione, istruzione, ricerca, dispersione scolastica, NEET… insomma quelle cose che in emergenza da noi lo sono da tempo?». 

Lo Stato tace. «Che cosa è sono stato?» chiede lo studente. «Il passato prossimo di essere». «E il futuro prossimo?». «Non esiste». «Sì». «E quale sarebbe?». «Lo hai davanti». «Ma è proprio per lasciare a te un futuro migliore che faccio tutto questo...». «Il futuro non è un oggetto da lasciare ma tempo incarnato: il domani di ciò che c'è già. Se non curi adesso i semi, non avrai frutti». «E che accadrà?». «Che non sarai Stato».

 

 Corriere della Sera

domenica 25 giugno 2023

FORMARE ALLA FELICITA'


I giovani e l'economia di WhatsApp. 

 

- di Leonardo Becchetti

Il tema di maggior successo alla prova di maturità in corso è stato quello dell’attesa scelto dal 43,4% dei maturandi. Il tema sottolinea come la rivoluzione digitale ci abbia reso sempre più potenti, veloci nel realizzare i nostri desideri (spesso a distanza di un solo clic) e impazienti nel voler tutto e subito. Un atteggiamento collegato anche all’aumento dell’ira che è tipicamente una reazione che si produce quando un ostacolo improvviso si frappone alla realizzazione dei nostri desideri. L’aumento della potenza si accompagna dunque anche ad un aumento della rabbia nel momento in cui per qualche blackout momentaneo non otteniamo quello che siamo abituati ad avere quasi istantaneamente (provate a fare memoria di cosa succede quanto il computer o il telefonino si “impallano”).

 Il problema dell’avvento dell’era digitale è però legato alla questione della soddisfazione e ricchezza di senso di vita in modo più profondo. Per capirlo dobbiamo fare riferimento ad un economista tanto geniale quanto poco valorizzato come Tibor Scitovsky che scriveva negli anni 70 del Novecento della “Joyless economy” l’economia (la società) senza gioia. Scitovsky avvertiva che esistevano al mondo due fondamentali categorie di beni. La prima è quella dei ben di comfort, in genere beni materiali che servono ad alleviare dolore o a soddisfare piaceri momentanei. I beni di comfort hanno utilità decrescente, producono assuefazione e, in caso di abuso, dipendenze. La seconda è quella dei beni di stimolo che sono in genere esperienze che al contrario dei beni di comfort non sono immediatamente accessibili. Non ci basta guardare in una bella giornata di sole le persone sciare su una montagna innevata per poter godere della stessa esperienza. I beni di stimolo richiedono un faticoso e previo allenamento per poter essere “consumati” e quindi un abito costante e virtuoso d’investimento in quelle capacità che ci abilitano a poterli usare. Si tratta di beni culturali, relazionali, spirituali, di pratica sportiva la cui qualità e varietà aumenta con l’aumentare del nostro allenamento. Attingendo ai risultati della psicologia Scitovsky sottolineava come il canale attraverso il quale i beni di stimolo assicurano soddisfazione e ricchezza di senso di vita è la continua varietà di esperienza che essi garantiscono, con una qualità ed una soddisfazione che crescono all’aumentare del nostro allentamento. Per questo motivo tali beni rendono la nostra vita quotidiana interessante ad assorbente, a differenza di quella dominata dalla noia in caso di abuso di beni di comfort, che hanno tra l’altro la proprietà indesiderata di indebolire la nostra capacità d’investimento proprio nei beni di stimolo.

 Collegandosi al progresso tecnologico, oggetto della traccia di maturità, Scitovsky osservava che il suo sviluppo e quello dei mercati era molto più orientato all’aumento di offerta di beni di comfort che di stimolo. In ottica di massimizzazione di profitto conviene infatti vendere il primo tipo di beni che generano dipendenza e dunque domanda meno sensibile al prezzo assicurando maggiori guadagni. Il fenomeno che Scitovsky notava è enormemente aumentato dopo la rivoluzione digitale che ha notevolmente aumentato le opportunità di fruizione dei beni di comfort disponibili in grandissima abbondanza, prezzi spesso nulli ed immediata disponibilità in rete. Un educatore saggio spiegherebbe ai nostri ragazzi che sono i beni di stimolo a fare la fortuna della nostra vita e che il comfort è moderatamente necessario e godibile nel tempo libero evitando abusi Ma i giovani dei nostri tempi incontrano questi educatori in famiglia, a scuola o nelle istituzioni formative?

 I dati su decine di anni e migliaia di cittadini europei confermano che le considerazioni che abbiamo fatto non solo elucubrazioni o fantasie dei filosofi.

 Le persone che investono più nelle esperienze che assicurano i beni di stimolo (attività di volontariato, istruzione, attività sportiva, pratica religiosa) hanno una vita significativamente più soddisfacente e ricca di senso dei loro simili dopo aver controllato per tutti gli altri fattori che di solito incidono (reddito, salute, età, condizione professionale e stato familiare). E l’effetto si determina soprattutto perché i primi dichiarano in misura significativamente maggiore di imparare cose nuove e di essere interessati, assorbiti ed entusiasti della loro vita. I risultati empirici che confermano le ipotesi di Scitovsky sollecitano politiche pubbliche che potremmo sintetizzare sotto il cappello del concetto di life wide learning (che è leggermente diverso da quello del life long learning). Non solo la formazione deve accompagnarci tutta la vita per renderla bella, varia e aumentare la nostra capacità di apprezzare e godere di esperienze e beni culturali. Ma il concetto di formazione deve essere “ampio” includendo esperienze di vita importanti (volontariato, incontro con spiritualità e pratiche religiose, attività sportiva) che ci consentono di allenarci e formarci per poter fruire della bellezza e delle potenzialità della nostra vita in tutte le sue dimensioni.

 

www.avvenire.it

 

venerdì 16 giugno 2023

UNA SCUOLA FATTA DI RELAZIONI UMANE

Alunno delle medie non si presenta all'esame: 
il preside va a prenderlo a casa 

Senza aver sostenuto la prova, l’anno sarebbe andato perso. Il dirigente: "La scuola è fatta di relazioni e non di burocrazia e protocolli da rispettare per essere in regola"

L’emozione che serpeggiava mercoledì mattina tra gli alunni di una scuola media del parmense, in procinto di affrontare la prima prova scritta del loro primo vero esame, era tanta.

 Ma, una volta che tutti gli studenti hanno occupato il loro posto, a spiccare tra le fila dei banchi è uno spazio vuoto: al momento dell’appello, manca Alessandro (il nome è di fantasia).

 I compagni non sanno dire a cosa sia dovuto il ritardo. Forse difficoltà di trasporto, forse l’amico non sta bene.

 "Naturalmente, i docenti che si sono accorti dell’assenza del ragazzo erano preoccupati, si domandavano come mai Alessandro fosse assente proprio nel giorno dello scritto dell’esame di Stato", racconta il dirigente scolastico raggiunto al telefono.

 Dopo qualche minuto di attesa e qualche messaggio inviato sul cellulare di Alessandro da parte dei compagni, la segreteria inizia il giro di chiamate sui cellulari dei genitori: nessuna risposta.

 A questo punto, si potrebbe procedere avviando l’esame: i tentativi che andavano fatti sono stati stati fatti.

 Ma in questa piccola storia, la differenza sta nel fare un passo oltre quanto è dovuto, oltre quanto è previsto da protocolli e burocrazia: il preside (dovremmo scrivere "dirigente", ma "preside" si amalgama meglio a una vicenda che ha il sapore di un tempo in cui il fattore umano era più libero di esprimersi) dopo essersi informato sull’indirizzo dell’alunno, chiede di aspettare ad avviare la prova, prende la macchina e si presenta a casa del ragazzo.

 Sono le otto e mezza quando il dirigente suona al campanello e, ad aprire, arriva proprio Alessandro, ancora in pigiama, chiaramente svegliato dalla inattesa e per lui sorprendente comparsa del suo preside sulla soglia.

 "Giuro che non lo sapevo! Credevo che ci fosse solo la parte orale dell’esame… Mi vesto subito e arrivo!": queste le parole del ragazzino di fronte alla notizia che proprio quella mattina avrebbe dovuto affrontare la prova di Italiano.

 E che insegnanti e compagni lo stavano aspettando, non senza apprensione. "I docenti avevano spiegato più volte come sarebbe stato strutturato l’esame indicando chiaramente le date delle prove, ma Alessandro, che è un ragazzo intelligente e in gamba, non sempre è sintonizzato sulla scuola come priorità. Quando però ha capito che era il giorno d’esame, è venuto volentieri, oltre che di corsa".

 Che cosa sarebbe successo se non lo aveste rintracciato a casa e portato all’esame? "Esistono le sessioni suppletive per sostenere le prove ma si possono attivare solo per assenze giustificate da ragioni serie, non certo perché un alunno si scorda a letto".

 Quindi, senza avere sostenuto l'esame, l’anno sarebbe andato perso. E in un Paese, l’Italia, che ha un tasso di abbandono scolastico tra i più alti in Europa, la storia di un preside che va a prendere a casa un suo alunno assente nel giorno dell’esame, racconta di un senso di cura e di responsabilità che lavorano contro la dispersione: "Ovviamente esistono casi e contesti molto complessi, ma spesso ci scordiamo che la scuola è fatta di relazioni e non di burocrazia e protocolli da rispettare per essere in regola. Il mestiere dell’insegnante è relazionale e questo ognuno di noi dovrebbe scriverlo e appenderlo in un quadro da tenere in salotto".

 Una storia finita bene proprio perché ha funzionato prima di tutto il senso di cura nella relazione e quello di una responsabilità che significa trovare e dare risposte in prima persona.

"Sì, è finita bene e domani, se non viene, lo vado a prendere ancora: Alessandro deve farla la sua terza media", conclude così, sorridendo, il dirigente.

 Reppubblica

martedì 2 maggio 2023

SCUOLA. ULTIMI GIORNI

 La conclusione dell’anno scolastico si avvicina e tutto a scuola diventa più difficile: aumentano verifiche e interrogazioni e l’attenzione cala. 

Come fare?

 

-di Marco Pappalardo

 

Dopo la Pasqua, soprattutto quando si celebra a metà aprile, la conclusione dell’anno scolastico sembra più vicina, considerato che si concentrano nelle ultime settimane varie attività, tra cui le visite e i viaggi d’istruzione, ma anche la chiusura dei diversi progetti. All’improvviso il ritmo cambia, aumenta, particolarmente quello del programma da completare, delle verifiche e delle interrogazioni. Spesso si comincia a correre a scapito del processo di apprendimento, caricando gli studenti di un “peso” che solo alcuni reggono, i più bravi e costanti nello studio, riuscendo però a demoralizzare anche loro a volte, giusto quelli che ci tengono di più.

Grave diventa invece il carico di chi fa del proprio meglio; tuttavia, ottenendo normalmente voti sufficienti e più che sufficienti, perché al massimo stanno dietro a qualche disciplina nel momento della corsa. Si perdono facilmente i più deboli, coloro che hanno già alcune insufficienze, e non sempre sono incapaci e svogliati.

Questo cambio di passo è quasi una volata finale senza il gusto della vittoria persino per gli insegnanti; infatti, passiamo ore e ore a programmare, a preparare le lezioni, ad individuare le metodologie adeguate, e finiamo a questo punto dell’anno col vanificare molto del lavoro svolto o col non vederne gli esiti sperati: noi facciamo più fatica, gli alunni che seguono li contiamo sulle dita di una mano, i contenuti bruciati!

Non è sempre e dovunque così – qualcuno dirà – e sarò felice di ascoltare quali dinamiche virtuose si possano introdurre per rendere le ultime settimane di scuola appassionanti, che conducano all’estate non stremati, che lascino l’acquolina in bocca per il mese di settembre. Senza dare la colpa a nessuno, né scaricando le responsabilità su qualcuno, si tratta di scegliere delle priorità: non svilire le nostre lezioni con sintesi vuote o sommando argomenti che non sommeremmo mai in tempi normali; non dipendere dalla programmazione iniziale, visto che è solamente una traccia per orientarci, non un’imposizione; non pensare all’anno successivo e a ciò che mancherà, perché l’averlo scritto sul registro entro giugno senza averlo fatto acquisire davvero, è solo una vuota formalità; non dare pagine e pagine da studiare prive della nostra competente mediazione, tanto per andare avanti, poiché è come affermare l’inutilità della nostra professione.

Come operare, dunque, tra fine aprile e nel mese di maggio? Considerare che tutto è scuola compresi i viaggi, le visite, i progetti, valorizzando chi vi partecipa e come, quindi uscendo dalla logica che i voti sono esclusivamente legati alle discipline; operare scelte concrete tra gli argomenti del programma, favorendo con sapienza quelli essenziali per il passaggio alla classe successiva o per gli esami; verificare l’esperienza in modo da provare ad organizzarsi diversamente per il futuro; confrontarsi con i colleghi e trovare le strategie più equilibrate per mettere al centro l’apprendimento in una fase delicata; chiedere agli studenti qualche sforzo in più, ma valorizzare poi questi sforzi; puntare ad un’alleanza con la classe e non allo scontro finale; ascoltare gli studenti – pure quando si lamentano – se desideriamo essere ascoltati e seguiti.

Insomma, non dovremmo scambiare la “fine dell’anno scolastico” con il “fine dell’anno scolastico”, la programmazione in cui tracciamo delle linee con la progettazione in cui guardiamo oltre, le indicazioni del ministero con la nostra passione formativa ed educativa, l’accumulo dei saperi con la sapienza di cui basta solo un pizzico.

 

Il Sussidiario

giovedì 4 agosto 2022

ESAMI DI MATURITA'. QUALE SENSO?


 È il pomeriggio dopo il primo scritto della maturità. Mi godo, orgoglioso, le scelte della mia quinta: 19 su 23, cioè l’83%, ha scelto la prova di letteratura (analisi di una poesia di Pascoli o di stralci da una novella di Verga), in Italia appena il 19%. Ottimo segnale, l’esperimento ha funzionato. Quale? Leggere per cinque anni classici in versione integrale, dall’Odissea alle Operette morali, dall’Inferno agli Ossi di seppia. Liberi dalla paragrafite, adesso non hanno bisogno di rifugiarsi nella tipologia C, il covo delle tracce per disperati, dove è risaputo che basta scrivere quattro luoghi comuni sul Covid o su internet: in Italia l’ha scelta il 35%, qui nessuno.ation 0:57

Vanno avanti per sei ore, e alla fine nessun compito somiglia a un altro. La piattezza dei quesiti ministeriali viene spazzata via dalla familiarità con i testi letterari e con il libro dell’esperienza. Non sciorinano discorsi precotti sul verismo, ma scoprono differenze fra gli occhi “neri, grandi, nuotanti in un fluido azzurrino” eppure “offuscati dall’ombrosa timidezza della miseria” di Nedda e quelli “ridenti e fuggitivi” di Silvia; non essendo ostriche abbarbicate allo scoglio del manuale, si salvano dalla fiumana delle frasi fatte sulla società siciliana dell’Ottocento e, quando la protagonista piange dando “alla luce una bambina rachitica e stenta”, intercettano, al bordo dell’amarezza per la sua sorte d’infelicità, il segno di un immenso amore; si chiedono anche se a qualcuno importi di quelle remote lacrime e delle loro più fresche, perché il dolore ti stravolge i lineamenti ma “in fondo è bello avere un cuore”. Su questi fogli non duellano un paragrafo e uno studente, ossia due avatar, ma si incontrano due soggetti reali: questo testo e questo ragazzo.

La sera fra la prima e la seconda prova il concerto a Bari di Vasco Rossi mi mette in testa, oltre all’adrenalina di Siamo solo noi, un altro refrain: “Voglio trovare un senso a questo esame / anche se questo esame un senso non ce l’ha”.

Mi sfugge, per esempio, quale sia il senso del colloquio orale: interrogare ancora? Sei insegnanti interni non dovrebbero aver già verificato e straverificato per un anno o due o tre o perfino cinque? Fino all’ultima ora dell’ultimo giorno dell’ultimo anno si sbaverà dietro un’ultima domandina, tre minuti a testa?!? O il senso sarà forse dimostrare chissà a chi quanto uno studente sa? A sentir balbettare di fascisti alleati con i nazisti e di atomiche su Hiroshima, l’impressione è che l’asticella si assesti a poco più che a un’infarinatura da camionista, che stride con il pallore di un mese lontano dal mare; quanto al latino, diplomarsi allo Scientifico equivale a uscire da Scienze applicate.

Da qualche tempo l’orale verte sui “nodi concettuali”: il rapporto uomo-natura, la crisi del soggetto, il progresso eccetera. Qual è la prassi? In italiano di progresso parla Verga, in inglese ne parla Dickens, in storia la rivoluzione industriale. A mancare è la semplice domanda: tu, a proposito del progresso, cosa dici? Perché “progresso” è l’argomento, ma la tua tesi quale sarebbe? I monologhi oscillano fra la ripetizione dei paragrafetti e qualche sventolata di opinionismo da bar, entrambi nemici della conoscenza affettiva, ossia di un giudizio personale non dopo ma dentro quello che si studia. Forse nessuno, a questi ragazzi, ha insegnato ad argomentare. C’era sempre da interrogare sul paragrafetto. Bastava poi che si aggiungesse un qualsiasi slogan posticcio del tipo “bisognerebbe rispettare l’ambiente” oppure “al giorno d’oggi i giovani vivono attaccati al cellulare mentre i veri valori sono altri” perché se ne elogiasse lo spirito critico.

Eppure l’ordinanza ministeriale parlava chiaro: “argomentare in maniera critica e personale”, “interdisciplinare”, “evitando una rigida distinzione” tra materie. Ci vorrebbe un discorso compatto, che attraverso passaggi logici documentati sviluppi una tesi. Ma dopo anni di steccati invalicabili fra le discipline, ci si illude di una miracolosa improvvisazione in extremis?

Qualche esempio di interdisciplinarità: l’ipersfera del Paradiso dantesco nella lettura del fisico Patapievici; Heisenberg e il Titanic come punti di collisione del positivismo comtiano; il rapporto fra verità e bellezza nello Zibaldone come sintesi fra la geometrizzazione illuminista e la sensibilità poetica: differenze rispetto a Keats.

In assenza di tale habitus, non resterà che delirare tra collegamenti strampalati, che sono la tomba di ogni serio percorso disciplinare e interdisciplinare. A molti ragazzi hanno già messo nero su bianco, in largo anticipo, non solo quali saranno i nodi, ma anche quali argomenti per ogni materia e in quale ordine dovrà esporli: ritagliarsi un angolino per sé è un’eventualità non contemplata.

Almeno oggi, invece, le domande andrebbero ribaltate: più che “lo sai questo?”, “cosa pensi?”; più che “cosa farai dopo?”, “chi sei tu, adesso?”. Nessun ragazzo intelligente risponderebbe alle seconde prescindendo dalle prime. Eppure, dopo una vita dietro i banchi di scuola, non li riteniamo capaci di orizzonti così ampi. Infatti i corridoi si annuvolano di diciannovenni alti un metro e novanta che il minuto prima dell’orale ripetono nervosamente qualche paragrafetto dal quadernetto. Forse non hanno trovato scritto su nessun libro che la cultura è ciò che rimane quando hai dimenticato tutto quello che hai imparato, e che perciò l’obiettivo del sapere è vedere e, più che memorizzare, capire.

Abbiamo avuto tredici anni per dirglielo ma non c’è stato tempo. Adesso rimaniamo fedeli alla linea, investigando un’ennesima volta sulle informazioni che ha ingurgitato ed espelle. Impensabile che la palla della conoscenza venga arroventata da un pensiero fondato e originale. Sottovoce mormoro un’altra canzone, di Niccolò Fabi: “non vorrei che tu dicessi quello che so, ma quello che non so dire”. Perché nella didattica l’alternativa rimane radicale, tra informazioni e conoscenza: ammaestriamo a sapere, come doppioni di internet, oppure insegniamo a vedere, come nessun altro?

 

Il Sussidiario

mercoledì 22 giugno 2022

SCUOLA. CANTIERE DIGITALE


 Cantiere digitale per la scuola

 Il futuro dei ragazzi passa di qui

 La pandemia ha dimostrato quanto sia ormai indispensabile un connubio equo e intelligente tra tecnologia e istruzione. Con idee chiare per spendere le risorse che servono per la svolta

 -         di LORENZA LEI *

 Esami di maturità 2022, ai banchi si siedono gli studenti che negli ultimi due anni hanno sperimentato sulla propria pelle l’emergenza di una didattica a distanza per lo più in ritardo, improvvisata e disorganizzata, che ha visto diminuire l’attenzione generale (di insegnanti e famiglie) per i risultati e per il rendimento scolastico, con un conseguente calo dell’apprendimento, spesso minimo o inadeguato, accentuato dall’annullamento della bocciatura nel 2020 e dalla linea morbida adottata nei mesi successivi. Siamo sicuri di averli protetti o li stiamo ponendo di fronte a un’altra crisi, quella del proprio futuro, per cui non sono stati preparati e per cui non hanno ricevuto gli strumenti adeguati per progettarlo?

 È chiaro ai più che il sistema scolastico italiano all’inizio dell’emergenza sanitaria era impreparato e necessitava da tempo di una spinta all’innovazione, una trasformazione culturale verso la formazione di qualità che non può prescindere nell’epoca contemporanea dal digitale. In questi due anni, per rispondere alla crisi, sono state lanciate le basi di questa conversione in tutta fretta, non solo per la didattica a distanza, attraverso strumenti di cultura digitale che devono però essere necessariamente integrati e allargati a una platea più ampia, per non farci trovare inadeguati nell’immediato futuro. Si è radicato inoltre un cambiamento nel modo di pensare così come in quello di studiare, e si parla oggi nel mondo dell’istruzione di un nuovo metodo che deve essere interdisciplinare, privilegiando un aspetto, un problema, un tema in ambito di contenuti e di un contesto, in cui le materie si rendono complementari per poter interagire tra di loro. In questa metamorfosi culturale è la tecnologia che deve essere al servizio di un pensiero, di una riflessione, di una ricerca, non viceversa. Tecnologia e istruzione si possono e si devono dunque intrecciare, ma con risultati migliori degli attuali. D al marzo 2020 il passaggio all’e-learning è stato irregolare e molti sono stati gli studenti che si sono trovati in difficoltà, bloccati dalla mancanza di accesso alla tecnologia o alle competenze. La didattica a distanza, collaudata in due anni di pandemia, sarà uno strumento che verrà attuato in caso di nuova emergenza ma, perché sia valido ed efficiente, bisogna ampliarlo e farlo diventare a portata di tutti, trovando soluzioni ai problemi di digital divide territoriale, sociale e culturale emersi in questo periodo e diversi per regione, istituto, famiglia e singoli allievi e docenti. Una delle sfide che segneranno il nostro immediato futuro sarà proprio ridurre la forbice in tema di accesso alle tecnologie. S econdo dati Istat, sono oltre 500mila i ragazzi che hanno lasciato gli studi nel periodo della pandemia. Assieme a una situazione generale di emergenza (e alla poca fiducia in una veloce risoluzione della stessa), complice di questo ritiro è stato il difficile accesso agli strumenti di cultura digitale che molti stu- denti si sono trovati ad affrontare. Se la formazione online diventa un pilastro dell’istruzione, necessario è prestare maggiore attenzione al modo in cui la tecnologia e l’apprendimento possono essere integrati in maniera efficace, compreso il ruolo vitale degli insegnanti e le competenze di cui gli studenti hanno bisogno. Nel 2022 e ancor più nei prossimi anni gli investimenti per la cultura digitale diventeranno fondamentali, anche in vista del raggiungimento del quarto obiettivo dell’Agenda 2030 – Istruzione e qualità – per cui si richiede l’impegno al raggiungimento di un’educazione di qualità a tutti i livelli consentendo accesso e opportunità di apprendimento specialmente a coloro che si trovano in situazioni delicate, attraverso l’acquisizione di strumenti e conoscenze necessarie per partecipare pienamente alla vita sociale, assicurando a bambini e giovani un ambiente stimolante per la piena realizzazione dei loro diritti e la messa in pratica delle loro capacità.

 Tutto questo non è possibile se non sono presenti da subito comprensione e disponibilità alla formazione, in particolare dei docenti, che ricoprono il ruolo di guida e supporto nel percorso degli studenti. Come facciamo a convincere gli insegnanti che loro, formatori, hanno bisogno di formazione? Una spinta può nascere dal fatto di renderla personalizzata e remunerata, oltreché premiare gli insegnanti specialmente meritevoli, migliorando le loro condizioni nella gestione della vita privata e della sfera familiare. L a formazione è però da fornire anche alle famiglie, perché riescano a coinvolgere e sostenere i propri figli nel perseguimento del nuovo metodo, creando una cerniera che sappia sancire il patto dall’alleanza scuola-famiglia, indispensabile a un avvicinamento alla cultura digitale sin dalla scuola primaria, per non lasciare soli e abbandonati a se stessi i cittadini del futuro. Cruciale è anche migliorare il sostegno nell’assistenza ai bisognosi, includendo anche gli assistenti educativo-culturali nel processo di sviluppo e formazione a distanza.

 La pandemia ci ha lasciato un grande bagaglio di esperienze ma tra i primi insegnamenti appresi c’è quello che la nostra vita, da un momento all’altro, può essere sconvolta e avere bisogno di un aggiornamento rapido e funzionale. Il mercato del lavoro è mutato rispetto al passato – è quanto ci riportano gli scenari realistici sull’occupazione – e si richiedono nuove competenze tecnico-pratiche che i tradizionali organi pedagogico formativi, scuola e università prima di tutti, stentano a supportare in vista di un sistema sempre più virtuale e legato a innovazioni tecnologiche e di comunicazione. Negli ultimi decenni nella scuola italiana gli investimenti sono stati notevolmente inferiori a tutti i Paesi avanzati. Un ulteriore dato critico è l’elevata età media degli insegnanti, che secondo i dati Ocse è la più elevata d’Europa, con il 59% che ha più di 50 anni.

L’emergenza dell’istruzione non è solo legata però a soldi da investire ma alla capacità di incanalare le risorse nei settori e territori giusti e di incrociare adeguatamente la domanda con l’offerta di lavoro. L’Italia ha un gravissimo gap da recuperare in termini di occupazione e formazione giovanile. Ma la domanda è: sarà sufficiente il Pnrr per colmarlo? Basta decantare il passato, puntiamo su una solidità del divenire, cogliendo le possibilità di cambiamento tecnologico che l’emergenza sanitaria ci ha posto di fronte per rispondere alla crisi. Una nuova visione ed evoluzione del sistema didattico che deve partire in tempi rapidi e con l’impegno di tutti, Stato e grandi aziende. Fondamentale consegnare ai giovani gli strumenti per progettare il proprio futuro. Il nostro futuro. Un impegno sociale da sottoscrivere per le nuove generazioni, provate negli ultimi anni dalla pandemia e da troppo tempo da una didattica ancorata al passato piuttosto che rivolta al futuro.

 *Prorettore vicario, docente presso l’Università eCampus

 www.avvenire.it

 

 

 

sabato 12 febbraio 2022

ESAMI DI STATO. GLI STUDENTI CONTESTANO

 Le ultime notizie 

sugli esami di Stato

- Giuseppe Savagnone  *

La decisione del ministro della Pubblica Istruzione, Bianchi, di venire incontro, parzialmente, alle richieste degli studenti e di cambiare il sistema di punteggio degli esami di maturità, giunge dopo un confronto con i rappresentanti delle associazioni studentesche, che ormai da diversi giorni protestano contro il ritorno delle prove scritte – in particolare della seconda, di indirizzo – e chiedono il mantenimento della formula degli ultimi due anni (solo un orale, con discussione di una tesina).

In contemporanea, era in ballo un ribaltamento del sistema di valutazione, che fin ad ora ha previsto l’attribuzione di 40 punti su 100 in base ai risultati degli anni scolastici precedenti e di 60 in base a quelli degli esami. Nel colloquio col ministro, i rappresentanti degli studenti hanno chiesto che quest’anno i 60 punti fossero dati per il profitto nel corso degli studi e 40 per i risultati dell’esame. La decisione di Bianchi di attribuire 50 punti su 100 al curriculum e 50 alla prova di esame è un evidente compromesso che non cambia, però, i termini del conflitto di fondo, incentrato sul mantenimento o l’abolizione della seconda prova scritta.

Per la verità anche su questa un cambiamento c’era stato, commissionandone la formulazione alle singole commissioni di esame, formate dagli stessi docenti dei ragazzi, invece che al Ministero, come in passato. Un atto di realismo, che mira a rassicurare i candidati sulla corrispondenza della prova al programma effettivamente svolto, tenendo conto delle difficili condizioni in cui si è svolto ultimamente il lavoro scolastico e consentendo l’aderenza dell’esame alle reali possibilità degli studenti. Peraltro, forse non è superfluo ricordare che già prima del Covid l’esame di maturità era stato notevolmente facilitato per la decisione del ministro Valeria Fedeli di abolire, a partire dall’anno scolastico 2018/2019, la terza prova scritta, la più temuta dai ragazzi, perché multidisciplinare. Ma i rappresentanti delle associazioni degli studenti si sono detti insoddisfatti della risposta del ministro. Da qui le massicce proteste di venerdì scorso, in diverse città d’Italia, con occupazioni di istituti e cortei.

Le proteste degli studenti

In realtà, le notizie riguardanti manifestazioni studentesche e occupazioni di istituti scolastici, in diverse città italiane, si susseguono ormai da diverse settimane. Si è cominciato a metà dicembre con un’ondata di proteste il cui bersaglio era la politica economica del governo, poco attenta, a detta delle associazioni studentesche, ai problemi dell’edilizia scolastica e della didattica.

Nella sola Roma, in quei giorni più di quaranta istituti superiori occupati e cortei. Come se non si fosse rimasti già fin troppo tempo fuori dalle aule…. Poi è venuta in primo piano la questione dei prossimi esami di Stato, che, unita alla questione dell’alternanza scuola-lavoro, dopo la tragica morte di uno studente, ha scatenato un’ondata di proteste, culminate, in decine di città, con le manifestazioni del 4 febbraio scorso, a cui, a detta degli organizzatori, avrebbero partecipato centomila studenti (molti di meno, a dire il vero, secondo la polizia). Con le stesse motivazioni, ma forse con un crescente prevalere di quella relativa agli esami, le manifestazioni di venerdì 11 febbraio.

Motivazioni discutibili

Qualcuno si rallegrerà di questo risveglio del movimento studentesco, dopo il forzato silenzio di due anni di pandemia. Ed effettivamente, se si tiene conto che, secondo recenti statistiche, un adolescente su 4 oggi accusa sintomi clinici di depressione, non si può non salutare con piacere la volontà dei giovani di far sentire la loro voce.

Meno entusiasmanti sono le motivazioni. Il punto di vista degli studenti, nella loro protesta, sembra essere fortemente legato a un’ottica autoreferenziale. Soprattutto appare fortemente limitata la loro ottica quando affrontano il problema degli esami di Stato. È noto che il ministro Bianchi era abbastanza incline a valorizzare la formula degli ultimi due anni, che prevedeva solo una prova orale incentrata su una tesina. Si era perfino spinto fino a avanzare l’ipotesi che questa potesse essere anche per il futuro la modalità ordinaria di svolgimento degli esami di maturità.

A dissuaderlo da questa linea hanno contribuito probabilmente i reiterati appelli che si sono susseguiti in questo ultimo scorcio di tempo da parte di rappresentanti della cultura delle più diverse matrici ideologiche, convergenti nel chiedere il ripristino degli scritti. Intellettuali come Gustavo Zagrebelsky, Roberta De Monticelli,  Carlo Cottarelli, Adriano Prosperi,  Anna Oliverio Ferraris hanno sottolineato il ruolo essenziale della scrittura in una formazione intellettuale degna di questo nome, sottolineando che la sua eliminazione in un esame conclusivo ne avrebbe svalutato il ruolo lungo tutto il corso di studi precedente.

Aggravando un ritardo, nella capacità di scrivere correttamente, che è sotto gli occhi di tutti. Per non dire che, nelle università straniere, il ricorso a “papers” e altre prove scritte è di gran lunga prevalente rispetto agli esami orali e che, in un tempo in cui molti giovani devono cercar spazio andando a studiare fuori del nostro Paese, la preparazione alla scrittura dovrebbe essere potenziata, piuttosto che ridimensionata. Alla luce di queste considerazioni, la protesta in corso non può non apparire autolesionista.

Rileggiamo la petizione di studenti, su Change.org , in cui si chiedeva il mantenimento della formula di esami degli ultimi due anni: «Noi studenti maturandi chiediamo l’eliminazione delle prove scritte all’esame di maturità 2022, poiché troviamo ingiusto e infruttuoso andare a sostenere un esame scritto in quanto pleonastico, i professori curricolari nei cinque anni trascorsi, hanno avuto modo di toccare con mano e saggiare le nostre capacità. L’ulteriore stress di un esame scritto remerebbe contro un fruttuoso orale indispensabile come primo passo verso l’età adulta». Non credo sia necessario un commento.

Le responsabilità degli adulti

Resta da chiedersi, però, se la responsabilità di questa mancanza di spessore sia dei ragazzi o non, piuttosto, degli adulti. Da troppo tempo assistiamo al fallimento di un’educazione adeguata delle nuove generazioni. È accaduto così che un protagonismo giovanile che poteva essere molto significativo, e di cui il Sessantotto aveva costituto una prova generale, poi abortita nel cosiddetto “riflusso”, non abbia prodotto i frutti che sarebbe stato lecito aspettarsi, innanzi tutto a livello politico.

Sta di fatto che i decenni seguiti alla rivolta sessantottesca, e caratterizzati da periodiche ondate di occupazioni di scuole, di autogestioni, di infiammati cortei, non hanno segnato affatto – in Italia sicuramente, ma non solo qui – un potenziamento né qualitativo né quantitativo della partecipazione pubblica dei giovani che sono usciti dalle nostre scuole. La classe politica cresciuta nell’era della contestazione è stata quella della Seconda Repubblica, nata dall’indignazione per i limiti della Prima, ma che in realtà l’ha fatta rimpiangere.

Le recenti vicende dell’elezione del capo dello Stato sono state solo l’ultimo atto di questa triste storia. E a esprimere questi personaggi sono stati degli elettori anch’essi allevati nel clima di una facile protesta giovanile, che però spesso non aveva lo spessore ideologico e culturale per andare oltre il velleitarismo di occupazioni improvvisate e di “scioperi” funzionali alla vacanza. Ma responsabili di questa scuola non sono stati e non sono i ragazzi, bensì gli adulti.

Sono stati loro a creare la contrapposizione tra una “ordinaria amministrazione”, fatta di uno studio scolastico poco dialogico e problematico, spesso sganciato dalla vita reale e dai problemi del momento, e le periodiche parentesi “assembleari” e “rivoluzionarie”, incapaci, proprio perché prive di un’adeguata preparazione, di costituire qualcosa di più che delle parentesi, spesso più ludiche che veramente politiche. 

Per superare questo modo di intendere e di vivere la “contestazione”, presidi e insegnanti (con l’aiuto dei genitori) avrebbero dovuto valorizzare la dimensione etica e politica (le due cose, con buona pace di Machiavelli, vanno insieme) della scuola non in momenti eccezionali, ma nel suo svolgimento ordinario. E non a scapito di un serio studio disciplinare, ma proprio attraverso di esso. Di tutto questo tuttora si continua a non parlare. Perciò anche il ritorno agli scritti nell’esame di maturità, per quanto indispensabile, non è sufficiente. Qui è necessario un ripensamento complessivo del rapporto tra scuola e società, e non in base a criteri angustamente utilitaristici – della serie “a cosa mi serve per fare soldi quello che studio” – , ma nella prospettiva di un ritorno alla logica educativa (che non è necessariamente paternalista!), aperta ai problemi della vita personale e comunitaria.

In questa logica, ben vengano le proteste degli studenti. La loro voce può suonare come uno stimolo vivificante, in uno scenario politico deprimente, com’è quello attuale. Purché non si limiti a chiedere che gli esami di Stato siano più facili. La vera contestazione, oggi, dovrebbe piuttosto esigere che esprimano una scuola diversa.

 *Ufficio Cultura – Diocesi Palermo

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domenica 28 novembre 2021

SCUOLA. NON SOLO VIRUS


Basta con le guerre puniche

 e 

con gli scritti della maturità?

È di questi giorni la presa di posizione del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani il quale, intervenendo al Tg2 Post si è chiesto se abbia ancora senso «fare tre o quattro volte le guerre puniche nel corso di dodici anni di scuola», quando invece oggi urge «impartire un tipo di formazione un po’ più avanzata, più moderna, a cominciare dalle lingue, dal digitale. Bisogna cambiare l’assetto».

Non è la prima volta che Cingolani mostra una certa avversione per le guerre puniche. Già in passato le aveva assunte come esempio eclatante dell’arretratezza dei nostri programmi scolastici. «Cosa hanno studiato a scuola i miei figli?», si era chiesto in quell’occasione. «Le guerre puniche, come me che ho 56 anni ma che appartengo alla generazione carta e penna». Si colloca sulla stessa linea la forte spinta che in questi giorni viene esercitata sul ministro della Pubblica istruzione Bianchi per mantenere anche quest’anno la formula adottata l’anno scorso per gli esami di Stato: un’unica prova orale, a partire da un elaborato su un tema in precedenza assegnato dal Consiglio di classe allo studente e riguardante una disciplina caratterizzante l’indirizzo di studi.

Nei giorni scorsi è stata avanzata su Change.org una petizione di studenti, che ha già superato le 40.000 firme, in cui si dice: «Noi studenti maturandi chiediamo l’eliminazione delle prove scritte all’esame di maturità 2022, poiché troviamo ingiusto e infruttuoso andare a sostenere un esame scritto in quanto pleonastico, i professori curricolari nei cinque anni trascorsi, hanno avuto modo di toccare con mano e saggiare le nostre capacità. L’ulteriore stress di un esame scritto remerebbe contro un fruttuoso orale indispensabile come primo passo verso l’età adulta».

Come si vede, non si invoca lo stato di eccezionalità legato agli impedimenti che la didattica ordinaria ha avuto in questi ultimi due anni di totale o parziale lockdown, ma l’inutilità intrinseca di un esame scritto come prova di maturità. Da parte sua il ministro non si è ancora pronunziato, ma ha lasciato capire che personalmente non vede alcun problema dal punto di vista culturale: «Il giudizio di quanto fatto lo scorso anno», ha dichiarato, «è buono. I ragazzi non hanno fatto tesine raffazzonate ma hanno colto questo momento di riflessione anche sulla loro condizione degli ultimi due anni». Bisogna dire che a insorgere contro questa ipotesi sono stati invece, i sindacati della scuola, i quali hanno unanimemente rivendicato l’importanza insostituibile almeno dello scritto di italiano.

Ripetitività degli studi e crescita umana degli studenti

Sulla base di queste ultime notizie dal fronte scolastico, non sembra azzardato osservare che il virus non è la sola minaccia che incombe sulla scuola italiana. Per quanto gravi siano stati i danni prodotti dalla pandemia e dalla conseguente necessità di ricorrere alla didattica a distanza (DaD), essi sono ancora solo dei disturbi passeggeri rispetto al pericolo di una radicale svalutazione culturale ed educativa che ormai da tempo minaccia la nostra istituzione scolastica e che sembra acuirsi ultimamente sotto la pressione dell’emergenza.

In realtà la polemica contro un sistema di studi che trascuri il presente per privilegiare unilateralmente il passato (le guerre puniche) sarebbe del tutto legittima. Ma supponiamo che il ministro Cingolani sappia quanto lontano sia oggi il curriculum di qualunque corso di studi da questo modello obsoleto. Le lingue e l’informatica sono da tempo entrate a pieno titolo nella nostra scuola e contrapporle allo studio della storia antica può avere solo il significato di una denunzia dell’inutilità di quest’ultima.

Vero è che gli stessi eventi storici vengono studiati più di una volta, via via che lo studente progredisce in età e passa da un livello all'altro di istruzione. Ma questo è ovviamente dovuto al diverso grado di maturità con cui egli si accosta allo studio del passato. Ritenere superfluo riprendere un argomento al superiore, dopo averlo studiato alla scuola primaria, sarebbe come pensare che sia inutile visitare da adulto una città dopo esserci stato da bambino con i genitori.

Peraltro il problema non si pone solo per la storia. Tutto il corso di studi è segnato da una apparente ripetitività che consente, in effetti, il progressivo adeguarsi dei ragazzi alla ricchezza di significato delle discipline che studiano. Qui la questione di fondo è se valga la pena dedicare tanto tempo a queste discipline.

Ciò che è utile e ciò che è importante

Perché nessuno può negare che, come ha detto il ministro Cingolani, oggi sia più utile studiare le lingue e l’informatica che non la storia, la lingua e la letteratura greca, la filosofia e che, se vogliamo adeguarci agli standard europei e del mondo occidentale, la scuola debba sempre più dare spazio alle prime rispetto alle seconde.

La questione è se davvero ciò che è più utile sia anche più importante. Oggi siamo portati a far coincidere i due concetti: qualcosa è importante se è utile. Il denaro, per esempio. Ma siamo sicuri che sia davvero così? Basta, per dubitarne, prendere semplicemente atto che qualcosa è utile se “serve” a qualcos'altro. Ma proprio ciò implica che non valga di per sé, bensì per quello a cui è funzionale.

Utili sono i mezzi. Una cosa importante, invece, deve esserlo di per sé, come lo è un fine. Siamo in una società dove domina quella che Max Horkheimer, uno dei fondatori della Scuola di Francoforte, definiva «ragione strumentale», vale a dire una razionalità tutta volta a conseguire dei risultati pratici, a scapito della valutazione della verità e del valore intrinseco della realtà. Oggi spesso le nostre vite si modellano su questo tipo di “ragione”, che ci permette di calcolare come fare ad ottenere un risultato o a raggiungere uno scopo, ma non di valutare se quel risultato o quello scopo valgano davvero la pena di essere perseguiti.

La ragione strumentale è cieca di fronte ai fini, perché è specializzata negli strumenti ed è essa stessa solo una strumento. Vediamo tutti gli effetti di questa deriva. Essa è particolarmente evidente nel predominio della tecnica, che si occupa appunto di elaborare i metodi e le procedure per raggiungere degli scopi, facendoli prevalere sulla capacità degli esseri umani di individuare e valutare, dal punto di vista del bene e del male, questi scopi. Che la scoperta dell’energia atomica sia utile è fuori questione. Ma può esserlo per distruggere una città – come è accaduto a Hiroshima e Nagasaki – , oppure per illuminarla.

Allo stesso modo l’abilità nell’utilizzazione dell’informatica è preziosa, ma può servire indifferentemente a scopi di pace o di guerra, a migliorare la vita di tutti o alla egoistica affermazione personale. La tecnica, essendo per sua natura fondata sulla razionalità strumentale, non può dire nulla, per definizione, su quale sia l’uso migliore da fare dei suoi prodotti.

Qualcosa di analogo vale per le lingue moderne, soprattutto per l’inglese, che sono una preziosa risorsa per la comunicazione, ma possono servire a comunicare qualunque cosa, sia messaggi d’amore che minacce di morte.

Naturalmente le si può studiare, come quelle antiche, nella loro valenza logica e nelle loro espressioni letterarie, ma non è certo in questo senso che ne parlava il ministro Cingolani e che oggi molti ne caldeggiano un ruolo sempre maggiore nella scuola. Dietro la loro posizione c’è la constatazione che l’economia ha bisogno di “capitale umano” qualificato nello svolgere certi ruoli e che l’Italia è ancora indietro, rispetto ad altri Paesi, nella formazione di questo “capitale”. Di passaggio sarebbe il caso di ricordare che con quest’ultimo termine si sono sempre indicati degli strumenti per produrre – denaro, macchinari, materie prime – , cose “utili”. È così sicuro che una persona possa essere ridotta a “capitale”? Ancora una volta siamo davanti al problema di ciò che è utile e ciò che è importante. 

Un essere umano vale solo perché “serve” a qualcosa? Qualcuno obietterà che è solo un modo per intendersi. Ma il linguaggio ci plasma e a forza di dire che la scuola deve produrre “capitale umano”, invece di parlare della sua funzione educativa, stiamo finendo per credere che studiare certe discipline “inutili” (ma importantissime) sia tempo perso.

Per una scuola che aiuti i ragazzi a “nascere”

Non si tratta solo di nozioni. Le guerre puniche, come qualunque altra vicenda storica, sono da studiare come punto di partenza di una riflessione critica che colga il senso degli eventi del passato per educare alla lettura di quelli del presente. Nella scuola l’insegnare (letteralmente: l’imprimere in qualcuno una conoscenza, un’abilità) è fondamentale, ma deve sempre essere finalizzato all’educare (dal latino e-ducere: condurre fuori, metafora dell’opera dell’ostetrico durante il parto).

La scuola dovrebbe educare a pensare e, attraverso questa riflessione, ad instaurare un corretto rapporto con se stessi., paragonabile alla nascita E su questo terreno il nostro sistema scolastico ha perduto negli anni molta della sua incisività.
Lo sbandamento umano a cui i nostri ragazzi sono in larga misura soggetti – non certo solo per colpa della scuola, ma senza che essa riesca ad arginarlo – si manifesta in molti modi, ma è spietatamente evidenziato dalla percentuale di neet («Neither in Employment or in Education or Training»), i giovani che non studiano e neppure lavorano, che nel nostro Paese, nella fascia tra i 18 e i 24 anni, nel 2020 è stata del 24,8%!

Qualcuno si chiederà che cosa c’entri in tutto questo l’eventuale abolizione dello scritto di italiano. La scrittura ha una funzione fondamentale nella formazione di una capacità di oggettivare i problemi, in una certa misura, anche il proprio mondo interiore. In un clima culturale che esalta l’emotività fino ai limiti dell’irrazionalità, è importante che si impari a fissare in un discorso organico sentimenti e pensieri per imparare a guardarli, per così dire, dal di fuori.

Altrimenti capita che la sola esperienza di scrittura sia quella che si realizza sui social, dove essa diventa espressiva di stati d’animo incontrollati e nebulosi. L’esame non è solo lo sbocco degli studi, ne è anche il punto di riferimento durante tutto il loro svolgimento. Un esame che include la prova scritta esige che negli anni di formazione gli studenti si esercitino a scrivere, per raccontare se stessi, le cose che studiano, il mondo.

Sopravviverà la nostra scuola al virus della sua “modernizzazione”? Dipende da tutti noi. Sarebbe ora che l’opinione pubblica si interessasse della sua sorte un po’ di più di quanto abbia fatto in questi ultimi anni. E che, invece di andare a dare pugni sul naso ai docenti, i genitori stringessero con loro un patto per aiutare i propri figli a nascere.

 

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