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giovedì 23 luglio 2026

COMUNITA', UNA RISORSA

 


“Cosa vuol dire


 comunità oggi?”


Il ternine comunità deriva dal latino communitas, formata da cum (con) e munus (dono o compito)

Il farsi dono, con spirito di servizio

-di Giovanni Petrini

Comunità è una parola misteriosa, ambigua, complessa ma anche molto affascinante, intrigante, rassicurante.

Proverò a sollecitare alcune riflessioni proprio a partire da questa lettura e tesi che condivido.

C’è una forte riemersione nel dibattito pubblico contemporaneo della parola comunità, un bisogno sempre più urgente di riconsiderarla.

È possibile notarlo in diversi ambiti, a partire da Facebook e dai Social Media User Generated che hanno preso la parola comunità e l’hanno messa al centro nel rapporto con il proprio cliente-utente, ma anche nel dibattito economico attorno ai beni comuni o ai beni relazionali, sul quale c’è un grande fermento di riflessioni e pratiche (come dimostra il Premio Nobel per l’Economia del 2019).

 Nuovo umanesimo

Il tema della comunità negli ultimi anni si è rivelato molto forte anche in alcune riflessioni filosofico-politiche.

La parola “Nuovo Umanesimo” è stata usata – più o meno consapevolmente – proprio per cercare di contrapporre a un mondo tecnologico e un’avanzata post-umana, le relazioni umane e il ruolo che l’uomo può svolgere nel mettersi alla guida della tecnologia senza rimanerne succube.

La comunità è poi espressione di molte pratiche dal basso, di organizzazioni che nascono tra cittadini: le Social Street sono una di queste esperienze diffuse anche in Italia, ad esempio, e nascono proprio dalla volontà di alcuni soggetti di mettersi insieme all’interno di una via e iniziare a scambiarsi informazioni, relazioni, progetti e ad aiutarsi.

È chiaro, dunque, che queste riflessioni tengono conto dei luoghi, come gli Oratori, come le Case Salesiane, come in generale le Parrocchie, in cui la parola è da sempre utilizzata e da sempre tenuta viva.

Perché questa parola sta emergendo sempre di più nel dibattito pubblico?
Perché sostanzialmente è una risposta, umana, naturale e comprensibile al fatto che nell’Ultimo secolo tutto si è accelerato, frammentato, complessificato ed espanso. L’accelerazione del tempo è legata alla spinta che il capitalismo ha dato allo sviluppo tecnologico per cercare di perseguire quello che da sempre lo muove: la produzione di ricchezza.

La frammentazione dell’esistenza deriva dal fatto che le grandi narrazioni del ‘900, in cui le persone si riconoscevano all’interno di una serie di categorie collettive – i lavoratori, gli impiegati ecc. – sono andate mano a mano frammentandosi.


Oggi noi siamo ciò che facciamo, ciò che vediamo, le frequentazioni che abbiamo on line e off line, i consumi e le cose che compriamo, gli spettacoli o prodotti culturali che consumiamo.

La nostra esistenza stata letteralmente frammentata e spesso questo – la convivenza con le molte sollecitazioni e anime – porta anche a delle difficoltà dentro di noi.

Spazio

Infine, l’espansione dello spazio.

Prima la globalizzazione ha aperto il mondo (con la possibilità di volare lowcost) e poi l’arrivo del digitale ha creato un mondo “fisico” parallelo a quello che invece viviamo nella realtà analogica.

Tutti questi fenomeni hanno impattato su di noi, soprattutto per una questione di scollamento tra la capacità dell’uomo di evolvere biologicamente e la tecnologia che invece accelera esponenzialmente.
Tutto questo non può non creare dei disagi e delle difficoltà, in alcuni casi dei veri e propri “mostri”, come quelli rappresentati nel bellissimo trittico di Francis Bacon.
Spesso sono difficoltà con cui tutti noi conviviamo e penso sia importante iniziare adirsi che oggi siamo tutti un po’ fragili, un po’precari, un po’ isolati, abbiamo tutti un po’ di ansie e proviamo tutti un po’ di rabbia in alcune circostanze.
Se da un lato si assiste quindi a un fenomeno di isolamento e allontanamento delle persone, dall’altro può iniziare invece un interessantissimo percorso attraverso il quale trovare una risposta a questo disagio.

A partire dal riconoscimento che non è più possibile parlare di “fragili” e “non fragili “ma piuttosto dell’esistenza di diverse fragilità e smettendo di rapportarsi uno a uno ma considerandoci tutti insieme, aiutandoci comunitariamente, questa risposta può avvenire.

Al di là delle patologie che necessitano di cure da parte di specialisti – perché la rabbia, la precarietà, l’ansia e l’isolamento possono sviluppare anche patologie per cui ci vogliono competenze specifiche – se rimaniamo in una dimensione più di percezione di vissuto quotidiano, noi pensiamo che il tema principale sia la solitudine o “privazione relazionale”.

Il vero problema che affrontato aiuterebbe a risolvere molto del brusio e delle fatiche quotidiane e consentirebbe di dedicare le giuste energie e il giusto tempo alle reali patologie e difficoltà, è proprio la solitudine.

 Solitudine

E questa solitudine richiama, in alcuni casi, una prospettiva di ricordo “dei bei tempi andati”, un racconto di quel mondo ideale antico in cui c’era una comunità, il paese, il villaggio in cui si viveva tutti insieme, le porte delle case rimanevano aperte, ci si conosceva tutti e ci si salutava per strada.
Questo è stato un modo di vivere della maggior parte della popolazione mondiale per secoli, se non millenni.

Dall’altra parte c’è invece una nuova dimensione che non è solo un ricordo dei bei tempi andati ma è invece una reale voglia di ricostruire e rilanciare la dimensione comunitaria, dimensione che è stata evidenziata in maniera chiarissima dal Covid.

La pandemia ha esacerbato e fatto esplodere delle difficoltà sia negli anziani che negli adolescenti e nei giovani, che sono i soggetti che più hanno sofferto e stanno soffrendo dell’isolamento sociale, ma ha anche fatto venir fuori una straordinaria voglia, ricchezza e capacità di rispondere all’emergenza e alla tragedia con un grandissimo fiorire di esperienze di solidarietà, condivisione scambio intergenerazionali.

È stato un grande movimento in cui tanti di noi si sono messi insieme e hanno cercato di capire come potevano aiutare gli altri, anche solo con una telefonata, un sorriso o un pacco consegnato.

Per rimettere al centro la comunità, quindi, non dobbiamo scivolare in queste dinamiche della memoria, ma cercare di recuperare ciò che c’era di buono nella dimensione comunitaria e diffonderla, praticarla, raccontarla e discuterla, soprattutto.
Non solo un tema di “azione” ma anche di “racconto”.
È necessario non solo comunicare con il fuori ma anche ridiscutere e dare un proprio significato a questa parola affinché venga vissuta concretamente.

Comunità è una “parola trappola” molto complicata, spesso usata come sinonimo di altro, ad esempio di “società”.

In realtà, se ci addentrassimo nello studio dell’evoluzione del modo in cui gli uomini stanno insieme, ci accorgiamo che la comunità è qualcosa che esiste “prima della società” e “dopo la famiglia”.

Questa riflessione la prendo dal libro “Comunità” di Marco Aime, antropologo insegnante all’università di Genova, che riporta i 5 elementi che storicamente, antropologicamente e sociologicamente riscontriamo nelle comunità.
Prima di tutto una comunità nasce con una dimensione spirituale, rappresentata da un SIMBOLO che, a prescindere dalla civiltà e dal tempo, riunisce le persone che ne fanno parte.

 Confine

La comunità ha sempre un CONFINE.

La prima immagine che viene in mente è il filo spinato, il muro.

Invece il confine semplicemente una linea che crea un “di qua” e un “di là”, una separazione quindi che si può anche varcare.

Il confine della comunità è quindi una linea, è un varco aperto poroso da cui io posso uscire, per andare a scoprire cosa c’è al di fuori della mia comunità e nel mondo, e in cui altri possono entrare.

Alla comunità serve un confine perché possa riconoscere e dire: “Noi siamo questi e gli altri sono fuori”.

Il tema è preservare la dimensione di identità, di stile, di uguaglianza, di modalità con cui agisce, senza però chiudersi, creare dei muri e quindi da Communitas, diventare Immunitas.

Il concetto dell’Immunitas è ben comprensibile se pensiamo al nostro corpo: i nostri anticorpi sono funzionali a rispondere a un attacco all’esterno, quando qualcosa entra nel nostro organismo si scatena una reazione immunitaria, dei meccanismi biologici che permettono al corpo di difendersi.
A volte accade che questo meccanismo vada fuori giri, perda il proprio controllo e inizi a rispondere anche quando non c’è nessuna aggressione: difendendosi contro qualsiasi cosa inizia a uccidere anche se stesso.
Le malattie immunitarie quindi portano anche alla morte della persona stessa per eccesso di autodifesa.

La trovo una bellissima similitudine con un rischio che corrono quelle comunità che si rifiutano di aprirsi a chi la pensa diversamente e portando all’estinzione del gruppo e alla morte della comunità stessa.

Riassumendo: la comunità ha un confine che resta sempre aperto ma che consente di dire: “Io sono dentro, tu sei fuori” e poi ci confrontiamo, parliamo, ne discutiamo.

Vuoi entrare? Ci sono delle regole. Vuoi uscirne? Perderò qualcosa ma otterrò della libertà.

Memoria

C’è poi un tema di MEMORIA, la comunità sì alimenta e si costruisce attraverso il racconto di chi c’era a chi verrà.

È un tramandare, ma una tradizione è anche “tradimento” (la radice latina è unica infatti, deriva dal verbo latino Tradĕre, che vuol dire “attraversare” ma anche “portare da una parte all’altra”).

La memoria passa ma questo passare non è congelare, conservare; qui c’è tutto il tema dell’inter-generazionalità: le persone più anziane raccontano e passano la loro esperienza e il loro punto di vista ma contemporaneamente devono accettare che i giovani, oltre a prendere e riconoscere questa memoria, allo stesso tempo la facciano loro attraverso una loro interpretazione.
La comunità quindi non è qualcosa che esiste e rimane sempre uguale a se stessa, ma che viene riletta e ridiscussa con il passare delle generazioni.

Generatività

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mercoledì 15 luglio 2026

COOPERARE PER VIVERE E PER CRESCERE

 


Dare senso ai luoghi: 

la cultura come infrastruttura di relazioni



Le associazioni possono essere vive e feconde, se valorizzano le relazioni (intra et extra), se producono socialità e cultura, se valorizzano le risorse interne ed esterne, evitando ogni forma di sterile autoreferenza e di vuota celebrazione.

Ricuce legami, genera fiducia e trasforma il patrimonio in un bene comune capace di costruire comunità e futuro. Per Giovanna Barni, presidente di Culturmedia Legacoop e curatrice del volume “Cartografie del possibile”, i territori rinascono quando cultura, cooperazione e partecipazione restituiscono senso ai luoghi, superando l’alternativa tra abbandono e turismo estrattivo. Al centro di questo cambiamento ci sono nuovi professionisti e organizzazioni che mettono in rete competenze, istituzioni e cittadini

di Daria Capitani

«Spesso pensiamo alla cultura come a un insieme di beni, monumenti, musei o eventi. In realtà, la sua funzione più importante è un’altra: creare significati condivisi, permettere alle persone di riconoscersi come parte di una storia comune e immaginare insieme un futuro possibile. È questo che la rende un potente generatore di relazioni». Giovanna Barni è presidente di Culturmedia Legacoop e delegata all’Innovazione di Coopculture.

Nel volume Cartografie del possibile, quaderno speciale di Economia della Cultura (edizioni Il Mulino), realizzato nell’ambito del progetto Changes – Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society (Pnrr), ha curato una mappatura nazionale di tre modelli di governance partecipata del patrimonio culturale: cooperative di comunità, partenariati speciali pubblico-privato e reti territoriali. Le abbiamo chiesto di aiutarci a leggere quei luoghi che, grazie alla cultura, hanno messo al centro l’umano e le relazioni.

C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
Perché la cultura è uno straordinario attivatore di connessioni?

Perché è prima di tutto una infrastruttura relazionale. Quando una comunità si riappropria del proprio patrimonio culturale, non sta semplicemente recuperando un edificio o organizzando un evento. Sta costruendo fiducia, collaborazione e capacità di agire insieme. In un’epoca segnata da incertezza, frammentazione e crisi dei legami sociali, la cultura offre uno spazio in cui persone diverse possono tornare a riconoscersi come parte di un progetto comune. Il patrimonio culturale produce valore quando smette di essere un oggetto da conservare o una risorsa da sfruttare e diventa un bene comune attorno al quale si costruiscono nuove relazioni tra cittadini, istituzioni, imprese e organizzazioni sociali. In questo senso la cultura è molto più di un settore: è uno spazio di cooperazione e una palestra di futuro.

Perché la cultura ridà senso ai luoghi?

Perché restituisce significato alle relazioni che legano persone, comunità e territori. Oggi ci troviamo spesso di fronte a due fenomeni apparentemente opposti: da una parte l’abbandono di interi territori e patrimoni culturali e naturali, dall’altra il loro sovrasfruttamento attraverso forme di turismo estrattivo. In realtà sono due facce dello stesso problema. Nel primo caso i luoghi vengono abbandonati perché perdono popolazione, servizi, opportunità e capacità di immaginare il proprio futuro. Nel secondo vengono consumati come prodotti, spesso senza generare benefici duraturi per chi li abita.

Come può la cultura invertire questa tendenza?

Ricostruendo il legame tra comunità, patrimonio e territorio. Ridare senso a un luogo non significa soltanto renderlo più attrattivo. Significa renderlo nuovamente abitabile, riconoscibile e generativo per chi lo vive ogni giorno. Molte delle esperienze raccolte nel volume Cartografie del possibile raccontano proprio questo: paesi che si organizzano in forma cooperativa per gestire servizi e patrimonio, reti territoriali che mettono insieme cultura, turismo, ambiente e produzioni locali, progetti che trasformano il viaggio in un incontro con le comunità e non semplicemente in un consumo di destinazioni. La vera differenza oggi non è tra più o meno turismo, ma tra turismo estrattivo e turismo relazionale o cooperativo. Nel primo caso il valore viene prelevato dai territori. Nel secondo viene generato e redistribuito attraverso relazioni stabili tra visitatori, comunità e luoghi. Per questo la cultura non è un elemento accessorio dello sviluppo territoriale. È spesso la sua precondizione.

Quanto contano e come interpretano la loro professione le persone che la rendono possibile?

Oggi il lavoro culturale sta cambiando profondamente. Per molti anni abbiamo immaginato il professionista culturale come uno specialista chiamato a conservare, gestire o comunicare un patrimonio. Oggi questo non basta più. Le persone che rendono possibili queste esperienze sono spesso figure ibride: progettisti multidisciplinari, animatori territoriali, costruttori di reti, fundraiser, mediatori tra mondi diversi. Ma c’è un aspetto ancora più importante. Queste competenze funzionano davvero solo quando sono inserite in organizzazioni capaci di cooperare, superando logiche individualistiche o competitive. Le esperienze più innovative mostrano infatti che il lavoro culturale è sempre più un lavoro cooperativo: tra professioni diverse, tra generazioni diverse, tra soggetti pubblici e privati, tra economia sociale e istituzioni. Per questo oggi non basta avere buoni professionisti della cultura. Servono organizzazioni capaci di mettere in comune competenze, risorse e responsabilità.

La cooperazione non rappresenta soltanto una forma giuridica. 

È un modo di organizzare lo sviluppo e di rendere possibile ciò che nessun attore potrebbe realizzare da solo. È ciò che accomuna i nuovi modelli di governance partecipata: le cooperative di comunità, i partenariati speciali pubblico-privato e le reti territoriali. In tutti e tre i casi ritroviamo gli stessi ingredienti: cultura, mutualismo e cooperazione. La cultura crea significato e riconoscimento reciproco. Il mutualismo trasforma una comunità in una comunità capace di agire. La cooperazione consente di mettere in rete competenze, risorse e responsabilità alle diverse scale territoriali. Questa combinazione rende i territori (e le associazioni che vi operano) più attrattivi, più competitivi e al tempo stesso più equi.

VITA

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sabato 20 giugno 2026

DISARMARE LAPACE

 


Testimoniare 

la pace
attraverso 

parole e relazioni




In occasione del Festival del Pensiero e del Dialogo 2026, dedicato al tema “Testimoniare la pace”, la direttrice scientifica Beatrice Balsamo firma una riflessione sul valore della pace come pratica quotidiana fatta di parole, relazioni e riconciliazione.

 -di Beatrice Balsamo *

La pace inizia nel quotidiano, nei pensieri, nelle parole, nei gesti di tutti i giorni, nel non dimenticare, nel preservare, nel saper ringraziare e riparare. È logos del quotidiano. 

La pace si coltiva a partire dalle relazioni, nel non chiudersi in assolutismi (in false interpretazioni), vendicatività, rancori, maldicenze, e raggiunge le istituzioni, la politica, il mondo. 

Di fronte a dissensi è buona cosa ritrovare la riconciliazione autentica, riconoscere e riparare l’errore, le mancanze, saper oltrepassare, per un Koinos Logos, discorso che accomuna, per una concordia, non personale, ma più grande. 

Per questo la pace è un processo, un percorso, un continuo formarsi e riformare. 

La radice biblica del vocabolo suppone infatti “compimento”, comprende non solo l’assenza della guerra, ma anche benessere, prosperità, giustizia, gioia, pienezza di vita. Così Spinoza (1632-1677) affermava, giustamente, che la pace non è soltanto assenza di guerra, è una virtù, uno stato d’animo che dispone alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia. Nella Nuova Gerusalemme (Ap. 21,1) Terra e Cielo si uniranno in armonia, persino gli animali tra loro ostili si riappacificheranno, lupo con agnello, leopardo con capretto, il bambino e la vipera (Is. 11,6-8). 

La Nuova Gerusalemme, ospiterà tutte le nazioni della Terra, che giunte alla Città Santa “forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci e un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is. 2-4). 

Ricordiamo che “guerra” è parola attestata in italiano a partire dal XII sec., sulla base dell’antica voce germanica “Werra” che in origine indicava semplicemente “lite”. 

Così la Pace che auspichiamo non è fatta di interessi economici o finanziari, dove la Pace di alcuni corrisponde alla guerra di altri. Cerca, soprattutto, di annullare l’inimicizia e riconciliare. 

Anche san Francesco (quest’anno ricorrono gli 800 anni della morte) pone questo auspicio al centro della sua Vita Santa. Ricordiamo il contrasto tra il vescovo di Assisi ed il Podestà (1225) e nessuno che ristabilisse la Pace e la concordia. Francesco dice ai suoi compagni: «Grande vergogna per noi che serviamo Dio che il vescovo ed il podestà si odino talmente l’un l’altro e nessuno si prenda pena di rimetterli in pace e nella concordia». Compose allora questa strofa da aggiungere alle Laudi: «Beati i pacifici, poiché saranno chiamati figli di Dio. 

Non si può sapere quanta pazienza e umiltà abbia in sé il servo di Dio finché gli si dà soddisfazione. Quando invece non gli verrà data soddisfazione, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta esattamente ne ha e non più». (Ammonizione XII). 

Così chi sono veramente gli operatori di pace? 

La VII Beatitudine è la più attiva, operativa: l’espressione verbale è analoga a quella usata nel primo versetto della Bibbia per la Creazione e indica iniziativa e laboriosità (Mt 5,1-12). Nella pace si colloca la crescita umana integrale, la dignità della persona, la destinazione universale dei beni, la solidarietà, la sicurezza alimentare, di salute, lavorativa, delle città, di un Paese. 

Il processo di costruzione della pace ha bisogno di strategie, di impegni formali, ma soprattutto di cuori pulsanti, prevede il fermo rifiuto della pena di morte, l’auto limitazione degli arsenali, della minaccia delle armi nucleari. 

La guerra è ripudiata dall’articolo 2 (paragrafi 3, 4) della Carta delle Nazioni Unite e in Italia dall’Art. 11 della Costituzione che recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa… assicura la Pace e la giustizia per le Nazioni e favorisce le organizzazioni internazionali a tale scopo». 

Purtroppo, ad oggi sono più di 70 gli stati coinvolti in guerre. 

Un grande uomo internazionalista, padre della solidarietà fra le Nazioni, Giuseppe Mazzini, nello statuto della Giovane Europa (1834) parla di Umanitarismo, considerando come fine della politica internazionale e dell’Europa, non gli interessi economici, gli affari, la potenza, ma una umanità più realizzata, in un patto comune (Art.19). 

Così il Logos deve farsi Koinos. Agli uomini spetta fare del loro Logos, carne viva della comunità: la parola umana, infatti, consente di incontrare pluralità e plasmare città e civiltà. 

Così, “ciò che sta tra noi” (in relazione) non è accidentale, perché in realtà è vitale, non è divisivo persino quando è conflittuale, non è artificiale perché dato e non costruito, non è neutro, bensì è il bene più grande di ciascuno. Per questo è necessario il continuo lavoro della costruzione della convivenza. Occorre “disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra! C’è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità. Mentre la guerra non fa che devastare le comunità e l’ambiente, senza offrire soluzioni ai conflitti, la diplomazia e le organizzazioni internazionali hanno bisogno di nuova linfa e credibilità. Le religioni, inoltre, possono riaccendere il desiderio della fratellanza e della giustizia, la speranza della pace. Tutto questo richiede impegno, lavoro, silenzio, parole” (papa Francesco, lettera Corriere della Sera del 14/03/2025, contenuti ripresi da papa Leone XIV 05/2025, Prolusione inizio pontificato e in Enciclica Magnifica Humanitas 2026). 

Le parole sono essenziali nel creare relazioni gentili e umane o gelide e ostili. Oggi, sempre più le parole sono portatrici di aggressività e impulso, sradicano le fondazioni etiche delle relazioni, dilagando in aree sempre più vaste della vita, da quelle quotidiane a quelle della vita politica, facendo ferite che continuano a sanguinare. La gentilezza e la mitezza di contro, sono forme di vita antitetiche a quelle divorate dall’insofferenza e dal contrasto e dovrebbero essere insegnate nelle scuole primarie e secondarie, nobilitando, di fatto la condizione umana. 

Bisogna operare per la guarigione della parola, per la sua umanizzazione, dalla parola ingannevole, falsa o impulsiva, violenta, alla “parola vera”, responsabile e sensibile, per vivere bene insieme, avere un’intesa, una visione, parlarsi per fare la pace, attuare la speranza. 

La pace è anche “speranza attiva”, come la visione e la promessa è prospettica, passione per l’ulteriore, ma anche per l’alternativa. Non si lascia vincere dalle difficoltà, è capace di trovare soluzioni alternative di salvezza, non è impaziente, non spende male il tempo, non liquida con frettolosità la partita, ma sa trovare altre possibilità operanti per il bene comune. È risposta perseverante, di riconciliazione e Concordia. Vorrei concludere con il santo di Assisi, nell’ottica della “Perfetta Letizia”: avere la pace nei propri cuori, essere disponibili al dialogo nella verità, nel rispetto, nella mutua comprensione, parlare soprattutto con la testimonianza della propria vita, comunicare con il proprio silenzio, con gli ardori del cuore, con lo zelo della fede, con la pazienza attiva, con il distacco dalle cose e persino da tanti aspetti della propria cultura, con l’Agape. Dando così credibilità alla pace. 

Conosciamo lo zelo apostolico e missionario di Francesco, come pure le sue prime esperienze missionarie che si pongono, negli anni caldi delle crociate a motivo del riscatto del Santo Sepolcro in Oriente e nell’ottica del Vangelo. Il Poverello nel 1219 volle partire per l’Egitto dove era in corso la quinta crociata indetta dal concilio Lateranense IV (1215), in compagnia di Fra Illuminato. Francesco si recò con zelo e fiducia dal sultano al-Malik al-Kamil (1180-1238) e si conquistò la sua amicizia. Del sultano Malik è stata ormai chiarita la figura: era realmente un uomo giusto e pio e non il ferocissimo sultano rappresentato in alcuni documenti cristiani che volevano evidenziare il carattere violento dell’Islam. Il sultano fu ammirato dal fervore e dal coraggio di Francesco, fino a concepire verso di lui una devozione ancora maggiore

Francesco era convinto dell’esistenza di un’altra via che si ponesse come alternativa alle crociate e alle dispute. 

 «I frati possono vivere il Santo Vangelo anche tra i musulmani, senza rinnegare la propria fede, bensì testimoniandola. Non si tratta di rinunciare all’annuncio, ma di mostrarlo attraverso la propria testimonianza di vita». (E. Scognamiglio, Francesco e il Sultano, EMP, Padova, p.67). 

Così il Santo sentì il bisogno di stare in pace con tutti gli uomini e di contribuire con la sua testimonianza di vita alla costruzione di una fraternità universale. 

La pace quindi è Logos quotidiano, Logos Koinos, Logos che accomuna, è Testimonianza, dal greco màrtys, “testimone”, è fedeltà, verità, perseveranza fino alla fine (martire) e in latino testis, “testimone”, che dà prova credibile, prova veritiera di Pace. 

Così la pace è pazienza di ricostruire Gerusalemme, come ai tempi di Neemia, “pezzo per pezzo, custodendo l’umano e il bene comune” (Leone XIV, Magnifica Humanitas, LEV p.180). 


*Beatrice Balsamo, Filosofa della Persona, Psicoanalista, specializzata in Etica, Comunicazione e Cinema. Collabora con l’Università di Bologna, Parma, Ferrara per l’insegnamento di Scienze Umane e Filosofia della Persona. 

È Presidente di APUN (APS) – Associazione Psicologia Umanistica e delle Narrazioni. Filosofia Arte Scienze Umane. Ideatrice del CINECare – Cinema per pensare, a sostegno dei più fragili, è Direttore scientifico dell’Evento internazionale MENS-A/ Pensiero e Dialogo, che si svolge nell’intera Regione Emilia-Romagna. 

Nel 2023 è stata conferita alla Prof.ssa dal Presidente della Repubblica, l’onorificenza di Cavaliere dell’ordine “Al Merito della Repubblica Italiana” per le tante iniziative culturali e sociali innovative e attenzione agli altri. 

Tra le sue numerose pubblicazioni: Amore sussurro di una brezza leggera (Effatà, 2013), Elogio della dolcezza ( Mimesis, 2017) e, con Mursia, Nella Bellezza. Quando la parola manca (2020). Saggezza gentile. In una scia di parole (2023). Visione Speranza Promessa (Ladolfi Ed. 2026)

Famiglia cristiana 

sabato 6 giugno 2026

UN'UMANITA' ALTERNATIVA

 


LA SFIDA DI PAPA LEONE 

PER UN'UMANITA' 

ALTERNATIVA


-di Giuseppe Savagnone 


La sfida

Magnifica humanitas non è un’enciclica sull’intelligenza artificiale. Certo, parla anche di questo. Ma è molto di più. In realtà essa si occupa dell’IA solo in quanto emblematica di una svolta epocale della nostra civiltà, in cui, nel contesto della rivoluzione digitale, il senso della persona sembra essere misconosciuto e modellato su quello delle macchine.

Papa Leone denuncia questo trend e, in nome di tutta la tradizione dell’insegnamento sociale della Chiesa, propone una visione radicalmente alternativa, richiamando l’analoga iniziativa – a suo tempo percepita come rivoluzionaria – del suo omonimo: «Con questo spirito, nel 1891 Leone XIII ha pubblicato l’Enciclica Rerum novarum, di cui con viva riconoscenza celebriamo quest’anno il 135° anniversario» (n.3).

Il parallelismo tra i due documenti è dato dall’essere stati entrambi ispirati dalla profonda crisi antropologica determinata da una rivoluzione industriale. Quella a cui ha dovuto dare risposta la Rerum novarum capovolgeva il rapporto tra l’essere umano e il suo strumento di lavoro perché, con la scoperta della macchina a vapore, quest’ultimo diventava il vero protagonista, rispetto a cui l’operaio diventava un “inserviente”. Oggi la rivoluzione digitale, con l’avvento dell’IA, addirittura conferisce a questo strumento una soggettività che sembra renderla autonoma e perfino darle un predominio rispetto alle persone umane.

Il vero pericolo non sono le macchine

Il pericolo, però, nell’uno e nell’altro caso, non risiede nelle innovazioni tecnologiche. L’enciclica respinge decisamente la tentazione di demonizzarle: «La tecnica non va considerata, in sé stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto “fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 69)» (n.4).

Al tempo stesso, tuttavia, appare inadeguato il luogo comune secondo cui la tecnica sarebbe di per sé neutra, cosicché i problemi nascerebbero esclusivamente dall’uso che se ne fa. Come osserva il papa, in quanto è basata sulla logica dell’efficienza e della produttività, «la tecnica non è un semplice strumento e (…), quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante» (n.92).

E la minaccia che, secondo Prevost, oggi corriamo nel tempo dell’IA, è che «la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche» (n.92).

In realtà, la logica puramente funzionale delle macchine diventa realmente pericolosa perché alcuni gruppi di potere la utilizzano per i propri scopi e, mascherando tali interessi dietro una finta asetticità, veicolano attraverso di essa una cultura e delle forme di vita personale e sociale funzionali ai loro interessi: «La tecnologia (…) non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa» (n.9).

Non è più lo Stato la minaccia, ma «attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi» (n.5). E «quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze» (n.95).

La posta in gioco

La posta in gioco, in definitiva, è l’identità dell’essere umano. Una cultura ispirata alla logica delle nuove macchine «lascia intendere che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti. In una simile prospettiva, la persona finisce per essere ridotta a mezzo per ottenere risultati, a risorsa da usare e sfruttare, e non viene più riconosciuta come fine in sé, mai strumentalizzabile» (n.51).

Questa, che papa Leone definisce una «ideologia» (contrariamente alla tesi corrente che esse siano morte), è agli antipodi della concezione che la Chiesa, sulla base della Rivelazione, ha della persona. «Al centro della visione cristiana dell’essere umano sta la grande affermazione secondo cui uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza del Dio trinitario (cfr. Gen 1,26-27). (…) La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno» (n.50). Perciò «il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce, ed esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone» (n.51).

Misconoscere questa verità fondamentale non è solo un errore teorico, ma ha conseguenze drammatiche sul piano pratico. Un esempio particolarmente impressionante è la riduzione del lavoro umano da espressione della persona a mero strumento, soggetto alla logica efficientista delle macchine e modellato su di essa: «Oggi, l’intreccio tra automazione, robotica e IA sta trasformando rapidamente la struttura stessa del lavoro (…). I lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora» (n.150).

Il venir meno del bene comune

A essere tradita, in questa visione distorta delle persone, è prima di tutto la loro dimensione relazionale, ancora una volta centrale nella prospettiva cristiana: «Costitutivamente fatta per la relazione, ogni persona è pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato» (n.50).

Questa concezione viene meno nella visione odierna della società come somma di individui, ognuno dei quali ha il diritto di cercare il proprio interesse, prescindendo da quello degli altri: «È un’illusione pensare che basti cercare il proprio progresso per contribuire al bene di tutti, senza doversi realmente preoccupare degli altri (…). Il bene comune è un plus, risultato dell’interazione e dell’influenza reciproca che collega diverse azioni, iniziative, sforzi e decisioni. Se si sommassero semplicemente i beni individuali, non si potrebbe spiegare l’esistenza di questo plus che li supera e allo stesso tempo li arricchisce» (n.61).

Perciò è indispensabile l’intervento dello Stato, non solo per redistribuire la ricchezza prodotta dall’economia, ma per impostarne correttamente i processi: «Nell’epoca dell’IA e della robotica non è più possibile affidarsi alla sola “mano invisibile” del mercato: la politica ha il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale e un’equa distribuzione dei benefici dell’innovazione» (n.163).

Tutto questo, proiettato a livello planetario, comporta la dura condanna del papa nei confronti delle «nuove schiavitù» che la logica del profitto produce, a dispetto della «mano invisibile». A questo proposito Leone non passa sotto silenzio l’indifferenza o addirittura la complicità della Chiesa nei confronti di quelle del passato. «Si tratta di una ferita nella memoria cristiana a cui non possiamo considerarci estranei (…). Per questo, a nome della Chiesa, domando sinceramente perdono» (n.176).

Una condanna che si allarga alle nuove forme di colonialismo che nell’era digitale assumono «un volto inedito» (n.178), ma non meno disumano. E, più in generale, a tutte le offese che la logica del potere infligge oggi agli esseri umani, come emerge anche dagli scenari internazionali: «Se guardiamo alle dinamiche mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze» (n.185).

La torre di Babele e il modello di Neemia

Ma questo, denuncia papa Leone, è una sfida a Dio, oltre che agli esseri umani. Per questo, per evidenziarne la drammatica gravità, la paragona a quella con cui, nel racconto biblico, gli uomini costruirono la torre di Babele, simbolo di arroganza e di orgoglio illimitato.

Alla vicenda di Babele, conclusasi nel caos dell’incomunicabilità, il papa contrappone quella di Neemia, che, davanti alle rovine di Gerusalemme, ne intraprende la ricostruzione chiamando a parteciparvi tutte le componenti del popolo. «Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme» (n.9).

Da qui la pressante esortazione: «Evitiamo, dunque, la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni (…) Scegliamo, invece, la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio (…) trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità» (n.10).

I poveri, i migranti e la guerra

Su alcuni punti l’enciclica si presenta come una vera e propria sfida agli slogan e alla prassi delle nostre società. Sono questi aspetti che, secondo il papa, la rendono purtroppo immagine della torre di Babele. Così quando Leone ricorda che tutta la tradizione cristiana, pur legittimando la proprietà privata, l’ha sempre subordinata alla destinazione universale per cui «i beni della terra – il suolo, l’acqua, l’aria, le risorse naturali – sono donati da Dio all’intera famiglia umana perché sostengano la vita di tutti, oggi e nelle generazioni future, e che ogni persona ha un diritto originario all’uso di tali beni» (n.65).

Ciò è in radicale contrasto con ciò che accade oggi: «La ricchezza mondiale è cresciuta in termini assoluti, ma si è accentuata la concentrazione in poche mani e si sono allargati gli squilibri, sia tra i Paesi sia all’interno di uno stesso Paese» (n.161).

Sulla stessa linea anche la presa di posizione di Leone sul problema dell’accoglienza, in un momento in cui sia negli Stati Uniti che nei Paesi europei viene esaltata una logica sempre più difensiva e addirittura si parla di “reimmigrazione”: «Un banco di prova decisivo per la giustizia sociale oggi è rappresentato dalla condizione dei migranti, dei rifugiati e di quanti sono costretti a spostarsi a causa della povertà, della violenza, dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali. Il modo in cui una società li tratta mostra se la sua idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità» (n.81).

Un altro punto in cui la divaricazione è netta è quello delle armi e della guerra. Il papa ricorda che anche durante la guerra fredda il problema era di contribuire tutti alla costruzione della pace attraverso un progressivo disarmo. «Oggi, invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso» (n.190).

Alla base, c’è «la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche», perché «le industrie degli armamenti e i Paesi che forniscono armi traggono profitto da un mercato che prospera proprio grazie ai conflitti» (n.193).

Sfidando «un falso realismo che ripete che alternative non esistono» (n.188), Leone dichiara senza mezzi termini, sulla linea dei suoi predecessori, che «oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto» (n.192).

L’enciclica fa dei chiari riferimenti ai conflitti in corso: «Riemerge la tentazione di costruire l’identità collettiva contro un nemico, alimentando narrazioni in cui ciascuno si presenta come vittima legittimata alla rivalsa (…) La forza del diritto internazionale viene così sostituita dal preteso “diritto del più forte”» (n.202).

L’appello

Alla fine, ritornano le parole con cui si apre l’enciclica: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» (n.1).  

Citando Tolkien, il papa invita non solo tutti i fedeli, ma tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a realizzare questa scelta cominciando dalla loro piccola cerchia: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare» (n.213). Anzi, cominciando da sé stessi. Perché «la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi» (n.130).

www.tuttavia.eu

Immagine di Gandalf’s Gallery da Flickr

 

 

martedì 12 maggio 2026

COMPETENZE SCOLASTICHE

 


Competenze

 scolastiche in Italia: 

solo il 57% 

dei quindicenni 

raggiunge 

i livelli di base

 in matematica

 e lettura.


Di Giuseppina Bonadies

 Il Rapporto Innocenti 20 dell’Unicef, dal titolo “Unequal Chances”, lancia un allarme inequivocabile sulle condizioni di vita dei minori.

 L’analisi prende in esame 44 nazioni ad alto reddito, dimostrando come il divario di ricchezza finisca per schiacciare le opportunità di crescita individuale fin dalla prima infanzia. La povertà infantile colpisce ancora più di 1 bambino su 10 in queste società considerate prospere.

Esiste un problema strutturale profondo: l’accumulo di risorse al vertice della società fatica a tradursi in benefici concreti per le fasce più vulnerabili, creando ostacoli difficili da superare senza interventi legislativi mirati.

Salute fisica e mentale legate al reddito

I ricercatori dell’Unicef forniscono prove chiare su quanto vivere in contesti svantaggiati peggiora la salute fisica e psicologica. I bambini e i ragazzi che crescono all’interno di famiglie con scarse risorse economiche affrontano rischi maggiori fin dai primi anni di vita, registrando tassi più alti di mortalità e obesità infantile.

Scavando nelle statistiche fornite dall’indagine, emerge che oltre il 25% dei giovani risulta in sovrappeso. Tale fenomeno deriva spesso da un accesso limitato a cibi sani, frequentemente sostituiti da alimenti ultra-processati a basso costo, e da una ridotta possibilità economica di praticare sport con regolarità.

Il peso delle preoccupazioni finanziarie della famiglia si scarica inesorabilmente sulla serenità quotidiana dei figli. La tensione legata alla fatica di arrivare a fine mese genera un forte stress nei genitori, che finisce per alterare le dinamiche domestiche. Gli adolescenti costretti a vivere in ristrettezze materiali mostrano livelli inferiori di soddisfazione per la propria esistenza, sentendosi spesso emarginati rispetto ai coetanei provenienti da ambienti privilegiati.

Le conseguenze sul rendimento scolastico e sulle relazioni

L’indagine dell’agenzia ONU sposta poi l’attenzione sulle competenze accademiche e sociali, portando alla luce uno scenario preoccupante per l’intero sistema d’istruzione. Arrivati all’età di 15 anni, oltre 1 studente su 3 risulta del tutto privo delle competenze di base in lettura e matematica. Le nazioni caratterizzate da una forte disuguaglianza di reddito tendono, di fatto, a registrare risultati didattici inferiori nella media della popolazione studentesca. Il background familiare continua a pesare in maniera decisiva sul profitto scolastico.

La mancanza di stabilità economica plasma inevitabilmente anche le dinamiche relazionali. I giovani meno abbienti patiscono un accesso ridotto a risorse educative adeguate, come libri o dispositivi digitali, e sono spesso tagliati fuori dalle attività ricreative extrascolastiche.

Questo limite strutturale restringe le loro occasioni di pura socializzazione. Il risultato è un deterioramento dei rapporti tra pari fin dalla tenera età, un fattore che alimenta l’isolamento e blocca sul nascere le possibilità di stringere legami duraturi.

La voce dei ragazzi: discriminazione e bullismo

Il documento Unicef sceglie di dare spazio alle testimonianze dei giovani, raccolte attraverso diversi focus group organizzati in 6 Paesi. I partecipanti individuano l’esclusione per motivi economici come una consuetudine diffusa tra i banchi di scuola. I ragazzi vivono sulla propria pelle il peso delle differenze di classe sociale nella loro quotidianità, percependo barriere invisibili eppure invalicabili.

I giovani intervistati denunciano la presenza di severi episodi di bullismo scatenati dall’aspetto fisico o dalla disabilità, dinamiche in cui il disagio emotivo raggiunge picchi insopportabili. Durante le interviste, un ragazzo italiano ha confessato: “Mi metto in un angolo e piango.

Raccontando la vita in classe, un altro adolescente del nostro Paese ha spiegato che un suo compagno autistico viene continuamente preso in giro a scuola, aggiungendo subito dopo con coraggio: “Cerco di difendere i miei compagni che vengono trattati ingiustamente.

Altri ragazzi hanno puntato il dito contro le spietate aspettative estetiche imposte dalla comunità. Un giovane italiano ha infatti riferito come, passeggiando in centro città, chi è privo di una specifica fisicità venga sistematicamente isolato dal gruppo. In Cile, un intervistato ha spiegato con estrema lucidità che l’appartenenza a un ceto meno abbiente condiziona in modo irreversibile le scelte lavorative e il futuro dei cittadini, limitando le possibilità di riscatto.

Focus Italia: tutti i numeri e le percentuali del nostro Paese

Esaminando le tabelle del report, la penisola italiana ottiene il 12° posto nella classifica generale del benessere infantile, calcolata su 44 nazioni. Analizzando le specifiche dimensioni di indagine, il nostro Paese si piazza al 17° posto per la salute fisica e al 10° posto per il benessere mentale. Scivola invece al 25° posto per le competenze dei ragazzi.

I numeri sulla condizione finanziaria tratteggiano una situazione severa. Il tasso di povertà infantile si attesta al 23,2%, un valore allarmante che richiede un profondo ripensamento del welfare. La disuguaglianza di reddito segna un rapporto di 5,35 tra le fasce più ricche e quelle più povere della popolazione.

Sul fronte della salute fisica, il tasso di sovrappeso calcolato tra i 5 e i 19 anni coinvolge ben il 27,9% dei giovani italiani. Il tasso di mortalità registrato nella fascia di età compresa tra i 5 e i 14 anni si ferma allo 0,81 per mille.

Passando al benessere mentale e alle abilità sociali, la percentuale di ragazzi di 15 anni che dichiara un’alta soddisfazione per la propria vita raggiunge il 73%. Il delicato indicatore relativo ai suicidi giovanili, misurato tra i 15 e i 19 anni, segna un tasso del 2,8 su 100.000 ragazzi.

In ambito prettamente scolastico, le statistiche confermano le difficoltà già accennate in precedenza. Solo il 57% degli studenti italiani di 15 anni possiede una competenza accademica di base in matematica e lettura. Nelle relazioni interpersonali all’interno degli istituti, il 76% degli intervistati della stessa età dichiara fortunatamente di riuscire a stringere amicizie in modo facile e spontaneo.

Il rapporto Unicef

Orizzonte Scuola