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venerdì 23 giugno 2023

QUANDO LA SCUOLA FALLISCE


 La lettera di un alunno bocciato:

 Nella tua indifferenza mi hai lasciato indietro, presa com’eri a giudicarmi”

 

- di  Laura Bombaci

 

Giugno, si sa, è periodo di scrutini: è il momento dell’anno in cui gli studenti conoscono il proprio risultato che si riassume l’intero anno scolastico, che si tratti di bocciatura, promozione o sospensione del giudizio. Un ragazzo che ha appena scoperto di dover ripetere l’anno ha inviato una lettera-sfogo a Skuola.net, nella quale ha accusato la scuola di essere la causa del suo fallimento.

Ecco le parole del ragazzo, che ha preferito rimanere anonimo:

“Cara scuola, Oggi scrivo a te, che mi hai rifiutato… per dirti tutto quello che penso… per liberarmene, perché mi mangia dall’interno, e per quanto sia sconvolto, triste ed arrabbiato, so che questo è un male. Poi… Giuro, butto questa maledetta penna e non scrivo mai più, basta racconti, basta poesie, basta saggi e argomentazioni, che ovviamente paiono belli solo a me! Basta sperare inutilmente!
Io ci ho provato, sai? Tu forse non te ne sei accorta, così presa com’eri a giudicarmi, misurarmi, valutarmi, numerarmi, da dimenticarti totalmente di conoscermi, ascoltarmi, comprendermi! Sono entrato qua dentro pieno di curiosità ed entusiasmo, avevo voglia di imparare cose nuove, conoscere e comprendere, lo giuro! Mai nemmeno nei miei peggiori incubi avrei potuto immaginare quello che poi è capitato.
Il trauma dell’isolamento, la difficoltà a rientrare e riabituarmi a un modo di stare insieme, che non mi apparteneva più. E tu, che dovevi essere il mio faro nel buio, il mio punto di riferimento? Tu hai negato il mio smarrimento, mi hai fatto sentire sbagliato e inadeguato nel mio dolore, non era più colpa del trauma, ma era colpa mia che non sapevo fingere che non fosse successo niente, che non riuscivo ad andare avanti, non abbastanza concentrato, non abbastanza performante per te! E allora nella tua brutale indifferenza hai semplicemente deciso di lasciarmi indietro! Inutile perdere tempo con me, sono rotto non funziono più, non almeno come vuoi tu!
Cosa ne puoi sapere tu, del macigno che mi è piombato sul cuore quando alla fine del trimestre i miei suggerimenti di recupero scritti nero su bianco sono: ‘studio individuale’… Studio individuale??? Ma che speranza ho di farcela da solo, se non ci sono riuscito nemmeno con il professore? E quando provi a chiedere perché non ci sia un corso di recupero la risposta ti ferisce come una coltellata al cuore: ‘Non ci sono i numeri per organizzare un corso di recupero. Numeri? Noi non siamo numeri!!! Io non sono un numero! Perché alla fine, secondo me, il problema si riduce semplicemente a questo, tu hai dimenticato il tuo ruolo, che non è quello di selezionare esseri umani, ma quello di formarli. È facile pensare che sia solo colpa mia, vero? Ma una coscienza ce l’hai? Io mi prendo le mie responsabilità, perdo un altro anno perché non mi sono impegnato abbastanza! Ma forse è arrivato il momento che anche tu ti prenda la tua, hai perso un altro studente perché hai perso di vista il tuo ruolo. Cara scuola, sei riuscita a fare spegnere nel mio cuore il desiderio di imparare, mi hai fatto sentire sbagliato, mi hai brutalmente giudicato e non hai saputo tendermi una mano quando ti chiedevo aiuto. Io ti accuso, lo faccio qui pubblicamente e ti prego di fare una seria riconsiderazione su quello che è il tuo ruolo, stai distruggendo un’intera generazione. Vergogna. Io sono l’emblema del TUO fallimento. L’ennesima occasione persa!”.

 La scuola FALLISCE perché boccia o perché non lo fa abbastanza?

Ci sarebbe molto da dire su queste parole. Nel pensiero dello studente sembra riecheggiare quello che da tempo dice lo psichiatra Paolo Crepet, secondo il quale la scuola è fallita, anche se, a suo avviso, proprio in quanto non boccia più. Ecco le parole dell’esperto: “Il 99% dei ragazzi che oggi si trovano inseriti in un percorso studi, viene promosso. Basta che si respiri si viene promossi. La scuola è fallita. Avete mai visto genitori o ragazzi in sciopero generale contro questo dato evidentemente catastrofico? No, perché va bene che quel diploma non conti nulla, perché va bene che metta sullo stesso piano tutti, chi si è sforzato di fare, con chi non ha fatto nulla. Non credo che in questi anni le difficoltà siano aumentate da parte dei professori”.

“Certo che sei più fragile se stai tutto il giorno solo davanti al cellulare. Come si frequentano i ragazzi? Con un emoticon?”, ha aggiunto lo psichiatra.

Il sondaggio sugli esami di maturità

Gì Esami di Stato di fine superiori sono effettivamente da “buttare”? O riescono effettivamente a misurare la “maturità” degli studenti?

 

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Tecnica della scuola


 

sabato 10 dicembre 2022

ESISTERE, NON SOLO VIVERE


Il fattore umano fa sempre la differenza: lo dimostrano le esperienze didattiche ed educative della scuola italiana “Aldo Moro” di Bucarest

 

- di Giulia Sponza

 

Sono sempre più numerosi i ragazzi, madrelingua rumena, che scelgono di iscriversi alla scuola internazionale italiana “Aldo Moro” di Bucarest dove mi trovo ad insegnare anch’io per il secondo anno consecutivo.

Il fenomeno in effetti è strano e merita di essere indagato.

Senza dubbio va detto che il sistema scolastico rumeno ha la fama di essere molto rigido e rigorosamente improntato alla valutazione. Per converso, in Italia, anche di recente, si è acceso il dibattito sull’opportunità o meno di “dare voti” agli studenti durante il loro percorso di studio, tanto che alcune scuole della penisola hanno già avviato questo processo di innovazione sostenendo che valutare rischia di spegnere ogni passione per lo studio e, più in generale, per la conoscenza ed il sapere.

Qui in Romania siamo ben lontani da questo tipo di sensibilità: pur avendo infatti abolito le cosiddette “scuole speciali”, non è tuttavia contemplata quella che, nel nostro Paese e non solo, viene definita cultura dell’inclusione: alunni Bes, Dsa, Dva, Adhd eccetera. Queste “categorie”, che comunque rientrano nella normativa vigente, mancano di un reale supporto rappresentato in Italia da insegnanti di sostegno ministeriali. Esiste insomma una significativa distanza tra il corpo docente e gli studenti sia per quanto attiene alla didattica in senso stretto, sia per quanto concerne il rapporto educativo che la scuola dovrebbe, almeno in parte, garantire.

Fatta questa doverosa premessa, risulterà forse più chiaro l’incrementarsi delle iscrizioni di alunni rumeni alla scuola italiana. Si tratta ahimè di ragazzi con un vissuto non sempre lineare: approdano quindi al nostro istituto con una serie di disagi cui si aggiunge la difficoltà di impattarsi da subito con una lingua complessa come la nostra.

C’è da chiedersi allora perché mai studenti rumeni decidano di frequentare la scuola italiana e non invece quella americana o francese o inglese. L’inglese poi, ormai da tempo lingua veicolare, è conosciuto discretamente da quasi tutti i rumeni che mostrano di possedere una certa dimestichezza con le lingue straniere molto più di noi italiani, notoriamente refrattari ad apprenderle.

Un’altra ragione per cui sempre più famiglie si rivolgono alla scuola italiana è legata indubbiamente ai costi: le rette di altri istituti sono esorbitanti e pertanto inaccessibili alle possibilità finanziarie di un cittadino rumeno della classe media.

C’è tuttavia un altro elemento niente affatto trascurabile che va dunque considerato: lo chiamerei “fattore umano”. Mi limiterò a due esempi per documentarlo.

Lo scorso anno arrivò, a fine aprile, nella nostra seconda media, Francesco (nome di fantasia): rifiutato in Italia dalla madre, il padre rumeno decise di portarlo in Romania ospite dei nonni e di una zia. Situazione scolastica sottozero. Contattata la scuola italiana di provenienza del ragazzo, ci confermano il livello molto scarso. A fine anno scolastico ci mancano gli elementi minimi per una valutazione adeguata che gli consenta di passare in terza. Se lo avessimo fermato in seconda, ci sarebbe stato il rischio, a detta del padre, di doverlo riportare in Italia contro la volontà stessa del ragazzo. Davanti a questo impasse, con il consiglio di classe e la preside, si decide di lasciarlo in seconda durante il primo quadrimestre del nuovo anno scolastico e di portarlo in terza durante il secondo quadrimestre per consentirgli di sostenere comunque la prova d’esame. Forse in Italia non sarebbe stata possibile una simile scelta; e tuttavia questa opzione è destinata ad alimentare la speranza del ragazzo, oltre che puntare alla persona nel tentativo coraggioso di restituirla a sé stessa.

Un altro esempio riguarda Luigi (nome di fantasia) che a settembre si iscrive alla Aldo Moro nella classe terza media. Non sa una parola di italiano e vive un forte disagio comportamentale. Da subito convochiamo la madre e cerchiamo di capire perché Luigi sia approdato alla nostra scuola non essendoci motivi chiari che lo giustifichino. La tensione si fa sempre più alta: Luigi rifiuta qualsiasi proposta, disturba in classe, non accetta di lavorare nemmeno utilizzando la lingua inglese con quei docenti che, conoscendola, sono disposti ad usarla con lui. Nonostante la situazione sembri irrimediabile, alla fine una soluzione si trova: c’è in Italia una docente di lingue, laureata anche in rumeno, che accetta di trasferirsi a Bucarest e di lavorare nella nostra scuola facendosi carico di Luigi: escono insieme dalla classe per alcune ore, per altre invece alunno e docente partecipano alle lezioni e pare se ne possa venire fuori con dignità. A confermarlo un colloquio della madre di Luigi che, rivolgendosi alla preside della scuola, le dice senza mezzi termini: “Nessuno ci ha mai trattati così!”.

Nell’incipit del podcast uscito lo scorso 6 dicembre e dedicato alle sue lezioni sul Senso Religioso, Giussani rileva che “con il reale si vive, con l’ideale si esiste”. La differenza, prosegue, sta nel fatto che “gli animali vivono, l’uomo solo, esiste, dove la parola esistenza dice di una dignità per cui il vivere diventa cosciente di uno scopo, cosciente di un senso”.

Ben descrivono, queste affermazioni, l’ideale che intendiamo perseguire alla scuola Aldo Moro di Bucarest. Tentativi ironici, i nostri, ma destinati a permettere che tutti gli studenti provino essi pure ad esistere invece di limitarsi a vivere.

 

Il Sussidiario

giovedì 4 agosto 2022

ESAMI DI MATURITA'. QUALE SENSO?


 È il pomeriggio dopo il primo scritto della maturità. Mi godo, orgoglioso, le scelte della mia quinta: 19 su 23, cioè l’83%, ha scelto la prova di letteratura (analisi di una poesia di Pascoli o di stralci da una novella di Verga), in Italia appena il 19%. Ottimo segnale, l’esperimento ha funzionato. Quale? Leggere per cinque anni classici in versione integrale, dall’Odissea alle Operette morali, dall’Inferno agli Ossi di seppia. Liberi dalla paragrafite, adesso non hanno bisogno di rifugiarsi nella tipologia C, il covo delle tracce per disperati, dove è risaputo che basta scrivere quattro luoghi comuni sul Covid o su internet: in Italia l’ha scelta il 35%, qui nessuno.ation 0:57

Vanno avanti per sei ore, e alla fine nessun compito somiglia a un altro. La piattezza dei quesiti ministeriali viene spazzata via dalla familiarità con i testi letterari e con il libro dell’esperienza. Non sciorinano discorsi precotti sul verismo, ma scoprono differenze fra gli occhi “neri, grandi, nuotanti in un fluido azzurrino” eppure “offuscati dall’ombrosa timidezza della miseria” di Nedda e quelli “ridenti e fuggitivi” di Silvia; non essendo ostriche abbarbicate allo scoglio del manuale, si salvano dalla fiumana delle frasi fatte sulla società siciliana dell’Ottocento e, quando la protagonista piange dando “alla luce una bambina rachitica e stenta”, intercettano, al bordo dell’amarezza per la sua sorte d’infelicità, il segno di un immenso amore; si chiedono anche se a qualcuno importi di quelle remote lacrime e delle loro più fresche, perché il dolore ti stravolge i lineamenti ma “in fondo è bello avere un cuore”. Su questi fogli non duellano un paragrafo e uno studente, ossia due avatar, ma si incontrano due soggetti reali: questo testo e questo ragazzo.

La sera fra la prima e la seconda prova il concerto a Bari di Vasco Rossi mi mette in testa, oltre all’adrenalina di Siamo solo noi, un altro refrain: “Voglio trovare un senso a questo esame / anche se questo esame un senso non ce l’ha”.

Mi sfugge, per esempio, quale sia il senso del colloquio orale: interrogare ancora? Sei insegnanti interni non dovrebbero aver già verificato e straverificato per un anno o due o tre o perfino cinque? Fino all’ultima ora dell’ultimo giorno dell’ultimo anno si sbaverà dietro un’ultima domandina, tre minuti a testa?!? O il senso sarà forse dimostrare chissà a chi quanto uno studente sa? A sentir balbettare di fascisti alleati con i nazisti e di atomiche su Hiroshima, l’impressione è che l’asticella si assesti a poco più che a un’infarinatura da camionista, che stride con il pallore di un mese lontano dal mare; quanto al latino, diplomarsi allo Scientifico equivale a uscire da Scienze applicate.

Da qualche tempo l’orale verte sui “nodi concettuali”: il rapporto uomo-natura, la crisi del soggetto, il progresso eccetera. Qual è la prassi? In italiano di progresso parla Verga, in inglese ne parla Dickens, in storia la rivoluzione industriale. A mancare è la semplice domanda: tu, a proposito del progresso, cosa dici? Perché “progresso” è l’argomento, ma la tua tesi quale sarebbe? I monologhi oscillano fra la ripetizione dei paragrafetti e qualche sventolata di opinionismo da bar, entrambi nemici della conoscenza affettiva, ossia di un giudizio personale non dopo ma dentro quello che si studia. Forse nessuno, a questi ragazzi, ha insegnato ad argomentare. C’era sempre da interrogare sul paragrafetto. Bastava poi che si aggiungesse un qualsiasi slogan posticcio del tipo “bisognerebbe rispettare l’ambiente” oppure “al giorno d’oggi i giovani vivono attaccati al cellulare mentre i veri valori sono altri” perché se ne elogiasse lo spirito critico.

Eppure l’ordinanza ministeriale parlava chiaro: “argomentare in maniera critica e personale”, “interdisciplinare”, “evitando una rigida distinzione” tra materie. Ci vorrebbe un discorso compatto, che attraverso passaggi logici documentati sviluppi una tesi. Ma dopo anni di steccati invalicabili fra le discipline, ci si illude di una miracolosa improvvisazione in extremis?

Qualche esempio di interdisciplinarità: l’ipersfera del Paradiso dantesco nella lettura del fisico Patapievici; Heisenberg e il Titanic come punti di collisione del positivismo comtiano; il rapporto fra verità e bellezza nello Zibaldone come sintesi fra la geometrizzazione illuminista e la sensibilità poetica: differenze rispetto a Keats.

In assenza di tale habitus, non resterà che delirare tra collegamenti strampalati, che sono la tomba di ogni serio percorso disciplinare e interdisciplinare. A molti ragazzi hanno già messo nero su bianco, in largo anticipo, non solo quali saranno i nodi, ma anche quali argomenti per ogni materia e in quale ordine dovrà esporli: ritagliarsi un angolino per sé è un’eventualità non contemplata.

Almeno oggi, invece, le domande andrebbero ribaltate: più che “lo sai questo?”, “cosa pensi?”; più che “cosa farai dopo?”, “chi sei tu, adesso?”. Nessun ragazzo intelligente risponderebbe alle seconde prescindendo dalle prime. Eppure, dopo una vita dietro i banchi di scuola, non li riteniamo capaci di orizzonti così ampi. Infatti i corridoi si annuvolano di diciannovenni alti un metro e novanta che il minuto prima dell’orale ripetono nervosamente qualche paragrafetto dal quadernetto. Forse non hanno trovato scritto su nessun libro che la cultura è ciò che rimane quando hai dimenticato tutto quello che hai imparato, e che perciò l’obiettivo del sapere è vedere e, più che memorizzare, capire.

Abbiamo avuto tredici anni per dirglielo ma non c’è stato tempo. Adesso rimaniamo fedeli alla linea, investigando un’ennesima volta sulle informazioni che ha ingurgitato ed espelle. Impensabile che la palla della conoscenza venga arroventata da un pensiero fondato e originale. Sottovoce mormoro un’altra canzone, di Niccolò Fabi: “non vorrei che tu dicessi quello che so, ma quello che non so dire”. Perché nella didattica l’alternativa rimane radicale, tra informazioni e conoscenza: ammaestriamo a sapere, come doppioni di internet, oppure insegniamo a vedere, come nessun altro?

 

Il Sussidiario

sabato 18 giugno 2022

PROMOSSI o BOCCIATI ?


Non si boccia più nessuno. 

Ma la tendenza alla promozione incondizionata non sembra andare d’accordo con l’obiettivo di valutare le competenze


di - Marco Ricucci


È tempo di vacanza per molti e, secondo i consueti stereotipi nostrani rimbalzati sui forum e per via web, gran parte del popolo italiano – in età non scolare – invida i famigerati tre mesi di vacanza dei malpagati insegnanti. In questi giorni, però, c’è stato un-dietro-le-quinte che nemmeno la mezza retorica brunettiana della fannullaggine, ormai stantia, può confutare: i docenti sono stati chiamati a tirare le somme di un anno scolastico facendo qualcosa che perlopiù le famiglie italiane percepiscono come un verdetto: gli scrutini.

Si decide per la promozione o la bocciatura che, nell’anti-lingua calviniana del burocatese scolastico, si definisce ammissione o non ammissione (non esiste la dismissione?) alla classe successiva. Chi avrà visto uno spassosissimo film degli anni Novanta, La scuola, di Daniele Luchetti, basato sui romanzi di Domenico Starnone, ricorderà certamente un lungo e probabile scrutinio, che, nella filosofia filmica, diventa l’occasione di parlare di tante cose. Certo, lo scrutinio per un’alunna o un alunno è un momento di giudizio sulla sua vita scolastica che tanta importanza ha negli anni della crescita e della formazione. Rimane in mente, per chi ha visto il film, Silvio Orlando, docente di lettere, sconfitto dalla vita in quanto idealista sinistrorso, perché la scuola – forse – è diventata la “sua” di vita; e rimane anche in mente il professor Montillaro, che si è fatto scudo dalla scuola con un amabile cinismo: “Almeno uno fatemelo bocciare!” è la sua preghiera. E per “scherzare”, persino il giorno dello scrutinio, chiama la polizia per dire, anonimamente, che c’è una bomba nella scuola.

Lo scrutinio è, dunque, il momento in cui i docenti si confrontano in maniera sincera e autentica facendo scaturire la loro visione della realtà di cui un alunno, scolasticamente, diventa incarnazione. Ma serpeggia da anni – ormai è del tutto evidente – una tacita tendenza che qualche professore, che qualcuno direbbe di vecchio stampo, ormai ha stigmatizzato come deriva iperprotettiva e assistenzialista della scuola, soprattutto nei momenti clou, cioè agli scrutini. 

Questa tendenza potrebbe essere ribattezzata come deriva “petalosa”: come qualcuno potrà forse ricordare, qualche anno fa, alle scuole elementari Marchesi di Copparo, in provincia di Ferrara, la maestra Margherita Aurora, svolgendo un esercizio di lingua italiana sugli aggettivi per descrivere un fiore, si trovò di fronte a un neologismo inventato da un suo alunno di terza elementare, Matteo e, invece di “correggere” l’errore scaturito dalla fantasia di rodariana memoria (mi riferisco al suo celebre saggio La grammatica della fantasia), incuriosita e divertita, decise di mandare il nuovo lemma all’Accademia della Crusca per una valutazione. La Crusca rispose e lo valutò “bello e chiaro”. E da allora abbiamo una nuova parola nel nostro dizionario per un approccio “buonista” della maestra Margherita. Anzi, la deriva “petalosa” si è quasi istituzionalizzata, adesso solo verbalmente, nella scuola “affettuosa” sostenuta dal ministro Bianchi, il che ha generato in certi docenti riottosi sconcerto per la sue conseguenze diseducative e tossiche nella formazione umana e didattica dei ragazzi.

In questa prospettiva, la bocciatura diventa pericolosa per il benessere psicofisico dell’adolescenza, che vive virtualmente su Instagram e ha i suoi modelli in “eroi” da TikTok. “Ogni alunno”, in base alla normativa ministeriale, “ha diritto ad una valutazione trasparente e tempestiva … La valutazione concorre, con la sua finalità anche formativa e attraverso l’individuazione delle potenzialità e delle carenze di ciascun alunno, ai processi di autovalutazione degli alunni medesimi, al miglioramento dei livelli di conoscenza e al successo formativo”.

Nel futuro, dunque, si pone una grande questione: ha senso ancora la bocciatura? La scuola è un mondo complesso e ha bisogno certamente di maggiori finanziamenti e di un’organizzazione più efficiente, ma non è cosa facile; tuttavia, deve trovare un suo ruolo più chiaro e preciso nella società di oggi, che cambia e muta – non so in bene o in peggio – con grande velocità, mentre ha ancora un impianto sostanzialmente ottocentesco-gentiliano, con qualche venatura democratizzante in riferimento alle riforme degli anni Settanta. Il resto delle innovazioni apportate nel corso del tempo sono aggiunte posticce calate dal governante di turno, senza un reale progetto a lungo termine oppure un disegno alto e di lungo respiro. 

Negli scrutini, i docenti spesso parlano di maturità dell’alunno come individuo che cresce, della partecipazione alla vita della classe-gruppo e classe-comunità, che spesso viene sintetizzato nel voto di condotta o comportamento. Andrebbe meglio esplicitato, se possibile, il ruolo della scuola oggi. C’è un’aggiunta che ci dice la rotta seguita dal vascello scuola, il cui timoniere procede al meglio che può, a vista se non a cabotaggio: le character skills.

Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, ha affermato: “Le character skills sono il futuro dell’orientamento al lavoro. Nessuna agenzia educativa da sola (scuola, famiglia, parrocchia, associazioni, impresa) è in grado di realizzare una simile progettualità: occorre una comunità educante”. La fotografia è chiara e l’analisi è attendibile: la sfida sarà come metterle in pratica nella realizzazione della comunità educante. La tendenza è dietro l’angolo: se lo scorso anno la Finlandia, che vanta, ancora secondo molti, il miglior sistema scolastico al mondo, ha “abolito” le materie tradizionali, da noi ritorna ciclicamente la proposta politica dell’abolizione della bocciatura, anche di recente. 

La prospettiva, in conclusione, sarebbe quella di rivoluzionare la scuola e cambiare la mentalità del corpo docente italiano, ma abbandonare sul serio la tradizionale impostazione della didattica per conoscenze a favore di quella per competenze sembra non essere così a portata di mano. E poi, noi docenti come potremmo dare i voti alle “competenze” nel futuribile scrutinio?

 

Il  Sussidiario

 

giovedì 24 ottobre 2019

SCUOLA, E' NECESSARIA UN'EDUCAZIONE PERSONALE

Il Rapporto 2019 del Centro Studi per gli istituti cattolici mette al centro i percorsi individualizzati «Serve un metodo educativo che sia rispettoso delle doti e delle attitudini di ciascuno studente»

La vera sfida è l’evoluzione da una prospettiva pedagogica a una prospettiva didattica, rispettosa dello sviluppo integrale del ragazzo

  di ENRICO LENZI

Personalizzare il percorso di studio? Una domanda che fino a un decennio fa accendeva discussioni e dibattiti nel mondo pedagogico e scolastico. Non solo: era uno degli aspetti portanti della forma targata Letizia Moratti (allora ministro dell’Istruzione). Ma dopo tanto discutere questo passaggio sembra essere rimasto più un auspicio che un patrimonio della scuola italiana. E proprio perché «è venuta meno l’enfasi che animava sostenitori e detrattori», oggi di «personalizzazione e curricolo » «è possibile parlare» commenta Sergio Cicatelli, coordinatore scientifico del Centro Studi per la scuola cattolica (Cssc), parlando del XXI Rapporto annuale realizzato dal Centro Studi e pubblicato da Scholé (dell’Editrice Morcelliana).
«Personalizzazione e curricolo » è infatti il titolo scelto per il Rapporto 2019, che, spiega ancora Cicatelli, «si collega al Rapporto dello scorso anno che prendeva in esame la personalizzazione e il progetto educativo ». Tre le sezioni in cui è suddiviso il Rapporto che sarà presentato ufficialmente oggi nell’ambito della XII Giornata pedagogica della scuola cattolica a Roma. Si parte con «i concetti chiave» che affrontano l’aspetto teorico dell’argomento. La seconda parte va sul concreto ponendo «la personalizzazione alla prova della scuola». «Una sorta di rassegna delle buone pratiche» spiega Cicatelli, aggiungendo che il tema della personalizzazione degli studi, con un approccio differenziato da alunno ad alunno, è una delle prerogative messe in campo dalla scuola cattolica. Insomma esempi concreti che vengono messi nella disponibilità di tutti e che possono diventare base per ulteriori progetti. La terza parte del Rapporto è significativamente intitolata «ripensare la scuola». Un passaggio fondamentale quanto indispensabile per permettere alla scuola di porre la personalizzazione al centro dell’azioneeducativa. «I due ultimi volumi realizzati dal
Centro Studi – spiega il coordinatore scientifico – vogliono rappresentare una evoluzione da una prospettiva pedagogica a una prospettiva didattica». Quindi una riflessione che renda concretamente fattibile questa attenzione a ogni singolo studente, senza perdere di vista il cammino complessivo e le mete finali. «La personalizzazione, prima di essere una teoria didattica – sottolinea ancora Cicatelli – è un metodo educativo e di istruzione che pone al centro la verifica costante di ciò che si trasmette nelle dinamiche di insegnamento e di apprendimento». Necessita, quindi, della «conoscenza della realtà nelle forme e nei modi in cui essa si rende presente alla coscienza», dello «sviluppo integrale della persona-lità, rispettoso delle doti e delle attitudini » e infine dell’«esercizio della libertà come attuazione volontaria dell’esperienza educativa».
Il Rapporto del Cssc è anche l’occasione per scattare la fotografia annuale della scuola cattolica paritaria. Le scuole cattoliche, nell’anno scolastico 2018/19 erano 7.955 (per un totale di 27.709 classi o sezioni), rapprensentando il 63,4% degli istituti paritari che erano 12.547. In campo cattolico ci sono 5.826 materne, 1.021 primarie, 517 medie inferiori e 591 scuole superiori. Gli alunni complessivi sono 570mila, per il 58% frequentanti la scuola dell’infanzia (330.806). L’1,5% del totale degli studenti è disabile (8.431), mentre per quanto riguarda gli iscritti di cittadinanza non italiana sono il 5,4% (30.786). Ultimi dati: i docenti sono 52.629, a cui si aggiungono 9.240 addetti all’amministrazione, 8.644 addetti alla cucina e 14.805 addetti alla vigilanza e pulizia. Per la quasi totalità si tratta di laici con famiglia.

www.avvenire.it

mercoledì 8 maggio 2019

IRREQUIETI A SCUOLA ? QUALI MOTIVAZIONI?

CARO MAESTRO, 
CHIEDIMI IL PERCHE?

La Camera dei Deputati dice sì all'abolizione di note sul registro ed espulsioni nella scuola primaria. 

Allontanare i bambini problematici non è una soluzione

di Angelo Petrosino

Ho spesso avuto in classe bambini irrequieti, arrabbiati con se stessi, il mondo, la vita e che rendevano non semplice la conduzione ordinata della classe. Ma non ho mai pensato di allontanare dalla scuola nessuno di loro, per avere un po’ di requie momentanea. 
Sapevo che ciascuno di essi, di volta in volta, avrebbe potuto dirmi: «Maestro, perché mi mandi via? Perché non mi chiedi come mai sento il bisogno di dare un pugno a uno o di fare uno sgambetto a un altro? Perché non cerchi di scoprire come mai entro in classe con tanta rabbia dentro e non sono in pace con me stesso? Io potrei provare a spiegartelo, a dirti che a casa non mi vogliono bene, che a volte mi picchiano e mi dicono che diventerò un poco di buono. 
Sono stanco di sentirmi dire che sono cattivo, che sono la disperazione di questo e di quello. Se tu me lo lasci dire e poi non ti spaventi se mi faccio un bel pianto, allora finisce che mi sfogo per bene, che mi sento meglio e che la smetto di far disperare te e irritare i miei compagni. 
Perché venire a scuola mi piace, è l’unico posto in cui non mi sento solo, in cui esisto anch’io e conto un poco anche per gli altri». 
Oppure: «Come mai non capisci che non è colpa mia se non imparo come tu vorresti? Le parole mi ballano davanti agli occhi, le mie pagine sono un disastro, piene di errori e di cancellature, e io mi arrabbio se mi dicono che sono un fannullone, che non mi impegno, che penso ad altro, mentre sono soltanto un bambino dislessico e ho tanta curiosità dentro di me.
È colpa mia se divento nervoso e me la prendo con tutti?». 
Oppure: «Non voglio fare male agli altri. Lo faccio solo perché ho paura che gli altri lo facciano a me.Tu non stare a guardarmi, però, ad allargare le braccia e a cercare solidarietà nelle altre maestre. Aiutami a capire che cosa mi succede.
Anch’io voglio sentirmi dire che sono buono, che sono bravo, che i grandi sono orgogliosi di me.
Se tu mi aiuti, posso riuscirci». 
Queste voci hanno sempre riecheggiato nella mia coscienza di uomo e di maestro e non ho mai espulso nessuno dalla scuola. 
Altrimenti avrei dovuto espellere anche me stesso.

Angelo Petrosino

da www.avvenire.it

martedì 17 luglio 2018

IL COLOMBRE. DALLA PAURA AL CORAGGIO - 50 SFIDE PER I NOSTRI RAGAZZI ... e non solo!

Dalla paura al coraggio

50 COSE DA FARE PRIMA DEI dodici ANNI 




Brevi considerazioni su paura, pregiudizi, ambiente, apprendimento, rischio, sicurezza, insegnamento, maturazione della persona , cittadinanza ed altro.
di Giovanni Perrone

            Sono tempi difficili quelli che stiamo vivendo. I diffusori di paure impazzano in molti luoghi del mondo, purtroppo pure in tante istituzioni. “Fa più vittime la paura che il contagio”, scriveva Manzoni. Ci sono politici che fanno della paura la loro merce per acquistar consensi. Ancora Manzoni, a proposito dei proclami dei potenti di allora, affermava che  «grida fresca; son quelle che fanno più paura». Anche genitori ed educatori sovente utilizziamo la paura per “governare” figli e allievi. La paura è una mala bestia: t’incatena, ti rende vittima di pregiudizi e dicerie varie, ti disorienta piuttosto che orientarti, distrugge l'autostima. La persona governata da paure e pregiudizi cade facilmente nella rete del pifferaio che incontra, non matura in creatività e intraprendenza, autonomia e responsabilità, nemmeno in libertà e democrazia. Tra l’altro gran parte delle paure sovente sono ingiustificate. A proposito è bello rileggere “Il colombre” di Dino Buzzati [1][.
            Il “governare” attraverso la paura utilizza gli spauracchi o i problemi del tempo. Va alla caccia dei possibili untori di manzoniana memoria. La storia è ricca di esempi: Qualche imperatore romano scaricava tutte le colpe del suo malgoverno sui cristiani (“A morte i cristiani!”); all'inizio del secolo scorso c’erano gli untori della ‘spagnola’; Hitler utilizzava gli ebrei; oggi si utilizzano i migranti ….
      Non mi soffermo sulle vaste e complesse problematiche sociali, politiche ed educative a proposito. Problemi quanto mai attuali ai quali è opportuno prestare particolare attenzione. Talora la paura è un invito ad essere accorti, a prestare attenzione, ad evitare concreti pericoli.

         Solo qualche riflessione educativa: coraggio, competenza, responsabilità, autonomia sono alcuni degli “ingredienti” essenziali per la formazione di una persona e di un cittadino. Perciò vanno coltivati sin dalla nascita e devono fare parte di ogni “pasto quotidiano”, sia in famiglia, sia nelle scuole e nelle altre istituzioni educative. La virtù della prudenza (una virtù positiva non negativa) aiuta a fare del nostro meglio per risolvere praticamente ed eticamente i problemi incontrati e le sfide da superare.

Prendo spunto da alcune indicazioni concrete suggerite dal National Trust, un ente fondato nel 1895 nella Gran Bretagna, presente in varie forme in tutto il mondo, che ha per scopo la salvaguardia della natura (e degli ambienti di particolare valore), l'educazione ambientale, la promozione - sin dalla prima infanzia- di un positivo rapporto con la natura, della gioiosa avventura della scoperta; la maturazione di specifiche competenze, l'acquisizione della responsabilità (nei confronti di se stessi e dell'ambiente). Detto ente ha diffuso nel mondo un elenco di cinquanta esperienze da vivere e fare vivere (in famiglia, a scuola, nelle associazioni, in vacanza ....) prima dei dodici anni. Sono esperienze che favoriscono e arricchiscono il tradizionale curricolo scolastico, stimolano e fortificano l'apprendimento, sviluppano abilità basilari utili per tutta la vita, maturano creatività e imprenditorialità. Non sono strane o pazze esperienze episodiche, ma favoriscono il crescere con uno stile di vita aperto all'avventura e alla continua sfida di se stessi.

Sono attività 'normali' nelle scuole del Nord-Europa (giudicate tra le migliori del mondo). Purtroppo, nelle nostre scuole, ove la sicurezza sovente è vissuta (da dirigenti, docenti e genitori) come ansiosa attenzione al fine di evitare ogni pericolo (e perciò condanna all'immobilismo) e non itinerario per imparare ad affrontare e superare eventuali situazioni di pericolo (e, perciò, maturazione dello spirito intraprendenza). Infatti, di norma c'è poco spazio per le attività che fanno interagire con l'ambiente, fortificano il carattere della persona, educano alla cittadinanza attiva, rendono l'apprendimento gioioso, interessante e utile, favoriscono l'aiuto reciproco e la soluzione di veri problemi. 

       Sovente ci  dimentichiamo che l'imparare facendo è molto più utile dell'imparare ripetendo. 

     Pensiamo ad una giornata familiare e/o scolastica di un bambino o ragazzo “normale”.
      Gran parte dei nostri ragazzi sin da bambini, sono (colpevolmente) costretti a subire ore ed ore di 'seduta passività' a scuola e anche in famiglia! 
        E  .... a quindici anni (ed anche prima) passano dalla 'normale e sicura' passività scolastica alla dannosa e frastornante passività di certi ambienti ove trascorrono vuote e pericolose serate ( e nottate). 
      L'alienante, innaturale e talora colpevole logica di tanti genitori ed educatori è il "purché non succeda niente!", non quella intelligente, promuovente e coinvolgente logica del "purché succeda qualcosa di interessante e positivo!" Si promuovono ignavia e paure varie e non avventura e imprenditorialità.
       Infatti, dal punto di vista fisico, psichico ed intellettuale è una grave colpa costringere un bambino e un ragazzo a stare seduto ore intere a scuola o a passare ore ed ore davanti il televisore o i videogiochi: si danneggia lo sviluppo fisico (e non solo!) della persona e ne risente gravemente l'apprendimento.
      La vera educazione (lo dicono i documenti pedagogici internazionali [2], lo dice lo stesso Papa Francesco [3] ) non è educare al non rischio, ma educare ad affrontare e superare (con intelligenza, responsabilità e competenza) i rischi che si incontrano (volenti o nolenti) lungo il cammino della vita. E' questa la vera educazione alla sicurezza! E' questo il vero rispetto dei bambini e dei ragazzi! Bisogna educarli alla sicurezza, non renderli vittime sacrificali da offrire 'burocraticanente' alla 'dea sicurezza'!

     Il rischio non deve farci paura, semmai deve spingerci a educare ogni ragazzo a saper governare il rischio e l’incertezza, con senso di responsabilità, evitando ogni forma di improvvisazione ed incoscienza, ma valorizzando le opportune  risorse ed anche le sporadiche occasioni.
     Di fronte al mondo che cambia rapidamente, dobbiamo interrogarci sul nostro modo di educare, sui metodi che utilizziamo, sugli stili d’insegnamento e di apprendimento, sulle esperienze educative da fare vivere ... Altrimenti consegneremo al futuro ragazzi fragili e disorientati, viziati ed incapaci.
         L’ambiente ove si vive dà molti stimoli e molte sfide da valorizzare opportunamente. E’ un ambiente da esplorare, sin dalla scuola dell’infanzia. Per esempio, se si ha la fortuna di vivere a pochi chilometri da un bosco, il bosco deve diventare l'aula privilegiata di insegnamento, esplorazione ed apprendimento, nonché di gioco e di avventura; un meraviglioso ambiente da “vivere” periodicamente (con qualsiasi tempo ... basta essere bene attrezzati) per conoscere il variar delle stagioni, gli animali e le piante che lo abitano, i sentieri, le leggende, le storie, ..... E la classica aula dell'edificio scolastico? Essa é uno spazio di progettazione, di rielaborazione delle esperienze vissute, di riordino della documentazione ...; una stazione di sosta lungo il cammino della vita e degli apprendimenti ove ci si ferma per far sintesi e riprogettare le nuove tappe ... Non ci si può limitare ad una estemporanea, fugace e chiassosa uscita nel bosco, utile  solo a far merenda (e, magari, a lasciar cartacce in giro).
            Uscire dall'aula per esplorare l'ambiente, per maturare competenze specifiche, per scoprire, interrogarsi, documentarsi deve diventare il 'pane quotidiano'.
E la sicurezza? Ritengo opportuno che dirigenti, insegnanti, genitori, e gli stessi magistrati e legislatori, ripensino al vero senso della sicurezza (occorrerebbe punire i “peccati” di paura e di omissione e premiare i coraggiosi e gli intraprendenti). L’uomo è infatti nato per volare, non per starnazzare nella stia o nell’aia. E, sin da piccoli occorre imparare a volare in alto e bene.
Dove sta la vera sicurezza di una scuola? Le maggiori sicurezze di una scuola sono la qualità degli apprendimenti e il superamento di ogni forma di svantaggio: una scuola di tutti e per tutti ove ciascuno trova spazio e occasioni di un pieno sviluppo integrale, favorito da un buon insegnamento e da un ambiente accogliente e idoneo.  Così come la vera sicurezza di un ospedale non consiste nel fare stare buoni gli ammalati a letto o nell'avere ambienti 'a norma' (a norma di che?), ma nell'aiutarli a guarire pienamente e ad abbandonare il letto e la corsia ospedaliera. La sicurezza di un ospedale consiste, infatti, anzitutto nel garantire la guarigione di un ammalato, favorita da cure adeguate e da un ambiente accogliente e idoneo. In tal senso sicurezza e qualità interagiscono dinamicamente.
           Ciò significa (per gli educatori) acquisire competenze adeguate, preparare opportuni percorsi didattici che facciano interagire il tradizionale quotidiano scolastico con le concrete esperienze (si arricchiscono a vicenda!), valorizzare le risorse umane e ambientali del territorio, modificare strategie d’insegnamento ....
Così come è opportuno ripensare  all'adeguato uso degli ambienti dell'edificio scolastico (quei 'poveri' cortili mai o male utilizzati!). 
        Ci vorrà coraggio, questa è la grande sfida, la sfida del futuro, di un futuro che avanza rapidamente. Le stesse grandi migrazioni dei nostri giorni, che turbano, talora morbosamente, il sonno di politici e  di semplici cittadini, che fanno emergere le ataviche paure dello straniero e del "nero", che vengono strumentalizzate dai pifferai e dai procacciatori di voti e profitti di turno, ci interrogano pressantemente. Ben sappiamo che è educatore chi sa guardare oltre l’orizzonte e sa riconoscere e affrontare le sfide quotidiane (locali e planetarie), non chi è vittima di programmi preconfezionati da usare come menu per tutte le stagioni e come scusa per stare legati alla cattedra e alle ataviche abitudini (tra l’altro le norma parlano di indicazioni da utilizzare come punti di riferimento, come obiettivi da raggiungere …).
      Guardiamoci intorno: Chi sarà più pronto a gestire, con coraggio e competenza l'imprevedibile futuro? Un nostro ragazzo cresciuto tra coccole e tv, e nella sicurezza di un’aula scolastica o un cosiddetto extracomunitario che, ancora ragazzo, arriva in Sicilia dopo aver superato terribili prove e vissuto indicibili esperienze lungo il suo pericoloso ed imprevedibile cammino?
     Chiediamoci: Quale futuro vogliamo per i nostri figli e i nostri alunni? 
     Allora, andiamo al concreto!
    Queste cinquanta ed altre esperienze da vivere nell'ambiente ove si abita,  da bambini e ragazzi, possono aiutare ogni genitore (e ogni educatore) ad interrogarsi sull'efficacia del proprio modo di educare i ragazzi; possono aiutare ogni alunno a conquistare competenza ed autonomia, creatività e imprenditorialità.
    Perché non provarci? Quali aspetti del carattere e quali competenze “disciplinari” fa maturare ognuna di queste attività?

1. Arrampicarsi su un albero
2. Rotolare giù da una grande collina
3. Accamparsi all'aperto
4. Costruire un rifugio
5. Far rimbalzare i sassi sull'acqua
6. Correre sotto la pioggia
7. Far volare un aquilone
8. Pescare con il retino
9. Mangiare una mela appena colta dall'albero
10. Giocare a conker, un gioco tradizionale inglese in cui un partecipante munito di una castagna attaccata a uno spago cerca di staccare dal filo o far cadere la castagna dell’avversario
11. Lanciare palle di neve
12. Partecipare a una caccia al tesoro sulla spiaggia
13. Fare una torta di fango
14. Costruire una diga su un ruscello
15. Andare sullo slittino
16. Seppellire qualcuno sotto la sabbia
17. Organizzare una gara di lumache
18. Stare in equilibrio su un albero caduto
19. Dondolarsi da una corda
20. Giocare a scivolare nel fango
21. Mangiare more raccolte dai rovi
22. Guardare dentro un albero
23. Esplorare un’isola
24. Correre a braccia aperte facendo l’aeroplano
25. Fischiare usando un filo d’erba
26. Andare in cerca di fossili e ossa
27. Guardare l’alba
28. Scalare un’enorme collina
29. Visitare una cascata
30. Dar da mangiare a un uccello dalla mano
31. Andare a caccia di insetti
32. Cercare uova di rana
33. Catturare una farfalla con il retino
34. Inseguire animali selvatici
35. Scoprire cosa c’è in uno stagno
36. Richiamare un gufo imitando il suo verso
37. Osservare le strane creature tra le rocce di un lago
38. Allevare una farfalla
39. Dare la caccia a un granchio
40. Fare una passeggiata nel bosco di notte
41. Piantare qualcosa, coltivarla e mangiarla
42. Nuotare in mare, in un fiume, insomma, non in piscina
43. Fare rafting
44. Accendere un fuoco senza fiammiferi
45. Trovare la strada servendosi solo di mappa e bussola
46. Arrampicarsi sui massi
47. Cucinare in campeggio
48. Fare discesa in corda doppia
49. Giocare a geocaching, una Caccia al tesoro con il GPS
50. Andare in canoa su un fiume.
Aggiungete altre esperienze da fare vivere, in particolare facendo riferimento alle risorse del territorio.
Buon “lavoro” e buon divertimento, a grandi e piccoli!






[1] Dino Buzzati, Il colombre e altri cinquanta racconti, ed. Mondadori
[2] Si vedano le “Strategie di Lisbona”.
[3] L’educazione, che non è mai una semplice trasmissione di conoscenze, ma nasce da un modo di essere ed ha sempre di mira la persona nella sua integralità, comporta sempre un passo “nella zona di sicurezza”, senza la quale non si avrebbe alcun orientamento e punto di riferimento per il futuro, e un altro “nella zona di rischio”, senza la quale sarebbe impossibile far maturare alla persona un giudizio autonomo e critico; un “bilanciamento dei passi”, che è affidato alla saggezza e alla ponderazione dell’educatore (Papa Francesco).