Lo psicoanalista conquista piazza Maggiore a Repubblica delle Idee, partendo da Lacan e riflettendo su figure e ruoli.
-di Emanuela
Giampaoli
Lo psicoanalista conquista piazza Maggiore a Repubblica delle Idee, partendo da Lacan e riflettendo su figure e ruoli.
-di Emanuela
Giampaoli
la risposta
a un mondo
sempre più distratto
"È la madre che si accorge di tutto, anche del dettaglio che passa spesso inosservato".
Per Recalcati è nella cura dell'altro che si
custodiscono desideri, passioni e il senso più autentico...
Può riuscire la figura della madre con il suo esempio, la sua cura e il
suo amore a salvare l’umanità? È una domanda enorme eppure, se per salvezza
intendiamo la capacità di restare umani in un tempo che rischia di dimenticare
l'attenzione verso l'altro, la risposta è sì. A tal proposito, la riflessione
proposta da Massimo Recalcati, psicanalista e docente universitario, assume un
significato profondo.
“La lezione più alta che possiamo ricavare dalla maternità non è affatto
quella del “maternage” ma quella di una cura che sa essere cura del
particolare. Nel nostro tempo dominato dal nichilismo del discorso del
capitalista, in primo piano è un'incuria assoluta. La città, le relazioni
umane, la comunità civile, il nostro stesso pianeta sono travolti da un
iperattivismo mortale il cui unico scopo è di realizzare un godimento senza
Legge”.
Secondo l’esperto, nel mondo moderno, quello nel quale tutti siamo
“vittime coscienti”, i valori autentici sono stati appannati dal denaro,
inevitabilmente dal lavoro e da questa esasperazione nel raggiungere un massimo
che si spinge sempre più oltre, lasciandoci senza forze e con la sensazione di
non aver mai fatto abbastanza.
Questo modo di vivere ci rende semplicemente egoisti, individui che
mirano solo al proprio successo senza osservare quello che ci sta attorno e
soprattutto chi ci sta attorno. Ed è da qui che parte la riflessione di Massimo
Recalcati che ci invita ad osservare la madre e la sua cura: “La madre come
figura che sa incarnare una cura che non dimentica di fare posto al particolare
più particolare della vita è un punto di resistenza critica a questa deriva. È
questa una delle cifre più politiche del mio lavoro”.
È la madre che si accorge di tutto, anche del dettaglio che passa spesso
inosservato, sentinella di malesseri, stati d’animo, desideri e passioni. È
questo l’atteggiamento con il quale l’esperto chiede di affrontare questa vita,
oggi più che mai, carente di valori ed emozioni. Sia gli uomini che le donne,
sono chiamati ad esercitare nelle loro vite il lato “materno”, quello che
accoglie senza giudicare, quello che rassicura senza abbandonare. Questo genere
di cura riesce a sanare le ferite dell’altro, ma prima ancora le proprie,
quando esausti da una vita che assorbe tutte le nostre energie riusciamo
finalmente a dire basta e a curarci con il nostro stesso amore.
ci salva
dal terrore
della nostra fine'
Ma per non avere paura l’unico antidoto
è una solidarietà più forte.
-
di Massimo Recalcati
Nessun
altro tempo come il nostro, dopo la tragedia immane della Seconda guerra mondiale, ha sollevato con così grande
angoscia il tema della salvezza. Ne usciremo vivi? E come? Sono domande che
ricorrono e che non smettiamo di porci dimenticandoci però che nessuno di noi
ne potrà davvero uscire vivo. L’essere umano è, infatti, destinato a finire
nella polvere dalla quale proviene. È una verità inappellabile che si trova
pronunciata anche dal testo biblico per bocca di Qohèlet.
Se anche ai conflitti più
aspri e irragionevoli, alla precarietà e al disagio sociale, alla crisi
economica si potrebbero trovare delle soluzioni possibili, resta il fatto
inamovibile che nessuno potrà uscirne vivo da quaggiù: la polvere che noi siamo
ritornerà irreversibilmente alla polvere. Il punto è che questa verità viene
costantemente rimossa dagli esseri umani.
Anzi si potrebbe dire che
l’uomo non sia solo un animale mortale – cosciente, come tale, diversamente
dagli altri animali, della necessità della sua fine -, ma che sia un animale
mortale costantemente impegnato nella rimozione individuale e collettiva del
reale della morte. Solo la malattia e la sofferenza gli ricordano questo reale
dalla cui presa vorrebbe sfuggire o semplicemente dimenticare. Altrimenti gli
esseri umani dedicano il loro tempo ad occultare questo trauma. Lo fanno
inventando filosofie o religioni come se fossero dei rimedi, provando a
distrarsi in ogni modo, nel divertissement di ogni genere, nel culto igienista
del proprio corpo sempre in forma, nel rifarlo attraverso la chirurgia estetica
per scongiurare i segni del suo decadimento, nelle passioni più diverse che
sembra mettano tra parentesi, seppur momentaneamente, la nostra fine,
nell’immaginare le voci nell’aldilà, nel sacrificarsi senza riserve per il
proprio lavoro o per i propri ideali. Ma il modo più inverosimile e al tempo
stesso drammaticamente più umano per stornare il pensiero della morte è quello
dell’ammazzarsi reciprocamente. Può accadere per diverse ragioni. Per puro
prestigio, per denaro, per sete di potere. La storia degli uomini è la storia
delle loro continue guerre.
Siamo solo una “masnada
di assassini” dichiarava senza speranza Freud di fronte alla tragedia della Prima guerra mondiale. Nessuna vicenda come quella della
guerra rivela la stoltezza più profonda dell’umano. La guerra sposta sul nemico
l’angoscia collettiva di fronte alla nostra fine? Si tratterebbe, come
teorizzava già Franco Fornari, del rigetto paranoico del lutto. Anziché
confrontarsi con l’ineluttabilità della nostra morte si dà la morte a qualcun
altro. E se provassimo invece a cambiare il nostro modo di vedere le cose? Se
provassimo a vedere nel carattere inaggirabile della morte quello che ci unisce
come umani non potremmo trovare proprio in questo trauma il fondamento più
sincero di una possibile fratellanza o sorellanza? Non sarebbe questo il più
vero magistero di Giobbe? Ricordiamo la sua vicenda. Egli è l’uomo giusto che
il Dio biblico vuole mettere alla prova togliendogli tutto. La sua fede
resisterà o sarà spazzata via lasciando il posto al risentimento e alla
rivendicazione? Troppo facile credere che la rettitudine sia sempre premiata
con la fortuna.
Proviamo invece a
smuovere le cose, pensa il suo Dio sollecitato dal demonio. Proviamo a vedere
come l’uomo giusto reagisce di fronte alla perdita, alla malattia e alla
caduta.
Proviamo a vedere cosa
accade se ogni forma di giustizia retributiva venisse scossa alle sue
fondamenta. La fede può resistere di fronte all’ingiustizia e all’insensatezza
del dolore? Ma se davvero provassimo a prendere sul serio la lezione di Giobbe
non ci perderemmo nella lotta fratricida dell’uno contro l’altro, se ci
ricordassimo insieme a lui della polvere che portiamo nella nostra carne non
rigonfieremmo il petto della superbia e dell’insulto, della aggressione e della
costante imputazione rivolta verso l’altro. Se ci ricordassimo di Giobbe
potremmo trovare forse davvero una via di salvezza. Non quella che rimuove la
morte ma, al contrario, quella che il riconoscimento della nostra morte
potrebbe rendere possibile.
Si rilegga in questa luce
anche La peste di Camus. In gioco non è come ritenne
ingiustamente Sartre nella sua lettura una “morale da crocerossina”,
ma un’etica della misericordia che riguarda il riconoscimento di chi cade come
nostro fratello e nostra sorella. Il disprezzo aristocratico nei confronti di
quest’etica non considera che la nostra destinazione mortale ci rende tutti
bisognosi di cura, che senza la presenza dell’altro saremmo già polvere ancora
prima di morire. Lo dichiara ancora una volta Qohelet: «guai a chi cade ed è
solo!». Se tutto è un “soffio”, se la vita è una breve corsa sotto al sole, non
dovremmo credere meno alla guerra? Se riconoscessimo davvero il nostro comune
destino mortale potremmo davvero essere fratelli e sorelle. Mentre la pulsione
di morte che domina la spinta alla guerra conduce verso la distruzione di ogni
legame nel nome dell’Uno contro l’Altro, ricordarsi della nostra polvere
dovrebbe mostrarci quanto la nostra vita dipenda dall’esistenza di questi
legami, quanto il tempo sempre breve che ci resta da vivere meriterebbe di
essere dedicato a qualcosa di più grande che non alla spinta a distruggere. Di
fronte alla tragedia della peste gli uomini descritti da Camus si riconoscono
fratelli e sorelle rispetto all’assurdità del male che li colpisce. Solo non
dimenticare la nostra polvere potrebbe salvarci se non dalla morte almeno
dall’orrore dalla guerra di tutti contro tutti.
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La cultura occidentale
dominata dalla tecnologia ha dissolto il fenomeno novecentesco studiato da Le
Bon e Freud. Nondimeno questa atomizzazione deve tenere
conto sempre più del ritorno di padri-primigeni. Da Putin a Trump, da Netanyahu a Khamenei.
Il
nome di Gustave Le Bon attraversa sotterraneamente
tutto il Novecento. In particolare, la sua Psicologia delle folle, pubblicata nel 1895,
costituisce infatti uno degli sfondi teorici fondamentali della Psicologia
delle masse e analisi dell’Io di Freud. Lo stesso Mussolini riconobbe apertamente il proprio
debito nei confronti di quel testo cogliendo nella sua riflessione una chiave
decisiva per comprendere la forza politico-emotiva della massa. L’intuizione
principale di Le Bon consiste nel pensare alla massa non come alla somma di
individui ma come un vero e proprio fenomeno collettivo.
La massa cancella
innanzitutto le individualità singolari offrendo loro l’illusione di
un’appartenenza che le libererebbe dall’angoscia che comporta la responsabilità
soggettiva. Non a caso Le Bon evidenzia il carattere fondamentalmente
regressivo della massa: le pulsioni più primordiali (violenza, odio, fanatismo,
infatuazione, idolatria emotiva) si possono scatenare senza che vi sia mai un
vero responsabile. Al centro non c’è la dimensione etica della scelta
individuale perché ogni massa si costituisce per “contagio” abbassando la
soglia critica del pensiero per intensificare una spinta all’agire
irrazionalmente passionale. La massa assorbe le individualità singolari in un
soggetto collettivo acefalo che offre ai suoi membri una identità granitica: la
cessione della propria libertà individuale ha come contropartita
l’assicurazione di una protezione inscalfibile. Freud ha radicalizzato
l’intuizione di Le Bon mostrando come la massa si organizzi sempre attorno a un
processo identificatorio inconscio di tipo verticale: per costituirsi essa ha
bisogno di un capo, di un leader autoritario, di una figura capace di occupare
il posto del “padre primigenio”. È solo questa identificazione a
istituire in ultima istanza i legami libidici che uniscono la massa come se
fosse un solo grande corpo. Non è sufficiente che gli individui stiano insieme:
è necessario che essi amino una sola immagine, un solo capo, che si riconoscano
in un unico emblema identitario.
Nel nostro tempo però la
massa non assomiglia più al cemento armato che aveva caratterizzato le grandi
masse totalitarie del ’900, non è più un blocco monolitico.
Assistiamo piuttosto al
fenomeno della sua radicale atomizzazione: la massa che si organizza intorno al
nuovo potere dei social network non sembra avere più un padrone,
un leader al quale identificarsi, un padre primigenio a proprio fondamento. Il
cemento armato che istituiva la massa novecentesca lascia il posto a uno sciame
ondivago. La dispersione rizomatica prevale sulla concentrazione identitaria. I
social network rappresentano il laboratorio più evidente di questa metamorfosi:
la folla digitale non possiede più necessariamente un centro stabile ma si
dispiega attraverso propagazioni rapide, identificazioni intermittenti, esplosioni
emotive improvvise. L’odio collettivo può condensarsi per qualche giorno
attorno a un bersaglio per poi disperdersi immediatamente verso un nuovo
oggetto. La cultura occidentale dominata dalle nuove tecnologie ha dissolto il
fenomeno novecentesco della massa come una entità compatta studiato da Le Bon e
da Freud. Nondimeno, questa atomizzazione della massa contemporanea deve tenere
conto sempre più del ritorno di padri-primigeni, di leader ordalici (Putin,
Trump, Netanyahu, Khamenei) che pretenderebbero di rianimare la vecchia massa identitaria.
Da una parte abbiamo
allora la massa-sciame che caratterizzerebbe il mondo
occidentale nell’epoca del dominio della cultura-social e dall’altra parte la
massa identitaria come ritorno dello spettro totalitario. Il fenomeno della
guerra non può, infatti, essere concepito a partire dall’atomizzazione della
massa ma solo dal suo compattamento identitario. Si tratta di una medesima
spinta a ricompattare l’angoscia collettiva attorno a immagini forti di
identità, nazione, nemico, appartenenza. Siamo dunque davanti a due fenomeni
che sembrano antagonisti: da una parte la massa-sciame della cultura digitale
occidentale, dall’altra il ritorno della massa identitaria organizzata attorno
a leader ordalici. In realtà questi due fenomeni non si escludono:
l’atomizzazione neoliberale della massa produce infatti
soggetti sempre più esposti all’angoscia, alla precarietà e alla solitudine. Ed
è proprio questa fragilità diffusa a rendere possibile il ritorno pulsionale di
identificazioni solide. Quanto più il soggetto si sente disperso, tanto più
desidera un’identità rigida in grado di proteggerlo dall’incertezza.
Nell’Europa dominata
dall’individualismo neoliberale, dall’impero della cultura digitale, dunque
dall’atomizzazione rizomatica delle masse, la necessità del riarmo — provocata
dall’attuale destabilizzazione dell’ordine geopolitico — appare a molti come un
ritorno spettrale del passato. La guerra richiede sempre una costruzione
dell’identità collettiva alla quale deve corrispondere l’individuazione di un
nemico altrettanto stabile che consenta una saldatura emotiva capace di convertire
l’angoscia individuale in una appartenenza fusionale.
non deve riempire
teste vuote,
ma aprire mondi”.
Il dono più grande
è lasciare
libero l’allievo
Per lo psicoanalista il
vero insegnante non riempie teste di nozioni né pretende obbedienza: accende il
desiderio di sapere e lascia libero l’allievo di trovare la propria strada...
La considerevole ed
imprescindibile funzione che ogni insegnante è chiamato a svolgere è quella di “animare
il desiderio di sapere” dell’allievo proprio perché in caso contrario non vi è
alcuna possibilità di apprendere in modo singolare il sapere stesso che viene
trasmesso.
L’errore nel quale spesso
si incorre, infatti, è quello di pensare che il sapere si riceva passivamente
dall’altro senza accorgersi però che non vi è alcuna possibilità di “raggiungere
un sapere vero se non attivandosi in un processo di ricerca”, così come
spiegatoci molto dettagliatamente dallo psicoanalista e saggista italiano
Massimo Recalcati.
“Il sapere non ha la
stessa natura di un liquido che si può versare da un recipiente all’altro.
L’apprendimento non avviene per travaso passivo da un bicchiere più pieno a uno
più vuoto, perché il modello sul quale si fonda non è mai quello di un vuoto da
riempire – le teste vuote degli allievi dentro le quali si deve versare il
cemento del sapere – quanto di un vuoto da aprire”, attraverso
tali significative parole lo psicoanalista continua la sua ragguardevole
disamina evidenziando come la funzione del maestro consista nel rendere fecondo
questo vuoto.
Ogni insegnante degno di
questo nome deve pertanto “aprire vuoti nelle teste, aprire buchi nel
discorso già costituito, fare spazio, aprire le finestre, le porte, gli occhi,
le orecchie, il corpo, aprire mondi, aprire aperture impensate prima”.
Dunque, il sapere del
maestro non è mai ciò che colma la mancanza ma anzi ciò che la preserva.
Non bisogna mai
dimenticare, infatti, che vi è differenza tra il gesto del maestro che sa
mettere in moto ed animare il desiderio dell’allievo e l’atto padronale della
seduzione dell’indottrinamento, così come precisato dallo psicoanalista
francese Lacan in una sua citazione ben riportata da Massimo Recalcati.
Ecco perché “il dono
più grande del maestro non è il dono del sapere ma quello di saper «tacere
l’amore». Questo dono è il più prezioso perché non vincola l’allievo ad alcuna
obbedienza, ma lo lascia sempre libero di andarsene, di separarsi dal maestro”.
Si pensi, ad esempio,
allo psicoanalista, il cui silenzio è decisivo: egli ascolta senza giudicare,
opera senza chiedere all’analizzante di guarire o di cambiare così da
permettergli di separarsi per trovare la propria misura della felicità.
Allo stesso modo “se
il maestro non sa tacere il proprio amore, rischia di esigere, volontariamente
o meno, che l’allievo segua le sue orme, che diventi ciò che lui si attende”.
In tale prospettiva il
maestro non incarna la posizione del padrone e non pretende di misurare,
valutare, definire la vita del suo allievo che potrà incamminarsi per la
propria strada.
“Saper tacere l’amore è a
fondamento di ogni autentica pratica didattica. Il maestro non dice l’amore per
i suoi allievi…preserva il silenzio sull’amore per essere efficace nel proprio
lavoro. Perché solo questo silenzio rende possibile il trasporto del transfert,
la spinta che anima il desiderio di sapere”, in tal modo
Massimo Recalcati culmina la sua splendida disamina.
Ma è anche un momento in cui la pace
dovrebbe essere alimentata
di continuo, in modo attivo,
così da prevenire ed evitare
l’esplosione del conflitto.
Non è la pace e non è la guerra. Delude i falchi perché
interrompe la violenza crudele della guerra, ma delude anche le colombe perché
non ne segna davvero la fine. La tregua non è la pace poiché quest’ultima
implicherebbe la cessazione definitiva del conflitto, la ricostruzione di un
ordine, la possibilità che la violenza venga sostituita da una nuova forma di
legame. La tregua, invece, non stabilisce mai nulla di definitivo. Accade nel
mezzo della guerra e, dunque, non la può redimere, non la può lasciare alle
spalle. Piuttosto la interrompe solo provvisoriamente. È una pausa, un varco
incerto che si apre in un tempo sospeso. È troppo per coloro che vorrebbero
proseguire la guerra e troppo poco per coloro che invece vorrebbero vederla
terminare una volta per tutte. Ogni tregua può evolvere verso la fine della
guerra o regredire alla sua ferocia. Essa porta sempre con sé una ambivalenza
di fondo: è, nello stesso tempo, un sollievo e una minaccia, una preparazione
possibile della pace e un ritorno altrettanto possibile della guerra.
Conosciamo
il racconto: gli achei escogitano, attraverso l’astuto Ulisse, una sospensione
solo apparente della guerra. Lo stratagemma del cavallo di legno si offre come
il segno del loro ritiro dalla guerra, della fine del conflitto, ma, in realtà,
incarna il saccheggio e la distruzione definitiva di Troia. È una tregua che
non prepara la pace ma il massacro totale.
La recente aggressione alla professoressa di Bergamo da
parte di un suo giovanissimo alunno mostra una realtà inquietante: la violenza
entra sempre più frequentemente nel cuore della scuola, ovvero nell’istituzione
che più di ogni altra sarebbe deputata a prevenirla e a contrastarla. Il grande
compito educativo della scuola sarebbe infatti quello di offrire alla vita
delle nuove generazioni la via della parola come
alternativa alla spinta feroce e distruttiva della violenza. Essa non può
limitarsi alla trasmissione di nozioni o competenze più o meno specializzate,
ma dovrebbe favorire la trasmissione della legge della
parola senza la quale non c’è alcuna educazione possibile, né
civile, né affettivo-sessuale.
È proprio tra i banchi della scuola che i nostri figli
dovrebbero apprendere che il conflitto non si risolve con il passaggio all’atto
violento, ma con il confronto delle idee e che senza la rinuncia alla “via
breve” della violenza non c’è alcuna possibilità di umanizzare la vita.
Il nostro tempo sembra segnato in questo senso da una
profonda regressione.
La violenza nella scuola si manifesta nei legami interni
al gruppo dei pari dove il più forte impone la propria legge sul più fragile
– bullismo, cyberbullismo, body shaming,
eccetera – ma anche nello stesso rapporto tra generazioni. La figura
dell’insegnante anziché suscitare rispetto viene sempre più esposta a forme
crescenti di delegittimazione che possono, come in questo caso, raggiungere il
culmine dell’aggressione diretta da parte degli allievi ma, non di rado, anche
da parte delle famiglie.
Non si tratta ovviamente di un fenomeno circoscritto.
Come ci ha insegnato Freud,
non esiste una separazione netta tra mondo interno e mondo esterno poiché il
mentale è anche sempre sociale. Dunque se la violenza dilaga nella scuola è
perché essa trova la sua più grave legittimazione nel discorso degli adulti. La
domanda, allora, non è solo relativa alla violenza come una delle espressioni
più diffuse del disagio
giovanile, ma alla responsabilità delle vecchie generazioni: quale
testimonianza siamo in grado di offrire ai nostri figli della legge
insostituibile della parola e, dunque, della necessaria rinuncia della
violenza? Se gli adulti sono i primi a cedere alla tentazione dell’insulto,
della denigrazione, dell’aggressività verbale, se essi praticano la rissa, se
il confronto tra idee diverse si trasforma sistematicamente in scontro, in odio
reciproco, quello che si trasmette alle nuove generazioni non è il valore insostituibile
della legge della parola, ma la legge brutale della forza.
In questo senso, anche il clima che ha caratterizzato la
recente campagna
referendaria – segnato da un linguaggio esasperato, polarizzato
e intriso di disprezzo ideologico – non è privo di conseguenze. Esso
costituisce una vera e propria pedagogia nera, una sorta di scuola parallela
che insegna ai più giovani che l’altro non è un interlocutore degno di
attenzione, ma un nemico da annientare e umiliare. Quale testimonianza il mondo
degli adulti offre alle nuove generazioni nei confronti della tolleranza per le
idee e le visioni del mondo che non coincidono con le nostre? È un fatto evidente:
il disprezzo di chi pensa il mondo in modo differente dal nostro contamina
pesantemente la nostra vita civile.
I social network,
da questo punto di vista, esibiscono una attitudine alla violenza e all'insulto
impressionante, senza che nessuna norma sia in grado di regolamentarne la
spinta. Forme di shitstorming accompagnano regolarmente il dibattito, si fa per
dire, delle idee. E non solo tra i giovani. I media allevano, anziché il
pluralismo, gli schieramenti faziosi, i raggruppamenti omogenei e settari. Non
dovrebbe essere invece loro compito, omologo a quello più alto della scuola, di
introdurre la vita dei nostri figli alla legge del Due? Non esiste infatti un
solo modo di vedere il mondo, un solo modo di leggere le cose che
accadono.
Quando la violenza esplode in modo erratico, come è
accaduto nei confronti della professoressa Chiara Mocchi,
non ci si può limitare a condannare quel gesto come se non ci riguardasse. Qual
è la nostra responsabilità di adulti nel diffondere l'odio, nel glorificarne
addirittura la forza, nel seminarne i germi? Solo una profonda cultura
democratica può costituire un antidoto contro la violenza. Ma una cultura
democratica non nasce dai grandi discorsi. Sorge piuttosto dalla qualità dei
legami familiari e dalla capacità degli adulti di testimoniare, con i propri
gesti e con le proprie parole, che la differenza non
è una minaccia per la vita ma una risorsa. La verità, nella sua dimensione
umana, non può mai essere monolitica, non coincide mai con una sola voce.
Quale testimonianza sanno dare allora le vecchie
generazioni della loro capacità di apertura e di ascolto? Non siamo di fronte a
una crescente all’omologazione,
all’identificazione massiccia di schieramenti che si rafforzano reciprocamente
attraverso l’esclusione della voce divergente? I media che dovrebbero avere una
funzione fondamentale nella costruzione di una cultura
democratica non stanno cedendo alla logica populista della
semplificazione e della contrapposizione carica di odio? Invece di alimentare
il pensiero critico e il pluralismo non stanno favorendo lo smembramento del
tessuto civile del nostro paese in blocchi identitari rigidi, incapaci di
dialogo e carichi di violenza? La necessaria condanna del gesto di questo
ragazzo non può infatti risparmiarci dall’assunzione delle nostre
responsabilità. In che modo siamo implicati, come adulti, nella diffusione di
questa violenza irresponsabile? Il nostro linguaggio non la alimenta, non la
giustifica, non la promuove anche se involontariamente? Davvero non esiste
alcun nesso tra il linguaggio di
odio che attraversa il nostro paese e il carattere solo
apparentemente erratico di questi passaggi all’atto violenti?
Gli psicoanalisti sanno
bene che le parole non sono mai solo parole. Esse possono talvolta assomigliare
a proiettili. Possono armare le mani, spingere verso la violenza, fomentare
l’illusione cainesca che l’Uno possa liberarsi definitivamente del Due.
"Le parole hanno un peso:
lasciano segni, accendono
ricordi, aprono i cuori.
Non sono fatte d’aria, spostano
le vite e decidono l’amore"
Il pensiero di Massimo
Recalcati sul valore della parola, capace di dare forma alle relazioni, al
silenzio e all’esperienza più profonda dell’essere umano
Basterebbe soffermarsi
solo un attimo per comprendere fino in fondo come le parole abbiano un peso:
ogni parola pronunciata con amore, infatti, può arrivare dritta al cuore,
accarezzando la nostra anima, mentre ogni parola pronunciata con disprezzo può
mortificarci o umiliarci.
Ad avvalorare tale tesi è
proprio lo psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati che in
merito ha così espresso il suo pensiero: “L’esperienza della psicoanalisi
insegna il peso delle parole. Le parole non sono fatte d’aria, possiedono una
loro consistenza: spostano le vite delle persone, lasciano segni, accendono
entusiasmi e ricordi, aprono i cuori, armano le mani, sentenziano, liberano,
incatenano, sconvolgono, sospingono all’odio o all’amore, aprono o chiudono i
mondi”.
Si pensi, ad esempio,
allo psicoanalista che paradossalmente trascorre la maggior parte del suo tempo
in silenzio, senza parlare; eppure il silenzio è una merce rara e preziosa ed è
la sola cosa che davvero onora la parola, così come spiegatogli molto dettagliatamente
dal saggista italiano.
Ed allora a cosa
assomiglia davvero la parola? Massimo Recalcati, in via esemplificativa, ci
propone tre diverse immagini.
Luce
“La prima è un’immagine
inconsueta perché noi siamo abituati nel nostro tempo a pensare che la
parola sia uno strumento che serve alla comunicazione. In realtà la prima
immagine che vi voglio offrire è che la parola assomiglia alla luce. Ed il
fatto che la parola assomiglia alla luce ci è indicato dalla nipotina di
Sigmund Freud che soffriva di disturbi del sonno e dunque chiedeva a sua madre
di starle vicino fino a notte fonda. Ad un certo punto la madre spazientita
dice alla piccola: ‘adesso vado di là, ho sonno, spengo la luce, dormi ’ e la
bambina rivolta alla madre dice: ‘sì, tu spegni la luce, ma continua a parlarmi
perché la tua parola è luce’. La parola porta la luce nella misura in cui
allarga l’orizzonte del nostro mondo, nella misura in cui moltiplica i mondi,
nella misura in cui, illuminando le cose, le fa esistere in modo nuovo. E
questa è la dimensione più straordinaria, bella, della parola”, in tal modo il
saggista italiano continua la sua significativa disamina.
Proiettile
“Ma la psicoanalisi ci
insegna che accanto a questa rappresentazione della parola luce ce n’è
un’altra: quando la parola assomiglia ad un proiettile. Parole che ci hanno
attraversato, che ci hanno ferito, che ci hanno fatto sanguinare, che ci hanno
fatto soffrire, che ci hanno umiliato, che ci hanno offeso. Quando la parola
diventa proiettile? Quando assomiglia all’insulto. La parola può essere molto
pericolosa. Dunque, si arresta il movimento luminoso della parola e prevale la
violenza sulla parola. Ciò si verifica quando viene meno lo sforzo degli adulti
di assumersi le conseguenze delle parole che pronunciano.
Coraggio
“Infine, il terzo
ritratto, che è il più breve ma che è anche il più significativo per uno
psicoanalista, è la parola come appuntamento mancato, sono le parole che non
abbiamo detto, le parole che non abbiamo avuto il coraggio di pronunciare, di
dire, di affermare. La parola che è rimasta chiusa nella nostra bocca. Queste
per gli psicoanalisti sono le parole che fanno ammalare: le parole non dette
sono le parole che si convertono in sofferenza. A volte il corpo nella sua
sofferenza dice le parole che non abbiamo osato dire”, attraverso tale terza
immagine Massimo Recalcati conclude la sua profonda riflessione.
Non dobbiamo mai
dimenticare, pertanto, quanto siano importanti le parole che pronunciamo:
queste ultime, infatti, sono in grado di portare la luce nella misura in cui
allargano l’orizzonte del nostro mondo; ma al contempo le parole possono ferire
proprio come proiettili, infliggendoci sofferenza e mortificandoci fin nel
profondo della nostra anima.
Per te, lettore che ci
segui, ti sei mai chiesto quali parole hanno lasciato un segno nella tua vita e
quali, invece, avresti voluto dire e non hai detto? Le parole restano, nel
tempo e nella memoria, molto più di quanto immaginiamo.
Il
nostro tempo sperimenta il declino della funzione simbolica del padre. Gli effetti di
questo declino non investono solo il discorso educativo e le figure genitoriali
sempre più in crisi nell’esercizio dei loro compiti, ma riguardano più
profondamente la natura stessa dei legami sociali.
La dissoluzione dei valori consolidati della tradizione non ha generato
una vita collettiva più solidale, ma un disorientamento di fondo che ha
promosso una tendenza regressiva al recupero nostalgico di quegli stessi
valori. Si tratta di una spinta pulsionale conservatrice che attraversa non
solo l’Occidente, ma l’intero pianeta. Esposto a un vuoto simbolico che non sa
abitare, il soggetto contemporaneo è animato dalla tentazione a recuperare una
versione assolutista dell’autorità del padre. Invece di provare a praticare
un’altra forma della paternità, diversa da quella patriarcale – che, almeno in
Occidente, sarebbe in via di estinzione –, il nostro tempo manifesta
un’inclinazione paradossale al suo rimpianto nostalgico.
Mentre la funzione
simbolica del padre evapora rivelando un suo fatale indebolimento, sulla scena
politica contemporanea si affermano figure di padri che esibiscono senza veli
la loro onnipotenza, come a voler oscurare quell’inevitabile indebolimento. Quello
che ritorna non è la figura simbolica del padre come fondamento del patto
sociale e come luogo di trasmissione della Legge della parola, che è la sola Legge che rende possibile
una convivenza civile, ma una sua caricatura oscena, ovvero quella
rappresentata dal padre ordalico descritto originariamente da Darwin e da Freud.
Qual è la natura più
essenziale di questa versione solo perversa del padre? Non si tratta di un
padre che separa il godimento dalla Legge attribuendo un senso all’esperienza
del limite e del non-tutto, ma di un Padre-Orangotango che sottomette la Legge stessa al
proprio smisurato godimento. È, se si vuole, la forma contemporanea che ha
assunto il ritorno della versione più autoritaria e più patologica del patriarcato: l’autorità paterna, anziché essere simbolo
della Legge della parola, si impone contro quella Legge. Essa vorrebbe
svincolarsi dalla Legge degli uomini facendo del proprio arbitrio la sola forma
possibile della Legge. Da Putin a Trump, da Netanyahu a Khamenei, da Erdogan a Kim Jong- un, in regioni del mondo e in
contesti culturali estremamente diversi, si affermano padri ordalici che
rigettano il primato della politica come primato della parola per affermare un
potere arcaico avverso a ogni forma di mediazione simbolica. I padri ordalici
non parlano ma comandano; non interpretano la Legge, ma la piegano alla propria
persona; non rappresentano il limite, ma lo violano sistematicamente nel nome
di una sovranità che vuole imporsi come assoluta. La loro forza non deriva
dalla Legge della parola, ma dalla loro adesione alle pulsioni più primitive e
prepolitiche delle masse, dalla fascinazione per un potere che promette
protezione in cambio di sottomissione.
La crisi contemporanea della democrazia è in gran parte
determinata dal ritorno spettrale del fantasma del padre dell’orda che Darwin, ripreso da Freud, situava
come matrice originaria del legame sociale.
Nel suo racconto, le
prime forme di aggregazione umana sarebbero state caratterizzate dalla presenza
di un capobranco che imponeva la propria forza sui figli e sulle figlie,
asserviti a un godimento incestuoso elevato al rango della sola versione
possibile della Legge. Non a caso, nella rilettura freudiana di questo mito, la
nascita del patto sociale e la costituzione di una possibile comunità
scaturivano solo dalla morte per assassinio del padre dell’orda, provocata dai
fratelli e dalle sorelle riunitisi contro il padre-tiranno. Solo se il
padre-orangotango viene destituito, infatti, può esistere una Legge in grado di
limitare la spinta incestuosa al dominio e al godimento del tutto. Nel nostro
tempo sembra invece accadere proprio il contrario: il ritorno del padre
onnipotente dell’orda porta con sé il rischio della morte del patto sociale. Si
tratta di un nuovo autoritarismo che in Occidente non è affatto un residuo
arcaico che resiste all’ipermodernità, ma è, al contrario, un prodotto osceno
interno alla crisi dell’ipermodernità stessa. Il padre ordalico emerge come
risposta regressiva all’angoscia generata dall’evaporazione del padre
simbolico.
Un caso emblematico
attuale è l’uso trumpiano delle milizie dell’ICE per contrastare il fenomeno
dell’immigrazione, oppure l’irridente e spettacolare degradazione dei suoi
avversari politici, ridotti a figure subumane – come è già avvenuto con Biden
o, più recentemente, con i coniugi Obama.
Il ritorno di questi
padri despoti che sostituiscono al Diritto la forza, o meglio, come accadeva
nell’orda primitiva descritta da Darwin e da Freud, che scambiano la propria
forza con quella del Diritto, anziché restaurare la vecchia autorità simbolica del
padre ne segnalano la perdita più totale, il fallimento ultimativo di quella
funzione. Non siamo infatti di fronte a un ritorno della Legge simbolica della
parola, ma piuttosto alla sua tendenziale sospensione nel nome, appunto, della
forza scambiata per il solo Diritto che conta. I padri ordalici non rafforzano
la democrazia ma la escludono per principio (come accade, per esempio, nel
regime religioso di Khamenei o in quello militare-poliziesco di Putin), oppure
la corrodono dall’interno (come nell’azione politica di Trump o di Netanyahu).
La loro forza deriva dal vuoto politico che occupano: là dove il padre
simbolico è stato disattivato, il padre ordalico si presenta come una soluzione
immaginaria all’angoscia e al disorientamento collettivo.