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lunedì 22 giugno 2026

NOSTALGIA DEL PADRE


 “Il padre esemplare è quello che lascia in eredità il desiderio di vivere questa vita”.

 Lo psicoanalista conquista piazza Maggiore a Repubblica delle Idee, partendo da Lacan e riflettendo su figure e ruoli.

 

-di Emanuela Giampaoli 

 BOLOGNA – “Nostalgia del padre?”. Si interroga lo psicanalista Massimo Recalcati in piazza Maggiore a Repubblica delle idee, sul Crescentone gremito, condensando in 30 minuti una delle grandi questioni del nostro tempo e venti anni del suo lavoro. La sfida è quella lanciata dal suo maestro, Jacques Lacan nel 1969 con la celebre definizione “l’evaporazione del padre”. Post sessantottina. “Lacan aveva ragione – spiega lo psicanalista - la contestazione del ’68 ha deposto la rappresentazione patriarcale della paternità. Prima il dominio del padre era assoluto, la sua parola dettava legge, stabiliva cosa era vero o falso, bastava uno sguardo, il tono della voce. Io vengo da una famiglia così. E dobbiamo ringraziare il Signore che quel tempo sia finito anche se c’è chi ne ha nostalgia”. Lo psicoanalista cita un ricordo personale, la sua maestra elementare, che “aveva lo chignon, fumava Muratti, ho scoperto che votava Msi e ci diceva: ‘Siete tutti viti storte io sono il paletto e il filo di ferro e il mio compito è raddrizzarvi’”. 

 Solo che la fine del padre ha messo in crisi, continua Recalcati, non solo i padri, ma chiunque abbia il difficile compito di educare. “Si vede nella vita quotidiana della scuola. Ai miei tempi quando l’insegnante entrava in aula aveva alle spalle il crocefisso e la fotografia del presidente della Repubblica, una serie che gli attribuiva autorità. Oggi entra in aula e ha un problema: farsi ascoltare. Tra l’altro nei dibattiti televisivi, dove io non vado mai, la responsabilità di tutto questo viene scaricata sui genitori considerati degli smidollati”. 

 Come si fronteggia questa crisi allora? “Ci sono tre strade. La prima è appunto pensare di restaurare il padre del patriarcato, qualcuno ci crede. La seconda è la via di cui parlava Pier Paolo Pasolini, quella di sostituire Dio e dunque il padre con gli dei rappresentati dagli oggetti, dal capitalismo. Lo spiegò in un articolo dal titolo “Non avrai altro jeans all’infuori di me””. Poi c’è la via proposta da Recalcati

 “Ho ripensato la figura del padre e il primo movimento è quello che il padre non è biologico, dobbiamo sganciare l’idea di paternità dalla biologia e dalla natura. Il padre non è lo spermatozoo. Tutto il cinema degli ultimi tempi di Clint Eastwood, da “Million dollar baby” a “Gran Torino”, parla di questo. Il padre non è più quello con la barba e i baffi. La paternità come adozione e quindi può essere anche una donna, una lesbica, un gay, una madre”. 

 E a definire padre è la funzione di taglio, quella che separa il bambino dal seno della madre (“il bambino fino a quando ha il seno in bocca non può parlare” dice riproponendo un concetto lacaniano). “Il padre di cui parlo non è il padre esemplare del patriarcato, i modelli esemplari sono incubi, ma è il padre che testimonia il desiderio, che lascia come eredità il desiderio: di uscire di casa, di svolgere il lavoro che fa, di vivere questa vita”.

Alzogliocchiversoilcielo


 

venerdì 12 giugno 2026

LA MADRE SI ACCORGE DI TUTTO

 

È nella sua cura

 la risposta

a un mondo

 sempre più distratto 


"È la madre che si accorge di tutto, anche del dettaglio che passa spesso inosservato". 

Per Recalcati è nella cura dell'altro che si custodiscono desideri, passioni e il senso più autentico...

La Redazione

Può riuscire la figura della madre con il suo esempio, la sua cura e il suo amore a salvare l’umanità? È una domanda enorme eppure, se per salvezza intendiamo la capacità di restare umani in un tempo che rischia di dimenticare l'attenzione verso l'altro, la risposta è sì. A tal proposito, la riflessione proposta da Massimo Recalcati, psicanalista e docente universitario, assume un significato profondo.

“La lezione più alta che possiamo ricavare dalla maternità non è affatto quella del “maternage” ma quella di una cura che sa essere cura del particolare. Nel nostro tempo dominato dal nichilismo del discorso del capitalista, in primo piano è un'incuria assoluta. La città, le relazioni umane, la comunità civile, il nostro stesso pianeta sono travolti da un iperattivismo mortale il cui unico scopo è di realizzare un godimento senza Legge”.

Secondo l’esperto, nel mondo moderno, quello nel quale tutti siamo “vittime coscienti”,  i valori autentici sono stati appannati dal denaro, inevitabilmente dal lavoro e da questa esasperazione nel raggiungere un massimo che si spinge sempre più oltre, lasciandoci senza forze e con la sensazione di non aver mai fatto abbastanza.

Questo modo di vivere ci rende semplicemente egoisti, individui che mirano solo al proprio successo senza osservare quello che ci sta attorno e soprattutto chi ci sta attorno. Ed è da qui che parte la riflessione di Massimo Recalcati che ci invita ad osservare la madre e la sua cura: “La madre come figura che sa incarnare una cura che non dimentica di fare posto al particolare più particolare della vita è un punto di resistenza critica a questa deriva. È questa una delle cifre più politiche del mio lavoro”.

È la madre che si accorge di tutto, anche del dettaglio che passa spesso inosservato, sentinella di malesseri, stati d’animo, desideri e passioni. È questo l’atteggiamento con il quale l’esperto chiede di affrontare questa vita, oggi più che mai, carente di valori ed emozioni. Sia gli uomini che le donne, sono chiamati ad esercitare nelle loro vite il lato “materno”, quello che accoglie senza giudicare, quello che rassicura senza abbandonare. Questo genere di cura riesce a sanare le ferite dell’altro, ma prima ancora le proprie, quando esausti da una vita che assorbe tutte le nostre energie riusciamo finalmente a dire basta e a curarci con il nostro stesso amore. 

Scuolaoggi


 

venerdì 22 maggio 2026

IL TERRORE DELLA FINE

 


 'Solo la cura 

ci salva 

dal terrore

 della nostra fine'

 


 L’uomo è sempre impegnato a rimuovere il pensiero della morte e persino la guerra è una estremizzazione di questo tentativo vano

 Ma per non avere paura l’unico antidoto

 è una solidarietà più forte.

-         di Massimo Recalcati 

Nessun altro tempo come il nostro, dopo la tragedia immane della Seconda guerra mondiale, ha sollevato con così grande angoscia il tema della salvezza. Ne usciremo vivi? E come? Sono domande che ricorrono e che non smettiamo di porci dimenticandoci però che nessuno di noi ne potrà davvero uscire vivo. L’essere umano è, infatti, destinato a finire nella polvere dalla quale proviene. È una verità inappellabile che si trova pronunciata anche dal testo biblico per bocca di Qohèlet

Se anche ai conflitti più aspri e irragionevoli, alla precarietà e al disagio sociale, alla crisi economica si potrebbero trovare delle soluzioni possibili, resta il fatto inamovibile che nessuno potrà uscirne vivo da quaggiù: la polvere che noi siamo ritornerà irreversibilmente alla polvere. Il punto è che questa verità viene costantemente rimossa dagli esseri umani. 

Anzi si potrebbe dire che l’uomo non sia solo un animale mortale – cosciente, come tale, diversamente dagli altri animali, della necessità della sua fine -, ma che sia un animale mortale costantemente impegnato nella rimozione individuale e collettiva del reale della morte. Solo la malattia e la sofferenza gli ricordano questo reale dalla cui presa vorrebbe sfuggire o semplicemente dimenticare. Altrimenti gli esseri umani dedicano il loro tempo ad occultare questo trauma. Lo fanno inventando filosofie o religioni come se fossero dei rimedi, provando a distrarsi in ogni modo, nel divertissement di ogni genere, nel culto igienista del proprio corpo sempre in forma, nel rifarlo attraverso la chirurgia estetica per scongiurare i segni del suo decadimento, nelle passioni più diverse che sembra mettano tra parentesi, seppur momentaneamente, la nostra fine, nell’immaginare le voci nell’aldilà, nel sacrificarsi senza riserve per il proprio lavoro o per i propri ideali. Ma il modo più inverosimile e al tempo stesso drammaticamente più umano per stornare il pensiero della morte è quello dell’ammazzarsi reciprocamente. Può accadere per diverse ragioni. Per puro prestigio, per denaro, per sete di potere. La storia degli uomini è la storia delle loro continue guerre. 

Siamo solo una “masnada di assassini” dichiarava senza speranza Freud di fronte alla tragedia della Prima guerra mondiale. Nessuna vicenda come quella della guerra rivela la stoltezza più profonda dell’umano. La guerra sposta sul nemico l’angoscia collettiva di fronte alla nostra fine? Si tratterebbe, come teorizzava già Franco Fornari, del rigetto paranoico del lutto. Anziché confrontarsi con l’ineluttabilità della nostra morte si dà la morte a qualcun altro. E se provassimo invece a cambiare il nostro modo di vedere le cose? Se provassimo a vedere nel carattere inaggirabile della morte quello che ci unisce come umani non potremmo trovare proprio in questo trauma il fondamento più sincero di una possibile fratellanza o sorellanza? Non sarebbe questo il più vero magistero di Giobbe? Ricordiamo la sua vicenda. Egli è l’uomo giusto che il Dio biblico vuole mettere alla prova togliendogli tutto. La sua fede resisterà o sarà spazzata via lasciando il posto al risentimento e alla rivendicazione? Troppo facile credere che la rettitudine sia sempre premiata con la fortuna. 

Proviamo invece a smuovere le cose, pensa il suo Dio sollecitato dal demonio. Proviamo a vedere come l’uomo giusto reagisce di fronte alla perdita, alla malattia e alla caduta. 

Proviamo a vedere cosa accade se ogni forma di giustizia retributiva venisse scossa alle sue fondamenta. La fede può resistere di fronte all’ingiustizia e all’insensatezza del dolore? Ma se davvero provassimo a prendere sul serio la lezione di Giobbe non ci perderemmo nella lotta fratricida dell’uno contro l’altro, se ci ricordassimo insieme a lui della polvere che portiamo nella nostra carne non rigonfieremmo il petto della superbia e dell’insulto, della aggressione e della costante imputazione rivolta verso l’altro. Se ci ricordassimo di Giobbe potremmo trovare forse davvero una via di salvezza. Non quella che rimuove la morte ma, al contrario, quella che il riconoscimento della nostra morte potrebbe rendere possibile. 

Si rilegga in questa luce anche La peste di Camus. In gioco non è come ritenne ingiustamente Sartre nella sua lettura una “morale da crocerossina”, ma un’etica della misericordia che riguarda il riconoscimento di chi cade come nostro fratello e nostra sorella. Il disprezzo aristocratico nei confronti di quest’etica non considera che la nostra destinazione mortale ci rende tutti bisognosi di cura, che senza la presenza dell’altro saremmo già polvere ancora prima di morire. Lo dichiara ancora una volta Qohelet: «guai a chi cade ed è solo!». Se tutto è un “soffio”, se la vita è una breve corsa sotto al sole, non dovremmo credere meno alla guerra? Se riconoscessimo davvero il nostro comune destino mortale potremmo davvero essere fratelli e sorelle. Mentre la pulsione di morte che domina la spinta alla guerra conduce verso la distruzione di ogni legame nel nome dell’Uno contro l’Altro, ricordarsi della nostra polvere dovrebbe mostrarci quanto la nostra vita dipenda dall’esistenza di questi legami, quanto il tempo sempre breve che ci resta da vivere meriterebbe di essere dedicato a qualcosa di più grande che non alla spinta a distruggere. Di fronte alla tragedia della peste gli uomini descritti da Camus si riconoscono fratelli e sorelle rispetto all’assurdità del male che li colpisce. Solo non dimenticare la nostra polvere potrebbe salvarci se non dalla morte almeno dall’orrore dalla guerra di tutti contro tutti. 

La Repubblica 

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sabato 9 maggio 2026

LA MANIPOLAZIONE DELLE MASSE

 


"I nuovi leader 
e la manipolazione
 delle masse"

 

La cultura occidentale dominata dalla tecnologia ha dissolto il fenomeno novecentesco studiato da Le Bon e Freud. Nondimeno questa atomizzazione deve tenere conto sempre più del ritorno di padri-primigeni. Da Putin a Trump, da Netanyahu a Khamenei.

Massimo Recalcati 

Il nome di Gustave Le Bon attraversa sotterraneamente tutto il Novecento. In particolare, la sua Psicologia delle folle, pubblicata nel 1895, costituisce infatti uno degli sfondi teorici fondamentali della Psicologia delle masse e analisi dell’Io di Freud. Lo stesso Mussolini riconobbe apertamente il proprio debito nei confronti di quel testo cogliendo nella sua riflessione una chiave decisiva per comprendere la forza politico-emotiva della massa. L’intuizione principale di Le Bon consiste nel pensare alla massa non come alla somma di individui ma come un vero e proprio fenomeno collettivo. 

La massa cancella innanzitutto le individualità singolari offrendo loro l’illusione di un’appartenenza che le libererebbe dall’angoscia che comporta la responsabilità soggettiva. Non a caso Le Bon evidenzia il carattere fondamentalmente regressivo della massa: le pulsioni più primordiali (violenza, odio, fanatismo, infatuazione, idolatria emotiva) si possono scatenare senza che vi sia mai un vero responsabile. Al centro non c’è la dimensione etica della scelta individuale perché ogni massa si costituisce per “contagio” abbassando la soglia critica del pensiero per intensificare una spinta all’agire irrazionalmente passionale. La massa assorbe le individualità singolari in un soggetto collettivo acefalo che offre ai suoi membri una identità granitica: la cessione della propria libertà individuale ha come contropartita l’assicurazione di una protezione inscalfibile. Freud ha radicalizzato l’intuizione di Le Bon mostrando come la massa si organizzi sempre attorno a un processo identificatorio inconscio di tipo verticale: per costituirsi essa ha bisogno di un capo, di un leader autoritario, di una figura capace di occupare il posto del “padre primigenio”. È solo questa identificazione a istituire in ultima istanza i legami libidici che uniscono la massa come se fosse un solo grande corpo. Non è sufficiente che gli individui stiano insieme: è necessario che essi amino una sola immagine, un solo capo, che si riconoscano in un unico emblema identitario. 

Nel nostro tempo però la massa non assomiglia più al cemento armato che aveva caratterizzato le grandi masse totalitarie del ’900, non è più un blocco monolitico. 

Assistiamo piuttosto al fenomeno della sua radicale atomizzazione: la massa che si organizza intorno al nuovo potere dei social network non sembra avere più un padrone, un leader al quale identificarsi, un padre primigenio a proprio fondamento. Il cemento armato che istituiva la massa novecentesca lascia il posto a uno sciame ondivago. La dispersione rizomatica prevale sulla concentrazione identitaria. I social network rappresentano il laboratorio più evidente di questa metamorfosi: la folla digitale non possiede più necessariamente un centro stabile ma si dispiega attraverso propagazioni rapide, identificazioni intermittenti, esplosioni emotive improvvise. L’odio collettivo può condensarsi per qualche giorno attorno a un bersaglio per poi disperdersi immediatamente verso un nuovo oggetto. La cultura occidentale dominata dalle nuove tecnologie ha dissolto il fenomeno novecentesco della massa come una entità compatta studiato da Le Bon e da Freud. Nondimeno, questa atomizzazione della massa contemporanea deve tenere conto sempre più del ritorno di padri-primigeni, di leader ordalici (Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei) che pretenderebbero di rianimare la vecchia massa identitaria

Da una parte abbiamo allora la massa-sciame che caratterizzerebbe il mondo occidentale nell’epoca del dominio della cultura-social e dall’altra parte la massa identitaria come ritorno dello spettro totalitario. Il fenomeno della guerra non può, infatti, essere concepito a partire dall’atomizzazione della massa ma solo dal suo compattamento identitario. Si tratta di una medesima spinta a ricompattare l’angoscia collettiva attorno a immagini forti di identità, nazione, nemico, appartenenza. Siamo dunque davanti a due fenomeni che sembrano antagonisti: da una parte la massa-sciame della cultura digitale occidentale, dall’altra il ritorno della massa identitaria organizzata attorno a leader ordalici. In realtà questi due fenomeni non si escludono: l’atomizzazione neoliberale della massa produce infatti soggetti sempre più esposti all’angoscia, alla precarietà e alla solitudine. Ed è proprio questa fragilità diffusa a rendere possibile il ritorno pulsionale di identificazioni solide. Quanto più il soggetto si sente disperso, tanto più desidera un’identità rigida in grado di proteggerlo dall’incertezza. 

Nell’Europa dominata dall’individualismo neoliberale, dall’impero della cultura digitale, dunque dall’atomizzazione rizomatica delle masse, la necessità del riarmo — provocata dall’attuale destabilizzazione dell’ordine geopolitico — appare a molti come un ritorno spettrale del passato. La guerra richiede sempre una costruzione dell’identità collettiva alla quale deve corrispondere l’individuazione di un nemico altrettanto stabile che consenta una saldatura emotiva capace di convertire l’angoscia individuale in una appartenenza fusionale.

La Repubblica 

Alzogliocchiversoilcielo

 

venerdì 24 aprile 2026

IL DESIDERIO DI SAPERE

 


 “Il maestro 

non deve riempire 

teste vuote, 

ma aprire mondi”.

 

Il dono più grande

 è lasciare

 libero l’allievo

  •  

La Redazione

Per lo psicoanalista il vero insegnante non riempie teste di nozioni né pretende obbedienza: accende il desiderio di sapere e lascia libero l’allievo di trovare la propria strada...

La considerevole ed imprescindibile funzione che ogni insegnante è chiamato a svolgere è quella di “animare il desiderio di sapere” dell’allievo proprio perché in caso contrario non vi è alcuna possibilità di apprendere in modo singolare il sapere stesso che viene trasmesso.

L’errore nel quale spesso si incorre, infatti, è quello di pensare che il sapere si riceva passivamente dall’altro senza accorgersi però che non vi è alcuna possibilità di “raggiungere un sapere vero se non attivandosi in un processo di ricerca”, così come spiegatoci molto dettagliatamente dallo psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati.

“Il sapere non ha la stessa natura di un liquido che si può versare da un recipiente all’altro. L’apprendimento non avviene per travaso passivo da un bicchiere più pieno a uno più vuoto, perché il modello sul quale si fonda non è mai quello di un vuoto da riempire – le teste vuote degli allievi dentro le quali si deve versare il cemento del sapere – quanto di un vuoto da aprire”, attraverso tali significative parole lo psicoanalista continua la sua ragguardevole disamina evidenziando come la funzione del maestro consista nel rendere fecondo questo vuoto.

Ogni insegnante degno di questo nome deve pertanto “aprire vuoti nelle teste, aprire buchi nel discorso già costituito, fare spazio, aprire le finestre, le porte, gli occhi, le orecchie, il corpo, aprire mondi, aprire aperture impensate prima”.

Dunque, il sapere del maestro non è mai ciò che colma la mancanza ma anzi ciò che la preserva.

Non bisogna mai dimenticare, infatti, che vi è differenza tra il gesto del maestro che sa mettere in moto ed animare il desiderio dell’allievo e l’atto padronale della seduzione dell’indottrinamento, così come precisato dallo psicoanalista francese Lacan in una sua citazione ben riportata da Massimo Recalcati.

Ecco perché “il dono più grande del maestro non è il dono del sapere ma quello di saper «tacere l’amore». Questo dono è il più prezioso perché non vincola l’allievo ad alcuna obbedienza, ma lo lascia sempre libero di andarsene, di separarsi dal maestro”.

Si pensi, ad esempio, allo psicoanalista, il cui silenzio è decisivo: egli ascolta senza giudicare, opera senza chiedere all’analizzante di guarire o di cambiare così da permettergli di separarsi per trovare la propria misura della felicità.

Allo stesso modo “se il maestro non sa tacere il proprio amore, rischia di esigere, volontariamente o meno, che l’allievo segua le sue orme, che diventi ciò che lui si attende”.

In tale prospettiva il maestro non incarna la posizione del padrone e non pretende di misurare, valutare, definire la vita del suo allievo che potrà incamminarsi per la propria strada.

“Saper tacere l’amore è a fondamento di ogni autentica pratica didattica. Il maestro non dice l’amore per i suoi allievi…preserva il silenzio sull’amore per essere efficace nel proprio lavoro. Perché solo questo silenzio rende possibile il trasporto del transfert, la spinta che anima il desiderio di sapere”, in tal modo Massimo Recalcati culmina la sua splendida disamina.

Ascuolaoggi

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lunedì 13 aprile 2026

LA TREGUA


Non è solo un tempo sospeso nel mezzo 
di una guerra.

 Ma è anche un momento in cui la pace

 dovrebbe essere alimentata

 di continuo, in modo attivo, 

così da prevenire ed evitare

l’esplosione del conflitto.



-di  Massimo Recalcati 


Non è la pace e non è la guerra. Delude i falchi perché interrompe la violenza crudele della guerra, ma delude anche le colombe perché non ne segna davvero la fine. La tregua non è la pace poiché quest’ultima implicherebbe la cessazione definitiva del conflitto, la ricostruzione di un ordine, la possibilità che la violenza venga sostituita da una nuova forma di legame. La tregua, invece, non stabilisce mai nulla di definitivo. Accade nel mezzo della guerra e, dunque, non la può redimere, non la può lasciare alle spalle. Piuttosto la interrompe solo provvisoriamente. È una pausa, un varco incerto che si apre in un tempo sospeso. È troppo per coloro che vorrebbero proseguire la guerra e troppo poco per coloro che invece vorrebbero vederla terminare una volta per tutte. Ogni tregua può evolvere verso la fine della guerra o regredire alla sua ferocia. Essa porta sempre con sé una ambivalenza di fondo: è, nello stesso tempo, un sollievo e una minaccia, una preparazione possibile della pace e un ritorno altrettanto possibile della guerra. 

 La caduta di Troia ci consegna una delle figure più inquietanti della falsa tregua. 

Conosciamo il racconto: gli achei escogitano, attraverso l’astuto Ulisse, una sospensione solo apparente della guerra. Lo stratagemma del cavallo di legno si offre come il segno del loro ritiro dalla guerra, della fine del conflitto, ma, in realtà, incarna il saccheggio e la distruzione definitiva di Troia. È una tregua che non prepara la pace ma il massacro totale. 

 La storia lo insegna: la tregua può diventare talora un inganno, una maschera. Non ogni tregua è finalizzata alla pace. Esistono tregue tattiche, manipolate, utilizzate per riorganizzare l’offensiva e perfezionare le proprie ambizioni di dominio. Esistono tregue che non sono tentativi di fermare la guerra ma di farla proseguire con altri mezzi. Quando questo accade, la tregua diviene un mero travestimento della spinta bellica alla distruzione. 

 E, tuttavia, sarebbe un errore soffermarsi solo sulla dimensione della tregua come falsificazione di una volontà segreta di guerra. Esiste infatti anche un’altra tregua che comporta il ritorno alla legge della parola là dove lo scoppio della guerra l’aveva sconvolta e azzerata. Ogni guerra, prima ancora di uccidere i corpi dei soldati e dei civili, uccide la parola. 

 In questa prospettiva, per quanto non sia ancora la pace, la tregua segnala la riapparizione della parola nella forma di una necessaria azione politico-diplomatica. L’imperativo militare è così costretto a cedere il passo alla tortuosità inevitabile della concertazione. La tregua comincia quando il nemico, pur rimanendo tale, ritorna a essere un interlocutore perché ritorna a condividere la dimensione umana della parola. È il movimento fragile, esitante, ma decisivo della tregua. 

 La scelta compiuta da Primo Levi di titolare il proprio racconto dell’uscita da Auschwitz La tregua riflette il fatto che in gioco non era affatto l’illusione della liberazione senza resti dall’orrore, la riconciliazione finale con il mondo, un passaggio lineare dall’inferno del campo alla vita ordinaria. Piuttosto si scava un intervallo, quello della tregua, che non cancella l’orrore sebbene renda possibile un nuovo inizio. Un tempo intermedio e precario nel quale la crudeltà del campo aveva smesso di regnare in forma assoluta, senza però essersi del tutto dissolta. Il trauma, infatti, resta e non può essere dimenticato. 

 Levi chiama questo tempo di mezzo tregua proprio per nominare lo statuto sospeso dell’esistenza dopo la catastrofe. Il male storico della Shoah non può terminare davvero con l’apertura dei cancelli di Auschwitz ma è destinato a proseguire nella memoria, nei sogni, nella fatica del ritorno alla vita. Questo significa che nessuna tregua può coincidere con un’innocenza ritrovata, perché è solo il nome fragile di una sopravvivenza che prova a ricominciare senza poter cancellare ciò che è stato. Per questo la tregua non è soltanto una categoria politica o militare, ma è una profonda figura dell’umano in quanto tale. 

 È sempre un errore madornale pensare alla pace come a un ordine definitivamente compiuto. Dovremmo invece considerare la nostra vita collettiva in una condizione permanente di tregua. Solo in questo modo saremmo costretti a lavorare davvero per rafforzare le nostre iniziative politiche, culturali, sociali in grado di tutelare la pace dalla tentazione “umana troppo umana” della guerra. 

 E, tuttavia, se proviamo a rifletterci, è proprio nel suo statuto incerto che ogni tregua custodisce una verità profonda che tendiamo invece a voler ignorare: il tempo della pace non è mai un tempo definitivo, ma porta sempre con sé la natura della tregua, dunque un tempo necessariamente sospeso. In ogni tregua la macchina della guerra si arresta ma nulla garantisce che si arresti davvero per sempre. Il nemico come oggetto d’odio e di ostilità resta tale. Dunque, il rischio della ricaduta nella guerra è sempre incombente. Per questo non solo ogni tregua è più drammatica della pace, ma ogni pace è sempre di fatto una tregua nella spinta umana alla guerra di tutti contro tutti

 Per questa ragione, essa non può mai assicurare un ordine stabile, immune dalla tentazione umana della guerra. Sicché la tregua non è solo un tempo sospeso nel mezzo di una guerra ma anche un tempo dove la pace dovrebbe essere alimentata di continuo, in modo attivo, così da evitare l’esplosione della guerra. L’esperienza della tregua ci ricorda che la nostra storia non procede mai per assoluti, ma solamente per passaggi instabili, per interruzioni, per aperture incerte. 

 È questa la lezione più severa della tregua: non esiste nessuna pace davvero compiuta per sempre, non esiste un ordine assoluto della pace. Piuttosto, a essere permanente è sempre l’incertezza della tregua. Non ce ne siamo affatto accorti in questi ultimi decenni. È la nostra colpa più profonda. Abbiamo confuso la pace come un ordine stabile delle cose realizzato una volta per tutte quando invece la pace - ogni forma umana di pace -, dovrebbe essere sempre pensata a partire dalla figura necessariamente e tremendamente incompiuta della tregua.

 Alzogliocchiversoilcielo

La Repubblica


                           

mercoledì 1 aprile 2026

CAINO E ABELE

 


Se la violenza dilaga nella scuola è perché trova legittimazione nei discorsi dei grandi, dove l’altro è un nemico da annientare.



Massimo Recalcati 

La recente aggressione alla professoressa di Bergamo da parte di un suo giovanissimo alunno mostra una realtà inquietante: la violenza entra sempre più frequentemente nel cuore della scuola, ovvero nell’istituzione che più di ogni altra sarebbe deputata a prevenirla e a contrastarla. Il grande compito educativo della scuola sarebbe infatti quello di offrire alla vita delle nuove generazioni la via della parola come alternativa alla spinta feroce e distruttiva della violenza. Essa non può limitarsi alla trasmissione di nozioni o competenze più o meno specializzate, ma dovrebbe favorire la trasmissione della legge della parola senza la quale non c’è alcuna educazione possibile, né civile, né affettivo-sessuale. 

È proprio tra i banchi della scuola che i nostri figli dovrebbero apprendere che il conflitto non si risolve con il passaggio all’atto violento, ma con il confronto delle idee e che senza la rinuncia alla “via breve” della violenza non c’è alcuna possibilità di umanizzare la vita. 

Il nostro tempo sembra segnato in questo senso da una profonda regressione. 

La violenza nella scuola si manifesta nei legami interni al gruppo dei pari dove il più forte impone la propria legge sul più fragile – bullismocyberbullismobody shaming, eccetera – ma anche nello stesso rapporto tra generazioni. La figura dell’insegnante anziché suscitare rispetto viene sempre più esposta a forme crescenti di delegittimazione che possono, come in questo caso, raggiungere il culmine dell’aggressione diretta da parte degli allievi ma, non di rado, anche da parte delle famiglie. 

 

Non si tratta ovviamente di un fenomeno circoscritto. Come ci ha insegnato Freud, non esiste una separazione netta tra mondo interno e mondo esterno poiché il mentale è anche sempre sociale. Dunque se la violenza dilaga nella scuola è perché essa trova la sua più grave legittimazione nel discorso degli adulti. La domanda, allora, non è solo relativa alla violenza come una delle espressioni più diffuse del disagio giovanile, ma alla responsabilità delle vecchie generazioni: quale testimonianza siamo in grado di offrire ai nostri figli della legge insostituibile della parola e, dunque, della necessaria rinuncia della violenza? Se gli adulti sono i primi a cedere alla tentazione dell’insulto, della denigrazione, dell’aggressività verbale, se essi praticano la rissa, se il confronto tra idee diverse si trasforma sistematicamente in scontro, in odio reciproco, quello che si trasmette alle nuove generazioni non è il valore insostituibile della legge della parola, ma la legge brutale della forza. 

In questo senso, anche il clima che ha caratterizzato la recente campagna referendaria – segnato da un linguaggio esasperato, polarizzato e intriso di disprezzo ideologico – non è privo di conseguenze. Esso costituisce una vera e propria pedagogia nera, una sorta di scuola parallela che insegna ai più giovani che l’altro non è un interlocutore degno di attenzione, ma un nemico da annientare e umiliare. Quale testimonianza il mondo degli adulti offre alle nuove generazioni nei confronti della tolleranza per le idee e le visioni del mondo che non coincidono con le nostre? È un fatto evidente: il disprezzo di chi pensa il mondo in modo differente dal nostro contamina pesantemente la nostra vita civile. 

social network, da questo punto di vista, esibiscono una attitudine alla violenza e all'insulto impressionante, senza che nessuna norma sia in grado di regolamentarne la spinta. Forme di shitstorming accompagnano regolarmente il dibattito, si fa per dire, delle idee. E non solo tra i giovani. I media allevano, anziché il pluralismo, gli schieramenti faziosi, i raggruppamenti omogenei e settari. Non dovrebbe essere invece loro compito, omologo a quello più alto della scuola, di introdurre la vita dei nostri figli alla legge del Due? Non esiste infatti un solo modo di vedere il mondo, un solo modo di leggere le cose che accadono. 

Quando la violenza esplode in modo erratico, come è accaduto nei confronti della professoressa Chiara Mocchi, non ci si può limitare a condannare quel gesto come se non ci riguardasse. Qual è la nostra responsabilità di adulti nel diffondere l'odio, nel glorificarne addirittura la forza, nel seminarne i germi? Solo una profonda cultura democratica può costituire un antidoto contro la violenza. Ma una cultura democratica non nasce dai grandi discorsi. Sorge piuttosto dalla qualità dei legami familiari e dalla capacità degli adulti di testimoniare, con i propri gesti e con le proprie parole, che la differenza non è una minaccia per la vita ma una risorsa. La verità, nella sua dimensione umana, non può mai essere monolitica, non coincide mai con una sola voce. 

Quale testimonianza sanno dare allora le vecchie generazioni della loro capacità di apertura e di ascolto? Non siamo di fronte a una crescente all’omologazione, all’identificazione massiccia di schieramenti che si rafforzano reciprocamente attraverso l’esclusione della voce divergente? I media che dovrebbero avere una funzione fondamentale nella costruzione di una cultura democratica non stanno cedendo alla logica populista della semplificazione e della contrapposizione carica di odio? Invece di alimentare il pensiero critico e il pluralismo non stanno favorendo lo smembramento del tessuto civile del nostro paese in blocchi identitari rigidi, incapaci di dialogo e carichi di violenza? La necessaria condanna del gesto di questo ragazzo non può infatti risparmiarci dall’assunzione delle nostre responsabilità. In che modo siamo implicati, come adulti, nella diffusione di questa violenza irresponsabile? Il nostro linguaggio non la alimenta, non la giustifica, non la promuove anche se involontariamente? Davvero non esiste alcun nesso tra il linguaggio di odio che attraversa il nostro paese e il carattere solo apparentemente erratico di questi passaggi all’atto violenti? 

Gli psicoanalisti sanno bene che le parole non sono mai solo parole. Esse possono talvolta assomigliare a proiettili. Possono armare le mani, spingere verso la violenza, fomentare l’illusione cainesca che l’Uno possa liberarsi definitivamente del Due.

La Repubblica

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giovedì 26 febbraio 2026

LE PAROLE HANNO UN PESO

 LUCE o PROIETTILE?

 "Le parole hanno un peso:

 lasciano segni, accendono

 ricordi, aprono i cuori. 

Non sono fatte d’aria, spostano

 le vite e decidono l’amore"

La Redazione

Il pensiero di Massimo Recalcati sul valore della parola, capace di dare forma alle relazioni, al silenzio e all’esperienza più profonda dell’essere umano

Basterebbe soffermarsi solo un attimo per comprendere fino in fondo come le parole abbiano un peso: ogni parola pronunciata con amore, infatti, può arrivare dritta al cuore, accarezzando la nostra anima, mentre ogni parola pronunciata con disprezzo può mortificarci o umiliarci.

Ad avvalorare tale tesi è proprio lo psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati che in merito ha così espresso il suo pensiero: “L’esperienza della psicoanalisi insegna il peso delle parole. Le parole non sono fatte d’aria, possiedono una loro consistenza: spostano le vite delle persone, lasciano segni, accendono entusiasmi e ricordi, aprono i cuori, armano le mani, sentenziano, liberano, incatenano, sconvolgono, sospingono all’odio o all’amore, aprono o chiudono i mondi”.

Si pensi, ad esempio, allo psicoanalista che paradossalmente trascorre la maggior parte del suo tempo in silenzio, senza parlare; eppure il silenzio è una merce rara e preziosa ed è la sola cosa che davvero onora la parola, così come spiegatogli molto dettagliatamente dal saggista italiano.

Ed allora a cosa assomiglia davvero la parola? Massimo Recalcati, in via esemplificativa, ci propone tre diverse immagini.

Luce 

“La prima è un’immagine inconsueta perché noi siamo abituati nel nostro tempo a pensare che la parola sia uno strumento che serve alla comunicazione. In realtà la prima immagine che vi voglio offrire è che la parola assomiglia alla luce. Ed il fatto che la parola assomiglia alla luce ci è indicato dalla nipotina di Sigmund Freud che soffriva di disturbi del sonno e dunque chiedeva a sua madre di starle vicino fino a notte fonda. Ad un certo punto la madre spazientita dice alla piccola: ‘adesso vado di là, ho sonno, spengo la luce, dormi ’ e la bambina rivolta alla madre dice: ‘sì, tu spegni la luce, ma continua a parlarmi perché la tua parola è luce’. La parola porta la luce nella misura in cui allarga l’orizzonte del nostro mondo, nella misura in cui moltiplica i mondi, nella misura in cui, illuminando le cose, le fa esistere in modo nuovo. E questa è la dimensione più straordinaria, bella, della parola”, in tal modo il saggista italiano continua la sua significativa disamina.

Proiettile

“Ma la psicoanalisi ci insegna che accanto a questa rappresentazione della parola luce ce n’è un’altra: quando la parola assomiglia ad un proiettile. Parole che ci hanno attraversato, che ci hanno ferito, che ci hanno fatto sanguinare, che ci hanno fatto soffrire, che ci hanno umiliato, che ci hanno offeso. Quando la parola diventa proiettile? Quando assomiglia all’insulto. La parola può essere molto pericolosa. Dunque, si arresta il movimento luminoso della parola e prevale la violenza sulla parola. Ciò si verifica quando viene meno lo sforzo degli adulti di assumersi le conseguenze delle parole che pronunciano.

Coraggio

“Infine, il terzo ritratto, che è il più breve ma che è anche il più significativo per uno psicoanalista, è la parola come appuntamento mancato, sono le parole che non abbiamo detto, le parole che non abbiamo avuto il coraggio di pronunciare, di dire, di affermare. La parola che è rimasta chiusa nella nostra bocca. Queste per gli psicoanalisti sono le parole che fanno ammalare: le parole non dette sono le parole che si convertono in sofferenza. A volte il corpo nella sua sofferenza dice le parole che non abbiamo osato dire”, attraverso tale terza immagine Massimo Recalcati conclude la sua profonda riflessione.

Non dobbiamo mai dimenticare, pertanto, quanto siano importanti le parole che pronunciamo: queste ultime, infatti, sono in grado di portare la luce nella misura in cui allargano l’orizzonte del nostro mondo; ma al contempo le parole possono ferire proprio come proiettili, infliggendoci sofferenza e mortificandoci fin nel profondo della nostra anima.

Per te, lettore che ci segui, ti sei mai chiesto quali parole hanno lasciato un segno nella tua vita e quali, invece, avresti voluto dire e non hai detto? Le parole restano, nel tempo e nella memoria, molto più di quanto immaginiamo.

Scuola Oggi

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sabato 14 febbraio 2026

PADRI E DESPOTI

 

SI AFFERMANO LEADER ORDALICI

 In regioni del mondo e in contesti culturali diversi si affermano leader ordalici che rigettano il primato della parola per affermare un potere arcaico avverso a ogni forma di mediazione simbolica.

-di Massimo Recalcati 

Il nostro tempo sperimenta il declino della funzione simbolica del padre. Gli effetti di questo declino non investono solo il discorso educativo e le figure genitoriali sempre più in crisi nell’esercizio dei loro compiti, ma riguardano più profondamente la natura stessa dei legami sociali. 

La dissoluzione dei valori consolidati della tradizione non ha generato una vita collettiva più solidale, ma un disorientamento di fondo che ha promosso una tendenza regressiva al recupero nostalgico di quegli stessi valori. Si tratta di una spinta pulsionale conservatrice che attraversa non solo l’Occidente, ma l’intero pianeta. Esposto a un vuoto simbolico che non sa abitare, il soggetto contemporaneo è animato dalla tentazione a recuperare una versione assolutista dell’autorità del padre. Invece di provare a praticare un’altra forma della paternità, diversa da quella patriarcale – che, almeno in Occidente, sarebbe in via di estinzione –, il nostro tempo manifesta un’inclinazione paradossale al suo rimpianto nostalgico. 

Mentre la funzione simbolica del padre evapora rivelando un suo fatale indebolimento, sulla scena politica contemporanea si affermano figure di padri che esibiscono senza veli la loro onnipotenza, come a voler oscurare quell’inevitabile indebolimento. Quello che ritorna non è la figura simbolica del padre come fondamento del patto sociale e come luogo di trasmissione della Legge della parola, che è la sola Legge che rende possibile una convivenza civile, ma una sua caricatura oscena, ovvero quella rappresentata dal padre ordalico descritto originariamente da Darwin e da Freud

Qual è la natura più essenziale di questa versione solo perversa del padre? Non si tratta di un padre che separa il godimento dalla Legge attribuendo un senso all’esperienza del limite e del non-tutto, ma di un Padre-Orangotango che sottomette la Legge stessa al proprio smisurato godimento. È, se si vuole, la forma contemporanea che ha assunto il ritorno della versione più autoritaria e più patologica del patriarcato: l’autorità paterna, anziché essere simbolo della Legge della parola, si impone contro quella Legge. Essa vorrebbe svincolarsi dalla Legge degli uomini facendo del proprio arbitrio la sola forma possibile della Legge. Da Putin a Trump, da Netanyahu a Khamenei, da Erdogan a Kim Jong- un, in regioni del mondo e in contesti culturali estremamente diversi, si affermano padri ordalici che rigettano il primato della politica come primato della parola per affermare un potere arcaico avverso a ogni forma di mediazione simbolica. I padri ordalici non parlano ma comandano; non interpretano la Legge, ma la piegano alla propria persona; non rappresentano il limite, ma lo violano sistematicamente nel nome di una sovranità che vuole imporsi come assoluta. La loro forza non deriva dalla Legge della parola, ma dalla loro adesione alle pulsioni più primitive e prepolitiche delle masse, dalla fascinazione per un potere che promette protezione in cambio di sottomissione. 

La crisi contemporanea della democrazia è in gran parte determinata dal ritorno spettrale del fantasma del padre dell’orda che Darwin, ripreso da Freud, situava come matrice originaria del legame sociale. 

Nel suo racconto, le prime forme di aggregazione umana sarebbero state caratterizzate dalla presenza di un capobranco che imponeva la propria forza sui figli e sulle figlie, asserviti a un godimento incestuoso elevato al rango della sola versione possibile della Legge. Non a caso, nella rilettura freudiana di questo mito, la nascita del patto sociale e la costituzione di una possibile comunità scaturivano solo dalla morte per assassinio del padre dell’orda, provocata dai fratelli e dalle sorelle riunitisi contro il padre-tiranno. Solo se il padre-orangotango viene destituito, infatti, può esistere una Legge in grado di limitare la spinta incestuosa al dominio e al godimento del tutto. Nel nostro tempo sembra invece accadere proprio il contrario: il ritorno del padre onnipotente dell’orda porta con sé il rischio della morte del patto sociale. Si tratta di un nuovo autoritarismo che in Occidente non è affatto un residuo arcaico che resiste all’ipermodernità, ma è, al contrario, un prodotto osceno interno alla crisi dell’ipermodernità stessa. Il padre ordalico emerge come risposta regressiva all’angoscia generata dall’evaporazione del padre simbolico. 

Un caso emblematico attuale è l’uso trumpiano delle milizie dell’ICE per contrastare il fenomeno dell’immigrazione, oppure l’irridente e spettacolare degradazione dei suoi avversari politici, ridotti a figure subumane – come è già avvenuto con Biden o, più recentemente, con i coniugi Obama. 

Il ritorno di questi padri despoti che sostituiscono al Diritto la forza, o meglio, come accadeva nell’orda primitiva descritta da Darwin e da Freud, che scambiano la propria forza con quella del Diritto, anziché restaurare la vecchia autorità simbolica del padre ne segnalano la perdita più totale, il fallimento ultimativo di quella funzione. Non siamo infatti di fronte a un ritorno della Legge simbolica della parola, ma piuttosto alla sua tendenziale sospensione nel nome, appunto, della forza scambiata per il solo Diritto che conta. I padri ordalici non rafforzano la democrazia ma la escludono per principio (come accade, per esempio, nel regime religioso di Khamenei o in quello militare-poliziesco di Putin), oppure la corrodono dall’interno (come nell’azione politica di Trump o di Netanyahu). La loro forza deriva dal vuoto politico che occupano: là dove il padre simbolico è stato disattivato, il padre ordalico si presenta come una soluzione immaginaria all’angoscia e al disorientamento collettivo.

La Repubblica

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