domenica 25 ottobre 2026
GIOVANI SENZA GIOIA
domenica 23 agosto 2026
CONDIVIDERE IL BENE
«Quello che diamo agli altri
è nostro per sempre»
Paolo Crepet e l’eredità invisibile che lasciamo nelle persone
Ciò che tratteniamo può
andare perduto, ciò che doniamo può restare. La potente lezione di Paolo Crepet
sulla vita, l’amore e il valore della condivisione
Indice
1. Quello
che diamo agli altri resta più di ciò che conserviamo
2. La
vita e l’amore non sono un conto da pareggiare
3. Perché
quello che teniamo per noi rischia di andare perduto
4. Dare
non significa dimenticare se stessi
5. Alla
fine possediamo soprattutto ciò che abbiamo condiviso
«Quello che diamo agli
altri è nostro per sempre, mentre quello che si tiene per sé è perso per sempre».
In questa frase di Paolo Crepet c’è un
rovesciamento potente del modo in cui siamo abituati a pensare alla vita. Di
solito consideriamo “nostro” ciò che possediamo, custodiamo o difendiamo.
Crepet suggerisce invece che il valore più autentico di ciò che abbiamo
emerge quando decidiamo di condividerlo. Un gesto di affetto, una parola
pronunciata nel momento giusto, il tempo dedicato a qualcuno o un consiglio
offerto senza aspettarsi nulla in cambio possono continuare a vivere molto più
a lungo di qualsiasi bene materiale. Ciò che doniamo entra infatti nella
memoria degli altri e, allo stesso tempo, diventa parte della nostra storia. È
un modo diverso di intendere la ricchezza: non come accumulo, ma
come capacità di lasciare qualcosa nelle persone che incontriamo.
La vita e l’amore non
sono un conto da pareggiare
La riflessione completa
di Crepet rende ancora più chiaro questo significato: «la vita, come
l’amore, è l’unico business il cui bilancio deve finire in rosso».
L’immagine è volutamente provocatoria, perché nel linguaggio economico un
bilancio in rosso rappresenta una perdita. Nelle relazioni, invece, può essere
il segno di una vita vissuta senza trasformare ogni gesto in una trattativa.
Molte volte, quasi senza rendercene conto, iniziamo a tenere una sorta di
contabilità affettiva: io ho fatto questo per te, quindi tu dovresti fare
altrettanto; io ti ho cercato, adesso tocca a te; io ho dato molto, quindi mi
aspetto di ricevere nella stessa misura.
È naturale desiderare
reciprocità e nessuna relazione sana può reggersi su uno squilibrio continuo,
ma l’amore perde qualcosa della sua autenticità quando diventa soltanto un
calcolo. Dare, nella visione di Crepet, significa anche accettare che non tutto
ciò che offriamo ci verrà restituito nello stesso modo.
Perché quello che teniamo
per noi rischia di andare perduto
La parte forse più
intensa della citazione è proprio quella che riguarda ciò che scegliamo di
trattenere. «Quello che si tiene per sé è perso per sempre» può sembrare
un’affermazione estrema, ma acquista senso se pensiamo alle occasioni che
lasciamo scivolare via. Un “ti voglio bene” mai pronunciato, una telefonata
rimandata, un abbraccio evitato per pudore, un complimento che avevamo sulla
punta della lingua o una presenza che avremmo potuto offrire e non abbiamo
offerto.
Sono gesti apparentemente
piccoli, eppure il tempo ha il potere di renderli irripetibili. Non tutto può
essere recuperato in un secondo momento. Ci sono emozioni che, se non vengono
condivise quando ne abbiamo la possibilità, restano soltanto intenzioni. Ed è
qui che la frase di Crepet diventa anche un invito a non vivere
continuamente nel rinvio, pensando che ci sarà sempre un’altra occasione per
dire, fare o dimostrare ciò che sentiamo.
La fragilità del bene: Sull'amore-Elogio dell'amicizia-Impara a essere felice
Dare non significa
dimenticare se stessi
La riflessione di Crepet,
però, non dovrebbe essere interpretata come un invito a sacrificarsi senza
limiti.
Dare tutto non significa
annullarsi per gli altri, accettare relazioni sbilanciate o permettere a
qualcuno di approfittare della nostra disponibilità. Esiste una differenza
profonda tra il dono e il sacrificio imposto. La generosità più autentica nasce
dalla libertà: scelgo di esserci, scelgo di condividere, scelgo di offrire
qualcosa perché sento che ha valore, non perché temo di perdere l’altro o
perché spero di ottenere una ricompensa.
Anche in amore è
importante mantenere confini, dignità e consapevolezza dei propri bisogni. Il
messaggio non è quindi “dare fino a svuotarsi”, ma smettere di vivere ogni
relazione con il timore costante di perdere qualcosa. Ci sono gesti che,
proprio perché vengono donati liberamente, non impoveriscono chi li compie: al
contrario, lo definiscono.
Alla fine possediamo soprattutto ciò che abbiamo
condiviso
Con il passare del tempo
molte cose che sembravano fondamentali perdono importanza, mentre piccoli
momenti acquistano un peso enorme. Restano le persone, le conversazioni, le
risate, gli incontri, le parole che qualcuno ci ha detto quando ne avevamo bisogno.
Allo stesso modo, qualcosa di noi continua a vivere nei ricordi di chi
abbiamo incontrato. È forse questo il cuore della frase di Crepet: ciò che
diamo non sparisce necessariamente nel momento in cui ce ne separiamo.
Può restare negli altri,
trasformarsi, generare altro bene e tornare a noi sotto forma di memoria,
significato o consapevolezza. Ciò che invece tratteniamo per paura, orgoglio o
eccessiva prudenza rischia di non diventare mai esperienza. Per questo il vero
patrimonio di una vita potrebbe non essere costituito soltanto da ciò che
abbiamo saputo conservare, ma soprattutto da ciò che abbiamo avuto il coraggio
di condividere.
martedì 4 agosto 2026
I MITOMANI
siamo tutti un po’ mitomani
Lo psichiatra Crepet e le scorciatoie per la notorietà: «Di cosa
ci stupiamo? Nell'era dei reality uno si domanda a che servono studio e
sacrificio. E tutto viene esibito costantemente in rete».
Professor Crepet, mettere in scena un finto attentato contro sé
stessi è una richiesta di attenzione?
«Tutti cercano strade
facili. Nell’era dei reality show, a cosa serve il talento, la competenza, lo
studio? Scorciatoie, successo e fama veloci sono l’unico faro, ma a che prezzo:
siamo diventati tutti deficienti».
Se l’aspettava il
moltiplicarsi di episodi di mitomania anche tra i più giovani?
«È inevitabile. Ragazze e
ragazzi seguono l’esempio degli adulti. E in una società di uomini e donne che
cercano visibilità in qualsiasi modo, anche i più giovani fanno altrettanto. È
una deriva partita dagli adulti».
Non la stupisce ciò che
sta accadendo?
«Non c’è nulla di nuovo.
I social sono nati proprio con questa funzione, rendere tutti famosi
velocemente, senza talento nè vera gloria. Un meccanismo che porta al
deterioramento delle capacità cognitive e relazionali, lo dicevo già 12 anni
fa, un cambiamento antropologico che avevo previsto. L’avevo scritto nel
libro Baciami senza rete (Mondadori), guardando alle giovani
generazioni e al mondo digitale. In quel saggio mi domandavo, come sarà, da
adulto, un bambino che ha comunicato sempre e soltanto attraverso un device?
Quali cambiamenti nel suo modo di vivere i sentimenti e le relazioni, nella sua
capacità empatica?».
Fingersi vittima pur di
fare parlare di sé soddisfa il sogno di notorietà?
«Mettiamo in chiaro che
se tutto è vero quello che ha fatto il ragazzo di Enego è un atto criminale, ma
certamente la modalità vittima e carnefice di sé, viene utilizzata come
scorciatoia per la facile notorietà. Oggi ci si esibisce in rete anche quando si
beve un cappuccino, che poi con l’AI possono diventare dodici cappuccini bevuti
insieme, il nuovo record che diventa subito virale, anche se invece è tutto
falso. Quindi di cosa ci stupiamo?»
Lei è molto critico nei
confronti dall’intelligenza artificiale.
«Con l’AI oggi diventare
famosi senza fare nulla è un attimo, ci si può costruire personaggi dal nulla.
E l’Ai toglie la capacità critica. In generale, mi preoccupa ciò che accade nel
mondo e i riflessi che hanno su di noi, c’è una sorta di imbarbarimento di
fondo, non si salva nessuno. Poi certo, in alcuni settori o situazioni l’uso
dell’Ai può essere anche utile».
La difficoltà di entrare
nel mondo del giornalismo, potrebbe giustificare le azioni estreme di un
giovane aspirante giornalista che cerca visibilità facile?
«Ma ormai chiunque può
essere giornalista. Con i social anche il più grande idiota pubblica e posta
qualsiasi cosa. E con l’AI si possono creare fake news o immagini sensazionali senza alcuna fatica
. E soprattutto senza alcuna gavetta. Con le fake news si potrebbero anche
riscrivere intere parti della storia, nessuno se ne accorgerebbe. Un certo tipo
di innovazione tecnologica è sconcertante. E io sento di non volermi adattare a
un mondo in cui non c’è empatia, capacità di ascolto, tenerezza, desiderio di
studiare, approfondire, scrivere poesie. Senza un poeta sarà un mondo
migliore?».
C’è responsabilità del
mondo degli adulti?
«Una responsabilità
enorme».
Come definirebbe gli
adulti contemporanei?
«Irresponsabili».
Nel suo nuovo saggio
«Riprendersi l’anima» scrive che «per riprendersi l’anima bisogna cercare con
tenerezza la propria ribellione»
«Sì. Bisogna cercare la
ribellione come antidoto emotivo all’indifferenza. E non significa spaccare le
vetrine con le pietre, ma è una ribellione interiore che porta cambiamenti.
Anche la bellezza è trasgressione».
Fonte: Corriere del Veneto
sabato 18 luglio 2026
A CHILOMETRO ZERO
di una persona
non si misura solo
su ciò che costruisce,
ma anche
sulla sua capacità
di ricominciare;
la vita insegna che si cade sette volte
per rialzarsi otto”
“La vita è l’opposto del
«chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone
conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le
novità…”
In una società come la
nostra, nella quale l’efficienza e la produttività appaiono
quali valori guida, le nuove generazioni sembrano ricercare, nella maggior
parte dei casi, sicurezza, comodità, agio, risultati eccellenti ma da
conseguire facilmente e velocemente senza alcuno sforzo, privandosi di quello
slancio, di quella passione, che invece dovrebbe contraddistinguere la loro
esistenza, senza quindi far prevalere la propria ambizione, il proprio talento,
ma soprattutto la propria inclinazione al cambiamento ed al miglioramento.
Invero i giovanissimi
dovrebbe essere affascinati da tutto ciò che è inedito, straordinario,
rivoluzionario, seguendo le proprie emozioni, non temendo alcun pericolo ma
anzi avendo sempre il coraggio di osare, esponendosi al rischio, incamminandosi
lungo strade non battute con pazienza e cocciutaggine senza mai desistere o
tirarsi indietro.
“La vita è l’opposto del
«chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone
conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le
novità scoperte. E questo è un giro che non finisce mai, ma deve iniziare dalla
spinta di voler pretendere qualcosa per sé, pensato da sé, progettato da sé”,
in tal modo inizia la sua considerevole riflessione il sociologo e
psichiatra Paolo Crepet.
Ad oggi, invece, appare
per molti giovani più facile rinunciare ad una vita piena di emozioni e di
scoperte piuttosto che vivere la propria esistenza intensamente. In realtà si
tratta di una questione di umiltà, così come ci spiega lo psichiatra, e non si
può mai sapere che cosa accadrà finché non lo hai ancora fatto.
“Se si ascolta la fatica
ancor prima di averla misurata, si rischia la bonaccia esistenziale, che per un
giovane è il peggio che si possa augurare, e si ricompone un filo che si
riavvolge sempre allo stesso modo, quasi fosse un automatismo: inseguire le proprie
zone di confort”, queste le parole sempre pregne di
significato di Paolo Crepet. Eppure ci sono genitori che educano i loro figli
alla certezza, un po’come se tutto fosse sempre a portata di mano e continuerà
ad essere offerto, regalato, senza alcuno sforzo o fatica, ma il bello della
sfida sta nel difficile, nell’impervio e nell’incerto e non nella facilitazione
di ogni scelta.
“Compito di un genitore
non è quello di tenere sempre abbassato il ponte levatoio di casa nella
speranza di veder ricomparire i figli delusi da un tentativo che non è andato
bene”, così come ci spiega lo psichiatra. Ma ciò che occorre insegnare
ai giovani è che nulla deve essere scontato, nulla è dato per sempre, ma
tutto porta a un tentativo, a un impegno capace di sollecitare creatività e
progettualità.
“Ovunque un giovane
scelga di vivere, qualsiasi cosa provi a fare, il suo agire deve essere
valutato: più grande è la propensione al nuovo, meno scontato è l’esito, più
profonda sarà la soddisfazione. La grandezza di una persona non si misura
soltanto su ciò che costruisce, ma anche sulla sua capacità di ricominciare;
per questo i tentativi, e gli errori connessi, sono fondamentali: la vita
insegna che si cade sette volte per rialzarsi otto”,
in tal modo conclude la sua disamina Paolo Crepet.
venerdì 17 luglio 2026
ENTUSIASMO E SCIATTERIA
non cadere nella sciatteria
Abbi il coraggio di scottarti e il sacro fuoco dell'entusiasmo
Indice
1. La
fine dell'entusiasmo secondo Paolo Crepet
2. Guarda
il video sulla riflessione di Crepet
3. L’amore
tiepido e la trappola dell'autarchia emotiva
4. L'illusione
digitale: Se le relazioni diventano un algoritmo
5. I
tre ingredienti per allenare l'entusiasmo
6. La
responsabilità degli adulti
7. Salvare
l’anima per un futuro entusiasmante
La fine dell'entusiasmo
secondo Paolo Crepet
In un'epoca dominata dall'efficienza tecnologica, dalla prevedibilità degli algoritmi e da una costante ricerca di sicurezza emotiva, lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet lancia un grido d'allarme nel suo libro Riprendersi l'anima. Nel capitolo dedicato alla "Fine dell'entusiasmo", Crepet analizza con lucidità e poesia la progressiva scomparsa di quella spinta vitale che ci rende umani: l'impeto, la meraviglia e, appunto, l'entusiasmo.
Sopravvivere è facile;
vivere davvero, accogliendo il caos delle emozioni, richiede invece un coraggio
che stiamo progressivamente dimenticando. Crepet ci svela come possiamo salvare
la nostra anima dall'apatia moderna.
L’amore tiepido e la
trappola dell'autarchia emotiva
Oggi assistiamo a quello
che Crepet definisce il "prolasso dell'empatia", un
progressivo imbarbarimento delle relazioni umane che si manifesta sotto forma
di una "speciale imperturbabilità". C'è un calo evidente di smania,
di curiosità, di solidarietà e di impeto.
Sempre più spesso, la
società e le famiglie educano le nuove generazioni a scegliere l'amore
tiepido, scoraggiando quello "sovversivo" e tempestoso. Si tende
a preferire la stabilità emotiva alla tempesta romantica, dimenticando che
l'amore, per sua natura, deve scottare o gelare per insegnarci a vivere.
Questo rifugio
nell'apatia protettiva conduce dritto all'autarchia emotiva: l'illusione di
bastare a se stessi. Ci trinceriamo dietro una finta autosufficienza
sentimentale, alimentata dal narcisismo relazionale, che in realtà non è altro
che un isolamento paranoico. Costruiamo fortezze vuote per timore di
soffrire, decidendo coscientemente che basta imparare a vivere senza
entusiasmo.
L'illusione digitale:
Se le relazioni diventano un algoritmo
Uno dei passaggi più
profetici del capitolo analizza il rapporto tra l'essere umano e le nuove
tecnologie. Crepet cita la storia di Ayrin, una ragazza americana che ha
preferito fidanzarsi con "Leo", un compagno virtuale generato
dall'intelligenza artificiale (ChatGPT).
Perché un chatbot sembra
così rassicurante? Perché è programmato per dire sempre di sì, per non
contrastare mai, per adulare e assecondare. Ma questa perfezione artificiale si
rivela presto di una noia mortale e prevedibile.
Le macchine possono fare
tutto, tranne una cosa: entusiasmarsi. Esse sono prive di slancio,
pedanti e senza anima. Quando cerchiamo nei chatbot la risposta alle nostre
mancanze emotive, pretendiamo il "nulla metafisico". Se non ci
ribelliamo in tempo, rischiamo di diventare sudditi di un nuovo tecnocrate capace
di manovrare, attraverso la rete, i nostri "cuori grigi". Nemmeno
George Orwell era arrivato a immaginare una distopia in cui la rivoluzione
parte dallo smontare i sentimenti e le relazioni affettive reali per
sostituirli con sterili mantra digitali.
I tre ingredienti per
allenare l'entusiasmo
L’entusiasmo non è un
dono innato e immutabile: viene dalla mancanza, non dall'appagamento. Come
sostiene Crepet, per reimparare a desiderare e a entusiasmarsi, dobbiamo riscoprire
tre attitudini fondamentali che fungono da veri e propri "strati
mentali" da coltivare con umiltà:
- La disponibilità a guardarsi attorno:
Il rifiuto di farsi bastare le cose così come sono. È la sana inquietudine
di chi non si accontenta della mediocrità
- L'ambizione sacra:
Quella forza interiore che guida il talento verso l'inaspettato e
l'inusitato. Senza questa spinta ci si ferma, parcheggiando la propria
vita sul ciglio della strada a guardare passivamente quella degli altri
- L'ispirazione:
Crepet rievoca Leonardo da Vinci, che trovava l'ispirazione e
l'illuminazione persino nelle macchie d'umidità sui muri o nelle forme
mutevoli delle nuvole. L'ispirazione richiede la modestia di saper
cogliere il bello nell'effimero e nel quotidiano.
La responsabilità degli
adulti
Crepet si chiede: una
scuola dovrebbe essere un luogo entusiasmante, altrimenti a che serve?
L'esperienza della
didattica a distanza (DAD) ha dimostrato la pericolosità dell'isolamento.
Eppure, troppo spesso gli adulti di oggi agiscono come "schiacciasassi sui
germogli" dei più giovani, livellando la loro iperbole emotiva e mettendo
sullo stesso piano sogni e incubi. Crepet racconta l'incontro con una
studentessa di Firenze che gli ha posto una domanda cruciale: "Se lei
fosse il mio professore, mi valuterebbe per la mia preparazione o per la mia
passione?". Sebbene la preparazione tecnica sia fondamentale, lo psicologo
esorta a non perdere mai di vista la passione. La vera scuola
deve essere come il professor Keating de L'attimo fuggente: un luogo in cui si
impara a riconoscersi, ad andare oltre la debolezza dei falsi maestri e ad
abbracciare l'entusiasmo come bussola di vita.
Salvare l’anima per un
futuro entusiasmante
La fine dell'entusiasmo
porta con sé una forma di violenza silenziosa: il trionfo del proprio
"io" tecnologico a scapito della nostra reale capacità di sentire.
Evitare la fatica di indagare se stessi e gli altri può sembrare comodo, ma ci
priva dell'unica cosa che rende la vita degna di essere vissuta.
Dobbiamo ritrovare il
coraggio di scottarci, di deragliare, di appassionarci a ciò che sembra
impossibile. Solo liberando l'anima da questa
imperturbabilità digitale potremo tornare a desiderare davvero. Come conclude
Crepet nel suo accorato appello: "Credo in un futuro entusiasmante, cerco
qualcuno che mi aiuti a trovarlo".
venerdì 1 maggio 2026
GIOVANI E FRUSTRAZIONE
UNA
GENERAZIONE
DISORIENTATA
Lo psichiatra Paolo
Crepet offre un’analisi diretta sul rapporto tra giovani,
frustrazione e crescita, mettendo in luce alcune criticità del sistema
educativo tra scuola e famiglia. Secondo Crepet, l’eccessiva protezione degli
adulti e l’abitudine alle gratificazioni immediate, tipiche del digitale,
rischiano di rendere i ragazzi più fragili, insicuri e meno pronti ad
affrontare le difficoltà reali.
Al centro della
riflessione c’è il valore dello sforzo e della fatica, elementi
fondamentali per lo sviluppo personale. Errori, brutti voti e delusioni non
sono fallimenti da evitare, ma esperienze necessarie per imparare a gestire
l’ansia, conoscere i propri limiti e costruire una maggiore autonomia.
Per Crepet, è proprio il
confronto con la frustrazione che permette ai giovani di
sviluppare resilienza emotiva e diventare adulti più consapevoli. Eliminare
ogni ostacolo, come spesso accade con genitori troppo protettivi, può invece
ostacolare questo processo.
Il messaggio è chiaro:
non si tratta di lasciare soli i ragazzi, ma di accompagnarli senza
semplificare tutto. Solo affrontando le difficoltà possono imparare a
superarle, dare valore ai risultati raggiunti e costruire basi solide per il
futuro.
Paolo Crepet e i giovani:
il ritratto di una generazione disorientata
Quando Paolo Crepet
osserva i giovani di oggi, non vede una generazione priva di potenziale, ma una
schiera di individui profondamente disorientati e, per certi versi,
"anestetizzati". Il sociologo denuncia una tendenza sociale
pericolosa: la propensione degli adulti a neutralizzare le emozioni dei
ragazzi, appiattendo sia i grandi entusiasmi che le profonde tristezze. Si
cerca costantemente di riempire ogni loro vuoto, ogni momento di noia, con
stimoli continui e soluzioni preconfezionate.
Tuttavia, come sottolinea
l'esperto nei suoi interventi nei teatri di tutta Italia, è proprio nel vuoto e
nel silenzio che nascono il pensiero critico e la creatività. Senza
noia non c'è invenzione, e senza la mancanza di qualcosa non può nascere il
vero desiderio. Abbiamo trasformato i giovani in recettori passivi di una
felicità artificiale e immediata, dimenticando di insegnare loro che la vera
soddisfazione richiede tempo, impegno e dedizione. Crepet invita a smettere di
assecondare la cultura del "tutto e subito", per restituire ai
ragazzi la fame di vita, la passione autentica e, soprattutto, il sacro diritto
di compiere i propri errori.
L'epidemia dei
"figli fragili": la dura critica ai genitori moderni
Una delle espressioni più
ricorrenti e incisive nell'analisi di Paolo Crepet è quella dei figli
fragili. Ma da dove nasce questa fragilità? La risposta dello psichiatra
non lascia spazio ad alibi: la responsabilità principale risiede in un modello
genitoriale distorto. I padri e le madri di oggi, spesso mossi da un malinteso
senso di amore e protezione, si adoperano quotidianamente per rimuovere
qualsiasi ostacolo dal cammino dei propri figli, credendo di fare il loro bene.
Questo atteggiamento,
definito comunemente "iperprotezione", si traduce in una sistematica
sottrazione di esperienze formative. Un genitore che dice sempre di
"sì", che evita ogni forma di conflitto per non risultare antipatico
o per fare l'amico del proprio figlio, non sta educando, ma sta creando
dipendenza. I ragazzi che crescono in questo ecosistema artificiale, privo di
"no" e di limiti strutturati, si ritrovano totalmente disarmati
quando, inevitabilmente, si scontrano con il mondo reale, un mondo che non fa
sconti e che non è disposto ad assecondare ogni loro capriccio.
Crepet usa un'immagine
molto forte per descrivere le famiglie moderne: i genitori si sono trasformati
nei "sindacalisti dei propri figli". Invece di allearsi
con le istituzioni educative, le madri e i padri odierni tendono a difendere a
priori i ragazzi di fronte a qualsiasi richiamo, nota o brutto voto. Se un
insegnante assegna un compito in più o un provvedimento disciplinare, viene immediatamente
contestato dalla famiglia, che interviene per giustificare e scagionare
l'alunno.
Questo cortocircuito
relazionale distrugge l'autorevolezza della scuola e trasmette al giovane un
messaggio devastante: tu non sei responsabile delle tue azioni, la
colpa è sempre degli altri. Secondo Crepet, ripristinare i ruoli è vitale:
i genitori devono stare al proprio posto, accettando che le punizioni e le
valutazioni negative facciano parte di un sano processo di crescita.
La gestione della
frustrazione nello studio e l'elogio della fatica
Al centro del pensiero
pedagogico di Paolo Crepet c'è una massima tanto semplice quanto
rivoluzionaria: "Tutto quello che è comodo è stupido".
Questa frase racchiude il senso del suo convinto elogio della fatica, un
concetto che trova la sua massima applicazione nell'ambito scolastico. Oggi,
la gestione della frustrazione nello studio è diventata un
tabù. Si tende a facilitare i percorsi, a invocare scuole senza voti e a
edulcorare i giudizi per non "traumatizzare" gli studenti.
Eppure, Crepet ricorda
che l'apprendimento è, per sua natura, fatica. Scontrarsi con un concetto
incomprensibile, passare ore su un libro di testo, prendere un'insufficienza e
dover recuperare: sono tutti esercizi intellettuali ed emotivi fondamentali. La
frustrazione è la benzina dei neuroni. Se priviamo i ragazzi della
difficoltà, impediamo loro di sviluppare il talento e la genialità. Non c'è
reale autostima che non derivi dal superamento di un ostacolo che sembrava
insormontabile. Restituire le difficoltà ai giovani significa, in definitiva,
dotarli degli anticorpi necessari per affrontare le sfide dell'età adulta.
L'ansia a scuola è
uno dei fenomeni più allarmanti degli ultimi anni. Sempre più studenti
manifestano attacchi di panico, rifiuto scolastico e forte disagio psicologico
in concomitanza con le verifiche o le interrogazioni. Sebbene le istituzioni
cerchino risposte nella moltiplicazione di figure di supporto psicologico,
Crepet offre una prospettiva diversa, denunciando quello che definisce un vero
e proprio "marketing dell'ansia".
Secondo lo psichiatra,
l'eccessiva medicalizzazione del disagio giovanile porta a etichettare come
"malattia" quella che, in molti casi, è semplicemente un'incapacità
cronica di gestire l'insicurezza e la paura del fallimento. Poiché questi ragazzi
sono stati protetti fin dall'infanzia da ogni piccola delusione, non hanno mai
allenato i "muscoli emotivi" necessari per tollerare l'errore.
L'ansia esplode perché il fallimento scolastico viene percepito come un crollo
identitario, un evento inaccettabile in una società che esige una perfezione
ignobile e modelli di successo rapido. La vera cura non è abbassare l'asticella
delle richieste scolastiche, ma insegnare ai giovani che sbagliare non solo è
normale, ma è l'unico vero modo per imparare.
Il ruolo della
tecnologia: smartphone vietati e solitudine digitale
Un capitolo fondamentale
delle riflessioni di Paolo Crepet riguarda l'impatto devastante della
tecnologia sulle nuove generazioni. L'esperto non usa mezzi termini: gli
smartphone rappresentano un mutamento antropologico in atto e i social network
sembrano essere stati progettati appositamente per "asocializzare" le
persone. Di fronte all'isolamento crescente, ai casi di cyberbullismo e alla
dipendenza dagli schermi, la proposta di Crepet è netta e radicale: l'uso
dello smartphone andrebbe vietato per legge fino ai 18 anni.
Le argomentazioni a
supporto di questa tesi sono molteplici:
- Appiattimento cognitivo: Affidare
ogni ricerca a Google o all'Intelligenza Artificiale, ottenendo risposte
in tre secondi, uccide la profondità del pensiero. L'intelletto si allena
sfogliando vocabolari, leggendo libri complessi e prendendosi il tempo per
elaborare le informazioni.
- Isolamento emotivo: I
social media offrono una connessione permanente, ma superficiale.
Sostituiscono le relazioni autentiche e i conflitti reali (indispensabili
per maturare) con interazioni basate su approvazione fittizia (i
"like").
- Iper-controllo genitoriale: Lo
smartphone illude i genitori di avere il controllo totale sui figli
tramite la geolocalizzazione o i registri elettronici, ma li allontana
dalla reale conoscenza dei loro stati d'animo.
In risposta ai recenti e
drammatici episodi di cronaca che hanno visto protagonisti giovanissimi in atti
di violenza all'interno degli istituti scolastici, Crepet critica severamente
le soluzioni puramente repressive, come l'installazione di metal detector agli
ingressi. Il problema, sostiene lo psichiatra, non si risolve all'ultimo
secondo, quando il danno è ormai compiuto. La prevenzione vera si fa alla
radice: togliendo i dispositivi elettronici dalle mani dei bambini fin dai
primi anni di vita e sostituendoli con libri illustrati. Educare alla lettura,
alla fantasia e al rispetto delle regole fin dall'infanzia è l'unica via per
disinnescare la rabbia sociale e l'aggressività ingiustificata.
Come crescere giovani
forti: consigli pratici per le famiglie
Dalla diagnosi lucida e
implacabile di Crepet, emergono indicazioni chiare e pratiche per le famiglie
che desiderano invertire la rotta e crescere adulti forti, resilienti e
consapevoli. L'educazione, ricorda l'autore, non è un atto di compiacimento, ma
un atto di coraggio che richiede prese di posizione scomode.
- Lasciare spazio al fallimento: I
genitori devono fare un passo indietro e permettere ai figli di cadere, di
prendere brutti voti e di sperimentare l'amarezza della sconfitta,
restando presenti per supportarli nella ripartenza, ma senza sostituirsi a
loro.
- Insegnare il valore dell'attesa: È
fondamentale smettere di esaudire istantaneamente ogni richiesta
materiale. L'attesa genera il desiderio, e il desiderio è il vero motore
della vita.
- Stabilire regole e confini: I
"no" sono pilastri educativi. Aiutano i ragazzi a comprendere
l'esistenza dei limiti altrui e delle regole sociali, favorendo lo
sviluppo dell'empatia e del rispetto.
- Dare il buon esempio: Gli
adulti non possono pretendere che i figli si stacchino dagli schermi se
loro stessi vivono in uno stato di connessione permanente. L'autorevolezza
genitoriale passa in primo luogo dalla coerenza dei comportamenti.
"La felicità
non è un regalo, è una conquista."
Questa celebre frase di Paolo Crepet riassume perfettamente il suo testamento educativo. Se continuiamo a illudere i giovani che la serenità sia un diritto acquisito da esigere senza sforzo, li condanneremo a crollare al primo soffio di vento.
Restituire ai
ragazzi il peso della responsabilità, il sudore dello studio e la bellezza
della fatica è il più grande gesto d'amore che la società degli adulti possa
compiere oggi per salvare il loro futuro.
venerdì 2 gennaio 2026
SAPER RISCHIARE
non si cresce,
la paura di sbagliare
sta spegnendo sogni,
ambizioni e unicità"
Crepet
riflette su rischio, ambizione e libertà in una società che educa alla prudenza
e finisce per spegnere sogni e unicità.
Viviamo
in una società frenetica, dove tutto scorre rapidamente davanti ai nostri
occhi. Gli istanti si susseguono senza lasciare traccia e spesso perdiamo la
capacità di cogliere il senso profondo di ciò che viviamo. Così anche le
esperienze più importanti rischiano di trasformarsi in momenti passeggeri,
privi di radici e di significato.
Questa
difficoltà è aggravata da una crescente confusione attorno al concetto di
libertà, sempre più spesso separato dalle idee di rischio e ambizione. Oggi
esporsi, osare, mettersi in gioco viene percepito come qualcosa da evitare,
piuttosto che come una possibilità di crescita. Su tali aspetti si
sofferma, con particolare attenzione, il sociologo e psichiatra Paolo Crepet,
il quale esprime il suo pensiero in tal modo: "La tendenza diffusa a
identificare «rischio» con «pericolo», «limite», mette in secondo piano «il
rischio di non rischiare», non meno inquietante.
Anzi.
In questo senso, vedo un parallelismo tra «rischio» e «felicità».
Paradossalmente, ma non troppo, molti sono stati educati a pensare che nella
vita non valga la pena di rischiare nemmeno per cercare la felicità”.
Si
diffonde così un messaggio implicito che invita a non osare, a restare nel
gruppo, a non coltivare fino in fondo le proprie capacità. L’ambizione viene
guardata con sospetto, come se rappresentasse un pericolo anziché una risorsa
per la crescita personale. Si tratta di una vera e propria esortazione “a
non osare, a rimanere nel mucchio, a non mostrare le proprie attitudini e
capacità, a smussare perfino il proprio talento, a temere qualsiasi cosa
richiami il concetto di ambizione”.
I
genitori, in tale ambito, giocano un ruolo fondamentale e, in particolare, sono
responsabili di aver trasmesso ai giovani un messaggio fortemente diseducativo
e limitativo della crescita. Infatti, gli adolescenti sono ormai convinti
che l'ambizione rappresenti una malattia mentale. Invero, "insegnare a
un figlio adolescente che l'essere ambizioso significa essere mentalmente
disturbato non è solo un atto di cattiveria, ma una dimostrazione di
straordinario egoismo e cecità". Tuttavia, alcuni educatori, senza
neppure accorgersene, incorrono in tali errori, dimenticando, secondo
Crepet, che "l'esistenza stessa è un'ambizione. Occorrerebbe spiegare
ai bambini che è nel coltivare desideri e aspirazioni che si costruisce la
ricerca della felicità. Essi devono poter crescere pensando che la libertà
conduce all'unica speranza che vale la pena di vivere: quella di contribuire a
costruire un futuro migliore, per se stessi e non solo".
Insomma, è compito delle istituzioni scolastiche, e delle famiglie stesse, esortare i più giovani ad assumersi il rischio di vivere, e non farsi bastare la sopravvivenza, comprendendo che l'ambizione può esserne molla, motore, carburante e non limite.
“L’esistenza
non è contenibile all’interno di un recinto, ma nasce costretta per diventare
libera: dall’utero all’universo. Quindi è nel salto, nel gettarsi nel nuovo che
è racchiuso il senso di ogni vita consapevole della propria unicità”, così
come ci spiega molto accuratamente lo psichiatra.
Il
noto sociologo Crepet sostiene, inoltre, che un bambino viene al mondo accanto
ai propri genitori ma, successivamente, durante la crescita, si imbatte in una
continua evoluzione, mettendosi a confronto con se stesso e con una serie di
regole familiari, che lo condurranno all'età adulta, proprio attraverso il
raggiungimento dei suoi obiettivi, da intendere quale "capacità di
superare i limiti iniziali", non solo in senso fisico, ma come
consapevolezza che attraverso il rischio e l'ambizione si possano realizzare i
propri sogni ed i relativi progetti.
Dunque
“oltrepassare i recinti di infanzia e adolescenza è l’atto magnifico che
dovremmo augurare a chiunque stia per entrare nell’età adulta, anche quando non
si può pretendere di sapere che cosa ci aspetti oltre le staccionate”.
Non
si può non sottolineare, a tal proposito, come la maggior parte della
popolazione ritenga che la ricerca della felicità sia molto onerosa,
comportando fatica, sudore ed impegno quotidiano, laddove invece i moderni
stereotipi si fondano su un assetto culturale del tutto opposto, secondo cui
tutto dev'essere confortevole ed alla portata di mano, facilmente ottenibile.
Ciò
determina, secondo Crepet, che la moderna popolazione sia per la maggior parte
affetta da cherofobia poiché "convinta che, se si raggiunge un
qualche grado di felicità, ci si espone a fragilità e a declino morale. Oppure
c'è chi pensa che la gioia debba essere gustata a misuratissimi sorsi,
nell'illusione di farla durare più a lungo, senza sapere che così non si fa
altro che allontanare...l'impulso istintivo".
È
necessario, dunque, attraverso l'azione sinergica della scuola e dei genitori,
che i bambini, sin dall'infanzia vengano istruiti a non accettare
pedissequamente ciò che la realtà propone, formando un proprio pensiero
critico, personale, sempre attraverso il confronto ed il dialogo, senza timore
dei limiti e dei sacrifici che ne derivano, ma nella consapevolezza che
l'ambizione rappresenta una marcia in più, un motore di continua ricerca e
scoperta della vera essenza della felicità.
Infatti,
parte dell'umanità vive in una condizione di infelicità poiché "non ha
imparato a essere libera, in quanto la libertà è una conquista ancora troppo
recente e precaria".
“Alla
fine, quel poco o quel tanto che si può avere nella vita bisogna comunque
desiderarlo, imparare ad approntarlo dentro di sé come potenzialità, auspicio
di una primavera speciale. C’è della fatica in tutto questo, forse anche una
forma legittima di ansia, come quella del poeta davanti al foglio bianco di cui
parla Borges, ma è lo sforzo che predispone alla luce della felicità”,
attraverso tali parole conclude la sua significativa disamina Paolo Crepet.
