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domenica 23 agosto 2026

CONDIVIDERE IL BENE



 
«Quello che diamo agli altri 

è nostro per sempre»

 Paolo Crepet e l’eredità invisibile che lasciamo nelle persone

Ciò che tratteniamo può andare perduto, ciò che doniamo può restare. La potente lezione di Paolo Crepet sulla vita, l’amore e il valore della condivisione

Redazione Studenti

Indice

1.    Quello che diamo agli altri resta più di ciò che conserviamo

2.    La vita e l’amore non sono un conto da pareggiare

3.    Perché quello che teniamo per noi rischia di andare perduto

4.    Dare non significa dimenticare se stessi

5.    Alla fine possediamo soprattutto ciò che abbiamo condiviso

«Quello che diamo agli altri è nostro per sempre, mentre quello che si tiene per sé è perso per sempre». In questa frase di Paolo Crepet c’è un rovesciamento potente del modo in cui siamo abituati a pensare alla vita. Di solito consideriamo “nostro” ciò che possediamo, custodiamo o difendiamo. Crepet suggerisce invece che il valore più autentico di ciò che abbiamo emerge quando decidiamo di condividerlo. Un gesto di affetto, una parola pronunciata nel momento giusto, il tempo dedicato a qualcuno o un consiglio offerto senza aspettarsi nulla in cambio possono continuare a vivere molto più a lungo di qualsiasi bene materiale. Ciò che doniamo entra infatti nella memoria degli altri e, allo stesso tempo, diventa parte della nostra storia. È un modo diverso di intendere la ricchezza: non come accumulo, ma come capacità di lasciare qualcosa nelle persone che incontriamo.

La vita e l’amore non sono un conto da pareggiare

La riflessione completa di Crepet rende ancora più chiaro questo significato: «la vita, come l’amore, è l’unico business il cui bilancio deve finire in rosso». L’immagine è volutamente provocatoria, perché nel linguaggio economico un bilancio in rosso rappresenta una perdita. Nelle relazioni, invece, può essere il segno di una vita vissuta senza trasformare ogni gesto in una trattativa. Molte volte, quasi senza rendercene conto, iniziamo a tenere una sorta di contabilità affettiva: io ho fatto questo per te, quindi tu dovresti fare altrettanto; io ti ho cercato, adesso tocca a te; io ho dato molto, quindi mi aspetto di ricevere nella stessa misura.

È naturale desiderare reciprocità e nessuna relazione sana può reggersi su uno squilibrio continuo, ma l’amore perde qualcosa della sua autenticità quando diventa soltanto un calcolo. Dare, nella visione di Crepet, significa anche accettare che non tutto ciò che offriamo ci verrà restituito nello stesso modo.

«L’invidia nasce quando smetti di investire su te stesso»: Paolo Crepet spiega il vuoto che ci distrugge

Perché quello che teniamo per noi rischia di andare perduto

La parte forse più intensa della citazione è proprio quella che riguarda ciò che scegliamo di trattenere. «Quello che si tiene per sé è perso per sempre» può sembrare un’affermazione estrema, ma acquista senso se pensiamo alle occasioni che lasciamo scivolare via. Un “ti voglio bene” mai pronunciato, una telefonata rimandata, un abbraccio evitato per pudore, un complimento che avevamo sulla punta della lingua o una presenza che avremmo potuto offrire e non abbiamo offerto.

Sono gesti apparentemente piccoli, eppure il tempo ha il potere di renderli irripetibili. Non tutto può essere recuperato in un secondo momento. Ci sono emozioni che, se non vengono condivise quando ne abbiamo la possibilità, restano soltanto intenzioni. Ed è qui che la frase di Crepet diventa anche un invito a non vivere continuamente nel rinvio, pensando che ci sarà sempre un’altra occasione per dire, fare o dimostrare ciò che sentiamo.

La fragilità del bene: Sull'amore-Elogio dell'amicizia-Impara a essere felice

Dare non significa dimenticare se stessi

La riflessione di Crepet, però, non dovrebbe essere interpretata come un invito a sacrificarsi senza limiti.

Dare tutto non significa annullarsi per gli altri, accettare relazioni sbilanciate o permettere a qualcuno di approfittare della nostra disponibilità. Esiste una differenza profonda tra il dono e il sacrificio imposto. La generosità più autentica nasce dalla libertà: scelgo di esserci, scelgo di condividere, scelgo di offrire qualcosa perché sento che ha valore, non perché temo di perdere l’altro o perché spero di ottenere una ricompensa.

Anche in amore è importante mantenere confini, dignità e consapevolezza dei propri bisogni. Il messaggio non è quindi “dare fino a svuotarsi”, ma smettere di vivere ogni relazione con il timore costante di perdere qualcosa. Ci sono gesti che, proprio perché vengono donati liberamente, non impoveriscono chi li compie: al contrario, lo definiscono.

Paolo Crepet: «Chiedersi se siamo felici è l’unica domanda che ha un senso», la riflessione per ritrovare sé stessi

Alla fine possediamo soprattutto ciò che abbiamo condiviso

Con il passare del tempo molte cose che sembravano fondamentali perdono importanza, mentre piccoli momenti acquistano un peso enorme. Restano le persone, le conversazioni, le risate, gli incontri, le parole che qualcuno ci ha detto quando ne avevamo bisogno. Allo stesso modo, qualcosa di noi continua a vivere nei ricordi di chi abbiamo incontrato. È forse questo il cuore della frase di Crepet: ciò che diamo non sparisce necessariamente nel momento in cui ce ne separiamo.

Può restare negli altri, trasformarsi, generare altro bene e tornare a noi sotto forma di memoria, significato o consapevolezza. Ciò che invece tratteniamo per paura, orgoglio o eccessiva prudenza rischia di non diventare mai esperienza. Per questo il vero patrimonio di una vita potrebbe non essere costituito soltanto da ciò che abbiamo saputo conservare, ma soprattutto da ciò che abbiamo avuto il coraggio di condividere.

Paolo Crepet, «Senza entusiasmo si sopravvive, ma è un’ingiustificabile sciatteria»: il monito che scuote le nostre vite

martedì 4 agosto 2026

I MITOMANI


 Da quando ci sono i social 

siamo tutti un po’ mitomani


Lo psichiatra Crepet e le scorciatoie per la notorietà: «Di cosa ci stupiamo? Nell'era dei reality uno si domanda a che servono studio e sacrificio. E tutto viene esibito costantemente in rete».

-di Francesca Visentin 

 “Nulla di nuovo. Il fenomeno non mi stupisce per niente». È lapidario Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, saggista, scrittore, sul caso di Adriano Cappellari e il finto attentato. Ma anche sui molti altri fenomeni di mitomania o ricerca di facile notorietà. «Siamo tutti e tutte mitomani, da quando esistono i social», sintetizza il professor Crepet, di cui da poco è uscito il nuovo saggio Riprendersi l’anima (HarperCollins), in cui approfondisce la complessità del mondo contemporaneo, dalla tecnologia e l’AI «sempre più disumanizzanti», ai conflitti globali, all’isolamento sociale. 

Professor Crepet, mettere in scena un finto attentato contro sé stessi è una richiesta di attenzione?

«Tutti cercano strade facili. Nell’era dei reality show, a cosa serve il talento, la competenza, lo studio? Scorciatoie, successo e fama veloci sono l’unico faro, ma a che prezzo: siamo diventati tutti deficienti». 

Se l’aspettava il moltiplicarsi di episodi di mitomania anche tra i più giovani?

«È inevitabile. Ragazze e ragazzi seguono l’esempio degli adulti. E in una società di uomini e donne che cercano visibilità in qualsiasi modo, anche i più giovani fanno altrettanto. È una deriva partita dagli adulti». 

Non la stupisce ciò che sta accadendo?

«Non c’è nulla di nuovo. I social sono nati proprio con questa funzione, rendere tutti famosi velocemente, senza talento nè vera gloria. Un meccanismo che porta al deterioramento delle capacità cognitive e relazionali, lo dicevo già 12 anni fa, un cambiamento antropologico che avevo previsto. L’avevo scritto nel libro Baciami senza rete (Mondadori), guardando alle giovani generazioni e al mondo digitale. In quel saggio mi domandavo, come sarà, da adulto, un bambino che ha comunicato sempre e soltanto attraverso un device? Quali cambiamenti nel suo modo di vivere i sentimenti e le relazioni, nella sua capacità empatica?». 

 

Fingersi vittima pur di fare parlare di sé soddisfa il sogno di notorietà?

«Mettiamo in chiaro che se tutto è vero quello che ha fatto il ragazzo di Enego è un atto criminale, ma certamente la modalità vittima e carnefice di sé, viene utilizzata come scorciatoia per la facile notorietà. Oggi ci si esibisce in rete anche quando si beve un cappuccino, che poi con l’AI possono diventare dodici cappuccini bevuti insieme, il nuovo record che diventa subito virale, anche se invece è tutto falso. Quindi di cosa ci stupiamo?» 

Lei è molto critico nei confronti dall’intelligenza artificiale.

«Con l’AI oggi diventare famosi senza fare nulla è un attimo, ci si può costruire personaggi dal nulla. E l’Ai toglie la capacità critica. In generale, mi preoccupa ciò che accade nel mondo e i riflessi che hanno su di noi, c’è una sorta di imbarbarimento di fondo, non si salva nessuno. Poi certo, in alcuni settori o situazioni l’uso dell’Ai può essere anche utile».

La difficoltà di entrare nel mondo del giornalismo, potrebbe giustificare le azioni estreme di un giovane aspirante giornalista che cerca visibilità facile?

«Ma ormai chiunque può essere giornalista. Con i social anche il più grande idiota pubblica e posta qualsiasi cosa. E con l’AI si possono creare fake news o immagini sensazionali senza alcuna fatica . E soprattutto senza alcuna gavetta. Con le fake news si potrebbero anche riscrivere intere parti della storia, nessuno se ne accorgerebbe. Un certo tipo di innovazione tecnologica è sconcertante. E io sento di non volermi adattare a un mondo in cui non c’è empatia, capacità di ascolto, tenerezza, desiderio di studiare, approfondire, scrivere poesie. Senza un poeta sarà un mondo migliore?». 

C’è responsabilità del mondo degli adulti?

«Una responsabilità enorme». 

Come definirebbe gli adulti contemporanei?

«Irresponsabili». 

Nel suo nuovo saggio «Riprendersi l’anima» scrive che «per riprendersi l’anima bisogna cercare con tenerezza la propria ribellione»

«Sì. Bisogna cercare la ribellione come antidoto emotivo all’indifferenza. E non significa spaccare le vetrine con le pietre, ma è una ribellione interiore che porta cambiamenti. Anche la bellezza è trasgressione». 

 

Fonte: Corriere del Veneto

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sabato 18 luglio 2026

A CHILOMETRO ZERO

 


 "La grandezza 

di una persona

 non si misura solo 

su ciò che costruisce, 

ma anche 

sulla sua capacità 

di ricominciare;

 la vita insegna che si cade sette volte

 per rialzarsi otto”

  •  

La Redazione

“La vita è l’opposto del «chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le novità…”

In una società come la nostra, nella quale l’efficienza e la produttività appaiono quali valori guida, le nuove generazioni sembrano ricercare, nella maggior parte dei casi, sicurezza, comodità, agio, risultati eccellenti ma da conseguire facilmente e velocemente senza alcuno sforzo, privandosi di quello slancio, di quella passione, che invece dovrebbe contraddistinguere la loro esistenza, senza quindi far prevalere la propria ambizione, il proprio talento, ma soprattutto la propria inclinazione al cambiamento ed al miglioramento.

Invero i giovanissimi dovrebbe essere affascinati da tutto ciò che è inedito, straordinario, rivoluzionario, seguendo le proprie emozioni, non temendo alcun pericolo ma anzi avendo sempre il coraggio di osare, esponendosi al rischio, incamminandosi lungo strade non battute con pazienza e cocciutaggine senza mai desistere o tirarsi indietro.

“La vita è l’opposto del «chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le novità scoperte. E questo è un giro che non finisce mai, ma deve iniziare dalla spinta di voler pretendere qualcosa per sé, pensato da sé, progettato da sé”, in tal modo inizia la sua considerevole riflessione il sociologo e psichiatra Paolo Crepet.

Ad oggi, invece, appare per molti giovani più facile rinunciare ad una vita piena di emozioni e di scoperte piuttosto che vivere la propria esistenza intensamente. In realtà si tratta di una questione di umiltà, così come ci spiega lo psichiatra, e non si può mai sapere che cosa accadrà finché non lo hai ancora fatto.

“Se si ascolta la fatica ancor prima di averla misurata, si rischia la bonaccia esistenziale, che per un giovane è il peggio che si possa augurare, e si ricompone un filo che si riavvolge sempre allo stesso modo, quasi fosse un automatismo: inseguire le proprie zone di confort”, queste le parole sempre pregne di significato di Paolo Crepet. Eppure ci sono genitori che educano i loro figli alla certezza, un po’come se tutto fosse sempre a portata di mano e continuerà ad essere offerto, regalato, senza alcuno sforzo o fatica, ma il bello della sfida sta nel difficile, nell’impervio e nell’incerto e non nella facilitazione di ogni scelta.

“Compito di un genitore non è quello di tenere sempre abbassato il ponte levatoio di casa nella speranza di veder ricomparire i figli delusi da un tentativo che non è andato bene”, così come ci spiega lo psichiatra. Ma ciò che occorre insegnare ai giovani è che nulla deve essere scontato, nulla è dato per sempre, ma tutto porta a un tentativo, a un impegno capace di sollecitare creatività e progettualità.

“Ovunque un giovane scelga di vivere, qualsiasi cosa provi a fare, il suo agire deve essere valutato: più grande è la propensione al nuovo, meno scontato è l’esito, più profonda sarà la soddisfazione. La grandezza di una persona non si misura soltanto su ciò che costruisce, ma anche sulla sua capacità di ricominciare; per questo i tentativi, e gli errori connessi, sono fondamentali: la vita insegna che si cade sette volte per rialzarsi otto”, in tal modo conclude la sua disamina Paolo Crepet.

Ascuolaoggi

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venerdì 17 luglio 2026

ENTUSIASMO E SCIATTERIA


Ritrova la meraviglia, 

non cadere nella sciatteria





Abbi il coraggio di scottarti e il sacro fuoco dell'entusiasm

Indice

1.     La fine dell'entusiasmo secondo Paolo Crepet

2.     Guarda il video sulla riflessione di Crepet

3.     L’amore tiepido e la trappola dell'autarchia emotiva

4.     L'illusione digitale: Se le relazioni diventano un algoritmo

5.     I tre ingredienti per allenare l'entusiasmo

6.     La responsabilità degli adulti

7.     Salvare l’anima per un futuro entusiasmante

La fine dell'entusiasmo secondo Paolo Crepet

In un'epoca dominata dall'efficienza tecnologica, dalla prevedibilità degli algoritmi e da una costante ricerca di sicurezza emotiva, lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet lancia un grido d'allarme nel suo libro Riprendersi l'anima. Nel capitolo dedicato alla "Fine dell'entusiasmo", Crepet analizza con lucidità e poesia la progressiva scomparsa di quella spinta vitale che ci rende umani: l'impeto, la meraviglia e, appunto, l'entusiasmo.

Sopravvivere è facile; vivere davvero, accogliendo il caos delle emozioni, richiede invece un coraggio che stiamo progressivamente dimenticando. Crepet ci svela come possiamo salvare la nostra anima dall'apatia moderna.

L’amore tiepido e la trappola dell'autarchia emotiva

Oggi assistiamo a quello che Crepet definisce il "prolasso dell'empatia", un progressivo imbarbarimento delle relazioni umane che si manifesta sotto forma di una "speciale imperturbabilità". C'è un calo evidente di smania, di curiosità, di solidarietà e di impeto.

Sempre più spesso, la società e le famiglie educano le nuove generazioni a scegliere l'amore tiepido, scoraggiando quello "sovversivo" e tempestoso. Si tende a preferire la stabilità emotiva alla tempesta romantica, dimenticando che l'amore, per sua natura, deve scottare o gelare per insegnarci a vivere.

Questo rifugio nell'apatia protettiva conduce dritto all'autarchia emotiva: l'illusione di bastare a se stessi. Ci trinceriamo dietro una finta autosufficienza sentimentale, alimentata dal narcisismo relazionale, che in realtà non è altro che un isolamento paranoico. Costruiamo fortezze vuote per timore di soffrire, decidendo coscientemente che basta imparare a vivere senza entusiasmo.

L'illusione digitale: Se le relazioni diventano un algoritmo

Uno dei passaggi più profetici del capitolo analizza il rapporto tra l'essere umano e le nuove tecnologie. Crepet cita la storia di Ayrin, una ragazza americana che ha preferito fidanzarsi con "Leo", un compagno virtuale generato dall'intelligenza artificiale (ChatGPT).

Perché un chatbot sembra così rassicurante? Perché è programmato per dire sempre di sì, per non contrastare mai, per adulare e assecondare. Ma questa perfezione artificiale si rivela presto di una noia mortale e prevedibile.

Le macchine possono fare tutto, tranne una cosa: entusiasmarsi. Esse sono prive di slancio, pedanti e senza anima. Quando cerchiamo nei chatbot la risposta alle nostre mancanze emotive, pretendiamo il "nulla metafisico". Se non ci ribelliamo in tempo, rischiamo di diventare sudditi di un nuovo tecnocrate capace di manovrare, attraverso la rete, i nostri "cuori grigi". Nemmeno George Orwell era arrivato a immaginare una distopia in cui la rivoluzione parte dallo smontare i sentimenti e le relazioni affettive reali per sostituirli con sterili mantra digitali.

I tre ingredienti per allenare l'entusiasmo

L’entusiasmo non è un dono innato e immutabile: viene dalla mancanza, non dall'appagamento. Come sostiene Crepet, per reimparare a desiderare e a entusiasmarsi, dobbiamo riscoprire tre attitudini fondamentali che fungono da veri e propri "strati mentali" da coltivare con umiltà:

  • La disponibilità a guardarsi attorno: Il rifiuto di farsi bastare le cose così come sono. È la sana inquietudine di chi non si accontenta della mediocrità
  • L'ambizione sacra: Quella forza interiore che guida il talento verso l'inaspettato e l'inusitato. Senza questa spinta ci si ferma, parcheggiando la propria vita sul ciglio della strada a guardare passivamente quella degli altri
  • L'ispirazione: Crepet rievoca Leonardo da Vinci, che trovava l'ispirazione e l'illuminazione persino nelle macchie d'umidità sui muri o nelle forme mutevoli delle nuvole. L'ispirazione richiede la modestia di saper cogliere il bello nell'effimero e nel quotidiano.

La responsabilità degli adulti

Crepet si chiede: una scuola dovrebbe essere un luogo entusiasmante, altrimenti a che serve?

L'esperienza della didattica a distanza (DAD) ha dimostrato la pericolosità dell'isolamento. Eppure, troppo spesso gli adulti di oggi agiscono come "schiacciasassi sui germogli" dei più giovani, livellando la loro iperbole emotiva e mettendo sullo stesso piano sogni e incubi. Crepet racconta l'incontro con una studentessa di Firenze che gli ha posto una domanda cruciale: "Se lei fosse il mio professore, mi valuterebbe per la mia preparazione o per la mia passione?". Sebbene la preparazione tecnica sia fondamentale, lo psicologo esorta a non perdere mai di vista la passione. La vera scuola deve essere come il professor Keating de L'attimo fuggente: un luogo in cui si impara a riconoscersi, ad andare oltre la debolezza dei falsi maestri e ad abbracciare l'entusiasmo come bussola di vita.

Salvare l’anima per un futuro entusiasmante

La fine dell'entusiasmo porta con sé una forma di violenza silenziosa: il trionfo del proprio "io" tecnologico a scapito della nostra reale capacità di sentire. Evitare la fatica di indagare se stessi e gli altri può sembrare comodo, ma ci priva dell'unica cosa che rende la vita degna di essere vissuta.

Dobbiamo ritrovare il coraggio di scottarci, di deragliare, di appassionarci a ciò che sembra impossibile. Solo liberando l'anima da questa imperturbabilità digitale potremo tornare a desiderare davvero. Come conclude Crepet nel suo accorato appello: "Credo in un futuro entusiasmante, cerco qualcuno che mi aiuti a trovarlo".

Redazione Studenti

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venerdì 1 maggio 2026

GIOVANI E FRUSTRAZIONE

 


UNA 

GENERAZIONE

 DISORIENTATA

Lo psichiatra Paolo Crepet offre un’analisi diretta sul rapporto tra giovani, frustrazione e crescita, mettendo in luce alcune criticità del sistema educativo tra scuola e famiglia. Secondo Crepet, l’eccessiva protezione degli adulti e l’abitudine alle gratificazioni immediate, tipiche del digitale, rischiano di rendere i ragazzi più fragili, insicuri e meno pronti ad affrontare le difficoltà reali.

Al centro della riflessione c’è il valore dello sforzo e della fatica, elementi fondamentali per lo sviluppo personale. Errori, brutti voti e delusioni non sono fallimenti da evitare, ma esperienze necessarie per imparare a gestire l’ansia, conoscere i propri limiti e costruire una maggiore autonomia.

Per Crepet, è proprio il confronto con la frustrazione che permette ai giovani di sviluppare resilienza emotiva e diventare adulti più consapevoli. Eliminare ogni ostacolo, come spesso accade con genitori troppo protettivi, può invece ostacolare questo processo.

Il messaggio è chiaro: non si tratta di lasciare soli i ragazzi, ma di accompagnarli senza semplificare tutto. Solo affrontando le difficoltà possono imparare a superarle, dare valore ai risultati raggiunti e costruire basi solide per il futuro.

Paolo Crepet e i giovani: il ritratto di una generazione disorientata

Quando Paolo Crepet osserva i giovani di oggi, non vede una generazione priva di potenziale, ma una schiera di individui profondamente disorientati e, per certi versi, "anestetizzati". Il sociologo denuncia una tendenza sociale pericolosa: la propensione degli adulti a neutralizzare le emozioni dei ragazzi, appiattendo sia i grandi entusiasmi che le profonde tristezze. Si cerca costantemente di riempire ogni loro vuoto, ogni momento di noia, con stimoli continui e soluzioni preconfezionate.

Tuttavia, come sottolinea l'esperto nei suoi interventi nei teatri di tutta Italia, è proprio nel vuoto e nel silenzio che nascono il pensiero critico e la creatività. Senza noia non c'è invenzione, e senza la mancanza di qualcosa non può nascere il vero desiderio. Abbiamo trasformato i giovani in recettori passivi di una felicità artificiale e immediata, dimenticando di insegnare loro che la vera soddisfazione richiede tempo, impegno e dedizione. Crepet invita a smettere di assecondare la cultura del "tutto e subito", per restituire ai ragazzi la fame di vita, la passione autentica e, soprattutto, il sacro diritto di compiere i propri errori.

L'epidemia dei "figli fragili": la dura critica ai genitori moderni

Una delle espressioni più ricorrenti e incisive nell'analisi di Paolo Crepet è quella dei figli fragili. Ma da dove nasce questa fragilità? La risposta dello psichiatra non lascia spazio ad alibi: la responsabilità principale risiede in un modello genitoriale distorto. I padri e le madri di oggi, spesso mossi da un malinteso senso di amore e protezione, si adoperano quotidianamente per rimuovere qualsiasi ostacolo dal cammino dei propri figli, credendo di fare il loro bene.

Questo atteggiamento, definito comunemente "iperprotezione", si traduce in una sistematica sottrazione di esperienze formative. Un genitore che dice sempre di "sì", che evita ogni forma di conflitto per non risultare antipatico o per fare l'amico del proprio figlio, non sta educando, ma sta creando dipendenza. I ragazzi che crescono in questo ecosistema artificiale, privo di "no" e di limiti strutturati, si ritrovano totalmente disarmati quando, inevitabilmente, si scontrano con il mondo reale, un mondo che non fa sconti e che non è disposto ad assecondare ogni loro capriccio.

Crepet usa un'immagine molto forte per descrivere le famiglie moderne: i genitori si sono trasformati nei "sindacalisti dei propri figli". Invece di allearsi con le istituzioni educative, le madri e i padri odierni tendono a difendere a priori i ragazzi di fronte a qualsiasi richiamo, nota o brutto voto. Se un insegnante assegna un compito in più o un provvedimento disciplinare, viene immediatamente contestato dalla famiglia, che interviene per giustificare e scagionare l'alunno.

Questo cortocircuito relazionale distrugge l'autorevolezza della scuola e trasmette al giovane un messaggio devastante: tu non sei responsabile delle tue azioni, la colpa è sempre degli altri. Secondo Crepet, ripristinare i ruoli è vitale: i genitori devono stare al proprio posto, accettando che le punizioni e le valutazioni negative facciano parte di un sano processo di crescita.

La gestione della frustrazione nello studio e l'elogio della fatica

Al centro del pensiero pedagogico di Paolo Crepet c'è una massima tanto semplice quanto rivoluzionaria: "Tutto quello che è comodo è stupido". Questa frase racchiude il senso del suo convinto elogio della fatica, un concetto che trova la sua massima applicazione nell'ambito scolastico. Oggi, la gestione della frustrazione nello studio è diventata un tabù. Si tende a facilitare i percorsi, a invocare scuole senza voti e a edulcorare i giudizi per non "traumatizzare" gli studenti.

Eppure, Crepet ricorda che l'apprendimento è, per sua natura, fatica. Scontrarsi con un concetto incomprensibile, passare ore su un libro di testo, prendere un'insufficienza e dover recuperare: sono tutti esercizi intellettuali ed emotivi fondamentali. La frustrazione è la benzina dei neuroni. Se priviamo i ragazzi della difficoltà, impediamo loro di sviluppare il talento e la genialità. Non c'è reale autostima che non derivi dal superamento di un ostacolo che sembrava insormontabile. Restituire le difficoltà ai giovani significa, in definitiva, dotarli degli anticorpi necessari per affrontare le sfide dell'età adulta.

 Ansia a scuola: il cortocircuito di chi non sa affrontare il fallimento

L'ansia a scuola è uno dei fenomeni più allarmanti degli ultimi anni. Sempre più studenti manifestano attacchi di panico, rifiuto scolastico e forte disagio psicologico in concomitanza con le verifiche o le interrogazioni. Sebbene le istituzioni cerchino risposte nella moltiplicazione di figure di supporto psicologico, Crepet offre una prospettiva diversa, denunciando quello che definisce un vero e proprio "marketing dell'ansia".

Secondo lo psichiatra, l'eccessiva medicalizzazione del disagio giovanile porta a etichettare come "malattia" quella che, in molti casi, è semplicemente un'incapacità cronica di gestire l'insicurezza e la paura del fallimento. Poiché questi ragazzi sono stati protetti fin dall'infanzia da ogni piccola delusione, non hanno mai allenato i "muscoli emotivi" necessari per tollerare l'errore. L'ansia esplode perché il fallimento scolastico viene percepito come un crollo identitario, un evento inaccettabile in una società che esige una perfezione ignobile e modelli di successo rapido. La vera cura non è abbassare l'asticella delle richieste scolastiche, ma insegnare ai giovani che sbagliare non solo è normale, ma è l'unico vero modo per imparare.

Il ruolo della tecnologia: smartphone vietati e solitudine digitale

Un capitolo fondamentale delle riflessioni di Paolo Crepet riguarda l'impatto devastante della tecnologia sulle nuove generazioni. L'esperto non usa mezzi termini: gli smartphone rappresentano un mutamento antropologico in atto e i social network sembrano essere stati progettati appositamente per "asocializzare" le persone. Di fronte all'isolamento crescente, ai casi di cyberbullismo e alla dipendenza dagli schermi, la proposta di Crepet è netta e radicale: l'uso dello smartphone andrebbe vietato per legge fino ai 18 anni.

Le argomentazioni a supporto di questa tesi sono molteplici:

  • Appiattimento cognitivo: Affidare ogni ricerca a Google o all'Intelligenza Artificiale, ottenendo risposte in tre secondi, uccide la profondità del pensiero. L'intelletto si allena sfogliando vocabolari, leggendo libri complessi e prendendosi il tempo per elaborare le informazioni.
  • Isolamento emotivo: I social media offrono una connessione permanente, ma superficiale. Sostituiscono le relazioni autentiche e i conflitti reali (indispensabili per maturare) con interazioni basate su approvazione fittizia (i "like").
  • Iper-controllo genitoriale: Lo smartphone illude i genitori di avere il controllo totale sui figli tramite la geolocalizzazione o i registri elettronici, ma li allontana dalla reale conoscenza dei loro stati d'animo.

In risposta ai recenti e drammatici episodi di cronaca che hanno visto protagonisti giovanissimi in atti di violenza all'interno degli istituti scolastici, Crepet critica severamente le soluzioni puramente repressive, come l'installazione di metal detector agli ingressi. Il problema, sostiene lo psichiatra, non si risolve all'ultimo secondo, quando il danno è ormai compiuto. La prevenzione vera si fa alla radice: togliendo i dispositivi elettronici dalle mani dei bambini fin dai primi anni di vita e sostituendoli con libri illustrati. Educare alla lettura, alla fantasia e al rispetto delle regole fin dall'infanzia è l'unica via per disinnescare la rabbia sociale e l'aggressività ingiustificata.

Come crescere giovani forti: consigli pratici per le famiglie

Dalla diagnosi lucida e implacabile di Crepet, emergono indicazioni chiare e pratiche per le famiglie che desiderano invertire la rotta e crescere adulti forti, resilienti e consapevoli. L'educazione, ricorda l'autore, non è un atto di compiacimento, ma un atto di coraggio che richiede prese di posizione scomode.

  • Lasciare spazio al fallimento: I genitori devono fare un passo indietro e permettere ai figli di cadere, di prendere brutti voti e di sperimentare l'amarezza della sconfitta, restando presenti per supportarli nella ripartenza, ma senza sostituirsi a loro.
  • Insegnare il valore dell'attesa: È fondamentale smettere di esaudire istantaneamente ogni richiesta materiale. L'attesa genera il desiderio, e il desiderio è il vero motore della vita.
  • Stabilire regole e confini: I "no" sono pilastri educativi. Aiutano i ragazzi a comprendere l'esistenza dei limiti altrui e delle regole sociali, favorendo lo sviluppo dell'empatia e del rispetto.
  • Dare il buon esempio: Gli adulti non possono pretendere che i figli si stacchino dagli schermi se loro stessi vivono in uno stato di connessione permanente. L'autorevolezza genitoriale passa in primo luogo dalla coerenza dei comportamenti.

"La felicità non è un regalo, è una conquista."

Questa celebre frase di Paolo Crepet riassume perfettamente il suo testamento educativo. Se continuiamo a illudere i giovani che la serenità sia un diritto acquisito da esigere senza sforzo, li condanneremo a crollare al primo soffio di vento. 

Restituire ai ragazzi il peso della responsabilità, il sudore dello studio e la bellezza della fatica è il più grande gesto d'amore che la società degli adulti possa compiere oggi per salvare il loro futuro.

Studenti.it

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venerdì 2 gennaio 2026

SAPER RISCHIARE

 

 

"Senza rischi

 non si cresce, 

la paura di sbagliare 

sta spegnendo sogni,

 ambizioni e unicità"

 


La Redazione

 

Crepet riflette su rischio, ambizione e libertà in una società che educa alla prudenza e finisce per spegnere sogni e unicità.

Viviamo in una società frenetica, dove tutto scorre rapidamente davanti ai nostri occhi. Gli istanti si susseguono senza lasciare traccia e spesso perdiamo la capacità di cogliere il senso profondo di ciò che viviamo. Così anche le esperienze più importanti rischiano di trasformarsi in momenti passeggeri, privi di radici e di significato.

Questa difficoltà è aggravata da una crescente confusione attorno al concetto di libertà, sempre più spesso separato dalle idee di rischio e ambizione. Oggi esporsi, osare, mettersi in gioco viene percepito come qualcosa da evitare, piuttosto che come una possibilità di crescita. Su tali aspetti si sofferma, con particolare attenzione, il sociologo e psichiatra Paolo Crepet, il quale esprime il suo pensiero in tal modo: "La tendenza diffusa a identificare «rischio» con «pericolo», «limite», mette in secondo piano «il rischio di non rischiare», non meno inquietante.

Anzi. In questo senso, vedo un parallelismo tra «rischio» e «felicità». Paradossalmente, ma non troppo, molti sono stati educati a pensare che nella vita non valga la pena di rischiare nemmeno per cercare la felicità”.  

Si diffonde così un messaggio implicito che invita a non osare, a restare nel gruppo, a non coltivare fino in fondo le proprie capacità. L’ambizione viene guardata con sospetto, come se rappresentasse un pericolo anziché una risorsa per la crescita personale. Si tratta di una vera e propria esortazione “a non osare, a rimanere nel mucchio, a non mostrare le proprie attitudini e capacità, a smussare perfino il proprio talento, a temere qualsiasi cosa richiami il concetto di ambizione”.

I genitori, in tale ambito, giocano un ruolo fondamentale e, in particolare, sono responsabili di aver trasmesso ai giovani un messaggio fortemente diseducativo e limitativo della crescita. Infatti, gli adolescenti sono ormai convinti che l'ambizione rappresenti una malattia mentale. Invero, "insegnare a un figlio adolescente che l'essere ambizioso significa essere mentalmente disturbato non è solo un atto di cattiveria, ma una dimostrazione di straordinario egoismo e cecità". Tuttavia, alcuni educatori, senza neppure accorgersene, incorrono in tali errori, dimenticando, secondo Crepet, che "l'esistenza stessa è un'ambizione. Occorrerebbe spiegare ai bambini che è nel coltivare desideri e aspirazioni che si costruisce la ricerca della felicità. Essi devono poter crescere pensando che la libertà conduce all'unica speranza che vale la pena di vivere: quella di contribuire a costruire un futuro migliore, per se stessi e non solo".

Insomma, è compito delle istituzioni scolastiche, e delle famiglie stesse, esortare i più giovani ad assumersi il rischio di vivere, e non farsi bastare la sopravvivenza, comprendendo che l'ambizione può esserne molla, motore, carburante e non limite.

“L’esistenza non è contenibile all’interno di un recinto, ma nasce costretta per diventare libera: dall’utero all’universo. Quindi è nel salto, nel gettarsi nel nuovo che è racchiuso il senso di ogni vita consapevole della propria unicità”, così come ci spiega molto accuratamente lo psichiatra.

Il noto sociologo Crepet sostiene, inoltre, che un bambino viene al mondo accanto ai propri genitori ma, successivamente, durante la crescita, si imbatte in una continua evoluzione, mettendosi a confronto con se stesso e con una serie di regole familiari, che lo condurranno all'età adulta, proprio attraverso il raggiungimento dei suoi obiettivi, da intendere quale "capacità di superare i limiti iniziali", non solo in senso fisico, ma come consapevolezza che attraverso il rischio e l'ambizione si possano realizzare i propri sogni ed i relativi progetti.

Dunque “oltrepassare i recinti di infanzia e adolescenza è l’atto magnifico che dovremmo augurare a chiunque stia per entrare nell’età adulta, anche quando non si può pretendere di sapere che cosa ci aspetti oltre le staccionate”.

Non si può non sottolineare, a tal proposito, come la maggior parte della popolazione ritenga che la ricerca della felicità sia molto onerosa, comportando fatica, sudore ed impegno quotidiano, laddove invece i moderni stereotipi si fondano su un assetto culturale del tutto opposto, secondo cui tutto dev'essere confortevole ed alla portata di mano, facilmente ottenibile.

Ciò determina, secondo Crepet, che la moderna popolazione sia per la maggior parte affetta da cherofobia poiché "convinta che, se si raggiunge un qualche grado di felicità, ci si espone a fragilità e a declino moraleOppure c'è chi pensa che la gioia debba essere gustata a misuratissimi sorsi, nell'illusione di farla durare più a lungo, senza sapere che così non si fa altro che allontanare...l'impulso istintivo". 

È necessario, dunque, attraverso l'azione sinergica della scuola e dei genitori, che i bambini, sin dall'infanzia vengano istruiti a non accettare pedissequamente ciò che la realtà propone, formando un proprio pensiero critico, personale, sempre attraverso il confronto ed il dialogo, senza timore dei limiti e dei sacrifici che ne derivano, ma nella consapevolezza che l'ambizione rappresenta una marcia in più, un motore di continua ricerca e scoperta della vera essenza della felicità.

Infatti, parte dell'umanità vive in una condizione di infelicità poiché "non ha imparato a essere libera, in quanto la libertà è una conquista ancora troppo recente e precaria".

“Alla fine, quel poco o quel tanto che si può avere nella vita bisogna comunque desiderarlo, imparare ad approntarlo dentro di sé come potenzialità, auspicio di una primavera speciale. C’è della fatica in tutto questo, forse anche una forma legittima di ansia, come quella del poeta davanti al foglio bianco di cui parla Borges, ma è lo sforzo che predispone alla luce della felicità”, attraverso tali parole conclude la sua significativa disamina Paolo Crepet.

 Ascuolaoggi


martedì 11 novembre 2025

INSEGNARE A RAGIONARE

 


Per Crepet i giovani 

non sanno ragionare: 


la "colpa" della scuola


Perché per Paolo Crepet i giovani d'oggi "non sanno ragionare" e qual è la "colpa" della scuola: cos'ha detto il noto psichiatra e sociologo

- di Camilla Ferrandi

 In un’epoca in cui la tecnologia avanza molto velocemente e l’intelligenza artificiale è ormai parte della quotidianità di ciascuno, lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet ha lanciato un nuovo allarme sui giovani: “Non sanno più ragionare“. Una provocazione? Forse. Ma soprattutto un invito a riflettere su dove stiamo andando come società. Il professore ha poi indagato le responsabilità: a suo parere, la “colpa” è anche della scuola.

Per Crepet i giovani non sanno più ragionare: qual è la colpa della scuola

Secondo Paolo Crepet “i giovani non sanno più ragionare”, come ha sottolineato in un’intervista a Il Resto del Carlino. Ma di chi è la responsabilità? A suo avviso, la “colpa” è sia della tecnologia, che “non insegna a pensare ma a consumare”, sia della scuola, che “dovrebbe far ragionare, invece si limita a far ripetere“, ha affermato lo psichiatra.

I giovani di oggi, a suo avviso, crescono in un sistema educativo che privilegia la memorizzazione rispetto alla comprensione, la performance rispetto alla riflessione. In un contesto simile, il pensiero critico, quello che nasce dal dubbio, dalla domanda, dalla curiosità, viene per lui soffocato.

Il risultato? Una generazione che, pur essendo immersa nella tecnologia, per Crepet non conosce davvero il mondo in cui vive: “La generazione Z non sa cosa siano le gigafactory, non sa da dove nasce ciò che usa. Eppure, vive dentro quel sistema. È un mondo che si illude di essere verde, ma non lo è: è nero, perché del futuro dei ragazzi non importa nulla a chi lo governa”, ha evidenziato Crepet.

Perché l’IA è una minaccia per Paolo Crepet

L’altro grande bersaglio di Crepet è l’intelligenza artificiale. E non perché sia di per sé negativa, ma perché, ha spiegato, se non governata rischia di diventare uno strumento di controllo “sottile e pericoloso”. “Non è un oggetto che compri o rifiuti. È qualcosa che ti guida, che ti spiega perché devi comprare questo o quello, che ti induce un pensiero”, ha affermato l’esperto.

Per Crepet, il problema non è solo tecnologico, ma “antropologico”, perché “stiamo parlando di come cambia l’essere umano, non di un accessorio tecnologico”. E ha aggiunto: “Non pensiamo più come una volta, ma non perché qualcuno ce lo impedisca: il punto è che questo qualcuno non è più un umano, è una macchina“.

L’IA, secondo Crepet, rischia di sostituire la capacità di giudizio: se ci affidiamo troppo agli algoritmi, smettiamo di porci domande, di cercare alternative, di esercitare la nostra libertà. Per lo psichiatra, una società che delega il pensiero a una macchina, è una società che rinuncia alla propria autonomia.

Infine, Crepet ha detto che l’IA è sia “la nuova frontiera” che una “minaccia“: da un lato “permette progressi straordinari, anche in medicina”, dall’altro è un acceleratore di disuguaglianze. Come ha spiegato, le tecnologie più avanzate richiedono enormi quantità di energia e risorse, che non tutti i Paesi possono permettersi. Da qui il suo avvertimento: “Le differenze tra chi ha acqua, energia e tecnologia e chi non ne ha saranno ancora più profonde”.