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giovedì 8 ottobre 2026

BAMBINI E NUOVE TECNOLOGIE


Bambini e adolescenti di oggi crescono in un mondo ibrido, dove la tecnologia non è più solo uno strumento di svago, ma una vera e propria infrastruttura che fa da sfondo alla vita quotidiana. Ma in che modo questa costante connessione influisce sul loro benessere fisico e mentale?

A cercare di fare chiarezza su uno dei temi più dibattuti della salute pubblica è un nuovo, imponente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista medica The Lancet. La ricerca non si limita a puntare il dito contro il tempo trascorso davanti agli schermi, ma cambia completamente prospettiva, analizzando il problema attraverso la lente dei "determinanti digitali della salute".

Cosa sono i "Determinanti Digitali della Salute" (DDoH)?

Per comprendere a fondo la ricerca, è fondamentale chiarire un concetto chiave su cui si basa l'intera analisi. I Determinanti Digitali della Salute (DDoH) sono, come definiti dai ricercatori, le condizioni strutturali che influenzano la nostra salute attraverso infrastrutture digitali mediate, modelli di business, scelte di design e ambienti informativi.

In altre parole, il "digitale" viene inteso come un vero e proprio ordine socio-tecnologico in cui le tecnologie e i sistemi sociali si intrecciano, plasmando le condizioni globali e le attività umane che, a cascata, producono effetti sulla salute.

Gli obiettivi dello studio

L'obiettivo principale della ricerca (che rappresenta il secondo capitolo della suddetta Serie di The Lancet) è applicare il framework dei DDoH per rispondere a una domanda complessa: come l'uso dei media digitali modella la salute e il benessere dei giovani (dai 0 ai 24 anni)?

Invece di concentrarsi unicamente su "quanto" i ragazzi usano i dispositivi, i ricercatori hanno voluto esplorare cosa rende questo utilizzo dannoso o benefico, portando alla luce i meccanismi invisibili (come gli algoritmi o il design delle piattaforme) che la ricerca tradizionale ha spesso trascurato, limitandosi a misurare il semplice "tempo di utilizzo" (il cosiddetto screen time).

 I punti salienti e le scoperte

Analizzando una mole enorme di dati (una "umbrella review" di 121 revisioni sistematiche che ha coinvolto nove milioni di giovani), gli studiosi hanno delineato un quadro molto chiaro. Sebbene l'uso dei media digitali possa offrire dei benefici (come il supporto tra pari o l'accesso a informazioni utili), esso è molto più costantemente associato a esiti avversi.

Ecco le evidenze principali emerse dallo studio:

  • Salute mentale e fisica sotto pressione: l'uso eccessivo o problematico dei media digitali è correlato negativamente alla salute mentale (maggior rischio di depressione, ansia e comportamenti autolesionistici), alla qualità del sonno, allo sviluppo cognitivo e all'attività fisica (connessa al rischio di obesità infantile).
  • L'età fa la differenza: l'impatto varia in base alla fase di sviluppo. Nei bambini (0-10 anni), i problemi derivano principalmente dal tempo totale passato davanti allo schermo. Negli adolescenti (10-24 anni), a pesare sono i modelli d'uso problematici, legati in particolar modo ai social media, in una fase della vita in cui il cervello è particolarmente sensibile alle ricompense sociali e ai confronti.
  • Il ruolo "invisibile" degli algoritmi e del design: la ricerca evidenzia come sia riduttivo colpevolizzare solo l'utente. Meccanismi come lo scorrimento infinito (infinite scroll), l'iper-personalizzazione dei contenuti tramite algoritmi e la continua richiesta di attenzione attraverso le notifiche sono progettati commercialmente per trattenere i ragazzi online il più a lungo possibile, minando la loro capacità di autoregolazione.
  • Vulnerabilità disuguali: i rischi non sono distribuiti in modo uniforme. I giovani con fragilità pregresse (minore alfabetizzazione digitale, contesti familiari complessi o problemi preesistenti di salute mentale) sono sproporzionatamente più esposti agli effetti tossici degli ambienti digitali, come il cyberbullismo, la disinformazione o l'esposizione a standard estetici irrealistici.

Le conclusioni: oltre la responsabilità individuale

La conclusione a cui giungono i ricercatori rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma per la salute pubblica. Fino ad oggi, i consigli si sono concentrati sul far cambiare comportamento ai singoli: limitare le ore di schermo o impostare il "parental control".

Secondo lo studio, per proteggere concretamente bambini e adolescenti è invece necessaria una risposta strutturale e precauzionale. Non si può chiedere ai giovani e alle famiglie di difendersi da soli contro infrastrutture tecnologiche gigantesche e modelli di business basati sull'estrazione dei dati e dell'attenzione.

Occorre un intervento sulle regole del gioco: riforme dei sistemi digitali, normative più stringenti (come la verifica rigorosa dell'età o il divieto di design persuasivi rivolti ai minori) e una governance che metta finalmente la tutela della salute pubblica davanti agli interessi commerciali delle grandi piattaforme.

Studio di riferimento e fonti

  • Louise Holly, Rebecca Raeside, Alec Morton, Jovin Shi, Natarajan Padmapriya, Falk Müller-Riemenschneider, The public health challenges of children's and adolescents' digital media use: applying the digital determinants of health as an interpretive framework, The Lancet, 2026, ISSN 0140-6736, https://doi.org/10.1016/S0140-6736(26)01611-9.
  • James Shaw, Nicole Gross, Abril Saldaña-Tejeda, Caesar Atuire, Barbara Prainsack, Louise Holly, Ilona Kickbusch, The digital determinants of health: a new era for global public health, The Lancet, 2026, ISSN 0140-6736, https://doi.org/10.1016/S0140-6736(26)01292-4.

The lancet htlm

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martedì 22 settembre 2026

BAMBINI DI GAZA A SCUOLA

 


Gaza, riapre la scuola. 

 

Forte commozione

 e segno di speranza


Lacrime di gioia negli occhi dei bambini e ragazzi che sono tornati sui banchi di scuola dopo tre lunghi anni e anche dei genitori che li hanno accompagnati e hanno partecipato alla cerimonia inaugurale. Un impegno sostenuto e portato a termine dal Patriarcato latino di Gerusalemme che nella scuola ha accolto in tutto 1.005 studenti. Il parroco di Gaza: speriamo che questo spazio sia un luogo dove possano crescere l'amore, la guarigione e il rispetto reciproco tra i membri della comunità

-di Cecilia Seppia – Città del Vaticano

In un panorama urbano quasi interamente cancellato da tre anni di bombardamenti, con gli edifici sventrati dai missili e le strade invase da macerie, il suono di una campanella scolastica assomiglia a una specie di miracolo. Oggi infatti, 22 settembre la Scuola del Patriarcato latino di Gerusalemme a Gaza, legata alla parrocchia cattolica della Sacra Famiglia, ha ufficialmente riaperto le sue porte per l'anno accademico 2026-2027, accogliendo in tutto 1.005 studenti. Dai bimbi piccoli, 2-5 anni, della materna, ai ragazzini della primaria e secondaria, fino ai ragazzi del liceo, tutti hanno varcato la soglia dell’edificio regalando all’intera comunità cristiana un barlume di speranza e normalità, anche se sul terreno nella Striscia non vi è ancora nulla di normale.

Una luce nell'oscurità

L'evento è stato descritto dal parroco, padre Gabriel Romanelli, come un momento di commozione indescrivibile: “Oggi - ha detto il sacerdote - abbiamo visto lacrime di gioia negli occhi dei bambini e dei genitori nel vedere i propri figli a scuola dopo tre lunghissimi anni”. Le sue parole, riprese dalle principali agenzie di stampa e dai media cattolici internazionali riecheggiano come una luce nell'oscurità, un accenno di futuro, all'interno di una delle crisi umanitarie più drammatiche del secolo.

La sfida dell'istruzione in una terra di macerie

Il ritorno tra i banchi degli alunni della scuola cattolica si inserisce in un contesto globale agghiacciante per l'intera Striscia di Gaza. Secondo i dati diffusi in questi giorni dall’Unicef, circa il 98% degli edifici scolastici dell'enclave palestinese è stato distrutto o gravemente danneggiato dal conflitto. Questa devastazione sistematica ha privato oltre 660.000 studenti del diritto fondamentale all'istruzione in presenza. La ripresa generale delle lezioni nella Striscia, avviata ufficialmente il 19 settembre, si sta scontrando con condizioni logistiche disperate: la stragrande maggioranza dei 541.000 studenti tornati a lezione, lo sta facendo all'interno di tende di fortuna, spazi temporanei o scheletri di cemento pericolanti. Mancano banchi, quaderni, penne e libri, i cui costi sono ormai proibitivi per le famiglie che hanno perso tutto. Inoltre, il prezzo umano pagato dal comparto scolastico è altissimo: le autorità locali stimano che nel conflitto abbiano perso la vita circa 22.000 studenti e oltre 770 operatori scolastici, tra cui più di 530 insegnanti.

Il miracolo della Sacra Famiglia

In questo deserto di macerie, la parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza City ha rappresentato per mesi l'unica ancora di salvezza per centinaia di civili. Durante le fasi più cruente della guerra, i locali parrocchiali hanno offerto protezione e rifugio a oltre 450 sfollati. Nonostante il pericolo costante e la carenza di cibo e acqua pulita, la comunità è riuscita a mantenere vive forme embrionali di insegnamento per i bambini rifugiati all'interno della struttura. “Quando in primavera alcuni sono tornati a casa o hanno trovato un altro alloggio, siamo stati in grado di accogliere più studenti”, ha spiegato padre Romanelli. "Questo luogo, che ha dato rifugio agli sfollati durante il pieno del conflitto, torna oggi alla sua missione educativa. Speriamo che questo spazio sia un luogo dove possano crescere l'amore, la guarigione e il rispetto reciproco tra i membri della comunità", ha aggiunto.

Attività di supporto psicologico

La scuola del Patriarcato Latino è attualmente l'unica istituzione educativa cristiana rimasta operativa a Gaza. La sua riapertura formale – che ha incluso la costruzione ex novo di un edificio dedicato alla scuola dell'infanzia grazie ai donatori internazionali, ha visto il rientro al lavoro di 77 insegnanti. Padre Romanelli gioisce anche per questo. Il personale però si trova ora a gestire una doppia emergenza: quella logistica (mancano arredi e materiale di cancelleria di base) e quella profonda dell'anima. Per questa ragione, il programma scolastico affiancherà alle materie tradizionali un robusto piano di attività extracurricolari di supporto psicologico per aiutare bambini e docenti a elaborare i traumi subiti in tre anni di interruzioni, privazioni e violenze.

Il valore della presenza cristiana 

La volontà nel riaprire l'istituto, appena fosse stato possibile, è stata fortemente difesa dal Patriarcato Latino di Gerusalemme e dal Patriarca stesso, il cardinale Pierbattista Pizzaballa. Il porporato che ha visitato Gaza personalmente nei mesi scorsi per portare conforto alla popolazione, e la vicinanza del Papa e della Chiesa, ha più volte ripetuto un monito cruciale: “Senza offrire un'istruzione ai bambini, come può esserci speranza per questo popolo e per il mondo intero?”. In una lettera pastorale indirizzata a tutte le scuole della diocesi, il porporato ha ricordato anche che in Terra Santa il ritorno a scuola “non può più essere dato per scontato”, poiché troppe aule non esistono più e ancora molto resta da fare in termini di ricostruzione, ma questo è un primo significativo passo.

I bambini di Gaza

Proprio a causa del sacrificio imposto ai più piccoli, in questi giorni si è sollevato un forte dibattito internazionale attorno alla proposta simbolica di assegnare il Premio Nobel per la Pace ai bambini della Striscia di Gaza. Commentando l'iniziativa ai media italiani, padre Romanelli ha espresso il suo pieno sostegno spirituale e morale: “I bambini di Gaza sono diventati un simbolo. Più di ventimila di loro sono stati uccisi. Questa cifra enorme ci ricorda ogni bambino ucciso in ogni parte del mondo, vittima innocente delle guerre”. Mentre la diplomazia internazionale fatica a tracciare una strada solida per il futuro della regione, l'azione sul campo della Chiesa locale dimostra che la ricostruzione del Medio Oriente non può che ripartire dalle fondamenta: restituendo ai bambini il diritto di sedersi a un banco, di stringere una matita e di tornare a sperare. Dal canto suo il Patriarcato Latino di Gerusalemme fa sapere in un nota di voler continuare a lavorare per garantire che la Chiesa rimanga presente al fianco della comunità, offrendo non solo una testimonianza spirituale ma anche assistenza pratica, istruzione e servizio.

vatican news


 

 

mercoledì 15 aprile 2026

I BAMBINI E LA GUERRA

  

Come spiegare la guerra ai bambini senza traumatizzarli:

 i consigli dello psichiatra Paolo Crepet tra verità, rassicurazione ed educazione alla pace​.


-di di Angelica Amodei

 

Come si racconta la guerra a un bambino senza tradire la verità, ma senza ferirlo? È una domanda frequente tra i genitori da quando i telegiornali, purtroppo, ci parlano sempre di più della guerra. E i bambini sono lì davanti, ascoltano, così come sentono i discorsi dei genitori. Come comportarci? 

Ne abbiamo parlato con lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, che invita a non mentire, ma a scegliere parole capaci di proteggere senza nascondere. Il popolare sociologo ha appena pubblicato un libro che parla anche ai giovani, dal titolo Riprendersi l’anima, edito da Sperling & Kupfer. Davanti alla tentazione di cedere a chi vuole annientarci, con la guerra, con il controllo, con la tentazione di rinunciare al fuoco che arde in noi, Crepet ricorda a sé stesso e a chi decide di intraprendere questo viaggio con lui, per cosa vale la pena vivere. 

Chiediamo allora a Crepet: i bambini sentono tanto parlare di guerra. Se ne parla a casa, magari con i telegiornali accesi e fanno domande. Come dobbiamo comportarci? 

«Abbiamo il compito di spiegare ai bambini, non di nascondere quello che ci accade intorno. Anche perché anche quando sono piccoli hanno le antenne. Captano tutto, non pensiamo di ingannarli. In ogni caso bisogna spiegare che cosa sta succedendo, a maggior ragione quando l’età è quella delle elementari o delle medie inferiori. Io non sono d’accordo con chi ritiene che sia meglio non dire». 

Ma come spiegare? 

«Certamente vanno rasserenati. Non gli dici: ‘Oggi bombardano tutto’. Però non voglio nemmeno sentire che non bisogna parlarne. Perché i bambini chiedono e hanno il diritto di ricevere risposte». 

E lo chiedono davvero: ‘Mamma, ma la guerra è lontana? Può arrivare anche da noi? Può arrivare un missile da noi?’ Come non generare ansia nel bambino? 

«Intanto cerchiamo di dare ai nostri figli un’educazione alla pace. I bollettini di guerra ce li raccontiamo tra adulti. Detto questo, dobbiamo essere noi genitori a gestire per primi le nostre ansie. Perché se noi siamo preoccupati e ci rivolgiamo con angoscia ai nostri figli trasmettiamo loro solo angoscia». 

Un esempio? 

«Le faccio un esempio: quando passiamo in una zona di una città dove ci sono persone povere, magari sdraiate a terra che dormono. Ecco, ai bambini va spiegato che esiste la povertà. È complicato, ma si fa. Così come quando qualcuno in famiglia sta male: bisogna spiegare che nella vita può succedere, ma esistono le cure, ci sono i medici, c’è chi l’aiuta. Un bambino deve crescere sapendo che il medico è una persona competente, che ha studiato, che merita rispetto. Così come il maestro e la maestra meritano rispetto». 

Questo rassicura il bambino... 

«Certamente. Se, invece, il bambino sente il genitore che critica il medico o il maestro, gli togli fiducia. Gli togli punti di riferimento. E aumenti l’ansia. Se a scuola il bambino sente dire dalla mamma che l’insegnante non è brava, cosa deve pensare un bambino delle elementari?». 

Cosa provoca? 

«Questo è un danno incommensurabile. Io queste cose le dico da più di trent’anni. La gente viene ad ascoltarmi, prende appunti… ma purtroppo spesso si rifanno gli stessi errori». 

Perché accade questo professore? 

«Il problema siamo noi. Viviamo in una cultura che ha eliminato il dolore. Non esiste più. Tutto è anestetizzato. E, invece, con la vita bisogna fare i conti. Per questo serve parlare anche della guerra. Può essere l’ultima occasione per educare alla pace». 

Cioè? 

«Per spiegare quanto è assurda, quanto è una cosa da irresponsabili». 

A parte la guerra, leggiamo sempre più spesso di atti di violenza, anche verso i più deboli, addirittura nei confronti di animali indifesi… 

«Siamo circondati da tanta violenza. Ragazzi morti per niente. Gli animali non fanno queste cose. Un animale non spacca la testa a un altro animale perché non ha niente da fare. Questo lo fanno gli uomini. E allora questa vicenda della guerra rafforza una cosa che dico da tempo: l’adolescentizzazione degli adulti». 

In che senso? 

«Adulti che fanno i ragazzi. Tutti uguali». 

Cosa provoca? 

«La guerra diventa un gioco, un war game, una PlayStation. E invece è la cosa più seria che esista».

Il Tirreno 

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giovedì 12 febbraio 2026

BAMBINI E PORNOGRAFIA

Pornografia, il pedagogista Zanniello: «Ecco pericoli ed effetti negativi sui bambini» 1 

Pornografia, il pedagogista Zanniello: 

«Ecco i pericoli 

ed effetti negativi sui bambini»


Quando si parla di effetti negativi della pornografia, il principio più corretto dovrebbe essere sempre quello di dare il giusto peso al ruolo di tutti i soggetti coinvolti: ragazzi, genitori, scuola, mezzi di comunicazione. Un pedagogista che ha approfondito il tema è Giuseppe Zanniello, professore ordinario di Didattica e Pedagogia all’Università di Palermo. A colloquio con Pro Vita & Famiglia, Zanniello ha posto in evidenza, in primo luogo, la responsabilità delle famiglie, le quali dovrebbero evitare di scaricare tale delicato compito sulla scuola.

 Professor Zanniello, le percentuali dei minori che fanno uso di pornografia online sono alte e preoccupanti. Possibile che le famiglie siano così assenti? Tendono a sottovalutare il problema o, piuttosto, lo ignorano totalmente?

«I genitori, generalmente, non percepiscono il problema. Controllare i propri figli è praticamente impossibile, perché a dodici anni, i bambini hanno già imparato a superare tutti i filtri. E gli effetti negativi della pornografia, dall’impotenza all’aggressività contro l’altro sesso, sono tanti, sia sul piano affettivo-relazionale, che intellettivo. Diversamente, se si vuole demandare tutto alla scuola, come suggerisce il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, i problemi aumentano perché devi fare i conti con persone molto diverse tra loro, con ragazzi dalla varia sensibilità.

Secondo studi pubblicati, tra gli altri, dal Corriere della Sera, il 30% dei bambini accede alla pornografia online, mentre in Italia lo fanno il 44% dei ragazzi e il 5% delle ragazze tra i 13 e i 17 anni. Una vera e propria droga da cui adulti e bambini dovrebbero disintossicarsi. Una droga da cui ci guadagna chi la mette in rete. È vero che l’accesso è libero ma la pubblicità paga in misura proporzionale ai clic per ogni video. Sono entrate economiche incredibili».

Qual è l’effetto negativo più evidente della pornografia sulla psiche di giovani?

«Quando ci esponiamo in modo continuativo a contenuti di questo genere, la prima cosa che emerge è una sorta di “densibilizzazione”, ossia una perdita di interesse verso altri piaceri. Poi si riduce la capacità di controllare i desideri. Viene il sospetto che questo possa essere anche un metodo per stordire i giovani e far fare loro quello che si vuole, mortificandone la capacità critica e di ragionamento. Queste immagini entrano nella mente, vengono imposte e loro si abituano. Secondo un altro studio, poi, il 16% degli studenti liceali consumava pornografia più di una volta a settimana e aveva sperimentato un calo del desiderio sessuale, contro lo zero per cento dei ragazzi che non ne facevano uso. Dobbiamo sviluppare nei giovani una capacità di scelta libera, trasmettendo loro informazioni libere e non fittizie sulle conseguenze di quell’abitudine, a breve e a lungo termine. I giovani non hanno esperienza ma anche i genitori stessi vanno informati su quali effetti porta nella testa, nel cuore, nelle relazioni personali, l’essere esposti per molti anni a questo tipo di immagini. In particolare, i maschi – che, com’è noto, fruiscono della pornografia molto più delle femmine – finiscono per vedere il corpo femminile solo come strumento di piacere. Da qui fenomeni come il sexting, ovvero la richiesta di immagini intime, che peraltro è un reato e ha provocato il suicidio di molte ragazze, coinvolte in questi casi. Qualche mese fa, all’Università di Palermo, abbiamo fatto un convegno con il capo della Polizia Postale in Sicilia, che mise in guardia gli studenti dal mettere in giro le proprie immagini, dicendo: “State attenti, potrebbero essere utilizzate per scopi pornografici”».

Per i genitori, invece, qual è la miglior forma di prevenzione?

«L’intento dev’essere quello di educare alla libertà e alla responsabilità già da piccoli. È importante controllare i cellulari. Troppo presto regalarli in terza elementare, quanto più tardi si mettono in mano ai bambini, meglio è. Gli stessi genitori, senza scandalizzarsi, devono far ragionare i figli: guarda, se tu fai uso di pornografia, ti si abbasserà il desiderio sessuale, sarai esposto a commettere violenze, a guardare la donna con occhio torbido. Una cosa è l’affetto, altra è il puro e semplice piacere sensibile. Il tema non riguarda solo sessualità ma anche l’affettività, che non può essere delegata all’insegnamento scolastico. Non si diventa automaticamente capaci di educare nel momento in cui si è genitori. Spesso un genitore si fida particolarmente di genitori più esperti di lui. Non è necessario fare trattati, bastano anche due pagine di informazioni molto precise e puntuali. Trovo molto chiari e comprensibili, in questo senso, articoli come quelli di Alessandro D’Avenia o i corsi a cura di Saverio Sgroi, che hanno aperto gli occhi a molti genitori. Sgroi dice ai genitori: vincete la paura, parlate di queste cose con i vostri figli. Mi chiedo, però, come mai non si sia mai parlato di alcuna proposta di legge per bloccare la diffusione della pornografia in rete. Invece di perdere tempo con i 33 casi annuali di persone che disturbano gli omosessuali, andiamo a vedere i milioni di giovani che, ogni anno finiscono avvelenati dalla droga della pornografia, che impedisce la crescita di vere relazioni umane, che non siano improntate a un piacere egoistico ma alla costruzione di un vero progetto di vita».

Abbiamo finora parlato dei minori. Quali sono, invece, le conseguenze più serie della pornografia tra gli adulti e, in particolare, tra i genitori?

«Ci sono padri, addirittura nonni, che fanno uso di pornografia. Abbiamo già messo in risalto quanto questa pratica crei dipendenza: ora, tra gli adulti, la maggiore disponibilità di denaro apre le porte alla pornografia a pagamento, alle chat e a un degrado morale che non finisce più. Qualche volta mi è capitato dal barbiere o dal meccanico di vedere affissi calendari erotici. Li ho sempre apostrofati ironicamente con frasi del tipo: “Che bella donna, è tua moglie (o tua figlia)?”. Bisogna anche un po’ scuotere le coscienze…».

Provitaefamiglia.it

 

martedì 10 febbraio 2026

DA CRONOS A EPSTEIN


La guerra comincia 

sempre 

dai bambini


-di Alessandro D’avenia

 

Se il mondo oggi non ha pace è per via di bambini e minorenni. L'orrore dell'archivio Epstein è tutto qui: molti dei potenti che guidano il mondo, li usano e abusano. Non è una novità: purtroppo quella dell'infanzia è una storia millenaria di violenza, proprio perché il bambino è la categoria sociale più debole. Nel mondo antico i bambini erano oggetti, non individui. 

In greco per indicarli si usava il neutro, il genere delle cose inanimate: non avevano alcun diritto prima dell'età adulta, e chi non superava certi requisiti o riti di passaggio veniva abbandonato, reso schiavo o eliminato. 

In epoca romana il padre aveva potere di vita e morte sui bambini, l'infanticidio era normale e le bambine potevano essere date in sposa al primo mestruo. 

Basta rileggere Pollicino, Cappuccetto Rosso, Il pifferaio magico per vedere tra le righe una lunga storia di abbandoni, sacrifici, abusi, traffici, quel che resta dei cruenti miti antichi in cui Crono divora i figli, Agamennone sacrifica la figlia per vincere la guerra, Edipo viene abbandonato... Nella storia umana le civiltà che non proteggono i bambini prima o poi crollano per un motivo intrinseco alla socialità: non ci può essere pace in una comunità dove si fa del male al più debole. È lì la vera sfida del diritto nazionale e internazionale. Ho deciso di dedicare la mia vita professionale ai minorenni anche per questo. 

 In questo ambito, sono sempre rimasto colpito dalla inattualità di Gesù Cristo rispetto alla cultura del suo tempo. In un momento in cui i bambini erano oggetti, disse l'inaudito, come quando chiese ai discepoli: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso su chi fosse il più importante tra loro. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9). 

Quello che è stato ridotto a un invito sentimentale è una rivoluzione sociale, culturale e politica, proprio perché inserito in un discorso sul potere: dando al bambino una dignità divina e invitando ad accoglierlo secondo questa dignità, Cristo fonda una società nuova, a partire dal basso e non dall'alto come è sempre accaduto. Il bambino non è proprietà di nessuno perché è figlio di Dio, a chi lo educa è solo affidato: la creatura è come il creato, dato in custodia. Nel discorso di Cristo la parola per «servitore» è paidion, che significa sia «schiavo» sia «bambino», perché le due categorie, allora, coincidevano: erano proprietà di altri e in casa avevano gli stessi obblighi di servizio. Ai discepoli, che litigavano per le gerarchie di potere, viene proposto un regno la cui costituzione ha come articolo fondativo la difesa del più debole: nessuno sarà sottomesso o usato. 

Il bambino, la categoria sociale più indifesa, diventa criterio dei rapporti umani. All'inizio della bella serie tv The chosen, i primi ad accorgersi dell'originalità di Cristo sono infatti proprio dei bambini (non li maltratta, li prende sul serio), perché Cristo non fonda una religione ma un modo nuovo di vivere le relazioni: «Amatevi come io vi ho amato», cioè dando la vita, anche per l'ultimo. 

Si può quasi dire che l'essere cristiani si manifesta nell'essere difensori dei bambini. Io l'ho imparato dal vivo da padre Pino Puglisi, insegnante di religione nel mio liceo, che fu ucciso proprio perché difendeva i bambini di un quartiere di Palermo, che la mafia usava come esercito, per spaccio e prostituzione. Un fatto che a 17 anni mi ha ispirato a diventare insegnante, e che ho raccontato in Ciò che inferno non è. Ma perché Cristo pone l'accogliere il bambino alla base del potere? Perché chi abusa di un bambino è pronto a compiere qualsiasi altro male: superata quella soglia, tutto diventa possibile. E lo dice senza mezzi termini: «Chi scandalizza (chi ferisce fisicamente o psicologicamente, diremmo noi) uno di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse sprofondato nel fondo del mare» (Mc 9,42). La gigantesca macina non indica la punizione divina, ma descrive lo stato di oscurità in cui si trova chi usa o abusa, ferisce o uccide un bambino: ha dentro un abisso che inghiotte ogni cosa, il potere come sottomissione dell'altro. 

Non è un caso che l'olocausto cominci con un progetto di eliminazione di bambini: Aktion T4 (lo racconta in modo magistrale Marco Paolini in Ausmerzen). Nell'agosto del 1939, il Reich emanò un decreto per cui, privi di conseguenze penali, medici e ostetriche dovevano eliminare i bambini (tedeschi) sotto i tre anni con disabilità mentali o fisiche. Successivamente tutti i genitori di bambini con disabilità furono spinti a far curare i figli in cliniche pediatriche specializzate, che in realtà erano reparti di soppressione. All’inizio l’operazione colpì i più piccoli ma poi coinvolse ragazzi fino ai 17 anni. Morirono più di 10.000 bambini. Accettato e fatto questo, proprio da chi doveva proteggere e curare, tutto divenne possibile: fu l'anticamera della camera a gas. Cristo non era un sentimentale, ma uno che smascherava il potere: se si toccano i bambini inizia l'abisso. 

Le comunità cristiane, immerse nella civiltà greco-romana in cui abbandono o infanticidio erano normali e gli orfani diventavano schiavi, facevano tutt'altro e infatti crearono i primi brefotrofi e orfanotrofi. Le cose cambiarono anche nel diritto con Giustiniano, nel 529 d.C.: il bambino divenne persona giuridica, l'abbandono era considerato infanticidio e l'infanticidio come il parricidio. 

L'episodio evangelico che fondava il potere sul servizio a partire da un bambino, in cinque secoli divenne diritto, con la difesa della categoria sociale più debole. Una conquista non garantita una volta per tutte, perché ogni cultura deve decidere di nuovo su che basi costruire il potere. Non a caso le dichiarazioni dei diritti del fanciullo arrivano solo nel XX secolo, dopo gli abusi dell'era industriale: la volontà di potenza delle nazioni, che portò alle guerre mondiali, cominciò con lo sfruttamento del lavoro minorile. 

Oggi la questione è attuale in molti Paesi mediorientali e orientali, in Occidente riguarda più i diritti del nascituro, gli abusi in ambienti educativi, spesso proprio quelli religiosi, e ora gli effetti dei social sui minorenni. Da qui bisogna partire per una società diversa. 

Qualche anno fa ho contribuito alla ricerca fondi per un ospedale che doveva acquistare incubatrici per bambini prematuri; queste macchine innovative prevedono, tra le altre cose, la simulazione attraverso vibrazioni della voce materna necessaria alla sopravvivenza di piccoli sottoposti a uno stress mortale. Questo uso della tecnologia mi ha commosso e ancor più il reparto: dove si lotta così per i più deboli la vita non può essere sottomessa e diventare proprietà di altri. 

Questa è la base della pace. Non possiamo stupirci dello stato bellico del mondo, se molti dei potenti che lo guidano a vari livelli - presenti nell'archivio Epstein - abusano di bambini e minorenni. Se rimarranno impuniti, insieme a coloro per cui Epstein lavorava, continueranno a portarci nel loro abisso.

Alzogliocchiversoilcielo

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venerdì 21 novembre 2025

IL DIALOGO E L'ABUSO

 

Il dialogo antidoto all’abuso del digitale

La sfida del digitale coinvolge in primo luogo il destino dei giovani, ma deve essere affrontata dagli adulti.


- di Giuseppe Savagnone 

Il grido d’allarme dei pediatri

Ha trovato ben poco spazio sulle prime pagine dei nostri quotidiani l’allarme lanciato dalla Società Italiana di Pediatria (SIP), che ha presentato al Senato, il 19 novembre scorso, le nuove raccomandazioni sull’uso dei dispositivi digitali in età evolutiva, in piena sintonia con quelle dell’American Academy of Pediatrics e della Canadian Society of Pediatrics.

A conferma del fatto che si tratta di un problema attualissimo, che mette in questione, alla radice, l’identità antropologica degli uomini e delle donne del prossimo futuro, non solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale e che meriterebbe, perciò, una maggiore attenzione, a livello sia privato che pubblico, per trovare insieme soluzioni condivise.

Che la situazione attuale evidenzi un abuso è sotto i nostri occhi. Lo confermano le statistiche. Una recente indagine italiana, aggiornata all’aprile 2024, dimostra che circa il 70% delle famiglie con figli di età compresa tra 0 e 2 anni ammette di utilizzare dispositivi digitali durante i pasti dei propri bambini.

Che questo crei nei piccoli un’abitudine lo dimostra il fatto che, secondo i dati di Save the Children, aggiornati al dicembre 2024, in Italia il 44,6 % dei bambini tra i 6 e i 10 anni e il 78 % dei ragazzi tra gli 11 e i 13 anni usa Internet tutti i giorni. E il 41% della fascia 11/13 anni (il 47,1 % nel caso delle ragazze) frequenta i social.

Per quanto riguarda in particolare gli smartphone, 3 bambini su 10 usano il cellulare quotidianamente e la metà dei quattordicenni lo utilizza più di sei ore al giorno.

Decisiva è stata la pandemia. Rispetto ai livelli pre-pandemici il tempo medio giornaliero di esposizione agli schermi di TV, smartphone, tablet e computer risulta raddoppiato.

Di fronte a questo quadro, di cui tutti abbiamo conferma nell’esperienza di ogni giorno, le direttive dei pediatri – come si diceva, non solo italiani – suonano drastiche e ci mettono tutti in crisi.

Eccone alcune fondamentali:

a.      nessun dispositivo prima dei 2 anni; limitare a meno di un’ora al giorno tra i 2 e i 5 anni e a meno di due ore dopo i 5 anni, sempre sotto supervisione adulta;

b.     evitare accesso non supervisionato a internet prima dei 13 anni;

c.      ritardare l’uso dei social media, idealmente fino ai 18 anni;

d.     rinviare l’introduzione dello smartphone personale almeno fino ai 13 anni;

e.      evitare l’uso dei dispositivi durante i pasti e prima di dormire;

Le possibili conseguenze di un uso indiscriminato

Trasgredire queste regole non viola nessuna legge, ma significa danneggiare in modo spesso irreversibile i nostri figli. 

Ci sono già problemi fisici. Utilizzare eccessivamente il cellulare, ma anche la TV, il tablet, il pc e le console per i videogiochi, fa aumentare vertiginosamente la sedentarietà a discapito dell’attività fisica, favorendo l’obesità. La luce blu emanata dagli schermi dei dispositivi elettronici può essere la causa, a lungo termine, di seri problemi visivi, a volte irreparabili. E troppo spesso i più piccoli si lasciano distrarre dai social network o dai giochi che hanno sul cellulare fino ad ora tarda, a discapito del sonno.

Altrettanto serie sono le possibili conseguenze negative a livello psicologico. Una è l’incapacità di concentrarsi. Numerosi studi dimostrano che l’esposizione a una quantità sempre maggiore di messaggi e di stimoli rende difficile a molti giovani prestare attenzione per un lungo periodo a un discorso o a un impegno. Nei soggetti più giovani, i cui cervelli sono in via di sviluppo, ciò implica modifiche nelle aree cerebrali legate all’attenzione e alla comprensione, con conseguenti ritardi cognitivi, compreso quello dell’apprendimento.

Ma c’è anche il pericolo di una dipendenza morbosa da questi strumenti, con conseguenti fenomeni di smarrimento psicologico quando, per un qualche motivo, se ne viene privati. Se poi sono le scelte degli adulti a determinare questa privazione, non è raro che si scatenino moti incontrollati di rabbia e di disperazione.

Ma gli effetti più problematici sono quelli che riguardano la sfera relazionale dei giovani. A parte il risvolto patologico del cyberbullismo, in forte crescita, il rischio gravissimo a cui espone l’uso indiscriminato di TV, tablet, pc e smartphone è l’esonero dal rapporto con dei soggetti umani in carne ed ossa e la conseguente perdita del difficile ma necessario confronto quotidiano con quello che un filosofo contemporaneo, Emmanuel Levinas, chiama «il volto dell’Altro», indicando in esso la sorgente a cui dobbiamo sempre riferirci per capire noi stessi e il mondo.

Non è un caso che la diffusione dei media elettronici si accompagni, pur senza esserne la causa, alla crescita esponenziale del fenomeno – registrato la prima volta in Giappone negli anni Settanta e poi diffusosi nel nostro paese, come in tutti quelli più economicamente e tecnologicamente  evoluti – degli Hikikomori, quei giovani tra i 15 e i 30 anni che a un certo punto scelgono di ritirarsi dalla vita sociale, chiudendosi nella propria stanza ed evitando i rapporti con altre persone, inclusi i familiari, per limitarsi a comunicare solo virtualmente, mediante Internet e il cellulare.

Anche senza arrivare a queste forme estreme, la tendenza all’autoreferenzialità è sicuramente favorita dall’uso continuo degli strumenti elettronici. In un’epoca non lontana, se si entrava in una stanza dove dei giovani si trovavano insieme, li si trovava a parlare a scherzare, a ridere tra di loro. Oggi è frequente che, in una identica situazione, essi siano assorti ciascuno nello scorrere il proprio cellulare, alla ricerca di messaggi ricevuti e intenti a mandarne.

La perdita del senso della realtà

Ancora più alla radice, conseguenze profonde sta avendo sui giovani l’abitudine di accostarsi alla realtà attraverso lo schermo. Perché quest’ultimo è certamente un medium che consente di collegarsi al mondo intero, ma è anche – in un altro senso – una difesa, come quando si parla di “fasi schermo con le mani” alla troppa luce. Lo schermo è il luogo ove possiamo assistere in diretta a vicende liete o drammatiche che si svolgono a migliaia di chilometri da noi. Ma è grazie ad esso che noi siamo immunizzati dalle ripercussioni emotive di drammi – come quelli delle guerre a Gaza e in Ucraina – che, se li vivessimo “in presenza” ci sconvolgerebbero e che invece possiamo seguire tranquillamente seduti in poltrona o a tavola, mentre mangiamo. Lo schermo ci rende spettatori. Ci immunizza dalla realtà.

Senza dire del pericolo che i più giovani si imbattano in aspetti fondamentali di quest’ultima – come la sfera sessuale – attraverso un rappresentazione distorta e morbosa, ricevendo una iniziazione perversa che può segnarli per tutta la vita.

In particolare, il pericolo delle immagini virtuali riguarda i videogiochi, molto spesso imperniati sulla eliminazione violenta di nemici in battaglie immaginarie. Col pericolo di non distinguere più chiaramente la violenza che si impara ad usare per gioco, su uno schermo, da quella che, esercitata nella vita reale, può trasformare il gioco in tragedia.

Dai divieti alla ricoperta del dialogo tra le generazioni

Il problema è che non bastano i divieti a sventare questi pericoli. Le regole già oggi sembrano destinate ad essere sistematicamente travolte dalla realtà. E, per quanto mossi da validissime ragioni, i genitori che vogliono applicarle inflessibilmente nell’educazione dei loro figli rischiano di trovarsi davanti ad effetti peggiori del male. 

Perché, in una società dove la socializzazione passa anche e soprattutto attraverso questi dispositivi, i bambini che non partecipano alle conversazioni digitali tra pari rischiano di sentirsi isolati o esclusi.

Il nodo della questione è, piuttosto, la capacità degli adulti di riscoprire e  di esercitare, anche sotto questo profilo, la loro funzione educativa. In primo luogo con la testimonianza. Un padre, una madre, che a tavola, invece di parlare tra loro e con i loro figli delle esperienze della giornata, usano o controllano continuamente il cellulare, non possono certo pretendere dai più giovani che non facciano lo stesso. E, se si tratta di bambini, posteggiarli davanti a un tablet per farli stare tranquilli, invece di parlare e giocare con loro, è una strategia che prepara gli eccessi futuri.

Più in generale, è un costante dialogo tra i genitori e dei genitori con i figli il migliore antidoto all’uso sbagliato dei dispositivi elettronici.  È questo stile  comunicativo che oggi difetta nelle nostre famiglie. E ciò dipende da un modo sbagliato, da parte degli adulti, di voler bene ai più piccoli.

Lo notava Matteo Lancini, docente universitario di psicologia nelle università milanesi di Bicocca e Cattolica e presidente della Fondazione Minotauro: «In verità a mancare è l’ascolto dei figli. I giovani sono molto soli davanti agli adulti. Oggi vanno su internet per ridurre la sensazione di solitudine che sperimentano ogni giorno con gli adulti, che invece di chiedersi perché accade tutto ciò si limitano a impedire l’utilizzo dei social», senza rendersi conto che non bastano le regole restrittive a colmare il vuoto di cui loro stessi sono la causa.

Si provvede a soddisfare tutti i bisogni consumistici dei figli, li si colma di regali,  ma non si trova il tempo di fermarsi per “stare” con loro e lasciarsi coinvolgere nel loro mondo, divenendone partecipi. In realtà, solo così sarà possibile da un lato accompagnarli con rispetto nelle loro esperienze, dall’altro iniziarli, anche attraverso il gioco creativo, ad attività all’aperto, sport, lettura, che, fin da piccoli, possono insegnare a ridimensionare il tempo passato davanti allo schermo e a cercare relazioni reali, piuttosto che solo virtuali, anche con i coetanei.

Sulla base di questo rapporto dialogico tra le generazioni non suonerà come una forzatura e tanto meno come una imposizione anche quella supervisione che, soprattutto nel caso dei più giovani, gli adulti devono  con discrezione esercitare sull’uso di Intenet e dei cellulari, educando ad un uso corretto sia nei tempi e nelle modalità, sia nella selezione dei contenuti. Perché , anche in questo, come in tanti altri casi, non si tratta di difendersi dalla tecnica, ma di valorizzarne le enormi potenzialità positive neutralizzando, con un opportuno discernimento,  quelle negative.

A questo sforzo educativo può molto contribuire la scuola. Le recenti polemiche sulla decisione del ministro Valditara di escludere i cellulari dalle aule hanno il limite di restare all’alternativa secca tra l’ammissione e l’esclusione di questi dispositivi, senza cerare insieme quali modalità possano garantire una educazione al loro corretto uso, sia a scuola che fuori. Anche qui la sola via praticabile può essere quella di un rapporto autentico tra gli insegnanti e gli alunni, che vada oltre la logica  angusta dei divieti  e dei permessi, in vista di un impegno comune.

La sfida del digitale coinvolge in primo luogo il destino dei giovani, ma deve essere affrontata dagli adulti. Al di là delle regole, si tratta di educare a uno stile comunicativo che, a sua volta, implica una profonda revisione dei modelli di vita oggi vigenti.

È un impegno arduo. Ma i nostri figli non ci perdonerebbero mai se cercassimo di eluderlo.

 www.tuttavia.eu 





IL GLOBALISMO AFFETTIVO


Si è svolto l'incontro sul metodo "Globalismo Affettivo" organizzato da AIMC e dall'I.C. Pirandello-Bonsignore di Mazara del Vallo

All'evento presenti Vito De Lillo, autore del metodo, e il regista Michele Pinto

Si è svolto giovedì 20 novembre 2025, presso l'Auditorium Caruso a Mazara del Vallo, un partecipato e interessante incontro formativo sul metodo Globalismo Affettivo per l'avvio alla letto-scrittura, ideato dal maestro Vito De Lillo. L'evento, promosso dall'A.I.M.C. (Associazione Italiana Maestri Cattolici) sezione di Mazara del Vallo in collaborazione con l.C. Pirandello-Bonsignore, ha visto la presenza dell'autore, Vito De Lillo, e del regista Michele Pinto, entrambi giunti dalla Puglia.

Il Globalismo Affettivo è un metodo per l'avvio della letto-scrittura che favorisce l'apprendimento già dalla scuola dell'infanzia. Sono utilizzati diversi canali di apprendimento (uditivo, visivo, emotivo, affettivo relazionale, mimico e iconico gestuale) attraverso l'interazione costante tra corpo, sensi e rappresentazioni mentali, coinvolgendo globalmente la personalità del bambino.

Il metodo è stato scientificamente validato dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bari e dalla Clinica Universitaria di Neuropsichiatria infantile di Bari. L'incontro si è aperto con i saluti della dottoressa Antonina Marino, dirigente scolastico dell'I.C. Pirandello Bonsignore. È seguita la presentazione a cura dell'insegnante Katia Di Stefano, Presidente della sezione AIMC Mazara. Un momento importante è stata la simulazione delle letterine da parte degli alunni di 5 anni del plesso "ex asilo nido" dell'Istituto, che ha mostrato in pratica l'efficacia del metodo.

Successivamente, il dott. Michele Pinto ha presentato un interessante cortometraggio che documenta come i bambini svolgono le attività didattiche col metodo Globalismo Affettivo nelle varie scuole italiane. Infine, l'autore del metodo, De Lillo, ha fornito ai docenti presenti indicazioni metodologiche e suggerimenti didattici per l'attuazione al meglio del suo innovativo approccio all'insegnamento della letto-scrittura. L'evento si è concluso con la chiusura dei lavori e la consegna degli attestati di partecipazione.

Redazione Prima Pagina Mazara