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mercoledì 26 novembre 2025

LA SCUOLA DEGLI AMANTI


Sesso, affetti, relazioni

 e 

il Grande

 Confidente 

Artificiale

 

Il 42% dei ragazzi tra 15 e 19 anni chiede aiuto all’AI in momenti di tristezza, solitudine, ansia, o consigli su scelte, relazioni, sentimenti (dati appena presentati da Save the children nella XVI edizione dell’Atlante dell’Infanzia a rischio in Italia).

 

-di Alessandro D’Avenia

 Che cosa dicono queste statistiche? Che l’educazione artificiale ha rimpiazzato quella sentimentale. Ricordate l’educazione civica, confinata nell’ora di storia? Data l’ignoranza sul tema, da qualche anno è diventata trasversale a tutte le discipline con un suo monte ore e un voto. La insegniamo tutti perché non è una materia come le altre, le precede: il «civico» (diritti e doveri) abbraccia tutta la vita di un «animale politico». E anche se si riceve un voto a parte in civica, la vera qualifica è il «comportamento» (un tempo «condotta», nella pagella elementare di mia madre addirittura «gentilezza», a ogni epoca le sue sfumature): come ti rapporti con il mondo? Se non raggiungi la sufficienza non passi, anche se eccelli nel resto. La chiamiamo «educazione» perché coinvolge tutta la persona: sta alla vita come il respiro. Le educazioni (logico-matematica, linguistica, artistica, motoria...) sono infatti forme culturali permanenti e necessarie a proteggere la vita e a permetterle di svilupparsi. L’uomo non è solo animale «politico» ma anche «prolifico», ha e dà la vita, necessita quindi di un’educazione sessuale e affettiva. Quale aspetto totale della vita protegge e sviluppa questa educazione? E la scuola che fa? 

 L’uomo «culturalizza» gli istinti. Noi non mangiamo solo per nutrirci, ma per stare a tavola mentre ci nutriamo: trasformiamo in relazioni e arte un bisogno primario. Lo stesso accade con la vita. Non ci accoppiamo solo per riprodurci, ma per amarci, conoscerci, gioire. Abbiamo la vita sessuale più sorprendente del mondo: a differenza di un cane facciamo l’amore viso a viso, quando ci pare, anche nei periodi infecondi o non più fertili, tendenzialmente non in pubblico... Insomma siamo una curiosa eccezione che richiede attenzioni speciali. L’educazione sessuale-affettiva dovrebbe essere quindi una festa celebrata attorno alla cosa più bella: affidarsi l’uno all’altro per darsi e dare la vita, e invece oggi è ridotta a paure e indicazioni sanitarie, necessarie di certo ma che non possono esaurire l’argomento se non al prezzo di far coincidere il sesso con una cosa pericolosa. Così un adolescente nel pieno del passaggio esaltante e tremebondo della pubertà, perde il gusto dell’eros: paura e confusione, per poi dover chiedere aiuto al Confidente Artificiale. 

 L’Occidente ha scelto l’antica radice gen- per il mistero della vita: generare, geniale, genitali, generoso, genuino, genitori, gentile, gente... Che cosa serve quindi per coltivare una «radice» così feconda? Educare alla relazione. E cioè? Sesso viene forse da secare, tagliare: due elementi tra loro morfologicamente implicati a vicenda per generare effetti — beni relazionali — materiali o immateriali, necessari a (sopra-)vivere. Il rapporto genitore-figlio genera protezione, educazione, continuità. Il rapporto docente-studente genera cultura, crescita, libertà. Il rapporto tra amici genera fiducia, aiuto, confidenza. Il rapporto affettivo-sessuale genera unione, gioia, conoscenza, altra vita. Le relazioni sono i riti che danno possibilità alla vita di essere tale. 

 Questo significa che «educazione affettivo-sessuale» a scuola non può essere il nome di poche ore condotte da esperti, perché è di fatto l’unica materia — la materia prima — di tutta la settimana: siamo immersi nelle relazioni come nell’aria ma solo quando l’aria è cattiva ci accorgiamo che esiste. Ed è quello che sta accadendo, allora bisogna «cambiare» l’aria. Come? 

Non bastano gli esperti che a scuola ci sono già: docenti e psicologo. Di certo l’insegnante di scienze spiega l’apparato riproduttivo, quello di inglese la fenomenologia amorosa adolescenziale di Romeo e Giulietta, quello di chimica le dinamiche ormonali, quello di latino le poesie erotiche di Catullo e lo psicologo è disponibile per i ragazzi... ma l’aspetto trasversale che coinvolge tutte le discipline e in tutte si manifesta a diverso titolo non è la somma di questi contenuti, ma è un vissuto unitario: la modalità in cui si realizza la vita delle relazioni incarnate, come i docenti si relazionano tra loro e con gli studenti. Un bambino impara a relazionarsi dal modo in cui gli adulti (genitori, parenti, docenti, educatori...) lo fanno tra loro e con lui. A differenza degli animali che si accoppiano, noi «facciamo l’amore», cioè creiamo la relazione, amiamo come siamo «educati» ad amare. 

 Posso ricevere «istruzione» fisio-psico-sanitaria, ma sono «educato» all’affettività e alla sessualità dalla qualità delle relazioni attorno a me. Lo spiego con la storia del poeta che non aveva mai visto il mare. Abitando nel cuore della sua regione ne aveva solo sentito parlare. Un giorno riuscì a raccogliere il denaro per il viaggio verso il Mediterraneo. Arrivato in albergo, l’oste gli indicò la strada. Egli andò e si sedette a riva, rimanendo in silenzio a guardare sino a sera. Quando tornò l’oste gli chiese come era andata. Il poeta rispose: «Non l’ho visto», lasciando perplesso l’interlocutore. La stessa scena si ripeté per sei giorni, fino alla sera del settimo, quando tornò raggiante urlando all’oste: «Ce l’ho fatta!». Raccontò che aveva visto tornare una barca, da cui erano scesi dei marinai: «Ho visto il mare negli occhi di coloro che fanno il mare e dal mare sono fatti». Verità incarnata: lo stesso vale per chi fa ed è fatto dall’amore, gli umani. Quello che serve è un’educazione che attraverso relazioni sane (lo è quella in cui uno dà all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno) faccia venir voglia di incarnarle a propria volta, di ri-fare l’amore ricevuto, continuarlo o migliorarlo, dopo aver vissuto e compreso perché funziona o meno. Poi chiaramente sta a ciascuno elaborare, anche con fatica, che cosa far proprio e cosa cambiare di ciò che ci è stato trasmesso, per avere una vita di relazioni più vera e gioiosa di quella ricevuta e perché ogni rapporto ha fragilità e unicità che nessuna «istruzione» può esaurire. 

 La scuola degli amanti (titolo alternativo del Così fan tutte di Mozart e Da Ponte) non chiude mai, dura tutta la vita. In questa scuola può dirsi «educato», affettivamente e sessualmente, chi sente la vita altrui in modo tale che ferirla o accarezzarla è ferire o accarezzare la propria. Nel recente fatto di cronaca milanese i magistrati hanno evidenziato la «disumana indifferenza» dei giovanissimi accoltellatori: non sentono la vita ma la morte, che li eccita più della vita, tipico delle culture esangui. Manca loro l’educazione che si vede/vive, come il poeta con i marinai, negli adulti di riferimento. E la scuola che può fare? In una temperie culturale narcisistica, individualistica e consumistica, alimentata dalla virtualità digitale, l’educazione alle relazioni potrebbe partire a scuola approfondendo con i ragazzi le origini culturali e i limiti di questi «visori» e di queste «visioni» del mondo, per restituire poi loro l’alfabeto dell’intelligenza emotiva, proprio come si insegna quello per scrivere: occorre prima scardinare l’idea oggi dominante che per avere vita bisogna prendersela o comprarla, cioè che il controllo è relazione quando è invece la sua consumazione, e poi educare la capacità di riconoscere e dare nome a emozioni, gesti e sentimenti (è per esempio dimostrato che chi non legge fatica a riconoscere i sentimenti altrui). 

 Perché i ragazzi ignorano le infinite sfumature dell’amore e non quelle dei siti porno? Perché abbiamo lasciato che li educhi chi capita, e non noi e la cultura vera. E così molte adolescenti raccontano che il primo rapporto è di fatto una violenza, perché i ragazzi «imitano» ciò che vedono fare a quelli che hanno scambiato per marinai, ma erano solo pirati. La scuola può fare un lavoro culturale più serio dell’attuale querelle elettorale, sul modello dell’educazione civica, affidando degli approfondimenti a noi docenti, con eventuali esperti, scelti in base alle necessità e alla maturità dei ragazzi. Se chiedono a un chatbot e non a noi, non è perché l’IA è cattiva ma perché noi abbiamo una cultura delle relazioni povera e un progetto culturale esangue. 

 Anni fa in una scatola nascosta trovammo le lettere di corteggiamento dei miei genitori. Le abbiamo catalogate per data in un volume che abbiamo regalato loro in un anniversario. C’è stata per me più educazione sessual-affettiva in quella scatola che in mille istruzioni ricevute, magari da loro stessi. Tutto comincia dal raccontare ai figli come ci si è conosciuti, scelti, amati, e continua con il tenersi per mano, un biglietto affettuoso, chiedere scusa, una carezza, un complimento, una foto, una parola di incoraggiamento, una passeggiata, un regalo, una telefonata... Questa è la scuola degli amanti, la guidano coloro che «generano» vita e vite, educatori a ogni titolo, e hanno, come quei marinai con il mare, l’amore negli occhi: lì è l’educazione sessuale e affettiva di un ragazzo, che allora, come il poeta, a quegli occhi domanderà il mistero della vita, e non, perché disperato, a ChatGPT

 Corriere della Sera

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venerdì 3 ottobre 2025

COLTIVARE L'UMANITA'

 


Insegnare ai bambini a coltivare l’umanità contro l’analfabetismo emotivo

L'ente filantropico di Corato (Bari) è reduce dalla XXIV edizione de "I Dialoghi di Trani", la rassegna culturale promossa e organizzata dall’Associazione La Maria del porto Ets con la Regione Puglia e il Comune di Trani (Bt) e quest'anno dedicata al tema dell'umanità. 


di Marilù Ardillo

 

Si è appena conclusa la XXIV edizione de I Dialoghi di Trani, la rassegna culturale promossa e organizzata dall’Associazione La Maria del porto Ets con la Regione Puglia e il Comune di Trani (Bt) che da anni crea nel territorio pugliese uno spazio di confronto su vari temi di attualità con autori, giornalisti, filosofi e scienziati.
Dopo il tema dell’accoglienza al centro dei dibattiti dello scorso anno, nel 2025 si è scelto di proseguire questo cammino di apertura verso l’altro alla ricerca di nuove interpretazioni e trasformazioni con un nuovo tema: Umanità.

Coltivare l’umanità

Quale umanità stiamo costruendo per il futuro? Possiamo ancora considerarci un’unica umanità quando agiamo contro il nostro stesso avvenire? Queste sono alcune delle domande a cui anche la Fondazione Vincenzo Casillo, che sostiene la rassegna portando ogni anno contenuti e progetti diversi, ha tentato di trovare delle risposte.
Coltivare l’humanitas oggi significa coltivare in modo consapevole il rispetto per la dignità, l’empatia e la giustizia sociale, riscoprire il valore dell’ascolto attivo, di un dialogo aperto.
In virtù di questo, presso la Biblioteca comunale Giovanni Bovio a Trani, la Fondazione ha proposto tre appuntamenti nel mese di Settembre declinati in un laboratorio intitolato C.a.r.e. destinato alle classi quinte della scuola primaria, frutto di un progetto ideato e curato per la Fondazione da Michela Campanale, giovane psicologa del lavoro e delle organizzazioni.
C.a.r.e. è l’acronimo di ConsapevolezzaAffettiRelazioni, Emozioni: è un percorso di educazione affettiva che si occupa di atteggiamenti, sentimenti, credenze ed emozioni di bambini e bambine tra 10 e 14 anni e pone un’attenzione particolare al loro sviluppo personale e sociale, lavora sull’intelligenza emotiva, incentiva l’autostima, il rispetto reciproco e la valorizzazione della diversità.

Analfabetismo emotivo, un’emergenza

«Abbiamo scelto di sostenere questo progetto perché crediamo che l’analfabetismo emotivo sia una delle emergenze più gravi del nostro tempo», afferma Cardenia Casillo presidente della Fondazione. «È all’origine delle violenze», sottolinea, «che si manifestano talvolta in forme quotidiane e silenziose, altre volte in gesti estremi. Portare C.a.r.e. ai Dialoghi di Trani significa inserirlo in un contesto in cui si riflette sull’Umanità, intesa soprattutto come rispetto della dignità. In un tempo segnato da guerre, migrazioni forzate e profonde disuguaglianze, parlare di Umanità significa scegliere la cura: di sé, degli altri e delle relazioni. C.a.r.e. ci invita a ricostruire i legami, a partire dalla comprensione delle emozioni, per contrastare l’indifferenza e restituire centralità al valore umano che ci unisce.

Il 22 Settembre la Fondazione ha riunito in un incontro di restituzione, moderato da chi scrive, responsabile comunicazione della stessa, tutti i bambini e le bambine che hanno preso parte al laboratorio, le loro rispettive famiglie e alcune docenti che hanno seguito le classi lungo il percorso, perché l’intera comunità educante comprenda la necessità di unire le forze per una nuova rivoluzione affettiva.

La disarmante chiarezza dei bambini

Uno dei bambini al microfono ha affermato con chiarezza disarmante: «Questo percorso servirà per la mia vita». Una bambina ha aggiunto: «Dobbiamo accettare gli altri anche quando sono diversi o quando commettono errori. Grazie a questo progetto ho capito il vero senso delle parole, ho imparato a percepire le sensazioni delle altre persone»hanno suggerito altri. «Quando provo gioia sono particolarmente energica e questa emozione mi arriva quando realizzo i miei sogni», ha attestato un’altra bambina nella didascalia del suo disegno.
Tra i vari temi trattati da Campanale, sembra che quello dell’inclusione abbia lasciato una traccia più incisiva nella percezione dei bambini e delle bambine: includere significa non escludere mai nessuno. L’inclusione garantisce ad ogni persona di partecipare pienamente alla società, indipendentemente dalle sue caratteristiche. Tutti insieme nel girotondo senza escludere nessuno dal mondo. Affermazioni semplici, dirette, trasparenti, eppure così inafferrabili quando si diventa adulti.
Lo psicologo americano Jonathan Haidt nel suo ultimo libro intitolato La generazione ansiosa (Ed. Rizzoli) ci chiede di affrontare una realtà scomoda: dal 2012 con l’arrivo degli smartphone molte cose sono cambiate; l’ansia, la depressione, l’autolesionismo, l’isolamento e i disturbi alimentari sono aumentati drasticamente tra gli adolescenti. Gli algoritmi sono programmati per trattenerli online più a lungo possibile e il tempo dedicato alla parola scritta, parlata o anche cantata, al gioco, alla scoperta del mondo reale si è ridotto considerevolmente. Lo spostamento dal mondo fisico a quello virtuale sta riconfigurando l’infanzia e interferisce pericolosamente con lo sviluppo sociale e neurologico dei bambini e degli adolescenti, causando soprattutto paura del confronto sociale.

Un’esperienza vincente

«L’esperienza di C.a.r.e. è stata sicuramente vincente»racconta Maria Antonietta Di Gravina, docente e referente per bullismo, cyberbullismo ed educazione civica per la scuola primaria Istituto Comprensivo Rocca Bovio Palumbo D’Annunzio di Trani.

«In classe non mancano occasioni per parlare dei temi affrontati dal progetto» dice, «ma l’intermediazione di una psicologa è un evento raro con i più piccoli. Nella scuola primaria non è ancora previsto lo sportello psicologico, presente alle medie e alle superiori. La figura professionale dello psicologo invece servirebbe tantissimo anche alla primaria, sia per i giovani alunni, ma anche per le famiglie e il corpo docente.
Progetti come questo rappresentano quindi occasioni preziose per percorrere l’unica strada possibile per evitare violenze, suicidi, maltrattamenti, depressioni, abbandoni scolastici. L’unica strada è quella della prevenzione. Prima se ne parla a chiare lettere ma con un linguaggio chiaro per i più giovani, comprensibile e soprattutto coinvolgente, prima si può sperare di evitare tanti episodi che purtroppo alimentano le cronache quotidiane. Non possiamo che ringraziare», conclude, «per questa settimana di incontri così proficui e profondi e si spera fruttuosi per i nostri alunni e le loro famiglie»

La voce delle mamme e dei papà

In chiusura dell’incontro di restituzione la Fondazione ha invitato tutti i genitori presenti a rispondere su un post-it anonimo ad una domanda: «Nella relazione con i vostri figli quale emozione vi risulta più complessa da gestire?»

Tra le risposte più significative: la paura, la delusione, la frustrazione, l’incapacità di difendersi. Una mamma tra tutte ha scritto: la sua ingenuità. La risposta più frequente è stata: la rabbia.
Intorno a queste parole, che pure dicono molto della difficoltà e della fragilità dei cosiddetti grandi, si è tentato di aprire delle finestre e lanciare dei semi, con l’auspicio di continuare ad osservare e coltivare.
Prima dei saluti e della consegna degli attestati di partecipazione, Cardenia Casillo ha fatto dono a ciascuna classe di alcune copie di Prendi una lacrima, di Beatrice Masini e Lucia Scuderi, un libro illustrato nato dall’incontro tra Carthusia Edizioni e l’Associazione Anto Paninabella Odv che mostra come accogliere, interpretare e condividere le emozioni.

Portarsi a casa

«Mi porto gli occhi curiosi dei bambini e la loro voglia di scoprire», dice Campanale, «ogni incontro è stato una sorpresa, perché anche nelle cose più semplici sono riusciti a meravigliarsi e a farmi vedere prospettive nuove. Mi resta la sensazione di aver potuto osservare una piccola parte dei loro mondi che piano piano si aprivano, attraverso racconti personali, domande, emozioni condivise. Mi restano i loro grazie sinceri, i sorrisi, ma soprattutto la conferma che, quando ai bambini e ai ragazzi si lascia uno spazio sicuro e accogliente per parlare di ciò che provano, loro rispondono con autenticità e profondità».

 Vita

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giovedì 3 luglio 2025

EDUCARE IL CUORE

 


Non dobbiamo più

 considerare secondaria 

la dimensione emotiva

 e meta-razionale 

di ognuno di noi: 

è un risultato 

che si raggiunge

 massimamente 

con il metodo della gioia.


Vito Mancuso


 

 

 

 

 

 Invitato a trattare il tema “Giovani e futuro: una nuova speranza e una nuova prospettiva”, io ne intuisco facilmente il motivo: credo che esso risieda nell’ansia, non di rado nell’angoscia, che sempre più avvolgono questo mondo, soprattutto quello giovanile, e che pervade un po’ tutti noi facendoci sentire con una fitta al cuore che il nostro futuro è in realtà senza speranza e senza prospettiva, se non quella di una durissima lotta di sopravvivenza in cui l’unica cosa che conta davvero è la forza: o del denaro, o del potere, o dell’intelligenza e della bellezza pronte a vendersi, in ogni caso di un’espressione della forza. 

Prodotta dai muscoli del corpo, o da quelli del portafoglio, o da quelli della mente, la forza appare come l’unica regina incontrastata che oggi sempre più fa scempio del diritto, dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge, degli ideali di bene e di giustizia, del senso di umanità e di solidarietà, della verità e dell’onestà: di quell’utopia di un mondo nuovo che quand’ero ragazzo sembrava poter davvero rinnovare la società. Oggi invece il mondo è ritornato vecchio. Tecnologicamente nuovo, moralmente vecchio: quel vecchio mondo della storia la cui logica già Tucidide aveva descritto alla perfezione: «I più potenti agiscono, i deboli si flettono».

I più deboli tra noi sono i giovani, che si flettono e si piegano davanti alla dura legge della forza. Sedotti e inebriati da essa, pretendono tutto, poi però si bloccano per un nonnulla se il tutto, com’è ovvio, non arriva, reagendo o con la violenza o con l’apatia. Un tempo vi erano sorgenti ideali condivise di un altro tipo di forza che contrastava e moderava la forza bruta della storia; ora non più. Ora non ci sono più sorgenti interiori condivise da cui attingere umanità e idealità, ora stiamo sperimentando cosa significa una società senza più ideali, senza più religione, senza più capacità di trasmettere significati. Stiamo sperimentando il nichilismo. 

La mia tesi è che la nuova prospettiva per riacquisire nuova speranza può consistere solo nell’educazione del cuore. Chiamatela psicologia o spiritualità o come altro volete, quello che è necessario per guarire il cuore è un’educazione che lo nutra e lo innalzi, orientandolo verso qualcosa di più importante e di più prezioso di sé. Non verso la forza piatta del capitale e dell’applauso che riduce l’essere umano a una sola dimensione ingrossando il suo ego, ma verso la forza verticale del bene e della giustizia che ne sviluppa tutte le grandi potenzialità alleggerendo il suo ego e rendendolo capace di empatia e di relazionalità. 

L’educazione del cuore consiste nell’educazione della dimensione emotiva e meta-razionale di ognuno di noi e si raggiunge massimamente tramite il metodo della gioia. Ha scritto sant’Agostino: «L’animo si nutre solo di ciò che gli dà gioia». Dicendo gioia, non intendo necessariamente ciò che rende allegri, ma ciò che rende appassionati (per cui si è felici anche se non si ride, come per esempio quando si pratica sport). Il punto, però, è che oggi nessuno più si occupa dell’educazione del cuore perché ci si occupa solo dell’istruzione della mente. Ovvero: molta istruzione, nessuna educazione. 

L’istruzione conferisce conoscenza oggettiva, la quale rafforza il senso dell’io, la sua autostima ma anche la sua egoità, per non dire egocentricità, quindi un potenziale individualismo che non di rado diventa solitudine. Sia chiaro che la dimensione cognitiva è essenziale per il senso compiuto dell’io, ma, se ci si limita a essa, l’io crescerà come una monade racchiusa in una torre che ritiene di dominare ogni cosa dall’alto del suo sapere. È solo l’empatia condivisa che lo mette in rete, connettendone la psiche con gli altri in quel modo immediato e reale che tocca ed educa il cuore al senso di umanità. 

Il cuore è l’organo dell’etica, ma il grande problema è che oggi non c’è nessuna educazione del cuore. Oggi si istruisce solo la mente cognitiva, il che, come ho detto, è certamente positivo ma non è sufficiente; anzi, la sola istruzione cognitiva può essere persino pericolosa, perché, come diceva Tagore, «un cervello tutta logica è un coltello tutto lama: fa sanguinare la mano che l’adopera». A chi è affidata oggi l’educazione del cuore? A nessuno. Ed è questa la vera emergenza sociale che fa sanguinare la nostra società. 

I nostri governanti hanno deciso di aumentare le spese per la difesa militare, e io non credo sia sbagliato visto lo stato del mondo sempre più instabile. Forse non si rendono conto però che, ben più che le minacce russe, vi sono ogni giorno centinaia di droni invisibili e letali che cadono sulla mente e sul cuore dei nostri giovani annientandone le difese. Forse non si rendono conto di quanti siano i giovani che muoiono psichicamente ogni giorno calpestando le mine anti-umanesimo disseminate a piene mani sul loro percorso. Senza sottovalutare le minacce esterne, è questa la vera insidiosissima invasione che ci sta corrodendo dall’interno e che sfascia le famiglie e in genere il tessuto sociale, perché, quando stanno male i ragazzi, stanno male tutti in famiglia. 

Dovremmo ritornare a Socrate e alla sua pedagogia, la maieutica, l’arte della levatrice, che è il vero senso del concetto di educazione (dal latino “e-ducere”, “condurre fuori”): e pensare che, come nella donna gravida vi è un bambino da portare alla luce, così in ogni giovane vi è una dimensione da risvegliare e che in questo risveglio consiste propriamente l’educazione. È quello che insegnava Plutarco: «La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma piuttosto, come legna, necessita di una scintilla che l’accenda e vi infonda l’impulso alla ricerca e un amore ardente per la verità». Riempire la mente come un vaso significa istruirla; accendere in essa una scintilla significa educarla. E non c’è nulla di più prezioso. Quando la mente educata giunge a ospitare un amore ardente per la verità cambia nome e si chiama cuore, e io penso che sia solo l’educazione del cuore a poter salvare i nostri giovani dal nichilismo incombente. 

Penso quindi che su questa base dovrebbero essere rivisti tutti i programmi scolastici e la formazione degli insegnanti, perché è solo la scuola che si può assumere la grande missione dell’educazione del cuore e così salvare la nostra civiltà. Abbiamo dovuto più che raddoppiare le spese militari? Allo stesso modo, anzi di più, occorre triplicare gli investimenti nella scuola al fine di renderla davvero capace di educare il cuore. È l’unica speranza di tornare a dare prospettiva ai giovani salvandoli dal nichilismo e dalla violenza.

 Alzogliocchiversoilcielo

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domenica 8 dicembre 2024

EMOTIVITA' A SCUOLA


 La scuola non può essere fatta di docenti affaticatissimi e studenti che tornano in lacrime.
 Bisogna curare gli aspetti emotivi. 

INTERVISTA a Daniela Lucangeli

Di Fabio Gervasio

Daniela Lucangeli, esperta di psicologia dell’apprendimento, affronta le sfide cruciali dell’educazione contemporanea in un’intervista a Orizzonte Scuola che parte da una sua recente battuta sul “personal educator” per esplorare temi fondamentali della pedagogia moderna. La discussione si sviluppa attraverso riflessioni profonde sul rapporto tra emozioni e apprendimento, sul ruolo dell’insegnante e sull’importanza della dimensione umana nell’educazione.

Lucangeli, ordinario in Psicologia dell’educazione e dello sviluppo presso l’Università di Padova, Presidente della sezione sviluppo dell’Accademia Mondiale delle scienze Learning Disabilities (IARLD), Presidente dell’Associazione per il coordinamento nazionale degli insegnanti specializzati e la ricerca sulle situazioni di handicap (CNIS), nonché socio di numerose associazioni scientifiche internazionali e nazionali nell’ambito delle scienze dello sviluppo, affronta numerosi aspetti nel corso dell’intervista rilasciata alla nostra testata.

Da pedagogista una battuta iniziale la devo rubare, perché da una sua battuta sull’introduzione di una nuova figura, che sarebbe il personal educator, è nata un po’ una discussione. Ci spiega un attimo questo aspetto?

Grazie per questa domanda, perché è da qualche settimana che mi tormenta questa battuta. È stata, appunto, soltanto una battuta nata durante un webinar, quando, ad un certo punto, con Dario Ianes ci siamo detti che sono tanti anni che stiamo discutendo della scuola inclusiva, della personalizzazione, e a quel punto ho detto che invece di parlare sempre di personal trainer vorrei si parlasse dei personal educator. Ma ho fatto una battuta per dire che è talmente tanto ovvio che un educatore può essere solo educatore di un essere vivente, che chiamiamo persona e personalizzazione del sistema, che ogni altra modalità di leggere l’educazione, la scuola, mi sembra da non affrontare neanche.

Era una battuta per sorridere insieme sul fatto che se dobbiamo arrivare a dei paradossi per portarci a riflettere su quanto a volte scivoliamo sulle bucce di banane nel sistema quotidiano di discussione anche sulle nostre questioni educative di base, forse non è il caso di sprecare energie. Ridendone pensavo di far cosa buona e giusta, invece evidentemente ho generato queste domande come se davvero volessi creare una nuova figura. Non è così, ma era un concetto per far riflettere sul fatto che abbiamo bisogno proprio di un’educazione che torni a guardare al tu per tu. Per me era talmente evidente che tutto potevo immaginarmi meno che questo avrebbe generato discussione, ma ben venga la discussione, anche perché così si capisce, se mi permetti, la differenza tra la relazione umana del guardarsi e parlarsi, in cui i toni della voce e lo sguardo modulano le parole, e le trascrizioni fredde.

Le trascrizioni possono non far percepire il significato profondo, avrebbe detto Chomsky, di ciò che viene comunicato, quindi il significato profondo, e sorridiamo del fatto che non dobbiamo dimenticare questa base comune che mette insieme chi si occupa di educazione e chi si occupa di psyché, ovvero che tu sei il mio fine e non è tutto uguale per chiunque rientri in questo fine. Se tu nella scuola sei il mio fine, l’attenzione alla persona è una condizione sine qua non.

Professoressa Lucangeli, partiamo facendo un punto di situazione, nonostante le tante attività di formazione e sensibilizzazione su un approccio positivo con gli alunni che tenga conto anche della sfera emotiva e del supporto necessario, la scuola italiana su questo tema è ancora a macchia di leopardo. Cosa è necessario affinché questo approccio diventi strutturale?

Devo dire che da un po’ di tempo c’è maggiore chiarezza sul fatto che le emozioni non sono un fattore indipendente né dall’apprendimento né dalla salute complessiva che il tempo scuola determina. Cioè la warm condition, l’educare con emozioni calde, ci dice che noi non apprendiamo soltanto con sistemi cognitivi che i neuroscienziati chiamano dipendenti dalle cortecce associative, quindi dagli apprendimenti cognitivi base, prestazionali attraverso la memoria, l’attenzione eccetera, ma abbiamo delle forme di apprendimento molto più profonde e questo apprendimento profondo della nostra specie, che non è prestazionale, non è passivo, ma è di elaborazione dell’informazione che diventa intelligenza, passa attraverso strutture neurali che si chiamano sistema limbico, ovvero il sistema che riconosce e segnala se ciò che sto apprendendo è appreso bene o con segnali di allerta.

Tante volte ho detto che se mentre studio, studio con ansia, l’ansia è un’intelligenza antica che il mio sistema limbico mi rimanda e che mi dice scappa da là perché non ti fa bene. Ora, venendo alla domanda su come mai la scuola è a macchia di leopardo, questo avviene perché c’è un cambio di paradigma, perché significa che dobbiamo abbandonare quel sistema classico da cui la scuola forse ha preso origine, almeno la scuola italiana per come la conosciamo, cioè io ti insegno, tu apprendi, io verifico, che è il circolo classico dell’insegnamento/apprendimento che da decine di anni stiamo dicendo non corrispondere a come funziona il nostro sistema, il nostro cervello, la nostra intelligenza, anche emotiva.

Perché noi non siamo dei frigoriferi in cui le informazioni possono essere mantenute quanto più corrette, quanto meno elaborate, bensì noi siamo dei trasformatori e nel trasformare l’informazione quello che dici tu modifica me, ma mi modifica sia attraverso una segnalazione cognitiva, che è il prendere l’informazione nuova, ma poi c’è anche un’informazione calda, emotiva, che può generare piacere, curiosità, interesse, motivazione, oppure può essere calda nel senso che genera un alert, ovvero che c’è un guaio, un giudizio che mi mette in difficoltà. Questa segnalazione antica è il segnale che il cervello limbico dà all’intelligenza e alle cortecce associative di “scappa o cerca ancora”.

E di qui il mio discorso serio alla scuola e ai colleghi che si occupano di scuola è che tutto questo non è parere di qualcuno, compresa me, ma tutto questo è quello che le evidenze stanno portando alla luce del funzionamento di specie, quindi in tutti noi le emozioni regolamentano il flusso del vivere soprattutto in termini di benessere e malessere, di salute del processo. Quindi la scuola è fonte di salute alla mia intelligenza, alla mia persona, al mio sentire o è fonte di malessere? Questo è un po’ il dibattito che non può continuare ad essere sotterraneo, perché da un punto di vista delle ricerche così come quando apro gli occhi sono gli occhi che vedono, allo stesso modo quando apprendo sono le emozioni che sentono, quindi non è che è parere di qualcuno, quelle emozioni tracciano le memorie e le memorie tracciano il futuro.

Tra gli alunni aumenta la sofferenza verso un approccio educativo basato sulla mortificazione, un approccio passivizzante, giudicante e non di supporto. L’ansia scolastica viene vissuta già in tenera età tra aspettative dei genitori e difficili rapporti con gli insegnanti. Come abbassare la conflittualità e dare la giusta serenità agli studenti nel percorso di apprendimento sviluppando il modello che lei spesso richiama della curiosità epistemica?

C’è ancora in corso un dibattito non risolto all’interno di coloro che si occupano di scuola in varia natura e questo dibattito riguarda il ruolo dell’insegnante. Da un lato si pensa che il magister non deve occuparsi del fatto che l’alunno stia bene o meno, perché la scuola non ha un fine curativo ma di insegnamento, quindi l’insegnante si deve occupare che l’alunno sappia le discipline con la correttezza con cui le deve conoscere per poter avere delle competenze che siano durevoli, adeguate e che diano al discente la possibilità di migliorare le proprie funzioni e la sua intelligenza. Questa visione intende che in fondo tutta l’attenzione agli aspetti che chiamano psicologici, come se l’apprendimento o l’intelligenza non lo fossero, e che in realtà sono gli aspetti emotivi del come mi sento e non soltanto di come elaboro, non siano un compito del docente.

Tuttavia non dobbiamo dimenticare che il docente entra a svolgere un ruolo attivo nell’età del neurosviluppo, in cui per filogenesi è fondamentale il modello significativo di riferimento per formare l’immagine di sé stessi come competenti, adeguati, intelligenti, benvoluti e inclusi ed è fondamentale che questa parte della riflessione del “a me spetta insegnarti”, si arricchisca del fatto che per “insegnar-ti”, e non mettere nella memoria passiva, valutata e basta, io sono un umano che ha a che fare con un umano che ha delle caratteristiche in cui mentre apprende anche sente. Tutto questo non è dipendente dalla mia volontà, semplicemente accade, quindi dobbiamo ampliare il nostro paradigma di conoscenze per essere chi lascia il segno, altrimenti tutti lo nasconderemo, ma tutti siamo vittime di figli che tornano in lacrime, di insegnanti che tornano affaticatissimi e in lacrime, di sistemi che non si comprendono.

L’umanità è questa, l’umanità ha delle funzioni di decisione razionale e delle funzioni di decisione senziente, non è che perché il mio compito è insegnarti storia, matematica o grammatica, nel mentre te lo sto insegnando non ti sto anche passando un messaggio che ti dà rispetto, dignità, competenza, debolezza, vulnerabilità, esclusione, quindi questo processo non è eliminabile, non è eludibile, anche se vorrei semplicemente insegnare informazioni, l’altro, siccome è un umano, accanto alle informazioni prende tutto il resto. In realtà sarei anche stanca di continuare a ripeterlo, perché non è una posizione personale, non è una posizione che può essere messa in discussione, perché metterla in discussione significa spostare il ragionamento da un ragionamento ben fondato su come funziona la psyché dell’umano a un ragionamento di tipo ideologico al quale si può concordare o meno.

Posso anche non essere d’accordo, ma funziona lo stesso così, è quello che vorrei far capire, nel senso che posso anche non concordare ideologicamente, ma il fatto che io non sia d’accordo non modifica come funziona il cervello umano e come funziona in quell’età in cui i nostri figli sono affidati ai docenti. Che cosa c’entra in tutto questo la curiosità epistemica? C’entra perché il principio di specie che fa sì che io sono in qualche modo collegato alla figura significativa di riferimento non è solo affettiva e non è solo psicosociale, basti guardare tutte le ricerche sull’attaccamento e sul “te” modello significativo, ma è anche cognitiva.

Questo accade perché c’è un bisogno innato di sapere, che si chiama curiosità epistemica, che attribuisce a te che sai una potenza di aiuto tale che sprecarla, a mio avviso, non è etico. Quindi poiché abbiamo componenti cognitive, componenti di specie sociale e componenti emozionali e tutto questo porta una fortissima funzione di modello significativo nelle mani dei docenti, ecco che dobbiamo approfittarne, perché vuol dire che come educatori possiamo fare molto come differenziali di sviluppo.

Un tema caldo e molto dibattuto riguarda l’uso dei dispositivi digitali e dei social tra i ragazzi, sia a scuola che in famiglia. Alcuni esperti hanno lanciato un appello per introdurre un divieto al loro accesso legato all’età dei ragazzi. In una società dove la tecnologia ci isola sempre di più quanto è importante mettere dei limiti oltre ad avviare un’educazione sul corretto uso del digitale?

È una domanda che contiene molte domande e proverò a rispondere un po’ a volo di rondine. La prima domanda, che è implicita, è collegata a quella che mi hai fatto della curiosità epistemica, perché la curiosità epistemica è il desiderio naturale di sapere e la parola desiderio la collego a tutte le riflessioni sulla tecnologia. Cercando di sintetizzare un po’, dobbiamo partire dal fatto che siamo in un mondo che sviluppa e svilupperà tecnologia, per questo motivo così come dobbiamo conoscere cosa fa la tecnologia, è altrettanto importante conoscere l’impatto che questo cambiamento ha su una specie umana che nei suoi milioni di anni evolutivi non l’aveva mai incontrata prima.

Per esempio, un impatto forte è quello con cui hai concluso la domanda, ovvero che siamo sempre più soli e a tal proposito c’è una ricerca molto importante che dimostra che l’emozione che nell’età più iperconnessa che ci sia mai stata tecnologicamente è la solitudine, perché ci possiamo connettere in pochi istanti a tutto e a tutti, ma nonostante ciò nell’occidente del mondo l’emozione più diffusa per bambini, adolescenti, adulti e anziani è la solitudine.

Una domanda che si sono fatti i ricercatori dicono è stata proprio quella di chiedersi come mai se siamo connessi siamo soli e sono costretti ad ammettere che la distinzione tra processi naturali e processi artificiali è una distinzione ancora da comprendere. Facciamo un esempio, è noto che da sempre l’uomo ha bisogno della luce del sole, ma per la nostra intervista posso usufruire della luce del neon artificiale perché mi consente di parlare con te, ma se io sostituissi la luce del sole con la luce artificiale probabilmente “sprogrammerei”, quindi danneggerei, le modalità con cui proprio per leggi di natura io ho salute. Da qui il ragionamento dei ricercatori si è spostato su cosa determina una vita artificiale di relazione e di connessione e questo ragionamento ha portato a capire che in pratica ci sono una marea di cambiamenti.

Qui mi fermo perché il dibattito sarebbe troppo ampio per capire in poche parole il discernimento da ciò che è vero a ciò che non è vero, a ciò che è amico e ciò che non lo è. A questo punto la questione è capire se basta vietare per educare il processo di crescita in un tempo in cui la tecnologia è anche risorsa e non solo danno. Vietare significa allontanare nel tempo l’esposizione, allontanarla nel tempo quando le risorse sono più mature, sia delle funzioni cerebrali sia anche dei contesti sociali.

Quindi il dibattito, che non è il mio ma lo sto semplicemente riassumendo, tra coloro che sono favorevoli al divieto almeno finché non abbiamo raggiunto la maturità, perché la tecnologia ha tutta una serie di fattori di rischio, dai campi elettromagnetici al circuito della ricompensa, e l’altra parte che aggiunge che oltre al non esporre quando è condizione di rischio, è necessario educare il fattore di corretto utilizzo di strumenti potentissimi.

In questo educare il corretto utilizzo di strumenti potentissimi si apre anche qui un fiume di ragionamenti da fare. Collegando le tue domande mi piacerebbe parlarti in questo momento del fatto che torna il termine desiderio, cioè nelle ultime ricerche che sto studiando risulta chiaro che la differenza tra dipendere e non dipendere da qualcosa, che sia il gioco, che sia un addiction chimico o che sia la tecnologia, la differenza la fa il desiderare.

I ricercatori ci spiegano ci spiegano che il processo del desiderare è un processo di intelligenza limbica antico in cui io chiamo il futuro nel presente ed è capace di discernere ciò che si desidera. Quando invece si dipende noi non abbiamo la potenza di discernere e non abbiamo la condizione di chiamare il futuro nel presente, bensì di ripetere il passato costantemente in cui non siamo liberi di modificare perché dipendiamo e questa dipendenza ha alterato quello che si chiama circuito della ricompensa, cioè un circuito limbico in cui in qualche modo il cervello è abituato a ricompensarci dicendo che quella cosa è un bene per noi ogni volta che ci spinge a cercare la stessa cosa.

Ecco che nel momento in cui dipendiamo dalla tecnologia, noi siamo dentro una sorta di ruota che non ci consente di desiderare altro. Concludendo, concordo con i ricercatori e con gli scienziati che ritengono che la tecnologia si è infiltrata nella crepa lasciata dal vuoto dell’educazione che abbiamo lasciato al desiderare di stare, di capire, di comprendere, di aumentare, di migliorare, di riuscire, di sbagliare con te a fianco. Cioè questo desiderare epistemico, che tu hai citato, è un po’ il fondamento della scuola Magister che mi piacerebbe tanto. Quindi la tecnologia ci sostituisce se noi non siamo Magister.

Un’ultima domanda. In un suo intervento lei ha parlato dell’importanza della socializzazione portando come esempio il mondo animale ed in particolare le dinamiche degli stormi, il cui studio è uno degli elementi che hanno portato all’assegnazione del premio Nobel a Giorgio Parisi. Ci spiega queste dinamiche e quanto è importante per i nostri ragazzi l’interazione in presenza?

Anche qui ci sarebbe tanto da dire, però io citavo lo studio sugli stormi perché ad un certo punto a volte capita di non sapere più come arrivare a dare delle metafore adeguate ai processi di cui parliamo con fondamento scientifico.

Quindi tutti quei concetti di cui parlo, come ad esempio che noi siamo una specie sociale, che noi siamo tutti interconnessi, che questa interconnessione fa sì che io inspiro ciò che tu hai espirato, che io porto nei miei circuiti cerebrali ciò che tu mi hai raccontato, che una classe sia una struttura inclusiva, che respira la stessa aria ma che pensa gli stessi pensieri, la stessa intelligenza, che questa intelligenza sia distribuita, l’ho detto talmente tante volte che per spiegarlo ho adoperato l’esempio dello stormo.

Lo stormo è un sistema inclusivo in cui tutti gli animali che appartengono allo stesso stormo sono animali che hanno un cervello che riconosce e codifica addirittura la forza del battito d’ali sincronizzato con gli altri del proprio gruppo. Quindi, nel momento in cui una di queste creature si affatica e non riesce nel volo, il capo branco che sta guidando il volo in quel momento sente la debolezza e comanda con il battito d’ali a coloro che sono in grado di portare un supporto di andare ad aiutare chi è in difficoltà, nella mia metafora il capo branco è il Magister, è l’adulto che sta accompagnando.

Questo è uno dei tantissimi esempi che sono stati messi in luce come intelligenze di stormo, io ho fatto la domanda che mi veniva spontaneamente simile a quella del personal educator per fare un paradosso e ho detto, ma noi come madri, come padri, come Magister, come insegnanti, ci comportiamo da gladiatori in guerra o da capo stormo? Perché se siamo un capo stormo immediatamente prestiamo il nostro aiuto affinché chi è debole ce la faccia, se invece siamo un gladiatore, cioè siamo nel giudizio continuo, nella condanna continua, nella ripetizione continua, del tu devi e non capisci, allora non siamo nel modello di un sistema incluso.

Ora uno su questo si può dire di essere d’accordo o meno, ma gli esseri viventi della nostra specie funzionano così. Concludendo, dall’inizio alla fine ti ho ripetuto lo stesso concetto in fondo, con domande molto differenti, però che noi riteniamo di essere d’accordo o non d’accordo è ininfluente, perché il sistema vivente di un bimbo che cresce ha bisogno di un capo stormo e non di un gladiatore, altrimenti non evolve la propria fioritura, ma tutt’al più reagisce diventando forte perché il suo desiderio è eliminare il gladiatore o diventare un altro gladiatore e così continueremo in questo a esercitare le funzioni che invece di essere salute di un sistema sociale che nell’educazione ha il suo perno, diventa fire to fire, cioè fuoco con il fuoco, che è un po’ quello che sto vedendo accadere a tanti livelli e non soltanto dell’educazione.

 

Orizzonte scuola

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domenica 1 settembre 2024

GESTIRE LE EMOZIONI

 


Gestire le emozioni in classe, l’approccio innovativo di Massimo Sidoti:

 “Proporre modello educativo che responsabilizzi gli studenti e faccia comprendere le proprie emozioni”

 

Di redazione

 Con l’inizio di un nuovo anno scolastico, Massimo Sidoti, pedagogista e presidente di Exducere.com, ci invita a riflettere sull’importanza di comprendere l’intelligenza emotiva degli alunni.

 In un contesto educativo sempre più complesso, la capacità di gestire le emozioni diventa cruciale per il rendimento scolastico e per il benessere degli studenti. Le sue parole offrono spunti significativi su come la pedagogia possa evolversi per rispondere alle sfide contemporanee.

 Sidoti sottolinea che l’intensità emotiva con cui gli alunni vivono le loro esperienze scolastiche è fondamentale. “L’adolescente dice che non riesce a contenere il suo stato emotivo. È più forte di me! Mi travolge”. L’affermazione evidenzia la necessità di un approccio educativo che non solo riconosca le emozioni, ma che le gestisca in modo costruttivo. Il pedagogista ha il compito di guidare gli studenti nel riconoscere e contenere le loro emozioni, trasformando l’emotività in sentimenti più gestibili.

 Un aspetto chiave del discorso di Sidoti è la distinzione tra sentimenti ed emotività. Mentre l’emotività è immediata e spesso travolgente, i sentimenti si sviluppano successivamente e richiedono un processo di riflessione. “Occorre distinguere i sentimenti dall’emotività,” afferma Sidoti, evidenziando che l’educazione al sentimento da sola non è sufficiente. È necessario un intervento pedagogico che aiuti gli studenti a navigare tra le loro emozioni e a sviluppare una consapevolezza emotiva.

 Sidoti propone un modello educativo che responsabilizzi gli studenti, rendendoli capaci di gestire la propria emotività e sviluppare un pensiero logico-razionale. “Mente e cuore vanno di pari passo,” afferma, suggerendo che l’integrazione delle emozioni nel processo educativo è essenziale per formare individui equilibrati e consapevoli. Le scuole devono quindi promuovere un ambiente in cui gli studenti possano esprimere e comprendere le proprie emozioni, facilitando così un apprendimento più profondo.

 Sidoti introduce il concetto di “pedagogia funzionale,” un approccio che mira a semplificare i processi evolutivi degli studenti. Attraverso attività come “l’ora del racconto” e “l’ora della socialità,” il pedagogista può creare spazi di apprendimento che favoriscano l’espressione emotiva e la socializzazione. Inoltre, l’idea di lezioni en plein air, immerse nella natura, rappresenta un’innovazione didattica che può stimolare la curiosità e l’interesse degli studenti.

 Un altro punto cruciale del discorso di Sidoti è l’integrazione della pedagogia cognitiva nel curriculum scolastico. Questa branca della pedagogia si concentra sui processi mentali coinvolti nell’apprendimento, come la memoria, l’attenzione e la risoluzione dei problemi. “Il funzionamento della mente è assimilato,” afferma, sottolineando che comprendere come gli studenti apprendono è fondamentale per migliorare le pratiche educative.

 Orizzonte scuola

giovedì 29 agosto 2024

GENITORI ZOMBI


 Paolo Crepet e i genitori zombie: «Credono che la responsabilità sia dare tutto ai figli: è questo il loro mantra. Continuano a dare, dare, dare e quindi tolgono, tolgono tolgono»

-         Lo psichiatra e opinionista porta avanti una battaglia culturale contro l'indifferenza e la perdita delle emozioni attraverso una conferenza-spettacolo ispirata al suo nuovo libro. Ci ha spiegato il suo punto di vista sul ruolo dei genitori, sugli sbagli dei nonni e sulla forza dell'empatia: «ciò che può salvarci dalla barbarie-         

Da tempo lo psichiatra, sociologo, educatore, saggista e opinionista italiano denuncia proprio gli effetti collaterali che questa anestesia emotiva unita a certe «disfunzioni» sociali stanno producendo su giovani e adulti. Lo fa portando avanti anche una battaglia culturale contro l’indifferenza e la perdita di responsabilità che sempre più genitori stanno mostrando. Genitori che lo stesso Crepet, in passato ha definito simili a «zombie», incapaci di fermezza, di prese di posizione decise e soprattutto di responsabilizzare i figli, educandoli alla vita.

-                            Che cosa significa essere un «genitore zombie»? «Significa tante cose. Intanto una sorta di disorientamento che la gente sente e che non è necessariamente legato a un orientamento o a un “riorientamento”. Ho l'impressione che molti abbiano capito che essere disorientati è anche molto confortante. Significa essere in una sorta di comfort zone in cui non hai responsabilità. Puoi alzare la manina e re: “Io sono disorientato, quindi non aspettatevi risposte da me”. E così ognuno fa quello che vuole, sostanzialmente continua la sua passeggiatina esistenziale che non porta da nessuna parte, se non al parco a sedersi su una panchina e accendere il telefonino. Mi pare che sia pieno di queste persone: madri, padri, parenti vari che fanno di tutto - spero incoscientemente - per rovinare i propri figli».

-          -         E il senso di responsabilità che fine ha fatto? «Queste persone ritengono che la responsabilità sia dare tutto ai loro figli: è un po' questo il loro mantra e quindi, poveretti, continuano a dare, dare, dare e invece tolgono, tolgono tolgono. Questo è l'aspetto forse più inquietante».

-          -         Lei sottolinea l'importanza di imparare sin da piccoli a fare i conti con «la vita vera». Dove sbagliano i genitori di oggi? «Posso citare il titolo dell’ultima opera che ho scritto: Mordere il cielo. Ecco, i genitori non lo vogliono più fare. Perché è faticoso e comprende anche un po’ di rischio».

-          -         Il problema maggiore non sono tanto i ragazzi quanto i genitori, quindi? «Beh, anche i nonni».

-          -         In che senso? «Un contributo negativo lo hanno dato anche loro. Perché i nonni, quando sono stati ragazzi, hanno fatto la vita che più o meno descrivo io, cioè quella in cui monti su una motocicletta e te ne vai via. Per gioco o per costrizione, per miseria o per virtù, sono stati comunque una generazione che ha accettato l'idea dell’ignoto, del costruire, del cantiere che tira su un edificio che si chiama vita. Poi, però, hanno smesso di farlo. Come se a un certo punto arrivasse un'età in cui c’è una sorta di gong a dire "fermi tutti, state pure tranquilli", come fosse il ciak finale di un film. Questo è stato delittuoso da parte nostra, sicuramente, perché poi si è trasmesso a una generazione, quella più o meno genitoriale, che ha fatto una sorta di rinuncia al pensiero: il pensiero è diventato un optional, un gadget di cui possiamo fare a meno. Oggi è più importante avere un autista sotto casa che pensare. Il che è terribile, ed è anche un atto di enorme presunzione».

-          -         Nel suo nuovo libro, Mordere il Cielo lei pone l’accento anche sul fatto che ci stiamo avviando verso una neutralizzazione emotiva sempre più forte. Che cosa sta spegnendo le emozioni? «La ripetitività delle cose. Se si vuole spegnere il senso di una cosa, proprio come se si avesse in mano un telecomando, basta ripeterla all’infinito. Esempio: se si prende il tentato assassinio di Trump e lo si vede non più tante volte, come accadeva un tempo con la televisione, ma 100, 1000, 10.000 volte attraverso i social, si toglierà definitivamente l’emozione da quella pallottola».

-         -          Lei ha parlato di «anestesia dell'anima», in riferimento alle relazioni, all'incontro con l'altro. Davvero è così? «Sì, è così. I bambini non si abbracciano più, quasi non giocano neanche più. Abbiamo proprio buttato il Napalm sulle emozioni».

-             Nel suo nuovo libro ha parlato anche dell'empatia: manca è dovremmo riacquisirla «per evitare la barbarie». Ma l'empatia si può imparare o è innata? «No, non è innata e sì, si può imparare. Per esempio, crescendo in un ambiente si gioca, si litiga con gli amici, si incontrano nuovi bambini simpatici. Si tratta di una grande ginnastica mentale e porta alla nascita di un tessuto neuronale che spinge alla ricerca dell’altro, alla curiosità per l’altro. L’empatia è questo».

-              Si può imparare anche da adulti? «Magari con dosi di difficoltà maggiori, se non la si conosce. La differenza è che a 30 anni è un impegno cosciente, a 5 anni no: giochi e basta, viene da sé. Diciamo che fare i castelli di sabbia sul bagnasciuga è empatia, perché poi magari arriva qualcuno che te lo distrugge, un altro ti dice che è bellissimo o uno che lo fa più bello del tuo».

-         Come dovrebbero intervenire i genitori per crescere nuovi adulti empatici e quindi con un atteggiamento diverso nei confronti della vita? «C'è un compito ben preciso che gli adulti hanno, per la verità, una grossa responsabilità. Perché, per esempio, non c'è più un tempo dell'ozio sociale? Perché consideriamo moderno e contemporaneo e futuribile addirittura una sorta di solipsismo digitale? Che cosa ha di così interessante? È un ergastolo! Se un padre si prendesse invece del tempo per raccontare al proprio figlio adolescente di quando da giovane prendeva un treno con tre amici e arrivava in Danimarca, di cosa succedeva, del freddo che faceva, di cosa mangiava e dove dormiva, degli incontri che faceva, del concerto che ha visto, insomma: della vita che ha vissuto durante quel viaggio, questo farà innamorare dell'idea del viaggio e allora, il minimo che possa succedere è che quel figlio o quella figlia possano aprirsi alla vita e dire, a un certo punto: “Vado con i miei amici in Finlandia!”»

         Dottor Crepet, qual è l'emozione che le manca più di tutte le altre in questo momento storico? «La sorpresa».

 

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