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martedì 1 settembre 2026

FRANCESCO E IL LUPO

 


RICONCILIAZIONE 

PERDONO



-di Francesco Sciacchitano

Vorrei parlarvi di un tema a me molto caro quello della riconciliazione e del perdono elementi essenziali per questa ormai parola con cui tutti si riempiono la bocca ma che nessuno o quasi agisce in conseguenza a cosa predica, ovviamente la parola è pace.

E quando parliamo di pace mi viene sempre in mente un episodio particolare del poverello di Assisi l’incontro con il lupo di Gubbio, una bellissima cittadina umbra che mi è capitato di visitare più volte nelle mie peregrinazioni in quella splendida regione ripercorrendo le orme di Frate Francesco.
È ti sembra di respirare la stessa aria di quando ottocento anni fa frate Francesco riuscì a riconciliare un lupo bestia pericolosa per antonomasia ed una città intera, che a pensarci bene dopo ottocento anni è proprio quello che ci vorrebbe per fare terminare prima le nostre guerre personali e poi le guerre che stanno insanguinando il nostro povero mondo.
E per continuare la riflessione vi propongo un bell’articolo di Riccardo Mensuali pubblicato ieri su Avvenire dal titolo:
“I nostri troppi “frate Lupo” e la via francescana per riconciliarsi”
Questo tempo manca di capacità efficaci di ricomporre conflitti: dai social alla guerra, ci sentiamo minacciati da lupi sfuggiti di mano che non dovrebbero stare tra noi.

Francesco d’Assisi mostra però la via per una convivenza ritrovata dove si inventano i passi di una mediazione proprio dove e quando sembra impossibile.
Il Lupo di Gubbio con ogni probabilità non è mai esistito.

Al tempo di Francesco, però, i lupi erano davvero pericolosi: una minaccia piuttosto nuova, in parte dovuta allo sviluppo delle città, che all’epoca del santo di Assisi era tratto della modernità, segno dei tempi.

Per questo, l’episodio attrae la nostra attenzione.

Conflittualità

Anche i nostri giorni sono minacciati da una crescente dose di conflittualità e, d’altra parte, da una pericolosa mancanza di mediatori, dell’arte della diplomazia.
Anche a livello di rapporti umani, non solo di geopolitica.
Quella del Lupo di Gubbio è leggenda incentrata su un vero e proprio topos fiabesco: il lupo cattivo.

In bocca al lupo

Un’immagine tipicamente medievale: non a caso anche la storia di Cappuccetto Rosso nasce nel cuore del Medioevo (la prima attestazione risale intorno all’anno mille) mentre l’espressione “in bocca al lupo” è attestata dal 1294.

Spiega Domenico Sebastiani: «Il lupo diviene bestia antropofaga, e innumerevoli sono – in varie parti d’Europa – le segnalazioni e le cronache, sia civili che ecclesiastiche, circa uomini e soprattutto fanciulli attaccati e sbranati dai lupi.

I forti disboscamenti e l’aumento delle aree coltivate privavano l’animale del proprio habitat naturale e della selvaggina di cui si nutriva, costringendolo ad avvicinarsi a spazi urbanizzati per attaccare animali domestici e, talvolta, le stesse persone.  Ecco dunque il moltiplicarsi, in tutta Europa, del culto di santi protettori dai lupi».

I “lupi” dei nostri giorni.

I “lupi” si sono avvicinati e moltiplicati, nel volto di guerre che iniziano ma non finiscono, nel nuovo culto delle emozioni forti, nella violenza fai da te, spacciata per difesa privata, e in un clima velenoso, torbido e minaccioso che l’ambiente della Rete, sfuggito di mano, sembra aver prodotto.
Il linguaggio feroce dei social appare, spesso, proprio come qualcosa che non era previsto quando Internet nacque: una realtà, in parte, sfuggita di mano, sottratta al nostro controllo.

Un lupo che non dovrebbe stare tra noi e invece ci si ritrova.

Il nostro tempo manca di capacità efficaci di ricomporre conflitti. Di forza pacificatrice.

Discernimento

Di discernimento lento e razionale delle cause di odi, guerre, contrapposizioni.
Anche nelle famiglie, nei partiti, nel vivere civile che si fa sempre più incivile, da lupo mannaro.

Nell’incontro tra Francesco e il lupo, ritroviamo un vero e proprio modello di creatività diplomatica, di riconciliazione tra chi vive in conflitto.
Proprio ciò di cui abbiamo bisogno oggi.

Nel capitolo XXI dei Fioretti di San Francesco si legge: «Al tempo che Santo Francesco dimorava nella città d’Agobio, nel contado d’Agobio apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini, intantochè tutti i cittadini istavano in gran paura, perocchè spesse volte s’appressava alla città; e tutti andavano armati quando uscivano della terra, come se eglino andassero a combattere». Francesco decide di andare incontro al lupo, nonostante tutti, a Gubbio, cerchino di dissuaderlo. «Frate lupo – gli dice il Santo –, tu fai molti danni in queste parti, ed hai fatti grandi maleficii, guastando e uccidendo le creature di Dio, senza sua licenza: e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d’uccidere gli uomini, fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu degno se’ delle forche come ladro e omicida pessimo; e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t’è nemica.


Frate lupo

Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro; sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più».

Francesco non fa sconti: il lupo si è macchiato di gravi colpe.
E insiste: «Frate lupo, dappoiché ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto, che io ti farò dare le spese continuamente, mentre che tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicché tu non patirai più fame; imperciocché io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male».

Ammansita la fiera, rimaneva ancora da ammansire il popolo.

Perché le guerre si fanno sempre in due.

Il Santo, riunita la popolazione, predica che non è la bocca del lupo il pericolo maggiore: «Perché quella può uccidere solo il corpo».
La bocca da temere è invece quella dell’inferno, nella quale si è dannati per l’eterno.
È dai peccati, dunque, che bisogna guardarsi, più che dagli animali selvatici.
«Quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine tiene in paura e in tremore la bocca di un piccolo animale?».
Il popolo, con voce unanime, promette dunque di nutrire il lupo, che visse due anni a Gubbio, entrando nelle case come un qualsiasi animale domestico.

La convivenza ritrovata.

Non tutti gli studiosi concordano sullo sfondo storico di ispirazione.
Per Franco Cardini il lupo simboleggia il male che incombe sulla città e i suoi abitanti.

L’animale, per antonomasia avido e feroce – si pensi alla lupa dantesca quale personificazione dell’avidità – rispecchierebbe i difetti tipici delle città comunali dell’epoca.

Altri mettono in relazione l’episodio leggendario con un fatto invece storico, la conversione dei ladroni di San Sepolcro.

A ogni modo, quello che più rende significativo, per noi, l’episodio dei Fioretti è il fatto che Francesco, in realtà, non “converte” solo il lupo feroce ma un’intera città alla causa di una necessaria opera di conciliazione.
Chiama “fratello” anche il lupo.

E non esita a esortare i cittadini a convertirsi. Non addomestica soltanto una bestia: parla, fa dialogare e affronta alla radice le motivazioni dello scontro, le ragioni profonde del conflitto: la fame per il lupo, la paura e l’avidità per il popolo.

Quella di Francesco non è una pace ideologica, per partito preso.

Il mediatore

Caso mai una lezione di pace politica. Francesco è mediatore.

Per mediare bisogna fuggire gli estremi, far convergere.

Non c’è una parte da difendere a priori. Ci sono dei passi da inventare e da far compiere.

Con pazienza, con verifiche. C’è un lupo e la sua fame.

C’è il popolo, le sue paure, il suo diritto alla sicurezza ma anche la sua totale incapacità di parlare con la bestia affamata.

Non esiste una “parte” che è buona a prescindere: questo è il presupposto dei tifosi, non dei pacificatori.

In un conflitto, l’unica priorità è ricomporlo. Raggiungere la fine delle ostilità è l’unico faro.

Non fomenta guerre, Francesco: avrebbe potuto consigliare al lupo di andare a rubare solo il cibo dei ricchi, soluzione ideologica per mantenerlo, lo scontro, senza sgonfiarlo.

Avrebbe potuto suggerire che la popolazione spendesse per armarsi di fucili, visto che il popolo aveva ben diritto di difendersi.

La strada del Santo è la strada evangelica.

La strada evangelica

Strada di ricerche di vie perché le parti si avvicino, con una sola priorità: che cessino le ostilità.

Che se ne riconoscano le ragioni. In una guerra, che sia in casa o sul confine tra Stati tutti sono chiamati alla propria “conversione”, a passi di discernimento complesso e ragionato.

Per arrivare a sciogliere nodi. In una guerra, nessuno può prevalere da solo.
Né il lupo, né il popolo che lo voleva abbattere.

Immagine

domenica 30 agosto 2026

FRATELLI ?


 LA FATICA 

DI 

ESSERE FRATELLI



-di Enzo Bianchi


«Purtroppo, pensiamo che la fraternità sia un dato di fatto naturale, perché si nasce fratelli, perché qualcuno viene al mondo e ha un fratello, una sorella, prima di lui o dopo di lui. Ma in realtà tutta la storia ci mostra che questa fraternità naturale facilmente accede alla rivalità, alla concorrenza e quindi alla violenza, fino all’uccisione del fratello, come raccontano i miti di tutte le culture.

Non solo nella Bibbia - Caino e Abele - ma anche nella cultura romana - Romolo e Remo -, in quella greca, in quella babilonese c’è sempre il fratricidio. Si arriva proprio da fratelli, tra fratelli e sorelle, alla violenza, all’uccisione, alla negazione dell’altro, perché l’altro è colui che è venuto a chiedere di decentrarsi, è venuto a prendere parte del nostro posto, che era un posto unico, tutto nostro, è venuto a prendere parte dei nostri affetti. Affetti della madre e affetti del padre, che erano tutti per noi. E sentiamo ciò come privazione. Ci sentiamo defraudati da quest’altro intruso, sconosciuto, che arriva, che è fratello perché nato dallo stesso grembo della madre come dicevano i greci, ma che in qualche misura ci ha detronizzato.

La rivalità

E allora ecco la rivalità. Rivalità che a volte cova tutta una vita e arriva alla fine quando c’è la divisione dell’eredità della famiglia, del padre e della madre. Allora noi comprendiamo come la fraternità non sia un dato di fatto che sta dietro di noi nella vita, ma una vocazione. È un appello. È un esercizio che dobbiamo assumere. È qualcosa che dobbiamo tenere come assolutamente necessario per arrivare alla relazione, ai rapporti e ai rapporti innanzitutto di famiglia. Ma i rapporti poi anche di una comunità, ai rapporti di una società. La fraternità s’impara, non si riceve, s’impara a fatica e s’impara a caro prezzo».

«Dobbiamo essere molto seri con noi stessi e guardare in profondità, ciascuno di noi e guardare le relazioni che ci sono nella società. Negli ultimi anni, negli ultimi due decenni, c’è stato un forte imbarbarimento. È cresciuto il rancore, è cresciuta la rabbia, come dicono sovente anche le indagini che vengono fatte a livello italiano da istituti che sono più che autorevoli. E poi è cresciuta la sfiducia degli uni verso gli altri. Certamente, c’è stata anche la pandemia, ma io non maggiorerei mai questo evento che ci ha tenuti lontani, ci ha separati e ha creato quel bisogno di immunitas che allontana e rende diffidenti gli uni dagli altri. No, siamo diventati più cattivi.

La violenza

E qui la violenza cova più facilmente, a partire dalla famiglia, a partire dai rapporti più intimi, dove vediamo che si manifesta il parricidio, il matricidio, il femminicidio. Ci sono sempre stati, ma oggi c’è una frequenza che non è adeguata alla crescita che si ha all’interno della società di alcuni valori che pur anch’essi sono cresciuti: il rispetto degli altri, l’affermazione della dignità di ciascuno. Il che ci dice come è diventato davvero molto forte, molto efficace, questo desiderio di violenza verso gli altri fino al desiderio dell’annientamento e dell’omicidio.

E quindi oggi abbiamo un’epifania di ciò che c’è sempre stato, ma che ha delle cause ben precise in questa evoluzione ultima all’interno della società e della nostra cultura, che è una cultura che non ascolta, che ama lo scontro, che ama assolutamente contrapporsi all’altro senza mai avere la possibilità di uno scambio, di un dialogo. Lo vediamo addirittura nei mass media come si ama lo scontro, la polemica e non il dialogo, non l’ascolto reciproco. Addirittura, dobbiamo confessarlo con vergogna, è lo scontro che fa audience, è lo scontro che richiama spettatori. Sembra che il dialogo, l’ascolto reciproco, non riesca più ad attirare l’attenzione dei telespettatori».
 

L’umanità

«Io mi rivolgo da sempre a credenti e non credenti, perché ciò che per me è importante è veramente l’umanità. Ciò che per me non è estraneo è l’umano. E quindi se io dico una parola, la posso solo dire nello spazio dell’umano. Però attenzione, non si tratta con questo di annullare la differenza cristiana sulla quale ho sostato più volte e che faccio emergere sempre. C’è una differenza cristiana. Certo, la salvezza, la buona notizia riguarda tutti. Non ci sono muri, non ci sono certamente delle enclave per i credenti. Non ci sono posizioni di privilegio nei confronti di una vita umana, se vale o non vale. Tutti saremo giudicati sulla capacità di rapporti con gli altri, nell’amore, nella cura degli altri, nella responsabilità per gli altri alla stessa maniera. Ma se c’è una speranza cristiana, che non è solo per i cristiani, che è quella che la vita vinca la morte, l’amore vinca la morte a causa della resurrezione di Cristo, di questo non mi vergogno, lo dico e penso che possa essere l’annuncio anche per i non credenti. La accolgano o no, la mettano davanti a loro come interrogativo o no…, però la devo dire».


 L’inclusione

«Innanzitutto, lei deve pensare che la Chiesa ha sedici secoli dietro le spalle in cui ha amato l’uniformità, ha amato essere una sola voce, ha amato soprattutto avere una voce contro gli altri. Tutti gli altri che non erano dentro lo spazio della Chiesa, erano nemici. Sono cambiati, sono stati i saraceni, sono stati a un certo punto gli eretici, sono stati gli ebrei: nella Chiesa è stato davvero quasi un piacere poter espellere, poter innalzare muri e dire che qualcuno stava fuori. A me ha sempre impressionato come al mio paese, quando c’era un suicida lo si seppelliva fuori del muro del cimitero. Neanche coi morti lo si metteva. Perché c’era questa volontà di esclusione. Si spiavano i peccati degli altri. Se spiava il pensiero degli altri se era eretico, e lo si rigettava.

 Ecco, dal Concilio Vaticano II in poi sembra che la Chiesa abbia imboccato un’altra via, che è una via dell’inclusione. E soprattutto è Papa Francesco che ha capito che l’orizzonte per un futuro è quello dell’umanità, non è quello delle confessioni religiose, se pure hanno un significato, ma è l’umanità. E allora lui parlava a nome di tutta l’umanità, e anche se dà a volte il messaggio ai cristiani, chi lo sa leggere bene vede che lui con gli occhi guarda all’umanità non cristiana, vede i confini del mondo. Tutta un’umanità deve essere salvata, tutta un’umanità è degna di una vita migliore. Questo mi sembra anche il fondamento della sua “Fratelli tutti” che ha voluto indirizzare a tutti gli uomini. Questo è l’orizzonte cristiano. Ma la Chiesa fa fatica. I cristiani sovente sono gretti. Sono persone molto devote, molto religiose, ma che hanno poca fede. Non hanno una fede stabile, salda, di non temere l’altro. Hanno la religione con cui con l’altro si va solo in concorrenza».

Ilblogdienzobianchi

 

giovedì 13 agosto 2026

TAYBEH

 

NON DIMENTICARE TAYBEH


Cisgiordania, i cristiani di Taybeh: abbandonati davanti alla violenza dei coloni

Gli attacchi israeliani sono ricorrenti a Taybeh, l'ultimo villaggio cristiano in Palestina, indicato come Efraim nella Bibbia. Il timore è che le famiglie saranno costrette ad abbandonare la propria terra. Padre Bashar Fawadleh, parroco di Cristo Redentore: "Vogliamo vivere in pace, giustizia e dignità"

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-Myriam Sandouno – Città del Vaticano

-“Non dimenticate Taybeh! Taybeh non deve scomparire nel silenzio”. È il grido d'allarme lanciato, ancora una volta, dal parroco, padre Bashar Fawadleh, che descrive la difficile situazione a est di Ramallah, in Cisgiordania, dove si trova l'ultimo villaggio interamente cristiano della Palestina. A Taybeh, identificata nella Bibbia come Efraim, si dice che Gesù e i suoi apostoli abbiano trovato rifugio. La comunità locale si trova ora ad affrontare atti di intimidazione da parte dei coloni israeliani e l'occupazione di proprietà private, come terreni agricoli e aree residenziali all'interno del villaggio.

Domenica scorsa, l'esercito israeliano ha dichiarato il villaggio chiuso ai non residenti, impedendo agli israeliani di accedervi. Tale misura non si applica ai palestinesi, al fine di "proteggere i cittadini della regione", in seguito a "diversi attacchi violenti commessi da israeliani nella zona", ha dichiarato un portavoce delle forze armate.

In un'intervista ai media vaticani, padre Fawadleh, sacerdote latino della parrocchia di Cristo Redentore, esorta la comunità internazionale ad agire, chiedendo il sostegno della Chiesa universale attraverso la preghiera.

Il villaggio palestinese è minacciato dalla possibile costruzione di un avamposto di coloni israeliani. Padre Bashar Fawadleh: "La Terra Santa non si preserva solo a parole. Deve ...

Padre Bashar, Taybeh continua a subire incursioni di coloni israeliani nelle proprietà palestinesi. Mercoledì scorso, alcuni di loro sono entrati in una casa appartenente a una famiglia della parrocchia di Cristo Redentore. Cosa è esattamente accaduto il 5 agosto scorso?

Quello che stiamo vivendo oggi è preoccupante. Questa casa di cui si è parlato era stata appena preparata per essere abitata. Per diversi giorni, due coloni sono entrati nella proprietà, portando il gregge di pecore fino al limite della casa, tagliando persino la recinzione. E non si è trattato di un episodio isolato, ma è una strategia di vessazione volta a creare un clima di paura e a costringere i palestinesi ad abbandonare la propria terra. Ringraziamo Dio che la famiglia sia fisicamente sana e salva. Non si trovava a casa durante l’ultima intrusione, ma non si può non ammettere che, sia fisicamente che psicologicamente, si tratta di un'esperienza molto difficile. Immaginate di preparare la vostra casa per poi scoprire che degli estranei vi sono entrati indisturbati. Questa è la situazione che stiamo vivendo qui a Taybeh. Anche adesso, mentre parlo, purtroppo, questi coloni sono tornati per piantare le tende. La situazione è davvero difficile da sopportare.

Altre famiglie sono state vittime di simili episodi negli ultimi giorni?

Molte famiglie soffrono a causa della presenza di questi coloni. A ovest, est e sud di Taybeh, molte persone sono vittime di questa violenza. Come sempre, viene appiccato il fuoco ai terreni incolti e, l’ultima volta, hanno incendiato una montagna a sud-est di Taybeh. I coloni israeliani vengono per causare danni e occupare la terra, da diversi mesi ormai, e la situazione si sta deteriorando drasticamente. Quasi ogni giorno assistiamo a incursioni e attacchi a proprietà private, alla distruzione di terreni agricoli, alla chiusura di strade, a restrizioni al traffico e a una pressione costante sulla popolazione.

Padre Bashar, gli abitanti di Taybeh, vivendo nella paura costante chiedono con urgenza alla comunità internazionale e alle missioni diplomatiche di intervenire e garantire la protezione della popolazione. Si sentono dimenticati?

Sì! Ci sentiamo dimenticati, ci sentiamo soli. Le possibilità di intervento esistono, ma purtroppo sono molto limitate e raramente efficaci. Per questo la presenza e la pressione della comunità internazionale sono oggi essenziali. Abbiamo bisogno di una protezione concreta per i civili e di una reale volontà politica di porre fine a questa violenza. Abbiamo bisogno di aiuto per poter continuare a vivere qui e testimoniare Gesù Cristo e i suoi seguaci. Questa è una responsabilità condivisa dalla presenza cristiana qui a Taybeh. Alla luce di tutto ciò che sta accadendo, alcuni residenti vogliono lasciare la loro terra e abbandonare tutto.

La comunità cristiana teme ora di scomparire. Come opera oggi la speranza in Gesù in coloro che, nonostante tutto, scelgono di restare?

Finora non c'è una soluzione, ma c'è qualcosa di molto speciale: la speranza in Gesù Cristo, la speranza nella Chiesa. Invitiamo la Chiesa universale a intensificare le sue preghiere per noi e a sostenere il Patriarcato latino di Gerusalemme, così come tutta la Terra Santa. Crediamo fermamente che la preghiera operi miracoli. Non dimentichiamo Taybeh! Invito tutte le diocesi della Chiesa cattolica in tutto il mondo a parlare della situazione del villaggio, di questi fratelli e sorelle in Cristo che vivono nella paura. La prima comunità cristiana in questa terra non deve scomparire nel silenzio. Insieme possiamo preservare questa viva testimonianza di fede. Va detto che la presenza delle missioni diplomatiche e del cardinale Pierbattista Pizzaballa (patriarca latino di Gerusalemme ndr) ci rassicura e ci dà un senso di sicurezza.

Come si stanno organizzando oggi le diverse comunità cristiane ortodosse, latine, melchite e greco-cattoliche per fornire aiuto alle vittime? Questi tragici eventi che state vivendo hanno in qualche modo rafforzato l'unità cristiana?

Di fronte a questa situazione, la comunità cristiana rimane unita. La Chiesa accompagna le famiglie, sostiene i più vulnerabili, rafforza la solidarietà tra i residenti e continua a difendere la dignità di ogni persona. Stiamo anche collaborando con le missioni diplomatiche, le organizzazioni internazionali e con i media affinché la realtà di Taybeh sia conosciuta e la nostra voce non venga messa a tacere. Per questo, tramite voi, vorrei chiedere a Papa Leone XIV di fare qualcosa per quest'ultimo villaggio cristiano in Cisgiordania, affinché cessino gli attacchi dei coloni e l'occupazione della nostra terra. Vogliamo vivere in pace, giustizia e dignità.

Quale simbolo rappresenta Taybeh per la comunità cristiana palestinese?

Un simbolo vitale e fondamentale per tutti, perché proprio ora si stanno preparando le celebrazioni per l’Anno Santo straordinario del 2033. Taybeh è in prima linea nella difesa del cristianesimo qui in Terra Santa. Gesù scelse di essere a Taybeh prima della sua passione, morte e risurrezione. Dobbiamo testimoniare il cristianesimo e la sua presenza in Terra Santa. Dobbiamo schierarci dalla parte di Taybeh.

Vatican News

 

 

 

venerdì 31 luglio 2026

LA VIOLENZA DEGLI ORFANI


 In nome 

della 

 sicurezza

-di Giuseppe Savagnone

«Chi aggredisce, chi rapina, chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni», ha detto la premier Giorgia Meloni in un videomessaggio, per spiegare il senso del ddl con cui il 23 luglio scorso il governo ha modificato l’articolo 98 del Codice penale, introducendo la presunzione della capacità di intendere e di volere per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Ci sono «ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla», per via della loro minore età.

Obiettivo, fronteggiare quello che, secondo la percezione della maggioranza degli italiani, è il dilagare delle baby gang, gruppi criminali di giovanissimi, spesso solo adolescenti, dediti ad azioni violente, di solito nei confronti di coetanei, troppo a lungo sottovalutati a causa della loro età. Rispondendo così a un bisogno di sicurezza che sembra avere un ruolo decisivo anche ai fini del consenso, in vista della ormai prossima scadenza elettorale.

Ma di questa tematica il nostro esecutivo si era già occupato con il decreto legge noto come il “pacchetto sicurezza Caivano”, il cui titolo era «Misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile». Dove, per fronteggiare questi fenomeni, si erano moltiplicati i casi di custodia cautelare per i minori, si erano aumentate le pene per alcuni reati e si era reso più difficile l’accesso a forme di pena alternative al carcere.

Anche allora queste misure hanno destato vivaci critiche, che si sono rinnovate in occasione del nuovo disegno di legge. E non solo da parte delle opposizioni, ma delle associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, in particolare di quelli dei più giovani, come «Antigone» e «Save the Children».

Dalla logica del recupero a quella del carcere

Critiche peraltro confermate dai fatti, a un anno dal decreto Caivano, secondo Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’osservatorio sulle carceri minorili di “Antigone”, la quale constatava, in un’intervista su «Il Foglio» del 20 ottobre 2024, che questo governo «sta trasformando drasticamente il sistema della giustizia minorile, spostandolo verso un modello criminalizzante, carcerocentrico e purtroppo privo di prospettive». Le prove? Negli Istituti penali per minorenni (Ipm), dopo la “stretta”, le presenze sono aumentate di circa il 35 per cento. Per la prima volta anche le carceri minorili sono alle prese con il sovraffollamento.

E non si tratta sempre di criminali, al contrario: «La crescita degli ingressi negli ultimi 12 mesi è fatta quasi interamente di ragazze e ragazzi in misura cautelare», che sono ancora in attesa di giudizio e risultano dunque, per la legge, presunti innocenti.

Senza dire che il decreto ha permesso un più rapido trasferimento dei ragazzi appena maggiorenni – anche quelli in custodia cautelare – nelle carceri per adulti, dove evidentemente vengono a trovarsi a contatto con un ambiente che rischia di trasformarsi in una scuola di violenza e di criminalità anche per quelli che criminali non erano.

E poi le limitazioni all’applicazione, per i minori, dell’istituto della «messa alla prova», che prevede la sostituzione della detenzione con lo svolgimento di attività di pubblica utilità sotto il controllo dei servizi sociali. Una formula che funziona, perché responsabilizza il minore, coinvolge la famiglia, mobilita il territorio, e che ha una percentuale di esiti positivi superiore all’85 per cento. Il decreto ha introdotto preclusioni automatiche per alcuni reati, comprimendo la discrezionalità del giudice minorile, che non può più applicare la “messa alla prova” in quei casi.

È in questo quadro che ora si inserisce il nuovo disegno di legge sulla presunzione di responsabilità del minore, destinato, evidentemente, ad aumentare il numero dei ragazzi soggetti a misure detentive.

Insieme, i due provvedimenti legislativi stravolgono la logica del diritto penale minorile che era nato, con il dpr 448 del 1988, come un laboratorio di responsabilizzazione e recupero e per cui il carcere era l’extrema ratio. Questo spiega l’opposizione al nuovo ddl anche da parte degli avvocati penalisti italiani. Una nota della giunta dell’Unione delle camere penali parla di «una modifica che incide in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile» e che «aggiunge un ulteriore tassello alla strategia repressiva adottata nei confronti dei minori, iniziata con il decreto Caivano».

La società deve aiutare i giovani prima che punirli

Centrate sull’identità del minore sono le critiche di «Save the Children». L’associazione denuncia una «adultizzazione della giustizia minorile» che misconosce la peculiare identità delle persone che ne sono oggetto. Un adolescente, a differenza degli adulti, è ancora in via di formazione e le sue devianze e i suoi errori non sono espressione di una personalità ormai definita, ma si collocano in una fase ancora in parte indefinita di transizione. «Giovani che commettono anche reati gravi stanno ancora costruendo la propria identità e conservano importanti possibilità di cambiamento». Per questo «il procedimento penale deve avere una finalità educativa e il ricorso alla sanzione penale deve rappresentare l’ultima risposta possibile».

«Save the Children» attira inoltre l’attenzione sulla necessità di far prevalere la prevenzione rispetto alla repressione, individuando e curando le cause della criminalità minorile. «Se un minorenne, soprattutto se molto giovane, arriva a commettere un reato, è necessario interrogarsi anche su ciò che è mancato prima: il sostegno della scuola, della comunità, dei servizi, delle opportunità educative e relazionali che avrebbero dovuto proteggerlo. La tutela della collettività e la prevenzione richiedono soprattutto interventi strutturali sul piano educativo e relazionale dei giovani, anziché un’estensione della risposta penale».

In funzione di questa esigenza, «servono comunità educanti solide e responsabili, capaci di sostenere i ragazzi e le ragazze, non soltanto di controllarli o punirli. È fondamentale offrire opportunità concrete di crescita attraverso:

  • sportelli di ascolto nelle scuole
  • percorsi di sostegno alla genitorialità
  • attività culturali, sportive e sociali accessibili». 

Ma c’è o no l’emergenza sicurezza?

A tutti questi rilievi il governo risponde che siamo di fronte a una situazione di emergenza, a cui occorre far fronte con provvedimenti straordinari. Ed è verissimo che, come prima osservato, questa è la domanda che sale da moltissimi cittadini.

Ora, non c’è dubbio che stiamo assistendo ultimamente a un proliferare di episodi che hanno come protagonisti gruppi di giovanissimi variamente definiti come baby gang o maranza. Molti di questi ragazzi provengono da contesti periferici, famiglie fragili o quartieri con scarse opportunità educative e lavorative. Ma ci sono anche giovani che provengono dalle classi sociali più alte e che non arrivano al crimine per motivi economici.

Elemento comune a tutti è l’assenza o la debolezza delle figure educative: genitori poco presenti, scuola percepita come distante o inutile, adulti incapaci di esercitare un’autorità credibile. Il gruppo diventa così il principale riferimento identitario, con regole proprie e spesso aggressive. I social fungono da cassa di risonanza, utilizzata per trasformare le imprese criminali in spettacolo.

Si deve a questi gruppi, principalmente, se nel 2024 le forze di polizia hanno segnalato 38.247 minori tra denunciati e arrestati, con un aumento del 17% rispetto al 2023 e di circa il 30% rispetto al periodo pre-Covid.

Ma sono davvero numeri che giustificano il clima di emergenza evocato dalla stampa di destra e dal governo? Nell’VIII Rapporto dell’associazione “Antigone”, presentato il 24 febbraio scorso, si racconta una storia abbastanza diversa. Il Rapporto richiama i dati Eurostat, aggiornati al 2023, secondo cui l’Italia è tra i paesi con i tassi di minorenni denunciati più bassi dell’Europa, con 363,4 denunce per 100.000 abitanti, quasi la metà della media europea che è di 647,9.

Quanto all’aumento del 17% delle segnalazioni nel 2024, l’incremento scende al 12% considerando le prese in carico effettive da parte dell’autorità giudiziaria. Un aumento non terrificante, dunque, e che peraltro risente delle fisiologiche oscillazioni annuali per cui, come il Rapporto segnala, le denunce di minori per omicidio nel 2024 sono state 26, una in più che nel 2023, in cui erano 25, ma meno che nel 2022 in cui erano state 27 e della media registrata tra il 2014 e il 2017, che era di circa 33 l’anno.

C’è poi il capitolo dei minori stranieri. La narrazione politica, fortemente sostenuta a livello mediatico, insiste su un’emergenza che i numeri non confermano. L’86 % degli omicidi commessi da ragazzi entrati negli Ism nel 2025 è attribuito a italiani. Gli stranieri finiscono più spesso in carcere per reati contro il patrimonio, meno gravi.

Insomma, siamo lontani dalla rappresentazione, ricorrente sui media e nelle dichiarazioni dei politici, di un disastro incombente.

Perché ritorni un “padre”

Il fatto è che è più facile moltiplicare le misure punitive che fare uno sforzo serio di comprendere la violenza dei giovani. Non basta neppure una prevenzione che cerchi di limitare l’accesso ai social ai minori di 15 anni, come hanno fatto l’Australia e la Francia, probabilmente presto seguiti da altri Paesi, tra cui l’Italia. Il punto è che non basta, ancora una volta, vietare. Un passo importante può essere costruire nuove opportunità a livello sociale ed economico per sanare alcune delle cause che spingono alla violenza i più emarginati. Ma, come abbiamo visto, la violenza giovanile coinvolge anche ragazzi delle classi agiate. Neppure questo, dunque, è sufficiente.

Bisogna finalmente rendersi conto che la povertà dei nostri giovani è innanzi tutto culturale e valoriale. Criminalizzarli serve solo a nascondere che i responsabili della loro mancanza di limiti siamo noi, gli adulti. Quello che noi abbiamo costruito, in cui li stiamo facendo crescere e che stiamo lasciando in eredità è un mondo desertificato, dove la violenza dei nostri figli esprime in definitiva il grande vuoto in cui si sono venuti a trovare senza loro colpa.

Un vuoto, innanzi tutto, di paternità. Si notava prima che ciò che accomuna maranza e membri delle baby gang è la mancanza di figure educative, in famiglia, a scuola, in parrocchia, capaci di essere un punto di riferimento e di trasmettere – con la loro testimonianza, prima ancora che con le loro parole – un orizzonte di senso. Sono orfani.

Ciò che manca è un “padre”.

Dove con questo termine non si intende un genitore in senso biologico, né la figura autoritaria che in passato pretendeva di insegnare ai figli ideali e regole precostituiti. Come dice Recalcati, il possibile ritorno del padre, oggi, può essere paragonato a quello di Ulisse. Telemaco aspettava un eroe armato e vittorioso e si trovò davanti un mendicante sfinito, che però era rimasto tenacemente aggrappato alla sua speranza di tornare.

Così oggi i giovani hanno bisogno di incontrare sulla loro strada – in famiglia, a scuola, in chiesa, ma anche in un campo sportivo – qualcuno che testimoni la possibilità di dare alla vita un senso. «La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza». All’adulto è chiesto non di avere certezze che non abbiamo, ma di mantenere lui stesso viva la ricerca, per essere «un padre radicalmente umanizzato, vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso».

 www.tuttavia,eu

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mercoledì 22 luglio 2026

CERCASI UN MOTIVO


 RAGAZZI 


IN CERCA 


DI UN MOTIVO



Dalla visibilità alla cura dell’altro

-         di MATTEO FABRIS*

Credo che, nelle riflessioni che siamo chiamati a fare rispetto all’educazione e alla formazione, sia sempre più importante partire dal loro vissuto, dalle loro parole. Solo così possiamo cercare di intravedere una spaccatura, anzi una fenditura, per entrare nei loro pensieri, nei loro cuori, nelle loro vite. Purtroppo, la cronaca è sempre ricca di spunti dove vengono descritte situazioni in cui adolescenti e giovani sono protagonisti di fatti (e di discorsi) che fanno arrabbiare, indignare, rabbrividire.

Così l’adulto è portato a esternare la sua critica verso le famiglie che non sanno più educare, la scuola che non dà più disciplina o prospettive future, gli oratori o i gruppi aggregativi che sono sempre meno attrattivi e vuoti. Vorrei chiarire che queste idee non sono false o inappropriate, ma superficiali. Cioè, per schiarire la superficie da queste torbidità, è necessario immergersi, con tutto l’ossigeno che abbiamo, nelle loro parole. Iniziamo.

«Addio amica mia, free N. Free N. Ve lo giuro, questa è mort... abbiamo rotto tutto stanotte, bro. Per un mese niente lavoro fratello, tentato omicidio ci han fatto».

Queste sono le parole pronunciate dal ragazzo che era in macchina con la giovane neopatentata che di recente ha travolto con la sua auto due ragazze in motorino, uccidendo una di loro. Proprio le sue parole mi hanno colpito, e sono in netto contrasto con quelle pronunciate dal ragazzo. Nelle prime dichiarazioni aveva detto: «Ora non ho più motivo di stare al mondo». Mi sono chiesto: quali prospettive, quali idee del sé e del mondo sono sottese in queste espressioni, entrambe pronunciate di getto, a caldo, dopo un fatto così terribile?

Tutti i contenuti delle frasi del ragazzo sono incentrati su di sé. «Abbiamo rotto tutto bro» si rifà a quell’espressione tipica che tra i giovani fa riferimento al fatto di aver fatto qualcosa di memorabile, all’autocelebrazione: abbiamo spaccato. Subito poi fa riferimento alla sua situazione lavorativa, alla sua condanna. Lui guarda a sé stesso. La morte della ragazza è un dato, un fatto su cui costruire una propria narrazione egoriferita. Credo che questo sia l’emblema della situazione odierna che riguarda tutti, fin dalla prima infanzia: l’egocentrismo, che ci porta a vederci come il sole del nostro individuale sistema solare. Questo è evidenziato dai contenuti che ha postato successivamente, in cui sostiene di dover lasciare l’Italia perché è stato attaccato, calunniato, denigrato. Solo lui, sempre lui al centro. Il suo sguardo è rivolto verso terra, verso sé stesso. Il problema è che guardando in basso, si ritrova tra le mani uno schermo nero che riflette il suo ego, e lo amplifica attraverso una storia su un social network.

È paradossale che, nella stessa devastante situazione la giovane conducente, con delle parole che fanno venire la pelle d’oca per intensità e disperazione, ci regali una fenditura, uno spiraglio: «Ora non ho più motivo di stare al mondo». Sono parole che tolgono il fiato. Soprattutto perché poi, se si va a cercare il loro significato, si può notare che il termine “motivo” deriva dal latino “motîvus”, participio passato del verbo “movere” (muovere). Letteralmente significa “atto a muovere” o “ciò che spinge a fare”. Togliendo la vita a una persona, questa ragazza dichiara, in questo momento, di non avere un motivo di vivere. Perché il motivo stesso è l’altra persona.

È l’altro. Stiamo al mondo per prenderci cura gli uni degli altri. È attraverso questo atto che ci conosciamo, cresciamo, scopriamo le nostre qualità, i nostri difetti, il nostro motivo di essere al mondo. Se lo sguardo del ragazzo è rivolto verso il basso, il suo è rivolto verso ciò che la circonda.

Questi fatti sono successi proprio quando aprivano le porte degli oratori estivi, dove migliaia di adolescenti, anche dell’età dei protagonisti della vicenda che abbiamo raccontato, sono chiamati a essere animatori, cioè a prendersi cura dei più piccoli, a farli giocare, a stare con loro, a mettersi in ascolto. Una vera e propria palestra per vivere quel motivo che descrivevamo prima.

Per prepararsi all’oratorio estivo proponiamo un corso di formazione di tre giorni. Una delle attività possibili è quella di scrivere un messaggio a coloro che parteciperanno i prossimi anni. Ecco cosa ha scritto G.: «A me non piace essere anonimo, anzi sono qui per aiutarti. Questo è il mio Ig (contatto di Instagram), vorrei sapere come va, come è andata, vorrei anche essere per te un aiuto, quindi se vorrai consigli, aiuto o solo parlare, io ci sono sempre!». Mettersi in ascolto, mettersi a disposizione, aiutare l’altro. Perché? Per non essere anonimo.

Gli adolescenti hanno bisogno di sentirsi qualcuno. Ma siamo pronti a far vivere loro esperienze che li facciano sentire riconosciuti non per la loro visibilità, ma perché si prendono cura dell’altro?

*Matteo Fabris -Pedagogista, referente tavolo formazione di Fom (Fondazione Oratori Milanesi)

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sabato 18 luglio 2026

GOVERNARE GLI IMPULSI

 


Il popolo può 

farsi giustizia? 


No, è necessario

 governare gli impulsi



di Paolo Borgna

Il confronto tra legge e sentimento comune non può pendere da una sola parte. I responsabili della politica che eccitano ed esaltano gli stati d'animo più profondi non rendono un buon servizio alla democrazia e scelgono la via della propaganda

Da sempre la giustizia è una lotta continua tra legge e mores , tra diritto e costumi. Da alcuni decenni tra questi due contendenti si è prepotentemente inserito un terzo giocatore: la propaganda. Diciamo subito che, per i magistrati chiamati ad applicare la legge – nel caso dell’orefice Roggero – non c’era soluzione diversa da quella seguita dalla sentenza. Anche la più generosa applicazione della norma scritta non consentiva alcun riconoscimento della legittima difesa e neppure dell’eccesso colposo nella legittima difesa. Le immagini delle telecamere esterne all’oreficeria di Gallo Grinzane, che ci sono state proposte decine di migliaia di volte dai telegiornali, parlano chiaro e sono implacabili: un uomo armato insegue, fuori dal suo negozio, tre rapinatori in fuga e spara loro alla schiena. Ne uccide due e colpisce il terzo che già sta salendo sull’auto e si salverà. Tornando sui suoi passi, l’orefice dà un calcio a uno degli uomini che giace a terra.

Una sentenza che avesse assolto lo sparatore avrebbe violato la legge. Verrebbe da dire: sarebbe stata una sentenza eversiva. Ma poi ci sono i mores. Il sentimento popolare di pietas verso un uomo che, in passato, aveva subito altre rapine (nel corso delle quali la moglie era stata minacciata), senza mai ottenere piena giustizia; lo scatto rabbioso di “dare una lezione” a chi non solo aveva aggredito i suoi beni ma aveva invaso la sua sfera personale e familiare; il senso di abbandono da parte dello Stato, verso cui rinunciamo all’idea di farci giustizia da soli avendo però in cambio la promessa che sarà lo Stato a garantire la nostra sicurezza; la pena verso un signore ultrasettantenne che deve entrare in carcere. Sono umori profondi, che ognuno di noi, anche se non li condivide, può in tutto o in parte comprendere (o sforzarsi di comprendere). L’ampio riconoscimento delle attenuanti concesse a Ruggero si è fatto carico di queste ragioni di pietas. Ma il confronto tra legge e sentimento del popolo non può pendere unicamente verso la “giustizia del popolo”. Da sempre è così: il “popolo che fa giustizia” mandò sulla croce Gesù e salvò Barabba. I giudici chiamati ad applicare la legge devono saper resistere ai richiami della piazza del momento. Se fosse diversamente, avremmo la giungla.

Gli effetti di una sentenza pur tecnicamente giusta possono essere mitigati dall’applicazione della grazia. Ma l’esercizio di questo potere deve essere lasciato alla suprema solitudine del suo titolare: il presidente della Repubblica. Che non può essere turbato dalla suggestione della folla in tumulto. I responsabili della politica che eccitano ed esaltano gli impulsi più profondi del loro popolo – anziché interpretarli e incanalarli su strade istituzionalmente percorribili – non rendono un buon servizio alla democrazia. Fanno propaganda, che non è mai amica della giustizia. Seminano vento. Rischiano di raccogliere tempesta.

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sabato 11 luglio 2026

UNA PISTOLA IN DONO

 


*Lettera dell'Arcivescovo 
di Napoli 
ai potenti della terra.*


Ai potenti della terra, pace a voi!

 Il male non arriva sempre sfondando una porta.  A volte entra in silenzio.

Indossa un abito elegante. Sorride davanti alle telecamere.

Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori.
E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.
È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.

Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.

Questo è il vero scandalo.

Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale.


E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.

Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.

Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile.

È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.

Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.

Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.

Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve.

È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.

Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.

Da cristiano, non posso accettarlo.

Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.

Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.

Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti. Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.

Sono due civiltà. Bisogna scegliere.

Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo,
di trasformarlo in un segno di prestigio.

Un’arma non diventa innocente perché viene donata. Non diventa muta perché non spara. Non diventa umana perché porta inciso un nome.

Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato.

Fate qualcosa di più difficile. Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.
Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.

E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota. Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.

Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.

Guardate quella sedia prima di parlare di armi.

Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi. Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi.

E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.”

 † don Mimmo Battaglia, *Arcivescovo Metropolita di Napoli

lunedì 6 luglio 2026

CHIAMATI A GRIDARE PACE

 

Sud Sudan: 

«Noi chiamati 

a gridare 

la pace 

in mezzo alla violenza»

 

Il Sud Sudan è una terra ferita, una terra crocifissa. È il paese più giovane del mondo, nato nel 2011 dopo decenni di guerra e sofferenza, quando il popolo votò con speranza per la separazione dal Sudan del Nord. In tanti sognavano finalmente la pace, la libertà, la possibilità di costruire un futuro nuovo. (…). Ma quel sogno si è presto trasformato in un nuovo incubo: una sanguinosa guerra civile ha continuato a devastare il paese, seminando morte, odio e disperazione. Ancora oggi migliaia di innocenti pagano il prezzo della violenza e della sete di potere. E davanti a questo dolore immenso comprendiamo che Cristo continua ad essere crocifisso nel corpo del suo popolo. Eppure, proprio in mezzo a questa oscurità, il Vangelo continua a brillare con una forza sorprendente.

La Chiesa tra i Nuer è nata dal coraggio di semplici catechisti. Uomini e donne poveri, fuggiti dalla guerra, dalla fame e dalle malattie, arrivarono nel territorio Nuer portando con sé soltanto la loro fede nel Signore Risorto. Non avevano mezzi, non avevano sicurezza, ma avevano il fuoco del Vangelo nel cuore. Come Paolo e Barnaba negli Atti degli Apostoli, percorrevano villaggi e sentieri annunciando che Gesù è vivo e che nessuna sofferenza può separare l’uomo dall’amore di Dio. Per circa venticinque anni questi catechisti hanno guidato la Chiesa senza sacerdoti, custodendo la fede del popolo e pregando instancabilmente affinché arrivassero missionari capaci di celebrare i sacramenti e accompagnare la crescita delle comunità cristiane. Finalmente, nel 1996, i Missionari Comboniani arrivarono a Leer. E furono loro, i missionari, a sentirsi evangelizzati. Trovarono infatti una Chiesa viva, forte, nata dalla testimonianza silenziosa e fedele della gente semplice. Compresero che Dio era già presente tra i Nuer prima ancora del loro arrivo.

Da allora i missionari hanno scelto di vivere come poveri tra i poveri, condividendo la vita quotidiana della gente. Una scelta che ha assunto il volto della croce quando, nel 2014, la missione di Leer venne completamente distrutta durante gli attacchi armati. I missionari furono costretti a fuggire nelle foreste insieme alla popolazione, vivendo per settimane nascosti mentre i combattimenti devastavano i villaggi. Ma non hanno voluto abbandonare il popolo. Hanno deciso di restare e di fare causa comune con la propria gente. Oggi viviamo in una zona pericolosa del Sud Sudan chiamata Leer, raggiungibile soltanto attraverso gli elicotteri del World Food Program (WFP). Qui la gente vive un forte periodo di carestia, non ci sono ospedali adeguati, non c’è elettricità. Durante la stagione delle piogge gran parte del territorio della nostra missione si trasforma in una grande palude: si cammina per chilometri nell’acqua e nel fango, spesso usando canoe scavate nei tronchi delle palme per raggiungere le comunità più lontane. Alcune visite pastorali richiedono giorni interi di viaggio.

La malaria continua a uccidere tanti bambini e spesso mancano persino le medicine più basilari. Eppure, in mezzo a questa povertà estrema, il popolo Nuer continua a stupire per la sua dignità, la sua capacità di condividere e la sua fede incrollabile. I Nuer sono un popolo di pastori. La mucca è il centro della loro vita: dona il latte, sostiene la famiglia, rappresenta la ricchezza e viene utilizzata per il matrimonio. Ma proprio attorno al bestiame nascono spesso conflitti sanguinosi tra clan ed etnie diverse. L’odio e la vendetta alimentano una spirale di violenza che ogni anno provoca centinaia di morti. Anche l’istruzione è profondamente segnata dalla guerra. In molte aree non esistono scuole secondarie e gli insegnanti lavorano senza un vero salario. Nella maggior parte delle scuole, i ragazzi studiano seduti per terra o portando da casa una sedia quando ne possiedono una. Tantissime ragazze non possono frequentare la scuola perché costrette ai lavori domestici o date in sposa molto giovani. L’analfabetismo resta altissimo e molti giovani fuggono verso i campi profughi di Giuba, del Kenya o dell’Uganda nella speranza di poter studiare. L’anno scorso noi Missionari Comboniani abbiamo aperto una scuola secondaria dedicata a San Daniele Comboni per aiutare la nostra gente a realizzare il loro sogno di studiare. Abbiamo anche offerto delle borse di studio per aiutare alcuni giovani a frequentare l’università nella capitale del Sud Sudan, Giuba. Il Vangelo continua a generare speranza e a costruire vita dove sembra non ci sia più speranza.

Noi missionari siamo chiamati prima di tutto a gridare la pace in mezzo a questa situazione di violenza che deriva da una guerra causata dalla corruzione e dalla sete di potere di pochi che non si preoccupano che per causa della loro avidità migliaia di persone vengono ammazzate ogni anno. Cerchiamo di essere presenza di riconciliazione in una terra ferita dall’odio e dalla vendetta. Camminiamo con la gente, condividiamo le loro sofferenze, ascoltiamo il loro grido. Visitiamo le comunità più remote per annunciare che Dio non ha dimenticato il suo popolo. Qui Gesù viene chiamato “Kuär malä”, il “Signore della pace”. È un nome bellissimo. In mezzo alla guerra, alla fame e alla paura, la gente continua a credere che Dio sia vicino. Continua a pregare. Continua a sperare. Ed è proprio il popolo povero che evangelizza noi missionari. Nei loro volti scopriamo la tenerezza di Dio. Nella loro capacità di condividere il poco che possiedono vediamo il Vangelo vissuto in modo radicale.

Davvero la gente ci evangelizza, mostrandoci la tenerezza di Dio per noi. É proprio vero che i poveri sono i nostri maestri che ci mostrano il volto di Dio (Mt 25:31-46). È davvero una gioia grande accompagnare questa gente. Davvero i poveri diventano maestri di fede. Ci insegnano che la speranza cristiana non è un’illusione ingenua, ma la certezza che Cristo risorto continua a camminare con il suo popolo crocifisso. Per questo continuiamo la missione con ostinata speranza. Continuiamo a credere nella risurrezione del Sud Sudan. Continuiamo ad annunciare che l’Emmanuele, il Dio-con-noi, non abbandona mai i suoi figli. Anche nelle notti più oscure, il Vangelo rimane una luce accesa. E nessuna guerra potrà spegnere la forza dell’amore di Dio.

Padre Mario Pellegrino, mccj

(Missionari Comboniani)