ARMONAUTA
"Volevo essere un grande mago”
Abbiamo moltiplicato le nozioni
e smarrito la sapienza.
- - di Francesco Cicione
Dotti e potenti si
affannano come i maghi d’Egitto: soluzioni effimere, poi la resa.
«Volevo essere un grande
mago», cantava, autobiograficamente, Claudio Baglioni in uno degli album più
belli della storia della musica italiana: Oltre.
Al vertice della sua (e
non solo sua) scrittura musicale e letteraria.
Con gli arrangiamenti immortali del compianto Celso Valli.
«Volevo essere un grande
mago / incantare le ragazze ed i serpenti / mangiare fuoco come un giovane
drago / dar meraviglie agli occhi dei presenti … uno che sa stralunare la luna
/ polsi di pietra e cuore alato…»
Incantare le ragazze e i
serpenti, mangiare fuoco come un giovane drago, dare meraviglie agli occhi dei
presenti, stralunare la luna.
In Baglioni quel sogno ha
dapprima il volto luminoso dello stupore.
È il desiderio dell’artista, del saltimbanco, del cantastorie che vuole
incantare non per soggiogare, ma per donare meraviglia.
E soprattutto per
raggiungere coloro che la vita ha lasciato ai margini: i tristi ed i
picchiatelli, gli sfortunati ed i dimenticati, quelli che il mondo considera
strani.
Vorrebbe rovesciarne il destino, dare loro ciò che non hanno avuto, inventare
per ciascuno una felicità.
Una potenza tutta al
servizio della bellezza e degli altri: fare della propria arte un dono, e del
proprio prodigio una carezza.
Ma la canzone non si
ferma alla luminosa onnipotenza del sogno.
A poco a poco il grande mago scopre il limite della propria magia.
Vorrebbe riparare ogni
torto, guarire ogni tristezza, riscattare ogni solitudine; comprende, però, che
neppure l’arte può abolire il dolore o rifare il mondo.
Può stupire, consolare, accompagnare; non può salvare.
Per riuscirvi
occorrerebbe compiere l’impossibile: far cadere acqua dalla luna.
È qui che il sogno infantile si fa coscienza adulta, e la canzone rivela la sua
malinconia più profonda.
La “magia” buona
dell’artista non consiste nel vincere ogni limite, ma nel continuare a donare
bellezza pur sapendo di non essere onnipotente.
Noi, invece – ed è qui
che il canto si rovescia – abbiamo sviluppato la presunzione d’esser maghi di
ben altra specie.
Non più prestigiatori che
incantano per dare gioia, ma apprendisti stregoni che pretendono di ingannare
l’umanità e la storia, piegandole a un’illusione di onnipotenza.
“Accorrete pubblico!”.
Così, chi più chi meno,
ci riduciamo tutti a prometeici e ingannevoli prestigiatori del destino.
Illusi di poter comandare al sole e alla pioggia, alla morte e alla nascita,
alla natura dell’uomo e alla sua verità, alla storia e all’Eternità.
Convinti che non vi sia
soglia che il sapere non possa varcare, né mistero che la tecnica non possa
dissolvere.
Non vogliamo più
conoscere il mondo: vogliamo possederlo.
Non più abitarlo ma dominarlo.
E qui si annida l’inganno
più sottile e perverso, divenuto ormai un alibi. Perché la magia del nostro
tempo è abbagliante, e il suo bagliore ci acceca.
I prodigi della tecnica sono reali, i suoi frutti tangibili, le sue conquiste
innegabili.
Ed è proprio questo splendore a persuaderci che l’illusione non sia illusione,
che l’onnipotenza sia a portata di mano, che nulla ormai ci sia precluso.
È il grande inganno.
L’alibi perfetto per non
guardare più in profondità, per non interrogare più il senso, per scambiare la
potenza con la sapienza e il possesso con la pienezza.
Ma non è oro tutto quello che luccica.
E se scaviamo sotto la superficie luminosa – sotto i numeri apparentemente
trionfanti, sotto i prodigi esibiti – non troviamo un semidio: troviamo,
invece, un uomo smarrito.
Un uomo che ha moltiplicato i mezzi e perduto i fini, che sa tutto del come è
nulla del perché.
Un mago che, dietro il mantello sfavillante, non sa più chi è.
E quello smarrimento ha un volto sociale prima ancora che interiore.
Quel volto sociale ha i tratti del grande paradosso del nostro tempo: mai tanto
benessere, mai tante disuguaglianze.
Mai l’umanità fu, nel suo
insieme, così ricca; mai la ricchezza fu così concentrata e le disuguaglianze e
le ingiustizie così radicali.
Il prodotto globale ha
raggiunto vette che nessuna generazione precedente avrebbe osato immaginare.
E tuttavia, una
piccolissima porzione dell’umanità detiene una quota della ricchezza mondiale
spropositata rispetto a quella lasciata alla moltitudine.
Già nel 1973 – l’anno in
cui gli fu conferito, insieme a Karl von Frisch e Nikolaas Tinbergen, il Nobel
per la medicina – Konrad Lorenz, il padre dell’etologia, consegnava all’Europa
un piccolo, folgorante libro-monito, Gli otto peccati capitali della nostra
civiltà: vi denunciava il paradosso di un progresso che, moltiplicando il
benessere materiale, andava erodendo le radici stesse dell’umano – la
sovrappopolazione, la devastazione della terra, la corsa acquisitiva, il
raffreddamento dei sentimenti. Un’umanità tecnicamente potentissima e
spiritualmente impoverita.
Laboriosamente intenta a
procurarsi da sé la propria rovina.
E l’anno successivo, il
1974, dal versante opposto – quello dell’economia – giungeva un’attestazione
convergente. L’economista e demografo americano Richard Easterlin formulava
quello che sarebbe passato alla storia come il paradosso di Easterlin, o paradosso
della felicità.
Analizzando i dati del
lungo boom statunitense del dopoguerra, osservava che, superata una certa
soglia, la crescita del reddito cessava di accrescere la felicità delle
persone.
Anzi, oltre quel punto, la curva tendeva a piegarsi verso il basso.
Il benessere materiale
aumentava senza sosta; la soddisfazione di vivere, no.
Da allora la scienza economica ha dovuto riscoprire ciò che la sapienza antica
già sapeva: che la ricchezza, da sola, non produce la felicità, e che il
Prodotto Interno Lordo non misura che rende la vita degna di essere vissuta.
Mezzo secolo dopo, quel
duplice paradosso non si è sciolto: si è dilatato.
E non è questione soltanto di denaro.
La disuguaglianza
economica è la punta emersa di una disuguaglianza più profonda: di potere, di
riconoscimento, di speranza, di futuro.
È la frattura
antropologica di cui la frattura sociale è sintomo.
L’Uomo definalizzato – privato del suo fine, ridotto a produttore e
consumatore, a dato tra i dati – costruisce società irrimediabilmente
artificiali che riproducono, amplificandola, la sua stessa perdita di misura.
Perché il metron greco,
quell’equilibrio tra essere e avere, tra possesso e dono, tra limite e
dismisura, è andato smarrito.
E dove si smarrisce la
misura, prospera la tirannia.
Quello smarrimento, però,
ha una radice ancora più profonda, che è dell’intelligenza prima che della
società: non vi fu mai epoca tanto ricca di conoscenza e tanto povera di
sapienza. Sappiamo tutto, e non
comprendiamo nulla.
Accumuliamo dati come i
faraoni accumulavano grano, ma non sappiamo più farne pane.
La biblioteca infinita è a portata di dito, e il senso ci sfugge come acqua tra
le dita.
Dall’età dei Lumi – con la sua promessa splendida e legittima di emancipare
l’Uomo dalle tenebre della superstizione – abbiamo moltiplicato le nozioni fino
alla vertigine, e abbiamo smarrito il fine. La ragione, che doveva illuminare,
ha finito col separarsi dalla verità che doveva servire.
Così la scienza si è
emancipata dalla sapienza.
Già Aristotele,
nell’Etica Nicomachea, distingueva l’epistéme – la scienza del necessario –
dalla phrónesis, la saggezza pratica che sa deliberare sul bene dell’Uomo, e
dalla sophia, la sapienza che contempla le realtà più alte.
Sapere non è essere sapienti.
La nozione informa; la
sapienza forma.
L’una riempie la mente;
l’altra ordina la vita.
E Leibniz, agli albori
della modernità, sognava una scientia generalis, una characteristica
universalis capace di ricondurre ogni verità al calcolo, ogni disputa a
computo: «calculemus», calcoliamo.
Ma quel medesimo Leibniz
sapeva – e questo lo dimentichiamo – che ogni verità di ragione rinvia a una
Ragione ultima, a quella raison suffisante che non è nel mondo, ma lo
fonda.
Col passar del tempo,
questa prospettiva è andata smarrita.
E così, di secolo in
secolo – dal razionalismo al positivismo, dallo scientismo trionfante del
secondo Ottocento fino all’attuale idolatria dell’algoritmo – abbiamo costruito
una civiltà prodigiosamente capace di fare e disperatamente incapace di essere.
È il punto d’approdo di una lunga deriva.
L’estropianismo
La sua forma più estrema
è l’estropianismo: quella corrente del pensiero tecno-utopico che, rovesciando
l’entropia in «estropia», promette di infrangere ogni limite dell’Uomo – la
malattia, l’invecchiamento, la morte stessa – mediante il potenziamento illimitato
della tecnica.
È il sogno di un’umanità
che non conosce più confine, che si illude di potersi auto trascendere nel
postumano, che scambia l’eternità promessa per un’immortalità fabbricata.
Non più sapere che consola: sapere che pretende di sostituirsi al Creatore.
È la conoscenza che, cessando di vivificare, ambisce a divinizzare.
E, divinizzando,
disumanizza.
L’umanità sembra, allora,
senza soluzioni.
Dinanzi ai drammi della
contemporaneità – le guerre che divampano, si sopiscono e riardono, le
migrazioni bibliche, la terra febbricitante, le solitudini di massa, le
democrazie logore – i dotti, i potenti, i sapienti del secolo appaiono
stranamente inermi.
Promettono, annunciano, convocano vertici, redigono agende.
E poi, dinanzi all’incessante procedere della Storia, tacciono. O si arrendono.
Assomigliano, questi
nostri sapienti, ai maghi d’Egitto dinanzi al Faraone. Ricordate?
Quando Mosè e Aronne compiono i primi segni, i maghi di corte – i sapienti, gli
indovini, i tecnici del sacro – riescono dapprima a imitarli con le loro arti
occulte.
Trasformano anch’essi le acque, evocano anch’essi le rane.
Ma viene il momento in cui la prova li supera, e allora sono costretti a
confessare, dinanzi alla piaga delle zanzare: «È il dito di Dio!» (Esodo 8,15).
Nell’ebraico originario – ʾetsbaʿ ʾelōhîm, אֶצְבַּע אֱלֹהִים – e così,
alla lettera, nel greco dei Settanta: δάκτυλος θεοῦ, il dito di Dio.
Il loro potere si arresta
a una soglia; oltre quella soglia, la loro scienza balbetta.
Sono capaci di replicare il prodigio, non di comprenderlo; di imitare la
potenza, non di possederla.
O assomigliano ai sapienti di Nabucodonosor – i maghi, gli astrologi, i caldei
di Babilonia – convocati dal re perché gli rivelino il sogno che lo tormenta e
il suo significato.
E la loro risposta è la confessione stessa di ogni potenza umana quando urta il
proprio limite: «Non c’è nessuno al mondo che possa soddisfare la richiesta del
re…
La richiesta del re è tanto difficile, che nessuno ne può dare al re la
risposta, se non gli dèi la cui dimora non è tra gli uomini» (Daniele 2,10-11).
È la resa dell’intelligenza che ha misurato ogni cosa e non può nulla dinanzi
al mistero.
Il loro è un parlare vano: molto sapere, nessun potere.
Si racconta che negli
anni della grande siccità francese una vignetta ritrasse il Ministro
dell’Agricoltura mentre, dall’alto della sua autorità, intimava al cielo
l’ordine di obbedire: «Sole, esca dalla mia agricoltura!».
Ecco l’immagine perfetta
dell’impotenza umana travestita da comando. Ieri come oggi.
L’Uomo del potere che
ingiunge all’astro di ritirarsi, che decreta contro la canicola, che firma
ordinanze contro il firmamento.
Il sole, naturalmente,
non obbedì. Continuò il suo corso millenario, indifferente ai decreti e alle
gazzette.
E la terra rimase riarsa.
È la figura esatta
dell’Uomo senza Dio dinanzi all’incessante procedere della Storia: un
magistrato che intima all’eternità, un burocrate che convoca l’infinito, un
mago che pretende di stralunare la luna. Grida, gesticola, promulga.
E la Storia – sovrana, paziente, inarrestabile – prosegue.
Non per crudeltà, ma per
ammaestrare. Perché essa è maestra.
È lo strumento della
misericordia che, di fallimento in fallimento, vuole ricondurci alla nostra
verità più autentica.
Nei suoi accadimenti più
drammatici essa ci pone dinanzi ai nostri limiti, e ci ricorda che c’è qualcosa
di più grande di noi.
Che c’è qualcosa –
Qualcuno – che va oltre, che è oltre.
Il potere, quello vero,
quello che regge le sorti e scioglie i nodi e apre i sentieri, non appartiene
ai prìncipi di questo mondo.
Il potere è di Dio.
E abbiamo disimparato a
riconoscerlo.
Anche noi cristiani,
spesso, siamo maghi che ingannano con una verità diluita, parziale e
secolarizzata. Un cristiano mago è
rovina per la storia.
Riconoscere, invece, che
tutto è da Dio non è confessione di debolezza: è conquista di verità.
Poiché Egli è il Signore
della Storia, non un orologiaio in pensione che abbandona il mondo al proprio
ingranaggio, ma la Presenza che nella trama degli eventi tesse una promessa.
È il Dio che «si ricorda», che «fa cadere i potenti dai troni e innalza gli
umili», che scrive diritto sulle righe storte della vicenda umana.
A Lui si affida ogni
problema; da Lui si invoca ogni soluzione. Con umiltà. Con responsabilità.
Perché riconoscere che il
potere è di Dio non significa dimettersi dalla Storia, incrociare le braccia e
sprofondare in un fatalismo inoperoso.
Significa, esattamente al contrario, assumere in pienezza la responsabilità
della soluzione che ci è affidata.
Poiché l’Uomo che sa di
non essere Dio è finalmente libero di essere pienamente uomo.
Libero dall’angoscia sfibrante della falsa onnipotenza, dalla pretesa esausta
di dover salvare da solo un mondo che non ha creato.
E dunque libero di
operare – nel suo campo, con le sue forze, dentro il suo limite – con una
serenità che l’illuso non conosce.
Ora et labora
Ora et labora: prega,
come chi sa che il frutto non dipende soltanto da sé; e lavora, come chi sa che
quel frutto gli è stato affidato.
La fede non dispensa
dall’opera: la fonda. Non spegne la responsabilità: la accende.
Perché il servo della
parabola non è lodato per aver custodito il talento sottoterra, ma per averlo
fatto fruttificare.
E la vigna, il Signore,
la affida a chi la coltiva.
Qual è, allora, il senso
della Storia?
A che vale questo tempo
finito, con il suo carico di fatica e di attesa, di cadute e di rinascite?
La risposta più alta ci viene dalla grande tradizione sapienziale, da Agostino
a Tommaso, da chi ha pensato il tempo non come prigione ma come grembo.
La Storia del tempo finito è un dono d’amore.
Un dono paziente e
pedagogico.
Ci è data – con le sue
prove e i suoi limiti, con le sue siccità e i suoi maghi impotenti – perché
impariamo a riconoscere ciò che siamo: creature e figli, non signori e
creatori.
È la scuola dell’umiltà e, insieme, la pedagogia della speranza.
Ogni limite che tocchiamo
è un dito che indica l’Oltre; ogni impotenza che sperimentiamo è una porta
socchiusa sull’Onnipotente.
Lo aveva compreso
Agostino, che nella Città di Dio legge l’intera vicenda umana come il
pellegrinaggio di due amori e di due città, protese verso un compimento che non
è nel tempo, ma oltre il tempo.
E che nelle Confessioni,
interrogando il mistero più arduo – «che cos’è, dunque, il tempo?» – riconosce
che l’anima nostra è distesa tra memoria e attesa, inquieta finché non riposa
in Colui che il tempo non lo subisce ma lo dona: «inquietum est cor nostrum,
donec requiescat in Te».
Il tempo, per Agostino,
non è il carcere della creatura: è la distensio animae verso l’eterno,
la corda tesa tra il già e il non ancora.
E lo aveva compreso
Tommaso, distinguendo con lucidità adamantina il tempo dell’Uomo dall’aevum
degli angeli e dall’aeternitas di Dio – quella «interminabilis vitae
tota simul et perfecta possessio», il possesso insieme totale e perfetto di
una vita senza termine, che egli riprende da Boezio.
Il tempo scorre
Il tempo scorre, misura
di ciò che muta; l’eterno permane, presente indiviso.
E la creatura temporale è fatta, in ultimo, per l’eterno: ordinata, nel suo
intimo, a quella beatitudine che nessun bene finito può saziare, poiché – come
insegna l’Aquinate – la volontà umana non trova quiete se non nel Bene
infinito.
È questo, in definitiva, il segreto che i maghi non sanno e che i miti
conoscono.
Il tempo finito non ci è dato per fare di noi dei piccoli dèi, ma per
prepararci a godere dell’eternità senza fine.
Non per erigere torri che
sfidino il cielo, ma per riconoscere il Cielo che ci chiama.
Non per comandare al sole, ma per lasciarci illuminare.
L’Uomo che accetta di non
essere Dio scopre di essere, finalmente, figlio. E il figlio non teme la
Storia: la attraversa. Perché sa in quali mani
essa riposa.
Deponiamo, dunque, il
mantello del mago onnipotente.
Non quello dell’artista
che dona meraviglia pur conoscendo il proprio limite, ma quello
dell’apprendista stregone che pretende di rifare il mondo e salvarlo da sé.
Rinunciamo all’illusione stanca dell’onnipotenza, che è la più sottile delle
disperazioni.
Armonauti
E torniamo – dotti e
potenti, piccoli e miti – a quella sapienza che sa trasformare la conoscenza in
sapere vivificante, il calcolo in discernimento, il potere in servizio.
Torniamo, da buoni Armonauti, a fare quanto ci è possibile e ad affidare
l’impossibile a Colui che solo può far cadere acqua dalla luna.
Perché la fede comincia
proprio dove il grande mago di Baglioni depone, malinconicamente, la sua
bacchetta: nel riconoscimento che l’Uomo può donare bellezza e consolazione, ma
non può salvarsi da sé.
E assumiamo, insieme, con
umiltà operosa, la piena responsabilità della vigna che ci è affidata.
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