E
GLI
SCHERMI
Il villaggio educante si è rovesciato
-di ALBERTO PELLAI
Per la prima volta sabato
scorso abbiamo visto scendere in piazza preadolescenti che ancora frequentano
la scuola secondaria di primo grado. Apparentemente partecipavano a una
manifestazione connotata da temi sociali molto importanti. In realtà, quello che
hanno fatto molti di loro è stato spaccare tutto.
La piazza e la rivolta
sociale non sono luoghi e azioni per cui la preadolescenza può dirsi pronta.
Non lo è perché in preadolescenza si è dotati, per la prima volta nella vita,
di un corpo potente e di un’emozionalità straripante. L’ingresso in pubertà cambia
il corpo del preadolescente rendendolo pronto alla scoperta del mondo,
dotandolo di un’energia e di una forza che non ha mai posseduto prima. Al
contempo, anche la sua mente diventa potente. Il sistema limbico, che è il
luogo del cervello in cui si attiva il sentire emotivo, prende il controllo del
funzionamento psichico del preadolescente e lo rende vulnerabile a qualsiasi
proposta in cui c’è da mettere in gioco questa potenza inedita, che lui ancora
non sa “maneggiare bene”. La preadolescenza, infatti, è quel tempo di transito
dall’infanzia alle età successive, in cui si esce dal copione dell’obbedienza
verso gli adulti e ci si prepara all’autonomia: solo che in questo tempo della
crescita non si possiede la maturità cognitiva per poterlo fare bene.
Tutte le reti neuronali
che si occupano di governare e regolare le emozioni (a quest’età intense e
spesso fuori controllo) sono ancora fragilissime e devono essere potenziate e
strutturate attraverso un paziente, costante e sapiente lavoro del mondo adulto.
Fino a due decenni fa, i
preadolescenti uscivano fuori nel mondo con le loro biciclette, andavano al
campetto dell’oratorio o del parco cittadino a giocare a pallone, frequentavano
gli oratori, le associazioni sportive, lo scoutismo, la banda, il coro. Per la
prima volta si muovevano in autonomia nello spazio ristretto del loro
territorio di vita. Lì incontravano i loro coetanei, ma anche gli adulti della
loro comunità educante che ne supervisionavano la crescita, dando direzione a
questa loro nuova potenza che, giorno dopo giorno, veniva trasformata in
competenza. Poi è accaduto che all’improvviso ci è finita in mano una seconda
vita: eccitantissima, sempre accesa, piena di cose divertenti e anche molto
proibite. Sono scomparse le biciclette dalle città, gli adulti hanno immaginato
che avere i figli tranquilli a casa a giocare nelle community multiplayer fosse
in qualche modo più comodo e protettivo per tutti. Dentro lo schermo non cadi,
non fratturi le ossa, non fai rumore. Così la vita virtuale ha assorbito, quasi
inghiottito tutto il tempo libero dei nostri figli. E la preadolescenza, che è
in assoluto il tempo della crescita che risulta più fragile e vulnerabile
all’offerta del “Paese dei Balocchi”, si è tuffata dentro questo nuovo mondo e
questa nuova vita, ben felice di poter far esplodere la voglia di potenza e “sensation
seeking” tipica di questa età in territori ultra-eccitanti e gratificanti.
Le piattaforme di videogioco, i social media, i siti pornografici hanno
sostituito gli oratori, i campi da calcio, le uscite con gli scout. Le famiglie
più attente sul piano educativo hanno cercato di fare un faticosissimo lavoro
di equilibrismo pedagogico, imponendo ai figli dosi di vita reale obbligatorie.
Mentre prima i figli fuggivano fuori nel mondo, rincorsi dai genitori che
volevano imbrigliarne le richieste di libertà e autonomia, negli ultimi dieci
anni i genitori si sono trovati quasi obbligati a spingere ragazzi e ragazze
alla scoperta della vita reale, perché i loro figli – spesso – vi avrebbero
rinunciato molto volentieri, preferendo adagiarsi nella comfort zone del loro
parco giochi virtuale.
Ora però le rivolte di
sabato, ci dicono che a tutto questo si è aggiunto un altro fenomeno. Dopo
averli tenuti incollati allo schermo per anni, a fare le cose che avrebbero
dovuto fare nel mondo reale (ovvero giocare e socializzare), ora il mondo
online – che ha preso un forte controllo delle loro vite – comincia a dare loro
i comandi. “Vai in piazza e spacca tutto”: e loro come soldati obbedienti,
escono di casa e spaccano tutto. L’altro giorno, nei loro smartphones è
arrivato il messaggio: “Non andare a scuola, perché è troppo pericoloso”.
Complice la paura di noi adulti, quel giorno in tanti non sono andati a scuola.
A che cosa stiamo assistendo? A un totale ribaltamento del concetto di
villaggio educante: quello del mondo reale era fatto da persone che ci
mettevano la faccia e si prendevano responsabilità oggettive verso i minori
della propria comunità di appartenenza. Nel mondo virtuale, invece, c’è
qualcuno di cui non conosciamo nome e volto che come un burattinaio dirige i nostri
figli più fragili e più digitalizzati come farebbe un burattinaio che ne tiene
in mano i fili e ne condiziona i movimenti.
Se il villaggio educante
nel mondo reale punta a trasformare la potenza del preadolescente in
competenza, il mondo virtuale sembra invece spingere chi cresce verso l’azione
pulsionale e violenta, dove trovare il proprio posto nel mondo può voler dire
“spaccare tutto” oppure “non andare a scuola”. Il codice e il copione
comportamentale che sta invadendo la vita di chi cresce è al tempo stesso
occulto e molto violento, distruttivo e digitalmente nichilista. Questo è un
oggettivo e reale pericolo e questo, in effetti, è il tempo in cui noi del
mondo civile dobbiamo obbligare il mondo online a cambiare rotta e a non
trasformare i nostri figli in burattini del suo perverso progetto, di cui ogni
giorno vediamo gli effetti indesiderati e collaterali.






