domenica 30 agosto 2026

FRATELLI ?


 LA FATICA 

DI 

ESSERE FRATELLI



-di Enzo Bianchi


«Purtroppo, pensiamo che la fraternità sia un dato di fatto naturale, perché si nasce fratelli, perché qualcuno viene al mondo e ha un fratello, una sorella, prima di lui o dopo di lui. Ma in realtà tutta la storia ci mostra che questa fraternità naturale facilmente accede alla rivalità, alla concorrenza e quindi alla violenza, fino all’uccisione del fratello, come raccontano i miti di tutte le culture.

Non solo nella Bibbia - Caino e Abele - ma anche nella cultura romana - Romolo e Remo -, in quella greca, in quella babilonese c’è sempre il fratricidio. Si arriva proprio da fratelli, tra fratelli e sorelle, alla violenza, all’uccisione, alla negazione dell’altro, perché l’altro è colui che è venuto a chiedere di decentrarsi, è venuto a prendere parte del nostro posto, che era un posto unico, tutto nostro, è venuto a prendere parte dei nostri affetti. Affetti della madre e affetti del padre, che erano tutti per noi. E sentiamo ciò come privazione. Ci sentiamo defraudati da quest’altro intruso, sconosciuto, che arriva, che è fratello perché nato dallo stesso grembo della madre come dicevano i greci, ma che in qualche misura ci ha detronizzato.

La rivalità

E allora ecco la rivalità. Rivalità che a volte cova tutta una vita e arriva alla fine quando c’è la divisione dell’eredità della famiglia, del padre e della madre. Allora noi comprendiamo come la fraternità non sia un dato di fatto che sta dietro di noi nella vita, ma una vocazione. È un appello. È un esercizio che dobbiamo assumere. È qualcosa che dobbiamo tenere come assolutamente necessario per arrivare alla relazione, ai rapporti e ai rapporti innanzitutto di famiglia. Ma i rapporti poi anche di una comunità, ai rapporti di una società. La fraternità s’impara, non si riceve, s’impara a fatica e s’impara a caro prezzo».

«Dobbiamo essere molto seri con noi stessi e guardare in profondità, ciascuno di noi e guardare le relazioni che ci sono nella società. Negli ultimi anni, negli ultimi due decenni, c’è stato un forte imbarbarimento. È cresciuto il rancore, è cresciuta la rabbia, come dicono sovente anche le indagini che vengono fatte a livello italiano da istituti che sono più che autorevoli. E poi è cresciuta la sfiducia degli uni verso gli altri. Certamente, c’è stata anche la pandemia, ma io non maggiorerei mai questo evento che ci ha tenuti lontani, ci ha separati e ha creato quel bisogno di immunitas che allontana e rende diffidenti gli uni dagli altri. No, siamo diventati più cattivi.

La violenza

E qui la violenza cova più facilmente, a partire dalla famiglia, a partire dai rapporti più intimi, dove vediamo che si manifesta il parricidio, il matricidio, il femminicidio. Ci sono sempre stati, ma oggi c’è una frequenza che non è adeguata alla crescita che si ha all’interno della società di alcuni valori che pur anch’essi sono cresciuti: il rispetto degli altri, l’affermazione della dignità di ciascuno. Il che ci dice come è diventato davvero molto forte, molto efficace, questo desiderio di violenza verso gli altri fino al desiderio dell’annientamento e dell’omicidio.

E quindi oggi abbiamo un’epifania di ciò che c’è sempre stato, ma che ha delle cause ben precise in questa evoluzione ultima all’interno della società e della nostra cultura, che è una cultura che non ascolta, che ama lo scontro, che ama assolutamente contrapporsi all’altro senza mai avere la possibilità di uno scambio, di un dialogo. Lo vediamo addirittura nei mass media come si ama lo scontro, la polemica e non il dialogo, non l’ascolto reciproco. Addirittura, dobbiamo confessarlo con vergogna, è lo scontro che fa audience, è lo scontro che richiama spettatori. Sembra che il dialogo, l’ascolto reciproco, non riesca più ad attirare l’attenzione dei telespettatori».
 

L’umanità

«Io mi rivolgo da sempre a credenti e non credenti, perché ciò che per me è importante è veramente l’umanità. Ciò che per me non è estraneo è l’umano. E quindi se io dico una parola, la posso solo dire nello spazio dell’umano. Però attenzione, non si tratta con questo di annullare la differenza cristiana sulla quale ho sostato più volte e che faccio emergere sempre. C’è una differenza cristiana. Certo, la salvezza, la buona notizia riguarda tutti. Non ci sono muri, non ci sono certamente delle enclave per i credenti. Non ci sono posizioni di privilegio nei confronti di una vita umana, se vale o non vale. Tutti saremo giudicati sulla capacità di rapporti con gli altri, nell’amore, nella cura degli altri, nella responsabilità per gli altri alla stessa maniera. Ma se c’è una speranza cristiana, che non è solo per i cristiani, che è quella che la vita vinca la morte, l’amore vinca la morte a causa della resurrezione di Cristo, di questo non mi vergogno, lo dico e penso che possa essere l’annuncio anche per i non credenti. La accolgano o no, la mettano davanti a loro come interrogativo o no…, però la devo dire».


 L’inclusione

«Innanzitutto, lei deve pensare che la Chiesa ha sedici secoli dietro le spalle in cui ha amato l’uniformità, ha amato essere una sola voce, ha amato soprattutto avere una voce contro gli altri. Tutti gli altri che non erano dentro lo spazio della Chiesa, erano nemici. Sono cambiati, sono stati i saraceni, sono stati a un certo punto gli eretici, sono stati gli ebrei: nella Chiesa è stato davvero quasi un piacere poter espellere, poter innalzare muri e dire che qualcuno stava fuori. A me ha sempre impressionato come al mio paese, quando c’era un suicida lo si seppelliva fuori del muro del cimitero. Neanche coi morti lo si metteva. Perché c’era questa volontà di esclusione. Si spiavano i peccati degli altri. Se spiava il pensiero degli altri se era eretico, e lo si rigettava.

 Ecco, dal Concilio Vaticano II in poi sembra che la Chiesa abbia imboccato un’altra via, che è una via dell’inclusione. E soprattutto è Papa Francesco che ha capito che l’orizzonte per un futuro è quello dell’umanità, non è quello delle confessioni religiose, se pure hanno un significato, ma è l’umanità. E allora lui parlava a nome di tutta l’umanità, e anche se dà a volte il messaggio ai cristiani, chi lo sa leggere bene vede che lui con gli occhi guarda all’umanità non cristiana, vede i confini del mondo. Tutta un’umanità deve essere salvata, tutta un’umanità è degna di una vita migliore. Questo mi sembra anche il fondamento della sua “Fratelli tutti” che ha voluto indirizzare a tutti gli uomini. Questo è l’orizzonte cristiano. Ma la Chiesa fa fatica. I cristiani sovente sono gretti. Sono persone molto devote, molto religiose, ma che hanno poca fede. Non hanno una fede stabile, salda, di non temere l’altro. Hanno la religione con cui con l’altro si va solo in concorrenza».

Ilblogdienzobianchi

 

EGOLATRIA

 


 Il virus

 spirituale


 nell’epoca 

dei social




-       di Luca Farruggio

Se vogliamo vedere la “cosa” in faccia, dobbiamo ammettere che esiste una malattia spirituale che domina il nostro tempo con una forza forse mai conosciuta prima: l’egolatria. Si tratta dell’adorazione del proprio ego, della trasformazione della propria immagine in un piccolo altare davanti al quale gli altri sono chiamati a inginocchiarsi.

 Nell’epoca dei social questa malattia sembra essersi diffusa come un virus mortale. Ogni giorno, infatti, siamo invitati a mostrarci, raccontarci, esibirci, raccogliere consensi. Il rischio è quello di confondere il valore con l’approvazione e la verità con il numero di persone che ci applaudono.

 L’egolatria, però, non distrugge soltanto l’individuo: distrugge le relazioni umane, la cosa più preziosa che abbiamo a disposizione per vivere questi quattro giorni di vita terrena.

Così ci si circonda progressivamente di persone che ci esaltano, che ci danno ragione, che evitano di dirci ciò che pensano davvero. Si costruisce così una corte di adulazione nella quale nessuno è più disposto a cambiare prospettiva, perché cambiare prospettiva significherebbe mettere in discussione l’immagine granitica ma “malata” che abbiamo costruito di noi stessi.

 Ed è proprio qui che dovrebbe nascere una riflessione ancora più profonda: forse dovremmo ascoltare con maggiore attenzione anche i nostri nemici. Infatti, una critica proveniente da un nemico può contenere una verità che un amico, per affetto o per timore di perderci, non ha il coraggio di dirci. Il nemico, talvolta, osserva le nostre debolezze senza indulgenza e può mostrarci ciò che gli amici, proprio perché ci vogliono bene, preferiscono non vedere. Non significa dare ragione a chi ci osteggia, ma avere l’umiltà di domandarsi: “e se almeno in parte il nemico avesse ragione?”. È una domanda terribile per l’ego e, proprio per questo, può diventare una domanda salvifica. Il vero si cela sempre dietro i paradossi!

 I social hanno certamente gettato benzina sul fuoco di questa forma contemporanea di egolatria, trasformando spesso la ricerca di approvazione in una necessità quotidiana che vale più del pane quotidiano. Ma il problema è molto più antico della tecnologia. Gesù, in tempi non sospetti, aveva già indicato una strada radicale (come radicale è tutto il Vangelo): «Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo; è meglio per te entrare nel Regno di Dio con un occhio solo, anziché avere due occhi ed essere gettato nella Geenna».

 Ma al di là della durezza dell’immagine evangelica, il significato è davvero sconvolgente e deve farci riflettere prima che sia troppo tardi. Infatti se qualcosa ci impedisce di vedere la verità, dobbiamo avere il coraggio di liberarcene con tutti i mezzi spirituali a nostra disposizione per vivere la vita reale. Questa da un lato è un duro mestiere, dall’altro é anche fatta di attimi di immeritata felicità. Ma è l’unica che abbiamo e non dovrebbe finire per essere sprecata futilmente.

 Forse nell’epoca dell’io continuamente esposto il vero gesto “rivoluzionario” non è quello di mostrarsi di più, ma imparare finalmente ad ascoltare ciò che non vorremmo sentirci dire e di sparire lentamente da queste “dipendenze mortali”.

IlblogdiEnzoBianchi

Immagine

 

 

NOI PICCOLI PICCOLI

 


PROPOSITO 

DEL NEPAL



Avendo visto quello che è successo in Nepal e, qualche tempo fa, avendo scattato una foto su una spiaggia dove avevo trovato una vecchia ed indistrutta confezione di gelato datata 1997, ho scritto una mia riflessione che mette insieme l’ambiente e la letteratura di uno sconosciuto nostro autore siciliano, Giuseppe Bonaviri, che ha ben riflettuto sul rapporto e del mancato rispetto tra uomo e ambiente

-di Giovanni Mannara

Le recenti catastrofi ambientali che hanno colpito il Nepal riportano al centro dell’attenzione un tema di grande attualità: il rapporto tra l’uomo e la natura. Di fronte alla forza distruttiva di eventi naturali estremi, l’essere umano riscopre la propria fragilità e comprende quanto sia illusoria la convinzione di poter dominare completamente l’ambiente. La crisi ecologica ci impone, dunque, di ripensare il nostro rapporto con la Terra e di riconoscere che la sopravvivenza dell’uomo dipende dall’equilibrio degli ecosistemi.

Questa riflessione trova un significativo punto di contatto nella poetica di Giuseppe Bonaviri (1924-2009), scrittore siciliano che ha dedicato gran parte della propria opera al rapporto tra uomo, natura e cosmo. Nato a Mineo, in provincia di Catania, Bonaviri porta nella sua narrativa il paesaggio della Sicilia, con i suoi alberi, gli animali, le campagne e le tradizioni popolari. Tuttavia, la sua terra non rimane confinata alla dimensione regionale: attraverso di essa lo scrittore giunge a interrogarsi sul significato universale dell’esistenza.

 Nelle opere di Bonaviri la natura non rappresenta un semplice sfondo delle vicende umane, ma è una presenza viva, con una propria memoria e una propria dimensione temporale. L’uomo non si trova al di fuori di essa, come un osservatore o un dominatore, ma ne è parte integrante. È proprio questa concezione a rendere centrale nella sua poetica il rapporto «uomo-natura-cosmo».

L’individuo, apparentemente al centro della realtà, diventa così una piccola componente di un universo infinitamente più grande. Questa visione emerge con particolare intensità ne Il fiume di pietra, (Einaudi, 1979), dove gli elementi naturali assumono una dimensione quasi mitica. Il fiume e la pietra evocano due forme diverse della materia e del tempo: l’acqua scorre e si trasforma, mentre la pietra sembra custodire una memoria millenaria. Attraverso il paesaggio, Bonaviri supera la dimensione della cronaca e inserisce la vicenda degli uomini in una prospettiva cosmica. La natura diventa quindi una sorta di grande libro nel quale è possibile leggere la storia dell’umanità. Un altro esempio significativo è La divina foresta, (Sellerio, 1969), opera nella quale emerge con forza il tema della distruzione dell’ambiente.

La perdita degli alberi e degli animali provocata dall’intervento umano non rappresenta soltanto una trasformazione del paesaggio, ma una vera e propria frattura dell’armonia naturale. In questa prospettiva, la distruzione della natura coincide anche con l’impoverimento dell’uomo, perché ciò che viene danneggiato è il sistema di relazioni che rende possibile la vita. La sensibilità di Bonaviri può essere definita, in senso ampio, ecologica, anche se sarebbe riduttivo considerarlo semplicemente uno scrittore ambientalista. La sua riflessione va oltre la necessità di proteggere un territorio: invita a modificare la nostra stessa idea dell’essere umano. L’uomo non è il padrone della natura, ma una delle sue molteplici espressioni. Come suggerisce la sua concezione dell’«uomo-natura-cosmo», ogni individuo è legato agli altri esseri viventi e alla materia che compone il mondo. Da questo punto di vista, il collegamento con il Nepal ed un indistrutto e dopo decenni restituito dal mare contenitore di gelato acquista un valore particolarmente significativo.

Una testimonianza drammaticamente archeologica del nostro tempo. Le catastrofi ambientali mostrano concretamente quanto l’equilibrio del pianeta sia delicato e quanto le comunità umane siano vulnerabili quando tale equilibrio viene compromesso. Non tutti i disastri naturali sono direttamente causati dall’uomo, ma il cambiamento climatico, il consumo del suolo e la distruzione degli ecosistemi possono aumentare la vulnerabilità dei territori e delle popolazioni. La letteratura di Bonaviri ci offre allora una prospettiva preziosa: ci invita a cambiare il nostro sguardo sulla natura. Guardare un bosco, un fiume o un animale non significa semplicemente osservare qualcosa di esterno a noi, ma riconoscere una realtà della quale facciamo parte. La sua scrittura trasforma così il paesaggio in una riflessione sull’esistenza e la memoria personale in una meditazione sul destino dell’intero cosmo.

La poetica di Giuseppe Bonaviri, allora, conserva una sorprendente attualità. In un’epoca segnata dalla crisi climatica e dalla crescente preoccupazione per il futuro del pianeta, il suo pensiero ci ricorda che l’uomo non può vivere contro la natura, perché vive nella natura e della natura. Proteggere l’ambiente significa quindi non soltanto salvaguardare il pianeta, ma tutelare la nostra stessa esistenza. È questa, forse, la lezione più profonda che possiamo trarre dalla sua opera: recuperare la consapevolezza della nostra appartenenza alla Terra significa riscoprire, insieme alla responsabilità, anche il senso autentico della nostra umanità.

giovannipepi.it

UN'EDUCAZIONE DI VALORE

 


Papa Leone 

e la scuola, 

l’educazione, 

la tutela 

dei diritti universali



-di Stefano Pagnifredi

Nella sua enciclica Papa Leone XIV tratta anche il tema della scuola, dell'educazione e della tutela dei diritti universali.  Diverse sono le riflessioni sull'argomento.

Per quanto riguarda la scuola, vi è la denuncia, a chiare lettere, dell'insufficienza degli investimenti sui sistemi formativi e l'educazione in generale, a tutela degli apprendimenti per tutti. Investimenti in senso materiale ma anche nel significato di impegno a sostenere a priori il valore di un'educazione all’umanità nel tempo della tecnica.

<<In non pochi Paesi>> nota Papa Leone << lo Stato non ha ancora investito le risorse necessarie per garantire a tutti un’educazione di qualità, sia sostenendo adeguatamente il sistema scolastico pubblico sia supportando le istituzioni private che offrono questo servizio fondamentale.>> Il discorso non è una citazione isolata ma costituisce un punto di partenza per richiedere maggiori investimenti e risorse non solo sulla scuola ma sull’educazione a principi di umanità, giustizia e pace. Un discorso che investe tutti noi

<< dobbiamo essere fedeli alla verità, investire nell’educazione, curare le relazioni, amare la giustizia e la pace.>> e ancora a proposito dell'IA e dell'esserci situato afferma << Investiamo nell’educazione, che inizia da noi stessi! Abbiamo tutti bisogno di formarci a vivere il digitale in modo umano, come parte integrante dell’educazione alla fede e alla vita buona del Vangelo>>

Questa costante domanda di investimento sulla scuola e sull'educazione si accompagna all'esortazione a non restare inerti, a non accontentarsi della sola dichiarazione dei principi. Che sarebbe una testimonianza a metà, un impegno cristiano di facciata. << In quest’opera siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarci nello spiritualismo o nei nostri piccoli mondi>>  Un ruolo attivo dunque, che esclude di per sé il far finta di non vedere, esclude - e qui si viene al tema dei diritti-il disimpegno nei riguardi dei diritti inviolabili della persona umana ad essa connessi, esclude l'indifferenza a come tali diritti siano tutelati e posti a fondamento anzi dei nostri sistemi legislativi, esclude anzi la rinuncia a che siano tutelati

 << Guardando al nostro tempo, non possiamo ignorare che la tutela dei diritti umani è oggi esposta a due rischi particolarmente gravi. Il primo è quello di una loro dichiarazione puramente formale, mentre, insieme al progresso tecnologico, avanzano in modo dissimulato o evidente violazioni della dignità umana. Il secondo, che in realtà è alla radice del primo, è quello di non poter più riconoscere il fondamento della loro universalità, perché si è rinunciato alla «ricerca dei fondamenti più solidi che stanno alla base delle nostre scelte e delle nostre leggi>>.


venerdì 28 agosto 2026

AGOSTINO E LA PACE


 Alla scuola 

di sant'Agostino

 per un'autentica coscienza di pace


Per il vescovo di Ippona ogni uomo anela ad un'esistenza pacifica. “La pace degli uomini è l'ordinata concordia”, scrive ne La città di Dio, nella quale definisce "la pace dello Stato come "ordinata concordia del comandare e obbedire dei cittadini". Per Leone XIV è un messaggio attuale e da riscoprire quello del “dottore della Grazia”, perché invita ciascuno a riconoscere la propria dignità e quella di tutti gli altri e a vivere come fratelli

-di Tiziana Campisi - Città del Vaticano

Padre della Chiesa,  conosciuto come filosofo e teologo, per il suo ministero episcopale a Ippona, l’odierna Annaba, in Algeria — che lo ha rivelato pastore saggio, sapiente predicatore e studioso appassionato delle Scritture — e per le sue svariate opere, nelle quali ha saputo far dialogare fede e ragione, ha aperto la sua interiorità e ha fornito un enorme contributo allo sviluppo della dottrina cristiana. Sant’Agostino, di cui oggi ricorre la memoria liturgica, è nato a Thagaste il 13 novembre 354 ed è morto a Hippo Regius il 28 agosto 430. Fra i più grandi testimoni della fede cattolica, è tuttora "una figura di grande rilievo", come ha detto Leone XIV parlando con i giornalisti, in volo da Algeri a Yaoundé, il 15 aprile scorso, durante il viaggio apostolico in Africa. Perché "i suoi scritti, il suo insegnamento, la sua spiritualità, il suo invito a cercare Dio e a cercare la verità sono elementi di cui c’è grande bisogno nel nostro tempo". Per il Pontefice, insomma, quello del "dottore della Grazia" è "un messaggio che è molto attuale", per i "credenti in Gesù Cristo ma anche per ogni persona", perché invita ciascun individuo a riconoscere la propria dignità e quella di tutti gli uomini, a porsi con umiltà di fronte agli interrogativi esistenziali e a confrontarsi con gli altri.

Con Agostino costruire ponti

Religioso dell’Ordine di Sant’Agostino, tornando in Algeria, dove era già stato quando era priore generale, il Papa ha voluto rimettere in luce quella “visione” che il santo di Tagaste “offre in termini di ricerca di Dio” e impegno “per costruire comunità” e promuovere “l’unità tra tutti i popoli” e il loro “rispetto”, riconoscendo le “differenze”. Perché il vescovo di Ippona, “oggi, da un lontano passato”, parla ancora; in particolare “di tradizione”, “della vita della Chiesa”, di come la Chiesa sia “cresciuta nei primi secoli”. E proprio nel segno di Agostino, ha spiegato il Pontefice a cronisti e operatori dei media, ad Algeri c’è stata l’“opportunità di continuare a costruire ponti, a promuovere il dialogo”, ad esempio con la visita alla Grande Moschea. Per Leone un evento significativo, perché ha dimostrato che, sebbene ci siano “credenze diverse, modi diversi di pregare e modi diversi di vivere, possiamo convivere in pace”.

Pace, ordine e concordia

 “Cercate tutti la pace”, “quella pace che tutti cerchiamo anche in questa carne mortale e fragile, anche in questa più che illusoria vanità”, quel bene “così grande”, esorta il vescovo di Ippona in un suo discorso (25,7) scorgendo il medesimo anelito in ogni uomo, tanto da evidenziare, ne La città di Dio (XIX, 11), che pure “negli eventi posti nel divenire di questo mondo, abitualmente nulla si ode di più gradito, nulla si desidera di più attraente, infine nulla si consegue di più bello” quanto “il bene della pace”, così caro a chiunque. E “abbiate a cuore la pace in casa, nel lavoro, con la moglie, con i figli, con i servi, con gli amici e con i nemici”, lo spinge a dire il suo cuore di presule ai fedeli della sua diocesi nell’Esposizione sul Salmo 147(15). Non ritenendola un’idea astratta la pace, ma strettamente legata all’ordine e alla concordia. “La pace degli uomini è l'ordinata concordia” scrive infatti (La città di Dio XIX,13,1), e ancora: “La pace dello Stato è l'ordinata concordia del comandare e obbedire dei cittadini, la pace della città celeste è l'unione sommamente ordinata e concorde di essere felici di Dio e scambievolmente in Dio, la pace dell'universo è la tranquillità dell'ordine. L'ordine è l'assetto di cose eguali e diseguali che assegna a ciascuno il proprio posto”.

Sviluppare una coscienza di pace

L’eco di queste parole è emersa recentemente. Durante l’udienza generale del 19 agosto scorso, il Papa, salutando pellegrini e fedeli, ha sollecitato tutti "a sviluppare sempre in se stessi un’autentica coscienza di pace", incoraggiando ogni persona a maturare e mantenere nel proprio cuore sentimenti di pace, affinché l’armonia interiore divenga concordia con gli altri e ricerca del bene comune. “Abbiate la sincera consapevolezza che la pace è un bene prezioso e grande”, ha esortato. Leone ha anche specificato che “per realizzarla” serve “un forte e costante impegno”, “seguendo con onestà e verità le vie che la costruiscono e la confermano nella società”.

Vivere come fratelli

Già di ritorno dal suo primo viaggio internazionale, quello in Türkiye e in Libano con pellegrinaggio a İznik in occasione del 1700° anniversario del primo Concilio di Nicea, il 2 dicembre 2025, il Papa, l’aveva manifestata la volontà di impegnarsi nella promozione della pace, esprimendo il desiderio di “continuare il discorso di dialogo, di costruzione di ponti fra il mondo cristiano e il mondo musulmano” iniziato come superiore dell’ordine agostiniano, ricominciando da Pontefice “dai luoghi della vita di sant’Agostino, che “aiuta molto come ponte”. Un viaggio, quello compiuto dal 13 al 15 aprile di quest’anno, che Leone ha voluto vivere “come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale”, come ha raccontato all’udienza generale del 29 aprile, e che gli ha permesso di “ripartire dalle radici” della propria “identità spirituale” e di “attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di oggi: il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il mondo islamico; il ponte con il continente africano”.

La visita in Algeria è stata, insomma un’occasione “per mettersi alla scuola di Sant’Agostino” e per “toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso”.

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IL PARADOSSO EVANGELICO

 

Pietro sulle montagne russe,

alle prese con il paradosso evangelico



Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXII domenica del tempo ordinario (anno A)

Ger 20,7-9; Sal 62/63; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

Dopo l’elogio, il rimprovero. Potremmo restare sconcertati da questa apparente incoerenza comportamentale nei confronti di Pietro da parte di Gesù. Il cui contegno sembra, nell’odierna pagina evangelica, troppo umorale ed estremamente volubile, se paragonato a quello descritto nella pagina evangelica di domenica scorsa.

In quella scena, immediatamente precedente a quella illustrata oggi, Gesù aveva lodato Pietro perché, nel profondo della sua coscienza credente, s’era lasciato ispirare da Dio nel dare la giusta risposta all’interrogativo del Maestro di Nazareth: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro, difatti, gli aveva risposto: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente». Possiamo immaginare il trasporto iniziale dell’apostolo nel proferire il titolo messianico per eccellenza: «Tu sei il Cristo», in esso riecheggiando le convinzioni e le speranze di tanti israeliti di quell’epoca, la loro attesa di un condottiero che guidasse finalmente il popolo eletto alla riscossa contro i suoi nemici.

Possiamo immaginare il disappunto affiorato nello sguardo di Gesù, che una tale idea messianica non condivideva e non aspirava a impersonare, essendo egli venuto piuttosto non per comandare ma per servire, non per uccidere ma per offrire la propria vita, non per primeggiare alla maniera dei re e dei principi di questo mondo bensì per essere l’ultimo e il più piccolo. Giacché questa è, in verità, la logica di Dio: nel suo Regno, quello che indichiamo con la metafora del Cielo, la scala valoriale terrena si capovolge, cosicché gli ultimi diventano i primi e i più piccoli risultano i più grandi. Non per niente Gesù, nel brano matteano di domenica scorsa, ordina ai discepoli di non andare in giro a dire che egli è il Cristo, se del suo messianismo anche loro devono rischiare di propagandare un’erronea concezione politica e militare. Per questo – possiamo continuare a immaginare, assecondando il metodo degli esercizi spirituali insegnato da Ignazio di Loyola – il povero Pietro aveva corretto in estemporanea il tono della sua risposta, aggiungendo che Gesù è pure «il Figlio del Vivente», per dire che quel suo messianismo dovrà rivelarsi coerente con la chiaroveggente e lungimirante volontà di Dio Padre suo, più che a qualsivoglia umana attesa contingente. Un’autocorrezione che Gesù apprezza, intuendo che è giustappunto suggerita a Pietro proprio da Dio.

Ora, invece, nel prosieguo di quello stesso episodio accaduto presso Cesarea di Filippo, e perciò presumibilmente solo dopo pochi minuti dall’averlo elogiato, Gesù rivolge a Pietro parole durissime: «Va’ dietro a me. Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Come a dirgli: è meglio se continui a lasciarti ispirare da Dio, perché appena cominci a pensare a prescindere da quella santa ispirazione, torni a sbagliare, interpretando di nuovo il mio messianismo in termini errati, secondo logiche soltanto umane, troppo umane. E, così, invece di essermi di aiuto nella missione messianica, ti dimostri d’intralcio (questo significa la frase idiomatica: «mi sei di scandalo»). Perciò, dopo averti posto come fondamento della mia Chiesa (come fondamento, non come primo), ti avverto anche di non fare passi più lunghi della tua gamba e di mantenerti nell’atteggiamento del discepolo, cioè di chi segue il suo Maestro senza presumere di poterselo lasciare alle spalle (questo vuol dire la frase idiomatica: «va’ dietro a me»).

Pietro avrà avuto la sensazione di chi ai nostri giorni viene spinto controvoglia a farsi un giro sulle montagne russe, ora su ora giù all’improvviso, con lo stomaco in subbuglio. Il brusco cambiamento di Gesù, tuttavia, è ben motivato: il suo rimprovero è la riprova del fatto che Pietro e gli altri apostoli continuavano a fraintendere il senso autentico del messianismo di Gesù. Il quale, a sua volta, insiste a dir loro che, per essere suoi veri discepoli, devono seguire le sue orme, devono accompagnarlo nel suo percorso pasquale verso l’offerta di sé: «Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno». E quando proprio Pietro, cioè colui che ormai era stato vocato a rappresentare l’intera comunità radunata attorno a Gesù, forse proprio in quanto ringalluzzito da quella straordinaria chiamata, palesa la sua incapacità di capire come stanno davvero le cose («Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai»), il Maestro lo ammonisce aspramente: Pietro non deve azzardarsi a sentenziare ciò che Dio dovrebbe volere o non volere.

Ma il monito rivolto a uno vale per tutti: «Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”». Ogni discepolo, per essere tale, allora come oggi, deve immedesimarsi in Gesù, condividere la sua missione per come egli la riceve dalla volontà del Padre, nei termini in cui egli la intende e la vive, in vista del servizio verso tutti e non del governo sugli altri. Si tratta di un’esperienza radicale, che occorre fare personalmente. Ne va della nostra vita, anche se – nell’ottica del paradosso evangelico – viviamo per sempre solo se ci aggreghiamo al Cristo nel suo passaggio attraverso le strettoie della morte. Vale a dire “giocandoci” l’esistenza, assieme al Cristo.

Essere suoi discepoli, infatti, significa configurarci a lui, senza perderci, semmai ritrovandoci. Senza annullare la nostra identità, piuttosto riscoprendola nei suoi reali contorni. Confrontandoci con Cristo Gesù, vivendo in lui, con lui, grazie a lui, veniamo a sapere chi veramente siamo e dobbiamo essere, qual è la nostra vocazione, a quale compito siamo chiamati.

Nella comunione spirituale col Cristo recuperiamo la capacità di comprendere e di accettare, al modo di Gesù, Figlio del Dio Vivente, la volontà del Padre. È quel che Paolo scriveva nella sua lettera ai Romani, come leggiamo nella seconda lettura di oggi: «Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 

Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto».

www.tuttavia.eu

LA PAURA E LA SICUREZZA

 


Prima ancora di essere politica, l’esigenza di sicurezza è psichica. Per questa ragione non può essere liquidata come un comportamento regressivo o il frutto di un’azione di propaganda a fini elettorali. È un errore clamoroso che spesso coinvolge anche la sinistra.



“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno.” M.L.King

 


Massimo Recalcati 

In un tempo traumatizzato dalle guerre e dall’incertezza per il nostro avvenire il tema della sicurezza si è caricato di una valenza che non è più solo politica, ma assume anche una connotazione mentale. Ridurre l’esigenza di sicurezza alla manifestazione di un rudimentale analfabetismo politico non solo è un errore strategico che spalanca praterie per una predicazione “alla” Vannacci, ma segnala soprattutto l’incapacità di comprendere il carattere inaggirabile della pulsione securitaria

L’essere umano non è, infatti, solamente un «animale sociale» — come riteneva classicamente Aristotele — ma è anche animato da una spinta (antisociale) a rifiutare l’estraneo, lo straniero, a identificarlo, come direbbe Freud, con l’ostile in quanto fattore di perturbazione del suo equilibrio interno. 

La pulsione a chiudersi anziché ad aprirsi non è, dunque, una patologia mentale, ma una attitudine fondamentale dell’essere umano destinata ad accentuarsi di fronte a situazioni di incertezza e di disordine. La pulsione securitaria nasce dalla necessità di tracciare confini identitari che possano proteggere la vita individuale e collettiva dall’irruzione dell’estraneo. 

Prima ancora di essere politica, l’esigenza di sicurezza è dunque una esigenza psichica. 

Se la figura di Ulisse mette in luce il carattere avventuroso della nostra vita, la fame di conoscenza che la conduce a varcare i confini, a sentirsi attratta dall’ignoto, non bisognerebbe mai dimenticare che esiste nell’essere umano anche una spinta altrettanto intensa a preservare e a difendere i propri confini: chiudere una porta, recintare una proprietà, edificare una frontiera rispondono all’esigenza psichicamente elementare di distinguere il famigliare dall’estraneo. Il confine non è dunque soltanto una astratta linea geografica, ma una forma essenziale della nostra organizzazione mentale. 

Per questa ragione la richiesta di sicurezza non può essere liquidata come un comportamento politicamente regressivo o come il frutto di un’azione di mera propaganda organizzata a fini elettorali. È un errore clamoroso che spesso coinvolge anche esponenti illustri della sinistra. 

Dovremmo ricordare loro che non esiste solo il fascino irresistibile di Ulisse, ma anche l’acuta osservazione di Elias Canetti che mette in rilievo la particolare sensazione che ci investe quando, camminando lungo un grande viale cittadino o salendo su di un tram, urtiamo accidentalmente uno sconosciuto. Per un istante i nostri confini personali vengono violati. Qualcuno che non conosciamo è entrato abusivamente nel nostro spazio fisico interrompendo una distanza che ci protegge. 

Per un verso, dunque, l’umanità non sarebbe mai uscita dai propri confini se l’ignoto avesse prodotto soltanto paura, ma, per un altro verso, l’ignoto può suscitare un brivido capace di trasformare la curiosità per lo straniero in una minaccia di violazione. 

L’esasperazione ideologica della pulsione securitaria è ovviamente sempre possibile. 

Nel corso del Novecento ha provocato drammi senza precedenti. Il rischio della sua trasformazione in xenofobia, in culto della razza e della salute o, addirittura, nella fantasia delirante di un mondo finalmente liberato da ogni forma di alterità, si è avverato tragicamente. 

Tuttavia, chiudere i confini, alzare barricate, difendere il proprio territorio non sono soltanto gesti ideologici, ma rispondono a un fantasma fondamentale: costruire un luogo protetto dall’irruzione dell’esterno. Freud faceva l’esempio del guscio che assicura protezione di fronte agli stimoli imprevedibili provenienti dall’esterno: un dentro senza fuori, uno spazio finalmente sottratto all’imprevisto. 

Il compito di una politica all’altezza della sfida della democrazia dovrebbe essere quello di riconoscere l’esistenza della pulsione securitaria. Senza irridere la chiamata alle armi di cui si fa portavoce il generale Vannacci, bisognerebbe avere il coraggio di sostenere che l’inclusione non comporta la cancellazione della propria identità nazionale, che l’accoglienza non comporta la negazione della propria memoria storica, che il confine come luogo di scambio non comporta la sua soppressione come soglia che definisce un’appartenenza. 

Nondimeno, la domanda di sicurezza è inesauribile perché non può mai essere pienamente soddisfatta: più il mondo appare precario, disordinato, imprevedibile, più cresce il desiderio di stabilire confini sempre più netti; più le identità si mescolano, più può emergere la tentazione a solidificarle. Ma il problema è che la sicurezza assoluta coincide solo con la morte. Un mondo completamente sicuro sarebbe un mondo senza sorpresa, senza alterità e senza rischio. 

È questa la contraddizione che bisognerebbe riuscire a rendere feconda: non si dovrebbe semplicemente opporre apertura a chiusura, libertà a sicurezza. Se, come sappiamo, una società che organizza la propria identità intorno alla paura è destinata a trasformare la protezione in una forma di segregazione, non dovremmo nemmeno dimenticare che una società che nega l’esistenza della paura finisce per consegnarsi ai peggiori propagandisti della reazione. 

Il compito della politica non è quello di sopprimere la pulsione securitaria, ma di tenerne conto dandole una forma che non distrugga ciò che pretende di proteggere. Non abbiamo paura soltanto perché qualcuno ci ha insegnato ad averne. Abbiamo paura perché siamo esseri vulnerabili, esposti alle insidie del mondo. La civiltà non comincia quando eliminiamo la paura, ma quando impariamo a non trasformarla in una spinta aggressiva. La paura non è l’esito di un deficit cognitivo ma ci appartiene. Cosa ne possiamo fare? La brace che alimenta la follia di una società chiusa su se stessa che trasforma i suoi confini in muraglie o una domanda di sicurezza da tenere in seria considerazione, non negata e non schernita snobisticamente come se fosse solo il prodotto pregiudiziale di una cattiva educazione o di una manipolazione propagandistica?

la Repubblica 

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