venerdì 26 giugno 2026

NON E' DEGNO DI ME


 28 giugno 2026 

XIII Domenica 

del Tempo Ordinario

 anno A 



-di Card. Pizzaballa, Patriarca L di Gerusalemme

Anche questa domenica siamo all’interno del discorso missionario di Gesù: oggi leggiamo la conclusione di questo dicorso, Mt 10,37-42.. 

Il brano inizia con alcune parole che aprono ad un approfondimento molto importante. 

Gesù dice infatti: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,37-38).

Per tre volte, Gesù rimanda i discepoli ad una possibilità, quella di non essere degni di Lui.

Cosa significa? 

Tutto il capitolo 10 non ha fatto altro che sottolineare un elemento fondamentale, ovvero che la missione non è un compito, non è qualcosa da fare, non è una strategia da portare avanti. 

È una comunione di vita e di amore, vissuta dal discepolo con il proprio Signore; nasce dal condividere il suo sguardo di compassione per gli uomini, e si compie nel portare a tutti il suo stesso messaggio di salvezza. 

Abbiamo ascoltato, nelle scorse domeniche, che Gesù invita a non avere paura, perché la vita dei discepoli è preziosa agli occhi del Padre; non devono preoccuparsi di cosa dire, perché in loro parla lo Spirito Santo.

Insomma, tutto ripete, in modi diversi, un’unica verità, ovvero che la vita dei discepoli è preziosa agli occhi del Signore; che è degnadi Lui. 
Il discepolo è così degno del suo Signore da essere abilitato a vivere non solo la sua vita, ma anche, addirittura, la Sua morte. È degno di vivere la Sua stessa vita, fino al dono totale di sé, esattamente come il Signore. 

Ecco, dunque, il senso delle parole di Gesù. 

Il discepolo testimonia innanzitutto questo: una dignità immensa, che lo precede e che gli è donata gratuitamente. 

È una dignità che non gli viene dai suoi meriti o dalle sue capacità, ma dalla partecipazione alla vita del Figlio, alla condivisione dello stile di Dio, che ogni discepolo è chiamato a rendere trasparente nella propria esistenza quotidiana. 

C’è un rischio, però, ed è quello di perdere questa dignità, di allontanarsi, di “non essere degni”, come dice Gesù.

Non la si perde quando si sbaglia, quando si pecca: quello è il luogo, semmai, dove il discepolo può sperimentare ancora di più la gratuità di una misericordia che lo rende unito al Signore.

La questione è più profonda.  

Gesù dice che non è degno di Lui chi ama genitori, figli o anche se stesso più di Lui. 

Cosa significa? Iniziamo dal dire cosa non significa. Gesù non dice di non amare i propri parenti, e non dice nemmeno di amarli di meno di quanto si ami Lui. 
Perché, quando si ama, non si sta a misurare, a calcolare, a soppesare. 
Gesù non sta neppure chiedendo un amore per Lui che escluda gli altri, che li dimentichi o che non se ne prenda cura. 

Gesù sta dicendo che ogni nostra capacità di amare viene da Lui ed è dono suo. 
È la relazione con Lui che rende possibile ogni altro amore.

Senza questa relazione fondante, l’amore rischia di diventare possesso, alienazione, schiavitù, violenza.  

Se invece la nostra vita è fondata sulla relazione con Cristo, allora siamo diventiamo via via capaci  -anzi, “degni”-, di amare tutti come Gesù ama; di portare la croce come Lui la porta. 

Con questa chiave di lettura, possiamo leggere anche i versetti conclusivi del nostro brano (Mt 10, 40-42), che concludono anche l’intero discorso missionario: “Chi accoglie voi accoglie me…Chi darà anche solo un bicchiere d’acqua fresca…”. 

Chi accoglie il discepolo accoglie la presenza del Signore, che lo ha reso degno di amare come Lui. 

E per questo, riceverà una ricompensa sproporzionata, infinitamente più grande di ciò che avrà donato al missionario che avrà accolto: perché la sua ricompensa sarà questa stessa comunione accolta, una comunione che si contagia e si dilata,anche attraverso un solo gesto di bontà. 

+Pierbattista

Patriarcato Latino Gerusalemme

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DAGLI AMICI CI GUARDI IDDIO

 


L’impossibile

 abbraccio 

dei ricci



-di  Giuseppe Savagnone 

Le buone intenzioni di un amico

La tempesta sollevata dalle parole del segretario generale della Nato, Mark Rutte, sul contributo italiano alla guerra contro l’Iran, si aggiunge e si sovrappone a quella seguita all’attacco del presidente americano Trump a Giorgia Meloni, richiamando alla mente un vecchio detto di saggezza che dice: «Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io».

Perché anche Rutte, come Trump, è un “amico” della nostra premier. E, nelle sue intenzioni, la dichiarazione resa a «Fox News» era volta a disinnescare la polemica tra i due. Il Tycoon si era detto profondamente deluso dalla mancata risposta europea, e in particolare italiana, al suo appello a partecipare alle operazioni militari per sbloccare lo stretto di Hormuz. E proprio a questo si è riferito Rutte: «Comprendo perfettamente la delusione, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione Epic Fury. Quindi si tratta di un numero enorme».

Insomma, secondo il segretario della Nato, Trump non dovrebbe troppo protestare contro la nostra premier, perché l’Italia, pur senza inviare navi e soldati, ha dato egualmente un grosso contributo alla guerra, consentendo che dalle basi americane sul suo territorio decollasse «un numero enorme di aerei» in missione contro l’Iran. Insomma, un invito alla distensione, dopo lo scontro.

Eppure, forse mai intervento fatto a fin di bene è risultato così sgradito a chi avrebbe dovuto beneficiarne, in questo caso il governo italiano. Lo si è capito subito dalla immediata reazione del ministro della Difesa, Crosetto, secondo cui quella di Rutte sarebbe «una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace». Infatti, ha precisato il ministro, «sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche [cioè di attacco a bersagli nemici], nell’ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti», che escludono, appunto, queste ultime. Come del resto implicava il termine «supportare», utilizzato dal segretario della Nato.

Ma non è bastata questa precisazione, come non è bastato il riferimento alla mera applicazione «degli accordi esistenti», a placare l’ira delle opposizioni. Angelo Bonelli di Avs ha parlato di «dichiarazioni gravissime» che «sbugiardano» il governo. «Il fatto è che l’Italia ha partecipato a questa guerra in Iran, una folle guerra, ma la cosa grave è che Giorgia Meloni ha tenuto nascosto al Parlamento che 500 aerei militari americani sono decollati o sono atterrati sulle basi Nato italiane per andare a colpire l’Iran o per dare il supporto agli aerei militari». Sulla stessa linea Nicola Fratoianni, secondo cui «o hanno mentito al Parlamento o Rutte ha preso un colpo di calore».

«Noi non siamo in guerra»

Bisogna ricordare che il contesto in cui lo scontro si sta sviluppando è quello di una scelta precisa del governo italiano di non farsi coinvolgere dal conflitto scatenato dagli Stati Uniti e da Israele. «Noi non siamo in guerra», ha spesso ripetuto la nostra premier. «Questa non è la nostra guerra», ha ribadito in più occasioni. Confermando questa posizione con l’ampia diffusione data a un episodio che, senza il suo intervento, sarebbe rimasto sconosciuto, quello del divieto di atterraggio nella base di Sigonella per due aerei militari americani direttamente impegnati nell’attacco all’Iran, in conformità – si è sottolineato – con gli accordi vigenti che escludono questa finalizzazione bellica.

Quello che non è stato detto, allora, è che, contemporaneamente, si stava dando il permesso di decollare a ben cinquecento aerei militari coinvolti in Epic Fury, sia pure con compiti di «supporto» tecnico e logistico e in base ai suddetti accordi. Una prassi magari impeccabile sul piano formale, ma certamente assai meno rassicurante. Una prassi, soprattutto, che gli italiani hanno appreso solo ora da un’intervista sfuggita al segretario generale della Nato e non dal Ministero italiano della Difesa o da Palazzo Chigi.

Si può senz’altro dare fiducia al ministro Crosetto sul carattere meramente tecnico e logistico delle missioni. Ma non si può evitare il dubbio che egli non abbia alcun controllo diretto sul traffico militare delle basi americane, che godono di ampia autonomia, e debba perciò a sua volta credere sulla parola a ciò che gli viene assicurato dai comandi di queste basi. 500 voli – lo ha sottolineato lo stesso Rutte – sono tanti. Chi garantisce che una parte di essi non abbia avuto come destinazione obiettivi militari?

Si aggiunga a questa perplessità un’altra, relativa alla distinzione tra le attività cinetiche e quelle solo tecniche e logistiche. Una distinzione che nella pratica non è così netta come appare sulla carta, oggi che la tecnologia fa sempre più parte integrante della dimensione propriamente militare. Per restare alla base di Sigonella, in Sicilia, da essa partono droni da ricognizione che monitorano tutto il Mediterraneo orientale, compreso il Medio Oriente. Se uno di essi fosse stato utilizzato non per colpire direttamente, ma per fornire a un caccia F-35 le coordinate per bombardare un obiettivo, la sua azione, formalmente “non cinetica”, non avrebbe avuto egualmente un carattere aggressivo?

E se gli iraniani, per impedire questo «supporto» avessero attaccato la base americana in Sicilia, come hanno fatto con quelle in Iran, ci saremmo trovati o no coinvolti nella guerra, a causa del nostro indiretto, ma fondamentale appoggio all’aviazione americana?

Forse gli italiani avrebbero accettato questo rischio. Ma avrebbero dovuto esserne messi al corrente per potere decidere. Nel comunicato del Ministero si sottolinea che «il Governo ha fatto esattamente quanto dichiarato alle Camere: sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica». Ma è suonato come una rivelazione, per il Parlamento come per l’opinione pubblica, ciò che stava dietro queste asettiche e rassicuranti parole.

Certo, «supportare» una guerra non vuol dire farla. Ma non è neppure tenersene fuori, come il governo aveva ripetutamente assicurato. E come richiede l’art. 11 della nostra Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Tanto più che, in questo caso, si è trattato di una guerra frutto di un attacco preventivo, perfetto esempio di ciò che la Costituzione ripudia, e su cui tuttavia la nostra premier, pur riconoscendo che essa si pone «al di fuori del diritto internazionale», si è rifiutata di prendere posizione, limitandosi a dire: «Non condivido e non condanno».

Guai agli amici di Trump

Resta il fatto che Trump si è molto arrabbiato con Giorgia Meloni, sentendosi tradito. A questo la premier si è appellata per smentire le affermazioni di Rutte, definendole «un discorso illogico», che non spiegherebbe perché il capo della Casa Bianca attacchi l’Italia per il mancato sostegno.

Sembrerebbe un’osservazione inconfutabile, se una lunga serie di fatti non dimostrasse che è nello stile di Trump essere più aggressivo proprio nei confronti degli “amici”, e in generale di chi si inchina al suo volere, se non lo fa fino in fondo. Emblematica l’umiliazione internazionale inflitta alla stessa Giorgia Meloni, dopo la sua (obbligata) presa di distanza – peraltro molto garbata – dall’attacco a Leone XIV e per l’altrettanto garbato e obbligato rifiuto di trascinare il nostro Paese in una guerra assurda.

La nostra premier era sempre stata la più vicina a Trump; si era detta orgogliosa del «rapporto privilegiato» stabilito con lui; si era battuta con successo per impedire che l’Europa reagisse con fermezza alle arroganti e minacciose politiche doganali del Tycoon (con risultati a dire il vero disastrosi per i nostri interessi); aveva sempre cercato di giustificare o almeno di minimizzare le sue folli pretese neo-coloniali, fino a definire una «operazione difensiva legittima» l’attacco al Venezuela per depredarlo del suo petrolio. Arrivando, poco dopo questi fatti, a proporlo – prima e unica leader europea – per il Nobel per la pace.

Non malgrado ciò, ma proprio per tutto questo Trump l’ha massacrata pubblicamente, lasciando di stucco lei e i suoi sostenitori, che sull’amicizia con lui avevano puntato tutta la politica estera italiana. Perciò non è affatto strano che, anche dopo i 500 voli di «supporto» concessi ai suoi aerei per la guerra all’Iran, il presidente americano continui ad attaccare astiosamente Meloni e l’Italia per non essere stati fino in fondo fedeli a quella che egli ha sempre concepito come un rapporto di vassallaggio: «Meloni era una mia grande fan, ma ora non la voglio più».

L’impossibile abbraccio dei ricci

Qualcuno potrebbe obiettare che è facile criticare, col senno del poi. In realtà tutto questo era chiaro fin dall’inizio. E per prevederlo non c’era bisogno di essere profeti, e nemmeno grandi politologi, se il sottoscritto, che non è né l’uno né l’altro, l’aveva già puntualmente prefigurato in un chiaroscuro pubblicato l’8 novembre 2024, all’indomani della vittoria elettorale del Tycoon, intitolato «Il mondo di Donald Trump e le illusioni dei sovranisti».

Scrivevo allora, riferendomi al “Rifare di nuovo grande l’America” di Trump e al “Rifare di nuovo grande l’Italia” di Meloni: «Se si pensa che il bene del proprio paese sia in alternativa a quello degli altri, due governi sovranisti non potranno mai allearsi, se non in un rapporto asimmetrico di dipendenza (come fu tra Germania nazista e Italia fascista nel secolo scorso). Come i ricci, i cui aculei sono una buona difesa verso gli altri animali, ma escludono un reciproco abbraccio, i sovranisti non possono dare luogo a un fronte veramente comune e tra due Stati governati da loro ci potrà essere solo competizione».

E così è stato. Nel mondo dei sovranisti non esistono amici. Si può solo essere nemici o vassalli. E purtroppo l’Italia oggi, rispetto agli Stati Uniti di Trump, dopo essersi illusa di una impossibile amicizia, rientra nella seconda categoria. Un ulteriore motivo per chiedersi se davvero il sovranismo, sbandierato con orgoglio dal nostro governo, sia la via giusta per rendere grande l’Italia.

www.tuttavia.eu

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EDUCARE PER INTEGRARE

 


Il Papa: investire

 nell'istruzione di poveri 

e migranti

 per favorire l'integrazione


Nel suo discorso ai membri della "Association of Jesuit Colleges and Universities", Leone XIV rileva una “tangibile e crescente fame di Dio” tra i giovani ed esorta gli atenei al confronto con i grandi pensatori del passato e del presente: così si può educare “con l’esempio, e non solo con la teoria”

-         di Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

Negli ambienti scolastici si impara e si cresce attraverso le storie. E spesso le esperienze e le prospettive che più arricchiscono non provengono dai percorsi più lineari, ma da chi quei luoghi di apprendimento li trova quasi sempre preclusi: immigrati, rifugiati, persone segnate dalla povertà. Papa Leone XIV, incontrando questa mattina, 25 giugno, i membri della Association of Jesuit Colleges and Universities, traccia la via per un investimento dalle enormi potenzialità: offrire alle categorie più svantaggiate la possibilità di "beneficiare di un percorso di studi avanzato”. Un gesto che non è solo inclusione, ma scambio reciproco di doni. Esse potranno così "integrarsi più pienamente nelle società nelle quali vivono oltre che ad arricchire la comunità degli studenti nel suo complesso”, composta da giovani nei quali si avverte una “tangibile e crescente fame di Dio".

Le sfide dei “cambiamenti epocali” odierni

L’udienza si tiene nella Sala del Concistoro e affronta le numerose sfide degli attuali “cambiamenti epocali”. Una società, quella in cui operano le università, che il Papa descrive come sempre più secolarizzata, nella quale molti "cercano di eliminare ogni menzione di Dio dalla sfera pubblica e dalla cultura popolare”. La politica non risponde al grido degli emarginati, i giovani non sanno più sperare, l’ambiente naturale è degradato da interessi particolari e cresce la consapevolezza del possibile impatto dannoso dell’intelligenza artificiale. Un quadro complesso che, tuttavia, può essere affrontato attraverso l’applicazione delle quattro Preferenze apostoliche universali della Compagnia di Gesù, confermate da Papa Francesco nel 2019. Leone XIV le analizza alla luce delle sfide attuali dell’istruzione superiore.

Chi studia, cerca Dio

La prima, “indicare il cammino verso Dio mediante gli Esercizi spirituali e il discernimento”, si armonizza con l’impegno accademico, come già evidenziato dal Vescovo di Roma durante la visita pastorale all’università “Sapienza”.

Chi conduce ricerche, chi si dedica agli studi e chi cerca la verità, in definitiva sta cercando Dio, che se ne renda conto o meno.

È attraverso la comunità accademica, quindi, che i giovani possono dare risposta alla loro “crescente fame di Dio”, poiché molti di essi, come rimarcato durante la veglia di preghiera a Barcellona nel recente viaggio apostolico in Spagna, stanno riscoprendo la fede cristiana, talvolta dopo essersi allontanati da Dio.

In tal modo, i membri delle vostre comunità accademiche potrebbero riuscire ad avere un incontro personale con nostro Signore e cercare liberamente di servirlo nella loro vita quotidiana.

Offrire strumenti per il cambiamento

La seconda Preferenza, “camminare insieme ai poveri e agli esclusi del mondo”, si inserisce nell’ambito di un’istruzione che non può risparmiarsi sull’insegnamento delle ingiustizie subite da chi vive ai margini della società. Portarle alla luce significa offrire alle nuove generazioni strumenti efficaci per promuovere un cambiamento sistemico, fondato sulla solidarietà e sul bene comune.

È anche importante offrire agli immigrati, ai rifugiati e a quanti hanno uno status socioeconomico più basso opportunità per beneficiare di un percorso di studi avanzato. In tal modo, riusciranno a integrarsi più pienamente nelle società nelle quali vivono oltre che ad arricchire la comunità degli studenti nel suo complesso con le loro esperienze e prospettive diverse.

 Alimentare lo slancio giovanile

La terza Preferenza, “accompagnare i giovani nella creazione di un futuro di speranza”, richiama il ruolo degli atenei nel coltivare l’idealismo e l’entusiasmo degli studenti, tipico degli inizi del loro percorso accademico. Questo slancio deve essere lasciato libero di fiorire attraverso il confronto critico con il pensiero di grandi studiosi del passato e del presente, per “portare un senso di speranza e la promessa di ciò che potrebbe cambiare in meglio”.

Vi invito a continuare a promuovere quel senso di speranza tra i membri delle vostre comunità attraverso opportunità di dialogo, servizio e preghiera, ricordando sempre che la risurrezione di Cristo è la fonte ultima della nostra speranza e che con Lui tutto è possibile.

Preservare ambiente e umanità

Infine, il quarto valore, la collaborazione nella cura del creato. Il Pontefice incoraggia a perseverare in questa direzione, costruendo comunità che siano esempi di sostenibilità ecologica, semplicità e gratitudine per i doni di Dio, educando attraverso l’esempio oltre che con l’insegnamento teorico. A tutto ciò si aggiunge un'ultima riflessione sull’impatto dell’intelligenza artificiale, che, come indicato nell’enciclica Magnifica humanitas, apre orizzonti nuovi e ancora in parte imprevedibili. Le università hanno quindi il compito cruciale di affrontarne la natura ambivalente, rilanciando i principi della Dottrina sociale della Chiesa, affinché restino “aderenti all'oggi ed efficaci” di fronte alla rivoluzione digitale.

LEGGI IL DISCORSO INTEGRALE IN INGLESE DI PAPA LEONE XIV

 www.vatican.news

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giovedì 25 giugno 2026

SCUOLA, NON CASERMA

 


Lo stesso Vannacci che ha chiesto

 agli studenti di appendere uno

 striscione con scritto 

"L'Italia agli italiani" 

in ogni istituto scolastico

 d'Italia, ha presentato 

il suo programma per la scuola:

 classi divise

 per merito, studenti separati in base al rendimento, 

i più bravi con i più bravi e i meno bravi tra di loro. 

Lo chiama "fattore inclusivo." La FISH, la Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità, lo ha definito "culturalmente arretrato e pericoloso sul piano sociale", aggiungendo che "la scuola non è una caserma organizzata per ranghi, né un'azienda che massimizza la produttività selezionando i più performanti."

Vannacci evidentemente non sa, o non vuole sapere, una cosa fondamentale: la scuola non è una catena di montaggio in cui si selezionano pezzi conformi e si scartano quelli difettosi; è il luogo in cui si formano i cittadini, non solo i professionisti, e quella formazione passa attraverso la convivenza con la diversità, con la complessità, con l'altro.

Quando un bambino condivide la classe con un compagno che impara in modo diverso, più lentamente o attraverso strade alternative, non perde tempo: impara qualcosa che nessun programma ministeriale può insegnare, vale a dire la pazienza, l'empatia, la capacità di riconoscere i bisogni dell'altro prima dei propri. Queste competenze hanno un nome scientifico, intelligenza emotiva, e decine di ricerche internazionali dimostrano che i bambini cresciuti in classi eterogenee la sviluppano in misura significativamente maggiore rispetto a quelli cresciuti in ambienti omogenei e selettivi.

Un adulto con alta intelligenza emotiva è un professionista migliore, un genitore migliore, un cittadino migliore; è qualcuno capace di lavorare in squadra, di gestire i conflitti, di relazionarsi con il mondo reale, che è fatto di persone diverse, non di classi omogenee selezionate per rendimento.

Vannacci vuole invece una scuola dura e selettiva, come la vita, dice lui. Peccato che la vita vera, quella fuori dai recinti militari, sia fatta esattamente dell'opposto: di differenze, di fragilità, di complessità che non si può separare e catalogare.

Formare un bambino significa prepararlo a tutto questo, non a correre in una gara dove vince solo chi è già partito avvantaggiato.

Vannacci viene dall'esercito, dove i ranghi si decidono per grado e i soldati si dividono per livello.

 Peccato che i bambini non siano soldati, e la scuola non sia una caserma. Ma per chi ha passato la vita a dare ordini, tutto il mondo finisce per assomigliare a un plotone.

È il pensiero di chi trova nella divisione tra forti e deboli una spiegazione comoda e rassicurante; di chi ha bisogno di un nemico identificabile, possibilmente diverso, possibilmente più fragile, su cui scaricare la complessità di un mondo che non riesce a capire fino in fondo.

Il disabile, lo straniero, il diverso, chi non tiene il passo: sempre loro, sempre gli stessi, sempre colpevoli di qualcosa.

Dal Web

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mercoledì 24 giugno 2026

SCRIVERE, ATTO DI VERITA'

 

Leone XIV 

agli scrittori:

 “Abbiamo 

bisogno di voi, 

scrivere è 

un atto di verità”


Il Papa riceve in udienza autori e autrici da ogni parte del mondo, in occasione del centenario della nascita della Libreria Editrice Vaticana, e ripete loro le parole di Paolo VI agli artisti: “Abbiamo bisogno di voi, della vostra immaginazione, della vostra fantasia narrativa, della vostra vivacità di pensiero. Ne abbiamo bisogno per creare spazi di libertà e di autenticità”

- di Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Abbiamo bisogno di voi, della vostra immaginazione, della vostra fantasia narrativa, della vostra vivacità di pensiero. Ne abbiamo bisogno per creare spazi di libertà e di autenticità, dentro i quali la grazia divina possa far risuonare una promessa di consolazione e di pace

Usa le parole - indimenticabili - di Paolo VI nella Messa agli artisti del 1964, Papa Leone XIV, per incoraggiare il lavoro di scrittori e scrittrici di ogni parte del mondo. Li riceve in udienza privata in Vaticano, in occasione del centenario della nascita della Libreria Editrice Vaticana, la casa editrice della Santa Sede sorta nel 1926.

Forma di espressione umana

Nell’Auletta dell’Aula Paolo VI siedono nomi internazionali come Jon Fosse, Marilynne Robinson, Elizabeth Strout, Eric-Emmanuel Schmitt, Vittorio Lingiardi, Julia Navarra, Jonathan Safran Foer, Enrico Brizzi, Sorj Chalandon, Colum McCann, Daniele Mencarelli, Susanna Tamaro, Mircea Cărtărescu. E sono presenti anche alcuni autori LEV come Adrien Candiard, Eraldo Affinati, Paolo Malaguti. Il Papa dà a tutti il benvenuto sottolineando come la circostanza sia “propizia per riflettere sull’importanza del libro e dello scrivere, una forma di espressione umana di cui voi siete, con varietà di stili e di linguaggi, maestri e modelli”.

Scrivere – nel modo in cui voi lo fate – è un atto di verità, di svelamento. Scrivere dice chi siamo, quello in cui crediamo e speriamo, il mondo cui tendiamo, il futuro che sogniamo

Gesto di umanità

“La verità – sottolinea il Papa - non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere”. E noi, aggiunge, “non siamo mai padroni della verità, è lei semmai a conquistarci”. Per questo, Leone augura agli scrittori di “essere capaci di suscitare attrazione per la verità, perché voi stessi ne siete attratti”.

Scrivere, inoltre, è un gesto di umanità. “Sono un essere umano e nulla di ciò ch’è umano lo stimo a me estraneo”, argomentava Terenzio

Il Papa alla LEV: leggere libri, “antidoto alla chiusura mentale”

Incontrando il personale della Libreria Editrice Vaticana, in occasione dei cento anni dalla nascita, Leone XIV esorta “a guardare avanti” con “dedizione e passione”....

Il potere empatico dell’immaginazione

“Nella letteratura si dispiega tutto l’arco delle esperienze umane”, dice Papa Leone che cita Papa Francesco che a sua volta citava C.S. Lewis quando sottolineava il valore formativo della letteratura: “Leggendo un testo letterario, siamo messi in condizione di ‘vedere attraverso gli occhi degli altri’, acquisendo un’ampiezza di prospettiva che allarga la nostra umanità”. È così che si attiva “il potere empatico dell’immaginazione”, che, afferma il Pontefice, “è veicolo fondamentale per quella capacità di identificazione con il punto di vista, la condizione, il sentire altrui, senza la quale non si dà solidarietà, condivisione, compassione, misericordia”.

Nel vostro scrivere storie e nel delineare i vostri personaggi voi vi immedesimate in essi, ne cogliete i punti di vista, le emozioni, i sentimenti, gli atteggiamenti… In questo sta la grande palestra di umanità che voi fate sperimentare ai lettori, perché chi legge, in un certo senso, vive tante vite oltre alla propria

E questo “aiuta a scoprire le diversità di vedute”, a “non assolutizzare la propria e a comporre, come in un mosaico, il profilo di quella verità che sempre ci supera”.

Nel mezzo di storie molto umane, Dio si rivela

Infine, conclude Papa Leone XIV, “scrivere ha a che fare con Dio”: “Può sembrare azzardato dire questo ma diversi teologi hanno riflettuto e scritto sulla consonanza tra la forma dello scrivere e la rivelazione del Dio biblico”. E tal proposito, il Papa riporta quanto scritto dal cardinale Timothy Radcliffe che “per i cristiani nulla di ciò che è umano è estraneo a Cristo”.

Quando andiamo al fondo della nostra umanità, non siamo distanti da Dio: è lì, nel mezzo di storie molto umane, che Dio si rivela.

Dio “parla attraverso fatti e incontri, volti e storie”, evidenzia il Papa. “Dio opera nella nostra vita attraverso ciò che facciamo e ciò che siamo, e attraverso le molte persone che incontriamo”. Infine, un ringraziamento agli scrittori e alle scrittrici “per ogni volta in cui avete sparso semi di riconciliazione, di incontro, di amicizia”.

 

Vatican News

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DISAGIO MENTALE E DISABILITA'

 


La domanda da farsi

 non è “come”, 


ma “perché” parlarne




«Per noi di VITA la risposta a quella domanda è una sola: comunicare serve per contribuire a trovare e costruire soluzioni. Non per creare audience digitale. Non per fare engagement sui social. Non per sentirci a posto con la coscienza». L'intervento del direttore di VITA in occasione di un incontro promosso a Cagliari dalla Caritas e dall'Ordine dei giornalisti

di Stefano Arduini

Quello che leggete di seguito è la trascrizione dell’intervento del direttore di VITA Stefano Arduini in occasione dell’incontro “Comunicare il disagio mentale” promosso il 23 giugno a Cagliari da Caritas Sardegna, Ordine dei Giornalisti della Sardegna insieme a Caritas di Cagliari, Ucsi Sardegna (Unione Cattolica della Stampa Italiana) e Federazione Italiana Settimanali Cattolici. Durante l’incontro è stato presentato il numero di giugno di VITA magazine “Disabilità, l’inclusione non basta”.

In un convegno sul tema della comunicazione e del disagio mentale, la prima cosa che sento il bisogno di dire è che occorre mettere a fuoco la domanda giusta da farsi. Spesso chiediamo “come” comunicare il disagio mentale — con quali parole, quali accorgimenti, quale sensibilità linguistica. E quella domanda è legittima, anzi necessaria. Ma è una condizione minima, non un traguardo. Se ci fermiamo lì, rischiamo di fare giornalismo molto rispettoso e completamente inutile. La domanda che conta è un’altra: perché comunicare il disagio mentale? Con quale finalità? Per chi? E soprattutto: cosa vogliamo che cambi, nel mondo reale, dopo che qualcuno ha letto il nostro pezzo, visto il nostro servizio, ascoltato il nostro podcast? Per noi di VITA la risposta a quella domanda è una sola: comunicare per contribuire a trovare e costruire soluzioni. Non per creare audience digitale. Non per fare engagement sui social. Non per sentirci a posto con la coscienza. Il raggiungimento di una platea di lettori larga e interessata deve essere funzionale a migliorare la società in cui viviamo. Un “mi piace” di per sé vale poco o nulla.

Stefano Arduini e don Marco Statzu, delegato regionale di Caritas Sardegna che ha coordinato i lavori

Il vizio d’origine: la retorica dei “buoni”

Nell’ultimo numero di VITA, uscito questo mese, abbiamo dedicato la copertina e l’inchiesta alla disabilità. Il titolo è: “L’inclusione non basta.” La tesi è che le parole con cui raccontiamo la fragilità non sono neutre: portano dentro di sé un’idea di società, una distribuzione del potere, una visione di chi è dentro e chi è fuori. Vale per la disabilità. Vale, con ancora maggiore forza, per il disagio mentale. Il rischio della comunicazione sulla sofferenza psichica è quello di riprodurre senza accorgersene uno schema preciso: fare un giornalismo emergenziale sparando numeri allarmistici conditi da casi di cronaca nera oppure raccontare qualcuno come straordinario, come eccezione eroica, come caso che ce l’ha fatta nonostante tutto. È una narrativa consolatoria, che disturba nessuno. Non mette in discussione niente. E non cambia nulla. L’attivista canadese Judith Snow diceva che «il problema non è la mia disabilità. Il problema è un mondo progettato come se io non esistessi». Il giornalismo che si ferma alla storia commovente non mette mai in discussione quel mondo. Lo celebra, semmai. Ne racconta le eccezioni per non dover parlare della regola.

La regola è che il disagio mentale in Italia è ancora in larga parte trattato come un problema individuale o familiare. Qualcosa che riguarda quella persona, quella famiglia, quella storia. Il giornalismo che non mette in discussione questa cornice, per quanto empatico, per quanto linguisticamente corretto è funzionale al sistema che vorrebbe cambiare.

VITA

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UCCISO DAL PADRE

 


MIRKO, UCCISO 
DAL PADRE 
PERCHÉ GAY





A scuola, Franco, piccolo di statura, mi invidiava: avrebbe voluto essere uno spilungone come me. A mia volta, invidiavo lui che sedeva sempre al primo banco. Ciro, invece, veniva bullizzato a causa del colore dei suoi capelli. Erano altri tempi, le cose, oggi, dopo tanti progressi e studi in ogni campo, dovrebbero essere cambiate.


- di don Maurizio Patriciello

La vita è un dono, nessuno ha scelto di nascere in quella casa, in quel paese, con quelle caratteristiche genetiche. Va accolta, la vita, sempre, anche quando non si presenta come avremmo voluto, anche quando pesa. Occorre fare pace con la vita, la nostra e quella altrui. I fratelli e le sorelle omosessuali, nei secoli sono stati isolati e offesi, umiliati e uccisi. Il mondo avanza lentamente. A loro, oggi, tutti dobbiamo delle scuse.

La Chiesa, con grande serietà, ha chiamato a raccolta teologi e pastori, professionisti e gente comune per cercare di capire. Tenere insieme le esigenze del Vangelo, la tradizione cristiana due volte millenaria, le varie sensibilità dei credenti sparsi per il mondo, i diritti dei fratelli e sorelle omosessuali non è semplice. Si lavora. La ricerca continua. Con umiltà e alimentando la speranza. Ci si mette in ascolto. Di chi vive questa situazione, innanzitutto. Sono loro a doverci dire chi sono, che sentono, come vivono i loro sentimenti e la loro sessualità. Mi rendo conto che non è facile cercare di capire rinunciando a ogni pregiudizio.

La situazione delle persone omosessuali nel mondo è diversa e variegata. Non dappertutto sono liberi di esprimersi liberamente. Nei tempi passati furono considerati malati. E questa “diagnosi” dava alla medicina una sorta di permesso per tentare di curarli. Oggi nessuno specialista si sognerebbe di fare affermazioni del genere. Le fedi religiose sono dilaniate tra la fedeltà alle Scritture e la realtà; tra il desiderio di accoglienza e misericordia e l’obbedienza alla Parola rivelata.

Però. Se una persona qualsiasi può permettersi, nel segreto del suo cuore, di non approvare la scelta - che scelta poi non è - fatta da un fratello omosessuale, la stessa cosa mai potrà farla un genitore. Per loro, per genitori, nel momento in cui danno vita a un’altra vita scatta il dovere di accompagnarla e sostenerla. Loro, papà e mamma, dovranno essere disposti a marcire come il chicco di grano nella nuda terra purché la spiga nasca. Nessuno è padrone della vita altrui. Siamo tutti chiamati a custodirla e a promuoverla.


A Camaiore, in Versilia un padre ha ucciso il figlio perché gay e la sua mamma perché gli stava accanto, lo sosteneva, lo proteggeva. «Mi sono liberato» ha detto l’assassino all’arrivo delle forze dell’ordine. Avrebbe potuto liberarsi e liberare Mirko e la sua mamma senza commettere questo obbrobrio. Avrebbe potuto lasciare quella casa e trasferirsi altrove. Ha covato, invece, dentro di sé, stati d’animo spaventosi. Ha alimentato un covo di vipere che lentamente ma inesorabilmente lo hanno avvelenato.

Ha dato ascolto alle voci di chi magari, in paese, derideva il suo ragazzo. Avrebbe dovuto difenderlo, e invece ha fatto traboccare un vaso che non avrebbe nemmeno dovuto esserci. Ha fatto una strage. Ormai alle soglie dell’anzianità entra in carcere per forse non uscirne più. La morte di Mirko, un giovane di 24 anni, ci chiama a una riflessione collettiva. Chi ha difficoltà a capire un mondo da cui sente di essere lontano, ha il dovere di informarsi, dialogare, studiare. Vale per tutti, a cominciare dai genitori, dalla famiglia, dalla scuola, dagli amici. Dalla Chiesa.

I fratelli e le sorelle omosessuali dovranno, a loro volta, armarsi di un’immensa pazienza ed entrare in dialogo con gli altri senza cedere alla tentazione di inutili – e dannosi – esibizionismi che tante noiosissime polemiche fanno scaturire. Credo che anche la parola “orgoglio” vada messa in soffitta. Non c’è nessun motivo per cui andare fieri di essere omosessuali così come non ce ne sono per essere eterosessuali. Urge abbattere gli steccati, ovunque si trovino. Occorre bonificare i pozzi qualsiasi sia la fonte dell’inquinamento.

I ghetti, lo abbiamo visto ancora una volta, portano all’asfissia, all’incomprensione, all’isolamento, alla morte. Ognuno, chiuso nel proprio mondo, crede di essere dalla parte giusta. Ognuno, guardando all’altro in cagnesco si illude di rendere un servizio alla verità e alla società. Piangiamo la morte di Mirko e della sua coraggiosa mamma che mai lo ha lasciato solo.

E impegniamoci tutti perché queste tragedie immani non abbiano più ad accadere.

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