giovedì 6 agosto 2026

A PICCOLE DOSI

 

 «L’IA è un pharmakon da prendere a piccole dosi»

Per la filosofa francese «quando utilizziamo questi automi, alcune aree cerebrali non vengono attivate e può crearsi una dipendenza»


-di SIMONE PALIAGA

Sviluppare tecnologie contributive e non tecnologie che simulino il comportamento o i prodotti umani. Ecco la sfida che individua e lancia Anne Alombert, filosofa che lavora all’università di Paris-VIII e che si occupa dei rapporti tra tecnologia, vita e mente, proseguendo le ricerche di Bernard Stiegler. Lo testimonia il libro La stupidità artificiale. Per una politica delle tecnologie digitali ( pagine 124, euro 15,00). in libreria per l’editore Vita e Pensiero.

Nel suo libro, professoressa, definisce l’intelligenza artificiale come un pharmakon. Potrebbe spiegare in che modo queste tecnologie agiscono al tempo stesso come un rimedio e come un veleno per le nostre facoltà mentali e per le nostre culture collettive?

« Nella vita quotidiana, i sistemi di IA generativa si presentano spesso come rimedi che consentono di scrivere in modo più rapido o più efficace, oppure di produrre ogni sorta di contenuti simbolici, testi, immagini, suoni... Tuttavia, questi utilizzi provocano degli effetti sul nostro cervello e sulla nostra mente. Quando utilizziamo questi automi, alcune aree cerebrali non vengono attivate e alcune funzioni mentali vengono delegate, tanto che può crearsi una dipendenza. Gli utenti perdono le loro capacità. Inoltre, i contenuti prodotti da questi sistemi probabilistici rafforzano le medie e amplificano i bias. Essi sono spesso stereotipati e standardizzati, a nocumento della diversità culturale e simbolica. Si parla ormai di AI slop per indicare l’invasione di Internet da parte di contenuti di scarsa qua-lità, che soffocano quelli significativi e pertinenti».

Lei critica aspramente l’uso di termini come “intelligenza”, “apprendimento” o “menti digitali” per descrivere i software. Perché ritiene che questa antropomorfismo serva a nascondere la responsabilità degli imprenditori della Silicon Valley?

« L’antropomorfizzazione dei sistemi algoritmici tende a nascondere i processi tecnologici e industriali che ne consentono il funzionamento, così come le decisioni di chi li ha progettati e sviluppati. Nel caso dei grandi modelli linguistici, ad esempio, i risultati ottenuti non sono neutri. Sono determinati dai dati di utilizzati nel training e dal modo in cui sono stati addestrati e calibrati. Questi sistemi mettono quindi in atto scelte ideologiche. Per esempio, se si pone una domanda di geopolitica a ChatGpt, a Grok o a Deepseek non si otterranno gli stessi risultati, non perché questi software pensino in modo diverso, ma perché sono stati sviluppati e addestrati da imprenditori diversi secondo agende ideologiche diverse».

Spesso consideriamo l’IA come qualcosa di immateriale, ma lei mette in luce lo sfruttamento umano, i “lavoratori del clic” del Kenya, e l’impatto ambientale devastante. In che misura una tecnologia che consuma enormi quantità di acqua ed energia a scapito delle comunità locali può essere considerato sostenibile?

« Il progetto dell’IA generativa conversazionale, così come viene realizzato oggi, non sembra sostenibile a lungo termine, né dal punto di vista sociale né da quello ambientale. La sfida consiste piuttosto nel progettare e sviluppare modelli più piccoli e specializzati, addestrati su set di dati controllati e in grado di funzionare su server locali. Questi modelli più piccoli non potrebbero rispondere a tutte le nostre domande né essere utilizzati su larga scala da milioni di utenti, ma sarebbero piuttosto destinati a compiti specifici. Inoltre sarebbero però anche molto più affidabili e molto più efficienti dal punto di vista energetico».

Sam Altman sostiene che l’unico limite alla creazione sarà avere buone idee, e non competenze specifiche. Lei, invece, parla di miseria simbolica. In che modo ridurre l’arte e la scrittura a semplici comandi, i cosiddetti prompt, impoverisce la nostra capacità di creare opere e dare senso?

« I sistemi di generazione automatica sono spesso presentati nei discorsi promozionali come veicoli di democratizzazione della creatività, ma in realtà tendono a ridurre il processo di creazione artistica a un comando linguistico, che cortocircuita ogni pratica tecnica. Eppure la pratica tecnica è essenziale per la produzione di un’opera. Inoltre, un creatore non conosce mai in anticipo il risultato della propria creazione e raramente è in grado di formularlo a parole, tanto meno sotto forma di prompt. Se un pittore o un musicista conoscesse la propria opera in anticipo non avrebbe bisogno di crearla e questa non apporterebbe nulla di nuovo!».

Applicazioni come Replika promettono empatia, ma lei le definisce “oggetti anti-transizionali”. In che modo queste applicazioni rischiano di isolarci in un riflesso di noi stessi, impedendo il vero incontro con l’alterità e la crescita ?

«Questi compagni virtuali forniscono una simulazione di alterità, ma in realtà ci propongono un riflesso algoritmico di noi stessi, che deriva dai calcoli effettuati sulle nostre richieste e sui nostri dati. Di conseguenza, scambiamo un riflesso digitale per un’altra persona, al punto talvolta di innamorarcene, esattamente come Narciso nel mito! Questa illusione narcisistica è rafforzata dal design di questi servizi. Per esempio, con l’uso della prima persona singolare siamo spinti ad antropomorfizzarli e il fatto che ci rispondano e ci lusinghino fa leva sul nostro bisogno di riconoscimento per tenerci connessi. Si tende così a sviluppare una dipendenza emotiva. Gli utenti rischiano quindi di chiudersi nei loro chatbot, sempre disponibili e d’accordo con loro, e di desocializzarsi, invece di correre il rischio di esporsi agli altri e lasciarsi trasformare dalla diversità degli incontri».

Nonostante le critiche, lei cita esempi positivi come Wikipedia. Come si può fare in modo che l’IA passi dallo status di strumento sostitutivo a quello di supporto all’intelligenza collettiva?

« Alla fine del libro, propongo diverse linee d’azione per limitare la tossicità dei dispositivi esistenti, al fine di proteggere le menti individuali, le culture collettive e i legami sociali. Fornisco inoltre diversi esempi di dispositivi digitali che non mirano a imitare o automatizzare i comportamenti, ma a mettere in relazione gli individui per cocreare conoscenze, discutere leggi, condividere pratiche di mutuo aiuto, ecc. Ciò implica un cambiamento di paradigma tecno- economico, passando dalla simulazione al contributo».

www.avvenire.it

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LA CIVILTA' DELL'AMORE

Il Papa saluta la folla fuori da Santa Maria degli AngeliIl Papa con i giovani ad Assisi: costruire la civiltà dell'amore non delle contrapposizioni

 Nella piazza di Santa Maria degli Angeli, Leone risponde alle domande dei ragazzi spiegando il senso della radicalità evangelica, che è “l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti”, accoglienti verso tutti. Esorta a non strumentalizzare la religione, ad andare oltre i muri alimentati da cattiva informazione e pregiudizio. Poi accenna al proprio cammino vocazionale fino all'elezione a Pontefice: "Dio mai mi ha lasciato solo"

-di Antonella Palermo – Città del Vaticano

Come applicare l’eredità spirituale di San Francesco d’Assisi nell’oggi, come portare uno stile di servizio e accoglienza in un mondo sempre più pervaso da logiche di sopraffazione e consumismo, come fidarsi ancora della Chiesa non immune da crisi e contraddizioni? Sono alcune delle questioni presentate oggi, 6 agosto, al Papa da tre giovani che si sono fatti portavoce di istanze simili assai diffuse non solo nelle nuove generazioni. Leone XIV, che proprio ai ragazzi e alle ragazze ha voluto dedicare il primo appuntamento della sua visita pastorale nella piazza di Santa Maria degli Angeli, nella cittadella umbra, risponde ampiamente a ciascun interrogativo, spunto per ribadire concetti fondamentali: dal ‘no’ alla strumentalizzazione politica della religione al ‘sì’ per un modello di leadership liberante, responsabile, partecipato. Lo fa in un clima di grande e sincera amicizia e affetto filiale - "Sono veramente contento di essere qui con voi!", esclama all'inizio dell'incontro - con cui è stato abbracciato da giovani ma anche da famiglie, religiose, educatori, sacerdoti. Decine e decine le mani strette durante il percorso, all'arrivo e dopo il dialogo con i giovani, con un popolo di Dio che in questa terra è particolarmente legato a tante esperienze di santi e mistici e oggi ha l'occasione di ravvivare un fuoco sacro.

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DELLE PAROLE DEL PAPA CON I GIOVANI AD ASSISI

Andare controcorrente: purificare la memoria, coltivare la riconciliazione

La prima a prendere la parola è Karolina, da Zagabria. Chiede come si fa a rimanere autentici discepoli di Cristo, come contagiare di una fede viva che non rimanga chiusa nelle chiese. Il Papa risponde tornando sul tema della guerra, anche alla luce della provenienza geografica di Karolina, “una regione dell’Europa che solo trent’anni fa ha conosciuto la guerra e il pericoloso intreccio tra confessione religiosa e nazionalismo”, ricorda. L’educazione secolare al dialogo, promossa dai francescani anche in questi contesti ha contribuito alla convivenza pacifica tra cattolici, ortodossi e musulmani. Questo è l’approccio su cui perseverare, suggerisce Leone.

Oggi, essere fedeli a questa tradizione di prossimità significa andare controcorrente, lavorando alla purificazione della memoria e coltivando la riconciliazione. Ai cristiani sarà sempre più chiesto di diventare operatori di pace all’interno di società tentate di strumentalizzare la religione nella contrapposizione delle identità.

Cattiva informazione e pregiudizi creano paure, Cristo allarga il cuore

Vivere da figli spirituali di Francesco d’Assisi significa, sottolinea il Pontefice, cogliere il senso autentico della radicalità evangelica che “è l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti, sempre alla sequela di Gesù e quindi umili, accoglienti verso tutti. Non è facile, ma dà molta gioia”. Si tratta, insomma, di intraprendere anche strade non accomodanti, lascia intendere il Successore di Pietro, non modaiole, svincolate da qualsiasi tentativo manipolatorio.

Essere testimoni di Cristo rimane quindi affascinante e impegnativo, perché allarga la mente e il cuore oltre confini artificiali, cioè al di là di paure indotte dalla cattiva informazione e dai muri del pregiudizio.

La tecnologia disabitua a stare insieme, testimoniare fraternità

Papa Leone approfondisce quell’intuizione di San Francesco per cui la povertà può avvicinare i lontani, ricorda il significato di essere Chiesa: una casa aperta a tutti, in ascolto, che gusta il sapore della fraternità, che recupera la concretezza dei corpi oltre ogni virtualità e quel silenzio che “è il contrario della guerra, con le sue violenze, grida e crudeltà”.

“Cari giovani, come è bello stare insieme a “ragionare di Dio” e così, alla sua luce, della vita stessa, nella sua bellezza, nel suo mistero, nella sua serietà!”

Testimoniate questo stile dappertutto, specialmente in un tempo in cui la tecnologia disabitua a stare insieme, fra persone in carne ed ossa.

Le scelte definitive, l’atto più rivoluzionario

Giovanni, da Bologna, pone dinanzi al Papa la domanda su come dire un "sì" pieno a Dio in un mondo dove prevalgono atteggiamenti che non guardano al lungo periodo, all’eternità. Il giovane si spinge anche a chiedere cosa abbia aiutato Robert Prevost nel suo cammino vocazionale. Il Pontefice incoraggia: “Compiere una scelta definitiva è forse l’atto più rivoluzionario”. Il problema è che oggi è in voga “una lettura a volte confusa della libertà” che può nutrire illusioni: “che i problemi si risolvano scappando, o tradendo, o provando a fare pochi passi su strade sempre diverse, senza mai andare lontano”. Il più delle volte, avverte il Papa, moltiplicare esperienze, contatti, consumi corrisponde a un vuoto interiore che può anche portare all’uso delle persone, come fossero merce. Amare veramente è ben altro.

Decidere per sempre non ci rinchiude in una gabbia, ma ci apre a un dinamismo più grande. Amare è un esodo, una strada da scoprire, un cammino che Dio percorre con noi, e questo è il vero senso di ogni vocazione.

 Il "sì" a diventare Papa, obbedienza a un Dio che non lascia soli

“Provocato” da Giovanni, Leone si concede accenni al proprio vissuto personale per dire che le decisioni sono da prendere ogni giorno, che la vocazione è “cammino di redenzione e guarigione” ed è da rinnovare ogni giorno, restando vigili su quell’inquinamento della chiarezza, così lo definisce, generato dal peccato.

Nella mia esperienza posso dire che il Signore mai mi ha lasciato solo: mi ha sempre accompagnato, donandomi anche delle persone con le quali camminare. Così, nella vocazione ad essere sacerdote, membro della comunità agostiniana, missionario, ho trovato come una luce che mi ha guidato fino ad oggi, fino a quando ho dovuto dire “sì” a una chiamata tutta speciale: quella ad essere Papa.

Quei muri invisibili che riempiono le città

Il siciliano ventiduenne Luigi affida al Papa una considerazione che ha a che fare con il tema dell’obbedienza al Successore di Pietro, anche quando ci sta stretta, quando si osservano scandali nella Chiesa. Come si fa a rimanere in “questo Amore riparatore?”, chiede. A Gesù sta a cuore l’unità, insiste Leone XIV che ne ha fatto il proprio motto episcopale. Un’unità, anch’essa “rivoluzionaria”. Semplicemente, afferma il Papa, questa è possibile ed è visibile, nonostante cadute e ferite.

Attorno a Gesù diventano fratelli e sorelle uomini e donne che altrimenti non si sarebbero mai incontrati o frequentati. Quando questo miracolo della Chiesa continua ad avvenire, grazie a Dio, rimane sorprendente anche oggi nelle nostre città, piene di muri invisibili che separano gli uni dagli altri. Quante discriminazioni e diseguaglianze possono finire subito, appena ci riconosciamo fratelli e sorelle!

Il potere di Gesù: forza che non umilia, ma solleva

La risposta del Papa rovescia la logica del mondo, riecheggia il canto del Magnificat. Il potere si misura non nella capacità di guardare sé stessi ma nella capacità di servire l’altro, umilmente. “Non afferrare, ma ricevere; non trattenere, ma restituire: è la vita di Dio che ripara la Chiesa e la rende un popolo libero, un luogo di respiro e di salvezza”.

Il desiderio di Gesù per la Chiesa è chiaro: si tratta di diventare il suo corpo e manifestare la sua vita, di seguire il suo esempio ed esercitare un diverso tipo di forza, che non umilia, ma solleva.

Vatican News


 

SCUOLA - COMUNITA'

 

Be for Education Foundation 


 FARE SCUOLA

 E' 

FARE COMUNITA'



1.    Intervista a Anna Teresa Ferri: fare scuola...

Perché ha deciso di diventare insegnante?

Tutto è iniziato da bambina, alle scuole elementari. Ero affascinata dalla mia maestra, dal suo modo di stare con noi piccoli e di fare giochi e attività insieme. A poco a poco ho capito che quell’esperienza mi stava aiutando, già allora, a trovare il modo giusto di prendermi cura delle persone. 

Periodicamente, infatti, mi metteva accanto a un compagno con diverse fragilità: io lo aiutavo a riordinare la cartella, a sistemare le sue cose. Questo mi ha permesso di leggere più facilmente i bisogni degli altri e di sviluppare una maggiore attenzione verso le persone.

Poi ho seguito il percorso di studi per l’insegnamento e ho iniziato con i più piccoli, nella scuola dell’infanzia. Sono stata assunta subito di ruolo, senza passare da supplenze o gavetta. La scuola dell’infanzia mi piaceva moltissimo perché più i bambini sono piccoli, maggiori sono le possibilità di sperimentare attività diverse.
Ho insegnato per dieci anni, durante i quali ho avuto tante occasioni per progettare, sperimentare e mettermi alla prova. Eravamo alla fine degli anni Ottanta e nei primi Novanta, un periodo di grande fermento pedagogico, con nuovi orientamenti e molte idee in circolazione.

Così ho deciso di laurearmi in Pedagogia: mi appassionava e volevo approfondire le mie competenze. Con la laurea ho potuto sostenere il concorso direttivo, che ho vinto.

Come è maturata la scelta di diventare dirigente scolastico?

All’epoca si parlava ancora di ruolo direttivo: ho lavorato per diversi anni; poi, con il passaggio agli istituti comprensivi, il ruolo è diventato quello di dirigente scolastico, dopo il 2000.

In questa scelta ha avuto un ruolo anche mio padre, che mi diceva, tra il serio e il faceto: “Adesso va tutto bene, ti piace il tuo lavoro, ti dà molta soddisfazione. Però pensa a quando sarai più anziana: non potrai stare sempre accovacciata con i bambini e continuare a fare tutto come adesso”. Era il primo concorso dopo tanti anni in cui non ce n’erano stati, e mi ci sono buttata. Ho affrontato la sfida con una certa leggerezza, quella che Calvino descrive come capacità di vedere l’essenza delle cose senza appesantirle con troppe aspettative. Alla fine l’ho vinto e così ho assunto l’incarico molto rapidamente, a San Giuliano Milanese.

Come cambia il lavoro da insegnante a dirigente?

Moltissimo.
Il direttore didattico di quando insegnavo fu felice quando vinsi il concorso e mi disse una cosa che non ho mai dimenticato e che mi ha sempre guidato da quando sono dirigente: “Tu hai insegnato, ma ora non insegni più”. Voleva dire che, per svolgere bene questo ruolo, serve la giusta distanza. Devi conoscere i bisogni degli insegnanti, immaginare le loro difficoltà e le loro aspettative, ma non sei più chiamata a fare quel lavoro. Devi avere una visione più ampia, saper coordinare, creare le condizioni perché attività e progetti si realizzino.

E, soprattutto, devi anche saper dire dei no, quando serve. A volte alcune proposte non funzionano davvero, o non sono realistiche nella loro attuazione. Il dirigente deve saper valutare un’attività educativa o un’uscita didattica, prevedere eventuali imprevisti e dare indicazioni chiare per evitare che si verifichino problemi difficili poi da gestire.

Dobbiamo allargare il concetto di scuola fino a sentirci nel mondo, mentre viviamo e sperimentiamo tutto ciò che ci circonda.

Com’è cambiata la scuola in questi anni?

La scuola si è trasformata ed è diventata più complessa. Oggi è un intreccio di professionalità diverse. Non si tratta più solo di insegnare a leggere e a far di conto, come accadeva quando ero piccola io: oggi s’intrecciano indissolubilmente l’attenzione educativa verso i minori e i bisogni sociali delle famiglie.
Io ho sempre lavorato, per scelta, in territori periferici: a San Giuliano Milanese, nelle frazioni periferiche di Bollate, e anche alla Rinnovata Pizzigoni, che si trova ai margini di Milano. In questi contesti è fondamentale costruire solide reti con i servizi del territorio: i servizi sociali, le UONPIA (Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza), le reti di prossimità. Quando ho cominciato a lavorare nella scuola questo aspetto non ricopriva la stessa centralità di oggi.

Nel frattempo, molti aspetti del nostro lavoro sono diventati più burocratici, e spetta alla sensibilità del singolo dirigente ritagliare spazi per non perdere l’umanità che ha intorno: è cruciale, in tal senso, la gestione del personale, non solo dei docenti, ma anche dei collaboratori scolastici e della segreteria. Se vuoi che una scuola funzioni, devi costruire una squadra. Serve una leadership diffusa. E ci sono anche dei “no” da dire, che spettano solo a te, e vanno ribaditi talvolta con decisione.

Quali ostacoli incontra oggi nel suo lavoro?

Alcuni processi, nati con l’idea di semplificare le attività, hanno finito paradossalmente per complicarle. Faccio un esempio: ogni giorno abbiamo molti documenti da firmare. Se sono cartacei, ci metto pochi minuti; se devo firmarli digitalmente, tra PIN, accessi e caricamento su piattaforme, il tempo si allunga moltissimo.

Per altre incombenze, al contrario, la digitalizzazione ci ha realmente facilitato la vita: non devo rifare ogni anno tutto da capo, posso recuperare materiali e circolari, modificarli, ampliarli, tagliarli. Questo ci alleggerisce sicuramente il carico di lavoro. Però, nella pratica, la maggior parte delle procedure si è appesantita, e cose che sembrano semplici, in realtà, spesso si rivelano complesse.

Come ha affrontato il suo incarico presso la Rinnovata Pizzigoni?

Ho dovuto formarmi sul campo: una cosa è la teoria, un’altra è l’applicazione concreta del metodo Pizzigoni. All’inizio ho lavorato in due modi: osservando gli insegnanti e, in un secondo momento, progettando insieme a loro, per comprendere davvero come si svolge la didattica.

Poi è arrivato il Covid, proprio all’inizio del secondo quadrimestre, e tutto si è bloccato. Gli insegnanti non erano più fisicamente a scuola, la didattica si svolgeva online. Io, invece, sono sempre venuta in presenza, perché la scuola ha una fattoria didattica e il personale che gestiva gli animali e la parte agricola doveva per forza continuare a prendersene cura. Mi sembrava giusto esserci anch’io, per rispondere con la massima immediatezza ai bisogni della scuola da un lato, e delle famiglie dall’altro.
In quel frangente abbiamo coordinato anche interventi di sostegno da parte del Municipio, come buoni spesa e altre piccole azioni di aiuto per le famiglie più fragili. Tutto questo non lo puoi fare da casa: il lavoro del dirigente richiede la presenza costante.
Oggi la Rinnovata Pizzigoni è un luogo meraviglioso. Dopo una lunga fase di progettazione, è iniziata ufficialmente la ristrutturazione, che sarà un restauro conservativo. In questi anni abbiamo lavorato molto con architetti e ingegneri per capire la funzionalità e la bellezza degli spazi e come valorizzarli al meglio.
Accanto a tutto questo c’è ovviamente la parte pedagogica, che è quella più importante e che ci stimola dal punto di vista culturale. Ogni idea può aprire sviluppi infiniti. Oggi, per esempio, stiamo lavorando con l’Università degli Studi di Milano a un progetto di Philosophy for Children, per sviluppare nei bambini il pensiero critico. Collaboriamo molto anche con l’Università Milano-Bicocca per i tirocini di Scienze della formazione primaria. Ma, per far sì che tutta questa progettualità diventi patrimonio comune e che le iniziative non restino solo sulla carta, bisogna sempre individuare la dimensione umana di ogni progetto.

Cosa cambierebbe della scuola oggi?

Andrebbe affrontato drasticamente il tema dell’edilizia scolastica. Io sono fortunata, perché alla Rinnovata Pizzigoni è in corso un grande investimento, ma spesso le scuole devono attendere a lungo prima di venire ristrutturate o rinnovate, e non tutte hanno comunque la fortuna di vedere interventi migliorativi.

Su questo tema sono molto “pizzigoniana”: un luogo bello aiuta l’apprendimento. Giuseppina Pizzigoni diceva che la monotonia spegne l’intelligenza. Anche l’ambiente educativo deve essere stimolante per i bambini, colorato, vario, mai piatto. E, purtroppo, non sempre le aule delle scuole italiane possiedono queste caratteristiche.
Bisognerebbe svecchiare gli ambienti e far sì che la scuola stia al passo con i tempi, in sintonia con la contemporaneità. Come diceva Pizzigoni, scuola è il mondo: dobbiamo allargare il concetto di scuola fino a sentirci nel mondo, mentre viviamo e sperimentiamo tutto ciò che ci circonda.

Nell’ambito scolastico, oggi, c’è poi un altro problema: si continuano a introdurre nuove regole e normative, senza soluzione di continuità. Non fai in tempo ad assimilarne una, che devi già occuparti di altre tre o quattro. Non è facile coordinare tutto questo, e spesso si ha la sensazione di dover tenere insieme i pezzi senza mai fermarsi, col timore di essersi dimenticati qualcosa. Servirebbero tempi più distesi: non certo per restare immobili, senza cambiare il proprio lavoro, ma per assimilare, sperimentare e rielaborare ciò che si è appena fatto.

Un’ultima nota: in Italia siamo bravissimi a progettare e sperimentare, ma meno capaci di documentare bene quello che realizziamo. E senza una puntuale documentazione si fa più fatica a rinnovare.

Un dirigente può fare la differenza?

Sì, assolutamente. La chiave è la capacità di ascolto, verso tutti: docenti, studenti, personale e famiglie.

Non avrei saputo rispondere a questa domanda qualche mese fa, ma ora è diverso: da quando si è saputo che sarei andata presto in pensione, sono stati gli studenti, gli insegnanti e molti genitori a darmi questa risposta. I ragazzi mi hanno scritto moltissime lettere, che non mi sarei mai aspettata. Così hanno fatto anche insegnanti e genitori, dichiarando tutti che in questi anni si sono sentiti ascoltati.
Questo non significa che io abbia sempre detto sì a tutto e a tutti. Anzi. La reazione dei ragazzi, in particolar modo, mi ha confermato quanto abbiano bisogno di attenzione da parte di noi adulti. Spesso pensiamo che non la cerchino affatto, perché li vediamo sempre connessi e distratti dai loro dispositivi, ma in realtà hanno un grande bisogno di relazione. Siamo noi adulti che dobbiamo trovare il modo giusto per avvicinarci e far capire loro che ci siamo.

Mi ha colpito inoltre la lettera di un’ex studentessa, una ragazza cinese rientrata in Italia dopo il Covid, che mi ha scritto di aver vissuto questa scuola come una casa e, attraverso il lavoro degli insegnanti, di aver scoperto qui il modo di essere sé stessa. Credo che non ci sia nulla di più bello per un insegnante e per un dirigente: capire che, anche nei giorni più pesanti – quelli in cui si è stanchi, scoraggiati, arrabbiati –, la propria presenza a scuola ha sempre avuto un senso per gli altri.

Be for education

 

mercoledì 5 agosto 2026

RIFORMA ISTITUTI TECNICI

 


La riforma 

degli istituti tecnici 

entra 

nella fase operativa.


Le nuove disposizioni si

 applicano alle classi prime, 

per poi estendersi progressivamente agli anni successivi.

Il nuovo assetto è definito dal Decreto Ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026, che attua gli articoli 26 e 26-bis del Decreto-legge 144/2022 e rivede indirizzi, articolazioni, quadri orari, risultati di apprendimento e organizzazione didattica degli istituti tecnici.

L’obiettivo è avvicinare maggiormente i curricoli alle trasformazioni del sistema produttivo, alla transizione digitale ed ecologica e alla domanda di nuove competenze, rafforzando allo stesso tempo la preparazione culturale, scientifica, linguistica e tecnico-professionale degli studenti.

 Quando entra in vigore la riforma degli istituti tecnici?

Il nuovo ordinamento si applica a partire dalle classi prime dell’anno scolastico 2026/2027. L’introduzione sarà quindi progressiva:

  • nell’a.s. 2026/27 interesserà le classi prime;
  • nell’a.s. 2027/28 raggiungerà anche le classi seconde;
  • negli anni successivi si estenderà gradualmente all’intero quinquennio;
  • le classi già avviate continueranno a seguire il precedente ordinamento fino alla conclusione del percorso.

Le indicazioni per accompagnare le scuole nella prima applicazione sono contenute anche nella Circolare MIM n. 1397 del 19 marzo 2026.

 Perché è stata introdotta la riforma?

La revisione degli istituti tecnici rientra nella Riforma 1.1 della Missione 4, Componente 1, del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il provvedimento mira ad allineare maggiormente la formazione tecnica alle competenze richieste dal sistema economico e produttivo nazionale.

La riforma punta in particolare a:

  • aggiornare i profili culturali e professionali in uscita;
  • rafforzare le competenze linguistiche, storiche, matematiche, scientifiche, giuridiche ed economiche;
  • potenziare le competenze tecnico-professionali;
  • valorizzare le discipline STEM;
  • integrare i temi della transizione ecologica e dello sviluppo sostenibile;
  • rafforzare la didattica laboratoriale e interdisciplinare;
  • collegare maggiormente la scuola alle imprese e alle realtà formative del territorio;
  • facilitare il passaggio verso gli ITS Academy e le lauree professionalizzanti;
  • sviluppare la dimensione internazionale dei percorsi.

La connessione con il mondo del lavoro non sostituisce la funzione educativa della scuola. Il nuovo impianto prevede infatti il rafforzamento sia della cultura generale sia delle competenze necessarie per proseguire gli studi o inserirsi consapevolmente nei diversi contesti professionali.

 Come cambia l’organizzazione degli istituti tecnici?

L’offerta formativa viene organizzata in due grandi settori:

  • settore economico;
  • settore tecnologico-ambientale.

All’interno dei settori sono presenti diversi indirizzi e articolazioni. Le articolazioni costituiscono specializzazioni che si sviluppano nel triennio conclusivo, mentre il percorso conserva una base culturale e tecnico-scientifica comune.

Il nuovo curricolo comprende:

  • un’area di istruzione generale nazionale;
  • un’area di indirizzo flessibile;
  • quote di autonomia e flessibilità a disposizione delle scuole;
  • risultati di apprendimento definiti per ciascun indirizzo e articolazione.

I quadri orari completi e i profili in uscita sono contenuti negli allegati pubblicati nella pagina ufficiale del Decreto Ministeriale n. 29/2026.

 Gli indirizzi del settore economico

Il settore economico comprende due indirizzi principali.

  • Amministrazione, finanza e marketing
    • Amministrazione, finanza e marketing;
    • Relazioni internazionali per il marketing;
    • Sistemi informativi aziendali.
  • Turismo, beni ambientali e culturali.

La nuova denominazione dell’indirizzo turistico sottolinea il collegamento tra turismo, valorizzazione del patrimonio, ambiente e cultura, ampliando la prospettiva rispetto alla sola gestione dei servizi turistici.

 Gli indirizzi del settore tecnologico-ambientale

Il settore tecnologico-ambientale comprende gli indirizzi legati alle principali filiere scientifiche, produttive e tecnologiche.

  • Meccanica, meccatronica ed energia
    • Meccanica e meccatronica;
    • Energia.
  • Trasporti e logistica
    • Costruzione dei mezzi terrestri;
    • Costruzioni aeronautiche;
    • Costruzioni navali;
    • Conduzione dei mezzi terrestri;
    • Conduzione del mezzo aereo;
    • Conduzione del mezzo navale;
    • Conduzione di apparati e impianti marittimi;
    • Conduzione di apparati e impianti marittimi e conduzione di apparati e impianti elettronici di bordo;
    • Logistica.
  • Elettronica ed elettrotecnica
    • Elettronica;
    • Elettrotecnica;
    • Automazione.
  • Informatica e telecomunicazioni
    • Informatica;
    • Telecomunicazioni.
  • Grafica e comunicazione.
  • Chimica, materiali e biotecnologie
    • Chimica e materiali;
    • Biotecnologie ambientali;
    • Biotecnologie sanitarie.
  • Sistema moda
    • Progettazione e processi produttivi per il tessile e la moda;
    • Progettazione e processi produttivi per la calzatura.
  • Agraria, agroalimentare e agroindustria
    • Produzioni e tecnologie agroalimentari per il Made in Italy;
    • Scienze agrarie e ambientali;
    • Viticoltura ed enologia.
  • Costruzioni, ambiente e territorio
    • Costruzioni, ambiente e territorio;
    • Geotecnico;
    • Tecnologie del legno nelle costruzioni.

 

Didattica per competenze e Unità di Apprendimento

Una delle novità centrali riguarda l’organizzazione della didattica. Il nuovo assetto privilegia una progettazione interdisciplinare e multidisciplinare, orientata allo sviluppo delle competenze.

Le attività possono essere organizzate attraverso Unità di Apprendimento costruite intorno a compiti di realtà, problemi, progetti ed esperienze laboratoriali. Studentesse e studenti sono chiamati a mobilitare conoscenze e abilità per affrontare situazioni concrete, partecipando in modo attivo e progressivamente autonomo.

La progettazione può comprendere:

  • attività interdisciplinari;
  • compiti autentici e problemi reali;
  • laboratori e project work;
  • interventi individualizzati o personalizzati;
  • attività rivolte a gruppi di studenti;
  • uso funzionale delle compresenze;
  • percorsi di approfondimento e recupero;
  • collaborazioni con soggetti esterni.

Il curricolo di istituto dovrà essere costruito in coerenza con il Profilo educativo, culturale e professionale dello studente e con i risultati di apprendimento previsti per ciascun indirizzo.

 Più autonomia e flessibilità per le scuole

Gli istituti tecnici potranno utilizzare le quote di autonomia e flessibilità per caratterizzare maggiormente la propria offerta formativa, tenendo conto delle esigenze degli studenti e delle vocazioni economiche e produttive del territorio.

Le scuole potranno quindi:

  • adattare parte del curricolo alle caratteristiche del contesto locale;
  • potenziare specifiche competenze tecnico-professionali;
  • introdurre approfondimenti coerenti con le filiere territoriali;
  • organizzare attività interdisciplinari e laboratoriali;
  • collaborare con imprese, ITS Academy, università ed enti di ricerca.

La flessibilità dovrà comunque garantire il raggiungimento dei risultati di apprendimento nazionali previsti per l’indirizzo o l’articolazione frequentata.

 STEM, sostenibilità, Educazione civica e orientamento

Il nuovo Profilo educativo, culturale e professionale valorizza alcuni ambiti trasversali già centrali nella scuola contemporanea.

Il curricolo dovrà prestare particolare attenzione a:

  • potenziamento delle discipline STEM;
  • transizione ecologica e sviluppo sostenibile;
  • insegnamento trasversale dell’Educazione civica;
  • cittadinanza digitale;
  • orientamento scolastico e professionale;
  • competenze chiave per l’apprendimento permanente;
  • connessione tra cultura scientifica, tecnologica, economica e umanistica.

L’obiettivo è evitare che la preparazione tecnica venga separata dalla capacità di comprendere gli effetti sociali, ambientali ed economici delle innovazioni.

 CLIL e internazionalizzazione nel triennio

La riforma rafforza la dimensione internazionale dei percorsi tecnici. Nel terzo, quarto e quinto anno è previsto l’insegnamento in lingua inglese di una disciplina non linguistica dell’area di indirizzo attraverso la metodologia CLIL, nei limiti degli organici disponibili.

L’insegnamento in lingua inglese dovrà svilupparsi per almeno un terzo del monte ore annuale della disciplina scelta.

Gli istituti potranno inoltre:

  • organizzare scambi internazionali in presenza o a distanza;
  • realizzare stage e percorsi di formazione scuola-lavoro all’estero;
  • favorire la mobilità studentesca;
  • promuovere certificazioni linguistiche;
  • potenziare il lessico tecnico e professionale in lingua straniera;
  • coinvolgere docenti di conversazione o esperti madrelingua;
  • partecipare a progetti europei e internazionali.

La prospettiva interculturale e globale dovrà essere integrata anche nella progettazione delle altre discipline.

 Raccordo con ITS Academy e università

La riforma rafforza la continuità tra gli istituti tecnici e l’istruzione terziaria professionalizzante.

Le scuole sono chiamate a progettare interventi di raccordo con:

  • ITS Academy;
  • lauree professionalizzanti;
  • università;
  • centri di ricerca;
  • imprese e organizzazioni professionali.

Le collaborazioni dovranno tenere conto della coerenza tra gli indirizzi scolastici, le aree tecnologiche degli ITS Academy, i percorsi universitari e le caratteristiche del sistema produttivo locale e nazionale.

Il raccordo potrà svilupparsi attraverso attività di orientamento, laboratori, progetti condivisi, incontri con professionisti ed esperienze applicative.

 Che cosa sono i Patti educativi 4.0?

Gli istituti tecnici potranno promuovere o aderire ai Patti educativi 4.0, accordi regionali o interregionali pensati per sostenere l’innovazione didattica, l’orientamento e il collegamento con il sistema produttivo.

I Patti possono coinvolgere:

  • istituti tecnici singoli o organizzati in rete;
  • ITS Academy;
  • università e centri di ricerca;
  • enti di formazione accreditati;
  • imprese locali, nazionali o internazionali;
  • ordini e organizzazioni professionali;
  • poli tecnico-professionali;
  • laboratori territoriali per l’occupabilità;
  • altri soggetti pubblici e privati attivi nella formazione.

Gli accordi possono permettere la condivisione di laboratori, tecnologie, competenze professionali e strutture avanzate. Possono inoltre sostenere la progettazione dei percorsi di formazione scuola-lavoro e delle attività di aggiornamento rivolte ai docenti.

 Formazione dei docenti e periodi di osservazione in azienda

Il nuovo assetto richiede competenze progettuali, laboratoriali e interdisciplinari anche da parte degli insegnanti.

Gli istituti potranno promuovere:

  • formazione sulle metodologie didattiche laboratoriali;
  • aggiornamento sulle innovazioni tecnologiche e produttive;
  • attività dedicate alla progettazione per competenze;
  • percorsi sulla costruzione delle Unità di Apprendimento;
  • periodi di osservazione nelle aziende delle filiere di riferimento;
  • affiancamento tutoriale rivolto ai docenti delle discipline professionalizzanti e agli insegnanti tecnico-pratici.

Il contatto con i contesti produttivi dovrebbe permettere ai docenti di conoscere l’evoluzione delle tecnologie, dei processi organizzativi e delle professionalità collegate ai diversi indirizzi.

 Il percorso di specializzazione per Enotecnico

Nel settore Agraria, agroalimentare e agroindustria viene confermato il percorso di specializzazione per Enotecnico.

Si tratta di un’ulteriore annualità successiva al diploma dell’articolazione Viticoltura ed enologia. Al termine viene rilasciato un diploma di specializzazione referenziato al quinto livello del Quadro nazionale delle qualificazioni.

Il decreto e i relativi allegati definiscono:

  • il profilo professionale del diplomato;
  • i risultati di apprendimento;
  • il quadro orario;
  • i requisiti per l’attivazione del percorso;
  • le modalità di accesso e valutazione;
  • il modello del diploma finale.

 I percorsi tecnici nei CPIA partiranno dal 2027/28

La riforma prevede anche la possibilità per i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti di erogare, in via sperimentale, percorsi di secondo livello di istruzione tecnica.

La sperimentazione non partirà insieme alle classi prime del nuovo ordinamento, ma dall’anno scolastico 2027/2028.

Potranno partecipare i CPIA aderenti alle filiere formative tecnologico-professionali autorizzate, previa selezione attraverso uno specifico avviso nazionale.

I percorsi potranno essere attivati quando:

  • non siano già erogati in rete dalle scuole secondarie di secondo grado;
  • l’offerta presente sia insufficiente rispetto alle richieste degli adulti e del territorio;
  • il CPIA disponga delle strutture e delle risorse necessarie;
  • il progetto rispetti il nuovo assetto ordinamentale dell’istruzione tecnica.

 La riforma degli istituti tecnici coincide con il modello 4+2?

La revisione introdotta dal DM 29/2026 e la filiera formativa tecnologico-professionale 4+2 sono collegate, ma non coincidono.

La riforma del nuovo ordinamento riguarda i percorsi quinquennali degli istituti tecnici e viene applicata progressivamente a tutte le classi prime dall’a.s. 2026/27.

Il modello 4+2 prevede invece specifici percorsi quadriennali integrati con un successivo biennio negli ITS Academy ed è attivato soltanto dalle scuole autorizzate nell’ambito della filiera tecnologico-professionale.

Uno studente iscritto a una normale classe prima quinquennale di un istituto tecnico non entra quindi automaticamente in un percorso 4+2.

 Che cosa cambia per gli studenti?

Per studentesse e studenti la riforma dovrebbe tradursi in un percorso maggiormente integrato tra preparazione generale, competenze tecniche e applicazioni concrete.

Tra gli aspetti più significativi rientrano:

  • maggiore presenza di attività interdisciplinari;
  • uso più frequente di laboratori e compiti di realtà;
  • potenziamento delle competenze STEM;
  • attenzione alla sostenibilità e alla transizione digitale;
  • rafforzamento dell’inglese tecnico attraverso il CLIL;
  • più occasioni di incontro con imprese, università e ITS Academy;
  • orientamento più strettamente collegato alla prosecuzione degli studi e alle professioni;
  • possibilità di partecipare a progetti e mobilità internazionali.

 Che cosa cambia per le scuole e per i docenti?

Gli istituti dovranno aggiornare progressivamente il curricolo, la progettazione didattica e l’organizzazione delle attività, partendo dalle classi prime.

Le principali operazioni comprenderanno:

  • analisi dei nuovi profili e risultati di apprendimento;
  • revisione del curricolo di istituto;
  • aggiornamento del Piano triennale dell’offerta formativa;
  • progettazione di Unità di Apprendimento interdisciplinari;
  • organizzazione funzionale di laboratori e compresenze;
  • definizione delle attività CLIL;
  • costruzione di raccordi con ITS, università e sistema produttivo;
  • formazione del personale docente;
  • utilizzo delle quote di autonomia e flessibilità;
  • monitoraggio dell’applicazione del nuovo ordinamento.

La riforma non riguarda quindi soltanto la denominazione degli indirizzi o la distribuzione delle ore, ma comporta un cambiamento più ampio nella progettazione del curricolo e nell’organizzazione della didattica.

 Dove consultare il decreto ufficiale e i nuovi quadri orari

Il testo ufficiale, i profili educativi e professionali, i risultati di apprendimento e i nuovi quadri orari sono disponibili sul sito del Ministero dell’Istruzione e del Merito.

Consulta il Decreto Ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026 e tutti gli allegati ufficiali.

Per le indicazioni relative all’avvio del nuovo ordinamento è possibile consultare anche la Circolare MIM n. 1397 del 19 marzo 2026.

 Domande frequenti sulla riforma degli istituti tecnici

Quando parte la riforma degli istituti tecnici?


La riforma parte nell’anno scolastico 2026/2027 e si applica inizialmente alle classi prime. Negli anni successivi si estenderà progressivamente all’intero quinquennio.

 Qual è il decreto ufficiale della riforma?

Il provvedimento di riferimento è il Decreto Ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026, pubblicato dal Ministero dell’Istruzione e del Merito con i profili in uscita e i nuovi quadri orari.

 Quali sono i nuovi settori degli istituti tecnici?

L’offerta formativa è organizzata nel settore economico e nel settore tecnologico-ambientale.

 La riforma modifica la durata degli istituti tecnici?

No. I percorsi ordinari continuano ad avere durata quinquennale. I percorsi quadriennali della filiera 4+2 costituiscono una proposta distinta, attivata soltanto nelle scuole autorizzate.

 Che cosa cambia nella didattica?

Vengono valorizzate la didattica per competenze, la progettazione interdisciplinare, le Unità di Apprendimento, i compiti di realtà, i laboratori e la collaborazione con imprese, università e ITS Academy.

 Il CLIL diventa obbligatorio negli istituti tecnici?

Il decreto prevede l’insegnamento in inglese di una disciplina non linguistica dell’area di indirizzo nel terzo, quarto e quinto anno, per almeno un terzo del monte ore annuale della disciplina e nei limiti degli organici disponibili.

 Che cosa sono i Patti educativi 4.0?

Sono accordi regionali o interregionali attraverso i quali scuole, ITS Academy, università, imprese, enti di formazione e centri di ricerca possono condividere laboratori, strumenti, competenze e attività formative.

 I CPIA potranno offrire percorsi di istruzione tecnica?

Sì, in via sperimentale e a determinate condizioni. L’avvio è previsto dall’anno scolastico 2027/2028, previa selezione attraverso un apposito avviso nazionale.

 Gli studenti già iscritti cambieranno ordinamento?

No. Il nuovo assetto parte dalle classi prime dell’a.s. 2026/27. Le classi già avviate proseguiranno secondo l’ordinamento con cui hanno iniziato il percorso.

 Dove si trovano i nuovi quadri orari?

I quadri orari dell’area di istruzione generale e delle aree di indirizzo sono pubblicati tra gli allegati del Decreto Ministeriale n. 29/2026 sul sito ufficiale del MIM.

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