martedì 12 maggio 2026

COMPETENZE SCOLASTICHE

 


Competenze

 scolastiche in Italia: 

solo il 57% 

dei quindicenni 

raggiunge 

i livelli di base

 in matematica

 e lettura.


Di Giuseppina Bonadies

 Il Rapporto Innocenti 20 dell’Unicef, dal titolo “Unequal Chances”, lancia un allarme inequivocabile sulle condizioni di vita dei minori.

 L’analisi prende in esame 44 nazioni ad alto reddito, dimostrando come il divario di ricchezza finisca per schiacciare le opportunità di crescita individuale fin dalla prima infanzia. La povertà infantile colpisce ancora più di 1 bambino su 10 in queste società considerate prospere.

Esiste un problema strutturale profondo: l’accumulo di risorse al vertice della società fatica a tradursi in benefici concreti per le fasce più vulnerabili, creando ostacoli difficili da superare senza interventi legislativi mirati.

Salute fisica e mentale legate al reddito

I ricercatori dell’Unicef forniscono prove chiare su quanto vivere in contesti svantaggiati peggiora la salute fisica e psicologica. I bambini e i ragazzi che crescono all’interno di famiglie con scarse risorse economiche affrontano rischi maggiori fin dai primi anni di vita, registrando tassi più alti di mortalità e obesità infantile.

Scavando nelle statistiche fornite dall’indagine, emerge che oltre il 25% dei giovani risulta in sovrappeso. Tale fenomeno deriva spesso da un accesso limitato a cibi sani, frequentemente sostituiti da alimenti ultra-processati a basso costo, e da una ridotta possibilità economica di praticare sport con regolarità.

Il peso delle preoccupazioni finanziarie della famiglia si scarica inesorabilmente sulla serenità quotidiana dei figli. La tensione legata alla fatica di arrivare a fine mese genera un forte stress nei genitori, che finisce per alterare le dinamiche domestiche. Gli adolescenti costretti a vivere in ristrettezze materiali mostrano livelli inferiori di soddisfazione per la propria esistenza, sentendosi spesso emarginati rispetto ai coetanei provenienti da ambienti privilegiati.

Le conseguenze sul rendimento scolastico e sulle relazioni

L’indagine dell’agenzia ONU sposta poi l’attenzione sulle competenze accademiche e sociali, portando alla luce uno scenario preoccupante per l’intero sistema d’istruzione. Arrivati all’età di 15 anni, oltre 1 studente su 3 risulta del tutto privo delle competenze di base in lettura e matematica. Le nazioni caratterizzate da una forte disuguaglianza di reddito tendono, di fatto, a registrare risultati didattici inferiori nella media della popolazione studentesca. Il background familiare continua a pesare in maniera decisiva sul profitto scolastico.

La mancanza di stabilità economica plasma inevitabilmente anche le dinamiche relazionali. I giovani meno abbienti patiscono un accesso ridotto a risorse educative adeguate, come libri o dispositivi digitali, e sono spesso tagliati fuori dalle attività ricreative extrascolastiche.

Questo limite strutturale restringe le loro occasioni di pura socializzazione. Il risultato è un deterioramento dei rapporti tra pari fin dalla tenera età, un fattore che alimenta l’isolamento e blocca sul nascere le possibilità di stringere legami duraturi.

La voce dei ragazzi: discriminazione e bullismo

Il documento Unicef sceglie di dare spazio alle testimonianze dei giovani, raccolte attraverso diversi focus group organizzati in 6 Paesi. I partecipanti individuano l’esclusione per motivi economici come una consuetudine diffusa tra i banchi di scuola. I ragazzi vivono sulla propria pelle il peso delle differenze di classe sociale nella loro quotidianità, percependo barriere invisibili eppure invalicabili.

I giovani intervistati denunciano la presenza di severi episodi di bullismo scatenati dall’aspetto fisico o dalla disabilità, dinamiche in cui il disagio emotivo raggiunge picchi insopportabili. Durante le interviste, un ragazzo italiano ha confessato: “Mi metto in un angolo e piango.

Raccontando la vita in classe, un altro adolescente del nostro Paese ha spiegato che un suo compagno autistico viene continuamente preso in giro a scuola, aggiungendo subito dopo con coraggio: “Cerco di difendere i miei compagni che vengono trattati ingiustamente.

Altri ragazzi hanno puntato il dito contro le spietate aspettative estetiche imposte dalla comunità. Un giovane italiano ha infatti riferito come, passeggiando in centro città, chi è privo di una specifica fisicità venga sistematicamente isolato dal gruppo. In Cile, un intervistato ha spiegato con estrema lucidità che l’appartenenza a un ceto meno abbiente condiziona in modo irreversibile le scelte lavorative e il futuro dei cittadini, limitando le possibilità di riscatto.

Focus Italia: tutti i numeri e le percentuali del nostro Paese

Esaminando le tabelle del report, la penisola italiana ottiene il 12° posto nella classifica generale del benessere infantile, calcolata su 44 nazioni. Analizzando le specifiche dimensioni di indagine, il nostro Paese si piazza al 17° posto per la salute fisica e al 10° posto per il benessere mentale. Scivola invece al 25° posto per le competenze dei ragazzi.

I numeri sulla condizione finanziaria tratteggiano una situazione severa. Il tasso di povertà infantile si attesta al 23,2%, un valore allarmante che richiede un profondo ripensamento del welfare. La disuguaglianza di reddito segna un rapporto di 5,35 tra le fasce più ricche e quelle più povere della popolazione.

Sul fronte della salute fisica, il tasso di sovrappeso calcolato tra i 5 e i 19 anni coinvolge ben il 27,9% dei giovani italiani. Il tasso di mortalità registrato nella fascia di età compresa tra i 5 e i 14 anni si ferma allo 0,81 per mille.

Passando al benessere mentale e alle abilità sociali, la percentuale di ragazzi di 15 anni che dichiara un’alta soddisfazione per la propria vita raggiunge il 73%. Il delicato indicatore relativo ai suicidi giovanili, misurato tra i 15 e i 19 anni, segna un tasso del 2,8 su 100.000 ragazzi.

In ambito prettamente scolastico, le statistiche confermano le difficoltà già accennate in precedenza. Solo il 57% degli studenti italiani di 15 anni possiede una competenza accademica di base in matematica e lettura. Nelle relazioni interpersonali all’interno degli istituti, il 76% degli intervistati della stessa età dichiara fortunatamente di riuscire a stringere amicizie in modo facile e spontaneo.

Il rapporto Unicef

Orizzonte Scuola

 

CARTA E PENNA



«Manifesto 


per un 


digitale radicale»



 La Svezia, nella didattica, torna a carta e penna. Perché il corpo, il tatto, sono un cervello diffuso. E non solo.

 -di Alessandro D’Avenia

La Svezia, nazione europea che prima delle altre ha digitalizzato tutta la didattica, ora torna a carta e penna. Perché? Nei test PISA (indagine internazionale dell'OCSE che valuta ogni tre anni le competenze dei quindicenni in lettura, matematica e scienze: le nostre prove INVALSI inglobano questi test) i ragazzi svedesi sono peggiorati. La commissione incaricata di trovare le cause ha risposto che il digitale, in e fuori da scuola, con la sua struttura multitasking disturba l'attenzione, ostacola l'elaborazione di informazioni complesse e la memoria.

 Se libri e quaderni digitali contribuiscono a un maggiore coinvolgimento immediato dei ragazzi, ne diminuiscono la profondità e la tenuta dell'apprendimento. Ma perché leggere sulla carta e scrivere a mano facilitano invece concentrazione e memoria? Perché il corpo è un cervello diffuso, più corpo si impegna più cervello si fa. Siamo ancora guidati dal pregiudizio che il neuroscienziato Antonio Damasio ha ben spiegato in «L'errore di Cartesio»: «Di fronte all’evidenza che la mente scaturisce dall’attività dei neuroni, si discute solo di questi, come se il loro funzionamento fosse indipendente da quello del resto dell’organismo». Ogni «de-corporazione» è «de-cerebrazione», il digitale non è cattivo ma incompleto. Gli scarabocchi che facevamo sul quaderno di appunti durante le lezioni ci aiutavano a concentrarci, non a distrarci, così come camminare mentre studiavamo. «Muovevamo» più cervello. 

 Se vogliamo fare un regalo sentito scriviamo il biglietto a mano, se vogliamo dire qualcosa che rimanga scriviamo una lettera a mano, se dobbiamo convalidare un atto firmiamo a mano. Qualche giorno fa infatti i miei studenti hanno voluto festeggiare il mio compleanno con un'ottima torta fatta a mano (handmade in un mondo di prodotti in serie è sinonimo di autenticità, anche quando è solo marketing). Se fai «a mano» non doni solo qualcosa ma te stesso: tempo incarnato. Per questo la mattina a prima ora cerco di arrivare in classe quando ancora l'aula è vuota: mi aiuta a concentrarmi e mi piace che gli studenti mi trovino già lì. Ma qualche giorno fa, davanti alla porta dell'aula, c'era già un'ex alunna che voleva darmi «brevi manu» (così in latino s'indicava una consegna senza intermediari, ne resta traccia nel nostro s.p.m.) un regalo. Si trattava di tre cose veramente «digitali», da digitus, dito: fatte con le dita. Un rametto tagliato dall'albero di limoni che ha a casa, in ricordo della lettura in classe della poesia «I limoni» di Montale, che la colpì molto. Poi c'era un foglietto con i versi di «Allegro ma non troppo» della poetessa, premio Nobel, Wisława Szymborska, che inizia così: «Sei bella – dico alla vita –/ è impensabile più rigoglio,/ più rane e più usignoli,/ più formiche e più germogli». Un canto dolce-amaro alla vita copiato a mano, accuratamente, tanto da stupire i miei quattordicenni dalle grafie meno eleganti. 

E infine il suo libro preferito da bambina, quello che ti apre alla magia della lettura, «Rasmus e il vagabondo» di Astrid Lindgren (autrice di Pippi Calzelunghe), con un'altra dedica, anche questa scritta a mano, come quelle che i lettori chiedono agli scrittori, perché la grafia è presenza, connette più di ogni altro gesto corpo e psiche, come sanno i grafologi che riconoscono la personalità dal tratto. Ho aperto il libro: «A cavalcioni sul solito ramo biforcuto in cima al tiglio, Rasmus pensava alle cose che gli sarebbe piaciuto cancellare dal mondo». Mi sono sentito obbligato allo stesso esercizio di fantasia del novenne Rasmus: io a quell'età avrei cancellato i compiti (non la scuola) e certe verdure. E poi le zanzare e le meduse. Oggi salverei i compiti, fondamentali per allenare la tenuta come gli esercizi con uno strumento musicale, e le verdure che ho imparato ad apprezzare. Rimango della mia idea su zanzare e meduse, per quanto abbia imparato a riconoscere la bellezza delle seconde.

 Aggiungo le armi, ma più che cancellarle vorrei trasformarle nel denaro necessario a produrle, per impegnarlo in cure ed educazione: nel solo 2025 la spesa militare mondiale è stata, stima al ribasso, di 2.900 miliardi di dollari, secondo il rapporto del Sipri (Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma), con il record dell'Europa che, con i suoi 864 miliardi di dollari, ha aumentato la produzione del 14%. «Segui i soldi - diceva Falcone - e avrai le risposte»: la risposta è che siamo una polveriera che rischia di mandare in frantumi il mondo come lo conosciamo. Nei primi anni 2000 se n'era già accorta la scrittrice americana Terry Tempest Williams che, durante un soggiorno a Ravenna, fu tanto colpita dalla bellezza dei mosaici medievali da decidere di iscriversi, proprio lì, a un laboratorio per mosaicisti. Così nacque il libro «Finding Beauty in a Broken World» (Trovare bellezza in un mondo a pezzi), in cui racconta che il mosaico l'ha salvata dallo sconforto di un mondo, interiore ed esteriore, in frantumi. Ri-fare «a mano» le ha donato una nuova prospettiva: «Credevo che la verità si trovasse solo sotto la superficie delle cose. 

Nel sottosuolo. Ero una discepola della profondità. Ciò che era nascosto era ciò che desideravo. Ma qualcosa è cambiato. Ora mi interessa ciò che i miei occhi possono vedere, ciò che le mie dita possono toccare, ciò che la mia mano può conoscere muovendosi lentamente sulla carne, o sul pelo, o sulle piume, o sulla pietra. Mi fido di ciò che vedo. Mi fido di ciò che tocco». Il nostro è un tempo di «rotture»: relazioni, pace, sonno, psiche... vanno continuamente «in pezzi», come l'attenzione dei ragazzi svedesi (i risultati dei test in Italia sono peggiori), forse anche perché abbiamo dimenticato che: «amore e odio e angoscia, qualità come gentilezza e ferocia, la soluzione pianificata di un problema scientifico o la creazione di un nuovo artefatto si basano tutti su eventi neurali all’interno di un cervello, purché questo sia stato e sia in interazione con il corpo cui appartiene.

 L’anima respira attraverso il corpo, e la sofferenza, che muova dalla pelle o da un’immagine mentale, avviene nella carne» (A. Damasio, L'errore di Cartesio). L'educazione affettiva non riguarda primariamente i contenuti, ma una rinnovata capacità di sentire la vita, cioè unità di corpo e mente, di mente e cuore. Quando i ragazzi sembrano «distaccati», è perché non sentono la realtà, la contattano senza corpo! Così il mosaico diventa simbolo perché, come diceva Luciana, la maestra del laboratorio di Terry, è «un modo di pensare al mondo», accurato e comunitario (era un'arte collettiva operata da autori ignoti: le «maestranze»). Mosaico, dal latino «opus musaicum», è opera delle Muse, dee della bellezza e figlie di Memoria, perché la bellezza è a volte anche solo riparare ciò che sembra rotto e che avevamo dimenticato. I pezzi irregolari, smussati con martello e scalpello, diventano «tessere» (parola che viene dal numero «quattro» in greco, i lati dell'incastro, antesignani del puzzle, passatempo quasi estinto che serviva a recuperare pace e relazioni, proprio grazie alla concentrazione, e che infatti regaliamo ancora ai bambini piccoli). Mani pazienti e accorte diventano menti pazienti e accorte. Cioè amanti. 

Oggi urge un'educazione al «tatto», come ha detto mia nipote mentre dipingeva: «Dobbiamo ringraziare Dio per le mani, perché con le mani possiamo fare cose meravigliose». Mentre si dibatte sull'opportunità di leggere Manzoni a 15 anni, sommessamente propongo di agire prima, perché si possa arrivare a 15 anni capaci di cose così impegnative e bellissime: ripristiniamo il diario, sin da piccoli. Non quello dei compiti (sarebbe già qualcosa) ucciso dal registro elettronico, ma il diario intimo. Scrivere a mano almeno una pagina al giorno, al mattino (potrebbe essere la prima attività scolastica) o di sera (l'ultima attività, magari condivisa in famiglia, ma in silenzio), riattiva la creatività, perché richiede presenza autentica, handmade, attenzione non disponibile ad altro, corpo e anima, il monotasking lo chiamano con comica torsione cerebrale, quando la saggezza popolare riassumeva già nel detto: «chi insegue due lepri non ne prende nessuna». Senza carta e penna non si perde solo in matematica e lettura, ma in anima. Per riprendersela bisogna riprendersi il corpo, mettersi ogni tanto in modalità manuale: orto, diario, mosaico, strumento, bricolage, calligrafia, modellismo, libro... Chi lo farà saprà, a tempo debito, destreggiarsi bene nel digitale. 

Digitale viene infatti da digitus, dito, perché un tempo si contava con le dita e, dato che i processori trasformano l'informazione fisica (il solco del vinile, la luce sulla pellicola) in numerica (mp3 e pixel sono sequenze di numeri), si è passati a indicare la seconda con «digitale», ma le dita non ci sono più. Siamo più radicali: torniamo a usarle!".

 Alessandro D’Avenia

Immagine


UN TAPIS ROULANT

 

Una donna cammina su un sentiero di pietra affiancato da un lungo tapis roulant meccanico che si estende verso un orizzonte luminoso e nebbioso all'alba. La donna guarda verso il cielo, simboleggiando la ricerca di senso oltre lo scorrere del tempo."Il tapis roulant


 della vita"


 

«Mentre intorno a noi tutto scorre imperterrito, ci chiediamo quale sia il nostro posto. La fiducia nel futuro è un sintomo primordiale dell’essere umano, il vero cammino è interiore».

-di Vito Mancuso


Per ognuno di noi la vita ha una direzione orizzontale e una direzione verticale. La direzione orizzontale riguarda la natura e la storia dentro cui ci ritroviamo inseriti e che ci trasportano in avanti come un interminabile tapis roulant. La direzione verticale riguarda noi stessi nella nostra singolarità, da quando siamo nati fino a quando moriremo scomparendo dal tapis roulant che continuerà a scorrere imperterrito. Le domande, a questo punto, sono due. La prima: che senso ha il continuo scorrere in avanti del tapis roulant della natura e della storia? La seconda: io, che vi sono comparso senza chiedere nulla, dove finirò? Qui mi soffermo sulla seconda, che riguarda il senso e lo stile di una singola esistenza. Le questioni sono quelle di sempre: da dove vengo, dove vado? Vengo dal nulla e vi tornerò, oppure vengo dall’essere e sarà lì che tornerò? Ma in che modo vi tornerò, se vi torno? E nel frattempo, cosa ci faccio qui? Come mi devo comportare? Qual è la maniera migliore per raggiungere quella felicità che tutti inseguono e pochi raggiungono? C’è un detto rinascimentale che accompagna la mia vita da tanti anni ormai e che spesso recito dentro di me in silenzio, con gli occhi socchiusi, ricavandone un senso di pace: “Vengo, non so da dove; sono, non so chi; muoio, non so quando; vado, non so dove: mi stupisco di essere lieto”. L’ignoranza che avvolge la nostra condizione (se pensata e accettata con serenità e persino con una punta di gratitudine verso l’ignoto mistero che ci ha portato all’esistenza) può generare la letizia interiore, nonché lo stupore nel ritrovarla dentro di noi: “Mi stupisco di essere lieto” … 

Ci sono sciagure a non finire nel mondo, anche oggi le pagine di questo giornale ne sono piene, come lo erano ieri e come lo saranno domani. Ci sono infiniti motivi per disperare e la ragione lo sente, e per questo giustamente trasforma questo suo sentire in una serie di ragionamenti sulla vanità del mondo e della nostra vita al suo interno. In alcuni esseri umani, però, appare a volte un sentire ancora più forte della ragione, si tratta di un sentimento vitale che non si rassegna e che sperando guarda la ragione negli occhi e le dice: “Cara ragione, hai ragione nell’abbatterti, però qualcosa ti sfugge: ascolta meglio la musica della vita e forse capirai”. 

Questa voce senza parole, questo istinto primordiale di fiducia ancestrale verso la vita, conduce a camminare sul tapis roulant dell’esistenza in modo diverso. Appunto, con letizia. Ha scritto uno dei pionieri della psicanalisiCarl Gustav Jung: “Mentre colui che nega va incontro al nulla, colui che ha posto la sua fede nell’archetipo segue i sentieri della vita e vive realmente fino alla morte. Entrambi, naturalmente, restano nell’incertezza; ma l’uno vive in contrasto con l’istinto, l’altro in accordo con esso, e la differenza è notevole, ed è a favore del secondo”. Vivere in accordo con l’istinto vitale significa ritenere che la domanda di senso che pervade il nostro ritrovarci sul tapis roulant non è vana, ma è destinata a trovare una risposta. 

Tale risposta però (questa è la mia profonda convinzione) non consiste in una dottrina, nell’annuncio di un evento esteriore del passato, come per esempio l’esodo dall’Egitto, o la morte e risurrezione di Cristo, o la rivelazione di Allah a Maometto o qualunque altro evento che fu e che non dipende da noi. No, tale risposta consiste nel lavoro interiore che qui e ora ognuno di noi può compiere. Di cosa si tratta? 

Le testimonianze dell’umanità sono numerosissime, diverse tra loro per una serie di elementi, ma tutte concordi nella seguente indicazione: dentro di noi c’è una profondità scoprendo la quale siamo condotti al vero essere. La verità più autentica di noi, cioè, non ce la consegna il mondo esteriore ma la realtà interiore che ogni essere umano può attingere, se lavora su di sé. Come scrive Marco Aurelio, l’imperatore filosofo i cui pensieri sono per me un libro sacro: “Scava dentro di te, dentro è la fonte del bene, e può zampillare inesauribile, se continuerai a scavare”. Due secoli dopo sant’Agostino, quand’era ancora sotto l’influsso della filosofia classica (prima cioè degli sbandamenti che lo portarono a concepire l’umanità come “massa dannata” e l’interiorità irrimediabilmente corrotta dal peccato) scrive a sua volta: “La verità abita nell’uomo interiore”. E quando un giorno egli chiese al suo Dio: “Che cosa amo, quando amo te?”, la sua risposta fu: “La luce dell’uomo interiore che è in me”. Ma le testimonianze, come ho detto, sono numerose e universali: lo sciamanesimo, la religione egizia, l’hinduismo, il buddhismo, il jainismo, il taoismo, il confucianesimo, lo shintoismo, lo zoroastrismo, le religioni abramitiche… si può dire tutte le tradizioni spirituali dell’umanità sono concordi nell’indicare la profondità ontologica che costituisce la nostra interiorità. Oltre ad alcuni tra i più grandi filosofi (da Platone a Kant, da Hegel a Wittgenstein, da Hannah Arendt a Piero Martinetti), anche alcuni dei più grandi scienziati contemporanei ne danno testimonianza, tra cui PlanckHeisenbergSchrödinger. Ha scritto quest’ultimo: “La teoria fisica nel suo stato presente suggerisce energicamente l’idea dell’indistruttibilità dello Spirito per opera del Tempo”. Esiste cioè qualcosa di “indistruttibile” dentro di noi, che resiste anche alla distruzione del tempo che sembra assoluta ma che non lo è; o meglio, che non lo può essere, se lavoriamo onestamente e con assiduità su di noi (perché se non lavoriamo, saremo spazzati via). 

Siamo capitati su questo tapis roulant che scorre imperterrito e da cui un giorno cadremo. Ma il vero viaggio non è quello esteriore che esso ci fa compiere, ma quello interiore che possiamo intraprendere da noi dentro di noi. Lo intuì anche Marcel Proust: “Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi.” Il rinnovamento dello sguardo però non può provenirci da nessun altro, può essere solo il frutto del nostro lavoro interiore che ci mette in contatto con l’eterno dentro di noi. Di tale lavoro, il 12 luglio 1942 nella sua Amsterdam sotto occupazione nazista e del tutto consapevole che presto per lei e i suoi cari sarebbe stata la fine, così scrisse una giovane donna ebrea di nome Etty Hillesum nel suo diario: “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica cosa che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio”. Questo piccolo pezzo di eternità che abita nella nostra profondità, chiamato in molti modi lungo la storia, ognuno a sua volta lo può denominare come meglio ritiene. Ciò che davvero conta è la sua scoperta e la sua custodia. 

 *Vito MancusoLa Stampa


 

domenica 10 maggio 2026

VIVA LE MAMME

 


“Essere mamma

 è il dono più grande e, insieme, 

la sfida più profonda

 che la vita possa regalare. 

La maternità ti cambia dentro: 

cambia il cuore, il tempo 

e il modo di guardare il mondo”.


Con queste parole la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha scelto di ricordare la ricorrenza che oggi, domenica 10 maggio, si celebra in Italia e in decine di altri Paesi. “Oggi voglio dedicare un pensiero speciale a tutte le mamme“, ha aggiunto in un post sui social, “a quelle che corrono tutto il giorno senza fermarsi mai, a quelle che custodiscono silenziosamente ogni preoccupazione“.

Anche il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha scelto i social per mandare un messaggio in riferimento alla festa: “I miei auguri più belli a tutte le mamme. Grazie per la profondità con cui sapete amare i vostri figli”.

Dietro la seconda domenica di maggio, però, c’è una storia meno oleografica di quanto si possa immaginare. Una storia fatta di campi di battaglia, lutti personali, attivismo femminile e perfino una crociata contro la commercializzazione della ricorrenza.

Le origini americane: madri in trincea

Negli anni Sessanta dell’Ottocento, durante la Guerra civile americana, Ann Reeves Jarvis organizza i Mothers’ day work clubs: donne che migliorano le condizioni sanitarie e curano i feriti di entrambi gli schieramenti. Dopo aver perso diversi figli per malattie infettive, nel 1868 fonda il Mother’s friendship day per riunire ex nemici di Nord e Sud. Intanto Julia Ward Howe, autrice dell’Battle Hymn of the Republic, scrive nel 1870 la Mother’s Day Proclamation contro la guerra.

Ma è la figlia di Ann, Anna Jarvis, a compiere il passo decisivo: nel 1908 organizza la prima celebrazione (seconda domenica di maggio) e nel 1914 ottiene la festa nazionale. Quando la ricorrenza diventa un affare fatto di biglietti e regali, Anna si ribella, critica la commercializzazione e difende l’apostrofo al singolare (Mother’s day, non mothers’ day): la festa deve riguardare la propria madre, non le madri in generale.

L’arrivo in Italia: dalla Giornata del fanciullo al garofano

In Italia la ricorrenza segue un percorso diverso. Nel 1933 il regime fascista istituisce la Giornata della madre e del fanciullo, celebrata il 24 dicembre. Vengono premiate le madri più prolifiche, in particolare quelle con molti figli maschi. La logica è demografica e nazionalista.

Quella che conosciamo oggi nasce nel dopoguerra. Negli anni Cinquanta si sviluppano due iniziative indipendenti: una a Tordibetto di Assisi, con un significato religioso legato al mese di maggio, e una in Liguria, favorita dalla produzione e vendita di fiori.

Dal 1959 la ricorrenza si diffonde in tutto il Paese. Inizialmente fissata l’8 maggio, viene poi spostata alla seconda domenica del mese, allineandosi alla tradizione statunitense.

Il mondo celebra, ognuno a suo modo

Non tutti seguono il calendario americano. Nel Regno Unito, ad esemopio, la Mothering Sunday cade la quarta domenica di Quaresima. La tradizione voleva che chi lavorava lontano tornasse nella chiesa del proprio battesimo, quasi sempre nel paese d’origine dove viveva la famiglia. Il ricongiungimento con la madre diventava naturale. Il dolce tipico è la Simnel cake, una torta alla frutta con due strati di pasta di mandorle.

In Messico si festeggia il 10 maggio, fisso. In Thailandia la data è il 12 agosto, compleanno della regina Sirikit, madre dell’attuale sovrano. Parate e decorazioni invadono il Paese.

In Norvegia, invece, bisogna segnarsi un’altra data: la seconda domenica di febbraio. La festa è già passata. Anche lì si regalano fiori e biglietti, ma la tradizione prevede un piatto speciale preparato per la madre, spesso a base di baccalà. In Indonesia il 22 dicembre non si onorano soltanto le madri: è anche una giornata di manifestazioni politiche a sostegno dei diritti delle donne.

Quanto ai fiori, il garofano resta il simbolo più diffuso. Rosso o rosa per le madri in vita, bianco per quelle che non ci sono più. Un codice semplice, che non ha bisogno di istruzioni.

Orizzonte scuola

SE MI AMATE

 


Evento pasquale 



comunione

 agapica

 

Riflessione di don Massimo Naro  

sulla liturgia della Parola

 nella VI domenica di Pasqua (anno A)

 

At 8,5-8.14-17; Sal 65/66; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

 L’odierna pagina evangelica è affollata di voci verbali, che hanno il merito di evidenziare l’indole dinamica dell’evento pasquale, prospettato dal Maestro di Nazareth ai suoi discepoli durante quella che comunemente viene considerata l’ultima sua cena con loro. L’abbondanza di voci verbali dice appunto che la Pasqua ha a che fare più con la vita, col suo inopinato trionfo, che con la morte, col suo urto tremendo. La morte è certamente inscritta nella Pasqua, ma come fatto transitorio, non come ultimo approdo, non come tappa ultimativa. 

È sì un fattore costitutivo della Pasqua, l’elemento che la fa essere un “passaggio”. Ma resta comunque penultima rispetto alla vita, quella nuova, che – tramite la morte e nonostante essa – comincia finalmente e perdura infinitamente.

Nella Pasqua la morte si trasfigura in vita vera.

Viene così fasciata e curata l’antica ferita che Adamo, peccando, si era autoinferto. Egli non aveva preso sul serio l’avvertimento premuroso del Creatore, fraintendendolo piuttosto come una egoistica minaccia o come un subdolo deterrente: «Nel giorno in cui mangerete dell’albero della conoscenza del bene e del male, certamente ne morirete» (Gen 2,17). La traduzione greca fatta dai Settanta d’Alessandria, nel terzo secolo a.C., rende fedelmente l’espressione ebraica che sta per «certamente ne morirete» con questa formula: thanátōi apothaneîsthe, letteralmente «di morte morirete», o «morendo morirete». I Padri della Chiesa, tenendo conto che secondo il racconto biblico Adamo visse fino a 930 anni (altri 900 anni dopo aver peccato, essendo stato creato già circa trentenne, a immagine del Figlio come si sarebbe poi incarnato nel Cristo, suggeriva Tertulliano), hanno interpretato questa «morte certa» come la morte spirituale, ossia come l’interruzione del rapporto col Dio Vivente. La loro era un’intuizione pertinente: peccare vuol dire morire veramente, morire radicalmente, alla radice, sebbene il fusto dell’albero potrà dare l’impressione di sopravvivere per tanti anni ancora.

Accogliendo il parere di pensatori cristiani contemporanei come Pierre Teilhard de Chardin, secondo i quali la morte fisica non è conseguenza del peccato delle origini, potremmo concludere che quella prima disobbedienza (quel primo fraintendimento di Dio da parte dell’essere umano) irrompe nell’esistenza di Adamo e nella storia dell’umanità come la vera morte, come la morte che fa davvero morire, che tronca il cordone ombelicale tra l’essere umano e il Dio Vivente, trasformando la morte in quanto tale da accadimento sperimentato come un fatto buono, positivo, sereno, naturale, transitorio (cioè “pasquale”, funzionale al passaggio verso una partecipazione più piena alla vita divina), intrinseco al vivere umano, in accadimento sperimentato come un fatto cattivo, negativo, angosciante, contronatura, terminale, opposto al vivere.

Dopo quel fatidico «giorno» (hēméra nel greco dei Settanta) della morte – di cui si parla in Gen 2,17 –, Gesù annuncia, in termini molto impliciti, tanto da non essere immediatamente compreso, il «giorno» (hēméra anche in questo brano giovanneo) in cui l’umanità, rappresentata dai suoi discepoli, potrà sapere come stanno veramente le cose, conoscendo una buona volta non l’intenzione punitiva di Dio ma la sua paterna volontà di abbracciare tutti nell’orizzonte eterno della sua stessa vita. Entrando nell’ora pasquale, Gesù chiarisce ai suoi amici che egli vive veramente, unito alla radice della vita eterna, al Dio Vivente che lo genera paternamente alla vita e con lui condivide la sua vita. E aggiunge che anche loro – i discepoli – vivranno per davvero, partecipando di quella vita radicale, attingendola a loro volta dalla radice della vita, dal Dio Vivente: «Io vivo e voi vivrete» (il verbo è záō e riecheggia il sostantivo zōḗ, che nel linguaggio giovanneo è proprio la vita di qualità “divina”, distinta dalla vita di durata “naturale”, bíos).

La condivisione di questa vita radicale, che mette al riparo dalla morte radicale, incardina anche i discepoli, quelli di allora e quelli di oggi, nell’Essere di Dio: permette di “sperimentare” (così possiamo intendere il verbo “conoscere-sapere” che ricorre più volte in questa pagina evangelica) il circolare innesto del Figlio nel Padre suo e dei discepoli nel Figlio e, in definitiva, nel Padre stesso: «In quel giorno saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». Così l’Essere di Dio traspare nel suo Esserci, di cui i discepoli – in virtù della loro comunione col Cristo – diventano i rappresentanti e i testimoni.

La comunione con Dio in Cristo Gesù, tuttavia, non è soltanto una condizione ontologica che occorre capire concettualmente. È anche una condizione esistenziale, effettivamente vissuta intrattenendo e maturando un rapporto personale col Signore. Si tratta di una relazione intima, resa possibile dallo Spirito Santo, il Paraclito promesso e donato ai discepoli, «affinché rimanga con voi per sempre (in eterno: eis tòn aiôna)», dice Gesù. Attraversare la morte senza restarvi imprigionati, vivere per davvero, di nuovo e per sempre, partecipando della medesima vita del Dio Vivente, significa respirare con Dio, cospirare con lui, vivere del suo stesso respiro, che è lo Spirito Santo. Divo Barsotti lo ha spiegato in un suggestivo passaggio del suo libro Il Signore è uno: «La nostra vita indubbiamente si distingue dalla vita di Dio, ma non se ne separa: è una partecipazione reale. L’assunzione della natura umana da parte del Verbo implica veramente una partecipazione di questa natura alla spirazione dello Spirito Santo. E poiché siamo tutti una cosa sola nel Cristo, anche noi partecipiamo a questa spirazione divina».

L’amore agapico

Questo è l’esito straordinario dell’amore agapico, dell’amore vicendevole. Vale a dire di un amore che esige d’essere “atto d’amore”, senza alcun ristagno, senza mai fermarsi, senza entrare in cortocircuito. L’amore reciproco è movimento vivace e vitale, aperto a ulteriori sviluppi. Anch’esso, infatti, si esprime in una voce verbale: agapáō: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Anzi: «in lui». È l’amore agapico, è l’amare agapicamente, cioè l’amare di amore reciproco, che abilita i discepoli a esserne il riflesso, a diventarne testimoni: il Cristo si manifesta in chi ricambia l’amore, in chi ama a sua volta, in chi si lascia coinvolgere responsabilmente nella comunione agapica. Egli “risplenderà in” (emphaínō si legge nel testo greco: mostrarsi-in, en-phaínō): in chi accetta d’essere avviluppato in quella matassa di relazioni d’amore che è l’Agape divina.

L’evento pasquale, pertanto, è – e sarà ancora, quale perenne Parusia – la suprema teofania. 

Dio si rende presente, ci fa visita, si lascia intravedere nella luce del Crocifisso-Risorto. Nella luce pasquale noi entriamo in contatto con lui: è la qualità mistica dell’esistenza credente. La vita cristiana ha una valenza principalmente mistica. Ciò non toglie che abbia pure delle importanti implicazioni etiche, derivanti proprio dalla dimensione mistica, giacché germogliano dalla comunione spirituale (in senso forte: pneumatica) con Dio in Cristo Gesù: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti», leggiamo nel brano evangelico. Perché la vita di Dio nei discepoli è – e non può non essere – anche la loro vita buona, moralmente retta, solidale, giusta.

 www.tuttavia.eu

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sabato 9 maggio 2026

ARTIGIANI DI PACE

 


Proprio come un artigiano lavora con pazienza, cura e dedizione, anche la pace è il frutto di piccoli gesti compiuti con amore e responsabilità.

La pace inizia dentro ogni persona e si diffonde attraverso semplici atteggiamenti: perdonare, comprendere, accogliere e promuovere il bene.

Essere artigiani di pace significa avere il coraggio di agire in modo diverso. È rispondere al male con il bene, trasformare i conflitti in opportunità di riconciliazione.

Ogni gesto di bontà, ogni atteggiamento di giustizia e ogni parola di incoraggiamento sono come piccoli tasselli che aiutano a costruire un mondo più pacifico.

Che possiamo essere veri artigiani di pace, portando serenità, comprensione e amore a tutti coloro che incrociano il nostro cammino.

(Apollonio Carvalho Nascimento)

LA PAROLA CHE FERISCE


 Fermare quella parola che ferisce

L’odio che entra da fessure piccole


. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. 

Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo

 Gli “attrezzi” che noi usiamo? Precisione, gentilezza, visione panoramica, senso di comunità e racconto lungo»

 -di MARCO GIRARDO

Pubblichiamo un’ampia parte dell’intervento tenuto martedì 5 maggio dal direttore di Avvenire, Marco Girardo, in occasione dell’audizione presso la Commissione straordinaria del Senato per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, presieduta dalla senatrice Liliana Segre. L’audizione si è tenuta nell’ambito dell’indagine conoscitiva avviata dalla Commissione sui discorsi d’odio con particolare attenzione all’impatto del linguaggio pubblico sulla diffusione dei discorsi d’odio.

Vorrei partire da una constatazione semplice: i discorsi d’odio non nascono nel vuoto di parole, nascono nel vuoto di senso. Non compaiono all’improvviso, come un incidente isolato dentro uno spazio pubblico altrimenti sano. Sono piuttosto il sintomo, spesso estremo, di un ambiente comunicativo che si è progressivamente deteriorato. Prima dell’odio dichiarato, c’è quasi sempre una lunga preparazione: mutano lentamente le parole, si modifica il tono, cambia anzitutto lo sguardo sull’altro (…). Per questo interrogarsi sull’impatto del linguaggio pubblico significa andare alla radice: non solo misurare quante parole d’odio circolano, ma domandarsi quale spazio pubblico le rende possibili, le premia, le accelera e infine le normalizza.

I connotati dello spazio pubblico

Questo spazio pubblico, oggi, ha alcune caratteristiche che vorrei brevemente richiamare.

 La prima è la polarizzazione. Il discorso pubblico tende sempre più a trasformare ogni questione in uno scontro binario: di qua o di là, amico o nemico, puro o impuro, traditore o fedele. Il “tifo calcistico” è diventato la modalità con cui affrontiamo problemi sempre più complessi. Piace perché semplifica, non costringe a pensare, conferisce identità “per contrasto”. Ma proprio lì l’odio si prepara: quando l’altro non è più una persona con cui condivido uno spazio comune, ma il segno di ciò che temo e respingo.

La seconda caratteristica è la paura, un materiale comunicativo potentissimo, perché cattura l’attenzione, crea appartenenza e produce reazione. Ma quando diventa il registro ordinario del discorso pubblico, la paura restringe lo sguardo. Non vediamo più persone, storie, cause, responsabilità: vediamo anzitutto minacce. Il migrante diventa così l’invasore, il povero un fastidio, il diverso un rischio. La paura semplifica, e l’odio trova terreno fertile nelle semplificazioni.

La terza caratteristica è la ridondanza.

Non siamo mai stati così informati e, insieme, così disorientati. Ci sentiamo spesso sovraccarichi, “schiacciati”. Ma l’eccesso di informazione non produce automaticamente conoscenza. Anzi: tende a produrre assuefazione, stordimento, paralisi. La quarta caratteristica è la post-verità o, meglio, il groviglio nel quale oggi siamo immersi: disinformazione mirata, clickbaiting, fonti algoritmiche. L’informazione procede spesso per addizione e accumulo, ma non sempre genera senso. E “senso” significa anzitutto “direzione”. Dove manca la direzione, resta il rumore. La quinta caratteristica è il fattore tempo. Vince il mordi e fuggi. Leggiamo titoli, anteprime, frammenti d’informazione, guardiamo video di pochi secondi. Ma il linguaggio in una democrazia ha bisogno di tempo, oltre che di verifica. Quando questo tempo scompare, resta la reazione. E la reazione, soprattutto negli ambienti digitali, tende facilmente a trasformarsi in aggressione.

Ad essersi completamente “snaturato”, dunque, è lo spazio pubblico, prima ancora del “discorso pubblico”.

Come ricorda Zygmunt Bauman ( Il silenzio dell’opinione pubblica, dialogo con Ezio Mauro), nella polis greca tra la casa privata, l’oikos, e la sfera propriamente pubblica, l’ekklesia, si collocava l’agorà, il luogo della traduzione. Traduceva gli interessi privati in questioni comuni e, all’inverso, le questioni pubbliche in doveri e diritti delle persone. Ecco, oggi il punto è proprio questo: abbiamo moltissime opinioni private esposte in pubblico, ma fatichiamo ad avere una vera opinione pubblica. Abbiamo molte, troppe connessioni ma pochi legami. Abbiamo reazioni, non sempre giudizio. Abbiamo flussi, quasi mai “senso” – come si diceva, nella sua accezione originaria di “direzione”. Perché ci manca un’agorà.

Ruolo delle piattaforme: prima e dopo i social

Su tutto questo pesa il ruolo delle grandi piattaforme. C’è un prima e un dopo i social. Nati per connettere, in molti casi hanno finito per alimentarsi di scontro più che di incontro. La giornalista filippina-statunitense Maria Ressa, premio Nobel per la Pace, ha parlato nel suo intervento in Vaticano, in occasione del Giubileo della Comunicazione, di «strumenti di ingegneria comportamentale di massa»: piattaforme che monetizzano indignazione, odio, divisione, sfruttando le nostre vulnerabilità psicologiche. Barbara Kingsolver (Avvenire, 30 aprile) lo dice con grande chiarezza: quando una società si abitua a pensare che la forza sia una soluzione ‒ nelle relazioni internazionali, nella retorica, nella vita quotidiana ‒ prima o poi quella logica entra anche nella politica. E quando qualcosa diventa pensabile, può diventare praticabile. Ecco il punto: le parole non causano meccanicamente la violenza. Ma possono creare le condizioni perché la violenza appaia giustificabile (…).

Ruolo e responsabilità del giornalismo

Non credo che i media siano gli unici responsabili del deterioramento del linguaggio pubblico. Sarebbe ingiusto e troppo comodo dirlo. Ma il giornalismo ha una responsabilità specifica, perché lavora ogni giorno con la materia prima della democrazia: le parole, i fatti, il contesto, la gerarchia delle notizie. Ad Avvenire proviamo a rispondere a questa crisi non con una predica sul linguaggio, ma con un metodo che cerca di privilegiare il fondamentale sul sensazionale e il rilevante sul recente (anche perché recente significa ormai istantaneo...). Ecco alcuni attrezzi che utilizziamo.

Il primo attrezzo è la precisione.

La precisione non è freddezza. È una forma di rispetto. Chiamare le cose con il loro nome, evitare parole che deformano, distinguere, contestualizzare, non confondere casi singoli e fenomeni generali. Non passare arbitrariamente ‒ e provocatoriamente ‒ dalla cronaca alla sociologia. Tutto questo è già un argine ai discorsi d’odio. Perché l’odio vive di indistinto. Il giornalismo, invece, deve saper restituire differenze.

Il secondo attrezzo è la gentilezza. So che questa parola può sembrare fragile, ingenua e quasi inadatta alla durezza del nostro tempo. La gentilezza, tuttavia, non è remissività o rinuncia al giudizio. È una disciplina del linguaggio. La scelta di non aggiungere veleno al veleno e di sfuggire al ricatto ideologico del “se non ti schieri così, se non la pensi come me, allora stai con quelli là”. Una parola pubblica può essere ferma sui principi ma disarmata nei toni.

Il terzo è la visione panoramica. Il buon giornalismo deve fare il contrario dello scrolling. Non aggiungere semplicemente pezzi al flusso, ma aiutare a vedere l’insieme, dare proporzione. Decidere che cosa conta davvero: anche la gerarchia delle notizie, oggi, è linguaggio pubblico. E proprio in questa particolare operazione i giornali quotidiani, per la loro natura e lo stesso processo di “fattura”, assumono a mio parere un ruolo fondamentale: è un direttore di lungo corso come Ezio Mauro, nel suo già citato dialogo con Bauman, a ricordare che «il giornale non è una stazione neutra nel percorso dell’informazione». Il quotidiano è oggi sempre più uno «strumento cognitivo». Se, infatti, in Rete l’informazione scorre come l’acqua di un fiume – contano quindi portata e velocità – il giornale, invece, sta fuori dal flusso perché sceglie, scarta, trattiene, ordina. Attribuisce una misura ai fatti.

Tale gerarchia non è soltanto una tecnica professionale, è un’assunzione di responsabilità.

Il giornale quotidiano è “neghentropia” e cioè la tendenza di un sistema aperto, come gli organismi viventi o le organizzazioni, a generare ordine, complessità e organizzazione opponendosi al naturale decadimento entropico verso il disordine. Il quarto strumento nella cassetta è il giornalismo di comunità. Uso questa espressione con convinzione. Non significa parlare solo a chi la pensa come noi, né chiudersi in una comunità identitaria. Significa pensare il giornale come luogo di legame: piazza e ponte, non curva dello stadio.

Il giornalismo deve parlare ai cittadini, alle persone, non ai clienti o ai follower. Deve costruire comunità, non soltanto community (…). Il quinto “attrezzo” è il racconto lungo. In un ecosistema dominato dalla velocità, il racconto lungo è un atto controcorrente. Significa fermarsi quando tutto scappa, tornare sui luoghi, dare profondità storica ai fatti, cercare cause e non solo effetti. Ci stiamo investendo, ad Avvenire, con campagne giornalistiche della durata di un anno come “ Donne per la pace”, “ Figli di Haiti”, “ Guerre dimenticate”, “ Europa bene comune”. (…).

Una risposta culturale

Ecco perché davanti ai discorsi d’odio non basta una risposta repressiva, pur necessaria quando si oltrepassano i limiti della legge. Serve anche una risposta culturale. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo, tra conflitto democratico e delegittimazione dell’altro.

Una democrazia non vive senza conflitto.

Non dobbiamo avere paura delle parole forti, delle opinioni nette, del dissenso e persino dello scontro. Ma c’è una soglia che non può essere varcata: quella in cui l’avversario diventa nemico assoluto, il diverso diventa una minaccia ontologica e la persona viene ridotta alla categoria che la contiene. Il problema non è il dissenso: è l’espulsione simbolica dell’altro dallo spazio comune (…).

Il filosofo Davide Assael (Avvenire, 30 aprile), riflettendo sui segnali di violenza politica e antisemitismo, ha parlato della necessità di «resistere ai meccanismi di importazione del conflitto e delle propagande organizzate» verso cui l’opinione pubblica mostra un cedimento quasi strutturale. È una definizione utile anche per questa sede: il linguaggio pubblico può diventare il luogo in cui conflitti lontani vengono importati, deformati, radicalizzati, vengono trasformati in identità aggressive. Per questo le istituzioni hanno una responsabilità speciale.

La parola istituzionale pesa più delle altre. Non perché debba essere meno libera, ma perché produce effetti più larghi. Può rassicurare o incendiare. Può riconoscere o escludere. Può aprire un varco di convivenza o legittimare il sospetto. Anche noi giornalisti abbiamo una responsabilità speciale. Non siamo custodi proprietari della verità. Ma siamo chiamati a custodire un metodo: verificare, distinguere, contestualizzare, dare voce, non cedere alla tentazione dell’incendio permanente (…). Vorrei concludere con un’immagine. L’odio non entra quasi mai nella casa comune sfondando la porta. Entra da fessure piccole: una parola detta con leggerezza, una battuta ripetuta, una categoria usata al posto di un volto, una paura trasformata in identità, una notizia privata del suo contesto. Poi quelle fessure si allargano. E a un certo punto ci accorgiamo che l’aria è cambiata, diventando irrespirabile.

Contrastare i discorsi d’odio significa allora riparare il linguaggio pubblico

Non per renderlo più debole, ma per renderlo più giusto. 

Non per cancellare il conflitto, ma per impedire che il conflitto cancelli l’umanità dell’altro.

 www.avvenire.it

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