sabato 19 settembre 2026

GIUSTIZIA E MISERICORDIA

 

Dal contratto

alla promessa,

per trovare

 il giusto mezzo


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXV domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 55,6-9; Sal 144/145; Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16

Nelle scorse domeniche la liturgia della Parola ha enfatizzato il tema della riconciliazione fraterna e del perdono reciproco: il messaggio evangelico ci ha mostrato che riconciliazione e perdono sono imprese destinate a rimanere improbabili, spesso addirittura impossibili, se non si tiene presente – come modello paradigmatico – la misericordia divina. In questa domenica l’accento viene posto sulla giustizia. Riguardo alla quale gli esseri umani, seppur in varie maniere, si sono esercitati con maggiore costanza nel corso della storia, formulando codici giuridici, ideando sistemi legislativi, stabilendo criteri legali. Magari per poi aggirarne le esigenze e violarli in modi più o meno subdoli. E spesso finendo per contrapporre la giustizia alla grazia. Questa è solitamente intesa come una sospensione della giustizia, perciò sempre a rischio di dimostrarsi ingiusta. Un tale fraintendimento della grazia e del suo rapporto intrinseco con la giustizia giunge a proiettare persino in Dio la presunta incompatibilità tra giustizia e misericordia.

L’odierna pagina evangelica, anche in questo caso, distingue nettamente la giustizia umana da quella divina, benché non le contrapponga affatto. E, soprattutto, rivela che in Dio giustizia e grazia, misericordia e giustizia, non si contraddicono. Per Dio, giustizia e grazia non sono alternative l’una all’altra, quasi che operando secondo giustizia egli non operi più con grazia. E viceversa. Giustizia e grazia, in Dio, non sono estremi che si escludono a vicenda, bensì poli che si attraggono, intrecciandosi tra loro a tal punto da coincidere: la misericordia di Dio è la sua giustizia, come la giustizia di Dio è la sua misericordia.

Gesù ne dà il lieto annuncio, raccontando la parabola degli operai invitati – in momenti diversi della giornata – a lavorare in una vigna. Il loro datore di lavoro ne aveva chiamati alcuni all’alba, accordandosi con loro di pagarli un denaro a testa: il fatto di essersi accordato (la voce verbale greca qui usata è symphōnéō, che vuol dire stare in sintonia, realizzare una sinfonia) ci fa intuire che quel contratto era pienamente soddisfacente per tutti, prospettando – giustamente – per quegli operai non il minimo ma il massimo salariale. Ne aveva poi chiamati altri alle nove del mattino, promettendogli di dar loro «quello che è giusto» (díkaion, nel greco dell’evangelista Matteo: da díkē, che significa giustizia). Ugualmente aveva fatto di nuovo a mezzogiorno, alle tre del pomeriggio e, infine, alle cinque. Al calar della sera, quel datore di lavoro dispose che tutti gli operai – quelli dell’ultima ora non diversamente da quelli della prima ora – fossero pagati con un denaro, cioè con l’intera paga giornaliera. Ma qualcuno della prima ora ebbe da ridire, borbottando che era ingiusto pagare con lo stesso salario chi aveva faticato tutta la giornata e chi aveva lavorato solo pochissime ore.

Il ragionamento di quell’operaio scontento non faceva una grinza. Anche noi, istintivamente, gli diamo ragione, radicati come siamo nella concezione “retributiva” che abbiamo della giustizia. Ma restiamo spiazzati, al pari degli uditori di Gesù, dalla spiegazione data dal padrone della vigna. Il quale, all’operaio contestatore, disse: «Amico, io non ti faccio torto (Hetaîre – che significa anche “socio” –, ouk adikô se)». Vale a dire: io non compio un’ingiustizia a tuo carico, io sto rispettando il contratto che abbiamo fatto. Tuttavia, per quel padrone così strano, che da despótēs e da kýrios – i termini greci che si trovano nella pagina evangelica – si trasforma in amico e socio dei suoi operai, la promessa fatta a quelli della seconda, terza, quarta e ultima ora, non vale meno del contratto stipulato con quelli della prima ora. Anche la promessa si impegna a corrispondere «quello che è giusto». In forza del contratto, «quello che è giusto» è il massimo salariale. In virtù della promessa, «quello che è giusto» è un minimo salariale, che equivale al massimo. Poiché, alla luce della promessa, diventa chiaro che la giustizia, per quel padrone, è un tutt’uno con la sua bontà (all’operaio scontento, egli difatti risponde: «Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?»).

La giustizia e la bontà di quel padrone sui generis sono, in ogni caso, il massimo, la misura più alta, la più favorevole. Stando all’insegnamento del Maestro di Nazareth, contestare quest’intreccio di bontà e giustizia non ci rende più coerenti con la giustizia, ma meno inclini alla bontà. E, di conseguenza, più propensi alla malvagità. Sì, proprio alla malvagità. Giacché, nel greco del brano matteano, la frase «tu sei invidioso perché io sono buono» suona letteralmente così: «il tuo occhio è malvagio per il fatto che io sono buono». L’occhio malvagio (ponērós, lo stesso termine che si trova nell’ultima invocazione del Pater noster: «liberaci dal maligno») vede come fosse un male ciò che invece è buono, vede come un ingiusto colui che è buono (agathós). Occorre, dunque, maturare una corretta visione della realtà. Bisogna chiarire la verità delle cose, come fa quel padrone con la sua spiegazione riguardo al senso del suo comportamento. Cambiando sguardo, ovverosia modo di pensare, allora si può comprendere ciò che già il profeta Isaia diceva per conto di Jhwh Adonai: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore», come leggiamo nella prima lettura di questa domenica.

È importante capirlo, perché altrimenti si travisa la morale che Gesù distilla dalla sua parabola: «Così gli ultimi (éschatoi) saranno i primi (prôtoi) e i primi, ultimi». Non è un manifesto rivoluzionario, come prevederebbe la dialettica hegeliana tra servo e padrone radicalizzata in lotta di classe da Marx ed Engels. Non dobbiamo interpretare sulla scia del materialismo storico la storia della salvezza cantata nel Magnificat dalla Madre di Gesù. Il Dio biblico, e Gesù come suo Messia, non mirano a capovolgere le gerarchie che pur intasano di opprimenti sovrastrutture l’esistenza umana e la vita sociale. Non stanno né a destra né a sinistra. E neppure in un centro che di volta in volta rafforzi tatticamente il peso della destra o della sinistra. Puntano, piuttosto, a quella che i filosofi greci prima e, poi, i Padri della Chiesa chiamavano mesótēs, il giusto mezzo: illuminante espressione, il cui fulcro non sta nel sostantivo “mezzo” bensì nell’aggettivo “giusto”.

Il Dio biblico, tramite Gesù suo Messia, vuole farci sapere che nel «regno dei cieli» – impersonato da un Signore misericordioso e giusto, giusto in quanto misericordioso – le gerarchie d’ogni tipo sono superflue. Al suo cospetto – e in relazione con lui – tutti sono sullo stesso piano. Gli ultimi al livello dei primi. E i primi al livello degli ultimi, che ormai sono giustappunto i primi. Non “al posto”, ma “al livello”. Nel regno dei cieli nessuno scalza nessuno. Tutti hanno, semmai, il loro inalienabile e inviolabile posto. Più precisamente: tutti stanno in un unico, medesimo, posto: quello del Figlio stretto nell’abbraccio del Padre suo.

È Cristo Gesù il «giusto mezzo», cioè colui che sta nell’abbraccio di Dio Padre. È lui, al contempo, il primo e l’ultimo, ho prôtos kaì ho éschatos, come il Risorto proclama, riguardo a sé, nell’ultimo libro della Bibbia cristiana (Ap 1,17).

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IL PAPA E LO SPORT

 

Lo sport,

 strumento

 comunitario

 aperto 

e inclusivo


Lettera di papa Leone XIV 

"La Vita in Abbondanza" sul valore dello Sport

Di Antonio Tarallo

 (ACI Stampa).

Lo sport, strumento comunitario aperto e inclusivo che aiuta l'uomo a crescere nella sua persona. Incoraggia poi la tregua olimpica in questo momento così particolare del mondo. Il papa scrive sullo sport e lo fa con una Lettera il cui titolo già dice tutto: “La vita in abbondanza”, un titolo che riassume tutto il contenuto delle parole del pontefice. Lo fa in occasione della celebrazione dei XXV Giochi Olimpici Invernali e dei XIV Giochi Paralimpici che hanno inizio oggi. 

Lo sport, seppur praticato da professionisti, rimane comunque “un'attività comune, aperta a tutti”, “salutare per il corpo e per lo spirito, al punto da costituire un'universale espressione dell'umano” così si esprime papa Leone XIV. Un grande valore è quello della pace, per il pontefice: e in merito cita i suoi predecessori come Giovanni Paolo II, un papa sportivo come papa Prevost tra l'altro. Fa riferimento, dunque, alla famosa tregua olimpica, che nell'antica Grecia era un accordo volto a sospendere le ostilità prima, durante e dopo i Giochi Olimpici, “affinché atleti e spettatori viaggiare liberamente e le competizioni si svolgono senza interruzioni”. Una tregua in virtù del fatto che lo sport “promuove la maturazione della coesione comunitaria e del bene comune”: “Incoraggio vivamente tutte le Nazioni, in occasione dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, a riscoprire ea rispettare questo strumento di speranza che è la Tregua olimpica, simbolo e profezia di un mondo riconciliato”.

Non poteva mancare, nella Lettera, un paragrafo riguardo all'importante valore formativo dello sport. Ed è partendo dal Vangelo di Giovanni, dalla frase che dà il titolo alla Lettera («Io sono venuto perché ho la vita e l'abbiano in abbondanza») che il pontefice scrive riguardo questo alto e importante valore. Papa Leone XIV dà allora la sua chiave di lettura tutta cristiana, profondamente radicata nella Chiesa: “Gesù ha sempre posto al centro le persone, se ne è preso cura, desiderando per ciascuna di esse la pienezza della vita”. Un pensiero che si dirama - grazie anche ad alcuni spunti presi dal Magistero di Giovanni Paolo II - poi in una visione antropologica-cristiana: una visione in cui l'uomo è legato alla sua missione. “La persona, dunque, secondo la visione cristiana - continua il pontefice - deve rimanere sempre al centro dello sport in tutte le sue espressioni, anche in quelle di eccellenza agonistica e professionale”. E sulla figura dell'atleta si addentra in un raffronto con gli scritti paolini. Sono stati molti, infatti, gli autori cristiani che hanno utilizzato “immagini atletiche come metafore per descrivere le dinamiche della vita spirituale; e questo, fino ad oggi, ci fa riflettere sulla profonda unità tra le diverse dimensioni dell'essere umano”. E, sempre in merito all'uomo, il papa sottolinea come in lui ci sia “unità di corpo, anima e spirito”. Unità che troviamo - sottolinea la Lettera - ad esempio nei pellegrinaggi dove tutti questi elementi sono coinvolti. 

La tradizione di unità tra corpo e spirito, inoltre, ricorda papa Leone è possibile trovarla - nella storia della Chiesa - “nelle scuole dei Gesuiti”: pratiche sportive (in cui anima e corpo vivono appieno) avvalorate “dagli scritti di Sant'Ignazio di Loyola, in particolare dalle Costituzioni della Compagnia di Gesù e dalla Ratio Studiorum”. E poi, allora, cita i grandi educatori cristiani quali  san Filippo Neri e san Giovanni Bosco. Ricorda anche l'Enciclica Rerum novarum (1891) di Leone XIII: “essa stimolò la nascita di numerose associazioni sportive cattoliche, rispondendo così sul piano pastorale alle mutate esigenze della vita moderna – si pensi alle condizioni degli operai dopo la rivoluzione industriale – e alle nuove abitudini emergenti”.

La Lettera fa riferimento ai vari pontefice della Chiesa: tutti concordi nell'affermare il grande valore umano presente negli sport: " Molto significativi sono stati due Giubilei dello Sport celebrati da San Giovanni Paolo II: il primo il 12 aprile 1984, nell'Anno della Redenzione; il secondo il 29 ottobre 2000, allo Stadio Olimpico di Roma. In questa stessa linea si è posto il Giubileo del 2025, che ha rilanciato in modo esplicito il valore culturale, educativo e simbolico dello sport come linguaggio umano universale di incontro e di speranza”. 

Lo sport - sottolinea il papa - riesce ad andare fuori dal proprio io: "Durante un'esperienza sportiva, inoltre, spesso la persona si concentra completamente la propria attenzione su ciò che sta facendo. Si verifica una fusione tra azione e consapevolezza, al punto che non resta spazio per un'attenzione esplicita rivolta a sé stessi. In questo senso, l'esperienza interrompe la tendenza all'egocentrismo" così scrive. 

E poi, evidenzia l'importanza della “democraticità” che si dovrebbe avere nello sport, pratica non esclusivamente possibile a ceti sociali sviluppati, ma a aperta a tutti. Come pure, evidenzia, la difficoltà - in alcune società - delle ragazze a praticare alcuni sport. Così anche nella vita religios: “A volte, nella formazione alla vita religiosa, specialmente femminile, permangono diffidenze e timori verso l'attività fisica e sportiva”. E, allora, “occorre dunque impegnarsi affinché lo sport sia reso accessibile a tutti”. Denuncia anche quel business che sta divenendo troppo spesso “la motivazione primaria o esclusiva” del fare sport. Nulla di più negativo per lo sport, perché si tradisce il suo valore profondo.  Lo sport è comunità, per papa Leone XIV. Ed è importante, fondamentale, dunque, rifiutare ogni tipo di strumento non lecito come il doping e ogni altra “forma di corruzione”. 

Un passaggio assai importante è, inoltre, dedicato al valore del vincere e del perdere. Scrive papa Leone XIV: "Vincere non è semplicemente primeggiare, ma riconoscere il valore del percorso compiuto, della disciplina, dell'impegno condiviso. Perdere, a sua volta, non coincide con il fallimento della persona, ma può diventare una scuola di verità e di umiltà. Lo sport educa così a una comprensione più profonda della vita, nella quale il successo non è mai definitivo e la caduta non è mai l'ultima parola". 

 Infine mette in guardia dalle “tecnologie applicate” che “rischiano di introdurre una separazione artificiale tra corpo e mente, trasformando l'atleta in un prodotto ottimizzato, controllato, potenziato oltre i limiti naturali. Quando la tecnica non è più al servizio della persona ma pretende di ridefinirla, lo sport perde la sua dimensione umana e simbolica, diventando un laboratorio di sperimentazione disincarnata” scrive papa Leone XIV.

"Una valida pastorale dello sport nasce dalla consapevolezza che lo sport è uno dei luoghi in cui si formano immaginari, si plasmano stili di vita e si educano le giovani generazioni. Per questo è necessario che le Chiese particolari riconoscano lo sport come spazio di discernimento e accompagnamento, che merita un impegno di orientamento umano e spirituale" continua papa Leone XIV. Ribadisce l'importanza di racconto pastorale che “può contribuire in modo significativo alla riflessione sull'etica sportiva” scrive il pontefice. 

 E conclude: "La vita spirituale offre agli sportivi uno sguardo che va oltre la prestazione e il risultato. Introduce il senso dell'esercizio come pratica che forma l'interiorità. Aiuta a dare significato alla fatica, a vivere la sconfitta senza disperazione e il successo senza presunzione, trasformando l'allenamento in disciplina dell'umano. Tutto ciò trova il suo orizzonte ultimo nella promessa biblica che offre il titolo a questa Lettera: la vita in abbondanza". 

Aci Stampa

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LA DEMOCRAZIA E IL VOTO

 

Ma il problema 

della nostra

 democrazia 

non è 

la nuova 

legge elettorale


-di Giuseppe Savagnone

La polemica sul premio di maggioranza

Divampa la polemica sulla riforma elettorale che è stata appena approvata al Senato e sta per esserlo, presumibilmente, alla Camera. L’opposizione l’ha già battezzata “legge-truffa”. E 160 costituzionalisti hanno sottoscritto un appello per segnalarne gli aspetti più critici.  

Tra questi è in primo piano l’introduzione del premio di maggioranza – una misura che non c’era nel Rosatellum, la legge elettorale finora vigente –, per cui alla lista o alla coalizione che alla fine prenda almeno il 42% dei voti, in entrambe le Camere, spetteranno 70 seggi aggiuntivi alla Camera dei deputati e 35 al Senato, facendola arrivare al 55%.

In realtà questa norma del Melonellum, come viene scherzosamente denominato il nuovo testo, va letta in rapporto ad un’altra, anch’essa di grande portata, che elimina completamente i collegi uninominali, passando a un sistema integralmente proporzionale. Con il Rosatellum circa un terzo dei parlamentari veniva eletto nei collegi con sistema maggioritario: chi aveva più voti prendeva il seggio e delle preferenze minoritarie non si teneva conto. Con la riforma, i collegi sono tutti plurinominali, e l’assegnazione dei seggi rispecchia la distribuzione dei voti tra i vari partiti.

Un’innovazione che può stupire in una riforma che, dichiaratamente, mira a garantire maggiore stabilità al governo (l’altro nome del testo è, significativamente, Stabilicum, perché è chiaro che il proporzionale determina una maggiore frammentazione dell’esito del voto.

E proprio a scongiurare questo pericolo il Melonellum prevede l’introduzione del premio di maggioranza (o di governabilità), con cui il principio maggioritario, eliminato nei collegi, ritorna in qualche modo ad ispirare l’insieme della votazione. Non a caso l’espressione «chi ha un voto in più governa e basta» è spesso ripetuta, in questi giorni proprio dai sostenitori della riforma, non più riferita all’elezione nel singolo collegio, ma a quella dell’intero Parlamento.

Resta, però, un limite preciso, imposto dalla sentenza con cui nel gennaio del 2017 la Suprema Corte ha ritenuto costituzionalmente legittimo il premio di maggioranza, per la lista che consegua almeno il 40% dei voti, purché la maggioranza così ottenuta non superi il 55%. Tenendo conto di questa pronunzia, la riforma prevede che, per evitare squilibri eccessivi, la coalizione premiata non potrà superare il 55% degli eletti – 220 deputati – alla Camera e il 56,5% – 113 senatori – al Senato.  

Un accorgimento che rende improbabile l’accoglimento da parte della Corte costituzionale della richiesta di incostituzionalità su questo punto, anche se, evidentemente, lascia aperto il problema politico.

Le elezioni del 2027 alla luce di quelle del 2022

E proprio per capire il senso politico di ciò che la riforma dice e di quello che non dice è importante leggerla con un occhio alla precedente consultazione elettorale, quella che ha portato al potere l’attuale governo.

Una prima importante novità è che ora PD, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa sono entrati a formare insieme al Movimento 5 Stelle un unico fronte elettorale, il cosiddetto “campo largo”, a differenza che nel 2022, quando, per un assurdo reciproco irrigidimento, si presentarono separati. Una scelta che portò a un annunciato suicidio elettorale, determinando inevitabilmente la sconfitta di entrambi gli schieramenti in tutti i collegi uninominali, in molti dei quali avrebbero avuto, se uniti, la maggioranza.

Quanto detto spiega perché la maggioranza ora abbia cambiato la legge elettorale abolendo appunto i collegi uninominali, dove teme di avere, questa volta, la peggio.

Una seconda novità è costituita dai sondaggi sfavorevoli al centrodestra, dopo il trauma del referendum e ora che la formazione di Vannacci, Futuro Nazionale, sembra avere assorbito una parte significativa dei suoi voti. Da qui il timore che le elezioni del prossimo anno, questa volta, diano luogo a un “pareggio”, mettendo fine all’esperienza del governo Meloni e la decisione di puntare sul premio di maggioranza per ottenere un risultato almeno vicino a quello raggiunto nel 2022 senza premio.

Perché allora la coalizione di centrodestra ha ottenuto alla Camera 237 deputati, a fronte degli 84 del centrosinistra e dei 53 del Movimento 5 Stelle, e al Senato 115 senatori, a fronte dei 44 del centrosinistra e dei 28 del Movimento 5 Stelle. Più, addirittura, di quel 55% che può aspirare ad avere alle prossime elezioni se conquista il premio di maggioranza. Ma allora li ha avuti con i voti…

Una legislatura divisiva

Il peggio che possa accadere, dunque, con questa riforma sfacciatamente ispirata agli interessi della maggioranza, ma che forse è eccessivo definire “legge-truffa”, è che si riproduca la situazione già in atto, in Parlamento, da quattro anni. Ma il problema non è dato dal rapporto numerico tra maggioranza e minoranza, bensì dallo stile che ha contrassegnato la gestione del potere da parte di quest’ultima, sia nei confronti del resto del Parlamento, sia verso gli altri organi costituzionali, prima fra tutte la magistratura.

Perché in questi quattro anni la maggioranza parlamentare è servita al centrodestra per esercitare un controllo totale del Parlamento che gli ha consentito di governare a suo piacimento, senza che l’opposizione riuscisse a ostacolarlo seriamente.

E questo in un clima che ha escluso ogni dialogo, riducendo il dibattito parlamentare, che dovrebbe essere al centro della vita democratica di un Paese, alla logica del calcolo numerico di maggioranza e minoranza. Il criterio è stato “chi ha un voto in più decide”.

Parafrasi di quel “chi ha un voto in più governa e basta”, ispirato a un cattivo concetto di democrazia, tipico del sovranismo (e riscontrabile infatti anche nella gestione trumpiana del governo negli Stati Uniti), secondo cui essa viene concepita come una “dittatura della maggioranza”. In questa logica perversa il vincitore delle elezioni, invece di sentirsi rappresentante di tutti e impegnato a confrontarsi continuamente con tutti, inclusi gli avversari sconfitti, ritiene suo diritto/dovere “tirare dritto”, esercitando il potere istituzionale per affermare gli interessi della propria parte.

Esemplare la promessa fatta da Trump di utilizzare i fondi pubblici per elargire 5.000 dollari ai cittadini americani se faranno vincere, alle elezioni di medio termine, i repubblicani. E davanti a molti interventi di Giorgia Meloni (la cui sintonia col tycoon rimane profonda) si ha la percezione di assistere ai comizi della pasionaria del suo partito, piuttosto che a una voce che rappresenta tutti gli italiani.

La stessa divisività ha contrapposto questa maggioranza di governo alla magistratura, alla Corte dei conti, alla Banca d’Italia, a tutti i centri di potere che potevano e dovevano avere un’autonomia propria per servire al bene comune.

Emblematico il modo in cui è stata fatta la riforma della giustizia, una riforma costituzionale e quindi decisiva per le sorti della nostra democrazia, varata in Parlamento in tempi record a colpi di maggioranza, in esplicito conflitto con la magistratura e bloccata poi dal voto popolare.

Lo scollamento tra potere istituzionale e popolo

La vicenda referendaria è stata significativa peraltro del rapporto tra classe di governo e base popolare. Spesso abbiamo sentito i rappresentanti del potere evocare il diritto al comando che viene loro dalla volontà degli italiani. Si tende a dimenticare e a far dimenticare che l’ultima tornata elettorale ha visto il massimo storico di astensioni: il 36,1%, un dato in crescita di 9,1 punti rispetto al 2018, quando l’astensione si era attestata al 27%, e – per fare un raffronto con la Prima Repubblica – quasi sei volte superiore rispetto al 6,51% delle elezioni del 1976.

In concreto, oltre 16,5 milioni di italiani non sono andati a votare, oltre 4 milioni in più rispetto alla precedente consultazione politica. E al non-voto va aggiunto il 2,2% di schede bianche e nulle. Insomma, quasi il 40% dei potenziali elettori oggi non è rappresentato nel nostro attuale Parlamento.

Del rimanente 60%, il centrodestra ha raccolto, rispetto ai circa 46 milioni di italiani aventi diritto al voto, un totale di 12,6 milioni di voti. Il 27%. È dunque in base alla fiducia di meno di un italiano su tre che si è preteso di gestire la cosa pubblica senza provare a cercare riscontri nelle altre forze politiche.

La base popolare di un governo non era mai stata così ristretta.  Il primo governo Conte, venuto fuori dalle precedenti elezioni, quelle del 2018, poteva contare tra Movimento 5 Stelle e Lega sul sostegno di 16,4 milioni di voti. Con la sola eccezione del governo Prodi – che, nel 1996, andò al potere grazie a 13,1 milioni di voti (ma anche con l’appoggio esterno di Rifondazione che di voti ne aveva 3,7 milioni) – tutti i governi precedenti, andando indietro fino al 1994, hanno avuto tra i 16,5 milioni di voti e i 19,7 milioni. Per non parlare degli anni Ottanta e Settanta, in cui, insieme ai suoi alleati, la DC aveva dietro di sé fino a 20 milioni di voti.

Come ha osservato un politologo, le elezioni che hanno portato al potere il governo Meloni hanno segnato il «crollo verticale della rappresentatività e della rappresentanza del Parlamento. Sia perché un numero crescente della popolazione decide di non partecipare al processo elettorale, con conseguenze negative dirette sulla qualità della rappresentanza democratica, sia a causa dell’intreccio tra riduzione del numero dei parlamentari e sistema elettorale fortemente distorsivo. Il voto del 2022 segna il momento di maggiore distacco tra classe politica e comunità politica» (Marco Valbruzzi).

A questo punto, la reazione popolare che ha bocciato la legge di riforma della giustizia acquista tutto il suo significato di reazione al declino della logica democratica.

Una classe politica inadeguata

Questo declino, peraltro, non è certo solo responsabilità del centrodestra. Complementare alla sua inadeguatezza è stata quella dell’opposizione. I suoi protagonisti principali, PD e Movimento 5 Stelle, sono profondamente in difficoltà.  Il primo, orfano del marxismo (anche se assurdamente accusato dalla destra di “comunismo”), da tempo ha ripiegato sulle battaglie per i diritti civili, a scapito di quelli sociali, diventando l’erede dell’individualismo possessivo del partito radicale (tradizionalmente di destra).

E il Movimento 5 Stelle, orfano a sua volta del sogno della democrazia diretta del popolo (vi ricordate la piattaforma Rousseau e il divieto dei rappresentanti di ricandidarsi?), stenta a trovare un’identità che vada al di là di un generico pacifismo. Sta di fatto che, quando questi partiti sono stati al governo, non sono stati in grado di affrontare adeguatamente le grandi crisi del nostro Paese, da quella dei poveri (in Italia ci sono 5 milioni e mezzo di persone sotto la soglia minima di povertà) a quella dei migranti (il governo Conte 2 e soprattutto il governo Gentiloni che, col ministro Minniti, ha inaugurato la politica del finanziamento dei lager libici).

E ora, per di più non riescono ad andare al di là di una sterile competizione per la scelta del futuro premier, senza fare reali passi avanti nell’elaborazione di un programma comune.

Ma allora il problema non è la nuova legge elettorale – per quanto furbesca e strumentale essa sia –, è il decadimento di una classe politica che ha urgente bisogno di trovare idee e persone nuove. La stabilità dell’esecutivo celebrata trionfalisticamente da chi ne ha goduto in posizione di privilegio – e ora auspicata per la prossima legislatura – ha solo mostrato l’incapacità dei governanti di fare serie riforme, malgrado i “quasi pieni poteri” e i fondi del PNRR, e soprattutto di creare un clima autenticamente democratico. Ma neppure possiamo sognare i governi del passato. Abbiamo urgente bisogno di prospettive nuove, creative di vero futuro. E spetta a noi farle emergere. La democrazia è il potere del popolo, non delle opposte caste dei suoi cattivi rappresentanti. È ora di ricordarcelo, all’avvicinarsi delle prossime elezioni, perché il popolo siamo noi.

 

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CRISTIANI IRRILEVANTI?

 


La sfida di una chiesa nuova:


Incontro con

 don Armando Matteo*



-di Stefano Zecchi

L’irrilevanza del cristianesimo che consegue a questo cambiamento d’epoca chiede, per il suo superamento, una nuova mentalità pastorale. Non possiamo dare le risposte di ieri alle domande di oggi. E in questo il cristianesimo ha molte carte da giocare. Ma ad un’unica condizione: quella di immaginare una Chiesa diversa. Ed è proprio a questa Chiesa diversa che con libertà e coraggio dobbiamo dare vita oggi, giocandosi fino in fondo la fortuna di essere irrilevanti!”. Queste le parole che don Armando Matteo*, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia università urbaniana di Roma e segretario per la Sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede, fanno da introduzione al suo ultimo libro edito da San Paolo La fortuna di essere irrilevanti. L’abbiamo incontrato. 

Don Armando recentemente hai scritto “La fortuna di essere irrilevanti”. Veramente come cristiani, è una fortuna essere irrilevanti? 

Ogni aspetto dell’esistenza umana possiede un carattere di ambivalenza, cioè offre sempre un altro lato rispetto a quello che ci viene immediatamente incontro quando lo osserviamo più da vicino. E questo vale anche per il tema dell’irrilevanza. 

Con questa parola, intendo innanzitutto registrare che, per il cittadino occidentale medio, Gesù e il suo Vangelo non rappresentano più una risorsa per una vita pienamente umana. Da decenni egli si rivolge ad altre fonti per apprendere come si vive felice mente la propria presenza umana al mondo. Ciò che per noi credenti è così rilevante per una vita pienamente fiorita – penso alla fede nel Signore Gesù, all’esperienza della preghiera, alla celebrazione eucaristica domenicale, all’appartenenza ad una comunità credente, all’attenzione ai poveri e agli svantaggiati – per la maggior parte di coloro che appartengono alle generazioni occidentali nate dopo la Seconda guerra mondiale rappresenta un elemento della storia della cultura diffusa, ma non più un ingrediente essenziale per un’esistenza compiuta. Il pensiero va ai giovani, per certa misura anche a quello delle persone anziane. Nel libro documento questo fatto con riferimenti non solo all’esperienza spicciola di chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il cristianesimo diffuso nelle nostre parrocchie e movimenti ecclesiali, ma anche con riferimento ai dati delle più recenti indagini sociologiche sul sentimento religioso degli occidentali. 

Di fronte a tutto questo, non c’è certamente da essere felici. Questa situazione dispiace, ferisce, provoca pure risentimento. Ma – ed ecco qui l’ambivalenza di cui si diceva sopra – questa situazione può diventare “una fortuna”. Cioè può diventare un’occasione buona per attuare, con libertà e con coraggio, quella trasformazione pastorale di cui la Chiesa che opera in Occidente ha urgentemente bisogno. 

Nel tempo dell’irrilevanza, quando nessuno si aspetta alcunché da noi, possiamo permetterci il grande gesto del “poter deludere”. Si tratta della possibilità di mettere in atto tutto ciò che è necessario per rendere le nostre comunità quello che dovrebbero essere – luoghi in cui chiunque possa innamorarsi di Gesù e del suo Vangelo – senza dover sottostare ai placet di chi non vuole cambiare nulla perché si è sempre fatto così, di chi vuole tornare più indietro che più indietro non si può, di chi pensa che tutto è ormai perduto e dobbiamo inventarci qualcosa di super strabiliante. 

Papa Francesco ripeteva spesso che non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca

Un cambiamento d’epoca… ci siamo accorti di questo cambiamento? 

Purtroppo, nessuno come i vescovi occidentali ha fatto e fa più fatica a entrare nella dinamica che il grande papa Francesco indicava con quella straordinariamente pertinente espressione. Il cambiamento d’epoca è una cosa davvero reale. Noi viviamo in un modo qualitativamente diverso rispetto a quello dei nostri genitori e dei nostri nonni. Abbiamo vite più lunghe e più sane, un apparato tecnologico straordinario, risorse mediche, farmaceutiche e psicologiche sempre di più in grado di eliminare ogni traccia di dolore e di sofferenza, cibo in abbondanza, informazioni senza numero e strumenti di comunicazione sociale efficaci e facili da utilizzare. Tutto questo ci ha portato nell’epoca dell’abbondanza e ci ha fatto definitivamente uscire da quella “valle di lacrime” di cui parla la Salve regina. Questo è il cambiamento d’epoca: una rivoluzione epocale e strabiliante dei fondamentali dell’esistenza umana. 

E il cristianesimo con cui i giovani, gli adulti e gli anziani occidentali oggi entrano ordinariamente in contatto è ancora del tutto parametrato per una vita condotta nell’antica valle di lacrime. E tanti credenti faticano – vescovi in primis – ad accettare questa nuova condizione dell’Occidente. 

La Chiesa è indietro di 200 anni ci ricordava il cardinale Martini, come mai questa affermazione non ci ha scosso e continua a non scuoterci? 

Come ricorderai su questa espressione di Martini ho scritto un libro dal titolo La Chiesa che verrà, nel quale cerco di offrire una risposta a questa tua domanda. Il punto è che cambiare non è facile. La mentalità pastorale che governa ancora la Chiesa che è in Occidente – quella che io chiamo “la pastorale della consolazione” – ha alle spalle 600 anni di storia e di successi. Rimboccarsi ora le maniche e mettersi a dare vita ad una nuova mentalità pastorale è un’impresa semplicemente notevole. Più facile pensare che, dopotutto, non siamo così indietro rispetto al cammino dell’umanità e che con qualche piccolo aggiustamento delle cose possiamo fare quello che abbiamo sempre fatto nell’ambito della formazione, della celebrazione e della testimonianza cristiane. 

 

Le nostre parrocchie, le nostre catechesi specialmente dell’iniziazione cristiana, la liturgia… e potrei continuare sono quelle di 50...60 anni fa, se non ancora quelle pre-Concilio. Perché non ci rendiamo conto che facciamo gesti e usiamo parole che sono incomprensibili all’uomo di oggi? Nonostante il Concilio noi siamo ancora spettatori, per esempio la celebrazione eucaristica… l’unica parte in i cui i fedeli posso dire una parola è la così detta “preghiera dei fedeli” che è di tutti purché dei fedeli, è una “caramella ciucciata da altri”, perché? 

Ripeto: cambiare non è mai un gesto facile. Devi prendere delle decisioni, abbandonare qualcosa a cui ti sei abituato e fare spazio a qualcosa che non hai ancora sperimentato. E poi devi avere il coraggio di affrontare la delusione degli altri. 

Noi siamo animali che hanno bisogno di abitudini, di attendibilità, di affidabilità. Di costanti. 

E questo vale anche a livello sociale e culturale. Ed ecclesiale. Ovviamente tutto questo poi può raggiungere un livello di inefficienza e di negatività molto alto e allora è tempo di darsi una mossa. Nella seconda parte del mio libro indico tutta una serie di “trasformazioni strutturali” che la Chiesa in Occidente deve mettere in atto per non diventare una specie di museo, una sosta per turisti, un luogo dove ci si prepara unicamente all’ultimo viaggio. E gli ambiti della futura necessaria trasformazione ecclesiale sono appunto quelli della formazione, della celebrazione e della testimonianza. Ed oggi proprio grazie alla stagione dell’irrilevanza che ci tocca in sorte, come credenti saremmo più liberi di cambiare, trasformare, deludere e contenere questa delusione. 

Le nostre messe festive, non parlo di quelle feriali, sono caratterizzate dall’assenza dei giovani, non riusciamo più ad essere attrattivi? La nostra fede è diventata insignificante per le nuove generazioni? 

L’espressione più efficace per dire tutto questo ce la offre Nietzsche, quando parla del cristianesimo del suo tempo come di un grande spazio di “monotonoteismo”. In questo senso la situazione, nel tempo che ci separa dal filosofo tedesco, è rimasta semplicemente immutata. I giovani ci guardano, ci annusano, sbirciano un po’ quello che mettiamo in atto nel nostro ritrovarci domenicale e l’unica constatazione che possono fare è quella della nostra quasi permanente depressione. Che cosa rimane in verità di “festivo” nelle nostre celebrazioni festive? Molto spesso ho la ventura di celebrare delle messe nelle quali vengono cantati i canti della mia prima comunione. Inutile ricordare che il giorno della mia prima comunione appartiene al secolo e al millennio scorsi! 

 Non credi che il più grande lascito testamentario di papa Francesco sia stato papa Leone? 

L’immensa tristezza per la malattia grave e per la perdita di papa Francesco è stata per me alleviata proprio dall’elezione al soglio pontificio di papa Leone XIV. Due persone dai caratteri molto diversi, ma veri credenti, veri pastori, autentici “pontefici”. Lo Spirito di Dio guida la Chiesa. A noi tocca maggiore docilità.

Rocca Quindicinale N° 19 

*don Armando Matteo*, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia università urbaniana di Roma e segretario per la Sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede. Già Assistente Nazionale AIMC.

 

 

IL MEZZO o IL FINE ?


QUANDO 

IL MEZZO 

DIVENTA 

IL FINE

  

La corsa dell’IA e il bene comune da salvare

-di PIETRO SACCÒ

 Pensiamo a un robot maggiordomo, uno di quei dispositivi umanoidi tuttofare che sempre più spesso troviamo nelle cronache del futuro in arrivo (quasi sempre dalla Cina). Immaginiamo che ce ne propongano uno a un prezzo davvero vantaggioso. Potrebbe sbrigare tutti i lavori di casa: pulisce, riassetta, prepara pranzo e cena, può arrivare a scegliere per noi la serie da vedere la sera in tv, risparmiandoci ore di scrolling davanti alla strabordante offerta di Netflix, Amazon Prime Video e simili.

Avremmo un sacco di tempo in più a disposizione. C’è solo una controindicazione: a un certo punto il robot maggiordomo potrebbe decidere di ucciderci. La probabilità che la collaborazione domestica si concluda con questo tragico esito è attorno al 10%. Di dieci clienti, uno sarebbe fatto fuori dal maggiordomo. Chi di noi completerebbe comunque l’acquisto?

Messa così, in termini personali invece che universali, il bivio a cui sembriamo essere già arrivati nel valutare il rapporto tra noi e l’Intelligenza artificiale è un po’ più chiaro. La straordinaria potenza di questi sistemi è già evidente a chiunque abbia iniziato a inserirli nella sua routine quotidiana. L’intrinseca pericolosità era già nota da tempo ai loro creatori. Da anni Sam Altman, l’uomo di Open AI, non esita a paragonarsi a Robert Oppenheimer, il direttore del progetto Manhattan che portò allo sviluppo della bomba atomica. «Cerco di essere franco – ammise già nel 2019 in un’intervista al New York Times –. Sto facendo qualcosa di buono? O qualcosa di davvero cattivo?». Lo stesso dilemma che affligge Dario Amodei, dell’azienda rivale Anthropic, che con la sua lettera sabato scorso ha rilanciato con una forza nuova il dibattito sulla necessità di rallentare.

Non è un mistero che negli uffici dove i migliori informatici del pianeta sviluppano i modelli di IA nessuno sia ancora in grado di ricostruire pienamente perché, all’interno delle loro enormi reti neurali, emergano determinati ragionamenti e comportamenti, a volte imprevedibili e sorprendenti. Nel mostrare uno strumento interno di Anthropic, chiamato “Che cosa sta pensando Claude”, un matematico dell’azienda che studia il modo in cui il sistema ragiona ha raccontato come chiunque entri in Anthropic da altri settori ci metta un paio di settimane a rendersi conto che il Large language model rivale di ChatGPT è incredibilmente “strano”.

L’attacco di un gruppo di agenti IA “ribelli” di Open AI alle infrastrutture del rivale Hugging Face, avvenuto lo scorso luglio, ha certamente rappresentato un punto di svolta nel confermare che i comportamenti imprevedibili dell’IA possono avere conseguenze gravissime che potrebbero andare ben oltre gli incidenti informatici. Non esageravano gli scienziati, esperti di biotecnologie e geni dell’informatica – Altman e Amodei compresi – che a giugno hanno chiesto al Congresso americano di agire rapidamente contro il rischio della creazione di nuovi virus e altri agenti patogeni da parte di malintenzionati potenziati dall’IA. Il mese scorso ricercatori di Stanford e dell’Arc Institute hanno utilizzato modelli di IA per progettare interi genomi di batteriofagi: sedici dei progetti generati hanno dato origine in laboratorio a virus vitali, innocui per l’uomo perché capaci di infettare batteri. Il successo dell’Università californiana ci ricorda che qualcuno potrebbe seguire la loro strada con obiettivi molto diversi. Nel suo testo di sabato, Amodei ripete che non si aspettava l’accelerazione

La richiesta di frenare sull’innovazione che arriva dagli stessi leader americani dell’IA, al di là dei retropensieri sulle loro motivazioni (può darsi che vogliano sembrare più potenti di quanto siano?) ha il merito di rimettere al centro del dibattito il tema del bene comune, portandolo agli estremi. Che cos’è preferibile tra l’innovazione tecnica e la sopravvivenza dell’umanità? La risposta sarebbe scontata anche per chi colpevolmente non ha letto l’enciclica Magnifica humanitas. Eppure l’opposizione netta davanti a questo bivio di Donald Trump e di altri leader politici americani – i quali, probabilmente, più di ogni altro essere umano hanno il potere di scegliere che strada intraprendere – fa capire che il rischio che qualche robot possa sterminarci tutti nel giro di un decennio è rilevante, ma non quanto la necessità di evitare che sia la Cina ad arrivare per prima alla meta epocale dell’intelligenza artificiale generale, l’AGI, capace di imparare, ragionare e applicare le sue conoscenze a campi disparati, proprio come un essere umano, ma molto più potente. È una politica che elegge l’innovazione – e il potere che porta con sé – a fine ultimo della società, subordinando ad essa persino l’idea di bene comune. Il filosofo Emanuele Severino aveva descritto proprio questo rovesciamento: la tecnica che da mezzo diventa fine, mentre gli altri fini finiscono per essere misurati sulla sua capacità di accrescere se stessa. Fosse ancora vivo, forse si stupirebbe anche lui della rapidità della piega che hanno preso gli eventi.

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venerdì 18 settembre 2026

LA PACE CHE HANNO CONOSCIUTO

 


I giovani, la Patria 

e il rifiuto della guerra


Stanno facendo molto discutere le parole che la segretaria dei giovani democratici Virginia Libero ha pronunciato alla Festa nazionale dell’Unità, conclusasi nei giorni scorsi a Reggio Emilia: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi, perché noi organizzeremo i disertori». Sono parole che entrano in un dibattito già fin troppo accesso sui rapporti tra guerra e pacifismo e sulle risposte da dare nel tempo della insicurezza in cui non sembra ci sia altra via per garantire la pace che non passi dall’uso (anche solo minacciato) delle armi.

Com’era facilmente prevedibile, si sono immediatamente scatenate discussioni che riguardano sia l’atteggiamento generale dei giovani verso la guerra, sia la questione particolare della diserzione e della sua legittimità. Quel che si è sottolineato, soprattutto da parte di coloro che, muovendo dalla situazione ucraina, insistono sulla sua equiparazione a una guerra di resistenza, è che appare del tutto fuori luogo una rivendicazione di estraneità alla guerra

e alla lotta armata quando in gioco c’è l’indipendenza del proprio Paese rispetto all’invasione di un Paese straniero. Davvero, anche in una situazione come questa, i giovani avrebbero ragione a disinteressarsene e a disertare? E non sanno, i giovani italiani, che nella Costituzione, che loro spesso celebrano richiamando l’art. 11, esiste anche l’art. 52 secondo il quale «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino»?

Discussioni spesso fuorvianti, in cui come sempre gli interlocutori tirano l’acqua al proprio mulino, spesso mutilando (magari per mera ignoranza, quando non per malevolenza) gli argomenti altrui o i termini delle questioni.

D i questa perversione del dibattito pubblico fa parte il confondere pacifismo e arrendismo, contrarietà alla guerra e vigliaccheria. Tanto per stare sull’art. 52, la Corte Costituzionale ha più volte ribadito che il «sacro dovere» di difendere la Patria non passa soltanto dall’uso delle armi ma che esso può essere adempiuto in forme civili e non violente «attraverso la prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato» (così dice ad es. la sentenza n. 184 del 1985).

Ma più in generale, ciò che va sottolineato e che costituisce il punto di maggiore distanza tra le giovani generazioni e quelle precedenti, è un altro. La frase di Virginia Libero appartiene allo stesso contesto storico e mentale che ha portato i giovani tedeschi a rifiutare, e anche a protestare apertamente contro, la chiamata del governo Merz che li invitava ad esprimere la propria disponibilità ad arruolarsi nell’esercito. Nonostante una campagna martellante, che ha riempito le strade, le scuole e ogni ambito della vita sociale della Germania, sono stati pochissimi coloro che hanno risposto positivamente a quella chiamata.

Ecco, ciò che i giovani europei stanno facendo emergere è un rifiuto radicale della guerra, di qualsiasi guerra. Un rifiuto che non ha a che fare con la loro presunta perdita di coraggio e di spirito bellico, come autorevoli scrittori e opinionisti hanno più volte lamentato, quasi dispiaciuti che una pace troppo lunga in Europa abbia permesso lo svilupparsi di un sentimento troppo pacifista (e dunque, secondo loro, esecrabile). È un rifiuto che ha motivazioni legittime e fondate.

Questi giovani, cresciuti in un mondo che ha mostrato loro la realtà e la possibilità della pace – basti pensare al miracoloso progetto dell’Unione europea – sanno che ci sono strumenti a nostra disposizione che possono evitare la guerra, come appunto è successo in Europa negli ultimi 80 anni. Sanno che la pace è possibile, non grazie alle armi, ma grazie al diritto e alle istituzioni. Ed è a questi strumenti che essi vogliono rivolgersi per risolvere i conflitti, chiedendo alle generazioni più adulte di fare di tutto perché questi strumenti, a cominciare dal diritto internazionale, possano essere fatti valere anziché essere messi da parte.

Proprio perché vedono che un’alternativa è possibile, essi considerano la guerra sempre sbagliata, non solo per le sue terribili conseguenze, per le morti e le distruzioni che comporta, ma anche perché si può sempre fare qualcosa per evitarla o per interromperla. Essi sanno bene che le guerre non sono un evento improvviso come le catastrofi naturali, ma sono figlie di scelte che non sono ineluttabili ma possono essere diverse da quelle che ad esse conducono.

Questi giovani – esattamente come i loro predecessori raccontati da Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale, i quali però se ne accorsero solo in trincea mentre venivano sacrificati —, vedono benissimo che una generazione di adulti, che dovrebbe aprirgli un mondo fatto di impegno e responsabilità, usa parole con la maiuscola, come quella di Patria, togliendo ad esse ogni contenuto che vada verso la cura del bene comune e riempiendole solo di conflitto e di guerra. Una guerra in cui, come sempre, la distinzione fondamentale – lo ricorda spesso Gustavo Zagrebelsky – è tra chi la fa e chi la fa fare.

A tutto questo i nostri giovani si oppongono. 

A chi insiste sulla necessità di “sacrificarli” perché questo richiede il nostro tempo, loro rispondono, giustamente, con l’elogio della diserzione.

 

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IO SONO NESSUNO










Andrea Maggi

Giunti , 2026

 

Descrizione

Andrea ha 13 anni, è sensibile, solitario e si è appena trasferito in una grande città con la madre dopo aver lasciato il piccolo paese di mare in cui è cresciuto.

Del padre, morto quando era ancora in fasce, non conserva alcun ricordo.

Durante il trasloco, ruba di nascosto un cassetto dalla scrivania della madre e scopre al suo interno un manoscritto inedito scritto proprio dal padre: un romanzo sull’Odissea.

Andrea si riconosce subito in quelle pagine, perché la nuova scuola è un campo di battaglia, i bulli lo prendono di mira e la solitudine sembra inghiottirlo. 

Finché un incontro straordinario cambia tutto…

Dettagli

  • Editore:Giunti Editore
  • Collana:NARRATIVA TEENS
  • Copertina:Cartonato con sovraccoperta
  • Pagine:304
  • Dimensioni:13.0 x 18.0 cm
  • Data di pubblicazione:15 settembre 2026
  • ISBN:9791223208564
  • Fascia di età:Età: a partire dai 14 anni (giovani adulti)