domenica 17 maggio 2026

ASCENSIONE

 Cristo 

cerca Adamo 

e lo porta

 nella gloria.

 



Ascensione, compimento della redenzione: una grande festa che si celebra quaranta giorni dopo Pasqua, nel cuore anche della tradizione bizantina.

Un contributo dell’esarca apostolico di Grottaferrata.

 

-di Manuel Nin *


Tutte le feste dell’anno liturgico, nella tradizione bizantina, hanno un chiaro contenuto teologico e diventano una vera e propria professione di fede a livello trinitario, cristologico ed ecclesiologico. Professione di fede e quindi anche mistagogia per i fedeli che pregano, che leggono e che cantano i testi liturgici. 

Inoltre, l’uso che questi testi fanno della Sacra Scrittura, dell’Antico e del Nuovo Testamento, ci mostra e ci insegna come accogliere, leggere, pregare e fare nostro il testo biblico. I tropari delle grandi feste ci fanno cantare e celebrare la nostra professione di fede con delle immagini poetiche e allo stesso tempo teologiche. E così la liturgia bizantina diventa professione di fede, celebrazione di questa fede e annuncio del mistero centrale di quello che è il nostro “credo” come Chiesa cristiana: «...per noi uomini e per la nostra salvezza... si è incarnato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria e si è fatto uomo». Questo stretto legame, questo vincolo tra liturgia e professione di fede lo troviamo specialmente presente nella festa dell’Ascensione del Signore, il quarantesimo giorno dopo la Pasqua. È una festa in cui troviamo intrecciati, come fosse un grande arazzo, tutti i grandi momenti della nostra fede. 

 Mi soffermo oggi nella tradizione bizantina i cui testi liturgici sono una vera e propria professione di fede che ripercorre, possiamo dire, i grandi momenti della storia della salvezza, dall’incarnazione del Verbo eterno di Dio, alla sua nascita, alla sua passione e morte, e quindi alla sua risurrezione ed ascensione ai cieli dove ha portato, ha fatto salire, ha glorificato la nostra natura umana redenta e salvata, e da dove ha mandato, come dono suo e di suo Padre, lo Spirito Santo. Attraverso i testi della liturgia, la Chiesa ci fa gustare direi in un bell’intreccio di teologia e di poesia, i grandi momenti della salvezza che avviene per noi in Cristo. 

 Il primo testo liturgico del vespro della festa introduce i principali aspetti che troveremo poi in tutti gli altri testi: «Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro... Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima». Vediamo come l’Ascensione del Signore è collegata senza soluzione di continuità con il dono dello Spirito Santo, e tutti i tropari metteranno in evidenza questo collegamento tra Ascensione del Signore e discesa, dono dello Spirito. In questo testo troviamo anche un altro tema che appare ripetitivamente nei testi della festa, cioè la meraviglia, lo stupore degli angeli di fronte all’Ascensione del Signore. 

 In questo tropario troviamo l’espressione: «...stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro...», mentre in un altro dei testi liturgici troviamo la frase: «...restarono attoniti i cherubini, vedendo venire sulle nubi te, Dio, che siedi su di loro». Lo stupore degli angeli diventa nei testi eucologici una vera e propria professione di fede nel Verbo di Dio incarnato, vero Dio e vero uomo, manifestata attraverso lo stupore degli angeli vedendo un uomo, la meraviglia dei cherubini vedendo Dio. 

 Questa stessa professione di fede la troviamo ancora bellamente cantata in un altro dei tropari: «Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre». Di questo frammento sottolineo due aspetti che ritroviamo poi anche in altri testi della stessa festa. 

 In primo luogo, la presenza dei discepoli all’Ascensione del Signore, fatto che oltre ad essere un dato evangelico, è anche un dato ecclesiologico: i discepoli – e in alcuni dei testi troviamo menzionata anche la Madre di Dio – sono testimoni dell’Ascensione e quindi della piena glorificazione e redenzione della nostra natura umana assunta pienamente da Cristo e da lui glorificata; infatti, la stessa icona dell’Ascensione ci mostra la presenza della Madre di Dio, e dei Dodici apostoli con Paolo. Poi, l’immagine molto bella usata nel tropario: «...O tu che per me come me ti sei fatto povero...», per parlare dell’incarnazione. Si tratta di un tema che troviamo ancora in altri tropari, cioè il collegamento messo in parallelo tra incarnazione/discesa e glorificazione/ascesa: «Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesù, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l’hai fatta sedere con te accanto al Padre... Con gli angeli anche noi quaggiù sulla terra, glorificando la tua discesa fra noi e la tua dipartita da noi con l’Ascensione, supplici diciamo: O tu che con la tua Ascensione hai colmato di gioia infinita i discepoli e la Madre di Dio che ti ha partorito, per le loro preghiere concedi anche a noi la gioia dei tuoi eletti...». 

 Nei testi della festa troviamo un uso abbondante, con una interpretazione chiaramente cristologica e soteriologica, del Salmo 23 collegato direttamente con l’Ascensione del Signore: «Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima... Mentre tu ascendevi, o Cristo, ... le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l’un l’altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria... Sollevate le porte celesti: ecco è giunto il Cristo, Re e Signore, rivestito di corpo terrestre». Si tratta, in questa festa come in tante altre della tradizione bizantina, di un’esegesi cristologica applicata ai salmi. 

 In uno dei tropari del mattutino della festa ci riassume in quattro versetti lo smarrimento di Adamo dopo il peccato, e l’incarnazione di Cristo con l’immagine del rivestirsi proprio della natura di Adamo, presentata quasi fosse l’icona del buon pastore che si carica sulle spalle, che assume la pecora smarrita e la fa sedere con lui nella gloria: «Dopo aver cercato Adamo che si era smarrito per l’inganno del serpente, o Cristo, di lui rivestito sei asceso al cielo e ti sei assiso alla destra del Padre, partecipe del suo trono, mentre a te inneggiavano gli angeli». 

 L’Ascensione del Signore porta a compimento l’opera della nostra redenzione, perché lui, benché asceso in cielo, rimane sempre con noi ed accanto a noi. Romano il Melodo (+555) lo canta in uno dei tropari della festa: «Compiuta l’economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi». 

 *Esarca apostolico
dell’abbazia territoriale
di Santa Maria di Grottaferrata 

 

Alzogliocchiversoilcielo


VOCI E VOLTI UMANI

 

Custodire 

voci e volti umani

  

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ

 PAPA LEONE XIV

PER LA LX GIORNATA

 MONDIALE 

DELLE COMUNICAZIONI

 SOCIALI


Cari fratelli e sorelle!

Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro. Gli antichi lo sapevano bene. Così, per definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola “volto” (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno.

Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la Parola che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata attraverso i secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei tempi. Questa Parola – questa comunicazione che Dio fa di sé stesso – l’abbiamo anche potuta ascoltare e vedere direttamente (cfr 1 Gv 1,1-3), perché si è fatta conoscere nella voce e nel Volto di Gesù, Figlio di Dio.

Fin dal momento della sua creazione Dio ha voluto l’uomo quale proprio interlocutore e, come dice San Gregorio di Nissa, [1] ha impresso sul suo volto un riflesso dell’amore divino, affinché possa vivere pienamente la propria umanità mediante l’amore. Custodire volti e voci umane significa perciò custodire questo sigillo, questo riflesso indelebile dell’amore di Dio. Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri.

La tecnologia digitale, se veniamo meno a questa custodia, rischia invece di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana, che a volte diamo per scontati. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane.

La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica. Custodire i volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi stessi.  Accogliere con coraggio, determinazione e discernimento le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dall’intelligenza artificiale non vuol dire nascondere a noi stessi i punti critici, le opacità, i rischi.  

Non rinunciare al proprio pensiero

Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media – redditizio per le piattaforme – premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale.

A questo si è aggiunto poi un affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come “amica” onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, “oracolo” di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica.

Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative.

Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine.

La questione che ci sta a cuore, tuttavia, non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio. Da sempre l’uomo è tentato di appropriarsi del frutto della conoscenza senza la fatica del coinvolgimento, della ricerca e della responsabilità personale. Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa tuttavia seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto, e silenziare la nostra voce.

Essere o fingere: simulazione delle relazioni e della realtà

Mentre scorriamo i nostri flussi di informazioni (feed), diventa così sempre più difficile capire se stiamo interagendo con altri esseri umani o con dei “bot” o dei “virtual influencers”.  Gli interventi non trasparenti di questi agenti automatizzati influenzano i dibattiti pubblici e le scelte delle persone. Soprattutto i chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione. Questa antropomorfizzazione, che può risultare persino divertente, è allo stesso tempo ingannevole, soprattutto per le persone più vulnerabili. Perché i chatbot resi eccessivamente “affettuosi”, oltre che sempre presenti e disponibili, possono diventare architetti nascosti dei nostri stati emotivi e in questo modo invadere e occupare la sfera dell’intimità delle persone.

La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società. Ciò avviene quando sostituiamo alle relazioni con gli altri quelle con IA addestrate a catalogare i nostri pensieri e quindi a costruirci intorno un mondo di specchi, dove ogni cosa è fatta “a nostra immagine e somiglianza”. In questo modo ci lasciamo derubare della possibilità di incontrare l’altro, che è sempre diverso da noi, e con il quale possiamo e dobbiamo imparare a confrontarci. Senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia.

Un’altra grande sfida che questi sistemi emergenti pongono è quella della distorsione (in inglese bias), che porta ad acquisire e a trasmettere una percezione alterata della realtà. I modelli di IA sono plasmati dalla visione del mondo di chi li costruisce e possono a loro volta imporre modi di pensare replicando gli stereotipi e i pregiudizi presenti nei dati a cui attingono. La mancanza di trasparenza nella progettazione degli algoritmi, insieme alla non adeguata rappresentanza sociale dei dati, tendono a farci rimanere intrappolati in reti che manipolano i nostri pensieri e perpetuano e approfondiscono le disuguaglianze e le ingiustizie sociali esistenti.

Il rischio è grande. Il potere della simulazione è tale che l’IA può anche illuderci con la fabbricazione di “realtà” parallele, appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci. Siamo immersi in una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione.

A ciò si aggiunge il problema della mancata accuratezza. Sistemi che spacciano una probabilità statistica per conoscenza stanno in realtà offrendoci al massimo delle approssimazioni alla verità, che a volte sono vere e proprie “allucinazioni”. Una mancata verifica delle fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo che comporta un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi dove gli eventi accadono, può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza.

Una possibile alleanza

Dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti, c’è solo una manciata di aziende, quelle i cui fondatori sono stati recentemente presentati come creatori della “persona dell’anno 2025”, ovvero gli architetti dell’intelligenza artificiale. Ciò determina una preoccupazione importante riguardo al controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di orientare sottilmente i comportamenti, e persino riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto.

La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati.

Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilitàcooperazione e educazione.

Responsabilità

Innanzitutto, la responsabilità. Essa può essere declinata, a seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto a essere informati.  Ma in generale nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo.

Per chi è al vertice delle piattaforme online ciò significa assicurarsi che le proprie strategie aziendali non siano guidate dall’unico criterio della massimizzazione del profitto, ma anche da una visione lungimirante che tenga conto del bene comune, allo stesso modo in cui ognuno di essi ha a cuore il bene dei propri figli.

Ai creatori e agli sviluppatori di modelli di IA è chiesta trasparenza e responsabilità sociale riguardo ai principi di progettazione e ai sistemi di moderazione alla base dei loro algoritmi e dei modelli sviluppati, in modo da favorire un consenso informato da parte degli utenti.

La stessa responsabilità è chiesta anche ai legislatori nazionali e ai regolatori sovranazionali, ai quali compete di vigilare sul rispetto della dignità umana. Una regolamentazione adeguata può tutelare le persone da un legame emotivo con i chatbot e contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi o fuorvianti, preservando l’integrità dell’informazione rispetto a una sua simulazione ingannevole.

Le imprese dei media e della comunicazione non possono a loro volta permettere che algoritmi orientati a vincere a ogni costo la battaglia per qualche secondo di attenzione in più prevalgano sulla fedeltà ai loro valori professionali, volti alla ricerca della verità. La fiducia del pubblico si conquista con l’accuratezza, con la trasparenza, non con la rincorsa a un coinvolgimento qualsiasi. I contenuti generati o manipolati dall’IA vanno segnalati e distinti in modo chiaro dai contenuti creati dalle persone. Va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuto. L’informazione è un bene pubblico. Un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su uno standard elevato di qualità.

Cooperazione

Tutti siamo chiamati a cooperare. Nessun settore può affrontare da solo la sfida di guidare l’innovazione digitale e la governance dell’IA. È necessario perciò creare meccanismi di salvaguardia. Tutte le parti interessate – dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori – devono essere coinvolte nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile.

A questo mira l’educazione: ad aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente, a valutare l’attendibilità delle fonti e i possibili interessi che stanno dietro alla selezione delle informazioni che ci raggiungono, a comprendere i meccanismi psicologici che attivano, a permettere alle nostre famiglie, comunità e associazioni di elaborare criteri pratici per una più sana e responsabile cultura della comunicazione.

Educazione

Proprio per questo è sempre più urgente introdurre nei sistemi educativi di ogni livello anche l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA, che alcune istituzioni civili stanno già promuovendo. Come cattolici possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo, affinché le persone – soprattutto i giovani – acquisiscano la capacità di pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito. Questa alfabetizzazione dovrebbe inoltre essere integrata in iniziative più ampie di educazione permanente, raggiungendo anche gli anziani e i membri emarginati della società, che spesso si sentono esclusi e impotenti di fronte ai rapidi cambiamenti tecnologici.

L’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA aiuterà tutti a non adeguarsi alla deriva antropomorfizzante di questi sistemi, ma a trattarli come strumenti, a utilizzare sempre una validazione esterna delle fonti – che potrebbero essere imprecise o errate – fornite dai sistemi di IA, a proteggere la propria privacy e i propri dati conoscendo i parametri di sicurezza e le opzioni di contestazione. È importante educare ed educarsi a usare l’IA in modo intenzionale, e in questo contesto proteggere la propria immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake che violano la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso. Come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA.

Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica.

Nel proporre queste riflessioni, ringrazio quanti stanno operando per le finalità qui prospettate e benedico di cuore tutti coloro che lavorano per il bene comune con i mezzi di comunicazione.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2026, memoria di San Francesco di Sales.

LEONE PP. XIV

______________________________

[1] “Il fatto di essere creato a immagine di Dio significa che all’uomo, fin dal momento della sua creazione, è stato impresso un carattere regale [...]. Dio è amore e fonte di amore: il divino Creatore ha messo anche questo tratto sul nostro volto, affinché mediante l’amore – riflesso dell’amore divino – l’essere umano riconosca e manifesti la dignità della sua natura e la somiglianza col suo Creatore” (cfr S. Gregorio di Nissa, La creazione dell’uomoPG 44, 137).

VATICAN.VA

sabato 16 maggio 2026

I.A. e DISABILITA'


 IL CRITERIO

 E' SEMPRE

 LA PERSONA


Il parametro per capire se la tecnologia nella sua applicazione amplia o restringe l’umano non sta in ciò che un individuo riesce a fare, ma in ciò che riesce a essere

L’implementazione delle prestazioni non può essere il solo metro se questa significa dipendenza o si tramuta in una sorta di apologia della tecnologia

-di VINCENZO AMBRIOLA

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009, parte da un’idea semplice e radicale: la disabilità non è nel corpo, è nell’ambiente che non si adatta. Chi controlla la rappresentazione di quel corpo non sta solo raccontando una storia, sta costruendo o demolendo un diritto.

« Io sono diviso in due metà. Una è quella della fabbrica, sono un tecnico, un chimico. Un’altra, invece, è totalmente distaccata dalla prima, ed è quella nella quale scrivo, rispondo alle interviste, lavoro sulle mie esperienze passate e presenti. Sono proprio due mezzi cervelli». Primo Levi, intervistato da Edoardo Fadini sull’Unità, 4 gennaio 1966. Oggi quel centauro ha una terza parte, non biologica. Una protesi che impara, un esoscheletro che decide il passo, un algoritmo che racconta il nostro corpo prima di noi. Non è fantascienza, è la condizione quotidiana di chi vive con una disabilità nell’era dell’intelligenza artificiale. La domanda non è se la macchina ci potenzia, è cosa resta di noi quando l’intelligenza non è più solo umana. Per rispondere non basta la tecnologia ma serve guardare dove si gioca il potere. Nella rappresentazione che ci viene imposta, nella trasfor-mazione del corpo che abitiamo, nell’autonomia che negoziamo ogni giorno.

La società vede, racconta e mette in scena il corpo tecnologico. Azzardo una trasposizione politicamente scorretta, cui mi spingono curiosità ed empatia. Provo a mettermi nei panni di un disabile. Ho avuto modo di assistere, nel passato, a disabilità che non godevano di protesi intelligenti. Il mio azzardo ne risulta, così, ancora più rischioso. Immagino di essere dotato di una macchina che sostituisce qualche parte del mio corpo che non funziona. Sono per strada, la gente non vede me, vede una storia già scritta fin dalla wunderkammer seicentesca del canonico Manfredo Settala, collezionista di macchine strabilianti, tra cui lo spaventoso diavolo- automa che ancora sorprende i visitatori del museo del Castello Sforzesco. Ecco, indossando la mia porzione di automa, io sparisco, resta solo la macchina che accende la curiosità dei passanti. E per questo devo annegare la frustrazione nella gratitudine alla tecnologia. Nell’era dell’intelligenza artificiale, la rappresentazione non è vanità. È necessità sociale. Decide se avrò un lavoro, una casa, una famiglia. Se sono un bambino, la rappresentazione di me deciderà della mia accoglienza in un contesto. Chi controlla la mia immagine pubblica, io o l’algoritmo che la racconta? Quando un servizio televisivo mostra il mio primo passo con l’esoscheletro, crea un fatto morale. Mi presenta come prova della tecnologia, non come persona. L’etica chiede chi ha dato il consenso alla narrazione, o solo all’immagine?

Mi chiedo che cosa succede al sé quando una protesi impara, un esoscheletro decide il passo, un robot riabilitativo corregge il gesto? Quando una mano mioelettrica, controllata dall’intelligenza artificiale, predice la presa. All’inizio, immagino, è magia. Dopo qualche settimana, è fatica. Dovrò pensare per lei, correggere quando sbaglia, sopportare che non abbia sensibilità. Il mio cervello cercherà

di incorporarla, ma senza una restituzione tattile resterà un oggetto esterno. È trasformazione, sì, ma a che prezzo? Quando il mio corpo impara con una macchina, l’etica non è nel codice, è nel patto. Se l’intelligenza artificiale adatta la presa senza spiegarmi perché, perdo il controllo del mio gesto. Se migliora leggermente le prestazioni della mia mano, ma aumenta il dolore e la fatica, chi decide cosa vale? Io, non l’algoritmo. La tecnologia deve adattarsi alla mia biografia, non io alla sua ottimizzazione… È esattamente ciò che la Convenzione chiede agli Stati: promuovere tecnologie che seguano il progetto di vita della persona, non il contrario. E definisce la disabilità come risultato di un’interazione, tra il corpo e le barriere che incontra, comprese quelle di una mano robotica che misura e migliora la potenza e la precisione della presa ma non il dolore che causa.

Cosa significa autonomia quando dipende da un server in rete? Autonomia assistita dalla tecnologia suona bene, ma nella vita quotidiana significa che la mia protesi funziona solo se l’app è aggiornata. Se l’azienda chiude il server, io ne perderò la funzionalità, e resterò quello che sono: fermo. La mia autonomia dipende da un abbonamento. Potenziamento non significa andare più veloce di un normodotato. Significa poter scegliere di spegnere l’intelligenza artificiale quando voglio sentire solo il mio corpo, senza perdere il diritto all’assistenza… La Convenzione la chiama partecipazione piena ed effettiva, non indipendenza assoluta, ma possibilità reale di scegliere. Un’autonomia che dipende da un abbonamento attivo non è autentica, è una concessione revocabile. Ed è proprio per questo che la Convenzione impegna gli Stati a evitare che l’accesso alla tecnologia rimanga un privilegio dei centri di eccellenza anziché diventare un diritto ordinario. C’è un modo per misurare tutto questo che non sia il numero di passi migliorati o la velocità della presa? Amartya Sen e Martha Nussbaum lo chiamano capability: non ciò che la tecnologia fa, ma ciò che la persona riesce davvero a essere e a fare grazie a essa. È da qui che si misura se l’intelligenza artificiale amplia o restringe l’umano. E alla fine, resta una sola domanda, ed è la stessa di Levi: chi tiene insieme le metà. La rappresentazione non può essere un montaggio televisivo del primo passo. La trasformazione non può essere un punteggio di simmetria che ignora il dolore. L’autonomia non può dipendere da un abbonamento. Se l’intelligenza artificiale entra nel corpo, deve firmare lo stesso patto che Levi chiedeva alla chimica, di spiegare e non solo di funzionare.

Poter essere visti senza essere simbolo, poter sentire senza essere corretti, poter spegnere senza perdere diritti. Il centauro di oggi non ha bisogno di correre più veloce. Ha bisogno di scegliere quale delle sue metà ascoltare, anche quella artificiale.

www.avvenire.it

NUOVE INDICAZIONI LICEI

 

Luci e ombre

 nelle nuove 

Indicazioni nazionali 

per i licei



-di Giuseppe Savagnone 

 

Il 22 aprile 2026 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato la bozza delle nuove Indicazioni nazionali per i licei, un documento di legge presente sul sito del Ministero «fortemente voluto» dal ministro Valditara, che riscrive i programmi della scuola secondaria di secondo grado a oltre quindici anni dalla revisione del 2010. Il testo, elaborato da una commissione di oltre 130 esperti guidata dalla pedagogista Loredana Perla, è in consultazione pubblica fino al 31 maggio. L’entrata in vigore è prevista per l’anno scolastico 2027/2028.

«Non si tratta di una semplice revisione di programmi: è un ripensamento strutturale della funzione formativa del liceo, del rapporto tra discipline e tra scuola e società», si legge sempre sul sito ministeriale. Un testo importante, dunque, che forse avrebbe meritato maggiore attenzione da parte di un’opinione pubblica che si concentra sui sintomi sempre più allarmanti della crisi dei giovani, ma dedica ben poca attenzione al mondo della scuola, che della loro educazione è un luogo fondamentale.

Le Indicazioni non intendono sostituire i programmi scolastici – la cui elaborazione, in base al principio dell’autonomia, è affidata ai singoli istituti – ma orientarli fornendo loro una cornice complessiva che evidentemente avrà un peso decisivo nella loro definizione.

Alcune delle innovazioni elencate nella presentazione del Ministero appaiono effettivamente ispirate a un apprezzabile sforzo di collegare la scuola alla vita reale degli studenti, superando una frattura che oggi rende spesso gli studi scolastici estranei ai loro interessi e ai loro problemi. Così, si legge, «una delle novità più rilevanti sul piano didattico-epistemologico è l’introduzione di una sezione intitolata “Perché studiare questa disciplina”», con l’intento di «illuminare il valore formativo di ogni disciplina, agganciando i saperi appresi alla realtà contemporanea e alla motivazione ad apprendere degli studenti». Se le scuole recepiranno questa indicazione, sarà meno frequente che le ore del mattino siano dedicate a una cultura estranea alla vita, e quelle del pomeriggio e della sera a una vita estranea alla cultura.

Sicuramente opportuno è anche il superamento della mostruosa fusione, voluta dal ministro Gelmini al tempo del governo Berlusconi, tra Storia e Geografia: «La Geostoria scompare. Al primo biennio, Storia e Geografia tornano a configurarsi come discipline distinte, ciascuna con la propria specificità metodologica».  Più discutibile appare invece «la scelta di incentrare lo studio della storia sulle vicende dell’Italia e dell’Occidente» che, in un mondo sempre più interconnesso e globalizzato, appare suscettibile di dar luogo – nei programmi e nella prassi scolastica – a distorsioni nazionalistiche di cui il sovranismo, in campo politico, è l’espressione, con le conseguenze che abbiamo sotto gli occhi.  

Interessante l’obiettivo di far passare lo studio della Matematica «da tecnica a pensiero», introducendo un esplicito riferimento all’AI «come territorio critico da governare» e, al quinto anno, «uno spazio strutturato di approfondimento in cui lo studente connette la matematica alla scienza, alla storia delle idee o ai propri interessi personali».

Pienamente condivisibile è anche la prospettiva additata per lo studio della Letteratura: «Leggere per capire sé stessi». «Leggere i classici non è un atto di deferenza verso il canone: è un modo per capire da dove si viene, cosa si pensa, cosa si desidera. E per poter cambiare, crescere, auto-crearsi».

Una disciplina nei cui confronti mi rende particolarmente sensibile la mia esperienza di insegnante, per quarantun anni, nei licei, è la Filosofia. Personalmente condivido senz’altro l’esigenza, espressa nelle Indicazioni, di superare una prospettiva esclusivamente storicistica – la quale riduceva i filosofi studiati a reperti del passato senza alcun rapporto con i problemi degli uomini e delle donne di oggi – e di affiancare, alla giusta esigenza di ricostruzione filologica del loro pensiero, quella di un «esercizio di riflessione, interrogazione, giudizio, argomentazione» da parte degli studenti.

«Un approccio che richiede ai docenti di uscire dalla comodità del commento storiografico per entrare nella dimensione del laboratorio del pensiero — dove l’errore, l’incertezza e il conflitto tra posizioni diverse diventano risorse e non ostacoli». Solo se inserite in un percorso di ricerca personale di senso e di verità da parte dei giovani le diverse letture della realtà, della vita e della storia da parte dei filosofi possono acquistare il valore di alternative con cui misurarsi esistenzialmente, piuttosto che apparire un semplice gioco in cui ognuno dice il contrario degli altri.

I criteri per i programmi di Filosofia   

Proprio in rapporto alla mia esperienza personale scelgo di esaminare ciò che in particolare le Indicazioni prevedono per questa disciplina. La riflessione risulta sollecitata anche da una petizione firmata da più di 60 docenti e intellettuali, tra cui nomi autorevoli come quello di Massimo Cacciari, intitolata “Difendiamo l’insegnamento della filosofia a scuola”, dove si denunciano «scelte molto gravi per quanto riguarda l’insegnamento della filosofia nelle scuole superiori».

Ma vediamo prima cosa dice il testo delle Indicazioni ministeriali. In riferimento al duplice approccio, problematico e storico sopra accennato, in esso si parla di «due modalità di insegnamento e apprendimento della filosofia di valore reciproco, complementari e integrabili fra loro. La prima accentua l’approccio diacronico: per ogni anno del triennio, si richiede l’approfondimento di autori e correnti attraverso uno sviluppo storico. La seconda privilegia l’approccio tematico: per ogni anno del triennio, si prevede l’analisi di problematiche fondamentali della tradizione filosofica».

In altri termini, agli studenti verrà proposta, come ora, la storia della filosofia nel suo arco temporale ma, accanto a questa dimensione storica, ce ne sarà una maggiormente volta all’approfondimento personale dei problemi, partendo dal pensiero degli autori del passato come stimolo a elaborare il proprio. Posso solo dire che in realtà è quanto ho personalmente cercato di fare nel mio insegnamento e dei cui risultati credo di poter essere contento, anche alla luce dei riscontri ricevuti dai miei ex studenti nel corso degli anni.

Per questo non condivido la lettura estremamente negativa che di questa innovazione si dà nella Petizione, dove essa viene definita come  «il tentativo di aggredire il sapere storico e la ricchezza delle sue articolazioni, proponendo il suo ridimensionamento metodologico in favore di una nuova “modalità” di insegnamento della filosofia, definita “tematica”,  dietro la quale si nasconde la precisa volontà […] di diluire l’inquadramento storico-critico delle problematiche filosofiche con una pseudo-metodologia di importazione del tutto estranea alla nostra tradizione nazionale e funzionale unicamente a obliterare la storia e neutralizzare la profondità critica della filosofia»

Il riferimento è, probabilmente, ai programmi di Paesi come la Francia, dove la Filosofia si studia a scuola per grandi temi e non come Storia della filosofia. Una soluzione che anch’io ritengo inadeguata, perché senza la dimensione storica il senso delle elaborazioni teoriche proposte dai filosofi viene sganciato dal contesto concreto in cui il loro pensiero è maturato.

Ma le Indicazioni mantengono ferma la necessità dello studio storico e il correttivo che portano è al pericolo – tutt’altro che ipotetico, stando alla mia esperienza – di ridurre la filosofia a una carrellata storica di personaggi del passato misconoscendo così l’intento degli stessi autori, che non volevano essere studiati come espressione della loro epoca, ma proporre soluzioni a problemi che ieri come oggi tutti ci poniamo.

Critiche fondate

Le critiche più gravi – stavolta fondate – sono però rivolte dai firmatari della Petizione all’elenco degli autori che i futuri programmi scolastici dovrebbero prevedere. Nella denuncia si parla di «temeraria esclusione di alcuni grandi classici della tradizione moderna e contemporanea, veri e propri giganti della filosofia razionalista e materialista e, più in generale, del pensiero critico»: Spinoza, Leibniz, Marx sono gli esempi portati come «i più sconcertanti». E, si fa osservare, mancano anche Fichte e Schelling. Non si può non dare ragione a chi si ribella davanti a omissioni di questa portata.

Alla lista delle ingiustificate omissioni aggiungerei – anche se gli autori della Petizione non lo fanno – i nomi di Schopenhauer e di Kierkegaard. Per non dire che, nella parte dedicata ai grandi temi, mancano quelli relativi a problemi fondamentali per la maggior parte dei filosofi e ancora aperti davanti a ognuno di noi, come quello di Dio, della morte, del male (anche se di questo gli autori della Petizione non si scandalizzano).

A rafforzare questa percezione di leggerezza e lacunosità è il suggerimento di proporre ai ragazzi, a scelta, «il pensiero politico in un autore tra Hobbes, Locke e Rousseau», come se fosse possibile comprendere gli sviluppi del pensiero e della politica della modernità prescindendo da uno di essi!

Il peso di queste esclusioni è peraltro accresciuto, come si nota nella Petizione, dall’inclusione, invece, della filosofia italiana dell’Ottocento e del neo-idealismo di Croce e Gentile.

Si è replicato, da parte della Commissione che ha elaborato il progetto, che si tratta solo di un elenco indicativo e non vincolante. Non è una buona giustificazione, data l’importanza di un documento destinato a influire comunque sull’impostazione culturale dei programmi scolastici di tutta Italia nei prossimi anni.

E peraltro, quale che ne sia la recezione, colpisce che gli autori di una Commissione ministeriale evidenzino una visione così inadeguata della storia del pensiero. Non mi sento di sostenere, come invece fanno i firmatari della Petizione, che essa sia legata al «fantasioso progetto di “egemonia culturale” che un governo in ritirata tenta di lasciare, a legislatura quasi conclusa, come polpetta avvelenata al mondo della scuola». Ma certo da un Ministero che rappresenta la cultura della destra, quest’ultima non risulta rafforzata.

Pur restando gravi queste omissioni, non è rassicurante neppure la virulenza polemica che porta i critici a misconoscere e liquidare in blocco gli aspetti positivi delle Indicazioni, che pure – come ho cercato di evidenziare – sono in complesso prevalenti.  È previsto un dibattito (anche se i tempi destinati ad esso appaiono troppo ristretti). Sarebbe bello che, trattandosi del futuro della nostra scuola e della cultura che essa dovrà trasmettere ai nostri figli, per una volta si uscisse dalla logica dello scontro e ci si sforzasse di ascoltarsi davvero a vicenda.

www.tuttavia.eu

Immagine


 

PRESERVIAMO LA SPERANZA

 


UN MODO 

PER ABITARE 

IL MONDO



-          di GIULIOALBANESE

La speranza, soprattutto quando è coltivata in un contesto di riflessione sulla geopolitica contemporanea, non può essere ridotta a un vago sentimento o a un semplice atteggiamento positivo. È piuttosto una scelta intellettuale e spirituale, uno sguardo sul mondo che si confronta con la realtà senza negarla, ma anche senza assolutizzarla.

Viviamo un tempo segnato da fratture profonde: guerre che si riaccendono in diverse aree del pianeta, disuguaglianze economiche sempre più laceranti, crisi ambientali che minacciano l’abitabilità di intere regioni e migrazioni che interpellano insieme le coscienze personali e le responsabilità politiche degli Stati. Una lettura puramente geopolitica di queste realtà potrebbe facilmente sfociare nel pessimismo o nella rassegnazione.

Proprio in questo scenario, però, si apre lo spazio per una comprensione più profonda: una prospettiva che potremmo definire “geoteologica”, capace di leggere le ferite della storia non solo come crisi politiche, ma come luoghi in cui si misura la responsabilità dell’uomo davanti a Dio.

Questa prospettiva non mira a semplificare la realtà. Al contrario, la prende sul serio nella sua complessità. La terra non è solo uno spazio neutro di competizione tra potenze, ma un luogo abitato da persone, storie, culture e sofferenze reali. Ogni mappa geopolitica, letta fino in fondo, è anche una mappa umana, fatta di volti e di vite concrete. Ed è proprio per questo che ogni analisi ferma ai soli rapporti di forza rischia di restare incompleta.

La speranza nasce quando si rifiuta l’idea che la storia sia determinata unicamente da logiche inevitabili di potere.

Non perché queste logiche non esistano, ma perché non esauriscono il significato del reale. Dentro ogni sistema, anche il più rigido, esistono interstizi di libertà, spazi di decisione, possibilità di cambiamento. La storia umana non è un meccanismo chiuso, ma un processo aperto.

In questo senso, la speranza non è mai ingenua: è una forma di lucidità. Significa riconoscere il male senza considerarlo definitivo, leggere le crisi senza trasformarle in destino, e soprattutto mantenere viva la convinzione che l’agire umano possa ancora incidere, anche quando le condizioni sembrano sfavorevoli. C’è un elemento fondamentale in questa visione: il valore delle periferie, non solo geografiche, ma anche sociali ed esistenziali. Spesso è proprio ai margini che emergono forme inattese di resistenza, solidarietà e ricostruzione del tessuto umano. La speranza non nasce necessariamente nei centri del potere, ma in quei luoghi dove la vita è più esposta e, proprio per questo, più creativa. Da questa prospettiva, la speranza non è un’idea astratta, ma una pratica concreta. Si esprime nella capacità di costruire relazioni laddove domina la diffidenza, nel promuovere giustizia dove prevale l’ingiustizia, nel tenere aperto il dialogo dove sarebbe più facile la chiusura identitaria. È una speranza che si traduce in responsabilità.

Una responsabilità che riguarda anche chi osserva il mondo da una prospettiva di studio, di analisi o di formazione. La geopolitica non è mai neutrale: il modo in cui leggiamo il mondo influisce sul modo in cui scegliamo di abitarlo. Una lettura disincantata non deve scivolare nel cinismo; al contrario, può diventare più esigente, più attenta, più consapevole.

La speranza, in questa chiave, non elimina il conflitto, ma lo attraversa senza esserne schiacciata. Non nega le tensioni globali, ma rifiuta di considerarle l’ultima parola sulla storia. È la consapevolezza che il futuro non è semplicemente la prosecuzione del presente, ma uno spazio ancora da costruire.

Questa, allora, è la sfida più importante: imparare a leggere il mondo interpretando i segni dei tempi alla luce della Parola di Dio, senza perdere la capacità di intravedere, dentro le sue contraddizioni, la possibilità di un futuro diverso. Perché la storia umana, nonostante tutto, resta ancora un libro aperto. Per tutti!

www.avvenire.it

Immagine

 

 

venerdì 15 maggio 2026

LA GRANDEZZA DI UNA PERSONA


 Crepet: “La grandezza di una persona non si misura solo su ciò che costruisce, ma anche sulla sua capacità di ricominciare; la vita insegna che si cade sette volte per rialzarsi otto”.




La vita è l’opposto del «chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare

 le persone conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, 

le discussioni fatte e le novità

In una società come la nostra, nella quale l’efficienza e la produttività appaiono quali valori guida, le nuove generazioni sembrano ricercare, nella maggior parte dei casi, sicurezza, comodità, agio, risultati eccellenti ma da conseguire facilmente e velocemente senza alcuno sforzo, privandosi di quello slancio, di quella passione, che invece dovrebbe contraddistinguere la loro esistenza, senza quindi far prevalere la propria ambizione, il proprio talento, ma soprattutto la propria inclinazione al cambiamento ed al miglioramento.
Invero i giovanissimi dovrebbe essere affascinati da tutto ciò che è inedito, straordinario, rivoluzionario, seguendo le proprie emozioni, non temendo alcun pericolo ma anzi avendo sempre il coraggio di osare, esponendosi al rischio, incamminandosi lungo strade non battute con pazienza e cocciutaggine senza mai desistere o tirarsi indietro.

“La vita è l’opposto del «chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le novità scoperte. E questo è un giro che non finisce mai, ma deve iniziare dalla spinta di voler pretendere qualcosa per sé, pensato da sé, progettato da sé”, in tal modo inizia la sua considerevole riflessione il sociologo e psichiatra Paolo Crepet.
Ad oggi, invece, appare per molti giovani più facile rinunciare ad una vita piena di emozioni e di scoperte piuttosto che vivere la propria esistenza intensamente. In realtà si tratta di una questione di umiltà, così come ci spiega lo psichiatra, e non si può mai sapere che cosa accadrà finché non lo hai ancora fatto.

La bonaccia esistenziale

“Se si ascolta la fatica ancor prima di averla misurata, si rischia la bonaccia esistenziale, che per un giovane è il peggio che si possa augurare, e si ricompone un filo che si riavvolge sempre allo stesso modo, quasi fosse un automatismo: inseguire le proprie zone di confort”, queste le parole sempre pregne di significato di Paolo Crepet.
Eppure ci sono genitori che educano i loro figli alla certezza, un po’come se tutto fosse sempre a portata di mano e continuerà ad essere offerto, regalato, senza alcuno sforzo o fatica, ma il bello della sfida sta nel difficile, nell’impervio e nell’incerto e non nella facilitazione di ogni scelta.

“Compito di un genitore non è quello di tenere sempre abbassato il ponte levatoio di casa nella speranza di veder ricomparire i figli delusi da un tentativo che non è andato bene”, così come ci spiega lo psichiatra.

Ma ciò che occorre insegnare ai giovani è che nulla deve essere scontato, nulla è dato per sempre, ma tutto porta a un tentativo, a un impegno capace di sollecitare creatività e progettualità.

“Ovunque un giovane scelga di vivere, qualsiasi cosa provi a fare, il suo agire deve essere valutato: più grande è la propensione al nuovo, meno scontato è l’esito, più profonda sarà la soddisfazione. La grandezza di una persona non si misura soltanto su ciò che costruisce, ma anche sulla sua capacità di ricominciare; per questo i tentativi, e gli errori connessi, sono fondamentali: la vita insegna che si cade sette volte per rialzarsi otto”, in tal modo conclude la sua disamina Paolo Crepet.

Digiland Blog

Immagine

IL REGGIO EMILIA APPROACH


Perché 

la principessa Kate 

viene a studiarlo?



Qui Loris Malaguzzi valorizzò i cento linguaggi del bambino. «È una città che ha scommesso sui servizi educativi per la prima infanzia non in chiave di assistenza ma di democrazia», sottolinea la pedagogista Anna Granata, docente in Bicocca. Il 13 e il 14 maggio la Principessa del Galles sarà a Reggio Emilia per conoscere da vicino questo approccio educativo di Sara De arli

La principessa Kate si è recata a Reggio Emilia per «vedere di persona come il Reggio Emilia Approach crei ambienti in cui la natura e le relazioni umane amorevoli si uniscono per sostenere lo sviluppo dei bambini». Il comunicato ufficiale dice che la visita segnerà un significativo passo in avanti nel lavoro del The Royal Foundation Centre for Early Childhood, istituito nel 2021 proprio dalla principessa del Galles.

La visita si è inserita nella cornice di Shaping Us, la campagna lanciata dalla fondazione reale nel gennaio 2023 per aumentare la consapevolezza sull’importanza cruciale dei primi cinque anni di vita. Ma perché il mondo guarda a Reggio Emilia per la prima infanzia? E che cos’è il il Reggio Emilia Approach?

La culla dei nidi e delle scuole dell’infanzia

L’esperienza nasce sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale. «È un approccio che ha rivoluzionato l’idea di infanzia e di comunità, considerando il bambino non soltanto come soggetto da accudire ma come cittadino della democrazia nascente negli anni Cinquanta» ricorda Anna Granata, professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze umane per la formazione “Riccardo Massa” dell’Università di Milano Bicocca.

Esistevano anche prima degli asili e delle scuole per bambini così piccoli, ma avevano alla base un approccio assistenziale, erano dei luoghi in cui chi ne aveva necessità lasciava i bambini: a Reggio Emilia invece, con Loris Malaguzzi, la scuola già a 0-6 anni diventa un presidio educativo e un presidio democratico

«Reggio Emilia è diventata un asilo a cielo aperto, con la scuola percepita come un bene della comunità e l’infanzia messa al centro. Educare i bambini era, per quelle donne e per la città che le sostenne, il primo atto di ricostruzione di una comunità democratica. Esistevano anche prima degli asili e delle scuole per bambini così piccoli, ma avevano alla base un approccio assistenziale, erano dei luoghi in cui chi ne aveva necessità lasciava i bambini: a Reggio Emilia invece, con Loris Malaguzzi, la scuola già a 0-6 anni diventa un presidio educativo e un presidio democratico, tanto per i bambini quanto per la comunità. Nel momento in cui le nostre democrazie sono a rischio, andare a Reggio Emilia significa andare a vedere la democrazia che rinasce dai piccoli», afferma Granata. Anna Granata

Sul sito del Reggio Children sono elencate le tappe salienti di questa storia, che vedono Loris Malaguzzi – pedagogista, psicologo, intellettuale eclettico – fondare il Centro Medico Psico-Pedagogico comunale di Reggio Emilia nel 1950: fu il primo punto di incontro tra pedagogia, psicologia e pratica educativa. Nel 1963 il Comune aprì la prima scuola dell’infanzia comunale: la Scuola Robinson Crusoe. Nel 1971 arrivò il primo nido d’infanzia comunale, il Nido Genoeffa Cervi, anticipando di tre anni la legge nazionale che istituirà i nidi in tutta Italia.

Una città che ha scommesso sull’infanzia (e continua a farlo)

Oggi i servizi educativi di Reggio Emilia contano 12 nidi e 19 scuole dell’infanzia comunali, inseriti in un’ampia rete composta da oltre 80 servizi educativi per
l’infanzia in un sistema pubblico integrato. In città l’82% dei bambini residenti frequenta un nido o una scuola dell’infanzia, contro una media nazionale che vede iscritti alla scuola dell’infanzia circa il 90-95% dei bambini di 3-5 anni ma solo il 30-35% di quelli di 0-3 anni andare al nido. Il Comune di Reggio Emilia destina all’infanzia il 13% del proprio bilancio.

L’esperienza educativa del Reggio Emilia Approach oggi viene portata avanti da un sistema si compone di tre soggetti principali: l’Istituzione Scuole e Nidi d’Infanzia del Comune di Reggio Emilia, Reggio Children – una srl con una missione insieme culturale e politica, che si occupa di formazione, ricerca, consulenze e la Fondazione Reggio Children – Centro Loris Malaguzzi.

Ogni anno migliaia di educatori, ricercatori, amministratori e studenti da ogni parte del mondo vengono a Reggio Emilia per conoscere direttamente l’esperienza nelle scuole e nei nidi comunali, per partecipare ai percorsi formativi al Centro Internazionale Loris Malaguzzi e per riportare a casa non un modello da copiare, ma un’ispirazione da interpretare.

«Il mondo si accorse presto dell’importanza di quel che sta accadendo a Reggio Emilia, grazie in particolare al ruolo di Loris Malaguzzi, una figura di spicco, che parlava molte lingue e girava il mondo. La città a misura di bambino e la scuola dei cento linguaggi diventano un modello. Il primo libro scritto su questa esperienza è di un gruppo di ricercatori americani e australiani, per dire. Abbiamo sempre un po’ la sindrome di Meucci: inventiamo cose meravigliose, dall’estero se ne accorgono e noi ce ne dimentichiamo», racconta la professoressa Granata.

Alla base della filosofia educativa del Reggio Emilia Approach ci sono la fiducia nelle potenzialità dei bambini, il riconoscimento dei cento linguaggi attraverso cui ogni essere umano pensa e comunica, la centralità delle relazioni, la cura degli spazi come terzo educatore, la documentazione dei processi di apprendimento, la partecipazione attiva delle famiglie e della comunità. Insomma, un’idea di educazione di qualità come diritto universale, non come servizio per una élite.

Gli atelier e gli atelieristi

Ogni scuola e ogni nido del sistema reggiano ha un atelier: uno spazio progettato per l’esplorazione visiva, sensoriale e creativa. Non è un’aula d’arte nel senso tradizionale, nel senso che non serve a insegnare tecniche, ma mette a disposizione dei bambini materiali, strumenti e contesti in cui sperimentare linguaggi diversi da quello verbale. L’atelierista è una figura professionale specifica del sistema reggiano, unica, senza equivalenti in altri contesti educativi. L’atelierista lavora stabilmente nelle scuole e nei nidi a fianco degli insegnanti, ma non insegna arte: collabora invece alla progettazione educativa, introduce strumenti e materiali. La sua presenza dice concretamente che l’estetica e la creatività non sono ornamenti dell’educazione, ma suoi elementi costitutivi.

«Una poesia di Loris Malaguzzi dice che “il bambino ha cento lingue, ma gliene rubano novantanove”», ricorda Granata. «Tra i cento linguaggi ci sono le arti. Gli atelier portano gli artisti e la cultura dentro i servizi per l’infanzia, con l’idea che si può nutrire l’infanzia di tutto quello che la comunità culturale può offrire, ma anche che con l’infanzia si può far crescere la culturae. È importante non limitarsi al lato estetico: c’è un lato etico e civile molto forte, del bello per la democrazia».

Gli atelier portano gli artisti e la cultura dentro i servizi per l’infanzia. È importante non limitarsi al lato estetico: c’è un lato etico e civile molto forte, del bello per la democrazia

Il terzo educatore: lo spazio

E poi c’è l’ambiente come terzo educatore, una delle idee forse più note del Reggio Emilia Approach. «Si afferma che i bambini hanno tre educatori: l’insegnante, gli altri bambini e l’ambiente. Significa che gli spazi non sono neutri, ma che il bambino impara anche da esso. Per questo c’è attenzione agli arredi, ai colori, ai materiali, ma anche tantissime esperienze a contatto con la natura. Non è esclusa nemmeno la tecnologia, perché in aula c’è la cassetta degli attrezzi. Sono scuole che hanno un rapporto privilegiato con il quartiere, con il territorio: c’è l’idea che infanzia non debba stare chiusa dentro struttura, ma essere scoperta del mondo».

Il bambino non è più un soggetto che ha bisogno di assistenza ma cittadino che prende parte attivamente alla vita della comunità, si nutre della cultura del luogo e restituisce in termini di contributo dato alla comunità

Il Reggio Emilia Approach, in sintesi, «educa a crescere insieme, il bambino non è più un soggetto che ha bisogno di assistenza ma cittadino che prende parte attivamente alla vita della comunità, si nutre della cultura del luogo e restituisce in termini di contributo dato alla comunità. Mette al centro l’infanzia che noi abbiamo dimenticato», conclude Granata.  

VITA

Immagine