lunedì 2 novembre 2026

IL VANGELO E' UN INCONTRO

 

Gli apostoli 

ce lo mostrano:

la fede nasce sempre 

da un incontro


di Matteo Maria Zuppi

Nel Vangelo Gesù si lascia avvicinare da tutti, senza distinzioni né pregiudizi, e trasforma ogni relazione in un’esperienza d’amore capace di cambiare la vita

Anticipiamo parte della prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi al nuovo romanzo di Marcello Giannotti e Tiziana Lupi I Dodici. I ragazzi che divennero gli apostoli di Gesù (Edizioni Minerva).



Il Vangelo è incontro. 

Gesù non resta fermo, in attesa che sia cercato, come fanno le persone importanti, che si concedono poco alla folla, che lo fanno solo quando conviene a loro, che creano sapientemente distanze e curano la loro immagine. Gesù accetta l’imprevisto della strada. Incontra e si lascia incontrare e non da un’umanità selezionata, preparata, ma da quella vera, così com’è. Si avvicina e permette a tutti di avvicinarsi a lui. A casa di Simone si lascia toccare da una donna che tutti conoscevano come “peccatrice”, tanto da suscitare l’immediata malevolenza del padrone di casa che condanna questa prossimità promiscua ricavando la convinzione che Gesù non sia un maestro credibile perché non capisce che tipo di donna sia. Gesù lo sa bene e, a differenza del fariseo che è nascosto dentro ognuno di noi, ama e sa che l’amore non è una parola eterea, virtuale, casuale, ineffabile, ma diventa storia, esperienza, avventura umana. Ama quella donna per com’è e sa incontrarla, mentre per gli altri è solo la sua colpa e quindi va evitata.

Ogni incontro è un legame, una scelta, un seme di vita eterna che viene gettato per cambiare la vita presente e per aprire quella futura. Cerca un legame con la persona che sperimenta l’amore e impara così ad amare. Gesù incontra qualcuno che non ha capito tutto ma che capisce tutto proprio perché stabilisce una relazione con Lui. Vuole che tutti sentano il suo interesse. Parla fino a tardi, senza fretta e vuole accompagnare quell’incontro con il pane che sazia la fame. Intorno e dentro di noi cresce un deserto spirituale, arido, diffidente. Tutto diventa uguale, perché l’amore è ridotto ad apparenza, epidermide, sensazione, come in un sito di incontri, dove decide l’algoritmo che toglie il problema di capire, scegliere e che garantisce il benessere. Gesù fa di ogni incontro qualcosa che genera vita e mostra l’amore. Gli unici incontri in cui questo sembra non accadere, dove non si trasmette vita, sono quelli con i sapienti, i dotti e i farisei perché si difendono, mormorano, pensano male, non incontrano col cuore, giudicano e non ascoltano, come fossero paurosi di un maestro che li mette finalmente davanti a loro stessi, che li libera dall’apparenza e dalla schiavitù dell’esteriorità e della considerazione.

Il migliore di loro è Nicodemo. Gesù lo accoglie di notte, come a confermare che ascolta chiunque lo cerca. Potrebbe dirgli di tornare quando tutti lo avrebbero visto, invece ci parla e lo aiuta a capire finalmente la forza dello Spirito che trasforma la vita, non come la Legge che può soltanto certificare ma non cambiare. I sapienti non si lasciano amare da Gesù che cerca di ferire il loro orgoglio non per umiliarli ma per aiutarli a scegliere l’umiltà e a essere finalmente se stessi.

Avviene così anche per quell’uomo ricco che va a cercare Gesù che si lascia sempre trovare. Gli domanda qualcosa che lo angustia, come uno scrupolo non risolto, un’incertezza profonda. «Come faccio a ereditare la vita eterna?» Lo incontra per avere un’indicazione e trova la proposta di amare Dio, non di osservare una legge con il cuore da un’altra parte, nelle ricchezze. Solo l’amore di Gesù svela questa verità. Ma l’uomo ha paura di farsi amare, di perdere quello che ha. Per lui seguire Gesù non è la perla che cercava, non è il tesoro nel campo della vita. E quindi tristemente resta legato alle sue ricchezze, quelle che, ricordiamolo, la tignola corrode e i ladri scassinano. Ama le ricchezze più dell’amore con cui Gesù si rivolge a lui. Così resta solo.

L’incontro è dialogo, richiede tempo e pazienza, come accade con la donna samaritana con la quale Gesù parla sorprendentemente e contro le regole tanto che i discepoli stessi se ne stupiscono. Supera anche il pregiudizio per cui quell’incontro non sarebbe dovuto avvenire, essendo lui ebreo e lei samaritana. E poco alla volta, con molta attenzione, arriva alla verità, a dirgli “tutto quello che ha fatto” e a farlo, senza umiliarla, rendendola consapevole e aprendole una vita nuova. A Emmaus incontro significa un tratto di strada non sappiamo quanto lungo ma certamente fino a sera. L’incontro diventa tavola, cioè condivisione, comunione. Intorno alla tavola di Pasqua Gesù riunisce i suoi perché la sua presenza continui per sempre, nuova ed eterna alleanza. Gesù riunisce una comunità, quelli che sono suoi fratelli e sorelle, padri e madri.

Il mondo non va certo verso la costruzione di una comunità più fraterna e più pacifica. Abbiamo bisogno di un “Tu”, che è Dio che dona speranza e fiducia, che tesse fraternità, perché Lui e Lui solo è padre e maestro. Chi incontra Gesù incontra i fratelli e i poveri. L’incontro è certamente personale, nell’intimo interiore del nostro cuore ma unisce a una comunità perché, come diceva papa Benedetto XVI, «la nostra fede è veramente personale, solo se è anche comunitaria: può essere la mia fede, solo se vive e si muove nel “noi” della Chiesa, solo se è la nostra fede, la comune fede dell’unica Chiesa». Noi viviamo la tentazione di ridurre tutto a qualcosa di individuale o di accontentarci di avere legami superficiali, sempre modificabili quando lo decidiamo noi, e per questo poco profondi. Il rischio è di scambiare una scelta personale per individuale o la responsabilità personale come indipendenza, finendo per arrivare a una religione “fai-da-te”, che non conosce l’abbandono e la fiducia che pure sono requisiti fondamentali dell’amore. Il cristiano non può mai pensare che credere sia un fatto privato.

In un mondo pieno di confini e di muri di ogni tipo si vive male, ma non bisogna scoraggiarsi. Possiamo dare speranza, rendere concreto quell’incontro con il nostro amore, facendo diventare preziosa la vita di ognuno perché amata. E l’amore rende tutto e tutti interessanti e preziosi, libera dalla paura che ci rende ostili e chiusi, permette di formare quella famiglia senza confini che Gesù vuole, dove tutti possono sentirsi a casa, sempre. Quanto è importante cercare l’incontro mite, rispettoso, che introduce alla verità, che è l’amore di Gesù. Papa Francesco, citando Vinicius de Moraes, ricorda che «la vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita» (FT 215).

Non si testimonia il Vangelo in remoto, da lontano, in maniera impersonale e indiretta. Per questo abbiamo bisogno di una “cultura dell’incontro”, perché «come popolo ci appassiona il volerci incontrare, il cercare punti di contatto, gettare ponti, progettare qualcosa che coinvolga tutti» (FT 216). L’incontro non è selettivo, ma inclusivo, ha sempre qualcosa di creativo, perché apre il cuore.

www.avvenire.it

Immagine

IL GENERE DELLA MORTE


 MASCHILE

 O 

FEMMINILE ?

All’alba del primo giorno dopo il sabato, tre donne camminano verso un sepolcro: Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome. Portano oli aromatici, hanno il volto segnato dal dolore. Ma non vanno soltanto a piangere e a pregare. Hanno un compito che solo loro possono svolgere: ungere un corpo. E sono le prime a trovare il sepolcro vuoto. 

di Ritanna Armeni e Rita Pinci 

In questa scena evangelica è racchiusa una differenza che attraversa la storia dell’umanità: quella tra la morte degli uomini e quella delle donne. 

La morte come evento, impresa, sacrificio glorioso, riflessione sul destino umano è raccontata dagli uomini. La morte come corpo da lavare, vestire, profumare e vegliare è affidata alle donne. Per loro non è un’astrazione né un mito: è un corpo da accudire fino all’ultimo, con rispetto e amore. 

E quando a morire sono le donne? Qual è il rapporto con il loro corpo? E quale quello degli uomini? 

La storia offre risposte frammentarie. La letteratura aiuta, ma non basta: possiamo tuttavia dire con sufficiente sicurezza che il corpo femminile senza vita è misconosciuto, trascurato, incompreso. 

Due diversi racconti 

La letteratura ha scelto a lungo la morte maschile e l’ha trasformata in archetipo, mito, poesia. Nell’Iliade gli uomini muoiono in battaglia e il poeta si sofferma sulle ferite, sui nomi, sulle città di chi cade. La morte è canto, epitaffio, memoria collettiva. È la bella morte, quella che consegna l’eroe alla storia. 

Dopo, però, il corpo torna alle donne. Quando Priamo riscatta il cadavere di Ettore, Achille ordina alle ancelle di lavarlo e ungerlo. A Troia sono Andromaca, Ecuba ed Elena a intonare il lamento funebre, e il poema si chiude sulle loro voci. 

Nell’Antigone di Sofocle questa divisione si trasforma in un conflitto aperto. Creonte difende le leggi e l’ordine della città; Antigone rivendica il diritto di seppellire il fratello, lasciato insepolto ed esposto agli animali. Da una parte il potere, dall’altra il dovere della cura: il corpo del morto contro la ragion di Stato. 

Un’eccezione sembra essere il martirio cristiano: uomini e donne muoiono per la stessa fede. Eppure, anche qui, le narrazioni non riescono a celare una profonda disuguaglianza. 

Il martire uomo muore parlando. Stefano, prima di essere lapidato, prega: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Ignazio di Antiochia, in viaggio verso Roma, scrive: «Sono frumento di Dio, macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo». Il martirio maschile è dialogo, testimonianza, predica. 

 

Quello femminile, invece, viene raccontato attraverso il corpo. Di Blandina, schiava uccisa a Lione nel 177, le fonti narrano che i carnefici si diedero il cambio dall’alba alla sera senza riuscire a piegarla. Poi vengono le vergini: i seni strappati ad Agata, il bordello minacciato a Lucia, Agnese esposta nuda in un lupanare. Agli uomini si chiedono parole che rinneghino la fede; per le donne il martirio è violazione del corpo. La verginità e la castità sono la misura della loro virtù. 

La Passione di Perpetua e Felicita, ambientata a Cartagine nel 203, complica questo schema. Felicita partorisce in carcere pochi giorni prima dei giochi. 

Perpetua, invece, scrive il proprio racconto: nel diario dalla prigione risponde al padre, che la supplica, indicando un vaso. Può essere chiamato con un nome diverso da quello che è? Allo stesso modo lei non può chiamarsi altro che cristiana. 

Ma l’eccezione non cambia sostanzialmente la regola. Ancora nel Novecento Maria Goretti è stata a lungo presentata soprattutto come martire della purezza, più che come vittima di un uomo. Eppure le sue ultime parole riguardano il perdono del suo assassino. 

Sarebbe sbagliato, tuttavia, pensare che il controllo del corpo delle donne sia stato esercitato solo dalle religioni. Queste gli hanno prestato un lessico autorevole, condiviso e potente. Ma anche quando il vocabolario religioso si ritira, il dispositivo sopravvive. La morte delle donne resta senza voce, o con una voce che nessuno ascolta. 

La morte nella modernità 

Con l’età moderna, la morte maschile conserva i suoi luoghi pubblici: il fronte, il lavoro, la lotta politica. È il momento in cui l’individuo si sacrifica per una causa ed entra nella storia. 

La morte femminile rimane invece confinata nel letto del parto, dentro casa, nelle mani di chi dice di amare le donne. Ancora una volta ai margini: conseguenza, eco, contraccolpo della storia. Anche quando coincide con il momento in cui le donne danno la vita, raramente assume il rango di sacrificio eroico. È considerata, cinicamente, un rischio del mestiere. 

Eppure, la mortalità materna è tutt’altro che un problema del passato. Secondo le più recenti stime internazionali, circa 260.000 donne muoiono ogni anno per cause legate alla gravidanza o al parto: una ogni due minuti. E il rischio è profondamente diseguale: nell’Africa subsahariana una donna ha una probabilità di morire per cause materne enormemente superiore a quella di una donna dell’Europa occidentale. Dove mancano ospedali, personale sanitario e assistenza tempestiva, mettere al mondo un figlio può ancora costare la vita. 

 

C’è poi la violenza. Gli uomini vengono uccisi più spesso fuori casa, anche da estranei; le donne da persone che conoscono, spesso dentro la famiglia o la coppia. Secondo il rapporto di UNODC e UN Women, nel 2024 circa 83.000 donne e ragazze sono state uccise intenzionalmente nel mondo. Il 60 per cento da partner o familiari: in media 137 vittime al giorno. Per gli uomini la quota di omicidi commessi dalla propria famiglia è intorno all’11 per cento. La violenza generale arretra, quella che nasce dentro la coppia no. La casa, luogo che dovrebbe proteggere, può diventare il posto più pericoloso. 

Per questo è stata necessaria una parola nuova. Il femminicidio non è soltanto un omicidio con una vittima donna: è l’uccisione di una donna in quanto tale, dentro rapporti di possesso, controllo e disparità di potere. Darle un nome ha impedito che questa morte scomparisse nella categoria apparentemente neutra di «omicidio». 

La guerra: chi muore e come 

Poi c’è la guerra. Brutto affare, ma affare di uomini: il fronte, gli eserciti, le armi e il sacrificio militare hanno alimentato soprattutto racconti maschili. Oggi però le donne combattono, prestano servizio sanitario al fronte e muoiono in uniforme. 

Valentina Galatova, 27 anni, psicologa, è stata la prima soldatessa russa uccisa in Ucraina. È morta ad appena un mese dall’inizio della guerra, sotto un attacco di mortaio durante l’assedio di Mariupol. Nelle stesse settimane, sul fronte opposto, è caduta Inna Derusova, 51 anni, sergente e medico di campo: è stata la prima donna di questa guerra a ricevere postumo il titolo di «Eroe dell’Ucraina». 

Le donne continuano a morire anche dopo le battaglie: per fame, malattie, mancanza di assistenza ostetrica, sfollamento. 

E quando la guerra non ha più un fronte, la morte entra nelle case. A Gaza, secondo le stime di UN Women, contestate da alcuni analisti, tra l’ottobre 2023 e il dicembre 2025 sono state uccise oltre 38.000 donne e ragazze, in una proporzione molto più alta che nei conflitti precedenti. 

Le mani che restano 

La morte non è soltanto un evento da raccontare o un destino da affrontare. È anche una relazione: qualcuno resta accanto a chi se ne va, ne sostiene il corpo, si fa carico della sua fragilità. Una cura essenziale, affidata soprattutto alle donne, senza che le venga riconosciuto il valore che merita. 

Fino a pochi decenni fa il lutto spettava a loro: vedove, madri, figlie, prefiche. 

Nei paesi italiani erano le donne a preparare i morti in casa: chiudere gli occhi, lavare il corpo, vestirlo con l’abito tenuto da parte per quel giorno. Nel Sud c’erano le lamentatrici. Il loro pianto non era sfogo: era una tecnica per impedire che il dolore travolgesse chi restava. 

Poi la morte è uscita dalle case ed è entrata negli ospedali. La divisione, però, non è scomparsa. Ancora oggi chi assiste i malati terminali, accompagna gli anziani nelle case per anziani e presta cure a domicilio è in grande maggioranza donna: mogli, figlie, infermiere, operatrici sociosanitarie, assistenti familiari, spesso migranti. Il corpo che muore continua a passare dalle loro mani. Solo che quel lavoro ha perso il rito e il riconoscimento. 

La scrittrice Michela Murgia, nel romanzo Accabadora, ha dato a questa storia la figura più scomoda. Bonaria Urrai, sarta in un paese sardo, di notte entra nelle case dove qualcuno agonizza e lo aiuta a morire. Nel paese tutti lo sanno: è chiamata, attesa. Murgia la presenta come l’ultima madre, colei che accompagna fuori dalla vita come un’altra ha accompagnato dentro. 

Il gesto di Bonaria, che arriva a interrompere la vita, interroga la coscienza cristiana. Murgia, che era credente, non lo assolve: Maria, la figlia d’anima, quando scopre il mestiere della madre adottiva fugge. Ma il libro coglie una verità che va oltre il giudizio: la levatrice e l’accabadora sono due facce della stessa conoscenza del corpo, della stessa confidenza con il confine. 

Ritorno al sepolcro 

Gli uomini hanno fatto della morte un racconto: poemi, monumenti, liste di caduti, testimonianze trascritte parola per parola. Le donne ne hanno fatto una pratica, senza lasciare quasi traccia scritta. Solo gesti tramandati, mani che sapevano. Eppure, nel racconto fondativo della fede cristiana, la gerarchia si rovescia. 

Al sepolcro gli uomini non ci sono: sono chiusi in casa, impauriti. Ci sono le donne, con gli oli, a prendersi cura di un corpo. E sono loro a ricevere per prime la notizia della resurrezione, a sentirsi chiedere perché cercano tra i morti colui che è vivo. Ma quando riferiscono ciò che hanno visto, gli apostoli non credono alle loro parole: pensano siano un vaneggiamento. 

La prima notizia della vittoria sulla morte arriva da chi della morte si è sempre occupata con le mani. E non viene creduta. 

La storia della morte delle donne trova qui la sua immagine più precisa: non nell’assenza di una voce, ma nella difficoltà degli altri a riconoscerle autorità. Al sepolcro, almeno per un istante, sono loro le prime testimoni. E la storia della resurrezione comincia proprio da quella testimonianza che nessuno, all’inizio, vuole ascoltare. 

 

Donne Chiesa Mondo novembre 2026

 Immagine

domenica 1 novembre 2026

MORTI o DEFUNTI?

 


Ogni 2 novembre 
la Chiesa celebra 

la Commemorazione 

di tutti i fedeli defunti.

Per la sua comprensione è di fondamentale importanza soffermarsi sulla terminologia usata.


-di Alberto Maggi

Nella liturgia non si parla genericamente di "morti", ma di "defunti", sebbene nel linguaggio comune i due termini siano spesso considerati sinonimi.

Ma non è così, e la differenza tra le due parole è profonda.

Il "morto" (dal latino mortuus) descrive l'evento biologico, la cessazione delle funzioni vitali, lo stato di fine: è uno sguardo puramente orizzontale che si ferma al dato oggettivo dell'assenza di vita fisica e alla constatazione di una chiusura.

 Il "defunto", invece, ci apre a una prospettiva radicalmente diversa. Il verbo defungere, da cui deriva, affonda le sue radici nel latino defungi (composto da de- e fungi), che significa aver compiuto, adempiuto fino in fondo un compito o un ministero.

Non indica la cessazione della vita, bensì il compimento di una missione terrena, affinché la vita stessa possa proseguire, trasformata, in forme nuove.

Per un uso corretto del linguaggio e della visione cristiana, bisognerebbe inoltre evitare di contrapporre la vita alla morte. Sarebbe più corretto parlare della nascita e della morte come di due eventi che appartengono entrambi al medesimo ciclo della vita: l’ingresso e l’uscita dall’esistenza terrena sono due porte del medesimo cammino.

In ciascuna di queste due fasi si verificano, in modo paradossale, una nascita e una morte. Nella nascita terrena, il neonato "muore" alla condizione precedente: lascia il grembo materno, luogo di sicurezza e protezione, per affacciarsi verso l'incognito. Ma questa "morte" è la sua unica possibilità di continuare a vivere: solo uscendo dal grembo potrà incontrare la luce e sperimentare l'amore con cui i genitori lo attendevano. Ugualmente nel momento della morte, l’uomo lascia un mondo noto e rassicurante per nascere a una dimensione ulteriore.

Solo attraverso questo passaggio l’individuo può sperimentare la pienezza dell’amore di Dio, che lo avvolge della sua luce. Non a caso, fin dai primi secoli del cristianesimo, il giorno della morte dei fedeli veniva chiamato dies natalis, ovvero il "giorno della nascita", il compimento e il coronamento dell'esistenza terrena.

Con la morte la relazione tra i viventi e i defunti non si interrompe, ma cambia modalità di comunicazione. Così come accade nell'arco della vita terrena — in cui il modo di relazionarsi con un bambino è diverso da quello con un adulto o un anziano —, così l'affetto e la comunione con chi ci ha preceduto continuano in una forma nuova, ancora più intensa, spirituale e profonda.

Il messaggio centrale del Vangelo è che, attraverso la morte, la persona continua a esistere in una diversa dimensione, in una continua crescita e trasformazione verso la propria realizzazione definitiva. Come recita il Prefazio della Messa dei Defunti — attingendo a testi liturgici latini antichissimi, tra cui il Sacramentario Gelasiano: «_*Vita mutatur, non tollitur» (La vita non viene tolta, ma trasformata*_ ).
Questa formula rappresenta l'espressione più antica e limpida della fede della Chiesa di fronte al mistero della morte. A passare oltre è la persona nella sua interezza, non una semplice astrazione. Come scrive Paolo nella Prima Lettera ai Corinti: «_*Si semina un corpo materiale, risorge un corpo spirituale*_» (1 Cor 15,44); «_*E come abbiamo portato l'immagine dell'uomo di terra, così porteremo l'immagine dell'uomo celeste*_» (1 Cor 15,49).

La vita, trasformata e impreziosita dal patrimonio di bene che ciascuno reca con sé, entra con la morte nella pienezza della comunione divina. Lo afferma con forza l’autore dell’Apocalisse: «_*Beati fin d'ora i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono*_» (Ap 14,13).

Accostando in modo paradossale due concetti apparentemente opposti — il morire e l’essere beati —, la Scrittura ricorda che la morte fisica non ha l’ultima parola. *La morte non è una sconfitta, né un annientamento o una dolorosa attesa nel vuoto, ma il definitivo passaggio verso la pienezza della Vita*.


A. Maggi

QUALE VISIONE ?

 

Tutte le questioni pubbliche italiane, nazionali o locali, non possono prescindere dalle visioni del mondo che vogliamo avere e scegliere, e che hanno a che fare con un unico grande nucleo significante: la giustizia e il bene proprio e comune.

-di Luca Novara*

Dov’è la radice della corruzione?

Le notizie ricorrenti di cronaca locale e nazionale sulle variegate e degradate forme di corruzione che continuano ad affliggere non poche amministrazioni pubbliche, dal Sud al Nord, non possono non sollecitare una reazione decisa da parte di chi ha a cuore una moralità pubblica e sociale all’altezza delle esigenze del bene comune. È sempre limpido il richiamo di papa Francesco: «Nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini» (Evangelii gaudium, n. 183).

E proprio il carattere contestuale e sapienziale della teologia morale è profondamente sfidato da un modus vivendi che sembra trasversale a tutti gli schieramenti politici e che è anche una radice di degrado e corruzione: sembra che nessuno dei partiti attualmente in gioco si muova sensibilmente come un agente culturale in grado di offrire formazione civica ai cittadini e spazio di libero impegno sociale, nel pieno rispetto dell’assetto costituzionale pubblico. Più che altro sembrano dedicati al mantenimento di reti di dominio e di interessi a fini elettorali, come altrettanti comitati d’affari. 

Le parti guardano il tutto

La politica è sempre accompagnata da una legittima competizione tra i partiti per la conquista del consenso elettorale, ma perché la dialettica tra le parti non perda di vista l’unico bene comune, deformandolo, è indispensabile che sussista nelle città un confronto culturale gestito in primis dai partiti, dedicato agli ideali politici migliori e non immediatamente finalizzato alla conquista del potere, bensì alla comprensione dello spessore destinale della socialità e dell’istituzione che è la forma originaria dove l’uomo si riceve. Di più, dove l’uomo è chiamato in un tessuto connettivo reciproco, che ha il tono della cura benevolente, senza la quale nessuno sopravvive (A. Guarino).

È deprecabile infatti l’elefantiasi della politica intesa quale attività volta esclusivamente all’occupazione del potere e non all’alimentazione della percezione di ciò che è giusto e della potenza istituente della vita umana stessa al fine di alimentare disposizioni interiori permanenti e dinamiche orientate al bene concreto di tutti e di ciascuno.

È percepibile qui l’appello di don Luigi Sturzo: che la buona politica, locale, nazionale, globale sia «libera e forte»! Perché «ci mette insieme politicamente», cioè secondo una forma e un contenitore vitale per le esistenze di tutti noi, presenti e futuri. 

La migliore politica

In questo senso, le segreterie dei partiti dovrebbero sostenere la capacità e il desiderio di ascoltare e discernere le competenze, la coerenza di vita e di spessore morale dei candidati alle cariche pubbliche, e costituirlo come elemento strutturale permanente e definitivo, che non andrebbe mai dimenticato, ma che purtroppo invece sempre cede il passo alle ormai altrettanto strutturali richieste di portaborse, procacciatori di voti, yes men e simili. La formazione globale dei candidati alle varie cariche dovrebbe essere considerata una priorità politica.

Invece contenuti come la tutela dell’interiorità della persona, la cura della vita, la formazione al sapere critico, il contrasto all’idolatria del denaro e del potere personale, il superamento della dicotomia pubblico/privato, la convivialità delle differenze, la difesa strenua della legalità democratica sembrano essere considerati merce ingombrante e poco funzionale al raggiungimento di obiettivi primari come il bene comune e la pace sociale.

Ma è proprio questo insieme di saperi interiori che edifica lo spessore morale necessario a chi si occupa di amministrare ai vari livelli, contribuendo così alla comprensione generale dell’orizzonte comune da costruire e verso cui incamminarsi: «Vero vincitore e migliore politico è colui che riesce a far capire agli altri la portata dei valori comuni in cui tutti possono riconoscere spazi di libertà e di realizzazione validi per sé» (Pizzolato).

 *Luca Novara è docente di Filosofia e Teologia morale sociale presso l’ISSR «S. Metodio» di Siracusa e presso lo Studio teologico «S. Paolo» di Catania – II ciclo.

IL REGNO 


sabato 31 ottobre 2026

TECNOLOGIA E FEDE


 Le tecnologie

 digitali 

e la trasmissione

 della fede


-di GUIDO MOCELLIN

Nelle «Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca», appena pubblicate dal Dicastero vaticano per la dottrina della fede con il titolo “Venite ad me” (bit.ly/4ByBZpA), ci si poteva aspettare che vi fosse dedicato un certo spazio alla “missione digitale”. Scorrendo l’indice in questa prospettiva, l’attenzione va subito al terzo capitolo, quello che «si sofferma sulle sfide del cambiamento d’epoca, la cui cifra è un’inedita difficoltà nel proseguire le tradizionali forme di trasmissione della fede» (vedi la nota 3); ma qui solo una breve sezione è intitolata alle «tecnologie digitali» (nn. 59-62), e in essa solo un paragrafo (n. 60) prende direttamente in esame la «missione digitale», senza peraltro definirla tale. Lo riporto per intero: «Se, da una parte, nel mondo digitale non mancano le occasioni per condividere testimonianze di vita ed esperienze spirituali, oltre a consentire una più ampia diffusione dei contenuti della catechesi rispetto ai mezzi disponibili in passato, le nuove tecnologie offrono senza dubbio possibilità inedite di evangelizzazione. Dall’altra, tuttavia, in alcuni contesti la proposta di fede rischia di essere disincarnata, disancorata dalla vita concreta o legata a ideologie promosse da minoranze rumorose. Ciò può portare a deformazioni della fede stessa o della coscienza, oppure indurre le persone a costruirsi una cosiddetta fede “fai-da-te”, modellata sui propri gusti e sulle proprie preferenze, anziché sull’insegnamento della Chiesa».

Oltre la fede “fai da te”

È un passo che esprime una notevole prudenza sul possibile ruolo dei “missionari digitali” nella trasmissione della fede (cf. anche Giovanni Tridente su SettimanaNews bit.ly/4e3Y6KL).

Anche il resto del documento dà poco credito alle possibilità che l’evangelizzazione possa giovarsi delle vie digitali. Si osserva piuttosto che la «formazione spirituale viene progressivamente ridotta all’uso personale dei mezzi di comunicazione» (n. 51, a dirlo sono i vescovi di Malesia, Singapore e Brunei), che «la cultura, attraverso i social media e il discorso pubblico, plasma il modo di pensare dei cattolici [...] più di quanto non facciano la fede, la tradizione e la devozione» (n. 55, qui parlano i vescovi degli Stati Uniti), che «i social non colmano» il «bisogno e desiderio di appartenenza» degli esseri umani (n. 87), che le opere d’arte «sono in grado di rapire anche le menti più distratte dalle moderne tecnologie di comunicazione» (n. 98), che «un uso intenso delle tecnologie digitali non è sufficiente a colmare tutti i bisogni del soggetto umano» (n. 117). 

Solo a proposito del battesimo degli adulti si annota, tra le motivazioni che spingono a chiederlo, «il contatto con altri credenti, sia a livello personale che nelle reti social» (nn. 63 e 65), mentre, prima di citare la testimonianza di una catecumena dal Belgio, si riconosce che può bastare «lo scrolling dei messaggi di un social network perché la grazia renda possibile un incontro capace di trasformare la vita».

Gli smartphone e l’anello di Gollum

«Gli smartphone stanno nelle nostre tasche come l’anello di Gollum: intrattenimento o distrazione sono sempre a portata di mano», ha detto a sua volta, citando un confratello domenicano, il cardinale Timothy Radcliffe, interrogandosi su «Come possiamo toccare l’immaginazione dei giovani in questa epoca digitale?» (bit.ly/4jI7jMp) al recente Congresso internazionale sulla pastorale scolastica e universitaria. Mentre pone tra le tensioni in cui i giovani vivono a motivo delle tecnologie digitali anche il modo in cui i social si contendono l’attenzione degli utenti, sorprendentemente – ma la sorpresa è una cifra stilistica di cui fra Radcliffe è maestro – esprime anche un riconoscimento verso uno dei soggetti più attivi nella missione digitale: le religiose. Valorizza infatti la popolarità social raggiunta quest’estate in area anglofona dal «video di due giovani suore domenicane che ridevano insieme», ovvero dalla vera e propria tendenza virale chiamata “Nun girl summer” e ampiamente illustrata da riviste cattoliche di provata credibilità come “America” (bit.ly/4jM4zO7) e “The Tablet” (bit.ly/3WxW2oc). 

Anche in Italia i video aventi per protagoniste le suore godono di grande e meritata popolarità social: cito per tutte le anziane “Suore Ravasco”, che ai lettori di “Avvenire” ho già presentato (ne ha scritto più ampiamente Laura Badaracchi bit.ly/4yPVpnw).

Come dice il cardinale Radcliffe, non dobbiamo «aver paura di essere noi stessi oggetti di attenzione. Osiamo farci vedere».

www.avvenire.it

 Immagine

 

SANTI TUTTI

 


Santi  tutti, 

tra le pieghe della storia

 e nelle piaghe del mondo



Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXXI domenica del tempo ordinario

Ap 7,2-4.9-14; Sal 23/24; 1Gv 3.1-3; Mt 5,1-12a

Quest’anno la solennità liturgica d’Ognissanti cade di domenica, Pasqua settimanale. D’altronde il memoriale pasquale, che celebriamo nel giorno del Signore – il Santo dei santi –, è il cespite sorgivo da cui scaturisce la grazia della santità e a cui noi possiamo continuamente attingerla. A tal proposito, il concilio Vaticano II, nel n. 22 di Gaudium et spes, ha insegnato: «Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale». Festeggiare tutti i santi vuol dire esprimere la consapevolezza credente che coloro che – con Cristo, per Cristo e in Cristo – partecipano della sua Pasqua, sono e non possono non essere santi: “tutti i santi” significa “santi tutti”.

L’odierna pagina evangelica riporta l’annuncio delle beatitudini, che il Maestro di Nazareth fa all’inizio del suo discorso della montagna. È un insegnamento radicale, che segnala le esigenze evangeliche alle quali ci si deve attenere se si desidera esser davvero discepoli del Cristo. Ed è, altresì, un insegnamento paradossale, perché dichiara beati quelli che – nel nostro mondo – non avrebbero alcun buon motivo per reputarsi felici e contenti: i poveri, chi ha fame e sete, chi è addolorato e soffre, chi è screditato e perseguitato.

Per indovinare il senso vero delle beatitudini si deve, comunque, disambiguare il linguaggio con cui sono formulate e che le fa risuonare come affermazioni strane prima ancora che straordinarie. Cosa significa, per esempio, che «beati sono i poveri in spirito, giacché di essi è il regno dei cieli»? I poveri di spirito non sono forse, nel parlato comune, i “pitocchi” (ptōchói è il termine greco che l’evangelista Matteo qui adopera)? E “pitocchi” non è sinonimo di “meschini”, stretti di spalle e con i polmoni asfittici, incapaci di largo respiro, per nulla magnanimi? Può Gesù elogiare individui di tal genere? Le parole, che egli usa per promettere loro la beatitudine eterna, devono certamente avere un altro senso. E, difatti, vogliono dire che i poveri in spirito non sono affatto persone meschine, per niente pusillanimi. Sono, invece, i «puri di cuore», come aggiunge poco più avanti: sgravati da ogni presunzione riguardo a sé stessi e riguardo agli altri. Non vantano alcun merito proprio, non sono autoreferenziali, si svuotano del loro ego e quindi risultano “capaci”, cioè pronti e disposti a ricevere e ad accogliere lo Spirito di Dio, che potrà gridare nel loro petto la medesima invocazione che Gesù rivolge al Padre suo: Abbà, come Paolo spiega nella lettera ai Romani e nella lettera ai Galati. Essere poveri in spirito – avere e avvertire un forte bisogno di Dio – significa, perciò, immedesimarsi nel Figlio e con lui ereditare il cielo.

Se il regno di Dio è di costoro, allora è giocoforza che per essere beati si deve assomigliare a loro e, come loro, ci si deve fare discepoli del Cristo. Occorre, insomma, vivere le attitudini evangeliche illustrate nelle beatitudini. Tra queste, tre mi sembrano quelle maggiormente rimarcate da Gesù: la giustizia, la mitezza, la misericordia.

La giustizia è presentata come una necessità vitale, quasi un’urgenza istintiva, al pari della fame e della sete. Ma è pure prospettata come un rischio mortale, alla stregua di una persecuzione in cui si cade innocentemente vittima di insulti, calunnie, riprovazioni e condanne infamanti. È chiaro che Gesù, in questi termini, parla della giustizia da lui stesso impersonata nella sua vicenda pasquale. Per essere beati occorre assomigliargli nel suo profilo martiriale, come hanno fatto – solo per citare due beati siciliani – il giudice Rosario Livatino e don Pino Puglisi.

La mitezza, poi, è presentata come la principale responsabilità dei discepoli verso la storia e il mondo. Il cui destino è, appunto, affidato ai miti e non ai violenti. La violenza, la rapacità, la protervia devastano il presente e pregiudicano il futuro del mondo. Solo i miti erediteranno la terra, assicura Gesù. Ma per ereditare qualcosa bisogna averne il diritto: si dev’essere figli degni di colui che fa testamento. Per questo i miti non possono e non devono restarsene con le mani in mano. Devono operare in favore della pace: saranno così riconosciuti «figli di Dio». Pensiamo a ciò che ha tentato di fare in questa prospettiva, con grande impegno, un altro siciliano come il venerabile Giorgio La Pira.

Infine, la misericordia. Gesù ne parla ricorrendo a una tautologia: si limita a ripetere che «beati sono i misericordiosi, perché troveranno misericordia». La misericordia gode di una tutta sua sovreccedenza di senso. Non servono aggettivi per qualificarla. Essa, di per sé, basta e avanza. Fa da perno alla beatitudine dei discepoli, poiché li riconduce direttamente a Dio, cioè a colui al quale – metaforicamente – il regno celeste rimanda. Misericordia, infatti, è il suo nome. Essere misericordiosi equivale a essere della stessa “pasta” di Dio. Significa indossare il vestito della festa, intessuto con la medesima stoffa agapica di Dio: chi lo porta con luminosa verità, non sarà cacciato fuori, nel buio, dove ci sarà pianto e stridore di denti. Mi piace pensare così al compianto Biagio Conte e a chi – sempre in Sicilia, a cavallo tra Otto e Novecento – lo ha preceduto nel servizio agli ultimi: Giacomo e Vincenzina Cusmano, Annibale Maria Di Francia e Maria Nazarena Majone, Maria Rosa Zangara, Angelico Lipani e tanti altri “santi della porta accanto” che hanno assecondato l’impeto della carità. Tutti loro hanno incontrato Gesù nel “sacramento” dei poveri, degli emarginati, dei deboli: lo hanno visto presente nelle loro fatiche, lo hanno riconosciuto nei loro volti e gli hanno reso testimonianza. In questo è consistita la loro beatitudine.

Vedere il Cristo nel bel mezzo delle nostre fatiche, è anche la nostra giustizia. Riconoscerlo qui e ora, ci guadagna la misericordia del Padre. Rendergli testimonianza, è la nostra più efficace impresa di pace. Così il vangelo delle beatitudini rivela che la santità (cioè la comunione con Dio, la solidarietà col Crocifisso-Risorto, la condivisione della sua eredità nel “regno dei cieli”, la beatitudine) è una questione tutt’altro che iperuranica. È un’avventura terrena, storica, non extramondana.

Ciò non vuol dire che dobbiamo “farci” santi da noi stessi, come se la santità consistesse nei nostri sforzi personali. Vuol dire, semmai, che dobbiamo farne esperienza qui e ora, umilmente ricevendola e custodendola creativamente, quale prezioso talento da reinvestire e far fruttificare. Poiché la santità cristiana è lasciar trasparire la presenza del Signore lì dove la si presume improbabile. Vale a dire nel fondo doloroso e addolorato dell’esistenza umana, nel rovescio della storia, dentro le pieghe strette e le piaghe aperte del mondo, dove il Figlio umanato si è seminato come chicco di frumento tra le zolle. Per tal motivo, la santità è prerogativa di tutti, nessuno escluso.

 www.tuttavia.eu


SIAMO IL PRESENTE

 


«Non siamo il futuro,

 siamo il presente 

che ignorate» 


I giovani 

si riprendono le piazze 


A Roma, decine di migliaia di persone in corteo per rivendicare il diritto alla casa, alla scuola, al lavoro. Ma a farsi vedere e sentire sono soprattutto i giovani, anche quelli alla loro prima manifestazione. Altro che generazione apatica, chiusa in casa e persa dietro agli schermi: oggi hanno riempito le strade di voci, colori ed energia, ricordandoci che il futuro non si aspetta, ma si costruisce insieme.

di Chiara Ludovisi

Non c’erano soltanto i soliti “megafonisti”, cresciuti nei centri sociali e nei collettivi. Certo, i collettivi c’erano, si vedevano e si sentivano, con gli striscioni in cui la parola chiave ricorrente era “futuro”. Ma c’erano, accanto a loro, anche quelli che non hanno il physique du rôle da piazza e da corteo, un po’ spaesati forse, magari al loro primo corteo, ma sicuri e fiduciosi nel loro essere insieme.

Oggi Roma era piena: dalla stazione Termini fino al Colosseo una lunga fila di persone, bandiere di tanti colori e tanti cartelli, alcuni fantasiosi come i giovani sanno essere: «Faccio più viaggi con l’alcol che con la benzina”, “Affittiamo sogni”, scritto sulla sagoma tridimensionale di una casa indossabile.

Altri più arrabbiati, ma senza quell’odio e quella rabbia violenta di cui si parla tanto ma che qui non si vede proprio: “Pensano che basti riempire il vuoto con l’ordine”, o “Non siamo il futuro. Siamo il presente che voi ignorate”. O il più minaccioso “Siamo le tenebre che vi cancelleranno”, o semplicemente “Prendiamo il nostro futuro”.

Non c’erano soltanto i ragazzi e le ragazze nelle strade di Roma stamattina, ma si vedevano e si sentivano soprattutto loro, nei vari punti del lungo corteo, in cui le diverse rivendicazioni si intrecciavano: i problemi della scuola, della casa, del lavoro. A proposito di lavoro, applausi per la lavoratrice che si è affacciata dalla finestra di un albergo, prendendosi una pausa dalle pulizie della camera per partecipare a una protesta che sembrava una festa. C’era un’energia che non si sentiva da tempo e che forse i giovani si sono presi il compito di riportare in questo Paese insonnolito e indolente. Mentre camminavo ai lati del corteo, per leggere gli striscioni, osservare i volti, ascoltare le voci, mi domandavo: «Ma non era questa la generazione apatica, persa dietro agli schermi, incapace di stare insieme?». Nessuna voglia di provocare per il gusto di farlo, ma tanta voglia di esserci, di contare, di farsi sentire.agazzi in corteo a Roma

Oggi i giovani in strada hanno dato una lezione: non c’è silenzio che si possa imporre, né con le buone né tanto meno con le cattive, quando le voci si uniscono per chiedere il cambiamento. “Il popolo non si arresta”, si leggeva su uno striscione. Per un giorno, l’impressione è stata quella di un Paese che si risveglia, proprio grazie a quei giovani di cui noi adulti spesso parliamo male, malissimo, additandoli come se fossero un problema, mentre ci stanno indicando l’orizzonte. 

Il corteo è finito senza disordini che non siano quelli prevedibili e inevitabili quando decine di migliaia di persone scendono in piazza. Alcune tende spuntano ora nei pressi del Colosseo, perché la casa dovrebbe essere un diritto e invece è diventata un lusso. E se quelle tende nel cuore della storia daranno un po’ fastidio, vorrà dire che è ora di prendersi cura del presente e del futuro. 

VITA