sabato 16 maggio 2026

NUOVE INDICAZIONI LICEI

 

Luci e ombre

 nelle nuove 

Indicazioni nazionali 

per i licei



-di Giuseppe Savagnone 

 

Il 22 aprile 2026 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato la bozza delle nuove Indicazioni nazionali per i licei, un documento di legge presente sul sito del Ministero «fortemente voluto» dal ministro Valditara, che riscrive i programmi della scuola secondaria di secondo grado a oltre quindici anni dalla revisione del 2010. Il testo, elaborato da una commissione di oltre 130 esperti guidata dalla pedagogista Loredana Perla, è in consultazione pubblica fino al 31 maggio. L’entrata in vigore è prevista per l’anno scolastico 2027/2028.

«Non si tratta di una semplice revisione di programmi: è un ripensamento strutturale della funzione formativa del liceo, del rapporto tra discipline e tra scuola e società», si legge sempre sul sito ministeriale. Un testo importante, dunque, che forse avrebbe meritato maggiore attenzione da parte di un’opinione pubblica che si concentra sui sintomi sempre più allarmanti della crisi dei giovani, ma dedica ben poca attenzione al mondo della scuola, che della loro educazione è un luogo fondamentale.

Le Indicazioni non intendono sostituire i programmi scolastici – la cui elaborazione, in base al principio dell’autonomia, è affidata ai singoli istituti – ma orientarli fornendo loro una cornice complessiva che evidentemente avrà un peso decisivo nella loro definizione.

Alcune delle innovazioni elencate nella presentazione del Ministero appaiono effettivamente ispirate a un apprezzabile sforzo di collegare la scuola alla vita reale degli studenti, superando una frattura che oggi rende spesso gli studi scolastici estranei ai loro interessi e ai loro problemi. Così, si legge, «una delle novità più rilevanti sul piano didattico-epistemologico è l’introduzione di una sezione intitolata “Perché studiare questa disciplina”», con l’intento di «illuminare il valore formativo di ogni disciplina, agganciando i saperi appresi alla realtà contemporanea e alla motivazione ad apprendere degli studenti». Se le scuole recepiranno questa indicazione, sarà meno frequente che le ore del mattino siano dedicate a una cultura estranea alla vita, e quelle del pomeriggio e della sera a una vita estranea alla cultura.

Sicuramente opportuno è anche il superamento della mostruosa fusione, voluta dal ministro Gelmini al tempo del governo Berlusconi, tra Storia e Geografia: «La Geostoria scompare. Al primo biennio, Storia e Geografia tornano a configurarsi come discipline distinte, ciascuna con la propria specificità metodologica».  Più discutibile appare invece «la scelta di incentrare lo studio della storia sulle vicende dell’Italia e dell’Occidente» che, in un mondo sempre più interconnesso e globalizzato, appare suscettibile di dar luogo – nei programmi e nella prassi scolastica – a distorsioni nazionalistiche di cui il sovranismo, in campo politico, è l’espressione, con le conseguenze che abbiamo sotto gli occhi.  

Interessante l’obiettivo di far passare lo studio della Matematica «da tecnica a pensiero», introducendo un esplicito riferimento all’AI «come territorio critico da governare» e, al quinto anno, «uno spazio strutturato di approfondimento in cui lo studente connette la matematica alla scienza, alla storia delle idee o ai propri interessi personali».

Pienamente condivisibile è anche la prospettiva additata per lo studio della Letteratura: «Leggere per capire sé stessi». «Leggere i classici non è un atto di deferenza verso il canone: è un modo per capire da dove si viene, cosa si pensa, cosa si desidera. E per poter cambiare, crescere, auto-crearsi».

Una disciplina nei cui confronti mi rende particolarmente sensibile la mia esperienza di insegnante, per quarantun anni, nei licei, è la Filosofia. Personalmente condivido senz’altro l’esigenza, espressa nelle Indicazioni, di superare una prospettiva esclusivamente storicistica – la quale riduceva i filosofi studiati a reperti del passato senza alcun rapporto con i problemi degli uomini e delle donne di oggi – e di affiancare, alla giusta esigenza di ricostruzione filologica del loro pensiero, quella di un «esercizio di riflessione, interrogazione, giudizio, argomentazione» da parte degli studenti.

«Un approccio che richiede ai docenti di uscire dalla comodità del commento storiografico per entrare nella dimensione del laboratorio del pensiero — dove l’errore, l’incertezza e il conflitto tra posizioni diverse diventano risorse e non ostacoli». Solo se inserite in un percorso di ricerca personale di senso e di verità da parte dei giovani le diverse letture della realtà, della vita e della storia da parte dei filosofi possono acquistare il valore di alternative con cui misurarsi esistenzialmente, piuttosto che apparire un semplice gioco in cui ognuno dice il contrario degli altri.

I criteri per i programmi di Filosofia   

Proprio in rapporto alla mia esperienza personale scelgo di esaminare ciò che in particolare le Indicazioni prevedono per questa disciplina. La riflessione risulta sollecitata anche da una petizione firmata da più di 60 docenti e intellettuali, tra cui nomi autorevoli come quello di Massimo Cacciari, intitolata “Difendiamo l’insegnamento della filosofia a scuola”, dove si denunciano «scelte molto gravi per quanto riguarda l’insegnamento della filosofia nelle scuole superiori».

Ma vediamo prima cosa dice il testo delle Indicazioni ministeriali. In riferimento al duplice approccio, problematico e storico sopra accennato, in esso si parla di «due modalità di insegnamento e apprendimento della filosofia di valore reciproco, complementari e integrabili fra loro. La prima accentua l’approccio diacronico: per ogni anno del triennio, si richiede l’approfondimento di autori e correnti attraverso uno sviluppo storico. La seconda privilegia l’approccio tematico: per ogni anno del triennio, si prevede l’analisi di problematiche fondamentali della tradizione filosofica».

In altri termini, agli studenti verrà proposta, come ora, la storia della filosofia nel suo arco temporale ma, accanto a questa dimensione storica, ce ne sarà una maggiormente volta all’approfondimento personale dei problemi, partendo dal pensiero degli autori del passato come stimolo a elaborare il proprio. Posso solo dire che in realtà è quanto ho personalmente cercato di fare nel mio insegnamento e dei cui risultati credo di poter essere contento, anche alla luce dei riscontri ricevuti dai miei ex studenti nel corso degli anni.

Per questo non condivido la lettura estremamente negativa che di questa innovazione si dà nella Petizione, dove essa viene definita come  «il tentativo di aggredire il sapere storico e la ricchezza delle sue articolazioni, proponendo il suo ridimensionamento metodologico in favore di una nuova “modalità” di insegnamento della filosofia, definita “tematica”,  dietro la quale si nasconde la precisa volontà […] di diluire l’inquadramento storico-critico delle problematiche filosofiche con una pseudo-metodologia di importazione del tutto estranea alla nostra tradizione nazionale e funzionale unicamente a obliterare la storia e neutralizzare la profondità critica della filosofia»

Il riferimento è, probabilmente, ai programmi di Paesi come la Francia, dove la Filosofia si studia a scuola per grandi temi e non come Storia della filosofia. Una soluzione che anch’io ritengo inadeguata, perché senza la dimensione storica il senso delle elaborazioni teoriche proposte dai filosofi viene sganciato dal contesto concreto in cui il loro pensiero è maturato.

Ma le Indicazioni mantengono ferma la necessità dello studio storico e il correttivo che portano è al pericolo – tutt’altro che ipotetico, stando alla mia esperienza – di ridurre la filosofia a una carrellata storica di personaggi del passato misconoscendo così l’intento degli stessi autori, che non volevano essere studiati come espressione della loro epoca, ma proporre soluzioni a problemi che ieri come oggi tutti ci poniamo.

Critiche fondate

Le critiche più gravi – stavolta fondate – sono però rivolte dai firmatari della Petizione all’elenco degli autori che i futuri programmi scolastici dovrebbero prevedere. Nella denuncia si parla di «temeraria esclusione di alcuni grandi classici della tradizione moderna e contemporanea, veri e propri giganti della filosofia razionalista e materialista e, più in generale, del pensiero critico»: Spinoza, Leibniz, Marx sono gli esempi portati come «i più sconcertanti». E, si fa osservare, mancano anche Fichte e Schelling. Non si può non dare ragione a chi si ribella davanti a omissioni di questa portata.

Alla lista delle ingiustificate omissioni aggiungerei – anche se gli autori della Petizione non lo fanno – i nomi di Schopenhauer e di Kierkegaard. Per non dire che, nella parte dedicata ai grandi temi, mancano quelli relativi a problemi fondamentali per la maggior parte dei filosofi e ancora aperti davanti a ognuno di noi, come quello di Dio, della morte, del male (anche se di questo gli autori della Petizione non si scandalizzano).

A rafforzare questa percezione di leggerezza e lacunosità è il suggerimento di proporre ai ragazzi, a scelta, «il pensiero politico in un autore tra Hobbes, Locke e Rousseau», come se fosse possibile comprendere gli sviluppi del pensiero e della politica della modernità prescindendo da uno di essi!

Il peso di queste esclusioni è peraltro accresciuto, come si nota nella Petizione, dall’inclusione, invece, della filosofia italiana dell’Ottocento e del neo-idealismo di Croce e Gentile.

Si è replicato, da parte della Commissione che ha elaborato il progetto, che si tratta solo di un elenco indicativo e non vincolante. Non è una buona giustificazione, data l’importanza di un documento destinato a influire comunque sull’impostazione culturale dei programmi scolastici di tutta Italia nei prossimi anni.

E peraltro, quale che ne sia la recezione, colpisce che gli autori di una Commissione ministeriale evidenzino una visione così inadeguata della storia del pensiero. Non mi sento di sostenere, come invece fanno i firmatari della Petizione, che essa sia legata al «fantasioso progetto di “egemonia culturale” che un governo in ritirata tenta di lasciare, a legislatura quasi conclusa, come polpetta avvelenata al mondo della scuola». Ma certo da un Ministero che rappresenta la cultura della destra, quest’ultima non risulta rafforzata.

Pur restando gravi queste omissioni, non è rassicurante neppure la virulenza polemica che porta i critici a misconoscere e liquidare in blocco gli aspetti positivi delle Indicazioni, che pure – come ho cercato di evidenziare – sono in complesso prevalenti.  È previsto un dibattito (anche se i tempi destinati ad esso appaiono troppo ristretti). Sarebbe bello che, trattandosi del futuro della nostra scuola e della cultura che essa dovrà trasmettere ai nostri figli, per una volta si uscisse dalla logica dello scontro e ci si sforzasse di ascoltarsi davvero a vicenda.

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PRESERVIAMO LA SPERANZA

 


UN MODO 

PER ABITARE 

IL MONDO



-          di GIULIOALBANESE

La speranza, soprattutto quando è coltivata in un contesto di riflessione sulla geopolitica contemporanea, non può essere ridotta a un vago sentimento o a un semplice atteggiamento positivo. È piuttosto una scelta intellettuale e spirituale, uno sguardo sul mondo che si confronta con la realtà senza negarla, ma anche senza assolutizzarla.

Viviamo un tempo segnato da fratture profonde: guerre che si riaccendono in diverse aree del pianeta, disuguaglianze economiche sempre più laceranti, crisi ambientali che minacciano l’abitabilità di intere regioni e migrazioni che interpellano insieme le coscienze personali e le responsabilità politiche degli Stati. Una lettura puramente geopolitica di queste realtà potrebbe facilmente sfociare nel pessimismo o nella rassegnazione.

Proprio in questo scenario, però, si apre lo spazio per una comprensione più profonda: una prospettiva che potremmo definire “geoteologica”, capace di leggere le ferite della storia non solo come crisi politiche, ma come luoghi in cui si misura la responsabilità dell’uomo davanti a Dio.

Questa prospettiva non mira a semplificare la realtà. Al contrario, la prende sul serio nella sua complessità. La terra non è solo uno spazio neutro di competizione tra potenze, ma un luogo abitato da persone, storie, culture e sofferenze reali. Ogni mappa geopolitica, letta fino in fondo, è anche una mappa umana, fatta di volti e di vite concrete. Ed è proprio per questo che ogni analisi ferma ai soli rapporti di forza rischia di restare incompleta.

La speranza nasce quando si rifiuta l’idea che la storia sia determinata unicamente da logiche inevitabili di potere.

Non perché queste logiche non esistano, ma perché non esauriscono il significato del reale. Dentro ogni sistema, anche il più rigido, esistono interstizi di libertà, spazi di decisione, possibilità di cambiamento. La storia umana non è un meccanismo chiuso, ma un processo aperto.

In questo senso, la speranza non è mai ingenua: è una forma di lucidità. Significa riconoscere il male senza considerarlo definitivo, leggere le crisi senza trasformarle in destino, e soprattutto mantenere viva la convinzione che l’agire umano possa ancora incidere, anche quando le condizioni sembrano sfavorevoli. C’è un elemento fondamentale in questa visione: il valore delle periferie, non solo geografiche, ma anche sociali ed esistenziali. Spesso è proprio ai margini che emergono forme inattese di resistenza, solidarietà e ricostruzione del tessuto umano. La speranza non nasce necessariamente nei centri del potere, ma in quei luoghi dove la vita è più esposta e, proprio per questo, più creativa. Da questa prospettiva, la speranza non è un’idea astratta, ma una pratica concreta. Si esprime nella capacità di costruire relazioni laddove domina la diffidenza, nel promuovere giustizia dove prevale l’ingiustizia, nel tenere aperto il dialogo dove sarebbe più facile la chiusura identitaria. È una speranza che si traduce in responsabilità.

Una responsabilità che riguarda anche chi osserva il mondo da una prospettiva di studio, di analisi o di formazione. La geopolitica non è mai neutrale: il modo in cui leggiamo il mondo influisce sul modo in cui scegliamo di abitarlo. Una lettura disincantata non deve scivolare nel cinismo; al contrario, può diventare più esigente, più attenta, più consapevole.

La speranza, in questa chiave, non elimina il conflitto, ma lo attraversa senza esserne schiacciata. Non nega le tensioni globali, ma rifiuta di considerarle l’ultima parola sulla storia. È la consapevolezza che il futuro non è semplicemente la prosecuzione del presente, ma uno spazio ancora da costruire.

Questa, allora, è la sfida più importante: imparare a leggere il mondo interpretando i segni dei tempi alla luce della Parola di Dio, senza perdere la capacità di intravedere, dentro le sue contraddizioni, la possibilità di un futuro diverso. Perché la storia umana, nonostante tutto, resta ancora un libro aperto. Per tutti!

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venerdì 15 maggio 2026

VERSO LA CATASTROFE

  "Se la civiltà corre verso la catastrofe"

 In un’epoca di sgomento e paura la tecnologia sconvolge le nostre forme di vita e il Diritto è in crisi profonda. Si profila una lotta finale che ci avvicina all’apocalisse. 

 

-di Massimo Cacciari 

Quando si attraversano epoche di rottura avviene sempre che figure e conflitti tendano ad assumere un significato simbolico. Vi sono momenti di crisi per così dire normali, in cui l'Ordine, la Legge si riassestano o riformano per potersi adattare a mutamenti "locali" di situazione e così resistere e durare. Ma altri nei quali la trasformazione è così sistematica, investe così organicamente tutti gli aspetti della vita, da rendere patetico ogni "riformismo" e da costringere a pensare a nuovi Ordini globali. Credo che la nostra epoca abbia questi caratteri catastrofici. Catastrofe significa letteralmente cambiamento radicale di stato. Non è l'apocalisse, poiché nell'idea di apocalisse vi è il Giudizio divino che mette fine alla storia – e però ci somiglia, ne avverte in qualche modo la tremenda imminenza. E noi, credo, per citare un verso del Faust di Goethe, ci sentiamo, tra lo sgomento e la paura, maturi a un tale Giorno. 

Nulla più continua sulle tracce del tempo passato. La Tecnica che irrefrenabilmente sconvolge le nostre forme di vita non è semplicemente una nuova espressione dell'Homo technicus. Essa pone l'uomo stesso, la sua evoluzione biologica, a oggetto del proprio potere di manipolazione e trasformazione. Così un'altra Intelligenza rispetto a quella umana sarà chiamata a programmare istituzioni, comportamenti, la nostra stessa immaginazione. Un'analoga metamorfosi sta terremotando la geopolitica; gli equilibri tra i grandi spazi che avevano caratterizzato il secondo Dopoguerra non reggono evidentemente più. All'affermazione della realtà imperiale cinese occorre aggiungere la crescita dello spazio economico, tecnologico, politico del continente indiano. E la possibilità di giungere a una pace americano-occidentale-israeliana in Medio-oriente dimostra ogni giorno di più, con le guerre e i massacri che costa, la propria radicale infondatezza. O si giunge a un accordo, a una rete di trattati multipolari, che nulla hanno più a che fare con la Yalta di un tempo, oppure, se la follia ci guida a perseguire l'obbiettivo di uno Stato mondiale, l'attuale catastrofe produrrà l'Apocalisse. 

E, infine, altro segno dell'epoca di rottura che viviamo: la crisi del Diritto in tutte le sue forme. Nei conflitti e nelle guerre in atto non se ne fa più neppure cenno. Diritto è ormai nient'altro che il "nome" dell'atto in cui realizzo la mia volontà di potere. La legalità, come ha detto un alto esponente della leadership americana, è una cosa che va trattata "tiepidamente". Non solo non deve cercare di impedire, ma neanche essere d'intralcio all'attuazione del mio progetto. Una Giustizia patriottica è quella che serve, e che cosa significa patria lo decide, di nuovo, chi detiene il potere. 

Ma non era lo Stato di diritto il valore supremo che noi occidentali offrivano al resto del mondo? quello che pretendevamo anche di esportare? 

Discontinuità radicale su tutti i fronti. Nulla resterà come prima. Ripetiamolo, c'è odore di apocalisse. Inevitabile che nello stesso discorso politico emergano tratti e immagini di pregnanza simbolica. 

 Chi avrebbe mai immaginato un presidente degli Stati Uniti che attacca la Chiesa di Roma? 

Sbaglieremmo profondamente a derubricarlo come un caso pato-psicologico, limitato alla "maschera" di Trump. Le forme attuali del potere che regolano il sistema economico-finanziario globale, nel suo necessario rapporto con quello politico-militare, non possono non entrare in conflitto con il significato e il ruolo che la Chiesa contemporanea è chiamata, per propria natura, ad assumere. Anzitutto, esso è un ruolo di contenimento o di freno. Per questo aspetto, non si viene a contraddire in quanto tale la pressione irrefrenabile cui ci sottopone il ritmo dell'innovazione, ma certo si denuncia il fatto che l'imperativo dell'indefinito sviluppo non considera i propri effetti, le disuguaglianze che produce, non si traduce in benessere generale. 

Il sistema della Tecnica, che si esprime nella crescente simbiosi di economia e politica caratterizzante i grandi spazi imperiali, non tollera queste funzioni di contenimento. Per essi queste rappresentano limitazioni di quella libertà dell'individuo dalla cui fonte, dalla cui inesauribile tensione soltanto vengono ricerche, scoperte, innovazioni. Ogni sforzo va sostenuto per promuoverne l'energia creativa. O la politica assume questo come il proprio fine, o che l'ira Dei possa distruggerla. L'Anticristo è uno Stato mondiale che pretenda di programmare crescita e distribuzione della ricchezza, e ogni Stato che voglia ancora svolgere funzioni di comando sull'Intelligenza che dello sviluppo è l'anima, governarne lo spirito attraverso la sua "lettera", dell'Anticristo è l'immagine. 

Posta così la questione, lo scontro è radicale, poiché attiene al significato ultimo dell'escatologia cristiana. Colui che in prima persona è chiamato a rappresentarla e difenderla non può non denunciare il rovesciamento totale che della figura dell'Anticristo viene fatto da chi ora se ne proclama l'autentico nemico. Anticristo è chi sovverte in toto il senso cristiano della libertà, assumendo il volto del suo difensore e svuotandola dall'interno. 

Si profila davvero una lotta sulle "cose ultime", come avvenne con un altro Papa allo scoppio della prima Guerra mondiale che decise del suicidio d'Europa. La libertà cristiana escatologicamente intesa è quella che obbedisce al "comandamento nuovo", all'unico comandamento, quello di amore. 

È quella del samaritano che con gesto assolutamente gratuito cura il nemico mezzo morto sulla sua strada. È quella di chi sa perdonare. 

Vi era un potere che ipocritamente sembrava a volte rendere omaggio a questo "comandamento", e lo tradiva in tutti i modi di continuo. Ora infingimenti e ipocrisie non hanno più corso. È bene che così sia. Lo spirito di ognuno di noi può decidere in chiarezza. Due forme di libertà si confrontano e richiedono questa decisione. La libertà che, come limite, non ha che il proprio potere. E quella libertà che trascende il proprio stesso potere e riconosce il valore indistruttibile dell'altro e ne ha cura, e con lui vuole pace.

Alzogliocchiversoilcielo

La Stampa 

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giovedì 14 maggio 2026

IL PAPA ALLA SAPIENZA

 Papa Leone XIV nell'aula magna dell'università "La Sapienza" di Roma Il Papa all’università La Sapienza: «Non si chiami difesa il riarmo dell’Europa»

Alle sue spalle ha otto piante di ulivo che spiccano fra i busti di Dante Alighieri e Leonardo da Vinci e davanti all’affresco di Mario Sironi, “L’Italia fra le arti e le scienze”. «Mai più la guerra» è il «grido» di Leone XIV che, come i suoi «predecessori», rilancia dall’aula magna dell’università La Sapienza di Roma visitata questa mattina. E, a pochi giorni dall’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica, cita la «Costituzione italiana» che sancisce il «ripudio della guerra» per evidenziare il pensiero «consonante», come lui stesso lo definisce, fra il magistero della Chiesa e la carta fondamentale della Penisola sul “no” alle armi. Non solo. Dalla maggiore università del continente, che annovera 125mila studente e oltre 3.500 docenti, il Papa critica l’Europa dove «nell’ultimo anno la crescita della spesa militare è stata enorme». Da qui il monito: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune».

«Viva il Papa» è l’acclamazione con cui gli studenti accolgono Leone XIV nel più antico ateneo di Roma. L’ateneo che un Pontefice, Bonifacio VIII, aveva fondato nel 1303, come testimonia la mostra “La Sapienza e i Papi” inaugurata nel corso del “tour” di Leone XIV. L’ateneo che diciotto anni fa si era ribellato alla presenza di un Papa, Benedetto XVI. Era stato chiamato a tenere la lectio magistralis per l’inaugurazione dell’anno accademico, ma la contestazione di gruppi di professori, ricercatori e studenti che avevano attaccato Joseph Ratzinger lo avevano spinto a rinunciare. Leone XIV arriva, invece, in «visita pastorale» da «vescovo di Roma» in un «polo d’eccellenza» della sua diocesi, tiene a precisare. E spiega che la «visita vuole essere segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra prestigiosa università». Come a dire: capitolo chiuso quello della censura a Benedetto XVI. Non è un caso che la rettrice Antonella Polimeni sottolinei nel suo intervento «il legame tra Sapienza e Chiesa di Roma» che «è indissolubile, antico e allo stesso tempo vivo e attuale» ma anche la «forte condivisione di idee, culture, valori».

Un mondo storpiato dalle guerre

Fra i ragazzi che lo salutano nel palazzo del rettorato ci sono gli studenti arrivati dalla striscia di Gaza con il «corridoio umanitario universitario» aperto grazie all’intesa fra «la diocesi di Roma e la Sapienza» che il Papa richiama ed elogia. Emblemi di «un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra», denuncia. Conflitti ritenuti da Leone XIV «un inquinamento della ragione che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale». E conflitti che raccontano «la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento», come mostra «quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran». Tema caro al Pontefice quello delle nuove frontiere digitali, al centro anche della sua prima enciclica in fase di ultimazione. «Occorre vigilare – dice alla Sapienza – sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti». Quindi il richiamo: «Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia».

L'inquietitudine

La tecnologia che schiaccia torna nella riflessione del Papa quando parla del «volto triste» dell’«inquietudine» dei giovani. Frutto sia del «ricatto delle aspettative», sia della «pressione delle prestazioni», sia della «menzogna pervasiva di un sistema distorto che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia». Poi l’avvertimento: «Noi siamo un desiderio, non un algoritmo». E fa sapere: «Il malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto». È uno sprone ai ragazzi il cuore del suo discorso. Anzitutto, per invitarli a «non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia». Poi per chiamarli a «studiare, coltivare e custodire la giustizia» di fronte all’«implosione di un paradigma possessivo e consumistico». E ancora per esortarli a essere, «insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, artigiani della pace vera, pace disarmata e disarmante, umile e perseverante». O, come dice a braccio sulla scalinata monumentale del rettorato nelle parole di congedo prima di lasciare l’università, a essere «costruttori di pace» con la «speranza» di «edificare un mondo nuovo». A loro il Papa affida il doppio compito di «lavorare alla concordia tra i popoli e alla custodia della terra». Ecologia che il Papa indica come «secondo fronte d’impegno comune» accanto a quello della pace. Richiama papa Francesco e la sua enciclica “Laudato si’” per puntare l’indice contro «un preoccupante riscaldamento del sistema climatico» che «al di là dei buoni propositi e di alcuni sforzi orientati in tale direzione» vede la «situazione non essere migliorata» nell’ultimo decennio. E avverte: «C’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia». Ma anche «occorre passare dall’ermeneutica all’azione: così poco considerati da una società con sempre meno figli, testimoniate che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce con sapienza».

Chi studia cerca la verità

Applausi, standing ovation, strette di mano segnano le due ore del Pontefice nella cittadina del sapere che si apre su piazzale Aldo Moro nel quartiere di San Lorenzo. Appuntamento che inizia nella cappella universitaria dove a dare il benvenuto al Papa è un boato dei ragazzi. Ad accompagnarlo il cardinale vicario Baldo Reina. «Chi studia, cerca la verità e alla fine incontrerà Dio. Lo troverà nella bellezza della creazione e in tutto ciò che noi siamo, creature fatte a sua immagine». Parla a braccio. Come farà tre volte durante la visita che chiama «una benedizione e un dono di Dio» e che è scandita anche dal suo percorso in golf-car fra le vie del campus. Evento che l’università considera già storico, come dice la targa-ricordo svelata davanti al Papa. «Insegnare – afferma rivolgendosi in particolare al corpo docente – è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità». E torna sulla questione della formazione, uno dei cardini del suo magistero, per ribadisce che «il sapere non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è». Sapere per essere più umani e più liberi.

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martedì 12 maggio 2026

FILOSOFIA A SCUOLA


Indicazioni Nazionali licei, nella lista dei filosofi consigliati non ci sono Marx o Spinoza: prof universitari lanciano petizione




Redazione

 

Indicazioni Nazionali secondo ciclo: il 22 aprile è stato pubblicato il testo della bozza del nuovo documento volto a riformare i programmi della scuola secondaria di secondo grado.

Si è aperta ora la fase di consultazione con il mondo della scuola. Per la prima volta le Indicazioni saranno inviate specificamente anche ai rappresentanti delle Consulte studentesche. Il Ministro le adotterà ufficialmente solo al termine del percorso di ascolto della comunità scolastica. 

La protesta

Ci sono alcune proteste: sessanta prof universitari si sono espressi contro i nuovi programmi di filosofia con una petizione. Tra i firmatari, come riporta La Repubblica, ci sono Massimo Cacciari, Giuseppe Licata e Gaetano Lettieri.

Un appello duro non solo contro chi, scelto dal ministero dell’Istruzione e del Merito, quei programmi l’ha scritti e viene accusato di “dilettantismo“, ma anche contro il Governo, le cui decisioni culturali sarebbero una “polpetta avvelenata” lasciata in pasto alla scuola e ai giovani.

Si tratta di questo: dovendo indicare, anche se a titolo esemplificativo e non vincolante, quali sono i filosofi e le filosofe meritevoli di essere studiati, i programmi elaborati dalla commissione procedono alla “temeraria esclusione”, così la giudicano i prof, di alcuni grandi classici della tradizione moderna e contemporanea, “veri e propri giganti della filosofia razionalista e materialista e, più in generale, del pensiero critico”.

Di chi si parla? Per limitarsi “ai casi più sconcertanti” mancano Spinoza, Leibniz e Marx. Un buco evidente anche se, a sentire gli insegnanti incaricati dal Mim, sarebbero ricompresi, in “metafisica, empirismo e razionalismo in età moderna”, “la reazione all’hegelismo” e “il marxismo nella scuola di Francoforte”.

La lista degli autori, a quanto risulta a La Repubblica, non è farina del sacco della commissione di insegnanti di filosofia che hanno lavorato al testo ma una aggiunta, certamente legittima e puramente indicativa, della “commissione madre”.

VAI AL TESTO DELLE INDICAZIONI NAZIONALI DEI LICEI

L’annuncio del Mim

Ecco la scheda del Mim sulle Indicazioni Nazionali per i licei: “Con il testo licenziato dalla commissione ministeriale e da oggi offerto alla consultazione pubblica e ai diversi stakeholders, l’Italia compie un passo significativo nella ridefinizione del secondo ciclo di istruzione. Non si tratta di una semplice revisione di programmi: è un ripensamento strutturale della funzione formativa del Liceo, del rapporto tra discipline e tra scuola e società. 

Una delle novità più rilevanti sul piano didattico-epistemologico è l’introduzione di una sezione intitolata “Perché studiare questa disciplina”. Questa sezione pone un’esigenza che è epistemologica e didattica insieme: illuminare il valore formativo di ogni disciplina, agganciando i saperi appresi alla realtà contemporanea e alla motivazione ad apprendere degli studenti. 

Forse la novità più attesa dagli addetti ai lavori: la Geostoria scompare. Al primo biennio, Storia e Geografia tornano a configurarsi come discipline distinte, ciascuna con la propria specificità metodologica e, per la Geografia, con manuali propri. La Geografia recupera la sua autonomia scientifica e torna a formare cittadini capaci di orientarsi nella complessità del mondo contemporaneo. La Storia, invece, estende il proprio arco temporale fino alla svolta cinese e ai nuovi equilibri geopolitici, con una scansione che dal nucleo euro-occidentale si apre progressivamente ai nuovi scenari globali. La centralità della storia dell’Italia e dell’Occidente non è un ripiegamento provinciale: è riconoscimento dell’eredità universale che quella tradizione ha consegnato al mondo moderno — la statualità, i diritti della persona, i fondamenti della ricerca scientifica.

La scelta di incentrare lo studio della storia sulle vicende dell’Italia e dell’Occidente risponde a un’esigenza di profondità, non di chiusura e ovviamente non significa affatto non studiare le altre civiltà e la loro storia.

Le nuove Indicazioni di matematica non si limitano a riordinare i nuclei tematici: propongono un ripensamento profondo della disciplina come esperienza intellettuale. Le tecniche restano, ma cessano di essere il fine. Diventano strumenti per comprendere concetti, modelli e decisioni — ovvero per esercitare quella cittadinanza attiva e critica che è l’obiettivo ultimo del percorso liceale.

Tre novità strutturali meritano attenzione. La prima: l’errore è riconosciuto come parte integrante del lavoro intellettuale, momento fecondo da attraversare con consapevolezza — non stigma da evitare. La seconda: per la prima volta, le Indicazioni trattano esplicitamente il tema dell’intelligenza artificiale, affidando alla matematica il compito di fornire i concetti e il linguaggio che stanno alla base dei sistemi di AI. La terza: il quinto anno introduce uno spazio strutturato di approfondimento in cui lo studente connette la matematica alla scienza, alla storia delle idee o ai propri interessi personali.

Questa apertura interdisciplinare e alla storia del pensiero matematico riposiziona la disciplina: non più torre d’avorio, ma sistema di idee in dialogo con tutti gli ambiti del sapere.

In attuazione della Legge 132/2025 e dell’AI Act europeo, l’intelligenza artificiale entra nei Licei non come oggetto di fascinazione tecnologica, ma come territorio critico da governare. L’obiettivo è formare una coscienza digitale capace di distinguere tra la simulazione algoritmica — la doxa — e il sapere validato — l’epistéme. L’IA è al tempo stesso oggetto di studio e dispositivo metodologico: gli studenti imparano a usarla consapevolmente, ma anche a interrogarla, a riconoscerne i limiti, a tutelarne i confini rispetto alla propria libertà intellettuale. Il pensiero matematico e il pensiero critico diventano le due leve attraverso cui la scuola presidia l’autonomia del soggetto nell’era degli algoritmi.

L’obiettivo non è addestrare studenti all’uso degli strumenti digitali: è formarli a governarli con consapevolezza.

Il rilancio della lettura come pratica identitaria è uno dei fili rossi delle nuove Indicazioni. Lo scopo dell’insegnamento letterario è che gli studenti prendano gusto alla lettura — e che da ciò che leggono ricavino strumenti per capire meglio se stessi e il mondo. Una formulazione semplice, quasi disarmante, ma di grande densità pedagogica. La letteratura del passato è presentata come specchio dell’esperienza umana da mettere in relazione con quella ancora acerba degli studenti. Leggere i classici non è un atto di deferenza verso il canone: è un modo per capire da dove si viene, cosa si pensa, cosa si desidera. E per poter cambiare, crescere, auto-crearsi. La lingua italiana, in questo quadro, è bene culturale da salvaguardare — lo ribadisce la Corte costituzionale — e strumento di accesso alla conoscenza in un contesto plurilingue.

La Filosofia nei Licei assume una doppia caratterizzazione. Da un lato è pratica concreta — esercizio di riflessione, interrogazione, giudizio, argomentazione. Dall’altro consegna un sapere storico e teorico, una tradizione di autori e testi da conoscere e approfondire. Le due dimensioni non si escludono: si integrano nella formazione di studenti capaci di argomentare una tesi anche in forma scritta, di riconoscere la diversità dei metodi con cui la ragione giunge a conoscere il mondo. Un approccio che richiede ai docenti di uscire dalla comodità del commento storiografico per entrare nella dimensione del laboratorio del pensiero — dove l’errore, l’incertezza e il conflitto tra posizioni diverse diventano risorse e non ostacoli.

In continuità con la scuola del primo ciclo, i Licei dedicano ampio spazio all’educazione emotiva e relazionale così come al contrasto di ogni forma di violenza e di discriminazione. Il rispetto è riconosciuto come presupposto etico che precede e fonda l’agire civile: non una norma da rispettare, ma una disposizione da coltivare. La scuola è chiamata a costruire i fondamenti della convivenza pluralistica, dove l’inclusione non è concessione ma architrave della cultura occidentale moderna. La cura delle relazioni e dell’empatia è presentata come dimensione strutturale del curricolo — non come aggiunta soft alla formazione disciplinare. Una scelta che interpella in modo diretto la professionalità docente e la cultura organizzativa delle scuole”.

I prossimi passi

Dopo la pubblicazione del documento sarà sottoposto al Cspi e ad altri organi di controllo prima della firma definitiva del ministro prima dell’adozione, presumibilmente, nel settembre 2027.

TESTIMONI

I discepoli lo sono stati, tanto che hanno convinto molti loro contemporanei. 

Anche noi lo siamo, se ci affidiamo alla potenza dello Spirito Santo.

 


di Enzo Bianchi 

 

Noi crediamo fermamente che Gesù di Nazarethcrocifisso il 7 Aprile dell’anno 30 della nostra era dai romani e dai giudei, sia stato richiamato dai morti dalla potenza di Dio il terzo giorno. Ne siamo convinti, non ne siamo certi, ma la nostra fede ha come fondamento la testimonianza innanzitutto delle donne discepole e poi dei Dodici.

Tutti questi nel terzo giorno hanno annunciato di aver avuto una rivelazione (tramite l’angelo interprete dell’evento della tomba vuota): Gesù era risorto, era vivente. Questo annuncio che la morte non era più l’ultima parola e che l’amore vissuto da Gesù tutta la vita fino alla fine si era mostrato più forte della morte ha convinto i primi credenti cristiani

Pensiamoci bene: la nostra fede si basa sulla testimonianza di alcune donne, di alcuni discepoli, mentre noi non abbiamo visto nulla, tantomeno abbiamo visto Gesù risorto dai morti. Eppure questa testimonianza ci è apparsa e ci appare credibile grazie allo Spirito santo che nel nostro cuore sussurra: “Gesù Cristo è vivente, è il Signore!”. Certamente quelle donne e quei discepoli erano credibili, affidabili e risvegliavano la fede. E noi siamo testimoni credibili?

Chi ci incontra è portato a credere che Gesù, il Signore nostro, è risorto? Oppure è portato addirittura a diffidare delle nostre parole non accompagnate dalla vita, parole vuote, retoriche, che non costano nulla?


Famiglia Cristiana 

COMPETENZE SCOLASTICHE

 


Competenze

 scolastiche in Italia: 

solo il 57% 

dei quindicenni 

raggiunge 

i livelli di base

 in matematica

 e lettura.


Di Giuseppina Bonadies

 Il Rapporto Innocenti 20 dell’Unicef, dal titolo “Unequal Chances”, lancia un allarme inequivocabile sulle condizioni di vita dei minori.

 L’analisi prende in esame 44 nazioni ad alto reddito, dimostrando come il divario di ricchezza finisca per schiacciare le opportunità di crescita individuale fin dalla prima infanzia. La povertà infantile colpisce ancora più di 1 bambino su 10 in queste società considerate prospere.

Esiste un problema strutturale profondo: l’accumulo di risorse al vertice della società fatica a tradursi in benefici concreti per le fasce più vulnerabili, creando ostacoli difficili da superare senza interventi legislativi mirati.

Salute fisica e mentale legate al reddito

I ricercatori dell’Unicef forniscono prove chiare su quanto vivere in contesti svantaggiati peggiora la salute fisica e psicologica. I bambini e i ragazzi che crescono all’interno di famiglie con scarse risorse economiche affrontano rischi maggiori fin dai primi anni di vita, registrando tassi più alti di mortalità e obesità infantile.

Scavando nelle statistiche fornite dall’indagine, emerge che oltre il 25% dei giovani risulta in sovrappeso. Tale fenomeno deriva spesso da un accesso limitato a cibi sani, frequentemente sostituiti da alimenti ultra-processati a basso costo, e da una ridotta possibilità economica di praticare sport con regolarità.

Il peso delle preoccupazioni finanziarie della famiglia si scarica inesorabilmente sulla serenità quotidiana dei figli. La tensione legata alla fatica di arrivare a fine mese genera un forte stress nei genitori, che finisce per alterare le dinamiche domestiche. Gli adolescenti costretti a vivere in ristrettezze materiali mostrano livelli inferiori di soddisfazione per la propria esistenza, sentendosi spesso emarginati rispetto ai coetanei provenienti da ambienti privilegiati.

Le conseguenze sul rendimento scolastico e sulle relazioni

L’indagine dell’agenzia ONU sposta poi l’attenzione sulle competenze accademiche e sociali, portando alla luce uno scenario preoccupante per l’intero sistema d’istruzione. Arrivati all’età di 15 anni, oltre 1 studente su 3 risulta del tutto privo delle competenze di base in lettura e matematica. Le nazioni caratterizzate da una forte disuguaglianza di reddito tendono, di fatto, a registrare risultati didattici inferiori nella media della popolazione studentesca. Il background familiare continua a pesare in maniera decisiva sul profitto scolastico.

La mancanza di stabilità economica plasma inevitabilmente anche le dinamiche relazionali. I giovani meno abbienti patiscono un accesso ridotto a risorse educative adeguate, come libri o dispositivi digitali, e sono spesso tagliati fuori dalle attività ricreative extrascolastiche.

Questo limite strutturale restringe le loro occasioni di pura socializzazione. Il risultato è un deterioramento dei rapporti tra pari fin dalla tenera età, un fattore che alimenta l’isolamento e blocca sul nascere le possibilità di stringere legami duraturi.

La voce dei ragazzi: discriminazione e bullismo

Il documento Unicef sceglie di dare spazio alle testimonianze dei giovani, raccolte attraverso diversi focus group organizzati in 6 Paesi. I partecipanti individuano l’esclusione per motivi economici come una consuetudine diffusa tra i banchi di scuola. I ragazzi vivono sulla propria pelle il peso delle differenze di classe sociale nella loro quotidianità, percependo barriere invisibili eppure invalicabili.

I giovani intervistati denunciano la presenza di severi episodi di bullismo scatenati dall’aspetto fisico o dalla disabilità, dinamiche in cui il disagio emotivo raggiunge picchi insopportabili. Durante le interviste, un ragazzo italiano ha confessato: “Mi metto in un angolo e piango.

Raccontando la vita in classe, un altro adolescente del nostro Paese ha spiegato che un suo compagno autistico viene continuamente preso in giro a scuola, aggiungendo subito dopo con coraggio: “Cerco di difendere i miei compagni che vengono trattati ingiustamente.

Altri ragazzi hanno puntato il dito contro le spietate aspettative estetiche imposte dalla comunità. Un giovane italiano ha infatti riferito come, passeggiando in centro città, chi è privo di una specifica fisicità venga sistematicamente isolato dal gruppo. In Cile, un intervistato ha spiegato con estrema lucidità che l’appartenenza a un ceto meno abbiente condiziona in modo irreversibile le scelte lavorative e il futuro dei cittadini, limitando le possibilità di riscatto.

Focus Italia: tutti i numeri e le percentuali del nostro Paese

Esaminando le tabelle del report, la penisola italiana ottiene il 12° posto nella classifica generale del benessere infantile, calcolata su 44 nazioni. Analizzando le specifiche dimensioni di indagine, il nostro Paese si piazza al 17° posto per la salute fisica e al 10° posto per il benessere mentale. Scivola invece al 25° posto per le competenze dei ragazzi.

I numeri sulla condizione finanziaria tratteggiano una situazione severa. Il tasso di povertà infantile si attesta al 23,2%, un valore allarmante che richiede un profondo ripensamento del welfare. La disuguaglianza di reddito segna un rapporto di 5,35 tra le fasce più ricche e quelle più povere della popolazione.

Sul fronte della salute fisica, il tasso di sovrappeso calcolato tra i 5 e i 19 anni coinvolge ben il 27,9% dei giovani italiani. Il tasso di mortalità registrato nella fascia di età compresa tra i 5 e i 14 anni si ferma allo 0,81 per mille.

Passando al benessere mentale e alle abilità sociali, la percentuale di ragazzi di 15 anni che dichiara un’alta soddisfazione per la propria vita raggiunge il 73%. Il delicato indicatore relativo ai suicidi giovanili, misurato tra i 15 e i 19 anni, segna un tasso del 2,8 su 100.000 ragazzi.

In ambito prettamente scolastico, le statistiche confermano le difficoltà già accennate in precedenza. Solo il 57% degli studenti italiani di 15 anni possiede una competenza accademica di base in matematica e lettura. Nelle relazioni interpersonali all’interno degli istituti, il 76% degli intervistati della stessa età dichiara fortunatamente di riuscire a stringere amicizie in modo facile e spontaneo.

Il rapporto Unicef

Orizzonte Scuola