martedì 20 ottobre 2026

ALMENO DIECI


 IL GRANCHIO





-di Alessandro D’Avenia

Un famoso artista cinese a cui il re chiese il disegno di un granchio disse di aver bisogno di cinque anni.

Passato il lustro non aveva ancora iniziato e ne chiese altri cinque. Allo scadere dei dieci prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò il granchio più bello che si fosse mai visto.  

Così Italo Calvino chiude la sua lezione sulla «Rapidità», non quella di chi offre soluzioni prive di attrito con il mondo ma di chi mette anima e corpo nella perfezione del gesto.

Lo sa la scrittrice da Pulitzer Donna Tartt che ha promesso cinque libri in 50 anni, uno ogni dieci, perché ogni sostantivo abbia decennale sostanza.  

Dieci, come le dita e il voto, è numero-simbolo di compiutezza e perfezione: gli anni del ritorno di Ulisse, i comandamenti, i cieli del Paradiso di Dante la cui Commedia è fatta di dieci per dieci canti, come le novelle del Decameron (dieci giorni per dieci giovani) di Boccaccio…

Fuor di simbolo per far qualcosa di eterno ci vuole un tempo, diverso per ciascuno, che sia però «tutto il necessario» in termini di studio, esercizio, errori, fatica e gioia, perché non ha consistenza fuori di noi ciò che non l’ha prima in noi.  

La rapidità che non nasce dall’incontro prolungato con le cose è solo fretta, come lo studio a scadenza, il successo senza lavoro quotidiano, la risposta dell’IA.

La precipitazione decàde, la dècade resta: per fare un libro, una canzone, una cena, una lezione, una carezza… memorabili, ci vogliono «dieci» anni, cioè tutto il tempo di cui ciascuno ha bisogno per amare e conoscere qualcosa a tal punto da ri-crearla: darle una vita che non muore.

È la bellezza.

Corriere della Sera

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UN VALORE AGGIUNTO

 

Migranti, 

un valore aggiunto 

per l’Italia che supera

 i 190 miliardi di euro

di Sara Fornaro

Caritas e Fondazione Migrantes chiedono l’istituzione di un permesso di soggiorno per “radicamento sociale” e un adeguato finanziamento del Fondo nazionale per le politiche migratorie. Presentato il Rapporto immigrazione 2026

Un cartello riporta la frase “Gesù era un migrante” durante la visita pastorale di papa Leone XIV all’isola di Lampedusa, il 4 luglio 2026. Foto: ANSA/ CIRO FUSCO

Bakari Sako aveva 35 anni e stava per diventare padre. Era un gran lavoratore, veniva dal Mali e faceva il bracciante nei campi di Massafra, in provincia di Taranto. Il 9 maggio scorso era uscito di casa verso le 5 del mattino per andare a lavorare, ma era stato preso di mira da un gruppo di ragazzi, quasi tutti minorenni, che dopo una prima aggressione, lo hanno ucciso in soli 4 minuti per noia e divertimento… I colpi letali li ha inferti un quindicenne.

Anche di Bakari Sako si è parlato lunedì 19 ottobre a Roma, in occasione della presentazione del 35simo Rapporto immigrazione 2026 dal titolo “Confini e frontiere”, presso la Pontificia Università Urbaniana. Il Rapporto parla di persone come Bakari, non di numeri. Propone frontiere che aprono alle relazioni, e non confini che segnano separazioni. Racconta storie, non pregiudizi. Invita all’incontro, non alla chiusura. Ma soprattutto ci sollecita a compiere un passo interiore, per superare indifferenza, paura, autoconservazione, e scegliere compassione, fraternità e corresponsabilità.

In un periodo storico in cui si moltiplicano i confini e si riducono le barriere, papa Leone ha scelto per la Giornata mondiale del migrante la frase di Gesù: chi accoglierà “anche uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. “Non è una questione di cifre o di statistiche. Il Vangelo – spiega il papa – ci invita a non fare calcoli: “anche uno solo”.

Parole che interpellano tutti i cristiani: anche coloro che affermano di difendere i valori della Chiesa cattolica, eppure propongono soluzioni alle migrazioni ben diverse dalle parole di Gesù.

L’espressione scelta dal papa sposta “il nostro sguardo dai fenomeni alle persone, dalle statistiche ai volti, dalle paure alle responsabilità”, affermano monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore della Fondazione Migrantes, e don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana, introducendo il Rapporto immigrazione. Le migrazioni, spiegano, “ci costringono a riconoscere che il mondo è un intreccio di confini condivisi. Nessuno si salva da solo, nessun popolo cresce isolandosi, nessuna comunità può immaginare il proprio futuro prescindendo dal grido di chi resta ai margini”. E i bambini sono il simbolo di questa situazione: non hanno rivendicazioni ideologiche, chiedono solo di “vivere, crescere e sperare”.

resentazione del 35simo Rapporto Immigrazione 2026 alla Pontificia Università Urbaniana, foto di Sara Fornaro

La falsa percezione e i veri dati sui migranti

Ad uccidere Bakari hanno contribuito, forse, anche i pregiudizi e le fake news. In Italia, infatti, la “caccia allo straniero” fomentata da diverse formazioni politiche, che enfatizzano i reati da loro commessi e affermano che rubano il lavoro agli italiani, contribuisce ad una falsa percezione della situazione. Al primo gennaio 2026 gli stranieri in Italia erano 5 milioni e 560 mila (9,4% della popolazione). Eppure, c’è chi crede che siano molti di più. Addirittura il 31% della popolazione.

In un anno gli stranieri sono aumentati di circa 188 mila persone (+3,5%). Vengono soprattutto da Romania, Albania e Marocco, ma stanno crescendo le comunità asiatiche. I musulmani rappresentano meno del 5,5% della popolazione. Eppure, la percezione dei cittadini è che siano il 19% della popolazione.

Il 58,1% dei cittadini stranieri risiede nel Nord, il 24,2% nel Centro e il 17,7% nel Mezzogiorno. I lavoratori stranieri sono meno di 2,6 milioni e, secondo la stima della Fondazione Leone Moressa, nel 2025 avrebbero generato 196 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 9,7% del Pil italiano. Eppure, in media, guadagnano molto meno degli italiani, all’incirca 17 mila euro l’anno. Gli stranieri in carcere al 31 dicembre 2025 erano il 31,7% del totale, in calo dal 2021.

Il Rapporto immigrazione, edito da Tau editrice, è stato curato da Manuela De Marco e Simone Varisco, con i poetici disegni di Francesco Piobbichi e contributi di 32 autrici e autori. Alla presentazione sono intervenuti il rettore dell’Urbaniana, Vincenzo Buonomo, il presidente di Caritas italiana, l’arcivescovo Benoni Ambăruş, Manuela De Marco, di Caritas italiana, padre Giovanni La Manna, direttore della Caritas diocesana di Trieste, e monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes.

Il messaggio di papa Leone

Per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, papa Leone ha ricordato che “ogni anno milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali e altre tragedie; e purtroppo il loro numero continua ad aumentare… La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi: vi sono giovanissimi che hanno perso genitori, fratelli, sorelle e amici e sono testimoni di violenze indicibili”. Altri sono separati dai familiari e tentano di ritrovarli, altri ancora vengono strappati dai genitori a causa dei rimpatri. “Vi sono poi minori che affrontano il tragitto insieme ai genitori, esposti tuttavia a condizioni estreme e traumatiche”.

A questo scenario già drammatico si sommano altre tragedie: “le morti lungo le rotte migratorie, la tratta e lo sfruttamento, il reclutamento per l’impiego di minori nei conflitti armati, la violenza sessuale, i matrimoni forzati e le atrocità subite o viste durante il tragitto. In troppi modi la loro dignità viene calpestata”. Ricordando le responsabilità di tutti nei confronti dei bambini migranti, il papa ha affermato, in particolare, che “le istituzioni pubbliche e private sono tenute a mettere al centro la protezione e la dignità di ogni singolo bambino e adolescente. Ciò comporta l’adozione di efficaci strumenti legali di protezione, promuovendo i ricongiungimenti familiari e scongiurando i traumi della separazione. È urgente un cambio di prospettiva: occorre spostare l’asse del dibattito dalla mera gestione dei flussi alla tutela piena e immediata dei diritti umani”.

Le 10 richieste ai politici italiani

A fronte delle difficoltà vissute dai migranti e alla luce del messaggio evangelico, Caritas e Migrantes chiedono ai politici italiani 10 impegni urgenti per una politica migratoria fondata su legalità, integrazione e partecipazione.

1.     Rafforzare le vie legali e sicure di ingresso.

Porre fine alle politiche che trasferiscono a Paesi terzi il controllo delle frontiere e della gestione delle migrazioni senza adeguate garanzie sul rispetto dei diritti umani, ivi compresa un’adeguata tutela delle condizioni di vulnerabilità delle persone che giungono alle nostre frontiere. Ogni normativa e ogni accordo di cooperazione dovrebbe essere sottoposto a effettivi meccanismi di trasparenza, controllo e tutela dei diritti, compreso un monitoraggio indipendente dell’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo. Ampliare le vie di accesso legale complementare, come i corridoi umanitari e le sue derivazioni, rendendo più semplici e rapide le procedure per il ricongiungimento familiare.

2.     Prevedere un permesso di soggiorno “per radicamento sociale”.

Introdurre un percorso di regolarizzazione per le persone prive di titolo di soggiorno che possano dimostrare un effettivo radicamento nel territorio, valutando durata della presenza, legami familiari, conoscenza della lingua e inserimento sociale e lavorativo.

3.     Promuovere riconoscimento delle qualifiche, formazione continua e avanzamento professionale.

Potenziare percorsi di crescita professionale, che consentano di superare discriminazioni, sovra-qualificazione e divario retributivo. Migliorare l’incontro trasparente tra domanda e offerta e l’accompagnamento personalizzato, prima e dopo l’assunzione, per le persone fragili, che rischiano di restare ai margini o di ricadere nella povertà. Contrastare lavoro irregolare e sfruttamento lavorativo.

4.     Finanziare adeguatamente il Fondo nazionale per le politiche migratorie.

Garantire risorse stabili per sostenere il processo di inserimento e integrazione nel suo complesso (scuola, formazione professionale, lavoro, servizi sociali e welfare territoriale), affinché l’integrazione sia una politica pubblica strutturale e non affidata alla capacità dei singoli territori e del Terzo settore.

5.     Tutelare i minori stranieri e riconoscere il ruolo delle nuove generazioni.

Riconoscere e valorizzare, anche attraverso investimenti mirati, il contributo dei giovani stranieri o di origine straniera, nati o cresciuti in Italia, attraverso scuola, formazione, sport, servizio civile, orientamento e inserimento lavorativo.

6.     Ripensare il sistema di welfare.

Rivedere le condizioni di accesso dei cittadini stranieri alle misure di contrasto alla povertà. I cittadini stranieri sono infatti pressoché esclusi, eppure sono i più affetti dalla povertà assoluta in Italia.

7.     Puntare su una strategia nazionale contro razzismo e discriminazioni.

Promuovere campagne pubbliche e percorsi educativi contro razzismo, discriminazione e discorsi d’odio, coinvolgendo scuole, istituzioni, media, mondo dello sport, società civile e comunità religiose, anche di origine estera. I giovani con background migratorio sono i primi a non identificarsi con “maranza” e “baby gang”.

8.     Valorizzare il protagonismo delle comunità migranti nella vita sociale e civile.

Riconoscere le associazioni, le reti civiche e le comunità di origine straniera come interlocutori stabili delle istituzioni nazionali e locali.

9.     Sostenere il contributo delle comunità religiose dei migranti alla coesione sociale.

Moltiplicare gli spazi di incontro e collaborazione tra confessioni e comunità religiose, riconoscendo il ruolo positivo che esse svolgono nell’accompagnamento delle persone, nella costruzione di legami di fiducia, nell’educazione alla convivenza e nella prevenzione dell’emarginazione. Le comunità di fede di origine straniera rappresentano una risorsa per l’integrazione e un’opportunità di arricchimento reciproco per l’intera società. In un clima di libertà religiosa e dialogo, possono contribuire a rafforzare la coesione sociale e il senso di appartenenza alla comunità locale e nazionale.

10. Fondare le politiche migratorie su dati, valutazione e responsabilità.

Assicurare la disponibilità di dati pubblici, aggiornati e accessibili e condividere valutazioni sull’efficacia delle politiche adottate. Il dibattito sull’immigrazione deve essere sottratto alla logica dell’emergenza e della contrapposizione e ricondotto a evidenze, risultati e responsabilità istituzionale per alimentare anche una comunicazione basata su dati di realtà.


Città Nuova

 

lunedì 19 ottobre 2026

LA VIOLENZA DEI GIOVANI

 

UN PATTO EDUCATIVO

Gli episodi di cronaca chiamano scuole, famiglie e istituzioni a costruire nuove alleanze. Possiamo "tirare a campare", come si dice a Napoli: indignarci per qualche giorno, chiedere pene più severe. 

Oppure possiamo fare nostro l’invito di don Lorenzo Milani: "I care", mi sta a cuore. 

 


-di Mimmo Battaglia 

Le cronache di questi giorni, da Roma a Napoli, ci pongono una domanda che non possiamo archiviare con l’indignazione del momento: che cosa sta succedendo ai nostri ragazzi? E, ancora prima, che cosa sta succedendo a noi adulti? Al Vomero un uomo è stato picchiato da alcuni giovanissimi per aver difeso le sue due figlie e poi investito anche da un camion della raccolta dei rifiuti. Un fatto che lascia senza parole. Le indagini accerteranno le responsabilità di ciascuno e chi ha sbagliato dovrà risponderne. Ma fermarsi alla cronaca non basta. Se ragazzi così giovani arrivano a una simile ferocia, dobbiamo chiederci che cosa abbiamo insegnato loro, quali esempi hanno avuto sotto gli occhi, con quali parole li abbiamo abituati ad affrontare i conflitti e quanto valore abbiamo dato alla vita degli altri. 

Vorrei essere chiaro: chiamare in causa gli adulti non significa assolvere i ragazzi. Guardare ai ragazzi, però, non ci autorizza a dimenticare le nostre responsabilità. Chiediamo ai giovani di rispettarsi e poi siamo i primi a umiliare chi la pensa diversamente. Pretendiamo che sappiano controllare la rabbia, in una società che ha fatto dell’aggressività una prova di forza. 

Insegniamo a riconoscere i limiti e facciamo fatica a riconoscere i nostri. Poi ci stupiamo se una delusione diventa vendetta, se una lite finisce a calci e pugni, se il gruppo si trasforma in branco e nessuno trova il coraggio di fermarsi. 

Per questo l’emergenza educativa è soprattutto un problema di adulti. I ragazzi hanno le loro responsabilità, ma educare vuol dire anche farsi carico del mondo in cui crescono. Un ragazzo ha bisogno di adulti che ci siano, che sappiano ascoltare senza rinunciare all’autorevolezza e dire quei no che fanno crescere, come suggeriva il titolo di un libro. Ha bisogno di qualcuno che gli faccia capire che la frustrazione si può attraversare, che un rifiuto non è un’offesa da vendicare, che la forza non sta nel far paura agli altri e vincere a tutti costi. E un ragazzo deve sapere che, se sbaglia, dovrà affrontare delle conseguenze ma non verrà lasciato solo. 

Poi c’è un equivoco importante da superare, anche qui a Napoli: credere che il problema riguardi solo le periferie, i quartieri difficili, le famiglie povere. È vero che dove mancano servizi, opportunità e presenze educative crescere costa più fatica. Ma la solitudine dei ragazzi non ha confini geografici, ed è sotto gli occhi di tutti. Ci sono adolescenti che hanno tutto e non sanno con chi parlare, famiglie che non fanno mancare nulla e non riescono più a incontrare i propri figli. In ogni zona della città e a ogni livello sociale, oggi gli adulti vivono una difficoltà educativa che non possiamo più far finta di non vedere. 

Il Patto Educativo, che ho lanciato con convinzione qualche anno fa e a cui le istituzioni hanno risposto ciascuna a modo suo, deve diventare prima di tutto un patto tra adulti e per gli adulti. Nessuno educa da solo. Non si può scaricare tutto sulle famiglie, né chiedere alla scuola di curare ogni ferita, né contare sugli educatori senza dare loro strumenti e risorse. Servono alleanze vere tra istituzioni, scuole, famiglie, associazioni e comunità ecclesiali. Servono luoghi dove i ragazzi possano stare, crescere, sbagliare e ricominciare. Servono adulti che si accorgano di una solitudine prima che diventi rabbia e di una fragilità prima che esploda in violenza. 

La prevenzione comincia ben prima di una rissa: quando un ragazzo trova qualcuno disposto ad ascoltarlo, quando una famiglia può chiedere aiuto senza sentirsi giudicata, quando una scuola non è lasciata sola, quando un quartiere offre occasioni sane e sicure per stare insieme. Anche la politica deve fare la sua parte. Napoli e il Paese si avviano verso le elezioni: che spazio avrà l’emergenza educativa nel dibattito pubblico? Resterà un tema da evocare dopo ogni tragedia o diventerà una priorità concreta? La sicurezza è indispensabile e chi commette violenza va fermato. Ma la sola risposta repressiva arriva quando il danno è già fatto. Accanto alla giustizia servono accompagnamento, prevenzione, sostegno alle famiglie, investimenti in scuole, sport, servizi e luoghi di aggregazione. Serve la volontà di lavorare per risultati che non si vedranno domani e che forse non porteranno consensi immediati. 

Possiamo "tirare a campare", come si dice a Napoli: indignarci per qualche giorno, chiedere pene più severe e aspettare la prossima notizia. Oppure possiamo fare nostro l’invito di don Lorenzo Milani: I care, mi sta a cuore. Mi sta a cuore il ragazzo che ha fatto del male e deve imparare a risponderne. Mi sta a cuore la persona ferita e il dolore della sua famiglia. Mi sta a cuore chi assiste a una violenza e non trova il coraggio di fermarla, magari nascondendosi dietro lo smartphone. Mi stanno a cuore il genitore che non sa più come parlare con un figlio, l’insegnante che si sente solo, l’educatore che continua a esserci anche quando sembra inutile. Mi sta a cuore chi cresce in una periferia senza opportunità e chi vive in una casa piena di cose ma povera di relazioni. Mi sta a cuore una politica che non si limita a promettere ordine, ma costruisce le condizioni della convivenza, e una città in cui nessun ragazzo debba conquistarsi un posto nel mondo facendo del male a qualcuno. 

Soprattutto mi sta a cuore che noi adulti torniamo a sentirci responsabili. Non di tutto, ma della nostra parte. Un ragazzo deve rispondere delle proprie azioni, ma una comunità deve chiedersi che cosa può fare perché la violenza non diventi il suo linguaggio. Non possiamo promettere che nessuno sbaglierà. 

Possiamo scegliere di non lasciare solo nessuno, di non scambiare la fermezza per abbandono, di non considerare perduto chi ha ancora tutta la vita davanti. I ragazzi non cercano adulti perfetti, cercano adulti presenti, che vivano ciò che chiedono a parole. Il loro futuro non si può rinviare a domani: è una responsabilità che ci viene affidata oggi. Forse, se c’è una cosa che tutti siamo chiamati a fare, oggi più che mai, è smettere di domandarci soltanto che cosa non va nei nostri ragazzi e cominciare a chiederci che cosa possiamo cambiare in noi.

Avvenire 

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venerdì 16 ottobre 2026

CESARE E DIO

 


ANCHE 
SE CESARE 
NON E' DIO


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola

nella XXIX domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 45,1.4-6; Sal 95/96; 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21

«Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»: questa frase di Gesù, che sta al centro dell’odierna pagina evangelica, in epoca contemporanea è diventata – almeno in Occidente – lo slogan “ufficiale” della laicità, in particolare della laicità dello Stato. In Italia è certamente più citata di quella proferita a suo tempo da Cavour: «Libera Chiesa in libero Stato». Vale a dire: separazione delle prerogative religiose e spirituali da quelle politiche e civili. Per lo statista piemontese la Chiesa, nell’Italia unita, avrebbe potuto e dovuto godere della piena libertà di culto, senza alcuna ingerenza da parte del potere statale. Ma, di converso, non avrebbe potuto e dovuto pretendere alcun privilegio “temporale” rispetto a tutte le altre componenti sociali, il cui governo – sotto tutti i profili, compreso quello formativo e scolastico – spettava ormai esclusivamente allo Stato e alle sue istituzioni. Del resto, se alcune implicazioni dell’asserto cavouriano fecero subito storcere il naso sia ai rappresentanti delle istituzioni statali sia alle gerarchie ecclesiastiche, l’insegnamento di Gesù, precedente di quasi due millenni, è invece apprezzato e accolto da una parte e dall’altra, sia dai “laici” sia dai “credenti”. Questi ultimi, proprio sulla scorta del detto gesuano, hanno la possibilità di reinterpretare il significato autentico della laicità, praticandone tutte le implicazioni non “laicistiche”, cioè i risvolti che non smentiscono e non mortificano il loro credo religioso. I credenti che si lasciano illuminare dal messaggio evangelico sanno di dover rispettare le leggi statali (anche quelle fiscali) e, al contempo, di dover prendere estremamente sul serio tutte le esigenze insite nel vangelo, anche quelle etiche.

Dobbiamo tuttavia chiederci se il Maestro di Nazareth abbia avuto l’intenzione di sancire, alla stregua di Cavour, il criterio cardine della laicità dello Stato – che pur si evince dalle sue parole –, oppure abbia voluto rivelare il senso fondamentale del rapporto che l’essere umano (in quanto tale e non solo come soggetto religioso) intrattiene con Dio, in virtù del suo statuto creaturale. Certamente le intenzioni di Gesù non furono le stesse di Cavour. Ma, per indovinare la risposta al nostro interrogativo, conviene considerare il contesto in cui accadde l’episodio riportato dall’evangelista Matteo.

Gesù si confronta criticamente con i farisei, ossia con i giudei devoti di quell’epoca, puri e duri, ligi all’osservanza delle norme di tradizione mosaica, rigorosi a tal punto da rimanere “separati” da tutti, specialmente dagli impuri, dai pagani e da chi li frequentava. Nell’episodio su cui ci stiamo qui soffermando, i farisei mettono tatticamente tra parentesi quel loro rigore e permettono che gli erodiani, cioè i collaborazionisti dei romani, si accompagnino ai loro discepoli al cospetto del Rabbi galileo. Non vanno loro stessi, ma inviano i loro discepoli proprio perché – ipocritamente – vogliono salvare le apparenze, senza mescolarsi pubblicamente con gli impuri alleati dell’Impero. E si comportano così perché il loro intento è malvagio, come Gesù infine rinfaccia loro. Essi, difatti, facendogli chiedere se fosse «lecito» o meno «pagare il tributo a Cesare», mirano a tendergli una trappola. Perciò gli impongono l’alternativa di scontentare gli uni (i loro stessi seguaci) o gli altri (gli erodiani). Gesù elude la loro manovra con la sua risposta ben calibrata ed equilibrata, che avrebbe fatto invidia a Sofocle, l’autore greco della tragedia intitolata ad Antigone, vittima delle leggi umane e martire in nome della giustizia divina: «Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. A queste parole rimasero meravigliati, lo lasciarono e se ne andarono».

Come mai la risposta di Gesù convinse quei suoi maligni interlocutori? Le sue parole non affermano l’inappellabile distinzione e, quindi, l’insormontabile distanza tra politica ed esperienza religiosa. Al contrario, dicono che pagare le tasse e obbedire alle leggi dell’Impero non inficia i diritti di Dio. E nondimeno dichiarano il primato di Dio e la parzialità, come pure la secondarietà, del potere politico e di chi lo impersona. Gesù, spiegando implicitamente tutto questo, non si sta rivolgendo a un politologo dei nostri giorni, ma ai suoi conterranei e ai suoi contemporanei, persone che coltivano una marcata sensibilità religiosa e che masticano un po’ di teologia biblica. Perciò risponde − in termini comprensibili a gente che aveva la necessaria infarinatura teologica − che bisogna sì render conto a Cesare per quel che compete a Cesare, ma bisogna pure render conto a Dio per quel che compete a Dio: e cioè per tutto, per ogni momento della nostra vita, in privato e in pubblico, poiché solo Dio è Dio, mentre Cesare è soltanto Cesare.

Alla radice di questo insegnamento c’è lo Shemà Israel, la professione di fede dell’antico Israele, che annuncia il primato di Jhwh Adonai per il credente e che declina le forme di un monoteismo “totalizzante” (più che “totalitario”), in quanto investe e impegna il credente in ogni dimensione della sua esistenza e in ogni momento della sua vita. Egli dovrà avere un privilegiato rapporto d’amore con l’unico Dio, sempre e dovunque: quando sarà sveglio e quando dormirà, quando camminerà per strada e quando siederà a casa propria, quando tratterà i suoi commerci e quando starà con i suoi familiari, in ogni sua attività pubblica e anche in privato, legandosi un filo al dito e contrassegnando lo stipite esterno della sua abitazione come promemoria di questo precetto, per essere sempre nella condizione di ricordarselo e di farselo ricordare dagli altri. Se si ha a che fare con il Dio della Bibbia, allora Questi dev’essere il Tutto della vita di chi crede e tutta la vita del credente dev’essere ricondotta a Dio. Di questo Dio Gesù parla, rispondendo a chi tenta di metterlo alla prova, ricollocando il suo magistero in una prospettiva teologica che, comunque, riesce significativa anche sul piano politico. Si tratta dello stesso Jhwh Adonai dello Shemà Israel. E pertanto a Cesare si deve dare qualche “cosa”, ciò che porta impresso il suo conio, il suo “marchio di fabbrica”, mentre a Dio si deve tutta la “vita”, di cui è la principiale sorgente.

Alla nostra maniera tardo-moderna di vedere le cose, risulta difficile cogliere tutto ciò. Temiamo ancora il rovinoso inciucio fra trono e altare. Un grande scrittore della prima metà del Novecento, Thomas Mann, in una pagina del suo romanzo Giuseppe e i suoi fratelli, fece notare a tal proposito che per secoli la politica e la religione si sono accordate col compromesso di «scambiarsi la veste», tanto che spesso «l’una parla la lingua dell’altra». Esplicitando quest’osservazione, il giurista Gustavo Zagrebelsky – in un suo libro intitolato appunto Scambiarsi la veste. Stato e Chiesa al governo dell’uomo – ha avanzato forti riserve verso il criterio gesuano, intuendo in ogni caso giustamente in esso un senso specificamente ebraico-religioso, che per il Maestro di Nazareth intendeva avallare la rivendicazione dei diritti di Dio più che la giustificazione dell’obbedienza a Cesare.

I diritti di Dio, però, vanno ben oltre le questioni fiscali o simili. Essi vigono per l’essere umano in quanto tale. Il quale – come sottolinearono alcuni Padri della Chiesa nell’interpretare questo brano evangelico – è creato a immagine (eikṓn, come anche Matteo scrive) di Dio. La qual cosa vuol dire che per Gesù si deve restituire a Cesare (cioè alle autorità statali legittimamente costituite) soltanto ciò che proviene da lui, mentre a Dio si deve riconsegnare l’essere umano e, tramite di lui, tutto il resto. Giacché tutto il resto dev’essere umanizzato, per poter valere veramente.

Così inteso, l’insegnamento di Gesù è lungi dal sacralizzare tutto quanto. Piuttosto si dimostra genuinamente laico. Perché invoca l’umanizzazione di tutto ciò di cui l’essere umano è capace e responsabile: dell’esercizio dell’autorità (statale, ma anche ecclesiastica), della statuizione del diritto e dell’applicazione delle leggi, della gestione del potere, della politica, dell’economia, della finanza, della convivenza civica e sociale, dell’ambito familiare, della prassi educativa e delle agenzie formative, della cultura e del dialogo interculturale, dei saperi scientifici, della tecnologia e della tecnica, dell’intelligenza artificiale e di quant’altro. Più rendiamo compatibile con l’altissima dignità della persona umana tutto quanto, più riconduciamo tutto quanto a Dio, che dell’essere umano ha fatto il suo rappresentante dentro il mondo e dentro la storia: senza fregiarci di stemmi e mostrine, senza agitare gonfaloni, ma con «il vangelo nascosto in petto», come diceva don Luigi Sturzo nel dicembre del 1918, giustificando l’indole “aconfessionale” del Partito Popolare Italiano che stava fondando.

In quale modo il credente in Cristo, vivendo come tale, può ottemperare a un tale impegno laico? Seguiamo il suggerimento che Paolo offre nella seconda lettura di oggi: «[…] tenete continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza». In questa prospettiva l’impegno laico s’intreccia con il vissuto teologale. Vivere la fede significa coltivare il mondo, prendersene cura fattivamente. Vivere la carità equivale a spendersi in suo favore, per il suo bene. Vivere la speranza vuol dire dimostrarsi resilienti nelle difficoltà, decisi a orientare la storia verso il bene comune.

www.tuttavia.eu

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L'INVENZIONE DI DIO

 


Dio

 è 

un'invenzione

 umana?




-di VITO MANCUSO


Lo è nel senso latino del termine inventio, dal verbo invenire, che significa "scoprire", "incontrare"; per cui inventio significa "incontro", "scoperta".

L'invenzione di Dio: ovvero, la scoperta di Dio.

Tra noi vi sono alcuni che l'hanno scoperto, e altri invece no: per i primi Dio è un'esperienza; per gli altri è una fantasia, sigla dell'ignoranza e della paura, ignoranza della natura, paura della morte.

Esiste una domanda, a mio avviso, decisiva in ordine al Divino: quando un essere umano avverte dentro di sé indignazione di fronte al male, alla disonesta furbizia, alla malizia, alla prepotenza, alla falsità, e quando viceversa avverte ammirazione e talora commozione di fronte al bene, alla giustizia, alla purezza, all'onestà, è un ingenuo che non ha ancora capito come va il mondo?

Che non ha capito che non c'è nessun senso nella storia e nella natura, se non la lotta, la guerra, la seduzione, insomma armi, acciaio, malattie? Oppure no?

Oppure non è un ingenuo, ma sta sperimentando la dimensione più vera della vita?

Una dimensione che attraversa questo mondo ma che non coincide con esso, e che per questo si può chiamare trascendenza?

Io penso sia vera la seconda alternativa.

#VitoMancuso

SANCHEZ E LA SPAGNA

 


Perché Sánchez 


è 


destinato a cadere




di Giuseppe Savagnone 

Le ragioni di una crisi

Lo sapevamo da tempo; ce lo dicevano gli amici spagnoli; lo ribadivano i sondaggi, che mantengono inalterata, anche in questi ultimi giorni, la loro sentenza: Pedro Sánchez non sarà più, per volontà popolare, il primo ministro della Spagna. Anche la sua ultima disperata mossa – indire elezioni anticipate – sembra non avere sortito un effetto decisivo.

Sui giornali si è molto parlato delle ragioni di questo declino del consenso nei confronti del premier spagnolo. In primo piano sembrano esserci gli scandali che ultimamente hanno colpito diverse persone della sua cerchia più ristretta. 

Dal luglio del 2025, quando è stato arrestato, per accuse relative a tangenti e appalti irregolari, Santos Cerdán, ex segretario del Partito socialista spagnolo (PSOE); al maggio 2026, che ha visto indagato José Luis Rodríguez Zapatero, lo storico leader socialista, mentore e ispiratore politico di Sánchez; al giugno 2026, quando  José Luis Ábalos,ministro dei Trasporti nel suo governo dal 2020 al 2021 e a lui molto vicino, è stato condannato  a 24 anni e 3 mesi di carcere per  corruzione e associazione a delinquere; al luglio di quest’anno, in cui il fratello David è stato condannato a 9 anni di interdizione dai pubblici uffici per abuso d’ufficio; allo scorso settembre,  quando è stata rinviata a giudizio sua moglie, Begoña Gómez, è stato un susseguirsi di colpi mortali  alla credibilità della sua leadership.

A questo si è aggiunto un forte senso di disagio della maggioranza della popolazione che, a dispetto dei numeri confortanti relativi alla crescita dell’economia spagnola, non percepisce la ricaduta di questo trend positivo sulla qualità della propria vita. Da qui un diffuso malcontento verso il governo, accusato di nascondere dietro una facciata di pretesi successi, le reali contraddizioni del Paese.

Su tutto questo sono piombate come un uragano due eventi. Il primo è stato la crisi di Ceuta, gestita malissimo da Sánchez, che l’ha sottovalutata e affrontata con leggerezza. Ha indignato la sua decisione di non rinunziare alle vacanze nelle Canarie, mentre nell’exclave migliaia di cittadini spagnoli si trovavano nel caos. Il secondo, l’esplodere della protesta per lo sfratto dell’ottantasettenne Maricarmen Abascal dalla sua casa, che ha evidenziato uno dei punti più dolenti del disagio di cui si parlava: la carenza di alloggi.

Si capisce, in questo quadro, il logoramento del premier il quale, peraltro, già in partenza si trovava a presiedere, dal 2023, un governo di minoranza, avvalendosi dell’appoggio esterno di Junts, il partito indipendentista catalano di centrodestra, con le difficoltà e i compromessi derivanti dalle tendenze separatiste di quest’ultimo, che hanno indebolito l’azione dell’esecutivo.

Sta di fatto che a fine settembre la distanza nei sondaggi tra i partiti di destra (Vox e i Popolari) e i partiti di sinistra (PSOE, Sumar e Podemos), che appoggiano il governo, era di ben 18 punti percentuali e non sembra destinato a ridursi.

L’ultimo non-sovranista

È anche vero che, accanto a questi aspetti negativi, ce ne sono altri innegabilmente positivi, riconosciuti anche da osservatori esterni non sospettati di simpatie socialiste. Cito per tutti Aldo Cazzullo che, in un editoriale sul «Corriere della Sera» di qualche giorno fa, ha scritto: «Se la politica fosse razionale, Pedro Sánchez non dovrebbe indire elezioni anticipate, e soprattutto non avrebbe la quasi certezza di perderle. La Spagna è l’unico Paese europeo che va bene, cresce al 2 per cento, ha un’economia che tira. Certo, l’inflazione e la difficoltà a trovare casa esistono anche lì, come in tutto l’Occidente […]. Nonostante sia il Paese europeo governato più a lungo dalla sinistra nell’ultimo mezzo secolo, la Spagna ha meno tasse, meno burocrazia, meno vincoli all’intrapresa rispetto ad altri […]. Sánchez ha puntato sulle energie alternative e su misure sociali di sostegno ai lavoratori poveri». E, se è vero che ci sono gli scandali, «l’unica differenza tra i socialisti e i popolari è che gli scandali socialisti sono più recenti».

Per Cazzullo, «la vera causa delle difficoltà di Sánchez è che, pur di restare al potere, ha stretto un patto con i nazionalisti baschi e con i separatisti catalani» e «un po’ tutti gli altri spagnoli si sono indignati, perché detestano i separatisti catalani».

Può darsi che questa spiegazione sia fondata. Ma forse il motivo ultimo del suo tramonto è il suo isolamento, in un Occidente che – come era avvenuto un secolo fa, fra le due guerre – è teatro del dilagare di forze di destra più o meno estreme. Così è stato in Italia, con l’avvento al governo di Giorgia Meloni, e negli Stati Uniti, con l’elezione di Donald Trump; così quasi certamente sarà in Francia, dove il Rassemblement National di Marine Le Pen è dato per sicuro vincitore delle prossime elezioni; e in Germania, con Alternative für Deutschland, guidata da Alice Weidel; e in Inghilterra con Reform UK di Nigel Farage.

Per non parlare del quasi certo successo di Flavio Bolsonaro in Brasile, dopo quelli di Milei in Argentina, di Abelardo de la Espriella in Colombia, di Keiko Fujimori in Perù, di José Kast in Cile. Una marea, a fronte della quale il solo governo socialista del mondo occidentale rimane quello di Pedro Sánchez (la premier socialdemocratica danese, Mette Frederiksen, è di fatto assai più vicina a Meloni).

La questione migratoria

Non si tratta solo di etichette, ma di scelte opposte che riguardano le vite di milioni di persone. Emblematica, su tutte, la questione migratoria. Per Trump, per Meloni e, sulla scia di quest’ultima, anche per la maggior parte dei governi europei, i migranti sono una minaccia da cui difendersi alzando muri e da cacciare via (la sempre più spesso evocata remigrazione).

Agli antipodi è la posizione di Sánchez, il quale ha più volte dichiarato di considerarli invece esseri umani da rispettare e una preziosa risorsa per la crescita del suo Paese. «La Spagna» – ha detto in un discorso al parlamento nell’ottobre del 2024 – «è un paese di emigranti. Dobbiamo sempre iniziare ricordando questo fatto. Il nostro dovere adesso è essere quella società accogliente che i nostri stessi emigranti avrebbero voluto trovare al di là dei Pirenei o dell’Atlantico. Questo è il debito morale che abbiamo nei confronti dei nostri antenati».

Ma, ha aggiunto, «l’immigrazione non è solo una questione di umanità, il che basterebbe. È necessaria per la nostra economia e per la nostra prosperità». Come dimostrano i dati. Anche grazie agli immigrati, che hanno permesso di compensare la grave crisi demografica che affligge la Spagna, come il resto d’Europa, il Pil spagnolo nel 2025 ha registrato una crescita del 2,9%: più del doppio della media europea. E anche per il 2026 si prevede un aumento del 2%, ben maggiore dell’1,2% del Regno Unito e dell’1% di Francia e Germania, nonché dello 0,8% dell’Italia. Uno schiaffo al sovranismo, confermato dalla regolarizzazione di 500.000 immigrati.

In questo contesto si è verificata la crisi di Ceuta, analoga peraltro a quella che all’inizio di settembre 2023 aveva gettato nel caos Lampedusa, per l’invasione di diecimila migranti nel giro di pochi giorni. Entrambe chiaramente legate ai rapporti con i Paesi di provenienza – nel caso di Ceuta il Marocco, in quello di Lampedusa la Libia – e non alle politiche migratorie, del resto molto diverse, dei due governi europei coinvolti.

Ma, mentre nel 2013 l’Italia aveva avuto la solidarietà degli altri governi dell’UE, proprio il nostro governo si è subito affrettato a sferrare un attacco alla politica di integrazione promossa da Sánchez, attribuendo a essa la situazione creatasi alla frontiera. «Le immagini che arrivano da Ceuta» – ha scritto il nostro ministro degli Esteri – «dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, a oltre 500.000 immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani».  Da qui anche la sospensione degli accordi di Schengen.

In realtà, il governo spagnolo in questi anni ha condiviso con tutti gli altri Paesi europei l’impegno di controllare le frontiere, per evitare «un’immigrazione incontrollata» – quella di cui i suoi critici interni ed esterni infondatamente lo accusano di essere fautore – che impedirebbe il processo di integrazione progressiva in corso. Ma siamo in un tempo in cui, più che la realtà, contano le immagini…

Il solo difensore di una sovranità rispettosa del diritto internazionale

Contrario al sovranismo, Sánchez è stato anche il solo leader europeo che ha difeso con fermezza la sovranità del suo Paese dalle arroganti prese di posizione di Donald Trump. Lo ha fatto contestando, nel 2025, l’imposizione di dazi esorbitanti da parte degli Stati Uniti, mentre, spinta anche da Meloni, l’Europa si piegava al sopruso («non è una maniera intelligente per far fronte alle sfide del XXI secolo in un mondo interconnesso»). Lo ha fatto, nello stesso anno, rifiutando, unico in Europa, di aumentare la spesa militare della Spagna al 5% (hanno dovuto accettare per lui una speciale esenzione).

Lo ha fatto riconoscendo, nel 2024, lo Stato palestinese e condannando senza mezzi termini il genocidio (lo ha chiamato così) di Gaza, mentre gli altri governi occidentali tacevano. Lo ha fatto deprecando decisamente l’illegale e predatorio intervento statunitense in Venezuela (Meloni lo ha definito un «legittimo intervento difensivo», proponendo poco dopo Trump per il premio Nobel per la pace). Lo ha fatto condannando fermamente l’attacco degli USA e di Israele all’Iran e rifiutando l’uso delle basi americane sul suo territorio.

Per chi ha presenti lo stile e i contenuti dei discorsi di Trump, quello che il premier spagnolo ha fatto in questa occasione si pone evidentemente a un livello di civiltà politica ormai sconosciuto. «La posizione della Spagna», ha detto il premier – «in questo momento è chiara e forte, è la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza: in primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti – soprattutto i più indifesi, la popolazione civile – e, in secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo attraverso il conflitto, attraverso le bombe». Tutto ciò non comporta, ha spiegato, alcuna complicità con il perverso regime iraniano: «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è. Certamente il popolo spagnolo non lo è e, ovviamente, non lo è nemmeno il governo spagnolo. La questione, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace». Perché «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità».

Qualcuno a questo punto mi accuserà di “beatificare” il premier spagnolo. In realtà non so nulla di lui, ma parlo di quello che appare dai suoi discorsi e dalle sue scelte dichiarate. I suoi avversari lo accusano di ipocrisia e di incoerenza. Non sono in grado di valutare le sue intenzioni e l’effettiva attuazione dei suoi progetti. Ma, se anche le accuse fossero vere, preferisco questa ipocrisia e questa incoerenza alla sincerità e alla coerenza di chi, come Trump e tanti leader sovranisti, dice e fa cose sbagliate.

Ciò non vuol dire che condivida in toto le scelte di Sánchez. Sono sempre stato e rimango estremamente critico nei confronti delle sue idee sia in tema di vita nascente e di fine vita, sia in tema di famiglia e di gender, in quanto ritengo riflettano una visione della persona in contrasto con quelle sostenute in sede politica migratoria e internazionale. Ma constato con tristezza che non è affatto per questo che Sánchez è isolato e attaccato. Egli è destinato a cadere perché le sue prese di posizione – sincere o no – ricordano troppo all’Occidente uno stile politico in cui la forza non sostituiva il diritto e la misura della politica di uno Stato non era l’affermazione del proprio potere e del proprio prestigio, ma il rispetto degli esseri umani.

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ESSERE O APPARIRE ?

 


Gesù denuncia l’ipocrisia religiosa e richiama all’essenziale: giustizia, misericordia, verità interiore. 

Accoglie i peccatori perché, riconoscendo la propria fragilità, possono aprirsi alla misericordia e ricominciare. 

-di Ludwig Monti 

Parole “dure” di Gesù? 

Verso la fine del Vangelo secondo Matteo, al capitolo 23, ascoltiamo parole apparentemente “dure” di Gesù, che in realtà rivelano la purezza del suo cuore e la sua profonda autorevolezza. Anzitutto egli pronuncia una requisitoria profetica contro gli uomini religiosi (vv. 1-12), cui fa seguire i famosi sette “Guai!” (vv. 13-36). “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti scribi e farisei”: Gesù comincia prendendo di mira quanti, nell’istituzione religiosa, si comportano – allora come oggi – quali “letteralisti” (scribi) e duri “rigoristi” (farisei). Non a caso san Girolamo, commentando questa pagina evangelica, scriverà: “Guai a noi, che abbiamo ereditato i vizi di scribi e farisei!”. O abbiamo forse dimenticato le parole analoghe che papa Francesco, ispirato da queste affermazioni di Gesù, ha rivolto a ogni credente cristiano, in particolare a quanti nella Chiesa rivestono ruoli di potere? “Dicono e non fanno”. È l’esatto contrario dello stile di Gesù: egli era affidabile, credibile, perché diceva ciò che pensava e faceva ciò che diceva. Da questa integrità nasceva la sua affascinante autorevolezza, ben diversa da quella dei professionisti della religione (cf. Mt 7,28-29). 

Un esame di coscienza 

“Legano infatti fardelli pesanti e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”. 

Questa immagine ci spinge a un sincero e lucido esame di coscienza, per evitare la doppiezza e l’ipocrisia di chi chiede agli altri ciò che mai si sogna di mettere in pratica in prima persona. A tale realtà si contrappone la prassi di Gesù, volto visibile del Padre invisibile: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò riposo… Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30). Senza soluzione di continuità, Gesù mette in luce il movente profondo dell’agire ipocrita: “Agiscono per essere ammirati dalla gente”. È la comica patologia del voler apparire belli agli occhi altrui, a prescindere dalla propria reale condizione interiore, senza rendersi conto che così si assomiglia a “sepolcri imbiancati, belli all’esterno, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni marciume”. 

I “guai”, in vista della conversione 

Seguono i veri e propri “guai” pronunciati da Gesù: sette volte, numero che biblicamente indica una pienezza. I “guai” non sono maledizioni, bensì avvertimenti, aspri richiami in vista della conversione; invettive e, insieme, lamenti pronunciati da chi continua a sperare che i destinatari ritornino a Dio. Il profeta Gesù si serve di questa forma molto attestata nelle Scritture (cf. Is 1,4; 5,8-24; Ger 22,13 eccetera) per risvegliare i suoi interlocutori e, nel contempo, per risvegliare anche noi. 

“Il guai è denunzia del peccato, minaccia del giudizio, che può essere ancora evitato con la conversione; quando poi essa è rifiutata, diviene annunzio profetico della catastrofe ormai ineluttabile, ma senza alcun senso di vendicativo compiacimento” (Vittorio Fusco). È sufficiente ascoltare il primo della serie dei sette “guai” per capire l’intenzione di Gesù: “Guai a voi che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare”. Servono forse commenti? Direbbe altrove lo stesso Gesù: “Chi può comprendere, comprenda” (Mt 19,12). 

La denuncia dell’ipocrisia 

Più in generale, il vero bersaglio di Gesù in questo discorso è l’ipocrisia, il comportamento di chi “fa tutte le sue opere per essere ammirato dalla gente”. L’ipocrita privilegia l’apparire sull’essere, a costo di recitare una parte davanti agli altri. 

L’ipocrisia è la non sincerità eretta a comportamento sistematico, al fine di ricevere l’applauso altrui: così si perde il contatto con la propria verità, fino a credere di essere come si appare, compiendo sforzi inverosimili per costruire il proprio personaggio. Gesù individua due manifestazioni tragicomiche dell’ipocrisia: l’abitudine a “filtrare il moscerino e ingoiare il cammello”, cioè concentrarsi sui piccoli scrupoli religiosi tralasciando l’essenziale della Torah e del Vangelo: la giustizia, la misericordia e la fedeltà; – il privilegiare l’esteriorità sull’interiorità, come chi pulisce l’esterno del bicchiere e del piatto trascurando l’interno. Il commento migliore sono le sue stesse parole: “Non ciò che entra nell’uomo lo rende impuro, ma ciò che esce dall’uomo!” (cf. Mt 15,11). Gesù, che ha sempre cercato la sua “ricompensa” nel segreto del rapporto con il Padre (cf. Mt 6,4.6.18), è impietoso nel condannare l’ipocrisia, che desta tristezza perché contiene già in sé le sue conseguenze. 

Non a caso, nel discorso della montagna aveva detto che gli ipocriti che desiderano gloria per sé “hanno già ricevuto la loro ricompensa” (Mt 6,2.5.16). 

Ispirati da queste parole, possiamo chiederci: perché Gesù amava la compagnia dei peccatori pubblici, preferendola a quella dei pretesi impeccabili, dei “giusti incalliti”, al punto da essere definito “un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” (Mt 11,19)? Perché sapeva che ogni essere umano è peccatore, ma chi lo è in modo pubblicamente riconosciuto non può nascondersi e, spinto dalla vergogna, non ha più nulla da perdere: può ricominciare, disponendosi a invertire la rotta, accogliendo il perdono misericordioso di Dio e cambiando comportamento. Ciò comporta la lotta quotidiana contro l’abbaglio di voler apparire piuttosto che essere; richiede la sana autoironia di chi si sa fallibile; esige l’onestà con sé stessi, che dovrebbe farci arrossire non dei peccati, ma delle maschere che inventiamo per nasconderli. Proprio come scriveva Isacco di Ninive, grande santo del VII secolo: “Colui che conosce i propri peccati è più grande di colui che risuscita i morti”. Ecco il Vangelo nel suo luminoso splendore: la strada privilegiata per conoscere Dio è essere consapevoli della propria qualità di peccatori. Il peccato riconosciuto con franchezza diventa occasione per fare esperienza del Padre e aprirsi alla sua misericordia preveniente. Non è mai tardi per aprire le finestre e lasciar entrare il fresco profumo di questa buona notizia. 

 Fonte: Eco di San Gabriele

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