l’Odissea
ci parla ancora
di educazione
Una rilettura pedagogica
dell'Odissea di Christopher Nolan vista dalla prospettiva di Telemaco, il ragazzo che parte per cercare notizie di un
padre che non ha mai conosciuto e che, cercandolo, diventa adulto. Perché gli
adolescenti di oggi somigliano molto a Telemaco: non cercano nemici da
rovesciare, ma adulti che “tengano”. E il fatto che Nolan abbia messo questa
attesa al centro di un kolossal è una splendida notizia.
di Dafne Guida
Tremila
anni dopo, l’Odissea ci parla ancora di educazione. E quella di Nolan ancor di
più. Sono uscita dal cinema pensando a Telemaco. Non a Ulisse, non alle sirene,
non ai 250 milioni di dollari spesi per la produzione. Penso agli occhi di
Telemaco quando riconosce il padre dalla carezza ad Argo morente, il cane che
lo aspetta vent’anni e che muore nell’istante in cui lo riconosce. È lo sguardo
di chi desidera un testimone che lo accompagni, ed è questo il momento più
bello del film: Ulisse visto con gli occhi del figlio. Il ragazzo che parte per
cercare notizie di un padre che non ha mai conosciuto e che, cercandolo,
diventa adulto.
Massimo Recalcati ha dato un nome a questa figura, “il complesso di Telemaco”: il figlio che non vuole
abbattere il padre come Edipo, che non si specchia in se stesso come Narciso,
ma che attende qualcuno che torni a testimoniare una legge, una giustizia, un
ordine possibile. Nel mio lavoro incontro tanti Telemaco. Adolescenti che non
cercano nemici da rovesciare, ma adulti che “tengano”. E il fatto che Nolan
abbia messo questa attesa al centro di un kolossal mi sembra una splendida
notizia.
Poi c’è il modo in cui
questo film è stato fatto e qui devo dichiarare la mia parzialità. Chi come me
si è formata alla scuola pedagogica di Riccardo Massa, porta addosso un’idea precisa: l’educazione
è un’esperienza vissuta e incarnata, è materialità, è attraversamento concreto
di un campo. Non simulazione. Nolan ha girato mari veri, luoghi veri, corpi
veri davanti alla macchina da presa, in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette mondi già pronti,
fantasie prototipate che nessuna mano ha mai toccato davvero. Non è una
questione di nostalgia tecnica: è una scelta che dice qualcosa a chiunque
educhi. La realtà esiste e resiste. E proprio perché resiste, forma.
Elogio della curiosità
Poi c’è la curiosità.
Ulisse vuole ascoltare il canto delle Sirene quando ogni marinaio prudente si
tappa le orecchie, e si fa legare all’albero della nave pur di sentirlo. Vuole
entrare nella grotta del Ciclope per vedere chi la abita. Nei nostri servizi
educativi vedo questa spinta ogni giorno: in una bambina ferma da dieci minuti
davanti a un formicaio in giardino, come in un adolescente che pone “la”
domanda che gli adulti evitano. La curiosità è il motore di ogni apprendimento
e il primo compito di chi educa è non spegnerla. Lo scrivo con una certa
urgenza, perché conosco la tentazione opposta: quella di anticipare le
risposte, di riempire ogni silenzio, di proteggere i ragazzi persino dalle loro
domande.
La tentazione dell’hubris
Ulisse, però, ci mostra
anche il rovescio. La curiosità senza misura ha un nome antico, hubris,
la tracotanza, che per i greci era la colpa più grave, quella che attira l’ira
degli dèi e allunga il viaggio di altri dieci anni. Dante, nel canto XXVI dell’Inferno, consegna al suo Ulisse
l’«orazion picciola» («fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir
virtute e canoscenza»), versi che generazioni di insegnanti hanno letto in
classe come un inno alla conoscenza. Ecco un nodo su cui finisco spesso per
tornare: la conoscenza che non riconosce alcun limite smette di essere
formazione. Educare alla curiosità significa tenere insieme le due cose:
alimentare il desiderio di conoscere e insegnare che il limite non è il nemico
della conoscenza, ma ne è, in qualche modo, la forma.
Umano troppo umano
L’Ulisse di Nolan è
umano, troppo umano. Un reduce lacerato dai rimorsi, che porta addosso le colpe
di Troia e che per tornare a casa deve imparare l’arte più difficile:
rinunciare al controllo. Qualcuno lo ha rimproverato al film, come se l’eroe ne
uscisse rimpicciolito. Io credo il contrario, e lo credo per mestiere. Un eroe
invulnerabile non insegna nulla, si ammira e basta. Un uomo che sbaglia, che ha
paura, che elabora un trauma mentre naviga, quello sì che somiglia agli adulti
veri, quelli che i ragazzi hanno accanto. L’educazione non ha bisogno di
modelli perfetti: ha bisogno di storie in cui riconoscersi e di adulti che
restino credibili anche dopo aver sbagliato.
Scegliere la vita
E Ulisse certamente
sbaglia, ma dopo aver sbagliato ritorna sui suoi passi. Calipso gli offre l’immortalità: giovinezza eterna,
un’isola senza tempo, una dea come compagna. Lui rifiuta. Sceglie Penelope, che è mortale e invecchia, e lo ammette senza
girarci intorno davanti alla stessa Calipso: la mia sposa è inferiore a te per
aspetto e statura, eppure io tengo il punto e scelgo di tornare. Ulisse non
sceglie la donna più bella, sceglie la vita che finisce. Sull’isola di Calipso
non accade nulla perché nulla è in gioco: ogni giorno è identico al precedente
e nessuna scelta ha veramente un peso. La vita mortale, invece, ha una trama.
Ha ferite che segnano, figli che crescono, un letto scavato nel tronco d’ulivo
che non si sposta. Chi educa lavora esattamente su questo crinale: consegnare a
qualcuno una vita finita e dirgli che proprio per questo vale.
Qui il poema mi riporta
al presente, ai colloqui con i genitori, alle nostre équipe. Le tecnologie
generative promettono a modo loro un’isola di Calipso: un presente infinito,
mondi senza attrito, la possibilità di non perdere mai nulla. Ai nostri adolescenti
viene offerta ogni giorno una piccola immortalità digitale. Il compito
pedagogico è quello di Ulisse sulla spiaggia di Ogigia: insegnare a
preferire Itaca. Con i suoi pretendenti, le sue attese, il tuo cane
vecchio che muore dopo averti riconosciuto.
Per questo il metodo di
Nolan è già contenuto. Quando tutto si genera con un clic, scegliere di
costruire, allestire, aspettare la luce giusta è un atto di resistenza
educativa. Nei nostri nidi lo chiamiamo con parole più semplici: il tempo lungo
delle cose reali, la fatica del fare, le mani in pasta, la pedagogia della lumaca.
Alcune colleghe hanno
portato i figli a vedere il film. Bambini piccoli, tre ore di poema omerico, la
previsione condivisa era di uscire dalla sala a metà proiezione. Mi hanno
raccontato il contrario: bambini attenti fino alla fine e loro impegnate per tutto
il tempo a rispondere a un fuoco continuo di domande sussurrate nel buio. «Chi
è il gigante?», «Perché le sirene hanno le gambe e non la coda?», «Quando torna
a casa?». Ci ho pensato a lungo. Una storia funziona quando genera domande, e
quei bambini stavano facendo esattamente ciò che il poema chiede a chi lo
ascolta da tremila anni: interrogare gli adulti accanto per capire il mondo.
Come Telemaco, del resto.
Non si arriva mai
L’Odissea è una storia, e
le storie sono il primo dispositivo pedagogico che l’umanità abbia costruito.
Raccontarla a un bambino o a un adolescente significa consegnargli una mappa
per le sue tempeste. Lo facciamo da tremila anni e funziona ancora. Nessun
algoritmo ha prodotto niente di paragonabile, e sospetto che il motivo sia
proprio quello che Ulisse spiega a Calipso: le storie nascono dalla vita che
finisce.
Ulisse, dopo vent’anni,
torna a Itaca tormentato dagli anni di guerra e dal ricordo degli amici che non
è riuscito a seppellire con onore. Ma a Itaca non trova la fine del viaggio:
trova un altro inizio. Ha rifiutato l’eternità per avere una storia, e le
storie non si chiudono: si consegnano ad altri. Chi educa lo sa. Non si arriva
mai, si continua a partire. E si parte meglio se qualcuno, prima, ci ha
raccontato bene la sua storia.
Fonte: Vita