e il compito
degli adulti
-di STEFANO VICARI*
Con la riapertura delle
scuole, bambini e ragazzi tornano a confrontarsi con orari, regole, attese,
compiti e valutazioni. Tornano anche a scoprire che non sempre si può scegliere
ciò che piace, riuscire al primo tentativo o ottenere subito quello che si
desidera. La scuola non trasmette soltanto conoscenze. Insegna anche ad
aspettare il proprio turno, accettare una correzione, affrontare un voto
deludente e riprovare dopo un errore.
Tollerare la frustrazione
non significa non provare rabbia, tristezza o delusione.
Significa riuscire a
regolare queste emozioni senza esserne travolti, senza rinunciare
immediatamente e senza trasformare ogni ostacolo in una catastrofe. È una
capacità che non compare da sola con l’età, ma si costruisce gradualmente fin
dai primi anni di vita. Un bambino piccolo vuole tutto e subito. Non perché sia
egoista o maleducato, ma perché le capacità di attendere e controllare gli
impulsi sono ancora immature. Ha bisogno di un adulto che lo aiuti a calmarsi,
dia un nome a ciò che prova e mantenga il limite anche quando protesta. Poco
alla volta quella regolazione ricevuta dall’esterno diventerà una capacità
personale.
Questo apprendimento
passa attraverso esperienze semplici. Aspettare qualche minuto, lasciare un
gioco a un altro bambino, accettare che una richiesta non possa essere
soddisfatta immediatamente, finire un piccolo compito prima di dedicarsi a
qualcosa di piacevole. Non servono privazioni costruite di proposito. La vita
quotidiana offre già abbastanza occasioni per incontrare un limite.
Oggi molti adulti
sembrano fare sempre più fatica a lasciare che un figlio incontri una
frustrazione. Anticipiamo i desideri, riempiamo le attese, interveniamo alla
prima difficoltà. Il gesto nasce spesso dalla volontà di proteggerlo, ma può
trasmettergli un messaggio diverso: che la delusione sia qualcosa da evitare e
che, da solo, non abbia risorse sufficienti per affrontarla. Non si tratta,
naturalmente, di lasciare un bambino solo davanti a difficoltà troppo grandi.
Educare alla frustrazione non significa umiliare, negare conforto o imporre
sofferenze “per farlo crescere”. Un limite utile deve essere comprensibile,
proporzionato all’età e accompagnato dalla presenza dell’adulto. Possiamo
riconoscere la rabbia senza eliminare la regola, accogliere il pianto senza
concedere automaticamente ciò che era stato negato, aiutare a cercare una
soluzione senza sostituirci.
Anche la scuola può
svolgere un ruolo decisivo. Imparare richiede tempo, esercizio
e la possibilità di sbagliare. Ma se ogni voto diventa un giudizio sul valore
personale, l’errore non insegna più e diventa una minaccia. Genitori e
insegnanti dovrebbero aiutare i ragazzi a distinguere il risultato dalla
persona. Un compito andato male dice che quella prova non è riuscita, non che
chi l’ha svolta sia incapace. Non chiediamo soltanto «che voto hai preso?», ma
anche «che cosa hai capito?».
La tolleranza della frustrazione
non è uguale per tutti. Un bambino con ADHD, autismo, difficoltà del
linguaggio, ansia o disabilità intellettiva può reagire più intensamente
all’attesa, all’imprevisto o all’insuccesso. Non è necessariamente mancanza di
volontà. Può avere bisogno di regole anticipate, tempi più brevi, pause e un
aiuto maggiore per riconoscere ciò che prova. L’obiettivo resta imparare ad
autoregolarsi, ma il percorso non può essere identico per tutti.
Anche l’ambiente digitale
rende l’attesa sempre meno abituale. Un video inizia subito,
una risposta arriva in pochi secondi, un contenuto che annoia può essere
sostituito con un gesto. La tecnologia non rende fragili, ma una vita
organizzata intorno alla gratificazione immediata offre poche occasioni per
allenare la pazienza, sostenere la noia e continuare ciò che non premia subito.
Gli adulti non possono chiedere ai ragazzi ciò che non riescono a mostrare. Se
reagiamo con irritazione a una coda, a un ritardo o a un contrattempo,
insegniamo che ogni ostacolo è un affronto. I bambini imparano osservando come
accettiamo un errore e ricominciamo dopo una delusione. Tollerare la
frustrazione non significa rassegnarsi. Significa distinguere ciò che può
essere cambiato da ciò che, almeno per il momento, deve essere accettato.
Significa restare davanti a una difficoltà abbastanza a lungo da poter cercare
una strada diversa. Da questa esperienza nascono perseveranza, autonomia e
fiducia nelle proprie capacità.
La fatica dell’imparare.
La ripresa della scuola
può essere allora l’occasione per restituire valore anche alla fatica di
imparare. Non chiediamo alla scuola di eliminare ogni ostacolo né ai ragazzi di
affrontarlo senza aiuto. Chiediamo agli adulti di accompagnarli senza fare tutto
al loro posto, di sostenere le emozioni senza cancellare i limiti e di
ricordare che crescere non significa ottenere sempre ciò che si vuole.
Significa imparare che una delusione può fare male senza distruggerci, che un
errore può essere corretto e che, dopo un insuccesso, è ancora possibile
riprovare.
*Stefano Vicari -
Professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del
Sacro Cuore e Direttore della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza
dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma
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