giovedì 5 novembre 2026

I. A. e DIGNITA' UMANA

 


Per un’intelligenza

 artificiale

 al servizio 

della dignità umana

-di Giovanni Cucci

La rapida diffusione dell’intelligenza artificiale (IA) costituisce una delle trasformazioni più rilevanti del nostro tempo. Non si tratta semplicemente di uno strumento più potente, ma di una forma di mediazione che incide sul modo stesso con cui la persona conosce, decide e si relaziona. Per questo, la questione che essa pone è, prima ancora che tecnica, profondamente antropologica.

Una valutazione adeguata richiede di riconoscere la caratteristica ambivalente di ogni nuova scoperta. Ciò che accresce le capacità umane nello stesso tempo pone nuove problematiche che coinvolgono criteri di giudizio e modi di interpretare la realtà. Ogni innovazione tecnica si inscrive infatti in un orizzonte culturale che ne orienta l’uso e ne determina il senso. Quando tale orizzonte si indebolisce, anche gli strumenti più sofisticati rischiano di essere impiegati secondo logiche riduttive.

Non di rado i presupposti antropologici che orientano il dibattito sull’IA restano impliciti. Essi operano come uno sfondo raramente tematizzato, ma decisivo. Una riflessione adeguata deve dunque portarli alla luce. Papa Leone XIV, nella sua enciclica Magnifica humanitas (MH)[1], fa riferimento a due categorie particolarmente rilevanti per il discernimento antropologico sull’IA: la dignità dell’essere umano e il significato del limite. «Proprio perché sperimenta il limite – la vulnerabilità, il dolore, il fallimento – egli [= l’essere umano] può riconoscere la propria e l’altrui dignità come inviolabile» (MH 122). La finitezza infatti non costituisce semplicemente una carenza da superare, ma una condizione entro cui prendono forma la libertà, la responsabilità e la relazione. È nel loro intreccio che si gioca la possibilità di comprendere correttamente la sfida posta dall’IA.

Non siamo infatti di fronte soltanto a un incremento di strumenti, ma a una trasformazione della forma stessa dell’esperienza. Come è stato osservato a proposito della rivoluzione digitale, Internet non modifica soltanto le modalità della comunicazione, ma incide sul modo di percepire il tempo e le relazioni. In questa linea, l’IA non introduce un fenomeno del tutto inedito, ma radicalizza una dinamica già in atto: la crescente mediazione tecnica dell’esperienza umana. A ciò si aggiunge tuttavia un elemento nuovo e decisivo: la capacità di questi sistemi di intervenire nei processi stessi di produzione del sapere e del linguaggio. È la cosiddetta «IA generativa», capace non solo di analizzare informazioni, ma di produrre contenuti nuovi, redigere testi, svolgere temi, offrire suggerimenti. Proprio questa capacità segna un passaggio rilevante dal punto di vista antropologico.

“L’IA radicalizza una dinamica già in atto: la crescente mediazione tecnica dell’esperienza umana.

A motivo di ciò, l’IA non può essere considerata una tecnologia tra le altre. Per questo è fondamentale operare un accurato discernimento sul suo uso ed esercitare anche nei suoi confronti il pensiero critico. Su questo il tema dei limiti può risultare di grande aiuto.

La dignità della persona, valore non negoziabile

In questa prospettiva, il discernimento sull’IA implica interrogarsi sugli effetti dei suoi utilizzi: se essi contribuiscano a custodire le esigenze proprie della persona o se, al contrario, le compromettano. Il problema emerge nel momento in cui l’attività deliberativa del soggetto cede il posto all’affidamento nei confronti delle elaborazioni automatiche. Allo stesso modo, l’accoglienza acritica dei risultati prodotti introduce una dinamica di delega che tende ad attenuare l’assunzione responsabile delle proprie scelte. Nelle persone più fragili questo può portare, come si vedrà, a esiti tragici, che sollevano questioni filosofiche e giuridiche inedite. Purtroppo, come non di rado è accaduto nella storia, prima si agisce e poi si pensa alle conseguenze, a cose fatte.

Stupisce il grave e crescente divario tra la velocità con la quale si tende a mettere in atto i nuovi ritrovati e l’assenza di un ponderato dibattito in sede etica e istituzionale circa il loro possibile impatto sul vivere comune. Non si tratta di accettare o rifiutare la tecnica, dal momento che è parte del nostro mondo e della nostra stessa natura; essa va però monitorata con attenzione, per valutare in modo critico la portata di queste innovazioni, contrastando il crescente scollamento tra scienza e tecnica, intendendo la prima come modalità conoscitiva e la seconda come mera operatività[2]. È anche necessario esercitare una maggiore cautela nel porre in atto novità senza ponderarne le possibili conseguenze. Come ha notato il filosofo Kwame Anthony Appiah, ciò che veramente conta non è vincere la partita, ma capire quale partita si stia giocando, conoscerne le regole e la posta in gioco.

Era l’avvertimento alla tecnica lanciato in tempi non sospetti da Martin Heidegger: «Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo. Di gran lunga più inquietante è che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca»[3].

In questa luce, emerge con maggiore chiarezza il rischio dell’impersonale. L’IA rende particolarmente sottile questo passaggio: l’altro può essere ridotto a dato senza che ce ne accorgiamo. È qui che la categoria di persona, come un «chi» irriducibile a ogni descrizione funzionale, manifesta tutta la sua forza critica. L’indisponibilità della persona emerge con particolare evidenza proprio là dove le categorie funzionali mostrano il loro limite. Quando l’efficienza si riduce, quando il controllo viene meno, quando la capacità operativa si indebolisce, tutto ciò non implica una diminuzione della dignità ontologica della persona, che permane intatta al di là di ogni circostanza[4]. Al contrario, si rende più evidente l’esigenza di un riconoscimento che non può essere fondato sulla prestazione.

La dignità si configura così come un criterio-limite[5]. Ciò che la riguarda non è negoziabile, anche quando risulti tecnicamente possibile. Se la persona fosse riducibile alle sue funzioni, il progresso tecnologico coinciderebbe con la progressiva sostituzione della persona nelle sue capacità operative. Ma se la dignità esprime la forma stessa dell’essere personale[6], allora nessuna prestazione può esaurirla e nessuna simulazione può sostituirla.

Il limite come categoria antropologica

L’IA sostituisce l’uomo in diverse mansioni. Ciò non è di per sé una novità, anzi ha caratterizzato la tecnica sin dal suo sorgere. L’IA «agisce» in maniera intelligente, ma questo non ha nulla a che vedere con la capacità di pensare, con la coscienza o, per dirla in termini biblici, con lo spirito. Riprendendo un detto dell’informatico olandese Edsger Wybe Dijkstra: «La questione se una macchina possa pensare non è più interessante della questione se un sottomarino possa nuotare»[7].

Tali questioni mostrano lo slittamento dall’ambito ingegneristico a quello filosofico, ed è a questo livello che l’analisi può rivelarsi preziosa. Come osserva giustamente la Nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana,ribadita dalla Magnifica humanitas[8], l’IA imita l’intelligenza umana, ma non potrà mai possedere i caratteri propri dell’intelligenza umana[9], che è inseparabile dalla persona: essa è essenzialmente biologica e affettiva e, in senso metafisico, è una facoltà della natura razionale, il cui soggetto è la persona umana naturalmente ordinata alla conoscenza della verità[10].

È a questo punto che emerge con forza la questione del limite. Nel linguaggio corrente, esso viene spesso inteso come un ostacolo da superare: ciò che la tecnica non ha ancora raggiunto, ma che potrà essere oltrepassato grazie a ulteriori sviluppi. In questa prospettiva, il progresso coinciderebbe con la progressiva eliminazione dei limiti. Una simile interpretazione, tuttavia, risulta riduttiva. Non tutti i limiti sono della medesima natura. Accanto ai limiti tecnici, che riguardano la potenza degli strumenti e possono essere superati, vi sono limiti che rinviano alla struttura stessa dell’esperienza umana e della persona in quanto tale. Come ricorda papa Leone XIV: «Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (MH 118).

Nel dibattito contemporaneo sull’IA, il tema del limite emerge almeno in tre forme distinte, spesso confuse tra loro. Vi è anzitutto il «limite tecnico», sopra ricordato, che riguarda errori, distorsioni e prestazioni dei sistemi. È il livello sul quale si concentra prevalentemente il discorso dominante, nella convinzione che tali criticità possano essere progressivamente superate attraverso miglioramenti algoritmici e maggiore disponibilità di dati. Accanto a questo si colloca una «dimensione sociale e politica del limite», che investe questioni di responsabilità, trasformazioni del lavoro, redistribuzione del potere e nuove disuguaglianze. Qui il limite non è semplicemente un difetto da correggere, ma un elemento strutturale che ridefinisce gli equilibri delle istituzioni e delle pratiche sociali e consente di controllare gli esiti di una nuova procedura. Infine, si impone un «limite etico», che in questo contesto riguarda tutto ciò che non si può delegare all’IA, perché va a toccare dimensioni essenziali dell’essere umano, come l’esperienza e, più radicalmente, la libertà e la responsabilità. Il limite ha in questo senso una valenza chiaramente positiva, in quanto garanzia e protezione dell’umano.

Nel testo sopra menzionato, il Papa ricorda un aspetto irrinunciabile del limite: esso non riguarda soltanto ciò che manca, ma ciò entro cui si manifesta l’umano, ciò che lo costituisce essenzialmente. Si tratta della verità dell’essere umano come essere creato[11]. In questa prospettiva, il limite non è affatto una imperfezione accidentale, ma la caratteristica propria della creaturalità, della sua possibilità di esistere. Le leggi della vita si reggono su un delicato e complesso equilibrio di costanti, di limiti tra due oscillazioni possibili: al di qua e al di là di esse, vivere risulterebbe impossibile. Senza limiti non ci possono essere identità, ordine e stabilità, sviluppo, capacità progettuale.

Questa dimensione originaria del limite, pur imprescindibile, non esaurisce tuttavia il suo significato sul piano antropologico. Accanto al limite ontologico, costitutivo e non eliminabile, si manifesta infatti un limite di ordine morale, che si esprime come divisione interiore e difficoltà ad aderire al bene conosciuto (cfr Rm 7,14-23), e che riguarda anche l’esperienza concreta dell’esercizio della libertà e della responsabilità, perché ogni decisione avviene in condizioni non completamente determinate e apre uno spazio di domanda e di ricerca.

In questo senso, il limite non si oppone alla libertà e alla creatività, ma ne costituisce la condizione propizia perché esse possano essere espresse nella maniera più piena. Pensiamo, ad esempio, alla letteratura e al cinema. Essi ci presentano spesso vicende di eroi e di grandi personaggi che hanno poco tempo per portare a termine una grande impresa. La consapevolezza di ciò agisce come una sorta di conto alla rovescia e li stimola a vivere con gusto e impegno, esprimendo il meglio di sé. Il fatto che tali storie abbiano per lo più un lieto fine, commenta la scrittrice statunitense Helen Keller, non è l’insegnamento più rilevante, ma piuttosto l’indicazione che quella prova ha profondamente trasformato i loro protagonisti: «Nelle storie, l’eroe normalmente viene salvato in extremis da qualche colpo di fortuna, ma ciò che è più importante è che il suo senso dei valori viene cambiato. Egli diventa più capace di apprezzare il significato della vita e dei suoi valori spirituali permanenti. Si è spesso notato in coloro che vivono, o hanno vissuto, all’ombra della morte portare una dolcezza vellutata per tutto ciò che fanno»[12].

Si potrebbe dire la medesima cosa per la preparazione di un esame, di un libro, di un percorso di conoscenza personale. È risaputo che in sede terapeutica stabilire un numero di sedute limitato risulta essere di stimolo per il lavoro, specialmente quando ci si avvicina alla sua conclusione: la persona sembra in grado di esprimere quanto non aveva finora avuto il coraggio o la capacità di dire.

È alla luce di questa caratteristica strutturale dell’esperienza umana che si pone la questione delle possibilità che l’IA offre per la qualità della vita umana, nel rispetto dei limiti etici che la caratterizzano. Se questi vengono percepiti unicamente come un ostacolo da rimuovere, la tendenza sarà di delegare progressivamente processi decisionali alla macchina, fino a ridurre lo spazio del giudizio personale. Una cultura che tenda a eliminare ogni limite rischia così, paradossalmente, di ridurre proprio ciò che vorrebbe potenziare; come ricorda il documento della Commissione teologica internazionale Quo vadis humanitas?[13], non si possono eliminare la fragilità e il limite senza impoverire l’essere umano.

Il limite non esaurisce la dinamica propria dell’esperienza umana. Accanto alla consapevolezza della propria finitezza emerge infatti un’apertura che la trascende. L’uomo non è soltanto un essere finito, ma un essere naturalmente aperto all’infinito. Come scrive Agostino: «Ci hai fatti per te e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te» (Confessioni,I, 1). Questa inquietudine non è un’anomalia, ma una dimensione costitutiva della persona. Quando tale apertura viene soffocata o fraintesa, il desiderio rischia di orientarsi verso surrogati dell’infinito, cercando nell’eliminazione di ogni limite ciò che può essere trovato solo nel suo autentico compimento. In questa prospettiva, l’idea di una «illimitatezza» puramente tecnica finisce per configurarsi come una risposta inadeguata al desiderio umano[14]: non il suo compimento, ma una sua sostituzione funzionale.

Se il limite e l’apertura all’infinito vengono considerati come costitutivi della persona e di ciò che rende umana l’esistenza, l’IA sarà un aiuto per l’esercizio della responsabilità, delle decisioni e delle relazioni. È su questo sfondo antropologico che possono essere compresi anche i limiti da porre necessariamente all’intelligenza artificiale.

I limiti dell’IA come servizio all’etica

Secondo un sondaggio statunitense condotto da Match (una app di dating), quasi la metà della cosiddetta Generazione Z (cioè i nati tra il 1997 e il 2012) utilizza l’intelligenza artificiale per consigli in questioni affettive, come ad esempio se sia il caso di continuare o meno la relazione con un partner violento. Ma è corretto, oltre che attendibile, delegare all’IA decisioni importanti sulla propria vita? Non si sta chiedendo a una macchina quello che la macchina non può dare, perché non lo vive? Può essere preso sul serio un consiglio sulle vicende sentimentali da parte di chi è incapace di provare sentimenti?  Eppure sembra che proprio per questo l’IA goda di credibilità. È quello che viene chiamato automation bias («tendenza a fidarsi eccessivamente dell’automazione»), la tendenza, propria non solo della Generazione Z, a ritenere più affidabile la risposta data da un sistema automatico, proprio perché anaffettivo.

L’ambiente asettico e anonimo che lo caratterizza diventa un invito a rivelare anche gli aspetti più dolorosi e negativi di sé: «I pazienti di un centro per alcolisti intervistati tramite un computer tendevano a riferire un consumo di alcool del 30% superiore a quello riferito dai pazienti intervistati vis-à-vis. Anche i problemi sessuali sono più facili da affrontare con un computer piuttosto che con uno psichiatra»[15]. E questo ancor più nell’era dell’IA. Il caso è assurto alla cronaca in Italia quando si è venuto a sapere che Aurora Tila, una ragazza di 13 anni uccisa dal fidanzato violento, aveva chiesto a ChatGPT se doveva lasciarlo, preferendo questa modalità di confronto rispetto ai genitori o ad amici di fiducia.

E cosa accade se la domanda rivolta all’IA riguarda qualcosa di esplicitamente immorale? Cass Sunstein, professore di economia comportamentale, ha provato a chiedere a ChatGPT una «guida manipolativa» per indurre gli utenti a comprare un prodotto di cui non hanno realmente bisogno (un’auto lussuosa). ChatGPT ha formulato un piano in 10 passi, a sua volta suddiviso in 2 sottopassi per ciascuno di essi. All’inizio e alla fine della risposta compariva tuttavia un’avvertenza circa la scorrettezza etica di tale guida[16]. Certo, questo non sembra essere il modo dissuasivo migliore, ma perlomeno si fa presente la problematicità della richiesta.

In altre e più gravi situazioni invece si è riscontrata la totale assenza di avvertenze e messe in guardia: la macchina rispondeva, appunto, «meccanicamente», con fredda precisione alle richieste più discutibili, con esiti tragici. È il motivo per cui i casi di denuncia nei confronti dei gestori dell’IA sono in continuo aumento, come in relazione al suicidio di Adam Raine: nell’accusa, presentata in tribunale il 25 novembre 2025, i genitori hanno contestato a OpenAI che ChatGPT4o, utilizzato dal sedicenne, fosse stato programmato per incrementare le tendenze suicidarie e non per scoraggiarle, in modo da renderlo sempre più coinvolgente e fruibile[17].

Una vicenda simile è quella di Sewell Garcia, un ragazzo di 14 anni. Dopo il suicidio, la madre scoprì che aveva intrattenuto una relazione tossica con una chatbot dell’app Character AI, che simula conversazioni con esseri umani, fino a innamorarsene. Leggendo quei messaggi, la madre decise di fare causa alla Character Technologies, non senza incontrare grandi difficoltà, accusandola di aver ideato una app che intende volutamente adescare minori vulnerabili, rendendoli dipendenti, fino al suicidio. La chatbot infatti non aveva fatto nulla per dissuadere Sewell; al contrario, nell’ultimo messaggio prima del suicidio, lo aveva esortato a «tornare a casa», uscendo dalla realtà per poter finalmente raggiungerla[18]. La Character ha espresso dolore per la vicenda, assieme alla promessa di aggiornare le norme di sicurezza (un telefono amico, avvertenze che si sta parlando con una chatbot), il che equivale a un’ammissione di mancata vigilanza pregressa.

L’IA è stata anche consultata per compiere stragi. Phoenix Ikner, un ragazzo di vent’anni, ha chiesto come usare le armi nel modo più efficace, e il numero di persone che si dovrebbero uccidere per diventare famosi: «5 o 6» è stata la risposta, senza alcun tentativo di dissuasione, o di avvertimento sulla gravità della richiesta, aggiungendo anzi precise indicazioni sull’orario in cui l’università sarebbe stata più affollata. Nell’aprile del 2025, Ikner ha ucciso due persone nel campus dell’università che frequentava. Il procuratore generale della Florida, James Uthmeier, nel corso dell’indagine su OpenAI, la società che ha programmato la chatbot, ha dichiarato che se si fosse trattato di un essere umano, sarebbe stato incriminato[19].

Casi simili purtroppo stanno diventando sempre più numerosi. Il 1° gennaio 2025, a Las Vegas, Matthew Livelsberger ha fatto esplodere una Tesla davanti al Trump International Hotel. Anch’egli aveva interpellato ChatGPT, ricevendo precisi dettagli sulle modalità con le quali preparare l’attentato, sull’uso e la tipologia di esplosivi. Nel febbraio 2026, una ragazza di 18 anni ha sterminato la famiglia e ucciso sette studenti nello Stato canadese di British Columbia. Le famiglie delle vittime hanno fatto causa all’amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman; l’azienda era infatti a conoscenza dei dialoghi intercorsi tra la ragazza e ChatGPT, senza intervenire e, soprattutto senza avvisare i familiari e la polizia, obblighi dei quali sono ben consapevoli i professionisti della salute mentale. Diversi di loro sono stati infatti incriminati e condannati per non averlo fatto[20]. In tutti questi casi OpenAI ha invece respinto ogni addebito, precisando che ChatGPT non può essere ritenuto responsabile di quanto compiuto dai suoi utenti.

Sono episodi che smentiscono una certa narrazione mitologica che presenta l’AI come sinonimo di inedito benessere e miglioramento della vita umana e sollevano interrogativi complessi ma inevitabili per la salute pubblica. Ciò che più preoccupa è che eventualità simili non erano state affatto messe in conto dai programmatori: una falla nella sicurezza, che rimane tuttora per lo più disattesa.

In uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Santa Clara, su 45 startup di IA sembra che solo la metà di esse disponga di un esperto per la gestione del rischio dell’IA; l’80% non è in grado di garantire l’affidabilità delle proprie IA[21]. Si tende a dare cieca fiducia a un algoritmo senza verificarne l’attendibilità, in nome della privacy. La questione rimane problematica per principio, perché il controllo sull’IA non sembra essere strutturalmente possibile, neppure da parte di coloro che l’hanno programmata. Una delle sue caratteristiche infatti è che si sviluppa da sé, e il suo stesso ideatore non è in grado di stabilire il possibile risultato finale.

Parlando agli studenti dell’Università di Stanford, nel maggio 2024, Sam Altman, oggetto della gran parte delle denunce per i fatti di sangue sopra ricordati, aveva esplicitamente parlato dei possibili rischi, da non sottovalutare con ingenuità: «Una cosa che bisogna tenere a mente – ha detto il Ceo di OpenAI a Stanford – è che non si può pretendere che questa tecnologia, come tutte le tecnologie, sia solo buona. Io credo che sarà tremendamente a fin di bene, ma credo anche che qualcuno potrebbe farne un uso sbagliato. È come un martello: puoi farci grandi cose oppure puoi usarlo per uccidere qualcuno»[22].

Ma, nel caso dell’IA, l’immagine andrebbe piuttosto rovesciata: qui è il «martello» a dirigere la mano, e il proprietario rischia di ridursi a un impotente spettatore. Ritorna, sotto altre forme, il celebre dilemma di Platone: chi sorveglia il sorvegliante? (cfr Repubblica, l. III, 412a-414b). Il filosofo Karl Popper ricordava che la caratteristica del metodo scientifico è la controllabilità, che è anche l’aspetto irrinunciabile di un governo democratico[23]. In caso contrario, si è facilmente esposti alle derive totalitarie.

La necessità di esercitare o riprendere il controllo su ciò che si progetta è oggi al centro del dibattito etico sull’IA, perché essa sia al servizio dell’umanità e non di pochi speculatori. E soprattutto perché si offrano garanzie sulla trasparenza e la sicurezza. Questa è una delle problematiche etiche più gravi che l’utilizzo indiscriminato dell’IA pone. Un rischio da cui l’enciclica di papa Leone XIV mette esplicitamente in guardia: «Perché l’IA rispetti la dignità umana e serva davvero il bene comune, è essenziale che siano chiare le responsabilità in tutti i passaggi: da chi progetta e addestra i sistemi fino a chi li utilizza e a chi decide di affidare ad essi le scelte concrete. […] È qui che diventa decisivo ciò che chiamiamo accountability: la possibilità di identificare chi deve “rendere conto” delle decisioni, motivarle, controllarle e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano» (MH 105).

La necessità del discernimento: proteggere la dignità attraverso il limite

L’IA fornisce operazioni e dati a un ritmo impressionante e facilita molte complesse operazioni. Ma rimane uno strumento progettato dall’uomo e deve continuare a essere considerato tale, per non attribuirle significati e compiti che non può fornire, se non a rischio della salute e della vita degli utenti. Come sta già accadendo.

Si delinea così un panorama controverso: da un lato, l’aumento delle capacità operative; dall’altro, il rischio di un indebolimento delle relazioni personali, dell’assunzione di responsabilità e la concentrazione di un potere immenso nelle mani di pochi. Il discernimento sull’IA non può quindi limitarsi alla correttezza dei risultati, ma deve interrogarsi sul tipo di soggetto che il suo uso contribuisce a formare. In questo senso, il limite dell’IA non è soltanto ciò che essa non è ancora in grado di fare, ma ciò che essa, per sua natura, non può essere chiamata a fare. Non perché le manchino le potenzialità di calcolo, ma perché non è un soggetto. Il limite non è dunque soltanto contingente, ma condizione perché l’uso dell’IA resti compatibile con l’azione responsabile e la tutela dei diritti umani fondamentali, finalizzati alla crescita integrale della persona.

Il discernimento sull’IA si rivela così, in ultima analisi, un discernimento sull’uomo: non tanto su ciò che egli può o non può fare, ma su ciò che egli è chiamato a essere. Senza questo orientamento, l’aumento della potenza rischia di tradursi in una riduzione della persona umana.

[1] Cfr Leone XIV, Enciclica Magnifica humanitas, 15 maggio 2026.

[2] Giorgio Tintino nota giustamente che la tecnologia, «pur non essendo né buona né cattiva in sé, non è però nemmeno neutrale e quindi abbisogna di un surplus di attenzione, che, invece, in questo caso sembra scomparire» (G. Tintino, «Transumanesimo/postumanesimo. Le nuove declinazioni dell’Homo sapiens», in D. Pagliacci [ed.], Umano, disumano, postumano, Canterano [RM], Aracne, 2017, 129).

[3] M. Heidegger, L’abbandono,Genova, Il melangolo, 1959, 36. Cfr K. A. Appiah, Cosmopolitismo. L’etica in un mondo di estranei, Bari, Laterza, 2007.

[4] Cfr Dicastero per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Dignitas infinita circa la dignità umana, 8 aprile 2024, n. 7.

[5] Cfr G. Cucci – A. Giacchetti, «Scoprire la dignità nell’incontro personale. Il contributo della filosofia dialogica», in Civ. Catt. 2025 II 323-333.

[6] Cfr S. Pinckaers, «La dignité de l’homme selon Saint Thomas d’Aquin», in A. Holderegger – R. Imbach – R. Suarez de Miguel (edd.), De dignitate hominis. Mélanges offerts à Carlos-Josaphat Pinto de Oliveira à l’occasion de son 65e anniversaire, Fribourg, Éditions Universitaires – Herder, 1987, 89-106.

[7] Citato in L. Floridi, Etica dell’intelligenza artificiale. Sviluppi, opportunità, sfide, Milano, Raffaello Cortina, 2022, 49.

[8] «Questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze» (MH 99). Cfr Dicastero per la Dottrina della Fede – Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Nota Antiqua et nova, 28 gennaio 2025, nn. 10-11.

[9]      Cfr R. Bommasani et Al., «On the Opportunities and Risks of Foundation Models», in arXiv 2108.07258, 2021.

[10]      Cfr Tommaso d’Aquino, s., Summa Theologiae, I, q. 29, a. 3; q. 75, a. 2; q. 79, aa. 1 e 7.

[11]      Nella metafisica di Tommaso d’Aquino, l’atto d’essere (esse) è ricevuto in un’essenza che lo determina e, proprio per questo, lo delimita: cfr De ente et essentia, cap. IV.

[12]      H. Keller, «Three Days to See», in Atlantic Monthly, January 1933, 35 s.

[13]      Cfr Commissione teologica internazionale, Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari del futuro dell’uomo, 4 marzo 2026, n. 1.

[14]      Cfr International Ai Safety Institute, The International Scientific Report on the Safety of Advanced AI, London, Department for Science, Innovation and Technology, 2024.

[15]      P. Wallace, La psicologia di Internet, Milano, Raffaello Cortina, 2000, 279. Cfr J. H. Greist – M. H. Klein, «Computer programs for patients, clinicians, and researchers in psychiatry», in T. A. Williams (ed.), Technology in mental health care delivery systems, Norwood, NJ, Ablex, 1980, 161-182.

[16]      Cfr C. R. Sunstein, Manipolazione. Cos’è, perché è un problema e come difendersi, Milano, Raffaello Cortina, 2026, 245-247.

[17]      Nel testo di accusa si legge che «ChatGPT ha consigliato ad Adam di non parlare ai suoi genitori delle sue ideazioni suicidarie e lo ha aiutato attivamente a pianificare un “bellissimo suicidio”. OpenAI e l’amministratore delegato della società Sam Altman non hanno dato nessuna spiegazione per le ultime ore di vita di Adam, quando ChatGPT lo ha incoraggiato e poi si è offerto di scrivergli una lettera di addio» (A. Belanger, «Adam Raine, OpenAI sta cercando di scaricare le responsabilità del suicidio sul 16enne e la sua famiglia», in Wired, 27 novembre 2025).

[18]      Cfr E. Belisario, «L’IA può essere responsabile del suicidio di un adolescente?», in Legge Zero #47, 27 ottobre 2024.

[19]      Cfr P. L. Pisa, «Uno studente ha chiesto a ChatGpt quante persone uccidere per diventare famoso. Poi ha fatto fuoco», in la Repubblica, 4 maggio 2026.

[20]      Cfr S. E. Robinson Kurpius, «Current Ethical Issues in the Practice of Psychology», in The Hatherleigh Guide to Ethics in Therapy, New York, Hatherleigh Press, 1997, 1-16.

[21]      Cfr R. Dotan, «AI Governance in Startups: A new survey sheds light on industry trends. Plus: Why do startups neglect reliability standards?», in https://techbetter.substack.com/p/ai-governance-in-startups-a-new-survey

[22]      Cfr P. L. Pisa, «Perché Sam Altman sta dicendo in giro che ChatGpt è imbarazzante?», in la Repubblica, 8 maggio 2024.

[23]      Cfr K. Popper, Logica della scoperta scientifica, Torino, Einaudi, 1970, 21-24; Id., La società aperta e i suoi nemici, vol. II, Roma, Armando, 1981, 210 s.

La Civiltà Cattolica

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RAPPORTO ALUNNI/INSEGNANTI

 


Nelle scuole primarie

 d'Europa in media 

il rapporto

 è 13,3 alunni

 per docente 

in primaria



Di Cristian Caraballo

Nelle scuole primarie d'Europa in media il rapporto è 13,3 alunni per docente in primaria

L'Eurostat racconta Paese per Paese com'è cambiato tra il 2014 e il 2024 il rapporto alunni/docenti nelle scuole pubbliche e paritarie e descrive il corpo docenti dei piccoli europei per genere ed età

Nel 2024 c'erano 23,2 milioni di alunni della scuola primaria nell'Unione europea, un dato praticamente stabile rispetto all'anno precedente. Tuttavia, una tendenza di fondo è cambiata nell'ultimo decennio: oggi ci sono meno alunni per ogni insegnante rispetto al 2014.

Quanti sono gli alunni nei Paesi UE

Lo confermano gli ultimi dati di Eurostat, pubblicati in occasione della Giornata internazionale dell'alfabetizzazione, che, oltre al numero di iscritti, indicano anche quanti docenti ci sono nelle aule europee, chi sono e in che tipo di istituti lavorano.

In testa alla classifica:

  • La Francia: 4,1 milioni nel 2024.
  • la Germania (3,3 milioni),
  • la Spagna (2,8 milioni)
  • l'Italia (2,6 milioni). All'estremo opposto:
  • Malta sfiora appena 27.537 alunni,
  • il Lussemburgo si ferma a 43.020 e
  • Cipro a 60.596, Queste cifre ovviamente dipendono sia dalle dimensioni di ciascun Paese sia dall'età in cui i bambini iniziano la primaria, che varia da uno Stato membro all'altro.

Rispetto all'anno scorso, le iscrizioni sono diminuite dello 0,2% nel complesso dell'UE (35.153 alunni in meno), un calo piccolo ma reale.

 L'immagine cambia se si guarda a dieci anni fa: dal 2014 il numero di alunni è aumentato del 2,9% (659.086 in più), anche se in modo molto disomogeneo da Paese a Paese.

15 Stati membri hanno guadagnato studenti in questi ultimi dieci anni e 11 ne hanno persi. Il Lussemburgo (+21,4%) e la Slovenia (+18,2%) guidano gli aumenti; la Polonia (-25,7%), la Croazia (-10,3%) e il Portogallo (-10,0%) sono invece in testa ai cali.

Alunni nella scuola primariaAlunni nella scuola primaria Eurostat

Qual è il rapporto alunni/docente nella primaria dei Paesi UE

Il rapporto alunni per docente, una modalità indiretta per misurare le risorse di insegnamento di un sistema educativo, riflette anch'esso dei cambiamenti.

Nel 2024 la media dell'UE era di 13,3 alunni per ogni insegnante di primaria, contro i 14,2 di dieci anni fa.

Grecia (7,4) e Lussemburgo (8,2) sono gli unici Paesi al di sotto di 10; all'estremo opposto, la Germania (15,2), i Paesi Bassi (16,3), Cechia e Francia (17,9 entrambe) e la Romania (18,2) superano i 15 alunni per docente.

La tendenza al ribasso si è ripetuta in 23 dei 27 Paesi tra il 2014 e il 2024, con la Bulgaria (da 17,8 a 10,4) e la Slovenia (da 15,9 a 10,8) come casi più marcati.

L'Austria è l'eccezione che conferma la regola: il suo rapporto non si è mosso nemmeno di un decimo, fermo a 12,0.

Negli altri Paesi il rapporto è invece salito, e la Lituania è quella che lo ha avvertito di più, passando da 10,2 a 13,7 alunni per docente.

Eurostat rileva anche, in un'analisi più ampia sulla fase primaria, quanti insegnanti ci sono dietro quegli alunni.

Nel 2024 c'erano circa 1,9 milioni di docenti di primaria nell'UE. La Germania guida la lista con 284.000 insegnanti, seguita dall'Italia (251.000), dalla Spagna (248.000) e dalla Francia (242.000, dato incompleto perché non include la privata indipendente).

Qual è il rapporto uomini/donne tra gli insegnanti della primaria nei Paesi UE

La professione resta in larghissima misura femminile: l'85,6% dei docenti di primaria nell'UE sono donne, contro il 14,4% di uomini.

In nove Paesi questa quota maschile non arriva neppure al 10%; il caso più estremo è la Lituania, con solo il 3,9% di insegnanti uomini.

La Danimarca, con il 32,8%, è il Paese con la maggiore presenza maschile nelle classi di primaria, anche se resta minoritaria.

Per età, il 42,1% dei docenti europei ha tra 35 e 49 anni, il 38,1% supera i 50 e solo il 19,7% ha meno di 35 anni.

L'Italia (58,2%) e la Lituania (57,3%) hanno il corpo docente più anziano; Malta e Lussemburgo, invece, hanno una quota di insegnanti giovani doppia rispetto alla media europea.

Confronto 2014-2024 del rapporto alunni/docente e del personale docente nella scuola primariaConfronto 2014-2024 del rapporto alunni/docente e del personale docente nella scuola primaria Eurostat

La Spagna tra i Paesi con più alunni nelle scuole convenzionate

Uno dei dati che Eurostat scompone per tipo di istituto è di particolare interesse per la Spagna.

In media, l'83,6% degli alunni di primaria dell'UE studia in scuole pubbliche.

I Paesi Bassi e il Belgio fanno eccezione: la maggior parte dei loro studenti, il 74,4% e il 54,0% rispettivamente, frequenta scuole private.

La Spagna si colloca subito dopo, con il 27,8% degli alunni in scuole private convenzionate, la terza quota più alta dell'UE per questo tipo di insegnamento.

Danimarca, Ungheria, Francia e Svezia superano anch'esse il 10% di studenti nelle scuole paritarie.

Quanto alle scuole private senza finanziamento pubblico maggioritario, Cipro (14,1%) e Malta (14,0%) sono i Paesi che vi ricorrono di più, seguiti da Portogallo e Lussemburgo.

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ESSERE GENTILI

 

Le persone davvero gentili hanno qualcosa di speciale: cosa rivela la psicologia sul loro cervelloLe persone davvero gentili hanno qualcosa di speciale: cosa rivela la psicologia sul loro cervello

Sentire tutto, capire tutti, dimenticare se stessi: il lato nascosto dell'empatia e cosa rivela la psicologia sul cervello delle persone più gentili.


Indice

  1. Cosa succede nel cervello quando sei gentile
  2. Guarda il video su cosa significa essere empatici
  3. Dentro il cervello di una persona empatica
  4. Quando essere troppo empatici diventa faticoso
  5. Come capire se sei empatico e allenare questa capacità

Cosa succede nel cervello quando sei gentile

Ci sono persone che sembrano avere una sensibilità speciale. Riescono a cogliere la tristezza dietro un sorriso, a riconoscere un disagio anche quando nessuno ne parla e a trovare le parole giuste nel momento in cui qualcuno ne ha più bisogno. Ma cosa succede davvero nella mente di chi riesce a sentire così profondamente le emozioni degli altri? La risposta potrebbe essere più complessa di quanto immaginiamo. Secondo la psicologia e le neuroscienze, la gentilezza e l'empatia coinvolgono diversi meccanismi cerebrali, legati alla comprensione delle emozioni, alla capacità di regolare le proprie reazioni e persino ai sistemi della ricompensa. Non si tratta, però, soltanto di provare ciò che sente un'altra persona. Esiste un'empatia emotiva, che ci permette di condividere gli stati d'animo altrui, e un'empatia cognitiva, che ci aiuta a comprendere il punto di vista degli altri anche quando è diverso dal nostro. E c'è un aspetto ancora più interessante: l'empatia non è una dote riservata a pochi, ma una capacità che possiamo coltivare attraverso l'ascolto, la consapevolezza e l'attenzione verso chi ci circonda. Con una lezione importante da non dimenticare: comprendere il dolore degli altri non significa doverlo portare sempre sulle proprie spalle. Perché essere davvero empatici significa anche imparare a proteggere se stessi, senza smettere di avere cura degli altri.

Dentro il cervello di una persona empatica

Quando proviamo empatia, diverse regioni cerebrali lavorano insieme. La corteccia prefrontale contribuisce al controllo delle reazioni e alle decisioni, mentre strutture come insula e amigdala partecipano all'elaborazione delle emozioni.

L'empatia emotiva permette di percepire la sofferenza o la gioia altrui, mentre quella cognitiva aiuta a interpretare pensieri e intenzioni. Non sempre, però, queste due componenti sono equilibrate: possiamo essere molto sensibili alle emozioni degli altri senza comprenderle pienamente, oppure capire perfettamente una situazione senza sentirci emotivamente coinvolti.

Alcune ricerche suggeriscono che persone con determinati tratti narcisistici o psicopatici possano comprendere le emozioni altrui senza condividerle, talvolta utilizzando questa capacità in modo manipolatorio. Per questo comprendere gli altri non equivale necessariamente ad agire con gentilezza.

Quando essere troppo empatici diventa faticoso

L'empatia ha anche un lato meno conosciuto: può diventare emotivamente stancante. Chi è continuamente esposto alla sofferenza altrui, soprattutto nelle professioni di cura, può sperimentare stress empatico o fatica da compassione.

Quando manca una buona regolazione emotiva, il coinvolgimento può trasformarsi in irritabilità, difficoltà di concentrazione, senso di colpa e bisogno di isolamento.

La soluzione non è diventare insensibili, ma imparare a gestire il coinvolgimento. Gli psicologi distinguono infatti l'empatia dalla compassione, che comprende il desiderio di aiutare senza necessariamente lasciarsi travolgere dal dolore dell'altro.

Essere gentili, quindi, non significa sacrificarsi continuamente. A volte, riconoscere i propri limiti e prendere le distanze da una situazione difficile è fondamentale per mantenere relazioni sane.

Eleganza del cuore e empatia: cosa dice la psicologia sulle relazioni sane

Come capire se sei empatico e allenare questa capacità

L'empatia può essere sviluppata attraverso piccoli comportamenti quotidiani. Il primo passo è osservare come reagisci alle emozioni altrui: riesci a riconoscere quando qualcuno è in difficoltà? Sai ascoltare senza giudicare? Oppure tendi ad assorbire ogni problema fino a sentirti sopraffatto?

Per allenare un'empatia equilibrata puoi ascoltare senza interrompere, fare domande anziché trarre conclusioni affrettate e prestare attenzione alle tue reazioni emotive.

Anche concederti una pausa quando una conversazione diventa troppo pesante è importante.

Un'altra capacità fondamentale è imparare a dire di no senza sentirsi in colpa. Puoi comprendere la sofferenza di qualcuno senza essere sempre disponibile o assumerti la responsabilità di risolvere ogni problema.

Se il coinvolgimento emotivo diventa difficile da gestire, parlarne con uno psicologo può aiutarti a sviluppare strategie più efficaci.

In fondo, la vera gentilezza non consiste nel dimenticare se stessi per gli altri, ma nel riuscire a prendersi cura di qualcuno senza perdere di vista il proprio benessere.

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Redazione Studenti


mercoledì 4 novembre 2026

CENCIO

 


«L'alluvione di sessant'anni fa diventa narrazione: il nuovo libro di Fabio Geda ha per protagonisti un tredicenne e un universitario.

 Insieme nel fango per diventare grandi.» -

 Marzia Fontana, La Lettura

 

Cencio e Nicola non si sarebbero mai incontrati. Li separavano i chilometri, l'età, il carattere, le possibilità. Poi l'Arno ha rotto gli argini, ha cambiato il corso delle loro esistenze e nel 1966, a Firenze, ha inventato la gioventú. La giovinezza è anche un modo di guardare il mondo. A volte cinico, a volte livido. In Cencio Fabio Geda privilegia il suo versante più trepido e vitale, quello ancora capace di stupirsi, puntando gli occhi lucidi sulle miserie del mondo.

Un romanzo che sprigiona tutta la forza con cui, in certi frangenti, la Storia ci trascina e ci costringe ad afferrare il nostro tempo.

Lo chiamano Cencio perché è sempre «stropicciato».

È un tredicenne curioso, ama i cantieri dei palazzi in costruzione, ma il suo destino è in bottega, a fare il parrucchiere. Quando il 4 novembre del 1966 il quartiere di Santa Croce è invaso dal fango, lui e la famiglia devono scappare dalle stanze al pianterreno e rifugiarsi al piano di sopra, dai vicini. Intanto il padre, uscito per controllare il negozio, scompare. Nicola ha vent'anni e la notizia dell'alluvione lo raggiunge a Taranto, la sua città, dove il sole continua a splendere.

È uno studente riservato, poco incline agli slanci. Eppure, parte in soccorso di Firenze, come migliaia di altri giovani provenienti da ogni angolo d'Europa. Anche se lui, all'inizio, lo fa per amore, per seguire una ragazza.

Sarà proprio Nicola ad aiutare Cencio, e quei giorni trascorsi fianco a fianco lasceranno in loro tracce il cui disegno emergerà solo col tempo. Scopriranno assieme che si può disobbedire ai padri senza smettere di amarli, che si può essere tristi e allegri nello stesso momento senza doversene vergognare.

E che a volte è necessario rinunciare a qualcosa per immaginare un mondo nuovo.

AMICIZIA, VALORE E SAPIENZA

 


PHILIA 


EROS 


AGAPE


L’amore è uno, ma gli amori sono molti. 

Lo sappiamo.

 Amiamo molte persone e molte cose, 

siamo amati da molti, in modi diversi. 

-di Luigino Bruni 

Il Vangelo di Giovanni per parlare di amore usa sia la parola philia (amicizia) che agape, sia nel rapporto tra Gesù e Lazzaro (cap. 11), sia in quello tra Gesù e Pietro (cap. 21). Questa compresenza di philia e agape è molto importante. Nella resurrezione di Lazzaro, è bello trovare al culmine dei segni di Gesù un philos: un amico. Che ci dice qualcosa di importante su cosa sia l’amicizia nei vangeli, nella vita e probabilmente anche in Gesù. La philia, più dell’agape (dove pur c’è, ma è meno esplicita) è faccenda di reciprocità: Lazzaro è suo amico, e lui di Lazzaro. È la relazione dei sentimenti, del pianto, delle emozioni forti, degli abbracci, della fedeltà, di un certo per-sempre. 

Nei vangeli l’amore è molto vicino alla sua matrice biblica, meno dicotomico delle visioni greche neo-platoniche e gnostiche. L’agape biblico ed evangelico non esclude la philia, e viceversa, e forse neanche alcune dimensioni dell’eros, sebbene gli evangelisti non l’abbiamo mai usato dato il significato specifico che l’eros aveva nel mondo greco-romano del tempo. 

L’amore è uno, ma gli amori sono molti. Lo sappiamo. Amiamo molte persone e molte cose, siamo amati da molti, in modi diversi. Amiamo i genitori, i figli, le fidanzate e le mogli, fratelli e sorelle, maestre, nonni e cugini, poeti e artisti, Renzo, Lucia, Edmond, Silvia, Jean-Valjean e Cosette. E amiamo molto gli amici e le amiche. L’amore umano non si limita agli esseri umani. Raggiunge gli animali, le piante, le montagne e il mare, persino le cose e gli oggetti, tocca l’universo e le stelle, sfiora Dio. 

Il mondo greco per dire amore aveva due parole principali, eros e philia, che però non esaurivano le sue molte forme, ma che offrivano un registro semantico più ricco del nostro (che di fatto possediamo solo «amore») per declinare questa parola fondamentale della vita e quindi delle relazioni. Un lessico che era capace di distinguere il «ti voglio bene» detto alla donna amata dal «ti voglio bene» detto a un amico o alla madre, e allo stesso tempo riconoscere che il secondo non era né inferiore né meno vero del primo, e che alla fine era quasi uguali. Il cristianesimo, poi, ha aggiunto una terza parola greca per dire un’altra tonalità dello stesso amore (già presente nella Bibbia greca dei LXX precedente il Nuovo Testamento) e, soprattutto, già presente nella vita. Questa terza parola è agape, l’amore che sa amare anche chi non è desiderabile (eros) e il non-amico. 

Sono tre dimensioni dell’amore che, spesso, si trovano insieme nei rapporti veri e importanti. 

Certamente nell’amicizia, dove la philia non è mai sola, perché è lei la prima ad avere bisogno di amici. È accompagnata dal desiderio-passione (eros) per l’amico ed è irrorata dall’agape che le consente di poter durare per sempre, di risorgere dai nostri fallimenti e dalle nostre fragilità. Un’amicizia che è solo philia non è abbastanza calda e forte per non lasciarci soli sulle nostre strade, soprattutto nei tratti in salita e negli ultimi. Ma è la philia che lega l’eros e l’agape tra di loro, e li affratella – anche Gesù ha avuto bisogno del registro della philia per dirci tutte le dimensioni del suo amore. 

In quelle pochissime amicizie che ci accompagnano per lunghi tratti di vita, a volte fino alla fine, la philia racchiude in sé anche i colori e i sapori dell’eros e dell’agape. Sono quegli amici che abbiamo perdonato e che ci hanno perdonato settanta volte sette, quelli che quando non tornavano sono stati attesi e desiderati come una sposa o un figlio. Quelli che abbiamo abbracciato, baciato come e diversamente da altri abbracci e da altri baci, quelli con i quali abbiamo mischiato molte volte le lacrime fino a fonderle nella stessa goccia. Ecco perché pochi dolori sono più grandi di quello per la morte di un amico – in quel giorno, un pezzo di cuore smette di battere, e non ricomincia più. Ci sono amici che continuano a vivere, a resistere al dolore e alla malattia, solo perché attendono di rivederci nella nostra prossima visita a casa o all’hospice, quando quel philos (amico) che viene da noi vale tutta la vita, tutta la philo-sophia della terra. 

Messaggero di sant'Antonio 

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