lunedì 12 ottobre 2026

EDUCAZIONE AMBIENTALE

 

Educazione ambientale: 

perché la sostenibilità si impara a scuola


Come si formano cittadini capaci di affrontare 
la crisi climatica 
e guidare la transizione ecologica? 

Le ricerche internazionali indicano nella scuola 
uno dei luoghi decisivi 
per sviluppare conoscenze, competenze e responsabilità verso il futuro.

Che cosa serve davvero perché i giovani non si limitino a conoscere i problemi ambientali, ma imparino ad affrontarli? Di fronte alla crisi climatica, alla perdita di biodiversità e alla crescente pressione sulle risorse naturali, l’educazione ambientale è oggi considerata a livello internazionale una leva strategica per promuovere comportamenti sostenibili e formare cittadini consapevoli, capaci di comprendere la complessità del presente e partecipare attivamente alla costruzione del futuro.

Dalla sensibilizzazione all’azione

Negli ultimi decenni l’educazione ambientale ha ampliato progressivamente il proprio campo di intervento. Se in passato era prevalentemente orientata alla trasmissione di conoscenze sui fenomeni naturali e sull’inquinamento, oggi viene interpretata come un processo educativo più ampio, finalizzato a sviluppare la capacità di comprendere la complessità delle questioni ambientali e di agire in modo responsabile.

Le principali organizzazioni internazionali, dall’UNESCO all’OCSE, sottolineano come le sfide ambientali richiedano non soltanto informazioni scientifiche, ma anche competenze trasversali quali:

  • pensiero sistemico
  • capacità di valutare criticamente le informazioni
  • collaborazione
  • assunzione di responsabilità individuale e collettiva.

L’obiettivo non è soltanto conoscere i problemi ambientali, ma anche acquisire gli strumenti per partecipare attivamente alla loro soluzione.

Una sfida educativa per il XXI secolo

L’educazione ambientale è quindi molto più di un ambito specialistico dell’istruzione. Costituisce una dimensione essenziale della formazione dei cittadini in una società chiamata a confrontarsi con trasformazioni ambientali, economiche e sociali senza precedenti. Per questo è necessario sviluppare una nuova cultura della sostenibilità, capace di orientare comportamenti individuali e scelte collettive.

Contribuire alla costruzione di futuri sostenibili significa preparare le nuove generazioni a comprendere i cambiamenti e la loro dinamicità, fornendo strumenti cognitivi, relazionali ed etici adeguati ad affrontare l’incertezza. In questo senso, la sostenibilità non è soltanto un contenuto da insegnare, ma una prospettiva educativa che attraversa l’intero percorso scolastico.

Cosa ci dicono gli studi più recenti

Di fronte a una questione che attraversa confini geografici e settori della vita sociale, la ricerca internazionale sottolinea che la sola acquisizione di conoscenze ambientali non è sufficiente a modificare i comportamenti. Numerosi studi mostrano infatti che il passaggio dalla consapevolezza all’azione dipende da più fattori, tra cui:

  • senso di efficacia personale
  • esperienza diretta
  • possibilità di sperimentare forme di partecipazione concreta.

Emerge inoltre il ruolo centrale delle green competences, un insieme di conoscenze, abilità, valori e atteggiamenti che permettono alle persone di comprendere come i sistemi naturali, economici e sociali siano tra loro interdipendenti e di contribuire alla transizione ecologica.

In questa prospettiva si collocano sia GreenComp, il quadro europeo delle competenze per la sostenibilità pubblicato dalla Commissione europea, sia altri documenti internazionali che identificano aree di competenza come la valorizzazione della sostenibilità, il pensiero critico, la visione del futuro e l’azione trasformativa. La sostenibilità viene così considerata una competenza da esercitare nella vita quotidiana e nelle scelte personali, sociali e professionali.

Il ruolo strategico della scuola

Nello sviluppo della cultura della sostenibilità la scuola occupa indubbiamente una posizione privilegiata. È infatti uno dei pochi contesti in cui tutti i giovani possono entrare in contatto con saperi scientificamente fondati e sperimentare forme di cittadinanza attiva.

L’educazione ambientale non può però essere circoscritta a una disciplina specifica né limitata a iniziative occasionali. Gli studi, del resto, parlano chiaro: per essere efficaci, le questioni ambientali non vanno isolate. Devono invece dialogare con le scienze, la tecnologia, l’economia, la storia e la geografia, coinvolgendo anche la dimensione etica e civica.

In questa prospettiva, i temi della sostenibilità diventano occasione per sviluppare competenze trasversali, favorendo la capacità di leggere fenomeni complessi, individuare connessioni e valutare le conseguenze delle proprie azioni.

Imparare attraverso l’esperienza

Uno degli aspetti maggiormente valorizzati dalla letteratura scientifica riguarda l’apprendimento esperienziale. Attività di osservazione sul territorio, monitoraggi ambientali, progetti di cittadinanza scientifica, orti scolastici e percorsi di educazione alla sostenibilità permettono agli studenti di collegare le conoscenze teoriche a situazioni reali.

Le esperienze che coinvolgono direttamente gli studenti risultano particolarmente efficaci nello sviluppare senso di responsabilità e partecipazione. Quando i giovani percepiscono di poter incidere concretamente sul contesto in cui vivono, aumenta la probabilità che adottino comportamenti coerenti con gli obiettivi della sostenibilità.

Anche il rapporto con le comunità locali assume un’importanza crescente. La collaborazione tra scuole, enti territoriali, università, associazioni e imprese può trasformare l’educazione ambientale in un’esperienza autentica di apprendimento e di cittadinanza.

Conclusioni

L’educazione ambientale è oggi riconosciuta dalla ricerca internazionale come una componente essenziale della formazione dei cittadini. Le evidenze mostrano che preparare i giovani alle sfide della sostenibilità significa andare oltre la trasmissione di conoscenze e promuovere competenze critiche, partecipative e orientate all’azione.

Per la scuola, la sfida è tradurre questi obiettivi in esperienze di apprendimento integrate nei curricoli e nella vita scolastica. È qui che gli studenti possono sviluppare gli strumenti necessari per comprendere i problemi ambientali contemporanei e partecipare, come cittadini, alla costruzione di soluzioni sostenibili.

Approfondimenti

Invalsi

SE NON RIDI TI PERDI

 



Alessandro D’Avenia

 

Qualche giorno fa un’anziana signora che ha da poco perso il marito usciva triste dal parrucchiere, e un ragazzo sconosciuto, incrociandola, in modo gratuito e inatteso, le ha detto: «Come sta bene, signora!». Non poteva sapere che proprio quella frase gliela ripeteva il marito quando si faceva bella.  

L’episodio mi ha ricordato «Passing Humanity» (Umani di passaggio), un gioco inventato da Bernard De Koven, teorico della «giocosità» come stile di vita e ribellione al controllo, che ho ripreso a fare: per strada sorrido a chi incontro, magari con un saluto o un commento; se risponde, sorridendo o altro, assegno un punteggio da 1 a 10 agli Umani, se resta indifferente o si infastidisce i punti vanno a Coloro che Trascurano l’Umanità.  

Il gioco dura un tragitto: in città perdo quasi sempre, in montagna stravinco. È più facile far punti con chi ha bambini, sorridendo prima a loro. A volte non c’è partita: gli occhi sono solo per il cellulare.  

Le reazioni negative mi ricordano la commedia latina in cui un tale, preoccupato per le fatiche del vicino, viene invitato a farsi gli affari propri. Lui allora risponde con la frase che ha scolpito il concetto di humanitas e che traduco così: «Sono umano, tutto ciò che accade agli altri lo sento mio».  

Le neuroscienze lo confermano: se vediamo un’emozione, la proviamo anche noi, come avviene con gli sbadigli. A chi vede un sorriso il cervello sorride, anche se non ricambia. E confesso che io vinco anche quando ai punti perdo: torno a casa col sorriso.

Ricreato.

Corriere della Sera

Immagine


 

 

domenica 11 ottobre 2026

STUPORE

Stupore-1 


Lo stupore è la consapevolezza del presente, 

esserci davvero in ogni cosa che ci è dato di vivere. 

È, semplicemente, vivere giorno per giorno a occhi aperti.

| di  Simone Olianti

Stupirsi è guardare il mondo e tutto ciò che ci circonda con occhi nuovi, riconoscendo l’essenza delle cose e riscoprendo la dignità di ogni gesto quotidiano. Le piccole abitudini di ogni giorno, la routine della vita, dalle cose più ovvie agli imprevisti inaspettati, assumono un sapore e un colore diverso. Senza stupore gli accadimenti quotidiani sarebbero piatti, sterili, noiosi. «Ci sono soltanto due modi di vivere – amava ripetere Albert Einstein –, uno è pensare che nulla sia un miracolo, l’altro è pensare che tutto sia un miracolo».

Stupirsi, come esercizio degli occhi e del cuore, per intuire le tracce dell’invisibile nella trama quotidiana della nostra vita e per imparare a scorgere il meraviglioso nell’ovvio, nel consueto, in ciò che ci è familiare e a cui non facciamo più caso. A partire dalle persone che abbiamo accanto e che diciamo di amare e che troppo spesso non vediamo più; le diamo per scontate. Così come diamo per scontato di avere la salute, finché qualcosa non si guasta e ci getta nello scompiglio. Chi si stupisce, al risveglio, di essere vivo? Chi esprime gratitudine perché il cervello e il fegato hanno fatto un lavoro fantastico durante il sonno, i polmoni hanno continuato a pompare ossigeno con regolare frequenza e il cuore non ha mai cessato il suo lavoro prezioso? È ovvio, ci diciamo; tutto questo è normale. Ecco, stupirsi è portare attenzione a ogni gesto in modo che ogni azione diventi imperitura, ogni parola necessaria, ogni sguardo come una carezza di Dio sulla pelle. 

Quanta vita ci perdiamo senza attenzione? La trama quotidiana della nostra esistenza è scandita da procedure sempre uguali: ci svegliamo e ci alziamo, talvolta con fatica, ci laviamo e facciamo colazione. Qualcuno prega e poi si mette in macchina o prende il tram per andare al lavoro. Poi ci dedichiamo ai nostri doveri professionali fino a sera. Quando andavamo a scuola, stavamo lì aspettando con ansia il suono della campanella. È tutto qui? Se tutte queste attività restano puramente esteriori, come se non fossimo davvero noi a viverle, avrebbe ragione Schopenhauer quando scriveva che la vita è un pendolo che oscilla tra la noia e il dolore con qualche breve parentesi di piaceri, peraltro fugaci. Ma se ogni istante donato è condito di attenzione e di stupore «all’improvviso il vuoto diventa pieno, il banale sacro e la routine viene aperta alle sorprese in cui irrompe nella mia quotidianità l’amore divino» (A. Grun, Stupore, Queriniana 2020).

La quotidianità diventa così un campo importante di esercizio spirituale. Lo stupore ci mette in contatto con la nostra natura più autentica, ci permette di sfiorare e gustare il senso profondo delle cose nella sua essenza. Lo stupore ci risveglia all’ebbrezza di sentirci vivi. Se vissuto in compagnia dell’attenzione, diventiamo totalmente presenti a quello che facciamo e ogni attività, ogni faticosa incombenza, le inevitabili scocciature che tinteggiano la trama convulsa della nostra vita si colorano di una luce sfolgorante: ci siamo. Qui e ora, mai altrove, non in un altro momento. Non è casuale che la filosofia occidentale nasca dalla consapevolezza della meraviglia: «Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa dalla meraviglia» (Aristotele, Metafisica, a cura di G.Reale, Bompiani, Milano 2004, A, 2, 982b). La filosofia nasce dallo stupore, misto a curiosità, di fronte a qualcosa di inspiegabile, che ci affascina e ci sovrasta. Lo stupore cambia lo sguardo su quello che ci circonda e ci apre al mistero della vita, ci consente di intuire ciò che è inafferrabile e di incominciare ogni giorno qualcosa di nuovo.

«Chi non si meraviglia di niente, non farà mai nulla di meraviglioso» (Lao Tse). Meravigliarsi è non dare nulla per scontato, neanche il fatto di respirare. Respirare è un miracolo: ne siamo più consapevoli da quando c’è stata la pandemia e molte persone hanno avuto problemi di respirazione. La vita non è sempre uguale a se stessa: siamo noi che non sappiamo riconoscere le sfumature, le differenze, la varietà che la rende ricca e gustosa. La meraviglia è stare semplicemente con la vita in questo preciso momento. Risvegliarsi è accorgersi che, per quanto talvolta faticosa o disperata, la nostra vita è meravigliosa. È perfetta così com’è. Non c’è da far altro che vivere semplicemente quello che accade: rimpiangere il passato o anticipare il futuro con la sfera di cristallo è solo uno spreco di istanti preziosi. I bambini lo sanno, i bambini lo vivono: si offrono alla vita senza pregiudizi né aspettative, completamente assorbiti in quello che stanno facendo. Chissà cosa intendeva veramente Gesù quando, alla domanda dei discepoli su chi fosse il più grande nel regno dei cieli, chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,3-4).

Per non sprecare la vita in rimpianti e lamentele bisogna esercitare la meraviglia. In fondo che cos’è lo stupore se non la consapevolezza del presente, esserci davvero in ogni cosa che ci è dato di vivere? Semplicemente vivere. Che avesse ragione il grande poeta e mistico sufi, Gialal al-Din Rumi, quando diceva che vale la pena vendere tutti i beni per comprare stupore e meraviglia?

Messaggero di Sant'Antonio

 

LA NORMALIZZAZIONE DELL’INACCETTABILE


 CONVIVERE 

CON 

IL MALE


Il vero pericolo di quest’epoca non è soltanto il male che produce, ma la disinvoltura con cui abbiamo imparato a conviverci.

La progressiva, silenziosa abolizione dello scandalo.

Abbiamo normalizzato l’arroganza, scambiandola per carattere. La prepotenza, chiamandola determinazione. La volgarità, spacciandola per sincerità. L’ignoranza, celebrandola come spontaneità. La tracotanza, confondendola con l’autorevolezza. Il turpiloquio, elevandolo a linguaggio comune.

Abbiamo normalizzato l’insulto come opinione, la menzogna come strategia, la propaganda come verità, la sopraffazione come successo. Il grido ha sostituito il ragionamento, lo slogan il pensiero, l’apparenza la sostanza, la notorietà il merito.

Abbiamo smesso di distinguere ciò che è lecito da ciò che è giusto, ciò che è popolare da ciò che è degno, ciò che è possibile da ciò che è umano. E intanto abbiamo svilito il pudore, deriso la gentilezza, mortificato la competenza, ridicolizzato la misura.

Abbiamo trasformato il rispetto in debolezza, l’educazione in ingenuità, la sensibilità in fragilità. Perfino la crudeltà è diventata intrattenimento. La sofferenza uno spettacolo.

La guerra una sequenza di immagini da scorrere con un dito, prima di passare a una pubblicità. Ma la normalizzazione non rende normale ciò che è aberrante. Lo rende soltanto familiare. È questa la più insidiosa delle sconfitte: non l’improvvisa scomparsa dei valori, ma la lenta anestesia della coscienza.

L’abitudine che corrode il giudizio. L’indifferenza che prende il posto dell’indignazione.

Una civiltà non decade soltanto quando smarrisce la bellezza, l’etica, il gusto, la cultura. Decade quando smette di sentirne la mancanza. Perché il contrario della barbarie non è il progresso tecnologico. È la coscienza.

E forse la domanda più terribile che dovremmo porci non è come siamo arrivati fin qui. È quanto ancora siamo disposti ad accettare, prima di non essere più capaci di riconoscere ciò che siamo diventati.       

 Lo stupido è chi lo stupido fa.

F.Gump



sabato 10 ottobre 2026

INVITO A NOZZE

 


Non roviniamo

 la festa del Signore


Riflessione di don Massimo Naro

sulla liturgia della Parola 

nella XXVIII domenica 

del tempo ordinario (anno A)

Is 25,6-10a; Sal 22/23; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

Nell’odierna pagina evangelica Gesù continua a rivolgersi ai capi dei sacerdoti e ai farisei, che erano a quell’epoca le persone maggiormente in vista a Gerusalemme. A quei notabili racconta un’altra parabola. E questa, ancora una volta, suona severa nei confronti di quegli uditori. Perché, raccontandogliela, il Maestro di Nazareth smaschera il loro fraintendimento riguardo alla vera natura del Regno di Dio.

Il quale si può immaginare come una festa, preparata con molto sforzo e con generoso sfarzo. Il re che governa quel Regno è, difatti, un padre, a cui sta a cuore – come a tutti i veri padri – la felicità del figlio, mirando a rendere il più gioioso possibile il giorno delle sue nozze. Nella festa del figlio, com’è normale consuetudine, vuole coinvolgere coloro che egli considera suoi amici, invitandoli alle nozze. Si tratta probabilmente dei dignitari della sua corte, dei suoi ministri, dei suoi più stretti collaboratori, dei suoi vassalli, oltre che dei parenti degli sposi. Tutti costoro, però, rifiutano a più riprese l’invito. Costringono il re a implorare la loro partecipazione, se non altro per non sprecare quel che era stato preparato per far festa, opponendogli sempre e comunque un rifiuto. Offendono, così, il re. E, per giunta, lo fanno indignare, allorché qualcuno di loro si spinge persino a malmenare e a uccidere i suoi ambasciatori: il re finirà per inviare le sue truppe a punire gli assassini e a distruggere le loro case.

Viene da chiedersi il motivo di tanta accanita pervicacia nel rifiutare un invito da cui quegli invitati ingrati si sarebbero dovuti invece sentire onorati. Cosa e chi stanno rifiutando? Cosa non stanno comprendendo? Cosa e chi non vogliono accettare? Quel loro rifiuto sembra opporsi al figlio del re non meno che al re stesso. Snobbano la festa preparata dal re per le nozze del figlio, mostrando di non considerare quel figlio degno di tanto impegno. E danno l’impressione di reputare l’impegno del padre come qualcosa che esprime una sdolcinata debolezza non consona alla figura di un re. Il re, che in quel frangente aveva desiderato essere semplicemente un padre, è costretto da quel loro rifiuto a velare – con la sua indignata reazione – il suo aspetto paterno e a rivelarsi tramite un intervento dispotico. È come se a condizionarne il comportamento, faraonico oppure paterno, sia la maniera di percepirlo da parte di quei suoi dignitari, sordi al suo invito. La loro incomprensione rifiuta l’indole familiare del Regno. Se il Regno è una famiglia che si raduna per festeggiare, allora essi presumono di poterne fare a meno. Non apprezzano di essere inclusi in quella famiglia come veri e propri familiari del re e del suo erede, del padre e del suo amatissimo figlio. Preferiscono rimanere sudditi, perché in tal modo possono restare sollevati dalle esigenze intrinseche a un vincolo di vera amicizia e di reale parentela. Possono, cioè, continuare a curare il loro tornaconto, svicolando di qua e di là, senza sentirsi obbligati a investire il loro tempo migliore e le loro più belle energie nella festa che quel padre ha organizzato per la felicità di suo figlio. Torna in mente l’atteggiamento scorbutico del figlio maggiore nella parabola lucana del figliol prodigo che viene riabbracciato festosamente dal padre di entrambi.

Quei dignitari, che impediscono al re di esercitare gioiosamente la sua paternità, risultano indegni dell’invito. Ma la festa non può e non deve fallire. Perciò l’invito viene rilanciato verso altri destinatari, buoni o cattivi che di per sé possano essere. Poiché è l’invito che conferisce effettiva dignità, non la presunta dignità a meritare l’invito: «Usciti per le strade, i servitori del re radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».

Il senso complessivo della parabola, sin qui, è determinato dal contesto in cui Gesù la racconta. Egli si presenta come il Figlio del Padre celeste, come l’erede del Regno, ma quei suoi interlocutori non lo accolgono come tale. E non lo accolgono proprio perché pensano che Dio non possa essere Padre, abituati come sono a concepirlo piuttosto nelle vesti di un padrone. Sono quei notabili giudei gli invitati indolenti e neghittosi della parabola, diffidenti e risentiti verso il Rabbi galileo. Essi, non riconoscendo in Gesù il Messia, rischiano di restar fuori dal Regno dei cieli e di escludersi dalla festa di Dio. Nella quale, di conseguenza, verranno coinvolti tanti altri al posto loro.

La festa di Dio, infatti, è aperta a tutti, nessuno escluso. Tuttavia non vi ci si può imbucare, come lascia intendere l’appendice aggiunta alla parabola: «Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». È un epilogo che sembra smentire la paternità del re. Del resto, come si può pretendere che chi viene invitato all’ultimo momento, senza aver il tempo di ben prepararsi, possa presentarsi a una festa col vestito adatto per l’occasione? E poi, perché tanto rigore? Basterebbe metterlo garbatamente alla porta, più che farlo incaprettare dai buttafuori.

Il fatto è che l’invito è anche un appello alla responsabilità. La qual cosa significa che si è abili a dare una risposta solo se si è abilitati a rispondere. Non è un gioco di parole. È l’invito a rendere chi lo riceve abile a rispondere, ossia a renderlo responsabile. E giacché la festa del Regno non è una festa qualunque, ma una festa di nozze, l’invito a parteciparvi è strettamente connesso al rapporto che si deve accettare di avere e di mantenere con colui per il quale la festa è organizzata. Cioè con il Figlio. Per coloro che sono invitati, ormai dopo che i confini del Regno si sono slargati oltre l’antico Israele, indossare la veste nuziale vuol dire avere a che fare col Figlio, impersonato da Cristo Gesù. Gli invitati alla sua festa di nozze sono resi partecipi della sua stessa parentela con il re, Padre suo. Devono pertanto somigliargli.

Riaffiora, a questo punto, il ricordo della veste bianca che, dopo il battesimo, viene consegnata a ogni cristiano con l’auspicio che non smetta di indossarla e la mantenga sempre pulita. Quella veste simboleggia la grazia di essere rivestito di Cristo stesso, come suggerisce Paolo nella sua lettera agli Efesini. E rievoca altresì l’impegno a rivestirsi continuamente di lui, uomo nuovo, lasciandosi alle spalle l’uomo vecchio (Ef 4,24). Come fece, per esempio, Francesco d’Assisi denudandosi davanti a Pietro di Bernardone e lasciandosi ricoprire dal mantello che gli porgeva il vescovo Guido. E come fanno sempre i santi, tutti, anche quelli ancora viventi in mezzo a noi, anche quelli della porta accanto, anche quelli che dobbiamo riconoscere incontrandoci gli uni con gli altri ai crocicchi delle nostre strade.

www.tuttavia.eu 

Immagine

venerdì 9 ottobre 2026

LA PAURA E LA VERITA'

 


La paura intimidisce e schiaccia l’essere umano, una pressione da cui il cristiano viene, però, liberato.


-di Rosanna Virgili 

 “I have no fear about neither of Trump administration nor speaking out loudly about the message of the Gospel” ha detto Papa Leone al microfono di Ignazio Ingrao – vaticanista della Rai – nella conferenza stampa in aereo del 13 aprile 2026, durante il volo per Algeri. “Non ho paura né dell’amministrazione Trump né di parlare apertamente del Vangelo”. E ha completato la risposta dicendo: “Non sono un politico. Non ho intenzione di fare un dibattito con lui. Il messaggio è sempre lo stesso: la pace. E lo dico per tutti i leader del mondo. Cerchiamo di finire questa guerra. Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo”. Chiara, semplice, purissima parola. E stupenda. Vorrei farmi voce di tutte le donne e gli uomini per dirgli “grazie”! Grazie perché ci annuncia il Vangelo col coraggio e la parresìa delle discepole e dei discepoli dell’inizio, dei primi costruttori della Chiesa. 

La paura intimidisce e schiaccia l’essere umano, una pressione da cui il cristiano viene, però, liberato. La Scrittura racconta questa evoluzione cominciando con l’adamo dell’Eden - la creatura umana – per finire con Gesù che è “il nuovo adamo”. E questa è la differenza tra i due: il primo è solo, ha tagliato i ponti con Dio e con la donna ed è in preda all’angoscia. Quando il Creatore lo cerca e gli domanda: “Adamo dove sei?” l’uomo risponde: “ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto” (Gen 3,10). Il nuovo adamo, invece, riveste la nudità della sua Incarnazione dello splendore della Resurrezione e quindi è totalmente liberato dalla paura. Un evento che diventa sacramento per tutti i cristiani che non sono più nudi ma “rivestiti di Cristo” (Gal 3,27), armati, cioè, dell’abbraccio del dis-armato. Un tutt’uno con Lui. Un bel problema per le amministrazioni dei prepotenti che fanno fede proprio sulla paura.

Senza la paura, infatti, nessuna minaccia funziona, non c’è comminazione di sanzione che possa condizionare. I cristiani non hanno paura perché non sono soli, come Adamo. Perché hanno un Alleato – il Signore – e vivono dentro un tappeto tessuto d’Amore che è la Chiesa. Non rinunciano all’anima per salvare la vita, non vendono la propria libertà per stare nei lacci dorati ed olezzanti dei potenti.“Che gioverà a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l'anima sua? O che darà l'uomo in cambio dell'anima sua?”. Così è scritto nel Vangelo (Mt 16,26). 

Una condizione davvero evangelica è dunque quella affermata da Papa Leone, sulle ali della fede apostolica che afferma: “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi” (Rm 8,15). Per questo i Vangeli ci raccontano della paura che colpì anche i Dodici, del fatto che sotto la minaccia di morte che, come sul Maestro - il quale rifiutava, peraltro, di “armarsi” per difendersi – pendeva anche sulla loro testa, ne caddero in balìa, scapparono e si nascosero dentro le mura serrate di una casa (cf. Gv 20,26).

Con la grazia del Signore Risorto e col dono del Suo Spirito quella paura fu sciolta, però, nei loro cuori e fu dissolta anche dai loro piedi che iniziarono impavidi ad annunciare la Buona Notizia. Come lo fu per le donne cui un giovane dalle bianche vesti raccomandò: “Non abbiate paura!” che quel Gesù in cui avete creduto “è risorto non è qui” (Mc 16,6). 

Annunciare al mondo la Gioia della Resurrezione è la verità che – come è scritto in Giovanni – “vi farà liberi” (Gv 8,32). Quella con cui Papa Leone unicamente accetta d’essere “criticato”: “La missione della Chiesa è annunciare il Vangelo, predicare la pace. Se qualcuno vuole criticarmi per annunciare il Vangelo, che lo faccia con la verità (…) La Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari, quindi lì non c'è nessun dubbio”. E a chi pretende di sovvertire la verità con l’ignoranza e la menzogna, orchestrando pseudo profezie evangelicali, utilizzando i media che sono al soldo, l’intelligenza artificiale, le complicità corrotte latenti e patenti, e la vigliaccheria dei più, la parola del Papa ha la forza invincibile della mitezza raggiante della verità del Vangelo. Perde tempo chi minaccia adesso i cattolici, confidando nella loro paura, poiché nel loro Battesimo c’è una luce che nessuno può spegnere. 

“Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: «Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue» (Is 1,15). Guardando a Lui, che è stato crocifisso per noi, vediamo i crocifissi dell’umanità. Nelle sue piaghe vediamo le ferite di tante donne e uomini di oggi. Nel suo ultimo grido rivolto al Padre sentiamo il pianto di chi è abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo. E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra. Cristo, Re della pace, grida ancora dalla sua croce: Dio è amore! Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli!” (Papa Leone, omelia della Domenica delle Palme e della Passione del Signore, 29.03.2026).

Vita Pastorale 

 Immagine


DOMANDE SENZA RISPOSTA

 


Vi sono domande che non troveranno mai una risposta definitiva. 



-di Vito Maucuso

Per quanto esistano da sempre nella storia del pensiero umano, esse, a dispetto di alcuni filosofi che hanno preteso il contrario, non hanno mai trovato né mai troveranno una risposta certa e incontrovertibile tale da generare un sapere assoluto da tutti accettato e condiviso come avviene in ambito scientifico.

Noi non sapremo mai rispondere in modo esente da dubbi alle questioni sulla nostra identità, sull’essenza e il senso del tempo, sull’origine e il fine del desiderio, e su altre questioni decisive dell’esistere.

Ad esempio: cos’è il bene? Cos’è il male? È più forte il bene o il male? Nel mondo esiste la giustizia o esiste solo la legge imposta dal più forte? Esiste l’amore, o esiste solo la libido e qualche sentimento variamente cangiante? C’è una bellezza oggettiva e universale, o è tutto questione di gusti? C’è Dio? C’è una vita dopo la morte? L’anima muore con il corpo, oppure “va in cielo”, oppure trasmigra in altri corpi?

Perché c’è l’essere e non il nulla? Perché c’è questo essere ordinato, e non l’essere allo stato caotico? Qual è l’origine della vita? Qual è il suo senso (direzione e significato)? Che cosa mi spinge a domandare? Cos’è la coscienza? Come spiegare che un pezzo di materia divenga cosciente e consapevole di sé? E come spiegare che diventi anche coscienza morale? Perché il mondo è così bello e produce così tanto dolore?

Nonostante la mancanza di risposte certe porsi interrogativi che non hanno possibilità di risposte definitive serve pur sempre a qualcosa, perché ponendoceli, noi diventiamo esseri pensanti. E diventando esseri pensanti, diventiamo più attenti, più veri, nel senso di più veritieri, più miti, meno duri, meno intransigenti, meno superbi.

Il pensare è sempre capacità di ricerca, vuole conoscere ma parte dal dubbio; anzi, fa del dubitare il suo metodo, secondo quanto viene definito, a partire da Cartesio, «dubbio metodico».

 #VitoMancuso