mercoledì 30 settembre 2026

SALE E LIEVITO

 


Papa Leone

 e l'Occidente 

in cerca

 di un'identità sociale

 




-di Vito Mancuso 

La Stampa 

«Pecore senza pastore»: così Gesù ai suoi tempi definiva le folle, e così oggi ci ritroviamo a essere noi, europei, occidentali, in questo tempo confuso e impaurito della post modernità, da qualcuno già ridefinito della post umanità. La cosiddetta "morte di Dio" proclamata da Nietzsche e poi posta a fondamento della gran parte delle espressioni del pensiero novecentesco (politica, psicanalisi, arte, economia…) ha rappresentato la morte del pastore, ovvero di quella realtà capace di aggregare le libertà e i sentimenti degli esseri umani rendendoli concretamente soci gli uni degli altri, e quindi tali da formare veramente una società (l'originale latino societas non a caso viene da socius). Oggi, senza più pastore, privi di una realtà universalmente riconosciuta come più importante di noi e quindi tale da renderci soci aggregandoci tra noi (il verbo aggregare viene da gregge), ci ritroviamo dis-gregati, senza gregge, non più soci tra noi ma dis-sociati, stranieri morali gli uni degli altri. 

Il bisogno di aggregazione però è costitutivo dell'essere umano, siamo "animali politici", ci definiva giustamente Aristotele, quindi la mancanza di aggregazione genera malessere, senso di vuoto, ansia. 

È per questo che quando ci possiamo di nuovo aggregare nel nome di valori e di ideali più importanti degli interessi immediati, ritroviamo una dimensione decisiva della nostra natura e un senso di autentica gioia pervade l'esistenza. È quanto è avvenuto durante la gioiosa visita di Papa Leone in Francia. 

Certo sarebbe improprio considerare gli ottantamila giovani dello Stade de France l'espressione di tutti i milioni di giovani francesi, così come le folle degli Champs-Élysées l'espressione della totalità della popolazione francese. Però sarebbe altrettanto improprio non cogliere in questa inaspettata attenzione verso il Papa della Chiesa cattolica un segno dei tempi. Quale? Il bisogno di un'identità sociale. Il principio di laicità, che proprio in Francia ha avuto la sua massima celebrazione a partire dalla rivoluzione del 1789, ha dato a ogni cittadino la possibilità di costruirsi un'identità personale, rappresentando la grande liberazione dalle ingerenze dello Stato e soprattutto della Chiesa nella vita degli individui. La vittoria della laicità ha comportato la cessazione di quella forzata tutela che imponeva a ognuno cosa credere e cosa no, cosa fare e cosa no, chi amare e chi no, impedendo all'individuo tutto ciò che risultava difforme rispetto al canone stabilito. La laicità è stata la grande liberazione degli individui e l'affermarsi della loro identità personale. 

 Oggi però da più parti si avverte il bisogno di ritrovare un'identità anche sociale. La libertà infatti non si dice solo come liberazione, perché, una volta liberato dai legacci che lo imprigionano, l'essere umano sente il bisogno di avere legami che compiano il suo bisogno costitutivo di relazionalità. Siamo alla ricerca, in questo tempo confuso e colmo di incertezze, di un nuovo pastore, ovvero di un'idea madre che torni a farci sentire di nuovo aggregati tra noi. Io penso che qui si giochi il futuro dell'identità europea. Penso che il futuro dell'Occidente si determinerà nella partita tra falsi pastori e veri pastori: tra coloro che approfittano di questo bisogno di aggregazione per le loro mire di potere e trasformano l'identità sociale ritrovata in forza ostile verso le altre identità, e i veri pastori capaci di porre l'identità sociale ritrovata al servizio della più ampia aggregazione dell'umanità. I veri pastori sono coloro che pongono l'identità sociale al servizio di un'aggregazione più alta, superiore, facendo così finalmente approdare l'umanità a quella "fraternité" sognata e celebrata dai rivoluzionari del 1789. 

Non si tratta quindi di tornare a essere gregge come un tempo, perché noi non siamo pecore, e se ci siamo disgregati dalle precedenti aggregazioni è stato perché avevamo bisogno di libertà. Nessun ritorno al passato, nessun tradizionalismo, nessuna restaurazione saranno mai possibili se gli esseri umani non vorranno tradire la propria storia e se stessi. Si tratta piuttosto di ritrovare un'aggregazione più autentica, più matura e più responsabilizzante rispetto a quella del passato, che vinca l'isolamento dell'individualismo in cui siamo precipitati e ci restituisca il senso dell'autentica comunità. 

Con il suo volto mite e fraterno che lo rende così diverso da un minaccioso leone, a dispetto del nome che si è scelto; con quel suo gentile modo di essere che lo fa assomigliare piuttosto a un inedito "leone erbivoro", questo Papa, in questo mondo sempre più in mano a spietati leader carnivori, sembra proprio rappresentare l'espressione di quella "forza debole" che sa parlare gentilmente alle nostre coscienze, facendoci ritrovare il desiderio della vita comune senza perdere la vita libera. 

Se la Chiesa cattolica nelle sue diverse espressioni, a partire soprattutto dalle parrocchie, si saprà porre al servizio di questa esigenza di comunità e di identità sociale (senza approfittarne per riprendere le antiche posizioni di potere, ma con vero spirito di servizio), forse potrà tornare a essere quel "sale della terra" e quel "lievito della pasta" di cui al suo riguardo parlava Gesù.

Vatican News

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CLICKBAIT

 

 Comunicare con “sguardo nuovo” 

e attenzione 

nell’era del "clickbait"


Nel tema scelto per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2027, che in Italia si celebra il 9 maggio, solennità dell’Ascensione, Leone XIV sottolinea che “comunicare non è catturare l’attenzione” con un titolo a sensazione, un “acchiappaclic”, ma guardare e protendersi verso l’altro e il vero, senza superficialità o pregiudizio.

Alessandro Di Bussolo - Città del Vaticano

Comunicare non è catturare l'attenzione, e neanche venderla, come accade nel web e nei social con i "clickbait", gli “acchiappaclic”, contenuti dal titolo accattivante per attirare gli utenti, ma “prestare attenzione” all’altro e al vero, con uno “sguardo nuovo”, che sceglie di incontrare anziché giudicare. Così un comunicato del Dicastero per la Comunicazione diffuso oggi, 29 settembre, festa dell’arcangelo Gabriele, spiega il tema scelto dal Papa per la 61.ma Giornata Mondiale della Comunicazioni sociali, che in molti Paesi, tra cui l’Italia, si celebra il 9 maggio 2027, solennità dell’Ascensione. “Uno sguardo nuovo: prestare attenzione nell’era del clickbait” è un tema con il quale Leone XIV invita “a riscoprire un’igiene dell’attenzione”, si legge nel comunicato, come fa al numero 146 dell’Enciclica Magnifica Humanitas.

Se il flusso incessante delle news sostituisce la riflessione

Nel suo documento, il Pontefice chiede agli educatori di promuovere “ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato” perché “senza questi elementi la libertà interiore può risultare compromessa”. Questo accade quando “il flusso incessante di informazioni sostituisce l’esercizio della ricerca, della riflessione e del discernimento”. Si moltiplicano “conoscenze frammentarie, ma diventa più difficile cogliere la realtà nel suo insieme”.

La lotta per pochi istanti di interesse, nel flusso di contenuti

E’ l’effetto distorto dell’”economia dell’attenzione”, spiega il comunicato, che “con la sua lotta per pochi istanti di interesse nel flusso rapido e interminabile di contenuti, sta trasformando non solo le nostre capacità cognitive ma anche la profondità della nostra comunicazione interpersonale”. Per questo Papa Leone ci chiama “a una conversione dello sguardo, a guardare di nuovo, con attenzione e con amore”, per riuscire a vedere “il mondo, gli altri e anche noi stessi come ci vede Cristo: chiamati per nome e amati”. Infatti “la nostra comunicazione cambia quando il nostro sguardo sceglie di incontrare l'altro anziché giudicarlo”.

Cultura digitale, falsa attenzione e relazioni superficiali

La cultura digitale, denuncia ancora il Dicastero per la Comunicazione, alimenta “la mancanza di una vera attenzione” che “ci ha abituati a una routine di reazioni immediate, a una superficialità delle relazioni, a una facilità nell'etichettare e rifiutare gli altri”. L'attenzione è invece “una preziosa forma di generosità”: viene da ad-tendere, “protendersi verso l'altro e verso il vero”. Quindi comunicare è custodire l’attenzione “come una risorsa preziosa di relazione”. La comunicazione, conclude il testo, “non è fatta soltanto di parole: coinvolge la persona intera e ci chiede di tornare a guardare, ascoltare e sentire, per poter rispondere alla chiamata che Cristo ci rivolge”.

Leone XIV contro l’“inquinamento cognitivo” del clickbait

Del “clickbait” e dell’”inquinamento cognitivo” che corrompe la comunicazione,  Leone XIV ha parlato già il 9 ottobre 2025, incontrando in Vaticano i partecipanti alla 39ª Conferenza di MINDS International, la rete mondiale delle agenzie di stampa. Che sono chiamate, aveva detto, “ad agire nell’attuale contesto comunicativo secondo principi – purtroppo non sempre condivisi – che coniugano la sostenibilità economica dell’impresa con la tutela del diritto ad una informazione corretta e plurale”. Occorre, aggiunse, “liberare la comunicazione dall’inquinamento cognitivo che la corrompe, dalla concorrenza sleale, dal degrado del cosiddetto click bait”.

Vigilare sugli algoritmi: chi li governa?

“Non siamo destinati a vivere in un mondo dove la verità non è più distinguibile dalla finzione”, proseguì il Papa, sottolineando che “gli algoritmi generano contenuti e dati in una dimensione e con una velocità che non si era mai vista prima. Ma chi li governa? L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo con cui ci informiamo e comunichiamo, ma chi la guida e a quali fini?”. “Dobbiamo vigilare”, è stato il suo monito, “perché la tecnologia non si sostituisca all’uomo, e perché l’informazione e gli algoritmi che oggi la governano non siano nelle mani di pochi”.

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martedì 29 settembre 2026

EDUCAZIONE CATTOLICA IN AFRICA


L'AUTUNNO E' UN METODO

 



In autunno è più facile vedere Dio 

che abita nei paradossi: 

frutti maturi e rami spogli, 

chi dà la vita la ritrova. 

Alessandro D’Avenia

Nel racconto biblico della creazione non si narra come le cose sono state fatte un tempo, ma il rapporto che la Vita ha con le cose in ogni tempo. Non l’inizio del mondo ma il suo perenne iniziare: la Vita si dà sempre di nuovo (il riposo del settimo giorno è custodia non distacco) e tutto è con-creato (i sei giorni), cioè collegato. Della Vita godiamo multiformi quotidiane epifanie nella vita, ma niente di ciò che è vivo è la Vita stessa. Lei è invisibile, inesauribile, eterna.  

In autunno però mostra di più il suo gioco, proprio perché fine e inizio coincidono. Il verde assorbito nei frutti maturi lascia spazio ai colori caldi del nostro destino: riposa e rinasci. Siamo vivi, ma non siamo la Vita. Possiamo trasmetterla o distruggerla, gli unici due modi di starci dentro, per compimento e rinascita o per esaurimento e aridità: la vita in te e attorno a te aumenta o si spegne?  

 Van Gogh nel settembre del 1888 scriveva al fratello che in quel periodo i colori non gli bastavano: «Non te lo dirò mai abbastanza, sono estasiato estasiato estasiato da ciò che vedo. Tutto questo dà aspirazioni d’autunno, un entusiasmo che fa passare il tempo senza accorgersene».  

 Ecco la ricreazione autunnale: cogli frutti maturi e ritirati, concentrati e riposa nella Vita, radicati nel silenzio e rinasci. Torna creatura e sarai ricreato perché finire è iniziare.

 L’autunno non è un sentimento, è il metodo della Vita nella vita.

Alzogliocchiversoilcielo



   

 

lunedì 28 settembre 2026

INSEGNANTI DELEGITTIMATI

 


 Violenza

nelle scuole? 


Favorita 

da anni 

di delegittimazione

degli

insegnanti


Il rettore dell’Università Roma Tre, analizza, da pedagogista, la progressiva crisi del sistema scolastico italiano. Decenni di delegittimazione del ruolo dei docenti, taglio del riconoscimento economico ed «elogio dell'incompetenza» hanno logorato l'autorevolezza delle istituzioni educative, trasformando la scuola da luogo di crescita collettiva a terreno di scontri individuali e performance

-di Annachiara Valle

«La nostra è sempre stata una scuola aperta, di grande inclusione, un modello per il mondo. Negli anni, però, la classe degli insegnanti è stata progressivamente delegittimata». Massimiliano Fiorucci, pedagogista, rettore dell’Università degli Studi Roma Tre, legge anche così gli ultimi avvenimenti nella capitale.

Massimiliano Fiorucci, pedagogista e rettore dell'Università degli Studi Roma Tre, in un incontro alla libreria San Paolo di Roma

Professore Roma è ancora sotto shock per l’accoltellamento della professoressa in una scuola media. Perché cresce questa violenza?

«Difficile rispondere, bisognerebbe conoscere meglio e più da vicino la vicenda, i contesti sociali e familiari, le situazioni. Però, a livello generale, secondo me, è sicuramente responsabile il prolungato messaggio di delegittimazione del valore della scuola e dell’educazione. C’è stata una fase storica nella quale gli insegnanti erano considerati figure di riferimento e autorevoli e la scuola era un’istituzione di valore da tutelare, un luogo rispettato da tutte le famiglie non un luogo in cui, come in qualche caso avviene oggi, i genitori vanno a difendere come sindacalisti i propri figli. Dopo anni di deleterio e irresponsabile elogio dell’incompetenza, per cui non c’è bisogno di studiare, di sapere, di conoscere per esprimere una opinione o per svolgere una determinata professione o per affermarsi nel mondo del lavoro, si è delegittimato il valore anche sociale degli insegnanti. Oltre, ovviamente, al peso dello scarso riconoscimento economico di queste figure professionali. E poi è venuta affermandosi la cultura della performance, è stato considerato più importante il risultato, che non il processo e il percorso di apprendimento».

A proposito di risultato, le nuove guide per la scuola mettono al centro il talento e il merito. Questo sarà un aiuto per gli studenti o un peso maggiore?

«Talenti e meriti vanno riconosciuti e valorizzati, ma per come sono formulate le nuove linee guida si rischia di fare in modo che questo ricada sui soggetti, sulla responsabilità individuale piuttosto che sociale. Il punto è che dobbiamo tenere in considerazione i contesti nei quali le persone crescono, le condizioni familiari, sociali, il background culturale, le opportunità, le relazioni, i territori dove capita di nascere. Non c’è nessun merito in questo. C’è sicuramente una dimensione individuale di talento e di merito che va coltivata e assecondata, ma la scuola deve in primo luogo cercare di mettere tutti nelle stesse condizioni. Se potessi indicare una strada direi allora che bisogna privilegiare delle politiche di “discriminazione positiva”, cioè bisogna dare di più a chi ha di meno per fare in modo che tutti possano avere le stesse opportunità di crescere, di emanciparsi, di essere liberi e di far emergere i propri talenti».

In che direzione va la scuola con le nuove linee guida?

«Si afferma, fondamentalmente, un modello di scuola assimilazionista, eurocentrica, trasmissiva e in qualche modo anche autoritaria con poco spazio per la dimensione laboratoriale e dell’apprendimento trasformativo. Penso poi all’uso della storia. Qui c’è più un riferimento a narrazioni moralistiche ed edificanti attraverso molti aneddoti piuttosto che al pensiero critico e alla capacità di utilizzare le fonti storiche. Si va verso una funzione più identitaria, verso la costruzione di un modello di cittadino degli Stati nazionali piuttosto che, come andrebbe fatto in un’epoca come quella che stiamo vivendo, di costruzione di una cittadinanza globale aperta al dialogo e al confronto con gli altri».

Parlando proprio di Storia. Si insiste sull’importanza della Storia dell’Occidente, come se tutto fosse nato da noi. Vede un pericolo in questo?

«L’incipit del programma è folgorante. Vi si legge che “solo l’Occidente conosce la Storia”. È un’affermazione molto forte, problematica, identitaria che sottolinea questo sguardo euro ed etnocentrico. È pericoloso perché, se si guarda solo a se stessi, questo non predispone al dialogo, ma allo scontro».

Ci spiega meglio?

«Perché questa impostazione significa non riconoscere il valore degli altri e il fatto che tutte le culture non sono oggetti separati, non lo sono mai stati. Si tratta di una visione essenzialista. Tutte le culture sono in qualche modo miste, permeate e permeabili. Lo vediamo dalla toponomastica, dal linguaggio, dalle tradizione gastronomiche, dalle parole che usiamo. L’Italia è un territorio da sempre multiculturale e multireligioso. Gli ebrei, per fare un esempio, sono a Roma dal secondo secolo a.C., abbiamo molte minoranze linguistiche storiche in tutta Italia, siamo stati dominati e attraversati attraversati da tantissime popolazioni: dagli arabi, dai normanni, dagli spagnoli, dai francesi, ecc.. Ognuno di questi Paesi e popoli ha lasciato delle tracce nella nostra lingua e nella nostra cultura. E questo l’ha fatta evolvere. Le culture pure, isolate scompaiono, muoiono, di fatto non esistono. Tutti i sistemi culturali sono invece permeabili e dialogici. Le identità sono, di per sé, dinamiche. Solo attraverso il dialogo si può crescere, essere capaci di modificarsi e migliorare se stessi».

Parlando degli arabi mi veniva in mente la parmigiana, ricetta italiana, ma che non avremmo se gli arabi non avessero portato le melanzane nel nostro Paese.

«È assolutamente così. Ci sono tantissimi esempi in questo ambito e penso ai bellissimi libri di Massimo Montanari sull’identità italiana in cucina. In uno dei suoi scritti dal titolo “La Contea di Modica”, Leonardo Sciascia racconta come sia nato quel tipico cioccolato di "inarrivabile sapore, che sfiora l'assoluto". Quel cioccolato è arrivato attraverso gli spagnoli che, da Alicante in particolare, erano andati in centro America e avevano riportato in Sicilia una ricetta azteca attraverso cui si arriva poi alla famosa cioccolata di Modica. Ecco, quindi, che anche le tradizioni più “tradizionali”, in qualche modo, sono il frutto di questi scambi. E ancora pensiamo al pomodoro, alla polenta. Tutti prodotti legati anche alla scoperta dell’America (sarebbe più corretto definirla conquista assumendo il punto di vista delle popolazioni che già vi vivevano) e alla circolazione delle persone, delle merci, delle idee, delle parole. Per questo è antistorico considerare la storia solo dal punto di vista occidentale».

Tra i libri di testo entra anche la Bibbia. Ma si può capire il testo sacro senza la storia dell’Egitto, della Palestina, senza riconoscere la cultura dove quel testo è nato?

«È esattamente qui il problema, quello che lei dice è fondamentale. Ma anche qui mi sembra che si voglia fare una lettura un po’ ideologica della Bibbia e della religione, usandole per consolidare la narrazione sulle radici cristiane occidentali, ma escludendo tutto ciò che ha contribuito a creare e comprendere un testo complesso come quello della Bibbia così ricco e straordinariamente potente. Qui c’è una lettura di parte, forzata, identitaria che è quella che viene proposta dal Ministro Valditara nel libro “Il manifesto per l’Occidente” che ha curato insieme con Giampaolo Azzoni. In questo libro si tenta di delegittimare, senza riuscirci, tutti quegli autori, come Frantz Fanon, Edward Said, ecc. che hanno introdotto uno sguardo critico sull’Occidente e sulle sue responsabilità coloniali e non solo. Con questo non voglio negare i meriti che l’Occidente ha avuto. È il luogo dei diritti, del dialogo e dell’apertura, ma dobbiamo ricordare bene che è anche il luogo dei crimini, è il luogo nel quale sono nati i razzismi, il nazifascismo, i colonialismi, l’olocausto e che continua a tollerare al suo interno forme di integrazione subalterna e nuove schiavitù».

Si insiste anche sull’Odissea. La convince?

«L’Odissea è un racconto straordinario che fa parte della nostra storia. Ma anche qui non si possono capire la storia e la cultura a pezzi. I mondi vanno sempre contestualizzati. Ma quello che mi spaventa di più nelle indicazioni ministeriali è il privilegiare il racconto edificante, l’aneddoto piuttosto che l’approfondimento critico. Questa educazione un po’ moralistica mi sembra che sia un ritorno agli Stati nazionali dell’ottocento, una tentazione non solo italiana, ma del tutto anacronistica»

Eppure, la nostra è sempre stata una scuola aperta, vero?

«Straordinariamente aperta, al di là delle retoriche che se ne fanno. Se si vuole imparare dalla Storia ricordiamo i romani che hanno adottato l’editto di Caracalla che concede la cittadinanza a tutti gli abitanti sul territorio, quindi hanno superato lo ius sanguinis adottando lo ius soli. I romani hanno anche inventato il diritto d’asilo e hanno concesso a persone di origini diverse di diventare imperatori, si pensi solo per fare un esempio a Settimio Severo che proveniva dall’attuale Libia. Se ci si vuole rifare all’antichità potremmo imparare questa lezione. Tornando alla scuola, comunque, dal dopoguerra la nostra è sempre stata una scuola inclusiva, che ha superato le classi differenziali, che non ha mai adottato modelli separati per l’inserimento degli allievi con cittadinanza non italiana, che è stata capace di grandi sperimentazioni che hanno portato davvero a realizzare una scuola aperta a tutti. Abbiamo tutta una serie di documenti avanzatissimi dalla fine degli anni Ottanta fino al 2022 proprio sulle tematiche interculturali. Nelle nuove indicazioni, invece, il termine intercultura appare solo qualche volta con riferimento alle competenze e all’apprendimento delle lingue straniere. Uno sguardo chiuso e asfittico».

E invece sull’educazione affettiva. Perché c’è questa grande paura?

«Perché siamo ancora obiettivamente una società patriarcale, quindi un’educazione affettiva seria metterebbe in discussione modelli consolidati che, però, visto quello che sta succedendo, andrebbero messi seriamente in discussione. Nel nostro Paese, col numero di femminicidi che tristemente si registra ogni anno, andrebbe fatto un lavoro profondo sia sugli educatori/insegnanti sia sugli studenti e le studentesse perché siamo tutti un po’ impreparati. Un tema che non è rinviabile anche perché la scuola spesso per alcuni è l’unico luogo dove gli studenti possono conoscere prospettive e punti di vista diversi rispetto anche a quelli dell’ambiente di origine. Non sempre la famiglia trasmette valori positivi. Basti pensare che la maggior parte delle violenze e dei femminicidi avviene in contesti familiari. Un’apertura e uno sguardo diverso sarebbero, allora, sicuramente un’opportunità data sin dall’età più giovane».

È positivo il ritorno del latino?

«Sicuramente è una materia importante. Se avessi potuto scegliere l’avrei messa come materia obbligatoria. Perché se è facoltativa, come è sempre avvenuto, sarà scelta da chi ha più risorse, da chi ha dietro una famiglia che magari ha fatto studi classici, che ha più libri in casa. Diventerà una questione di classe sociale. I più sfavoriti non faranno il latino e quindi saranno di nuovo, a conclusione della scuola, più svantaggiati. Penso che sia, invece, interessante la parte di geografia che ha una dimensione, contrariamente alla parte storica, più aperta al dialogo interculturale. In ogni caso ciò che è preoccupante è l’impianto poco allineato ai tempi e in contraddizione con la grande tradizione della scuola italiana. Una tradizione di inclusione, di apertura straordinarie che ne hanno fatto un punto di riferimento nel mondo per la sua modernità. La scuola che va disegnandosi mi sembra un po’ in contraddizione con quella di dialogo, della libertà, del pensiero critico e dell’emancipazione che poi è, di fatto, la scuola della Costituzione».

Famiglia Cristiana

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IL DIRITTO ALLA SALUTE

Ssn, un patrimonio da difendere. Riflessioni di un medico in quiescenzaSsn, un patrimonio da difendere.

 




 Riflessioni di un medico in quiescenza

Gentile Direttore, sono da qualche mese in quiescenza e, dopo molti anni di attività ospedaliera in un settore complesso come quello oncologico, sento il bisogno di condividere alcune riflessioni.

-di Stefano Vitello*

La distanza dal quotidiano consente forse di guardare con maggiore serenità alle difficoltà vissute, ma anche alla straordinaria ricchezza della professione medica: il privilegio di accompagnare la persona nei momenti più delicati della sua esistenza.

Rimane soprattutto la grandezza di un’idea: una sanità che riconosce la salute come diritto fondamentale e garantisce assistenza a tutti, senza discriminazioni.

A questa idealità si contrappongono, tuttavia, le difficoltà di ogni giorno: carenze di personale, problemi organizzativi, burocrazia, disuguaglianze territoriali, sprechi e dinamiche relazionali non sempre facili.

È proprio dalla distanza tra la grandezza dell’idea e le fragilità della sua realizzazione che nasce questa riflessione.

La persona al centro

Ogni sistema sanitario dovrebbe partire da una verità fondamentale: ogni persona possiede una dignità e una singolarità irripetibili.

Una dignità che non viene meno con la malattia, la disabilità o nella fase terminale della vita. Anzi, proprio nella fragilità deve diventare il criterio fondamentale di ogni scelta assistenziale.

Prendersi cura significa garantire prevenzione, diagnosi precoce, terapie appropriate, riabilitazione, assistenza domiciliare, cure palliative e continuità lungo l’intero percorso della malattia.

Non soltanto curare la malattia, dunque, ma prendersi cura della persona. È questo il significato più autentico della medicina.

L’articolo 32 della Costituzione afferma che «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività».

Difendere questo principio non significa ignorare le criticità del Servizio Sanitario Nazionale, ma avere il coraggio di riconoscerle e correggerle per costruire una sanità più efficiente, equa, integrata e umana.

Le priorità

Occorre innanzitutto investire nella prevenzione e negli stili di vita, coinvolgendo scuola, famiglie, associazioni, mondo del lavoro, realtà sportive e comunità locali. La salute non si costruisce soltanto negli ospedali: una società che investe nella prevenzione investe nel proprio futuro.

È necessario rafforzare il Servizio Sanitario Pubblico, investendo in strutture, personale, tecnologie e organizzazione, garantendo ovunque livelli adeguati di assistenza.

Occorre realizzare una vera integrazione tra ospedale e territorio. Medicina territoriale, servizi sociali, assistenza domiciliare, riabilitazione e cure palliative devono costituire parti di un unico percorso. L’ospedale rimane fondamentale, ma non può essere l’unico luogo nel quale si concentra la risposta ai bisogni di salute.

Pubblico, privato accreditato e Terzo settore possono collaborare, purché all’interno di regole chiare e trasparenti e mantenendo fermo un principio: l’interesse della persona deve rimanere il criterio guida.

Anche innovazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale possono rappresentare straordinarie opportunità, purché siano poste al servizio della persona e dei professionisti e non diventino nuova burocrazia.

Abbiamo bisogno di meno tempo dedicato alle procedure e più tempo dedicato alla cura.

Valorizzare le persone, riconoscere il merito

Il patrimonio più importante della sanità non è costituito soltanto dalle strutture e dalle tecnologie, ma dalle persone che ogni giorno vi lavorano.

Valorizzare le risorse umane significa anche riconoscere competenza, esperienza, responsabilità e merito, attraverso criteri trasparenti e imparziali. In un servizio pubblico non dovrebbero trovare spazio privilegi, corsie preferenziali o posizioni attribuite sulla base di appartenenze politiche, relazionali o di altra natura. Il merito non è soltanto un legittimo riconoscimento dovuto al professionista: è soprattutto una garanzia per il cittadino. Affidare responsabilità a chi possiede competenza, esperienza e capacità significa migliorare la qualità dell’assistenza e rafforzare la fiducia nelle istituzioni. Un sistema che non riconosce il merito indebolisce le proprie istituzioni.

Non rispettare questi principi significa allontanarsi dalla missione stessa del Servizio Sanitario Nazionale, che deve operare nell’interesse della persona e della collettività secondo equità, imparzialità, competenza e responsabilità.

Medici, infermieri, OSS, tecnici e tutte le professionalità sanitarie devono essere ascoltati, formati, sostenuti e adeguatamente valorizzati. Un sistema che non si prende cura di chi cura rischia di non riuscire più a prendersi cura adeguatamente dei cittadini.

Ridurre le disuguaglianze

Una sanità realmente universalistica non può offrire opportunità differenti a seconda del luogo nel quale una persona nasce o vive. Occorre rafforzare strutture e personale nelle aree maggiormente carenti, ascoltare i territori e valorizzare il contributo delle associazioni e del volontariato, spesso capaci di intercettare bisogni e fragilità che sfuggono ai canali istituzionali.

Ridurre le disuguaglianze territoriali significa garantire concretamente il diritto alla salute e contrastare anche quella mobilità sanitaria che costringe tante persone e famiglie a cercare altrove risposte che dovrebbero poter trovare nel proprio territorio.

Una responsabilità collettiva

Tutto questo non può essere affidato soltanto alle istituzioni.

Il Servizio Sanitario Nazionale è un patrimonio collettivo e richiede una responsabilità altrettanto collettiva. Abbiamo bisogno di un nuovo patto di alleanza tra istituzioni, professionisti sanitari e cittadini.

Alle istituzioni spetta programmare, garantire risorse adeguate, personale, organizzazione, trasparenza e riforme capaci di guardare oltre l’emergenza.
Agli operatori sanitari spetta custodire l’etica della professione e l’umanità della cura, ricordando sempre che dietro ogni cartella clinica c’è una persona, con una storia, una famiglia, una paura e una speranza.

Ai cittadini spetta prendersi cura della propria salute, adottare comportamenti responsabili, utilizzare in modo appropriato i servizi e sentirsi non soltanto utenti, ma corresponsabili di un bene comune. Anche il rispetto verso chi lavora nella sanità appartiene a questa corresponsabilità. Le aggressioni fisiche e verbali agli operatori sanitari non rappresentano soltanto un problema di sicurezza: sono una ferita inferta alla stessa idea di sanità pubblica.

Un patrimonio civile da custodire

Il Servizio Sanitario Nazionale non è semplicemente una macchina organizzativa che eroga prestazioni.

È uno dei luoghi nei quali una comunità dimostra concretamente quanto crede nella solidarietà, nell’uguaglianza e nella dignità della persona.

Quando la sanità pubblica si indebolisce, a pagarne maggiormente il prezzo sono soprattutto i più fragili: anziani, malati cronici, persone con disabilità e famiglie economicamente più deboli.

Per questo difendere il Servizio Sanitario Nazionale non significa difendere semplicemente un’organizzazione, ma un’idea di società: una società nella quale il diritto alla salute non dipenda dal reddito, dalla condizione sociale o dal luogo in cui si vive.

Dopo tanti anni, trascorsi accanto ai malati e ai professionisti della sanità, consegno queste riflessioni alla comunità non come giudizio definitivo, né come nostalgia del passato, ma come atto di fiducia nel futuro.

Il Servizio Sanitario Nazionale ha bisogno di essere riformato, ripensato e rafforzato, ma soprattutto di essere nuovamente riconosciuto per ciò che rappresenta: un grande patrimonio civile del nostro Paese.

Un patrimonio che appartiene a tutti e che, proprio per questo, istituzioni, professionisti e cittadini hanno insieme la responsabilità di custodire e consegnare alle generazioni future.

 * Direttore UOC di Oncologia


domenica 27 settembre 2026

EDUCARE GLI EDUCATORI


 FAMIGLIA 

E SCUOLA 

IN CRISI



-di GIOVANNI MANNARA

Ketticè è un film di Giovanni Tortorici (2026).

Dietro una vicenda circoscritta al mondo adolescenziale, vista soprattutto attraverso gli occhi di un figlio della cosiddetta “società bene” apre una riflessione sulla famiglia, sulla scuola, sulle istituzioni e, soprattutto, sulla condizione di una generazione che sembra muoversi in un mondo privo di direzione.

titolo prende in prestito il vezzeggiativo con cui una giovane della periferia si fa strada. Il film sembra dialogare con Platone.

Repubblica, attraverso la questione su chi controlla coloro ai quali è affidato il potere, emerge un problema attuale: «chi controllerà i controllori?».

La domanda può essere trasferita dal piano politico a quello educativo e sociale: chi controlla coloro che hanno il compito di controllare? Se famiglia, scuola e istituzioni sono strutture alle quali la società affida la formazione, che cosa accade quando proprio queste attraversano una crisi?

Chi educa gli educatori? Anche il semplice «ciao» rivolto dal ragazzo all’insegnante privata contribuisce a costruire atmosfera di informalità.

Sembra che la cultura autentica, per essere efficace, debba necessariamente passare attraverso modalità non convenzionali. È davvero sufficiente rendere la cultura più accattivante per salvare i giovani dal disorientamento? Oppure occorre ripensare più radicalmente il significato stesso dell’educare?

In questo senso assume un valore anche la figura della nonna, una sorta di vecchio Gattopardo domestico. È attenta alla disposizione della tavola, all’abbinamento tra piatti e tovaglia. Potrebbe apparire il simbolo di un mondo legato a consuetudini anacronistiche. Eppure, è proprio lei a dimostrare lungimiranza quando comprende che lo studio dell’inglese deve essere esercitato con continuità e non relegato a poche ore. Non mancano alcuni stereotipi sociali.

Evidente è quello relativo alle periferie, che la madre del protagonista associa al degrado. Una rappresentazione oggi insufficiente.

Le periferie non sono soltanto luoghi di marginalità: sono anche spazi di rinascita urbana e culturale.

Ridurle a simbolo dello spaccio e della corruzione sociale significa riproporre una lettura parziale.

.www.giovannipepi.it

*Giovanni Mannara -Italianista e storico dell’arte, insegna Letteratura italiana e Storia. Ha collaborato con la cattedra di Letteratura italiana del Dipartimento di Scienze Umanistiche.

Interessi di ricerca: letteratura classica greca e latina, barocca, con attenzione alla poesia da Pasolini a D’Annunzio, fino a Rilke. Protagonista del documentario “Our road”, si occupa di legalità e di pesaggio. Ha partecipato a convegni dedicati all’archeologia, al mito e alla storia letteraria.

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