comunità oggi?”
Il ternine comunità deriva dal latino communitas, formata da cum (con) e munus (dono o compito)
Il farsi dono, con spirito di servizio
-di Giovanni Petrini
Comunità è una parola misteriosa, ambigua, complessa ma anche molto affascinante, intrigante, rassicurante.
Proverò a
sollecitare alcune riflessioni proprio a partire da questa lettura e tesi che
condivido.
C’è una
forte riemersione nel dibattito pubblico contemporaneo della parola comunità,
un bisogno sempre più urgente di riconsiderarla.
È possibile
notarlo in diversi ambiti, a partire da Facebook e dai Social
Media User Generated che hanno preso la parola comunità e l’hanno messa al
centro nel rapporto con il proprio cliente-utente, ma anche nel dibattito
economico attorno ai beni comuni o ai beni relazionali, sul quale c’è un grande
fermento di riflessioni e pratiche (come dimostra il Premio Nobel per
l’Economia del 2019).
Il tema
della comunità negli ultimi anni si è rivelato molto forte anche in alcune
riflessioni filosofico-politiche.
La parola
“Nuovo Umanesimo” è stata usata – più o meno consapevolmente – proprio per
cercare di contrapporre a un mondo tecnologico e un’avanzata post-umana, le
relazioni umane e il ruolo che l’uomo può svolgere nel mettersi alla guida
della tecnologia senza rimanerne succube.
La comunità
è poi espressione di molte pratiche dal basso, di organizzazioni che nascono
tra cittadini: le Social Street sono una di queste esperienze diffuse anche in
Italia, ad esempio, e nascono proprio dalla volontà di alcuni soggetti di
mettersi insieme all’interno di una via e iniziare a scambiarsi informazioni,
relazioni, progetti e ad aiutarsi.
È chiaro,
dunque, che queste riflessioni tengono conto dei luoghi, come gli Oratori, come
le Case Salesiane, come in generale le Parrocchie, in cui la parola è da sempre
utilizzata e da sempre tenuta viva.
Perché
questa parola sta emergendo sempre di più nel dibattito pubblico?
Perché sostanzialmente è una risposta, umana,
naturale e comprensibile al fatto che nell’Ultimo secolo tutto si è accelerato,
frammentato, complessificato ed espanso. L’accelerazione del tempo è legata
alla spinta che il capitalismo ha dato allo sviluppo tecnologico per cercare di
perseguire quello che da sempre lo muove: la produzione di ricchezza.
La
frammentazione dell’esistenza deriva dal fatto che le grandi narrazioni del
‘900, in cui le persone si riconoscevano all’interno di una serie di categorie
collettive – i lavoratori, gli impiegati ecc. – sono andate mano a mano
frammentandosi.
Oggi noi siamo ciò che facciamo, ciò che vediamo,
le frequentazioni che abbiamo on line e off line, i consumi e le cose che
compriamo, gli spettacoli o prodotti culturali che consumiamo.
La nostra
esistenza stata letteralmente frammentata e spesso questo – la convivenza con
le molte sollecitazioni e anime – porta anche a delle difficoltà dentro di noi.
Spazio
Infine,
l’espansione dello spazio.
Prima la
globalizzazione ha aperto il mondo (con la possibilità di volare lowcost) e poi
l’arrivo del digitale ha creato un mondo “fisico” parallelo a quello che invece
viviamo nella realtà analogica.
Tutti questi fenomeni hanno impattato su di noi,
soprattutto per una questione di scollamento tra la capacità dell’uomo di
evolvere biologicamente e la tecnologia che invece accelera esponenzialmente.
Tutto questo non può non creare dei disagi e delle
difficoltà, in alcuni casi dei veri e propri “mostri”, come quelli
rappresentati nel bellissimo trittico di Francis Bacon.
Spesso sono difficoltà con cui tutti noi
conviviamo e penso sia importante iniziare adirsi che oggi siamo tutti un po’
fragili, un po’precari, un po’ isolati, abbiamo tutti un po’ di ansie e
proviamo tutti un po’ di rabbia in alcune circostanze.
Se da un lato si assiste quindi a un fenomeno di
isolamento e allontanamento delle persone, dall’altro può iniziare invece un
interessantissimo percorso attraverso il quale trovare una risposta a questo
disagio.
A partire
dal riconoscimento che non è più possibile parlare di “fragili” e “non fragili
“ma piuttosto dell’esistenza di diverse fragilità e smettendo di rapportarsi
uno a uno ma considerandoci tutti insieme, aiutandoci comunitariamente, questa
risposta può avvenire.
Al di là
delle patologie che necessitano di cure da parte di specialisti – perché la
rabbia, la precarietà, l’ansia e l’isolamento possono sviluppare anche
patologie per cui ci vogliono competenze specifiche – se rimaniamo in una
dimensione più di percezione di vissuto quotidiano, noi pensiamo che il tema
principale sia la solitudine o “privazione relazionale”.
Il vero
problema che affrontato aiuterebbe a risolvere molto del brusio e delle fatiche
quotidiane e consentirebbe di dedicare le giuste energie e il giusto tempo alle
reali patologie e difficoltà, è proprio la solitudine.
E questa
solitudine richiama, in alcuni casi, una prospettiva di ricordo “dei bei tempi
andati”, un racconto di quel mondo ideale antico in cui c’era una comunità, il
paese, il villaggio in cui si viveva tutti insieme, le porte delle case
rimanevano aperte, ci si conosceva tutti e ci si salutava per strada.
Questo è stato un modo di vivere della maggior
parte della popolazione mondiale per secoli, se non millenni.
Dall’altra
parte c’è invece una nuova dimensione che non è solo un ricordo dei bei tempi
andati ma è invece una reale voglia di ricostruire e rilanciare la dimensione
comunitaria, dimensione che è stata evidenziata in maniera chiarissima dal
Covid.
La pandemia
ha esacerbato e fatto esplodere delle difficoltà sia negli anziani che negli
adolescenti e nei giovani, che sono i soggetti che più hanno sofferto e stanno
soffrendo dell’isolamento sociale, ma ha anche fatto venir fuori una
straordinaria voglia, ricchezza e capacità di rispondere all’emergenza e alla
tragedia con un grandissimo fiorire di esperienze di solidarietà, condivisione
scambio intergenerazionali.
È stato un
grande movimento in cui tanti di noi si sono messi insieme e hanno cercato di
capire come potevano aiutare gli altri, anche solo con una telefonata, un
sorriso o un pacco consegnato.
Per
rimettere al centro la comunità, quindi, non dobbiamo scivolare in queste
dinamiche della memoria, ma cercare di recuperare ciò che c’era di buono nella
dimensione comunitaria e diffonderla, praticarla, raccontarla e discuterla,
soprattutto.
Non solo un tema di “azione” ma anche di
“racconto”.
È necessario non solo comunicare con il fuori ma
anche ridiscutere e dare un proprio significato a questa parola affinché venga
vissuta concretamente.
Comunità è
una “parola trappola” molto complicata, spesso usata come sinonimo di altro, ad
esempio di “società”.
In realtà,
se ci addentrassimo nello studio dell’evoluzione del modo in cui gli uomini
stanno insieme, ci accorgiamo che la comunità è qualcosa che esiste “prima
della società” e “dopo la famiglia”.
Questa
riflessione la prendo dal libro “Comunità” di Marco Aime, antropologo
insegnante all’università di Genova, che riporta i 5 elementi che storicamente,
antropologicamente e sociologicamente riscontriamo nelle comunità.
Prima di tutto una comunità nasce con una
dimensione spirituale, rappresentata da un SIMBOLO che, a prescindere dalla
civiltà e dal tempo, riunisce le persone che ne fanno parte.
La comunità ha sempre un CONFINE.
La prima
immagine che viene in mente è il filo spinato, il muro.
Invece il
confine semplicemente una linea che crea un “di qua” e un “di là”, una
separazione quindi che si può anche varcare.
Il confine
della comunità è quindi una linea, è un varco aperto poroso da cui io posso
uscire, per andare a scoprire cosa c’è al di fuori della mia comunità e nel
mondo, e in cui altri possono entrare.
Alla
comunità serve un confine perché possa riconoscere e dire: “Noi siamo questi e
gli altri sono fuori”.
Il tema è
preservare la dimensione di identità, di stile, di uguaglianza, di modalità con
cui agisce, senza però chiudersi, creare dei muri e quindi da Communitas,
diventare Immunitas.
Il concetto dell’Immunitas è ben
comprensibile se pensiamo al nostro corpo: i nostri anticorpi sono funzionali a
rispondere a un attacco all’esterno, quando qualcosa entra nel nostro organismo
si scatena una reazione immunitaria, dei meccanismi biologici che permettono al
corpo di difendersi.
A volte accade che questo meccanismo vada fuori
giri, perda il proprio controllo e inizi a rispondere anche quando non c’è
nessuna aggressione: difendendosi contro qualsiasi cosa inizia a uccidere anche
se stesso.
Le malattie immunitarie quindi portano anche alla
morte della persona stessa per eccesso di autodifesa.
La trovo
una bellissima similitudine con un rischio che corrono quelle comunità che si
rifiutano di aprirsi a chi la pensa diversamente e portando all’estinzione del
gruppo e alla morte della comunità stessa.
Riassumendo:
la comunità ha un confine che resta sempre aperto ma che consente di dire: “Io
sono dentro, tu sei fuori” e poi ci confrontiamo, parliamo, ne discutiamo.
Vuoi entrare? Ci sono delle regole. Vuoi uscirne? Perderò qualcosa ma otterrò della libertà.
Memoria
C’è poi un
tema di MEMORIA, la comunità sì alimenta e si costruisce attraverso il racconto
di chi c’era a chi verrà.
È un
tramandare, ma una tradizione è anche “tradimento” (la radice latina è unica
infatti, deriva dal verbo latino Tradĕre, che vuol dire “attraversare” ma anche
“portare da una parte all’altra”).
La memoria passa ma
questo passare non è congelare, conservare; qui c’è tutto il tema dell’inter-generazionalità:
le persone più anziane raccontano e passano la loro esperienza e il loro punto
di vista ma contemporaneamente devono accettare che i giovani, oltre a prendere
e riconoscere questa memoria, allo stesso tempo la facciano loro attraverso una
loro interpretazione.
La comunità quindi non è qualcosa che esiste e
rimane sempre uguale a se stessa, ma che viene riletta e ridiscussa con il
passare delle generazioni.
