tra le pieghe della storia
e nelle
piaghe del mondo
Riflessione di don Massimo
Naro sulla liturgia della Parola nella XXXI domenica del tempo
ordinario
Ap 7,2-4.9-14; Sal 23/24; 1Gv 3.1-3; Mt 5,1-12a
Quest’anno
la solennità liturgica d’Ognissanti cade di domenica, Pasqua settimanale.
D’altronde il memoriale pasquale, che celebriamo nel giorno del Signore – il
Santo dei santi –, è il cespite sorgivo da cui scaturisce la grazia della
santità e a cui noi possiamo continuamente attingerla. A tal proposito, il
concilio Vaticano II, nel n. 22 di Gaudium et spes, ha insegnato:
«Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è
effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito
Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce,
al mistero pasquale». Festeggiare tutti i santi vuol dire esprimere la
consapevolezza credente che coloro che – con Cristo, per Cristo e in Cristo –
partecipano della sua Pasqua, sono e non possono non essere santi: “tutti i
santi” significa “santi tutti”.
L’odierna
pagina evangelica riporta l’annuncio delle beatitudini, che il Maestro di
Nazareth fa all’inizio del suo discorso della montagna. È un insegnamento
radicale, che segnala le esigenze evangeliche alle quali ci si deve attenere se
si desidera esser davvero discepoli del Cristo. Ed è, altresì, un insegnamento
paradossale, perché dichiara beati quelli che – nel nostro mondo – non
avrebbero alcun buon motivo per reputarsi felici e contenti: i poveri, chi ha
fame e sete, chi è addolorato e soffre, chi è screditato e perseguitato.
Per
indovinare il senso vero delle beatitudini si deve, comunque, disambiguare il
linguaggio con cui sono formulate e che le fa risuonare come affermazioni
strane prima ancora che straordinarie. Cosa significa, per esempio, che «beati
sono i poveri in spirito, giacché di essi è il regno dei cieli»? I poveri di
spirito non sono forse, nel parlato comune, i “pitocchi” (ptōchói è il
termine greco che l’evangelista Matteo qui adopera)? E “pitocchi” non è
sinonimo di “meschini”, stretti di spalle e con i polmoni asfittici, incapaci
di largo respiro, per nulla magnanimi? Può Gesù elogiare individui di tal
genere? Le parole, che egli usa per promettere loro la beatitudine eterna,
devono certamente avere un altro senso. E, difatti, vogliono dire che i poveri
in spirito non sono affatto persone meschine, per niente pusillanimi. Sono,
invece, i «puri di cuore», come aggiunge poco più avanti: sgravati da ogni
presunzione riguardo a sé stessi e riguardo agli altri. Non vantano alcun
merito proprio, non sono autoreferenziali, si svuotano del loro ego e
quindi risultano “capaci”, cioè pronti e disposti a ricevere e ad accogliere lo
Spirito di Dio, che potrà gridare nel loro petto la medesima invocazione che
Gesù rivolge al Padre suo: Abbà, come Paolo spiega nella lettera ai
Romani e nella lettera ai Galati. Essere poveri in spirito – avere e avvertire
un forte bisogno di Dio – significa, perciò, immedesimarsi nel Figlio e con lui
ereditare il cielo.
Se
il regno di Dio è di costoro, allora è giocoforza che per essere beati si deve
assomigliare a loro e, come loro, ci si deve fare discepoli del Cristo.
Occorre, insomma, vivere le attitudini evangeliche illustrate nelle
beatitudini. Tra queste, tre mi sembrano quelle maggiormente rimarcate da Gesù:
la giustizia, la mitezza, la misericordia.
La giustizia
è presentata come una necessità vitale, quasi un’urgenza istintiva, al pari
della fame e della sete. Ma è pure prospettata come un rischio mortale, alla
stregua di una persecuzione in cui si cade innocentemente vittima di insulti,
calunnie, riprovazioni e condanne infamanti. È chiaro che Gesù, in questi
termini, parla della giustizia da lui stesso impersonata nella sua vicenda
pasquale. Per essere beati occorre assomigliargli nel suo profilo martiriale,
come hanno fatto – solo per citare due beati siciliani – il giudice Rosario
Livatino e don Pino Puglisi.
La mitezza,
poi, è presentata come la principale responsabilità dei discepoli verso la
storia e il mondo. Il cui destino è, appunto, affidato ai miti e non ai
violenti. La violenza, la rapacità, la protervia devastano il presente e
pregiudicano il futuro del mondo. Solo i miti erediteranno la terra, assicura
Gesù. Ma per ereditare qualcosa bisogna averne il diritto: si dev’essere figli
degni di colui che fa testamento. Per questo i miti non possono e non devono
restarsene con le mani in mano. Devono operare in favore della pace: saranno
così riconosciuti «figli di Dio». Pensiamo a ciò che ha tentato di fare in
questa prospettiva, con grande impegno, un altro siciliano come il venerabile
Giorgio La Pira.
Infine,
la misericordia. Gesù ne parla ricorrendo a una tautologia: si limita a
ripetere che «beati sono i misericordiosi, perché troveranno misericordia». La
misericordia gode di una tutta sua sovreccedenza di senso. Non servono
aggettivi per qualificarla. Essa, di per sé, basta e avanza. Fa da perno alla
beatitudine dei discepoli, poiché li riconduce direttamente a Dio, cioè a colui
al quale – metaforicamente – il regno celeste rimanda. Misericordia, infatti, è
il suo nome. Essere misericordiosi equivale a essere della stessa “pasta” di
Dio. Significa indossare il vestito della festa, intessuto con la medesima
stoffa agapica di Dio: chi lo porta con luminosa verità, non sarà cacciato
fuori, nel buio, dove ci sarà pianto e stridore di denti. Mi piace pensare così
al compianto Biagio Conte e a chi – sempre in Sicilia, a cavallo tra Otto e
Novecento – lo ha preceduto nel servizio agli ultimi: Giacomo e Vincenzina
Cusmano, Annibale Maria Di Francia e Maria Nazarena Majone, Maria Rosa Zangara,
Angelico Lipani e tanti altri “santi della porta accanto” che hanno assecondato
l’impeto della carità. Tutti loro hanno incontrato Gesù nel “sacramento” dei
poveri, degli emarginati, dei deboli: lo hanno visto presente nelle loro
fatiche, lo hanno riconosciuto nei loro volti e gli hanno reso testimonianza.
In questo è consistita la loro beatitudine.
Vedere
il Cristo nel bel mezzo delle nostre fatiche, è anche la nostra giustizia.
Riconoscerlo qui e ora, ci guadagna la misericordia del Padre. Rendergli
testimonianza, è la nostra più efficace impresa di pace. Così il vangelo delle
beatitudini rivela che la santità (cioè la comunione con Dio, la solidarietà
col Crocifisso-Risorto, la condivisione della sua eredità nel “regno dei
cieli”, la beatitudine) è una questione tutt’altro che iperuranica. È
un’avventura terrena, storica, non extramondana.
Ciò
non vuol dire che dobbiamo “farci” santi da noi stessi, come se la santità
consistesse nei nostri sforzi personali. Vuol dire, semmai, che dobbiamo farne
esperienza qui e ora, umilmente ricevendola e custodendola creativamente, quale
prezioso talento da reinvestire e far fruttificare. Poiché la santità cristiana
è lasciar trasparire la presenza del Signore lì dove la si presume improbabile.
Vale a dire nel fondo doloroso e addolorato dell’esistenza umana, nel rovescio
della storia, dentro le pieghe strette e le piaghe aperte del mondo, dove il
Figlio umanato si è seminato come chicco di frumento tra le zolle. Per tal
motivo, la santità è prerogativa di tutti, nessuno escluso.






