e il valore
delle relazioni
-di PAOLO VENTURI
Un rapporto uscito pochi giorni fa, “The loneliest generation” dell'Institute for Public PolicyResearch, fotografa l'Inghilterra di oggi: un ragazzo su venti tra i 16 e i 21 anni dichiara di non avere nemmeno un amico stretto, contro uno su cento dieci anni fa. Chi può contare su almeno tre amici stretti è sceso dall'85% al 72% in un decennio. Non è un dato marginale, né solo inglese: è la fotografia di una generazione a cui abbiamo tolto, insieme ai luoghi dell'amicizia, il diritto di costruirla. Il fenomeno non riguarda solo gli adolescenti: abbiamo allontanato l'amicizia dalla vita sociale, economica e politica, relegandola a fatto privato e informale.
L'intelligenza
artificiale sa connettere migliaia di persone in un istante, ma non sa fare
l'amicizia: forse è il momento di chiederci perché l'abbiamo tenuta fuori da
lavoro, economia, politica, innovazione, per un'interpretazione riduzionistica
che la considera irrilevante. La storia dice il contrario: l'amicizia cambia la
storia, non solo quelle cattive di cui parlano le cronache di potere, ma
soprattutto quelle buone, che raramente si raccontano.
Come quella tra Albert
Einstein e l’ingegnere Michele Besso, colleghi all’ufficio brevetti di Berna:
ogni giorno, uscendo dal lavoro, camminavano parlando di fisica e di tempo.
Besso fu, per Einstein, una cassa di risonanza delle sue idee: nell’articolo del
1905 sulla relatività ristretta non c’è bibliografia, ma un ringraziamento per
un’assistenza fedele e suggerimenti preziosi. Fu Antonio Genovesi, nel
Settecento napoletano, a capovolgere l’assioma hobbesiano dell’homo homini
lupus in un principio diverso: homo homini amicus. Se l’uomo è lupo
per l’uomo, l’unica relazione possibile è la competizione a somma zero; se è
invece amico, l’economia nasce dalla fiducia reciproca, da soggetti che si
riconoscono e cooperano, non solo competono.
Aristotele lo aveva già
chiarito: esistono amicizie di utilità, di piacere, e un’amicizia perfetta, che
ama l’altro per ciò che è, non per ciò che procura. Solo quest’ultima è
stabile: non dipende dal vantaggio o dall’umore ma dal carattere dell’amico, il
luogo in cui la virtù si compie, come in uno specchio.
Eppure, “amico” è oggi
una parola consumata, derubricata ad apparire amicizia, logica autoreferenziale
o strumentale, sostituita con una relazionalità presunta neutra, procedure al
posto del volto. L’amicizia vera non distribuisce privilegi, distribuisce
riconoscimenti, diversi dal familismo amorale. Ed è proprio l’amicizia virtuosa
a farci preferire: senza di essa la responsabilità per-sonale non fiorisce, né
in azienda né in politica. Si può costruire diversamente anche la città,
partendo da questa idea di amicizia civile. Oggi, più di una famiglia su due è
composta da una sola persona; nei centri delle grandi aree metropolitane vive
da solo quasi un residente su quattro, il 24,7%. È l’amicizia desiderata
ma resa impossibile dalla
forma stessa che abbiamo dato alle nostre città. Il modello che le ha rese
grandi non è la polis greca, che escludeva donne, servi, chi non aveva cultura,
ma la civitas romana: comunità aperta, tradotta in piazza, mercato, confraternite,
luoghi che rendevano visibile la fiducia. Una città amica non è più efficiente,
ma sceglie chi includere. E l’amicizia postula sempre la relazione, non il
contatto: solo l’incontro fa accadere l’inatteso.
Lo ha detto senza giri di
parole papa Leone XIV ai giovani a Rimini: “Se ci sarà comunione nel mondo,
comincerà da loro, perché sono i giovani a saper “costruire la comunione con
l’amicizia”. Non è solo un’esortazione spirituale, è un’indicazione metodo:
rifare comunità comincia da lì.
Riscoprire l’amicizia non
è un esercizio di nostalgia, né un supplemento d’anima da aggiungere quando
tutto il resto è già stato deciso. È una scelta di metodo, concreta quanto una
policy: significa scegliere con chi lavorare, chi finanziare, chi includere,
prima di scrivere le regole. Le imprese, le istituzioni, le città che
rimetteranno l’amicizia dentro i propri processi saranno quelle capaci di
generare fiducia, innovazione, valore che dura. Non un ideale da custodire in
privato: un vantaggio da mettere a frutto in pubblico.




