lunedì 21 settembre 2026

SCIENZE RELIGIOSE

 


I 40 anni dell'ISSRA, 

la ricchezza 

delle scienze religiose 

a servizio dei laici


L’Istituto Superiore all’Apollinare, uno dei centri della Pontificia Università della Santa Croce, coniuga la formazione accademica con la formazione cristiana. La direttrice dell”Istituto Carla Rossi Espagnet: forniamo studio e conoscenze agli studenti, una comunità appassionata della vita e degli insegnamenti della Chiesa

Wojciech Rogacin – Città del Vaticano

Lo scorso 17 settembre è stata una giornata di festa per l’ISSRA. Negli spazi della Pontificia Università della Santa Croce si è riunita la comunità dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose all'Apollinare per celebrare i 40 anni di lavoro e riflettere sui frutti di questa lunga stagione accademica. Come ha ricordato Carla Rossi Espagnet, direttrice dell’ISSRA, l’Istituto è stato eretto il 17 settembre 1986 dall’allora Congregazione per l’Educazione Cattolica. Da quel giorno l’ISSRA svolge attività didattica nei campi della teologia, della filosofia e delle scienze umane, contribuendo all’approfondimento della fede di laici e sacerdoti e preparandoli a testimoniare la fede cristiana nella famiglia, nel lavoro e in tutti gli ambiti della società, nonché ad assumere incarichi pastorali nelle proprie diocesi. “La formazione cristiana del laicato è sempre stata un aspetto centrale della missione dell’Opus Dei al servizio della Chiesa”, ha affermato la prof.ssa Rossi Espagnet.

L'entusiasmo per lo studio

Nel corso della celebrazione, il rettore della Pontificia Università della Santa Croce don Fernando Puig ha sottolineato che gli studenti dell’ISSRA si caratterizzano per l’entusiasmo che accompagna l'impegno nello studio della filosofia e della teologia, vissuto con serietà parallelamente alle altre occupazioni, principalmente lavorative e familiari. E ha aggiunto che essi costituiscono “una bellissima realtà che arricchisce la Pontificia Università della Santa Croce: le relazioni che si stabiliscono tra di loro e con i docenti sono belle e durature”.

Comunità e fraternità nella vita accademica

La direttrice dell’ISSRA, Carla Rossi Espagnet, ha ricordato che “grazie alla peculiare metodologia didattica adottata dall’ISSRA, possono partecipare ai corsi accademici persone provenienti da tutte le regioni italiane, che vengono a Roma a seguire le lezioni e a sostenere gli esami.” Questo, ha proseguito con soddisfazione, ha permesso di creare una vera comunità accademica e di stringere rapporti di fraternità tra persone appartenenti alle più diverse aree geografiche, animate da varie forme di spiritualità cristiana. Tra gli studenti e i diplomati vi sono anche persone appartenenti a confessioni cristiane non cattoliche, “sempre animati dal desiderio di approfondire la dottrina della Chiesa”.

La ricchezza dell’ISSRA sono le persone

Durante la celebrazione ha portato la propria testimonianza Teresa Ventimiglia, 66 anni, originaria di Ferrara e diplomata all’ISSRA. Madre di quattro figli e insegnante in pensione di musica, storia della musica e linguaggi multimediali, ha raccontato che, dopo l’esperienza maturata presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, desiderava continuare ad approfondire la ricchezza della teologia e ha trovato nell’ISSRA un ambiente caratterizzato dal rigore accademico, da un alto livello di preparazione e da una profonda attenzione alla persona: “Ho sempre amato studiare, ma qui la teologia non è mai rimasta nozionismo: è diventata un elemento fondamentale per pensare la fede e condividerla, soprattutto nel servizio pastorale”.

Vatican News

 

EDUCAZIONE SENTIMENTALE PER ADULTI

 


Educazione sentimentale per adulti, è urgente!


di Rosella De Leonibus



Sì, amare in modo adulto non è un’impresa facile, presuppone maturità, sicurezza, e nello stesso tempo rispetto dell’altra persona, e il bisogno di aprirsi all’esperienza più intima che ci sia, quella che ci cambierà più profondamente di ogni altra, e più radicalmente ci metterà in gioco. Forse per questo fa così paura, e forse allora non è strano, come sostengono alcuni studiosi, che in epoca di identità liquide siano liquide anche le relazioni, così liquide da vaporizzarsi facilmente, o da cambiare forma altrettanto rapidamente a seconda delle circostanze… Ma vituperare il presente per evocare i bei tempi andati, la cui bellezza resta tutta da dimostrare, resta un esercizio vano, al cui posto risulta più utile osservare, descrivere, cercare di comprendere e attivare nuove risorse.

Formule tossiche del legame: il gaslighting

È questa seconda via quella che cercherò di percorrere, descrivendo la fenomenologia di alcune evenienze tossiche che spesso si incontrano nelle relazioni affettive. Partiamo per oggi dalla più pesante e distruttiva, il cosiddetto gaslighting, quella pratica che consiste nel delegittimare e denigrare il pensiero, le scelte, le opinioni e il comportamento di un-una partner, addirittura il suo stesso corpo, i suoi gusti alimentari, le sue abitudini quotidiane. Si tratta di violenza psicologica, quella che non lascia lividi, ma disattiva il rispetto per se stesse, per se stessi, fino al punto di creare una sensazione dolorosa di confusione mentale, umiliazione, abbattimento emotivo, che distrugge, nella persona che lo subisce, la capacità di pensare con chiarezza, affrontare i problemi e salvaguardarsi. Tanto è perversa questa forma di abuso psicologico che, chi la perpetra, arriva anche a sostenere che il destinatario si sia immaginate o inventate le accuse e le vessazioni che dichiara di aver subìto. Nelle coppie in cui si osserva questo meccanismo comunicativo abusante (perché il gaslighting non resta un fatto privato, e già sarebbe gravissimo, ma viene svolto anche in presenza di terzi, in modo tale che lo show abbia spettatori che applaudano), si nota un profondo senso di insicurezza e un inconfessato sentimento di inferiorità dal lato del partner che lo agisce, e spesso trapela anche un fondo di rancore, un sentimento di vendetta che si esprime a dosi quotidiane, come a voler schiacciare la soggettività dell’altra persona. Cosa è accaduto in una coppia del genere? Nei casi più eclatanti siamo davanti ad una amarissima tappa dell’escalation della violenza di genere, e le evidenze comportamentali di cui sopra sono amplificate e legittimate dalla base culturale di tipo patriarcale che permea tutt’ora i rapporti di coppia. Nelle situazioni meno drammatiche invece, quando si indaga sulle puntate precedenti, si notano disequilibri importanti tra i due partner, dove quello dei due che aveva la posizione esistenziale o culturale o umana più debole è prevalso, nella divisione del potere all’interno della coppia, ma per poter restare in tale posizione di maggior peso deve togliere valore all’interlocutore, tagliargli le gambe, in un certo senso, per non perdere la propria posizione di dominanza. Riguardo all’altra persona, quella che inizialmente aveva una posizione di maggior peso, si registrano comportamenti di sottomissione nelle fasi iniziali della vita della coppia, i quali venivano giustificati dal tentativo di riequilibrare una relazione che partiva già sbilanciata. Quindi, dal sottomettersi e farsi più piccoli per non pesare troppo, si passa di fatto a legittimare il bisogno dell’altro di prevalere, in modo da stabilire un equilibrio sbilanciato dal lato opposto rispetto a quello degli inizi.

Risorse da attivare

Che risorse si possono attivare nelle coppie da poco formate, per non incorrere in una tale perversa gestione del problema dell’equilibrio tra i partner? Escludiamo le situazioni che concretizzano la fattispecie della violenza di genere, perché in questi casi occorre proteggersi sottraendosi alla relazione e interrompendola. Solo dopo, in situazione di sicurezza, si potrà lavorare sul ripristino dell’autostima e sulla capacità di farsi rispettare dal lato di chi ha subìto il gaslighting, mentre dal lato del partner abusante si potranno attivare percorsi seri di consapevolezza e di responsabilizzazione, fino a poter riconoscere il modo distruttivo in cui veniva gestito il potere e accettare che una supremazia ottenuta con la violenza psicologica non cancella un sentimento di inferiorità che ha bisogno di altri livelli più profondi di elaborazione. Il grosso del lavoro sul gaslighting è di tipo preventivo. Innanzitutto occorre che, chi pone in essere una relazione di coppia con un progetto di lungo termine, abbia chiaro che l’amore non è un sentimento soltanto di tipo romantico, ma si basa necessariamente, nella vita quotidiana, su un costante monitoraggio della variabile «potere», nel senso del peso che ciascuno dei due si riconosce e riconosce all’altro-a nelle decisioni comuni, nell’immagine esterna della coppia, nella gestione finanziaria, nel tempo libero, nei rapporti con le famiglie d’origine… Se una giovane coppia non ha contezza di quanto pesi l’equilibrio di queste forme di potere, di quanto sia intrinseca questa variabile rispetto alla relazione affettiva, tenderà ad immaginare che la relazione romantica possa fare a meno di doversi confrontare con tutto ciò, che l’amore automaticamente possa risolvere questi e altri problemi, e che nel caso basterà sopportare, fare un passo indietro, oppure alzare i toni, pigiare un po’ di più sulla leva del potere, per riequilibrare un rapporto che era partito già troppo sbilanciato. E bisogna che, chi si impegna in una relazione di coppia, possa accedere ad un buon livello di consapevolezza di sé, possa conoscere e riconoscere i propri punti di forza e i propri punti deboli, e consolidare una immagine di sé stabile ma non rigida, potenzialmente in evoluzione, e assumersi la responsabilità di questa evoluzione in prima persona, rinunciando a «coprire» i propri vuoti a spese del partner. Bisogna cancellare dalla mentalità di chi si ama quella dannosissima ottica sacrificale che induce a risolvere i problemi di coppia e le carenze del partner a spese della dignità umana e della integrità psichica propria o dell’altra persona. Bisogna insegnare alle ragazze e ai ragazzi che nessuna formula sana dell’amore ammette la violenza psicologica, l’umiliazione, la svalutazione del partner, né nella forma agìta, né nella forma subìta.

Relazioni ben equilibrate

Bisogna sottolineare quanto nelle relazioni d’amore sia fondamentale un certo equilibrio tra le due persone, su molti piani: sul piano della maturità psicologica, sul piano della consapevolezza, sul piano della capacità di comunicare in modo rispettoso, sul piano dei valori, sul piano dei progetti, sul piano della stima, sul piano dell’impegno, sul piano della fiducia… Perché una relazione di coppia che parte già squilibrata è come un marciatore che parte con una gamba più corta dell’altra. Presto non riuscirà a camminare bene, si farà male, e dovrà fermarsi. È come un calesse con due cavalli dove uno è più debole dell’altro, e dove quello più forte, per non umiliare il suo compagno, cammina più lento e lascia che sia il più debole a «fare il passo», dando di sé un’immagine fuorviante e lasciando in mano all’altro un potere che poi quest’ultimo farà fatica a sostenere. Certo, non sarà possibile bilanciare esattamente ciascuna variabile, ma almeno che ci sia un buon bilanciamento nell’insieme è fondamentale, altrimenti la via d’uscita è il conflitto distruttivo, aperto e lacerante, o nascosto e devastante come nel gaslighting. L’ostacolo più grande per aprirsi da adulti ad una sana forma di educazione sentimentale è nella ideologia dell’amore romantico, come forza capace di superare qualunque ostacolo. Sono gli slanci iniziali che ci fanno uscire dal nostro io, ci fanno aprire il cuore verso una persona tutto sommato sconosciuta, ci fanno sognare un futuro insieme, ci gratificano con scariche benefiche di endorfine. Ma sono altri i passaggi che poi ci permettono di costruire una relazione stabile e duratura, che costituisca una base sicura e un nido caldo per noi partener in primis, e poi anche per le figlie e i figli che vorremo mettere al mondo. Sono passaggi che hanno a che vedere con la capacità di amare in modo adulto, partendo dal porsi nella coppia come soggetti autonomi che non vogliono bastare a se stessi, ma impegnarsi in un legame che possa dar valore e forza a ciascuno dei due, e produrre benessere e sicurezza, crescita e vitalità verso l’interno e verso l’esterno della relazione. Un tale cammino lo si comincia da bambini, da bambine, con l’educare l’espressione dei bisogni e delle emozioni, e con il riconoscere la dignità dell’altra persona, le sue specificità, con l’allenarsi a cooperare per un maggior bene comune anziché prevalere per affermare se stessi a spese dell’altro. Non solo per fare un bambino ci vuole un intero villaggio, come recita un famoso proverbio africano, ma per fare una coppia felice ci vuole una educazione sentimentale che inizi molto presto e duri tutta la vita.

Gaslighting

Il termine fa riferimento all’opera teatrale inglese «Gas Light» di Patrick Hamilton del 1938, dove il protagonista, per raggiungere i suoi obiettivi senza essere scoperto dalla moglie, utilizza una serie di metodi per farla dubitare di se stessa e della sua stessa percezione. Con gaslighting si intende proprio quella forma di abuso e di manipolazione psicologica che spinge la vittima a dubitare della sua percezione della realtà e dei suoi pensieri. «Si tratta di una forma di violenza psicologica insidiosa, dove le menzogne dell’abusatore vengono presentate alla vittima come verità anche davanti a evidenze. Queste ultime, invece, sono indicate spesso come frutto dell’immaginazione della vittima o di un suo errore», interviene lo psicoterapeuta. Il gaslighting può comportare effetti gravissimi sulla psiche di chi lo riceve, perché «può ledere l’autonomia e la capacità di decisione e di valutazione della vittima, gettandola in uno stato confusionale». 

https://www.skuola.net/school-love/fenomeni-online-amore-ghosting-benchingorbiting.html 

 

domenica 20 settembre 2026

SILENZIO, VITA, COMUNICAZIONE

 ASCOLTARE

 IL 

SILENZIO



Enzo Bianchi 

Se nella nostra società “l’uomo è diventato un’appendice del rumore” (Max Picard), si fa sempre più urgente l’esigenza che ciascuno ritrovi la propria umanità attraverso la riscoperta del silenzio e l’apprendimento dell’antichissima arte di “ascoltare il silenzio”. Impresa certo non semplice, se già Eraclito definiva i propri simili come “incapaci di ascoltare e di parlare”: da allora forse abbiamo l’impressione di aver compiuto passi in avanti nella capacità di parlare, ma certo quanto ad ascolto sembriamo tornati indietro di secoli. Abbiamo bisogno di una pedagogia dell’ascolto che può prendere le mosse solo dal silenzio. Sì, “ascoltare il silenzio” può sembrare un ossimoro, invece è la chiave che apre il mondo dell’ascolto autentico e della comprensione di ciò che si sente. 

La tradizione spirituale non solo cristiana ha sempre riconosciuto l’essenzialità del silenzio per una vita interiore autentica. “La preghiera – ha detto il Savonarola, che pur di discorsi appassionati ben si intendeva – ha per padre il silenzio e per ma­dre la solitudine”. Solo il silenzio, infatti, rende possibile l’ascolto, cioè l’accoglienza in sé non soltanto della parola pronunciata, ma anche della presenza di colui che parla. Il silenzio è linguaggio di amore, di profondità, di pre­senza all’altro. Del resto, nell’esperienza amorosa il silenzio è spesso linguaggio molto più eloquente, intenso e comunicativo delle parole. Purtroppo oggi il silenzio è raro, è forse la realtà maggiormente assente nelle nostre giornate: siamo bombardati da messaggi sonori e visivi, i rumori ci derubano della nostra interiorità e le parole stesse vengono immiserite dal loro essere urlate, ridotte a slogan o invettive. Ora, “quando diminuisce il prestigio del linguaggio aumenta quello del silenzio” (Susan Sontag). Dobbiamo confessarlo: abbiamo bisogno del silenzio! Ci è necessario da un punto di vista pret­tamente antropologico, perché l’uomo, che è un essere di relazione, comunica in modo equilibrato e significativo soltanto grazie all’armonico rapporto fra parola e silenzio. 

Ma abbiamo bisogno del silenzio anche dal punto di vista spirituale. Per la fede ebraica e cristiana il silenzio è una dimensione teologica: sul monte Oreb, il profeta Elia percepì di essere alla presenza di Dio non nel frastuono di venti, tuoni e terremoto ma solo quando ascoltò “la voce di un silenzio sottile” (1Re 19,12). Ignazio di Antiochia dirà che Cristo è “la Parola che procede dal silenzio”. Non si tratta semplicemente dell’astenersi dal parlare o dell’assenza di rumori, ma del silenzio interiore, quella dimensione che ci restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell’essere, di fronte all’essenziale. “Nel silenzio è insito un meraviglioso potere di osservazione, di chiarificazione, di concentrazione sulle cose essenziali” (Dietrich Bonhoeffer). Il silenzio è custode dell’interiorità in quanto ci conduce da una dimensione primaria e “negativa” di sobrietà, di­sciplina nel parlare o addirittura di astensione da parole, a un livello più profondo, di intensa vita spirituale: cioè al far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giu­dizi, le mormorazioni che nascono nel cuore. È il difficile silenzio interiore, quello che trova il proprio ambito vitale nel cuore, luogo della lotta spirituale. Ma proprio questo silenzio profondo genera l’attenzione, l’accoglienza, l’empatia nei confronti dell’altro. 

Il silenzio scava nel nostro profondo uno spazio per farvi abitare l’alterità, per farne risuonare la parola e, al tempo stesso, ci dispone all’ascolto intelligente, al parlare misurato, al discernimento di ciò che brucia nel cuore dell’altro e che è celato nel silenzio da cui nascono le sue parole. Il silenzio, allora, quel silenzio, suscita in noi la carità, l’amore del fratello. “Il silenzioso diventa fonte di grazia per chi ascolta” aveva affermato san Basilio. Per il cristiano, il rimando all’ascolto obbediente della Parola di Dio, all’accoglienza del Verbo fatto carne è evidente ed estremamente eloquente. Non a caso è questo il silenzio che proviene a noi da una lunga storia spirituale: è il silenzio cercato e praticato dagli esicasti per ottenere l'unificazione del cuore, il silenzio della tradizione monastica finalizzato all’accoglienza in sé della parola di Dio, il silenzio della preghiera di adorazione della presenza di Dio. Ma è anche il silenzio caro ai mistici di ogni tradizione religiosa e, ancor prima, è il silenzio di cui è intriso il linguaggio poetico, il silenzio che costituisce la materia stessa della musica, il silenzio essenziale a ogni atto comunicativo. Il silenzio, evento di profondità e di unificazione, rende il corpo eloquente conducendoci ad abitare il nostro corpo, a nutrire la nostra vita interiore, guidandoci a quell’habitare secum così prezioso per la tradizione monastica come per quella filosofica. Il corpo abitato dal silenzio diviene rivelazione della persona intera. 

Proviamo allora a ricavare nel ritmo del nostro vivere un tempo per ascoltare il silenzio: riusciremo a cogliere gli sforzi compiuti per crearlo e custodirlo, a discernere i suoni impercettibili della presenza di altre creature accanto a noi, a comprendere il non-detto che abita la gran quantità di parole, ad avere intelligenza di quanto accade – cioè, letteralmente, a “leggere dentro” gli eventi – e, finalmente, anche ad ascoltare meglio noi stessi e gli altri quando parlano al nostro cuore e alla nostra mente, e non solo ai nostri orecchi. 


Alzogliocchiversoicielo

sabato 19 settembre 2026

GIUSTIZIA E MISERICORDIA

 

Dal contratto

alla promessa,

per trovare

 il giusto mezzo


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXV domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 55,6-9; Sal 144/145; Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16

Nelle scorse domeniche la liturgia della Parola ha enfatizzato il tema della riconciliazione fraterna e del perdono reciproco: il messaggio evangelico ci ha mostrato che riconciliazione e perdono sono imprese destinate a rimanere improbabili, spesso addirittura impossibili, se non si tiene presente – come modello paradigmatico – la misericordia divina. In questa domenica l’accento viene posto sulla giustizia. Riguardo alla quale gli esseri umani, seppur in varie maniere, si sono esercitati con maggiore costanza nel corso della storia, formulando codici giuridici, ideando sistemi legislativi, stabilendo criteri legali. Magari per poi aggirarne le esigenze e violarli in modi più o meno subdoli. E spesso finendo per contrapporre la giustizia alla grazia. Questa è solitamente intesa come una sospensione della giustizia, perciò sempre a rischio di dimostrarsi ingiusta. Un tale fraintendimento della grazia e del suo rapporto intrinseco con la giustizia giunge a proiettare persino in Dio la presunta incompatibilità tra giustizia e misericordia.

L’odierna pagina evangelica, anche in questo caso, distingue nettamente la giustizia umana da quella divina, benché non le contrapponga affatto. E, soprattutto, rivela che in Dio giustizia e grazia, misericordia e giustizia, non si contraddicono. Per Dio, giustizia e grazia non sono alternative l’una all’altra, quasi che operando secondo giustizia egli non operi più con grazia. E viceversa. Giustizia e grazia, in Dio, non sono estremi che si escludono a vicenda, bensì poli che si attraggono, intrecciandosi tra loro a tal punto da coincidere: la misericordia di Dio è la sua giustizia, come la giustizia di Dio è la sua misericordia.

Gesù ne dà il lieto annuncio, raccontando la parabola degli operai invitati – in momenti diversi della giornata – a lavorare in una vigna. Il loro datore di lavoro ne aveva chiamati alcuni all’alba, accordandosi con loro di pagarli un denaro a testa: il fatto di essersi accordato (la voce verbale greca qui usata è symphōnéō, che vuol dire stare in sintonia, realizzare una sinfonia) ci fa intuire che quel contratto era pienamente soddisfacente per tutti, prospettando – giustamente – per quegli operai non il minimo ma il massimo salariale. Ne aveva poi chiamati altri alle nove del mattino, promettendogli di dar loro «quello che è giusto» (díkaion, nel greco dell’evangelista Matteo: da díkē, che significa giustizia). Ugualmente aveva fatto di nuovo a mezzogiorno, alle tre del pomeriggio e, infine, alle cinque. Al calar della sera, quel datore di lavoro dispose che tutti gli operai – quelli dell’ultima ora non diversamente da quelli della prima ora – fossero pagati con un denaro, cioè con l’intera paga giornaliera. Ma qualcuno della prima ora ebbe da ridire, borbottando che era ingiusto pagare con lo stesso salario chi aveva faticato tutta la giornata e chi aveva lavorato solo pochissime ore.

Il ragionamento di quell’operaio scontento non faceva una grinza. Anche noi, istintivamente, gli diamo ragione, radicati come siamo nella concezione “retributiva” che abbiamo della giustizia. Ma restiamo spiazzati, al pari degli uditori di Gesù, dalla spiegazione data dal padrone della vigna. Il quale, all’operaio contestatore, disse: «Amico, io non ti faccio torto (Hetaîre – che significa anche “socio” –, ouk adikô se)». Vale a dire: io non compio un’ingiustizia a tuo carico, io sto rispettando il contratto che abbiamo fatto. Tuttavia, per quel padrone così strano, che da despótēs e da kýrios – i termini greci che si trovano nella pagina evangelica – si trasforma in amico e socio dei suoi operai, la promessa fatta a quelli della seconda, terza, quarta e ultima ora, non vale meno del contratto stipulato con quelli della prima ora. Anche la promessa si impegna a corrispondere «quello che è giusto». In forza del contratto, «quello che è giusto» è il massimo salariale. In virtù della promessa, «quello che è giusto» è un minimo salariale, che equivale al massimo. Poiché, alla luce della promessa, diventa chiaro che la giustizia, per quel padrone, è un tutt’uno con la sua bontà (all’operaio scontento, egli difatti risponde: «Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?»).

La giustizia e la bontà di quel padrone sui generis sono, in ogni caso, il massimo, la misura più alta, la più favorevole. Stando all’insegnamento del Maestro di Nazareth, contestare quest’intreccio di bontà e giustizia non ci rende più coerenti con la giustizia, ma meno inclini alla bontà. E, di conseguenza, più propensi alla malvagità. Sì, proprio alla malvagità. Giacché, nel greco del brano matteano, la frase «tu sei invidioso perché io sono buono» suona letteralmente così: «il tuo occhio è malvagio per il fatto che io sono buono». L’occhio malvagio (ponērós, lo stesso termine che si trova nell’ultima invocazione del Pater noster: «liberaci dal maligno») vede come fosse un male ciò che invece è buono, vede come un ingiusto colui che è buono (agathós). Occorre, dunque, maturare una corretta visione della realtà. Bisogna chiarire la verità delle cose, come fa quel padrone con la sua spiegazione riguardo al senso del suo comportamento. Cambiando sguardo, ovverosia modo di pensare, allora si può comprendere ciò che già il profeta Isaia diceva per conto di Jhwh Adonai: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore», come leggiamo nella prima lettura di questa domenica.

È importante capirlo, perché altrimenti si travisa la morale che Gesù distilla dalla sua parabola: «Così gli ultimi (éschatoi) saranno i primi (prôtoi) e i primi, ultimi». Non è un manifesto rivoluzionario, come prevederebbe la dialettica hegeliana tra servo e padrone radicalizzata in lotta di classe da Marx ed Engels. Non dobbiamo interpretare sulla scia del materialismo storico la storia della salvezza cantata nel Magnificat dalla Madre di Gesù. Il Dio biblico, e Gesù come suo Messia, non mirano a capovolgere le gerarchie che pur intasano di opprimenti sovrastrutture l’esistenza umana e la vita sociale. Non stanno né a destra né a sinistra. E neppure in un centro che di volta in volta rafforzi tatticamente il peso della destra o della sinistra. Puntano, piuttosto, a quella che i filosofi greci prima e, poi, i Padri della Chiesa chiamavano mesótēs, il giusto mezzo: illuminante espressione, il cui fulcro non sta nel sostantivo “mezzo” bensì nell’aggettivo “giusto”.

Il Dio biblico, tramite Gesù suo Messia, vuole farci sapere che nel «regno dei cieli» – impersonato da un Signore misericordioso e giusto, giusto in quanto misericordioso – le gerarchie d’ogni tipo sono superflue. Al suo cospetto – e in relazione con lui – tutti sono sullo stesso piano. Gli ultimi al livello dei primi. E i primi al livello degli ultimi, che ormai sono giustappunto i primi. Non “al posto”, ma “al livello”. Nel regno dei cieli nessuno scalza nessuno. Tutti hanno, semmai, il loro inalienabile e inviolabile posto. Più precisamente: tutti stanno in un unico, medesimo, posto: quello del Figlio stretto nell’abbraccio del Padre suo.

È Cristo Gesù il «giusto mezzo», cioè colui che sta nell’abbraccio di Dio Padre. È lui, al contempo, il primo e l’ultimo, ho prôtos kaì ho éschatos, come il Risorto proclama, riguardo a sé, nell’ultimo libro della Bibbia cristiana (Ap 1,17).

www.tuttavia.eu

 

 

IL PAPA E LO SPORT

 

Lo sport,

 strumento

 comunitario

 aperto 

e inclusivo


Lettera di papa Leone XIV 

"La Vita in Abbondanza" sul valore dello Sport

Di Antonio Tarallo

 (ACI Stampa).

Lo sport, strumento comunitario aperto e inclusivo che aiuta l'uomo a crescere nella sua persona. Incoraggia poi la tregua olimpica in questo momento così particolare del mondo. Il papa scrive sullo sport e lo fa con una Lettera il cui titolo già dice tutto: “La vita in abbondanza”, un titolo che riassume tutto il contenuto delle parole del pontefice. Lo fa in occasione della celebrazione dei XXV Giochi Olimpici Invernali e dei XIV Giochi Paralimpici che hanno inizio oggi. 

Lo sport, seppur praticato da professionisti, rimane comunque “un'attività comune, aperta a tutti”, “salutare per il corpo e per lo spirito, al punto da costituire un'universale espressione dell'umano” così si esprime papa Leone XIV. Un grande valore è quello della pace, per il pontefice: e in merito cita i suoi predecessori come Giovanni Paolo II, un papa sportivo come papa Prevost tra l'altro. Fa riferimento, dunque, alla famosa tregua olimpica, che nell'antica Grecia era un accordo volto a sospendere le ostilità prima, durante e dopo i Giochi Olimpici, “affinché atleti e spettatori viaggiare liberamente e le competizioni si svolgono senza interruzioni”. Una tregua in virtù del fatto che lo sport “promuove la maturazione della coesione comunitaria e del bene comune”: “Incoraggio vivamente tutte le Nazioni, in occasione dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, a riscoprire ea rispettare questo strumento di speranza che è la Tregua olimpica, simbolo e profezia di un mondo riconciliato”.

Non poteva mancare, nella Lettera, un paragrafo riguardo all'importante valore formativo dello sport. Ed è partendo dal Vangelo di Giovanni, dalla frase che dà il titolo alla Lettera («Io sono venuto perché ho la vita e l'abbiano in abbondanza») che il pontefice scrive riguardo questo alto e importante valore. Papa Leone XIV dà allora la sua chiave di lettura tutta cristiana, profondamente radicata nella Chiesa: “Gesù ha sempre posto al centro le persone, se ne è preso cura, desiderando per ciascuna di esse la pienezza della vita”. Un pensiero che si dirama - grazie anche ad alcuni spunti presi dal Magistero di Giovanni Paolo II - poi in una visione antropologica-cristiana: una visione in cui l'uomo è legato alla sua missione. “La persona, dunque, secondo la visione cristiana - continua il pontefice - deve rimanere sempre al centro dello sport in tutte le sue espressioni, anche in quelle di eccellenza agonistica e professionale”. E sulla figura dell'atleta si addentra in un raffronto con gli scritti paolini. Sono stati molti, infatti, gli autori cristiani che hanno utilizzato “immagini atletiche come metafore per descrivere le dinamiche della vita spirituale; e questo, fino ad oggi, ci fa riflettere sulla profonda unità tra le diverse dimensioni dell'essere umano”. E, sempre in merito all'uomo, il papa sottolinea come in lui ci sia “unità di corpo, anima e spirito”. Unità che troviamo - sottolinea la Lettera - ad esempio nei pellegrinaggi dove tutti questi elementi sono coinvolti. 

La tradizione di unità tra corpo e spirito, inoltre, ricorda papa Leone è possibile trovarla - nella storia della Chiesa - “nelle scuole dei Gesuiti”: pratiche sportive (in cui anima e corpo vivono appieno) avvalorate “dagli scritti di Sant'Ignazio di Loyola, in particolare dalle Costituzioni della Compagnia di Gesù e dalla Ratio Studiorum”. E poi, allora, cita i grandi educatori cristiani quali  san Filippo Neri e san Giovanni Bosco. Ricorda anche l'Enciclica Rerum novarum (1891) di Leone XIII: “essa stimolò la nascita di numerose associazioni sportive cattoliche, rispondendo così sul piano pastorale alle mutate esigenze della vita moderna – si pensi alle condizioni degli operai dopo la rivoluzione industriale – e alle nuove abitudini emergenti”.

La Lettera fa riferimento ai vari pontefice della Chiesa: tutti concordi nell'affermare il grande valore umano presente negli sport: " Molto significativi sono stati due Giubilei dello Sport celebrati da San Giovanni Paolo II: il primo il 12 aprile 1984, nell'Anno della Redenzione; il secondo il 29 ottobre 2000, allo Stadio Olimpico di Roma. In questa stessa linea si è posto il Giubileo del 2025, che ha rilanciato in modo esplicito il valore culturale, educativo e simbolico dello sport come linguaggio umano universale di incontro e di speranza”. 

Lo sport - sottolinea il papa - riesce ad andare fuori dal proprio io: "Durante un'esperienza sportiva, inoltre, spesso la persona si concentra completamente la propria attenzione su ciò che sta facendo. Si verifica una fusione tra azione e consapevolezza, al punto che non resta spazio per un'attenzione esplicita rivolta a sé stessi. In questo senso, l'esperienza interrompe la tendenza all'egocentrismo" così scrive. 

E poi, evidenzia l'importanza della “democraticità” che si dovrebbe avere nello sport, pratica non esclusivamente possibile a ceti sociali sviluppati, ma a aperta a tutti. Come pure, evidenzia, la difficoltà - in alcune società - delle ragazze a praticare alcuni sport. Così anche nella vita religios: “A volte, nella formazione alla vita religiosa, specialmente femminile, permangono diffidenze e timori verso l'attività fisica e sportiva”. E, allora, “occorre dunque impegnarsi affinché lo sport sia reso accessibile a tutti”. Denuncia anche quel business che sta divenendo troppo spesso “la motivazione primaria o esclusiva” del fare sport. Nulla di più negativo per lo sport, perché si tradisce il suo valore profondo.  Lo sport è comunità, per papa Leone XIV. Ed è importante, fondamentale, dunque, rifiutare ogni tipo di strumento non lecito come il doping e ogni altra “forma di corruzione”. 

Un passaggio assai importante è, inoltre, dedicato al valore del vincere e del perdere. Scrive papa Leone XIV: "Vincere non è semplicemente primeggiare, ma riconoscere il valore del percorso compiuto, della disciplina, dell'impegno condiviso. Perdere, a sua volta, non coincide con il fallimento della persona, ma può diventare una scuola di verità e di umiltà. Lo sport educa così a una comprensione più profonda della vita, nella quale il successo non è mai definitivo e la caduta non è mai l'ultima parola". 

 Infine mette in guardia dalle “tecnologie applicate” che “rischiano di introdurre una separazione artificiale tra corpo e mente, trasformando l'atleta in un prodotto ottimizzato, controllato, potenziato oltre i limiti naturali. Quando la tecnica non è più al servizio della persona ma pretende di ridefinirla, lo sport perde la sua dimensione umana e simbolica, diventando un laboratorio di sperimentazione disincarnata” scrive papa Leone XIV.

"Una valida pastorale dello sport nasce dalla consapevolezza che lo sport è uno dei luoghi in cui si formano immaginari, si plasmano stili di vita e si educano le giovani generazioni. Per questo è necessario che le Chiese particolari riconoscano lo sport come spazio di discernimento e accompagnamento, che merita un impegno di orientamento umano e spirituale" continua papa Leone XIV. Ribadisce l'importanza di racconto pastorale che “può contribuire in modo significativo alla riflessione sull'etica sportiva” scrive il pontefice. 

 E conclude: "La vita spirituale offre agli sportivi uno sguardo che va oltre la prestazione e il risultato. Introduce il senso dell'esercizio come pratica che forma l'interiorità. Aiuta a dare significato alla fatica, a vivere la sconfitta senza disperazione e il successo senza presunzione, trasformando l'allenamento in disciplina dell'umano. Tutto ciò trova il suo orizzonte ultimo nella promessa biblica che offre il titolo a questa Lettera: la vita in abbondanza". 

Aci Stampa

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LA DEMOCRAZIA E IL VOTO

 

Ma il problema 

della nostra

 democrazia 

non è 

la nuova 

legge elettorale


-di Giuseppe Savagnone

La polemica sul premio di maggioranza

Divampa la polemica sulla riforma elettorale che è stata appena approvata al Senato e sta per esserlo, presumibilmente, alla Camera. L’opposizione l’ha già battezzata “legge-truffa”. E 160 costituzionalisti hanno sottoscritto un appello per segnalarne gli aspetti più critici.  

Tra questi è in primo piano l’introduzione del premio di maggioranza – una misura che non c’era nel Rosatellum, la legge elettorale finora vigente –, per cui alla lista o alla coalizione che alla fine prenda almeno il 42% dei voti, in entrambe le Camere, spetteranno 70 seggi aggiuntivi alla Camera dei deputati e 35 al Senato, facendola arrivare al 55%.

In realtà questa norma del Melonellum, come viene scherzosamente denominato il nuovo testo, va letta in rapporto ad un’altra, anch’essa di grande portata, che elimina completamente i collegi uninominali, passando a un sistema integralmente proporzionale. Con il Rosatellum circa un terzo dei parlamentari veniva eletto nei collegi con sistema maggioritario: chi aveva più voti prendeva il seggio e delle preferenze minoritarie non si teneva conto. Con la riforma, i collegi sono tutti plurinominali, e l’assegnazione dei seggi rispecchia la distribuzione dei voti tra i vari partiti.

Un’innovazione che può stupire in una riforma che, dichiaratamente, mira a garantire maggiore stabilità al governo (l’altro nome del testo è, significativamente, Stabilicum, perché è chiaro che il proporzionale determina una maggiore frammentazione dell’esito del voto.

E proprio a scongiurare questo pericolo il Melonellum prevede l’introduzione del premio di maggioranza (o di governabilità), con cui il principio maggioritario, eliminato nei collegi, ritorna in qualche modo ad ispirare l’insieme della votazione. Non a caso l’espressione «chi ha un voto in più governa e basta» è spesso ripetuta, in questi giorni proprio dai sostenitori della riforma, non più riferita all’elezione nel singolo collegio, ma a quella dell’intero Parlamento.

Resta, però, un limite preciso, imposto dalla sentenza con cui nel gennaio del 2017 la Suprema Corte ha ritenuto costituzionalmente legittimo il premio di maggioranza, per la lista che consegua almeno il 40% dei voti, purché la maggioranza così ottenuta non superi il 55%. Tenendo conto di questa pronunzia, la riforma prevede che, per evitare squilibri eccessivi, la coalizione premiata non potrà superare il 55% degli eletti – 220 deputati – alla Camera e il 56,5% – 113 senatori – al Senato.  

Un accorgimento che rende improbabile l’accoglimento da parte della Corte costituzionale della richiesta di incostituzionalità su questo punto, anche se, evidentemente, lascia aperto il problema politico.

Le elezioni del 2027 alla luce di quelle del 2022

E proprio per capire il senso politico di ciò che la riforma dice e di quello che non dice è importante leggerla con un occhio alla precedente consultazione elettorale, quella che ha portato al potere l’attuale governo.

Una prima importante novità è che ora PD, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa sono entrati a formare insieme al Movimento 5 Stelle un unico fronte elettorale, il cosiddetto “campo largo”, a differenza che nel 2022, quando, per un assurdo reciproco irrigidimento, si presentarono separati. Una scelta che portò a un annunciato suicidio elettorale, determinando inevitabilmente la sconfitta di entrambi gli schieramenti in tutti i collegi uninominali, in molti dei quali avrebbero avuto, se uniti, la maggioranza.

Quanto detto spiega perché la maggioranza ora abbia cambiato la legge elettorale abolendo appunto i collegi uninominali, dove teme di avere, questa volta, la peggio.

Una seconda novità è costituita dai sondaggi sfavorevoli al centrodestra, dopo il trauma del referendum e ora che la formazione di Vannacci, Futuro Nazionale, sembra avere assorbito una parte significativa dei suoi voti. Da qui il timore che le elezioni del prossimo anno, questa volta, diano luogo a un “pareggio”, mettendo fine all’esperienza del governo Meloni e la decisione di puntare sul premio di maggioranza per ottenere un risultato almeno vicino a quello raggiunto nel 2022 senza premio.

Perché allora la coalizione di centrodestra ha ottenuto alla Camera 237 deputati, a fronte degli 84 del centrosinistra e dei 53 del Movimento 5 Stelle, e al Senato 115 senatori, a fronte dei 44 del centrosinistra e dei 28 del Movimento 5 Stelle. Più, addirittura, di quel 55% che può aspirare ad avere alle prossime elezioni se conquista il premio di maggioranza. Ma allora li ha avuti con i voti…

Una legislatura divisiva

Il peggio che possa accadere, dunque, con questa riforma sfacciatamente ispirata agli interessi della maggioranza, ma che forse è eccessivo definire “legge-truffa”, è che si riproduca la situazione già in atto, in Parlamento, da quattro anni. Ma il problema non è dato dal rapporto numerico tra maggioranza e minoranza, bensì dallo stile che ha contrassegnato la gestione del potere da parte di quest’ultima, sia nei confronti del resto del Parlamento, sia verso gli altri organi costituzionali, prima fra tutte la magistratura.

Perché in questi quattro anni la maggioranza parlamentare è servita al centrodestra per esercitare un controllo totale del Parlamento che gli ha consentito di governare a suo piacimento, senza che l’opposizione riuscisse a ostacolarlo seriamente.

E questo in un clima che ha escluso ogni dialogo, riducendo il dibattito parlamentare, che dovrebbe essere al centro della vita democratica di un Paese, alla logica del calcolo numerico di maggioranza e minoranza. Il criterio è stato “chi ha un voto in più decide”.

Parafrasi di quel “chi ha un voto in più governa e basta”, ispirato a un cattivo concetto di democrazia, tipico del sovranismo (e riscontrabile infatti anche nella gestione trumpiana del governo negli Stati Uniti), secondo cui essa viene concepita come una “dittatura della maggioranza”. In questa logica perversa il vincitore delle elezioni, invece di sentirsi rappresentante di tutti e impegnato a confrontarsi continuamente con tutti, inclusi gli avversari sconfitti, ritiene suo diritto/dovere “tirare dritto”, esercitando il potere istituzionale per affermare gli interessi della propria parte.

Esemplare la promessa fatta da Trump di utilizzare i fondi pubblici per elargire 5.000 dollari ai cittadini americani se faranno vincere, alle elezioni di medio termine, i repubblicani. E davanti a molti interventi di Giorgia Meloni (la cui sintonia col tycoon rimane profonda) si ha la percezione di assistere ai comizi della pasionaria del suo partito, piuttosto che a una voce che rappresenta tutti gli italiani.

La stessa divisività ha contrapposto questa maggioranza di governo alla magistratura, alla Corte dei conti, alla Banca d’Italia, a tutti i centri di potere che potevano e dovevano avere un’autonomia propria per servire al bene comune.

Emblematico il modo in cui è stata fatta la riforma della giustizia, una riforma costituzionale e quindi decisiva per le sorti della nostra democrazia, varata in Parlamento in tempi record a colpi di maggioranza, in esplicito conflitto con la magistratura e bloccata poi dal voto popolare.

Lo scollamento tra potere istituzionale e popolo

La vicenda referendaria è stata significativa peraltro del rapporto tra classe di governo e base popolare. Spesso abbiamo sentito i rappresentanti del potere evocare il diritto al comando che viene loro dalla volontà degli italiani. Si tende a dimenticare e a far dimenticare che l’ultima tornata elettorale ha visto il massimo storico di astensioni: il 36,1%, un dato in crescita di 9,1 punti rispetto al 2018, quando l’astensione si era attestata al 27%, e – per fare un raffronto con la Prima Repubblica – quasi sei volte superiore rispetto al 6,51% delle elezioni del 1976.

In concreto, oltre 16,5 milioni di italiani non sono andati a votare, oltre 4 milioni in più rispetto alla precedente consultazione politica. E al non-voto va aggiunto il 2,2% di schede bianche e nulle. Insomma, quasi il 40% dei potenziali elettori oggi non è rappresentato nel nostro attuale Parlamento.

Del rimanente 60%, il centrodestra ha raccolto, rispetto ai circa 46 milioni di italiani aventi diritto al voto, un totale di 12,6 milioni di voti. Il 27%. È dunque in base alla fiducia di meno di un italiano su tre che si è preteso di gestire la cosa pubblica senza provare a cercare riscontri nelle altre forze politiche.

La base popolare di un governo non era mai stata così ristretta.  Il primo governo Conte, venuto fuori dalle precedenti elezioni, quelle del 2018, poteva contare tra Movimento 5 Stelle e Lega sul sostegno di 16,4 milioni di voti. Con la sola eccezione del governo Prodi – che, nel 1996, andò al potere grazie a 13,1 milioni di voti (ma anche con l’appoggio esterno di Rifondazione che di voti ne aveva 3,7 milioni) – tutti i governi precedenti, andando indietro fino al 1994, hanno avuto tra i 16,5 milioni di voti e i 19,7 milioni. Per non parlare degli anni Ottanta e Settanta, in cui, insieme ai suoi alleati, la DC aveva dietro di sé fino a 20 milioni di voti.

Come ha osservato un politologo, le elezioni che hanno portato al potere il governo Meloni hanno segnato il «crollo verticale della rappresentatività e della rappresentanza del Parlamento. Sia perché un numero crescente della popolazione decide di non partecipare al processo elettorale, con conseguenze negative dirette sulla qualità della rappresentanza democratica, sia a causa dell’intreccio tra riduzione del numero dei parlamentari e sistema elettorale fortemente distorsivo. Il voto del 2022 segna il momento di maggiore distacco tra classe politica e comunità politica» (Marco Valbruzzi).

A questo punto, la reazione popolare che ha bocciato la legge di riforma della giustizia acquista tutto il suo significato di reazione al declino della logica democratica.

Una classe politica inadeguata

Questo declino, peraltro, non è certo solo responsabilità del centrodestra. Complementare alla sua inadeguatezza è stata quella dell’opposizione. I suoi protagonisti principali, PD e Movimento 5 Stelle, sono profondamente in difficoltà.  Il primo, orfano del marxismo (anche se assurdamente accusato dalla destra di “comunismo”), da tempo ha ripiegato sulle battaglie per i diritti civili, a scapito di quelli sociali, diventando l’erede dell’individualismo possessivo del partito radicale (tradizionalmente di destra).

E il Movimento 5 Stelle, orfano a sua volta del sogno della democrazia diretta del popolo (vi ricordate la piattaforma Rousseau e il divieto dei rappresentanti di ricandidarsi?), stenta a trovare un’identità che vada al di là di un generico pacifismo. Sta di fatto che, quando questi partiti sono stati al governo, non sono stati in grado di affrontare adeguatamente le grandi crisi del nostro Paese, da quella dei poveri (in Italia ci sono 5 milioni e mezzo di persone sotto la soglia minima di povertà) a quella dei migranti (il governo Conte 2 e soprattutto il governo Gentiloni che, col ministro Minniti, ha inaugurato la politica del finanziamento dei lager libici).

E ora, per di più non riescono ad andare al di là di una sterile competizione per la scelta del futuro premier, senza fare reali passi avanti nell’elaborazione di un programma comune.

Ma allora il problema non è la nuova legge elettorale – per quanto furbesca e strumentale essa sia –, è il decadimento di una classe politica che ha urgente bisogno di trovare idee e persone nuove. La stabilità dell’esecutivo celebrata trionfalisticamente da chi ne ha goduto in posizione di privilegio – e ora auspicata per la prossima legislatura – ha solo mostrato l’incapacità dei governanti di fare serie riforme, malgrado i “quasi pieni poteri” e i fondi del PNRR, e soprattutto di creare un clima autenticamente democratico. Ma neppure possiamo sognare i governi del passato. Abbiamo urgente bisogno di prospettive nuove, creative di vero futuro. E spetta a noi farle emergere. La democrazia è il potere del popolo, non delle opposte caste dei suoi cattivi rappresentanti. È ora di ricordarcelo, all’avvicinarsi delle prossime elezioni, perché il popolo siamo noi.

 

www.tuttavia.eu 

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CRISTIANI IRRILEVANTI?

 


La sfida di una chiesa nuova:


Incontro con

 don Armando Matteo*



-di Stefano Zecchi

L’irrilevanza del cristianesimo che consegue a questo cambiamento d’epoca chiede, per il suo superamento, una nuova mentalità pastorale. Non possiamo dare le risposte di ieri alle domande di oggi. E in questo il cristianesimo ha molte carte da giocare. Ma ad un’unica condizione: quella di immaginare una Chiesa diversa. Ed è proprio a questa Chiesa diversa che con libertà e coraggio dobbiamo dare vita oggi, giocandosi fino in fondo la fortuna di essere irrilevanti!”. Queste le parole che don Armando Matteo*, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia università urbaniana di Roma e segretario per la Sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede, fanno da introduzione al suo ultimo libro edito da San Paolo La fortuna di essere irrilevanti. L’abbiamo incontrato. 

Don Armando recentemente hai scritto “La fortuna di essere irrilevanti”. Veramente come cristiani, è una fortuna essere irrilevanti? 

Ogni aspetto dell’esistenza umana possiede un carattere di ambivalenza, cioè offre sempre un altro lato rispetto a quello che ci viene immediatamente incontro quando lo osserviamo più da vicino. E questo vale anche per il tema dell’irrilevanza. 

Con questa parola, intendo innanzitutto registrare che, per il cittadino occidentale medio, Gesù e il suo Vangelo non rappresentano più una risorsa per una vita pienamente umana. Da decenni egli si rivolge ad altre fonti per apprendere come si vive felice mente la propria presenza umana al mondo. Ciò che per noi credenti è così rilevante per una vita pienamente fiorita – penso alla fede nel Signore Gesù, all’esperienza della preghiera, alla celebrazione eucaristica domenicale, all’appartenenza ad una comunità credente, all’attenzione ai poveri e agli svantaggiati – per la maggior parte di coloro che appartengono alle generazioni occidentali nate dopo la Seconda guerra mondiale rappresenta un elemento della storia della cultura diffusa, ma non più un ingrediente essenziale per un’esistenza compiuta. Il pensiero va ai giovani, per certa misura anche a quello delle persone anziane. Nel libro documento questo fatto con riferimenti non solo all’esperienza spicciola di chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il cristianesimo diffuso nelle nostre parrocchie e movimenti ecclesiali, ma anche con riferimento ai dati delle più recenti indagini sociologiche sul sentimento religioso degli occidentali. 

Di fronte a tutto questo, non c’è certamente da essere felici. Questa situazione dispiace, ferisce, provoca pure risentimento. Ma – ed ecco qui l’ambivalenza di cui si diceva sopra – questa situazione può diventare “una fortuna”. Cioè può diventare un’occasione buona per attuare, con libertà e con coraggio, quella trasformazione pastorale di cui la Chiesa che opera in Occidente ha urgentemente bisogno. 

Nel tempo dell’irrilevanza, quando nessuno si aspetta alcunché da noi, possiamo permetterci il grande gesto del “poter deludere”. Si tratta della possibilità di mettere in atto tutto ciò che è necessario per rendere le nostre comunità quello che dovrebbero essere – luoghi in cui chiunque possa innamorarsi di Gesù e del suo Vangelo – senza dover sottostare ai placet di chi non vuole cambiare nulla perché si è sempre fatto così, di chi vuole tornare più indietro che più indietro non si può, di chi pensa che tutto è ormai perduto e dobbiamo inventarci qualcosa di super strabiliante. 

Papa Francesco ripeteva spesso che non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca

Un cambiamento d’epoca… ci siamo accorti di questo cambiamento? 

Purtroppo, nessuno come i vescovi occidentali ha fatto e fa più fatica a entrare nella dinamica che il grande papa Francesco indicava con quella straordinariamente pertinente espressione. Il cambiamento d’epoca è una cosa davvero reale. Noi viviamo in un modo qualitativamente diverso rispetto a quello dei nostri genitori e dei nostri nonni. Abbiamo vite più lunghe e più sane, un apparato tecnologico straordinario, risorse mediche, farmaceutiche e psicologiche sempre di più in grado di eliminare ogni traccia di dolore e di sofferenza, cibo in abbondanza, informazioni senza numero e strumenti di comunicazione sociale efficaci e facili da utilizzare. Tutto questo ci ha portato nell’epoca dell’abbondanza e ci ha fatto definitivamente uscire da quella “valle di lacrime” di cui parla la Salve regina. Questo è il cambiamento d’epoca: una rivoluzione epocale e strabiliante dei fondamentali dell’esistenza umana. 

E il cristianesimo con cui i giovani, gli adulti e gli anziani occidentali oggi entrano ordinariamente in contatto è ancora del tutto parametrato per una vita condotta nell’antica valle di lacrime. E tanti credenti faticano – vescovi in primis – ad accettare questa nuova condizione dell’Occidente. 

La Chiesa è indietro di 200 anni ci ricordava il cardinale Martini, come mai questa affermazione non ci ha scosso e continua a non scuoterci? 

Come ricorderai su questa espressione di Martini ho scritto un libro dal titolo La Chiesa che verrà, nel quale cerco di offrire una risposta a questa tua domanda. Il punto è che cambiare non è facile. La mentalità pastorale che governa ancora la Chiesa che è in Occidente – quella che io chiamo “la pastorale della consolazione” – ha alle spalle 600 anni di storia e di successi. Rimboccarsi ora le maniche e mettersi a dare vita ad una nuova mentalità pastorale è un’impresa semplicemente notevole. Più facile pensare che, dopotutto, non siamo così indietro rispetto al cammino dell’umanità e che con qualche piccolo aggiustamento delle cose possiamo fare quello che abbiamo sempre fatto nell’ambito della formazione, della celebrazione e della testimonianza cristiane. 

 

Le nostre parrocchie, le nostre catechesi specialmente dell’iniziazione cristiana, la liturgia… e potrei continuare sono quelle di 50...60 anni fa, se non ancora quelle pre-Concilio. Perché non ci rendiamo conto che facciamo gesti e usiamo parole che sono incomprensibili all’uomo di oggi? Nonostante il Concilio noi siamo ancora spettatori, per esempio la celebrazione eucaristica… l’unica parte in i cui i fedeli posso dire una parola è la così detta “preghiera dei fedeli” che è di tutti purché dei fedeli, è una “caramella ciucciata da altri”, perché? 

Ripeto: cambiare non è mai un gesto facile. Devi prendere delle decisioni, abbandonare qualcosa a cui ti sei abituato e fare spazio a qualcosa che non hai ancora sperimentato. E poi devi avere il coraggio di affrontare la delusione degli altri. 

Noi siamo animali che hanno bisogno di abitudini, di attendibilità, di affidabilità. Di costanti. 

E questo vale anche a livello sociale e culturale. Ed ecclesiale. Ovviamente tutto questo poi può raggiungere un livello di inefficienza e di negatività molto alto e allora è tempo di darsi una mossa. Nella seconda parte del mio libro indico tutta una serie di “trasformazioni strutturali” che la Chiesa in Occidente deve mettere in atto per non diventare una specie di museo, una sosta per turisti, un luogo dove ci si prepara unicamente all’ultimo viaggio. E gli ambiti della futura necessaria trasformazione ecclesiale sono appunto quelli della formazione, della celebrazione e della testimonianza. Ed oggi proprio grazie alla stagione dell’irrilevanza che ci tocca in sorte, come credenti saremmo più liberi di cambiare, trasformare, deludere e contenere questa delusione. 

Le nostre messe festive, non parlo di quelle feriali, sono caratterizzate dall’assenza dei giovani, non riusciamo più ad essere attrattivi? La nostra fede è diventata insignificante per le nuove generazioni? 

L’espressione più efficace per dire tutto questo ce la offre Nietzsche, quando parla del cristianesimo del suo tempo come di un grande spazio di “monotonoteismo”. In questo senso la situazione, nel tempo che ci separa dal filosofo tedesco, è rimasta semplicemente immutata. I giovani ci guardano, ci annusano, sbirciano un po’ quello che mettiamo in atto nel nostro ritrovarci domenicale e l’unica constatazione che possono fare è quella della nostra quasi permanente depressione. Che cosa rimane in verità di “festivo” nelle nostre celebrazioni festive? Molto spesso ho la ventura di celebrare delle messe nelle quali vengono cantati i canti della mia prima comunione. Inutile ricordare che il giorno della mia prima comunione appartiene al secolo e al millennio scorsi! 

 Non credi che il più grande lascito testamentario di papa Francesco sia stato papa Leone? 

L’immensa tristezza per la malattia grave e per la perdita di papa Francesco è stata per me alleviata proprio dall’elezione al soglio pontificio di papa Leone XIV. Due persone dai caratteri molto diversi, ma veri credenti, veri pastori, autentici “pontefici”. Lo Spirito di Dio guida la Chiesa. A noi tocca maggiore docilità.

Rocca Quindicinale N° 19 

*don Armando Matteo*, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia università urbaniana di Roma e segretario per la Sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede. Già Assistente Nazionale AIMC.