venerdì 11 settembre 2026

TRA PRESENTE E FUTURO

 


ANALISI DI UN VOTO



-di Giuseppe Savagnone 


Verso la frammentazione dell’Europa?

La vittoria schiacciante di AfD in Sassonia è stata oggetto di innumerevoli commenti e reazioni emotive, che però non sempre sono di aiuto a capire il suo significato.  Proviamo qui a evidenziarlo leggendo l’esito delle urne sotto tre profili diversi.

Il primo riguarda il progetto europeista che da decenni, con alti e bassi, vede gli Stati del vecchio continente impegnati a trovare un’unità che superi le divisioni nazionali e dia luogo a un vero e proprio soggetto politico, in grado di dialogare sullo stesso piano con gli Stati Uniti, la Russia e la Cina.

Un progetto fortemente avversato, ovviamente, da questi attuali grandi protagonisti della scena mondiale (soprattutto dai primi due), ma che trova in realtà grandi resistenze anche nei governi europei, fortemente attaccati alla loro autonomia e, in alcuni casi, gestiti da partiti che, come in Italia Lega e FdI, adottano esplicitamente la logica sovranista del “prima noi” (si tratti degli italiani o di altre nazionalità), conciliandola solo a prezzo di mille riserve con quella europeista.

Col risultato, purtroppo, di ridurre l’Unione Europea a un meccanismo burocratico, spesso farraginoso, che si limita a imporre regole e controlli agli Stati membri, senza che le loro popolazioni si sentano veramente coinvolte in un progetto significativo, fondato su valori e fini comuni, condizione indispensabile per un’unità politica. Un circolo vizioso per cui le resistenze verso il progetto comune ne determinano il fallimento e, a loro volta, si alimentano di esso.

L’ascesa travolgente di AfD è espressione di questa diffidenza, che diventa spesso insofferenza, verso l’Europa, in nome di una forte accentuazione dell’identità nazionale. Il programma del partito prevede, già in campo economico, l’uscita della Germania dall’eurozona, l’abbandono delle politiche comunitarie in fatto di ambiente (il Green Deal), la contrarietà alla transizione energetica e all’utilizzo di risorse rinnovabili perseguiti dall’Ue.

In termini più immediatamente politici, il progetto è di rinegoziare l’accordo di Schengen, con cui si era cercato di superare le barriere tra i singoli Stati stabilendo un confine unico per tutta l’Europa. In questa logica sovranista si pone il rifiuto di un esercito comune europeo e l’appoggio, invece, al processo di riarmo della Germania, voluto dal governo Merz, che prevede di fare dell’esercito tedesco, nel giro di pochi anni, il più forte del continente.

Appare chiaro che AfD non fa altro che portare alle loro logiche conseguenze, smascherandole, tendenze già presenti in governi che a parole ripetono di essere europeisti, ma che in realtà sono anch’essi – a partire da quello italiano – sempre più perplessi sul Green Deal e pronti a sospendere Schengen alla prima occasione, nonché fortemente contrari alla creazione di un esercito unico europeo.

Questo spiega l’entusiasmo con cui Trump ha esaltato la vittoria di AfD in Sassonia e, ancor prima, l’appoggio che Elon Musk ha sempre dato al partito di estrema tedesca sui suoi social. Un’Europa in cui le idee di un simile partito prevalgono – diventando addirittura programmi di governo – non ha infatti alcuna speranza di consolidarsi politicamente e di perseguire uno sviluppo ecologicamente sano ed è destinata a rimanere quello che è ora: un’impotente spettatrice, se non addirittura la vittima, dei diktat e delle scelte del governo americano.

La difesa dei confini e dell’identità

Un secondo profilo sotto cui è possibile capire l’esito delle elezioni in Sassonia concerne il problema delle migrazioni. Una questione che ormai si sta delineando come centrale nello scenario mondiale e che è all’origine del crescente successo di tutti i partiti di destra europei, da AfD in Germania a Rassemblement National in Francia; da Reform UK di Nigel Farage nel Regno Unito a Vox in Spagna (senza dimenticare quelli già al potere, come Lega e FdI in Italia).

La premier italiana Meloni ha fondato sulla sua politica migratoria la propria popolarità in Europa, ottenendo ampi consensi anche dagli altri governi al “modello Albania”, accusato in Italia di essere costoso e superfluo, ma che invece è stato molto apprezzato da diversi Stati dell’Ue per l’idea di tenere i migranti del tutto fuori dei confini nazionali, concentrandoli in Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) all’estero. Proprio recentemente cinque paesi dell’Unione Europea (Germania, Danimarca, Austria, Paesi Bassi e Grecia) hanno stretto un accordo per aprirne uno in Uganda.

Il programma di AfD da un lato è in linea con queste tendenze. Non a caso l’anno scorso il capodelegazione di AfD al Parlamento europeo René Aust aveva dichiarato: «I grandi successi in materia di politica migratoria di Giorgia Meloni, che è riuscita a ridurre drasticamente il numero di immigrati in arrivo, sono per noi un incentivo e un modello di comportamento».

Dall’altro, però, gli intenti del partito tedesco risultano ancora più drastici, arrivando a prevedere l’abolizione del diritto d’asilo – storicamente considerato un baluardo di civiltà –, sostituendolo con un possibile atto di clemenza a discrezione dello Stato; di tagliare ai migranti l’accesso a finanziamenti in denaro e di sequestrare i loro beni per finanziarne la permanenza in Germania.

Il punto cruciale del progetto di AfD, però, è costituito dalla cosiddetta “remigrazione”, cioè dal ritorno forzato di immigrati, richiedenti asilo, stranieri naturalizzati e persino cittadini di seconda generazione ai loro paesi d’origine. Un programma che ha suscitato perfino l’indignazione del cancelliere Merz – promotore del patto sui Cpr in Uganda – che, al Bundestag, ha contestato alla leader di AfD: «La vostra remigrazione non è altro che pulizia etnica in base al colore della pelle e all’origine».

Merz ha anche evidenziato le conseguenze disastrose che un’espulsione degli immigrati, anche regolari, compresi quelli di seconda generazione, avrebbe sull’economia: «A quel punto il settore artigianale non potrebbe più funzionare, nessuna casa di cura potrebbe più operare, nessun ospedale potrebbe più funzionare e nessun ristorante potrebbe più rimanere aperto».

L’AfD risponde, nel suo programma, promuovendo incentivi alla natalità, bonus una tantum per le famiglie numerose e forme di sostegno alle famiglie etero-genitoriali, come l’accesso privilegiato a mutui e assicurazioni.

Anche sull’immigrazione, il presidente Trump ha festeggiato la vittoria di AfD in Sassonia come una conferma della sua politica di deportazione di massa e di “caccia all’immigrato”: «Wow!», ha scritto su Truth, «Si sono finalmente stancati delle norme e dei regolamenti sull’immigrazione, assolutamente disastrosi, che hanno danneggiato così gravemente la Germania».

L’islamofobia e l’appoggio ad Israele

Un aspetto del programma di AfD – ora solennemente approvato dal popolo tedesco – di cui si parla pochissimo (e che risulta fortemente legato alla rivendicazione dell’identità etica, culturale e religiosa) è il passaggio dall’antisemitismo, tradizionale nell’estrema destra, a una più o meno esplicita islamofobia, strettamente connessa con il sostegno allo Stato d’Israele.

Per quanto possa apparire paradossale, proprio la battaglia contro la minaccia dell’antisemitismo è diventata la bandiera di questi eredi del nazismo. Una minaccia da loro associata, peraltro, alla sempre più diffusa presenza di immigrati di religione musulmana, e perciò invocata come motivo per opporsi all’accoglienza dei richiedenti asilo.

Corrispondente a questo capovolgimento di atteggiamento verso gli ebrei è l’atteggiamento di favore di Alternative für Deutschland nei confronti dello Stato ebraico. Un punto d’incontro sono state le critiche all’Europa. Sempre nel 2020 Yair Netanyahu, figlio maggiore del primo ministro israeliano, è stato scelto come ragazzo-immagine del partito per aver chiesto la fine della «cattiva» Unione europea, che, a suo giudizio, era nemica di Israele e di «tutti i paesi cristiani europei», e il «ritorno a un’Europa cristiana».

Ma non è solo in gioco l’antieuropeismo.  Israele viene visto come un baluardo altamente militarizzato contro l’Islam e da questo punto di vista costituisce una sorta di modello per un’Europa che fatica a gestire i suoi confini. Proprio come Israele, si afferma, il vecchio continente rischia di essere assorbito da una forza d’invasione musulmana.

Non solo. Lo Stato ebraico fornisce un’immagine di società multietnica e multireligiosa in cui il predominio della razza bianca sugli arabi è garantito pacificamente (o quasi), con un’apartheid efficiente che potrebbe essere adottata anche in Europa.

Anche su questo punto, AfD non fa che esplicitare la posizione finora assunta dagli Stati occidentali nei confronti della politica israeliana. Essi non hanno neppure una volta reagito alla violazione sistematica, da parte di Israele, delle risoluzioni dell’Onu, che, già prima del 7 ottobre, evidenziavano la chiara intenzione di non dar spazio alla nascita di uno Stato palestinese, a parole sostenuta da tutti i governi europei.

 E sulla base di questo doppio binario tra parole e fatti, hanno assistito senza colpo ferire al massacro sistematico di uomini, donne e bambini nella Striscia di Gaza. Solo ultimamente, con colpevole ritardo, 12 paesi – tra i quali non figura l’Italia – si sono decisi a imporre sanzioni ai coloni israeliani che in Cisgiordania da anni sono impegnati a cacciare i legittimi abitanti arabi, con l’appoggio dell’esercito.

AfD smaschera queste ipocrisie e dichiara esplicitamente una posizione decisamente filo-israeliana che questa Europa indecisa e contraddittoria in pratica ha sempre adottato. E si attira, anche su questo, il pieno consenso del presidente Trump, la cui vicinanza a Netanyahu è stata finora così stretta da fare sospettare una sua dipendenza psicologica dal premier israeliano.

La democrazia al bivio

Questa analisi ci permette di capire che il successo di AfD è in realtà il logico compimento di una deriva già in atto in Europa verso posizioni di destra, sotto l’impaziente sollecitazione del presidente degli Stati Uniti.  Il futuro che il voto della Sassonia lascia intravedere ha in realtà le sue radici nel presente che abbiamo costruito.  

Se questo processo continuerà il suo corso, l’Unione europea è destinata a rimanere un’ombra nel panorama internazionale, anzi ad esserlo sempre di più. La sua sola funzione sarà quella che già ora la nostra premier le ha assegnato, di supporter alle politiche nazionali. Consacrando così l’irrilevanza del nostro continente sullo scenario politico ed economico mondiale.

Analogamente, la difesa dell’identità non solo porterà a innalzare muri sempre più impenetrabili contro i migranti ma, in nome della remigrazione, si procederà a quella che il cancelliere Merz ha definito una vera e propria «pulizia etnica». Con i risultati che lo stesso cancelliere ha paventato e che certo non potranno essere scongiurati da un improvviso aumento della natalità (bisognerà aspettare, in ogni caso, che questi eventuali nuovi figli crescano…).

Quanto al rapporto con Israele, si continuerà sostanzialmente a guardare a esso come a una «democrazia minacciata», e si sarà costretti a prendere finalmente atto dell’irrealizzabilità del progetto dei “due Stati”, reso immaginario dalla complice inerzia dei governi occidentali nei confronti di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi.

Tutto questo si verificherà sotto il segno della retorica della democrazia, ostinatamente esibita anche oggi, quando il premier dello Stato che si autodefinisce baluardo della stessa, dichiara ufficialmente di voler usare i fondi pubblici per comprare i voti favorevoli al suo partito e quando viene considerato democratico Israele, accusato, anche da molti suoi cittadini, di genocidio.

Nei prossimi mesi ci saranno diverse scadenze elettorali che decideranno della sorte delle nostre società e, innanzitutto, del significato che avrà la parola “democrazia” per le generazioni future: l’avanzata delle destre estreme, in Germania e in tutta Europa, rende infatti superati i compromessi e gli equilibrismi che mascheravano il suo sostanziale deterioramento. Ora bisogna scegliere se assistere, o addirittura cooperare, al definitivo compimento di questo processo, oppure reagire, cominciando dal voto, ma soprattutto lavorando – ognuno a proprio modo – alla costruzione di un futuro radicalmente alternativo a questo presente.

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OLTRE LA FERITA

 


'Il perdono 

che libera: 

oltre la ferita'

 




Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso,

 perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo,

 moriamo per il Signore(Rom 14,7-8

-di Paolo Gamberini 

 C’è una frase che Marta ripeteva a se stessa fin da bambina, ogni volta che qualcuno la feriva: “Non importa, va tutto bene, lasciamo perdere.” L’aveva detta anche a Luca, dopo l’ennesima battuta tagliente pronunciata davanti agli amici. Aveva sorriso, come sempre. E Luca, soddisfatto, le aveva risposto: “Ecco perché ti amo: sei così comprensiva.” Marta sentì quella frase come un peso, non come una carezza. Non era amore: era l’elogio della sua capacità di sopportare. 

La storia di Marta racconta qualcosa che riguarda tutti noi: il perdono, quando viene confuso con la rassegnazione, non guarisce nulla. Anzi, autorizza il male a continuare. Ogni volta che Marta taceva, Luca cresceva nella convinzione di poter ferire senza conseguenze. Il suo “perdono” era diventato una forma sottile di sottomissione, un modo per non disturbare, per non perdere un affetto che sentiva fragile. 

Ma un perdono che si piega su se stesso, che rinuncia alla propria dignità pur di non creare conflitto, non è più un gesto libero: è una strategia di sopravvivenza travestita da virtù. 

Il giorno in cui Marta trovò il coraggio di dire “Ti perdono, ma non resterò qui a farmi ferire ancora”, accadde qualcosa di nuovo. Non fu un atto di rabbia né di vendetta, ma di dignità. E proprio in quel momento il perdono cambiò natura: da resa passiva divenne scelta di libertà. 

Il perdono non è sottomissione, ma libertà 

Qui si tocca il cuore del malinteso più comune sul perdono. Nella sua versione superficiale, perdonare sembra significare accettare, sopportare, tollerare che la ferita si ripeta. Ma questa è una caricatura, non la verità del perdono. Perdonare non significa permettere all’altro di continuare a fare del male: significa riconoscere con lucidità ciò che è accaduto, senza negarlo, e decidere che quella ferita non avrà più il potere di determinare la mia vita. 

 

Per questo il perdono autentico implica sempre porre dei confini. Chi perdona non si consegna di nuovo alla vulnerabilità che l’ha ferito, ma stabilisce una soglia chiara, un limite che protegge la propria integrità. Il confine non è vendetta: è cura. È il modo in cui custodisco la mia dignità, impedendo che la ferita diventi la struttura permanente della mia esistenza. 

C’è un gesto evangelico che illumina bene questa dinamica sana di perdono: scrollarsi la polvere dai piedi. Non è disprezzo, ma libertà. Significa: “Ho fatto ciò che potevo, ho dato ciò che avevo, ma non posso restare dove la mia presenza viene ferita.” È un perdono che non si confonde con la coazione a ripetere, che non obbliga alla riconciliazione — la quale è possibile solo quando entrambe le parti desiderano e costruiscono insieme un futuro diverso. Il perdono, invece, è un atto unilaterale: nasce nel cuore di chi decide di non restare prigioniero del male ricevuto. 

Voltare pagina: interrompere il ri-sentire 

C’è un secondo movimento, altrettanto necessario. Alcune ferite non finiscono quando termina ciò che le ha causate. L’evento è passato, ma noi continuiamo ad abitarlo: ricostruiamo la scena, immaginiamo ciò che avremmo dovuto dire, attendiamo una riparazione che forse non arriverà mai. 

È il risentimento: letteralmente, ri-sentire la stessa ferita più e più volte. L’altro mi ha ferito una volta; io, attraverso la memoria risentita, rischio di continuare a ferirmi da solo cento volte. 

Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro (Sir 27,30): la Scrittura non minimizza il male subito, ma mette in guardia da ciò che il rancore fa a chi lo trattiene. Perdonare significa interrompere questo meccanismo. Non significa dire che il male non è stato grave, né giustificare chi l’ha compiuto. Significa poter dire: questo è accaduto, ma la mia vita non finisce qui. 

L’immagine più semplice è quella del voltare pagina. Voltare pagina non significa strapparla dal libro: essa rimane, fa parte della mia storia, nessuno può cambiare ciò che è accaduto. Ma una cosa è avere quella pagina alle spalle, un’altra è continuare a leggerla come se fosse l’unica pagina esistente. Dentro ciascuno di noi vive una forza che desidera ancora incontrare, amare, stupirsi: il perdono restituisce libertà a questa voglia di vita, che il risentimento aveva imprigionato. 

Vivere per il Signore: la radice del perdono 

Ed è qui che il versetto di Paolo ai Romani illumina tutto il cammino: “Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore” (Rom 14,7-8). Questa parola costituisce il fondamento più profondo del perdono: se la mia vita non appartiene a me soltanto, se il senso ultimo della mia esistenza non dipende da ciò che l’altro mi ha fatto o non mi ha fatto, allora nessuna ferita — per quanto reale e dolorosa — può avere l’ultima parola sul mio destino. 

Chi vive per il Signore riceve da Lui, e non dall’approvazione altrui né dalla riparazione che attende, la propria identità e il proprio valore. Questo è ciò che rende possibile sia il confine di Marta sia il voltare pagina: non un atteggiamento di durezza, ma la certezza che la mia vita è custodita altrove, in Qualcuno più grande della ferita ricevuta. Per questo il perdono cristiano non è mai semplice buonismo: è un atto radicato nella fede che la vita — la mia e quella di chi mi ha ferito — appartiene a Dio, e non alle logiche del contraccambio e della vendetta. 

La risurrezione stessa non cancella le ferite: il Risorto porta ancora i segni dei chiodi. 

Ma quelle ferite non sono più luogo di morte; sono ormai dentro una vita che ha ricominciato a camminare. Forse il perdono assomiglia proprio a questo: non vivere come se non fossimo mai stati feriti, ma impedire alla ferita di avere l’ultima parola. 

Un talento da far fruttificare 

C’è infine un ultimo passaggio, spesso dimenticato: il perdono ricevuto — da Dio, prima ancora che dagli uomini — non è un possesso da custodire per sé, ma un dono da far circolare, come un talento che deve fruttificare (cfr. Mt 25,14-30). Chi ha sperimentato di essere perdonato, e ha imparato a perdonare senza piegarsi, diventa a sua volta capace di offrire agli altri quello spazio di libertà che ha ricevuto. Il perdono, allora, non si esaurisce in un evento privato tra due persone: diventa un movimento di vita che si trasmette, un modo di abitare le relazioni che testimonia che nessuno di noi vive per se stesso, e che proprio per questo nessuno è condannato a restare prigioniero del male ricevuto.

ApertaMente 

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giovedì 10 settembre 2026

LA SCUOLA INCLUSIVA

 


    Oggi che cosa è

 rimasto 

di quel progetto? 




Dove e come 

la scuola

 dell’inclusione

 disegnata dalla

 Costituzione è ancora vitale?

-di Anna Granata

Io direi che il progetto sopravvive: userei questa parola. Sopravvive quasi come un atto di resistenza. Anzi, sono convinta che se la democrazia in Italia tiene è perché abbiamo ancora una scuola così, che è presidio di accoglienza dell’altro e di educazione all’incontro con l’altro. Il punto è che noi abbiamo un patrimonio pedagogico di tutto rispetto, a cui il mondo guarda, abbiamo sperimentazioni ottime e che in certi contesti sopravvivono… ma non c’è stata quasi mai la volontà politica di portarle a sistema. In alcuni casi è avvenuto, per esempio con il tempo pieno che a Torino è stato presto “copiato” anche dalle scuole “bene” del centro o agli anni incredibili del maestro Manzi, ma poi si sono fatti dei passi indietro.

Non è mai troppo tardi, del maestro Alberto Manzi, tra il 1960 e il 1968 istruisce a distanza migliaia di adulti analfabeti: questo lo sappiamo tutti. I numeri sono incredibili: circa 1 milione e mezzo di adulti, dopo aver seguito la trasmissione, ha conseguito la licenza elemen­tare. Forse chi non c’era non sa – io non lo sapevo – che accanto a lui c’erano 2mila maestri mandati dallo Stato nei territo­ri: seguivano la trasmissione e accompagnavano gli studenti in quelli che si chiamavano “Pat – Posti di Ascolto Telescuola”, istituiti dal ministero, collocati capillarmente nel Paese nelle sedi di associazioni, parrocchie, sindaca­ti. Questi maestri facevano da tutor e il grandissimo successo di Non è mai troppo tardi non ci sarebbe stato senza di loro. Nel 1992 il maestro Manzi venne richiamato per fare Impariamo insieme, una trasmissione rivolta ai cittadini stranieri arrivati in Italia in quegli anni. La trasmissione va in onda alle 13: «Un orario assurdo», commenterà poi Manzi, perché a quell’ora gli extracomunitari non stavano certo davanti alla tv. Cosa ci dice questa storia?

Questa storia è molto interessante perché fa capire come quando c’è stata la volontà politica di alfabetizzare gli italiani, per mesi la Rai si è mobilitata per trovare il genio creativo al servizio dell’inclusione. Manzi era un genio, ma sapeva che aveva bisogno di altre risorse, i maestri sui territori: li ha chiesti e gli sono stati dati. Lì c’è stato un investimento economico enorme del Paese su un progetto di scuola inclusiva. Quando anni dopo si è tentata una nuova operazione per alfabetizzare gli immigrati, non c’è stato lo stesso investimento nei territori né lo stesso investimento economico. Ma se la storia la conosciamo per come è andata, davvero possiamo dire che la scuola inclusiva in questo secondo caso ha fallito? O banalmente ha fallito perché non ci si è investito? Come si può pensare di fare una scuola creativa, inclusiva, aperta a tutti ma anche ad ognuno, che si trovi la via della personalizzazione per valorizzare i diversi ritmi dell’apprendimento e le diverse intelligenze… senza un investimento? Anche oggi vedo un po’ la stessa dinamica. La scuola inclusiva è sotto attacco da più parti, ma mi viene da dire che forse questa scuola dove si incontra l’altro, dove lo si rispetta e dove in fondo ci si educa alla pace è una scuola scomoda, che fa paura e che dà fastidio.

Però anche molti insegnanti sono inclusio-scettici, per dirla con le parole della ricerca di Dario Ianes…

È vero, scettici sono anche una parte degli insegnanti: i dati lo dicono. Io ho molto rispetto di tanti insegnanti che sono demoralizzati e penso lo siano perché si trovano in aula da soli: si è voluto questo negli ultimi anni, non c’è più la compresenza, non c’è più la cooperazione. Insegnare invece è un mestiere cooperativo, che si fa collettivamente. Noi adesso abbiamo di fronte una grandissima opportunità: davanti al calo demografico, mantenendo lo stesso numero di insegnanti, avremmo la possibilità di ridurre il numero di studenti per classi. Ci sarebbero così dei piccoli gruppi da gestire in maniera flessibile, anche superando la rigida distinzione per età che non sempre è la cosa migliore per i ritmi dell’apprendimento, da seguire in compresenza, dove i docenti possano fare una didattica laboratoriale, più adatta alle nuove generazioni, che i contenuti li trovano ovunque con l’intelligenza artificiale.

Chi attacca la scuola inclusiva, lo fa affermando che è impossibile far convivere sotto lo stesso tetto studenti così diversi. Il punto, dice lei, è proprio cambiare il tetto.

È questo che la storia dell’inclusione ci insegna: il tetto è la cosa da rivedere. Cambiare il tetto, cambiare la didattica, cambiare la scuola. È quello che è successo a Torino con il tempo pieno, un esempio molto significativo di questo movimento di cambiamento della scuola dal basso, bottom up, che caratterizza la nostra scuola. Noi adesso sentiamo che in Germania vogliono smantellare le poche scuole inclusive che hanno, ma lì il cambiamento era arrivato dall’alto perché l’Onu nel 2006 ha chiesto di promuovere l’inclusione: da noi non è andata così, da noi l’inclusione degli alunni con disabilità è partita dalle madri dei bambini, dai presidi. E la riforma che nasce dal basso è molto più potente di quella che viene calata dall’alto. Lo stesso possiamo dire per l’accoglienza dei migranti. Abbiamo questa storia bellissima di scuole torinesi che si sono trovati con le classi sovraffollate a seguito dell’immigrazione dal Sud Italia, in particolare a Mirafiori. I docenti erano totalmente impreparati ad accogliere bambini che ai loro occhi parlavano un’altra lingua, che a volte non erano mai stati a scuola. Una situazione veramente molto sfidante. Inizialmente hanno reagito provando a fare delle classi ghetto, oppure ignorando questi studenti. Poi hanno avuto un “lampo di genio collettivo” e hanno cominciano a “cambiare il tetto”: hanno allungato il tempo-scuola, riempiendo quel tempo – che poi diventerà il tempo pieno – di attività diverse, portando i bambini fuori. Abbiamo esempi di outdoor education e le prime uscite didattiche, tutte attività che prima non esistevano. Quel metodo viene poi guardato con interesse anche dalle scuole del centro di Torino, in particolare dalla scuola D’Azeglio, frequentata dall’élite torinese. Tutto questo ha portato nel 1971 alla riforma del tempo pieno.

Inclusione ed eccellenza che vanno di pari passo e che nascono non da “eroi solitari” ma da intere comunità di insegnanti che cooperano e sperimentano insieme: è il tema che torna per tutto il libro. È questo il punto? La scuola inclusiva è quella che esprime la massima qualità formativa?

Esattamente. L’inclusione è sfidante, complessa, difficile. Non voglio in alcun modo dire che sia facile perché non lo è. Ma io vorrei dire agli insegnanti che mi leggeranno che è proprio in quel solco che noi abbiamo tirato fuori dei metodi educativi eccellenti, guardati da tutto il mondo. Le classi patinate che a volte facciamo, costruite ad hoc con bambini che si presume essere simili fra loro, classi che sono un artificio… non smuovono le competenze degli insegnanti, non fanno nascere nulla di nuovo. L’innovazione che diventa eccellenza nasce invece nei contesti di sfida. Nella storia della nostra scuola è sempre stato così.

Agli insegnanti di domani, lei cosa si sente di dire?

Ai miei studenti dico “andate a cercare dei luoghi che sono apparentemente marginali. Andate nelle periferie. Andate lì a fare tirocinio, nei contesti più sfidanti. Non abbiate paura”. Spesso fra l’altro questi contesti sono anche i più accoglienti per i giovani futuri insegnanti, che qui non vengono visti come un’intrusione esterna. In questi luoghi noi vediamo anche oggi un gran fermento, sia sul fronte dell’articolo 34 della Costituzione, che parla di una scuola aperta a tutti, sia dell’articolo 33, che parla della libertà di insegnamento.

Nella foto di apertura, l’avvio dell’anno scolastico alla Scuola Scandellara, istituto comprensivo 7 quartiere San Donato-San Vitale, a Bologna, che ha riaperto il 31 agosto 2026 nell’ambito di un progetto regionale. Foto di Alessandro Ruggeri / LaPresse. La foto di Anna Granata è stata inviata dall’intervistata

VITA

IL VOTO A SCUOLA

 

Quel numero 

preso a scuola 

che non è mai 

soltanto un numero





Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni,

 per capire cosa ci rivelano del nostro mondo


Un risultato negativo può provocare rabbia e sconforto, uno positivo soddisfazione e orgoglio. Ma quel dato descrive una prestazione in un preciso momento, non stabilisce chi siamo né che cosa potremo diventare

-di LUIGI BALLERINI

La definizione proposta dalle ragazze e dai ragazzi coglie subito il fatto interessante che la parola « voto» contiene accezioni molto diverse. Può essere un’offerta fatta a una divinità, una scelta politica, oppure il numero o il giudizio con cui a scuola si valuta una prestazione. È soprattutto quest’ultimo significato, però, a toccare la loro esperienza, perché il voto scolastico non è mai soltanto un numero. Trascina con sé tante emozioni: soddisfazione e orgoglio, delusione e sconforto. Il punto è allora capire che uso ne facciamo. I ragazzi scrivono che, quando il voto è negativo, insegnanti e studenti spesso gli attribuiscono significati differenti. Secondo il docente dovrebbe rappresentare uno stimolo a impegnarsi di più e a migliorarsi, ma per chi lo riceve può essere difficile coglierne subito tale funzione positiva, perché prevalgono tristezza e rabbia. È un’osservazione realistica in quanto una valutazione può davvero toccare il modo in cui ciascuno guarda a se stesso, soprattutto in quel delicato periodo della vita che è l’adolescenza. Per questo è importante distinguere sempre il voto, che è misura, dalla valutazione. Misurare produce un dato, valutare significa attribuire un significato a quel dato. Se la misura risponde alla domanda “quanto?”, valutare significa chiedersi anche “che cosa possiamo fare adesso?”. Un 5, un 7 o un 9, seppur necessari, rappresentano delle riduzioni di un percorso più complesso. Non spiegano da soli perché uno studente abbia ottenuto quel risultato, che cosa abbia compreso e quale passo successivo potrebbe aiutarlo.

È

qui che la definizione dei ragazzi diventa particolarmente significativa quando afferma che « per noi ricevere un voto è come ricevere un’etichetta». Il rischio esiste davvero. Dire «hai preso 5» significa descrivere l’esito di una prova. Dire o far pensare «sei da 5» significa trasformare quel risultato in un giudizio sulla persona. La prestazione si appiccica alla persona e diventa così identità. È un rischio che la letteratura rende visibile con grande forza. In Cattedrale di Raymond Carver il narratore sta per incontrare Robert, un vecchio amico della moglie, cieco. Prima ancora di conoscerlo lo ha già classificato: per lui Robert è innanzitutto “il cieco”. Il dato è corretto, ma diventa ingiusto quando pretende di spiegare l’intera persona. Da quella caratteristica ricava pregiudizi e aspettative che l’incontro reale poi sarà in grado di smentire. Succede qualcosa di simile anche a scuola quando «è debole in matematica » diventa « non è portato per la matematica », oppure quando un comportamento osservato più volte diventa «è fatto così». Un dato parziale finisce per colonizzare la persona. Carver ci aiuta a capire anche un secondo aspetto. Quando Robert chiede al narratore di descrivergli una cattedrale vista in televisione, il narratore, che vede, scopre di non saper davvero spiegare ciò che ha davanti. Vedere non equivale necessariamente a comprendere. Allo stesso modo, possedere un dato non significa ancora saperlo interpretare. Possiamo conoscere voti, errori e percentuali di risposte corrette, ma questi dati non parlano da soli. La valutazione comincia dai dati, ma non può finire lì.

La buona valutazione dovrebbe allora essere precisa sul presente senza pretendere di definire l’intera persona. Dovrebbe dire «oggi, rispetto a questo compito e a questi criteri, sei qui» e non «tu sei questo». Apprendere richiede infatti tempo. Ciò che oggi non riesce può riuscire domani, una difficoltà può essere compresa dopo, una capacità può emergere più avanti. Se il voto diventa una sentenza, il tempo scompare. Dobbiamo invece tenere sempre avere l’accortezza che i giovani abbiano e si pensino con un futuro. Tra l’altro le ragazze e i ragazzi scrivono che «ragionare sul significato della valutazione aiuta ad aprire la mente ». Il giudizio quindi, che non viene chiesto di essere eliminato, ha bisogno di essere compreso affinché non si limiti a segnalare una mancanza o la distanza dall’ideale, ma renda riconoscibili i passi successivi. Gli studenti ci chiedono di non restare gli oggetti passivi della valutazione, ma di diventare soggetti capaci di leggere il proprio lavoro. Si apre così la strada anche al capitolo della auto-valutazione, processo oggi più che mai necessario per la componente di spirito critico e consapevolezza che porta con sé.

Voto

«Offerta di qualcuno a una divinità per esprimere gratitudine per un bene ricevuto o per impegnare la divinità a concedere qualcosa: far v. Dichiarazione della propria volontà in un procedimento elettivo o deliberativo, che vale come diritto di voto ma rientra anche nel processo di valutazione nella scuola. Quest’ultimo significato è il motivo di grande interesse.

A scuola il voto scatena diverse emozioni: fierezza e gioia, se positivo; delusione e rabbia se negativo. Per gli insegnanti il voto negativo dovrebbe spronare gli studenti a fare di più, ma noi siamo troppo tristi e arrabbiati per capirlo. Per noi ricevere un voto è come ricevere un’etichetta, ma ragionare sul significato della valutazione aiuta ad aprire la mente. Sia il voto negativo che quello positivo hanno lo scopo di dare delle indicazioni su come stiamo imparando. In quest’ottica se otteniamo un voto negativo si può migliorare, se otteniamo un voto positivo stiamo lavorando bene».

Questo vale anche per il voto positivo, e la definizione dei ragazzi ha il merito di ricordarlo. Si tende a pensare che soltanto l’insufficienza abbia bisogno di essere interpretata, mentre un 8 o un 9 sembrano parlare da soli. Ma pure un buon voto è un dato che non racconta l’intera persona. Può certo indicare una competenza acquisita, ma non dice automaticamente come quel risultato sia stato ottenuto. Esistono ragazzi che raggiungono risultati molto alti pagando un prezzo elevato in termini di ansia, paura dell’errore, bisogno continuo di conferma, rinuncia ad altri interessi. Il successo scolastico non coincide necessariamente con il benessere della persona. Anche il voto positivo dovrebbe allora generare domande: che cosa ha funzionato? Questa prestazione corrisponde a un apprendimento solido o a uno sforzo difficilmente sostenibile nel tempo? A quale costo è stata ottenuta? Valutare bene significa guardare alla prestazione senza confonderla con la persona, sia quando è fragile sia quando è eccellente.

L’etichetta

 Il rischio dell’etichetta diventa ancora più serio quando dal presente si passa al futuro. In questo passaggio può aiutarci The Giver di Lois Lowry. Nella comunità raccontata dal romanzo, i ragazzi vengono osservati durante tutta la loro la crescita e, a dodici anni, viene assegnata a ciascuno la futura funzione sociale. Il sistema, in quel contesto distopico, attribuisce alla valutazione un potere enorme: la descrizione del soggetto diventa prescrizione, l’ipotesi diventa destino. È una forma estrema di qualcosa che può comparire anche nella scuola quando si dice di un ragazzo che “non è portato per…”, “non è adatto a…”, “è uno da…”. Queste formule trasformano ciò che una persona mostra oggi in ciò che sarà domani. Ma i percorsi di crescita raramente sono lineari. Un limite può modificarsi, un’attitudine può emergere più tardi, un interesse può nascere da un incontro inatteso. Anche l’orientamento dovrebbe indicare possibilità realistiche senza pre-assegnare una destinazione.

Valutare

Valutare significa leggere il presente, mai sequestrare il futuro. L a definizione dei ragazzi arriva a una conclusione equilibrata: se otteniamo un voto negativo si può migliorare, se otteniamo un voto positivo stiamo lavorando bene. È una buona base, a cui conviene che noi adulti aggiungiamo un passaggio. Il voto negativo oltre a dire che “si può migliorare”, dovrebbe essere seguito dalle indicazioni necessarie a capire per quale via. E il voto positivo, che davvero dice “stiamo lavorando bene”, dovrebbe anche accompagnarsi all’aiuto a riconoscere le modalità di apprendimento che sono più efficaci e anche se il modo in cui si sta lavorando è davvero buono per la persona e lascia spazio ad altre dimensioni oltre alla scuola.

L’alternativa secca non si gioca tra abolire il voto o dargli un potere assoluto. Conviene restituirgli la giusta misura. Un voto è utile quando fotografa qualcosa senza pretendere di esaurire tutto; quando informa senza etichettare; quando riconosce un risultato senza trasformarlo in identità; quando segnala un limite senza trasformarlo in destino.

La buona valutazione non dice a un ragazzo chi è. Gli dice dove si trova oggi e gli offre elementi per capire quale passo può compiere domani.

*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

www.avvenire.it

mercoledì 9 settembre 2026

RESILIENTI

 

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 La resilienza come capacità di abitare una vita imprevedibile


Alberto Angela: " Ci sarà un momento nella vita in cui direte 'è finita ' ".




La Redazione

"Quando la vita sembra metterci all'angolo, Alberto Angela indica una strada che non promette scorciatoie ma può cambiare il modo di affrontare le difficoltà..."

Ci sarà un momento nella vostra vita in cui direte “this is it,  è finita”. A chi non è mai capitato di dire almeno una volta, davanti a una situazione che ci sembrava più grande di noi, la frase che ha riportato Alberto Angela durante una recente intervista.  Alberto Angela, ricordiamo, è un paleontologo, divulgatore scientifico, conduttore televisivo, giornalista e scrittore italiano, nel suo intervento ha voluto lasciare, soprattutto ai giovani, un messaggio importante: la resilienza come capacità di abitare una vita imprevedibile. “Sarà così se voi vi lasciate andare, ne uscirete solo se risolverete un problema alla volta. Non tutto. Un passo alla volta, prima uno e poi l'altro”. 

Davanti ai momenti negativi, nei quali le situazioni si aggrovigliano, i problemi sembrano sempre più accumularsi, sommergendoci quasi del tutto, non esistono vie di fuga.

Esiste, secondo Angela, un unico metodo, ovvero quello di attraversare la tempesta un passo alla volta: “una piccola conquista, un'altra e un'altra ancora. Poi se ne avrai fatto un numero sufficiente ce la farai, ma non hai altra scelta. Quindi il mio augurio è quello di non mollare”. Questa metafora possiamo portarla con noi in tutte le circostanze della vita: quando abbiamo un problema personale, lavorativo, familiare o relazionale.

Non bisogna mollare, arrendersi vuol dire far prendere potere alla negatività, quando invece risolviamo i problemi, uno alla volta, ecco che allora quel potere, passo dopo passo, torna a noi, nelle nostre mani. Basti guardare “ Tutti quelli che non hanno mai mollato: nel campo della ricerca, dello sport, guardate quanti esempi ci sono” dichiara l’esperto. I “grandi” per diventare tali non hanno condotto una vita solo in discesa, anzi conclude l’esperto: “La vita non è facile, però non abbiamo alternative. Non puoi dire “mi arrendo”. Poi cosa succede se ti arrendi? Diventi un relitto che galleggia alla mercé delle onde, no combatti”.

Le parole di Alberto Angela assumono un significato particolare anche alla luce della sua storia personale. Figlio di Piero Angela, uno dei più grandi divulgatori scientifici italiani, avrebbe potuto limitarsi a vivere all'ombra di un cognome importante. Ha invece costruito negli anni un proprio percorso, affermandosi con competenza, studio e passione fino a diventare un punto di riferimento per milioni di persone. Forse è anche per questo che il suo invito a non mollare risulta così credibile. Dietro ogni traguardo, infatti, non ci sono scorciatoie, ma piccoli passi, ostacoli superati e la capacità di andare avanti anche quando la strada sembra più difficile del previsto.

Scuola Oggi

COME A RICREAZIONE

 

Chiamatelo pure intervallo

Ma se le parole sono i confini del mondo, l’orizzonte vi si restringerà.  


-di Alessandro D’Avenia

Intervallo, nella lingua di costruttori che è il latino, era lo spazio tra (inter-) i pali (-vallum) di una staccionata: un recinto da non valicare. Io uso «ricreazione» per la sua sconfinata audacia: il mondo fatto da capo. Ri-creato.  

Una bambina mi ha detto che la ricreazione è la sua materia preferita. Divina rivoluzionaria, come darti torto? Dio infatti «creò» cielo e terra. E noi? Il cellulare e la guerra. Non è poco? Nel mio dialetto «arricriarsi» significa gioire, e infatti bramavamo la ricreazione come i rematori stanchi il porto.  

Fuori dai banchi corpo e anima tornavano a unirsi: un pezzo di pizza e una cotta, una risata e una lotta, una paura e un sogno, un ripasso e un bisogno...  

La vita tutta in quindici minuti di intensissimo qui e ora.  

Per questo, dopo anni di «Ultimo banco», ho voluto chiamare «La Ricreazione» questa nuova rubrica del lunedì, il giorno in cui ricrearsi è un dovere: assumere il quotidiano non come un sonnifero, ma come un risveglio. Viviamo nel migliore dei mondi «impossibili», ma lo dimentichiamo. Magari questa campanella ci darà la «stupefacenza» perduta, impedendo a noia, paura e cinismo di diventare un’abitudine.  

Ce ne staremo in quest’angolo di pagina e di tempo, perché un fatto, un volto, una parola, o anche solo una mela (come mostra Cézanne) possono bastare a ritrovare la gioia di vivere. Come a ricreazione.

Corriere della Sera

Alzogliocchiversoicielo

STUDENTI E QUALITA' IN EUROPA

 RAPPORTO PISA

Scuola, Rapporto Pisa 2025: la preparazione degli studenti mai così giù nell'area Ocse

Scuola, Rapporto Pisa 2025: la preparazione degli studenti mai così giù nell'area Ocse

Rainews24

L'indagine Pisa 2025 ha rappresentato la più vasta valutazione mai

 realizzata, coinvolgendo 760.000 studenti in 91 paesi ed economie

Nei Paesi Ocse oltre 30 Paesi hanno partecipato all'Indagine Ocse Pisa, sono oltre 90 i Paesi partecipanti a livello internazionale tra il 2022 e il 2025. Rispetto al 2022 il rapporto evidenzia un calo rilevante degli esiti.

"Sono pochissimi i Paesi che a livello internazionale evidenziano dei miglioramenti, quasi tutti nell'Estremo Oriente - spiega il presidente di Invalsi Roberto Ricci -  e non sono tanti coloro che hanno mantenuto i loro risultati in tutti i tre gli ambiti. L'Italia è tra questi, si colloca in questo sparuto gruppo di Paesi. In generale, In Scienze e Matematica l'Italia è nella media Ocse, per lettura è sopra la media Ocse. L'indagine si focalizza in particolare sulle Scienze".

I Paesi si raggruppano in tre parti: quelli che hanno risultati superiori con media Ocse, in linea, e con esiti più bassi. I paesi che tra il 2025 e il 2022 sono migliorati, sono solo tre: Regno Unito, Turchia e Repubblica slovacca. C'è poi un folto gruppo di Paesi nella media Ocse e tra questi c'è l'Italia. Infine Slovenia, Spagna, Lettonia ed altri che hanno risultati significativamente più bassi rispetto al 2022.

Il nostro Paese si colloca tra quelli con un buon indicatore di equità, il paese non evidenzia differenze tra scuole particolarmente forti. "Nelle Scienze dobbiamo continuare a investire sui bravi su coloro che hanno risultati alti perchè sono in midura minore rispetto alla media Ocse: il 4% contro il 7%", ha proseguito Ricci. L'indagine mostra che nelle Scienze l'11% dell'esito di una prova dipende dal contesto socio economico ma "la nostra scuola mostra una capacità perequativa buona", conclude Ricci. 

L'indagine Pisa 2025 ha rappresentato la più vasta valutazione mai realizzata, coinvolgendo 760.000 studenti in 91 paesi ed economie.

“La preparazione degli studenti mai così giù nell'area Ocse”

"Il calo del livello di preparazione degli studenti trova conferma nei paesi dell'Ocse, dove i risultati medi risultano i più bassi mai registrati nell'ambito del Programma Ocse per la valutazione internazionale degli studenti (Pisa) in matematica e lettura". Nell'area Ocse, precisa l'organismo internazionale con sede a Parigi, "ormai uno studente quindicenne su cinque presenta un livello insufficiente in scienze, matematica e lettura, contro il 16% del 2022".
 

Ocse: studenti a minimi storici, crollano lettura e matematica

Gli studenti dei Paesi valutati dal rapporto Pisa hanno registrato "il livello medio di rendimento più basso mai osservato", con un deterioramento particolarmente marcato nella lettura e nella matematica. 

"I risultati nelle scienze rimangono approssimativamente stabili, ma c'è un calo di oltre 20 punti nella lettura e nella matematica", ha spiegato Eric Charbonnier, esperto di istruzione dell'Ocse. Secondo l'organizzazione, una variazione di 20 punti equivale approssimativamente a un anno di scolarizzazione.

Tra il 2015 e il 2025, nei Paesi Ocse i punteggi nelle scienze sono diminuiti in media di sette punti. In matematica la flessione raggiunge invece i 22 punti, contro gli otto registrati nel resto dei sistemi educativi esaminati.

Ancora più marcato il deterioramento nella lettura: nell'ultimo decennio i risultati sono scesi di 28 punti nei Paesi Ocse e di 16 negli altri Paesi partecipanti. Una tendenza definita "particolarmente preoccupante" dall'organizzazione, perché la capacità di leggere e comprendere rappresenta la base di gran parte dell'apprendimento scolastico, dal risolvere un problema di algebra all'analizzare una fonte storica o interpretare un esperimento scientifico.

 Gli studenti italiani sono tra quelli più distratti dai dispositivi elettronici nel corso delle lezioni di scienze

Nel dettaglio, il 37% degli studenti italiani dichiara che i compagni sono spesso distratti dall'uso dei dispositivi digitali nella maggior parte o in tutte le lezioni di scienze: percentuale decisamente superiore alla media Ocse (28%), che colloca il nostro paese in 12esima posizione tra gli 83 paesi o economie classificate sul tema nel rapporto.

Peggio di noi figurano Uruguay, Argentina, Cile, Bulgaria, Polonia, Filippine, Australia, Nuova Zelanda, Paraguay, Costa Rica e Messico. I nostri studenti, inoltre, accusano un peggioramento delle prestazioni legato alle distrazioni tech più marcato rispetto alla media.

A livello Ocse, infatti, "gli studenti che riferiscono la presenza di distrazioni legate all'uso dei dispositivi digitali durante le lezioni di scienze conseguono un punteggio in scienze inferiore di 11 punti rispetto agli studenti che non riportano tali distrazioni, a parità di profilo socio-economico degli studenti e delle scuole», mentre in Italia questa differenza è pari a 13 punti. Questo avviene nonostante negli ultimi anni in Italia siano aumentati sensibilmente i divieti ai dispositivi elettronici a scuola.

Nel 2025 il 63% degli studenti italiani frequentava scuole in cui era in vigore tale divieto (contro una media Ocse del 49%), in aumento rispetto a quanto rilevato nell'indagine Pisa 2022 (46% contro una media Ocse del 34%).

 -Italia sopra media Ocse, il ministro Valditara: "Sistema solido"

La scuola italiana è in ripresa e scala diverse posizioni nell'ultimo rapporto Ocse Pisa. I dati evidenziano una situazione di solidità per il sistema di istruzione dell'Italia che supera significativamente per la prima volta la media Ocse in comprensione dei testi scritti (lettura) e la supera pure in matematica come anche in scienze, dove le competenze migliorano rispetto ai dati del 2022. In scienze, ambito principale di Pisa 2025, gli studenti italiani raggiungono 483 punti, con la media Ocse pari a 482. Di particolare importanza il risultato dell'Italia in lettura: gli studenti italiani raggiungono i 474 punti, rispetto ai 461 della media Ocse.

"Si confermano i segnali positivi già emersi nella ultima rilevazione Invalsi", sottolinea il ministro, "la scuola italiana si è mostrata un sistema solido. In un contesto complesso, che ha visto arretrare in modo preoccupante diversi Paesi, il nostro sistema scolastico ha saputo lavorare sulle criticità, riuscendo peraltro a ridurre i divari storici tra Nord e Sud. Diventiamo un riferimento internazionale importante, lasciandoci alle spalle vecchi pregiudizi. Continueremo lungo la strada tracciata per potenziare le misure a supporto dei docenti e degli studenti", ha concluso Valditara. 

"Per la prima volta ci collochiamo significativamente al di sopra della media internazionale", commenta il ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, "il punteggio medio italiano è superiore a quello della Finlandia, sistema che ha rappresentato a lungo uno dei principali riferimenti internazionali in questo ambito".

"In matematica raggiungiamo risultati migliori di Francia, Germania, Usa e Svezia", ha aggiunto Valditara, "il punteggio italiano è pari a 468 punti, a fronte di una media Ocse di 463". Anche la quota di studenti che ottiene almeno il livello di base è leggermente superiore a quella Ocse.

La rilevazione attesta pure la riduzione dei divari fra Nord e Sud del Paese.