venerdì 24 luglio 2026

UN TESORO NASCOSTO




 VANGELO Mt 13, 44-52




17 Domenica del Tempo Ordinario, anno A 

Nelle parabole che abbiamo ascoltato le scorse domeniche, il Regno di Dio appare sempre come una realtà che ha bisogno di tempo. Non nasce compiuto, non si manifesta in un istante, non si impone: cresce lentamente, silenziosamente, spesso invisibilmente. Il Regno vive nel tempo della maturazione e della pazienza, come una realtà che chiede di essere custodita e che domanda fiducia. 

Anche il brano di Vangelo di oggi (Mt 13, 44-52) si colloca dentro questo contesto. 
Siamo alla fine del capitolo tredicesimo, e Matteo racconta le ultime tre parabole del Regno: quella del tesoro (Mt 13, 44), quella della perla (Mt 13,45-46) e quella della rete (Mt 23,47-50). 

Nelle prime due parabole, il Regno è paragonato a qualcosa di molto prezioso, che cambia radicalmente la vita di chi lo trova, al punto che costui vende tutto per entrare in possesso del tesoro che ha trovato. 

Qualcuno lo cerca, come il mercante; qualcuno lo trova inaspettatamente, come l’uomo che lo scopre nel campo. Per entrambi, dopo averlo trovato, la vita cambia completamente. Trovato il tesoro o la perla, infatti, vendono tutti i loro averi per comprare ciò che hanno trovato (Mt 13, 44-45). 

Ci soffermiamo su due elementi. Il primo è che il tesoro e la perla vanno trovati. Sono nascosti, e qualcuno li trova. Non si tratta di un semplice elemento narrativo. La forma verbale che Matteo usa per dire che il tesoro è nascosto indica una condizione stabile, non un evento passato. Il tesoro è nascosto per natura, non per caso, perché così è il Regno di Dio: non si impone, non appare, non occupa spazio, non si mette in vetrina.  
Anzi, il tesoro è nascosto nella terra, ovvero nella vita quotidiana: non è in un tempio, non è in un luogo sacro, non è in un contesto straordinario. 

Inoltre, il tesoro è nascosto perché è dono, non conquista. Il contadino non lo cerca: ci inciampa, e questo significa che il Regno precede l’uomo, che la scoperta è grazia, non merito. L’uomo non lo produce, lo riceve, e il tesoro è nascosto perché il Regno è donato, non costruito. 

Il Regno, quindi, rimane sempre un po’ nascosto, perché non è mai una cosa ovvia, a misura d’uomo: è sempre da trovare e da ritrovare, anche quando lo si è già trovato una volta (…cose nuove e cose antiche... Mt 13,52). 

Questa è dunque la prima buona notizia di questo brano: Dio si lascia trovare. È nascosto, ma non è lontano. E chi cammina, chi è in ricerca, chi è in viaggio, ecco che un giorno, inaspettatamente, lo trova. 

Il secondo elemento è che per chi trova il tesoro, inizia un tempo nuovo. 
Le due parabole, infatti, mettono in luce tre fasi della storia dell’uomo, tre tempi che sono tutti e tre necessari perché il Regno porti frutti nella vita. 

C’è un primo tempo, che è quello della scoperta. È un tempo imprevisto, un kairós che irrompe nella vita. Non è preparato dall’uomo, o lo è solo in parte: è soprattutto dono, sorpresa, epifania. Poi c’è il tempo del lasciare: tra la scoperta e il fare proprio il tesoro c’è un intervallo, che è il tempo della decisione, il tempo in cui la scoperta diventa scelta, e mette tutto il resto in secondo piano. Bisogna decidersi di vendere tutti i propri averi e di comprare il tesoro trovato. 

Infine, c’è il tempo dell’appartenenza, dell’accoglienza: quello che hai trovato, quello che hai scelto, allora diventa tuo, fa parte di te, della tua vita. Così è il Regno: prima sorprende, poi chiede, poi dona tutto e tutto trasforma. 

Questi tre tempi, dicevamo, sono tutti e tre necessari, perché la scoperta senza trasformazione rimane sterile, la trasformazione senza accoglienza si intristisce, e l’accoglienza senza lo stupore della scoperta diventa routine.   

In realtà, però, questi tre tempi non sono mai stagioni separate della vita, come capitoli chiusi uno dopo l’altro: la scoperta riaccade sempre nuovamente, così come è sempre tempo per lasciare tutto e fare spazio al nuovo che si svela; ed è sempre tempo per una nuova comunione con il Signore, perché il Regno non si possiede come un oggetto, ma come una relazione che cresce. “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt. 13,52). 

+Pierbattista

Patriarca Latino di Gerusalemme

 

LAMECH

 


Il caso Roggero 

e

 il Codice 

di 

Hammurabi



di Giuseppe Savagnone 

Una storia che si ripete

Ci risiamo. A soli quattro mesi dal referendum sulla Giustizia, si riaccende lo scontro tra il governo e la magistratura. Una storia che si ripete.  L’ultimo episodio è la decisione con cui la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha respinto la richiesta della Procura di Roma di acquisire le chat tra il deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia, prestanome legato al clan camorristico Senese e attualmente detenuto per riciclaggio.

Proprio pochi giorni fa, ricordando l’uccisione di Paolo Borsellino, Giorgia Meloni aveva detto: «Nel suo ricordo continuiamo a percorrere la strada che ci ha indicato, con lo stesso impegno in difesa della legalità». Difficile conciliare questa dichiarazione con il rifiuto della maggioranza di collaborare con la magistratura nell’indagine su uno dei più potenti clan mafiosi di Roma.  

Forse per questo i quotidiani che fiancheggiano il governo – con la sola eccezione del «Giornale», che vi dedica un piccolo riquadro –  hanno censurato sulle loro prime pagine questa notizia, che invece campeggia in quelle dei maggiori giornali nazionali. Al suo posto viene riportata, a titoli di scatola e con pesanti commenti sarcastici, quella della condanna di Ilaria Salis, da parte del tribunale civile, per aver licenziato senza giusta causa due suoi dipendenti.

In realtà è già da diversi giorni che il clima dei rapporti tra maggioranza politica e magistratura è diventato di nuovo incandescente. L’occasione è stata la vicenda del gioielliere che, esasperato per essere stato per la seconda volta vittima di una rapina, ha reagito uccidendo due dei rapinatori e ferendo gravemente il terzo. La difesa aveva invocato la legittima difesa, ma, a inchiodare Mario Roggero, il gioielliere, era stato il video, poi divenuto virale, che lo ritraeva chiaramente mentre inseguiva fuori dal suo negozio, con una pistola in pugno, i malviventi in fuga colpendoli alle spalle e prendendone a calci uno, che era caduto per terra moribondo.

L’episodio risale all’aprile del 2021, ma solo in questi giorni si è concluso il terzo grado di giudizio, davanti alla Cassazione, con la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi. Una pena certo assai inferiore a quella prevista per un pluriomicidio e che dunque tiene conto di tutte le attenuanti del caso, ma che è stata duramente contestata dalla stampa di destra e da quasi tutta la maggioranza di governo, riaprendo il conflitto con la magistratura.

Un errore giudiziario da riparare?

La prima presa di posizione è stata quella del vice-premier Salvini, che ha espresso al gioielliere la sua piena e commossa solidarietà, andandolo a trovare due volte in carcere e arrivando a ipotizzare una sua candidatura al Parlamento («Sarei orgoglioso di candidarlo a rappresentare gli italiani»).

Per il leader leghista Roggero è «un marito, un padre, un nonno, un lavoratore onesto che ha sempre rispettato le regole». La sua reazione sarebbe dovuta a un momentaneo stato di esasperazione, che bisogna capire. Perciò Salvini, pur dicendo di non volersi sostituire ai giudici e di accettare la sentenza, ha sottolineato la «sproporzione tra quello che è accaduto quel giorno e la severità della pena» e ha espresso la sua perplessità sui criteri usati dalla magistratura, che infierisce così su un brav’uomo, «mentre, a fatica, certi giudici mandano in carcere gente che spaccia droga e vende morte ai nostri ragazzi. Mah».

Ancora più esplicito il ministro della Difesa Guido Crosetto il quale, in un tweet su X, ha osservato che c’è «una giurisprudenza che interpreta le leggi al punto di stravolgerle» e che ha «consentito di mandare in libertà dopo pochi anni anche assassini di servitori dello Stato». «Per questo ciò che è accaduto a Roggero è ingiusto, incomprensibile e anche difficile da accettare». 

Anche Giorgia Meloni ha voluto intervenire, insistendo sugli aspetti psicologici del comportamento del gioielliere: «Chi è in grado di giudicare il dolore, il trauma, lo stress e la paura di quest’uomo?» Poi è passata alla critica diretta della sentenza, definendola anche lei sproporzionata: «Non si possono dare otto anni a dei pedofili o meno di 10 anni a casi di stupri di gruppo e poi condannare a morire in carcere questo gioielliere, c’è un problema di proporzionalità delle pene».

Sull’onda di queste prese di distanza da parte di rappresentanti delle istituzioni, si è scatenata ancora una volta una campagna di delegittimazione e di odio nei confronti della magistratura e in particolare dei giudici che hanno emesso la sentenza, i cui nominativi sono stati pubblicati e additati al pubblico ludibrio e alle minacce sui social.  

La sola eccezione è stata quella del leader di Forza Italia, Antonio Tajani: «Non dico che la sentenza sia sbagliata, né contesto chi l’ha formulata, dico solo che sia giusto il perdono sociale». E una richiesta di grazia è stata firmata da tutti i gruppi del centro-destra, rivolta al capo dello Stato, ed è stata istruita in gran fretta, sull’onda dell’opinione pubblica, dal ministro della Giustizia.

Proprio questo clima, però, ha infastidito e allarmato il Quirinale, che vi ha colto il tentativo di esercitare una pressione affinché si conceda non il perdono a un colpevole pentito, bensì il doveroso risarcimento a una persona condannata ingiustamente; col rischio di trasformare l’istituto particolarissimo della grazia in un quarto grado di giudizio, che scavalcherebbe le precedenti sentenze della magistratura.

Come sembrerebbe confermare, peraltro, l’atteggiamento dello stesso Roggero che, già dopo la prima condanna, non solo non si è mostrato addolorato per avere tolto la vita a due esseri umani (ladri, certo, ma non assassini, e che stavano ormai fuggendo), ma ha rivendicato con fierezza la piena legittimità del suo gesto e contestato con acre sarcasmo i magistrati per averlo condannato: «Mi hanno dato 17 anni perché i giudici non hanno voluto ascoltare le mie ragioni fino in fondo. Complimenti ai magistrati. È una follia, viva la delinquenza, viva la criminalità».

Un atteggiamento riaffiorato nella richiesta rivolta dal gioielliere al presidente della Repubblica, il cui tono è apparso più di sfida che di reale pentimento: «Ha graziato uno scafista che ha ammazzato trenta persone, ha graziato la Minetti, penso dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza».

Alcune considerazioni inquietanti

Questi i fatti, su cui vale forse la pena fare alcune considerazioni. La prima riguarda lo stile con cui si è svolto il dibattito pubblico. Di fronte a un iter giudiziario che è passato attraverso tre gradi – in cui giudici diversi, sulla base di prove indiscutibili (il filmato, già da solo, è eloquente), hanno constatato che il comportamento di Mario Roggero non è riconducibile alla fattispecie della legittima difesa, così come il nostro ordinamento giuridico la prevede –, sui giornali, sui social, nell’opinione pubblica si  è istituito un processo mediatico in cui gli imputati sono diventati i magistrati che avevano semplicemente applicato la legge. Puro populismo.

Al quale hanno dato il loro avallo – e questa è una seconda considerazione, ancora più inquietante della prima – i vertici del potere esecutivo che, con argomentazioni basate su un misto di buon senso, di psicologia spicciola e di una vaga infarinatura di diritto, hanno  ritenuto di poter dare una valutazione in un campo che non è di loro competenza né dal punto di vista culturale (Meloni e Salvini  non sono neppure laureati in giurisprudenza, tanto meno hanno superato un concorso di magistratura) né, soprattutto, da quello istituzionale.

È stato come se il presidente dell’Anm un giorno facesse una conferenza stampa sull’inadeguatezza dell’appoggio militare dell’Italia all’Ucraina e criticasse il governo per il modo in cui gestisce le spese relative nel nostro bilancio, giudicandolo “sproporzionato”.

Purtroppo si deve ancora una volta constatare che il concetto di separazione dei poteri, centrale nella nostra Costituzione, rimane scarsamente comprensibile a una classe politica al governo la cui matrice culturale, storicamente, non è tra quelle che hanno concorso alla stesura della Carta fondamentale della nostra democrazia.

Una terza considerazione riguarda le conseguenze di questo gap tra la logica di una democrazia liberale, che fa della legge il punto di riferimento indiscutibile della vita associata, e quella di un populismo che invece è pronto a manipolarla per accaparrarsi il consenso. Un cardine di quest’ultima è di porsi sempre in un atteggiamento di contestazione verso le istituzioni anche quando, in realtà, le si rappresenta e se ne è responsabili.

Nel caso che stiamo esaminando, l’indignazione popolare nei confronti della sentenza e della normativa che l’ha giustificata ha fatto dimenticare a molti che questa legge è stata fatta dall’attuale maggioranza e porta la firma di Salvini. I giudici si sono limitati ad applicarla.

E non è la prima volta. È capitato anche per la famiglia del bosco. Proprio l’attuale governo nel 2023, col decreto Caivano, aveva introdotto la sospensione della potestà genitoriale e la pena di due anni di detenzione per i genitori che non adempiono l’obbligo scolastico. E Meloni aveva espressamente rivendicato questa innovazione in un’intervista televisiva, facendo presente che fino ad allora la pena era solo una multa di 30 euro: «Non al giorno eh, 30 euro, punto». Ma, aveva continuato, «siamo intervenuti. Oggi se non mandi tuo figlio a scuola (…), è previsto anche il carcere e che ti tolgo la potestà genitoriale».

Appena tre anni dopo, con una stupefacente capriola, la premier si è detta «senza parole» davanti alla separazione dei bambini dalla madre, dandone la colpa a un giudice che aveva solo applicato (peraltro solo in parte) la nuova normativa da lei istituita.

Un’ultima considerazione. Abbiamo già notato che Mario Roggero non ha mai mostrato un particolare dispiacere per aver ammazzato due persone. Per lui erano solo rapinatori, che attentavano ai suoi beni e minacciavano la sicurezza della sua famiglia. E in tutto questo dibattito il suo punto di vista è risultato vincente. Colpisce il fatto che di questi uomini non si sia parlato mai. I loro volti, le loro storie, sono stati coperti da una maschera con l’etichetta: “ladri”. Nessuno dice che uno dei due uccisi, Giuseppe Mazzarino, ha lasciato una moglie e due figli.  Che avevano dei parenti, degli amici, che li hanno pianti.

È sicuro che fossero dei mostri? Forse anche per loro sarebbe possibile individuare, come la nostra premier ha fatto per Roggero, degli stati d’animo, delle situazioni psicologiche ed esistenziali che, senza giustificare il loro crimine, potrebbero renderlo comprensibile. A Roggero la pena è stata ridotta dai giudici proprio per questo. La loro invece è stata la morte, questa sì veramente sproporzionata.  

Ritorno alla legge di Lamech?

Assecondando l’indignazione popolare, la Lega ha presentato un ddl che modifica la normativa sulla legittima difesa. In esso si prevede la non punibilità di «qualsiasi reazione» ad un’aggressione a mano armata in casa o in negozio, «indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta».

È un disegno di legge che probabilmente resterà nella storia come un decisivo passo indietro nello sviluppo della civiltà. Il principio della proporzionalità della reazione a un’offesa è nella legge del taglione, che prevede che a chi cava un occhio si risponda cavando un occhio, non cavandoglieli tutti e due o uccidendolo.  Si tratta di una conquista già contenuta nel Codice di Hammurabi, risalente a 3800 anni fa e che ha permesso di superare la violenza del puro arbitrio, espressa nelle parole di Lamech, figlio di Caino: «Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura/ e un ragazzo per un mio livido./ Sette volte sarà vendicato Caino,/ ma Lamech settanta volte » (Gn 4, 23-24).

È appena il caso di osservare che, se passasse il ddl proposto da Salvini il principio della vendetta privata diventerebbe la regola. A qualunque offesa ricevuta nei locali della propria abitazione o del proprio lavoro si potrebbe rispondere con una violenza illimitata. Oltre che alla difesa, si aprirebbero le porte alla vendetta, anche la più sproporzionata. Era quello che il Codice Hammurabi saggiamente ha voluto escludere. E questa antichissima lezione appare più attuale che mai anche oggi, perché ci ricorda che a chi ti toglie dei gioielli e dei soldi non puoi togliere la vita.

www.tuttavia

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IL DIAVOLO IN NOI

 


L’immaginario

 del male


Viaggio tra miti, simboli, paure da Pandora alla femme fatale.

 

-di Miriam Francesca Bianchi*


Pandora ed Eva appartengono a mondi diversi. Eppure sembrano abitare la stessa domanda. Nella Grecia di Esiodo, Pandora è la prima donna, creata dagli dèi e destinata a introdurre nel mondo sofferenze e sciagure. Nella tradizione biblica, Eva diventerà, nella successiva ricezione culturale, la figura associata all'ingresso del peccato nella storia. Personaggi lontani, eppure accomunati da una sorprendente funzione simbolica: collocare una figura femminile all'origine di una frattura nell'ordine del mondo. 

Non si tratta di una semplice coincidenza. Dall'antichità al mondo cristiano, il male è stato spesso immaginato non come una forza brutale che irrompe dall'esterno, ma come qualcosa che seduce, persuade, attrae. Ed è attorno a questa idea di attrazione che il femminile viene spesso chiamato a rappresentare ciò che appare insieme desiderabile e pericoloso, capace di generare vita ma anche di oltrepassare limiti e confini. 

Da qui prende avvio una vicenda che attraversa teologia, letteratura e arti figurative. Non una semplice identificazione tra donna e male, come oggi si potrebbe frettolosamente pensare, ma un processo più complesso attraverso cui sul femminile vengono proiettate alcune delle grandi inquietudini della cultura occidentale: desiderio, conoscenza, libertà, sessualità e il mistero della generazione della vita. 

Una delle testimonianze più sorprendenti di questa storia si trova nella Cappella Sistina. Nella scena del peccato originale, Michelangelo raffigura il serpente avvolto all'albero della conoscenza con il busto e il volto di una donna. 

Può sembrare una scelta insolita; in realtà l'artista raccoglie una tradizione iconografica già diffusa nel Medioevo. In miniature, sculture e manoscritti il tentatore dell'Eden compare spesso con sembianze femminili. 

È una trasformazione di straordinaria e inquietante forza simbolica. All'inizio del racconto biblico la donna è la tentata. In queste immagini, invece, il male finisce progressivamente per assumere sembianze femminili. Il tentatore diventa il doppio della tentata. Alcuni studiosi vi hanno intravisto un'eco di Lilith, figura della tradizione ebraica, sebbene l'origine di questa iconografia resti discussa. Ciò che appare evidente è che il serpente-donna diventa uno dei luoghi simbolici in cui si condensano seduzione, trasgressione e paura dell'inganno. 

In questa prospettiva, il femminile non appare semplicemente malvagio, ma ambiguo: capace di attrarre e di smarrire, di generare e di destabilizzare. È una differenza importante. Le immagini non descrivono donne reali, ma costruiscono figure simboliche sulle quali vengono proiettate tensioni culturali profonde. 

Nei secoli successivi questa associazione si radicalizza. Con la demonologia tardomedievale e la caccia alle streghe, il sospetto non riguarda più soltanto la tentazione. La donna viene sempre più spesso immaginata come interlocutrice privilegiata del demonio. Le celebri incisioni di Hans Baldung Grien mostrano figure femminili che dominano la scena: non vittime del male, ma protagoniste di una relazione diretta con esso. La strega rappresenta forse il punto culminante di una lunga costruzione simbolica: non più soltanto donna tentata, ma donna ritenuta capace di trattare direttamente con le forze che la società teme e non riesce a controllare. 

Eppure, la storia non si ferma qui. Quando l'Europa moderna si allontana progressivamente dall'universo della demonologia, molte di quelle immagini sopravvivono sotto altre forme. La strega lascia il posto alla seduttrice, alla sirena, alla femme fatale. Cambiano i linguaggi, ma non sempre gli immaginari. Salomè, riletta dai simbolisti, diventa l'emblema di una femminilità tanto affascinante quanto pericolosa. 

Nel dipinto Il peccato di Franz von Stuck, realizzato nel 1893, una donna emerge dall'ombra mentre un enorme serpente le si avvolge attorno al corpo, fondendo in un'unica immagine seduzione e peccato. A quasi quattro secoli dalla Sistina, gli stessi simboli continuano a parlare. 

Guardate insieme, queste figure non raccontano tanto le donne quanto le società che le hanno immaginate. Pandora, Eva, la donna-serpente, Lilith, la strega o la femme fatale appartengono a epoche e tradizioni differenti, ma rivelano una medesima tendenza: attribuire al femminile ciò che appare insieme affascinante e minaccioso, desiderabile e perturbante. Più che una storia del male al femminile, è la storia di come il femminile sia diventato, per lungo tempo, uno dei principali luoghi simbolici attraverso cui una cultura ha dato forma alle proprie inquietudini. 

Ma le immagini non si limitano a riflettere una cultura: contribuiscono a plasmarla. Per secoli, figure come Eva, la donna-serpente, la strega o la seduttrice hanno alimentato immaginari nei quali il femminile veniva associato alla tentazione, all'eccesso, all'irrazionalità o alla trasgressione. Non perché le donne fossero considerate semplicemente malvagie, ma perché sul loro corpo e sulla loro esperienza sono state proiettate questioni decisive riguardanti il desiderio, l'autorità, la conoscenza e la libertà. 

Il punto, allora, non è stabilire se queste immagini appartengano a un passato definitivamente superato. È chiedersi quali tracce abbiano lasciato e quali idee continuino ancora oggi ad abitare il nostro sguardo. Perché il percorso che conduce da Pandora alla femme fatale mostra come l'immaginario del femminile sia stato, per secoli, uno dei luoghi in cui si sono giocati rapporti di potere, forme di controllo e interpretazioni della differenza. Interrogarlo criticamente non significa cancellare queste immagini, ma imparare finalmente a leggerle. 

*Teologa, laureata in Scienze Filosofiche, docente 

Fonte: Donne Chiesa Mondo luglio 2026

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giovedì 23 luglio 2026

L'ODISSEA E L'EDUCAZIONE

 


Tremila anni dopo,

 l’Odissea 

ci parla ancora 

di educazione


Una rilettura pedagogica dell'Odissea di Christopher Nolan vista dalla prospettiva di Telemaco, il ragazzo che parte per cercare notizie di un padre che non ha mai conosciuto e che, cercandolo, diventa adulto. Perché gli adolescenti di oggi somigliano molto a Telemaco: non cercano nemici da rovesciare, ma adulti che “tengano”. E il fatto che Nolan abbia messo questa attesa al centro di un kolossal è una splendida notizia.

di Dafne Guida 

Tremila anni dopo, l’Odissea ci parla ancora di educazione. E quella di Nolan ancor di più. Sono uscita dal cinema pensando a Telemaco. Non a Ulisse, non alle sirene, non ai 250 milioni di dollari spesi per la produzione. Penso agli occhi di Telemaco quando riconosce il padre dalla carezza ad Argo morente, il cane che lo aspetta vent’anni e che muore nell’istante in cui lo riconosce. È lo sguardo di chi desidera un testimone che lo accompagni, ed è questo il momento più bello del film: Ulisse visto con gli occhi del figlio. Il ragazzo che parte per cercare notizie di un padre che non ha mai conosciuto e che, cercandolo, diventa adulto. 

Massimo Recalcati ha dato un nome a questa figura, “il complesso di Telemaco”: il figlio che non vuole abbattere il padre come Edipo, che non si specchia in se stesso come Narciso, ma che attende qualcuno che torni a testimoniare una legge, una giustizia, un ordine possibile. Nel mio lavoro incontro tanti Telemaco. Adolescenti che non cercano nemici da rovesciare, ma adulti che “tengano”. E il fatto che Nolan abbia messo questa attesa al centro di un kolossal mi sembra una splendida notizia. 

Poi c’è il modo in cui questo film è stato fatto e qui devo dichiarare la mia parzialità. Chi come me si è formata alla scuola pedagogica di Riccardo Massa, porta addosso un’idea precisa: l’educazione è un’esperienza vissuta e incarnata, è materialità, è attraversamento concreto di un campo. Non simulazione. Nolan ha girato mari veri, luoghi veri, corpi veri davanti alla macchina da presa, in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette mondi già pronti, fantasie prototipate che nessuna mano ha mai toccato davvero. Non è una questione di nostalgia tecnica: è una scelta che dice qualcosa a chiunque educhi. La realtà esiste e resiste. E proprio perché resiste, forma. 

Elogio della curiosità 

Poi c’è la curiosità. Ulisse vuole ascoltare il canto delle Sirene quando ogni marinaio prudente si tappa le orecchie, e si fa legare all’albero della nave pur di sentirlo. Vuole entrare nella grotta del Ciclope per vedere chi la abita. Nei nostri servizi educativi vedo questa spinta ogni giorno: in una bambina ferma da dieci minuti davanti a un formicaio in giardino, come in un adolescente che pone “la” domanda che gli adulti evitano. La curiosità è il motore di ogni apprendimento e il primo compito di chi educa è non spegnerla. Lo scrivo con una certa urgenza, perché conosco la tentazione opposta: quella di anticipare le risposte, di riempire ogni silenzio, di proteggere i ragazzi persino dalle loro domande. 

La tentazione dell’hubris 

Ulisse, però, ci mostra anche il rovescio. La curiosità senza misura ha un nome antico, hubris, la tracotanza, che per i greci era la colpa più grave, quella che attira l’ira degli dèi e allunga il viaggio di altri dieci anni. Dante, nel canto XXVI dell’Inferno, consegna al suo Ulisse l’«orazion picciola» («fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza»), versi che generazioni di insegnanti hanno letto in classe come un inno alla conoscenza. Ecco un nodo su cui finisco spesso per tornare: la conoscenza che non riconosce alcun limite smette di essere formazione. Educare alla curiosità significa tenere insieme le due cose: alimentare il desiderio di conoscere e insegnare che il limite non è il nemico della conoscenza, ma ne è, in qualche modo, la forma. 

Umano troppo umano 

L’Ulisse di Nolan è umano, troppo umano. Un reduce lacerato dai rimorsi, che porta addosso le colpe di Troia e che per tornare a casa deve imparare l’arte più difficile: rinunciare al controllo. Qualcuno lo ha rimproverato al film, come se l’eroe ne uscisse rimpicciolito. Io credo il contrario, e lo credo per mestiere. Un eroe invulnerabile non insegna nulla, si ammira e basta. Un uomo che sbaglia, che ha paura, che elabora un trauma mentre naviga, quello sì che somiglia agli adulti veri, quelli che i ragazzi hanno accanto. L’educazione non ha bisogno di modelli perfetti: ha bisogno di storie in cui riconoscersi e di adulti che restino credibili anche dopo aver sbagliato. 

Scegliere la vita 

E Ulisse certamente sbaglia, ma dopo aver sbagliato ritorna sui suoi passi. Calipso gli offre l’immortalità: giovinezza eterna, un’isola senza tempo, una dea come compagna. Lui rifiuta. Sceglie Penelope, che è mortale e invecchia, e lo ammette senza girarci intorno davanti alla stessa Calipso: la mia sposa è inferiore a te per aspetto e statura, eppure io tengo il punto e scelgo di tornare. Ulisse non sceglie la donna più bella, sceglie la vita che finisce. Sull’isola di Calipso non accade nulla perché nulla è in gioco: ogni giorno è identico al precedente e nessuna scelta ha veramente un peso. La vita mortale, invece, ha una trama. Ha ferite che segnano, figli che crescono, un letto scavato nel tronco d’ulivo che non si sposta. Chi educa lavora esattamente su questo crinale: consegnare a qualcuno una vita finita e dirgli che proprio per questo vale. 

 

Qui il poema mi riporta al presente, ai colloqui con i genitori, alle nostre équipe. Le tecnologie generative promettono a modo loro un’isola di Calipso: un presente infinito, mondi senza attrito, la possibilità di non perdere mai nulla. Ai nostri adolescenti viene offerta ogni giorno una piccola immortalità digitale. Il compito pedagogico è quello di Ulisse sulla spiaggia di Ogigia: insegnare a preferire Itaca. Con i suoi pretendenti, le sue attese, il tuo cane vecchio che muore dopo averti riconosciuto. 

Per questo il metodo di Nolan è già contenuto. Quando tutto si genera con un clic, scegliere di costruire, allestire, aspettare la luce giusta è un atto di resistenza educativa. Nei nostri nidi lo chiamiamo con parole più semplici: il tempo lungo delle cose reali, la fatica del fare, le mani in pasta, la pedagogia della lumaca

Alcune colleghe hanno portato i figli a vedere il film. Bambini piccoli, tre ore di poema omerico, la previsione condivisa era di uscire dalla sala a metà proiezione. Mi hanno raccontato il contrario: bambini attenti fino alla fine e loro impegnate per tutto il tempo a rispondere a un fuoco continuo di domande sussurrate nel buio. «Chi è il gigante?», «Perché le sirene hanno le gambe e non la coda?», «Quando torna a casa?». Ci ho pensato a lungo. Una storia funziona quando genera domande, e quei bambini stavano facendo esattamente ciò che il poema chiede a chi lo ascolta da tremila anni: interrogare gli adulti accanto per capire il mondo. Come Telemaco, del resto. 

Non si arriva mai 

L’Odissea è una storia, e le storie sono il primo dispositivo pedagogico che l’umanità abbia costruito. Raccontarla a un bambino o a un adolescente significa consegnargli una mappa per le sue tempeste. Lo facciamo da tremila anni e funziona ancora. Nessun algoritmo ha prodotto niente di paragonabile, e sospetto che il motivo sia proprio quello che Ulisse spiega a Calipso: le storie nascono dalla vita che finisce. 

Ulisse, dopo vent’anni, torna a Itaca tormentato dagli anni di guerra e dal ricordo degli amici che non è riuscito a seppellire con onore. Ma a Itaca non trova la fine del viaggio: trova un altro inizio. Ha rifiutato l’eternità per avere una storia, e le storie non si chiudono: si consegnano ad altri. Chi educa lo sa. Non si arriva mai, si continua a partire. E si parte meglio se qualcuno, prima, ci ha raccontato bene la sua storia. 

Fonte: Vita 

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CAMBIARE L'UOMO

 


Cambiare l’uomo,

 perdere

 

la libertà


Fascismo e comunismo, pur diversi, condivisero l’idea utopica di creare un “uomo nuovo”.

 

La storia mostra i rischi di ogni progetto politico che pretende di trasformare la natura umana.


di Pasquale Hamel

 

Uno degli aspetti più interessanti della riflessione filosofica sul Novecento riguarda ciò che ideologie profondamente diverse, e spesso ferocemente nemiche, hanno condiviso sul piano antropologico: l’idea che la politica possa cambiare la natura dell’uomo.

Affermare questo non significa sostenere che fascismo e comunismo siano equivalenti. Le loro origini, i loro obiettivi e i loro fondamenti teorici sono profondamente differenti. Tuttavia, alcuni dei maggiori filosofi e storici del secolo scorso hanno osservato che entrambi furono animati da una comune ambizione: costruire una società perfetta attraverso la creazione di un “uomo nuovo”.

Questa idea rappresenta una rottura con una tradizione di pensiero che va da Aristotele fino al liberalismo moderno. Per Aristotele, la politica serve a creare le condizioni affinché gli uomini possano vivere bene, non a trasformare la loro essenza. Anche la tradizione cristiana, da Sant’Agostino a Pascal, ha sempre riconosciuto il limite costitutivo della natura umana: l’uomo può migliorare, educarsi, crescere moralmente, ma non può essere rifondato da un potere terreno.

Con la modernità nasce invece un’ambizione diversa. La politica non vuole più soltanto governare la società, ma rigenerarla. È qui che alcuni studiosi individuano l’origine delle grandi utopie politiche.

Lo storico Emilio Gentile ha mostrato come il fascismo fosse molto più di un semplice regime autoritario: era una “religione politica”. Il suo obiettivo non era soltanto conquistare il potere, ma plasmare una nuova umanità attraverso lo Stato, la scuola, la propaganda, l’organizzazione del tempo libero, il culto della disciplina e della nazione. Il mito dell'”uomo nuovo fascista” era parte integrante di questo progetto.

Anche il comunismo rivoluzionario, pur partendo da presupposti completamente diversi, immaginava la nascita di un uomo liberato dall’alienazione, dall’individualismo e dalla proprietà privata. François Furet, nel suo studio sul comunismo del Novecento, osserva che il fascino esercitato da questa ideologia derivava anche dalla promessa di una rigenerazione totale della società. Leszek Kołakowski, dopo essere stato marxista, arrivò a sostenere che il problema nasce quando la politica pretende di sostituirsi all’etica, alla religione e perfino alla coscienza individuale.

Jacob Talmon parlò di “democrazia totalitaria” per descrivere quei sistemi che, convinti di possedere la verità della storia, ritengono legittimo comprimere la libertà presente in nome della felicità futura. Se esiste un modello perfetto di società, chiunque vi si opponga non è più soltanto un avversario politico, ma un ostacolo al progresso.

Eric Voegelin spinse questa riflessione ancora oltre. Secondo lui, le grandi ideologie moderne sono il tentativo di “immanentizzare l’escaton”, cioè di realizzare nella storia quella perfezione che le religioni avevano sempre collocato oltre la storia. Il paradiso viene trasferito sulla terra e la politica assume un compito quasi salvifico. Ma proprio questa pretesa, secondo Voegelin, apre la strada ai totalitarismi: se il fine è la redenzione dell’umanità, ogni mezzo può apparire giustificato.

Karl Popper, ne La società aperta e i suoi nemici, formulò una critica destinata a diventare un classico della filosofia politica. Distinse tra la riforma graduale delle istituzioni e l'”ingegneria utopica”. Quest’ultima nasce dalla convinzione che sia possibile progettare razionalmente una società perfetta. Il problema è che nessuno possiede una conoscenza sufficiente della realtà umana per prevedere tutte le conseguenze delle proprie decisioni. Per questo, osserva Popper, le utopie finiscono spesso per ricorrere alla coercizione: quando la realtà non coincide con il progetto, si cerca di cambiare la realtà con la forza.

Anche Augusto Del Noce vide nel Novecento il tentativo di costruire una civiltà che, recidendo ogni riferimento a una dimensione trascendente, attribuiva alla politica un compito assoluto. Quando lo Stato pretende di definire il bene, il vero e perfino ciò che l’uomo deve essere, il potere non incontra più limiti.

Hannah Arendt, infine, colse un elemento decisivo. Il totalitarismo non mira soltanto all’obbedienza. Mira alla trasformazione dell’individuo. Vuole eliminare la spontaneità, la pluralità e la libertà di giudizio, perché un uomo capace di pensare autonomamente rappresenta sempre un limite al potere assoluto.

La grande lezione del Novecento, allora, non consiste nel diffidare degli ideali. Gli ideali sono indispensabili. Il problema nasce quando un ideale pretende di conoscere definitivamente ciò che l’uomo deve essere e affida alla politica il compito di realizzarlo.

La democrazia liberale parte invece da un presupposto molto più modesto e, forse proprio per questo, più realistico: l’uomo è imperfetto. Lo sono i governanti, lo sono i cittadini, lo sono le istituzioni. Per questo servono limiti al potere, pluralismo, libertà di critica e corpi intermedi. Non perché la democrazia prometta il paradiso, ma perché sa che nessun uomo e nessuna ideologia possono costruirlo.

Forse è questa la differenza più profonda tra le utopie politiche e una società libera: le prime promettono di creare un uomo nuovo; la seconda si accontenta di difendere la dignità e la libertà dell’uomo reale.

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COMUNITA', UNA RISORSA

 


“Cosa vuol dire


 comunità oggi?”


Il ternine comunità deriva dal latino communitas, formata da cum (con) e munus (dono o compito)

Il farsi dono, con spirito di servizio

-di Giovanni Petrini

Comunità è una parola misteriosa, ambigua, complessa ma anche molto affascinante, intrigante, rassicurante.

Proverò a sollecitare alcune riflessioni proprio a partire da questa lettura e tesi che condivido.

C’è una forte riemersione nel dibattito pubblico contemporaneo della parola comunità, un bisogno sempre più urgente di riconsiderarla.

È possibile notarlo in diversi ambiti, a partire da Facebook e dai Social Media User Generated che hanno preso la parola comunità e l’hanno messa al centro nel rapporto con il proprio cliente-utente, ma anche nel dibattito economico attorno ai beni comuni o ai beni relazionali, sul quale c’è un grande fermento di riflessioni e pratiche (come dimostra il Premio Nobel per l’Economia del 2019).

 Nuovo umanesimo

Il tema della comunità negli ultimi anni si è rivelato molto forte anche in alcune riflessioni filosofico-politiche.

La parola “Nuovo Umanesimo” è stata usata – più o meno consapevolmente – proprio per cercare di contrapporre a un mondo tecnologico e un’avanzata post-umana, le relazioni umane e il ruolo che l’uomo può svolgere nel mettersi alla guida della tecnologia senza rimanerne succube.

La comunità è poi espressione di molte pratiche dal basso, di organizzazioni che nascono tra cittadini: le Social Street sono una di queste esperienze diffuse anche in Italia, ad esempio, e nascono proprio dalla volontà di alcuni soggetti di mettersi insieme all’interno di una via e iniziare a scambiarsi informazioni, relazioni, progetti e ad aiutarsi.

È chiaro, dunque, che queste riflessioni tengono conto dei luoghi, come gli Oratori, come le Case Salesiane, come in generale le Parrocchie, in cui la parola è da sempre utilizzata e da sempre tenuta viva.

Perché questa parola sta emergendo sempre di più nel dibattito pubblico?
Perché sostanzialmente è una risposta, umana, naturale e comprensibile al fatto che nell’Ultimo secolo tutto si è accelerato, frammentato, complessificato ed espanso. L’accelerazione del tempo è legata alla spinta che il capitalismo ha dato allo sviluppo tecnologico per cercare di perseguire quello che da sempre lo muove: la produzione di ricchezza.

La frammentazione dell’esistenza deriva dal fatto che le grandi narrazioni del ‘900, in cui le persone si riconoscevano all’interno di una serie di categorie collettive – i lavoratori, gli impiegati ecc. – sono andate mano a mano frammentandosi.


Oggi noi siamo ciò che facciamo, ciò che vediamo, le frequentazioni che abbiamo on line e off line, i consumi e le cose che compriamo, gli spettacoli o prodotti culturali che consumiamo.

La nostra esistenza stata letteralmente frammentata e spesso questo – la convivenza con le molte sollecitazioni e anime – porta anche a delle difficoltà dentro di noi.

Spazio

Infine, l’espansione dello spazio.

Prima la globalizzazione ha aperto il mondo (con la possibilità di volare lowcost) e poi l’arrivo del digitale ha creato un mondo “fisico” parallelo a quello che invece viviamo nella realtà analogica.

Tutti questi fenomeni hanno impattato su di noi, soprattutto per una questione di scollamento tra la capacità dell’uomo di evolvere biologicamente e la tecnologia che invece accelera esponenzialmente.
Tutto questo non può non creare dei disagi e delle difficoltà, in alcuni casi dei veri e propri “mostri”, come quelli rappresentati nel bellissimo trittico di Francis Bacon.
Spesso sono difficoltà con cui tutti noi conviviamo e penso sia importante iniziare adirsi che oggi siamo tutti un po’ fragili, un po’precari, un po’ isolati, abbiamo tutti un po’ di ansie e proviamo tutti un po’ di rabbia in alcune circostanze.
Se da un lato si assiste quindi a un fenomeno di isolamento e allontanamento delle persone, dall’altro può iniziare invece un interessantissimo percorso attraverso il quale trovare una risposta a questo disagio.

A partire dal riconoscimento che non è più possibile parlare di “fragili” e “non fragili “ma piuttosto dell’esistenza di diverse fragilità e smettendo di rapportarsi uno a uno ma considerandoci tutti insieme, aiutandoci comunitariamente, questa risposta può avvenire.

Al di là delle patologie che necessitano di cure da parte di specialisti – perché la rabbia, la precarietà, l’ansia e l’isolamento possono sviluppare anche patologie per cui ci vogliono competenze specifiche – se rimaniamo in una dimensione più di percezione di vissuto quotidiano, noi pensiamo che il tema principale sia la solitudine o “privazione relazionale”.

Il vero problema che affrontato aiuterebbe a risolvere molto del brusio e delle fatiche quotidiane e consentirebbe di dedicare le giuste energie e il giusto tempo alle reali patologie e difficoltà, è proprio la solitudine.

 Solitudine

E questa solitudine richiama, in alcuni casi, una prospettiva di ricordo “dei bei tempi andati”, un racconto di quel mondo ideale antico in cui c’era una comunità, il paese, il villaggio in cui si viveva tutti insieme, le porte delle case rimanevano aperte, ci si conosceva tutti e ci si salutava per strada.
Questo è stato un modo di vivere della maggior parte della popolazione mondiale per secoli, se non millenni.

Dall’altra parte c’è invece una nuova dimensione che non è solo un ricordo dei bei tempi andati ma è invece una reale voglia di ricostruire e rilanciare la dimensione comunitaria, dimensione che è stata evidenziata in maniera chiarissima dal Covid.

La pandemia ha esacerbato e fatto esplodere delle difficoltà sia negli anziani che negli adolescenti e nei giovani, che sono i soggetti che più hanno sofferto e stanno soffrendo dell’isolamento sociale, ma ha anche fatto venir fuori una straordinaria voglia, ricchezza e capacità di rispondere all’emergenza e alla tragedia con un grandissimo fiorire di esperienze di solidarietà, condivisione scambio intergenerazionali.

È stato un grande movimento in cui tanti di noi si sono messi insieme e hanno cercato di capire come potevano aiutare gli altri, anche solo con una telefonata, un sorriso o un pacco consegnato.

Per rimettere al centro la comunità, quindi, non dobbiamo scivolare in queste dinamiche della memoria, ma cercare di recuperare ciò che c’era di buono nella dimensione comunitaria e diffonderla, praticarla, raccontarla e discuterla, soprattutto.
Non solo un tema di “azione” ma anche di “racconto”.
È necessario non solo comunicare con il fuori ma anche ridiscutere e dare un proprio significato a questa parola affinché venga vissuta concretamente.

Comunità è una “parola trappola” molto complicata, spesso usata come sinonimo di altro, ad esempio di “società”.

In realtà, se ci addentrassimo nello studio dell’evoluzione del modo in cui gli uomini stanno insieme, ci accorgiamo che la comunità è qualcosa che esiste “prima della società” e “dopo la famiglia”.

Questa riflessione la prendo dal libro “Comunità” di Marco Aime, antropologo insegnante all’università di Genova, che riporta i 5 elementi che storicamente, antropologicamente e sociologicamente riscontriamo nelle comunità.
Prima di tutto una comunità nasce con una dimensione spirituale, rappresentata da un SIMBOLO che, a prescindere dalla civiltà e dal tempo, riunisce le persone che ne fanno parte.

 Confine

La comunità ha sempre un CONFINE.

La prima immagine che viene in mente è il filo spinato, il muro.

Invece il confine semplicemente una linea che crea un “di qua” e un “di là”, una separazione quindi che si può anche varcare.

Il confine della comunità è quindi una linea, è un varco aperto poroso da cui io posso uscire, per andare a scoprire cosa c’è al di fuori della mia comunità e nel mondo, e in cui altri possono entrare.

Alla comunità serve un confine perché possa riconoscere e dire: “Noi siamo questi e gli altri sono fuori”.

Il tema è preservare la dimensione di identità, di stile, di uguaglianza, di modalità con cui agisce, senza però chiudersi, creare dei muri e quindi da Communitas, diventare Immunitas.

Il concetto dell’Immunitas è ben comprensibile se pensiamo al nostro corpo: i nostri anticorpi sono funzionali a rispondere a un attacco all’esterno, quando qualcosa entra nel nostro organismo si scatena una reazione immunitaria, dei meccanismi biologici che permettono al corpo di difendersi.
A volte accade che questo meccanismo vada fuori giri, perda il proprio controllo e inizi a rispondere anche quando non c’è nessuna aggressione: difendendosi contro qualsiasi cosa inizia a uccidere anche se stesso.
Le malattie immunitarie quindi portano anche alla morte della persona stessa per eccesso di autodifesa.

La trovo una bellissima similitudine con un rischio che corrono quelle comunità che si rifiutano di aprirsi a chi la pensa diversamente e portando all’estinzione del gruppo e alla morte della comunità stessa.

Riassumendo: la comunità ha un confine che resta sempre aperto ma che consente di dire: “Io sono dentro, tu sei fuori” e poi ci confrontiamo, parliamo, ne discutiamo.

Vuoi entrare? Ci sono delle regole. Vuoi uscirne? Perderò qualcosa ma otterrò della libertà.

Memoria

C’è poi un tema di MEMORIA, la comunità sì alimenta e si costruisce attraverso il racconto di chi c’era a chi verrà.

È un tramandare, ma una tradizione è anche “tradimento” (la radice latina è unica infatti, deriva dal verbo latino Tradĕre, che vuol dire “attraversare” ma anche “portare da una parte all’altra”).

La memoria passa ma questo passare non è congelare, conservare; qui c’è tutto il tema dell’inter-generazionalità: le persone più anziane raccontano e passano la loro esperienza e il loro punto di vista ma contemporaneamente devono accettare che i giovani, oltre a prendere e riconoscere questa memoria, allo stesso tempo la facciano loro attraverso una loro interpretazione.
La comunità quindi non è qualcosa che esiste e rimane sempre uguale a se stessa, ma che viene riletta e ridiscussa con il passare delle generazioni.

Generatività

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