Perché parlarne ai bambini
(e come farlo davvero)
di Maria Teresa Bianco
Come parlare ai nostri
figli di educazione affettiva e come farlo nel modo corretto.
Risponde alle
domande la dott.ssa Barbara Bove Angeretti
In questo articolo
Educazione affettiva e
bambini: come parlarne
Parlare di educazione
affettiva oggi significa affrontare uno dei temi più urgenti della crescita
dei nostri figli. In un'epoca in cui l'emotività
si esprime spesso attraverso schermi e social, insegnare ai bambini a
riconoscere e gestire i propri sentimenti è un passo fondamentale per costruire
relazioni sane e consapevoli.
Ne abbiamo parlato con la
Dott.ssa Barbara Bove Angeretti, psicologa dello sviluppo, formatrice e
divulgatrice scientifica, seguitissima sui social da oltre 113mila persone. Con
lei abbiamo cercato di capire da dove partire, come affrontare il tema in
famiglia e perché l'educazione affettiva è una vera forma di prevenzione per il
benessere futuro dei nostri figli.
Quando iniziare a
parlarne
Dottoressa, si
parla tanto di educazione affettiva, ma spesso non si sa quando cominciare. A
che età è giusto introdurre questo tema ai bambini e come farlo in modo
naturale, senza forzature?
L'educazione affettiva e
sessuale comincia da subito, anche se molti genitori non se
ne rendono conto. Nei primi anni di vita significa, molto semplicemente,
usare nel quotidiano, o almeno insegnare al bambino a identificare e
nominare correttamente le parti del corpo, usando termini
scientificamente corretti come vulva, pene, scroto o utero.
Se già questi termini
creano disagio nel genitore, è un segnale importante: significa che il
tema va prima integrato e normalizzato da noi, per poterlo poi trasmettere
con naturalezza.
Educazione affettiva non
significa necessariamente "parlare di sesso", ma aiutare
i bambini a conoscere il proprio corpo, riconoscere le emozioni,
rispettare i confini e comprendere quelli altrui. Tutto ciò deve avvenire
in modo proporzionato all'età, con un linguaggio semplice,
tecnico, ma connotato dal proprio sistema valoriale che comprenderà temi
come limite o spazio personale, consenso ecc.
Quando il genitore è a
proprio agio, anche il bambino percepisce il messaggio come naturale e
sicuro.
Se invece si avverte
fatica o confusione nel trattare questi argomenti, può essere utile
confrontarsi con un professionista per acquisire strumenti comunicativi
adeguati.
Famiglia e scuola: un
lavoro di squadra
L'educazione
affettiva non può essere solo compito della scuola. In che modo i genitori
possono dare continuità a casa e quali piccoli gesti quotidiani fanno
davvero la differenza?
L'educazione affettiva e
sessuale non è una semplice trasmissione di informazioni biologico
sanitarie, riguarda la costruzione del senso del sé, dell'identità, del
rispetto del valore e delle relazioni; è qualcosa che riguarda le
convinzioni etiche e religiose che riguarda il modo in cui ciascuna
famiglia interpreta l'intimità, il corpo, l'amore ed è ciò che ci rende
unici come individui. Per questo la responsabilità primaria deve spettare
alla famiglia che rappresenta il primo contesto in cui il bambino
apprende cosa significhi il rispetto, il confine, il consenso, la fiducia
e la reciprocità.
La scuola però non deve
essere assente perché deve porre una base minima qualora la famiglia
assente, su questi temi, lo fosse davvero. Il suo compito non è sostituirsi
però ai genitori, ma integrare per sostenere il processo educativo quando
la famiglia non è in grado per mancanza di strumenti a volte di
linguaggio o di sensibilità di offrire ai ragazzi le risposte di cui
hanno bisogno. La scuola può fornire competenze, linguaggi e spazi di
confronto che aiutino a tradurre in termini concreti i valori appresi a casa e
può offrire un filtro di pensiero critico utile soprattutto in un'epoca
in cui la sessualità
è spesso banalizzata o distorta da modelli mediatici.
In altre parole la scuola
dovrebbe essere un presidio di supporto non di supplenza, non può e
non deve sostituirsi alla famiglia, ma dovrebbe offrire strumenti per
comprendere e discernere.
Famiglia e scuola
dovrebbero essere due ambienti che parlano la stessa lingua
emotiva.
Figli che crescono in un
mondo complesso
Oggi i nostri
figli vivono in una società più esposta e più fragile di un tempo. Perché
l'educazione affettiva è così urgente proprio ora?
Perché i bambini e i
ragazzi di oggi (più che quelli di un tempo) crescono in un mondo dove
tutto è visibile, ma pochissimo è davvero compreso. Hanno accesso precoce a
immagini, linguaggi e modelli relazionali adulti — spesso distorti — ma non
hanno ancora gli strumenti emotivi per interpretarli.
L'educazione affettiva
oggi
è urgente perché non serve solo a "prevenire", ma a costruire senso:
aiuta i giovani a capire cosa significa rispetto, consenso, intimità, privacy,
confine, responsabilità.
In un tempo dove la
comunicazione è rapida ma le relazioni sono fragili, l'educazione affettiva
diventa una bussola interiore: insegna ad ascoltare il proprio corpo,
riconoscere le emozioni, distinguere ciò che è desiderio da ciò che è bisogno,
e ciò che è piacere da ciò che è manipolazione, a tollerare la frustrazione di
un rifiuto senza distruggersi o distruggere.
Quando l’affettività
manca
Cosa succede a un
bambino o a un adolescente
che non riceve una vera educazione affettiva? Si possono riconoscere dei
segnali d'allarme o dei comportamenti che dovrebbero far
riflettere?
Quando l'educazione
affettiva manca, il bambino cresce sapendo molte cose,
ovvero avendo e gestendo molte informazioni, ma non sa cosa sente e non sa come
gestirlo. Senza un modello che insegni a riconoscere, nominare e regolare le
emozioni, il rischio è che l'affettività resti confusa con la dipendenza,
il bisogno di approvazione o il controllo dell'altro.
Nei più piccoli i segnali
possono essere regressioni improvvise, irritabilità, ansia da separazione
(tale da rendere molto difficile o impossibile la gestione del pianto),
comportamenti oppositivi, aggressivi fisicamente o verbalmente, comunicazione
manipolatorie o inadeguate rispetto all'età.
Negli adolescenti
emergono spesso chiusura emotiva, relazioni disfunzionali, dipendenza affettiva
o aggressività relazionale (la necessità di dominare o svalutare per sentirsi
sicuri).
L'assenza di educazione
affettiva non genera sempre un disagio visibile, ma svuota di significato le
relazioni.
Recuperare è possibile,
ma serve tempo, coerenza e adulti disposti a parlare di emozioni con onestà,
anche quando è scomodo. Perché ciò che un bambino non impara a nominare,
finirà per esprimerlo — nel corpo, nel comportamento o nei legami.
Il suo consiglio ai
grandi
Dott.ssa Bove
Angeretti, se dovesse dare un solo consiglio a genitori e insegnanti per
iniziare un percorso di educazione affettiva autentico, da dove direbbe
di partire?
Direi di partire da
sé.
Prima di parlare ai
bambini di affettività, gli adulti devono riconciliarsi con la propria, con
il linguaggio, con il corpo, con l'emozione. Perché non si può insegnare
a relazionarsi con serenità, se certe parole o certi temi ci mettono ancora
a disagio.
Come dicevo, il primo
passo concreto è usare o almeno insegnare da subito termini corretti per
nominare le parti del corpo, è un gesto semplice ma potentissimo perchè
restituisce al bambino il diritto di conoscere sé stesso senza vergogna.
Il secondo è rispettare
per essere rispettati, quindi smettere di fare il solletico se il bambino
dice basta e accettare un "no" dal bambino se non vuole dare un bacio
a nonna o un abbraccio a zio.
Poi vengono i gesti
quotidiani: ascoltare, chiedere scusa, rispettare i confini, dare il buon
esempio nel modo in cui si ama, si comunica e si gestisce il conflitto.
L'educazione affettiva
non è un progetto da iniziare "quando saranno grandi", ma un modo di
stare in relazione — che comincia ogni volta che un adulto sceglie di essere un
modello emotivamente affidabile.
Considerazioni
L'educazione affettiva
non è una materia da insegnare, ma un percorso da vivere insieme ai nostri
figli, giorno dopo giorno. Richiede ascolto, presenza e un linguaggio emotivo
che spesso noi adulti dobbiamo reimparare prima di poterlo trasmettere.
Come ricorda la Dott.ssa
Bove Angeretti, ogni bambino che sa dare un nome alle proprie emozioni sarà
un adulto più consapevole, capace di costruire relazioni sane e di riconoscere
il valore profondo dell'empatia.
Nostrofiglio.it