sabato 23 maggio 2026

RICEVETE LO SPIRITO SANTO

 


Solennità di Pentecoste


-di Pierbattista Pizzaballa, Patriarca L. di Gerusalemme

Il brano di Vangelo che ascoltiamo in questa solennità di Pentecoste (Gv 20,19-23) ci riporta alla sera del giorno di Pasqua, e questo è il primo dato fondamentale su cui è necessario soffermarsi.

Per “capire” la Pentecoste, infatti, bisogna tornare alla Pasqua, perché lo Spirito è la vita stessa del Risorto che viene comunicata ai discepoli.

L’evangelista Giovanni vuole che sia chiaro: lo Spirito non è un’aggiunta successiva alla risurrezione.

 Lo Spirito è la forma stessa della vita risorta. Il Signore non può non donarlo: è la sua vita, e la vita tende sempre a comunicarsi. Per questo Giovanni colloca il dono dello Spirito nello stesso giorno della risurrezione: per dire che Pasqua è già Pentecoste in germe.

Ma per dire anche che la Pasqua, in qualche modo, non sarebbe “completa” senza la Pentecoste.

Il disegno del Padre, infatti, è che l’umanità viva della vita del Figlio: ebbene, la Pasqua rende possibile questa vita, mentre la Pentecoste la rende effettiva, operante, comunicabile.

La vita risorta non è solo del Risorto, ma non vuole neppure restare chiusa e riservata per pochi: diventa Chiesa, corpo, diventa linguaggio per tutti.

E questo accade attraverso un incontro, che avviene nel Cenacolo, la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana (“La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».” - Gv 20,19).

Da una parte troviamo il Risorto, ricolmato dal Padre di una vita che trabocca, che è pienezza eterna.

Dall’altra parte ci sono i discepoli: fragili, chiusi, impauriti, incapaci di futuro, segnati dal fallimento e dalla fuga. Sono vivi, ma di una vita piccola, contratta, quasi spenta.

Eppure, è dentro questa sproporzione che l’incontro accade. Il Risorto non chiede ai discepoli di essere diversi da ciò che sono: entra nelle loro ferite, non nelle loro forze; sta in mezzo alla loro paura, non alla loro fede; mostra le sue piaghe, non la sua gloria. In questo incontro, la Vita non giudica la fragilità, ma la raggiunge e la trasforma dall’interno. Il dono dello Spirito, dunque, nasce qui: la vita del Figlio che si piega sulla vita dei suoi segnata dal peccato, per rialzarla.

A queste persone fragili, il Signore non dà semplicemente un aiuto, un consiglio, un incoraggiamento.

Non si limita ad accoglierli così come sono. A queste persone fragili, il Risorto dà la sua stessa vita.

Quella vita piena, abbondante, eterna, quella vita che ha ricevuto dal Padre in dono, il Risorto la comunica ai suoi, con un gesto e una parola che segnano un passaggio, un ponte che permette a questa vita di raggiungere la Chiesa: “Soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20, 22).

Non è un gesto allegorico: è il passaggio reale della vita divina nella vita umana. Una vita con tre caratteristiche.

Innanzitutto, è una vita riconciliata

Il primo effetto dello Spirito è il perdono: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (Gv 20,23). La vita del Risorto guarisce ciò che è morto, cura ciò che è malato.

Il peccato, nel linguaggio biblico, non è una macchia morale: è una zona di morte, un luogo dove la relazione si è spezzata, dove il cuore si è chiuso e la vita non circola più.
Quando il Risorto dona lo Spirito, la prima cosa che accade è che la vita entra nelle zone morte. Il perdono è questo: la vita che rientra dove non c’era più vita e tutto ha la possibilità di rifiorire, di ricominciare.

La vita del Risorto, poi, è una vita inviata: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21).

Lo Spirito non chiude, non ripiega, non isola. Lo Spirito apre, dilata e invia.
Per questo la vita nuova non può essere custodita come un tesoro privato: è una vita che tende naturalmente a raggiungere altri, come il Figlio ha raggiunto noi.
La missione non è un dovere aggiunto alla vita cristiana: è la vita stessa dello Spirito che si muove in noi, è partecipazione al movimento di Dio verso il mondo, alla sua passione per l’umanità.

Infine, la vita nuova è una vita abitata

Il Risorto non resta fuori: entra, sta in mezzo, respira sui discepoli (“stette in mezzo” … “soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo” - Gv 20,19.22). Non è dunque solo una vita migliore, ma è una vita in cui Dio prende casa. Lo Spirito non è un aiuto dall’esterno, non è una forza che viene ogni tanto, o spesso per i più fortunati. È una presenza stabile, come qualcuno che si trasferisce dentro la nostra umanità.

Questi tre elementi della vita nuova sono anche criteri di discernimento con cui leggere ciò che accade dentro e attorno a noi e riconoscere allo stesso tempo come e dove lo Spirito opera: dove qualcosa si riconcilia, lì passa la vita nuova; ciò che ci apre, ci decentra, ci fa uscire da noi stessi, viene dallo Spirito; dove cresce una presenza interiore che pacifica, illumina, orienta, lì lo Spirito abita.

Patriarcato L. di Gerusalemme

 

AUTONOMIA INCOMPIUTA

 


Il compleanno

 senza candeline 


Una Regione a statuto davvero “speciale”


-di Giuseppe Savagnone

Il 15 maggio scorso ha compiuto ottant’anni la Regione Siciliana. Pochi se ne sono accorti, nessuno l’ha festeggiata. Il giudizio drasticamente negativo sull’Autonomia regionale siciliana costituisce, in un panorama politico in cui è difficile trovare due posizioni convergenti, un rarissimo caso di piena unanimità. Il sostantivo più usato, nelle riflessioni in proposito, è «fallimento». Ma, prima di chiedercene le ragioni, è forse opportuno fornire qualche notizia su un argomento di cui gli stessi siciliani sanno poco e gli altri italiani ancora meno.

Pochi, per esempio, ricordano che quello della Sicilia è l’unico Statuto che precede la nascita della Repubblica e la Costituzione (anche se fu poi da essa confermato nell’art. 116). Fu promulgato il 15 maggio 1946, quando ancora c’era la monarchia, da re Umberto II di Savoia tramite un regio decreto, pochi giorni prima del referendum del 2 giugno che segnò l’avvento del regime repubblicano e delle votazioni che, lo stesso giorno, elessero l’Assemblea costituente (notiamo di passaggio che in Sicilia la monarchia ebbe la schiacciante maggioranza del 64,7% dei voti, in linea del resto con la tendenza del Meridione).

Le motivazioni storiche di questa precedenza, rispetto alle altre regioni a statuto speciale, nonché a tutte quelle ordinarie che, molto più tardi, sono state istituite, risalgono alle spinte autonomistiche operanti in Sicilia già a partire dall’Ottocento ed esplose, dopo lo sbarco nell’Isola degli Alleati, nel luglio del 1943. A rappresentarle fu il Movimento per l’indipendenza della Sicilia (Mis), che chiedeva la separazione della Sicilia dall’Italia (per un momento aleggiò perfino l’ipotesi di un suo ingresso negli Stati Uniti) e che diede vita anche a un’organizzazione paramilitare, l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia (Evis), di cui entrò a far parte anche il famoso bandito Salvatore Giuliano, le cui clamorose gesta criminali, compiute sotto l’etichetta dell’Evis, riempirono le cronache.

Si comprende come, per cercare di spegnere questo incendio, sia stato ritenuto necessario concedere alla Sicilia un’autonomia amplissima, che effettivamente svuotava di forza la spinta separatista, pur mantenendo l’Isola nel contesto dello Stato italiano. Lo Statuto, infatti, configura un regime che, secondo molti, faceva della Sicilia uno Stato nello Stato. Simbolico il fatto che l’organo legislativo assumesse il nome di Assemblea Regionale (ARS), ai cui membri veniva riconosciuto il titolo e il trattamento economico dei deputati del Parlamento nazionale, mentre in tutte le altre regioni, a statuto speciale come a statuto ordinario, si parla di Consigli Regionali e i membri che ne fanno parte si chiamano consiglieri.

L’Assemblea regionale siciliana aveva potestà esclusiva (cioè poteva legiferare come uno Stato sovrano, con il solo limite di rispettare le norme di rango costituzionale) in materie come beni culturali, agricoltura, ambiente, pesca, enti locali, territorio, turismo, polizia forestale. Su altre, di carattere prevalentemente sociale o di maggiore interesse pubblico (sanità, lavoro, banche, ad esempio), aveva potestà concorrente, dovendo rispettare anche i principi generali dell’ordinamento italiano. Sulle restanti ancora (le pochissime materie riservate allo Stato come le leggi di rango costituzionale, la difesa, i trattati internazionali, l’ordinamento civile, penale e processuale), soltanto potere di iniziativa, potendo comunque formulare delle “leggi-voto” che tuttavia poi sarebbero dovute essere sottoposte al Parlamento italiano.

Dopo ottant’anni…

Si trattava di poteri molto ampi – anche se in seguito in parte ridimensionati – che però da soli non potevano garantire il loro corretto uso. E già al momento del varo dello Statuto don Luigi Sturzo metteva in guardia chi fideisticamente immaginava che l’Autonomia, da sola, fosse sufficiente per far “compiere il prodigio di salvare l’avvenire della Sicilia”; il futuro per Sturzo stava, invece, tutto nella qualità e nella responsabilità delle classi dirigenti che la Sicilia si sarebbe data.

Che questa condizione non si sia realizzata lo dimostra, con dolorosa evidenza, la situazione in cui la Sicilia si trova dopo ottant’anni di governo autonomo. Un dato emblematico è la fuga dei giovani più qualificati. Ogni anno, secondo il rapporto Censis, 40.000 studenti – futuri laureati – scelgono di andare a studiare in atenei del Centro-Nord. E non con la prospettiva di tornare, finiti gli studi, ma proprio perché attratti da opportunità di inserimento nel mercato del lavoro, dopo la laurea, che in Sicilia non potrebbero mai avere.

Un disastro umano, che evidentemente impoverisce, anno dopo anno, il patrimonio umano dell’Isola, privandolo degli elementi più giovani e intraprendenti. Ma anche un disastro finanziario, che è stato calcolato in 4,1 miliardi: il valore dei cervelli che ogni anno il Sud forma…e il Nord accoglie, valorizzandoli e impiegandoli nel suo processo di sviluppo.

E poi ci sono quelli che partono dopo la laurea. Negli ultimi dieci anni oltre 56.000 laureati siciliani hanno abbandonato l’Isola. Una diaspora silenziosa, fatta di talenti che non trovano lavoro adeguato o stipendi dignitosi. Restano gli altri. In Sicilia solo 2 giovani su 10 sotto i 40 anni sono laureati. Al Centro-Nord sono il doppio.

È la cartina di tornasole di una storia in cui la classe politica è stata incapace di utilizzare le ampie possibilità createsi con l’Autonomia per promuovere lo sviluppo. Non sono mancati i soldi, che sono affluiti, soprattutto in passato, abbondanti. Ma sono stati in gran parte sprecati da una logica clientelare che a pioggia li ha distribuiti agli “amici”, invece di impiegarli per produrre effettiva ricchezza. Oppure – in particolare i fondi europei – sono stati persi per l’incapacità di elaborare i relativi progetti o anche semplicemente di spenderli nei termini tassativamente previsti.

In compenso, la macchina dell’Autonomia ha finanziato se stessa attraverso la moltiplicazione dei “posti”. Anche qui un caso emblematico può servire. In Lombardia i lavoratori forestali sono 350. In Veneto 277. In Canada, che ha un’estensione di foreste di oltre 400mila km quadrati, il corpo forestale conta 4.200 ranger. In Sicilia – dove appena l’8% del territorio è effettivamente boscato, contro una media nazionale del 38% – sono circa 20.000, compresi quelli stagionali (trimestrali o semestrali).

Alla base, una classe politica inadeguata e autoreferenziale, dedita alle lotte interne per il potere e al mantenimento dei propri privilegi piuttosto che alla soluzione dei problemi dell’Isola.  Un episodio che ha suscitato forti polemiche è stato, nel febbraio del 2023, il voto con cui i 70 deputati regionali si sono aumentati lo stipendio di 890 euro mensili, passando da una retribuzione di 11.000 euro al mese a una di 12.000, malgrado le pressioni in senso contrario da parte delle segreterie nazionali, prime fra tutte quelle di FdI e di Fi, che nell’Assemblea regionale hanno la maggioranza.

Per non parlare della presenza pervasiva della mafia nella vita politica siciliana, come del resto in tutto il tessuto sociale ed economico dell’Isola. Una presenza emblematicamente rappresentata da figure emergenti, come quelle di Salvo Lima o di Marcello Dell’Utri – mediatori tra Cosa Nostra e i poteri romani – e confermata dalla condanna di Totò Cuffaro, presidente della Regione siciliana dal luglio 2001 al gennaio 2008, per favoreggiamento verso Cosa Nostra.

Ben lungi dall’eliminare il fenomeno mafioso, l’Autonomia è convissuta con esso. Come del resto hanno denunciato, anche recentemente, i vertici della magistratura siciliana, che hanno messo in guardia dall’illusione che, dopo i duri colpi inflitti a Cosa Nostra, l’organizzazione mafiosa abbia cessato di essere un pericolo. Al contrario, è stato segnalato dai giudici, essa si è dimostrata capace di reinventarsi e di trovare nuovi spazi di azione, sfruttando le occasioni offerte da fondi del PNRR e infiltrandosi ancora più profondamente nei gangli vitali del tessuto economico e politico della Sicilia.

Tornare alla partecipazione politica

Davanti a questo quadro, non c’è da stupirsi che si sia posta la domanda se l’Autonomia non sia stata per la Sicilia una disgrazia, piuttosto che un’opportunità, e se non sia auspicabile la sua fine. Situazione paradossale, in un momento in cui alcune regioni del Nord spingono per ottenere maggiore autonomia, nella fiducia che essa consentirebbe loro di accelerare ancora la loro crescita.

Non è andata, però, sempre così. Ci sono stati alcuni momenti in cui la classe politica ha saputo gestire l’Autonomia in funzione di una reale crescita sociale ed economica. Si pensi alla votazione del 21 novembre 1950, con cui l’Assemblea regionale – dopo settimane di tensioni, emendamenti, opposizioni e speranze – approvò la legge di riforma agraria, aprendo la strada al passaggio di migliaia di ettari dalle mani dei latifondisti a quelle dei contadini. Un provvedimento che, malgrado alcuni gravi limiti, andava nel senso della giustizia e della crescita economica e civile.

Così pure, tra le manifestazioni positive della creatività consentita dall’Autonomia, va ricordato che la Sicilia è stata la prima a introdurre, con una legge regionale del 1993, l’elezione diretta dei sindaci.

E non sono mancate figure coraggiose di uomini politici siciliani, come Piersanti Mattarella, eletto presidente della Regione nel febbraio del 1978, che ha dato un chiaro impulso alla lotta contro la corruzione e la mafia, pagando con la vita nel tragico attentato del 6 gennaio 1980.

Questi esempi virtuosi – e ce ne sono altri – dimostrano che il problema non è l’Autonomia, ma l’inadeguatezza di una classe politica che in troppi casi non ha avuto la capacità e l’onestà per gestirla correttamente.

E, forse, andando ancora più alla radice, la responsabilità è di una società civile che non ha saputo impegnarsi nella vita pubblica, esprimendo le proprie migliori energie nella partecipazione alla gestione del bene comune, invece di limitarsi a curare quello privato. Alla Sicilia – come del resto, forse, a tutta l’Italia – serve un ritorno delle persone alla politica. Nel caso dell’Isola, è in gioco il senso dell’Autonomia, la possibilità che essa, da alibi per il mantenimento del degrado e dell’ingiustizia, svolga la sua vera funzione di stimolo alla crescita civile ed economica. Allora forse, in qualche suo prossimo compleanno, potremo aver voglia di accendere le candeline della torta.

www.tuttavia.eu


venerdì 22 maggio 2026

LE COMUNICAZIONI SOCIALI


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DISCORSO DEL SANTO

 PADRE LEONE XIV

AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO INTERNAZIONALE


“CUSTODIRE VOCI E VOLTI UMANI”

Venerdì, 22 maggio 2026

Buongiorno a tutti e benvenuti!

Sono lieto di accogliervi dopo il Convegno internazionale che si è tenuto ieri per celebrare la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni. Come studiosi ed esperti ben versati nella comunicazione digitale, la vostra preoccupazione per il futuro dell’umanità vi ha portati a Roma per riflettere sull’alfabetizzazione mediatica e digitale. Partecipando a questa iniziativa, ognuno di voi ha apportato le proprie doti e i propri talenti per contribuire alla direzione futura dell’umanità in questo tempo caratterizzato dalla crescita esponenziale della tecnologia, che è una questione particolarmente importante per la missione della Chiesa.

È proprio nel contesto della missione universale della Chiesa che si può comprendere meglio il suo impegno a favore delle comunicazioni sociali. Di fatto, il decreto sugli strumenti di comunicazione sociale del Concilio Vaticano II — che ha dato origine alla Giornata Mondiale delle Comunicazioni — inizia ricordandoci che la Chiesa è «stata fondata da Cristo Signore per portare la salvezza a tutti gli uomini, e […] perciò spinta dall’obbligo di diffondere il messaggio evangelico» (Inter mirifica, n. 3). La principale sollecitudine della Chiesa è stata, e continua a essere, la salvezza eterna di ogni persona umana. Come leggiamo nel Vangelo di Giovanni: «che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3).

Questo desiderio «che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4), pertanto, non deve informare solo le nostre decisioni e azioni, ma anche l’utilizzo e la direzione data ai media, alla tecnologia digitale e all’intelligenza artificiale, al fine di assicurare che questi strumenti siano posti al servizio autentico dell’umanità. Come tristemente evidenziato dalla sfrenata promozione e implementazione di tecnologia a scapito della dignità umana e dal danno causato quando chatbot e altre tecnologie sfruttano il nostro bisogno di relazioni umane, stiamo davvero sperimentando un’eclissi del senso di ciò che significa essere umani (cfr. Messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali). Pertanto, è ancor più necessario riacquistare una comprensione del vero significato e della vera grandezza dell’umanità come intesi da Dio. È in questo senso che la sfida che stiamo attualmente affrontando «non è tecnologica, ma antropologica» (Ibidem), ed è mia speranza che la Lettera Enciclica che verrà pubblicata tra qualche giorno possa contribuire a rispondere a questa sfida.

Alla luce di ciò, sono fiducioso che soltanto attraverso la contemplazione di Cristo, il Verbo Incarnato, possiamo non solo ritrovare una visione corretta di Dio, ma anche arrivare a comprendere la verità dell’umanità. Poiché «con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo» (Gaudium et spes, n. 22), il cuore umano non comprenderà mai le profondità dei propri recessi né capirà il proprio valore separatamente dal cuore di Cristo. Per questa ragione, la vera custodia del volto e della voce di ogni individuo deve necessariamente comportare un incontro con colui che è «immagine del Dio invisibile», essendo al contempo l’uomo perfetto (Col 1, 15).

Naturalmente tutto ciò va tenuto presente mentre si discute delle implicazioni della tecnologia digitale e del ruolo della Chiesa nelle comunicazioni sociali. È un compito non sempre facile, ma siamo stati chiamati a portare la luce di Cristo al mondo, illuminando ogni dimensione dell’attività umana (cfr. Gv 8, 12; Mt 5, 14-16). Come potremmo non farlo ai nostri giorni, specialmente di fronte a un tema così diffuso nella società? Di conseguenza, la Chiesa si sente in dovere di contribuire allo sforzo di pianificare e introdurre l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’intelligenza artificiale nei sistemi educativi. In questo modo, può aiutare ad assicurare che le persone acquisiscano capacità di pensiero critico e che le tecnologie contribuiscano alla salvezza di coloro che le utilizzano (cfr. Messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali; Inter mirifica, n. 3).

Tutti noi, ne sono certo, siamo particolarmente preoccupati per le possibili conseguenze dell’utilizzo della tecnologia digitale e dell’intelligenza artificiale non solo sullo sviluppo fisico e intellettuale di bambini e giovani, ma anche sul loro benessere spirituale. A tale riguardo, tutti, ma particolarmente i giovani, «si addestrino ad un uso moderato e disciplinato» di queste tecnologie (Inter mirifica, n. 10), sostenuti dalla guida di genitori ed educatori. Inoltre, alla luce della missione della Chiesa e delle attuali convinzioni errate riguardo a Dio e alla persona umana, l’alfabetizzazione digitale deve includere anche un’educazione alla verità su Dio e sull’umanità. I giovani, in particolare, sono aperti a questa verità e desiderosi di scoprire il senso della vita. Pertanto, dobbiamo aiutarli a incontrare il Cristo vivente e insegnare loro a integrare l’uso della tecnologia in uno stile di vita olistico.

Cari fratelli e sorelle, questo è un tema che mi sta particolarmente a cuore e che sta a cuore alla Chiesa. Di fatto, in quanto Madre, la Chiesa s’interessa alla vita dei suoi figli, desiderando guidarli alla piena maturità (cfr. Ef 4, 13). È mia speranza che queste riflessioni conducano a una rinnovata fiducia nella tecnologia quale frutto del genio della persona umana in armonia con il disegno creativo di Dio. Ringraziandovi per i vostri sforzi presenti e futuri, di cuore invoco su di voi e sulle vostre famiglie le benedizioni divine di saggezza, gioia e pace. Grazie.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 115, venerdì 22 maggio 2026, p. 2.

 

UN COLPO DI STATO

 


IL COLPO

 DI STATO

 PLANETARIO



Ma il mondo non è in liquidazione


-di PASQUALE FERRARA

La metafora che meglio descrive il deliberato e sistematico processo di smantellamento delle relazioni internazionali, guidato dagli Stati Uniti, con attori di primo piano quali la Russia e Israele, è quella del “colpo di Stato” mondiale. Giorgio Agamben aveva esplorato a fondo, sulle orme di Carl Schmitt, l’idea dello stato di eccezione come circostanza temporanea, che però rimane nella permanente disponibilità del sovrano. Il paradosso con il quale siamo confrontati oggi è che la sovranità, carattere fondante dello Stato moderno, diviene essa stessa una forza che cancella le sovranità. E lo stato di eccezione, da condizione provvisoria, diventa il paradigma politico dominante nell’arena mondiale. Per di più, di tratta nella maggior parte dei casi di una sovranità privatizzata, tecnicamente irresponsabile, refrattaria ad ogni controllo e che non intende minimamente rispondere del proprio operato, men che meno a cittadini senza potere e senza poteri.

A differenza dei “catilinari”, cioè congiurati che tramano nell’ombra, gli esecutori del colpo di Stato mondiale in atto agiscono alla luce del sole, anzi proclamano l’avvento di un ordine nuovo (l’“età dell’oro” di Trump, mentre Israele si auto-proclama, con Netanyahu, “più forte che mai”). Creano eventi di massimo impatto, come vertici pomposi e plateali, lanciano proclami di pace eterna, formano consigli di amministrazione privatistici della pace e della guerra, diffondono messaggi pesanti come pietre o vani come bolle di sapone dalle piattaforme digitali planetarie, contraddistinte da un’enigmatica X o dalla denominazione orwelliana di “verità” (Truth).

Nei colpi di Stato tradizionali, tra le prime misure adottate dalle varie giunte che si impadroniscono del potere c’è la sospensione della Costituzione e di tutte le garanzie a tutela dei diritti individuali.

Qualcosa di analogo sta accadendo in ambito internazionale, con la sospensione – sia pure non dichiarata, ma attuata di fatto – del diritto internazionale, specie quello umanitario.

I nuovi poteri dominanti concentrano la loro attenzione sulla dimensione direttamente esecutiva, senza preoccuparsi minimamente di qualunque fonte di legittimazione – per non parlare della conformità all’etica – al di fuori della nuda potenza. L’azione, spesso violenta, non tollera confutazione. Come abbiamo visto per la Russia in Ucraina, per gli Stati Uniti in Venezuela, in Iran – e, chissà, prossimamente a Cuba –, per Israele a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, i nuovi demiurghi globali si arrogano la facoltà di decidere se, come e quando utilizzare lo strumento militare, cambiare regimi con la coercizione esterna, deporre governanti, catturare o eliminare Presidenti.

Decidere di quali territori eventualmente appropriarsi, quali punizioni economiche infliggere a piacimento a entità ritenute ostili, quali enti internazionali tollerare e quali altri sciogliere d’imperio (come l’Unrwa, che assiste e protegge i rifugiati palestinesi), quali “piani di pace” accettare come soddisfacenti o meno (secondo criteri unilaterali e arbitrari), quali fondi tagliare a organizzazioni ritenute superflue, da quali istituzioni revocare l’appartenenza. In questo scenario già molto critico, non mancano nemmeno gli arresti extragiudiziali, l’attacco diretto agli organi di giustizia (come la Corte penale internazionale), le deportazioni, le minacce e le intimidazioni degli oppositori interni ed esterni. A differenza, tuttavia, dei colpi di Stato tradizionali, questo nuovo stato di eccezione mondiale può permettersi persino il lusso di mantenere più o meno intatto – come fosse una facciata fittizia in un set cinematografico – quasi tutto l’apparato normativo e organizzativo preesistente, dal momento che esso è svuotato di ogni significato pratico e implicazione operativa. D‘altra parte, un colpo di Stato differisce strutturalmente da una rivoluzione.

Può sembrare un quadro eccessivamente pessimista, dipinto a tinte fosche. Ammetto che qualche anno fa io stesso non avrei esitato a bollare questa esposizione come la trama di un romanzo distopico dozzinale. Tuttavia, se la storia non è finita con il trionfo della democrazia liberale, come avrebbe auspicato Francis Fukuyama, non finirà nemmeno con il suo definitivo accantonamento. Come tutti i colpi di Stato, anche quello in atto in campo internazionale dovrà fare i conti con la resistenza interna, con la fermezza della non violenza, con la pazienza strategica di chi non intende assistere impotente alla liquidazione della politica internazionale per far posto ad un suo pessimo e deleterio surrogato, vale a dire il dominio o condominio incontrastato gli Stati fuorilegge.

Il mondo non è in liquidazione.

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IL TERRORE DELLA FINE

 


 'Solo la cura 

ci salva 

dal terrore

 della nostra fine'

 


 L’uomo è sempre impegnato a rimuovere il pensiero della morte e persino la guerra è una estremizzazione di questo tentativo vano

 Ma per non avere paura l’unico antidoto

 è una solidarietà più forte.

-         di Massimo Recalcati 

Nessun altro tempo come il nostro, dopo la tragedia immane della Seconda guerra mondiale, ha sollevato con così grande angoscia il tema della salvezza. Ne usciremo vivi? E come? Sono domande che ricorrono e che non smettiamo di porci dimenticandoci però che nessuno di noi ne potrà davvero uscire vivo. L’essere umano è, infatti, destinato a finire nella polvere dalla quale proviene. È una verità inappellabile che si trova pronunciata anche dal testo biblico per bocca di Qohèlet

Se anche ai conflitti più aspri e irragionevoli, alla precarietà e al disagio sociale, alla crisi economica si potrebbero trovare delle soluzioni possibili, resta il fatto inamovibile che nessuno potrà uscirne vivo da quaggiù: la polvere che noi siamo ritornerà irreversibilmente alla polvere. Il punto è che questa verità viene costantemente rimossa dagli esseri umani. 

Anzi si potrebbe dire che l’uomo non sia solo un animale mortale – cosciente, come tale, diversamente dagli altri animali, della necessità della sua fine -, ma che sia un animale mortale costantemente impegnato nella rimozione individuale e collettiva del reale della morte. Solo la malattia e la sofferenza gli ricordano questo reale dalla cui presa vorrebbe sfuggire o semplicemente dimenticare. Altrimenti gli esseri umani dedicano il loro tempo ad occultare questo trauma. Lo fanno inventando filosofie o religioni come se fossero dei rimedi, provando a distrarsi in ogni modo, nel divertissement di ogni genere, nel culto igienista del proprio corpo sempre in forma, nel rifarlo attraverso la chirurgia estetica per scongiurare i segni del suo decadimento, nelle passioni più diverse che sembra mettano tra parentesi, seppur momentaneamente, la nostra fine, nell’immaginare le voci nell’aldilà, nel sacrificarsi senza riserve per il proprio lavoro o per i propri ideali. Ma il modo più inverosimile e al tempo stesso drammaticamente più umano per stornare il pensiero della morte è quello dell’ammazzarsi reciprocamente. Può accadere per diverse ragioni. Per puro prestigio, per denaro, per sete di potere. La storia degli uomini è la storia delle loro continue guerre. 

Siamo solo una “masnada di assassini” dichiarava senza speranza Freud di fronte alla tragedia della Prima guerra mondiale. Nessuna vicenda come quella della guerra rivela la stoltezza più profonda dell’umano. La guerra sposta sul nemico l’angoscia collettiva di fronte alla nostra fine? Si tratterebbe, come teorizzava già Franco Fornari, del rigetto paranoico del lutto. Anziché confrontarsi con l’ineluttabilità della nostra morte si dà la morte a qualcun altro. E se provassimo invece a cambiare il nostro modo di vedere le cose? Se provassimo a vedere nel carattere inaggirabile della morte quello che ci unisce come umani non potremmo trovare proprio in questo trauma il fondamento più sincero di una possibile fratellanza o sorellanza? Non sarebbe questo il più vero magistero di Giobbe? Ricordiamo la sua vicenda. Egli è l’uomo giusto che il Dio biblico vuole mettere alla prova togliendogli tutto. La sua fede resisterà o sarà spazzata via lasciando il posto al risentimento e alla rivendicazione? Troppo facile credere che la rettitudine sia sempre premiata con la fortuna. 

Proviamo invece a smuovere le cose, pensa il suo Dio sollecitato dal demonio. Proviamo a vedere come l’uomo giusto reagisce di fronte alla perdita, alla malattia e alla caduta. 

Proviamo a vedere cosa accade se ogni forma di giustizia retributiva venisse scossa alle sue fondamenta. La fede può resistere di fronte all’ingiustizia e all’insensatezza del dolore? Ma se davvero provassimo a prendere sul serio la lezione di Giobbe non ci perderemmo nella lotta fratricida dell’uno contro l’altro, se ci ricordassimo insieme a lui della polvere che portiamo nella nostra carne non rigonfieremmo il petto della superbia e dell’insulto, della aggressione e della costante imputazione rivolta verso l’altro. Se ci ricordassimo di Giobbe potremmo trovare forse davvero una via di salvezza. Non quella che rimuove la morte ma, al contrario, quella che il riconoscimento della nostra morte potrebbe rendere possibile. 

Si rilegga in questa luce anche La peste di Camus. In gioco non è come ritenne ingiustamente Sartre nella sua lettura una “morale da crocerossina”, ma un’etica della misericordia che riguarda il riconoscimento di chi cade come nostro fratello e nostra sorella. Il disprezzo aristocratico nei confronti di quest’etica non considera che la nostra destinazione mortale ci rende tutti bisognosi di cura, che senza la presenza dell’altro saremmo già polvere ancora prima di morire. Lo dichiara ancora una volta Qohelet: «guai a chi cade ed è solo!». Se tutto è un “soffio”, se la vita è una breve corsa sotto al sole, non dovremmo credere meno alla guerra? Se riconoscessimo davvero il nostro comune destino mortale potremmo davvero essere fratelli e sorelle. Mentre la pulsione di morte che domina la spinta alla guerra conduce verso la distruzione di ogni legame nel nome dell’Uno contro l’Altro, ricordarsi della nostra polvere dovrebbe mostrarci quanto la nostra vita dipenda dall’esistenza di questi legami, quanto il tempo sempre breve che ci resta da vivere meriterebbe di essere dedicato a qualcosa di più grande che non alla spinta a distruggere. Di fronte alla tragedia della peste gli uomini descritti da Camus si riconoscono fratelli e sorelle rispetto all’assurdità del male che li colpisce. Solo non dimenticare la nostra polvere potrebbe salvarci se non dalla morte almeno dall’orrore dalla guerra di tutti contro tutti. 

La Repubblica 

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BAMBINI E DEVICE


Schettini: "Un bambino di 8 anni deve disegnare, colorare, immaginare, parlare e suonare uno strumento. 


Oggi la rete per i più piccoli 

è diventata un pericolo"

Perché l’accesso precoce a smartphone e Internet sta cambiando il cervello, l’attenzione e la crescita emotiva dei bambini secondo Schettini...

Negli ultimi anni l’infanzia è cambiata più in fretta di quanto gli adulti riescano a capire. Bambini sempre più piccoli passano ore davanti a uno schermo, spesso in silenzio, isolati, immobili. Non è solo una questione di tecnologia, ma di tempo sottratto al gioco, alla noia creativa, all’immaginazione.

L'uso smisurato di telefoni cellulari e di tablet da parte dei bambini rischia di produrre effetti deleteri proprio sulla salute dei più piccoli. Una sovraesposizione agli schermi, infatti, così come evidenziato dai pediatri, determina disturbi comportamentali e dell'apprendimento. Gli adolescenti, addirittura, a causa di un utilizzo massiccio di social network e videogiochi, finiscono con l'esserne completamente dipendenti.

Spesso sono proprio i genitori che utilizzano impropriamente tali device per distrarre i loro bambini quando sono ancora piccolissimi oppure nel caso in cui non riescano a gestire bene la loro vivacità. Ciò però può determinare problemi cognitivi: i bambini di circa un anno spesso imparano prima ad utilizzare lo smartphone e poi a parlare. Inoltre aumentano i casi di miopia infantile e sono sempre più frequenti i disturbi del sonno nei piccolissimi.

 A tal fine il Professore di Fisica, Vincenzo Schettini in uno dei suoi interventi sui social esprime il suo pensiero in merito in tal modo:

"Non è possibile che un bambino acceda alla rete ad 8 anni, non è possibile. È la putrefazione mentale. Un bambino di 8 anni deve disegnare, deve colorare, deve immaginare, deve parlare, deve suonare uno strumento, mettetegli uno strumento in mano. Vorrei un padre che vi dica: 'Le regole sono queste. Il cellulare tu fino a 16 anni non ce l'hai. Io sono tuo padre, un giorno mi ringrazierai; adesso mi odi ma un giorno mi ringrazierai e capirai quello che ho deciso per te perché io sono tuo padre".

Quando mio padre mi diceva: 'Il televisore si spegne quando noi mangiamo a tavola", io mi incazzavo, litigavo con mio padre, perché dicevo: 'Io voglio vedere la televisione', e lui diceva: 'No, io sono tuo padre e mi devi ascoltare!'. Vi prego lo dobbiamo fare per il bene dei figli. Noi vi vogliamo salvare".

Con tali significative parole Vincenzo Schettini vuole esprimere tutta la sua indignazione nel constatare che bambini di soli 8 anni accedono alla rete internet liberamente attraverso i propri telefoni cellulari.

Ecco allora l'importanza di genitori presenti che, in qualità di educatori, sappiano crescere i propri figli consapevolmente e responsabilmente, permettendo loro di giocare all'aria aperta, di disegnare, di suonare uno strumento, limitando fortemente l'utilizzo di telefoni cellulari in una fase così delicata della vita. Bisogna dialogare con i propri figli, supportandoli ed accompagnandoli lungo il cammino, permettono loro di riscoprire la bellezza delle passioni e delle ambizioni, stimolando la loro creatività ed immaginazione, senza mai trascurarli e soprattutto limitando l'uso di dispositivi digitali che possono produrre effetti deleteri nell'ambito del loro processo formativo e di crescita. Non si tratta di essere contro la tecnologia, ma di guardare in faccia quello che sta succedendo ai nostri figli: bambini sempre più soli, sedati dagli schermi, privati del gioco, dell’immaginazione e del tempo per crescere davvero.

E tu, lettore che ci segui, credi che oggi i bambini stiano perdendo qualcosa di importante dietro a uno schermo? Quanto conta ancora il dialogo, il gioco all’aria aperta, il tempo passato davvero insieme in famiglia?

Scorri in basso e raccontaci la tua esperienza: nella tua casa esistono regole sull’uso del cellulare oppure pensi che la tecnologia faccia ormai parte inevitabilmente della crescita dei più piccoli?

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IL VALORE DELLE ASSOCIAZIONI

 


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 E DELLE NUOVE COMUNITÀ

PROMOSSO DAL

Aula del Sinodo  - Giovedì, 21 maggio 2026

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Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La pace sia con voi!
 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno a tutti!

È un piacere incontrarvi questa mattina, offrire qualche parola, qualche riflessione, ma soprattutto pensare all’importanza dei carismi dello Spirito Santo, specialmente in questi giorni prima di Pentecoste.

Sono lieto di accogliervi anche quest’anno, all’inizio del vostro incontro. Voi siete responsabili, a livello internazionale, di tante diverse realtà laicali, e siete stati convocati dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita per rinsaldare la comunione fra voi e riflettere insieme sul tema del governo di una comunità ecclesiale.

Persone e strutture adeguate

In ogni entità sociale si avverte la necessità di avere persone e strutture adeguate che si occupino di guidare e coordinare la vita comune. Nella sua radice, il termine “governare” rimanda all’azione di “reggere il timone”, di “pilotare una nave”. Si tratta, dunque, di dare una direzione sicura, in modo che la comunità sia luogo di crescita per le persone che ne fanno parte. Così, anche nella Chiesa alcuni sono preposti al governo.

Tuttavia, nella Chiesa il governo non nasce dalla semplice esigenza di coordinare i bisogni religiosi dei suoi membri. La Chiesa è stata istituita da Cristo come segno perenne della sua volontà salvifica universale ed è il luogo, voluto da Dio, dove tutti gli uomini, in ogni epoca, possono ricevere i frutti della Redenzione e sperimentare la vita nuova che Cristo ci ha donato. In tal senso, la natura della Chiesa è sacramentale: ha certamente una dimensione esteriore e istituzionale con le sue strutture e, nel contempo, è segno efficace della comunione attraverso cui partecipiamo alla vita stessa della Trinità.

Queste caratteristiche peculiari della Chiesa sono presenti necessariamente anche nel suo governo, che non è mai solo tecnico; esso, al contrario, ha in sé stesso un orientamento salvifico, cioè deve tendere al bene spirituale dei fedeli. Infatti, San Paolo lo annovera tra i carismi: «Ci sono i miracoli – scrive –, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue» (1Cor 12,28).

Servizio e democrazia

Da queste premesse, volgiamo ora lo sguardo alle associazioni di fedeli e ai movimenti ecclesiali. Qui il governo è generalmente affidato a laici ed esprime la partecipazione al munus regale di Cristo ricevuto nel Battesimo. Esso si pone a servizio di altri fedeli e della vita associativa ed è frutto di libere elezioni, che devono essere intese come espressione di un discernimento comune: permettere che la voce di tutti si esprima in modo libero.

Se, come abbiamo detto, il governo è un dono particolare dello Spirito Santo, che i membri di una comunità riconoscono presente in alcuni loro fratelli nella fede, ne derivano almeno tre conseguenze. La prima è che dev’essere per l’utilità di tutti (cfr 1Cor 12,7), cioè per promuovere il bene della comunità, dell’associazione, della Chiesa intera. Il governo, dunque, non può mai essere sfruttato per interessi personali o forme mondane di prestigio e di potere. La seconda conseguenza è che non può mai essere imposto dall’alto, ma dev’essere un dono riconoscibile nella comunità e liberamente accolto, da qui l’importanza di libere elezioni per renderlo effettivo. La terza conseguenza è che, come ogni carisma, anche il governo di un’associazione è soggetto al discernimento dei Pastori, che vigilano sulla genuinità e sull’uso ordinato dei carismi (cfr Lumen gentium, 12; Iuvenescit Ecclesia, 9 e 17).

Relazionalità e corresponsabilità

Alcune caratteristiche devono essere sempre presenti nel governo: l’ascolto reciproco, la corresponsabilità, la trasparenza, la vicinanza fraterna, il discernimento comunitario (cfr Discorso ai partecipanti al Capitolo generale dei Legionari di Cristo, 19 febbraio 2026). Oltre a ciò, vorrei ricordare che «un buon governo, invece di concentrare tutto su sé stesso, promuove la sussidiarietà e la partecipazione responsabile di tutti i membri della comunità» (ibid.). Sono indicazioni semplici, ma da tenere sempre presenti nell’esercizio dell’autorità.

Carissimi, le vostre associazioni e i vostri movimenti hanno origini diverse e hanno storia, identità e ideali ben definiti. Coloro che li governano, perciò, assumono un compito delicato: da un lato, sono chiamati a custodire e valorizzare la memoria di un patrimonio vivente; dall’altro, hanno un ruolo “profetico”, che implica il mettersi in ascolto delle attuali urgenze pastorali per comprendere in che modo rispondere alle nuove sfide e alle sensibilità culturali, sociali e spirituali del nostro tempo. Solo così, infatti, si può essere cristiani, discepoli e missionari nell’oggi della società e della Chiesa. Una parte del compito profetico di chi governa, dunque, è favorire l’apertura dell’associazione o del movimento, e di ciascuno dei suoi membri, alle situazioni storiche. L’appartenenza, infatti, è autentica e feconda quando non si esaurisce nella partecipazione ad attività interne al gruppo, ma interpreta i segni dei tempi e si proietta verso l’esterno, rivolgendosi a tutti, alla cultura del tempo e ai campi di missione non ancora esplorati.

Comunione

Altro elemento di vitale importanza è la comunione. Chi governa è chiamato ad avere una particolare sensibilità per la salvaguardia, la crescita e il consolidamento della comunione. Ciò vale sia per la vita interna all’associazione o al movimento, sia per la comunione con le altre realtà ecclesiali e con la Chiesa nel suo insieme. Chi esercita una missione di governo nella Chiesa deve imparare ad ascoltare e accogliere pareri diversi, orientamenti culturali e spirituali diversi, temperamenti personali diversi, cercando sempre di conservare, soprattutto nelle decisioni doverose e spesso difficili da prendere, il bene superiore della comunione. Ciò richiede una testimonianza di mitezza, di distacco e di amore disinteressato ai fratelli e alla comunità, che sia di esempio per tutti. Qui vorrei sottolineare l’importanza di questa dimensione della comunione con tutta la Chiesa. A volte troviamo gruppi che si chiudono in sé stessi e pensano che la loro realtà specifica è l’unica o è la Chiesa, ma la Chiesa siamo tutti noi, è molto di più! E quindi i nostri movimenti devono veramente cercare come vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano. E quindi il Vescovo è una figura di riferimento molto importante, e se un gruppo dice: “No, con quel Vescovo non siamo in comunione, ne vogliamo un altro”, non va bene. Dobbiamo cercare di vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano come anche a livello universale.

Fedeltà al carisma

Sotto questa luce possiamo meglio comprendere il senso della fedeltà al carisma fondativo, che costituisce un riferimento imprescindibile per il governo di una realtà ecclesiale. Ogni autentico carisma include già in sé la fedeltà e l’apertura alla Chiesa. Governare in modo fedele al carisma fondativo significa pertanto trovare in esso l’ispirazione per aprirsi al cammino che la Chiesa compie nel presente, senza appiattirsi sui modelli pur positivi del passato, ma lasciandosi provocare da realtà e sfide nuove, in dialogo con tutte le altre componenti del corpo ecclesiale.

Farsi dono

Carissimi, vi ringrazio per tutto quello che siete e che fate. Le associazioni di fedeli e i movimenti ecclesiali sono un dono inestimabile per la Chiesa. C’è una grande ricchezza fra voi, tante persone ben formate e tanti bravi evangelizzatori; tanti giovani e diverse vocazioni alla vita sacerdotale e matrimoniale. La varietà dei carismi, dei doni e dei metodi di apostolato sviluppati negli anni vi consente di essere presenti nei campi della cultura, dell’arte, del sociale, del lavoro, portando ovunque la luce del Vangelo. Custodite e, con la grazia di Dio, fate crescere tutti questi doni! La Chiesa vi sostiene e vi accompagna.

Vi benedico di cuore invocando per tutti voi l’intercessione della Vergine Maria, Madre della Chiesa. Grazie.

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