mercoledì 22 luglio 2026

UNA GUERRA "SACRA"

PUO'

 ESSERE 

SACRA 

UNA GUERRA?

E' un dato storico il fatto che, di frequente, le guerre sfocino 

in un esito non previsto da coloro che le hanno scatenate.

 La constatazione conferma che il detto secondo cui 

la storia è maestra di vita è da intendersi 

soprattutto come un invito poco ascoltato.


 - di Pietro Stefani

Un aspetto significativo al riguardo è costituito dalla durata. Se si fosse saputo che le azioni intraprese si sarebbero prolungate per un tempo molto superiore al previsto, forse non si sarebbe dato corso alle ostilità. 

Sorge una domanda: il presidente della Federazione russa Vladimir Putin avrebbe, nel febbraio del 2022, intrapreso l’«operazione miliare speciale» se avesse preventivato che nel luglio di 4 anni dopo gli esiti della guerra sarebbero stati ancora avvolti nell’incertezza? E Cirillo, il patriarca di Mosca e di tutte le Russie, avrebbe santificato l’«operazione» se fosse stato a conoscenza della quantità elevatissima di vittime (mai ufficialmente comunicata) presenti fra le file dei soldati russi? 

Come ha attestato l’«inutile strage» della Prima guerra mondiale, quando il numero dei caduti supera una certa soglia, la loro sacralizzazione e il loro martirio sono obbligati ad assumere un carattere secolare. Allora si viene costretti a trovare un significato al fatto che una massa enorme di uomini sia stata massacrata inutilmente. (1) 

Sul piano memoriale uno dei modi per farlo è di sacralizzare, in chiave mondano-patriottica, i caduti. A Roma, l’Altare della patria contiene, dal 4 novembre 1921, le spoglie del «milite ignoto». Il suo valore simbolico di rappresentare tutta la moltitudine degli altri caduti è indissolubilmente legato alla mancanza di un nome proprio. 

Il rilievo misura, di per sé, la distanza dai processi propri della santificazione religiosa; anche quando non si conoscono i nomi dei santi, non è stata quella privazione a diventare condizione necessaria per la loro canonizzazione. I bimbi trucidati al posto di Gesù sono chiamati «innocenti», non «ignoti». Nei memoriali di guerra gli spazi dichiaratamente religiosi non rappresentano mai l’aspetto fondamentale. 

Nel Sacrario militare di Redipuglia (inaugurato nel 1938), la cappella (ora chiesa) costituisce un aspetto collaterale. Il cuore dell’immensa area (oltre 100 ettari) è costituito, infatti, dalla tomba di Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, soprannominato il duca invitto. Le spoglie di oltre 100.000 uomini (e di una sola donna) morti in tre anni e mezzo di guerra eccedono i confini del sacro inteso in senso proprio. 

 

Nel settembre del 2022 il patriarca Cirillo indirizzava ai soldati russi queste parole: «Vai coraggiosamente a compiere il tuo dovere militare. E ricorda che se muori per il tuo paese, sarai con Dio nel suo regno, gloria e vita eterna». (2) 

In quel frangente la sacralizzazione della morte era ancora formulata in base a parametri religiosi. In epoca più recente dai media occidentali non sono state registrate dichiarazioni dello stesso tenore (o almeno le notizie non sono state date con pari enfasi). Pure la retorica sacralizzante sembra avere dei limiti. Tuttavia nell’ambito ortodosso, tanto legato alla tradizione, già nel 2022 si sarebbero potuti (o meglio dovuti) trovare motivi per respingere ogni forma di sacralizzazione religiosa di coloro che in guerra sono stati uccisi perché prima erano disposti a uccidere. 

L’ortodossia nell’Impero bizantino 

Occorre andare indietro di oltre un millennio, ma nel mondo ortodosso ciò non costituisce un problema. Il personaggio che ci interessa è l’imperatore Niceforo II Foca (912-969). Uomo di guerra di famiglia aristocratica cappadoce, Niceforo fu uno dei più prestigiosi generali dell’Impero bizantino. Nel 963 riuscì a ottenere il titolo di basileus e a sposare Teofano, vedova del precedente imperatore Romano II. 

Le sue costanti campagne militari furono contraddistinte da molte vittorie ma anche da un certo numero di sconfitte. È dato certo che esse costarono all’erario somme assai ingenti. Il fatto indusse l’imperatore ad attuare una politica fiscale opprimente che gli alienò il consenso della popolazione. Abbandonato anche dalla moglie, morì assassinato nella sua camera da letto. 

Nella sua lotta, per lo più vittoriosa, contro i musulmani, Niceforo arrivò a chiedere al patriarca Polieucte di proclamare martiri i soldati caduti in guerra. La risposta fu però negativa: «Come si potrebbero considerare martiri, o uguali ai martiri, coloro che hanno ucciso o che sono stati uccisi in guerra, se i santi canoni li obbligano alla penitenza e li tengono per tre anni lontani dalla santa e venerabile comunione?». (3) 

Il patriarca non condannava la guerra, ne respingeva la sacralizzazione rifiutando di vederla, in se stessa, occasione per dischiudere ai caduti le porte del cielo. 

In Occidente, già verso lo scadere dell’Alto medioevo le cose stavano diversamente. Al pontificato di Sergio IV (1009-1012) è attribuita una lettera dall’autenticità assai dubbia. Se risalisse effettivamente ai primi del XI secolo sarebbe da collegare alla devastazione del santo Sepolcro compiuta dal califfo fatimide al-Hakim (18 ottobre 1009); se, come è assai più probabile, è un falso risalirebbe alla curia romana all’epoca della propaganda della Prima crociata, indetta nel concilio di Clermont del 1095. 

 Nel testo, animato da uno scoperto spirito antigiudaico, la sacralizzazione della guerra si spinge fino al punto da renderla causa di perdono per i peccati anche di antichi pagani: «Venite, figli miei! Difendete Dio e avrete il regno eterno. Io spero, io credo, io considero assolutamente certo che per la potenza [virtus] di nostro Signore Gesù Cristo noi otterremo la vittoria, come fu ai tempi di Tito e di Vespasiano, che vendicarono la morte del figlio di Dio. 

Allora essi non ricevettero il battesimo, ma dopo la vittoria giunsero all’onore dell’Impero romano e ricevettero il perdono [indulgentiam] dei loro peccati. E se noi agiremo allo stesso modo, otterremo senza alcun dubbio la vita eterna». (4) 

L’idea di guerra nel cristianesimo antico 

Il perdono dei peccati per chi muore in guerra non fu il solo premio promesso. Almeno all’epoca delle crociate, per coloro che combattevano fu promessa una ricompensa che congiungeva l’aldilà all’aldiquà. 

Mentre le truppe stazionavano davanti ad Antiochia, nell’inverno 1097-1098 fu spedita una lettera attribuita a uno dei capi crociati: «La Chiesa nostra madre spirituale grida: “Venite, miei benamati figli, venite a me, levate via la corona dai figli dell’idolatria (idolatriae filii) che si sono sollevati contro di me. Questa corona è destinata a voi fin dall’inizio del mondo (cf. Mt 25,34)” […] Venite quindi: affrettatevi a ricevere la doppia ricompensa, cioè “la terra dei viventi” (cf. Sal 26,13; Is 38,11; Ger 11,19; Ez 26,20, ecc.) e “la terra in cui scorre latte e miele” (Es 3,8.17; Nm 13,27) e che abbonda di ogni bene». (5) 

In base al fatto che il paradiso è assicurato a chi è stato ucciso dopo aver ucciso, ci si è chiesti se sulla sacralizzazione cristiano-occidentale della guerra abbia influito l’idea del jihad islamico. Non lo si può escludere; tuttavia le cause sembrano soprattutto altre. Accanto a indubbie somiglianze, vanno infatti registrate alcune fondamentali differenze; tra queste ultime vi è la constatazione che il jihad è direttamente collegato alla predicazione coranica (cf., in particolare, Sura 9,1-29), mentre in ambito cristiano vi fu bisogno di un lungo processo storico di risacralizzazione della guerra. Soprattutto le società semitiche non conoscono la tripartizione oratores, bellatores, laboratores fondamentale nel mondo cristiano: «triplice è dunque la casa di Dio. Unica essa è solo davanti alla fede, ché pregano gli uni, combattono altri, altri infine faticano». (6) 

Non a caso, fin dall’epoca carolingia il riferimento alla scena in cui Mosè prega e Giosuè combatte contro Amalèk (cf. Es 17,8-16) divenne un vero e proprio topos. Nella lettera indirizzata da Carlo Magno a papa Leone III in occasione dell’elezione di quest’ultimo si legge: «A noi spetta, secondo l’aiuto della divina misericordia, difendere con le armi ovunque, all’esterno, la santa Chiesa di Cristo dall’incursione dei pagani e dalla devastazione degli infedeli, e all’interno fortificarla con il riconoscimento della fede cattolica. A voi invece, padre santissimo, spetta alzare – come Mosè – le mani a Dio per aiutare la nostra milizia, cosicché, con la vostra intercessione e grazie alla guida e alla concessione di Dio, il popolo cristiano riporti sempre e ovunque vittoria sui nemici del suo santo nome, e il nome del Signore nostro Gesù Cristo sia glorificato nel mondo intero». (7) 

 

1 Cf. E. Canetti, Potere e sopravvivenza, Adelphi, Milano 1974, 24. 

2 Testo riportato in un tweet dal media indipendente bielorusso Nexta il 23.9.2022. Cf. anche Regno-att. 18,2022,557. 

3 Cit. in J. Flori, La guerra santa. La formazione dell’idea di crociata nell’Occidente cristiano, Il Mulino, Bologna 2003, 141. 

4Cit. in ivi, 328. 

5Cit. in K. Allen Smith, The Bible and Crusade Narrative in the Twelfth Century, The Boydell Press, Woodbridge 2020, 112s. 

6 Adalberone Di Laon, «Carmen ad Robertum Regem [attorno al 1030]», in M.L. Picascia, La società trinitaria: un’immagine medievale, Zanichelli, Bologna 1980. Per il testo integrale, cf. https://osiris.df.unipi.it/~rossi/Ascelin_carmen_bilingue.pdf 

7 Carlo Magno, Lettere, trad. it. di D. Tessore, Città Nuova, Roma 2001, lettera IX. 

 Fonte: Il Regno

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INSUCCESSO SCOLASTICO

 

Misure europee 

contro l’insuccesso

 scolastico:

 

i principali cambiamenti

 in Europa dal 2020


 eurydice

Disponibile la traduzione italiana del rapporto Eurydice 

nell’ultimo quaderno di Eurydice Italia

di Simona Baggiani

Garantire basi solide in alfabetizzazione, matematica e scienze è oggi una delle sfide più urgenti per i sistemi educativi europei.

Per approfondire come l’Europa stia rispondendo a questa urgenza, l’Unità italiana di Eurydice presenta oggi il volume della sua collana “I Quaderni di Eurydice Italia”, che accoglie la traduzione integrale dello studio della rete Addressing underachievement in literacy, mathematics and science: Policy changes in European school education since 2020.

Quest’ultimo numero, dal titolo Misure per affrontare lo scarso rendimento in alfabetizzazione, matematica e scienze. Cambiamenti nelle politiche educative europee dal 2020, analizza come 37 sistemi educativi in Europa stiano mettendo in campo strategie e politiche per contrastare i risultati insufficienti nelle competenze di base degli studenti della scuola primaria e secondaria inferiore, dal 2020 ad oggi.

Il tema è di estrema attualità e desta urgenti preoccupazioni: le valutazioni internazionali come PISA e TIMSS mostrano un aumento preoccupante di studenti che non raggiungono i livelli minimi nelle competenze di base, una situazione aggravata dalle interruzioni causate dalla pandemia di COVID-19.

Il rapporto illustra come i paesi europei stiano costruendo un vero e proprio ecosistema di misure politiche attraverso sette aree interconnesse:

  • l’adozione di quadri strategici nazionali;
  • la revisione dei curricoli;
  • l’organizzazione dell’insegnamento e del tempo scuola;
  • gli strumenti di valutazione (diagnostica e sommativa);
  • il potenziamento del sostegno all’apprendimento;
  • la formazione e il supporto ai docenti;
  • il coinvolgimento dei genitori.

Al centro di questo ecosistema si trovano gli insegnanti, sostenuti attraverso lo sviluppo professionale continuo, la messa a disposizione di risorse didattiche inclusive e l’assunzione di personale specializzato. L’obiettivo condiviso a livello europeo è ambizioso: ridurre al di sotto del 15%, entro il 2030, la quota di quindicenni con scarso rendimento nelle competenze di base.

l Quaderno n. 63/2026 rappresenta uno strumento prezioso per decisori politici, dirigenti scolastici e docenti che intendano approfondire le strategie messe in atto in Europa per garantire il successo formativo di ogni studente e studentessa.

Il volume è consultabile e scaricabile gratuitamente in formato PDF dalla pagina dedicata del sito dell’Unità italiana di Eurydice.

La copia cartacea può essere richiesta, sempre a titolo gratuito, inviando una richiesta all’indirizzo di posta elettronica eurydice@indire.it oppure compilando l’apposito modulo online disponibile sulla pagina del sito summenzionata.

 

Misure europee contro l’insuccesso scolastico: i principali cambiamenti in Europa dal 2020

 

Indire

PEDAGOGIA AL FEMMINILE

 


Pubblicato il Dossier 

“Pedagogie al femminile: 

dialogo 

tra le istituzioni culturali”

 

Il n.8/2026 della collana 

"Storie dell'educazione"


 a cura di Pamela Giorgi

di Valentina Pedani

Il dossier N. 8 della Collana dell’Archivio Storico INDIRE “Storia dell’Educazione” raccoglie i contributi della tavola rotonda “Pedagogie al femminile: dialogo tra le istituzioni culturali” che si è tenuta all’M9 – Museo del ’900 di Mestre l’8 settembre 2025 e che ha visto la partecipazione delle studiose e degli studiosi delle istituzioni culturali ed educative che hanno collaborato alla realizzazione della mostra multimediale immersiva “La scuola come laboratorio: pedagogie al femminile” promossa e organizzata da INDIRE in occasione delle celebrazioni per il suo Centenario (1925-2025).

I contributi sono stati organizzati in due sezioni che pongono l’attenzione su due importanti questioni che la mostra e la tavola rotonda intendevano restituire e diffondere: da una parte, ribadire la necessità del mantenimento e della conservazione del patrimonio storico-educativo per la Public History, per la divulgazione, per la didattica e per fare della scuola un ‘laboratorio’ di emancipazione individuale e collettiva e uno spazio dinamico per nuove esperienze di crescita personale; dall’altra, valorizzare il contributo che figure femminili come maestre e pedagogiste hanno offerto allo sviluppo educativo e formativo del sistema scolastico italiano.

 

Il dossier è scaricabile gratuitamente al link: 

https://www.indire.it/patrimonio-storico/ricerca-storica/dossier-di-storia-delleducazione/storia/

 

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LA VERA SFIDA

 


La vera sfida? 


Il bene comune


Le questioni poste dal caldo estremo come (probabile) dato strutturale del futuro mostrano l’inadeguatezza dei criteri con i quali affrontiamo le grandi sfide di questo tempo. Che esigono il coraggio di saperci prendere cura di ciò che appartiene a tutti. 

di Mauro Magatti 

L’estate del 2026 sarà ricordata per il caldo. Da settimane l’Europa è attraversata da ondate di calore che hanno trasformato un fenomeno atmosferico in una questione sociale. Le città sono diventate inabitabili, gli ospedali hanno registrato un aumento dei ricoveri, gli anziani e le persone più fragili hanno pagato il prezzo più alto. L’agricoltura ha sofferto, i consumi energetici sono aumentati, lavorare è diventato difficile. Il caldo ha mostrato, ancora una volta, quanto sottile sia il confine tra normalità e vulnerabilità. 

Tutti speriamo che si tratti di un’eccezione. Ma in realtà è ragionevole pensare che si tratti di un’anticipazione di quello che ci aspetta. Se anche così fosse, non è la rassegnazione che deve prevalere. Le società umane hanno sempre saputo adattarsi. Lo faranno anche questa volta. Costruiremo edifici migliori, ripenseremo le città, svilupperemo nuove tecnologie, cambieremo le nostre abitudini. La capacità di apprendere è la grande forza della nostra specie. 

E tuttavia, sarebbe miope non accorgersi che il caldo è (l’ennesimo) segnale di una difficoltà più profonda. Davanti alle sfide che ci riguardano tutti ci scopriamo sorprendentemente deboli. È successo con la pandemia. Accade con il cambiamento climatico. Ma lo vediamo anche col disordine geopolitico, le migrazioni, il governo dell’intelligenza artificiale, gli squilibri demografici. 

Disponiamo di strumenti scientifici e tecnologici straordinari, eppure non riusciamo ad affrontare con efficacia i problemi che abbiamo in comune. Il punto è che siamo entrati in una nuova fase della storia. 

Per oltre due secoli la modernità si è costruita attorno a una promessa precisa: liberare l’individuo dai vincoli tradizionali e affidare al mercato e allo Stato il compito di organizzare la vita collettiva. È stato un progetto che ha portato libertà, innovazione, ricchezza, diritti. Ma oggi ne vediamo anche i limiti. 

Viviamo in un mondo nel quale tutto è diventato interdipendente. Le emissioni prodotte in un continente modificano il clima di un altro. Una guerra lontana cambia il prezzo dell’energia. Una crisi finanziaria attraversa il pianeta in poche ore. Gli squilibri economici e ambientali spingono le migrazioni che trasformano poi i nostri quartieri. Un virus percorre il mondo in pochi giorni. Le reti digitali mettono in relazione miliardi di persone nello stesso istante. 

L’interdipendenza è diventata un tratto costitutivo della nostra esistenza. 

Ma il problema è che continuiamo a pensarci con le categorie nate in epoche passate. Abbiamo affidato quasi tutto al mercato, immaginando che la ricerca dell’interesse individuale producesse automaticamente un beneficio collettivo. 

In molti casi è stato così. Ma i beni comuni non funzionano secondo questa logica. Nessuno, perseguendo soltanto il proprio vantaggio, può produrre un clima stabile, una pace duratura o un equilibrio demografico. 

Allo stesso modo, abbiamo delegato sempre più la nostra responsabilità personale agli apparati pubblici e ai sistemi tecnici. Ogni problema sembra dover essere risolto da un’amministrazione, da un ministero, da un’autorità, da un esperto. Gli apparati sono indispensabili. Ma quando diventano gli unici protagonisti finiscono, quasi inevitabilmente, per deresponsabilizzare cittadini, comunità, associazioni, imprese. La sussidiarietà non è un lusso della democrazia: è la condizione che rende una società capace di agire e, in questo modo, di rigenerarsi. 

Infine, continuiamo a chiedere agli Stati nazionali di governare fenomeni che hanno ormai una scala globale. Ma gli Stati possono difendere gli interessi dei propri cittadini; fanno molta più fatica a difendere interessi che appartengono all’umanità nel suo insieme. È qui che nasce la sensazione di impotenza che attraversa le democrazie contemporanee. 

Per questo il nodo decisivo non è soltanto politico o tecnologico. È culturale. E spirituale. Dobbiamo imparare a pensare il bene comune in modo nuovo. Non come un ideale morale da evocare nelle cerimonie ma come la condizione concreta di ogni avvenire. Il bene comune è ciò che nessuno può costruire da solo e di cui tutti hanno bisogno. È l’aria che respiriamo, il clima che rende abitabile il pianeta, la pace che permette lo sviluppo, la fiducia che sostiene l’economia, la natalità che garantisce il ricambio tra le generazioni, l’ospitalità che ricrea la socialità. 

La grande questione del nostro tempo è tutta qui. Abbiamo costruito una civiltà straordinariamente efficace nel moltiplicare le possibilità individuali. Ora dobbiamo imparare a generare le condizioni collettive che rendono quelle possibilità realmente vivibili. 

È dunque questa la lezione di questa estate rovente: il clima sta cambiando. 

Ma cambia anche quel mondo nel quale potevamo immaginare che i problemi comuni si risolvessero come effetto secondario delle nostre scelte individuali. 

Il XXI secolo ci pone davanti a una sfida nuova: siamo capaci di prenderci cura di ciò che appartiene a tutti? Da come risponderemo dipenderà non soltanto la qualità della nostra convivenza ma la possibilità stessa di abitare il tempo che viene.

Alzogliocchiversoilcielo

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lunedì 20 luglio 2026

MANAGEMENT E CITTADINANZA ORGANIZZATIVA

 


Management delle Regole e Cittadinanza Organizzativa nelle realtà complesse”

Pubblichiamo una relazione tenuta dal prof. Sanlorenzo a un'incontro dei formatori AGESCI. E' ricca di spunti di riflessione anche per  dirigenti scolastici e  docenti, e i responsabili delle associazioni.

-di Luigi Sanlorenzo*

La crisi del mondo che ci circonda influenza molto le motivazioni al servizio, la capacità progettuale, la voglia di sperare.

Mentre da altre parti e in altri contesti questo può anche essere compreso e, forse, giustificato, a noi non può essere consentito prima di tutto per la nostra identità scout. Alcuni slogan ad altri possono sembrare retorici, ma per noi sono la sostanza della nostra identità associativa: il calcio all’impossibile, la speranza/certezza nel cambiamento che nasce dall’educazione, la fiducia incrollabile che, attraverso l’azione individuale e collettiva, riusciremo come siamo più volte riusciti a cambiare questo mondo.

Per noi ci sono consapevolezze che altri non hanno e che rappresentano il nostro patrimonio: la natura internazionale, interconfessionale ed interculturale della nostra formazione che condividiamo anche con altre organizzazioni che, per esempio, non hanno la nostra stessa scelta di fede; la nostra scelta di fede, secondo cui il cristiano non può essere uomo o donna che si rassegna al pessimismo, perché “noi siamo tutti dentro la resurrezione”.

Contro ogni pessimismo della ragione in noi c’è l’ottimismo della volontà. Noi siamo ottimisti per definizione, sorridiamo e cantiamo.

Le organizzazioni sono mondi strani che vivono e cercano di sopravvivere in diversi modi.

Ma c’è un elemento che contraddistingue le organizzazioni che ce la fanno a superare i momenti difficili e soprattutto che sono in grado di attrarre sia ragazzi che adulti.

Organon

Organizzazione significa “strumento per raggiungere uno scopo” dal greco “organon”.

Non facciamo l’errore di pensare di essere noi il fine: siamo uno strumento, non a caso disponiamo di un metodo perché questo strumento possa raggiungere il proprio scopo.

E lo scopo è creare un mondo migliore attraverso l’educazione intesa soprattutto come intervento politico.

La nostra scelta educativa ha un carattere di tipo politico, cioè ha un carattere trasformativo della realtà.

Noi non formiamo nessuno, guai a formare! Usiamo il termine formazione per comodità di linguaggio, per convenzione, ma in realtà laddove dalla nostra azione educativa non si dovesse originare alcuna trasformazione autodiretta da parte del soggetto, noi non avremmo centrato il nostro obiettivo.

Cioè i ragazzi che si avvicinano a noi, ma anche gli adulti che si sono formati da noi ovvero che arrivano da noi entro un centro limite di età, hanno la necessità di incontrare un mondo mediante il quale alla propria vita viene impressa una svolta.

Trasformazione

La prima riflessione che vi propongo è proprio questa: le cose che facciamo, il modo in cui le progettiamo, sono tali da determinare in coloro che le vivono una trasformazione?

Devo dirvi che per la mia esperienza lo scautismo è fra le poche realtà educative in cui questo miracolo si compie, tant’è vero che sapete bene che basta passare solo alcuni anni all’interno di una qualsiasi branca nell’associazione, per essere un bel giorno individuati dal nostro dirimpettaio in treno che ci chiede “scusi, lei è stato scout?”.

Proprio perché è una formazione di tipo esperienziale, non teorica, non superficiale, che si incarna nell’imparare facendo, lo scoutismo è in grado di “trasformare” nel senso migliore del termine, cioè di dar modo di uscire alle potenzialità che le persone hanno dentro fin da bambini.

Questa è una chance che noi abbiamo e che nel tempo ci ha permesso di conseguire una leadership educativa nel mondo giovanile italiano.

Ma a quali condizioni è avvenuto questo?

Avendo vissuto tutte le stagioni dell’Agesci, e le ultime dell’ASCI, in più occasioni ho ricercato le ragioni del successo.

Noi abbiamo vinto tutte le volte che siamo stati ciò che già dichiariamo nella nostra definizione, tutte le volte che a livello complessivo siamo stati scouts, cioè esploratori e guide rispetto alla società nella quale ci siamo trovati a vivere. Allora siamo stati interessanti, la gente ci ha seguito, i genitori ci hanno mandato i ragazzi.

Faccio alcuni esempi: dagli anni ’70 l’ambientalismo è un valore che appartiene un po’ a tutti, ma fino a 30-40 anni fa era appannaggio dei boy-scout.

Il boy-scout era per definizione appassionato e tutore della natura, alla cui scuola era cresciuto.

Negli anni ’70 ci siamo intestati la scelta della coeducazione.  Era un tempo in cui ancora la scuola media era divisa per genere; non senza critiche “laiche” ed ecclesiali, il Paese ci ha visto all’avanguardia di una nuova sensibilità che si riscontrava di fatto già all’interno della società.

Sempre nei ’70 la democrazia associativa ci ha visti protagonisti di un cambiamento organizzativo che, anche se non ancora compiuto, è stato una svolta rispetto al passato. Negli anni ’80 abbiamo capito con largo anticipo, anche rispetto a settori molto attenti nella società italiana, quanto il fenomeno dell’immigrazione avrebbe modificato l’assetto sociologico di questo paese.

Ricordo che partecipai a Bologna al Mondo in Tenda e nell’82 si svolse a Palermo il primo cantiere R/S con le primissime persone che provenivano da paesi non europei, in particolare dall’Africa, in cerca di futuro.

Noi vinciamo, nel senso che siamo attrattivi, tutte le volte che proponiamo una visione educativa alla società e al mondo giovanile in modo particolare, tutte le volte che noi “spostiamo avanti le mete”.

In tutte quelle fasi in cui invece noi inseguiamo la società o ci adeguiamo ai suoi trend, non veniamo percepiti come interessanti.

Una organizzazione è attrattiva ed è strumento verso il raggiungimento di uno scopo tutte le volte che sa fare tre cose: pro-vocare, e-vocare e con-vocare.

Provocare e convocare

Pro-vocare vuol dire imparare a mettersi e a mettere in crisi (dal greco crasi=separazione, discontinuità), cioè coltivare l’insoddisfazione in chi si è mentalmente e fisicamente impigrito o si sente arrivato.

L’educazione è una continua pro-vocazione a cambiare e a strapparsi al già noto, al già saputo.  A sostituire il know-how con il know-why, con il know-where, con il know-what, etc...

E-vocare vuol dire dare agli altri una visione di un mondo diverso e possibile.

Se ci pensate è ciò che fa Mosè e che è descritto nel libro dell’Esodo.

Come costui riesce a convincere quegli ebrei, ormai comodamente “seduti” nella schiavitù, a mettersi in cammino e ad affrontare il deserto? evoca un mondo possibile, alternativo rispetto a quello in cui essi vivevano.

Leadership

Pensate che questa concezione, questa intuizione di Mosè è all’origine degli studi più importanti sulla leadership.

Dice Dilts: la leadership consiste nell’”evocare un mondo migliore al quale desiderare di appartenere”.  È la stessa azione che compiranno tutti i leader che hanno modificato il mondo, da Cristo a Marx, a Mandela, a Martin Luther King.

La proposta di un sogno e di una via per renderlo reale.

Quindi evocare è uno degli elementi che fanno di una associazione un punto di riferimento e soprattutto che generano il desiderio di appartenere ad essa.

Sapete perché sono diventato scout?

Perché la rivista L’Esploratore (anni ’60) era piena di disegni con tende sopraelevate, corde, nodi e su questo bambino borghese grassottelo, un po’ solitario e sognatore questa cosa esercitava un fascino da matti!

Valeva allora per un ragazzino di 10 anni, e vale per tutte quelle organizzazioni che sanno evocare un mondo verso cui si può andare, pur non tacendo la difficoltà del cammino tra la realtà presente e la realtà futura.

Se Gesù insieme a dichiararsi Verità e Vita non si dichiarasse anche via, ovviamente qualcuno direbbe “ma come si fa ad arrivarci?”

Ed ecco che si profila il terzo momento: il momento della con-vocazione.  Cioè la chiamata intorno al mondo che io ho evocato - il come poi lo andremo a tradurre nei diversi strumenti del Metodo - attraverso le cose che faccio, le testimonianze che do, i segnali di presenza costante nel territorio.

Esiste un testo molto bello che vi invito a leggere intitolato “Potere di convocazione” scritto da Piero Trupia (tra i più noti consulenti di management italiani e, guarda caso, scout negli anni 50), che descrive questa capacità di chiamare a sè le persone.

Vale per il singolo e per l’associazione, perché il mondo che io ho evocato è un mondo bello verso il quale vale la pena di andare. L’attività convocativa, a differenza del potere tradizionalmente inteso, prevede che all’atto della convocazione cominci anche la mia progressiva sparizione.

Voi convocate, ma a poco a poco, quando la convocazione comincia ad avere l’effetto desiderato vi tocca indietreggiare.

Cosa fa Mosè? dopo aver convinto le persone a superare la difficoltà dell’esodo, giunge in vista della terra promessa, ma non vi entra e preferisce invece cedere la guida del popolo a chi è nato e cresciuto durante il viaggio.

Mosè ha la preoccupazione che nel mondo nuovo possa entrare attraverso se stesso anche qualcosa del mondo vecchio, ha paura di contaminare il nuovo e allora cede la leadership a chi è cresciuto nel deserto.

A noi piace immaginare che Mosè vada da un’altra parte a ricominciare con altri una nuova avventura di liberazione.

Quindi attenzione, quando parlo di convocazione mi riferisco ad una convocazione che a poco a poco ci permetta di sviluppare gli altri, perché anch’essi diventino convocatori a loro volta.

Lo scautismo è scuola di leadership, lo scautismo è scuola di capi.

Pensate alla figura straordinaria - che mai sarà citata abbastanza - del capo-squadriglia.

Figura grande che esiste nello scoutismo; questo ragazzino di 15 anni che riesce a portare con se 6-7 ragazzini più piccoli di cui si prende cura.

L’esperienza di capo squadriglia resta per sempre nella vita, fatela fare a quanti più ragazzi possibile.

Bene, ci tenevo a fare questa premessa sui tre concetti di “provocazione e consapevolezza del disagio” “evocazione di un mondo migliore” e “convocazione capace di far crescere gli altri in quella direzione”, per dirvi che il mondo in cui ci troviamo è un mondo caratterizzato - e peraltro ormai ben descritto come vera e propria epoca - dalla liminalità (che viene da limen, cioè da confine).

La liminalità è il momento in cui un ciclo storico giunge a compimento, una missione civilizzatrice cede il passo perché logorata a forze nuove, forze che vengono da lontano e, evitando di arroccarsi a difesa del passato, contribuisce al rinnovamento che proviene sovente da fuori.

Nel nostro caso è il grande cammino dei popoli che, spinti da motivazioni diverse, prima o poi rivitalizzeranno il nostro paese.

Tutto questo non deve essere percepito come minaccioso, fa parte di un processo che la storia conosce e con il quale, al pari dell’evoluzione della natura, ha sempre rivitalizzato l’umanità. Quindi nei nostri ragazzini dai tanti colori c’è il futuro della società italiana, non li stiamo solo accogliendo.

Noi siamo nei loro confronti soltanto coloro che gli stanno dando una mano a svolgere il loro ruolo nella storia.

Da questo profondo cambiamento, descritto da Beck, da Gallino, da Bauman, come società del rischio,

società liquida, è chiaro che le organizzazioni si trovano davanti ad un bivio, perché le organizzazioni spesso hanno un gran desiderio di sopravvivere senza grandi cambiamenti.

Ecco perché un caro amico tornato alla Casa del Padre, un caro amico ma anche un capo scout, Daniele Settineri, amava dire “lo scautismo è vivo tutte le volte che mantiene la sua dimensione movimentista e rischia molto tutte le volte che si chiude nella dimensione organizzativa”.

Lo diceva da scout; io, da studioso delle organizzazioni posso tradurvelo così: le organizzazioni per definizione tendono a strutturarsi, a mettere radici, tendono a restare ferme.

Ricordate quando Gesù, sale con gli apostoli sul monte della Trasfigurazione. Clima straordinario, visioni incredibili egli apostoli dicono: “Signore, che bello stare qui, facciamo tre tende, restiamo sempre qui”.

Gesù si “arrabbia” sul serio e dice: “Questo è un momento di ricarica, ma adesso si torna giù a valle e si comincia a lavorare”.  Le organizzazioni sono così.

Alla fine, dentro ci si sta anche bene, io parlo di guscio.

Quanti adulti - con riferimento anche ai capi che conosciamo e anche a noi stessi - nelle nostre CoCa e nelle nostre zone trovano un ambiente abbastanza protetto, un luogo in cui il livello delle sfide non è così drammatico come potrebbe essere o è in altri aspetti della loro vita?

Quindi attenzione alla associazione come guscio protettivo, come utero dentro il quale tutto è bello, “tanto siamo tra scouts”.

Le organizzazioni tendono a strutturarsi, a mettere radici, a restare ferme ancorandosi alla realtà attraverso i cosiddetti sistemi di regole.

Questa non è certamente una novità che vi dico io, ma è Max Weber, il primo grande analista delle organizzazioni, che le osserva e annota: “attenzione, perché le regole all’interno di una organizzazione possono essere una grandissima opportunità, ma anche un grandissimo vincolo”.

Quindi cominciamo a distinguere fra buone regole e regole cattive: sono buone solo le regole che proteggono Valori.  Le altre servono solo a proteggere poteri.

Dopo aver costruito un paradigma di buone regole mi pongo il problema di chi dovrà farle amare e rispettare.

Ed ecco l’atto di nascita del Quadro. Il Quadro in politica, rispetto al militante, ha il compito di far rispettare le regole.

Da noi succede la stessa cosa. In larga misura una generazione di capi, talvolta ottimi capi, ma non abbastanza formati per essere buoni quadri, si ritrova a detenere il controllo delle regole.

Allora qui è giusto fare una precisazione: oggi nelle organizzazioni ci sono dei processi volti a trasformare la natura dei Quadri a tutti i livelli in modo che, al posto di custode della regola, proprio al Quadro venga richiesto di essere anticipatore e animatore del cambiamento.

Ciò può provocare traumi organizzativi tremendi, perché soprattutto se sei un Quadro già di una certa età, ti ritrovi a sentirti dire: “guardi quello che lei faceva prima non funziona più, non va più bene, lei non deve stare a controllare il rispetto delle regole ma deve trovare nelle regole ciò che permetta di cambiarle”.

Questa è una sfida alla quale molte persone non sanno rispondere.

E quindi o vengono avviati su percorsi manageriali di rimotivazione e miglioramento

prestazionale o viene chiesto loro di lasciar perdere e magari vengono messi fuori.

Questo accade perché l’organizzazione, oltre a quello che vi ho già detto, nel tempo della liminalità ha bisogno di evolvere verso il concetto di organismo “vitale”.

Solo quando un’organizzazione è in grado di rispondere al proprio scopo, la si può definire un “sistema vitale”, anche se non un sistema vivente.

Qual è la differenza tra un sistema vitale e un sistema vivente?  Il sistema vivente si autoregola.

Se adesso qui la temperatura salisse di 15 gradi, tutti, pur con piccolissime differenze di sesso o di pelle, cominceremmo a sudare; viceversa se la temperatura si dovesse abbassare, avremmo altre reazioni fisiologiche.

Gli esseri viventi hanno la capacità di autoregolarsi.

Cosa invece che non può fare una organizzazione, visto che, essendo una creazione della mente umana, non può autoregolarsi.

E che cosa deve fare per poter essere in sintonia con il mondo che la circonda e nel quale si trova il fine per cui essa è stata creata?

In mezzo c’è una cosa il cui nome per noi è caro e sacro come tanti altri in cui ci identifichiamo come scouts e capi.

La scelta

In mezzo c’è “la scelta”. Se una organizzazione non decide di cogliere i segnali - e quanto più anticipatamente lo fa meglio è - che l’ambiente le invia, corre il rischio di restare arretrata rispetto all’ambiente.

La scelta... la scelta di cambiare, la scelta di formarsi diversamente, la scelta di arrivare dove finora nessuno è arrivato.

Quindi non ci aspettiamo che al pari degli esseri viventi il cambiamento ci trasformerà automaticamente.

Se non avremo nel frattempo inserito percorsi di scelta, prima di tutto a livello locale che poi confluiscono verso la dimensione nazionale, la nostra organizzazione a poco a poco resterà ancorata nel presente/passato.

Vi ho detto prima che l’analisi storica del successo dello scautismo italiano del dopoguerra risiede nella capacità di essere stato anticipatore dei tempi, dei temi, delle sensibilità, di soluzioni di tipo educativo e di una visione politica dell’educazione.

Ovviamente questo ragionamento si collega al tema dei modelli organizzativi: una organizzazione di tipo burocratico è una organizzazione che si dà dei modelli volti a preservare l’esistente, è una organizzazione che si dà sistemi e sottosistemi, fondati su alcuni basic dell’organizzazione, tipo la catena del comando, i meccanismi di coordinamento ecc.

In AGESCI il modello organizzativo, pur se costruito dal basso nel suo atto iniziale, corre il rischio di non ascoltare più il basso e di avvitarsi su ragionamenti rispetto ai quali chi ti ha eletto non ti segue più.

Nei gruppi di lavoro di ieri questo è emerso, qualcuno ha detto: “quand’anche ci venisse la voglia di far arrivare dal basso una proposta evitiamo perché ci diciamo: ma figurati se nel Consiglio Generale prendono in considerazione una cosa del genere”.

Qui noi abbiamo una democrazia dal basso, dalla CoCa in su, ma il modello di funzionamento non è quello che Argyris ha introdotto come base dello sviluppo organizzativo, non ha il double-loup cioè non ha il ritorno.

Ha solo il flusso in andata, ha la rappresentanza ma spesso questa rappresentanza non è in grado di ritornare a consultarsi con la base, a partire dal fatto più importante che è quello di dire alla base “guarda

che noi non ci muoviamo se tu non ci dai sollecitazioni”.

Spesso è un mandato in bianco e quindi lo scollamento che ne deriva è forte.

La revisione dei modelli organizzativi che devono essere sempre coerenti con la revisione dello scopo finale è la via di salvezza di ogni organizzazione.

Noi abbiamo questo scopo grande che è lo scopo educativo, lo scopo di cambiare il mondo attraverso la leva educativa; questa è sicuramente una bella frase che però si deve articolare in obiettivi. Questo è ciò che in una organizzazione si chiama “visione”. La visione è sempre uno slogan, ma che cosa permette a una visone di diventare realtà?

Solo un sistema di obiettivi misurato nel tempo mi dice se mi sto avvicinando alla visione della mia organizzazione oppure me ne sto allontanando.

Se dovessimo applicare questo criterio ai numeri, dovremmo certamente dire che la diminuzione del numero dei ragazzi è un fatto su cui riflettere; ma il mantenimento del numero degli adulti è un indicatore che ci dice che qualcosa nel raggiungimento dello scopo finale è un po’ in difficoltà.

La mancata revisione dei modelli organizzativi, rispetto allo scopo finale può creare sacche che hanno gradazioni diverse, che vanno dalla passività all’insoddisfazione o addirittura al conflitto, oppure genera quella mentalità del capo che dice “beh, io mi chiudo con i miei ragazzi e faccio le mie cose; tutto il resto, facciano gli altri”.

Ovviamente se abbiamo l’idea movimentista di lavorare ad una organizzazione che sia sempre più in grado di percepire i cambiamenti nel loro sorgere, dobbiamo scegliere tra l’essere “notai o profeti”.

È bello vedere che in quasi tutti i gruppi ci sono ragazzi e capi assolutamente “in ordine”: fibbie, placche, distintivi, uniformi… perfetti...ma posso dirvi che uno scautismo un po’ meno ordinato e pulitino mi dava un’impressione di un movimento più creativo?

Stiamo attenti che dietro a questa perfezione formale, a questa macchia azzurra che in qualsiasi corteo piace avere, poi ci sia il vero desiderio di confronto, che leggeremo se ci verranno a cercare anche quando il corteo si sarà concluso. Occorre metter mano ad un sistema di definizione e ridefinizione delle regole.

Leggerezza pensosa

Le organizzazioni che oggi hanno successo sono le organizzazioni “leggere” nel proprio apparato normativo. In esse la quantità di norme e di regole diminuisce in modo sensibile e lascia molti più margini alle scelte, perché è sufficiente che a restar fermo sia il sistema dei Valori.

Quindi organizzazioni che oggi volano sono quelle che hanno un sistema di valori molto forte, in grado di non aver bisogno di un apparato normativo complesso e articolato per guidare le persone, poiché nel momento stesso in cui le guidano le limitano.

Le regole, è sempre Max Weber che ce lo ricorda, vengono inventate per evitare che la gente sbagli, per cui ne faccio una sorta di binario e dico “guarda, se segui

questo binario arriverai a destinazione”.

Quindi costruisco un binario, fatto di regole fitte, che conduce in un posto pre-determinato.

Ho detto un binario, ma avrei potuto dire un corridoio, una corsia obbligata.

Oggi però la meta finale non è più detto che debba essere lì e in quel preciso luogo.

Potrebbe anche trovarsi ai lati del percorso.

Un sistema di regole troppo rigido fondato per aiutarmi, alla fine può finire con l’impedirmi di guardare ai bordi o ai lati del sentiero.

Ci insegnavano in Reparto, a dodici-tredici anni, a rilevare le tracce degli animali con il gesso o ad osservare il firmamento nelle notti stellate, quando il fuoco da campo si era ridotto a poche braci.

A cosa ci sarebbe servito nella vita? Avremo fatto il bovaro nel Midwest o il cacciatore di pelli in Ontario? Avremmo intrapreso la carriera di astronomo o di navigatore nell’era del GPS ?

No di certo! Nell’attività di rilevamento delle tracce è contenuto un aspetto educativo che ti dice: “guarda ai bordi del sentiero, sappi distinguere un’impronta da un’altra dove gli altri vedono solo della terra smossa, sappi orientarti come il cacciatore o il navigante con le stelle, attraverso la lettura del terreno che percorri e delle rotte su cui navighi!”

Quindi un sistema di valori forte (e noi lo abbiamo, grazie al cielo) rafforzato poi dalla nostra dimensione di fede, ma già anche solo quella scout sarebbe sufficiente.

Questo lo dico anche per accelerare i rapporti con le altre organizzazioni scout, perché non sia mai la nostra fede un ostacolo alla dimensione internazionale nello scautismo mondiale.

Una costante attenzione a ciò che nel mondo muta ci rende capaci di intercettare questo mutamento nel proprio sorgere.

Colui che riesce a capire da segnali che ad altri non dicono niente è in grado di definire una tendenza, affinché quando quel fenomeno sarà conclamato, egli sarà pronto, perché l’avrà conosciuto e affrontato al suo primo manifestarsi, a dare una risposta meditata e non una risposta emergenziale che non ha mai dato risultati.

Occorre spostare il focus sempre più sul sistema dei valori, farne una discriminante certamente per i capi.

Quel sistema dei valori è il nostro Patto Associativo, rispetto al quale non ci sono distinguo: o ci stai o non ci stai.  Con i ragazzi è diverso essendo loro soggetti in crescita.

Valori e metodo

A loro proponi i valori mediante il Metodo e le varie articolazioni.  Il contenuto deve essere chiaro perché ciò che chiami pista, poi sentiero e poi strada rimanda allo stesso significato.

In una dimensione itinerante dell’esistenza, con quella itineranza leggera che ti permette di essere un uomo e una donna affidabile nel mondo.

E questo ci rinvia, al protocollo di intesa siglato tra WOSM e SDA Bocconi che non è che è nato solo perché il segretario del WOSM Eduardo Missoni era anche docente di quella prestigiosa Business School.

È nato perché SDA Bocconi si è resa conto che nel momento in cui la leadership passa da autoritaria e formale a leadership basata sui valori, i modelli dello scautismo diventano assolutamente confacenti e in grado di formare i decisori di domani ad ogni livello.

Oggi SDA Bocconi invia i propri stagisti anche all’Ufficio Mondiale dello Scautismo.

Questi 100 anni non sono passati invano, sono serviti anche ad affermare modelli di leadership che oggi vengono fatti propri anche da organizzazioni che con l’educazione non c’entrano niente, perché la leadership è la capacità di evocare e convocare intorno a sé.

È un elemento trasversale che serve in ogni circostanza.

In questo abbiamo avuto, abbiamo e continueremo ad avere un ruolo se ne sapremo essere all’altezza.

Dobbiamo stare attenti che il sistema delle regole sia esattamente bilanciato perché le regole necessarie al funzionamento non siano mai tali da impedirci, concentrati come siamo dal corridoio delle regole, di accorgerci che cosa sta accadendo ai bordi del sentiero.

Perché potrebbe avvenire che, seguendo un binario unico, arriviamo in un punto in cui non c’è più niente, perché ciò che ci doveva essere si è verificato ai bordi

del sentiero e noi non ce ne siamo accorti, perché un sistema rigido di regole ce lo ha impedito.

Lo traduco in linguaggio scout: la vocazione educativa che ci spinge a confluire in una organizzazione è già un primo passo.

Ma l’educatore deve avere la possibilità, il tempo, la capacità e nessun timore a sperimentare.

Non saremmo quelli che siamo se tra di noi non ci fosse stato qualche eretico che, magari all’inizio da solo e poi insieme a qualche altro, non avesse detto… “ragazzi il mondo è fatto di uomini e di donne e noi non possiamo tenere questo mondo separati!”

Chi va avanti, chi esplora, viene chiamato testimone (in greco martyr).

Avrai sempre un prezzo da pagare se vuoi fare il testimone, non vai da nessuna parte se pensi che fare ciò sia gratuito.

Se non sei testimone, non sei convocatore. Il Cristianesimo vince e fa inabissare l’impero romano, perché evoca un mondo migliore in cui tutti siamo fratelli e perché ciò è testimoniato dal sangue dei martiri e non dalle parole degli intellettuali. Paolo, che era un grande e furbo intellettuale, non sarebbe quello che oggi è se alla fine non avesse coronato la sua vita con il martirio. Non c’è dubbio che più veniamo percepiti come testimoni vivi e pronti “a metterci la faccia”, più la nostra proposta diventa convocante, vivificata dalla fatica, dalla testimonianza, dall’efficacia delle nostre azioni educative che non esauriscono il loro effetto all’interno dell’associazione, perché se vuoi essere convocatore, non puoi esserlo soltanto con i già convocati.

Allora, andiamo dove non siamo!  In alcuni posti, soprattutto al Sud, in interi quartieri l’unico presidio di legalità sono la scuola e il gruppo scout.

Noi ci troveremo, nei tempi difficili che verranno, a dover vicariare

l’azione di due soggetti che sono stati profondamente abbattuti da questa crisi epocale che continuiamo a vivere: la famiglia, attraversata da tempeste straordinarie, e la scuola.

Né possiamo fare affidamento su un futuro, che immagino molti di noi auspicano, con una scuola gestita diversamente, perché la scuola ha bisogno dei suoi tempi, e troppi danni sono stati fatti nel passato. Puoi iniziare domani con il miglior ministro e con tanti soldi, gli effetti li vedrai fra 15 anni.

Quindi, prima un ragazzo che aveva una famiglia che più o meno resisteva, in qualche modo aiutato dalla scuola, se fosse stato anche scout avrebbe avuto anche buone possibilità di venir fuori come una persona in gamba.

Adesso spesso le famiglie vengono da noi perché vogliono essere aiutate a fare i genitori, perché sono nei guai, nel panico.

Quindi sulla famiglia oggi si può contare molto meno. Sulla scuola non puoi contare affatto, non per cattiva volontà degli insegnanti, ma perché il sistema ha a che fare con regole che non ci sono più.

I Quadri

Lo scautismo si trova già a vicariare questa azione e allora di che cosa ha bisogno?

Ha bisogno di avere degli adulti che siano aiutati da altri adulti a far questo.

Quindi il ruolo dei Quadri non è più o non deve essere più o non deve essere soltanto, fate voi la gradazione, custode di regole, ma deve essere indagatore di nodi, di strozzature che impediscono all’organizzazione di essere vitale, organica, aperta e creativa, in grado di farsi carico di nuove emergenze educative.

Il vero analizzatore di questa eventualità di trombosi organizzativa è la Zona, che, come i comuni, è il livello organizzativo più sussidiario, rispetto alla realtà ultima che sono i gruppi o i cittadini. Se nasce un nuovo scenario, chi lo deve sapere?

Il livello nazionale o regionale?

È chiaro che il Comitato di Zona tiene il polso non solo del rispetto delle regole, ma anche del livello di creatività, del livello di innovazione; non lo sta a frenare, lo spinge, lo provoca, non sta lì a preoccuparsi, non fa la chioccia, fa lo stimolatore, tenendo fede al sistema dei valori non negoziabili.

Allora questo è molto importante perché le organizzazioni hanno subìto questa transizione.

La descrive in modo straordinario Federico Butera che definisce la transizione delle organizzazioni “dal castello alla rete”.

L’organizzazione dello scautismo italiano è ancora una organizzazione a piramide, “a castello”.

La vorremmo una piramide rovesciata e i meccanismi formali sono quelli, ma se andate dal capo branco del paesino o del quartiere di periferia ha ancora la sensazione che le cose arrivino dall’alto, non ha la percezione che è chiamato a contribuire a crearle.

Un altro scienziato importante, Mintzberg, dice: “le organizzazioni si portano appresso per moltissimo tempo l’impronta del tempo e del periodo in cui sono state fondate”. C’è ancora qualcosa di piramidale, di gerarchico, e quindi le organizzazioni devono transitare dal castello (piramide) alla rete, cioè più accessi, più facilità di accesso, più connessione. La rete poi l’abbiamo vista realizzata con internet, ma l’intuizione originaria era questa. In un mio scritto successivo sono andato avanti e ho detto “dal castello, alla rete…. alla tenda”, ovviamente non potevo non essere provocato dalla mia formazione. Perché anche la rete corre il rischio di essere un luogo fermo, senza emozioni vere.

Invece la tenda ancora di più ci dà il segno di come devono essere le organizzazioni, per darsi un senso di esistenza rispetto allo scopo: devono essere tende, flessibili, smontabili, pronte ad essere riposizionate all’incrocio con nuovi bisogni.

L’organizzazione “tenda” è capace di spostarsi, cioè di riconoscersi in quel nomadismo che in qualche momento ci ha avvicinato al movimento dei GUM.

Abbiamo molto in comune con i GUM, i nostri rover e le nostre scolte almeno dovrebbero, mi auguro anche le CoCa….

Sono un movimento piccolo, poco conosciuto, ma questa dimensione itinerante dell’esistenza è quella che li caratterizza.

Altro passaggio della presidente ieri: cerchiamo nel metodo la soluzione ai problemi organizzativi. Vengo invitato alle assemblee regionali, di zona, da scout ma non solo per proporre degli scenari per progettare nel territorio.

In alcuni casi mi trovo a ricordare strumenti del metodo che sembrano dimenticati.

Mi avvio alla conclusione.

Primo aspetto: noi non siamo in questo momento storico una organizzazione che convoca, perché non siamo una associazione che provoca ed evoca abbastanza.

Secondo aspetto: la nostra generazione e quella dei capi più giovani si troverà a vicariare la crisi profonda e l’assenza delle altre due istituzioni educative.

Quindi ci tocca, come il Cireneo, mettere una croce in più sulle spalle per fare una parte in più. Ho sempre detto: il migliore effetto dell’educazione scout lo scopri quando il ragazzo scappa da casa e il genitore è tranquillo perché tanto sa che è andato a dormire dal suo capo scout.

Quanti di noi sono stati svegliati in piena notte?  Vi è capitato?  No…

E allora questo è il nodo del problema, cioè se non avete dei ragazzi scout che in piena crisi adolescenziale scappano e vi vengono a cercare… sostanzialmente non ti vedono come una alternativa.

In quanti casi in nostri ragazzi percepiscono il capo come un alleato dei genitori e non come una alternativa? Ma loro cercano una alternativa.

E vi assicuro che se la trovano comunque, però potrebbe non essere quella giusta.

I ragazzi sono alla ricerca di maestri, che siano alternativi alle figure tradizionali del genitore e del professore.

Hanno bisogno della trasgressione per crescere e lo scautismo è stato per un certo tempo una trasgressione.

Quindi se abbiamo questa società, questi ragazzi e queste sfide, dobbiamo attrezzarci per fare la manutenzione di questi capi.

Non solo nel loro mestiere di educatori, ma anche nel momento in cui, sospendendo per un periodo il servizio educativo diretto con i ragazzi, si fa il Quadro.

Come capo sei stato formato; il problema è che non sei formato come quadro.  Sei formato come educatore di giovani, quindi sei un pedagogista scout, ma nessuno ti ha formato a formare gli adulti.

E si fa estrapolando da un metodo pensato per ragazzi alcuni aspetti che vanno bene per adulti.

Ve lo dice uno che forma gli adulti e i risultati ce li ha perché parecchie cose le tira fuori dallo scautismo.

Quindi un nodo è che troppe regole fanno perdere di vista il sistema di valori, ma soprattutto impediscono

l’esercizio del pensiero laterale. Dall’altra parte, la necessità di un percorso strutturato con un sistema di competenze per la formazione dei Quadri.

Ma attenti!  Non è che dobbiamo fare la casta dei Quadri!

Un percorso in tale direzione va correlato con modifiche regolamentarie che dicono che puoi fare il quadro per non più di tot anni e poi torni dai ragazzi; altrimenti abbiamo fatto l’associazione dei Quadri e l’associazione dei Capi.

Ma non puoi fare il quadro se non hai, per esempio, completato almeno due progetti educativi, altrimenti, non c’è dubbio, creeremo una casta di burocrati.

Allora è necessario un percorso simile a quello della formazione capi: c’è una formazione capi che deve cominciare a far crescere una formazione quadri.

Certamente non si può più lasciare che ad esser quadri, soprattutto nelle zone più in difficoltà, siano persone soltanto di buona volontà che magari hanno già altri incarichi, oppure siano quelli che hanno più tempo ma poi, alla prova dei fatti, magari non hanno le caratteristiche per gestire adulti, che è altra roba che gestire ragazzi. L’adulto è strutturato, l’adulto appena lo tocchi nel suo vissuto difende con le unghie e con i denti quello che ha costruito, etc.

Individuiamo quindi le competenze sulle quali costruire il profilo di un Quadro in grado di aiutare e di supportare i capi, chiamati a quei compiti che spero di aver evidenziato nella prima parte del mio ragionamento, cioè la capacità di essere pro-vocatori, e-vocativi e con-vocativi.

Ho diviso in 4 famiglie le competenze trasversali che un adulto che ha la funzione di quadro deve avere per essere di supporto ad altri.

Le competenze emozionali:

- fiducia in se stesso: se non sei nessuno nella vita e se è solo attraverso lo scautismo che riesci a sentirti realizzato, hai sbagliato, non è il posto per te! Lo scautismo non è il luogo dove puoi venirti a rifugiare.

Qui la Zona deve fare un lavoro e sviluppare una forte attività di conoscenza per capire a fondo le motivazioni dei propri capi.

- la capacità di visione a lungo raggio che un Quadro non può non avere, perché in teoria, lasciato un po’ più libero dall’urgenza dei ragazzi, ha il dovere di guardare lungo.

Come si fa a guardare lungo? Essendo costantemente connessi alla realtà (internet e non solo) e sapendo capire cosa sta arrivando (incoming).

Le competenze relazionali: disponibilità ai rapporti interpersonali.

Un quadro non può dire: ragazzi, lo sapete che ho un brutto carattere… allora non lo fai il quadro!  Non è obbligatorio!

- Comunicazione verbale, deve saper parlare;

- convincimento e persuasione, che non è manipolazione, cioè capacità di portare argomenti a supporto e conoscendo il tuo interlocutore;

- capacità di parlare in pubblico;

- gestione dei gruppi e delle riunioni. È vero che molti di noi hanno imparato cosa è una riunione proprio agli scout, ma una cosa è una riunione tra ragazzi e una cosa è tra adulti.

In una riunione io so già con quale risultato voglio uscirne e so già qual è il margine di negoziazione che intendo accettare.

Una riunione non è mettere insieme un gruppo di persone e “quello che esce vediamo” … quello è un’altra cosa, è un brain storming.

Ma se si tratta di una riunione operativa, devo aver in mente cosa ne deve venire fuori e il livello sotto il quale non sono disposto a cedere.

- Impostazione e conduzione del gioco di squadra: ci sono degli straordinari responsabili di zona (io l’ho fatto per otto anni) che alla fine dicono: “beh, se faccio da solo faccio meglio”, perché la complessità è tale che preferisci sovraccaricare te stesso, perché fai prima, piuttosto che coinvolgere i componenti del comitato.

Dovresti sapere, perché prima di essere un quadro sei un capo, che quelli che non coinvolgi non solo sono risorse che non usi, ma prima o poi te li ritroverai pure contro. Queste cose non sono innate, si imparano proprio come abbiamo imparato a fare nodi, costruzioni, a leggere tracce, a fare educazione.

- La capacità di cogliere iniziative e opportunità; quella capacità di vedere nel mio territorio dove ci sono opportunità di sviluppo, ma non perché devo sviluppare come un buon militante la mia organizzazione e aumentare i censiti, ma dove effettivamente lo scautismo è una risposta.

Ho il privilegio di aver vissuto una esperienza in una grande comunità capi che si voleva un bene dell’anima, e che se ne vuole ancora adesso, che si è divisa per amore. Se siamo tanti, dobbiamo regalare lo scautismo ad altri ragazzi.

Devi avere la capacità da quadro di dire chiaramente a delle Co.Ca ipertrofiche “guarda che lo scautismo devi portarlo lì”, perché B.P. non va a Eaton a reclutare scouts, ma va nelle strade più periferiche della Londra di Dickens . Lo scautismo devi portarlo dove ce n’è più bisogno e con più urgenza.

Le competenze intellettuali:

- Deve sapere individuare i problemi e li deve saper risolvere, deve conoscere tecniche di problem solving ma soprattutto li deve saper saltare (problem shifting), cioè deve capire quelli che sono falsi problemi. E poi deve avere delle competenze di tipo gestionale e iniziativa.

Il Quadro è comunque un leader, collegiale quanto volete, ma un leader.

Tenace e realizzatore, adattabile e flessibile, deve saper operare con programmazioni leggere.

Ricordo sempre quando facevo il capo clan: stilavo un programma ma poi lo tradivo molto volentieri, non consentivo al programma fatto a casa a tavolino, di impedirmi di sfruttare occasioni che la strada offriva a me e a miei ragazzi.

Le competenze organizzative:

- deve essere un minimo esperto a utilizzare le risorse scarse quali il tempo, il denaro, la disponibilità delle persone (che è sempre di tipo volontario) ecc.

- deve saper programmare interventi complessi

- far dialogare mondi diversi e integrare conoscenze e relazioni

- capace di raccordarsi con i livelli di responsabilità associativa

- capace di intervenire in momenti di emergenza

- sa tutelare l’immagine dell’Associazione

Che cosa vi dà l’indicatore, l’idea, o meglio la conferma che si è passati da una organizzazione orientata alla regola ad una organizzazione invece orientata allo sviluppo?

Dal livello di empowerment, cioè capacità di potere (potere in lingua italiana è un verbo e un sostantivo, noi siamo più abituati a conoscere il sostantivo ma in realtà c’è il verbo “potere”).

Allora qual è l’organizzazione che vince?  È l’organizzazione che rilascia quote crescenti di potere, cioè fa enpowerment individuale e organizzativo, lascia ambiti di esercizio di potere (verbo) e quindi permette lo sviluppo della creatività e la libera osservazione di quei segnali che non sempre sono chiari, anche se presenti ai bordi del sentiero.

Quindi indicatore di una organizzazione vitale è il suo livello di enpowerment, dal livello personale al livello organizzativo. Quindi dalla quantità di proposte e di sperimentazioni che mi arrivano dalla provincia di Reggio Calabria, piuttosto che dalla provincia di

Pordenone, capisco se il mio sistema di regole funziona: se non mi arriva, mi interrogo sul mio sistema di regole e comincio a chiedermi se forse il mio sistema di regole che ci fa tutti perfettini, ci fa anche privi della capacità di volare oltre.

Concludo, ma vi assicuro che mi piacerebbe continuare a lungo.

Qual è l’effetto di un corretto management delle regole?  È lo sviluppo di un concetto che nel nostro paese non è abbastanza avanzato: il concetto di “cittadinanza organizzativa”; siamo abituati al concetto di cittadinanza attiva, che si esercita nel contesto sociale, mutuando alcuni aspetti della cittadinanza.

La cittadinanza organizzativa

Il concetto di cittadinanza organizzativa, si sostanzia nel far sì che ciascuno viva la presenza dentro la propria organizzazione, non importa se perché vi lavora o vi presta volontariato, sentendola propria e quindi esercitando tutte quelle azioni proprie dei contesti che si sentono come propri, a partire dal tipo di contribuzione in termini di tempo, idee, creatività, risorse etc.….

Esattamente ciò che non faresti in una organizzazione fortemente normata, dove le idee le tieni gelosamente per te e ti limiti ad obbedire offrendo il minimo “sindacale”.

Se vuoi avere il contributo della creatività delle persone in una organizzazione, devi creare un clima per cui le persone siano ben liete di conferire la creatività, ricordando

che non si può fissare in un contratto l’essere creativi.

Se vuoi che le persone conferiscano quel dipiù che ciascuno di noi ha e lo conferiscano a quell’organizzazione e non al di fuori di essa, devi creare le condizioni perché ciò avvenga, altrimenti quel dipiù la persona lo giocherà altrove.

Gli individui adulti, come i nostri capi e i nostri adulti, completano la propria formazione nelle organizzazioni in cui vivono: se vivono in una organizzazione vitale che si confronta e affronta le sfide, che cerca il risultato, che celebra il merito conquistato con il sacrificio, che lo porta ad esempio, porteranno questo contributo in ogni aspetto della propria vita e lo trasferiranno alla prole.

Noi abbiamo dei ragazzi che a scuola sono bravi…

C’è un film straordinario, “Cercando Forrester”, dove il giovane protagonista si vergogna di essere uno scrittore in erba perché i suoi amici lo prenderanno in giro e allora tiene nascosta per sé questa ricchezza.

Per caso troverà poi un mentore che lo aiuterà a non sprecare il proprio talento.

Ebbene, abitiamo una realtà in cui i nostri ragazzi vivono in un sistema che appiattisce e scoraggia i più bravi e meritevoli e loro cercano di non apparire tali per non essere esclusi.

Noi educhiamo ad essere bravi e competenti e a testimoniarlo.

Lo scautismo ti cambia la vita e, se non si traduce in testimonianza, evidentemente c’è qualcosa che non funziona!

Se in un questionario sull’amicizia o sulla legalità tu non sei in grado di distinguere un questionario compilato da ragazzi scout da altri ragazzi, qualcosa non funziona.

Non stiamo creando il tatuaggio estivo, lavabile alla prima occasione.

Sapete cos’è un vero tatuaggio? Si ottiene incidendo la pelle e poi versandovi il colore finché non viene assorbito.

Noi incidiamo le esistenze dei nostri ragazzi con le esperienze e dentro l’incisione versiamo la proposta contenuta nei valori della Legge e della Promessa.

La vera educazione è un tatuaggio, per cambiarla devi sovrapporne un’altra con lo stesso procedimento. E questa è la crisi, perché la crisi viene da greco “crasi” che vuol dire separazione, distacco da un mondo/modo che non esiste più e pista verso l’inedito e l’ignoto.

Quindi crisi, crasi, separazione, crisi, poi crescita.

Non c’è crescita senza crisi, cioè senza separazione da ciò che eri e poi ancora crisi, crasi, crescita, to cry, piangere, non c’è crisi senza passaggio doloroso, non c’è crisi senza pagamento di un prezzo, senza l’abbraccio di una Croce, senza l’abbandono dell’uomo vecchio che impedisce all’uomo nuovo di risorgere.

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*Luigi Maria Sanlorenzo (Loris)  (1971-2026) palermitano, scout dall’età di 12 anni, è stato per oltre quindici anni Capo Clan nel Palermo 15^ e poi Animatore di Comunità Capi, Responsabile di Zona, Consigliere Generale, esperto in Formazione Capi,  e in leader educativa. Ha organizzato grandi eventi per adolescenti e giovani,

Responsabile del Gruppo Formazione Manageriale del Banco di Sicilia, ha ricoperto ruoli istituzionali di Governo locale durante la “Primavera di Palermo”. Ha insegnato per oltre dieci anni Sistemi Organizzativi post-industriali presso la Facoltà di Ingegneria-Corso di Laurea in Ingegneria Gestionale e in diverse università italiane; Comportamento Strategico presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione a Roma. Ha insegnato Psicologia della Formazione nel Corso di Laurea Magistrale in Psicologia del lavoro e delle Organizzazioni all’Università di Palermo e diretto dal 2004 il Master annuale in Strategie e Tecniche per Direzione del Personale patrocinato da Confindustria, Confcommercio, AIDP e da altri soggetti pubblici e privati a livello nazionale e internazionale.

La formazione scout è stata costantemente nel suo impianto formativo e nei progetti accademici e professionali di cui è stato responsabile..