venerdì 2 ottobre 2026

COLTIVARE SPERANZA E RELAZIONI

 


Ansia, scuola e legami perduti, il viaggio filosofico di Luigina Mortari alla ricerca della vera educazione, tra la fragilità dell’essere umano e la necessità di coltivare speranza e relazioni

Di Andrea Carlino

Luigina Mortari, docente di Pedagogia Generale e Sociale presso l’Università degli Studi di Verona, già presidente dell’INDIRE, ha lanciato una riflessione profonda durante il Meeting di Rimini, analizzando le radici dell’ansia giovanile attraverso una lente filosofica che risale agli insegnamenti di Platone e Socrate.

L’intervento della studiosa ha messo in luce come la società contemporanea, caratterizzata da un “alto livello di competitività“, stia chiedendo troppo ai giovani, generando quel disagio che oggi osserviamo con crescente preoccupazione.

Il paradosso della dismisura: quando la realtà diventa insostenibile

Mortari ha illustrato il concetto centrale della sua analisi partendo da un episodio emblematico: una bambina di quattro anni che, di fronte a un semplice compito di ritaglio nella scuola dell’infanzia, si è bloccata e ha iniziato a tremare, confessando “ho paura di sbagliare, non voglio sbagliare perché poi lo sanno la mia mamma e il mio papà“. Il caso rappresenta, secondo la docente, la manifestazione precoce di una società che ha perso il senso della misura naturale delle cose.

La filosofa ha richiamato il concetto antico di “catafusing” – agire secondo natura – spiegando come gli antichi greci avessero individuato nel “giusto metro” delle azioni umane la chiave del benessere. “L’animo umano spesso non sa sopportare troppa realtà“, ha sottolineato Mortari, citando i poeti antichi e evidenziando come questa “troppa realtà” non sia quella autentica, ma quella “smisurata, che manca di misura“. Il problema, dunque, non risiede nelle richieste legittime che la vita pone, ma in quelle eccessive che superano i limiti naturali dell’essere umano.

La trasformazione della scuola: da “skolé” a macchina dell’istruzione

L’analisi più incisiva della professoressa Mortari ha riguardato la trasformazione del sistema scolastico. Richiamando l’etimologia della parola “scuola” – che deriva dal greco “skolé” e significava “tempo libero” – la docente ha evidenziato come l’istituzione educativa sia diventata un luogo di “istruzione” piuttosto che di “coltivazione dell’anima“.

“Instruo vuol dire portare dentro“, ha spiegato Mortari, “e se pensiamo a cosa succede spesso nei contesti formativi, si portano dentro conoscenze e conoscenze nella mente dell’altro e non si lascia all’altro il tempo di respirare, il tempo di coltivarsi”. La scuola contemporanea, secondo questa visione, ha tradito la sua funzione originaria di luogo di crescita integrale della persona, trasformandosi in una struttura che sottopone continuamente gli studenti a valutazioni e misurazioni.

La critica si estende alle prove Invalsi e al sistema di valutazione costante: “Pensiamo nelle scuole quanta valutazione c’è, ma quanto stress viene sopportato dai nostri ragazzini quando sono sottoposti a così tanta valutazione?”. Per Mortari, questa pressione valutativa continua impedisce quel tempo libero dell’anima che è necessario per una crescita autentica e armoniosa.

La speranza come antidoto: dai legami nasce il bene

Nonostante la diagnosi severa, Mortari ha indicato anche la via d’uscita, richiamando l’insegnamento platonico secondo cui “il bene c’è laddove ci sono dei legami“. La professoressa ha sottolineato l’importanza dell’amicizia come forma più alta di relazione umana, quella in cui “si vuole il bene dell’altro senza chiedere nulla per sé” e dove si ha “la capacità di dire all’altro la verità e sostenere la verità”.

L’educazione autentica, secondo Mortari, deve recuperare quella “paideia” che i greci intendevano come “coltivazione dell’anima”, un processo che richiede tempo, rispetto dei ritmi naturali e soprattutto la costruzione di legami autentici. Solo in questo contesto relazionale, caratterizzato dalla ricerca della verità e dal desiderio del bene, è possibile offrire ai giovani quegli strumenti interiori necessari per affrontare le sfide della vita senza essere sopraffatti dall’ansia e dalla paura del fallimento.

La proposta di Mortari rappresenta un invito a ripensare profondamente il nostro approccio educativo, partendo dalla consapevolezza che la fragilità è costitutiva dell’essere umano e che solo attraverso legami autentici e un’educazione che rispetti i tempi dell’anima è possibile costruire una società più equilibrata e meno ansiogena per le nuove generazioni.

 Orizzonte Scuola

Immagine

 

EDUCARE LO SGUARDO

 


L’icona e l’invisibile:

 educare lo sguardo 

oltre l’apparenza

-di Paolo Cugini 

 

La distinzione tra idolo e icona non riguarda soltanto due tipi di immagine, né può essere ridotta a una differenza tra un oggetto falso e uno autentico. Essa descrive, più profondamente, due modi opposti di vedere e di entrare in rapporto con la realtà. L’idolo corrisponde a uno sguardo che si arresta: trova davanti a sé una forma capace di soddisfarlo e la assume come compimento del proprio desiderio di conoscere. L’icona, al contrario, non lascia che la visione si chiuda in ciò che appare. Essa rende il visibile una soglia e invita lo sguardo a oltrepassare la propria pretesa di possesso. 

 Per questo l’icona non è semplicemente un’immagine più ricca o più suggestiva. La sua peculiarità consiste nel modificare la posizione di chi guarda. Davanti all’idolo, il soggetto tende a sentirsi padrone della visione; davanti all’icona, scopre invece di essere interpellato. Non è più soltanto colui che vede, ma colui che viene raggiunto da un’eccedenza di senso. L’icona inaugura così una relazione nella quale il vedere diventa ascolto, disponibilità e trasformazione. 

L’idolo

 L’idolo nasce quando lo sguardo confonde ciò che vede con la totalità di ciò che è. Esso offre una presenza immediata, nitida e apparentemente autosufficiente: lo sguardo vi si riconosce, vi trova conferma e smette di cercare. In questo senso, l’idolo non è definito anzitutto dalla materia di cui è fatto, ma dalla funzione che assume. Anche un’idea, un’immagine di successo, una rappresentazione del potere o persino una concezione religiosa possono diventare idolatriche quando pretendono di esaurire il mistero che evocano. 

 L’idolo restituisce dunque allo sguardo la misura dei suoi desideri. Mostra ciò che il soggetto è già disposto a vedere e, proprio per questo, lo rassicura. Non apre una distanza, ma la cancella; non suscita una domanda, ma offre una risposta definitiva. La sua forza consiste nella saturazione: tutto sembra essere presente, disponibile, delimitabile. Eppure, nel momento stesso in cui promette una presenza piena, l’idolo impoverisce la realtà, perché la riduce alla capacità umana di rappresentarla e controllarla. Questo rischio appartiene in modo particolare alla cultura contemporanea, dominata dalla proliferazione delle immagini. 

L’abbondanza del visibile non coincide necessariamente con una maggiore profondità dello sguardo. Al contrario, la successione rapida di figure, schermi e messaggi può generare assuefazione: si vede molto, ma si contempla poco. Quando ogni cosa deve apparire immediatamente comprensibile e consumabile, il visibile perde il suo spessore e diventa superficie. 

L’icona

 L’icona interrompe questa dinamica perché non si lascia ridurre a oggetto disponibile. Certamente possiede una forma visibile: colori, linee, materia e composizione. Tuttavia, il suo significato non si esaurisce in tali elementi. La forma non trattiene lo sguardo presso di sé, ma lo orienta verso ciò che non può essere contenuto in alcuna forma. Il visibile diventa allora una soglia: non una barriera che nasconde, ma un passaggio che manifesta senza esaurire. 

 Affermare che l’icona non è il risultato di una visione, ma la provoca, significa riconoscere che essa non si limita a riprodurre qualcosa di già posseduto dallo sguardo. L’icona fa accadere un nuovo modo di vedere. Essa destabilizza le abitudini percettive, sottrae l’osservatore alla passività e lo conduce verso una profondità che non può essere afferrata in un solo atto. La visione diventa un cammino: richiede tempo, silenzio e una disponibilità a lasciarsi sorprendere. In questa esperienza, la distanza non è un difetto da eliminare. Essa custodisce l’alterità di ciò che si manifesta. L’icona è vicina perché si offre ai sensi, ma rimane distante perché ciò a cui rimanda non può essere posseduto. Proprio questa tensione impedisce allo sguardo di trasformare la realtà in un oggetto. L’icona si lascia vedere, ma non si lascia dominare. La trasformazione più radicale introdotta dall’icona consiste nel rovesciamento della direzione dello sguardo. Normalmente, vedere significa rivolgersi verso un oggetto, analizzarlo e collocarlo entro le proprie categorie. Davanti all’icona, invece, il soggetto avverte che la visione non procede soltanto da sé. Ciò che appare sembra rivolgergli un appello, esporlo e chiedergli una risposta. Lo sguardo non è più un potere unilaterale, ma il luogo di una relazione. 

Lo sguardo

 Essere guardati non significa attribuire magicamente una coscienza all’immagine. Significa piuttosto riconoscere che la realtà può eccedere le nostre intenzioni e metterci in questione. L’icona sottrae il soggetto alla centralità assoluta: gli ricorda che non è la misura ultima di ciò che incontra. Perciò la sua azione è anche critica. Essa smaschera l’illusione di una conoscenza neutrale e mostra che ogni autentica visione comporta una responsabilità. Chi accetta questa esperienza non rimane identico a prima. Lo sguardo viene educato a non consumare ciò che vede, a non ridurre l’altro a un’immagine già nota, a tollerare l’ambiguità e l’attesa. La trasformazione riguarda quindi non solo il modo di osservare un’opera, ma il modo di abitare il mondo. Imparare a vedere iconicamente significa lasciare che le cose, i volti e gli eventi conservino una profondità che non dipende da noi. 

 L’invisibile a cui l’icona rimanda non è semplicemente qualcosa che, per accidente, non è ancora stato visto. Non è un oggetto nascosto che un giorno potrebbe diventare completamente disponibile. È piuttosto ciò che, per la sua stessa natura, eccede ogni tentativo di piena rappresentazione. L’invisibile non annulla il visibile, ma lo attraversa e gli conferisce profondità. Nell’icona, la materia non viene negata: diventa il luogo in cui una presenza si annuncia senza lasciarsi circoscrivere. Questa relazione evita due estremi. Da un lato, impedisce di assolutizzare l’immagine, come se essa contenesse ciò che rappresenta; dall’altro, impedisce di svalutare la realtà sensibile, come se il visibile fosse un semplice ostacolo. L’icona testimonia invece che il sensibile può essere trasparente a un significato ulteriore. La sua verità non sta nella somiglianza fotografica, ma nella capacità di rendere percepibile una trascendenza che rimane irriducibile. Il paradosso dell’icona consiste proprio in questo: mostra ciò che non può essere mostrato pienamente. Non risolve il mistero, ma gli dà ospitalità. La sua presenza visibile non sostituisce l’invisibile; ne custodisce la distanza. Perciò l’icona non colma il desiderio dello sguardo una volta per tutte, ma lo purifica, liberandolo dalla pretesa di possedere ciò che cerca. 

 La dinamica dell’icona assume un valore etico quando viene applicata all’incontro con l’altro. Anche una persona può essere percepita idolatricamente, se viene ridotta alla sua apparenza, alla sua funzione o all’immagine che ce ne siamo costruiti. In tal caso, lo sguardo conferma soltanto i propri schemi. Uno sguardo iconico, invece, riconosce che il volto dell’altro manifesta una profondità che nessuna definizione può esaurire. Accogliere l’invisibile significa allora rispettare ciò che nell’altro rimane indisponibile: la sua interiorità, la sua libertà, la sua storia e la sua possibilità di cambiare. Non si tratta di rinunciare alla comprensione, ma di sottrarla alla logica del dominio. La conoscenza autentica non elimina il mistero della persona; lo protegge. Per questo l’apertura suscitata dall’icona si traduce in ascolto, attenzione e responsabilità. In un tempo in cui individui ed eventi vengono spesso trasformati in profili, dati o immagini da consumare rapidamente, l’icona propone una disciplina dello sguardo. Essa invita a rallentare, a sospendere il giudizio e a fare spazio a ciò che non coincide con le nostre attese. Questa disposizione non è passività: è una forma esigente di vigilanza, perché richiede di rinunciare alla sicurezza delle rappresentazioni immediate per entrare in una relazione più vera. 

 La differenza tra idolo e icona rivela dunque due possibilità fondamentali dello sguardo. L’idolo arresta la visione e la riconduce alla misura del soggetto; l’icona la apre a un’eccedenza che non può essere posseduta. Il primo offre una presenza chiusa e rassicurante, la seconda rende ogni presenza una soglia. Per questo l’icona non aggiunge semplicemente un contenuto al nostro vedere: ne trasforma la struttura. Davanti all’icona, vedere non significa dominare, ma ricevere; non significa esaurire, ma riconoscere; non significa appropriarsi, ma lasciarsi interpellare. L’invisibile non si oppone al visibile: vi si annuncia come ciò che lo rende inesauribile. Educato da questa esperienza, lo sguardo diventa capace di contemplare senza trattenere e di incontrare senza ridurre. L’icona indica così una forma di conoscenza fondata sull’umiltà. Essa ricorda che la realtà più vera non sempre coincide con ciò che si impone immediatamente agli occhi e che, talvolta, si vede davvero soltanto quando si accetta di non possedere interamente ciò che si guarda. 

Fonte: Regiron

mercoledì 30 settembre 2026

IL VOLTO ALTRUI

 

 


 'Il senso 

della missione 

è nel volto altrui'



-di Luciaa Vantini

La teologa Lucia Vantini firma l’editoriale di “Popoli e Missione”, sviluppando una riflessione a partire dalle Scritture. “Quando Pietro varca la soglia di casa di Cornelio, Dio è già lì. Il Vangelo non è un patrimonio da traghettare da una riva all’altra del mondo. È qualcosa che precede, che abita luoghi che non abbiamo ancora attraversato, che attende in volti che non abbiamo ancora guardato”. 

Partiamo da una domanda che può dare un po’ di vertigini: e se la verità di ciò che siamo – e di ciò che facciamo – non ci appartenesse davvero? La domanda va dritta al cuore umano ma anche al cuore della realtà, e rivela che ci sono parti di noi destinate al mondo fuori. Una donna sa di ricevere il suo essere madre – nel nome e nei gesti – da coloro che ha messo al mondo. Ciò vale anche per la fede. Il Vangelo di Matteo ce lo ricorda in modo deciso: la verità del legame con Cristo appartiene al più piccolo dei miei fratelli e alla più piccola delle mie sorelle e passa per ciò che faccio, o non faccio loro. La misura di quanto una vita fiorisca in Dio, dunque, non viene dall’autocoscienza religiosa ma dall’incontro generoso con chi ha fame, ha sete, viene da lontano, non ha nulla, si trova in carcere. Il sacro che abita il mondo si scopre solo così. 

Gesù chiede: “Chi dite che io sia?”. Anche Gesù conosce questa legge: non si presenta a partire da sé, dai suoi sogni o dalle proprie intenzioni. Chiede ad altre e ad altri di comprendere e di esprimere la sua storia, la sua umanità divina, il suo venire dal Padre nello Spirito. Non si tratta di incertezza nella missione, né di orgoglio che domanda riconoscimento. 

È la logica stessa dell’incarnazione. È lo stile stesso della Scrittura, che si esprime come memoria delle comunità che lo hanno incontrato. 

È anche ciò che è accaduto nella storia, se rileggiamo con attenzione lo straordinario incontro tra Gesù e la donna siro-fenicia: Gesù riceve l’universalità della propria missione da una donna straniera e pagana. L’evangelista Marco colloca la scena tra due moltiplicazioni dei pani, quella per Israele e quella in terra pagana. Senza di lei, il pane disceso dal cielo sarebbe rimasto al di qua del confine. 

La tentazione del bene. Se la verità della missione sta nel volto altrui, non può trattarsi di un’azione lineare che passa da una vita all’altra, come se la prima potesse portare fede alla seconda. Questa è la tentazione del bene, la più insidiosa, perché si maschera da generosità mentre conserva intatta la struttura del potere. Io so, tu hai bisogno. Io do, tu ricevi. 

 

La missione relazionale e vincolata al volto altrui dice l’opposto: io non so ancora chi sono finché non ti incontro. 

La relazione non è il luogo in cui si eroga un servizio: è il luogo in cui si forma il senso e si apre una strada nuova. Ci sono tanti modi di cancellare il volto dell’altra vita. Accade quando non gli lasciamo raccontare la storia, quando non ci interessa cosa hanno visto i suoi occhi, quando con il nostro giudizio occupiamo la strada che lo Spirito ha spalancato davanti ai suoi piedi. Lo Spirito arriva prima – e con più grazia – di noi. 

La missione è un viaggio… Negli Atti degli Apostoli c’è un episodio che sovverte ogni arroganza missionaria: Pietro e Cornelio. Lo Spirito lavora su entrambi: è la sorgente segreta di questo incontro. Quando Pietro varca la soglia di casa di Cornelio, Dio è già lì. Il Vangelo non è un patrimonio da traghettare da una riva all’altra del mondo. È qualcosa che precede, che abita luoghi che non abbiamo ancora attraversato, che attende in volti che non abbiamo ancora guardato. 

Ogni cultura ha custodito una parte di ciò che noi abbiamo lasciato cadere: 

il tempo come dono e non come misura, la terra come dimora e non come risorsa, la pace come legame e non come assenza di guerra. Non si tratta di complementarità edificante: si tratta di frammenti di Vangelo che qualcun altro ha tenuto vivi mentre noi gravitavamo altrove. Pietro non converte Cornelio: è l’incontro con Cornelio a convertire Pietro. All’uomo che si sentiva missionario viene restituita una fede diversa, più libera. 

Pietro torna a Gerusalemme diverso, ma è così che deve andare: la missione è un viaggio che cambia chi credeva di guidarlo.

La Difesa del Popolo 

CLASSI SENZA CONFINE

 


Quale scuola 

per una 


società plurale




-di MILENA SANTERINI

L’obiettivo di integrare maggiormente nella scuola alunni e studenti con background migratorio è certamente condivisibile. Ma non è facile convincersi che le politiche scolastiche attuali, compreso l’ultimo decreto-legge sul tetto del 30% degli stranieri nelle classi, realizzino effettivamente questo progetto. Al di là delle dichiarazioni ufficiali sulla necessità di far apprendere l’italiano a studenti e famiglie immigrate, compito fondamentale dell’istruzione, l’orientamento attuale sembra lentamente erodere il patrimonio di universalismo (tutti a scuola) e insieme di rispetto delle diversità culturali, sociali, etniche, di genere (scuola interculturale), che è stato costruito faticosamente negli ultimi decenni.

Un’equa distribuzione indubbiamente evita la concentrazione degli alunni di origine immigrata nelle stesse classi.

Tuttavia, ci si è chiesti perché non vigilare e far rispettare nelle scuole le disposizioni che già dal 2010 chiedono di distribuirli nelle classi e nei plessi, cosa possibile nella grande maggioranza degli istituti. E in quelli dove per motivi urbanistici vi è un alto numero di alunni neo-arrivati (Nai), perché non agire per evitare il white flight (la fuga delle famiglie italiane) con progetti di potenziamento dell’offerta formativa (dalle lingue allo sport) che rendano attraente la scuola. Ci si domanda poi perché ricorrere a un decreto che probabilmente riguarderà, secondo le proiezioni di Costanzo Ranci – tolti i nati qui e chi ha già frequentato anni di scuola – una stretta minoranza di alunni in tutta Italia. 

Se si vuole più conoscenza dell’italiano perché non aumentare le risorse a disposizione degli insegnanti?

Molti hanno osservato che le carenze linguistiche possono essere recuperate attraverso il potenziamento dell’insegnamento dell’Italiano L2, anziché la redistribuzione degli alunni. Ma le risorse messe a disposizione dal decreto, come osserva Tuttoscuola, sono largamente insufficienti.

Anche rispetto all’opportunità che i genitori imparino l’italiano, la strada maestra non è certo l’obbligo ma semmai il potenziamento dei Cpia (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) e soprattutto il sostegno alla rete del volontariato, delle comunità, del Terzo settore, delle parrocchie, che si caricano del peso di un servizio che lo Stato non svolge sufficientemente. 

E, infine, se veramente si vuole integrare bambini e ragazzi che si sentono e sono italiani, il vero potente strumento di inclusione e coesione sociale sarebbe concedere loro la cittadinanza.

Quindi, mentre si proclama la necessità di integrare, si manda un messaggio che in realtà va in altra direzione. Temere che i bambini italiani “si sentano nell’angolo” e diventino “minoranza” a scuola evoca l’invasione da parte degli “altri” minacciosi, in realtà sempre bambini. Ma così la classe non viene considerata come una comunità di minori tutti diversi perché maschi e femmine, di diversa classe sociale o origine etnica e di differenti personalità, ma come un luogo di incontro/scontro tra appartenenti a nazioni diverse. Perché arruolare nel nazionalismo bambini e ragazzi creando un conflitto di appartenenza?

 Perché richiamare la gerarchia tra i gruppi (“prima gli italiani”) invece di insegnare l’uguaglianza dei diritti di tutti gli esseri umani? Il termine “assimilazione”, utilizzato nei dibattiti di questi giorni, suona in modo equivoco. I valori della Costituzione non soltanto si insegnano ma si vivono realmente nella scuola. 

L’uguaglianza deve essere praticata senza che gli alunni venuti da lontano si sentano di serie B, tollerati e guardati con sospetto, smistati per rispondere alle paure delle famiglie. Paure alimentate sempre dalla politica per avere un bersaglio su cui far scaricare la frustrazione della gente. Il curricolo ufficiale dice “integrazione”, quello nascosto comunica divisione tra gruppi e sovranismo.

Nelle ultime Indicazioni nazionali del 2025 il tema dell’inclusione degli alunni stranieri non compare. L’educazione interculturale, di cui già parlavano le Circolari dell’allora Ministro Mattarella, sarebbe la risposta ad una scuola delle diversità, dove ciascuno è differente dall’altro per mille motivi (e non solo la lingua), ma è divenuta un tabù, mai nominata in nessun documento. Senza educare al confronto si isolano le identità culturali contrapponendole (“Occidente” contro il resto del mondo) mentre nel mondo attuale siano tutti interconnessi e interdipendenti. 

Le identità, come nota Mauro Ceruti, non sono “contro l’alterità” ma sempre in relazione reciproca. Quindi non abbiamo bisogno di una scuola identitaria, ma che insegni a vivere nel pluralismo, specie in tempi di guerra. Rendere estranei e considerare gli immigrati persone da cui difendersi mortifica Ahmed, che si sente italiano, Irina, che si è rifugiata nel nostro Paese, Andrei, che vorrebbe essere figlio di due popoli, Camila, che sogna di avere tanti amici.

Ma soprattutto è una minaccia a quella grande ricchezza che è l’unità e la coesione di una società.

www.avvenire.it

SALE E LIEVITO

 


Papa Leone

 e l'Occidente 

in cerca

 di un'identità sociale

 




-di Vito Mancuso 

La Stampa 

«Pecore senza pastore»: così Gesù ai suoi tempi definiva le folle, e così oggi ci ritroviamo a essere noi, europei, occidentali, in questo tempo confuso e impaurito della post modernità, da qualcuno già ridefinito della post umanità. La cosiddetta "morte di Dio" proclamata da Nietzsche e poi posta a fondamento della gran parte delle espressioni del pensiero novecentesco (politica, psicanalisi, arte, economia…) ha rappresentato la morte del pastore, ovvero di quella realtà capace di aggregare le libertà e i sentimenti degli esseri umani rendendoli concretamente soci gli uni degli altri, e quindi tali da formare veramente una società (l'originale latino societas non a caso viene da socius). Oggi, senza più pastore, privi di una realtà universalmente riconosciuta come più importante di noi e quindi tale da renderci soci aggregandoci tra noi (il verbo aggregare viene da gregge), ci ritroviamo dis-gregati, senza gregge, non più soci tra noi ma dis-sociati, stranieri morali gli uni degli altri. 

Il bisogno di aggregazione però è costitutivo dell'essere umano, siamo "animali politici", ci definiva giustamente Aristotele, quindi la mancanza di aggregazione genera malessere, senso di vuoto, ansia. 

È per questo che quando ci possiamo di nuovo aggregare nel nome di valori e di ideali più importanti degli interessi immediati, ritroviamo una dimensione decisiva della nostra natura e un senso di autentica gioia pervade l'esistenza. È quanto è avvenuto durante la gioiosa visita di Papa Leone in Francia. 

Certo sarebbe improprio considerare gli ottantamila giovani dello Stade de France l'espressione di tutti i milioni di giovani francesi, così come le folle degli Champs-Élysées l'espressione della totalità della popolazione francese. Però sarebbe altrettanto improprio non cogliere in questa inaspettata attenzione verso il Papa della Chiesa cattolica un segno dei tempi. Quale? Il bisogno di un'identità sociale. Il principio di laicità, che proprio in Francia ha avuto la sua massima celebrazione a partire dalla rivoluzione del 1789, ha dato a ogni cittadino la possibilità di costruirsi un'identità personale, rappresentando la grande liberazione dalle ingerenze dello Stato e soprattutto della Chiesa nella vita degli individui. La vittoria della laicità ha comportato la cessazione di quella forzata tutela che imponeva a ognuno cosa credere e cosa no, cosa fare e cosa no, chi amare e chi no, impedendo all'individuo tutto ciò che risultava difforme rispetto al canone stabilito. La laicità è stata la grande liberazione degli individui e l'affermarsi della loro identità personale. 

 Oggi però da più parti si avverte il bisogno di ritrovare un'identità anche sociale. La libertà infatti non si dice solo come liberazione, perché, una volta liberato dai legacci che lo imprigionano, l'essere umano sente il bisogno di avere legami che compiano il suo bisogno costitutivo di relazionalità. Siamo alla ricerca, in questo tempo confuso e colmo di incertezze, di un nuovo pastore, ovvero di un'idea madre che torni a farci sentire di nuovo aggregati tra noi. Io penso che qui si giochi il futuro dell'identità europea. Penso che il futuro dell'Occidente si determinerà nella partita tra falsi pastori e veri pastori: tra coloro che approfittano di questo bisogno di aggregazione per le loro mire di potere e trasformano l'identità sociale ritrovata in forza ostile verso le altre identità, e i veri pastori capaci di porre l'identità sociale ritrovata al servizio della più ampia aggregazione dell'umanità. I veri pastori sono coloro che pongono l'identità sociale al servizio di un'aggregazione più alta, superiore, facendo così finalmente approdare l'umanità a quella "fraternité" sognata e celebrata dai rivoluzionari del 1789. 

Non si tratta quindi di tornare a essere gregge come un tempo, perché noi non siamo pecore, e se ci siamo disgregati dalle precedenti aggregazioni è stato perché avevamo bisogno di libertà. Nessun ritorno al passato, nessun tradizionalismo, nessuna restaurazione saranno mai possibili se gli esseri umani non vorranno tradire la propria storia e se stessi. Si tratta piuttosto di ritrovare un'aggregazione più autentica, più matura e più responsabilizzante rispetto a quella del passato, che vinca l'isolamento dell'individualismo in cui siamo precipitati e ci restituisca il senso dell'autentica comunità. 

Con il suo volto mite e fraterno che lo rende così diverso da un minaccioso leone, a dispetto del nome che si è scelto; con quel suo gentile modo di essere che lo fa assomigliare piuttosto a un inedito "leone erbivoro", questo Papa, in questo mondo sempre più in mano a spietati leader carnivori, sembra proprio rappresentare l'espressione di quella "forza debole" che sa parlare gentilmente alle nostre coscienze, facendoci ritrovare il desiderio della vita comune senza perdere la vita libera. 

Se la Chiesa cattolica nelle sue diverse espressioni, a partire soprattutto dalle parrocchie, si saprà porre al servizio di questa esigenza di comunità e di identità sociale (senza approfittarne per riprendere le antiche posizioni di potere, ma con vero spirito di servizio), forse potrà tornare a essere quel "sale della terra" e quel "lievito della pasta" di cui al suo riguardo parlava Gesù.

Vatican News

Immagine

 

 

CLICKBAIT

 

 Comunicare con “sguardo nuovo” 

e attenzione 

nell’era del "clickbait"


Nel tema scelto per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2027, che in Italia si celebra il 9 maggio, solennità dell’Ascensione, Leone XIV sottolinea che “comunicare non è catturare l’attenzione” con un titolo a sensazione, un “acchiappaclic”, ma guardare e protendersi verso l’altro e il vero, senza superficialità o pregiudizio.

Alessandro Di Bussolo - Città del Vaticano

Comunicare non è catturare l'attenzione, e neanche venderla, come accade nel web e nei social con i "clickbait", gli “acchiappaclic”, contenuti dal titolo accattivante per attirare gli utenti, ma “prestare attenzione” all’altro e al vero, con uno “sguardo nuovo”, che sceglie di incontrare anziché giudicare. Così un comunicato del Dicastero per la Comunicazione diffuso oggi, 29 settembre, festa dell’arcangelo Gabriele, spiega il tema scelto dal Papa per la 61.ma Giornata Mondiale della Comunicazioni sociali, che in molti Paesi, tra cui l’Italia, si celebra il 9 maggio 2027, solennità dell’Ascensione. “Uno sguardo nuovo: prestare attenzione nell’era del clickbait” è un tema con il quale Leone XIV invita “a riscoprire un’igiene dell’attenzione”, si legge nel comunicato, come fa al numero 146 dell’Enciclica Magnifica Humanitas.

Se il flusso incessante delle news sostituisce la riflessione

Nel suo documento, il Pontefice chiede agli educatori di promuovere “ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato” perché “senza questi elementi la libertà interiore può risultare compromessa”. Questo accade quando “il flusso incessante di informazioni sostituisce l’esercizio della ricerca, della riflessione e del discernimento”. Si moltiplicano “conoscenze frammentarie, ma diventa più difficile cogliere la realtà nel suo insieme”.

La lotta per pochi istanti di interesse, nel flusso di contenuti

E’ l’effetto distorto dell’”economia dell’attenzione”, spiega il comunicato, che “con la sua lotta per pochi istanti di interesse nel flusso rapido e interminabile di contenuti, sta trasformando non solo le nostre capacità cognitive ma anche la profondità della nostra comunicazione interpersonale”. Per questo Papa Leone ci chiama “a una conversione dello sguardo, a guardare di nuovo, con attenzione e con amore”, per riuscire a vedere “il mondo, gli altri e anche noi stessi come ci vede Cristo: chiamati per nome e amati”. Infatti “la nostra comunicazione cambia quando il nostro sguardo sceglie di incontrare l'altro anziché giudicarlo”.

Cultura digitale, falsa attenzione e relazioni superficiali

La cultura digitale, denuncia ancora il Dicastero per la Comunicazione, alimenta “la mancanza di una vera attenzione” che “ci ha abituati a una routine di reazioni immediate, a una superficialità delle relazioni, a una facilità nell'etichettare e rifiutare gli altri”. L'attenzione è invece “una preziosa forma di generosità”: viene da ad-tendere, “protendersi verso l'altro e verso il vero”. Quindi comunicare è custodire l’attenzione “come una risorsa preziosa di relazione”. La comunicazione, conclude il testo, “non è fatta soltanto di parole: coinvolge la persona intera e ci chiede di tornare a guardare, ascoltare e sentire, per poter rispondere alla chiamata che Cristo ci rivolge”.

Leone XIV contro l’“inquinamento cognitivo” del clickbait

Del “clickbait” e dell’”inquinamento cognitivo” che corrompe la comunicazione,  Leone XIV ha parlato già il 9 ottobre 2025, incontrando in Vaticano i partecipanti alla 39ª Conferenza di MINDS International, la rete mondiale delle agenzie di stampa. Che sono chiamate, aveva detto, “ad agire nell’attuale contesto comunicativo secondo principi – purtroppo non sempre condivisi – che coniugano la sostenibilità economica dell’impresa con la tutela del diritto ad una informazione corretta e plurale”. Occorre, aggiunse, “liberare la comunicazione dall’inquinamento cognitivo che la corrompe, dalla concorrenza sleale, dal degrado del cosiddetto click bait”.

Vigilare sugli algoritmi: chi li governa?

“Non siamo destinati a vivere in un mondo dove la verità non è più distinguibile dalla finzione”, proseguì il Papa, sottolineando che “gli algoritmi generano contenuti e dati in una dimensione e con una velocità che non si era mai vista prima. Ma chi li governa? L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo con cui ci informiamo e comunichiamo, ma chi la guida e a quali fini?”. “Dobbiamo vigilare”, è stato il suo monito, “perché la tecnologia non si sostituisca all’uomo, e perché l’informazione e gli algoritmi che oggi la governano non siano nelle mani di pochi”.

Vatican News

Immagine