domenica 11 ottobre 2026

STUPORE

Stupore-1 


Lo stupore è la consapevolezza del presente, 

esserci davvero in ogni cosa che ci è dato di vivere. 

È, semplicemente, vivere giorno per giorno a occhi aperti.

| di  Simone Olianti

Stupirsi è guardare il mondo e tutto ciò che ci circonda con occhi nuovi, riconoscendo l’essenza delle cose e riscoprendo la dignità di ogni gesto quotidiano. Le piccole abitudini di ogni giorno, la routine della vita, dalle cose più ovvie agli imprevisti inaspettati, assumono un sapore e un colore diverso. Senza stupore gli accadimenti quotidiani sarebbero piatti, sterili, noiosi. «Ci sono soltanto due modi di vivere – amava ripetere Albert Einstein –, uno è pensare che nulla sia un miracolo, l’altro è pensare che tutto sia un miracolo».

Stupirsi, come esercizio degli occhi e del cuore, per intuire le tracce dell’invisibile nella trama quotidiana della nostra vita e per imparare a scorgere il meraviglioso nell’ovvio, nel consueto, in ciò che ci è familiare e a cui non facciamo più caso. A partire dalle persone che abbiamo accanto e che diciamo di amare e che troppo spesso non vediamo più; le diamo per scontate. Così come diamo per scontato di avere la salute, finché qualcosa non si guasta e ci getta nello scompiglio. Chi si stupisce, al risveglio, di essere vivo? Chi esprime gratitudine perché il cervello e il fegato hanno fatto un lavoro fantastico durante il sonno, i polmoni hanno continuato a pompare ossigeno con regolare frequenza e il cuore non ha mai cessato il suo lavoro prezioso? È ovvio, ci diciamo; tutto questo è normale. Ecco, stupirsi è portare attenzione a ogni gesto in modo che ogni azione diventi imperitura, ogni parola necessaria, ogni sguardo come una carezza di Dio sulla pelle. 

Quanta vita ci perdiamo senza attenzione? La trama quotidiana della nostra esistenza è scandita da procedure sempre uguali: ci svegliamo e ci alziamo, talvolta con fatica, ci laviamo e facciamo colazione. Qualcuno prega e poi si mette in macchina o prende il tram per andare al lavoro. Poi ci dedichiamo ai nostri doveri professionali fino a sera. Quando andavamo a scuola, stavamo lì aspettando con ansia il suono della campanella. È tutto qui? Se tutte queste attività restano puramente esteriori, come se non fossimo davvero noi a viverle, avrebbe ragione Schopenhauer quando scriveva che la vita è un pendolo che oscilla tra la noia e il dolore con qualche breve parentesi di piaceri, peraltro fugaci. Ma se ogni istante donato è condito di attenzione e di stupore «all’improvviso il vuoto diventa pieno, il banale sacro e la routine viene aperta alle sorprese in cui irrompe nella mia quotidianità l’amore divino» (A. Grun, Stupore, Queriniana 2020).

La quotidianità diventa così un campo importante di esercizio spirituale. Lo stupore ci mette in contatto con la nostra natura più autentica, ci permette di sfiorare e gustare il senso profondo delle cose nella sua essenza. Lo stupore ci risveglia all’ebbrezza di sentirci vivi. Se vissuto in compagnia dell’attenzione, diventiamo totalmente presenti a quello che facciamo e ogni attività, ogni faticosa incombenza, le inevitabili scocciature che tinteggiano la trama convulsa della nostra vita si colorano di una luce sfolgorante: ci siamo. Qui e ora, mai altrove, non in un altro momento. Non è casuale che la filosofia occidentale nasca dalla consapevolezza della meraviglia: «Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa dalla meraviglia» (Aristotele, Metafisica, a cura di G.Reale, Bompiani, Milano 2004, A, 2, 982b). La filosofia nasce dallo stupore, misto a curiosità, di fronte a qualcosa di inspiegabile, che ci affascina e ci sovrasta. Lo stupore cambia lo sguardo su quello che ci circonda e ci apre al mistero della vita, ci consente di intuire ciò che è inafferrabile e di incominciare ogni giorno qualcosa di nuovo.

«Chi non si meraviglia di niente, non farà mai nulla di meraviglioso» (Lao Tse). Meravigliarsi è non dare nulla per scontato, neanche il fatto di respirare. Respirare è un miracolo: ne siamo più consapevoli da quando c’è stata la pandemia e molte persone hanno avuto problemi di respirazione. La vita non è sempre uguale a se stessa: siamo noi che non sappiamo riconoscere le sfumature, le differenze, la varietà che la rende ricca e gustosa. La meraviglia è stare semplicemente con la vita in questo preciso momento. Risvegliarsi è accorgersi che, per quanto talvolta faticosa o disperata, la nostra vita è meravigliosa. È perfetta così com’è. Non c’è da far altro che vivere semplicemente quello che accade: rimpiangere il passato o anticipare il futuro con la sfera di cristallo è solo uno spreco di istanti preziosi. I bambini lo sanno, i bambini lo vivono: si offrono alla vita senza pregiudizi né aspettative, completamente assorbiti in quello che stanno facendo. Chissà cosa intendeva veramente Gesù quando, alla domanda dei discepoli su chi fosse il più grande nel regno dei cieli, chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,3-4).

Per non sprecare la vita in rimpianti e lamentele bisogna esercitare la meraviglia. In fondo che cos’è lo stupore se non la consapevolezza del presente, esserci davvero in ogni cosa che ci è dato di vivere? Semplicemente vivere. Che avesse ragione il grande poeta e mistico sufi, Gialal al-Din Rumi, quando diceva che vale la pena vendere tutti i beni per comprare stupore e meraviglia?

Messaggero di Sant'Antonio

 

LA NORMALIZZAZIONE DELL’INACCETTABILE


 CONVIVERE 

CON 

IL MALE


Il vero pericolo di quest’epoca non è soltanto il male che produce, ma la disinvoltura con cui abbiamo imparato a conviverci.

La progressiva, silenziosa abolizione dello scandalo.

Abbiamo normalizzato l’arroganza, scambiandola per carattere. La prepotenza, chiamandola determinazione. La volgarità, spacciandola per sincerità. L’ignoranza, celebrandola come spontaneità. La tracotanza, confondendola con l’autorevolezza. Il turpiloquio, elevandolo a linguaggio comune.

Abbiamo normalizzato l’insulto come opinione, la menzogna come strategia, la propaganda come verità, la sopraffazione come successo. Il grido ha sostituito il ragionamento, lo slogan il pensiero, l’apparenza la sostanza, la notorietà il merito.

Abbiamo smesso di distinguere ciò che è lecito da ciò che è giusto, ciò che è popolare da ciò che è degno, ciò che è possibile da ciò che è umano. E intanto abbiamo svilito il pudore, deriso la gentilezza, mortificato la competenza, ridicolizzato la misura.

Abbiamo trasformato il rispetto in debolezza, l’educazione in ingenuità, la sensibilità in fragilità. Perfino la crudeltà è diventata intrattenimento. La sofferenza uno spettacolo.

La guerra una sequenza di immagini da scorrere con un dito, prima di passare a una pubblicità. Ma la normalizzazione non rende normale ciò che è aberrante. Lo rende soltanto familiare. È questa la più insidiosa delle sconfitte: non l’improvvisa scomparsa dei valori, ma la lenta anestesia della coscienza.

L’abitudine che corrode il giudizio. L’indifferenza che prende il posto dell’indignazione.

Una civiltà non decade soltanto quando smarrisce la bellezza, l’etica, il gusto, la cultura. Decade quando smette di sentirne la mancanza. Perché il contrario della barbarie non è il progresso tecnologico. È la coscienza.

E forse la domanda più terribile che dovremmo porci non è come siamo arrivati fin qui. È quanto ancora siamo disposti ad accettare, prima di non essere più capaci di riconoscere ciò che siamo diventati.       

 Lo stupido è chi lo stupido fa.

F.Gump



sabato 10 ottobre 2026

INVITO A NOZZE

 


Non roviniamo

 la festa del Signore


Riflessione di don Massimo Naro

sulla liturgia della Parola 

nella XXVIII domenica 

del tempo ordinario (anno A)

Is 25,6-10a; Sal 22/23; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

Nell’odierna pagina evangelica Gesù continua a rivolgersi ai capi dei sacerdoti e ai farisei, che erano a quell’epoca le persone maggiormente in vista a Gerusalemme. A quei notabili racconta un’altra parabola. E questa, ancora una volta, suona severa nei confronti di quegli uditori. Perché, raccontandogliela, il Maestro di Nazareth smaschera il loro fraintendimento riguardo alla vera natura del Regno di Dio.

Il quale si può immaginare come una festa, preparata con molto sforzo e con generoso sfarzo. Il re che governa quel Regno è, difatti, un padre, a cui sta a cuore – come a tutti i veri padri – la felicità del figlio, mirando a rendere il più gioioso possibile il giorno delle sue nozze. Nella festa del figlio, com’è normale consuetudine, vuole coinvolgere coloro che egli considera suoi amici, invitandoli alle nozze. Si tratta probabilmente dei dignitari della sua corte, dei suoi ministri, dei suoi più stretti collaboratori, dei suoi vassalli, oltre che dei parenti degli sposi. Tutti costoro, però, rifiutano a più riprese l’invito. Costringono il re a implorare la loro partecipazione, se non altro per non sprecare quel che era stato preparato per far festa, opponendogli sempre e comunque un rifiuto. Offendono, così, il re. E, per giunta, lo fanno indignare, allorché qualcuno di loro si spinge persino a malmenare e a uccidere i suoi ambasciatori: il re finirà per inviare le sue truppe a punire gli assassini e a distruggere le loro case.

Viene da chiedersi il motivo di tanta accanita pervicacia nel rifiutare un invito da cui quegli invitati ingrati si sarebbero dovuti invece sentire onorati. Cosa e chi stanno rifiutando? Cosa non stanno comprendendo? Cosa e chi non vogliono accettare? Quel loro rifiuto sembra opporsi al figlio del re non meno che al re stesso. Snobbano la festa preparata dal re per le nozze del figlio, mostrando di non considerare quel figlio degno di tanto impegno. E danno l’impressione di reputare l’impegno del padre come qualcosa che esprime una sdolcinata debolezza non consona alla figura di un re. Il re, che in quel frangente aveva desiderato essere semplicemente un padre, è costretto da quel loro rifiuto a velare – con la sua indignata reazione – il suo aspetto paterno e a rivelarsi tramite un intervento dispotico. È come se a condizionarne il comportamento, faraonico oppure paterno, sia la maniera di percepirlo da parte di quei suoi dignitari, sordi al suo invito. La loro incomprensione rifiuta l’indole familiare del Regno. Se il Regno è una famiglia che si raduna per festeggiare, allora essi presumono di poterne fare a meno. Non apprezzano di essere inclusi in quella famiglia come veri e propri familiari del re e del suo erede, del padre e del suo amatissimo figlio. Preferiscono rimanere sudditi, perché in tal modo possono restare sollevati dalle esigenze intrinseche a un vincolo di vera amicizia e di reale parentela. Possono, cioè, continuare a curare il loro tornaconto, svicolando di qua e di là, senza sentirsi obbligati a investire il loro tempo migliore e le loro più belle energie nella festa che quel padre ha organizzato per la felicità di suo figlio. Torna in mente l’atteggiamento scorbutico del figlio maggiore nella parabola lucana del figliol prodigo che viene riabbracciato festosamente dal padre di entrambi.

Quei dignitari, che impediscono al re di esercitare gioiosamente la sua paternità, risultano indegni dell’invito. Ma la festa non può e non deve fallire. Perciò l’invito viene rilanciato verso altri destinatari, buoni o cattivi che di per sé possano essere. Poiché è l’invito che conferisce effettiva dignità, non la presunta dignità a meritare l’invito: «Usciti per le strade, i servitori del re radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».

Il senso complessivo della parabola, sin qui, è determinato dal contesto in cui Gesù la racconta. Egli si presenta come il Figlio del Padre celeste, come l’erede del Regno, ma quei suoi interlocutori non lo accolgono come tale. E non lo accolgono proprio perché pensano che Dio non possa essere Padre, abituati come sono a concepirlo piuttosto nelle vesti di un padrone. Sono quei notabili giudei gli invitati indolenti e neghittosi della parabola, diffidenti e risentiti verso il Rabbi galileo. Essi, non riconoscendo in Gesù il Messia, rischiano di restar fuori dal Regno dei cieli e di escludersi dalla festa di Dio. Nella quale, di conseguenza, verranno coinvolti tanti altri al posto loro.

La festa di Dio, infatti, è aperta a tutti, nessuno escluso. Tuttavia non vi ci si può imbucare, come lascia intendere l’appendice aggiunta alla parabola: «Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». È un epilogo che sembra smentire la paternità del re. Del resto, come si può pretendere che chi viene invitato all’ultimo momento, senza aver il tempo di ben prepararsi, possa presentarsi a una festa col vestito adatto per l’occasione? E poi, perché tanto rigore? Basterebbe metterlo garbatamente alla porta, più che farlo incaprettare dai buttafuori.

Il fatto è che l’invito è anche un appello alla responsabilità. La qual cosa significa che si è abili a dare una risposta solo se si è abilitati a rispondere. Non è un gioco di parole. È l’invito a rendere chi lo riceve abile a rispondere, ossia a renderlo responsabile. E giacché la festa del Regno non è una festa qualunque, ma una festa di nozze, l’invito a parteciparvi è strettamente connesso al rapporto che si deve accettare di avere e di mantenere con colui per il quale la festa è organizzata. Cioè con il Figlio. Per coloro che sono invitati, ormai dopo che i confini del Regno si sono slargati oltre l’antico Israele, indossare la veste nuziale vuol dire avere a che fare col Figlio, impersonato da Cristo Gesù. Gli invitati alla sua festa di nozze sono resi partecipi della sua stessa parentela con il re, Padre suo. Devono pertanto somigliargli.

Riaffiora, a questo punto, il ricordo della veste bianca che, dopo il battesimo, viene consegnata a ogni cristiano con l’auspicio che non smetta di indossarla e la mantenga sempre pulita. Quella veste simboleggia la grazia di essere rivestito di Cristo stesso, come suggerisce Paolo nella sua lettera agli Efesini. E rievoca altresì l’impegno a rivestirsi continuamente di lui, uomo nuovo, lasciandosi alle spalle l’uomo vecchio (Ef 4,24). Come fece, per esempio, Francesco d’Assisi denudandosi davanti a Pietro di Bernardone e lasciandosi ricoprire dal mantello che gli porgeva il vescovo Guido. E come fanno sempre i santi, tutti, anche quelli ancora viventi in mezzo a noi, anche quelli della porta accanto, anche quelli che dobbiamo riconoscere incontrandoci gli uni con gli altri ai crocicchi delle nostre strade.

www.tuttavia.eu 

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venerdì 9 ottobre 2026

LA PAURA E LA VERITA'

 


La paura intimidisce e schiaccia l’essere umano, una pressione da cui il cristiano viene, però, liberato.


-di Rosanna Virgili 

 “I have no fear about neither of Trump administration nor speaking out loudly about the message of the Gospel” ha detto Papa Leone al microfono di Ignazio Ingrao – vaticanista della Rai – nella conferenza stampa in aereo del 13 aprile 2026, durante il volo per Algeri. “Non ho paura né dell’amministrazione Trump né di parlare apertamente del Vangelo”. E ha completato la risposta dicendo: “Non sono un politico. Non ho intenzione di fare un dibattito con lui. Il messaggio è sempre lo stesso: la pace. E lo dico per tutti i leader del mondo. Cerchiamo di finire questa guerra. Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo”. Chiara, semplice, purissima parola. E stupenda. Vorrei farmi voce di tutte le donne e gli uomini per dirgli “grazie”! Grazie perché ci annuncia il Vangelo col coraggio e la parresìa delle discepole e dei discepoli dell’inizio, dei primi costruttori della Chiesa. 

La paura intimidisce e schiaccia l’essere umano, una pressione da cui il cristiano viene, però, liberato. La Scrittura racconta questa evoluzione cominciando con l’adamo dell’Eden - la creatura umana – per finire con Gesù che è “il nuovo adamo”. E questa è la differenza tra i due: il primo è solo, ha tagliato i ponti con Dio e con la donna ed è in preda all’angoscia. Quando il Creatore lo cerca e gli domanda: “Adamo dove sei?” l’uomo risponde: “ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto” (Gen 3,10). Il nuovo adamo, invece, riveste la nudità della sua Incarnazione dello splendore della Resurrezione e quindi è totalmente liberato dalla paura. Un evento che diventa sacramento per tutti i cristiani che non sono più nudi ma “rivestiti di Cristo” (Gal 3,27), armati, cioè, dell’abbraccio del dis-armato. Un tutt’uno con Lui. Un bel problema per le amministrazioni dei prepotenti che fanno fede proprio sulla paura.

Senza la paura, infatti, nessuna minaccia funziona, non c’è comminazione di sanzione che possa condizionare. I cristiani non hanno paura perché non sono soli, come Adamo. Perché hanno un Alleato – il Signore – e vivono dentro un tappeto tessuto d’Amore che è la Chiesa. Non rinunciano all’anima per salvare la vita, non vendono la propria libertà per stare nei lacci dorati ed olezzanti dei potenti.“Che gioverà a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l'anima sua? O che darà l'uomo in cambio dell'anima sua?”. Così è scritto nel Vangelo (Mt 16,26). 

Una condizione davvero evangelica è dunque quella affermata da Papa Leone, sulle ali della fede apostolica che afferma: “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi” (Rm 8,15). Per questo i Vangeli ci raccontano della paura che colpì anche i Dodici, del fatto che sotto la minaccia di morte che, come sul Maestro - il quale rifiutava, peraltro, di “armarsi” per difendersi – pendeva anche sulla loro testa, ne caddero in balìa, scapparono e si nascosero dentro le mura serrate di una casa (cf. Gv 20,26).

Con la grazia del Signore Risorto e col dono del Suo Spirito quella paura fu sciolta, però, nei loro cuori e fu dissolta anche dai loro piedi che iniziarono impavidi ad annunciare la Buona Notizia. Come lo fu per le donne cui un giovane dalle bianche vesti raccomandò: “Non abbiate paura!” che quel Gesù in cui avete creduto “è risorto non è qui” (Mc 16,6). 

Annunciare al mondo la Gioia della Resurrezione è la verità che – come è scritto in Giovanni – “vi farà liberi” (Gv 8,32). Quella con cui Papa Leone unicamente accetta d’essere “criticato”: “La missione della Chiesa è annunciare il Vangelo, predicare la pace. Se qualcuno vuole criticarmi per annunciare il Vangelo, che lo faccia con la verità (…) La Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari, quindi lì non c'è nessun dubbio”. E a chi pretende di sovvertire la verità con l’ignoranza e la menzogna, orchestrando pseudo profezie evangelicali, utilizzando i media che sono al soldo, l’intelligenza artificiale, le complicità corrotte latenti e patenti, e la vigliaccheria dei più, la parola del Papa ha la forza invincibile della mitezza raggiante della verità del Vangelo. Perde tempo chi minaccia adesso i cattolici, confidando nella loro paura, poiché nel loro Battesimo c’è una luce che nessuno può spegnere. 

“Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: «Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue» (Is 1,15). Guardando a Lui, che è stato crocifisso per noi, vediamo i crocifissi dell’umanità. Nelle sue piaghe vediamo le ferite di tante donne e uomini di oggi. Nel suo ultimo grido rivolto al Padre sentiamo il pianto di chi è abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo. E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra. Cristo, Re della pace, grida ancora dalla sua croce: Dio è amore! Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli!” (Papa Leone, omelia della Domenica delle Palme e della Passione del Signore, 29.03.2026).

Vita Pastorale 

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DOMANDE SENZA RISPOSTA

 


Vi sono domande che non troveranno mai una risposta definitiva. 



-di Vito Maucuso

Per quanto esistano da sempre nella storia del pensiero umano, esse, a dispetto di alcuni filosofi che hanno preteso il contrario, non hanno mai trovato né mai troveranno una risposta certa e incontrovertibile tale da generare un sapere assoluto da tutti accettato e condiviso come avviene in ambito scientifico.

Noi non sapremo mai rispondere in modo esente da dubbi alle questioni sulla nostra identità, sull’essenza e il senso del tempo, sull’origine e il fine del desiderio, e su altre questioni decisive dell’esistere.

Ad esempio: cos’è il bene? Cos’è il male? È più forte il bene o il male? Nel mondo esiste la giustizia o esiste solo la legge imposta dal più forte? Esiste l’amore, o esiste solo la libido e qualche sentimento variamente cangiante? C’è una bellezza oggettiva e universale, o è tutto questione di gusti? C’è Dio? C’è una vita dopo la morte? L’anima muore con il corpo, oppure “va in cielo”, oppure trasmigra in altri corpi?

Perché c’è l’essere e non il nulla? Perché c’è questo essere ordinato, e non l’essere allo stato caotico? Qual è l’origine della vita? Qual è il suo senso (direzione e significato)? Che cosa mi spinge a domandare? Cos’è la coscienza? Come spiegare che un pezzo di materia divenga cosciente e consapevole di sé? E come spiegare che diventi anche coscienza morale? Perché il mondo è così bello e produce così tanto dolore?

Nonostante la mancanza di risposte certe porsi interrogativi che non hanno possibilità di risposte definitive serve pur sempre a qualcosa, perché ponendoceli, noi diventiamo esseri pensanti. E diventando esseri pensanti, diventiamo più attenti, più veri, nel senso di più veritieri, più miti, meno duri, meno intransigenti, meno superbi.

Il pensare è sempre capacità di ricerca, vuole conoscere ma parte dal dubbio; anzi, fa del dubitare il suo metodo, secondo quanto viene definito, a partire da Cartesio, «dubbio metodico».

 #VitoMancuso

 

INTEGRAZIONE SCOLASTICA

 

Francesco, la laurea al DAMS 

con una tesi su Beethoven:

ora sogna la musica da film

A 24 anni, il giovane con sindrome di Down ha completato il percorso all’Università di Palermo, con 110 e lode, accompagnato dalla famiglia, dai servizi universitari e dalle relazioni con i colleghi

-di Caterina Ganci

 Francesco ha 24 anni e da qualche giorno vive una felicità speciale. Ha appena raggiunto un traguardo importante: si è laureato in Musicologia, con 110 e lode, al termine del corso triennale in Discipline della musica, dell’arte e dello spettacolo (DAMS) all’Università di Palermo, con una tesi su “Il timpano nelle Sinfonie di Beethoven”. Francesco ha la sindrome di Down. Ma questa è solo una delle caratteristiche della sua storia, non ciò che la definisce. A raccontarla sono soprattutto la sua passione per la musica, il percorso universitario costruito nel tempo, le relazioni che ha saputo coltivare e la rete di persone e servizi che gli ha permesso di vivere l’esperienza universitaria insieme agli altri. Adesso, però, c’è un’altra cosa a cui pensa con entusiasmo: la festa. Una lunga lista di amici e parenti, persone che hanno accompagnato il suo percorso e che Francesco tiene ad avere accanto per celebrare questo momento.

Dietro quella festa, però, non c’è soltanto una laurea. C’è una storia fatta di passione, impegno, relazioni e opportunità. E c’è anche un tema più grande: quello di un’inclusione che diventa concreta quando intorno a una persona esiste una rete capace di sostenerla. «È stato un percorso positivo, reso possibile anche grazie al supporto dei servizi universitari», racconta il papà, Vincenzo Militello.

La musica, per Francesco, non è arrivata per caso. È una passione che affonda le radici già negli anni della scuola media e che lo ha accompagnato fino al liceo musicale. Poi la scelta dell’università, il DAMS, dove ha costruito passo dopo passo il suo percorso accademico. Ma la strada verso la laurea non è stata fatta soltanto di libri, esami e studio. È stata anche una questione di servizi e di organizzazione, di persone capaci di ascoltare e di adattare il percorso alle esigenze individuali.
«È stata fondamentale la positività del percorso, resa possibile anche dai servizi messi a disposizione dall’università – spiega il padre – i servizi di assistenza, il tutoraggio didattico, il trasporto dedicato: sono strumenti importanti».

Un sistema che ha funzionato, pur con alcuni aspetti che, secondo la famiglia, possono essere ulteriormente migliorati. Il punto, infatti, non è soltanto garantire un servizio. È fare in modo che quel servizio permetta davvero alla persona di vivere la propria esperienza insieme agli altri. Ed è proprio questa la parte più significativa della storia di Francesco. Non un percorso separato, ma un percorso insieme.

Francesco ha frequentato l’università, ha studiato con gli altri ragazzi, ha avuto colleghe e colleghi con cui scambiare appunti e informazioni. Ha costruito relazioni. Ha potuto vivere la dimensione universitaria senza che le sue esigenze diventassero un ostacolo alla partecipazione. «È sempre riuscito a fare un percorso integrato insieme agli altri. Ed è questa la vera sfida», racconta il padre.

L’integrazione, in questo senso, non è una parola astratta. È la possibilità di essere presenti, partecipare, imparare, confrontarsi e costruire relazioni. È poter chiedere un appunto a un collega, condividere un’informazione, arrivare a un esame attraverso tempi e modalità compatibili con le proprie caratteristiche. Per Francesco fondamentale è stato poter contare sulla famiglia e su alcune persone amiche, su quello che il padre definisce un «cerchio sensibile». Una rete affettiva che ha accompagnato il suo impegno, senza sostituirsi ad esso. «È un ragazzo che si appassiona molto». E la sua passione emerge anche dalla conoscenza del mondo musicale, che spazia dalla musica classica al jazz. Un patrimonio di conoscenze costruito nel tempo, seguendo un interesse che ha trovato nell’università uno spazio per crescere.

La sua storia racconta così una cosa essenziale: non esiste un unico modo di costruire un percorso di vita. «Ogni percorso è individuale – sottolinea il padre -. È stato importante fare un passo alla volta e seguire le inclinazioni che Francesco manifestava. Significa osservare la persona, conoscerne le caratteristiche, ascoltare ciò che emerge nel tempo. Significa non imporre necessariamente una strada già tracciata, ma creare le condizioni perché ciascuno possa trovare la propria».

In questo senso, i servizi pubblici hanno un ruolo decisivo. La famiglia è fondamentale, ma non può essere lasciata sola. L’inclusione non può dipendere esclusivamente dalla disponibilità economica, dal tempo o dalle possibilità della singola famiglia. Ha bisogno di servizi accessibili, competenti e continuativi. «I ragazzi come Francesco hanno bisogno di essere sostenuti», dice il padre. Sostenuti, però, non significa sostituiti. Significa avere accanto una rete che permetta di sviluppare autonomia, competenze e relazioni. È una differenza importante, perché l’obiettivo dell’integrazione non è fare le cose al posto di una persona, ma metterla nella condizione di poterle fare.

La laurea, dunque, non è un punto di arrivo definitivo. È una tappa. Adesso Francesco guarda al futuro e coltiva un sogno: trasferirsi a Roma per specializzarsi nella musica da film. Un nuovo percorso ancora tutto da costruire. «Stiamo cercando di capire cosa è possibile fare per lui», spiega il papà di Francesco. Per ora, intanto, c’è una ragione per fermarsi e festeggiare. «Al momento assaporiamo questo risultato».

Nel frattempo Francesco sta partecipando anche a un progetto di una Sartoria Sociale, legato al riuso dei tessuti e all’economia circolare. Qui è stato coinvolto nell’accoglienza, un ruolo scelto anche in considerazione delle sue caratteristiche comunicative. È un altro tassello di una storia che continua a mettere insieme competenze, passioni e relazioni.

Il Mediterraneo


LA SIGNORA DELLA RESILIENZA

 


«Così 

ci si rialza 

dopo 

un trauma» 




Cristina,  la signora della resilienza

Parla la psicologa che ha introdotto in Italia gli studi sulla capacità di adattarsi agli eventi e li ha diffusi nel mondo

La professoressa Castelli a 83 anni apre il cassetto dei ricordi: le missioni nello Sri Lanka devastato dallo tsunami, nell’Haiti del post-terremoto, per poi trasformare il dramma in speranza

-di ANTONELLA MARIANI

Quando la vedono arrivare, con il suo sorriso aperto e gli occhi che brillano, i professori e gli assistenti che incrocia nei corridoi dell’Università Cattolica di Milano le chiedono: «Oggi cosa hai inventato?». Perché Cristina Castelli ha lo sguardo lungo e le cose non si limita a pensarle, ma fa di tutto per realizzarle. Pioniera degli studi sulla resilienza, che ha introdotto in Italia dalla Francia alla fine del secolo scorso, la professoressa a 83 anni ancora programma, studia, ispira generazioni di studenti e studentesse dall’ufficio che ha conservato come direttrice dell’Unità di ricerca sulla resilienza (Ri-Res). Una struttura innovativa da lei creata 20 anni fa, insieme a un Master assai frequentato in “Relazione d’aiuto in contesti di sviluppo e cooperazione”, dopo una missione nello Sri Lanka del post tsunami, una delle decine che ha condotto in ogni angolo di mondo per insegnare la resilienza a grandi e bambini. 

Allora iniziamo da qui: cos’è la resilienza, professoressa Castelli? « In fisica è la capacità di un materiale di adattarsi ai colpi. Trasferita alle persone, è l’adattamento positivo a situazioni che cambiano. In altre parole, è il superamento di difficoltà utilizzando le risorse di cui si dispone, interne, come il carattere o il temperamento, o esterne, come la famiglia o le persone che entrano in una relazione di aiuto». Fin qui, il “manuale”. Ma Cristina Castelli, pur essendo una accademica di rango internazionale, con una carica di vicepresidente del Bei, il Bureau International Catholique de l’Enfance con sede a Parigi e decine di premi «chiusi in un cassetto», dice, è soprattutto una donna d’azione. La prima “missione” fu a 23 anni, nel 1966, quando ancora studentessa di Magistero arrivò da Milano in una Firenze alluvionata con il suo Maggiolone carico di lattine di carne in scatola da distribuire a chi era rimasto senza casa. 

Poco dopo con un carico di stufette portò nel capoluogo toscano anche Agostino Fusconi, assistente di Economia alla Cattolica poi diventato compagno di una vita e padre delle sue tre figlie. «Venne e ritornò a venire. Correva e rideva e lavorava con allegria, con l’impegno di costruire una casa che resista a tutte le acque», le scrisse in una dedica padre Lupi, il domenicano che l’aveva chiamata a Firenze. La sua vocazione al “prendersi cura” ha portato la giovane Cristina a specializzarsi in Psicologia, a scalare tutta la carriera universitaria e a fare da “madrina” a uno stuolo di ricercatori e ricercatrici sul tema della relazione di aiuto. 

Le sue tecniche per affinare la capacità di resistere e riprendersi dopo un trauma, in seguito a disastri naturali o a conflitti, sono arrivate nei quattro angoli del mondo: dall’Irpinia terremotata del 1980 al Kosovo appena pacificato del 1999, dallo Sri Lanka appena riemerso dallo tsunami del dicembre 2004 al Cile, dal Nepal al Libano, da Haiti all’Iraq, fino all’Ucraina e alla Palestina degli ultimi anni. I n ognuno di questi Paesi Cristina Castelli e i suoi collaboratori hanno portato aiuti concreti per la ricostruzione e formazione per insegnanti ed educatori affinché diventassero “tutori di resilienza” per bambini e ragazzi. « In ogni contesto abbiamo elaborato metodi diversi – racconta la docente, che non fatica a frugare nei ricordi di una vita intensa per mettere a fuoco date, eventi, luoghi, persone -. 

Perché la resilienza, cioè la capacità di superare le difficoltà, si può coltivare attraverso la musica, lo sport, l’arte. Se una persona si trova in un torrente tumultuoso, sopraffatta delle acque, sono tre gli elementi che possono decidere la sua salvezza: la forza fisica, la capacità di allungare il braccio per chiedere aiuto, e la presenza di qualcuno che dal bordo del fiume possa tirarla fuori. 

Ecco, i tutori della resilienza sono coloro che vengono in soccorso». M olto dell’entusiasmo di Cristina Castelli deriva dalla sua fede incrollabile nella Provvidenza, dal rigore affettuoso vissuto nel collegio milanese delle Marcelline dove il padre, svizzero di Lugano, la collocò fin dalle elementari per disciplinare la sua indole ribelle, e dal servizio al prossimo imparato durante la sua militanza negli scout. La Provvidenza, dunque:  la missione in Sri Lanka degli psicologi e volontari dell’Università Cattolica nella parrocchia di padre Charles Hewawasam a Matara, nel nord del Paese, iniziò per caso, perché la professoressa aveva ascoltato alla radio un resoconto dei danni provocati dallo tsunami del 26 dicembre 2004 alla chiesa e alla scuola. « In quattro e quattr’otto arrivai lì, erano trascorse appena poche settimane dal disastro. Una statua molto antica della Madonna che stava nella chiesa ed era stata già recuperata dalle acque due volte nei secoli passati, era andata perduta insieme a 22 vite umane. Dopo qualche giorno, si è presentato un uomo che l’aveva trovata a chilometri di distanza, ricoperta di fango ma intatta». 

La Provvidenza dimostrò che si poteva risorgere da un cataclisma di quelle proporzioni, affidandosi alla speranza e a due braccia che portano aiuto. «Il progetto è durato due anni: con l’équipe di psicologi e studenti della Cattolica prima abbiamo contribuito a ricostruire la scuola, poi abbiamo formato insegnanti ed educatori a stimolare la resilienza dei bambini attraverso attività ludiche e creative». Castelli ha distribuito nella parrocchia 5mila “kit della resilienza” di sua invenzione: «Un gioco di costruzioni, per mostrare che si può andare avanti, uno strumento musicale, colori e un album per disegnare e un arancio come il sole che dà speranza», elenca. 

Dopo il devastante terremoto di Haiti, nel gennaio del 2010, l’équipe della Cattolica guidata da Castelli accanto alla formazione degli educatori ha puntato su un altro strumento, il silent book, il “libro silenzioso”, cioè con poco testo e molti bellissimi disegni che illustravano storie locali a lieto fine. «Laddove intorno ai bambini c’erano solo macerie e distruzione, abbiamo lavorato con gli educatori al ripristino dell’ordine e dunque di una situazione confortevole per i bambini, ai quali abbiamo fornito i nostri silent book. Si tratta di un principio della resilienza: quando tutto è distrutto, occorre far vedere che la bellezza esiste ancora» . Castelli oggi si dedica a un’altra sua creatura, l’associazione Francesco Realmonte ETS, nata nel 2009 per realizzare progetti di cooperazione internazionale a fianco dell’Unità di ricerca sulla resilienza (RiRes) del Dipartimento di Psicologia della Cattolica di Milano, da cui è ospitata.

Tra le situazioni che richiedono una enorme resilienza ci sono le guerre. “Tutori di resilienza” sono stati formati a Betlemme per mettersi al servizio delle piccole vittime della guerra, e ora il sogno è avviare un progetto anche nella Striscia di Gaza. Intanto Cristina Castelli ha firmato un libro con Arnoldo Mosca Mondadori e Anna Pozzi che raccoglie “Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi” (Piemme, 2026) da Gaza all’Ucraina. Ma esisterà mai un mondo senza guerre, professoressa? « I bambini giocano alla guerra, ma poi fanno la pace. Penso che nell’animo umano sia insita la reazione istintiva e bellicosa. Ma c’è anche la relazione positiva, la pace e il bisogno di stare insieme con gli altri. È necessario che attraverso l’educazione si sviluppi la seconda opzione».

«I bambini giocano alla guerra, ma poi fanno la pace. Penso che nell’animo umano sia insita la reazione istintiva e bellicosa. Ma c’è anche la relazione positiva, la pace e il bisogno di stare insieme con gli altri» Una vita spesa ad aiutare bambini e comunità a ricominciare: «Quando tutto è distrutto, occorre far vedere che la bellezza esiste ancora».

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