Il Papa all’università La Sapienza: «Non si chiami difesa il riarmo dell’Europa»
Alle sue spalle ha otto
piante di ulivo che spiccano fra i busti di Dante Alighieri e Leonardo da Vinci
e davanti all’affresco di Mario Sironi, “L’Italia fra le arti e le
scienze”. «Mai più la guerra» è il «grido» di Leone XIV che, come i
suoi «predecessori», rilancia dall’aula magna dell’università La Sapienza di
Roma visitata questa mattina. E, a pochi giorni dall’ottantesimo
anniversario della nascita della Repubblica, cita la «Costituzione
italiana» che sancisce il «ripudio della guerra» per evidenziare il pensiero
«consonante», come lui stesso lo definisce, fra il magistero della Chiesa e la
carta fondamentale della Penisola sul “no” alle armi. Non
solo. Dalla maggiore università del continente, che annovera 125mila studente e
oltre 3.500 docenti, il Papa critica l’Europa dove
«nell’ultimo anno la crescita della spesa militare è stata enorme». Da qui il
monito: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e
insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute,
smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del
bene comune».
«Viva il Papa» è
l’acclamazione con cui gli studenti accolgono Leone XIV nel più antico
ateneo di Roma. L’ateneo che un Pontefice, Bonifacio VIII, aveva fondato nel
1303, come testimonia la mostra “La Sapienza e i Papi” inaugurata
nel corso del “tour” di Leone XIV. L’ateneo che diciotto anni fa si era
ribellato alla presenza di un Papa, Benedetto XVI. Era stato chiamato
a tenere la lectio magistralis per l’inaugurazione dell’anno accademico, ma la
contestazione di gruppi di professori, ricercatori e studenti che avevano
attaccato Joseph Ratzinger lo avevano spinto a rinunciare. Leone XIV arriva,
invece, in «visita pastorale» da «vescovo di Roma» in un «polo d’eccellenza»
della sua diocesi, tiene a precisare. E spiega che la «visita vuole essere
segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra
prestigiosa università». Come a dire: capitolo chiuso quello della censura a
Benedetto XVI. Non è un caso che la rettrice Antonella Polimeni sottolinei
nel suo intervento «il legame tra Sapienza e Chiesa di Roma» che «è
indissolubile, antico e allo stesso tempo vivo e attuale» ma anche la «forte
condivisione di idee, culture, valori».
Un mondo storpiato dalle guerre
Fra i ragazzi che lo salutano nel palazzo del rettorato ci sono gli studenti arrivati dalla striscia di Gaza con il «corridoio umanitario universitario» aperto grazie all’intesa fra «la diocesi di Roma e la Sapienza» che il Papa richiama ed elogia. Emblemi di «un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra», denuncia. Conflitti ritenuti da Leone XIV «un inquinamento della ragione che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale». E conflitti che raccontano «la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento», come mostra «quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran». Tema caro al Pontefice quello delle nuove frontiere digitali, al centro anche della sua prima enciclica in fase di ultimazione. «Occorre vigilare – dice alla Sapienza – sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti». Quindi il richiamo: «Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia».
L'inquietitudine
La tecnologia che
schiaccia torna nella riflessione del Papa quando parla del «volto triste»
dell’«inquietudine» dei giovani. Frutto sia del «ricatto delle aspettative»,
sia della «pressione delle prestazioni», sia della «menzogna pervasiva di un
sistema distorto che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e
abbandonandoci a spirali d’ansia». Poi l’avvertimento: «Noi siamo un
desiderio, non un algoritmo». E fa sapere: «Il malessere spirituale di
molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una
materia casualmente assemblata di un cosmo muto». È uno sprone ai ragazzi il
cuore del suo discorso. Anzitutto, per invitarli a «non cedere alla
rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia». Poi per
chiamarli a «studiare, coltivare e custodire la giustizia» di
fronte all’«implosione di un paradigma possessivo e consumistico». E ancora per
esortarli a essere, «insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, artigiani
della pace vera, pace disarmata e disarmante, umile e perseverante». O,
come dice a braccio sulla scalinata monumentale del rettorato nelle parole di
congedo prima di lasciare l’università, a essere «costruttori di pace» con la
«speranza» di «edificare un mondo nuovo». A loro il Papa affida il doppio
compito di «lavorare alla concordia tra i popoli e alla custodia della
terra». Ecologia che il Papa indica come «secondo fronte d’impegno
comune» accanto a quello della pace. Richiama papa Francesco e la sua
enciclica “Laudato si’” per puntare l’indice contro «un
preoccupante riscaldamento del sistema climatico» che «al di là dei buoni
propositi e di alcuni sforzi orientati in tale direzione» vede la «situazione
non essere migliorata» nell’ultimo decennio. E avverte: «C’è bisogno di tutta
la vostra intelligenza e audacia». Ma anche «occorre passare
dall’ermeneutica all’azione: così poco considerati da una società con sempre
meno figli, testimoniate che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce
con sapienza».
Chi studia cerca la verità
Applausi, standing
ovation, strette di mano segnano le due ore del Pontefice nella cittadina del
sapere che si apre su piazzale Aldo Moro nel quartiere di San Lorenzo.
Appuntamento che inizia nella cappella universitaria dove a
dare il benvenuto al Papa è un boato dei ragazzi. Ad accompagnarlo il cardinale
vicario Baldo Reina. «Chi studia, cerca la verità e alla fine incontrerà
Dio. Lo troverà nella bellezza della creazione e in tutto ciò che noi siamo,
creature fatte a sua immagine». Parla a braccio. Come farà tre volte
durante la visita che chiama «una benedizione e un dono di Dio» e che è
scandita anche dal suo percorso in golf-car fra le vie del campus. Evento che
l’università considera già storico, come dice la targa-ricordo svelata davanti
al Papa. «Insegnare – afferma rivolgendosi in particolare al corpo
docente – è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in
mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di
amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da
parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni.
Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà,
è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la
verità». E torna sulla questione della formazione, uno dei cardini del suo
magistero, per ribadisce che «il sapere non serve solo a raggiungere scopi
lavorativi, ma a discernere chi si è». Sapere per essere più umani e più
liberi.