e intendere,
per guarire
dalla sclerocardia
Riflessione di don Massimo Naro sulla
liturgia della Parola nella XV domenica del tempo ordinario (anno A)
Is
55,1-110; Sal 64/65; Rm 8,18-23; Mt 13,1-9
È raro che le parabole
raccontate da Gesù, nei vangeli, siano corredate da spiegazioni. Le parabole
del Maestro di Nazareth erano insegnamenti caratterizzati dalla semplicità,
proprio per trovare immediata accoglienza e – quindi – per essere facilmente comprese
da quelli che lo stesso Gesù chiamava i “piccoli”, ai quali tramite di lui
venivano rivelati il volto paterno di Dio e il suo amore salvifico. Le
parabole, sotto questo profilo, ricavavano i loro contenuti e le loro
parole-chiave dalla routine quotidiana degli uditori, perciò dal lavoro dei
campi, o dalla fatica notturna della pesca, o dalla vita familiare, o dai
momenti conviviali non meno che da quelli dolorosi, o da alcuni fatti di
cronaca, o da alcuni eventi politici. Non occorreva essere “dotti” o
“sapienti”, per scorgervi tra le righe lo scenario – in ogni caso inedito e
inaudito – della rivelazione.
I piccoli
Tuttavia, i “piccoli” a
cui Gesù rivelava il Regno di Dio rappresentavano una tipologia ben precisa di
uditori: non si trattava di tutti coloro ai quali il Maestro di volta in volta
narrava le sue parabole, bensì soltanto del gruppo dei suoi discepoli. In mezzo
alla folla stavano, spesso, proprio quei “dotti” e quei “sapienti” che, per la
loro sicumera dottrinale, presumevano di saper indovinare da sé stessi il senso
autentico degli antichi rotoli biblici e mettevano continuamente sotto esame il
Rabbi galileo. E, in quella calca, si celavano pure gli imboscati inviati dalle
autorità a spiare Gesù. Inoltre c’erano molti passanti distratti, semplicemente
curiosi di vedere colui che alcuni spacciavano per il messia, magari restando
subito delusi dalla sua figura inerme. E c’erano comunque delle persone rette e
attente, che anelavano sinceramente a mettersi in discussione nel confronto
diretto con quel giovane Maestro, sperando ardentemente di riconoscere in lui
l’inviato del Signore.
La parabola
A questo eterogeno
uditorio erano rivolte le parabole. Per molti di quegli interlocutori, esse
restavano incomprensibili. Perché in tanti casi non erano affatto semplici da
capire. Erano anzi enigmatiche, sospese tra il detto e il non detto.
Costituivano certamente uno squarcio che gettava luce sui «misteri del Regno
dei cieli», ma al contempo ri-velavano, stendevano un nuovo velo su
quei misteri che – come dice l’etimo greco di questa parola – sembrano
destinati a rimanere “chiusi” per tanta gente. E dischiusi, semmai, solo per
alcuni. Giustappunto per i “piccoli”, per i discepoli.
Ecco perché di alcune
parabole troviamo – segnatamente nel vangelo secondo Matteo – anche le
spiegazioni. Come nella pagina evangelica che la liturgia della Parola oggi ci
propone. Gli esegeti ci avvisano che quelle spiegazioni, molto probabilmente,
sono state aggiunte successivamente dagli stessi discepoli alle parole
effettivamente proferite da Gesù nel raccontare le sue parabole. Può darsi. In
ogni caso le spiegazioni delle parabole evidenziano proprio ciò che quei
“piccoli” avevano compreso – perché dovevano comprenderlo –, ascoltando
l’insegnamento del loro Maestro.
Il seminatore
Nell’odierno brano
matteano la parabola è quella del seminatore, che si reca alla semina,
spargendo i grani di frumento con prodigalità, senza badare più di tanto a
indirizzarli esclusivamente sul terreno buono che li avrebbe potuto
fruttuosamente prendere in consegna per restituirli moltiplicati, sotto forma
di spighe, al momento della mietitura. Per questo il seme piomba anche su
terreni non adatti, lì dove finisce per andare sprecato, mangiato dagli
uccelli, o impossibilitato a mettere radici profonde in mezzo ai sassi, o
soffocato dai rovi e dalle erbacce. È l’esito scontato di un racconto ovvio.
Chi ha orecchi ascolti
O meglio: apparentemente
ovvio. Perché questa parabola esige subito di essere interiorizzata e applicata
al vissuto di chi l’ha sentita. L’avvertimento del narratore ce lo fa
chiaramente intuire: «Chi ha orecchi, ascolti», dove “ascoltare” assume una valenza
ermeneutica e sta per “interpretare”, “discernere”, “comprendere”, “intendere”,
“capire bene”. Gli uditori, cioè, non devono limitarsi a un ascolto sbrigativo
e superficiale, come quello che si presta a un barzellettiere. Gesù, con
questo mashal – con questo detto proverbiale, tipico della
sapienza rabbinica – provoca chi sta a sentire la sua parabola a entrarvi
dentro, a mettersi al posto di quelle differenti tipologie di terreno su cui il
seme va di volta in volta a cadere. Gli orecchi sono anch’essi una metafora:
indicano il cuore. Col cuore si deve riascoltare e comprendere la parabola.
Vale a dire facendola scivolare nel profondo della coscienza, meditandola
seriamente, pensandoci su con onestà intellettuale, giacché il “cuore” (kardía nel
greco dei vangeli), nel contesto culturale e religioso in cui Gesù predicava,
era la sede dei ragionamenti e dei pensieri, non quella delle emozioni e dei
sentimenti (che gli israeliti situavano piuttosto nelle viscere intestinali,
negli organi dello stomaco, rahamim in ebraico, tà
splánchna in greco).
Perché?
Si spiega in tale prospettiva il fatto che i discepoli «allora si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”». Pietro e gli altri amici di Gesù sono i primi a registrare la difficoltà insita nelle parabole. Sperimentano loro stessi la difficoltà di capirle, ogni volta che non riescono a concentrarsi interiormente mentre ascoltano il Maestro. E ogni volta che oppongono resistenza alla provocazione di entrare personalmente nell’orizzonte nuovo di cui le parabole sono la soglia. La risposta di Gesù alla domanda dei discepoli è severa: le parabole risultano difficili «perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile». E questo indurimento del cuore non è soltanto una malaugurata malattia, che colpisce all’improvviso, come un infarto, sicuramente non desiderato da chi ne rimane vittima.
La sclerocardia
La “sclerocardia” è una
scelta rovinosa: consegue alla decisione di chiudersi – per un motivo o per
l’altro – all’annuncio evangelico. Gesù allude a coloro che si fanno
spiritualmente sordi per non comprendere col cuore, per non convertirsi e per
non essere guariti dalla loro sclerocardia. Essi preferiscono restare
refrattari alla rivelazione, non le concedono alcun adito a radicarsi e a
fruttificare nella loro esistenza. Papa Francesco avrebbe parlato, a tal
proposito, di una espiritualidad del avestruz, cioè di una
“spiritualità dello struzzo”, che ficca la testa nella sabbia per non
considerare debitamente ciò che è necessario per convertirsi. Qualcun altro, in
Italia, precisamente in Sicilia, negli scorsi decenni, ha parlato pure di
“pastorale dello struzzo”, per dire che ci si comporta anche in ambito
ecclesiale come lo struzzo, ignorando deliberatamente le cose che sarebbe
urgente cambiare.
Il seme e il frutto
Se, dunque, nella
parabola del seminatore c’è al centro il seme della Parola
santa di Dio, la spiegazione che in seconda battuta viene esposta nella pagina
evangelica dà rilievo al terreno in cui quel seme deve
attecchire. Il terreno non è meno importante del seme sparso dal divino
seminatore, poiché la rivelazione non è un indottrinamento piovuto dall’alto,
ma una relazione d’amore. E come tale richiede ricezione, accoglienza,
risposta. Ogni seme ha bisogno del terreno ad esso adatto, un terreno che gli
corrisponda peculiarmente, per potervi germogliare e fruttificare. Il terreno
specificamente adatto al seme della Parola è il cuore dell’essere umano, la sua
intima coscienza, il suo concreto vissuto personale.
Far germogliare la Parola
nel cuore, tra le pieghe della coscienza, significa convertirsi. Farla
fruttificare nel proprio vissuto vuol dire lasciarsi guarire.