venerdì 28 agosto 2026

AGOSTINO E LA PACE


 Alla scuola 

di sant'Agostino

 per un'autentica coscienza di pace


Per il vescovo di Ippona ogni uomo anela ad un'esistenza pacifica. “La pace degli uomini è l'ordinata concordia”, scrive ne La città di Dio, nella quale definisce "la pace dello Stato come "ordinata concordia del comandare e obbedire dei cittadini". Per Leone XIV è un messaggio attuale e da riscoprire quello del “dottore della Grazia”, perché invita ciascuno a riconoscere la propria dignità e quella di tutti gli altri e a vivere come fratelli

-di Tiziana Campisi - Città del Vaticano

Padre della Chiesa,  conosciuto come filosofo e teologo, per il suo ministero episcopale a Ippona, l’odierna Annaba, in Algeria — che lo ha rivelato pastore saggio, sapiente predicatore e studioso appassionato delle Scritture — e per le sue svariate opere, nelle quali ha saputo far dialogare fede e ragione, ha aperto la sua interiorità e ha fornito un enorme contributo allo sviluppo della dottrina cristiana. Sant’Agostino, di cui oggi ricorre la memoria liturgica, è nato a Thagaste il 13 novembre 354 ed è morto a Hippo Regius il 28 agosto 430. Fra i più grandi testimoni della fede cattolica, è tuttora "una figura di grande rilievo", come ha detto Leone XIV parlando con i giornalisti, in volo da Algeri a Yaoundé, il 15 aprile scorso, durante il viaggio apostolico in Africa. Perché "i suoi scritti, il suo insegnamento, la sua spiritualità, il suo invito a cercare Dio e a cercare la verità sono elementi di cui c’è grande bisogno nel nostro tempo". Per il Pontefice, insomma, quello del "dottore della Grazia" è "un messaggio che è molto attuale", per i "credenti in Gesù Cristo ma anche per ogni persona", perché invita ciascun individuo a riconoscere la propria dignità e quella di tutti gli uomini, a porsi con umiltà di fronte agli interrogativi esistenziali e a confrontarsi con gli altri.

Con Agostino costruire ponti

Religioso dell’Ordine di Sant’Agostino, tornando in Algeria, dove era già stato quando era priore generale, il Papa ha voluto rimettere in luce quella “visione” che il santo di Tagaste “offre in termini di ricerca di Dio” e impegno “per costruire comunità” e promuovere “l’unità tra tutti i popoli” e il loro “rispetto”, riconoscendo le “differenze”. Perché il vescovo di Ippona, “oggi, da un lontano passato”, parla ancora; in particolare “di tradizione”, “della vita della Chiesa”, di come la Chiesa sia “cresciuta nei primi secoli”. E proprio nel segno di Agostino, ha spiegato il Pontefice a cronisti e operatori dei media, ad Algeri c’è stata l’“opportunità di continuare a costruire ponti, a promuovere il dialogo”, ad esempio con la visita alla Grande Moschea. Per Leone un evento significativo, perché ha dimostrato che, sebbene ci siano “credenze diverse, modi diversi di pregare e modi diversi di vivere, possiamo convivere in pace”.

Pace, ordine e concordia

 “Cercate tutti la pace”, “quella pace che tutti cerchiamo anche in questa carne mortale e fragile, anche in questa più che illusoria vanità”, quel bene “così grande”, esorta il vescovo di Ippona in un suo discorso (25,7) scorgendo il medesimo anelito in ogni uomo, tanto da evidenziare, ne La città di Dio (XIX, 11), che pure “negli eventi posti nel divenire di questo mondo, abitualmente nulla si ode di più gradito, nulla si desidera di più attraente, infine nulla si consegue di più bello” quanto “il bene della pace”, così caro a chiunque. E “abbiate a cuore la pace in casa, nel lavoro, con la moglie, con i figli, con i servi, con gli amici e con i nemici”, lo spinge a dire il suo cuore di presule ai fedeli della sua diocesi nell’Esposizione sul Salmo 147(15). Non ritenendola un’idea astratta la pace, ma strettamente legata all’ordine e alla concordia. “La pace degli uomini è l'ordinata concordia” scrive infatti (La città di Dio XIX,13,1), e ancora: “La pace dello Stato è l'ordinata concordia del comandare e obbedire dei cittadini, la pace della città celeste è l'unione sommamente ordinata e concorde di essere felici di Dio e scambievolmente in Dio, la pace dell'universo è la tranquillità dell'ordine. L'ordine è l'assetto di cose eguali e diseguali che assegna a ciascuno il proprio posto”.

Sviluppare una coscienza di pace

L’eco di queste parole è emersa recentemente. Durante l’udienza generale del 19 agosto scorso, il Papa, salutando pellegrini e fedeli, ha sollecitato tutti "a sviluppare sempre in se stessi un’autentica coscienza di pace", incoraggiando ogni persona a maturare e mantenere nel proprio cuore sentimenti di pace, affinché l’armonia interiore divenga concordia con gli altri e ricerca del bene comune. “Abbiate la sincera consapevolezza che la pace è un bene prezioso e grande”, ha esortato. Leone ha anche specificato che “per realizzarla” serve “un forte e costante impegno”, “seguendo con onestà e verità le vie che la costruiscono e la confermano nella società”.

Vivere come fratelli

Già di ritorno dal suo primo viaggio internazionale, quello in Türkiye e in Libano con pellegrinaggio a İznik in occasione del 1700° anniversario del primo Concilio di Nicea, il 2 dicembre 2025, il Papa, l’aveva manifestata la volontà di impegnarsi nella promozione della pace, esprimendo il desiderio di “continuare il discorso di dialogo, di costruzione di ponti fra il mondo cristiano e il mondo musulmano” iniziato come superiore dell’ordine agostiniano, ricominciando da Pontefice “dai luoghi della vita di sant’Agostino, che “aiuta molto come ponte”. Un viaggio, quello compiuto dal 13 al 15 aprile di quest’anno, che Leone ha voluto vivere “come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale”, come ha raccontato all’udienza generale del 29 aprile, e che gli ha permesso di “ripartire dalle radici” della propria “identità spirituale” e di “attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di oggi: il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il mondo islamico; il ponte con il continente africano”.

La visita in Algeria è stata, insomma un’occasione “per mettersi alla scuola di Sant’Agostino” e per “toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso”.

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IL PARADOSSO EVANGELICO

 

Pietro sulle montagne russe,

alle prese con il paradosso evangelico



Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXII domenica del tempo ordinario (anno A)

Ger 20,7-9; Sal 62/63; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

Dopo l’elogio, il rimprovero. Potremmo restare sconcertati da questa apparente incoerenza comportamentale nei confronti di Pietro da parte di Gesù. Il cui contegno sembra, nell’odierna pagina evangelica, troppo umorale ed estremamente volubile, se paragonato a quello descritto nella pagina evangelica di domenica scorsa.

In quella scena, immediatamente precedente a quella illustrata oggi, Gesù aveva lodato Pietro perché, nel profondo della sua coscienza credente, s’era lasciato ispirare da Dio nel dare la giusta risposta all’interrogativo del Maestro di Nazareth: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro, difatti, gli aveva risposto: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente». Possiamo immaginare il trasporto iniziale dell’apostolo nel proferire il titolo messianico per eccellenza: «Tu sei il Cristo», in esso riecheggiando le convinzioni e le speranze di tanti israeliti di quell’epoca, la loro attesa di un condottiero che guidasse finalmente il popolo eletto alla riscossa contro i suoi nemici.

Possiamo immaginare il disappunto affiorato nello sguardo di Gesù, che una tale idea messianica non condivideva e non aspirava a impersonare, essendo egli venuto piuttosto non per comandare ma per servire, non per uccidere ma per offrire la propria vita, non per primeggiare alla maniera dei re e dei principi di questo mondo bensì per essere l’ultimo e il più piccolo. Giacché questa è, in verità, la logica di Dio: nel suo Regno, quello che indichiamo con la metafora del Cielo, la scala valoriale terrena si capovolge, cosicché gli ultimi diventano i primi e i più piccoli risultano i più grandi. Non per niente Gesù, nel brano matteano di domenica scorsa, ordina ai discepoli di non andare in giro a dire che egli è il Cristo, se del suo messianismo anche loro devono rischiare di propagandare un’erronea concezione politica e militare. Per questo – possiamo continuare a immaginare, assecondando il metodo degli esercizi spirituali insegnato da Ignazio di Loyola – il povero Pietro aveva corretto in estemporanea il tono della sua risposta, aggiungendo che Gesù è pure «il Figlio del Vivente», per dire che quel suo messianismo dovrà rivelarsi coerente con la chiaroveggente e lungimirante volontà di Dio Padre suo, più che a qualsivoglia umana attesa contingente. Un’autocorrezione che Gesù apprezza, intuendo che è giustappunto suggerita a Pietro proprio da Dio.

Ora, invece, nel prosieguo di quello stesso episodio accaduto presso Cesarea di Filippo, e perciò presumibilmente solo dopo pochi minuti dall’averlo elogiato, Gesù rivolge a Pietro parole durissime: «Va’ dietro a me. Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Come a dirgli: è meglio se continui a lasciarti ispirare da Dio, perché appena cominci a pensare a prescindere da quella santa ispirazione, torni a sbagliare, interpretando di nuovo il mio messianismo in termini errati, secondo logiche soltanto umane, troppo umane. E, così, invece di essermi di aiuto nella missione messianica, ti dimostri d’intralcio (questo significa la frase idiomatica: «mi sei di scandalo»). Perciò, dopo averti posto come fondamento della mia Chiesa (come fondamento, non come primo), ti avverto anche di non fare passi più lunghi della tua gamba e di mantenerti nell’atteggiamento del discepolo, cioè di chi segue il suo Maestro senza presumere di poterselo lasciare alle spalle (questo vuol dire la frase idiomatica: «va’ dietro a me»).

Pietro avrà avuto la sensazione di chi ai nostri giorni viene spinto controvoglia a farsi un giro sulle montagne russe, ora su ora giù all’improvviso, con lo stomaco in subbuglio. Il brusco cambiamento di Gesù, tuttavia, è ben motivato: il suo rimprovero è la riprova del fatto che Pietro e gli altri apostoli continuavano a fraintendere il senso autentico del messianismo di Gesù. Il quale, a sua volta, insiste a dir loro che, per essere suoi veri discepoli, devono seguire le sue orme, devono accompagnarlo nel suo percorso pasquale verso l’offerta di sé: «Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno». E quando proprio Pietro, cioè colui che ormai era stato vocato a rappresentare l’intera comunità radunata attorno a Gesù, forse proprio in quanto ringalluzzito da quella straordinaria chiamata, palesa la sua incapacità di capire come stanno davvero le cose («Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai»), il Maestro lo ammonisce aspramente: Pietro non deve azzardarsi a sentenziare ciò che Dio dovrebbe volere o non volere.

Ma il monito rivolto a uno vale per tutti: «Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”». Ogni discepolo, per essere tale, allora come oggi, deve immedesimarsi in Gesù, condividere la sua missione per come egli la riceve dalla volontà del Padre, nei termini in cui egli la intende e la vive, in vista del servizio verso tutti e non del governo sugli altri. Si tratta di un’esperienza radicale, che occorre fare personalmente. Ne va della nostra vita, anche se – nell’ottica del paradosso evangelico – viviamo per sempre solo se ci aggreghiamo al Cristo nel suo passaggio attraverso le strettoie della morte. Vale a dire “giocandoci” l’esistenza, assieme al Cristo.

Essere suoi discepoli, infatti, significa configurarci a lui, senza perderci, semmai ritrovandoci. Senza annullare la nostra identità, piuttosto riscoprendola nei suoi reali contorni. Confrontandoci con Cristo Gesù, vivendo in lui, con lui, grazie a lui, veniamo a sapere chi veramente siamo e dobbiamo essere, qual è la nostra vocazione, a quale compito siamo chiamati.

Nella comunione spirituale col Cristo recuperiamo la capacità di comprendere e di accettare, al modo di Gesù, Figlio del Dio Vivente, la volontà del Padre. È quel che Paolo scriveva nella sua lettera ai Romani, come leggiamo nella seconda lettura di oggi: «Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 

Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto».

www.tuttavia.eu

LA PAURA E LA SICUREZZA

 


Prima ancora di essere politica, l’esigenza di sicurezza è psichica. Per questa ragione non può essere liquidata come un comportamento regressivo o il frutto di un’azione di propaganda a fini elettorali. È un errore clamoroso che spesso coinvolge anche la sinistra.



“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno.” M.L.King

 


Massimo Recalcati 

In un tempo traumatizzato dalle guerre e dall’incertezza per il nostro avvenire il tema della sicurezza si è caricato di una valenza che non è più solo politica, ma assume anche una connotazione mentale. Ridurre l’esigenza di sicurezza alla manifestazione di un rudimentale analfabetismo politico non solo è un errore strategico che spalanca praterie per una predicazione “alla” Vannacci, ma segnala soprattutto l’incapacità di comprendere il carattere inaggirabile della pulsione securitaria

L’essere umano non è, infatti, solamente un «animale sociale» — come riteneva classicamente Aristotele — ma è anche animato da una spinta (antisociale) a rifiutare l’estraneo, lo straniero, a identificarlo, come direbbe Freud, con l’ostile in quanto fattore di perturbazione del suo equilibrio interno. 

La pulsione a chiudersi anziché ad aprirsi non è, dunque, una patologia mentale, ma una attitudine fondamentale dell’essere umano destinata ad accentuarsi di fronte a situazioni di incertezza e di disordine. La pulsione securitaria nasce dalla necessità di tracciare confini identitari che possano proteggere la vita individuale e collettiva dall’irruzione dell’estraneo. 

Prima ancora di essere politica, l’esigenza di sicurezza è dunque una esigenza psichica. 

Se la figura di Ulisse mette in luce il carattere avventuroso della nostra vita, la fame di conoscenza che la conduce a varcare i confini, a sentirsi attratta dall’ignoto, non bisognerebbe mai dimenticare che esiste nell’essere umano anche una spinta altrettanto intensa a preservare e a difendere i propri confini: chiudere una porta, recintare una proprietà, edificare una frontiera rispondono all’esigenza psichicamente elementare di distinguere il famigliare dall’estraneo. Il confine non è dunque soltanto una astratta linea geografica, ma una forma essenziale della nostra organizzazione mentale. 

Per questa ragione la richiesta di sicurezza non può essere liquidata come un comportamento politicamente regressivo o come il frutto di un’azione di mera propaganda organizzata a fini elettorali. È un errore clamoroso che spesso coinvolge anche esponenti illustri della sinistra. 

Dovremmo ricordare loro che non esiste solo il fascino irresistibile di Ulisse, ma anche l’acuta osservazione di Elias Canetti che mette in rilievo la particolare sensazione che ci investe quando, camminando lungo un grande viale cittadino o salendo su di un tram, urtiamo accidentalmente uno sconosciuto. Per un istante i nostri confini personali vengono violati. Qualcuno che non conosciamo è entrato abusivamente nel nostro spazio fisico interrompendo una distanza che ci protegge. 

Per un verso, dunque, l’umanità non sarebbe mai uscita dai propri confini se l’ignoto avesse prodotto soltanto paura, ma, per un altro verso, l’ignoto può suscitare un brivido capace di trasformare la curiosità per lo straniero in una minaccia di violazione. 

L’esasperazione ideologica della pulsione securitaria è ovviamente sempre possibile. 

Nel corso del Novecento ha provocato drammi senza precedenti. Il rischio della sua trasformazione in xenofobia, in culto della razza e della salute o, addirittura, nella fantasia delirante di un mondo finalmente liberato da ogni forma di alterità, si è avverato tragicamente. 

Tuttavia, chiudere i confini, alzare barricate, difendere il proprio territorio non sono soltanto gesti ideologici, ma rispondono a un fantasma fondamentale: costruire un luogo protetto dall’irruzione dell’esterno. Freud faceva l’esempio del guscio che assicura protezione di fronte agli stimoli imprevedibili provenienti dall’esterno: un dentro senza fuori, uno spazio finalmente sottratto all’imprevisto. 

Il compito di una politica all’altezza della sfida della democrazia dovrebbe essere quello di riconoscere l’esistenza della pulsione securitaria. Senza irridere la chiamata alle armi di cui si fa portavoce il generale Vannacci, bisognerebbe avere il coraggio di sostenere che l’inclusione non comporta la cancellazione della propria identità nazionale, che l’accoglienza non comporta la negazione della propria memoria storica, che il confine come luogo di scambio non comporta la sua soppressione come soglia che definisce un’appartenenza. 

Nondimeno, la domanda di sicurezza è inesauribile perché non può mai essere pienamente soddisfatta: più il mondo appare precario, disordinato, imprevedibile, più cresce il desiderio di stabilire confini sempre più netti; più le identità si mescolano, più può emergere la tentazione a solidificarle. Ma il problema è che la sicurezza assoluta coincide solo con la morte. Un mondo completamente sicuro sarebbe un mondo senza sorpresa, senza alterità e senza rischio. 

È questa la contraddizione che bisognerebbe riuscire a rendere feconda: non si dovrebbe semplicemente opporre apertura a chiusura, libertà a sicurezza. Se, come sappiamo, una società che organizza la propria identità intorno alla paura è destinata a trasformare la protezione in una forma di segregazione, non dovremmo nemmeno dimenticare che una società che nega l’esistenza della paura finisce per consegnarsi ai peggiori propagandisti della reazione. 

Il compito della politica non è quello di sopprimere la pulsione securitaria, ma di tenerne conto dandole una forma che non distrugga ciò che pretende di proteggere. Non abbiamo paura soltanto perché qualcuno ci ha insegnato ad averne. Abbiamo paura perché siamo esseri vulnerabili, esposti alle insidie del mondo. La civiltà non comincia quando eliminiamo la paura, ma quando impariamo a non trasformarla in una spinta aggressiva. La paura non è l’esito di un deficit cognitivo ma ci appartiene. Cosa ne possiamo fare? La brace che alimenta la follia di una società chiusa su se stessa che trasforma i suoi confini in muraglie o una domanda di sicurezza da tenere in seria considerazione, non negata e non schernita snobisticamente come se fosse solo il prodotto pregiudiziale di una cattiva educazione o di una manipolazione propagandistica?

la Repubblica 

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Alzogliocchiversoilcielo

SCUOLA E VITA

 
Recalcati: “Un bravo insegnante non è forse quello che crede che un’ora di lezione possa cambiare la vita?” 

La scuola è incontro, relazioni e scoperte che possono segnare il futuro.

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La Redazione

"Non basta parlare, limitarsi alle nozioni ma il tutto deve essere associato a ciò che l’insegnante ha dentro, a ciò che lo ha spinto a diventare insegnante, alla passione e al desiderio..."

“Abbiamo conosciuto un tempo dove bastava che un insegnante entrasse in classe per far calare il silenzio. Era lo stesso tempo dove era sufficiente che un padre alzasse il tono della voce per incutere nei suoi figli un rispetto misto a timore” queste sono le parole di Massimo Recalcati, psicanalista, che utilizza per raccontare un'epoca in cui bastava la presenza per ottenere il silenzio, sia a scuola che in famiglia.

La rigidità di un tempo però, dichiara l’esperto: “ non impediva che le teste degli allievi cadessero sui banchi e che i loro sguardi vagassero annoiati nel vuoto, o che i figli lasciassero immediatamente uscire dalle loro orecchie le parole senza appello dei padri. Ebbene questo tempo è finito, defunto, irreversibilmente alle nostre spalle. Non bisogna rimpiangerlo, non bisogna avere nostalgia della voce severa del maestro, né dello sguardo feroce del padre”. Ogni epoca ridefinisce le proprie regole, soprattutto quando si ha a che fare con figli e studenti.

Se da un lato oggi l’educazione può apparire più fragile, dall’altro non possiamo non notare la difficoltà di chi educa nel mantenere alta l’attenzione dei giovani. Infatti, continua Recalcati: “Quando un insegnante entra in aula (o quando un padre prende la parola in famiglia), deve ogni volta guadagnare il silenzio che onora la sua parola, non potendosi più appoggiare sulla forza della tradizione – che nel frattempo si è sbriciolata – ma facendo appello alla sola forza dei suoi atti”.

Per gli insegnanti educare è diventato una sfida quotidiana, serve passione, impegno, meraviglia. Serve sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che, appunto riesca a mantenere viva la loro attenzione: “occorre che l’insegnante sappia preservare il giusto posto dell’impossibile.  Il maestro non è colui che possiede il sapere, ma colui che sa entrare in un rapporto singolare con l’impossibilità che attraversa il sapere, che è l’impossibilità di sapere tutto il sapere”. Ed è qui che la persona acquista una posizione di centralità, non più un semplice “ripetitore” ma qualcuno capace di trasmettere passione e desiderio.

Qualcuno che, attraverso le proprie potenzialità, sappia far innamorare ancora una volta: “Ogni insegnante insegna a partire da uno stile che lo contraddistingue. Non si tratta di tecnica né di metodo. Lo stile è il rapporto che l’insegnante sa stabilire con ciò che insegna a partire dalla singolarità della sua esistenza e del suo desiderio di sapere”.

Insegnare deve essere un’esperienza viva e autentica perché, dichiara l’esperto: "uno dei nemici acerrimi del lavoro dell’insegnante è la tendenza al riciclo e alla riproduzione di un sapere sempre uguale a se stesso. È lo spettro che sovrasta e può condizionare mortalmente questo mestiere: adagiarsi sul già fatto, sul già detto, sul già visto, ridurre l’amore per il sapere a pura amministrazione di un sapere che non riserva più alcuna sorpresa”.

Dunque, seguendo le parole dell’esperto, insegnare è diventata una vera e propria missione, più difficile sì ma anche più autentica. Dove non basta trasmettere nozioni conta ciò che l’insegnante è, la passione e il desiderio per questo lavoro. Recalcati, infatti, conclude: “La Scuola è ancora ciò che salvaguarda l’umano, l’incontro, le relazioni, gli scambi, le amicizie, le scoperte intellettuali, l’eros. Un bravo insegnante non è forse quello che sa fare esistere nuovi mondi? Non è quello che crede ancora che un’ora di lezione possa cambiare la vita?”

SCUOLANOTIZIE

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IL GIORNO PIU' BELLO

 

Il giorno più bello 

di Madre Teresa: 

la poesia per scoprire
 e vivere la vera felicità

  

di Saro Trovato

Come si può trovare la gioia? Scoprilo con “Il giorno più bello” di Madre Teresa di Calcutta discorso poetico che tutti dovremmo fare nostro.

Il giorno più bello di Madre Teresa di Calcutta è un vero e proprio inno alla vita. Attraverso una struttura in versi concisa ed efficace, la Premio Nobel per la Pace del 1979 offre le coordinate fondamentali per affrontare l’esistenza nel migliore dei modi.

Si tratta di un autentico “manuale d’istruzioni” per riscoprire il valore della felicità, dell’amore, dell’altruismo e del rispetto verso gli altri.

Le riflessioni di Madre Teresa non lasciano spazio all’ambiguità: si snodano attraverso una sequenza di domande e risposte immediate e folgoranti, capaci di guidare chi legge verso un approccio alla vita autenticamente virtuoso e consapevole.

Il giorno più bello è un discorso poetico contenuto nel libro La matita di Dio. Conversazioni con Madre Teresa di Calcutta di Borja Loma Barrie, scrittore spagnolo che racconta il viaggio romanzato dell’incontro di Ramon Basualdo, un giovane che vive una vita difficile, con la grande “Missionaria della carità”.

In occasione dell’anniversario della nascita di Madre Teresa di Calcutta (26 agosto 1910), leggiamo questa poesia per apprezzarne i validi suggerimenti e cogliere il suo pensiero.

Il giorno più bello di Madre Teresa

Il giorno più bello? Oggi.

L’ostacolo più grande? La paura.

La cosa più facile? Sbagliarsi.

L’errore più grande? Rinunciare.

La radice di tutti i mali? L’egoismo.

La distrazione migliore? Il lavoro.

La sconfitta peggiore? Lo scoraggiamento.

I migliori professionisti? I bambini.

Il primo bisogno? Comunicare.

La felicità più grande? Essere utili agli altri.

Il mistero più grande? La morte.

Il difetto peggiore? Il malumore.

La persona più pericolosa? Quella che mente.

Il sentimento più brutto? Il rancore.

Il regalo più bello? Il perdono.

Quello indispensabile? La famiglia.

La rotta migliore? La via giusta.

La sensazione più piacevole? La pace interiore.

L’accoglienza migliore? Il sorriso.

La miglior medicina? L’ottimismo.

La soddisfazione più grande? Il dovere compiuto.

La forza più grande? La fede.

Le persone più necessarie? I sacerdoti.

La cosa più bella del mondo? L’amore.

Il senso più alto dell’amore per sé stessi e per gli altri

Il giorno più bello è la poesia di Madre Teresa di Calcutta che offre una delle testimonianze più vive di Madre Teresa di Calcutta: un testo che offre una visione profonda, sana e costruttiva dell’esistenza. È il frutto dello sguardo lucido di chi ha toccato con mano la sofferenza più estrema e ha scelto di consegnare ai più fortunati una lezione di vita da custodire e imparare a memoria.

Madre Teresa è la figura centrale di questa riflessione. Ci troviamo alla Casa del Moribondo a Calcutta, sede della congregazione delle Missionarie della Carità. Qui la Premio Nobel per la Pace era solita incontrare chiunque andasse a farle visita. Tra loro c’è anche Ramón Basualdo – il giovane protagonista del racconto di Borja Loma Barrie – fuggito dalla Spagna a causa di personali travagli interiori, che si ritrova ad ascoltare in silenzio le parole della suora.

Le sue sono risposte dense di saggezza e buonsenso. “Il giorno più bello? Oggi”, afferma senza esitazione, ponendo immediatamente il presente al centro della sua riflessione.

Durante questi incontri, Madre Teresa sembra anticipare le domande che ciascuno porta nel cuore. Ad ogni quesito offre una risposta breve, immediata, di straordinaria intensità. Nessuno la interrompe: la platea ascolta in assoluto silenzio perché intuisce che lei conosce già le risposte che tutti vanno cercando. Sa che ogni essere umano ha bisogno di serenità, pace e gioia per affrontare il cammino quotidiano con il giusto spirito.

Le sue affermazioni sono all’apparenza semplici, ma nella pratica quotidiana pochi riescono a farle davvero proprie. L’egoismo, il malumore, lo scoraggiamento e la tentazione di rinunciare finiscono spesso per condizionare il nostro modo di agire, facendo sì che il giorno, fin dal suo inizio, perda quella bellezza che invece gli spetterebbe di diritto.

La vera svolta nasce dalla consapevolezza che il semplice fatto di svegliarsi al mattino è già il privilegio più grande. Il mondo attorno a noi può rivelarsi straordinario, a patto di sviluppare la disposizione d’animo necessaria per vederlo come tale. Una donna che ha trascorso l’intera vita accanto alla malattia, alla miseria e alla morte non poteva che considerare ogni singolo istante di vita come una fortuna inestimabile.

Madre Teresa ci offre così una poesia severa e dolce al tempo stesso: una guida pratica per vivere meglio e per osservare la realtà da una prospettiva capovolta. Il suo pensiero spinge a migliorarci sia nel rapporto con noi stessi sia nelle relazioni con gli altri.

È proprio dall’intreccio tra il valore del presente, l’apertura verso gli altri e la ricerca della pace interiore che emerge il significato più universale del testo.

Il giorno più bello: una lezione universale sull’amore per la vita di Madre Teresa

Al di là del suo valore strettamente letterario, Il giorno più bello lascia al lettore un insegnamento che supera la pagina scritta e riguarda direttamente il modo in cui scegliamo di abitare la nostra esistenza. Dietro la semplicità delle domande e delle risposte si nasconde infatti una visione precisa della vita: non qualcosa da attendere passivamente, ma un’occasione che si rinnova ogni giorno e che acquista significato attraverso le nostre scelte.

È proprio l’affermazione iniziale, «Il giorno più bello? Oggi», a fornire la chiave di lettura dell’intero testo. La bellezza dell’oggi non dipende dal fatto che la giornata sia perfetta, priva di dolore o favorevole ai nostri desideri. Il presente è prezioso perché è l’unico tempo sul quale possiamo realmente intervenire. Il passato può essere ricordato, rimpianto o compreso; il futuro può essere immaginato, temuto o progettato. Soltanto nell’oggi, però, possiamo agire.

In questa prospettiva, vivere pienamente il presente non significa dimenticare ciò che è stato né rinunciare a costruire ciò che verrà. Significa evitare che il rimpianto per ieri o l’ansia per domani ci sottraggano alla vita che sta accadendo adesso.

È un invito a recuperare il valore delle cose apparentemente più semplici: una parola pronunciata al momento giusto, un gesto di attenzione, un lavoro portato a termine, una persona ascoltata, un sorriso offerto senza aspettarsi nulla in cambio.

La forza del messaggio sta anche nel fatto che la felicità non viene presentata come una conquista esclusivamente individuale. Nel testo essa raggiunge la sua espressione più alta nell’«essere utili agli altri». È un passaggio fondamentale, perché sposta la ricerca della felicità dal possesso alla relazione. Non siamo felici soltanto quando otteniamo qualcosa per noi stessi, ma anche quando percepiamo che la nostra presenza può avere un significato nella vita di qualcun altro.

L’amore, allora, smette di essere un sentimento astratto e diventa un modo concreto di stare nel mondo. Amare significa accorgersi dell’altro, ascoltarlo, perdonarlo, accoglierlo e riconoscerne il valore. In questa prospettiva anche il sorriso, apparentemente il gesto più piccolo tra quelli evocati nel testo, assume un significato particolare: è una forma elementare di apertura, il segnale che tra due persone può ancora esistere uno spazio di incontro.

Ma Il giorno più bello non propone una visione ingenuamente ottimistica dell’esistenza. Nel testo compaiono la paura, l’errore, la sconfitta, lo scoraggiamento, la morte, il rancore e la menzogna.

La fragilità umana non viene cancellata: viene riconosciuta e posta accanto alla possibilità di reagire. La lezione che emerge non consiste quindi nel credere che la vita sia sempre facile, ma nel comprendere che anche davanti alle difficoltà rimane uno spazio interiore nel quale esercitare la propria libertà.

È qui che il testo assume la forma di un vero e proprio esame di coscienza. Le domande brevi e incalzanti costringono chi legge a confrontarsi con sé stesso: quanto spazio concediamo alla paura? Quante volte rinunciamo prima ancora di aver tentato? Quanto rancore continuiamo a portare con noi? Quanto siamo capaci di uscire dai nostri interessi per accorgerci delle necessità degli altri?

Non si tratta di domande che pretendono risposte definitive. Al contrario, acquistano valore proprio perché possono essere ripetute ogni giorno. La vita quotidiana diventa così il luogo nel quale verificare concretamente ciò in cui diciamo di credere. Le grandi parole — amore, fede, perdono, pace, altruismo — acquistano significato soltanto quando riescono a trasformarsi in comportamenti.

Ed è forse questo uno degli aspetti più attuali del messaggio. Viviamo in un tempo nel quale siamo continuamente spinti verso ciò che verrà: il prossimo obiettivo, il prossimo risultato, il prossimo acquisto, la prossima occasione. Il rischio è quello di trasformare il presente in una semplice sala d’attesa, convincendoci che saremo davvero soddisfatti soltanto quando qualcosa cambierà.

Il giorno più bello capovolge questa prospettiva: la vita non comincia domani, quando tutto sarà finalmente al proprio posto. La vita è già qui.

Ciò non significa accontentarsi o rinunciare ai propri progetti. Significa, piuttosto, non subordinare interamente la possibilità di essere felici a condizioni future. Possiamo desiderare un cambiamento e, nello stesso tempo, riconoscere il valore di ciò che possediamo oggi. Possiamo attraversare una difficoltà senza permettere che essa definisca tutto ciò che siamo. Possiamo avere paura senza lasciare che sia la paura a decidere per noi.

In questa visione assume un significato ancora più profondo la conclusione dedicata all’amore. Dopo aver attraversato paure, errori, sconfitte, bisogni e sentimenti, il percorso conduce proprio lì: alla relazione con l’altro. L’amore diventa il punto nel quale tutte le altre indicazioni sembrano incontrarsi, perché senza apertura verso gli altri anche il perdono, il sorriso, la famiglia, la comunicazione e il desiderio di rendersi utili perderebbero gran parte del loro significato.

La lezione più importante di Il giorno più bello può allora essere cercata proprio in questa unione tra presente e amore. Il tempo che possediamo è l’oggi; il modo più alto per dargli valore è non viverlo esclusivamente per noi stessi.

Ogni giornata diventa preziosa non perché debba necessariamente accadere qualcosa di straordinario, ma perché contiene sempre la possibilità di compiere una scelta, cambiare un atteggiamento, ricucire una relazione o offrire qualcosa di buono a chi ci sta accanto.

Festeggiare l’anniversario della nascita di Madre Teresa può diventare così qualcosa di più di una semplice commemorazione. Può trasformarsi nell’occasione per rivolgere quelle stesse domande a noi stessi e osservare con maggiore attenzione il modo in cui stiamo vivendo. Non occorrono necessariamente imprese eccezionali per dare valore a una giornata: spesso sono sufficienti la presenza, l’ascolto, la gratitudine e la disponibilità verso gli altri.

Ogni nuova giornata rappresenta l’inizio di una possibilità. Ciò che facciamo delle ore che abbiamo davanti, il modo in cui trattiamo le persone e la capacità di riconoscere valore anche nei gesti più piccoli costituiscono la nostra risposta personale alla vita.

Ed è per questo che, tra tutte le domande contenute nel testo, la prima continua forse a essere la più importante. Perché ci ricorda che la felicità non deve necessariamente essere rimandata a un momento perfetto che deve ancora arrivare. Il tempo nel quale possiamo amare, perdonare, cambiare, aiutare e ricominciare è quello che abbiamo davanti a noi. Il giorno più bello? Oggi.

Cos’è Libreriamo

Manifesto della Human Culture

 

STRADE MAESTRE

 

Strade Maestre è scuola dei saperi e delle competenze con cui costruire la propria felicità, mettendosi al servizio della comunità.


Il viaggio di Strade Maestre si svolge nell’arco di un anno scolastico e coinvolge i partecipanti per circa 240 giorni, con tre pause nel periodo dei santi, Natale e Pasqua. 
 
Il viaggio prevede un’alternanza tra giornate di cammino e giornate residenziali. Quasi sempre a piedi, in alcune occasioni il gruppo in cammino utilizza mezzi di trasporto pubblici. Al termine del percorso le ragazze e i ragazzi coinvolti svolgeranno una prova di idoneità presso le proprie scuole di provenienza. 

Il percorso del 2025-2026

Il 15 settembre l’avventura inizia dal Colle del Gran San Bernardo e nella prima settimana segue le tappe della via Francigena attraverso la Val D’Aosta. Prosegue passando da Ivrea fino alla Val Chiusella, ospiti del Comune di Vidracco e della comunità di Damanhur. Dopo una sosta a Chivasso si arriva a Torino a fine settembre dove, il 1 ottobre, presso il Museo della Montagna si svolge un incontro di presentazione al pubblico.

A ottobre il viaggio si svolge in Piemonte: dopo la tappa di Torino si condividono alcuni giorni di cammino e residentialità con giovani e docenti del Liceo Valdese, camminando nelle Valli Valdesi tra Torre Pellice e Prali. Successivamente, passando da Barge, Saluzzo, Busca e Dronero si arriva a Cuneo dove si resta per qualche giorno. Da metà ottobre l’itinerario fa tappa in in Val Roja, passando da Robilante, Limonte Piemonte, Casterino e Tenda, per sconfinare in Francia – passando da San Dalmas, Saorge e Breyl – per arrivare a Ventimiglia via Airole verso la fine di ottobre.

A  novembre dopo una settimana di pausa il gruppo si ritrova a Genova e visita la Liguria nelle prime due settimane del mese, esplorando la città e le zone di Masone e di Rapallo, per poi imbarcarci per Porto Torres. Per un mese, fino a metà dicembre la scuola mobile di Strade Maestre diventa la Sardegna seguendo un percorso nell’entroterra che incrocia tratte dei cammini di Santu Jacu, Francescano e Minerario di Santa Barbara sulla direttrice nord-sud. Il trimestre si conclude con un soggiorno a Cagliari.

A gennaio ci si ritrova a Civitavecchia, camminando nella Tolfa verso Viterbo, poi nelle province di Terni e Rieti, arrivando sul cammino di San Benedetto a Roma a metà febbraio.

Le tappe successive sono in via di definizione: Strade Maestre 2025-26 proseguirà verso il sud Italia, seguendo in parte l’itinerario dello scorso anno. Quando saremo pronti lo comunicheremo.  

I PROMOTORI

L’idea originaria di Strade Maestre, la proposta di fare scuola con la pratica del cammino, nasce da Marcello Paolocci e Marco Saverio Loperfido e prende forma con la partecipazione di Niccolò Gori Sassoli. Dopo la condivisione con Aigae, con cui si avvia una collaborazione operativa, il progetto si consolida con il coinvolgimento di Emilio Ruffolo, Federica Silvestrelli, Emanuela Vanda e Roberta Cortella.

L'IDEA

Strade Maestre è un progetto educativo che propone a giovani iscritti agli ultimi tre anni delle scuole superiori di seguire un percorso di apprendimento itinerante.


LE GUIDE

I giovani partecipanti sono accompagnati per il cammino lungo un intero anno scolastico da adulti che fanno loro da guide e insegnanti.

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Strade Maestre

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RIGENERARE IL CRISTIANESIMO

 


Quando

 il cristianesimo finisce

 

--di Marcello Neri 

Che il cristianesimo finisca non è un fenomeno inedito, qualcosa che improvvisamente si annuncia come destino di una estinzione inesorabile mai accaduta. Storicamente, il cristianesimo è già finito più volte – alcune per sostituzione, altre per esaurimento interno. Teologicamente, proprio perché fenomeno della storia umana, il cristianesimo è evangelicamente chiamato a estinguersi per poter continuare a essere. 

Alla chiara percezione diffusa della fine del cristianesimo occidentale non sembra accompagnarsi però quella di una sua nuova genesi, del lento parto di un cristianesimo inedito di cui non è ancora possibile concepire la forma – perché continuiamo a guardarlo con le lenti del cristianesimo che sta scomparendo. 

E gli albori di questo cristianesimo a venire, che già si annuncia nel tramonto del suo passato, vengono troppo spesso costretti nel letto di Procuste di quello che sta prendendo il suo congedo da noi. Con effetti mortiferi per la possibilità di un cristianesimo a venire. Perché il paradosso davanti al quale ci troviamo è esattamente questo: il miglior cristianesimo di oggi, con il suo apparato pastorale e istituzionale, è la ragione principale che frena la genesi del cristianesimo a venire che sta muovendo i suoi primi passi nelle nostre società occidentali. 

D’altro lato, l’inedito di questo cristianesimo, irriducibile a quello che si sta congedando, cerca, in un qualche modo, la sua casa proprio in questa evanescenza di sé stesso. Diventando, a sua volta, ragione della possibile trasformazione della genesi del cristianesimo che verrà nell’istante luttuoso di aver mancato l’occasione che si annuncia alle porte della nostra fede. 

Ma anche questo dramma, che scuote oggi le nostre anime credenti, non è qualcosa di nuovo; piuttosto, annuncia quello che è il modo fondamentale di essere del cristianesimo all’interno delle vicende umane. Altri e altre credenti si dovettero confrontare con questa situazione paradossale di una evanescenza del cristianesimo che conteneva in sé la sua genesi a venire. Questi fratelli e sorelle nella fede trovarono la via per sostenere la genesi resistendo alla forza centripeta del cristianesimo che andava scomparendo, del terreno della fede che veniva letteralmente a mancare sotto i loro piedi. 

Se noi oggi siamo credenti, lo dobbiamo a loro: alla loro intelligenza e sensibilità evangelica di accompagnare la genesi culturale di una nuova stagione del cristianesimo. La tentazione, per tutti, è quella di una ripetizione letterale del loro gesto – come se ancorare il passaggio di oggi alla storia di quello che siamo stati fosse l’unica possibilità di contrastare l’evanescenza di un cristianesimo in via di congedo. 

In questo modo, finiremmo però per dare il colpo di grazia non solo al cristianesimo veniente, ma anche a quello che resta di esso. Perché uscire dalla storia umana vuol dire votarsi a mancare l’appuntamento con il Dio di Gesù, con le presenze del suo Spirito che è sensibilità di Dio per l’umano e le sue storie. 

Non si tratta di accettare passivamente che l’essenza del cristianesimo viva della tensione fra «fine» e «genesi»; si tratta, piuttosto, di trovare il modo inedito per dare forma a questa tensione nell’oggi delle nostre società occidentali. In tutti i momenti di soglia che il cristianesimo ha conosciuto nei suoi duemila anni di vita, il dramma e paradosso di una genesi del cristianesimo a venire si sono decisi in virtù di pratiche del Vangelo che, mentre scompaginavano l’evanescente ordinamento cristiano, davano forma all’inedito cristiano dentro una nuova costellazione culturale e sociale dell’umano. 

Noi, cittadini del cristianesimo che finisce, abbiamo il compito di essere come dei rabdomanti dello Spirito: che riconoscono e stanano, nella quotidianità del vivere, quelle pratiche del Vangelo che si danno senza ascrizione alcuna – senza titolo, ma non senza nomi e storie. Facendo attenzione però, in questo gesto di riconoscimento, a non ascriverle a noi, al nostro cristianesimo finito, ma al Vangelo stesso. 

E, soprattutto, abbiamo il compito di proteggerle dalla forza pervasiva e coloniale del cristianesimo che sta scomparendo – che, pur di non prendere congedo da sé, è disponibile a trascinare con sé nella propria fine ogni pratica di Vangelo che va generando il cristianesimo che verrà.

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