martedì 7 luglio 2026

LEGGERE PER PIACERE

 

Molti studenti considerano la lettura 

un adempimento scolastico. 

Tuttavia, gli esiti delle principali indagini

 internazionali suggeriscono una visione

 diversa. 

Il piacere della lettura e la scelta spontanea di leggere 

hanno un ruolo determinante nello sviluppo dei processi 

attraverso cui gli studenti acquisiscono, elaborano e organizzano

 le informazioni, con effetti diretti sul successo scolastico.

Parlare di benessere a Scuola non significa eliminare del tutto ansia o fatica, ma evitare che diventino un ostacolo. Significa piuttosto trasformarle in curiosità e interesse. In questo processo, il rapporto con la lettura può fare la differenza.

Il circuito virtuoso tra lettura e successo scolastico

Le grandi indagini internazionali – come OCSE PISA (che valuta i quindicenni), IEA PIRLS (focalizzata sulla Scuola primaria) e TIMSS – monitorano da anni le competenze degli studenti a livello globale.

I risultati convergono su un punto: per comprendere a fondo un testo non basta dedicare tempo allo studio o memorizzare regole grammaticali. Il fattore che fa davvero la differenza è il piacere della lettura (enjoyment of reading), cioè la scelta spontanea di leggere nel tempo libero.

Gli studenti che leggono per interesse personale ottengono risultati significativamente più alti rispetto a chi lo fa solo per obbligo, anche a parità di condizioni di partenza. Un dato particolarmente rilevante è che il piacere della lettura risulta un predittore del successo scolastico più forte del contesto socio-economico e culturale di origine.

Chi legge per piacere allena la mente in modo continuo e spesso inconsapevole; si crea così un circuito virtuoso tra motivazione e competenze, in cui la lettura diventa via via più gratificante, mentre lo sforzo percepito diminuisce.

Al contrario, quando la lettura è vissuta come un obbligo può innescarsi un circolo vizioso che allontana progressivamente dai libri.

Quando le storie ci catturano

Le neuroscienze aiutano a comprendere questo fenomeno: quando leggiamo qualcosa che ci coinvolge il cervello rilascia dopamina, una sostanza legata al piacere, che favorisce la memoria e aumenta la concentrazione.

Gli psicologi definiscono questo stato immersione narrativa o flusso. Durante la lettura, infatti, non ci limitiamo a decodificare parole, ma immaginiamo pensieri, emozioni e azioni dei personaggi.

Questa attività mentale produce effetti che vanno oltre il rendimento scolastico, contribuendo a:

  • Arricchire il vocabolario, perché le parole nuove vengono apprese in modo naturale grazie al contesto
  • Sviluppare empatia, sollecitando a vedere il mondo dal punto di vista degli altri
  • Stimolare il pensiero critico, seguendo le trame e costruendo collegamenti e previsioni.

Quando la lettura nasce da una vera passione, gli studenti sviluppano spontaneamente abilità complesse, come collegare le idee e cogliere significati impliciti, capacità difficili da attivare attraverso i compiti e i test tradizionali.

Schermi e stereotipi: le sfide di oggi

Oggi i libri si confrontano con la diffusione di smartphone e piattaforme digitali. Molti adolescenti sono esposti a contenuti brevi, veloci e visivi: video, messaggi, post da consumare in pochi secondi. Questo tipo di fruizione favorisce una lettura frammentata, che rende più difficile mantenere l’attenzione su testi lunghi e complessi.

Il cambiamento, però, non riguarda tutti allo stesso modo e contribuisce ad ampliare differenze già esistenti. Le indagini internazionali, come PISA e PIRLS, insieme alle Rilevazioni nazionali INVALSI, mostrano da tempo che le ragazze ottengono risultati migliori nella comprensione del testo. Una delle spiegazioni principali riguarda le abitudini: le studentesse leggono più frequentemente per piacere e dedicano più tempo alla lettura continuativa.

I ragazzi, invece, tendono a preferire forme di lettura più brevi e funzionali — come notizie o testi legati a interessi specifici — oppure esperienze digitali come i videogiochi. A questo si aggiungono fattori culturali: persistono stereotipi che rappresentano la lettura come un’attività passiva e solitaria, poco coerente con modelli maschili più orientati all’azione.

Affrontare queste sfide significa ripensare il modo in cui la lettura viene proposta: non più solo come compito scolastico, ma come esperienza significativa e coinvolgente, capace di dialogare con i linguaggi digitali contemporanei.

Tre idee per portare in classe il piacere di leggere

Se il piacere della lettura è così rilevante, la Scuola può diventare il luogo in cui questo interesse prende forma. Imporre la lettura come obbligo rischia spesso di produrre l’effetto opposto. Le esperienze più efficaci mostrano l’importanza della libertà e del coinvolgimento:

  • La libertà di scegliere. Per sviluppare autonomia, gli studenti devono poter scegliere cosa leggere. Fumetti, graphic novel e testi di divulgazione possono essere alleati preziosi, se incontrano gli interessi individuali
  • Il tempo per la lettura libera. Proposte come il laboratorio di scrittura e lettura – Writing and Reading Workshop (WRW) – prevedono momenti dedicati alla lettura autonoma in classe. In questa cornice anche l’insegnante legge, offrendo un modello positivo
  • La classe come comunità di lettori. Condividere la lettura — discutere personaggi, scambiarsi consigli, commentare le storie — trasforma un’attività individuale in un’esperienza sociale e motivante.

Conclusioni

Per migliorare le competenze di lettura non basta intervenire sui contenuti o aumentare il tempo di studio, ma è necessario agire anche sulla motivazione. Le evidenze delle indagini internazionali mostrano con chiarezza che il piacere della lettura è uno dei fattori più solidi associati ai risultati degli studenti.

Questo implica un cambio di prospettiva per la scuola. La lettura non può essere proposta solo come esercizio da valutare, ma come pratica da coltivare nel tempo, attraverso spazi di scelta, momenti dedicati e occasioni di condivisione, come indicano le esperienze didattiche più efficaci.

Promuovere il piacere di leggere non significa rinunciare agli obiettivi disciplinari, ma rafforzarli: uno studente che legge per interesse personale sviluppa in modo più profondo le competenze linguistiche e cognitive misurate anche dalle prove standardizzate.

In questa prospettiva, formare lettori appassionati non è un obiettivo accessorio, ma una leva strategica per sostenere il successo formativo e ridurre le disuguaglianze educative nel lungo periodo.

Approfondimenti

INVALSI

lunedì 6 luglio 2026

LA ZATTERA E IL MARE


 L’umanità 

al bivio 


di Lampedusa


Su quest’isola si decide quale civiltà vogliamo costruire: quella che riconosce il volto dell’altro e se ne prende cura, oppure quella che lo lascia naufragare nell’indifferenza. 

 

di Corrado Lorefice *

 Nel Mediterraneo di oggi non si consumano soltanto tragedie: si gioca la tenuta della nostra civiltà. Ciò che si continua a liquidare come “emergenza” è invece il frutto di scelte politiche precise, di una gestione dei confini che ha trasformato il nostro mare in un sepolcro d’acqua. Per levare la voce del Vangelo in questo contesto di disumanità e di inimicizia, papa Leone è approdato a Lampedusa, tredici anni dopo papa Francesco

Il suo messaggio è stato chiaro, potente: «Oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico: qui abbiamo visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti. Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso». 

È il corpo nudo e bisognoso di tutto, il corpo del depredato, del ferito, del morente, della vittima innocente, a chiamarci alla prossimità, alla compassione, al pianto, perché questo corpo è per i cristiani il corpo stesso del Cristo. Qui l’umano e il cristiano coincidono. 

E il Mediterraneo rende tragicamente attuale e visibile la lotta tra umano e disumano, tra la vita e la morte dell’umanità. In questo ottavo centenario di Francesco d’Assisi, Lampedusa diventa cartina di tornasole: separa chi si prende cura dell’umanità dell’altro da chi, inseguendo un cieco inumano protezionismo, trascina le società verso la distruzione totale. Il ritorno del successore di Pietro – del «pescatore di uomini» – a Lampedusa, è un atto di alta valenza profetica. Mentre nel mondo il potere arrogante e folle celebra il tagliare i ponti e l’innalzare muri, il Papa sceglie di stare dove il dolore umano grida nella notte. Non è retorica. È l’unica speranza di una sopravvivenza dignitosa per ogni uomo e per ogni donna, per ogni bambino e per ogni persona fragile. 

La Sicilia assume qui un ruolo di fondamentale peso simbolico, politico, umano ed evangelico: è nel Mediterraneo la zattera che custodisce e recupera l’umano distrutto dalla violenza inumana. Offriamo una zattera, restando fedeli alla nostra storia di accoglienza. Non è un semplice approdo geografico: è un avamposto di umanità che interpella l’intera nazione, richiamandola alla sua bussola: la Costituzione della Repubblica italiana. La nostra Costituzione, in un momento magico, purtroppo oggi brutalmente ignorato, ha raccolto diversità politiche e storiche in quel territorio condiviso che è il vangelo dell’umano. 

Lampedusa oggi – dobbiamo dirlo – è uno sfregio alla bellezza di questa Costituzione. Tutti coloro che l’hanno sfregiata dovranno renderne conto, perché disprezzare la Costituzione – che spinge a non considerare mai l’altro un nemico o un invasore, ma come un fratello da accogliere nella casa comune – significa violare l’identità profonda del nostro Paese, il suo codice culturale fondativo. Siamo davanti a una svolta storica. Inutile tacerlo. O il Vangelo torna a essere la Bella Notizia di un’umanità che sceglie di amarsi, di essere solidale nella sofferenza, di gioire ancora del sorriso di un bambino e dell’amore che genera vita, oppure rischiamo di tornare verso l’orrore di un nuovo Auschwitz. 

La strada che porta ai campi di sterminio comincia proprio dall’indifferenza che oggi osserviamo nel mare di Sicilia. «Mai più» è scritto a Dachau: eppure eccoci a ripetere gli stessi orrori nel Mediterraneo. Se smarriamo questo senso di comunità, siamo condannati a scivolare lentamente e nuovamente nelle catastrofi che hanno caratterizzato il Novecento

Il Papa ci ha ricordato con forza che gridare «Umanità!» in nome di Dio (« Magnifica humanitas »!), compiere gesti concreti, quotidiani, di condivisione e di consapevolezza in vista di una nuova Città dell’Uomo, significa scegliere da che parte stare: non con i muri dei potenti che cantano la distruzione, ma con la vita che cerca, disperatamente, di approdare alla spiaggia della speranza. La Chiesa non può ignorare il grido di chi fugge da terre depredate da potenze straniere che, rubando risorse, costringono intere popolazioni all’umiliazione e infine al rischio estremo delle onde. 

Papa Leone XIV, con la sua presenza a Lampedusa, ci ricorda che il mondo è un giardino da custodire, e che il pane che mangiamo ci nutre – e non ci avvelena – solo se condiviso.

*Arcivescovo di Palermo 

Avvenire

domenica 5 luglio 2026

CAMBIARE IL MONDO



“Se vuoi muovere il mondo 
attorno a te, 

devi prima muovere te stesso”

-di Sara Bellanza

Hai mai pensato che il desiderio di cambiare il mondo possa nascondere qualcosa di più profondo? Spesso si immagina il cambiamento come un’azione rivolta all’esterno, verso ciò che non funziona o andrebbe corretto. Eppure, non tutto dipende da ciò che accade fuori: molto dipende da come lo si interpreta. Due persone possono vivere la stessa situazione e vederla in modo opposto. È qui che si apre una domanda decisiva, già al centro del pensiero di Socrate: prima di cambiare ciò che si vede, vale la pena chiedersi chi sta guardando. Quindi, cosa devi fare prima: cambiare il mondo o te stesso?

Cos’è davvero il cambiamento?

Socrate diceva: “Chi vuol muovere il mondo, prima muova se stesso.”

Queste parole portano con sé una tensione antica quanto l’uomo: il desiderio di cambiare la realtà senza attraversare il lavoro, spesso scomodo, della trasformazione interiore.

Agire sul mondo affascina perché promette risultati immediati e visibili, mentre il lavoro su di sé resta lento, silenzioso e quasi sempre invisibile e maledettamente faticoso. Eppure, è proprio in questa dimensione nascosta che si decide la qualità di ogni cambiamento. Ogni azione verso l’esterno nasce da una radice interna che raramente viene messa in discussione. Spesso si tende a credere che ciò che non funziona dipenda dagli altri, dalle circostanze o dal contesto, senza considerare che il modo stesso in cui si interpreta la realtà è già una costruzione interiore.

Socrate ha mostrato con forza questa distanza tra apparenza e verità, indicando nel dubbio e nella domanda il vero inizio del pensiero. Il suo insegnamento non offre risposte, ma incrina certezze, obbligando chi ascolta a confrontarsi con ciò che dà per scontato. L’idea di “muovere il mondo” perde così la sua immediatezza e si capovolge: prima ancora dell’azione esterna, c’è uno sguardo che va educato, reso più onesto, meno automatico. Il mondo non si presenta mai in modo neutro, ma filtrato da ciò che si è.

Quando lo sguardo si rivolge all’interiorità, emerge una resistenza invisibile, ma fatta di automatismi che proteggono l’immagine di sé. Cosa accade quando questa immagine viene messa in discussione? Perché è così difficile accettare di non coincidere del tutto con ciò che si crede di essere?

Muovere se stessi significa attraversare questa resistenza e rinunciare all’idea di stabilità. Quando si dice “sono fatto così”, spesso si sta solo evitando di cambiare.

Se una persona si convince di essere “timida”, quella convinzione inizia anche a influenzare il modo in cui si muove nel mondo. A scuola evita di intervenire, nelle conversazioni si trattiene, nelle occasioni in cui potrebbe esporsi sceglie di restare in disparte non perché manchino le idee, ma perché si è già formata un’immagine di sé che precede l’azione. Col tempo, quella rinuncia ripetuta diventa abitudine, e l’abitudine si trasforma in identità.

A quel punto non è più solo una sensazione iniziale: è un modo di stare nelle situazioni che si auto-conferma. Quando arriva un’occasione diversa, la risposta sembra già scritta: “non fa per me”, “non sono capace”. È proprio qui che il pensiero di Socrate acquista tutta la sua forza: se non si cambia il modo in cui si guarda se stessi, difficilmente cambierà anche il mondo che si ha davanti.

Il ritorno a Sé come punto di partenza

Quando si smette di pensare il mondo come qualcosa da affrontare o correggere, cambia anche il modo di viverlo. Non appare più come uno scenario separato, ma come uno spazio che prende forma insieme allo sguardo di chi lo attraversa. Le situazioni non arrivano “da fuori” in modo neutro: acquistano significato nel momento in cui vengono interpretate.

Alla fine, non c’è una separazione netta tra interno ed esterno: ciò che si vive fuori porta sempre con sé la traccia di ciò che si è dentro. Si deve cambiare il modo in cui si costruisce il senso delle cose prima ancora di agire. Anche ciò che sembra spontaneo – una scelta, una reazione, un lavoro – nasce da un insieme di letture interiori che spesso restano invisibili.

Sai che penso? Che Socrate aveva ragione. Nessuno può sperare di cambiare il mondo senza aver prima avuto il coraggio di cambiare se stesso. Magari non si riuscirà a trasformare l’umanità, né a risolvere i grandi problemi del nostro tempo. Ma se anche una sola persona, grazie al proprio esempio, riuscirà a migliorare un frammento della realtà che la circonda, allora quel cambiamento interiore avrà già iniziato a muovere il mondo. Perché ogni grande trasformazione, in fondo, nasce sempre da un essere umano che ha deciso di partire da sé.

Leggi anche: Dialogo tra filosofi: vive meglio chi prende la vita alla leggera o chi si fa domande? Socrate Vs Platone

LifeStyle

 

venerdì 3 luglio 2026

RIVELAZIONE

 


La rivelazione  non è una teoria,

 ma un’esperienza radicale

 

Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola 

nella XIV domenica del tempo ordinario (anno A)

Zc 9,9-10; Sal 144/145; Rm 9,9.11-13; Mt 11,25-30

La rivelazione biblica, nei vangeli, ha il suo sbocco culminante nel discepolato, che gli amici di Gesù vivono nei suoi confronti, accogliendolo e seguendolo come loro Maestro. Si concretizza, così, quanto era stato prospettato già nei libri sapienziali inclusi tra le Scritture d’Israele. L’invito a ospitare nella sua casa, per trovarvi riparo e ristoro, che la Sapienza divina faceva ai passanti, riecheggia allorché Gesù incoraggia i suoi discepoli a seguirlo e a porsi alla sua scuola: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi […], imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita», come leggiamo nell’odierna pagina evangelica.

Tuttavia, l’approdo ultimo del rivelarsi divino non resta sganciato dall’orizzonte da cui esso promana. Non per niente il brano matteano, che la liturgia della Parola oggi propone, si suddivide in due parti. All’esortazione rivolta ai suoi discepoli, Gesù premette la preghiera che innalza al Padre suo. Egli gli rende lode per la sua «benevolenza». La buona volontà divina riguarda proprio il senso della rivelazione: essa è destinata non ai sapienti e ai dotti, i quali possono correre il rischio di presumere di sapere già tutto e di non aver bisogno di apprendere nulla di nuovo, bensì ai piccoli, che come tali hanno ancora da imparare tutto. Ciò vuol dire che la rivelazione non è una teoria da spiegare o una dottrina da argomentare, un sistema filosofico o un teorema scientifico. Non è un insegnamento complesso e men che meno complicato. La rivelazione è, piuttosto, una confidenza sussurrata all’orecchio di chi appoggia la testa sul petto del Maestro. E se a una lezione assomiglia, la rivelazione che si compie in Gesù è una lezione di vita, che può ben essere appresa anche dai semplici, purché abbiano la disponibilità e il coraggio di stare assieme a lui.

Quel che Gesù confida ai suoi discepoli è la conoscenza reciproca tra lui e Dio. Parlando in terza persona, il Maestro difatti rimanda al legame d’amore che sussiste tra il Padre e il Figlio: essi si conoscono a vicenda, cioè si amano l’un l’altro. La rivelazione è la testimonianza resa a questa comunione d’amore tra il Padre e il Figlio. Ed è la via che si dischiude per dare adito a chi, trovandosi nella situazione della piccolezza, tipica della condizione filiale, accetti di accedere al rapporto d’amore che c’è tra il Padre e il Figlio. È, insomma, l’opportunità di farsi coinvolgere in quell’orizzonte, di lasciarsi innestare in quella comunione.

Considerata in questa prospettiva, la rivelazione è un’esperienza, non una teoria. Per maturarne un’attendibile conoscenza, per venire a sapere dell’esistenza di quella comunione d’amore paterno-filiale, per penetrarne il segreto, per comprenderne il significato e la portata salvifica, occorre farne una radicale esperienza. Intrattenere un rapporto di comunione col Figlio permette ai discepoli di arrivare anche al Padre e di partecipare della comunione agapica che Dio stesso è in quanto tale. Ecco perché Gesù impersona il compimento della rivelazione.

Imparare la divina lezione del Maestro di Nazareth è alla portata di tutti. Ma è, nondimeno, impegnativo. Si tratta, in definitiva, di immedesimarsi in lui, di stare con lui al suo stesso posto, di prendere posizione con lui, di assumere la sua medesima postura filiale: solo così si può entrare in relazione col Padre suo. Vale a dire stando nei panni del Figlio, accettando d’essere un tutt’uno con Gesù. La qual cosa, per i discepoli, equivale a vivere la propria condizione umana come la vive il Cristo.

Cristo Gesù condivide la nostra condizione umana, sobbarcandosi alle nostre limitazioni, alle nostre debolezze e fragilità, persino ai nostri errori. Egli fa suo il nostro stesso «giogo», porta cioè con noi e come noi il peso della nostra umanità. Lo fa, però, da Figlio del Padre. Affidandosi, cioè, a Dio, confidando in Lui. Per questo la condizione umana, vissuta da Gesù e alla maniera di Gesù, diventa un «giogo leggero». Le nostre fatiche e le nostre difficoltà possono risultare meno pesanti, se ci accorgiamo di non essere soli a sopportarle. Le nostre stanchezze – non solo quella fisica, ma anche e soprattutto quella morale ed esistenziale – possono trovare sollievo. La nostra esistenza può cessare di sembrare effimera e segnata dalla finitudine, giacché ne riscopriamo il fondamento eterno, che sussiste nell’infinito amore tra il Padre e il Figlio.

E nella grazia di poterne fruire come figli nel Figlio.

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I TRE VOLTI

 


I tre volti 

di 


uno scisma





-di Giuseppe Savagnone 


Il volto ecclesiale

La scelta della Fraternità sacerdotale San Pio X di ordinare quattro nuovi vescovi si può considerare sotto profili diversi. Il più evidente – di cui soprattutto si sono occupati i media – è quello ecclesiale. Dopo la scomunica da parte di Giovanni Paolo II, che nel 1988 fece seguito all’ordinazione di altri quattro vescovi da parte del fondatore della Fraternità, mons. Lefebvre, c’erano stati degli sforzi di riavvicinamento, culminati nella remissione della scomunica da parte di Benedetto XVI, che aveva anche ammesso nuovamente l’uso del messale preconciliare.

Papa Francesco aveva revocato la liberalizzazione della messa in latino, ma aveva concesso ai preti lefebvriani la potestà di confessare durante il Giubileo della misericordia (2015-2016) e la possibilità – da valutare però caso per caso – di celebrare matrimoni.

Con la decisione di ordinare altri quattro vescovi senza il mandato della Santa Sede, il superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, ha respinto l’accorato appello di papa Leone a mantenere aperto il dialogo e ha reso inevitabile una nuova scomunica. Si tratta, infatti, di una sfida aperta all’autorità del pontefice, come era stata quella del defunto mons. Lefebvre. Un gesto che consacra la disobbedienza della Fraternità al papa, rompendo la comunione con lui, e determina automaticamente lo scisma.

Questa mossa, in verità, può apparire – e secondo molti è – contraddittoria con la volontà della Fraternità di ritornare al Catechismo di Pio X, in cui è rigorosamente prescritta l’obbedienza al papa. Ma già secondo Lefebvre la crisi della Chiesa era così grave da giustificare misure eccezionali per salvaguardare l’ortodossia, rendendo leciti atti normalmente proibiti dal diritto canonico. 

E anche don Pagliarani si appella a uno “stato di necessità” per una presa di posizione che a suo avviso è motivata da una più profonda fedeltà alla Chiesa e al papa, perché volta a ricondurli alla retta interpretazione della tradizione ecclesiastica. Come scrive nella sua risposta all’appello di Leone: «Lungi da noi il volerci separare dalla Chiesa di Roma – si legge nel testo – al contrario, desideriamo servirla con mezzi straordinari, come si soccorrerebbe una madre in difficoltà che necessita di un aiuto particolare, anche se tale aiuto non è compreso da tutti».

Le ragioni del dissenso

La Fraternità, infatti, ritiene che il Concilio Vaticano II abbia creato una frattura nella tradizione della Chiesa e abbia dunque tradito lo spirito del cattolicesimo. Un punto cruciale è, a questo proposito, il riconoscimento contenuto nella dichiarazione conciliare Dignitatis humanae  – poi sviluppato in particolare da Giovanni Paolo II e da papa Francesco con gesti pubblici di apertura e di dialogo –  che c’è della verità anche nelle altre religioni e nelle altre confessioni cristiane, valorizzandone così la funzione spirituale, invece di bollarle semplicemente come errori da combattere in nome dell’unica verità rivelata e di cui solo la Chiesa cattolica sarebbe depositaria.

Ma ad apparire inaccettabile ai seguaci di mons. Lefebvre è anche la nuova dimensione comunitaria introdotta dalla costituzione conciliare Lumen gentium, che rovescia la concezione piramidale e gerarchica della Chiesa, mettendo in primo piano il popolo di Dio, desacralizzando la gerarchia e valorizzando il laicato.

È solo una conseguenza di queste divergenze di fondo quella che spesso è stata scambiata per il problema cruciale, la celebrazione della messa in latino. Dove in realtà la questione della lingua è certo significativa, ma secondaria rispetto al fatto che si tratta di una messa celebrata con un rito non rispondente alla nuova visione del Concilio.

Un solo esempio: una delle novità della messa post-conciliare è il fatto che il celebrante non dà le spalle al popolo – volgendosi come suo rappresentante ad Orientem, verso Dio – ma celebra rivolto ai fedeli, partecipando insieme a loro alla comune mensa sacrificale.

È evidente che quello della Fraternità San Pio X è una reazione a tutto ciò che di nuovo la Chiesa ha espresso in questi anni. Eppure, deve far riflettere il fatto che, contrariamente a quanto molti immaginavano nel 1988, essa non si è estinta con Lefebvre, ma è cresciuta. Se allora contava poco più di duecento sacerdoti, l’anno scorso ne contava 733, con altri 264 seminaristi, oltre a religiosi e religiose presenti in numerosi Paesi e alcune centinaia di migliaia di laici che gravitano attorno alle sue opere.

Non solo. All’interno della stessa Chiesa cattolica si registrano segni di nostalgia del passato. E quello che colpisce è che essi vengono soprattutto dai giovani preti, con il ritorno a un accentuato ritualismo, all’uso della talare, alla sottolineatura dell’autorità dei presbiteri. È come se si sentisse il bisogno di puntare su contrapposizioni nette e di trincerarsi dietro forme rigide, per difendere una identità minacciata dalla complessità e dalla problematicità della realtà attuale. Ma, in definitiva, è una fuga dai dubbi e dal confronto, che rivela una sostanziale debolezza.

Il volto teologico-culturale

Questo apre la strada a un secondo aspetto dello scisma, assai meno trattato, quello teologico-culturale. Liquidare lo smarrimento di cui si è detto come un fatto meramente psicologico rischia di coprire i problemi che il cristianesimo – non solo quello cattolico – sta affrontando, in questa che – come lucidamente ha precisato papa Francesco – non è un’epoca di cambiamento ma un cambiamento epocale.

Il distacco dalla Chiesa di masse sempre più imponenti di fedeli evidenzia la difficoltà del messaggio cristiano a presentarsi come attuale e coinvolgente per gli uomini e le donne del nostro tempo. Più che le chiese vuote, il problema sembra la difficoltà delle persone – anche di chi ancora le frequenta – a trovare credibile il Vangelo e a vivere con l’intensità di una volta la loro adesione di fede nel nuovo contesto culturale.

Da qui i tentativi di diversi teologi di pensare in modo nuovo l’oggetto di questa fede, anche ricorrendo a vere e proprie rivoluzioni dottrinali, come quella implicita nelle diverse forme di post-teismo, che arrivano a rimettere in questione perfino l’esistenza di un Dio trascendente il mondo. Col rischio, però, che, piuttosto che di un’attualizzazione delle verità da sempre credute, si tratti di una loro sostituzione con altre.

E anche nel modo di concepire il pluralismo religioso, il rispetto per le altre fedi finisce a volte per tradursi nella riduzione della figura di Gesù Cristo a quella di uno dei tanti fondatori di religioni, spogliandola della divinità che le attribuisce il Credo elaborato dalla Chiesa indivisa nel primo millennio della sua storia. Col risultato di svuotare l’idea centrale del cristianesimo, che è quella dell’assunzione della nostra umanità da parte di Dio stesso.

Da qui l’irrigidimento di chi, per difendere la tradizione, la identifica con una pura e semplice conservazione, assumendo come assoluta questa o quella formulazione del passato, senza rendersi conto dell’arbitrarietà di una simile scelta: perché proprio il catechismo di Pio X, o le formule del Concilio tridentino, e non altre fasi della storia cristiana?

Quando invece ogni tradizione è per sua natura dinamica e deve sempre fare i conti con i nuovi contesti culturali in cui si trova a vivere, arricchendosi grazie ai loro apporti. Quella della Chiesa, poi, è il processo attraverso cui i discepoli di Gesù sono chiamati a una sempre più profonda comprensione del suo messaggio, sotto la guida dello Spirito Santo, come ha promesso il Maestro ai suoi prima di lasciarli.

Ciò non avviene, però, senza il contributo attivo degli uomini e delle donne di ogni epoca. E, per quanto riguarda la nostra, la Chiesa non potrà far fronte adeguatamente al suo compito di traduzione del Vangelo nel linguaggio del nostro tempo senza un forte slancio di pensiero creativo e, al tempo stesso, fedele all’essenziale. Il richiamo del passato, di cui lo scisma è una manifestazione, rivela questa difficoltà a costruire il futuro.

Il volto politico

Ma c’è anche un terzo volto di questo scisma, che non va trascurato, quello politico. L’opposizione al messaggio sociale proposto energicamente dagli ultimi papi ha avuto il suo fulcro, negli Stati Uniti, in ambienti religiosi conservatori, prevalentemente evangelici, ma in una certa misura anche cattolici. E, reciprocamente, il messaggio che viene da un’esperienza come quella della Fraternità è decisamente di appoggio alla destra, a livello internazionale come a quello italiano.

Destò un certo scalpore, a questo proposito, la scoperta che uno dei quattro vescovi consacrati nel 1988 da Lefebvre, mons. Richard Williamson, era un deciso negazionista dell’Olocausto. E, nell’ottobre del 2013, è stata la Fraternità di San Pio X a voler ospitare la funzione religiosa dei funerali del gerarca e criminale nazista Eric Priebke.

Non è un caso, perciò, che alla consacrazione dei quattro vescovi scismatici siano stati presenti, unici rappresentanti politici, l’ex europarlamentare della Lega Mario Borghezio, oggi aderente a Futuro Nazionale (il nuovo partito di Vannacci), e una delegazione di Forza Nuova guidata da Roberto Fiore.

Una destra cinicamente aggressiva e sprezzante dei diritti delle persone e dei popoli sta dilagando in Europa e nel mondo, dagli Stati Uniti ai paesi del Sudamerica, dall’Italia alla Germania, da Israele al Giappone. La Chiesa cattolica è forse attualmente l’unica voce che si oppone a questa marea e si leva a difesa dei poveri, dei migranti, degli inermi.

Alle forze della reazione emergenti ne serve un’altra, che pretenda di essere anch’essa pienamente cattolica, e che avalli la linea di quei governanti che, come la nostra Meloni, fanno dell’erezione di muri contro i migranti il loro fiore all’occhiello, senza però voler rinunciare alla pretesa di essere paladini del cristianesimo («Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana») contro il pericolo dell’invasione dell’islam.

La Fraternità di San Pio X si presta perfettamente a questa operazione e indica comunque la direzione di una nuova conciliazione tra potere politico e cristianesimo. Anche qui, tuttavia, si tratta di una sfida che può essere salutare. Essa costringe il mondo cattolico a una riflessione sulla propria assenza dalla scena politica.

Più in generale, sotto tutti e tre i profili che abbiamo esaminato, questa riedizione dello scisma del 1988 potrebbe rivelarsi una nuova occasione di risveglio per una Chiesa spesso stanca e demotivata.

Non ci sono ricette. Come papa Leone ha ricordato nella sua enciclica, dipende da ognuno di noi decidere se lasciarsi dominare dalla logica del potere dell’omologazione espressa nella torre di Babele o contribuire alla ricostruzione delle mura della città di Dio, in cui l’umano è custodito e può fiorire. 

A ciascuno la scelta.

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CAMBIAMENTO

 


Cambiamento:

 parola giusta

 per noi



Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, 

per capire cosa ci rivelano del nostro mondo


I giovani, la nave di Teseo e ChatGPT

Per gli adulti cambiare è una promessa o una minaccia; per i ragazzi è l’esperienza quotidiana attraverso cui prendono forma cercando se stessi.

Con questa serie di articoli, Luigi Ballerini, scrittore per ragazzi e medico psicoterapeuta, ci accompagna in un viaggio nelle parole dei giovani per provare a capire che cosa rivelano, a noi adulti, del loro mondo. Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole Ostili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.

-         di LUIGI BALLERINI

La parola cambiamento compare spesso nei discorsi degli adulti. La utilizziamo per parlare della società, della tecnologia, della politica, del lavoro, la invochiamo come una promessa oppure la temiamo come una minaccia. Talvolta la trasformiamo addirittura in un valore assoluto. Le ragazze e i ragazzi che hanno scritto questa definizione, invece, la riportano dentro l’esperienza concreta del vivere. «È la parola giusta per noi», scrivono. In poche parole stanno definendo se stessi. Il cambiamento rappresenta una delle esperienze più tipiche della condizione giovanile, tanto da costituirne quasi il tratto distintivo. Essere giovani significa effettivamente attraversare trasformazioni continue, svegliarsi ogni giorno e scoprire che qualcosa è diverso, nel proprio corpo come nei propri pensieri. E anche negli altri. P er un adulto l’identità tende a coincidere con una certa stabilità. Abbiamo una storia, una professione, un carattere relativamente consolidato; possiamo fare affidamento su elementi che tendono a permanere nel tempo. Per una ragazza o un ragazzo l’identità si presenta invece come un percorso e ciò che conta è il divenire. 

Accade però il paradosso che per cambiare occorre conservare qualcosa di sé. È una questione antica: già Plutarco raccontava che gli Ateniesi conservarono per secoli la nave di Teseo sostituendone, una dopo l’altra, le tavole che il tempo deteriorava. Alla fine dell’imbarcazione originaria non rimase più nulla. Era ancora la stessa nave? Da allora questa domanda, che riguarda anche ciascuno di noi, è rimasta viva. Crescere significa cambiare profondamente, sostituire idee, abitudini, desideri, modi di guardare il mondo. Eppure continuiamo a riconoscerci come la stessa persona. L’identità potrebbe consistere proprio nel custodire un filo di continuità attraverso tutti i cambiamenti. Ogni trasformazione autentica richiede di tenere insieme trasformazione e permanenza. Si aggiungono esperienze, si correggono errori, si acquisiscono competenze, si modificano convinzioni e abitudini, mentre continua a esserci un soggetto che cerca e mantiene la sua unità. Il cambiamento può risultare faticoso proprio perché richiede di integrare il nuovo nella propria storia senza perdere il legame con la persona che si è stati fino a quel momento.

Crescere, ci dicono i ragazzi, significa restare in una condizione di continua revisione di sé. Il corpo cambia. Cambiano i gusti, le amicizie, le domande, le idee sul mondo. Cambia il rapporto con i genitori e quello con gli insegnanti. Cambia anche il modo di guardare se stessi. Ed è un lavoro veramente impegnativo, che può trascinarsi dietro paure, incertezze e angosce; dovremmo ricordarcene noi che ci siamo già passati. Qui emerge una lucida consapevolezza, significativa per chi vive in una cultura che celebra continuamente il cambiamento, l’innovazione, la trasformazione, la reinvenzione, l’aggiornamento, tanto che cambiare sembra coincidere automaticamente con migliorare. I ragazzi mostrano una percezione più articolata della questione, indicano che ogni cambiamento comporta un costo. È un richiamo utile anche per noi adulti, spesso tentati di trasformare il cambiamento in un valore assoluto. Le trasformazioni, invece, chiedono sempre di essere valutate nei loro effetti e nelle loro conseguenze, ma anche, e forse soprattutto, nelle loro origini. La domanda decisiva non è infatti se si cambia, perché il cambiamento accade comunque, a ogni età, ma come?

È un po’ come quando impostiamo un navigatore. Il fatto che l’automobile si muova non dice ancora nulla sulla bontà ed efficacia del nostro viaggio. Possiamo percorrere centinaia di chilometri e allontanarci dalla meta, se abbiamo sbagliato destinazione. Il movimento, da solo, non basta. Ciò che conta è la direzione. Si può infatti cambiare in meglio o in peggio. Si può, ad esempio, diventare più capaci di stare con gli altri o più chiusi e più soli. È un punto di prudenza che meriterebbe maggiore attenzione nel dibattito contemporaneo in cui spesso ci ritroviamo a celebrare la novità per il solo fatto che è nuova. Il cambiamento, preso in sé, non possiede alcun valore morale. Diventa interessante quando si comprende da dove origina, dove conduce e quali effetti produce sulla vita delle persone. C’è poi un ultimo aspetto che merita attenzione: dopo aver parlato di se stessi, le ragazze e i ragazzi allargano improvvisamente lo sguardo al mondo. Citano infatti l’Intelligenza artificiale e il cambiamento che essa sta producendo nel modo di studiare. 

In questo passaggio brevissimo mostrano la consapevolezza di quanto la loro crescita personale si intrecci con una trasformazione storica e sociale più ampia. L’esempio scelto è particolarmente interessante perché riguarda proprio la conoscenza dato che l’Intelligenza artificiale modifica il modo di studiare, di cercare informazioni, di produrre contenuti, di apprendere. Colpisce soprattutto quel riferimento al loro “amato” ChatGPT. È difficile non leggere nelle virgolette una sottile ironia, accompagnata forse anche una certa ambivalenza. Che siano consapevoli di quanto l’Intelligenza artificiale sia insieme una possibilità e una questione aperta? Essa infatti pone una serie di nuove domande rispetto al significato dello studio, al valore della fatica, al ruolo della memoria e alla costruzione personale del sapere. Sta a noi adulti aiutarli a formulare sempre meglio questo giudizio, uscendo dalla cristallizzazione della spaccatura fra tecno-entusiasti e tecno-apoca-littici. Chi governa questi strumenti? Chi decide come funzionano? Chi possiede gli algoritmi, i dati e le infrastrutture che rendono possibile l’Intelligenza artificiale?

Nella recente enciclica Magnifica humanitas, papa Leone XIV richiama, fra le altre cose, proprio il rischio di una crescente concentrazione di potere nelle mani di pochi soggetti privati capaci di influenzare in profondità la vita collettiva. Questa riflessione dialoga sorprendentemente con il tema del cambiamento. Ogni innovazione modifica infatti oltre ciò che facciamo, anche i rapporti di forza, le possibilità di accesso al sapere, le forme della partecipazione sociale e della libertà. I ragazzi qui non formulano alcun giudizio definitivo, non celebrano l’intelligenza artificiale come una rivoluzione salvifica e non la descrivono nemmeno come una minaccia assoluta. La registrano come un fatto già entrato nella loro esperienza quotidiana e capace di modificare abitudini consolidate, senza rinunciare a quella sfumatura affettuosamente ironica racchiusa nell’aggettivo “amato”. 

Anche il cambiamento tecnologico, dunque, conferma l’intuizione che attraversa tutta la definizione. La questione decisiva è il giudizio che siamo capaci di esercitare su di esso. Ecco che cosa i ragazzi ci stanno dicendo: il cambiamento è una condizione inevitabile della vita, cui nessuno può sottrarsi, ma la vera questione riguarda la sua direzione. Occorre sempre chiederci dove stiamo andando, che cosa stiamo diventando, quale beneficio stiamo ricavando dalle trasformazioni che favoriamo o semplicemente subiamo. In fondo crescere e progredire implica dare una direzione al cambiamento. E dovremmo essere grati a loro, che sperimentandolo ogni giorno, più di tutti ce lo ricordano.

*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

www.avvenire.it

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SICUREZZA E PACE

 


Comece, la strategia di sicurezza europea al servizio della pace


Le cinque raccomandazioni dei vescovi europei ai governi e alle istituzioni contenute in un documento, pubblicato oggi 2 luglio, dal Segretariato della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea. Investire su diplomazia, cooperazione, multilateralismo e diritti umani per realizzare una pace duratura. No alla normalizzazione della guerra: "La sicurezza autentica non può essere raggiunta solo con mezzi militari"

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

L’attuale contesto geopolitico non deve portare l’Europa a perdere di vista la sua vocazione originaria di progetto e architettura di pace. L’assunto da cui parte il documento della Comece (Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea) è lapalissiano: stretto nella morsa dei conflitti, il Vecchio Continente ha bisogno di capacità di sicurezza e difesa più forti, ma “una sicurezza autentica e duratura non può e non deve essere raggiunta solo con mezzi militari”, serve piuttosto una visione umanitaria, democratica e orientata al dialogo. Perciò i vescovi, mentre identificano i vettori dell’attuale crisi, la più grave degli ultimi decenni, nella guerra d'aggressione della Russia contro l'Ucraina, citando anche le minacce ibride, i cyberattacchi, il terrorismo, la criminalità organizzata e l'erosione dell'ordine internazionale, richiamano con forza governi e istituzioni alla responsabilità e all’obbligo giuridico di osservare i Trattati.

Non smarrire le proprie radici

Nel contesto di una crescente rivalità geopolitica, “il rafforzamento delle capacità di difesa europee è legittimo e necessario” si legge nel testo, poiché risponde alle aspettative dei cittadini che chiedono la tutela della propria sicurezza e dei valori fondanti del progetto europeo. Tuttavia, il pericolo imminente è che la militarizzazione esasperata porti l'Europa a smarrire la propria identità profonda. Per evitare che ciò accada “l’uso della forza deve rimanere eccezionale, esercitato in strette condizioni legali e etiche e nel pieno rispetto del diritto internazionale umanitario”. Da qui il Segretariato della Comece rilancia cinque raccomandazioni utili a costruire una futura strategia di sicurezza, saldamente imperniata sul rispetto della dignità umana, dei diritti fondamentali e del bene comune che devono sempre essere al centro di qualunque processo decisionale politico.

Attenzione alla "normalizzazione della guerra"

La Chiesa d’Europa esprime forte preoccupazione per una deriva culturale che rischia di far prevalere le logiche belliche su quelle diplomatiche, le risposte militari alle scelte politiche. Rilanciando il monito di Papa Leone XIV, che ha messo in guardia contro “una crescente normalizzazione della guerra e una rinnovata corsa globale agli armamenti”, la Comece insiste dunque sulla revisione dei bilanci comunitari e sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale. Mentre infatti le risorse destinate agli armamenti crescono, i fondi per la prevenzione dei conflitti subiscono tagli drastici, perciò serve un'inversione di rotta contabile ed etica. “È essenziale garantire che gli investimenti nella difesa non compromettano gli investimenti in aree cruciali per la pace, tra cui la diplomazia, la prevenzione dei conflitti, la cooperazione allo sviluppo, l'assistenza umanitaria, nonché la giustizia socio-economica ed ecologica”. Per la Chiesa, infatti, la pace non è mera assenza di conflitti, ma un ecosistema che prospera solo se radicato nella giustizia sociale e nella salvaguardia dell'uomo e dell'ambiente in cui vive.  

Proteggere la vita 

Per tradurre questi principi in linee politiche concrete, il Segretariato della Comece ha strutturato cinque raccomandazioni chiave destinate ai decisori di Bruxelles: mantenere la pace come obiettivo strategico, ampliare la valutazione delle minacce oltre i rischi militari, rafforzare la prevenzione dei conflitti e la costruzione creativa della pace, rafforzare controllo democratico e responsabilità etica, inserire la strategia di sicurezza all’interno di una più ampia strategia di pace. Il documento esorta a ricordare che “il rafforzamento della difesa europea non dovrebbe essere considerato fine a se stesso, ma come un mezzo per proteggere le vite umane, salvaguardare i valori fondamentali e preservare la pace”. A tal proposito anche la comunicazione pubblica dei governi deve cambiare evitando di presentare la spesa militare come un volano di crescita industriale o competitività commerciale.

Sicurezza umana oltre le armi

Le minacce moderne, com’è noto, non viaggiano però solo su carri armati, caccia bombardieri e navi da guerra. I vescovi chiedono una concezione globale della sicurezza che integri le dimensioni ambientali e sociali, poiché, scrivono, “la sicurezza umana è minacciata anche dalla povertà, dagli sfollamenti forzati, dal degrado ambientale, dai cambiamenti climatici, dalle pandemie, dalla criminalità organizzata, dalla frammentazione sociale e dall'erosione democratica”.

Prevenzione ed early warning

Prevenire i conflitti violenti rimane il modo più efficace, meno costoso e più umano anziché rispondere alle crisi una volta che sono scoppiate, spiegano i presuli, perciò in linea con una recente relazione del Parlamento europeo, l'UE dovrebbe rafforzare in modo significativo le proprie capacità nei settori della diplomazia preventiva, della mediazione, dell'allarme rapido, della costruzione della pace civile, della ricostruzione post-conflitto e della riconciliazione. Da qui il richiamo alla "creatività" nell'essere costruttori e generatori di pace, che si traduce nell’esplorare partenariati con una gamma più ampia di attori, inclusi movimenti religiosi, gruppi, comunità. Questi ultimi infatti proprio perché radicati nel territorio, riescono a lavorare per la riconciliazione in modo capillare.

Controllo democratico

Le armi, avvertono i vescovi, non sono e non dovrebbero mai essere trattate come semplici merci, da importare e esportare, pertanto è bene che gli investimenti nella capacità di difesa siano accompagnate da una sorveglianza democratica, trasparenza e tutele etiche, con particolare attenzione alle tecnologie emergenti, incluse Intelligenza Artificiale e sistemi autonomi. Richiamando ancora le parole del Papa in merito a tali strumenti, la strategia di sicurezza europea non può dunque prescindere da “un controllo umano significativo su tutte le decisioni che comportano l'uso della forza letale”. Infine la strategia comprende l'integrare la difesa in un quadro più ampio che connetta in modo coerente gli aiuti umanitari, la diplomazia e lo sviluppo economico rafforzando la cooperazione con l’Onu, la Nato e l’Osce: solo così è possibile contribuire alla ricostruzione di un’architettura di pace internazionale basata sulla fiducia, sulla cooperazione e sul rispetto del diritto.  “Sicurezza e pace - si legge in conclusione del documento - non sono obiettivi in competizione tra loro. Al contrario, la sicurezza dovrebbe servire l'obiettivo generale di una pace giusta e sostenibile, che dovrebbe guidare le scelte strategiche dell'Europa negli anni a venire”.

 Vatican News