martedì 24 febbraio 2026
FRANCESCO E LE SUE OSSA
sabato 21 febbraio 2026
SE SEI FIGLIO DI DIO
del Tempo
di Quaresima –
22 febbraio 2026
VANGELO Mt 4,1-11 :[1] Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. [2] Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. [3] Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». [4] Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». [5] Allora il diavolo lo condusse nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio [6] e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». [6] Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo». [7] Di nuovo il diavolo lo condusse sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria [9] e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». [10] Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Adorerai il Signore, Dio tuo, a lui solo renderai culto». [11] Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, gli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
Commento di Giustina Comunità Kairòs
Chi è “il Figlio amato nel quale il Padre si compiace”? In
che modo lo è Gesù? È significativo che il racconto delle tentazioni segua
immediatamente il riconoscimento, avvenuto nel battesimo al Giordano, da parte
del Padre. Attraverso la prova si rivela l’identità profonda del Figlio, ma
anche il tipo di relazione che intercorre tra lui e il Padre. L’Uomo-Gesù (il
Figlio) come si relaziona con Dio (il Padre)? Dio non toglie la tentazione
neanche al Figlio. È quasi un percorso obbligato per saggiare l’autenticità
della relazione con Dio. Con quale Dio ti stai relazionando, quale immagine ti
sei fatto di Lui? Lo Spirito Santo conduce Gesù nel deserto perché il suo
essere Figlio venga verificato nella storia umana. Come qualsiasi altro uomo da
Adamo in poi anche Gesù viene tentato. La narrazione mette in luce il suo
essere uomo come gli altri, digiuna per quaranta giorni, prova la fame, subisce
la prova e sperimenta la fragilità umana. La sua filiazione divina non lo esime
dalla condizione umana, anzi la attraversa e la assume fino in fondo. È qui che
si gioca la qualità del suo essere Figlio di Dio. Le tre tentazioni a cui è
sottoposto Gesù richiamano altrettante situazioni di prova vissute da Israele
nel lungo cammino attraverso il deserto (la manna Dt 8,3; l’acqua dalla roccia
Dt 6,16 e la tentazione di seguire altri dei Dt 6,13). In queste situazioni di
crisi, Israele chiamato a vivere nella fedeltà l’alleanza con Dio non ne era
stato capace e aveva preferito una falsa ricerca di sicurezza. A differenza di
Israele, Gesù nelle risposte che darà al tentatore conferma il suo statuto di
Figlio di Dio in un rapporto di assoluta fiducia nella parola del Padre.
Fin dalle prime battute, emerge che esistono due modi di
essere figlio di Dio, che si traducono anche in due modi di leggere e
interpretare la Parola. Le richieste del “diavolo” propongono un modo di essere
figlio che, partendo dal controllo della parola di Dio, vuole arrivare ad avere
controllo e potere su tutto, su di sé, sugli altri e soprattutto sull’Altro. Un
modo che, piuttosto che sottomettersi, cerca di piegare la volontà di Dio alla
propria. È quello che cerca di fare il tentatore usando le citazioni bibliche
per giustificare la via al successo facile, al potere e al prestigio
spettacolare. È un modo di interpretare che tradisce la parola stessa e si
allontana dalla fedeltà a Dio. Diverso è il modo di essere figlio indicato da
Gesù. Nella sua scelta di fedeltà al progetto di salvezza del Padre, egli
rifiuta risolutamente la via del prestigio facile e del potere. La sua via, che
si concluderà a Gerusalemme con la croce, è quella della piena adesione alla
parola di Dio nonostante le opposizioni.
Il suo essere Figlio
di Dio non si rivela attraverso il miracolo facile, il successo garantito, ma
nelle fedeltà alla condizione umana nonostante le sue contraddizioni e i suoi
limiti. Si rivela in particolare nella sua capacità di accogliere tutto come
dono del Padre e di sapere a sua volta donare tutto, anche la sua stessa vita,
mettendola nelle mani di altri. Due modi di essere figlio in cui si giocano le
relazioni fondamentali dell’uomo: con le cose, con le persone, con Dio. Le tre
tentazioni a cui è sottoposto Gesù richiamano proprio questi tre ambiti
fondamentali della vita di ogni uomo e presentano la possibilità di garantirne
la soddisfazione mediante l possesso, le cose con l’avere, le persone con il
potere, Dio con il volere, invece che mediante il dono. Ogni peccato in fondo
ripete quello di Adamo: impadronirsi del dono staccandolo dalla sua Sorgente.
Le tentazìoni
La prima tentazione prende spunto dalla fame di Gesù e da un
bisogno primario dell’uomo. Il pane è un bisogno fondamentale per l’uomo ed è
fonte di vita. Come relazionarsi con questa necessità? Il tentatore suggerisce
di servirsi dell’essere figlio per soddisfare una propria necessità
fondamentale. Nella sua diabolicità vuol far credere all’uomo che l’unica
alternativa possibile per rimanere in vita sia piegare Dio alla propria
necessità. È la prima perversione del rapporto religioso. Piegare Dio alla propria
vita o la propria vita a Dio? È una falsa alternativa che Gesù respinge
prontamente. Nel suo ricorso alla scrittura, Gesù rimanda la vita dell’uomo
alla sua Sorgente. Il pane senza colui dal quale proviene non basta. Come a un
neonato non basta essere nutrito se viene a mancare la relazione fondamentale
con l’altro, così ogni uomo anche se ha il pane per sopravvivere non avrà la
Vita senza la relazione fondamentale con Dio che è il principio di tutto. Gesù
è Figlio perché vive di ogni parola che viene dal Padre, nell’obbedienza alla
sua parola e nel compimento della sua volontà. La seconda tentazione è
collocata a Gerusalemme. L’appello alla parola di Dio che promette la
protezione del giusto che si trova in pericolo nasconde in maniera subdola il
sovvertimento del rapporto religioso. la promessa della protezione divina viene
strumentalizzata. È in gioco la relazione con Dio e la sua immagine.
Chi è Dio? Un’entità manipolabile secondo le
proprie esigenze, a cui chiedere segni miracolosi solo per metterlo alla prova
e utilizzarlo per i propri fini? Nelle intenzioni del tentatore, la relazione
fra l’uomo e Dio viene capovolta e Dio è ridotto a una forza manipolabile. Gesù
smaschera questa falsa visione di Dio in cui ci si serve di Dio per i propri
fini, rifiutando di sfidare e strumentalizzare il rapporto religioso. Non è un
caso che la tentazione sulla relazione con Dio si svolga nella città santa. È
lì che Gesù, sulla croce, fedele al suo essere Uomo e Dio, si rivelerà come
l’autentico Figlio di Dio che rivelerà al mondo il vero volto del Padre. La
terza tentazione riguarda l’esercizio del potere e del dominio. Il tentatore
offre a Gesù tutti i regni della terra in cambio della sottomissione al suo
potere. È un modo distorto di intendere il potere.
Il potere
È un falso potere quello che viene offerto: facendo credere a
colui che l’accetta di avere potere in realtà lo rende schiavo. Il vero
esercizio del potere lo insegnerà Gesù ai suoi attraverso il servizio verso
tutti gli uomini. È la libertà di Colui che, avendo come orizzonte il Padre ed
a lui solo rendendo onore, sa che il Regno di Dio è un dono che si riceve
gratuitamente e che il vero esercizio del potere è il dono di sé. Alla fine,
quando il diavolo si ritira, gli angeli si avvicinarono per servirgli da
mangiare. Ciò che non ha voluto chiedere con un miracolo, gli viene offerto in
dono, perché Dio ha cura di chi si è affidato alla sua volontà. Gesù ha
condiviso in tutto la condizione umana, ha maturato la sua libertà attraverso
le scelte della sua vita storica e in modo particolare nella prova suprema,
dove esprime al massimo la sua libertà profonda e rivela i tratti autentici
della sua figliolanza divina.
IL BENE E IL MALE
Occorre chiedersi se davvero possiamo ridurre il bene e il male al piacere e al dolore soggettivi.
E forse, davanti a ciò che sta accadendo, ognuno di noi può trovare dentro di sé la risposta.
Il
terremoto Epstein
Ha
scosso l’Inghilterra, e non solo l’Inghilterra, lo scandalo che sta travolgendo
l’ex principe Andrew, fratello del re, a causa dei suoi rapporti con Jeffrey
Epstein, il finanziere, arrestato e poi sucida nel 2019, condannato per avere
creato una rete di sfruttamento le cui vittime – 1.200 – erano ragazze
minorenni, offerte da lui e dalla sua compagna e complice Ghislaine
Maxwell (ora in prigione) ai vip della politica, della finanza, dello
spettacolo.
I
nomi coinvolti emersi finora sono 300, ma la pubblicazione dei cosiddetti Epstein
files è stata e continua ad essere oggetto di aspre polemiche, per la
resistenza del Dipartimento della Giustizia americano a renderli
accessibili nella loro totalità. Tuttora sembra che non tutti i documenti siano
stati rivelati. E quelli che lo sono stati, riportano alla rinfusa – i critici
dicono intenzionalmente – l’elenco di questi nomi, senza specificare i
diversissimi contesti in cui in cui erano menzionati e creando una gran
confusione.
Ci
sono presidenti come Donald Trump, Bill Clinton, Barak Obama, esponenti
della politica, come Ted Kennedy e Steve Bannon, personaggi del mondo
economico, come Bill Gates, nobili, come il principe Harry, star come Beyoncé,
Robert De Niro e Woody Allen, personalità della cultura come Noam
Chomsky. Ma anche icone morte decenni fa, come la principessa Diana, Elvis
Presley e Michael Jackson. Non tutti sono stati “clienti” dell’ignobile
traffico. Alcuni erano solo legati a Epstein da rapporti di amicizia, sottolineati
da costosi regali. Altri sono stati solo menzionati e non lo conoscevano
personalmente.
Quel
che, però, è certo è che un certo numero di questi personaggi, di primissimo
piano nella vita pubblica a livello mondiale, erano compromessi con il
finanziere, che, peraltro, custodiva gelosamente, nel suo immenso archivio, le
prove di questa compromissione. «Se parlassi il sistema crollerebbe»,
diceva, secondo la testimonianza di una delle sue vittime. E i dubbi sul
suicidio si moltiplicano, visto il numero di persone potenti per cui la sua
stessa esistenza costituiva una potenziale minaccia.
In
alcuni casi i rapporti personali di Epstein con queste persone erano noti
indipendentemente da questa documentazione. Donald Trump li ha ammessi, ma
ha dichiarato di averli interrotti da molti anni. Quello che risulta, di questo
passato, è comunque inquietante. Fotografie fatte insieme con ragazzine,
messaggi con chiari sottintesi erotici e un’intervista del 2002 in cui il
Tychoon definiva il finanziere un «tipo eccezionale», a cui – aggiungeva – «si
dice piacciano le belle donne tanto quanto a me, e molte sono più giovani di
lui».
La
fine del male morale
L’enorme
indignazione che questa vicenda ha suscitato, negli Stati Uniti e forse ancor
più in Europa, è sicuramente comprensibile ma, al tempo stesso, evidenzia una
profonda contraddizione rispetto al clima culturale in cui ormai da tempo
vivono gli uomini e le donne su entrambe le sponde dell’Atlantico.
Già
a partire dal secolo scorso, infatti, nella cultura occidentale si è registrata
la progressiva crisi della fiducia nell’esistenza di un bene e di un male
assoluti. Contrapponendosi alla morale del cristianesimo, Friedrich Nietzsche,
considerato il padre della attuale post-modernità, aveva proclamato la
«morte di Dio», emblema di tutti i valori assoluti, ed aveva esaltato la figura
dell’«oltre-uomo», di chi, cioè, è capace di vivere nel vuoto che così si
apre, andando «al di là del bene e del male» (questo il titolo di una delle sue
opere più famose).
Emotivismo
etico
In
seguito, il neopositivismo logico, fiorito negli anni ’20 del Novecento
all’interno del cosiddetto “Circolo di Vienna”, ha sostenuto che, mentre la
scienza può arrivare a conclusioni razionalmente giustificabili, invece, nella
sfera morale, questo non è possibile, cosicché valutazioni e scelte sarebbero
espressione solo di stati d’animo del tutto soggettivi. Da dove il nome di
“emotivismo etico” usato solitamente per denominare questa teoria.
L’esempio
portato da un sostenitore di questa concezione è che, se scrivo “Rubar denaro è
male”, «è come se avessi scritto: “Rubar denaro!!!”» e in questo modo «esprimo
certi sentimenti morali. E chi si prende la pena di contraddirmi sta
semplicemente esprimendo i propri sentimenti morali; cosicché evidentemente non
ha senso chiedere quale dei due abbia ragione» (Alfred J. Ayer), come non ne
avrebbe cercare di stabilire razionalmente se il gelato al caffè è più o meno
buono di quello alla fragola .
Il
bene oggettivo
Questo
dissolversi dell’idea di un bene oggettivo – unito alla crisi dell’idea di
verità, per cui anche di quest’ultima ormai si dice che «ognuno ha la sua» – ha
avuto delle profonde ripercussioni sul modo di pensare diffuso anche di
quanti – la stragrande maggioranza – non sa nulla di filosofia. E ha favorito
la ripresa, nel sentire comune, di una visione secondo cui il bene non è
altro che il piacere e il male il dolore, stati del tutto soggettivi.
Già
nel Seicento il filosofo inglese Thomas Hobbes aveva scritto che «ogni uomo
considera ciò che gli piace ed è per lui dilettevole, bene; e male ciò che gli
dispiace; cosicché, dato che ognuno differisce da un altro nella costituzione
fisica, così ci si differenzia l’uno dall’altro anche riguardo alla comune
distinzione di bene e male».
E
così oggi è diventato difficile dire che quello che qualcuno fa è male, perché
la risposta ovvia sarebbe: «Lo è secondo te!». Ognuno ritiene suo diritto
stabilire la sua scala di valori secondo le proprie personali esigenze e i
propri gusti. Da qui il venir meno dell’idea di “peccato”, che aveva dominato,
a volte anche ossessivamente, la società cristiana, ma anche di quella di
“colpa”, che, a differenza della prima, di per sé prescinderebbe da ogni
riferimento alla divinità e è stata valorizzata anche in etiche
assolutamente laiche. Se è soggettivo il bene, lo è anche il male. Così, come
il peccato si era ridotto alla colpa, quest’ultima ormai sopravvive quasi
esclusivamente nella forma del “senso di colpa”, un disturbo psicologico, non
un male morale, da curare rivolgendosi a uno psicoterapeuta, per essere aiutati
a liberarsene, e non al confessore, per essere perdonati.
Homo
homini lupus
Cambiano
profondamente, a questo punto, i rapporti tra le persone, non più ispirati
dalla ricerca di un bene comune da perseguire insieme, in uno stile di
rispetto reciproco, ma ormai basati più o meno esplicitamente sul conflitto dei
rispettivi interessi, in cui inevitabilmente a prevalere sono quelli del più
forte. Per Hobbes, nello stato di natura gli esseri umani sono in guerra gli
uni contro gli altri e a fermare questa guerra può essere solo la paura di
poter soccombere. Non per nulla la sintesi della sua posizione si trova nella
notissima espressione «homo homini lupus», “l’uomo è per l’altro uomo
come un lupo”.
Anche
se può non far piacere riconoscerlo, è questa la logica del mercato
capitalistico su cui, con delle variazioni non sostanziali, si regge
l’economia. Non c’è un bene comune, ma scopi soggettivi legati, più o meno
direttamente, alla ricerca del proprio interesse e del proprio piacere. I
forti piegano i deboli a questo interesse e a questo piacere con la forza
o con il denaro. È ciò che ha fatto Epstein. E nella sua vita privata lo ha
sempre fatto, senza neppure provare a nasconderlo, Donald Trump. Uno stile,
peraltro, diffuso tra i vip.
Da
noi, in Italia, Berlusconi – da molti ricordato come un precursore, in scala
ridotta, di Trump – si vantava di riuscire a farsi in una notte anche otto
donne. Tutte innamorate di lui? Più plausibile è che fossero il suo denaro e il
suo potere a conquistarle. Le pagava profumatamente. In altri termini, le
comprava. E nessuno ha avuto da ridire. Anzi, il “cavaliere” è diventato il
nume tutelare della destra “cristiana” al governo, che, in occasione della sua
morte, ha indetto una settimana di lutto nazionale. E il nostro vicepremier, Taiani,
leader di Forza Italia, continua a mantenere il nome del fondatore nel simbolo
del partito, anzi nei suoi discorsi lo accomuna spesso a De Gasperi, il leder
politico di cui è in corso la causa di beatificazione.
Non
credo di esagerare se trovo paradossale che il caso Epstein stia destando tanto
clamore e tanta esecrazione. Certo, in questo caso, si trattava di ragazze
minorenni. E gli abusi di minori sono tra i casi in cui la regola della
soggettività delle valutazioni etiche viene sospesa. Da qui l’indignazione per
quelli perpetrati da preti della chiesa cattolica a danno dei piccoli del
catechismo e, più, in generale, per tutte le forme di pedofilia. Da parte
mia, mi chiedo francamente se un dato anagrafico com’è quello dell’età sia
sufficiente a giustificare una così drastica differenza di trattamento. Tante
persone adulte sono fragili e indifese quanto le adolescenti.
Ma,
forse, nell’insurrezione delle coscienze determinata dal caso Epstein è
possibile vedere una residua consapevolezza della differenza tra bene e male,
negata o almeno relativizzata dai filosofi, e tuttavia profondamente radicata
nel cuore umano. Al di là della diversità dei codici etici, riemerge la
percezione che c’è un incancellabile confine tra ciò che è umano e ciò che non
è. Non tutto ciò che una persona fa è umano. E non tutto ciò che si fa subire a
una persona, anche col suo consenso, lo è.
La
coincidenza del diritto con la forza in campo internazionale
Una
conferma che queste non sono astratte speculazioni, ma la chiave per capire il
nostro presente, viene dai cambiamenti nella politica internazionale, dove
l’idea del bene e del male legittimava la differenza tra ciò che è giusto e ciò
che non lo è, in riferimento al rispetto del diritto dei popoli e di quello
delle persone.
Non
è probabilmente un caso che di questi cambiamenti sia principale artefice un
personaggio che abbiamo visto appartenere al mondo di Epstein, il presidente
degli Stati Uniti Donald Trump, che sembra impegnato a trasferire nel rapporto
tra gli Stati la logica hobbesiana dell’homo homini lupus.
Alla
base c’è quell’andare “al di là del bene e del male” che porta a considerare il
proprio punto di vista soggettivo la sola misura dei propri comportamenti, sia
privati che pubblici. In una recente intervista al «New York Times», quando gli
è stato chiesto se vede limiti ai suoi «poteri globali», Trump ha risposto: «La
mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del
diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».
Così,
il raggiungimento del suo obiettivo di «rendere di nuovo grande l’America» –
per definizione unilaterale – può senza problemi comportare l’uso
indiscriminato della forza, militare od economica, per piegare chi osa
resistere e per premiare chi si inchina docilmente. Come stanno facendo i
governi che aderiscono, direttamente o indirettamente, al Board of
Peace, chiudendo gli occhi sul fatto che esso comporta un ritorno a logiche
sconcertanti, che credevamo superate per sempre (a presiederlo, con poteri
illimitati, è lo steso Trump, non come presidente USA, ma personalmente, tanto
da avere il diritto di continuare a esercitare questo potere anche quando la
sua carica pubblica scadrà). Una ONU personale, che per di più pretende di
esercitare il suo controllo su quella democraticamente costituita alla fine
della seconda guerra mondiale tra paesi di tutto il mondo.
Anche
questa è un’occasione per chiedersi se davvero possiamo ridurre il bene e il
male al piacere e al dolore soggettivi. E forse, davanti a ciò che sta
accadendo, ognuno di noi può trovare dentro di sé la risposta.
RIFORMARE LA GIUSTIZIA
Referendum, Don Ciotti: “Le parole di delegittimazione
e intimidazione contro i magistrati
sono il
prologo della riforma Nordio”
Toccante e preoccupato è
il tono del discorso del sacerdote, da decenni immerso nelle ferite della
società italiana: “Ai cittadini serve una giustizia più efficace, più
efficiente, più veloce. La mia prima preoccupazione sono i cittadini e
soprattutto le persone offese dai reati. È necessaria una riforma della
giustizia che tuteli la richiesta di verità e di giustizia delle
vittime. Più dell’80% delle vittime innocenti della violenza criminale e
mafiosa nel nostro paese non conosce la verità o ne conosce solo una piccola
parte“.
Ciotti ha poi spostato lo
sguardo sulla condizione generale del paese, descrivendo una “diffusa
stanchezza democratica” che aleggia nell’aria e che richiede un argine
immediato per non scivolare verso forme di autocrazia. Invece di modificare la
Costituzione, ha insistito, “sarebbe opportuno impegnarsi ad applicarla e a
tradurla concretamente”. La riforma promossa dal ministro Nordio, a suo
avviso, va ben oltre la mera separazione delle carriere tra giudici e pubblici
ministeri: ambisce a mutare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e a
liberare la politica da ogni forma di controllo esterno.
Per argomentare questa
lettura, il prete ha richiamato il pensiero di Norberto Bobbio, citando un
passaggio de L’età dei diritti (1990): la forza del
potere politico deve essere limitata da un potere autonomo in grado di
contrastarlo, e proprio questo è il significato profondo della separazione dei
poteri.
Ha poi evocato la figura
del beato Rosario Livatino, il magistrato assassinato dalla mafia nel
1990, del quale ha seguito la vicenda fino alla beatificazione. Livatino, ha
ricordato Ciotti, insisteva sul fatto che “l’indipendenza del giudice, prima
di tutto, è indipendenza politica” e che il giudice deve non solo essere,
ma anche apparire indipendente. Il riferimento si è esteso al
cardinale Matteo Maria Zuppi, che ha definito la separazione delle
carriere e l’assetto del Csm “temi che non possono lasciare indifferenti
pastori e comunità ecclesiale”. Zuppi ha aggiunto che l’equilibrio tra i poteri
dello Stato rappresenta “una preziosa eredità” dei padri costituenti, da
preservare con cura, e che autonomia e indipendenza restano essenziali per un
processo giusto, pur nelle diverse realizzazioni storiche possibili.
Il fondatore di Libera ha
quindi messo in guardia sui rischi di una riforma che indebolirebbe
i “pesi contrapposti”, cuore pulsante della democrazia. Senza questi
contrappesi, ha avvertito, si affievolirebbe l’argine contro l’arbitrio, lo
strapotere di chi comanda e le disuguaglianze sociali.
Svariate le frecciate
al governo Meloni: Ciotti ha parlato di gesti e parole
di delegittimazione, intimidazione e depotenziamento degli strumenti di
controllo della legalità come prologo di cambiamenti più profondi, con
l’obiettivo reale di liberarsi di una magistratura non addomesticabile. Ha
citato casi recenti di indagini su migrazione, uomini delle istituzioni o
potenti imprenditori, sottolineando come certi magistrati vengano bollati
come “toghe rosse” o oppositori politici.
Non ha negato che anche
nella magistratura possano esserci errori o limiti, come in ogni istituzione
umana, ma ha
lodato il gesto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella,
(“Un segno immenso”), che ha visitato il Csm in un momento ordinario per
riaffermare l’equilibrio istituzionale e in risposta alle parole
“di uno squilibrio incredibile” pronunciate dal ministro Nordio nei
confronti dell’organo di autogoverno dei giudici.
In chiusura, Ciotti ha
ribadito che tacere in certi momenti diventa una colpa, mentre parlare
rappresenta un obbligo morale e una responsabilità civile. Serve una riforma,
sì, ma quella della giustizia vera, non lo smantellamento pezzo per pezzo della
Costituzione per favorire altri poteri.
“Abbiamo una stupenda
Costituzione. Ci viene invidiata – ha concluso il sacerdote – Facciamo in
modo che venga applicata perché l’abbiamo un po’ tradita nell’arco di questi
anni. Abbiamo tradito anche la dichiarazione universale dei diritti umani. Lottiamo
perché possano vivere la nostra Costituzione e la dichiarazione universale dei
diritti umani. È questo di cui abbiamo bisogno, non che ci vengano
smontate pezzo per pezzo per altri poteri e per altre ragioni. Questo
dobbiamo impedirlo”.
venerdì 20 febbraio 2026
EDUCARE AI SENTIMENTI
una generazione
di psicopatici
e vi spiego perché”
Di redazione
In
un intervento su
YouTube, Umberto Galimberti concentra la sua analisi su un punto:
l’atrofia del sentimento nelle giovani generazioni. Non una diagnosi clinica,
ma la descrizione di una tendenza culturale che investe educazione, tecnologia
e mercato.
Assenza
di risonanza
Richiamando
un fatto di cronaca – un adolescente che, dopo un omicidio, tornò alla routine
quotidiana – Galimberti distingue tra il delitto e ciò che definisce momento
psicopatico: “Il momento psicopatico è subito dopo”. È l’assenza di
percezione della gravità, la continuità emotiva tra prima e dopo.
Non
sostiene che i giovani siano psicopatici, ma osserva una riduzione della
sensibilità, l’incapacità di distinguere tra ciò che è grave e ciò che non lo
è. Ricorda anche un colloquio in carcere con ragazzi che lanciavano sassi dai
cavalcavia: alla domanda su cosa provassero, risposero che era un gioco.
Nessuna risonanza interiore.
Troppi
stimoli, meno desiderio
Una
causa, secondo il filosofo, è l’infanzia iperstimolata: attività continue,
oggetti in eccesso, assenza di noia. Eppure, sostiene, la noia è lo spazio
della creazione: “È così pesante che ti viene da creare”.
L’eccesso
produce angoscia o abbassamento della percezione psichica. Anche i regali non
desiderati contribuiscono a spegnere il desiderio. Citando Deleuze, Galimberti
ricorda che il desiderio è forza trasformativa: se si estingue, si affievolisce
anche la spinta a cambiare il mondo. L’alcol, le droghe, il rifugio nel
presente diventano forme di anestesia davanti a un futuro percepito come vuoto.
Tecnica
e impoverimento emotivo
I
media espongono a tragedie continue, ma la psiche reagisce solo a ciò che è
prossimo. Davanti al dolore distante prevale l’impotenza e ci si distacca. Con
Heidegger, Galimberti ricorda l’idea di uomo come essere-nel-mondo; oggi,
osserva, i giovani sono immersi soprattutto in un mondo virtuale.
Riprendendo
Günther Anders, avverte che il problema non è cosa facciamo con la tecnica, ma
cosa la tecnica fa di noi. L’uso dei dispositivi favorisce un’intelligenza
“convergente”, interna ai programmi, e mortifica quella “divergente”, capace di
cambiare l’impostazione dei problemi.
Educare
ai sentimenti
Il
nucleo della riflessione riguarda la scuola. I sentimenti non sono naturali, ma
culturali. Pulsioni ed emozioni appartengono alla natura; i sentimenti si
apprendono attraverso miti, racconti, letteratura. “La scuola deve
formare i sentimenti”, afferma, distinguendo educazione da istruzione.
Il
sentimento è anche conoscenza: orienta le decisioni prima del calcolo
razionale. Senza questa formazione, le competenze tecniche restano vuote.
Tra
i 15 e i 30 anni, ricorda Galimberti, si concentra il massimo della forza
biologica e ideativa. Se la società valorizza solo il corpo e non l’intuizione
dei giovani, rinuncia a una risorsa decisiva. Il punto, conclude, è riattivare
desiderio ed educazione sentimentale: senza di essi, la tecnica produce
individui funzionali ma impoveriti interiormente.
DA MENTOR A MAGISTER
nell’epoca delle
"Indicazioni Nazionali"
-
di
Cristian Tracà
Università
degli Studi di Bologna, cristian.traca@unibo.it
Introduzione: Disordine,
ordine, libertà vigilate
La Scuola italiana,
soprattutto nell’articolazione della secondaria, ha vissuto nell’ultimo
triennio una fase di grandi investimenti e cambiamenti generati dagli effetti a
cascata del Next Generation EU (e di conseguenza della declinazione
italiana, il PNRR), che hanno dato agli Stati membri dell’Unione Europea
precisi obiettivi di sviluppo e di inclusione sociale. Non è difficile
rintracciare in questo post pandemia una cornice che Massa definirebbe un nuovo
‘ordine’ dopo il ‘disordine’ generato dalla ‘peste’, il Covid-19, con l’ambiguità
di ‘creazione’ e ‘distruzione’ che ne è derivata (Antonacci & Cappa, 2001).
I dirigenti scolastici,
ma anche una parte del corpo docente, sono stati travolti da questa fase di
organizzazione degli spazi e delle risorse, dopo essere stati costretti a
sottoscrivere ‘contratti di performance’ per la modernizzazione delle
tecnologie, per la creazione di attività e reti antidispersione. Nel primo caso
si è trattato di interventi che hanno avuto una ricaduta minore sulla
professionalità docente. Una dinamica trasformativa più trasversale doveva
invece innescarsi nella declinazione del PNRR più legata alla riduzione dei
divari territoriali e del dropout. Si sono creati almeno i presupposti
teorici per una nuova pensabilità di una didattica più emancipativa.
Sono stati imposti target
e milestones, con un obbligo di spesa di almeno 400 milioni di euro
complessivi per azioni individuali di affiancamento. Un’altra cifra importante
è stata aggiunta con i Decreti Ministeriali 175/176 del 9 settembre 2025 alle
scuole selezionate dal Ministero. In modo capillare nelle scuole del Paese sono
entrati il lessico del mentoring, dell’orientamento personalizzato e del
coaching. Nelle scuole che hanno scelto di lavorare con personale
interno si sono sviluppate anche alcune buone pratiche di affiancamento
personalizzato. Al di là delle specificità interne queste metodologie hanno in
comune una proiezione verso il self-empowerment e sono connesse
direttamente alle quattro componenti psicologiche dentro il concetto generale
di empowerment, richiamate da Tolomelli (2015), in connessione agli studi di
Bruscaglioni e Gheno: locus of control, self-efficacy, pensiero
operativo e hopefulness.
Altri 890 milioni, prima,
e in più una coda di finanziamenti arrivati con i decreti recenti già citati,
sono stati indirizzati alle scuole per corsi e attività di supporto per gli
studenti (e per le loro famiglie), in dispersione implicita o esplicita.
Un approccio, che,
nonostante le immense criticità di gestione per l’alto grado di condizioni
imposte a livello centrale, sembrava aprire a una nuova fase riflessiva sulla
didattica e sul lavoro di rete (Tracà, 2025), proprio dove si concentrano la
maggior parte di casi di dispersione. Lì dove ci sono ancora rappresentazioni
secondo cui ‘il bravo docente’ è “quello che dà prova di autorità e di
severità, mentre quello che adotta un atteggiamento più democratico viene
considerato meno competente” (Giovannini, 2014, p. 21), come ci confermano gli
studi empirici di Sarrazin e colleghi citati nella fonte indicata.
Le interviste del
Ministro Valditara avevano lasciato presagire che il modello di scuola e di
sapere non erano in linea con la volontà politica: il nuovo testo delle
Indicazioni Nazionali per il primo ciclo risponde a quell’indirizzo annunciato,
che a breve si estenderà al secondo ciclo.
Un contesto di libertà vigilate per tutti: i dirigenti costretti a aderire al Piano Nazionale, con piattaforme e attività controllate, anche quando non avevano risorse umane a sufficienza a gestirne la complessità e i vincoli; alunni per cui l’educazione non equivale allo “sviluppo nella libertà” e per i quali si prevede una didattica più narrativa che critica; docenti che ricevono nuovamente riportati alla logica del ‘programma’ in una timeline astrattamente codificata, quando invece occorreva insistere su due traguardi: una più libera gestione dei saperi disciplinari e l’autonoma progettazione degli itinerari didattici più idonei a conseguire i risultati di apprendimento declinati a livello nazionale. [...] un insegnante che sappia destrutturare e ricomporre il sapere disciplinare partendo dagli obiettivi di apprendimento (Gianferrari, 2014, p. 81).
Le nuove Indicazioni fanno emergere una dimensione di grande contraddittorietà, sia intratestuale che extratestuale, focus specifico di questo articolo, già rilevata da Italo Fiorin (2025), il quale aveva coordinato il lavoro sulle precedenti linee: da un lato si fa riferimento a un’impostazione di origine attivistica e costruttivista, che dovrebbe incentivare il protagonismo dell’alunno; dall’altro l’impostazione è precettistica, in certi casi fino alle minuzie, vi si respira un paternalismo didattico soffocante [...] L’autorevolezza di cui parlano le nuove Indicazioni è un’autorevolezza che viene definita per principio, dovuta a priori. Forse sarebbe bello, ma la realtà, non quella immaginata, non quella del libro Cuore, ci insegna che l’autorevolezza va conquistata1.
Nel contesto di decreti e
investimenti innescati dai fondi e dagli obiettivi europei, in linea con
l’epistemologia della complessità di Morin sui saperi per il futuro (2001),
come si inserisce questa idea di scuola? Nelle prossime pagine dimostreremo
come rimandi a una visione normativa, riduzionistica e assimilazionista,
soprattutto quando ci si chiude dentro le istanze disciplinari. Non era già
proprio quella visione uno dei problemi principali?
Per rispondere e chiarire
l’orizzonte complicato che si disegna per la redazione dei curricoli, proveremo
a delineare il perimetro entro cui è chiesto ai docenti di muoversi. La
metodologia rimarrà nell’alveo dell’analisi dei documenti ministeriali e
dell’ambito teoretico didattico e pedagogico.
1.Le (contro)indicazioni:
il cuore rivelatore
Nell’analisi di contesto
della scuola in cui sono piovute le nuove Indicazioni è importante ragionare su
come gli investimenti PNRR abbiano tentato di modificare il concetto di
inclusione: aspetto ancora poco analizzato, nonostante l’entità del
finanziamento e la possibilità concreta che per quella via saranno riparametrate
tutte le politiche di welfare dei prossimi anni2.
Prima è importante
isolare ed evidenziare alcuni passaggi delle Indicazioni, i cui contenuti
appaiono come il cuore rivelatore dell’intera operazione culturale del
Governo.
Gli estratti selezionati
non nascondono i riferimenti a un pensiero di rottura, in controtendenza anche
rispetto alle Raccomandazioni Europee, dal 2006 in poi alla base di un pensiero
organico sulla scuola e ispiratrici del Next Generation Eu, da cui lo
stesso Governo ha ricevuto risorse, obiettivi e indirizzi per i suoi protocolli
di azione. L’operazione di discontinuità e l’essenza di ‘contro-indicazioni’
sono segnalate in più punti, ma sono soprattutto questi tre interventi delle
Nuove Indicazioni (2025) a sembrarmi profondamente significativi.
L’espressione Magister
vuole sottolineare l’autorevolezza ritrovata della figura del docente. È questo
il presupposto essenziale per poter svolgere quella funzione di valorizzazione
dei talenti di ogni giovane che metta realmente al centro la persona dello
studente (p. 7).
Il cambiamento di
paradigma delle Indicazioni attraversa soprattutto la disciplina Italiano,
riportando al centro dell’apprendimento la ricerca e la valorizzazione dei
meccanismi strutturali che [...] spiegano l’esistenza e gerarchia delle
‘regole’ [...] distinguendosi da concezioni che esaltano un’idea di lingua come
fenomeno spontaneo, sopravvalutando le varietà d’uso e la creatività del
soggetto (p. 34).
Anziché mirare
all’obiettivo del tutto irrealistico, di formare ragazzi (o perfino bambini!)
capaci di leggere e interpretare le fonti, per poi valutarle criticamente
magari alla luce delle diverse interpretazioni storiografiche, è consigliabile
percorrere una via diversa (p. 54).
Poco più di tre periodi
all’interno di un documento lungo e frastagliato, dove si trovano anche riferimenti
formali alla Costituzione e alla rimozione degli ostacoli. Nell’economia della
concreta ricaduta didattica appaiono, però, come il perno di un ‘nuovo’
pensiero pedagogico, che in realtà ha i caratteri della retrotopia,
secondo la logica di Baumann ripresa da Maceratini (2018). Hanno, infatti, uno
sguardo che sceglie solo alcune istanze del passato (le poesie a memoria, la
penna rossa, il ‘latino alle medie’) in chiave nostalgica e tranquillizzante,
come risposta al ‘caos’ del presente nella ‘giovane’ Italia multietnica. In
nuce si trova un ‘curricolo implicito’ con una visione di mondo e una
gerarchia di valori depositari, ispirati a una dimensione politica che respinge
la dimensione ‘liminale’ della divergenza (Tolomelli, 2022). Sono segnali
chiari, inequivocabili. Sono inseriti nel ripensamento dell’insegnamento della
lingua italiana, della storia e della geografia (con la sconfessione della
sociolingusitica e della World History). Incrociano proprio le materie più
legate alla costruzione dell’identità, che assume connotazioni sempre più
etniche e localistiche, erette a modello per l’integrazione. La presa netta di
distanza dagli orientamenti precedenti si segnala per l’uso di punti
esclamativi, irrituali in un testo ufficiale, la presenza dell’avverbio
“realmente” insieme alla “ritrovata autorevolezza”, che tradiscono una visione
precisa della linguistica democratica e della cittadinanza globale. Scorrendo
queste prescrizioni ci si chiede come si possano integrare con il pensiero portato
avanti dalle Linee Guida per l’Orientamento dello stesso MIM (2022) che
invitano a costruire una scuola a partire dalle esperienze degli studenti, con
il superamento della sola dimensione trasmissiva delle conoscenze e con la
valorizzazione della didattica laboratoriale, di tempi e spazi flessibili, e
delle opportunità offerte dall’esercizio dell’autonomia (p. 5).
Il Ministro Valditara,
del resto, nelle sue dichiarazioni pubbliche ha sempre professato una visione
dell’orientamento più legata al matching con il mercato del lavoro, meno
propensa alle venature narrative ed esistenziali portate avanti, invece, nei
corsi di formazione del suo Ministero. Significativa è l’intervista in cui ha
dichiarato di voler combattere l’idea sessantottina di una scuola senza regole3:
affermazione chiara nei suoi obiettivi. A lasciarci le penne è anche
l’interdisciplinarietà nel colloquio orale del vecchio Esame di Stato a favore
di un ritorno all’interrogazione sui contenuti4, nonostante le premesse della
scorsa estate sul bisogno di valutare la crescita della persona5, nonostante la
creazione di una piattaforma specifica per caricare il famoso “capolavoro”. Il
focus pedagogico impone adesso di concentrarci sulla relazione tra docente e
studente, in virtù del magis contenuto nella parola ‘Magister’, e il suo
connubio con la “centralità della persona” più volte esibita nel testo.
2. “Più la grammatica che
la Costituzione”
Il riferimento alla
persona è pervasivo (199 ricorrenze tra “persona”, “personalità”,
“personalizzazione”) ma le dinamiche sono convergenti, centripete. Il termine
“regole”, infatti, appare ben 39 volte come perno fondamentale dell’educazione
che la scuola costruisce. La parola “complessità”, coerentemente con un disegno
di obiettivi critici ridimensionati, ha solo 15 con ricorrenze. Il confronto
tra “autorità” e “autorevolezza” viene vinto 5 a 1 dal primo lemma.
Il pensiero corre a Carl
Rogers (1980/1983), che dell’approccio centrato sulla persona è emblema e che
ha ribaltato l’idea secondo cui l’essere umano è irrazionale e ha degli impulsi
distruttivi per sé e per gli altri. La sua visione del comportamento dell’uomo
come razionale e orientato verso le mete che il proprio organismo pone, riesce
a trovare comunque il suo ordine nella complessità.
“Empatia”, “accettazione
positiva incondizionata”, “congruenza” sono i capisaldi di questa rivoluzione
del pensiero sulla centralità. C’è una certa risonanza, infatti, tra di esse e
le caratteristiche del tutor e del mentor, introdotte come
possibili figure di accompagnamento dai decreti legati al PNRR. Nell’idea
stessa di mentoring l’asimmetria di partenza tra docente e alunno, non
si trasforma in verticalità e giudizio (Gelli & Mannarini, 2000).
Sembrano invece
inconciliabili le Indicazioni del 2025 e le riflessioni di Rogers nel suo
‘manifesto per l’educazione’ (1973), dove la didattica vive in uno spazio
democratico in cui nessuno ha posizione di dominio e l’apprendimento è aperto,
metariflessivo e nasce dall’esperienza.
A pagina 34 delle
Indicazioni si legge che “è importante che l’ortografia sia acquisita in modo
sicuro e naturale nei primi anni di scuola, senza cedere allo spontaneismo per
giustificare errori e usi impropri”. Si legge anche che “la chiarezza conquistata
anche attraverso la presa di coscienza delle regole che governano la
comunicazione linguistica, orale e scritta, deve essere presentata come una
forma di rispetto per gli altri: dunque anche come un dovere sociale”.
Presupposti che appaiono lontani dalla raccomandazione rogersiana (1973)
rispetto alla riduzione delle “minacce”. Come può nascere il piacere
dell’apprendimento in un contesto di questo tipo, dove peraltro crescono gli
studenti con disturbi dell’apprendimento e che hanno la lingua italiana come
lingua seconda?
Viene portata avanti,
invece, una concezione dell’errore, che ha il sapore del passo indietro sia
pedagogico che linguistico. Classificarlo come una mancanza di rispetto, come
un grave inadempimento, porta a emergere in tutta la sua problematicità “la
funzione assoggettante del dispositivo educativo [anziché] la tensione
liberatrice e di soggettivazione” verso cui dovrebbe anelare ogni progetto di
crescita educativa (Tolomelli, 2022, p. 13). Agli occhi degli alunni stranieri
appare come una colpa che spiega un’eventuale non integrazione sociale nel
Paese d’arrivo.
Il Magister della
scuola del futuro è radicalmente in antitesi all’invito che bell hooks (2020)
rivolge ai docenti affinché non siano “inquisitori e onniscienti” (p. 53) ma
dimostrino di essere anch’essi vulnerabili, mostrandosi attenti a indagare la
conoscenza dal punto di vista dell’oppresso, aprendo anche a narrazioni
alternative rispetto a quelle dominanti, superando gli stereotipi coloniali.
Sembra di tornare
indietro di mezzo secolo, quando il GISCEL (1975) tra i Principi
dell’educazione linguistica democratica includeva il numero 3 che affermava che
la sollecitazione delle
capacità linguistiche deve partire dall’individuazione del retroterra
linguistico-culturale personale, familiare, ambientale dell’allievo, non per
fissarlo e inchiodarlo [...] ma, al contrario, per arricchire il patrimonio
linguistico attraverso aggiunte e ampliamenti, che, per essere efficaci, devono
essere studiatamente graduali.
E il numero 10, straordinariamente attuale in questo contesto di revisione: la vecchia pedagogia linguistica era imitativa, prescrittiva ed elusiva. Diceva: ‘devi dire sempre e solo così. Il resto è errore’. [...] La vecchia didattica linguistica era dittatoriale. Ma la nuova non è affatto anarchica. [...] La bussola è la funzionalità comunicativa di un testo parlato o scritto
La pedagogia della
devianza ha dimostrato come invece l’“elemento dissonante” è una possibilità
per cogliere i limiti e le lacune delle situazioni codificate e metterle in
discussione in una dimensione di ricerca-azione costante, contro le pratiche
dello stigma e del riduzionismo (Tolomelli, 2022), che invece ri-appaiono come
soluzioni di semplificazione rispetto all’incertezza, che però è cifra
costitutiva dell’educazione.
Siamo di nuovo nella
Scuola in cui la grammatica prevale sulla Costituzione (Milani, 1967/2017).
Conclusioni. Dalla
comprensione alla certificazione di mancata conformità
Le Indicazioni rinunciano
a insegnare “la comprensione”, “la condizione umana”, “l’identità terrestre”
con “una conoscenza pertinente” che valorizzi il fatto che l’uomo è individuo,
parte di una società e parte di una specie (Morin, 2001). Nonostante tante
parole che sembrano in continuità con l’epistemologia della complessità, quando
si arriva allo specifico disciplinare l’abbandono dell’ambizione all’educazione
nell’ottica della “cittadinanza terrestre” appare chiara. Giuseppe Milan
(2008), citando il Freire della “pedagogia dell’autonomia”, parlerebbe di
determinismo che prevale sulla dimensione della possibilità.
Manca nei confronti della
tradizione occidentale e della cultura trasmissiva la possibilità che questo
modello sia “non scontato, non necessariamente il migliore e non
immodificabile” e che la diversità non sia etichettata come “mancata
conformità” (Tolomelli, 2022).
Si sta concretizzando il
rischio di tornare alle classi della Professoressa di Don Milani. Quell’Italia
che anche nel decennio di più grande innovazione sociale e culturale veniva
fotografata in questi termini:
l’educazione tradizionale
ha dato una sommaria alfabetizzazione parziale, [...] il senso della vergogna
delle tradizioni linguistiche locali e colloquiali di cui essi sono portatori,
la «paura di sbagliare», l’abitudine a tacere e a rispettare con deferenza chi
parla senza farsi capire (GISCEL, 1975, p. 5).
La stessa in cui molti
docenti: senza colpa soggettiva e senza
possibilità di scelta, attenendosi alle pratiche della tradizionale pedagogia
linguistica, si sono trovati costretti a farsi esecutori del progetto politico
della perpetuazione e del consolidamento della divisione in classi vigente in
Italia. Senza volerlo e saperlo, hanno concorso ad estromettere precocemente
dalla scuola masse ingenti di cittadini (Ibidem).
La visione stessa delle
discipline sembra anacronistica e astratta. La rappresentazione dello studente
è in netta controtendenza con il ritratto contemporaneo di bell hooks (2020):
vogliono un’educazione
che guarisca il loro spirito poco informato e consapevole. Vogliono una conoscenza
significativa. Si aspettano [...] che affrontiamo la connessione tra ciò che
stanno imparando e le esperienze di vita che attraversano nella loro interezza.
Questa richiesta da parte degli studenti non significa che accettino sempre la
nostra guida. Questa è una delle gioie dell’educazione come pratica della
libertà (p. 51).
Nel mentoring, infatti,
è previsto che il mentee possa non proseguire il suo rapporto
individuale con il mentor di riferimento, mentre nelle linee
ministeriali la complessità della libertà e delle relazioni viene aset
ticamente ricondotta in
una monodirezionalità che attribuisce al docente la responsabilità di guidare e
dare limiti, come l’evangelico pastore che dà la direzione al gregge.
La tesi, che ho cercato
di argomentare, è che le Indicazioni esprimano il pensiero profondo di convergenza,
mentre i fondi europei obtorto collo siano stati destinati senza
aspirazione trasformativa, dentro la logica del welfare riparativo
assistenziale (Tolomelli, 2022).
Il Team effettua la
rilevazione degli studenti a rischio di abbandono o che abbiano già abbandonato
la scuola nel triennio precedente e la mappatura dei loro fabbisogni, progetta
e gestisce gli interventi di riduzione dell’abbandono all’interno della scuola
e i progetti educativi individuali.
Queste Istruzioni (2024)
che hanno accompagnato i fondi a tutte le scuole del Paese, confermano che il
tentativo di apertura di nuove possibilità si è scontrato successivamente con
una visione di mondo ancora conservatrice.
NOTE
1Cfr. Nuove IndicazioniNazionali, Italo Fiorin: 'Emerge un'idea di scuola che guarda al passato. Manca
una visione' - Tuttoscuola (data ultima consultazione: 7 ottobre 2025)
2Il PNRR, con le sue
piattaforme e vincoli, diventerà presto il modello di governance, andando a
sostituire gli schemi consolidati dei Fondi di Coesione. Per approfondire:
https://www.secondowelfare.it/primo-welfare/il-nuovo-bilancio-dellunione-europea-potrebbe-cambiare-molte-cose-per-le-politiche-sociali/
(data ultima consultazione: 7 ottobre 2025).
3Cfr. Valditara:
"Basta sessantottini, nella scuola tornano i doveri. Chi sbaglia paga,
anche con lavori socialmente utili" - Orizzonte Scuola Notizie (data
ultima consultazione: 7 ottobre 2025).
4Cfr. Riforma Maturità,
Valditara: "Tornano le materie, ormai nel nome dell'interdisciplinarietà
non si studiavano quasi più. Chi cerca scorciatoie pretendendo di non sostenere
l'orale sarà bocciato" - Orizzonte Scuola Notizie (data ultima consultazione:
9 ottobre 2025).
5Cfr. Maturità, dal
prossimo anno cambia tutto. Valditara: "Valutare lo sviluppo della
persona" (data ultima consultazione: 8 ottobre 2025).
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Saggezza educativa e identità problematiche: suggestioni da rassegne di
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dell’insegnante. Valorizzare il passato, progettare il futuro (pp. 15–28).
Aracne.
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tesi per l’educazione linguistica democratica. https://giscel.it/dieci-tesi-per-leducazione-linguistica-democratica/
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