--di Paolo Gamberini
L’immagine di un uomo
che, all’interno della basilica di San Pietro, avrebbe pregato secondo il rito islamico,
probabilmente rivolto verso la Mecca ha suscitato scalpore e scandalo. Non
si può permettere un gesto di culto islamico nel cuore della cristianità perché
ciò significherebbe indebolire l’identità cristiana e rinunciare a difendere le
tradizioni religiose e culturali dell’Occidente.
Tuttavia, deve essere
affermato che proprio il cristianesimo – nella sua essenza – ha introdotto
nell’identità religiosa un elemento “kénotico” di dis-identificazione rispetto
all’assolutizzazione dei luoghi, delle appartenenze, dei costumi e delle
identità collettive religiose. Ciò non comporta la negazione delle differenze
né l’indifferenza verso il significato specificamente cristiano di una chiesa. Significa, piuttosto, riconoscere che nessun luogo
sacro può pretendere di circoscrivere la presenza di Dio. La santità di Dio non
viene profanata dalla preghiera sincera di chi appartiene a un’altra tradizione
religiosa.
Alla Samaritana, che gli
domanda quale sia il luogo giusto per adorare Dio — il monte Garizìm oppure
Gerusalemme — Gesù risponde: «Viene l’ora in cui né su questo monte né a
Gerusalemme adorerete il Padre»; perché «i veri adoratori adoreranno il
Padre in spirito e verità» (Gv 4,21-24). Gesù non nega ogni valore ai
luoghi, ai riti e alle tradizioni, ma ne relativizza la pretesa di possedere
Dio. Il luogo sacro rimane importante come espressione visibile della fede di
una comunità, ma non diventa un confine capace di separare Dio dall’essere
umano che lo cerca.
Tommaso d’Aquino è altrettanto netto: «in omnibus
actibus latriae id quod est exterius refertur ad id quod est interius sicut ad
principalius» (Summa theologiae, II-II, q. 84, a. 2). In ogni atto di
culto ciò che è esteriore è subordinato, come a ciò che è principale, alla
disposizione interiore. L’adorazione consiste principalmente «in interiori
Dei reverentia», nella riverenza interiore verso Dio, mentre i gesti del
corpo hanno un valore secondario e simbolico. Il luogo e la postura possono
essere convenienti e significativi, ma non possono racchiudere Dio né stabilire
definitivamente chi abbia il diritto di rivolgersi a lui.
Non si può criticare un
uomo semplicemente perché si prostra pregando Dio dentro una chiesa. La
prostrazione, peraltro, non è affatto estranea alla tradizione cristiana:
ricorre nella Scrittura, nella liturgia e nella spiritualità monastica; nella
celebrazione del Venerdì Santo, lo stesso sacerdote si prostra davanti
all’altare. Il problema non può essere, quindi, il gesto corporeo in quanto
tale. Occorre piuttosto domandarsi se una persona che si rivolge sinceramente a
Dio debba essere considerata una minaccia soltanto perché lo fa secondo una
forma religiosa diversa dalla nostra.
Anche il magistero
cattolico invita a una valutazione teologicamente più profonda. La dichiarazione
conciliare Nostra aetate afferma che i musulmani «adorano
l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente», mentre
il Catechismo della Chiesa cattolica dichiara che essi «adorano con noi
un Dio unico, misericordioso» (§ 841). Ciò non significa che cristianesimo
e islam siano equivalenti o che le loro rispettive confessioni di fede possano
essere sovrapposte. Rimangono differenze decisive, soprattutto riguardo alla
Trinità, all’incarnazione e all’identità di Gesù Cristo. Significa però che il
cristiano può riconoscere nella preghiera del musulmano un’autentica intenzione
di rivolgersi all’unico Dio.
A illuminare
ulteriormente l’episodio di San Pietro può contribuire una narrazione
conservata nell’antica tradizione islamica. Intorno al 630, una delegazione di
cristiani proveniente da Najran, nell’Arabia meridionale, si recò a Medina per
incontrare Maometto e discutere con lui di questioni religiose,
in particolare dell’identità di Gesù. I membri della delegazione furono accolti
nella Moschea del Profeta, la Masjid al-Nabawi, indossando i propri abiti
religiosi. Quando giunse l’ora della loro preghiera, si prepararono a celebrare
il culto rivolgendosi verso oriente. Alcuni musulmani avrebbero voluto
impedirglielo, ma Maometto intervenne dicendo: «Lasciateli pregare».
Il racconto non si trova
nelle maggiori raccolte canoniche degli hadith, come il Sahih al-Bukhari o il Sahih Muslim, ma è trasmesso
dalla letteratura biografica antica, in particolare dalla Sīra attribuita a Ibn
Isḥāq e giunta attraverso la redazione di Ibn Hishām, nonché da successive
opere storiche ed esegetiche. Il suo significato normativo è stato discusso dai
giuristi musulmani: alcuni vi riconoscono un precedente per l’ospitalità interreligiosa e per l’ingresso dei non
musulmani nelle moschee; altri lo considerano una concessione eccezionale,
legata a una circostanza diplomatica particolare. Rimane comunque altamente
significativo che la tradizione islamica abbia conservato la memoria di cristiani
autorizzati a celebrare la propria preghiera nel luogo centrale della comunità
musulmana.
Il racconto della
delegazione di Najran propone allora una provocazione salutare: se Maometto,
secondo l’antica tradizione islamica, poté dire dei cristiani presenti nella
sua moschea «Lasciateli pregare», perché i cristiani dovrebbero sentirsi
necessariamente minacciati da un musulmano che si prostra davanti a Dio in una
basilica? L’ospitalità non cancella l’identità del luogo: la manifesta nella
forma più alta, quando l’identità è abbastanza solida da non percepire ogni
differenza come una profanazione. Una chiesa non perde la propria sacralità perché qualcuno
vi invoca Dio in modo diverso; potrebbe, al contrario, mostrare che la santità
di un luogo si esprime anche nella capacità di accogliere la ricerca religiosa
dell’altro.
Il punto, però, è ancora
più profondo. Il cristianesimo introduce una tensione permanente tra
particolare e universale. La fede cristiana possiede un’identità determinata,
fondata sulla confessione di Gesù Cristo morto e risorto, ma nessuna identità
storica, culturale o nazionale può pretendere di esaurirne la verità: «Non
c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina,
perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). L’universalità
cristiana non elimina le differenze, ma impedisce che una di esse venga
trasformata in assoluto.
Questa struttura non è
rimasta confinata alla teologia. Attraverso una storia tutt’altro che lineare e
spesso contraddittoria, il cristianesimo l’ha consegnata anche alla cultura
occidentale. L’universalismo inclusivo moderno può essere considerato, almeno
in parte, uno degli esiti secolarizzati e trasformati dell’universalismo cristiano. Sul piano teologico, Dio non è proprietà esclusiva di un luogo, di un
gesto o di un popolo; sul piano politico e culturale, l’universale non è
proprietà di una cultura, di un costume o di un’identità storicamente
determinata.
La particolarità rimane e
deve essere custodita: una basilica cristiana non è una moschea, così come una
moschea non è una chiesa. Il dialogo autentico non nasce dalla confusione
delle identità, ma dal loro reciproco riconoscimento. Tuttavia, la
particolarità non può trasformarsi in assoluto. Una delle acquisizioni più
profonde della tradizione informata dal cristianesimo consiste non soltanto nel
possedere un’identità, ma anche nell’aver prodotto gli strumenti per
disidentificarsi criticamente da essa, sottoporla a giudizio e aprirla
all’universale.
Inclusività e
contaminazione, dunque, non sono necessariamente il sintomo di una civiltà che
non crede più in se stessa. Possono significare il contrario: la fedeltà a una
civiltà la cui più profonda vocazione consiste, paradossalmente, nel non
assolutizzare alcuna identità particolare, nemmeno la propria. La basilica di
San Pietro conserva intatta la propria identità cristiana non quando respinge
automaticamente chi prega in modo diverso, ma quando testimonia che il Dio
annunciato dal cristianesimo è più grande dei confini entro i quali vorremmo
racchiuderlo.
Piuttosto che irrigidirsi
nella difesa di una presunta identità — peraltro assai difficile da determinare
nella sua presunta purezza — la civiltà ispirata dal cristianesimo ha prodotto
una domanda più radicale: con quale diritto di fronte a un uomo prostrato in
preghiera, la prima reazione cristiana dovrebbe essere quella di espellerlo,
invece di riconoscere, pur nella differenza delle fedi, il desiderio umano di
rivolgersi all’Assoluto? In tal senso, le parole attribuite a Maometto
potrebbero risuonare anche sotto le volte di San Pietro: «Lasciatelo pregare».