sabato 28 febbraio 2026

PRESI DA TIMORE

 


Nel cammino quaresimale

 sperimentare

 la presenza del Signore


-di Massimo Naro 

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella II domenica di Quaresima (anno A)

Gen 12,1-4a; Sal 32/33; 2Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9

La pagina evangelica, che rievoca la trasfigurazione di Gesù sul Tabor, ha una densità tematica e un vigore espressivo tali da esigere tutta la nostra attenzione, inducendoci a concentrare la nostra meditazione su di essa. È un racconto che si sviluppa tra vertiginosi alti e bassi emotivi, facendoci avvertire – assieme a Pietro, Giacomo e Giovanni, se davvero ci immedesimiamo spiritualmente con loro – l’impressione di stare sulle montagne russe.

Dapprima irrompe l’entusiasmo di chi si ritrova coinvolto in un evento straordinario, perciò meraviglioso: «È bello per noi essere qui! Farò qui tre tende…», o tre «capanne», come la nuova versione liturgica italiana preferisce tradurre il termine greco skēnás, facendogli però perdere così alcune importanti sfumature semantiche. Difatti tutte le parole sinora citate – «essere qui», «tende» – descrivono l’esperienza che quei tre fanno della Presenza divina, dell’Esserci di Dio, impersonato da Gesù che dialoga con Mosè ed Elia, specchiandosi per ciò stesso nella Torah e nei Profeti, ossia nel dirsi e nel darsi salvifico di Yhwh Adonai, del Signore Dio, di Chi si chiama – giustappunto – «Io sono chi c’è e ci sarà». La metafora della tenda – shekhinàh in ebraico – annuncia un movimento già implicitamente trinitario: essa significa che Dio si separa da sé e va esule oltre di sé (fu l’intuizione teologica – argomentata in un libro del 1922: La stella della redenzione – di Franz Rosenzweig, pensatore tedesco di origini ebraiche incline al dialogo con la fede cristiana), rivelandosi ulteriore rispetto a sé stesso proprio quando decide di diminuire, di svuotarsi in una certa “misura” di sé, di cedersi al di là di sé.

Subito dopo insorge il timore di chi è preso dalla paura (ephobḗthēsan), rimanendone atterrito e atterrato («caddero con la faccia a terra»). È l’effetto che la Presenza divina produce negli esseri umani, se essi la incontrano con lo spirito di Adamo ed Eva ormai fuoriusciti dal rapporto obbedienziale/filiale nei confronti del Signore. O col timore di chi non è consapevole d’essere amato dal Signore, come gli sgherri che – nell’orto degli ulivi – stramazzano al suolo allorché Gesù pronuncia il Tetragramma: «Sono Io». Un effetto che sortisce dall’ossimoro della ri-velazione, cioè dalla sproporzione che resta tra il Dio che viene e l’essere umano che si ritrae da lui, fra la tenda (skēnḗ) che il Signore pianta in mezzo agli uomini e l’ombra (skiá) che essa proietta su di loro.

Infine riaffiora la serenità di chi si sente incoraggiato dal Signore stesso: egérthēte (la medesima voce verbale con cui nello stesso brano matteano è preannunciata la risurrezione di Gesù) kaì mḕ phobeîsthe, «alzatevi e non temete». L’impronunciabile e terrifico «Io Sono» (Yhwh), per non essere frainteso come tale, dev’essere udito nel tono con cui Gesù lo pronuncia rivolgendosi ai suoi amici, svelando il senso più pieno – amichevole e familiare – del dirsi divino: «Ci Sono Io, qui, con voi, per voi». Quindi, nessuna paura!

La trasfigurazione è una teofania, una manifestazione di Dio. Il quale si (ri)presenta, come già presso il roveto ardente e in mille altri momenti della storia della salvezza. Stavolta, definitivamente, in Gesù: ora è lui la tenda della santa Presenza, l’Esserci di Dio dentro la storia, nelle vicende degli uomini e delle donne di questo mondo.

Ma nella trasfigurazione, inoltre, veniamo a sapere chi siamo, quando facciamo la medesima esperienza dei discepoli sul Tabor: anche noi, come loro, chiamati a vedere e ad ascoltare. I tre discepoli del Tabor vedono o, più esattamente, contemplano: cioè scorgono l’invisibile sotto il velo dell’umanità che Gesù condivide con noi, ravvisando in quel suo essere «solo» e semplicemente Gesù la visita di Dio, il culmine e il senso dell’intera storia della salvezza (rappresentata da Mosè e da Elia, annunciata nella Torah/Legge e nei Profeti). Ed essi, pure, ascoltano: accettano l’invito a obbedire al loro Maestro, cioè a partecipare con lui e come lui alla sua stessa relazione filiale col Padre, lasciandosi ospitare nell’Esserci divino, che in Gesù si mostra – precisamente come noi tutti – impastato di storia, di carne, di sudore, di lacrime, di sangue.

Lungo il nostro cammino quaresimale siamo chiamati a sentire intimamente questa Presenza del Signore, che condivide la nostra umanità, le nostre paure più oscure e le nostre più faticose preoccupazioni non meno delle nostre migliori speranze e del nostro entusiasmo più sincero.

www.tuttavia.eu

Immagine



 

GUERRA !

 



"Chi fu colui, che per primo inventò le terribili armi?"

Chi fu colui, che per primo inventò le terribili armi?
Quanto malvagio e feroce quello fu!
Allora nacquero le stragi a danno del genere umano,
Allora sorsero le guerre,
Allora venne aperta una via più breve alla terribile morte.
Eppure quell’infelice non ebbe alcuna colpa,
Noi abbiamo volto a nostro danno
Quello che egli ci aveva dato contro le bestie feroci.
Questo è colpa del ricco oro, e non vi furono guerre
Finché una tazza di legno di faggio era posta davanti ai banchetti.
Non vi erano fortezze, non bastioni,
E il pastore si addormentava senza preoccupazione tra pecore di vari colori.
Dolce sarebbe stata allora per me la vita, Valgio, e non avrei conosciuto
Le funeste armi, né avrei udito la tromba con il cuore palpitante.
Ora sono trascinato a forza a combattere,
E già forse qualche nemico produce dei dardi
Destinati a configgersi nel mio corpo.

Albio Tibullo (poeta romano, II a. C.) dalle “Elegie”




QUARESIMA E RAMADAN


 Il Ramadan e la Quaresima raccontati

 da un padre imam 

e un figlio sacerdote

Adrien è un missionario dei Padri Bianchi, burkinabè. Al-Hâdjdj Issa è imam e papà di Adrien. Padre e figlio vivono insieme il periodo di digiuno del Ramadan e della Quaresima che quest’anno coincidono. Non è sempre stato così. Quando Adrien si è convertito, è stato cacciato dalla sua famiglia. Il percorso di riconciliazione è durato trent’anni.

-         -di Jean-Charles Putzolu et Janvier Yaméogo - Città del Vaticano

È piuttosto raro incontrare all’interno di uno stesso nucleo familiare due vocazioni tanto incarnate. Nel 1992 Adrien Sawadogo, primogenito della famiglia, è stato quasi folgorato da un incontro con Cristo “alla maniera di san Paolo”, dice, “al di sopra dell’esperienza umana”. Quell’incontro ha sconvolto la sua vita: “tutto è cambiato nella mia famiglia. Il fatto che io fossi il primogenito e che fossi un esempio di figlio maggiore fedele che onora il padre, nella sua fede e in tutto, e che improvvisamente diventassi ciò che non ci si poteva aspettare in una famiglia musulmana seria, un primogenito che si converte al cristianesimo, è stato uno shock”, racconta Adrien.

Ciò che Dio non vuole, nessuno può realizzarlo

Di fatto, suo padre, Al-Hâdjdj Issa, e la comunità musulmana gli hanno voltato le spalle. È stata una frattura profonda che li ha separati. “Sono stato io a generarlo e a dargli il nome stesso del Profeta. Ma quando, dopo gli studi, si è orientato verso il cammino di Nabi Issa (Gesù), personalmente all’inizio non l’ho accettato”, testimonia il papà imam. Ma Dio era all’opera. Lentamente, stava operando per la riconciliazione. “Mio fratello maggiore mi ha consigliato di lasciarlo libero perché, se lo avessi forzato a ritornare all’islam, avrebbe rischiato di perdere tutto, senza appartenere più veramente a nessuna delle due religioni”, prosegue Al-Hâdjdj Issan, che alla fine ha permesso ad Adrien di proseguire i suoi studi di teologia. “Dio ha voluto mostrarmi che avevo agito bene lasciando che proseguisse il suo cammino; in seguito ha studiato anche il Corano (islamistica). Così ha fatto ciò che voleva fare e anche quello che io desideravo che facesse. Si è dunque compiuta la volontà di Dio. Ciò che Dio non vuole, nessuno può realizzarlo”.

30 anni prima della pace

Ci sono voluti trent’anni, dal 1992 al 2022, per arrivare a queste parole pacificate. “Papà ha riconosciuto che effettivamente la fede cristiana è una fede vera, autentica. Oggi dice: “in verità, voi cristiani, conoscete Dio”, confida Adrien. “Noi ci opponiamo spesso in discussioni sterili”, continua il papà. “Ma se riflettiamo bene su ciò che sta accadendo, siamo noi, gli uomini, a sbagliare; questo non succede mai a Dio. È più proficuo per noi essere indulgenti gli uni verso gli altri e lavorare insieme piuttosto che impegnarci in dispute inutili. Se Dio volesse condurci alla sventura, lo farebbe attraverso le nostre divisioni e le nostre discussioni sterili. Ma in verità, Dio non ci ordina di opporci gli uni agli altri”. Con un gioco di parole, Adrien scherza sulla coincidenza quest’anno dei periodi della Quaresima e del Ramadan: “Uno dei fratelli di un monastero nel Regno Unito, a Salisbury, aveva scritto sulla sua porta in inglese riguardo agli eventi della vita: ‘some people call them coincidence, I call them god-incidence”, per dire che alcuni chiamano questi segni coincidenze, ma lui li chiama ammiccamenti di Dio”. Ed è proprio ciò che percepisce oggi il religioso. Questa corrispondenza temporale è un invito alle grandi tradizioni dell’islam e del cristianesimo a vivere una “mistica dell’incontro”, spiega il missionario d’Africa, facendo riferimento, attraverso questa espressione, alla lettera apostolica di Papa Francesco a tutti i consacrati del 2014. È un momento propizio per mettersi all’ascolto dell’altro, per cercare insieme un cammino e il metodo per vivere insieme. L’ascolto è anche al centro del messaggio della Quaresima di Papa Leone XIV: “l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.

Ramadan e Quaresima: un tempo di incontro

Se l’ascolto della Parola di Dio è al centro della Quaresima, l’ascolto del Corano è allo stesso modo al centro del digiuno del Ramadan: “In Africa occidentale, in Burkina Faso come in Mali, è un momento di vita attorno alla lettura del Corano. È la rivelazione di Dio. È per questo d’altronde che il culmine del Ramadan è tradizionalmente attribuito alla notte del destino, leila al qadr, che è la commemorazione dell’inizio della rivelazione coranica. Un intenso momento di silenzio, di preghiera, di ascolto, di pentimento e di manifestazione della misericordia divina”, spiega padre Adrien. “La Bibbia e il Corano non si oppongono”, continua il papà imam. “Questa coincidenza è un invito all’intelligenza e alla conversione del nostro comportamento, al fine di ricercare l’eccellenza ognuno nella propria religione, invece di denigrare la religione dell’altro con eventuali derive”.

Denunciando con fermezza queste “derive”, Al-Hâdjdj Issa Sawadogo si impegna piuttosto in un processo di dialogo: “Se accetteremo di incontrarci per confrontarci e per ascoltarci, capiremo che l’obiettivo è simile”. E prosegue: “questa coincidenza è un invito per noi, cristiani e musulmani, a unire i nostri sforzi. È Dio che ci offre questa opportunità, non è opera nostra. È chiaramente un’indicazione divina che noi dobbiamo sapere accogliere con intelligenza”.

Il Ramadan e la Quaresima, conclude Adrien Sawadogo, sono entrambi “un momento in cui l’uomo e Dio sono alla presenza l’uno dell’altro. Per il musulmano è un momento prescritto da Dio per incontrarLo nella sua Parola.

 Per il cristiano è un tempo propizio che Dio offre all’umanità per andarGli incontro, per lasciarsi trasportare nel mistero stesso di Dio.

Dunque, sono due momenti veramente forti nella vita di queste due tradizioni, di queste due grandi comunità, che rappresentano insieme più della metà della popolazione mondiale”.

Vatican News

Immagine


MINORI E SOCIAL

 


Non basta

 il divieto per i minori.


 «Regolamentare 

le piattaforme»



Mentre molti Paesi stanno valutando l’introduzione di un’età minima di accesso ai social, arriva l’invito di Michael O’Flaherty, commissario europeo per i diritti umani,  a non distogliere l’attenzione dagli obblighi legali delle big tech

-         di ILARIA SOLAINI

Se si ragiona soltanto su un divieto di acceso ai social media per gli adolescenti con meno 14 anni, si corre il rischio di rinunciare ad avere garanzie dalle piattaforme per avere un ambiente digitale sicuro per tutti?

Mentre molti Paesi in Europa - e non solo - stanno valutando l’introduzione di un’età minima per l’accesso alle piattaforme di social media è arrivato l’invito alla «cautela nell’imporre divieti generalizzati» dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa. Non perché i minori non vadano tutelati, ma perché le big tech si assumano le proprie responsabilità nel controllo dei contenuti e nell’offrire una maggiore trasparenza dell’algoritmo a chiunque.

 «L’attenzione rivolta alla limitazione dell’accesso non dovrebbe distogliere l’attenzione dal garantire che le piattaforme rispettino i diritti umani attraverso chiari obblighi legali, una supervisione indipendente e un’effettiva responsabilità», ha affermato il Commissario Michael O’Flaherty. Le sue parole sono state molte nette: «Gli sforzi per limitare l’accesso dei minori attraverso divieti generalizzati e verifiche obbligatorie dell’età nascono da preoccupazioni legittime, poiché l’attuale ecosistema online sta deludendo i minori – ha continuato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa –. I bambini sono esposti a contenuti violenti, sessuali o angoscianti, a forme di adescamento e a una dilagante disinformazione». Se algoritmi opachi possono indirizzare verso materiale estremo, secondo O’Flaherty bisogna anche far fronte a «progetti manipolativi che influenzano il comportamento dei minori». 

Esiste poi «la raccolta pervasiva di dati che compromette la loro privacy. Questi risultati sono prevedibili conseguenze di specifiche scelte di progettazione e modelli di business, che richiedono un intervento normativo alla fonte». Aspetti su cui, tra l’altro, si sta concentrando anche il processo americano che si è aperto lo scorso 27 gennaio alla Corte suprema della California che vede alcune big tech come Alphabet, casa madre di Youtube, e Meta Platforms proprietaria di Instagram e Facebook, accusate di aver consapevolmente progettato le piattaforme social per creare dipendenza e incoraggiare un consumo incontrollato dei contenuti social da parte dei più giovani.

Secondo il parere del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, «gli Stati dovrebbero obbligare le piattaforme a prevenire e mitigare i rischi per i diritti dei bambini fin dalla progettazione e ritenere le piattaforme responsabili di eventuali inadempienze. Data la pervasività dei sistemi algoritmici, una regolamentazione completa è essenziale. Ciò include la garanzia della trasparenza e della verificabilità degli algoritmi, ma anche degli efficaci meccanismi di segnalazione e ricorso, delle valutazioni del rischio per i diritti dei minori e delle restrizioni sulla pubblicità mirata. Questi obblighi devono essere applicabili, soggetti a supervisione indipendente e supportati da sanzioni e responsabilità che costituiscano efficaci deterrenti» ha sottolineato ancora il Commissario. Online esiste già una mappa, a cura dell’organizzazione non governativa americana Tech Policy press, che monitora questi sforzi legislativi nel mondo che danno la misura di come dopo il divieto australiano, non ci sia solo l’Italia e una serie di Paesi europei che stanno ragionando su disegni di legge che impongono un limite di età per l’accesso ai social, ma anche l’Indonesia, la Malesia, la Cina e il Vietnam, il Brasile, oltre a Francia, Spagna, Portogallo, Austria, Danimarca, Norvegia e Turchia. Eppure, è tutt’altro che definito il dibattito su come affrontare e con quali strumenti monitorare l’uso dei social per bambini e adolescenti. 

Esistono i sostenitori di un vero e proprio divieto di accesso ai social, imposto per legge, che inquadrano il limite di una maggiore età come fosse una misura di protezione della salute pubblica, necessaria da tempo e paragonata alle restrizioni sull’alcol o sul gioco d’azzardo. 

Mentre chi ha un approccio critico ribatte che i divieti assoluti potrebbero essere tecnicamente permeabili, e, di conseguenza, spingere gli adolescenti verso angoli ancora meno regolamentati di Internet. 

Al tempo stesso, esistono preoccupazioni legate alla libertà di espressione e, non ultimo, viene messo in luce l’aspetto invasivo dei sistemi di verifica dell’età. 

er molti, insomma, la sfida non è se i social media rappresentino o meno dei rischi, ma come sia possibile preparare i giovani a navigare in sicurezza in una realtà digitale che non possono evitare.

www.avvenire.it 

Immagine


IL BENE DELL'ALTRO

 

L'ARTE DI FARSI DONO

DALL'EGOISMO ALL'ALTRUISMO


Volere il bene dell'altro 

significa uscire dal centro 

di noi stessi 

e permettere all'amore 

di guidare le intenzioni 

del nostro cuore. 

Non si tratta solo di fare del bene, ma di desiderare sinceramente che l'altro cresca, sia felice e realizzi il meglio di sé, anche quando questo non ci porta alcun vantaggio.

Volere il bene dell'altro si esprime in atteggiamenti semplici: una parola di incoraggiamento, un gesto di attenzione, la capacità di rallegrarsi dei successi altrui.

 Spesso significa anche pregare e affidare a Dio ciò che non possiamo risolvere.

Chi desidera il bene dell'altro cammina nell'amore. 

E in questo cammino scopre che il bene offerto 

non si perde mai,

 ma ritorna al cuore come pace e senso della vita.

(Apolonio Carvalho Nascimento)

venerdì 27 febbraio 2026

SCUOLE APERTE

 


Scuole Aperte in 10 passi:

 così si riducono 

le disuguaglianze.

Ecco il Vademecum

Le esperienze realizzate a Roma, Bergamo, Bologna e Milano, con oltre 230 istituti coinvolti stanno dimostrando che le Scuole Aperte funzionano: riducono le disparità e moltiplicano le opportunità. Ora vengono messe a sistema, in un vero e proprio Vademecum zeppo di dati, racconti e analisi delle criticità e delle possibili soluzioni. L’obiettivo? Rendere le Scuole Aperte una leva strutturale delle politiche educative

di Chiara Ludovisi

Scuole aperte il pomeriggio e anche nei mesi estivi, non solo come spazio di socialità e di crescita per i ragazzi e le ragazze, ma anche come presidio sociale e culturale sul territorio: sono circa 230, ad oggi, gli istituti comprensivi coinvolti nel progetto avviato dai comuni di RomaMilanoBologna Bergamo

Oggi quelle esperienze, nate in contesti e momenti diversi, vengono messe a sistema e diventano un vero e proprio Vademecum (qui la versione integrale), che racconta in 10 punti cosa siano le Scuole Aperte e in 70 pagine «perché ne abbiamo bisogno e come realizzarle», come recita il titolo del volume. 

Il documento è stato presentato questa mattina a Roma, in un incontro patrocinato da Anci, alla presenza di rappresentanti istituzionali – tra cui il sindaco di Roma Gualtieri e gli assessori alla Scuola dei diversi comuni coinvolti – e del Terzo settore.

Le Scuole Aperte sono poli che irradiano valori e senso di comunità e aiutano a ridurre diseguaglianze, perché la scuola è generatore di pari opportunità e irradiatore di civiltà

«A Roma abbiamo impiantato solidamente questo modello, che è straordinario, perché valorizza e rafforza il ruolo delle scuole anche per il rapporto biunivoco con il quartiere e il territorio, valorizzando ricchezza associativa e portando la scuola fuori dalle sue mura», ha detto in apertura il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. «Le scuole diventano così poli che irradiano valori e senso di comunità e aiutano a ridurre diseguaglianze, perché la scuola è generatore di pari opportunità e irradiatore di civiltà. Farle vivere e sostenerle per noi è una priorità».

«Scuole Aperte è una visione in cui si cerca di far percepire il valore della scuola come presidio di comunità», spiega Elena Carnevali, sindaca di Bergamo e delegata Anci all’Istruzione e Politiche educative. «Da anni si parla di Scuole aperte, che oggi sono diffuse in molte parti del territorio. Qui si crea reciprocità tra territorio e scuola e quest’ultima si trasforma in bene comune, che da un lato supporta la comunità, dall’altro recupera la sua funzione cardine di accompagnamento dei giovani verso la scelta del proprio futuro», ha detto.

Le scuole e i servizi educativi, dal canto loro, non sono solo erogatori di prestazione, ma presidi di prossimità e spazi quotidiani di costruzione di fiducia, di equità e di possibilità

Elena Carnevali, sindaca di Bergamo

Carnevali ha poi fatto riferimento al contesto attuale: «Viviamo un tempo in cui Comuni e scuole non sono semplicemente chiamati ad applicare norme e gestire servizi, ma a ricomporre senso dentro un sistema educativo più complesso, più fragile e al tempo stesso più necessario. È qui che si gioca parte decisiva del futuro delle nostre comunità».

Per questo, ha detto ancora, «la cura delle relazioni, dei tempi e degli spazi della crescita è un investimento pubblico strutturale. I Comuni non sono meri soggetti attuatori ma snodi di regia, luoghi in cui si tengono insieme politiche educative, sociali, scelte urbanistiche, risorse e alleanze territoriali. Le scuole e i servizi educativi, dal canto loro, non sono solo erogatori di prestazione, ma presidi di prossimità e spazi quotidiani di costruzione di fiducia, di equità e di possibilità. Sappiamo che la fatica è diffusa, perciò momenti come questo di oggi servono non solo a celebrare ciò che funziona ma anche a nominare e leggere insieme le tensioni e chiederci cosa va tenuto fermo quando tutto cambia. E cosa invece va ripensato».

Tante diverse esperienze, quelle delle Scuole Aperte, accomunate dallo stesso obiettivo, come spiega l’assessora alla Scuola di Roma Capitale, Claudia Pratelli: «Contrastare le disuguaglianze educative non con interventi emergenziali o individualizzanti, ma rafforzando i luoghi dell’educazione, costruendo alleanze stabili tra scuola, enti locali, terzo settore, comunità educanti, riconoscendo il valore del lavoro educativo che si svolge anche oltre il tempo strettamente curricolare».

Una visione contraria, quindi, a quella che «riduce la scuola a uno spazio chiuso, da proteggere magari con i metal detector, o che immagina l’educazione come un fatto privato, delegato alle risorse delle singole famiglie. Noi crediamo nella scuola pubblica come cardine della democrazia, capace di generare coesione, partecipazione e opportunità reali, soprattutto nei contesti più fragili. In questa sfida, che richiama le istituzioni alle proprie responsabilità e ai propri compiti, oggi abbiamo segnato un punto, mettendo a disposizione uno strumento utile non solo ai comuni promotori, ma ancor di più alle amministrazioni che si stanno avvicinando a questa possibilità e guardano a questa esperienza con interesse», conclude Pratelli.

Le Scuole Aperte, in 10 punti

Ma in cosa consistono, concretamente, le Scuole Aperte? Il Vademecum le descrive in 10 punti: 

1.     Sono presìdi civici e culturali: punti di riferimento nei quartieri, luoghi di costruzione di comunità e palestre di cittadinanza attiva. Nascono per contrastare la povertà educativa e la dispersione scolastica, ma anche fragilità sociali e isolamento.

2.     Nascono da un’alleanza educativa tra Ente locale, istituzioni scolastiche e comunità educante. Non sono progetti calati dall’alto, ma percorsi condivisi negli intenti e nelle strategie.

3.     Superano l’orario scolastico tradizionale: aprono i plessi nel pomeriggio, la sera, nei fine settimana e nei periodi di chiusura – come l’estate – trasformando la scuola in uno spazio vissuto tutto l’anno.

4.     Coinvolgono scuole di ogni ordine e grado, dagli istituti comprensivi alle secondarie di secondo grado.

5.     Sono aperte al territorio per definizione: costruiscono e animano reti con associazioni di genitori e studenti, Terzo settore, servizi territoriali, realtà culturali, artistiche e sportive.

6.     Hanno obiettivi chiari e misurabili: prevenire e contrastare la dispersione scolastica, ampliare le opportunità educative e culturali, rafforzare la coesione sociale e sostenere la conciliazione vita-lavoro delle famiglie.

7.     Garantiscono accessibilità economica: offrono attività gratuite o a costi calmierati, assicurando comunque la gratuità per chi si trova in condizioni di maggiore difficoltà.

8.     Sono inclusive per vocazione: accolgono differenze e fragilità, valorizzano talenti e competenze, riducono le disuguaglianze.

9.     Coinvolgono l’intera comunità: partono da studentesse e studenti ma si aprono a genitori, docenti, abitanti del quartiere, costruendo responsabilità condivisa.

10. Sono laboratori permanenti di innovazione: propongono attività artistiche, sostegno allo studio, sport, ascolto psicologico, innovazione didattica, educazione civica, uscite culturali e percorsi di cittadinanza attiva, adattandosi ai bisogni dei territori.

Scuole Aperte, 4 Comuni e tanto in comune

I contesti in cui le esperienze sono state avviate sono assai diversi, perché diverse sono le caratteristiche delle quattro città. L’obiettivo però è condiviso: trasformare le scuole in punti di riferimento per le comunità.

Ecco una breve carrellata su come il progetto si traduca nei quattro comuni.

Bergamo, il progetto “Scuole Aperte” ha introdotto attività extrascolastiche come laboratori di potenziamento linguistico, matematico e scientifico, gruppi di studio, laboratori di comunicazione, attività sportive e momenti di socializzazione nei “Club“. Questi spazi offrono un ambiente sicuro e stimolante per i ragazzi, con personale educativo dedicato per studenti con disabilità.  

Bologna, il progetto “Scuole Aperte tutto l’anno” offre attività di supporto allo studio, corsi, laboratori culturali e sportivi, uscite e percorsi di partecipazione giovanile. ​ Durante l’estate, le attività si concentrano su esperienze all’aperto, escursioni e laboratori creativi. ​

Milano, le “Scuole Aperte” propongono attività educative, ludiche, sportive e culturali, oltre a corsi di recupero scolastico, laboratori e campus. ​ Durante la pandemia, il progetto ha fornito dispositivi digitali e connessioni internet agli studenti per garantire la continuità educativa. ​

Roma, il progetto “Scuole Aperte il pomeriggio, la sera e nei weekend” (qui la Mappa della città educante) include corsi di recupero scolastico, laboratori di scrittura creativa, educazione affettiva, spazi di ascolto e attività culturali. ​ Le scuole fungono da presidi educativi e sociali, soprattutto nei quartieri più vulnerabili. ​

I nodi critici e come scioglierli

Aprire le scuole è una sfida che comporta criticità e ostacoli, messi in evidenza anche questi nel Vademecum, insieme alle possibili soluzioni. In sintesi, le principali difficoltà riguardano responsabilità e sicurezza, coinvolgimento del personalepartecipazione delle famiglie e sostenibilità economica.

Rispetto al primo punto, le città hanno predisposto patti di corresponsabilitàcoperture assicurative dedicate e linee guida operative condivise. Rispetto alla partecipazione di docenti e dirigenti, questa non è uniforme, ma tavoli permanenti di confronto favoriscono un’alleanza che si rivela funzionale alla buona riuscita del progetto. Anche la co-progettazione e il protagonismo delle associazioni di genitori sono decisivi.

A livello economico, la continuità è la sfida principale: il vademecum suggerisce, a tal proposito, modelli integrati di finanziamento e programmazione pluriennale.

In generale, il tratto comune delle quattro città è l’aver trasformato l’apertura delle scuole in una politica di rete, in cui ente locale, istituzione scolastica e comunità educante condividono obiettivi e strategie. 

 VITA

     Immagine

NON ETICHETTARE LA SCUOLA

Une image contenant personne, intérieur, habits, ordinateur portable

Le contenu généré par l’IA peut être incorrect.


 

Autonomia costituzionale 

e libertà d’insegnamento 

contro ogni strumentalizzazione

Di Antonio Fundarò


A Bagno a Ripoli una mozione consiliare d’un gruppo rappresentato nel massimo consesso cittadino, all’opposizione nella città, in maggioranze nel Paese, ha proposto di modificare la denominazione ufficiale delle scuole del territorio introducendo, accanto al nome istituzionale, diciture che ne qualifichino il presunto orientamento ideologico “insegnato e voluto” dal corpo docente e dalla dirigenza. Tra le etichette suggerite figurano espressioni come “politicamente schierata a sinistra”, “ideologicamente comunista”, “favorevole alle teorie lgbtq+ e/o woke”, “antiamericana”, “antisionista”, “antifascista”, “anticattolica”, “antidemocratica”.

La proposta ha suscitato una reazione ferma da parte della comunità scolastica dell’I.S.I.S. “Gobetti-Volta”, che in assemblea straordinaria ha richiamato il ruolo della scuola come luogo di formazione della persona, di sviluppo del pensiero critico, di inclusione e di educazione alla cittadinanza consapevole, affermando che non occorre specificarne l’orientamento antifascista, poiché la scuola italiana è tale per natura, in quanto fondata sui principi della Costituzione.

A questa posizione si è formalmente unito l’Istituto Comprensivo “Antonino Caponnetto”, che ha condiviso integralmente il comunicato e lo ha diffuso alla propria comunità educante, richiamando l’articolo 33 della Costituzione: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Non siamo di fronte a una polemica locale. Siamo davanti a una questione di principio: può un’istituzione pubblica essere qualificata politicamente? Può la scuola essere oggetto di etichettatura ideologica?

La risposta, se si prende sul serio l’ordinamento costituzionale italiano ed europeo, è netta.

Analisi giuridica: la scuola come istituzione costituzionale

La scuola italiana è una istituzione della Repubblica. Non appartiene alla maggioranza di turno, né a una parte politica.

Libertà di insegnamento (art. 33 Cost.)

La libertà di insegnamento è una delle libertà fondamentali dell’ordinamento democratico. Essa:

  • tutela il pluralismo culturale;
  • garantisce l’autonomia metodologica del docente;
  • impedisce l’imposizione ideologica da parte del potere politico.

L’etichettatura ufficiale di una scuola introduce un elemento di pressione e di pregiudizio che altera questa libertà, anche solo simbolicamente.

Principio di eguaglianza (art. 3 Cost.)

L’eguaglianza vieta discriminazioni fondate su opinioni politiche. Una denominazione che classifichi un’istituzione scolastica per orientamento ideologico crea una distinzione pubblica potenzialmente stigmatizzante.

La scuola non è un soggetto politico da collocare nello spazio della competizione partitica.

Imparzialità della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.)

L’amministrazione deve agire con imparzialità. Attribuire qualificazioni ideologiche a un’istituzione pubblica contraddice questo principio.

Autonomia scolastica e competenze

L’autonomia delle istituzioni scolastiche è riconosciuta dall’ordinamento e comprende:

  • autonomia didattica,
  • autonomia organizzativa,
  • autonomia di ricerca e sperimentazione.

La definizione dell’identità ordinamentale della scuola è materia regolata a livello statale. Un ente locale non può ridefinire in senso politico la natura dell’istituzione scolastica.

Un simile intervento si porrebbe in tensione con il riparto costituzionale delle competenze (art. 117 Cost.) e con il principio di legalità amministrativa.

Dimensione europea e internazionale: perché “etichettare” le scuole collide con standard sovranazionali

Unione Europea: diritti fondamentali e cultura del pluralismo

Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea

  • Art. 13 – Libertà delle arti e delle scienze
    La Carta tutela la libertà della ricerca e della produzione culturale e scientifica, e con essa l’idea di scuola come luogo di conoscenza non subordinata a “linee” politiche. Anche quando il testo parla esplicitamente di arti e scienze, il suo senso sistemico è chiaro: la formazione e la circolazione del sapere devono essere protette da pressioni ideologiche e da meccanismi di controllo identitario.
    Un’“etichetta” istituzionale (affissa dall’ente pubblico) che qualifichi una scuola come “ideologica” agisce come segnale di delegittimazione del lavoro culturale e scientifico che la scuola svolge, insinuando in via preventiva che l’insegnamento non sia libero o rigoroso, ma partigiano.
  • Art. 14 – Diritto all’istruzione
    Il diritto all’istruzione non è solo accesso materiale: è accesso a un’educazione di qualità, in un ambiente non discriminatorio, orientato allo sviluppo delle capacità. Nel quadro europeo, questo implica un contesto educativo che favorisca autonomia di giudizio, partecipazione e competenze civiche, non un clima di sospetto e classificazione.
    In questa prospettiva, “marchiare” scuole e comunità educanti per presunti orientamenti politici non è un’informazione neutra: rischia di produrre selezione per appartenenza, stigma verso studenti e docenti, e quindi una compressione indiretta del diritto all’istruzione in condizioni di eguaglianza.

Trattati UE e valori comuni (cornice di sistema)
Senza trasformare l’UE in un “ministero dell’istruzione” (che resta competenza degli Stati), il diritto europeo stabilisce un orizzonte valoriale: democrazia, uguaglianza, Stato di diritto, diritti umani (art. 2 TUE). In quell’orizzonte, l’istruzione è sostenuta come leva di cittadinanza e di coesione (art. 165 TFUE).
Da qui discende un principio pratico: ogni iniziativa pubblica che spinga la scuola verso una segmentazione ideologica è in rotta di collisione con l’idea europea di educazione come bene comune e come “infrastruttura” democratica.

Consiglio d’Europa: CEDU, diritto all’istruzione e divieto di indottrinamento

CEDU – Protocollo n. 1, art. 2
Questa disposizione tutela:

1.     il diritto all’istruzione;

2.     l’obbligo dello Stato di rispettare le convinzioni religiose e filosofiche dei genitori nell’educazione e nell’insegnamento.

Qui sta il punto cruciale, spesso frainteso: il “rispetto delle convinzioni” non equivale a un diritto dei genitori a imporre alla scuola un’etichetta o un orientamento, né a pretendere una scuola “a immagine” della propria appartenenza. La giurisprudenza della Corte EDU ha invece sviluppato un equilibrio: lo Stato può e deve istruire, anche su temi sensibili (religione, etica, sessualità, storia politica, diritti), ma deve farlo in modo pluralista e non indottrinante.

Il criterio guida della Corte EDU: insegnamento “obiettivo, critico e pluralista”
In varie decisioni, la Corte ha ribadito che l’istruzione pubblica deve evitare finalità di indottrinamento e promuovere un approccio che consenta allo studente di formarsi un giudizio autonomo. Tradotto in termini scolastici:

  • si possono insegnare contenuti controversi;
  • si devono presentare i temi in modo fondato, argomentato, aperto a più prospettive;
  • non si può usare la scuola per “plasmare” adesioni ideologiche.

Perché l’etichettatura istituzionale è incompatibile con questo standard
Un’etichetta ufficiale apposta dall’autorità pubblica (“questa scuola è X”) produce almeno tre effetti, tutti problematici rispetto al modello CEDU:

1.     Rovescia la presunzione di imparzialità
La scuola pubblica deve poter essere percepita come luogo di istruzione, non come sede di “campagna”. L’etichetta, di per sé, suggerisce che l’insegnamento sia orientato e quindi potenzialmente indottrinante, cioè esattamente ciò che la Corte EDU chiede di evitare.

2.     Crea un “chilling effect” sul pluralismo didattico
Docenti e dirigenza possono sentirsi sotto sorveglianza politica e indotti ad autocensurarsi su temi che invece rientrano pienamente nei compiti educativi (Costituzione, diritti, storia, educazione civica, conflitti contemporanei). Il risultato paradossale è che per “evitare l’accusa”, la scuola riduce il confronto: l’opposto del pluralismo.

3.     Trasforma il diritto dei genitori in un meccanismo di selezione ideologica
Il Protocollo tutela il rispetto delle convinzioni, non un “mercato” di scuole classificate per orientamento politico. L’etichettatura può spingere verso una scelta scolastica basata su appartenenze e paure, alimentando segregazione culturale e sociale.

In sintesi: la CEDU non chiede scuole “inermi” o silenziose sui temi civili. Chiede scuole libere dal potere di indottrinare e, soprattutto, libere dal potere politico di marchiare.

Sistema ONU: educazione come sviluppo della persona e cultura dei diritti

Nel diritto internazionale delle Nazioni Unite, l’educazione è pensata come diritto fondamentale e come strumento di emancipazione, con finalità chiaramente orientate (non partitiche, ma universalistiche).

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (art. 26)
Stabilisce che l’istruzione deve mirare al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali – ICESCR (art. 13)
È una delle norme più importanti: indica che l’educazione deve consentire a tutti di partecipare effettivamente a una società libera, promuovendo comprensione, tolleranza e amicizia tra gruppi.

Patto internazionale sui diritti civili e politici – ICCPR (art. 18, in particolare 18(4))
Riconosce libertà di pensiero, coscienza e religione e impone allo Stato di rispettare la libertà dei genitori nell’assicurare l’educazione religiosa e morale dei figli secondo le proprie convinzioni. Anche qui, però, la logica è di rispetto e non discriminazione, non di etichettatura ideologica dell’istituzione pubblica.

Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia – CRC (art. 29)
È centrale per la scuola: l’educazione deve sviluppare personalità, talenti e capacità mentali e fisiche; promuovere rispetto dei diritti umani; preparare a una vita responsabile in una società libera; educare alla comprensione, pace, tolleranza, uguaglianza.

UNESCO – Convenzione contro la discriminazione nell’istruzione (1960)
Rafforza il divieto di pratiche che producano discriminazione o segregazione nell’accesso e nel percorso educativo.

Perché la classificazione politica delle scuole è incompatibile con questa cornice ONU
Perché sposta l’asse dell’istruzione:

  • dal diritto del minore a sviluppare capacità e autonomia,
  • al marchio su un’istituzione,
  • e alla conseguente lettura “tribale” dell’educazione come appartenenza.

In altre parole: gli strumenti ONU concepiscono l’educazione come infrastruttura di libertà e diritti. L’etichettatura ideologica la riconfigura come terreno di contesa, riducendo lo spazio psicologico e culturale necessario a crescere come cittadini liberi.

Il punto comune tra UE, CEDU e ONU

Pur con linguaggi diversi, tutte queste fonti convergono su un’idea:
la scuola pubblica deve essere pluralistanon discriminatoria, orientata allo sviluppo della persona e capace di trattare anche temi controversi senza trasformarsi in propaganda.

Per questo l’etichettatura “ufficiale” delle scuole è doppiamente inopportuna: non solo impoverisce il dibattito democratico, ma si colloca fuori asse rispetto agli standard europei e internazionali che chiedono alla scuola di essere, prima di tutto, un luogo in cui si impara a pensare — non un luogo in cui si viene classificati.

Analisi pedagogica

La scuola non è uno spazio di propaganda, ma nemmeno un luogo neutro nel senso del disinteresse ai valori costituzionali.

Educare significa:

  • sviluppare pensiero critico;
  • fornire strumenti di analisi;
  • promuovere il confronto.

Studiare temi controversi non equivale a fare militanza.

Affrontare questioni storiche, diritti civili, conflitti internazionali significa esercitare la funzione educativa.

La pedagogia democratica si fonda su pluralismo e metodo argomentativo.

L’etichetta ideologica distrugge il pluralismo, perché presuppone una verità già data.

Analisi psicologica

La psicologia sociale mostra che la categorizzazione rigida produce:

  • polarizzazione;
  • conflitto identitario;
  • clima di sospetto.

In un contesto educativo, ciò compromette:

  • la fiducia tra scuola e famiglie;
  • la serenità degli studenti;
  • l’autorevolezza docente.

La scuola deve essere un luogo sicuro, non un terreno di scontro simbolico.

Analisi metodologica e didattica

Il metodo didattico moderno si fonda su:

  • analisi delle fonti;
  • distinzione tra fatti e opinioni;
  • confronto di prospettive;
  • costruzione argomentativa.

Una scuola etichettata viene percepita come partigiana prima ancora di essere ascoltata.

Questo danneggia la credibilità del processo educativo.

Contro ogni strumentalizzazione

Le strumentalizzazioni della scuola sono dannose indipendentemente dalla loro provenienza. Non esistono strumentalizzazioni “buone” perché mosse da intenzioni ritenute giuste, né strumentalizzazioni “accettabili” perché coerenti con una determinata visione culturale. La scuola pubblica, per sua natura istituzionale, non può essere trasformata in un dispositivo simbolico al servizio di una parte. Ogni tentativo di piegarla a logiche identitarie – anche quando si presenta come difesa di valori – altera il suo equilibrio costituzionale.

È inopportuno, prima di tutto, trasformare la scuola in terreno di battaglia politica. Il conflitto democratico è legittimo e necessario nello spazio pubblico, nei partiti, nei parlamenti, nelle assemblee elettive. Ma la scuola non è un’arena. È un’istituzione educativa. Quando il linguaggio dello scontro entra nella scuola, si produce uno slittamento pericoloso: l’insegnamento viene percepito come schieramento, la lezione come presa di posizione, il confronto come provocazione. In questo clima, l’autorità educativa si indebolisce e il dialogo si irrigidisce.

È altrettanto inopportuno usare la scuola come simbolo identitario. Le istituzioni pubbliche non sono vessilli. Non rappresentano una parte contro un’altra. La scuola rappresenta la Repubblica nel suo insieme. La sua identità è giuridica e costituzionale, non politica. Quando la si trasforma in bandiera – per esibirla o per contestarla – la si priva della sua funzione unificante e la si colloca dentro una dinamica di appartenenze contrapposte.

Attribuirle marchi ideologici significa ridurre la complessità del lavoro educativo a una formula. Una scuola è una comunità: è fatta di docenti con sensibilità diverse, di studenti con storie differenti, di famiglie plurali, di indirizzi culturali che convivono nello stesso edificio. Ridurre tutto questo a un’etichetta è una semplificazione che impoverisce e che, soprattutto, introduce una logica di sospetto.

Ma la vigilanza deve essere coerente: è necessario evitare anche che la scuola diventi luogo di propaganda di qualunque segno. Difendere la libertà di insegnamento non significa negare che possano esistere deviazioni o errori. Significa affermare che la risposta a eventuali abusi non è la politicizzazione dell’istituzione, ma l’applicazione delle regole professionali, degli organi collegiali, dei meccanismi di responsabilità già previsti dall’ordinamento.

 Orizzonte scuola