giovedì 8 gennaio 2026

STARE BENE IN CLASSE

 


“In classe si sta bene 

solo quando 

non ci si accorge

 della presenza

 dell’insegnante”



La Redazione

"Stare bene non significa non fare fatica. La scuola non è un luogo di svago ma un ambiente di impegno creativo. La scuola che immaginiamo è..."

La presenza dell’altro è preziosissima per la crescita individuale di ogni essere umano e questo concetto, mai come in nessun altro posto, prende vita proprio tra i banchi di scuola. Ad affrontare questo argomento è stato l’esperto di pedagogia Daniele Novara, queste le sue parole:

“Che a scuola s’impari dai compagni dovrebbe essere scritto a lettere cubitali in ogni ingresso scolastico”. Il gruppo, come ci spiega l’esperto: “crea un'osmosi nei processi di apprendimento, ossia si creano degli incastri, degli effetti domino estremamente importanti che rendono l’apprendimento un gioco di squadra tra gli alunni, dove l’insegnante ha un’azione propulsiva e di regia”.

Il pedagogista spiega con chiarezza quale dovrebbe essere il “modus operandi” di ogni insegnante, in classe il processo di apprendimento non dovrebbe essere di tipo “verticale”, dall'alto dell’insegnante fino al basso degli studenti, ma sarebbe più opportuno adottare un metodo “orizzontale” dove il confronto avviene tra pari e ogni alunno può mettere in campo le proprie capacità, strategie e memorie sociali.

“La memoria sociale, infatti, ci permette di essere quello che siamo. In questa imitazione sistematica tra gli alunni si creano gli innesti per poter imparare stando bene. Stare bene non significa non fare fatica. La scuola non è un luogo di svago, ma un ambiente di impegno creativo. La scuola che immaginiamo è faticosa, esigente, ma anche viva, creativa, animata dal lavoro attivo degli alunni”, e in una scuola viva, ci spiega l'esperto: “l’alunno costruisce, esplora, produce". 

“Come ricordava Maria Montessori: “Voglio entrare in una Casa dei Bambini e non accorgermi della presenza dell’insegnante, perché stanno lavorando loro” conclude Novara.

Ascuolaoggi

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martedì 6 gennaio 2026

I COMPITI DI REALTA'

 


Bravi, bravissimi gli insegnanti che invece di accanirsi sugli esercizi” scelgono mostre e avventure.

 L’elogio del pedagogista ai “compiti di realtà”

di Giuseppina Bonadies

 

Daniele Novara critica duramente la didattica basata sulla “risposta esatta”, definendola un quiz arcaico, ed elogia gli insegnanti che assegnano compiti di realtà come mostre e avventure. Il pedagogista invita a sfruttare le vacanze per un apprendimento concreto e operativo, trasformando la città in un luogo di “outdoor education” fondamentale per la crescita.

“Cosa ce ne facciamo delle risposte esatte?”. È una domanda provocatoria quella che Daniele Novara rivolge al mondo dell’istruzione, spostando l’attenzione dalla performance nozionistica alla concretezza dell’esperienza educativa.

In un intervento video diffuso sui canali social, il pedagogista traccia una linea netta tra l’assegnazione di compiti ripetitivi e quelli che vengono definiti “compiti di realtà“, lodando apertamente i docenti che scelgono la seconda strada.

Oltre la logica del quiz

Il punto di partenza dell’analisi è la natura stessa dell’apprendimento, che secondo il direttore del CPP non può essere ridotto a una serie di caselle da sbarrare. “Imparare è un laboratorio, non è una risposta esatta“, afferma Novara, criticando un modello che coinvolge spesso anche i genitori. “La scuola non è un quiz e neanche la famiglia è il posto dove si impara a partecipare al quiz scolastico”.

Per il pedagogista, queste dinamiche rappresentano “forme archaiche, passate” che non hanno più senso di esistere nel contesto attuale. La necessità è quella di recuperare una dimensione tangibile dello studio: “Bisogna, viceversa, ci sia la consapevolezza di come l’apprendimento sia concreto, operativo, fatto di incontri, di esperienze“.

Le vacanze come spazio per il nuovo

Questa visione operativa diventa cruciale specialmente durante i periodi di distacco dalle lezioni frontali. I lunghi periodi di vacanza, compresi quelli estivi, non devono essere visti come un vuoto da riempire con la replica di quanto fatto a scuola, ma come “una grande possibilità “. È il momento in cui bambini e ragazzi possono “vivere qualcosa di nuovo, ma sempre legato al loro bisogno di imparare, di crescere, di diventare grandi “.

L’elogio ai docenti innovatori

Il fulcro del messaggio è il riconoscimento del lavoro svolto da quegli insegnanti che interpretano il tempo extrascolastico come un’occasione di arricchimento culturale e non di addestramento.

Novara si rivolge direttamente a loro: “E quindi, diciamolo senza mezzi termini, bravi, bravissimi gli insegnanti che invece di accanirsi sugli esercizi già fatti in classe, danno indicazioni per andare a visitare una mostra, comprare un libro, vivere un’avventura, vivere un’esperienza “.

Le indicazioni didattiche virtuose, secondo questa prospettiva, includono l’utilizzo del territorio circostante, invitando a “usare la città come un’outdoor education ricco di possibilità “.

È attraverso queste scelte pedagogiche che l’istituzione scolastica riesce a non perdere la sua centralità educativa. “Grazie a questi insegnanti “, conclude Novara, “la scuola mantiene un luogo privilegiato e prioritario di crescita per le nuove generazioni “.

Orizzonte Scuola

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IL POTERE DELLA GENTILEZZA

 

Seneca svela 

perché la gentilezza 

rende più forti 

ed ha il potere 

del successo

 




Essere gentili è da deboli? Seneca, in "Sui benefici" ribalta questa convinzione e mostra perché la gentilezza è la fonte vera di successo e libertà. 

Essere gentili in un mondo aggressivo non è la via più facile, è la più ardua e, per questo, la più gloriosa.

 -         di Saro Trovato

 Siamo in un mondo in cui la prepotenza sembra sia la strada per dominare gli altri e che la gentilezza sia un attributo della fragilità, un lusso che solo chi non ha ambizioni può permettersi. Eppure, un’analisi rigorosa del pensiero di Lucio Anneo Seneca rivela l’esatto contrario: la benevolenza non è un segno di cedimento, ma la suprema tecnologia del potere e della stabilità.

Nel suo trattato De Beneficiis, il filosofo stoico descrive il “beneficare” come un atto di sovranità assoluta, capace di generare un successo che non teme l’usura del tempo.

Il cuore di questa visione risiede in una definizione che sposta l’accento dall’oggetto del dono all’integrità di chi lo compie:

Che cos’è dunque un beneficio? Un’azione di benevolenza che arreca gioia e la riceve procurandola, caratterizzata da un’inclinazione e da una spontaneità naturali in quello che fa. Perciò, non ha importanza che cosa venga fatta o data, ma la disposizione d’animo con cui questa cosa viene realizzata: il beneficio infatti non consiste in quanto viene fatto o dato, bensì nel sentimento di chi ne è l’autore. (De Beneficiis, Libro I, 6.1)

La forza di chi non si lascia condizionare dai prepotenti

Proprio partendo da questa “disposizione d’animo”, Seneca scardina il pregiudizio che vede nella gentilezza una forma di sottomissione. Al contrario, essa viene presentata come l’unico vero antidoto alla prepotenza. Mentre l’aggressivo è costantemente alla ricerca di una reazione per sentirsi potente, colui che mantiene la propria benevolenza interrompe il circuito della violenza.

Questa fermezza comunica un messaggio di potere silenzioso: il prepotente non ha la forza di cambiare il carattere di chi ha di fronte. Essere gentili con chi è sgarbato non significa subire, ma dimostrare di essere gli unici padroni del proprio stato d’animo.

Non è debolezza, ma la prova di essere l’unica persona, in quel momento, a non aver bisogno di aggredire per sentirsi forte. Nella prospettiva di Seneca, il successo nasce dal diventare la fonte del valore, anziché farsi dettare le regole del gioco dai difetti altrui.

La gentilezza è fonte di successo

Per Seneca, il successo non è un trofeo isolato da difendere con i denti, ma la capacità di rendersi indispensabili all’interno di una struttura più grande. La forza del singolo, nella visione stoica, non risiede nell’indipendenza assoluta, ma nella stabilità che egli è capace di offrire agli altri.

Per spiegare questo paradosso del potere, il filosofo ricorre a una metafora architettonica folgorante:

La società umana è simile a una volta di pietre, che cadrebbe se le pietre non si sostenessero a vicenda: essa è tenuta insieme proprio da questo appoggio reciproco.
(Lettere a Lucilio, 95, 53)

In questa prospettiva, la gentilezza è la forza che impedisce al sistema, e quindi alla posizione dell’individuo al suo interno, di crollare. Chi sostiene la struttura attraverso atti di benevolenza è, di fatto, l’ultimo a poter essere abbattuto.

Il successo generato dalla gentilezza è infinitamente più solido di quello ottenuto con la forza, perché non poggia sul timore o sull’invidia, ma sulla gratitudine. Creando alleati anziché sudditi, la persona gentile costruisce una base di potere che non ha bisogno di essere difesa costantemente, poiché è la struttura stessa a proteggere chi la sostiene.

La gentilezza non prevede di essere misurata

La grandezza di questo potere risiede nel rifiuto di “mercanteggiare” i rapporti. Seneca avverte che la gentilezza svanisce non appena diventa un’operazione contabile. L’uomo forte non è un esattore di favori, ma un generatore di valore a fondo perduto.

Nessuno prende nota dei benefici sul proprio libro dei crediti né, come un avido esattore, va a riscuotere all’ora e al giorno stabiliti. […] È proprio di un esecrabile usuraio mettere in conto un beneficio dato.  (De Beneficiis, Libro I, 2.3)

La logica del beneficio si limita a dare. Questa assenza di calcolo non è ingenuità, ma suprema fierezza: ho dato perché volevo farlo, e questo mi basta. Restituire l’atto è un guadagno per chi riceve, non una necessità per chi dà.

Quest’approccio è ciò che rende l’umano virtuoso nei confronti di se stesso e rispetto agli altri. Essere gentili significa non misurare mai i benefici offerti, ciò che si fa è per fare del bene alla propria anima ed essere riconosciuti dalla comunità come persone degne e di valore.

La perseveranza che ammansisce il mondo

Seneca sottolinea che la gentilezza costante possiede il potere di trasformare anche le nature più ostili. Come i domatori ammansiscono le bestie feroci con la cura e il cibo, così la perseveranza nel bene finisce per vincere l’ingratitudine umana. Non si tratta di una fiducia ingenua, ma di una forza d’assedio che non accetta la sconfitta morale.

Qualcuno è ingrato nei confronti di un primo beneficio? Non lo sarà riguardo a un secondo; ne ha già dimenticati due? Un terzo lo porterà a ricordare anche quelli che sono usciti dalla sua memoria. (De Beneficiis, Libro I, 2.5)

Non bisogna dunque stancarsi di essere virtuosi. Sia attraverso un aiuto materiale, offrendo il proprio credito, o mettendo a disposizione la propria saggezza, la perseveranza nel beneficare è l’unica forza capace di trasformare un nemico in un alleato.

In questa prospettiva, chi sceglie di non dare per timore di essere sfruttato o ignorato rivela la sua natura di vero debole. La sua rigidità non è fermezza, ma paura; la sua chiusura non è prudenza, ma l’incapacità di sostenere il peso di un gesto gratuito.

Il prepotente o l’egoista sono figure fragili, poiché la loro identità crolla se non ricevono un tornaconto immediato. Al contrario, l’individuo forte di Seneca continua a donare perché la sua stabilità non dipende dal riconoscimento altrui, ma dalla propria incrollabile integrità.

Egli è il domatore che, con la propria costanza, finisce per conquistare anche l’animo più indurito, dimostrando che il vero potere appartiene a chi ha così tanto da non aver paura di perdere nulla.

Essere gentili richiede coraggio

In ultima analisi, la lezione di Seneca è un richiamo alla forma più alta di coraggio. Essere gentili in un mondo aggressivo non è la via più facile, è la più ardua e, per questo, la più gloriosa. È un atto di ribellione contro la forza di gravità dell’egoismo.

Il successo autentico non risiede nell’arrivare primi in una corsa solitaria, ma nell’avere la forza di non lasciare indietro nessuno, sapendo che la propria posizione è sicura solo se l’intera “volta” sociale rimane integra.

La gentilezza richiede il coraggio dei forti perché espone al rischio dell’ingratitudine, ma è proprio questo rischio a nobilitare l’azione. Non si è gentili perché il mondo è buono, ma perché si è deciso di essere tali.

In questa decisione di dare senza misurare risiede l’unica forma di successo che il tempo non può scalfire, ovvero l’aver vissuto da individui liberi, da pietre angolari di una società che, senza il sostegno reciproco, sarebbe già polvere.

La gentilezza, dunque, non è un’opzione morale per i fragili, ma l’armatura più resistente dei forti. È l’essenza della civiltà, dove il vero potere e il successo sono una conseguenza delle virtù e non della forza e della cattiveria.

Essere gentili è il più grande investimento che si possa fare per costruire una società capace di reggersi nel tempo, e una vita vissuta con serenità, gioia e libertà interiore.

Per questo, non resta che ringraziare Seneca per questa lezione e iniziare, senza più alibi, ad agire seguendo i suoi suggerimenti.

Liberiamo

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IL NON ORDINE GLOBALE

 


VENEZUELA 

E ALTRI



di LELIO CUSIMANO

Prendendo spunto dalle notizie e dalle reazioni che hanno accompagnato la giornata del 4 gennaio, la cattura di Nicolás Maduro da parte di un commando statunitense non è soltanto un fatto venezuelano né un episodio di cronaca internazionale ad alto tasso di spettacolarità. È, piuttosto, un segnale potente – e inquietante – dello stato in cui versa l’ordine globale e della direzione che potrebbe imboccare.

Il Venezuela arriva a questo snodo dopo almeno due decenni di progressivo isolamento e deterioramento istituzionale. Il chavismo, nato come progetto di riscatto sociale e di autonomia dall’egemonia statunitense in America Latina, si è trasformato nel tempo in un sistema di potere sempre più chiuso, segnato da repressione politica, collasso economico, migrazioni di massa e da accuse, mai davvero dissipate, di collusione con traffici illeciti. In questo quadro l’intervento diretto degli Stati Uniti – se confermato nei termini di una cattura mirata del capo dello Stato venezuelano – segna una rottura netta. Non tanto perché Washington non abbia mai rovesciato governi ostili nel proprio “cortile di casa”, quanto perché lo fa oggi in un mondo che si pretende multipolare, senza più l’alibi della guerra fredda o di un mandato multilaterale credibile. È il ritorno brutale della politica di potenza, spogliata di ogni orpello retorico.

Non stupisce, dunque, il doppio sentimento che attraversa l’opinione pubblica internazionale: da un lato il compiacimento per la “eliminazione” politica di una figura percepita come simbolo di corruzione, violenza e narcotraffici; dall’altro la paura che il precedente sia più grave del problema che si intende risolvere. Se una grande potenza si arroga il diritto di catturare il leader di un altro Paese sovrano, in base a una propria definizione di legalità e sicurezza, cosa resta delle regole comuni?

È qui che la vicenda venezuelana si salda a una tendenza più ampia. Stati Uniti, Cina e Russia – pur con strumenti e narrazioni diverse – sembrano convergere verso un modello di “non ordine” globale: ciascuno domina il proprio spazio regionale, interviene quando e come ritiene necessario, impone il conflitto come modalità ordinaria di regolazione dei rapporti di forza. Non è un nuovo equilibrio, ma una spartizione instabile, continuamente esposta a scosse escalation.

In questo scenario, l’Europa appare paradossalmente come l’anomalia. Non perché sia più forte o più coesa, ma perché è l’unica grande area che continua, almeno a livello di principi, a credere nella centralità del diritto internazionale, nel multilateralismo, nella mediazione. Proprio per questo, tuttavia, rischia di essere irrilevante: un ostacolo morale più che politico, una voce che ammonisce ma non incide.

 

La crisi venezuelana potrebbe diventare uno spartiacque anche per l’Unione europea. L’imitarsi a dichiarazioni di preoccupazione, inviti alla moderazione e richiami alle Nazioni Unite significherebbe certificare la propria marginalità. D’altra parte, una presa d’atto realistica imporrebbe scelte difficili: dotarsi di una politica estera realmente comune, accettare che la difesa e la sicurezza non siano argomenti tabù, costruire una capacità autonoma di intervento diplomatico e, come ultima ratio, di deterrenza.

In questo percorso, il ruolo dell’Italia non è secondario. Per storia, geografia e interessi, Roma è uno dei Paesi europei più esposti alle conseguenze del disordine globale: instabilità nel Mediterraneo, flussi migratori, crisi energetiche, interruzioni delle catene commerciali. L’America Latina, e il Venezuela in particolare, non sono lontani dal nostro orizzonte come potrebbe sembrare: comunità italiane numerose, legami economici, una tradizione diplomatica che ha spesso privilegiato il dialogo.

L’Italia potrebbe – e forse dovrebbe – farsi promotrice di una linea europea meno timida, capace di tenere insieme fermezza sui diritti e realismo geopolitico. Non per opporsi frontalmente alle grandi potenze, ma per ricordare che l’alternativa al diritto del più forte non è l’impotenza, bensì la costruzione continua e paziente di regole condivise. La cattura di Maduro, al di là del destino personale del leader venezuelano, pone una domanda che riguarda tutti: vogliamo davvero un mondo in cui la stabilità dipenda dall’arbitrio di pochi, o siamo ancora disposti a investire – politicamente, economicamente, culturalmente – in un ordine imperfetto ma comune?

Probabilmente, l’Europa, e con essa l’Italia, non può permettersi di rinviare ancora la risposta.

giovannipepi.it

I MAGI E L'ARTE DEL DONO

 


La visita dei magi

 è una grande 

grammatica 

del dono.

 



-di Luigino Bruni

 Uomini saggi, astronomi e astrologi, venuti da est.  Non erano pastori, erano esperti di stelle e di scienza.

Erano uomini, dei maschi, ed erano capaci di fare doni: maschio è Erode, ieri e oggi; ma maschi sono anche i magi, che ci dicono che anche i maschi sanno fare doni.

Quegli uomini si misero in cammino inseguendo «una stella», per «adorare» un bambino (Mt 2,2).

Ecco i primi due elementi di questa grammatica del dono: c’è un cammino e c’è una stella. Cammino dice impegno e dice tempo, gli ingredienti fondamentali di ogni dono.

I regali non richiedono molto tempo, ne facciamo molti in poche ore di shopping; il dono no, è diverso.

Non c’è dono senza un cammino, senza un viaggio materiale o spirituale.

Ci si alza, si va a trovare quella persona che abbiamo deciso di onorare con la nostra visita e con il nostro dono.

Quasi tutto quello che volevamo dire a quella persona lo diciamo andandola a trovare.

Il primo dono dei magi fu il loro mettersi in cammino. Poi c’è la stella.

Nei doni, di certo in quelli più importanti, non si parte senza l’apparizione di una "stella" - senza una voce, un segno, una chiamata.

Ciò che siamo oggi dipende da molte cose, ma dipende soprattutto dai doni-stella che abbiamo ricevuto nella vita.

Dono chiama dono: ecco perché secondo il Vangelo (apocrifo) arabo dell’infanzia di Gesù «Maria donò loro alcune delle fasce del bambino Gesù».

I magi portano in dono «oro, incenso e mirra» (2,11).

Per dire regalità (oro), divinità (incenso), e corporeità (mirra).

La grammatica e la sintassi del dono continua a svelarsi.

In ogni incontro che nasce dal dono, ti incontro per dirti che hai la dignità di un re, che sei sacro come un Dio e che sei un essere umano, e quindi il tuo limite e la tua futura morte non sono maledizione e condanna, ma compito e destino. Questo significa onorare.

«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (2,11).

C’è anche Maria nel dono dei magi, una sorpresa e una gioia aggiunte alla loro gioia che era già grandissima.

E in Maria possiamo rivedere un’altra amica biblica dei magi: la regina di Saba, che partì da lontano, con molti doni, per conoscere e onorare la sapienza.

Il dono dei magi è l’altro Magnificat dei Vangeli, e la visita di Maria ad Elisabetta è l’episodio che più gli assomiglia. Maria accolse con fiducia i magi dentro casa, li fece entrare, li riconobbe come ospiti buoni, accettò il loro dono.

E infine l’ultima nota del dono. Anche i magi, come Maria con Elisabetta, dopo aver fatto il loro dono presero la via di casa.

È questa l’ultima nota del processo del dono, che si chiude col ripartire.

Il ritorno a casa

Chi conosce quest’arte sa che «fare ritorno a casa» è il capolavoro del dono, perché dice castità, la sorella gemella della gratuità.

Chi sa donare non occupa spazi, li libera. È discreto. Sa stare senza fretta, ma poi in fretta riparte.

Non si appropria del tempo della reciprocità. E porta via con sé una "grandissima gioia".

Questo bell’augurio di Buon Cammino e di Buona Epifania di Ignazio Punzi, formatore, psicologo e psicoterapeuta familiare, presidente dell’associazione “L’aratro e la stella”

 I MAGI NON ERANO CRICETI

Il giorno dell'Epifania non si può non porsi questa domanda: quando ci si mette in cammino?

Credo che occorrano almeno tre condizioni:

- quando si intuisce che qualcosa o qualcuno di veramente importante ancora ci manca

- quando si ha la consapevolezza che questo "qualcosa o qualcuno" non si trova nei luoghi in cui si abita o si frequentano

- e quando infine, come conseguenza delle prime due, si ha il coraggio di "uscire" e osare l'incontro con il nuovo.

Ci si mette in cammino se si obbedisce ad una assenza che preme dal profondo di noi stessi e si manifesta come invito a mettersi in cammino verso il non ancora, per terre sconosciute.

Si incontra la verità solo da nomadi, da stranieri.  Facciamocene una ragione.

Se non si accetta questo cambio di status, che è spirituale, emozionale e cognitivo, il cammino nel quotidiano, seppur faticoso, è più simile a quello del criceto nella ruota.

I criceti, però, non inaugurano nuove vie, ma smaltiscono solo il grasso accumulato nella loro stanzialità.

Se si vuole tracciare diritto il proprio solco, è più saggio uscire dalle proprie ruote e dalle proprie gabbie dove tutto è garantito e mettersi finalmente in cammino per territori inediti, attaccando l'aratro ad una stella, in cerca di una verità che ci renderà liberi.

In questo giorno di Epifania, facciamo nostra l'esortazione di don Tonino Bello a metterci in cammino senza più aspettare e senza paura, per fare "straripare la speranza.

Andiamo a Betlemme!

[ ...] Per noi, disperatamente in cerca di pace, ma disorientati da sussurri e grida che annunziano salvatori da tutte le parti, e costretti ad avanzare a tentoni dentro infiniti egoismi, ogni passo verso Betlemme sembra un salto nel buio.

Andiamo fino a Betlemme. È un viaggio lungo, faticoso, difficile, lo so.

Ma questo, che dobbiamo compiere «all'indietro», è l'unico viaggio che può farci andare «avanti» sulla strada della felicità.

Quella felicità che stiamo inseguendo da una vita, e che cerchiamo di tradurre col linguaggio dei presepi, in cui la limpidezza dei ruscelli, o il verde intenso del muschio, o i fiocchi di neve sugli abeti sono divenuti frammenti simbolici che imprigionano non si sa bene se le nostre nostalgie di trasparenze perdute, o i sogni di un futuro riscattato dall'ipoteca della morte.

Andiamo fino a Betlemme, come i pastori.

L'importante è muoversi.

Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro.

E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi della onnipotenza di Dio.

Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l'amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove Egli continua a vivere in clandestinità.

A noi il compito di cercarlo.

E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita.

Mettiamoci in cammino, dunque, senza paura.

Il Natale di quest'anno ci fa trovare Gesù e, con Lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell'essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell'impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.

Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni di morte e illuminato di stelle.

E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza.

 Famiglia Cristiana

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lunedì 5 gennaio 2026

EPIFANIA

 

SI MISERO 

IN CAMMINO



Meditazione 

di S.B. Card. Pizzaballa, 

Patriarca di Gerusalemme dei Latini


 Ogni bambino nasce per qualcuno: per una famiglia che lo attende, per una comunità che lo accoglie, che lo vedrà crescere, che crescerà insieme a lui e grazie a lui.

Anche Gesù è nato per qualcuno: ma non solo per qualcuno in particolare, perché Gesù è nato per tutti.

I brani di Vangelo che raccontano la sua nascita ci dicono proprio questo, che questo bambino non appartiene solo alla sua famiglia, né solo al suo clan, ma tutti, vicini e lontani, sono chiamati a partecipare all’evento della sua nascita, alla gioia e alla grazia della sua venuta al mondo.

Gesù è venuto per tutti, e coloro che si lasciano raggiungere dal dono della sua presenza sono chiamati, come abbiamo visto proprio domenica scorsa, a mettersi in cammino, a fare un percorso.

Una costante che si ritrova in tutte le storie di donne e uomini di fede è proprio questa: il mettersi in cammino, perché la fede stessa è un cammino, è una costante ricerca, una sempre nuova partenza.

È stato così anche per i Magi.

Abbiamo iniziato l’Avvento con un invito a vegliare per non lasciar passare invano il kairós, il momento favorevole, il tempo della grazia (Mc 13,33-37).

Potremmo dire che i Magi sono innanzitutto persone che hanno accolto questo invito, che non si sono lasciati sfuggire l’occasione della vita: hanno visto un segno, hanno compreso che questo segno era per loro, che li chiamava a partire e si sono messi in viaggio.

La stella che i Magi hanno visto, come tutte le stelle, non sta ferma nel cielo, ma percorre un cammino: Matteo dice che la stella precedeva i magi, fino a quando è arrivata sul lugo dove stava il bambino, e lì si è fermata (Mt 2,9).

Questo significa che se la stella si muove, se si vuole continuare a vederla bisogna muoversi insieme a lei, bisogna seguirla, mettersi in cammino. Se si sta fermi, la stella scompare, perché la stella non può fermarsi.

I magi hanno visto una stella nel cielo, e hanno solo desiderato non perdere quella luce, continuare a lasciarsi illuminare. E per questo hanno lasciato la loro terra e si sono fatti pellegrini, non sapendo fin dall’inizio dove sarebbero arrivati.

Per mettersi in cammino bisogna fidarsi.

Ma come si è presentata per loro quest’occasione?

L’occasione, il kairós, li ha raggiunti tramite, appunto, una stella, il che significa che i Magi sono persone che hanno alzato lo sguardo verso l’alto, che si sono aperti ad un orizzonte infinito.

Vegliare significa anche alzare lo sguardo, scrutare il cielo.

Il loro sguardo non è rimasto prigioniero dei loro confini, del loro mondo; non si sono accontentati, non si sono fermati.

Ogni cammino nasce da uno sguardo, da una visione che porta oltre.

Poi arrivano a Gerusalemme, e vi arrivano come umili persone che cercano.

Molte volte Gerusalemme è stata raggiunta da gente straniera, che veniva per combattere, per depredare, per impossessarsi della sua bellezza e dei suoi tesori.

I Magi vengono per cercare, per condividere un’inquietudine in un luogo e con delle persone che hanno la ricerca e l’attesa come vocazione, come senso della vita.

In cuore hanno una domanda, e questa è la loro vera ricchezza: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?” (Mt 2,2). Sono sapienti, ma sono anche alla ricerca di una sapienza più grande, sanno di non sapere tutto.

È questa mancanza che permette loro di mettersi in cammino, di fare domande, di fidarsi.

I Magi sanno che un Re è nato, ma non sanno dove, perché la stella non si è ancora posata su nessun luogo.

Dove nasce il Re e Signore, dove trovarlo, questa è la grande domanda di ogni uomo, il grande desiderio.

E il desiderio dei Magi si compie quando il loro cammino si incontra con la Rivelazione, quando i loro passi si fermano ad ascoltare la Parola, perché la Parola è l’epifania di Dio. Sarà la Parola a condurli a Betlemme, dove ritrovano la stella ad attenderli, perché tutto si ricapitola lì.

Infine, il cammino ha un ultimo passo necessario, ed è quello che porta i magi a prostrarsi davanti a quel bambino: forse, di tutto il cammino, questo è il passo più difficile.

Perché chiede di riconoscere che il Re è lui, non siamo noi. È lui il Signore della storia, e non noi.

Questo è il passo che Erode non può fare, perché gli richiederebbe il coraggio e l’umiltà di togliere la corona dalla propria testa per metterla sulla testa di quell’umile bambino appena nato.

Eppure, Gesù, nato per tutti, è nato per questo: per liberarci dall’illusione del potere, della violenza, di tutto ciò che non dà vita.

La vita vera sta tutta nel riconoscere la grandezza del segno di un piccolo di un bambino, venuto al mondo per dire che il desiderio di Dio è quello di camminare con noi.

+Pierbattista

Patriarcato L. di Gerusalemme




 

LA NUDA VERITA'


L’Epifania, coronamento del Natale , è un controsenso. 

Mentre l’uomo vuole crescere, espandersi, 

avere potere su cose e persone, farsi dio 

e così immagina i suoi dei, 

al contrario questo Dio vuole farsi uomo, 

senza potere su nulla: un neonato. 

-di Alessandro D’Avenia

 Epifania è una parola che usiamo solo una volta l’anno con malinconia, perché «le feste porta via». Eppure, come avevano intuito i grandi scrittori di inizio ’900 di fronte all’inautenticità del vivere, sarebbe da utilizzare spesso per indicare i «momenti di essere»: istanti in cui usciamo dalla semi-incoscienza della routine quotidiana e avvertiamo una connessione profonda con il mondo e con noi stessi, la realtà è nitida e piena di senso. La parola epifania viene infatti dal greco per manifestare, venire alla luce (dall’antica radice per splendere e rendere chiaro), il contrario significava oscurità o distruzione. Si usava anche come epiteto (epifane) per dire che un re era un dio «manifesto» in terra. Per questo passò a indicare la manifestazione di Dio a tre esponenti della cultura mediorientale, i Magi (esperti di cielo, quando astronomia e astrologia erano tutt’uno), non appartenenti al popolo ebraico: il Dio-Uomo si «manifesta» a tutti coloro che lo cercano, a prescindere da appartenenze etniche, aderenze sociali, meriti culturali, fortune economiche. E lo fa come bambino in una grotta, cioè non grandiosamente e in alto come gli dei greci sul monte OlimpoShiva sul Kailash in Tibet, o il Fuji, che è il corpo stesso della divinità, in Giappone... Invece qui Dio si manifesta «in basso», non viene «sul» mondo ma «nel» e «al» mondo, come noi. Che novità c’è in questa narrazione? 

Credenti o meno, festeggiamo una liberazione: smettere di dover «di-mostrare» e limitarsi a «mostrare» chi siamo veramente. Tutti costruiamo un’immagine di noi stessi diversa da come siamo davvero, perché crediamo di dover chiedere il permesso di esistere pur avendo ricevuto gratuitamente la vita (o proprio per questo), e così ci illudiamo di essere altro, sopra- o sotto-valutandoci. Lo facciamo perché vogliamo essere amati, e crediamo di riuscirci esercitando potere su cose e persone: «Me lo merito».

Ma poi puntualmente la vita ci ricorda, spesso con durezza, che siamo qui per un dono, e che la nostra identità non è un’idea, un sogno, una maschera ma un dato, fatto di limiti, fragilità, imperfezioni. Ce lo ricordano le cadute, la stanchezza, le malattie, gli errori, la morte, la pesantezza del quotidiano: la realtà non si piega alle nostre fantasie, resiste e ci conduce alla verità, che non è un’astrazione ma un’incarnazione, proprio quella a cui si adegua anche il Dio del racconto evangelico. 

Ma quando sperimentiamo la distanza tra chi pensiamo di essere e chi siamo realmente, cadiamo nella vergogna («non valgo nulla»), nella paura («non fa per me»), nell’illusione («devo essere perfetto o altro da come sono»), non parlo del normale volersi migliorare e compiere la propria vita in base ad attitudini e vocazione, ma del perdere contatto con sé stessi, che comporta molta inutile sofferenza a noi e agli altri. In questo senso l’Epifania aiuta ad aderire alla verità di chi siamo, senza perdersi in complessi di inferiorità o di superiorità.

A Natale — si dice — si torna bambini, e non perché crediamo di essere più buoni (non lo siamo), ma perché possiamo per qualche ora smetterla di volere il potere su cose e persone al fine di essere amati, attraverso l’immagine che tentiamo di tenere in piedi. Se un Dio non «di-mostra» nulla, ma si mostra bambino, allora la versione divina dell’uomo è quella in cui non dobbiamo «di-mostrare» nulla, ma solo mostrare ciò che già siamo che però nascondiamo per paura o mancanza di accettazione. Per questo durante le feste smettiamo di lavorare: per riposare e ritornare alle relazioni primarie, quelle in cui viene alla luce (nel bene o nel male) chi siamo veramente, ciò che nascondiamo al mondo, non chi siamo sui social ma chi siamo quando nessuno ci guarda o con chi ci sta accanto ogni giorno. Per questo il Natale spesso pesa, perché la luce delle relazioni primarie rende manifesta la verità incarnata: quanto siamo amati o quanto non lo siamo, quanto amiamo o quanto non sappiamo farlo. Lì si gioca la partita della propria incarnazione e quindi felicità. 

L’Epifania smonta la scena, la ribalta, la maschera e mostra un bambino nudo: questo sei tu. Lo mostra il racconto evangelico smascherando coloro che vengono a sapere di questa «manifestazione»: i Magi grazie ai segni celesti, e il re Erode grazie a loro che vanno a informarsi da lui su un presunto re nato in Giudea. Erode rimane a palazzo, a difendere l’identità di cartapesta di reuccio sottomesso ai Romani, impaurito dal presunto concorrente, facendo uccidere tutti i neonati della regione per eliminare la minaccia. È prigioniero del mondo e del potere, egli è solo e soltanto ciò che il mondo gli dice di essere, un’immagine che pur di essere difesa genera una violenza inaudita: la strage degli innocenti.

I Magi invece hanno visto un fenomeno celeste eclatante che interpretano come segno della nascita di un re divino ma, giunti a destinazione, trovano solo un bambino tra le braccia della madre in un alloggio provvisorio. Eppure, si prostrano e offrono doni: si liberano dall’idea di re che avevano in testa e si inchinano alla realtà nella sua schietta verità. Il mondo con le sue apparenze viene giù, «reale» (inteso sia come realtà, sia come regalità) è un bambino amato dalla sua famiglia e di cui nessuno, se non qualche pastore del luogo, sa nulla, e così sarà per 30 anni, tanto da essere noto come figlio del falegname

 Da un lato abbiamo chi vive del potere della propria immagine e usa violenza per difenderla, sempre a spese di innocenti, come accade oggi e sempre accadrà perché il potere (politico, economico, intellettuale, religioso, estetico...) è il modo di procurarsi ciò che assomiglia di più all’amore (ammirazione, sottomissione, invidia...). Dall’altra abbiamo chi si inchina, cioè, accetta il limite, e scopre che ciò che conta è chi sei veramente, a prescindere da immagini, ruoli, maschere. Che cosa te ne fai del tetto del mondo se poi sei solo, non sei amato e non ami? E questo prima o poi si manifesterà senza scampo, mostrando quella che chiamiamo «nuda verità»: sarà il giorno della nostra Epifania.

 Buona «manifestazione» a tutti.

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