LA RINASCITA
La Bibbia ci insegna
la storia della ricomposizione, delle risurrezioni, del ricominciare. Come con
le pietre risorte nel duomo di Venzone.
- di
Ermes Ronchi
A chi mi domanda:
«Consigliami un trattato sulla speranza», io rispondo: vai a vedere il duomo di
Venzone, in Friuli. Abbattuto dal terremoto del 1976, è stato ricostruito pietra su pietra,
in anastilosi si dice. Sopra un mucchio informe di
macerie, qualcuno ha immaginato: «L’immaginazione è la lenta miccia
dell’impossibile» (E. Dickinson). Ha cominciato a raccogliere le pietre, a
studiarne la collocazione, a disporle con ordine, a terra, fianco a fianco su
di un grande prato, fino a scoprire come, attraverso gli incastri e le forme,
le pietre si chiamassero l’un l’altra. E a quel punto venivano numerate a una a
una. Piano piano le pareti si ricomponevano al suolo, gli archi gotici venivano
ridisegnati sul prato, nella loro forma esatta. E infine, pietra su pietra,
ogni sasso, ogni pietra è stata ricollocata al suo posto esatto, dove l’aveva
pensata l’architetto nel 1200. Una meraviglia ai nostri occhi. Un esempio, un
modello planetario di ricostruzione. Un’avventura non solo di pietre, ma di
anima: il crollo che diventa un magnifico naufragio.
Il duomo di Venzone,
ricomposto com’era e dov’era, testimonia l’importanza, per ciascuno di noi, di
salvare i frammenti, di recuperarli dalle macerie delle vite. Quelle pietre
risorte, ognuna una sillaba, raccontano l’importanza dei nostri frammenti, l’eloquenza
delle cose andate in frantumi. Delle nostre vite niente va buttato via, niente.
Le nostre storie sono anfora che può spezzarsi, piccola cattedrale che può
crollare, per mille motivi, per incuria o per violenza. Ma c’è nell’uomo un
sogno, una miccia accesa, qualcosa che impone di salvare, di non buttare via
nessuno di quei cocci che sembrano inutili, che vorresti prendere a calci. Un Vasaio sapiente li ricompone in modo diverso, in modo
nuovo, a formare non il vaso di prima, ma un canale, una gronda, una tegola, un
cocciopesto, un vaso di fiori... E alla terracotta è data una seconda
opportunità. Sempre. Quando siamo veri, siamo tutti fragili. Facciamo fatica a
fare pace con le nostre crepe.
Ma la Bibbia ci insegna una dinamica diversa: a esaltare non
tanto la perfezione, la tenuta eroica, ma la storia della ricomposizione, della
rinascita, delle risurrezioni, delle ripartenze, del ricominciare. Come con le
pietre risorte nel duomo di Venzone. Facendo i conti anche con la possibilità
di sbagliare e di trovare una seconda soluzione. Ognuno di noi è una pietra
unica, numerata, irripetibile dell’immensa Cattedrale che Dio va costruendo nel mondo, con
infinita pazienza. E al posto di una non ce ne può stare un’altra. Provengono
dalla stessa cava, ma sono tutte diverse. Ognuna ruvida di terra e fremente di
luce, a modo suo. E non importa se sei pietra della facciata, alla vista di
tutti; se sei nascosto nel corpo di un pilastro, mentre sorreggi l’arco
trionfale, oppure a terra, soglia o pavimento, calpestato da tutti. Non so
quante migliaia di pietre costituiscano il duomo di Venzone, ma ognuna è stata
pensata dall’architetto per quel posto preciso, ognuna fatta girare in mano da
un muratore che l’ha squadrata nelle sei facciate, ha valutato la sua forma e
poi l’ha collocata in quel posto esatto. Se una pietra manca si crea una
disarmonia, se io manco la mia missione mancherà qualcosa all’armonia del cosmo, mancherà una nota alla musica della vita.
Allora, anche se sei a
terra, anche se hai sbagliato strada, se ti senti un perdente, coraggio, non
mollare. Anche se ti sei reso conto dei tuoi limiti, non lasciare le cose a
metà, ricomincia. Perché vivere è l’infinita pazienza di ricominciare, rialzarsi
da tutte le cadute, con le nostre ferite e le nostre ammaccature. Ma quando
qualcosa ha subito una ferita e ha una storia, osserviamo bene: diventa più
bella, come accaduto a Venzone.