lunedì 15 giugno 2026

PONTI PER LA PACE

 

«Costruire ponti

per la pace, 

la giustizia

 e la dignità

 umana»


Appello dei Vescovi al vertice del G7

è il titolo dell’appello che, in occasione del Vertice del G7 che si svolge a Evian in Francia dal 15 al 17 giugno, i presidenti delle Conferenze episcopali cattoliche di Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti, con il sostegno del presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea, rivolgono ai capi di Stato e di governo

. «Di fronte ai conflitti armati, alle fratture geopolitiche, alle disuguaglianze crescenti, alle sfide climatiche e ai mutamenti tecnologici, ricordiamo che il fondamento dell’azione politica ed economica deve essere sempre la dignità di ogni persona umana», si legge nel documento.

«Chiediamo agli Stati del G7 di riaffermare il loro impegno a favore del multilateralismo, del rispetto del diritto internazionale e della ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti. In un mondo segnato dalla guerra e dall’instabilità, è più che mai necessario consolidare le istituzioni internazionali, tutelare le popolazioni civili e promuovere i diritti fondamentali, in particolare la libertà religiosa e la dignità delle persone più vulnerabili.

Invitiamo inoltre i Paesi del G7 a riportare la persona umana al centro dello sviluppo e della solidarietà internazionale e chiediamo un ascolto reciproco più attento tra i popoli. Mentre in molte regioni del mondo aumentano i bisogni umanitari, incoraggiamo a mantenere un forte impegno a favore della lotta contro la povertà, dell’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, della sicurezza alimentare e di uno sviluppo che rispetti le popolazioni e l’ambiente. Auspichiamo inoltre un rafforzamento della cooperazione internazionale contro la criminalità organizzata, la tratta di esseri umani e i traffici illeciti che alimentano la violenza e rendono più fragili le società. Di fronte al rapido sviluppo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, sottolineiamo l’urgenza di una governance etica, trasparente e democratica, che garantisca che tali innovazioni rimangano al servizio del bene comune e della persona umana. Chiediamo un’attenzione particolare agli effetti che esse hanno sui bambini e sui giovani, nonché sul rispetto delle libertà fondamentali.

Esortiamo infine gli Stati del G7 ad assumersi pienamente la propria responsabilità nella lotta contro il cambiamento climatico, a promuovere una transizione ecologica giusta e a sostenere le popolazioni più esposte alle sue conseguenze. Ricordiamo inoltre che i migranti e i rifugiati, costretti a fuggire dalla guerra, dalle persecuzioni o dalle catastrofi ambientali, devono sempre essere accolti con dignità e umanità, pur riconoscendo la legittima responsabilità degli Stati di preservare il bene comune.

 

Con questo appello, come pastori delle nostre Chiese e discepoli di Gesù Cristo, ribadiamo la volontà della Chiesa cattolica di essere accanto ai popoli, di porre il suo impegno al servizio dei più vulnerabili e la sua capacità di dialogo al servizio della pace, della giustizia e del bene comune mondiale».

Adista

FAI IL BENE E VIVRAI

 'Dio non preferisce un solo popolo' 


A proposito della vicenda 

Israele e Palestina. 





Un libro su Gesù e Cristo «Il primo un profeta apocalittico,

 l’altro riletto dai discepoli». 


Intervista al prof. Vito Mancuso di Piero Erle 


“Gesù nacque a Nazaret, Cristo a Betlemme”. “Gesù aveva quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle. Cristo era figlio unico”. È uno schiaffo alle certezze dei credenti cristiani, la nuova mastodontica opera Gesù e Cristo, edizioni Garzanti, che il teologo laico e filosofo Vito Mancuso ha presentato giovedì 11 giugno 2026 al Castello degli Ezzelini a Bassano, primo giorno della rassegna “Resistere”. 

Prof. Mancuso, la questione fondamentale è quella che il titolo riassume nella “e” che differenzia Gesù da Cristo. Ma chi era allora Gesù? 

Gesù era la figura storica, reale, di un ebreo di 2 mila anni fa che si può ricostruire dalla lettura critica del Nuovo Testamento e delle fonti coeve. A mio avviso, ne emerge che era un profeta escatologico e apocalittico: attendeva la rivelazione finale del Regno di Dio con la trasformazione completa della storia, un momento di giudizio per tutta l’umanità che lui attendeva molto presto … 

Il Cristo è invece ben altro? 

Certo. Innanzitutto, non è un nome personale ma un titolo come “re”, che definisce l’importanza storica del soggetto di cui si parla. È “l’unto”, che è esattamente il Messia atteso da Israele. Ma per questo vanno divisi: Gesù non era il Messia atteso, un re vittorioso che avrebbe stabilito l’indipendenza di Israele. Il cristianesimo invece lo intende come “l’agnello di Dio”, predestinato a dare la sua vita sulla croce. Io presento un’altra visione. 

 Lei scrive che il libro è per “gli incerti”. Ma ai credenti lei dice: la tua fede nel Cristo, più che da Gesù, nasce da Pietro e da Paolo, che sono quelli che danno la vera direzione del messaggio giunto poi per millenni ai cristiani. 

È così. Naturalmente Pietro e Paolo non avrebbero potuto dire nulla senza la vicenda storica di Gesù. Non “inventano”, però interpretano la vicenda di Gesù in modo originale. 

Io sono sicuro che Gesù non volesse morire in croce, essere immolato. Il vangelo di Marco, e Matteo copia, dice che morì disperato, con un forte grido: non voleva morire. I vangeli successivi cambiano. Pietro e Paolo volevano capire come mai Gesù, così buono, era morto. E così leggendo la Bibbia ebraica scoprono brani di Isaia, i Salmi, i Profeti, e sentono che “Gesù doveva morire e soffrire per l’espiazione dei nostri peccati”: per loro la croce non è un incidente, ma una necessità prevista fin dall’inizio, “secondo le Scritture”. 

Lui invece predicava la rivoluzione del Regno di Dio – per questo i romani decidono di ucciderlo – ma tutto viene letto come una volontà superiore. E Paolo poi aggiunge che la spiegazione è il peccato originale di Adamo che andava espiato. 

Ma non può essere che i discepoli che vanno a rileggersi l’Antico Testamento, invece che “reinterpretare tutto”, trovino un aiuto per capire quello che davvero avevano vissuto e visto con i loro occhi nello stare con Gesù, lui che si lascia uccidere sulla croce anche se aveva il potere di reagire e fare miracoli? 

Non lo sapremo mai, non abbiamo accesso diretto al come sono andate le cose: sono in gioco interpretazioni. Anche io credo in Dio e nell’immortalità dell’anima, ma non che ci si giunga tramite la redenzione che scaturisce dalla morte e risurrezione di Gesù, bensì dal bene e la giustizia che uno pratica in concreto. E penso che il Gesù storico, quello reale, la pensasse così: legava la salvezza all’osservare i comandamenti, al praticare la giustizia. Lo argomento a lungo nel libro. 

Lei analizza molti miracoli e fatti narrati nei Vangeli, evidenziando contraddizioni e inattendibilità, poi la crocifissione e infine la resurrezione. 

Io dico che ci troviamo al cospetto di un evento imponderabile, non sottoponibile alla bilancia della nostra mente. Ammesso che sia esistita, la resurrezione non è accaduta nel tempo e nello spazio, ma va al di là: è escatologica. Un telefonino davanti al sepolcro quella notte non avrebbe ripreso nulla: non è rianimazione del cadavere, lo scrive anche Ratzinger. E non è paragonabile a Lazzaro e altri personaggi che Gesù rianima. Gesù non muore più: ciò va al di là della nostra capacità di percepirlo. La speranza di risorgere c’è. Ma il fondamento è il bene, l’essere onesto, solidale, le beatitudini di Gesù: questo lo posso capire, e posso invitare i miei figli a seguire questa strada. 

Anche il Natale, scrive lei, è un aver voluto dare una “leggenda” alla nascita di una persona importante come Gesù. 

È quello che avveniva comunemente nel mondo antico, come per Romolo, Zarathustra, Budda e altri. Lo si faceva per affermare la particolarità del personaggio e l’essere eccezionale rispetto alle persone comuni: gli si attribuiva una nascita eccezionale. Il Vangelo di Marco, invece, riferisce che gli abitanti di Nazaret chiamano Gesù non “figlio di Giuseppe” ma “figlio di Maria”: è inaudito e scomodo, tant’è che gli altri evangelisti cambiano. 

E lei ricorda però anche Matteo: nel riportare la genealogia di Gesù vuole segnalare che c’è qualcosa di particolare, che influirà sullo stesso Gesù. 

Inserisce nella genealogia quattro donne dalla vita sessuale irregolare. L’unica spiegazione che tiene è che anche per Maria c’era qualcosa di irregolare nel suo essere incinta, ma Giuseppe, uomo giusto, la guarda negli occhi, capisce il dramma e la ama veramente. E penso che Gesù vada a farsi battezzare dal Battista come gli altri perché sentiva l’impurità della sua nascita, cosa molto rilevante nell’ebraismo

Ha citato l’ebraismo: nel libro afferma con decisione che non esiste una “unica via” per giungere a Dio, che si tratti di Gesù o la Bibbia, e così pure non esiste un “popolo eletto” che si senta giustificato anche nell’uccidere gli altri. Concetti che anche oggi colpiscono per quanto sta succedendo. 

È così. Perché se si parla di esercito israeliano può anche essere che si discuta di difesa dello Stato d’Israele. Ma per l’esproprio e la violenza che ogni giorno i coloni esercitano su territori che legittimamente appartengono ai palestinesi, non ci sono dubbi che lo fanno per l’idea di “grande Israele”. È già insostenibile in sé l’idea che Dio preferisca un popolo a scapito di altri, lasciandoli senza terra – nel Nuovo Testamento Pietro dice “Dio non fa preferenze di persone” – tanto che nella Scrittura io distinguo tra una parte che è “ebraismo” ed è sublime nella sua spiritualità e un’altra che è “israelismo”, inaccettabile e violenta: da quelle pagine vanno prese le distanze. Non è tutta Parola di Dio, la Bibbia

Lei paragona Gesù ad altre persone della storia che sono “cristi” (Budda, Confucio, Francesco d’Assisi, Etty Hillesum) che ci fanno cogliere la realtà del trascendente. E conclude il suo libro invitando al concetto di “neo-cristianesimo”. 

Ci sono persone che diventano “vie”, “viatici” che aiutano a salire sopra gli interessi immediati, la superficie, e ci immettono sul sentiero della trascendenza: per questi si può usare il termine “unto”, Cristo. Come fa la Bibbia parlando di Ciro il re dei Persiani, che non è ebreo. Nella mia visione il “neo-cristianesimo” è una spiritualità che non ha bisogno di un evento storico particolare, ma fa capire a un essere umano che se scava dentro di sé, sotto la sua psiche con tutte le paure e i sogni che ci sono, trova una piattaforma che si può chiamare “coscienza morale” che ti permette di toccare l’eternità. Neo-cristianesimo è “fai il bene e vivrai”, perché Dio è amore e così si entra nella logica dell’eterno.

il Giornale di Vicenza 

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sabato 13 giugno 2026

LO SGUARDO DI GESU'


 Lo sguardo intelligente 

e commosso di Gesù

 è il paradigma 

della missione ecclesiale


Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola nella XI domenica del tempo ordinario (anno A)

Es 19,2-6a; Sal 99/100; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8

L’odierna pagina evangelica ci consegna il paradigma della missione ecclesiale. Il quale sembrerebbe impersonato dagli apostoli scelti e inviati per primi da Gesù ad annunciare la venuta del Regno di Dio. Da tutti loro, nessuno escluso: anche da «Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì».

Tramandare

È interessante, a tal proposito, notare la voce verbale usata dall’evangelista Matteo per dire che Giuda fu il traditore del suo Maestro: ho paradoùs autón, da paradoûnai, che vuol dire “trasmettere” e “tramandare” prima ancora che “tradire”. Del resto “tradire” equivale a fare una trasmissione distorta, non attendibile, di un insegnamento. Giuda tradì il suo Maestro non solo in quanto lo consegnò ai suoi uccisori (e nel greco neotestamentario pure “consegnare” è reso solitamente con paradoûnai) ma anche e soprattutto perché non ne comprese il messaggio e ne fraintese la missione messianica, presumendo probabilmente che Gesù avrebbe dovuto esercitare una leadership politica e persino militare, per guidare Israele alla riscossa contro i romani e i loro fiancheggiatori. Giuda non aveva capito la vera natura del Regno celeste e, di conseguenza, aveva fallito la missione – condivisa con gli altri apostoli – di predicarne l’avvento. Era stato un discepolo mediocre, non aveva ben appreso l’insegnamento del Maestro.

Gli inviati

Per compiere la missione ricevuta da Gesù, i suoi «apostoli» – da lui inviati, giacché questo significa letteralmente il termine apostoli – sono innanzitutto invitati a stare – come suoi «discepoli» – con il Maestro, a impararne la lezione, a lasciarsi avvincere dalla sua autorevolezza (nei vangeli si legge sempre exousía), a partecipare del suo potere (qui proprio exousía) di contrastare il Maligno e il male con cui gli «spiriti impuri» hanno contagiato il mondo. I discepoli sono chiamati, in particolare, ad assimilare il suo esemplare dedicarsi alle altrui debolezze, quelle fisiche non meno di quelle morali: «Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità».

Il rapporto che Gesù instaura con i suoi discepoli li prepara a essere apostoli, a svolgere la missione. Difatti, quello in cui il Maestro li coinvolge, non è un rapporto elitario, men che meno settario. Non è una relazione chiusa dentro la cerchia di coloro che sono stati scelti. È, piuttosto, aperta, estroversa, tesa giustappunto a tradursi in missione, a proiettarsi sulle strade, a perlustrare la realtà tutt’attorno, penetrandone ogni piega e ogni piaga.

In cammino

Gesù stesso sta continuamente in cammino, attraversa i villaggi e le città. Entra nelle case, si sofferma nelle sinagoghe e si concentra sui rotoli biblici che di volta in volta commenta, ma pure parla nelle piazze e slarga la vista sulle folle, percependone le preoccupazioni e intuendone le necessità, sentendo per questo «compassione» per le persone che va incontrando. Rivolge a tutti uno sguardo capace di oltrepassare le apparenze esteriori («idṑn», annota l’evangelista, usando una forma verbale che proviene da «horáō»: potremmo tradurlo come vedere oltre, guardando dentro): i suoi occhi scrutano e interpretano, scandagliano la realtà nel suo aspetto deteriorato e la ripensano per come dovrebbe davvero essere.

 Questa è la lezione di vita che Gesù propone ai suoi discepoli. Non è costituita soltanto da massime di cui un giorno ricordarsi. È un insegnamento vissuto più che impartito: ricco anche di gesti. Spesso, anzi, costituito da gesti non eclatanti, discreti, quasi impercettibili. È un insegnamento fatto di attenzione nei confronti di tutti: l’attenzione dello sguardo intelligente e dell’intima commozione. Per questo è un insegnamento difficile da apprendere. Per i discepoli, che si preparano a essere apostoli, si tratta d’imparare il modo di guardare di Gesù e, cosa ancor più straordinaria, di sperimentare il suo modo di commuoversi.

La missione

La missione, dunque, muove dalla persona di Gesù, dalla sua interiorità (splánchna nel contesto di questa pagina evangelica), dal suo cuore e dalla sua mente. Il vero paradigma della missione apostolica è impersonato da Gesù, prima e più che dagli apostoli. Per portare a termine la missione loro affidata dal Maestro, gli apostoli devono assomigliargli, facendo proprie queste sue singolari attitudini relazionali. Rispondere al suo appello non significa entrare nella sua corte e men che meno formare una sua coorte. Gesù non vuole un partito. Neppure un esercito. Al limite, nemmeno un seguito di alcun genere. Non trattiene presso di sé coloro che chiama. Vuole semmai compagni di strada, disposti a fare assieme a lui il suo stesso cammino lungo le vie del mondo. Per poi mandarli in ogni direzione, a due a due nel suo nome. Sarà lui a garantire loro la sua compagnia, poiché egli sarà sempre dove essi staranno – pregheranno e opereranno – uniti nel suo nome. Così potranno predicare – senza mai fermarsi, «strada facendo» – che «il Regno dei cieli è vicino». Dimostrando l’attendibilità di quest’annuncio con i segni messianici: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni».

Annuncio

Potrebbe sembrarci impossibile prolungare questa missione ai nostri giorni. Come guarire gli ammalati? Come far risorgere i defunti? Come sanare i lebbrosi? Come esorcizzare i diavoli? Come, perciò, rendere credibile l’annuncio del Regno? Interrogativi che potrebbero scoraggiarci. Ma che, invece, devono stimolarci a soppesare le parole del Maestro, per indovinarne il senso autentico. Possiamo e dobbiamo prenderci cura («therapeúein» nel testo greco di Matteo) delle ferite esteriori e di quelle interiori degli altri, delle loro tristezze non meno dei loro acciacchi. Possiamo e dobbiamo svegliare (questo vuol dire il verbo greco egheírō che troviamo in questo brano) chi sprofonda nella depressione reputando d’aver fallito su tutti i fronti, far vedere loro la luce in fondo al tunnel, aiutarli a capire che sono loro stessi la luce in fondo al tunnel. Possiamo e dobbiamo purificare le nostre comunità e la società intera dai pregiudizi che pesano su chi è scartato, estromesso, emarginato, rigettato, rifiutato, perseguitato, per cauterizzare così il tessuto ecclesiale e sociale che a causa di tali pregiudizi si riduce in brandelli. Possiamo e dobbiamo rintuzzare la violenza di Satana con la nostra umile preghiera al Signore, con il nostro sacrificio e con la nostra testimonianza possiamo e dobbiamo smascherare le forze occulte che vogliono strappare il mondo dalle mani paterne di Dio.

www.tuttavia.eu

 

 

 

ESTATE PALESTRA DI BELLEZZA

DALLA

 PRESTAZIONE 

AL DONO

 


Marco Erba agli adolescenti: «Vivete l’estate come “palestra di bellezza”, per passare dalla logica della prestazione a quella del dono»

Lo scrittore e insegnante Marco Erba riflette su disagio, scuola e confini a margine delle giornate di Edufest - Festival dell'Educazione di Cinisello Balsamo (Mi): «Occorre aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi»

di Alessandro Barba

L’edizione 2026 di Edufest, il Festival dell’Educazione appena conclusosi a Cinisello Balsamo (Mi), per tre giorni ha messo a confronto formatori, psicologi, filosofi e esperti dello sviluppo sul tema dei “Confini”. Eros Giampiero Ferri, presidente delle cooperative Progetto A e Orsa, promotrici della kermesse, spiega la sfida a cui hanno voluto rispondere con queste giornate: «Scuola, famiglia e società si trovano oggi a ridefinire i margini tra regola e libertà, tra ciò che è norma e ciò che è divergenza. In questo contatto tra generazioni e visioni diverse, i confini non sono più linee statiche, ma territori vivi di confronto. Ci siamo interrogati insieme a tante figure professionali diverse del mondo educativo, tra le più autorevoli in Italia, su come tracciare nuove traiettorie per ripensare il modo in cui cresciamo, insegniamo e viviamo insieme come comunità”.

Oltre 30mila persone si sono ritrovate agli incontri e alle attività nel parco di Villa Ghirlanda, tra famiglie, bambini, bambine e giovani di tutte le età. Ma il dato di partecipazione è solo il punto di partenza di una riflessione più ampia: che cosa significa oggi comprendere i giovani, soprattutto quando il disagio prende forme difficili da leggere?

A partire dai recenti fatti di cronaca che hanno riportato l’attenzione sulla violenza esercitata da giovanissimi dentro e fuori la scuola, anche contro gli insegnanti, Marco Erba, scrittore e insegnante che ha tenuto una sessione del Festival, invita a evitare letture superficiali. Non parla di singoli episodi da archiviare come casi isolati, ma di segnali che chiedono di guardare al contesto in cui ragazze e ragazzi crescono.

«Penso che ci sia una strettissima connessione tra la nostra società ipercompetitiva e queste forme di violenza», spiega Erba. Una società «nella quale la prestazione sembra essere diventata un assoluto», dove «si tende a misurare tutto» e «si corre sempre più veloci». Secondo Erba, questa pressione contribuisce ad alimentare sia la violenza rivolta verso gli altri, sia quella rivolta verso se stessi: dal self-cutting al ritiro sociale.

Il punto, per l’insegnante, è il modo in cui un adolescente costruisce la propria identità dentro un modello che chiede continuamente di dimostrare valore. Se intorno trova solo l’idea che bisogna “correre e vincere”, dice Erba, il rischio è che si percepisca come «un fallito». Da qui può nascere la possibilità «che faccia del male a qualcuno o si faccia del male».

Occorre passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie. Aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi

Per questo, secondo Erba, la chiave educativa non può limitarsi alla correzione dei comportamenti. Serve un cambio di prospettiva: «Passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie». Significa aiutare gli adolescenti «ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro», sulla loro unicità e sulla possibilità di essere, a loro volta, «dono». Ma questo passaggio, sottolinea, riguarda prima di tutto gli adulti: «Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo».

Da insegnante, Erba racconta di vedere ogni giorno una realtà più complessa di quella spesso restituita dal dibattito pubblico sugli adolescenti. «Vedo tante scintille di bellezza ogni giorno, tanta ricerca di sé, tanta fatica, tanto dolore, tante situazioni a volte complicate, ma tanta voglia di futuro». Per questo invita a «porsi in ascolto prima di giudicare». Non si definisce ingenuamente ottimista, ma dice di essere «estremamente positivo» perché gli adolescenti, a suo giudizio, hanno «veramente tante risorse».

La scuola, in questa prospettiva, ha un ruolo decisivo. Per Erba le discipline possono diventare strumenti per «avvicinarli alla vita» e per «aprire domande», non solo contenuti da trasmettere.

Ma perché questo accada servono condizioni diverse da quelle attuali. Tra le urgenze cita «più pedagogia tra i banchi», più pedagogisti, più psicologi, più ascolto e una maggiore capacità di intercettare il disagio.

www.vita.it

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IL PAPA, LA TRAGEDIA, LA FARSA

 La Chiesa ricopre in modi nuovi la sua antica funzione civilizzatrice e interviene per proporre una rappresentazione diversa dalla brutta tragicommedia che i leader politici stanno recitando. 

-di Giuseppe Savagnone 

 Il papa in Spagna

Il viaggio in Spagna di Leone XIV – il primo di un pontefice dopo 15 anni – si è trasformato, al di là di ogni previsione, in una trionfale legittimazione del ruolo al tempo stesso spirituale e politico del cattolicesimo in questo momento storico, e non solo per la Spagna.

Dopo secoli di imperante tradizione cattolica, il paese iberico negli ultimi decenni era diventato, anche per reazione al periodo franchista, un esempio di secolarizzazione estrema, di cui lo zapaterismo, con le sue scelte in campo etico, aveva rappresentato l’emblema. E su questa linea si è mosso, anni dopo, l’attuale premier socialista Pedro Sánchez, a cui si devono ultimamente anche l’approvazione di una legge sull’eutanasia e la proposta di inserire nella Costituzione il diritto di abortire.

Agli antipodi del governo socialista la destra estrema di «Vox», schierata contro il premier sulle questioni bioetiche, ma polemica nei confronti dell’episcopato spagnolo in merito all’accoglienza dei migranti, a cui, invece, Sánchez ha sempre guardato come a una risorsa, piuttosto che come a una minaccia, arrivando a regolarizzarne pochi mesi fa ben cinquecentomila.

Alla luce di questo quadro problematico, la scelta di papa Prevost di fare questo viaggio si presentava come un azzardo. Si puntava, naturalmente, su una partecipazione calorosa da parte di una minoranza di persone rimaste fedeli alla Chiesa, ma che si pensava sarebbe stata pur sempre una minoranza.

Quello che non si prevedeva erano le folle oceaniche che hanno accolto il pontefice a Madrid, a Barcellona e nelle Canarie, e che hanno risposto con entusiasmo al suo messaggio.

Perché papa Leone non si è limitato a portare il santissimo per le strade gremite della capitale e a compiere gesti simbolici di grande effetto, come quello di rivolgersi in catalano ai barcellonesi. Ha parlato. E ha parlato chiaro, senza timore di infrangere dei tabù culturali della sinistra, come quelli legati all’aborto e al fine vita, riuscendo però a evidenziare che le posizioni della Chiesa cattolica su questi temi non si possono ridurre alla difesa di uno sterile moralismo, ma scaturiscono da una visione – esposta con grande efficacia nella recente enciclica «Magnifica humanitas» – che mette al centro la dignità sacra della persona umana e giustifica, contro le resistenze della destra, i diritti dei migranti e il rifiuto della corsa al riarmo e del ricorso alla guerra.

Sta di fatto che, alla fine del discorso tenuto davanti al Parlamento spagnolo riunito, in cui ha ribadito questi punti, Leone ha ricevuto una standing ovation di sette minuti – la più lunga che si ricordasse, almeno dall’incoronazione di Filippo VI – da tutti i partiti.

Un altro aspetto oggi di estrema attualità toccato dal papa, parlando al Corpo diplomatico e alle autorità civili, ha riguardato la possibilità di una pacifica e feconda coesistenza delle tre grandi religioni mediterranee. Prendendo le mosse dalla lunga presenza dell’Islam nella Penisola iberica, Prevost ha sottolineato che allora «si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei», facendo notare che, contro la ricorrente tesi dello “scontro di civiltà”,  «questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza».

La farsa

Questa dimostrazione, da parte del capo della Chiesa cattolica, di saper superare la logica conflittuale delle contrapposizioni ideologiche e religiose, (ri)proponendo un messaggio evangelico troppo spesso dimenticato e frainteso, arriva in un momento in cui l’Occidente, emancipatosi con orgoglio dalla sua anima cristiana, si ritrova a non averne nessuna.

Abbiamo tutti sotto gli occhi la disastrosa situazione – culturale, prima che politica – del Paese che ha costituito, dalla seconda guerra mondiale in poi, il punto di riferimento del mondo occidentale, gli Stati Uniti. La seconda presidenza di Donald Trump sta davvero avendo, come lui si proponeva, una portata epocale, ma nel senso opposto a quello promesso. L’età dell’oro solennemente proclamata si è trasformata nella più buia stagione della democrazia americana.

Non solo e non tanto per le singole scelte politiche, ma per il clima in cui esse sono maturate e sono vissute. Il narcisismo esibizionista del presidente ha trasformato la politica degli Stati Uniti – e, per riflesso, quella dell’intero pianeta –  in una immensa scena teatrale, in cui l’incontrastato protagonista sembra recitare il copione di una di quelle opere teatrali di Beckett o di Ionesco che, alla metà del secolo scorso, diedero vita al “teatro dell’assurdo”.  Anche se forse sarebbe più appropriato parlare di una farsa.

Perché solo così si possono qualificare le evidenti falsità e le continue contraddizioni, diffuse senza soluzione di continuità ai quattro venti, che hanno indotto alcuni osservatori a parlare di una possibile instabilità mentale dell’inquilino della Casa Bianca.

L’ultimo scenario è quello dell’attacco gratuito e illegale all’Iran, motivato da Trump con una grave minaccia incombente (che tutti i responsabili dell’Intelligence americana hanno pubblicamente smentito) e rivelatosi fallimentare sotto tutti i profili, ma esaltato dal presidente come una doverosa missione e un successo storico.

In realtà, il risultato, fino a questo momento, è non solo il mancato raggiungimento degli obiettivi dichiarati – il cambio di regime, la consegna delle riserve di uranio e la smobilitazione dell’arsenale missilistico iraniano – ma, paradossalmente, la nascita di un problema che non esisteva prima della guerra: quello della libera circolazione nello stretto di Hormuz. Con la gravissima crisi economica mondiale che ne sta derivando e che sta inducendo il presidente americano a cercare disperatamente di porre fine alla sua folle avventura, senza peraltro riuscirci.

Rientrano nell’aspetto farsesco le continue uscite, in cui Trump alterna minacce apocalittiche a dichiarazioni – la CNN ne ha contate trentotto – in cui assicura che la pace è quasi raggiunta. Per non parlare del rapporto con Netanyahu, secondo molti osservatori il vero promotore di questa guerra, disastrosa per tutti, anche per Israele, ma funzionale alla conservazione del potere da parte del premier israeliano. Trump continua a ripetere di essere lui a controllare pienamente il suo alleato, ma i fatti lo smentiscono, perché questi mostra di ignorare platealmente gli inviti alla moderazione di Washington e procede imperterrito per la sua strada.

In questo contesto, il presidente americano è rimasto molto deluso e amareggiato di non avere ricevuto il premio Nobel per la pace, che riteneva di meritare. Una nota comica che coinvolge indirettamente anche il nostro Paese, perché la presidente del Consiglio è stata l’unica premier occidentale a raccogliere e rilanciare questa pretesa per il prossimo anno.

La tragedia

Questa farsa, però, non fa ridere. Intanto, per il suo significato politico. In pochi mesi il presidente americano ha distrutto l’immagine di Occidente costruita dopo la seconda guerra mondiale, che implicava l’amicizia fra le due sponde dell’Atlantico. La guerra commerciale scatenata contro i suoi stessi tradizionali alleati; i toni sprezzanti e minacciosi, da parte sua e del suo vice Vance, nei confronti dell’Europa; l’ambiguo rapporto col presidente russo Putin, hanno creato una situazione di incertezza e di diffidenza, a cui purtroppo i governi europei non hanno saputo rispondere rafforzando l’aspetto politico della Ue e scegliendo invece di procedere in ordine sparso sulla via di una maggiore autonomia militare dall’alleato americano.

L’unica linea politica comune che in questo momento l’Europa sta riuscendo a elaborare è, paradossalmente, una riedizione di quella trumpiana di chiusura delle frontiere e di deportazione dei migranti, di cui Meloni si vanta di essere stata la promotrice a livello europeo. L’Occidente sembra sopravvivere, tragicamente, solo in questo ripiegamento su un sovranismo che lo chiude alle esigenze degli altri popoli.

L’altro punto di accordo con gli Stati Uniti è la complice tolleranza di fronte a ciò che Israele da più di due anni sta facendo a Gaza e in Cisgiordania, e ora anche in Libano, sotto gli occhi imbarazzati dei governi europei. Mentre l’opinione pubblica è sempre più impressionata dai documentatissimi crimini dello Stato ebraico, i governi sembrano incapaci, a differenza di quanto mostrato nei confronti della Russia, di intervenire con sanzioni perfino quando, come nel caso dell’abbordaggio illegale alla Flotilla, la violenza e l’arroganza dei governanti e dei militari di Tel Aviv si sfogano sui loro cittadini.

Ma la tragedia più grande è la cancellazione delle regole del diritto internazionale, che implicavano una limitazione della forza in nome del rispetto per le persone e per i popoli. È stato ancora una volta Trump a teorizzare che ormai il diritto coincide con il potere del più forte.

Lo ha detto e lo ha fatto. Così egli ha potuto senza problemi proporre di trasformare la Striscia di Gaza in un resort di lusso, sulle macerie delle case dei due milioni e mezzo di palestinesi che la abitavano. E aggredire con la sua soverchiante forza militare il Venezuela, non per instaurare la democrazia, ma per farsi cedere le risorse petrolifere del paese. Senza suscitare una reazione internazionale di condanna, anzi incassando l’approvazione della sua (allora) amica Meloni, che ha parlato di una «legittima operazione difensiva»

Al di là della tragedia e della farsa

Acquista tutto il suo significato, in questo contesto, il recente scontro tra il presidente americano e papa Leone, da lui accusato di essere «pessimo in politica estera». E di stare «mettendo in pericolo molti cattolici», per la sua ferma opposizione – ribadita durante il viaggio in Spagna – alla guerra in Iran, definita «ingiusta» e, più ampiamente, alla politica di riarmo promossa da Trump e fatta propria dai Paesi europei. Quella del pontefice è stata la sola voce a levarsi in questo senso nel mondo occidentale.

Così come ora, con la Magnifica humanitas – vero e proprio “manifesto” di un umanesimo ispirato ai valori cristiani della fraternità e della pace – e con il viaggio in Spagna, papa Leone appare il solo ad essere in grado di proporre un messaggio veramente alternativo alla rappresentazione offerta da Trump e sostanzialmente subita dagli altri leader occidentali.

Di fronte a un Occidente che sembra non avere più criteri di umanità e calpesta la vita di tutti coloro che non hanno voce – dai bambini non nati ai poveri e ai migranti – in nome di una logica egoista ed efficientista, la Chiesa ricopre in modi nuovi la sua antica funzione civilizzatrice e interviene per proporre una rappresentazione diversa dalla brutta tragicommedia che i leader politici stanno recitando. 

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IL PATTO EDUCATIVO AFRICANO

 

INSIEME 

PER L'EDUCAZIONE 

IN AFRICA

Il Cardinale Antoine Kambanda, Arcivescovo do Kigali e Gran Cancelliere dell’IPEA (Istituto del Patto Educativo Africano) e il Presidente dell’UMEC-WUCT, hanno firmato, a Bruxelles, un accordo di cooperazione tra le due organizzazioni. È stato presente anche il coordinatore dell’IPEA, Jean Paul Niygena.

Gli aspetti principali dell’accordo erano stati stabiliti nel recente incontro svoltosi a Kigali, al quale hanno partecipato anche  alcuni rappresentanti dell’UMEC-WUCT.

Gli aspetti principali del Patto sono:

L'Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici (UMEC-WUCT), organizzazione pubblica di diritto canonico che rappresenta gli insegnanti cattolici di tutto il mondo, che risponde alla Santa Sede e collabora strettamente con il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, e il Dicastero per la Cultura e l'Educazione, rappresentata dal suo Presidente, Prof.. Jan DE GROOF,

E l'Istituto del Patto Educativo Africano (AEPI), organizzazione ecclesiastica ed educativa pubblica responsabile dell'attuazione del Patto Educativo Africano, rappresentato da Sua Eminenza il Cardinale Antoine KAMBANDA, Gran Cancelliere, e dal Sig. Jean Paul NIYIGENA, Coordinatore,

Considerato:

• che la missione dell’UMEC-WUCT è la promozione di un progetto educativo di ispirazione cattolica, il sostegno delle reti educative nazionali e lo sviluppo di legami di solidarietà attiva tra i suoi membri;

• che l’UMEC-WUCT ha riaffermato il suo impegno a lavorare attivamente per l'attuazione del Patto Educativo Africano e per la costruzione di una comunità fraterna globale aperta a tutti

• che l'IPEA sostiene le conferenze episcopali, le diocesi, le università e le scuole nell'accoglienza e nell'attuazione del Patto africano sull'istruzione, in conformità con le risoluzioni adottate ad Abidjan il 10 dicembre 2023;

• che lo scambio di buone pratiche tra gli insegnanti cattolici è una delle priorità del Patto africano sull'istruzione e del Patto globale sull'istruzione;

• che l'IPEA ha constatato, attraverso le diverse conferenze nazionali sull'educazione cattolica che ha contribuito a preparare e organizzare nella Repubblica Centrafricana, in Nigeria, nella Repubblica Democratica del Congo, in Burundi, in Ruanda, in Mozambico e altrove, e che lo scambio di buone pratiche tra insegnanti e dirigenti scolastici rimane una sfida importante in Africa;

• che l'UMEC-WUCT si impegna a promuovere la diversità e il pluralismo nell'istruzione come una delle garanzie della democrazia;

• che l'IPEA, sulla base della sua esperienza in diversi paesi, ha osservato che la cooperazione tra Stati e Chiesa in materia di istruzione deve essere rafforzata per garantire un'istruzione di qualità;

 Convinti che gli insegnanti cattolici contribuiscano all'identità delle scuole cattoliche e all'attuazione del Patto africano per l'istruzione, e che rappresentino una leva decisiva per la trasformazione delle società africane,

LE PARTI CONCORDANO QUANTO SEGUE:

Articolo 1 – Scopo

Lo scopo del presente Accordo quadro è quello di promuovere, strutturare e rafforzare la cooperazione tra l'OIEC e l'IPEA, con una priorità assoluta:

1.1. Priorità strategica: l'istruzione delle ragazze in Africa

Le parti si impegnano a fare dell'istruzione delle ragazze il fulcro primario del loro partenariato, mobilitando le proprie reti, competenze e risorse per:

• promuovere lo scambio di buone pratiche tra insegnanti e dirigenti scolastici;

• rafforzare la formazione degli insegnanti cattolici per soddisfare i requisiti di una scuola e università cattolica;

• promuovere la diversità e la pluralità delle opportunità educative e garantire il ruolo delle scuole cattoliche;

• favorire la cooperazione tra Stati e Chiesa nel campo dell'istruzione;

• adoperarsi presso i governi per garantire il diritto a un'istruzione di qualità per ogni bambino.

1.2. Altri obiettivi del partenariato

Oltre a questa priorità, le parti cooperano anche su:

• l'attuazione del Patto africano sull'istruzione;

• il rafforzamento delle capacità di educatori e dirigenti scolastici;

• il sostegno alle reti educative cattoliche;

• la promozione della fraternità universale e della pace;

• la tutela dei minori e del benessere emotivo dei giovani.




 

venerdì 12 giugno 2026

LA MADRE SI ACCORGE DI TUTTO

 

È nella sua cura

 la risposta

a un mondo

 sempre più distratto 


"È la madre che si accorge di tutto, anche del dettaglio che passa spesso inosservato". 

Per Recalcati è nella cura dell'altro che si custodiscono desideri, passioni e il senso più autentico...

La Redazione

Può riuscire la figura della madre con il suo esempio, la sua cura e il suo amore a salvare l’umanità? È una domanda enorme eppure, se per salvezza intendiamo la capacità di restare umani in un tempo che rischia di dimenticare l'attenzione verso l'altro, la risposta è sì. A tal proposito, la riflessione proposta da Massimo Recalcati, psicanalista e docente universitario, assume un significato profondo.

“La lezione più alta che possiamo ricavare dalla maternità non è affatto quella del “maternage” ma quella di una cura che sa essere cura del particolare. Nel nostro tempo dominato dal nichilismo del discorso del capitalista, in primo piano è un'incuria assoluta. La città, le relazioni umane, la comunità civile, il nostro stesso pianeta sono travolti da un iperattivismo mortale il cui unico scopo è di realizzare un godimento senza Legge”.

Secondo l’esperto, nel mondo moderno, quello nel quale tutti siamo “vittime coscienti”,  i valori autentici sono stati appannati dal denaro, inevitabilmente dal lavoro e da questa esasperazione nel raggiungere un massimo che si spinge sempre più oltre, lasciandoci senza forze e con la sensazione di non aver mai fatto abbastanza.

Questo modo di vivere ci rende semplicemente egoisti, individui che mirano solo al proprio successo senza osservare quello che ci sta attorno e soprattutto chi ci sta attorno. Ed è da qui che parte la riflessione di Massimo Recalcati che ci invita ad osservare la madre e la sua cura: “La madre come figura che sa incarnare una cura che non dimentica di fare posto al particolare più particolare della vita è un punto di resistenza critica a questa deriva. È questa una delle cifre più politiche del mio lavoro”.

È la madre che si accorge di tutto, anche del dettaglio che passa spesso inosservato, sentinella di malesseri, stati d’animo, desideri e passioni. È questo l’atteggiamento con il quale l’esperto chiede di affrontare questa vita, oggi più che mai, carente di valori ed emozioni. Sia gli uomini che le donne, sono chiamati ad esercitare nelle loro vite il lato “materno”, quello che accoglie senza giudicare, quello che rassicura senza abbandonare. Questo genere di cura riesce a sanare le ferite dell’altro, ma prima ancora le proprie, quando esausti da una vita che assorbe tutte le nostre energie riusciamo finalmente a dire basta e a curarci con il nostro stesso amore. 

Scuolaoggi