mercoledì 26 agosto 2026

IO E GLI ALTRI


 Galimberti: “I bambini sono figli dell’educazione. 

Io sono quello che gli altri mi hanno riconosciuto”. 

Quando una presenza può cambiare una vita


Il filosofo Umberto Galimberti ci spiega come un bambino impara chi è attraverso gli sguardi, le parole e le relazioni...

La Redazione

Siamo abituati a pensare che tutto cominci da noi. Prima ci siamo noi, con il nostro carattere, le nostre scelte, la nostra identità. Poi arrivano gli altri, è quasi naturale pensarlo. Eppure Galimberti rovescia questa certezza: “L’uno nasce dal due, l’uno non precede il due, è il contrario.” Quindi se il due viene prima dell’uno allora noi non siamo il punto di partenza.

Prima di sapere chi siamo, siamo già dentro un legame. Galimberti porta questa riflessione fino all’origine della vita: “Noi nasciamo dal corpo di una donna che quando è incinta è due: la relazione viene prima dell’identità.”

Prima ancora di poter pronunciare “io”, dunque, esiste un “noi”. Ed è quel “noi” che non scompare con la nascita.

Un bambino viene al mondo affidato a qualcuno. Ha bisogno di uno sguardo, di una voce, di una presenza. Ha bisogno di qualcuno che lo guardi e, attraverso quella relazione, gli restituisca lentamente un’immagine di sé.

“Infatti i bambini possono crescere solo in base alla relazione con i loro genitori, al riconoscimento. Io sono quello che gli altri mi hanno riconosciuto.”

È difficile leggere queste parole senza fermarsi. Perché se l’identità nasce anche nello sguardo degli altri, allora nessuno diventa completamente se stesso da solo.

Ci sono gli incontri, le parole, gli sguardi e le persone attraverso le quali, nel tempo, impariamo a riconoscerci. Ed è proprio per questo che Galimberti afferma: “Non è interessante come nasce un bambino ma come cresce. I bambini sono figli dell’educazione.”

Dunque, per Galimberti, non basta nascere. Bisogna crescere dentro le relazioni, dentro quel lento e misterioso processo attraverso cui una persona comincia a diventare se stessa.

Ed educare, allora, non significa soltanto trasmettere conoscenze. Significa entrare nella vita di un altro essere umano quando ancora molte cose di lui devono prendere forma.

Una parola può restare per anni. Uno sguardo può diventare una certezza. Un giudizio può trasformarsi in una ferita. Un incontro può cambiare la direzione di una vita.

E poi c’è l'amore. La relazione nella sua forma più vertiginosa. Quella in cui l’io, così abituato a sentirsi padrone di sé, scopre improvvisamente di non bastare più a spiegare ciò che gli accade.

Galimberti parla di follia d’amore. Ricorda anche l’origine della parola “entusiasmo”, dal greco enthusiasmós: il dio che smania dentro di te. Non è un caso che quando siamo innamorati diciamo: mi fai perdere la testa, mi fai impazzire. L’altro ci porta fuori dalla nostra misura.

E proprio lì può accadere qualcosa. “L’amore è sì inquietante ma anche profondamente generativo: quando l’io si è immerso nella propria follia, appunto grazie all’altro, riemerge rigenerato.”

C’è un paradosso bellissimo in queste parole: per ritrovare noi stessi, a volte dobbiamo perderci nell’altro. L’altro non ci completa semplicemente, ma ci modifica; ci costringe a guardarci da un punto di vista che prima non avevamo.

Ed è proprio questo che significa mettere il due prima dell’uno: non diventiamo noi stessi nonostante gli altri, ma anche attraverso gli altri.

La famiglia, gli amici, gli insegnanti, gli amori, tutte le persone che abbiamo incontrato non sono passate semplicemente nella nostra vita. Sono rimaste dentro di noi.

E allora, se “l’uno nasce dal due”, nessuno diventa se stesso completamente da solo.

Tecnica della Scuola

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martedì 25 agosto 2026

NEVE SHALOM WAHAT

 

    UNA SCUOLA 

DA 

SALVARE

Il Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam ha lanciato un appello per salvare la classe prima di quest’anno, che il Ministero dell’Istruzione israeliano rifiutava di approvare. Dopo 42 anni, questo modello di scuola che forma insieme bambini arabi ed ebrei è a rischio

Il Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam, fondato nel 1972 tra Gerusalemme e Tel Aviv, è un esempio di convivenza tra ebrei e arabi basato sull’accettazione, il rispetto reciproco e la cooperazione. A cominciare proprio dalla scuola. Che solo dopo lunghe trattative è stata salvata, ma la classe prima sarà totalmente a carico del Villaggio mentre le altre classi restano pubbliche.

Sino a pochi giorni dalla riapertura della scuola, infatti, il Ministero dell’istruzione israeliano rifiutava di approvare la classe prima di quest’anno. Proprio per questo, la portavoce del Villaggio, Samah Salaime, aveva lanciato un appello per chiedere il sostegno (anche internazionale) alla battaglia della famiglie di Neve Shalom Wahat al-Salam per salvare la loro primaria bilingue e binazionale. «Da 42 anni – scriveva Samah – la nostra scuola forma insieme bambini arabi ed ebrei. È uno dei modelli più antichi e importanti di istruzione bilingue e binazionale di Israele – un luogo in cui i bambini non si limitano a imparare la convivenza, ma la vivono ogni giorno. Non possiamo accettare una decisione amministrativa che minaccia questa continuità educativa e, in definitiva, il futuro di un’istituzione così unica». E aggiungeva: «Stiamo cercando di affrontare la questione con attenzione e responsabilità, ma non possiamo ignorare il contesto più ampio in cui operano oggi le organizzazioni che promuovono una società condivisa, la partnership arabo-ebraica e l’educazione alla pace. Ci preoccupa il fatto che questa lotta possa riguardare qualcosa di più del semplice numero di bambini iscritti a una classe di prima elementare: tocca lo spazio concesso alle istituzioni che promuovono una società condivisa e l’educazione alla pace nell’attuale clima politico».

Il Villaggio ha portato avanto una lunga trattativa, supportata da consulenti legali e da professionisti delle relazioni pubbliche e dei media, lavorando attraverso i canali politici, legali, pubblici e mediatici. «Nell’ambito di questo sforzo collettivo – precisava Samah – ho anche mobilitato i miei consolidati contatti con membri della Knesset, giornalisti e piattaforme mediatiche per portare la questione all’attenzione dell’opinione pubblica del Paese e della politica e per costruire sostegno alla nostra campagna».

Oggi finalmente è arrivata la risposta del Ministero dell’Istruzione, che soddisfa solo in parte le richieste del Villaggio, ma che permette almeno la continuità educativa. «Abbiamo ricevuto la conferma ufficiale dall’autorità scolastica locale che è stata concessa l’autorizzazione ad aprire una classe di prima elementare nella nostra scuola bilingue e binazionale per il prossimo anno scolastico. Si tratta di un risultato significativo, frutto di un’intensa campagna pubblica che ha coinvolto il nostro consiglio di istituto neoeletto, la comunità scolastica e i genitori, l’assistenza legale e l’impegno a favore dei diritti civili, il dialogo con i membri della Knesset e un’ampia copertura mediatica».

L’approvazione consente di aprire la classe a spese del Villaggio, il che rappresenta ora un’importante sfida economica. «Nonostante questo, ottenere l’autorizzazione ufficiale era essenziale per salvare la continuità della scuola e garantire che questo progetto educativo arabo-ebraico unico nel suo genere possa continuare a crescere».

La portavoce del Villaggio ringrazia «tutti coloro che hanno sostenuto, incoraggiato e sono stati accanto alla scuola nel corso di questa campagna. La determinazione della comunità ha fatto davvero la differenza. Ora possiamo concentrare le nostre energie sulla preparazione del nuovo anno scolastico e continuare a rafforzare la qualità, i valori e la sostenibilità a lungo termine della scuola. Grazie per averci sostenuto e per aver creduto nell’importanza di un’istruzione condivisa, bilingue e binazionale, specialmente in questo momento difficile».

Per maggiori informazioni e per contribuire alla campagna a sostegno della scuola primaria del Villaggio, è possibile contattare l’Associazione italiana amici di Neve Shalom Wahat al-Salam: it@nswas.info

 

IL RISVEGLIO DELL'AMORE


 De Mendonça: 

il Cantico dei Cantici 

risveglia l'amore



Un dialogo tra due poeti, il cardinale José Tolentino de Mendonça e Davide Brullo, il 24 agosto al Meeting di Rimini, ha fatto conoscere e ha approfondito il testo biblico nei suoi significati più profondi. Letture a cura dell’attore Giampiero Bartolini, moderazione di Annalisa Teggi

-di Eugenio Murrali – inviato a Rimini

Ascoltare e rileggere il Cantico dei Cantici è già una prima risposta all’invito di Papa Leone XIV. Come ha ricordato il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, richiamando il discorso del Pontefice ai partecipanti al Meeting di Rimini: “Papa Leone vi ha detto che al centro della proposta cristiana c’è la responsabilità di svegliare in ciascuno il desiderio. Noi siamo qui a parlare del Cantico dei Cantici per svegliare il desiderio di essere amati e di amare”. È fondamentale, allora, tornare a questo grande testo biblico, difficile, in un tempo in cui, come dice il titolo della sociologa Eva Illouz, si parla della “fine dell’amore”. Citando il celebre poema di W.H. Auden, de Mendonça ha affermato che come cristiani abbiamo la “responsabilità di dire la verità sull’amore”.

Il “rischio” di amare

La forza del Cantico dei Cantici è nella sua capacità di toccare in profondità, con nuda verità il cuore umano. “Come ricorda Papa Leone in Magnifica Humanitas – ha osservato il cardinale –, noi siamo in un momento nuovo della storia, perché per la prima volta le macchine imitano l’uomo nel discorso dell’amore. Le macchine non sentono l’empatia, l’affetto, l’amicizia, l’amore, ma sono capaci di simulare”.  E ha proseguito: “Nelle loro solitudini tanti credono che sia più facile rimanere sequestrati dalle macchine, che provare, rischiare, rapporti autentici d’amore”. Di qui il bisogno di "risvegliare il desiderio di essere amati e di amare".

Una nudità che brucia

Per il poeta Davide Brullo “la Bibbia e il Cantico in particolare sono il nostro testo, sono il nostro abito, che però non ci riveste, ma ci denuda”. Questa nudità, osserva, “ovviamente brucia”. Il poeta si interroga, si domanda se questo Cantico non sia altro che pura bellezza, inspiegabile, che chiede al poeta, a Dante stesso, ad esempio, di mettersi alla ricerca di parole nuove per dire l’indicibile, di forzare il verbo “come se fossi un ladro che enrtra dalla finestra”. Ecco che il Cantico diventa per Brullo “un inseguimento, una razzia, una grande caccia, oppure, una sequela”.

L’altissima dignità dell’essere umano

Il cardinale de Mendonça ha sottolineato come spesso il Cantico sia sembrato sorprendente per gli interpreti, un libro nel quale “la parola Dio è balbettata soltanto una volta”, un libro che parla della bellezza fisica, nel dettaglio, anche sensoriale, un libro, infine, che non appare in continuità con la poesia biblica e il suo lessico. E ha ripercorso alcune tra le molte ipotesi sulla sua genesi, da quella egiziana, a quella mesopotamica, a quella di canto dei matrimoni in area palestinese. Ha ricordato che l’enigma resta, ma che non bisogna mai dimenticare, interpretando questo testo, il suo contesto, il fatto che sia inserito nella rivelazione biblica. Ecco che allora se ne comprende il significato profondo: il Cantico ci insegna l’altissima dignità dell’essere umano.

La reciprocità

“Quando leggiamo il Cantico dei Cantici – approfondisce il cardinale – è impossibile non piangere di fronte a questo miracolo di bellezza, di verità che è l’essere umano”. Dalle sue parole apprendiamo inoltre la reciprocità dell’amore tra l’uomo e la donna, anche in un tempo in cui non c’era un rapporto sociale simmetrico tra i due sessi. Il Cantico dei Cantici va contemplato come “un’icona di amore”.

L’intimità

Con il Cantico si impara anche il senso profondo dell’intimità, quel che appartiene solo all’amato e all’amata, ma allo stesso tempo quell’amore è “cosmico”, ha una risonanza che lo trasforma in un cantico delle creature. L’amore è una nuova creazione, una nuova generazione.
Il cantico di amore, spiega de Mendonça, fa dell’uomo e della donna dei principi, ma allo stesso tempo ne fa dei mendicanti che cercano, che si cercano, nella loro insufficienza radicale: l’amore come ferita, ricerca, ascolto, solitudine condivisa, come preghiera.

Un inno della vulnerabilità

Il Cantico è libro sensuale e divino allo stesso tempo. La ragione è, per il cardinale, nel fatto che “niente è così disarmato e disarmante come l’amore, nella sua verità. È l’accettazione dell’incompiutezza, della vulnerabilità. È capire che la vita si costruisce nell’ospitalità dell’altro o non si costruisce”. Questa povertà estrema, accettata come la più alta gioia “ci aiuta a capire Dio, perché come dice San Paolo, Gesù essendo ricco si è fatto povero per riempire ognuno di noi della propria ricchezza.

Vatican News

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VALUTARE L'I. A.

 

Valutazione etica 

dell’intelligenza artificiale


Nel Dizionario della Dottrina sociale della Chiesa, Mirella Mistretti evidenzia che accanto alle norme sull’IA sarebbe necessario “implementare osservatori multidisciplinari di scienziati ed esperti indipendenti, linee guida operative, metriche epistemiche e di valutazione etica”

Mirella Mastretti*

Una delle sfide più rilevanti del nostro tempo consiste nell'orientare, governare e validare lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale affinché rimanga al servizio della persona e del bene comune. Accanto a grandi opportunità emergono rischi significativi, quali bias algoritmici, allucinazioni, opacità dei processi decisionali e concentrazione del potere tecnocratico, nel quale efficienza e automazione diventano criteri predominanti nelle scelte individuali e collettive.

La Dottrina Sociale della Chiesa offre criteri attuali per affrontare queste sfide. Papa Francesco ha più volte richiamato la necessità che l’innovazione tecnologica rimanga al servizio della persona e del bene comune. Nella Laudato si' ha evidenziato i rischi del paradigma tecnocratico, e più recentemente, Papa Leone XIV, con l'enciclica Magnifica Humanitas, ha enfatizzato l'aspetto antropologico ed etico. Ritengo che la sola regolamentazione normativa (ad esempio AI ACT) non sia sufficiente. È necessario passare dai principi ai processi, trasformando valori quali dignità umana, responsabilità e bene comune in criteri operativi e verificabili.

A tal fine penso che accanto alle norme, sia necessario implementare osservatori multidisciplinari di scienziati ed esperti indipendenti, linee guida operative, metriche epistemiche e di valutazione etica, come pure l'implementazione di strumenti concreti e indipendenti di validazione. Parallelamente, la ricerca dovrebbe anche promuovere paradigmi e architetture orientati alla trasparenza, alla spiegabilità e alla responsabilità, riducendo i rischi derivanti dall’opacità dei sistemi più complessi. La mia proposta riguarda anche l'adozione di un’etichetta etica volontaria per l’identificazione di sistemi e applicazioni coerenti con i criteri di tutela della persona, equità, inclusione e bene comune. L’obiettivo non è rallentare l’innovazione, ma orientarla verso uno sviluppo tecnologico realmente umano. Tale prospettiva risulta ancora più significativa alla luce della recente Magnifica Humanitas.

La proposta è stata presentata alla conferenza internazionale FCAPP nel maggio 2025, approfondita nel capitolo conclusivo del volume "Artificial Intelligence and Care of Our Common Home (Vita e Pensiero, 2025)" consegnato al Santo Padre il 5 dicembre 2025 e successivamente inserita come voce "Valutazione etica dell’intelligenza artificiale" del “Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Le cose nuove del XXI secolo".

*Ricercatrice e co-autrice volume “Artificial Intelligence and Care of Our Common Home”

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domenica 23 agosto 2026

FIGLIO DI DIO

 


Sciogliere tutti-tutti da sé stessi,

 legarli tutti-tutti 

nell’abbraccio di Dio

 

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXI domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 22,19-23; Sal 137/138; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Gesù è ormai nel pieno della sua missione messianica. Attraversa le contrade della Palestina, su e giù, da oriente a occidente. Secondo il racconto che l’odierna pagina evangelica ci restituisce, talvolta egli scantona nei territori in cui risiedono i funzionari e i contingenti romani, là dove si parla, più che l’ebraico o l’aramaico, la koinḕ diálektos: una sorta di esperanto ellenistico, derivante dal greco classico ma pronunciato con tante diverse inflessioni dialettali, a Cesarea di Filippo specialmente quella latina, ma non solo. Oggi potremmo paragonarlo all’inglese, o più precisamente allo slang americano. Una lingua, in ogni caso, che rappresentava bene la complessità dell’impero di Cesare e il contrasto fra il tentativo di imporre ovunque la logica di Roma e la resistenza che a tale progetto opponevano le varie culture locali, a cominciare da quella greca. Per non parlare di quella ebraica, per la quale ogni cultura “pagana” era da aborrire, in particolare quella di cui erano portatori gli invasori romani.

Il Maestro di Nazareth s’è spostato, dunque, in un territorio in cui si nutre una certa aspirazione universalistica: gli sembra, probabilmente, il luogo più adatto per far emergere la vera indole del messianismo, smarcandolo dall’interpretazione nazionalistica che se ne dava allora in Giudea. La sua fama s’è sparsa dappertutto, perché egli insegna con autorità, compie prodigi eclatanti, incontra le persone e ne trasforma la vita, guarendole dai loro acciacchi e convertendone le intenzioni prima ancora che le azioni. Vuole, pertanto, appurare come venga compresa la sua “strategia” messianica. E per questo apre una discussione con i suoi discepoli, coinvolgendoli in quello che oggi considereremmo un sondaggio sociologico: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Essendo «Figlio dell’uomo» un titolo tipicamente messianico, che Gesù era solito attribuirsi, la domanda che egli rivolge ai discepoli vuol dire, appunto, “come viene interpretato il mio messianismo?”.

Le risposte censite dai discepoli potrebbero apparirci alquanto disparate. Esse, però, sono accomunate dal profilo marcatamente profetico che il messianismo di Gesù dimostra agli occhi della gente. La quale ancora non lo acclama come un re, alla stregua di un novello Davide, o come un nuovo giudice, magari alla maniera del famoso Jefte. Lo considera, invece, un grande profeta. Forse il Battista redivivo. Oppure la “reincarnazione” del principale degli antichi profeti, Elia. O, anche, di Geremia, il più eroico dei profeti d’Israele. Tutti personaggi la cui fine era stata misteriosa e, al limite, persino tragica. Elia era scomparso senza lasciare traccia di sé, rapito in cielo su un carro di fuoco, secondo la testimonianza resa dal suo allievo Eliseo, che era tornato dal deserto da solo e con sulle spalle il miracoloso mantello lasciatogli in eredità dal suo mentore. Geremia era stato quasi sicuramente liquidato violentemente dai suoi avversari: gli esperti d’antimafia parlerebbero di “lupara bianca”. Giovanni Battista era stato decapitato nelle segrete del palazzo di Erode e l’occasione futile in cui quel delitto era stato perpetrato non ne aveva dissimulato la gravità. Insomma, la gente sembrava voler dire che anche per Gesù non sarebbe andata a finire granché bene. O, comunque, che l’esito del suo impegno generoso restava un’incognita.

Sarebbe utile indovinare il tono con cui i discepoli riferirono al loro Maestro tutte quelle opinioni. Ho l’impressione che fosse un po’ ironico, quasi a voler dire che no, la gente non aveva capito niente. Non è detto che Gesù condividesse le loro perplessità. Tant’è che, nel brano evangelico di Matteo, subito incalza i suoi amici con un interrogativo più diretto, formulato con un timbro provocatorio nei loro confronti e riferito a se stesso in prima persona: «Ma voi, chi dite che io sia?». La risposta che Pietro gli dà, come portavoce dei suoi compagni, svela la discrepanza tra l’opinione dei discepoli e quella della gente comune: ci mancherebbe altro, sono loro che gli stanno vicino giorno e notte e che quindi lo conoscono come le loro tasche: «Tu sei il Cristo…». Tornerebbe utile indovinare anche il tono usato da Pietro nel dare questa risposta. Sarà stato certamente un tono squillante, sicuro, trionfale. Ed è per quel tono squillante, sicuro, trionfante, che Gesù infine «ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che era il Cristo» (e anche i paralleli di questo brano matteano, in Mc e in Lc, riportano il medesimo severo rimbrotto). Perché quel tono era completamente sbagliato e avrebbe indotto in errore, riguardo alla verità personale di Gesù, anche gli altri.

Difatti Gesù non si riconosceva in un messianismo trionfalistico. E dire con spensierata sicumera che egli è il Cristo, dando implicitamente a questo termine il senso che la tradizione ebraica comunemente gli attribuiva, significa affermare proprio quell’interpretazione ristretta da cui Gesù desidera smarcare il suo messianismo: egli non è semplicemente un profeta messo in fila con tutti gli altri profeti, ma non è neppure un duce destinato dalla Provvidenza a guidare una fronda politica o una ribellione armata contro i romani e i loro fiancheggiatori. Egli è sì l’unto del Signore, il Messia da sempre atteso, ma in un senso inedito e inaudito rispetto a quello che la parola “Cristo” all’epoca significava. Per questo sarebbe utile anche per noi indovinare il tono con cui pronunciarla. Ci metterebbe al riparo dall’equivoco dei discepoli e, nondimeno, dal sospetto che qualche studioso contemporaneo agita distinguendo nettamente Gesù dal Cristo, quasi che Gesù non si considerasse affatto il Cristo. Certamente egli non si considerava il Cristo come lo potevano considerare – impastoiati nei loro condizionamenti culturali e religiosi – i figli di quell’epoca e, tra di loro, anche gli apostoli. Ma non meno certamente egli andava maturando la consapevolezza di essere l’inviato del Padre suo, il Servitore di Adonai, il Messia mandato da Dio per la salvezza integrale delle persone, per la vita di tutti e non per la morte di alcuno, per la liberazione delle coscienze, per la giustizia nel mondo come pure per la giustificazione del mondo, anche al di là dei confini nazionali d’Israele.

Figlio del Dio Vivente

Sottolineando tutto ciò, non intendo negare che la risposta di Pietro sia stata perfettamente azzeccata. Pietro, almeno nella versione dell’episodio di Cesarea di Filippo che l’evangelista Matteo ci trasmette, ebbe la fortuna di aggiungere un’espressione che correggeva il senso complessivo della sua risposta, tanto da soddisfare Gesù: «…Tu sei il Figlio del Dio Vivente». Il senso teologico, espresso in queste parole, rettifica il (pur sempre possibile) fraintendimento politico del messianismo di Gesù.

E io devo correggere qui me stesso: Pietro non ebbe semplicemente la “fortuna” di aggiungere l’espressione teologica – Figlio del Dio Vivente – che restituiva alla missione del Cristo il significato più coerente con la persona di Gesù. Pietro ebbe, semmai, la “grazia” di corredare la sua risposta con la verità che gli veniva in quel momento «rivelata» da Dio Padre, come Gesù stesso con intima gioia gli spiega nel brano matteano. Deriva da questa docilità nel lasciarsi ispirare da Dio il “primato” che Gesù affida a Pietro: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del Regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Di nuovo bisogna indovinare il tono di questa frase. Interpretarla in senso trionfalistico è sbagliatissimo. Conferirle un senso ducesco è una iattura per la Chiesa, affidata piuttosto da Gesù a persone che, di generazione in generazione, devono mettersi al servizio di tutti gli altri nella comunità, vocate a esercitare un ministero straordinario: escogitare ad oltranza il modo più efficace per sciogliere tutti, ma proprio tutti, dai legacci che ci tengono lontani dal Padre e per sospingere tutti-tutti tra le sue braccia accoglienti.

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CONDIVIDERE IL BENE



 
«Quello che diamo agli altri 

è nostro per sempre»

 Paolo Crepet e l’eredità invisibile che lasciamo nelle persone

Ciò che tratteniamo può andare perduto, ciò che doniamo può restare. La potente lezione di Paolo Crepet sulla vita, l’amore e il valore della condivisione

Redazione Studenti

Indice

1.    Quello che diamo agli altri resta più di ciò che conserviamo

2.    La vita e l’amore non sono un conto da pareggiare

3.    Perché quello che teniamo per noi rischia di andare perduto

4.    Dare non significa dimenticare se stessi

5.    Alla fine possediamo soprattutto ciò che abbiamo condiviso

«Quello che diamo agli altri è nostro per sempre, mentre quello che si tiene per sé è perso per sempre». In questa frase di Paolo Crepet c’è un rovesciamento potente del modo in cui siamo abituati a pensare alla vita. Di solito consideriamo “nostro” ciò che possediamo, custodiamo o difendiamo. Crepet suggerisce invece che il valore più autentico di ciò che abbiamo emerge quando decidiamo di condividerlo. Un gesto di affetto, una parola pronunciata nel momento giusto, il tempo dedicato a qualcuno o un consiglio offerto senza aspettarsi nulla in cambio possono continuare a vivere molto più a lungo di qualsiasi bene materiale. Ciò che doniamo entra infatti nella memoria degli altri e, allo stesso tempo, diventa parte della nostra storia. È un modo diverso di intendere la ricchezza: non come accumulo, ma come capacità di lasciare qualcosa nelle persone che incontriamo.

La vita e l’amore non sono un conto da pareggiare

La riflessione completa di Crepet rende ancora più chiaro questo significato: «la vita, come l’amore, è l’unico business il cui bilancio deve finire in rosso». L’immagine è volutamente provocatoria, perché nel linguaggio economico un bilancio in rosso rappresenta una perdita. Nelle relazioni, invece, può essere il segno di una vita vissuta senza trasformare ogni gesto in una trattativa. Molte volte, quasi senza rendercene conto, iniziamo a tenere una sorta di contabilità affettiva: io ho fatto questo per te, quindi tu dovresti fare altrettanto; io ti ho cercato, adesso tocca a te; io ho dato molto, quindi mi aspetto di ricevere nella stessa misura.

È naturale desiderare reciprocità e nessuna relazione sana può reggersi su uno squilibrio continuo, ma l’amore perde qualcosa della sua autenticità quando diventa soltanto un calcolo. Dare, nella visione di Crepet, significa anche accettare che non tutto ciò che offriamo ci verrà restituito nello stesso modo.

«L’invidia nasce quando smetti di investire su te stesso»: Paolo Crepet spiega il vuoto che ci distrugge

Perché quello che teniamo per noi rischia di andare perduto

La parte forse più intensa della citazione è proprio quella che riguarda ciò che scegliamo di trattenere. «Quello che si tiene per sé è perso per sempre» può sembrare un’affermazione estrema, ma acquista senso se pensiamo alle occasioni che lasciamo scivolare via. Un “ti voglio bene” mai pronunciato, una telefonata rimandata, un abbraccio evitato per pudore, un complimento che avevamo sulla punta della lingua o una presenza che avremmo potuto offrire e non abbiamo offerto.

Sono gesti apparentemente piccoli, eppure il tempo ha il potere di renderli irripetibili. Non tutto può essere recuperato in un secondo momento. Ci sono emozioni che, se non vengono condivise quando ne abbiamo la possibilità, restano soltanto intenzioni. Ed è qui che la frase di Crepet diventa anche un invito a non vivere continuamente nel rinvio, pensando che ci sarà sempre un’altra occasione per dire, fare o dimostrare ciò che sentiamo.

La fragilità del bene: Sull'amore-Elogio dell'amicizia-Impara a essere felice

Dare non significa dimenticare se stessi

La riflessione di Crepet, però, non dovrebbe essere interpretata come un invito a sacrificarsi senza limiti.

Dare tutto non significa annullarsi per gli altri, accettare relazioni sbilanciate o permettere a qualcuno di approfittare della nostra disponibilità. Esiste una differenza profonda tra il dono e il sacrificio imposto. La generosità più autentica nasce dalla libertà: scelgo di esserci, scelgo di condividere, scelgo di offrire qualcosa perché sento che ha valore, non perché temo di perdere l’altro o perché spero di ottenere una ricompensa.

Anche in amore è importante mantenere confini, dignità e consapevolezza dei propri bisogni. Il messaggio non è quindi “dare fino a svuotarsi”, ma smettere di vivere ogni relazione con il timore costante di perdere qualcosa. Ci sono gesti che, proprio perché vengono donati liberamente, non impoveriscono chi li compie: al contrario, lo definiscono.

Paolo Crepet: «Chiedersi se siamo felici è l’unica domanda che ha un senso», la riflessione per ritrovare sé stessi

Alla fine possediamo soprattutto ciò che abbiamo condiviso

Con il passare del tempo molte cose che sembravano fondamentali perdono importanza, mentre piccoli momenti acquistano un peso enorme. Restano le persone, le conversazioni, le risate, gli incontri, le parole che qualcuno ci ha detto quando ne avevamo bisogno. Allo stesso modo, qualcosa di noi continua a vivere nei ricordi di chi abbiamo incontrato. È forse questo il cuore della frase di Crepet: ciò che diamo non sparisce necessariamente nel momento in cui ce ne separiamo.

Può restare negli altri, trasformarsi, generare altro bene e tornare a noi sotto forma di memoria, significato o consapevolezza. Ciò che invece tratteniamo per paura, orgoglio o eccessiva prudenza rischia di non diventare mai esperienza. Per questo il vero patrimonio di una vita potrebbe non essere costituito soltanto da ciò che abbiamo saputo conservare, ma soprattutto da ciò che abbiamo avuto il coraggio di condividere.

Paolo Crepet, «Senza entusiasmo si sopravvive, ma è un’ingiustificabile sciatteria»: il monito che scuote le nostre vite

L'UMANITA' DEL SACERDOTE

 


Un prete può mostrare emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni? 

Alcune riflessioni sul riconoscimento che il sacerdote è un essere umano come gli altri, sull’importanza di avere una comunità di riferimento nei momenti di crisi

… e un grande grazie. 

 di Chiara D’Urbano 

Fonte: Città Nuova 

 Un sacerdote, già in là negli anni, un tempo formatore di seminario, raccontava con arguta autoironia che tanto in famiglia quanto in seminario aveva assorbito la convinzione che il Salmo 8 riguardasse la figura del presbitero: «Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli». A parte lo sfasamento storico-temporale, il senso di queste parole, narrate col sorriso di chi è consapevole della formazione ricevuta, è che fino ad un recente passato il prete veniva compreso come un uomo eletto, privilegiato, sia come chiamata che come status, e come tale andava riconosciuto e trattato. A lui gli onori, e di conseguenza anche l’onere di mantenere la specialità della sua condizione, non mostrando segni di umanità: emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni. 

Il simpatico aneddoto non vuole sminuire la grandezza di una vocazione particolare, speciale, per le sue caratteristiche e la sua radicalità, vuole piuttosto richiamare quanto i sacerdoti siano stati gravati fino ad un recente passato, e penso ancora oggi, da una pesante quanto ingiusta zavorra: quella di dover essere “diversi” dalla comune umanità. 

Di dover essere migliori, anzi di più, super-umani, senza cenni di debolezza, il che vuol dire: essere disponibili in modo incondizionato, non mostrare preferenze personali essendo a servizio della Chiesa e del popolo di Dio, non far trapelare emozioni meno nobili come gelosia, invidia, vergogna, non poter coltivare amicizie semplici e ordinarie al di fuori del “lavoro”. 

Poi arriva la cronaca cruda e reale: un presbitero va in burn out perché non è riuscito a reggere il carico pastorale troppo oneroso, un altro si è innamorato e ha abbandonato il cammino, un altro ha discusso col suo vescovo, un altro ha chiesto di essere trasferito, un altro ancora è arrivato a togliersi la vita perché non è stato in grado di ritrovare il proprio equilibrio interiore, ha perso irrimediabilmente la rotta, e forse la fede. 

Ogni storia è a sé, cerchiamo di mantenere la dovuta complessità quando si riflette sulle vicende umane. Le considerazioni binarie e dicotomiche non rendono mai giustizia alla ricchezza dei dinamismi intrapsichici e relazionali dell’essere umano. Possiamo, però, condividere qualche pensiero non sulle singole storie, ma su cosa possano indicarci tra le righe quelle notizie dolorose sulla vita di don Marco, don Paolo, di 20, 30, 50, 70 anni, alcuni di fresca esperienza, altri più navigati e magari in vista per il ruolo che avevano. 

Rimaniamo, come si diceva, in una logica multifattoriale che, quindi, coinvolge la formazione iniziale, quella permanente, la comunità credente, la persona e l’Istituzione. Prendendo spunto dalle parole inziali di don Francesco, anziano presbitero, accompagnare l’intuizione vocazionale di un giovane (o meno giovane) che entra in seminario non è inserirlo in un ambiente-“bolla” che poi rimane scollegato dalla realtà nella quale il sacerdote andrà ad inserirsi una volta ordinato. 

Normalizzare la formazione iniziale è riconoscere che si tratta di ragazzi e uomini come gli altri, che hanno bisogno di verificare quel desiderio, ancora vago, attraverso una progressiva integrazione dell’affettività-sessualità, all’interno di un percorso che ha delle sue caratteristiche specifiche. 

Tutte le dimensioni meravigliosamente umane che riguardano le emozioni, gli affetti, le relazioni, l’orientamento eterosessuale/omosessuale vanno conosciute e progressivamente messe dentro la scelta di vita. Essere integrati si oppone a spezzarsi in due, scotomizzare o sentirsi frustrati in perenne stato di malessere. 

Si cade, ci si rialza, si chiede aiuto: questa è la vita reale del fidanzato, del padre di famiglia, del marito, del seminarista e del sacerdote. Stesso discorso, ovviamente, per il mondo femminile. È più facile ragionare in bianco e nero che riconoscere e valorizzare tutte le sfumature possibili dei processi umani e vocazionali. 

Arriva all’ordinazione non chi è migliore degli altri o ha già risolto tutto e per sempre, chi non ha mai sbagliato e ha sempre camminato al meglio, ma colui che ha verificato, con la Chiesa, che la via del sacerdozio è la strada per diventare un uomo migliore, felice, e così espandere tutta la propria fragile umanità, senza doverla recidere o nascondere, ma integrandola con fatica serena, all’interno di quella vocazione. 

C’è dunque una responsabilità congiunta e multipla in questo processo di integrazione perché possa riuscire al meglio.

La responsabilità 

La responsabilità è della persona: si è aperta, si è lasciata conoscere e accompagnare in questo processo sempre in atto di integrazione, negli anni del discernimento

La responsabilità è di chi accompagna: è in grado di stare accanto a questi processi senza intervenire prendendo il posto dell’altro, né scandalizzarsi dei passi incerti e instabili di chi è in cammino, delle cadute e delle incoerenze? È in grado di affiancare la maturazione psicoaffettiva del seminarista nella sua globalità, o si fissa su questo o quell’aspetto in particolare, perdendo la visione d’insieme? Molto dipende dal lavoro personale: se e quanto il formatore, il rettore, il vescovo abbia fatto un lavoro su di sé o, invece, pensi di occuparsi di formazione senza un lavoro personale previo. 

La responsabilità è dell’istituzione: quale “format” di sacerdote ha in mente il seminario o la comunità formativa nel proporre delle tappe di crescita e poi delle verifiche? I programmi di formazione permanente rispondono a quale “modello sacerdotale”? 

L’integrazione e la comunità

Il sacerdote ben integrato è colui che viene aiutato a essere autenticamente uomo, con tutte le proprie fragilità, a servizio della Chiesa, della sua Diocesi, e della gente che gli verrà affidata, senza dover tenere un’immagine fittizia che non renda ragione del suo essere un umano tra gli umani, perché alla lunga la sola “immagine” non regge. L’inautenticità si paga nel tempo, questo è certo. 

Infine, la responsabilità è della comunità. Talvolta, sia dentro che fuori le nostre comunità parrocchiali, si sentono ancora persone che faticano a concepire “il prete in vacanza”, o che chiede una pausa perché ha bisogno di recuperare energie, o che va in psicoterapia: «Che bisogno vuoi che abbia proprio un prete, se è lui che deve aiutare altri?». 

Appunto! Come i professionisti della salute fisica e mentale hanno bisogno di confrontarsi con colleghi o con un’équipe, di aggiornarsi, di fermarsi per riprendere la carica, i sacerdoti per il tipo di servizio delicato e oneroso di ascolto, di accompagnamento, di impegno pubblico hanno bisogno di altrettanta cura. È una consapevolezza da acquisire in prima persona, ma che tanto l’istituzione quanto la comunità credente, a sua volta, devono acquisire: il sacerdote non è solo colui che eroga una prestazione, o che porta avanti l’azienda-diocesi. Che abbia concluso la formazione non equivale allo “stare a posto per sempre”. 

L’equilibrio

È innanzitutto una persona che dovrà custodire un equilibrio psicoaffettivo perché non si logori, data anche la tipologia di impegno. Non possiamo più pensare alla riuscita vocazionale sono in chiave strettamente personale: c’è un io, certamente, ma c’è anche una comunità che contribuisce (o meno) all’equilibrio delle coppie, come dei presbiteri e delle vocazioni religiose

La domanda si potrebbe leggere in modo speculare: il singolo ha una comunità di riferimento? Questo è un macrotema, magari da riprendere e approfondire: quanto siano effettivamente “allenati” alla fratellanza i sacerdoti all’interno della stessa diocesi (il presbiterio), o di una medesima comunità. 

Conosco sacerdoti che si sono aiutati l’un l’altro, quando negli anni hanno avuto momenti molto duri di dubbio vocazionale, sono riusciti a chiedere una mano, e hanno potuto recuperare il proprio equilibrio, riprendendo meravigliosamente la missione pastorale. Altri, invece, che non ce l’hanno fatta. 

 A tutti, proprio a tutti voi sacerdoti, gratitudine perché innumerevoli volte siete stati accanto a noi, ai nostri anziani, ai bambini, nelle celebrazioni di festa e in quelle di lutto. 

Speriamo anche noi, laiche e laici, di poter restituire altrettanto bene, di poter aver cura di voi, e che voi possiate trovare porte aperte nelle nostre case quando ne abbiate bisogno.

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