sabato 9 maggio 2026

LA PAROLA CHE FERISCE


 Fermare quella parola che ferisce

L’odio che entra da fessure piccole


. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. 

Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo

 Gli “attrezzi” che noi usiamo? Precisione, gentilezza, visione panoramica, senso di comunità e racconto lungo»

 -di MARCO GIRARDO

Pubblichiamo un’ampia parte dell’intervento tenuto martedì 5 maggio dal direttore di Avvenire, Marco Girardo, in occasione dell’audizione presso la Commissione straordinaria del Senato per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, presieduta dalla senatrice Liliana Segre. L’audizione si è tenuta nell’ambito dell’indagine conoscitiva avviata dalla Commissione sui discorsi d’odio con particolare attenzione all’impatto del linguaggio pubblico sulla diffusione dei discorsi d’odio.

Vorrei partire da una constatazione semplice: i discorsi d’odio non nascono nel vuoto di parole, nascono nel vuoto di senso. Non compaiono all’improvviso, come un incidente isolato dentro uno spazio pubblico altrimenti sano. Sono piuttosto il sintomo, spesso estremo, di un ambiente comunicativo che si è progressivamente deteriorato. Prima dell’odio dichiarato, c’è quasi sempre una lunga preparazione: mutano lentamente le parole, si modifica il tono, cambia anzitutto lo sguardo sull’altro (…). Per questo interrogarsi sull’impatto del linguaggio pubblico significa andare alla radice: non solo misurare quante parole d’odio circolano, ma domandarsi quale spazio pubblico le rende possibili, le premia, le accelera e infine le normalizza.

I connotati dello spazio pubblico

Questo spazio pubblico, oggi, ha alcune caratteristiche che vorrei brevemente richiamare.

 La prima è la polarizzazione. Il discorso pubblico tende sempre più a trasformare ogni questione in uno scontro binario: di qua o di là, amico o nemico, puro o impuro, traditore o fedele. Il “tifo calcistico” è diventato la modalità con cui affrontiamo problemi sempre più complessi. Piace perché semplifica, non costringe a pensare, conferisce identità “per contrasto”. Ma proprio lì l’odio si prepara: quando l’altro non è più una persona con cui condivido uno spazio comune, ma il segno di ciò che temo e respingo.

La seconda caratteristica è la paura, un materiale comunicativo potentissimo, perché cattura l’attenzione, crea appartenenza e produce reazione. Ma quando diventa il registro ordinario del discorso pubblico, la paura restringe lo sguardo. Non vediamo più persone, storie, cause, responsabilità: vediamo anzitutto minacce. Il migrante diventa così l’invasore, il povero un fastidio, il diverso un rischio. La paura semplifica, e l’odio trova terreno fertile nelle semplificazioni.

La terza caratteristica è la ridondanza.

Non siamo mai stati così informati e, insieme, così disorientati. Ci sentiamo spesso sovraccarichi, “schiacciati”. Ma l’eccesso di informazione non produce automaticamente conoscenza. Anzi: tende a produrre assuefazione, stordimento, paralisi. La quarta caratteristica è la post-verità o, meglio, il groviglio nel quale oggi siamo immersi: disinformazione mirata, clickbaiting, fonti algoritmiche. L’informazione procede spesso per addizione e accumulo, ma non sempre genera senso. E “senso” significa anzitutto “direzione”. Dove manca la direzione, resta il rumore. La quinta caratteristica è il fattore tempo. Vince il mordi e fuggi. Leggiamo titoli, anteprime, frammenti d’informazione, guardiamo video di pochi secondi. Ma il linguaggio in una democrazia ha bisogno di tempo, oltre che di verifica. Quando questo tempo scompare, resta la reazione. E la reazione, soprattutto negli ambienti digitali, tende facilmente a trasformarsi in aggressione.

Ad essersi completamente “snaturato”, dunque, è lo spazio pubblico, prima ancora del “discorso pubblico”.

Come ricorda Zygmunt Bauman ( Il silenzio dell’opinione pubblica, dialogo con Ezio Mauro), nella polis greca tra la casa privata, l’oikos, e la sfera propriamente pubblica, l’ekklesia, si collocava l’agorà, il luogo della traduzione. Traduceva gli interessi privati in questioni comuni e, all’inverso, le questioni pubbliche in doveri e diritti delle persone. Ecco, oggi il punto è proprio questo: abbiamo moltissime opinioni private esposte in pubblico, ma fatichiamo ad avere una vera opinione pubblica. Abbiamo molte, troppe connessioni ma pochi legami. Abbiamo reazioni, non sempre giudizio. Abbiamo flussi, quasi mai “senso” – come si diceva, nella sua accezione originaria di “direzione”. Perché ci manca un’agorà.

Ruolo delle piattaforme: prima e dopo i social

Su tutto questo pesa il ruolo delle grandi piattaforme. C’è un prima e un dopo i social. Nati per connettere, in molti casi hanno finito per alimentarsi di scontro più che di incontro. La giornalista filippina-statunitense Maria Ressa, premio Nobel per la Pace, ha parlato nel suo intervento in Vaticano, in occasione del Giubileo della Comunicazione, di «strumenti di ingegneria comportamentale di massa»: piattaforme che monetizzano indignazione, odio, divisione, sfruttando le nostre vulnerabilità psicologiche. Barbara Kingsolver (Avvenire, 30 aprile) lo dice con grande chiarezza: quando una società si abitua a pensare che la forza sia una soluzione ‒ nelle relazioni internazionali, nella retorica, nella vita quotidiana ‒ prima o poi quella logica entra anche nella politica. E quando qualcosa diventa pensabile, può diventare praticabile. Ecco il punto: le parole non causano meccanicamente la violenza. Ma possono creare le condizioni perché la violenza appaia giustificabile (…).

Ruolo e responsabilità del giornalismo

Non credo che i media siano gli unici responsabili del deterioramento del linguaggio pubblico. Sarebbe ingiusto e troppo comodo dirlo. Ma il giornalismo ha una responsabilità specifica, perché lavora ogni giorno con la materia prima della democrazia: le parole, i fatti, il contesto, la gerarchia delle notizie. Ad Avvenire proviamo a rispondere a questa crisi non con una predica sul linguaggio, ma con un metodo che cerca di privilegiare il fondamentale sul sensazionale e il rilevante sul recente (anche perché recente significa ormai istantaneo...). Ecco alcuni attrezzi che utilizziamo.

Il primo attrezzo è la precisione.

La precisione non è freddezza. È una forma di rispetto. Chiamare le cose con il loro nome, evitare parole che deformano, distinguere, contestualizzare, non confondere casi singoli e fenomeni generali. Non passare arbitrariamente ‒ e provocatoriamente ‒ dalla cronaca alla sociologia. Tutto questo è già un argine ai discorsi d’odio. Perché l’odio vive di indistinto. Il giornalismo, invece, deve saper restituire differenze.

Il secondo attrezzo è la gentilezza. So che questa parola può sembrare fragile, ingenua e quasi inadatta alla durezza del nostro tempo. La gentilezza, tuttavia, non è remissività o rinuncia al giudizio. È una disciplina del linguaggio. La scelta di non aggiungere veleno al veleno e di sfuggire al ricatto ideologico del “se non ti schieri così, se non la pensi come me, allora stai con quelli là”. Una parola pubblica può essere ferma sui principi ma disarmata nei toni.

Il terzo è la visione panoramica. Il buon giornalismo deve fare il contrario dello scrolling. Non aggiungere semplicemente pezzi al flusso, ma aiutare a vedere l’insieme, dare proporzione. Decidere che cosa conta davvero: anche la gerarchia delle notizie, oggi, è linguaggio pubblico. E proprio in questa particolare operazione i giornali quotidiani, per la loro natura e lo stesso processo di “fattura”, assumono a mio parere un ruolo fondamentale: è un direttore di lungo corso come Ezio Mauro, nel suo già citato dialogo con Bauman, a ricordare che «il giornale non è una stazione neutra nel percorso dell’informazione». Il quotidiano è oggi sempre più uno «strumento cognitivo». Se, infatti, in Rete l’informazione scorre come l’acqua di un fiume – contano quindi portata e velocità – il giornale, invece, sta fuori dal flusso perché sceglie, scarta, trattiene, ordina. Attribuisce una misura ai fatti.

Tale gerarchia non è soltanto una tecnica professionale, è un’assunzione di responsabilità.

Il giornale quotidiano è “neghentropia” e cioè la tendenza di un sistema aperto, come gli organismi viventi o le organizzazioni, a generare ordine, complessità e organizzazione opponendosi al naturale decadimento entropico verso il disordine. Il quarto strumento nella cassetta è il giornalismo di comunità. Uso questa espressione con convinzione. Non significa parlare solo a chi la pensa come noi, né chiudersi in una comunità identitaria. Significa pensare il giornale come luogo di legame: piazza e ponte, non curva dello stadio.

Il giornalismo deve parlare ai cittadini, alle persone, non ai clienti o ai follower. Deve costruire comunità, non soltanto community (…). Il quinto “attrezzo” è il racconto lungo. In un ecosistema dominato dalla velocità, il racconto lungo è un atto controcorrente. Significa fermarsi quando tutto scappa, tornare sui luoghi, dare profondità storica ai fatti, cercare cause e non solo effetti. Ci stiamo investendo, ad Avvenire, con campagne giornalistiche della durata di un anno come “ Donne per la pace”, “ Figli di Haiti”, “ Guerre dimenticate”, “ Europa bene comune”. (…).

Una risposta culturale

Ecco perché davanti ai discorsi d’odio non basta una risposta repressiva, pur necessaria quando si oltrepassano i limiti della legge. Serve anche una risposta culturale. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo, tra conflitto democratico e delegittimazione dell’altro.

Una democrazia non vive senza conflitto.

Non dobbiamo avere paura delle parole forti, delle opinioni nette, del dissenso e persino dello scontro. Ma c’è una soglia che non può essere varcata: quella in cui l’avversario diventa nemico assoluto, il diverso diventa una minaccia ontologica e la persona viene ridotta alla categoria che la contiene. Il problema non è il dissenso: è l’espulsione simbolica dell’altro dallo spazio comune (…).

Il filosofo Davide Assael (Avvenire, 30 aprile), riflettendo sui segnali di violenza politica e antisemitismo, ha parlato della necessità di «resistere ai meccanismi di importazione del conflitto e delle propagande organizzate» verso cui l’opinione pubblica mostra un cedimento quasi strutturale. È una definizione utile anche per questa sede: il linguaggio pubblico può diventare il luogo in cui conflitti lontani vengono importati, deformati, radicalizzati, vengono trasformati in identità aggressive. Per questo le istituzioni hanno una responsabilità speciale.

La parola istituzionale pesa più delle altre. Non perché debba essere meno libera, ma perché produce effetti più larghi. Può rassicurare o incendiare. Può riconoscere o escludere. Può aprire un varco di convivenza o legittimare il sospetto. Anche noi giornalisti abbiamo una responsabilità speciale. Non siamo custodi proprietari della verità. Ma siamo chiamati a custodire un metodo: verificare, distinguere, contestualizzare, dare voce, non cedere alla tentazione dell’incendio permanente (…). Vorrei concludere con un’immagine. L’odio non entra quasi mai nella casa comune sfondando la porta. Entra da fessure piccole: una parola detta con leggerezza, una battuta ripetuta, una categoria usata al posto di un volto, una paura trasformata in identità, una notizia privata del suo contesto. Poi quelle fessure si allargano. E a un certo punto ci accorgiamo che l’aria è cambiata, diventando irrespirabile.

Contrastare i discorsi d’odio significa allora riparare il linguaggio pubblico

Non per renderlo più debole, ma per renderlo più giusto. 

Non per cancellare il conflitto, ma per impedire che il conflitto cancelli l’umanità dell’altro.

 www.avvenire.it

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ALLA CONQUISTA DI VENTOTENE

 Fondazioni per l’Europa, 

i ragazzi conquistano Ventotene


Per la Giornata dell'Europa si sono riuniti sull'isola simbolo i ragazzi che partecipano alla Scuola d'Europa, iniziativa promossa dalle fondazioni di origine bancaria riunite in Acri. Per Bernabò Bocca, vicepresidente vicario dell'associazione «rafforzare una cultura europea basata sulla solidarietà, sulla cooperazione e sullo sviluppo sostenibile rappresenta una priorità anche per le fondazioni di origine bancaria»                     

di Alessio Nisi

Si sono riuniti a Ventotene, luogo simbolo della nascita dell’idea di Europa unita e lo hanno fatto il 9 maggio, il giorno in cui si celebra la Giornata dell’Europa, che ricorda la dichiarazione Schuman del 1950, considerata l’atto fondativo dell’integrazione europea.

Sono i 25 studenti tra i 18 e i 22 anni che partecipano alla Scuola d’Europa (iniziativa che ha coinvolto, in dieci anni, oltre 1.200 studenti italiani ed europei in percorsi di formazione dedicati alla storia e al funzionamento dell’Unione europea) a Ventotene, organizzata nell’ambito del Ventotene Europa festival dall’associazione di promozione sociale La nuova Europa con il contributo di Associazione di fondazioni e di casse di risparmio spa – Acri. A promuovere l’iniziativa le fondazioni di origine bancaria riunite in Acri.

Cooperazione, una visione europea

«In un contesto internazionale segnato da crescenti incertezze, in cui anche i principi del multilateralismo vengono messi in discussione», spiega Bernabò Bocca, vicepresidente vicario di Acri, «è importante ribadire la centralità dell’Unione europea, fondata su una visione di cooperazione tra Stati e tra popoli».

In questo scenario, aggiunge, «rafforzare una cultura europea basata sulla solidarietà, sulla cooperazione e sullo sviluppo sostenibile rappresenta una priorità anche per le fondazioni di origine bancaria. L’iniziativa di Ventotene si inserisce in questo percorso, con un’attenzione particolare alle nuove generazioni».

Le fondazioni per l’Europa

L’appuntamento di Ventotene si inserisce in un impegno più ampio delle fondazioni sui temi della cittadinanza europea, incentrato sulla promozione di percorsi formativi e iniziative culturali che rafforzano la conoscenza delle istituzioni europee e dei valori su cui si fonda l’Unione: coesione sociale, solidarietà, sviluppo sostenibile, inclusione.

Europrogettazione per il Terzo settore

Accanto alle attività rivolte ai giovani, le fondazioni sono impegnate anche sul fronte dell’europrogettazione, ovvero nel rafforzamento delle competenze per l’accesso ai programmi europei, in particolare a favore delle organizzazioni del Terzo settore.

Attraverso attività di formazione, accompagnamento e assistenza tecnica, contribuiscono a facilitare l’utilizzo delle risorse dell’Unione e la costruzione di partenariati a livello internazionale. In questa direzione si colloca anche il portale euknow.it, dedicato al supporto all’euro-progettazione.

 VITA

ASACOM E INCLUSIONE

 «Con i nuovi Assistenti per l’autonomia un grave arretramento sull’inclusione»

 Secondo l’ultimo rapporto dell’Istat sono circa 80mila le figure professionali attualmente nelle classi. Ma almeno 20mila studenti con disabilità ne avrebbero bisogno ma non ce l’hanno.

Grandi disparità territoriali tra Nord, Centro e Sud Italia

 

-         -di PAOLO FERRARIO

Sta sollevando non poche perplessità, la riforma della legge 66 del 2017 sull’inclusione scolastica degli studenti con disabilità, approvata dal Senato il 28 gennaio e ora in discussione alla Camera. La principale innovazione della proposta di legge riguarda l’istituzione della figura professionale dell’Assistente per l’autonomia e la comunicazione (Asacom), per altro già prevista dalla legge 104 del 1992. Ma proprio la mancanza da un profilo professionale specifico, ha fatto sì che queste figure, gestite dagli Enti locali, finissero per occupare spesso uno spazio residuale all’interno delle classi, con evidenti disparità territoriali, come documentato dall’Istat nel suo Rapporto annuale sull’inclusione scolastica.

Nell’anno scolastico 20232024, certifica l’Istituto di statistica, gli Asacom – che affiancano gli insegnanti per il sostegno - erano circa 80mila (+18% rispetto all’anno precedente) e di questi il 4,2% conosce la Lingua italiana dei segni. In media, a livello nazionale si registrano quattro alunni per assistente, ma nel Nord e nel Mezzogiorno, il rapporto sale a 4,3 e a 4,2. In Campania, però, il rapporto arriva a 7,5 alunni con disabilità per ciascun assistente. Il territorio con il rapporto migliore è il Centro, con 3,3 alunni per assistente. Anche sul versante delle ore di assistenza cui gli alunni disabili avrebbero diritto, ci sono differenze territoriali. A livello nazionale, le ore settimanali medie sono 9,6 per alunni disabile e nei casi più gravi salgono a 11,5. 

« Le differenze territoriali - si legge nel Rapporto Istat – si riscontrano soprattutto in relazione agli alunni con maggiori limitazioni, che nelle scuole del Nord e del Centro ricevono rispettivamente 1,6 e 1,5 ore settimanali in più rispetto agli alunni del Mezzogiorno». E ancora: oltre 15mila studenti (il 4,2% degli alunni con disabilità) avrebbero bisogno del supporto di un assistente all’autonomia e alla comunicazione, ma non ne usufruiscono. Nelle regioni del Sud, la quota di alunni che avrebbero diritto all’assistente ma non ce l’hanno, sale al 5,4%. «Tale carenza spesso viene colmata con un aumento delle ore di sostegno, anche se le due figure professionali sono complementari e non sostitutive», ricorda l’Istat. Infine, una quota residuale, ma non trascurabile, di alunni con disabilità (1,3%, quasi 5mila studenti) avrebbe inoltre bisogno di un assistente igienico personale. 

Questa percentuale aumenta nelle regioni del Mezzogiorno attestandosi all’1,7%. «Nel complesso - conclude l’Istat - sono circa 20mila gli studenti con disabilità che avrebbero bisogno di assistenza da parte di figure specializzate ». In questo quadro già piuttosto problematico, si inserisce, appunto, la riforma degli Asacom in discussione in Parlamento. Che sta sollevando non pochi dubbi tra gli addetti ai lavori. Di «forte preoccupazione e netta contrarietà » parla in una nota la Federazione italiana per il superamento dell’handicap (Fish), che fa riferimento, in modo particolare, «alla disciplina dei requisiti di accesso alla professione di Assistente », paventando il rischio di «un grave arretramento nella qualità dei servizi rivolti agli alunni e studenti con disabilità, compromettendo il pieno esercizio del diritto allo studio e l’effettiva inclusione scolastica».

 Secondo la definizione data dalla proposta di legge, l’Asacom è «un operatore socioeducativo che svolge funzioni di mediazione e assistenza alla comunicazione e di supporto all’acquisizione delle autonomie e alle relazioni rispetto ai contesti educativi, didattici e formativi, tenendo conto delle diverse condizioni di disabilità e facilitando anche l’esercizio del diritto all’educazione e alla formazione delle persone affette da malattie rare». Questa attività, stando alla proposta di legge, può essere svolta da un ventaglio di operatori: da chi è in possesso della qualifica di educatore professionale socio-pedagogico, da chi ha un diploma di scuola superiore e ha superato un corso professionale riconosciuto dalle Regioni, da chi ha svolto, per almeno 12 mesi, anche non continuativi, funzioni di assistenza per l’autonomia e la comunicazione nelle scuole, da chi ha un titolo di assistente conseguito al termine di un percorso di formazione di almeno 830 ore (di cui 810 ore di pratica della Lingua italiana dei segni) o, in alternativa, ha un’esperienza come assistente nelle scuole di almeno 36 mesi, anche non continuativi.

« La proposta, così come formulata, introduce requisiti disomogenei e inadeguati, privi di un solido impianto formativo nazionale – si legge in un comunicato della Fish – . Si tratta di una scelta che non garantisce standard minimi uniformi e che rischia di tradursi in una riduzione della qualità degli interventi educativi e assistenziali ». Fish evidenzia, in particolare, «la mancanza di una formazione obbligatoria e strutturata sulle principali modalità di comunicazione e intervento (come Braille, Comunicazione Aumentativa e Alternativa, metodologie comportamentali e altre competenze fondamentali), nonché l’ingiustificata equiparazione tra percorsi formativi qualificati ed esperienze lavorative prive di adeguata preparazione».

Per queste ragioni, la Federazione «ha formalmente proposto un emendamento che prevede un requisito formativo chiaro, omogeneo e di livello universitario, ritenuto indispensabile per garantire competenze adeguate in un ambito di così elevata rilevanza sociale». « La qualità dell’inclusione scolastica passa dalla qualità delle professionalità coinvolte – ricorda la Fish –. Il percorso educativo di ogni alunno e ogni alunna con disabilità è un diritto inalienabile sancito dalla nostra Carta e dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità», conclude la Federazione. Invitando «il Parlamento a rivedere la norma accogliendo l’emendamento proposto» e «ribadendo la propria disponibilità a contribuire al confronto istituzionale».

www.avvenire.it  

 

 

LA FORZA DI UN NOME


 LEONE, 

LA FORZA D UN NOME


Uno scontro epocale

L’incontro tra papa Leone e il segretario di Stato americano Marco Rubio, come previsto, non ha dissipato – né lo poteva – le tensioni createsi in queste settimane fra la Santa Sede e gli Stati Uniti. Malgrado i tentativi della stampa e delle testate televisive di destra di presentarlo come «un disgelo», il suo esito è stato quello sintetizzato nel titolo dell’agenzia ANSA: «Il papa cordiale con Rubio, ma non fa sconti: “Lavoriamo per la pace”».

-di Giuseppe Savagnone 

Che è precisamente il nodo su cui si sono appuntati i reiterati attacchi del presidente americano Donald Trump nei confronti del pontefice, reo, ai suoi occhi, di favorire, con i suoi incessanti appelli contro la guerra, il progetto iraniano di dotarsi di un’arma nucleare. Da qui l’accusa a Leone di essere «debole» e «pessimo in politica estera». Rincarata, proprio alla vigilia del viaggio diplomatico del segretario di Stato, con quella di stare «mettendo in pericolo molti cattolici».

In realtà, la critica a Prevost è più radicale di quanto la maggior parte dei media abbia riportato. Nel suo attacco su «Truth» Trump ha scritto: «Non voglio un Papa che trovi terribile il fatto che l’America abbia attaccato il Venezuela (…) . E non voglio un Papa che critichi il presidente americano».

Sono in gioco, dunque, l’identità e il ruolo del capo della Chiesa cattolica «Leone» – ha insistito il presidente americano – «dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un Grande Papa, anziché un politico. Questo comportamento gli sta arrecando un danno gravissimo e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la chiesa cattolica!»

La risposta del pontefice è stata ferma e serena. Ai giornalisti che gliela chiedevano, ha detto semplicemente: «Non ho paura dell’amministrazione Trump, o di proclamare a voce alta il messaggio del Vangelo».

Anche in passato si erano registrate forti divergenze tra il governo americano e la Santa Sede, in particolare con Giovanni Paolo II e Francesco, sulla valutazione delle conseguenze umane ed ecologiche del capitalismo, sulle politiche migratorie e  sul ricorso alla guerra, ma erano comunque rimaste sottotraccia. Ora, invece, sono esplose in modo dirompente e, malgrado gli sforzi del segretario di Stato americano e dello stesso Vaticano per sdrammatizzarle, hanno assunto una portata che non sembra esagerato definire epocale .

Il papa contro la tesi della “guerra santa”

Le ultime, esplicite, battute del presidente americano sono state, peraltro, il punto d’arrivo di una tensione che, come abbiamo visto, risale all’invito di papa Leone, in occasione dell’aggressione al Venezuela, a «garantire la sovranità del paese», e che ha raggiunto il suo culmine in queste ultime settimane. Già il 7 aprile, di fronte alla minaccia di Trump di cancellare l’Iran, riportandolo «all’età della pietra» – «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più. Non voglio che accada, ma probabilmente accadrà» – , il papa aveva commentato: «Oggi come tutti sappiamo c’è stata anche questa minaccia contro tutto il popolo dell’Iran e questo veramente non è accettabile. Qui ci sono questioni certamente di diritto internazionale, ma molto di più: una questione morale per il bene del popolo intero»  

E l’11 aprile, alla veglia di preghiera per la pace, Leone aveva denunciato il «delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. (…) Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro».

E aveva aggiunto espressioni che decisamente sembravano riferite allo stile pubblico del presidente americano: «Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio. Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!»

Nello stesso discorso papa Leone aveva detto: «Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita». Un chiaro richiamo alle conferenze stampa che il Segretario alla Guerra (non più come prima di Trump, alla Difesa) Peter Hegseth aveva tenuto regolarmente per fare il punto sulla «guerra preventiva» scatenata da Trump contro l’Iran, caratterizzate dall’insistenza sulla dimensione religiosa: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…». E ancora: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione….».

A cui il papa, nella sua omelia della domenica delle Palme, aveva indirettamente risposto, commentando l’ingresso di Gesù a Gerusalemme su un umile asinello, invece che su un cavallo di guerra: «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”».

Insomma, oggi la Santa Sede è forse l’unico soggetto che si pone autorevolmente come alternativa alla politica della maggiore potenza mondiale. E l’attacco mossogli da Trump è la risposta.

La forza di un nome

Molti si sono stupiti di questo scontro tra il primo pontefice statunitense e un presidente eletto con il sostegno di gran parte dell’elettorato cattolico, che ha visto in lui il difensore di valori minacciati dalla cultura woke su temi come quello  dell’aborto e del gender. Tanto più data l’immagine di riservatezza, perfino di modestia, che questo papa all’inizio sembrava rappresentare, a fronte dell’indubbio carisma e della brillante comunicativa del suo predecessore argentino.

È come se la vera statura di Prevost si stesse manifestando in questa circostanza, valorizzando la carica simbolica del nome da lui scelto. Un nome che quando, un anno fa, il nuovo pontefice si presentò al balcone di San Pietro, tutti misero in rapporto con il papa della Rerum Novarum, Leone XIII. Nessuno – nemmeno lui – poteva immaginare che il collegamento più appropriato sarebbe stato piuttosto al papa che per primo si è chiamato Leone, passato alla storia come “Magno”, “il grande”.

Un pontefice la cui figura è rimasta impressa nell’immaginario collettivo come quella dell’inerme potere spirituale che riesce a fermare la violenza senza limiti né regole, impersonata da Attila, re degli Unni, un popolo nomade, proveniente dalle steppe asiatiche, che nel V secolo sembrò per un momento travolgere la civiltà romana, già in via di trasformazione sotto l’influsso del cristianesimo. Nel 452 Attila invase l’Italia, conquistando e saccheggiando Aquileia, Padova, Milano e muovendo su Roma, dove la popolazione ne attendeva atterrita l’arrivo.

Nella latitanza del potere imperiale – impersonato dal debole Valentiniano III – gli andò incontro una delegazione guidata proprio da papa Leone, considerato un punto di riferimento, al di là della sfera strettamente religiosa, anche in quella civile e politica. È probabile che l’ambasceria abbia puntato, per convincere il barbaro, soprattutto sull’offerta di una ingente quantità di oro. Ma la leggenda dice che Leone lo abbia fermato mostrandogli il crocifisso. Sta di fatto che l’esercito degli Unni tornò indietro e Roma fu salva.

Inevitabile il riferimento allo scontro tra il nostro Leone e l’attuale presidente degli Stati Uniti, sprezzante nei confronti del diritto internazionale e di ogni legge che non sia la sua. Anche Trump, in un certo senso, è un “barbaro” che ha fatto irruzione sulla scena politica imponendo senza scrupoli la sua volontà, devastando le relazioni da ottant’anni vigenti tra le due sponde dell’Atlantico e mettendo in crisi, soprattutto con le sua ultima impresa militare contro l’Iran, gli equilibri dell’economia mondiale. Investiti e bistrattati dalla sua aggressività umorale e spregiudicata, gli organismi internazionali e i governi europei hanno cercato soprattutto di evitare lo scontro.

Emblematica la reazione della nostra presidente del Consiglio di fronte al gravissimo episodio dell’attacco preventivo contro la repubblica iraniana, che pure ha riconosciuto essere al di fuori del diritto internazionale: «Non condivido e non condanno».

Così, a difendere i valori che l’Occidente ha faticosamente messo a fuoco nella sua storia, attingendo alla propria anima cristiana, è rimasto solo il capo della Chiesa cattolica. Con una più chiara consapevolezza – rispetto al tempo di Leone Magno – della distinzione tra il piano della politica e quello della fede, ma anche con la  precisa convinzione che distinzione non vuol dire separazione.

«Noi non siamo politici, non guardiamo alla politica estera con la stessa prospettiva ma come costruttori di pace», ha risposto papa Leone alle accuse di Trump. Ma, al tempo stesso ha rifiutato con fermezza l’idea che la politica non abbia a che vedere con la morale e non c’entri, perciò, con il comando evangelico dell’amore. Che è stata, invece, la tesi proposta dal “cattolico” J. D. Vance a sostegno delle accuse di Trump: «Sarebbe preferibile che il Vaticano si attenesse alle questioni morali e lasciasse al presidente degli Stati Uniti la definizione delle politiche pubbliche».

Il punto di vista della Chiesa cattolica, di cui papa Leone è fedele interprete, è che  «le politiche pubbliche» di uno Stato non possono prescindere dai diritti umani. «Troppa gente sta soffrendo oggi», ha detto Prevost, «troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi in piedi e dire che c’è una via migliore». Ricordando a un Occidente disorientato che una civiltà disposta a «piegare il ginocchio» al «delirio di onnipotenza» dei nuovi barbari, e che non trova alternative valoriali contro «l’idolatria di sé stessi e del denaro», è destinata alla morte.

www.tuttavia.eu

 

 

LA MANIPOLAZIONE DELLE MASSE

 


"I nuovi leader 
e la manipolazione
 delle masse"

 

La cultura occidentale dominata dalla tecnologia ha dissolto il fenomeno novecentesco studiato da Le Bon e Freud. Nondimeno questa atomizzazione deve tenere conto sempre più del ritorno di padri-primigeni. Da Putin a Trump, da Netanyahu a Khamenei.

Massimo Recalcati 

Il nome di Gustave Le Bon attraversa sotterraneamente tutto il Novecento. In particolare, la sua Psicologia delle folle, pubblicata nel 1895, costituisce infatti uno degli sfondi teorici fondamentali della Psicologia delle masse e analisi dell’Io di Freud. Lo stesso Mussolini riconobbe apertamente il proprio debito nei confronti di quel testo cogliendo nella sua riflessione una chiave decisiva per comprendere la forza politico-emotiva della massa. L’intuizione principale di Le Bon consiste nel pensare alla massa non come alla somma di individui ma come un vero e proprio fenomeno collettivo. 

La massa cancella innanzitutto le individualità singolari offrendo loro l’illusione di un’appartenenza che le libererebbe dall’angoscia che comporta la responsabilità soggettiva. Non a caso Le Bon evidenzia il carattere fondamentalmente regressivo della massa: le pulsioni più primordiali (violenza, odio, fanatismo, infatuazione, idolatria emotiva) si possono scatenare senza che vi sia mai un vero responsabile. Al centro non c’è la dimensione etica della scelta individuale perché ogni massa si costituisce per “contagio” abbassando la soglia critica del pensiero per intensificare una spinta all’agire irrazionalmente passionale. La massa assorbe le individualità singolari in un soggetto collettivo acefalo che offre ai suoi membri una identità granitica: la cessione della propria libertà individuale ha come contropartita l’assicurazione di una protezione inscalfibile. Freud ha radicalizzato l’intuizione di Le Bon mostrando come la massa si organizzi sempre attorno a un processo identificatorio inconscio di tipo verticale: per costituirsi essa ha bisogno di un capo, di un leader autoritario, di una figura capace di occupare il posto del “padre primigenio”. È solo questa identificazione a istituire in ultima istanza i legami libidici che uniscono la massa come se fosse un solo grande corpo. Non è sufficiente che gli individui stiano insieme: è necessario che essi amino una sola immagine, un solo capo, che si riconoscano in un unico emblema identitario. 

Nel nostro tempo però la massa non assomiglia più al cemento armato che aveva caratterizzato le grandi masse totalitarie del ’900, non è più un blocco monolitico. 

Assistiamo piuttosto al fenomeno della sua radicale atomizzazione: la massa che si organizza intorno al nuovo potere dei social network non sembra avere più un padrone, un leader al quale identificarsi, un padre primigenio a proprio fondamento. Il cemento armato che istituiva la massa novecentesca lascia il posto a uno sciame ondivago. La dispersione rizomatica prevale sulla concentrazione identitaria. I social network rappresentano il laboratorio più evidente di questa metamorfosi: la folla digitale non possiede più necessariamente un centro stabile ma si dispiega attraverso propagazioni rapide, identificazioni intermittenti, esplosioni emotive improvvise. L’odio collettivo può condensarsi per qualche giorno attorno a un bersaglio per poi disperdersi immediatamente verso un nuovo oggetto. La cultura occidentale dominata dalle nuove tecnologie ha dissolto il fenomeno novecentesco della massa come una entità compatta studiato da Le Bon e da Freud. Nondimeno, questa atomizzazione della massa contemporanea deve tenere conto sempre più del ritorno di padri-primigeni, di leader ordalici (Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei) che pretenderebbero di rianimare la vecchia massa identitaria

Da una parte abbiamo allora la massa-sciame che caratterizzerebbe il mondo occidentale nell’epoca del dominio della cultura-social e dall’altra parte la massa identitaria come ritorno dello spettro totalitario. Il fenomeno della guerra non può, infatti, essere concepito a partire dall’atomizzazione della massa ma solo dal suo compattamento identitario. Si tratta di una medesima spinta a ricompattare l’angoscia collettiva attorno a immagini forti di identità, nazione, nemico, appartenenza. Siamo dunque davanti a due fenomeni che sembrano antagonisti: da una parte la massa-sciame della cultura digitale occidentale, dall’altra il ritorno della massa identitaria organizzata attorno a leader ordalici. In realtà questi due fenomeni non si escludono: l’atomizzazione neoliberale della massa produce infatti soggetti sempre più esposti all’angoscia, alla precarietà e alla solitudine. Ed è proprio questa fragilità diffusa a rendere possibile il ritorno pulsionale di identificazioni solide. Quanto più il soggetto si sente disperso, tanto più desidera un’identità rigida in grado di proteggerlo dall’incertezza. 

Nell’Europa dominata dall’individualismo neoliberale, dall’impero della cultura digitale, dunque dall’atomizzazione rizomatica delle masse, la necessità del riarmo — provocata dall’attuale destabilizzazione dell’ordine geopolitico — appare a molti come un ritorno spettrale del passato. La guerra richiede sempre una costruzione dell’identità collettiva alla quale deve corrispondere l’individuazione di un nemico altrettanto stabile che consenta una saldatura emotiva capace di convertire l’angoscia individuale in una appartenenza fusionale.

La Repubblica 

Alzogliocchiversoilcielo

 

DONNE E PATRIARCATO

 

 "Se il patriarcato biblico torna di moda"

In gergo giornalistico li chiamano «titoli civetta» perché devono attirare l’attenzione e spingerti a leggere l’articolo intero. È questo l’effetto che mi ha fatto il tiolo di un pezzo uscito pochi giorni fa su Il Post: «Una famiglia, un voto: quello del marito» (bit.ly/3QIJk3h). Per noi che, in Italia, celebriamo quest’anno l’80° anniversario dell’introduzione del suffragio universale, un titolo così non passa facilmente inosservato.

di Marinella Perroni 


Nel nostro paese le donne hanno votato per la prima volta alle elezioni amministrative del marzo 1946 e, poco dopo, al referendum istituzionale e per l’Assemblea costituente del 2 giugno. Anche se noi donne sappiamo bene che la nostra storia ha sempre avuto un andamento carsico, difficile pensare che in questo nostro paese si possa tornare indietro da quel punto di non ritorno che è l’esercizio del suffragio universale. 

 La sfida della King’s Way Reformed Church 

 E, in effetti, l’articolo in questione si riferisce a una piccola Chiesa riformata di Prescott in Arizona – la King’s Way Reformed Church, fondata solo pochi anni fa da un pastore quarantenne –, che riunisce poco più di un centinaio di persone. Si può a buon diritto ritenere, perciò, che si tratti di stravaganza americana di ben poco interesse per chi ormai da 80 anni vede le donne esercitare il diritto di voto sia attivo sia passivo ed essere inserite a pieno titolo nel tessuto della vita politica del proprio paese. 

 E invece, due cose non sono affatto da sottovalutare. La prima viene messa in luce dall’articolo stesso: «Nuove famiglie costantemente si uniscono ogni anno alla Chiesa di Prescott e il suo pastore, Dale Partridge, ha un ampio seguito sui social media, prende parola di frequente contro le femministe o le persone LGBTQ+, parla dell’immigrazione come di un «suicidio nazionale», dice che l’islam o l’induismo sono «demoniaci» e, soprattutto, predica il ritorno al «patriarcato biblico», cioè a un patriarcato giustificato dal volere di Dio, che come parte dell’ordine da lui creato avrebbe stabilito ruoli di genere distinti e gerarchici per l’uomo e la donna”. 

 Si tratta di una proposta promossa dagli attivisti di estrema destra nella «maschiosfera», ma rilanciata, tra gli altri, perfino dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth

 Sappiamo bene che la breccia che ha consentito alla rivoluzione femminista di penetrare anche nelle Chiese è stata proprio una nuova interpretazione del testo biblico: alla fine del XIX secolo e all’interno della battaglia per il riconoscimento del diritto di voto alle donneElizabeth Cady Stanton (1815-1902) e il suo gruppo di suffragette avevano capito molto bene che solo una seria revisione dell’interpretazione biblica avrebbe potuto favorire il sovvertimento sociale legato al suffragio universale, senza che questo comportasse però la messa in discussione delle radici cristiane della società statunitense. 

 L’assetto patriarcale delle nostre società occidentali, infatti, molto deve al patriarcato biblico sul quale ha trovato fondamento e dal quale ha ricevuto legittimazione. Sappiamo bene del resto che, se letto a-criticamente, il testo biblico consente di motivare qualsiasi nefandezza in nome di Dio, fino al genocidio di interi popoli. 

 Grande è la responsabilità del fondamentalismo biblico ebraico e cristiano nell’attuale disordine mondiale e nella crescente messa in discussione, perfino nelle democrazie occidentali, di quei diritti delle donne e delle minoranze LGBTQ+ che sembravano ormai acquisiti. 

 Un compito per i cattolici: il rapporto tra sesso e potere 

 La seconda cosa da non sottovalutare è che la Chiesa cattolica, soprattutto in Italia, è ancora quanto mai in ritardo nel confrontarsi seriamente e a tutto campo con temi e problemi che hanno a che fare con la sessuazione umana, si tratti dell’esercizio della sessualità o dei ruoli di genere. 

 Dato che il controllo della sessualità è strettamente connesso con l’esercizio del potere, noi credenti non possiamo che essere grati a George Orwell per averci attestato, con il suo romanzo 1984, che il «grande fratello» che tiene sotto controllo l’intera vita degli uomini e delle donne che appartengono a una collettività, anche quella che si svolge nell’intimità di una camera da letto, non sono soltanto regimi religiosi d’ogni tipo, ma anche poteri politici a pretesa totalitaria. 

 Per questo, sempre più le donne dovrebbero essere attente alla valenza politica del rapporto sesso-potere. Ben sapendo che il termine «sesso» rimanda a un intreccio di dimensioni e di possibilità che decidono della qualità della vita umana di un individuo o di una collettività. Un intreccio in cui la dimensione politica dei corpi come quella dei rapporti riceve spesso poca attenzione ed è, invece, quanto mai decisiva. 

 In contesti democratici, il legame tra differenze sessuali e accesso ai diritti è criterio e metro di misura della qualità valoriale della vita sul piano ideologico-politico e socio-religioso nonché morale e spirituale di una società come di una Chiesa

 La proposta della King’s Way Reformed Church, allora, deve far riflettere seriamente: va considerata, più che una stravaganza, un appello alla vigilanza. 

 Fonte: Il Regno delle donne



 

 

mercoledì 6 maggio 2026

LE BUONE MANIERE

 

LA BUONA EDUCAZIONE


 Sono pochissime le cose che, sin da bambina, mi fanno “andare di matta” , ovvero , non tollero , mi agitano, è più forte di me, non ve lo so spiegare, è qualcosa che va a ledere la mia sfera psichica, non lo faccio per male!!! Quali sono? Il fiato che puzza di alcol e fumo ed i rumori prodotti con bocca e naso che si sa, non sono strumenti musicali !

I denti che battono come fossero nacchere, le dentiere traballanti, le labbra che battono, le tirate fra naso e gola e gli “sgracchi” di cui sinceramente, non so il nome in italiano, mi mettono davvero in condizioni di perdere il mio self control ed anche in situazioni particolari, di uscire al naturale manifestando il mio malessere. Non gli starnuti e la tosse che si capisce bene non sono dati dalla propria volontà. Si deve essere tolleranti verso il prossimo, lo so! Ma si può e si deve davvero tollerare sempre tutto? Quanto la nostra psiche viene messa a dura prova e rischia di esplodere o implodere se si cerca di tollerare tutto? 

La vita ci obbliga ad un controllo continuo e costante, questo è un esercizio che in taluni casi può diventare stressogeno e dunque, anche pericoloso, per se stessi e per gli altri. Sono in treno e nel posto davanti a me, si è appena venuto a sedere un uomo che come prima cosa, senza neppure salutare e con poca anzi nulla gentilezza mi sollecita a togliere lo zaino da quello che sarebbe dovuto essere il suo posto.

 Tolto zaino e fatto spazio nel tavolino, il tizio si siede…e da quell’istante per me, diventa quasi impossibile restare in quel posto…toglierei il quasi! quel tipo alle 10:30 del mattino, puzza terribilmente di fumo misto ad alcol! Non ce la posso fare, non ce la posso fare! Non ce la posso fare!!!Cerco una boccetta di profumo, niente!

Cerco una salvietta imbevuta, niente! Non ce la posso fare!!!…gli e lo dico? …nooo! Prendo tutto e mi sposto? Li per lì mi sembra male, non è delicato, ma mi basta un secondo ed uno sguardo per prendere la mia decisione… mi sposto!!! D’altronde lui è stato forse delicato? Ed è forse delicato puzzare di alcol di prima mattina? No! Dirglielo non è il caso, ma andarsene si! Lui si è allungato le gambe, io mi sono allontanata dal fetore, nessuno si è dispiaciuto, con gentilezza non ho tollerato. 

Perché se poi ci pensate, tante volte tollerare vuol dire subire e subire crea sofferenza, probabilmente in passato si era più predisposti alla sopportazione, nella nostra era nelle nostre vite, è divenuto sempre più difficile ed il suo limite, probabilmente è stato superato!sappiamo distinguere cosa sopportare e cosa no e seppur non sempre, sappiamo agire di conseguenza, onde evitare di foraggiare quando non si arriva agli estremi, le aziende di tranquillanti.

 Il rumore di chi batte denti o dentiera come fossero nacchere, o di chi succhia il brodo o qualsiasi altro cibo come se fosse un’aspirapolvere, perché il cucchiaio o la forchetta per qualche arcano motivo non li può avvicinare alla bocca facendo entrare il cibo che invece deve essere risucchiato da lontano o di chi tira su dal naso in continuazione, proprio non lo riesco a tollerare…divento nevrotica, rispondo male, mi si contorcono le giunture, mi si accavallano i nervi, mi si tirano i muscoli, insomma sto male non solo psicologicamente ma anche fisicamente e siccome alzarsi da tavola in taluni casi non si può e siccome in tanti pur sapendo di far rumori continuano imperterriti, un po’ per problemi ai denti, un po’ per strafottenza , ho deciso, c’è un’unica soluzione…per non dispiacere nessuno ed evitare di urlare o di mandare all’aria tutta la tavola apparecchiata , serve utilizzare i tappi per le orecchie!!

Certo bisognerà star attenti ai labiali per non far capire di aver precluso momentaneamente la capacità uditiva e avere i capelli lunghi per non far percepire nulla, non è cosa facile ma evita possibili azioni violente e “male parole”. 

Ahi ahi ahi!!! Che si deve fare per proteggere la quiete familiare e le amicizie quando questi “musicisti” non capiscono! Ed il problema, non è la vecchiaia!!! Di rumorosi ce n’è di ogni età! 

Anche bambini che mangiano a bocca aperta battendo le labbra… ma che bisogno c’è??? Sono una persona estremamente tollerante, ma certe cose, davvero non le capisco! Ho conosciuto persone che seppur facendo due docce al giorno, puzzavano come capre! Mi trattenevo, stavo male in loro compagnia, ma non avevano alcuna colpa, secernevano odori nauseabondi senza neppure accorgersene, cosa ben diversa dalla puzza di fumo e alcol e cosa ben diversa dal mangiare come cagnolini.

 Insomma, penso che nelle scuole si dovrebbe inserire una nuova materia a partire dalle elementari, o forse addirittura dall’asilo, una materia che contempli le sane abitudini e lo stare a tavola sapendo mangiare…e ricordando sempre che se fai l’aspirapolvere, rischi di affogarti e costringi chi ti sta vicino a prenderti a pacche sulla schiena per stappare l’esofago e siccome ne approfitta per sfogarsi può continuare “a dartele”anche oltre la “stuppata”!!!

  Il Punto |

Luisa La Colla, classe 74, architetto libero professionista da sempre impegnata nella politica rivestendo ruoli istituzionali e nell’associazionismo. Ha fatto teatro, si occupa di organizzazione di mostre e convegni, nonché di comunicazione per Federsanità Anci Calabria. È assistente al Comitato Europeo delle Regioni, la notte crea gioielli, lavora in Rinascente, ama l’arte e la bellezza 
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