martedì 26 maggio 2026

IRC - COR AD COR LOQUITUR

 


Don Gastaldi: l’insegnamento dell’ora di religione è confronto

Intervista a don Alberto Gastaldi, responsabile del Servizio Nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica

-di Simone Baroncia

“Sant’Agostino scriveva: “L’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti [o Dio]. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te…” Lui parlava di una ricerca interiore alla quale da sempre sono legate, nell’essere umano, le grandi domande del vivere, il rapporto con Dio, con il creato e con gli altri, per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere pace, per rinnovare la società e per colmarne le contraddizioni”: con una citazione da ‘Le Confessioni’ di sant’Agostino papa Leone XIV aveva accolto, a fine aprile gli insegnanti di religione, che partecipavano al terzo meeting nazionale, svoltosi a fine aprile.

L’evento si era articolato in due momenti con un convegno aperto ai direttori diocesani ed ad una rappresentanza di insegnanti, con la partecipazione di circa 370 persone e l’udienza di papa Leone XIV a circa 6.000 insegnanti di religione cattolica, sul tema “Il cuore parla al cuore. L’Irc laboratorio di cultura e dialogo”, che ha ripreso la frase di san John Henry Newman (cor ad cor loquitur), proclamato patrono del mondo educativo.

Il meeting era stato aperto con un confronto tra dibattito tra il prof. Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, collegatosi via web, ed il presidente della CEI, card. Matteo Zuppi: “Il Santo Padre Leone XIV ha ricordato recentemente che possiamo conoscere molto del mondo, ma ignorare la nostra vita interiore, ed in un mondo in cui si afferma sempre di più la presenza dell’intelligenza artificiale e l’isolamento dovuto all’uso di dispositivi come il cellulare, curare la propria dimensione intima appare sempre più urgente. Così come urgente è alimentare quella pace disarmata e disarmante, invocata dal papa, che deve trovare proprio nella scuola il suo primo compimento naturale”.

Uno stimolo alla spiritualità e al rapporto empatico con l’altro che è stato rilanciato dallo stesso Ministro per trasformare la scuola in un “generatore d’incontro con l’altro. In questo senso assume una decisiva importanza il ruolo dei docenti di religione cattolica. Perché la scuola ha bisogno di sapersi confrontare con le ansie, le preoccupazioni, il desiderio di trascendenza che i ragazzi spesso manifestano”. “Anche per questo”, ha concluso il Ministro Valditara, “occorre dare nuova dignità a chi svolge una funzione fondamentale che deve trovare una sponda salda sia sul versante della famiglia che su quello della società”.

L’invito finale del presidente della CEI è stato quello di “saper raccogliere il ruolo importantissimo, come persone e come docenti, di essere un capitale di relazioni. Insegnando ai ragazzi di usare i mezzi tecnologici attuali, senza esserne usati”.

Ritenendo importante tale meeting per l’educazione di studenti e studentesse abbiamo chiesto a don Alberto Gastaldi, responsabile del Servizio Nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) e direttore dell’UNESU (Ufficio Nazionale per l’Educazione della Scuola e l’Università), di spiegarci il motivo per cui l’IRC è un laboratorio di cultura e di dialogo: 

“Come sottolineano i vescovi nella recente Nota sull’IRC, è un luogo di confronto, di convivenza e integrazione, in cui le differenze possono dialogare e crescere insieme, alimentando una cultura della pace e della fraternità. In questo senso, può essere definito un laboratorio: è uno spazio di libertà che ha il compito educativo di decostruire i pregiudizi e costruire ponti, dove si impara a riconoscere l’altro non come minaccia, ma come mistero da accogliere”.

In quale modo il cuore può parlare al cuore?

“Il cuore può parlare al cuore quando una persona riesce a comunicare in modo autentico e profondo con l’altro. Nel percorso educativo il riferimento al cuore emerge nel suo significato biblico come centro dell’esistenza umana, non solo quale sede delle emozioni come spesso viene oggi concepito. E’ il nucleo dell’interiorità da cui scaturiscono pensieri, decisioni e sentimenti per orientare la propria vita. E gli insegnanti di religione, ogni giorno, sono impegnati ad andare al cuore delle questioni e a parlare al cuore dei ragazzi”.

 Il Papa ha detto che educare richiede pazienza ed amore: a scuola ciò è possibile?

“E’ possibile, ed è doveroso, soprattutto in un tempo segnato da conflitti e linguaggi d’odio. Educare con pazienza e amore significa non imporre risposte preconfezionate, ma stare accanto agli studenti e sostenerli nella crescita. I giovani che si incontrano a scuola portano con sé domande di senso frammentate, ma profondissime. E gli insegnanti di religione sono chiamati a vivere la loro missione accompagnandoli con umiltà e competenza, ascoltando queste domande e aiutandoli nella ricerca di senso”.

Per quale motivo molti studenti scelgono l’ora di religione?

“Rispondo con le parole degli studenti, raccolte in un video realizzato in occasione del Meeting degli insegnanti di religione. Per i ragazzi non è solo una materia: ‘è l’unico momento in cui possiamo davvero riflettere su noi stessi’, durante il quale si può parlare ‘senza avere problemi di essere giudicati o discriminati per ciò che si dice’. Gli studenti apprezzano il fatto di poter affrontare tematiche diverse: il rispetto, la pace, la giustizia riparativa oltre che conoscere figure chiave della storia della Chiesa: da Gesù a don Lorenzo Milani”.

Di contro sono poco ‘attratti’ dalla celebrazione eucaristica: da cosa dipende? 

“L’insegnamento della religione cattolica è una materia scolastica che riguarda lo sviluppo della persona, aprendola alla dimensione religiosa e promuovendo la riflessione sul loro patrimonio di esperienze, contribuendo a rispondere al bisogno di significato degli studenti. La celebrazione eucaristica riguarda invece il percorso di fede di ogni persona che si alimenta attraverso l’ascolto del Vangelo, la partecipazione ai sacramenti e le opere di carità”.

Cosa è Ora Libera’, disponibile e gratuita, che fornisce una selezione di notizie riguardanti temi d’attualità?

“Ora Libera vuole essere un luogo informale ma serio, di scambio di esperienze e di contatti, rivolto principalmente agli insegnanti di religione, ma dedicato a docenti, educatori, responsabili di associazioni che vedono nell’informazione uno strumento per riflettere e mettere in dialogo le generazioni. Si tratta di una newsletter realizzata da Avvenire in collaborazione con il Servizio nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica e l’Ufficio per l’educazione, la scuola e l’università della Cei, che ogni due settimane propone un argomento, lo analizza e lo ‘avvicina’ ai ragazzi, proponendo anche storie che spesso passano inosservate ma che hanno tanto da dire.

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IL FUTURO CHIEDE UMANESIMO

 

L'INNOVAZIONE TECNOLOGICA DA SOLA NON SERVE



-di Mauro Magatti


L’innovazione tecnologica da sola non basta: servono riforme e riorganizzazioni sociali, istituzionali e culturali, capaci di tenere insieme potenzialità e rischi del cambiamento.

Richiamandosi a Leone XIII, la nuova Enciclica di Leone XIV vuole continuare il dialogo con il mondo e camminare accanto all’umanità, alle sue fatiche e alle sue speranze.

Quando nel 1891 fu pubblicata la Rerum Novarum, l’umanità stava entrando nel mondo nuovo della rivoluzione industriale, con le immense potenzialità della tecnica che si accompagnavano a profonde lacerazioni: sfruttamento, disuguaglianze, sradicamento. Leone XIII comprese allora che non era possibile restare spettatori. Occorreva entrare dentro la storia per comprenderla e accompagnarla.

Oggi siamo nel mezzo della trasformazione digitale: l’intelligenza artificiale, le piattaforme, gli algoritmi, i sistemi di automazione e le reti globali stanno cambiando il nostro modo di lavorare, comunicare, apprendere, costruire relazioni e perfino percepire noi stessi. Non cambiano solo i processi economici.

Ѐ l’esperienza umana che si va modificando.

La domanda però resta sempre la stessa: come far sì che la tecnica sia al servizio dell’uomo e non viceversa.

Per comprendere la posta in gioco occorre partire da una premessa: la tecnica non è qualcosa di giustapposto alla condizione umana.

Fin dai primi utensili di pietra, dall’invenzione del fuoco, della scrittura, della ruota, l’uomo ha sempre trasformato il mondo trasformando sé stesso.

Ogni tecnica è una estensione delle capacità umane: amplifica la forza, la memoria, la velocità, la comunicazione.

E più di recente la capacità di elaborazione e decisione.

L’ambivalenza della tecnica

Ma proprio per questo la tecnica possiede una natura ambivalente.

O per meglio dire, è un “farmaco”, che cura e ammala allo stesso tempo.

Guarisce perché risolve problemi e apre possibilità nuove; avvelena perché genera nuove dipendenze e squilibri.

Per questo sbagliano tanto i tecno-ottimisti – che vedono nella tecnologia una promessa automatica di salvezza – quanto i tecnofobici, che vi leggono soltanto una minaccia.

L’errore che li accomuna è la rinuncia allo sforzo di comprendere e alla fatica di costruire.

Ciò che serve è uno sguardo più profondo, capace di abitare il cambiamento senza subirlo. Comprendere il nuovo mondo significa coglierne insieme le potenzialità e i rischi.

Ben sapendo che nessuna trasformazione storica è indolore. La rivoluzione industriale ha richiesto decenni di lotte sociali, nuove istituzioni, nuovi diritti, nuove forme educative.

E così sarà anche con i cambiamenti dei nostri tempi.

L’innovazione tecnologica da sola non basta.

Servono riforme e riorganizzazioni a livello sociale, istituzionale, culturale.

E di questo non si occuperanno le grandi società del tech.   Sarà compito di ognuno di noi.

La storia dimostra che il processo attraverso cui una società riesce a raccogliere i frutti di un cambiamento tecnologico è lungo e faticoso.

Passa attraverso errori, correzioni, conflitti e apprendimenti collettivi. Pensare che il progresso si produca spontaneamente è un’illusione pericolosa.

Per non perdere la strada, il punto di riferimento cardinale resta l’uomo. Tutto l’uomo e tutti gli uomini.

Tutto l’uomo significa riconoscere che l’essere umano non è soltanto produttore, consumatore o utilizzatore di dati.

È corpo e mente, ragione e affettività, desiderio e relazione, libertà e fragilità, capacità tecnica e ricerca di senso.

Ridurre la persona a una sola dimensione significa impoverirla.

Ma occorre anche dire: tutti gli uomini.

Perché ogni rivoluzione tecnologica produce inevitabilmente nuove disuguaglianze.

C’è chi corre avanti e chi resta indietro.

Ci sono coloro che possiedono competenze, risorse e strumenti e coloro che rischiano di essere esclusi.

Ci sono nuove forme di concentrazione del potere e nuove marginalità.

L’attenzione agli ultimi non nasce da una logica assistenziale; nasce dalla consapevolezza che una società si spezza quando una parte dei suoi membri viene ridotta a scarto.

Per accompagnare questo cambio d’epoca, Leone XIV offre al mondo la sua prima enciclica, che verrà presentata dal Papa stesso domani. Può sembrare poco nel tempo della velocità digitale.

L’abbondanza comunicativa

Eppure, è un passo di grande saggezza. Perché oggi ciò che rischiamo di perdere è proprio la fiducia nella parola.

Viviamo immersi in un flusso continuo di messaggi, immagini, commenti, contenuti prodotti in quantità crescente.

Ma l’abbondanza comunicativa rischia di produrre solo rumore, confusione e, alla fine, disorientamento.

Per questo un testo che inviti alla riflessione, che tracci una rotta e cerchi di tenere insieme esperienza, ragione e speranza è prezioso: la parola può ancora creare legame, aprire comprensione, costruire futuro.

Richiamandosi come preannunciato dallo stesso Pontefice a Leone XIII - e sicuramente in continuità con l’opera di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco - la nuova enciclica sarà uno strumento per continuare il dialogo con il mondo come il Concilio vaticano II ha tanto raccomandato.

Perché non tratta di porsi né sopra né contro la storia.

Ma di camminare accanto all’umanità, alle sue fatiche e alle sue paure. Ai suoi errori e alle sue speranze. Alla sua capacità di immaginare e costruire mondi nuovi.

Accanto, cioè, a questa magnifica umanità che siamo.

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UMANITA' DA MAGNIFICARE

 


LETTERA D’AMORE


 E LODE 


DEL CREATORE


 E 

DEL LIMITE


-di LUIGINO BRUNI

Magnifica humanitas è una lettera d’amore che la Chiesa, in papa Leone XIV, scrive all’umanità di oggi. Questo sguardo buono sulle donne e sugli uomini è il primo dono che papa Leone ci fa. La Chiesa, nei suoi tempi luminosi, ha infatti amato il mondo anche con la “carità degli occhi”, guardandolo con fiducia e speranza. Anche il lungo e centrale discorso sull’intelligenza artificiale (IA), incluse le sue profonde e puntuali “avvertenze antropologiche e spirituali per l’uso” si svolge all’interno di questo umanesimo di speranza: «Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità» (2). Non è una enciclica generata dalla paura per il nuovo, non condanna il nostro tempo mettendosi al di fuori di esso, ma sotto lo stesso cielo di tutti, il Papa dà voce alle speranze, alle gioie e alle sane preoccupazioni di tanti. Una enciclica che parla dunque la stessa lingua affettuosa del Concilio Vaticano II. Quindi per capirne il senso, il tono e la raison d’être, occorre accostarla non tanto alla Rerum novarum ma alla Gaudium et spes, l’altra lettera d’amore della Chiesa all’umanità in un altro tempo nuovo e difficile.

Un’enciclica molto bella, necessaria e importante, a tratti davvero magnifica e profetica, che ci svela la teologia insieme al cuore di papa Leone, un testo all’altezza delle più grandi encicliche del passato. L’attendevamo, ma in molte pagine supera le aspettative: «L’aumento delle spese militari viene presentato come unica risposta a un futuro incerto o a minacce percepite, mentre il costo reale grava sui più poveri» (204). Il titolo, come in molte encicliche, è sintesi e cuore di tutto il testo: l’umanità è magnifica, e tutti gli appelli che le rivolge sono tesi alla custodia di questa preziosa magnificenza. Parla poco, è vero, delle sfide legate alle creature non umane, perché, semplicemente, a papa Leone, nel tempo del transumanesimo e del postumanesimo, oggi preme l’umano, gli sta a cuore sottolineare la bellezza e la grandezza dell’Adam. «Eppure lo hai fatto di poco inferiore a Dio ( Elohim) » ( Sal 8,5), una distanza teologica che questa enciclica riduce ulteriormente, non perché abbassi gli Elohim ma perché innalza gli uomini e le donne.

Sussidiarietà

E quando ci presenta le sfide dell’IA vista con lo sguardo perfetto del principio di sussidiarietà, papa Leone continua l’elogio dell’Adam, del valore delle sue parole umane perché immagine di quella Parola che dalla Trinità volle farsi uomo: «Quando la parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza. L’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa » (100). Ci sono dimensioni del lavoro, persino del lavoro di cura, che possono essere ben affiancate dall’IA (e lo vediamo); ma ce ne sono altre decisive dove la sostituzione della parola, del volto, delle mani e del cuore degli umani produce semplicemente disvalore e disumanesimo.

Si parla molto di lavoro nella Magnifica humanitas: la parola “Gesù” ricorre nove volte, Cristo trenta, “lavoro” settantuno, a ricordarci che quel Logos era stato carpentiere. Nelle relazioni umane decisive la parola e il cuore umano non possono, non devono, avere sostituti perfetti, e se lo facciamo sviliamo noi stessi, il nostro lavoro, la nostra magnificenza. Allora quando un direttore deve licenziare un lavoratore, anche se fa ricorso agli algoritmi, alla fine, nell’ultimo miglio, deve entrare in gioco la sua parola umana, parlare con quel lavoratore, deve metterci la faccia e l’anima, con tutti i suoi limiti e imperfezioni. Non a caso alla “lode del limite” sono dedicate le pagine forse più poetiche: «Dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (118), perché «è proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento» (119). 

L’IA riduce i costi cognitivi, semplifica la complessità: ma l’homo sapiens non ama sempre le riduzioni dei tempi e dei costi, perché spesso ci piace partecipare ai processi, ci piacciono le vie più lunghe e lente per tornare a casa perché vogliamo guardare alberi e fiori. L’IA può crearci un agente che imiti perfettamente il san Francesco di ieri, ma non può creare nuovi san Francesco e Leopardi oggi, che sono ciò di cui abbiamo un bisogno infinito per vivere bene. Perché gli algoritmi e le macchine non riusciranno a soddisfare la dimensione essenziale della felicità umana, quella di desiderare di essere desiderati da esseri umani. Siamo un desiderio desiderante altri desideri, soltanto umani – i desideri più piccoli ci servono ma non ci bastano: solo l’Adam è l’ultimo piolo della scala della terra che può toccare il paradiso.

Dialogo

Il dialogo che papa Leone pone tra l’universo dell’IA e il principio di sussidiarietà, è allora altamente fecondo. Per come si sta sviluppando, l’IA è anti-sussidiaria, perché è concentrata in pochissimi giganti economico- finanziari, e perché in essa non c’è vera biodiversità. Le intelligenze umane, invece, sono tante quante sono le persone, e nessuna somma di intelligenze umane è superiore in dignità all’intelligenza di una singola persona. La democrazia, e in essa i mercati civili, funzionano aggregando miliardi di intelligenze diffuse in un mirabile processo cognitivo dal basso, e nel momento in cui qualcuno pensasse che milioni di intelligenze umane abbiano più dignità di una sola, la democrazia muore: «La sussidiarietà chiede che tali processi non si impongano dall’alto in modo opaco e unilaterale» (71). Infine, la lettera di Leone XIV si svolge seguendo due fili biblici, uno buio e l’altro luminoso: la torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme da parte di Neemia. Una costruzione sbagliata e una giusta. Neemia (Ne 1-2) sente una chiamata a tornare a Gerusalemme, per ricostruirla: «Ricostruire oggi significa riconoscere che … esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, … far crescere giustizia e fraternità » (10). Il fondatore di Babele è invece Nimrod, che «fu il primo a divenire potente sulla terra» (Gen 10,8). Babele è dunque un grande insegnamento sul potere e sugli imperi, e sulla loro corruzione intrinseca. Sia i ricostruttori con Neemia sia quelli di Babele erano lavoratori, in entrambi c’era azione collettiva, una comunità di lavoro. Ogni giorno, da millenni, la storia è un intreccio di lavoratori che costruiscono Babele e di lavoratori che edificano arche e ricostruiscono città.

La sindrome di Babele

Nella Bibbia, Babele viene dopo il diluvio e l’arca di Noè. La «sindrome di Babele» (10) arriva puntuale quando si è usciti da diluvi (globalizzazione, guerre…) o se ne temono altri, e la tentazione di costruire mura sbagliate diventa molto forte: «Molti e molti anni furono dedicati alla costruzione della torre. Agli occhi dei costruttori un mattone divenne allora più prezioso di un essere umano; se un uomo precipitava e moriva nessuno vi badava, ma se cadeva un mattone tutti piangevano. Alle donne incinte non permettevano di interrompere il lavoro nemmeno per le doglie: partorivano forgiando mattoni» (Louis Ginzberg, Le leggende degli ebrei). 

In questo tempo di grande e nuova sofferenza, Magnifica humanitas accresce la gratitudine per la Chiesa e per papa Leone, ed è un grande dono per tutti coloro che continuano a sperare e a credere che l’umanità, nonostante tutto, sia magnifica. 

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lunedì 25 maggio 2026

MAGNIFICA HUMANITAS


*Con la presentazione di stamane dell'Encilcica di papa Leone XIV comincia il dibattito sull'IA*

Una presentazione stamane, nell'aula del Sinodo in Vaticano, che ha coinvolto diverse voci: dai cardinali alle menti dell'IA


-di Antonio Tarallo

Evento singolare, se non unico, quello di stamane nell'aula del Sinodo in Vaticano: la presentazione dell'Enciclica di papa Leone XIV, documento atteso, in cui il pontefice ha voluto concentrare l'attenzione della Chiesa su un tema ormai sulla bocca di tutti, l'IA, ossia l'intelligenza artificiale. Una presentazione alla quale lo stesso papa Leone XIV ha voluto partecipare con un intervento. Già nella prima mattina, tanti gli editoriali e le parole su questo documento che reca la firma del pontefice, la sua prima Enciclica. Desta attenzione mediatica, e per gli esperti delle “cose” vaticane. 

 Una presentazione ricca di interventi che si sono alternati attorno alle pagine del documento pontificio. Sono stati tre, i cardinali, che hanno “illustrato” le parole del papa: il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, per primo; poi i cardinali Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, e Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. Parolin nel ruolo di moderatore di questo evento che potrebbe considerarsi “a tutti gli effetti” una tavola rotonda. Ma prima di questa, lo stesso porporato si è soffermato inevitabilmente sulla “transizione digitale”, nella quale “come in un prisma” convergono diversi temi del nostro oggi come la dignità della persona, il lavoro, la libertà, la qualità dei legami sociali, la pace, la giustizia, la responsabilità verso la casa comune. Una relazione, quella di Parolin, che ha sottolineato l'importanza dell'attenzione della Chiesa sui temi che l'Enciclica ha presentato. Si sta evolvendo e sta vendendo una sua “rinascita” la Dottrina sociale della Chiesa. 

 Su tre parole si è snodato, invece, l'intervento del cardinale Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale: “Ingegno, coscienza e cura”. L'IA “è un cantiere”, ha detto il porporato e questa “può sostenere la cura della nostra casa comune e servire lo sviluppo dei popoli”. Ma, allo stesso tempo, “può concentrare il potere, esacerbare le disuguaglianze e lasciare indietro coloro che si trovano già ai margini”. Bisogna, dunque, stare attenti da queste possibili nocive direzioni.  

Una lettura sul presente è stata invece presentata dal cardinale Fernández: guarda all'umanità ferita da guerre e odii. Ha parlato di nuove forme di schiavitù, da cinismo e crudeltà. A questa crudeltà - dice il prefetto del Dicastero per la Cultura - è necessario rispondere anche con la bellezza, come la stessa enciclica ricorda. Come alcuni nomi che hanno fatto la santità: si pensi solamente a quello di madre Teresa di Calcutta, fra tutte. Ma non solo: altri nomi, quelli di Dorothy Day, Marie Curie, Elisabeth Elliot. E tanti altri. Assieme ai loro nomi che hanno umanizzato l'umanità ci sono quelli “ignoti”, quelli che affrontano la vita ogni giorno con tenacia e perseveranza, con amore: sono le persone “comuni” che si adoperano per il bene della civiltà.

 E poi, gli esperti del campo. Tutti nomi autorevoli del mondo delle nuove tecnologie sono intervenuti stamane alla presentazione della prima enciclica di Leone XIV. Nomi che hanno dietro le spalle un passato di studio e sul campo delle nuove tecnologie: un apporto interessante che ha reso la mattinata un vero e proprio convegno non solo sulla stessa enciclica ma sul vasto ventaglio di proposte che l'IA serba per il futuro. 

 I nomi, dunque, portatori di esperienze: Christopher Olah, cofondatore di "Anthropic" e responsabile della ricerca sull'interpretabilità dell'IA; Anna Rowlands, professoressa di Teologia politica, Dottrina sociale della Chiesa ed Etica teologica delle migrazioni umane presso il Dipartimento di Teologia e Religione della Durham University, in Inghilterra; Leocadie Lushombo, professoressa di Teologia politica e Pensiero sociale cattolico presso la Jesuit School of Theology della Santa Clara University, in California.

 Papa Leone XIV: "Il cristiano non è semplicemente un filantropo, ma persona compassionevole"

Christopher Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile della ricerca sull'interpretabilità dell'IA sull'IA: "E' un po' come dare vita a un personaggio di fantasia. E ora stiamo entrando in un mondo straordinario in cui questi personaggi di fantasia ci parlano, sono attivi, hanno un lavoro". La Lushombo invita soprattutto a non perdere i propri valori umani a causa dell'IA, che rende l'apprendimento transazionale. Questo è uno dei passaggi sottolineati proprio dall'enciclica. La professoressa Rowlands loda l'attività della Chiesa sul tema dell'IA perché è proprio compito della comunità ecclesiale quello di “accompagnare l'umanità mentre si affanna per raggiungere il suo vero bene e di promuovere l'unità”. 

 Voci, volti, esperienze. Tutto in un dibattito, quello di stamane, che sembra divenire preludio di un dibattito ancora più vasto. Capiremo nei prossimi giorni, nei prossimi mesi, nei prossimi anni, cosa avverrà. 

ENCICLICA

(ACI Stampa).

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LA TORTA ODISSEA

 


NON HO L'ETA'




 
a 15 anni è ozioso

 (e cosa serve davvero).


-di Alessandro D’Avenia


Qualche giorno fa abbiamo portato a termine un'odissea: l'Odissea. Abbiamo letto integralmente il poema in classe ad alta voce, e quando ho pronunciato l'ultimo dei 12.110 versi si è levato un applauso e i miei quattordicenni hanno svelato una torta fatta in casa per festeggiare. La «Torta Odissea» è al cacao, a forma a cuore (Itaca), con una «O» al centro, buonissima. Un viaggio inaugurato a settembre: «Ma è un mattone», dissero quando annunciai l'impresa. «Sì - risposi - per costruirci una casa che resiste al tempo, se non volete accontentarvi di rifugi improvvisati dalla dopamina, che verranno spazzati via al primo incontro vero con la vita: il primo lutto, il primo amore, la prima crisi». Abbiamo disposto i banchi a ferro di cavallo e affidato a ciascuno la voce di un personaggio, perché l'unica interpretazione di un testo è proprio la sua «interpretazione», viverlo, eseguirlo, come in musica, tanto più se si tratta di 24 «canti»: 30 minuti ciascuno ad alta voce. Basterebbero 12 ore filate, ma li centelliniamo come un vino pregiato, un (in-)canto a settimana: 24 settimane (noi 23 perché una volta hanno chiesto di leggerne due di seguito, un caso di binge-reading scolastico). Mai avremmo festeggiato con una torta la lettura di un brano antologico, perché festa si fa solo quando si compie un'impresa «memorabile», cioè che rimane. Dove? 

 Dopo aver finito la lettura ho mostrato loro il trailer di «Odissey», l'atteso film di Cristopher Nolan. I ragazzi, oltre ad aver riconosciuto personaggi e episodi, forti della lettura integrale (i libri consunti, pieni di appunti e posti-it per me sono già un voto, e una studentessa ha detto alla madre che la sua Odissea va conservata per bene) hanno notato delle incongruenze. A scuola testiamo soprattutto la capacità mnemonica, dimenticando che l'intelligenza specificamente umana non è un magazzino ma un processo, che ha nell'attenzione la linfa e nella meta-cognizione il frutto: tenuta e capacità di giudicare i propri pensieri/sentimenti, valutare il pensato e il sentito e verificare se corrispondono alla realtà o a pregiudizi, illusioni, automatismi... Non c'è intelligenza senza consapevolezza dei propri pensieri, perché intelligenza (da inter, tra, dentro, e legere, cogliere) è capacità di scegliere. Intelligente non è chi sa più dati sull'Odissea (quella è capacità mnemonica che oggi identifichiamo con l'intelligenza tanto da definire tale quella artificiale), ma chi ha attivato la «modalità» Ulisse: capacità di stare di fronte al caos del reale e decidere, di volta in volta, chi essere e che cosa fare, senza soccombere o lasciarsi manipolare.  

 Un'intelligenza attenta e attiva: osserva, giudica, valuta, discerne, sceglie, inventa, crea...  

Nel poema più volte l'eroe parla a se stesso, mostrando l'unicità umana: abbiamo quella che, metaforicamente, chiamiamo «interiorità» o «profondità», intercapedine tra noi e il mondo, che ci consente di comprenderlo, trasformando il caos in cosmo, l'incompiuto in sfida.  

Di recente si è discusso se leggere Manzoni a 15 anni o dopo, dibattito ozioso perché da sempre siamo noi insegnanti a sapere se e come adattare al tipo di classe e alunni quello che i programmi indicano: siamo postini che devono consegnare lettere proprio al tuo numero (e senso) civico. I quindicenni di quarant'anni fa non erano più intelligenti, ma erano sfidati a diventarlo. Come? Non «abbassando il tiro»: l'arciere per arrivare a segno dirige infatti la mira più in alto. È così anche nell'educazione: solo puntando più in alto si fa centro.  

Per esperienza posso dire che bisogna farlo anche prima. Quando ho iniziato a insegnare, nel 2000, in una scuola media romana, inaugurammo un progetto che dura da allora: «Il classico di classe» (lettura integrale di un'opera in ogni classe). In una, essendo a Roma, scegliemmo l'Eneide. Trasformammo la lettura del poema in un di gioco di ruolo: la classe era divisa in tre gruppi di ricercatori (geografi, antropologi, teologi) a seconda dell'aspetto da indagare. Ho incontrato di recente uno di quegli alunni, quasi quarantenne, che ricorda bene quella lettura, perché la memoria a lungo termine non si attiva con l'interrogazione ma con la densità dell'esperienza vissuta. Chi dimentica un viaggio impegnativo e avventuroso? La vita sentita, anima e corpo, diventa così termine di paragone, metro di giudizio per tutto ciò che si incontrerà in futuro. Per questo sono felice di aver contribuito a realizzare un libro appena uscito: «Il cammino verso la felicità: la Divina Commedia raccontata a mio figlio» (Mondadori). Il viaggio integrale di Dante raccontato da un professore universitario di filologia e paleografia, Paolo Pellegrini (sua una bella biografia dantesca uscita per Einaudi nel 2021), come faceva con i figli piccoli per far capire loro il suo strano lavoro, e illustrato dal bravissimo Fabiano Fiorin. Una Commedia che, in base a livello e sensibilità, si può dar da leggere o leggere insieme a figli e alunni dai 6 ai 13 anni, per cominciare a gustare la più bella storia mai scritta, che comincia proprio quando il suo autore, a 9 anni, vide per la prima volta Beatrice.  

I bambini hanno diritto a storie di qualità, perché le storie sono strumenti di conoscenza di sé e del mondo, necessari a sviluppare un'intelligenza capace di giudicare la verità di ciò che incontrano: dove c'è realtà e dove illusione, perché chi «intellige» (legge dentro) diventa libero. Rinunciare a questo significa lasciare i bambini in balia del più forte: pensieri non pensati, sentimenti non sentiti. La «torta Odissea» mi ha ricordato che un capolavoro è un compleanno dell'umano e dell'umanità, come dice un personaggio dei «Demoni» di Dostoevskij: «Io sono un vecchio superato, e dichiaro solennemente che lo spirito della vita soffia come prima e la forza vitale non è esaurita nei giovani. L’entusiasmo della gioventù contemporanea è puro e luminoso come quello dei nostri tempi. È accaduta solo una cosa: uno spostamento di scopi, la sostituzione di una bellezza con un’altra! Tutto il malinteso sta nel dubbio se sia più bello Shakespeare o un paio di stivali, Raffaello o il petrolio... ma io dichiaro che Shakespeare e Raffaello sono già il vero frutto di tutto il genere umano e, forse, il frutto più alto che mai possa essere! È già stata raggiunta la forma di bellezza senza cui forse non acconsentirei nemmeno a vivere».  

La scuola, dentro o fuori dalle mura, è la «conversazione» tra i «perenni» e i «recenti», i primi rispondono alla domanda dei secondi: come si fa a non morire? Come acconsentire alla vita? Ma per essere davvero «perenni» hanno bisogno di testimoni. Non si tratta di decidere se leggere Manzoni ma di avere adulti che incarnino il romanzo, come aveva intuito nel 1953 Ray Bradbury in Fahrenheit 451, in cui non narrava una civiltà del futuro senza libri, ma descriveva quella in cui, distratti e manipolati, si smette di leggere: la nostra.  

Invece di linee guida sui programmi abbiamo bisogno di una riforma dell'accompagnamento alla lettura dai 6 ai 18 anni. Servono, come nel libro di Bradbury, persone capaci di interpretare i libri ad alta voce, Maestri di Lettura con qualifica drammaturgica, audiolibri viventi. Basterebbe un'ora a settimana, ad alta voce, per 13 anni di scuola (circa 400 ore di lettura per 30 pagine l'ora) per regalare ai nostri ragazzi 12.000 pagine incarnate (un libro da 800 pagine l'anno, o 2 da 400 o 4 da 200...). Ascolto attivo: caccia ai tesori del testo, appunti e domande. Interrogativi, non interrogazioni. Intelligenza carnale, perché la bellezza è passeggera nella mente, ma è immortale nella carne.

Corriere della Sera

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INSEGNANTI CATTOLICI NEL MONDO

-di Giovanni Perrone

IN ROMANIA IL CONVEGNO INTERNAZIONALE SULL'EDUCAZIONE CATTOLICA

Si avvia oggi l’incontro internazionale sull’educazione cattolica nel mondo. Il tema è “Essere insegnanti cattolici nelle diverse realtà del mondo. Sfide e speranze”.

È organizzato dall’UMEC-WUCT e dalla Diocesi di Oradea. Vi partecipano vescovi e insegnanti provenienti da varie diocesi, nazioni e continenti.

L’eparca di Oradea, il vescovo Virgil Bercea, co-organizzatore dell’evento, e il vicario, papas Paul Popa, sostenitori della presenza e dello sviluppo dell’Unione nei paesi orientali, evidenziano l’importanza dell’incontro, occasione di confronto e di progettazione per tutti. “Abbiamo accolto l’invito di Papa Leone, a “disegnare nuove mappe di speranza”, ci dicono. “La presenza di insegnanti cattolici nel mondo, infatti, è segno di speranza per tutti, cristiani e non cristiani. Essere insegnanti cattolici vuol dire impegnarsi nel quotidiano scolastico e sociale a testimoniare i valori del Vangelo, nel rispetto delle varie realtà e culture. Andate e predicate in tutto il mondo, è l’invito di Gesù, nel momento dell’ascensione. Non abbiate paura: Io sono con voi”.

Concorda il presidente dell’UMEC-WUCT, il professore Jan De Groof: “L’insegnante cattolico è chiamato ad essere un cittadino attivo, a dare anima ai saperi scolastici, a farne percorsi di pace, di solidarietà e di dialogo; a prestare attenzione ai più deboli ed emarginati ed essere fecondo punto di riferimento per alunni, famiglie e complesse realtà ove operano”.

De Groof è di ritorno dal recente incontro degli insegnanti cattolici in Africa sulle sfide educative nel vasto continente, organizzato insieme all’Arcivescovo di Kigali (Rwanda), il cardinale Antoine Kambanda e a “l’Institut Pacte Éducatif Africain (IPEA). In Africa l’UMEC-WUCT è da anni impegnata anche, insieme all’UNESCO, a promuovere iniziative di formazione e solidarietà.

L’incontro di Oradea prevede interventi del cardinale Parolin, dell’Arcivescovo di Cambrai, monsignor Dollmann (Assistente ecclesiastico dell’Unione), di rappresentanti delle chiese locali, del Ministero rumeno per l’educazione, di varie Università e scuole, cattoliche laiche, e di delegati per l’educazione di numerose diocesi.

Le giornate di lavoro prevedono anche la partecipazione ad eventi liturgici bizantini, incontri con le scuole di Oradea e visita ai monumenti della città. Il Convegno si concluderà giorno 27.

Immagine: L’apertura dei lavori del Convegno nella Cattedrale di Oradea


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domenica 24 maggio 2026

CARLO PETRINI

 


'Petrini parlava

 la stessa lingua

 di Francesco'

 

Ci mancherà  l’instancabile organizzatore,

 
e l’uomo di cultura capace di elaborare una visione originale 

sul ruolo dell’alimentazione, 

molto prima che questo diventasse un argomento «di moda».
 

di Luigi Ciotti

Persino nel mondo di oggi, in cui molta parte delle nostre attività è mediata dalla tecnologia, nutrirsi è rimasto un gesto che ci mette in relazione diretta e necessaria con la natura. Per questo Carlo aveva capito quanto fosse rilevante la cosa e il come mangiamo. Nell’attenzione verso il cibo, verso la sua qualità e la qualità del rapporto che lega produttori, consumatori e ambiente, ha sintetizzato una visione dell’ecologia integrale come cornice di vita e di senso necessaria per gli esseri umani. 

È in questo comune sentire che ha messo radici l’affinità, poi diventata stretta amicizia, con Papa Francesco. Non a caso gli fu chiesto di elaborare una Guida alla lettura dell’enciclica Laudato Sì, proprio a lui che non era credente, ma credeva profondamente nella missione che aveva scelto, e restava animato dalla fiducia incrollabile di riuscire a convincere e coinvolgere tanti altri. 

«È la gioia di poter credere in un cambiamento rivoluzionario, e in una nuova umanità», scriveva Carlo nel commento al testo del Papa, riconoscendosi in particolare nel suo richiamo «a coltivare e custodire», ripreso dalla Genesi, come «un rimando a qualcosa di antico e di ancestrale, che ci chiede sin dall’inizio dei giorni di vivere con equilibrio la nostra natura più profonda di esseri umani», ma anche come «un impegno rivoluzionario per il futuro». 

«Rivoluzione» era una parola che ritornava spesso nei suoi discorsi, e che in gioventù aveva forse inteso in un senso più letterale, come lo stravolgimento dell’ordine costituito là dove era diventato un ordine oppressivo, fondato sullo sfruttamento dei deboli. Ma era poi maturata in una visione giocata sulla prossimità, la gradualità e l’educazione. Un’aspirazione a cambiare il mondo una zolla di terra dopo l’altra, un contadino, una tavola, un mercato alla volta. 

Da qui era nato anche il sogno dell’Università del Gusto, che aveva scelto di aprire a Pollenzo, per radicarla in una terra fertile e conosciuta. E il suo capolavoro: il progetto Terra Madre

 Quante cose ci ha insegnato Carlo Petrini! Praticandole, non predicandole. Perché era un uomo di poche risposte e molte domande. E di coerenza assoluta fra parole e azioni. 

Nel promuovere la sacralità del cibo ha sempre difeso la sacralità della vita. La libertà e dignità della vita, in tutte le sue forme e contro tutti gli abusi, a partire da quelli del capitalismo predatorio che ci ha insegnato a riconoscere dietro le maschere accattivanti. 

Anche se non aveva un riferimento religioso, ho sempre pensato che questo suo amore per i frutti del creato, per il cibo come nutrimento non solo del corpo, ma dell’anima e dei rapporti fra le persone, avesse in sé qualcosa di intrinsecamente spirituale. Esiste un’energia profonda, una «spiritualità laica», che spinge ogni persona umana a farsi custode della dignità altrui e così manifestare la sua «bellezza». 

La sua voce e quella di Papa Francesco si sono intrecciate più volte per ribadire che la difesa della biodiversità e la lotta contro lo scarto non sono semplici opzioni, ma imperativi morali per la sopravvivenza della specie umana. E che si può lavorare insieme, credenti e non, per resistere alle tante forme di barbarie della società dell’ipermercato. 

Mi porto dietro le ultime parole che mi ha sussurrato pochi giorni fa, quando sono andato a salutarlo. «Luigi, io l’ho detto a Papa Francesco che non ero credente, ma lui mi ha risposto che comunque avrebbe pregato sempre per me. E allora io ti chiedo: prega anche tu per me, perché lo so che sto morendo».

L’ho fatto naturalmente. Pregherò per lui e per chi raccoglie la sua eredità, il suo potente messaggio. E cioè che ogni gesto quotidiano — dalla scelta di ciò che mangiamo al modo in cui trattiamo chi produce il nostro cibo — diventa un atto di resistenza e di costruzione collettiva. È attraverso questa dedizione ostinata, fatta di riflessione intellettuale e concretezza contadina, che è possibile seminare giustizia in un mondo che sembra aver smarrito il senso del limite e il valore fondamentale della cura. 


Fonte: La Stampa

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