giovedì 8 ottobre 2026

BAMBINI E NUOVE TECNOLOGIE


Bambini e adolescenti di oggi crescono in un mondo ibrido, dove la tecnologia non è più solo uno strumento di svago, ma una vera e propria infrastruttura che fa da sfondo alla vita quotidiana. Ma in che modo questa costante connessione influisce sul loro benessere fisico e mentale?

A cercare di fare chiarezza su uno dei temi più dibattuti della salute pubblica è un nuovo, imponente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista medica The Lancet. La ricerca non si limita a puntare il dito contro il tempo trascorso davanti agli schermi, ma cambia completamente prospettiva, analizzando il problema attraverso la lente dei "determinanti digitali della salute".

Cosa sono i "Determinanti Digitali della Salute" (DDoH)?

Per comprendere a fondo la ricerca, è fondamentale chiarire un concetto chiave su cui si basa l'intera analisi. I Determinanti Digitali della Salute (DDoH) sono, come definiti dai ricercatori, le condizioni strutturali che influenzano la nostra salute attraverso infrastrutture digitali mediate, modelli di business, scelte di design e ambienti informativi.

In altre parole, il "digitale" viene inteso come un vero e proprio ordine socio-tecnologico in cui le tecnologie e i sistemi sociali si intrecciano, plasmando le condizioni globali e le attività umane che, a cascata, producono effetti sulla salute.

Gli obiettivi dello studio

L'obiettivo principale della ricerca (che rappresenta il secondo capitolo della suddetta Serie di The Lancet) è applicare il framework dei DDoH per rispondere a una domanda complessa: come l'uso dei media digitali modella la salute e il benessere dei giovani (dai 0 ai 24 anni)?

Invece di concentrarsi unicamente su "quanto" i ragazzi usano i dispositivi, i ricercatori hanno voluto esplorare cosa rende questo utilizzo dannoso o benefico, portando alla luce i meccanismi invisibili (come gli algoritmi o il design delle piattaforme) che la ricerca tradizionale ha spesso trascurato, limitandosi a misurare il semplice "tempo di utilizzo" (il cosiddetto screen time).

 I punti salienti e le scoperte

Analizzando una mole enorme di dati (una "umbrella review" di 121 revisioni sistematiche che ha coinvolto nove milioni di giovani), gli studiosi hanno delineato un quadro molto chiaro. Sebbene l'uso dei media digitali possa offrire dei benefici (come il supporto tra pari o l'accesso a informazioni utili), esso è molto più costantemente associato a esiti avversi.

Ecco le evidenze principali emerse dallo studio:

  • Salute mentale e fisica sotto pressione: l'uso eccessivo o problematico dei media digitali è correlato negativamente alla salute mentale (maggior rischio di depressione, ansia e comportamenti autolesionistici), alla qualità del sonno, allo sviluppo cognitivo e all'attività fisica (connessa al rischio di obesità infantile).
  • L'età fa la differenza: l'impatto varia in base alla fase di sviluppo. Nei bambini (0-10 anni), i problemi derivano principalmente dal tempo totale passato davanti allo schermo. Negli adolescenti (10-24 anni), a pesare sono i modelli d'uso problematici, legati in particolar modo ai social media, in una fase della vita in cui il cervello è particolarmente sensibile alle ricompense sociali e ai confronti.
  • Il ruolo "invisibile" degli algoritmi e del design: la ricerca evidenzia come sia riduttivo colpevolizzare solo l'utente. Meccanismi come lo scorrimento infinito (infinite scroll), l'iper-personalizzazione dei contenuti tramite algoritmi e la continua richiesta di attenzione attraverso le notifiche sono progettati commercialmente per trattenere i ragazzi online il più a lungo possibile, minando la loro capacità di autoregolazione.
  • Vulnerabilità disuguali: i rischi non sono distribuiti in modo uniforme. I giovani con fragilità pregresse (minore alfabetizzazione digitale, contesti familiari complessi o problemi preesistenti di salute mentale) sono sproporzionatamente più esposti agli effetti tossici degli ambienti digitali, come il cyberbullismo, la disinformazione o l'esposizione a standard estetici irrealistici.

Le conclusioni: oltre la responsabilità individuale

La conclusione a cui giungono i ricercatori rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma per la salute pubblica. Fino ad oggi, i consigli si sono concentrati sul far cambiare comportamento ai singoli: limitare le ore di schermo o impostare il "parental control".

Secondo lo studio, per proteggere concretamente bambini e adolescenti è invece necessaria una risposta strutturale e precauzionale. Non si può chiedere ai giovani e alle famiglie di difendersi da soli contro infrastrutture tecnologiche gigantesche e modelli di business basati sull'estrazione dei dati e dell'attenzione.

Occorre un intervento sulle regole del gioco: riforme dei sistemi digitali, normative più stringenti (come la verifica rigorosa dell'età o il divieto di design persuasivi rivolti ai minori) e una governance che metta finalmente la tutela della salute pubblica davanti agli interessi commerciali delle grandi piattaforme.

Studio di riferimento e fonti

  • Louise Holly, Rebecca Raeside, Alec Morton, Jovin Shi, Natarajan Padmapriya, Falk Müller-Riemenschneider, The public health challenges of children's and adolescents' digital media use: applying the digital determinants of health as an interpretive framework, The Lancet, 2026, ISSN 0140-6736, https://doi.org/10.1016/S0140-6736(26)01611-9.
  • James Shaw, Nicole Gross, Abril Saldaña-Tejeda, Caesar Atuire, Barbara Prainsack, Louise Holly, Ilona Kickbusch, The digital determinants of health: a new era for global public health, The Lancet, 2026, ISSN 0140-6736, https://doi.org/10.1016/S0140-6736(26)01292-4.

The lancet htlm

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DANTE PSICOLOGO

 


Dante è il primo

 grande psicologo 

della storia.

 




Perché, dopo oltre sette secoli, 

continuiamo a leggere Dante?

Non perché sia il padre della lingua italiana. Non perché la Divina Commedia sia il capolavoro della nostra letteratura. Non perché sia un monumento della cultura occidentale.

Continuiamo a leggerlo perché Dante ha compiuto qualcosa che pochissimi uomini nella storia sono riusciti a fare. Ha guardato l’essere umano fino in fondo. Ha avuto il coraggio di entrare nei luoghi più oscuri dell’anima e, una volta uscito, ci ha lasciato una mappa.

Noi la chiamiamo Divina Commedia. In realtà è la carta geografica della condizione umana. Ogni volta che apriamo quel libro crediamo di leggere il viaggio di un uomo vissuto settecento anni fa. Invece stiamo leggendo noi stessi. Dante non accompagna il lettore attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso. Accompagna ciascuno di noi dentro le nostre paure, le nostre passioni, i nostri errori, le nostre speranze.

 Per questo la Divina Commedia non invecchia. Perché non racconta un’epoca. Racconta l’uomo. E l’uomo, pur cambiando vestiti, tecnologie e linguaggi, continua ad avere lo stesso cuore.

Dante è il primo grande psicologo della storia. Molto prima di Freud. Molto prima di Jung. Molto prima delle neuroscienze. Aveva compreso che il male non nasce all’improvviso. Nasce da una piccola scelta. Da un desiderio che lentamente prende il controllo. Da una verità che decidiamo di non ascoltare. Da una coscienza che smette di parlare.

Per questo l’Inferno non è popolato da mostri. È popolato da uomini. Uomini che, un poco alla volta, hanno lasciato che una parte di sé prendesse il sopravvento su tutte le altre. L’avaro non è soltanto un uomo che ama il denaro. È un uomo che ha smesso di vedere tutto ciò che il denaro non può comprare. Il superbo non è semplicemente arrogante. È un uomo incapace di guardare negli occhi un altro essere umano senza sentirsi superiore. L’invidioso è condannato ad avere gli occhi cuciti. Perché aveva guardato tutta la vita soltanto la felicità degli altri senza riuscire a vedere la propria. Che intuizione straordinaria.

 La pena non è una vendetta. È la fotografia dell’anima. Paolo e Francesca. perché ancora oggi ci fanno piangere. Francesca non accusa nessuno. Non impreca. Non cerca giustificazioni. Parla con una dolcezza che commuove perfino Dante. «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende…» «Amor, ch’a nullo amato amar perdona…» «Amor condusse noi ad una morte.» Tre versi. Tre volte la parola “Amore”. È straordinario. Francesca continua a chiamarlo amore anche quando quell’amore l’ha condotta alla rovina. Ed è qui che Dante ci obbliga a riflettere. Esiste un amore che libera. Ed esiste un amore che imprigiona. Esiste un amore che fa crescere. Ed esiste un amore che divora. Quanto è moderno tutto questo? Quante relazioni, ancora oggi, vengono confuse con l’amore quando sono soltanto dipendenza, possesso, paura della solitudine?

Dante aveva già visto tutto. E poi arriva Ugolino. Qui la poesia raggiunge un’altezza quasi insopportabile. Dante non descrive. Fa vedere. Sentiamo il rumore della porta che si chiude. Vediamo gli occhi dei bambini. Ascoltiamo il silenzio. Poi il padre racconta: «Io non piangeva, sì dentro impetrai.» Non piangevo. Ero diventato pietra. Basterebbero queste poche parole. Esiste un dolore così grande da togliere persino le lacrime. Poi uno dei figli gli dice: «Padre, assai ci fia men doglia se tu mangi di noi.» È uno dei momenti più terribili della letteratura universale. Il figlio offre il proprio corpo al padre. L’amore supera persino l’istinto della sopravvivenza. Infine, arriva il verso che da sette secoli divide studiosi, filosofi e lettori. «Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno.» Che cosa significa davvero?

La fame uccise Ugolino? Oppure la fame lo spinse a nutrirsi dei corpi dei figli? Dante non risponde. Lascia la domanda sospesa. Perché sa che esistono dolori davanti ai quali nessuna parola è sufficiente.

Poi compare Ulisse. Ed è forse il personaggio che più mi affascina. Perché Dante lo ammira. Lo ammira profondamente. Gli affida il discorso più bello dell’Inferno. «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.» Ogni volta che leggo questi versi ho l’impressione che Dante stia parlando direttamente a noi. Non accontentatevi. Non smettete mai di imparare. Non rinunciate alla conoscenza.

Ma subito dopo arriva l’altra lezione. La conoscenza non basta. Ulisse fallisce non perché vuole conoscere. Fallisce perché vuole sostituirsi a Dio. Perché crede che il genio possa fare a meno della sapienza. Quanto è attuale questa domanda? Oggi siamo capaci di modificare il patrimonio genetico. Creiamo intelligenze artificiali. Mandiamo sonde ai confini del sistema solare. Ma ci stiamo chiedendo con la stessa intensità se tutto ciò che possiamo fare sia anche giusto farlo? Dante aveva intuito sette secoli fa il dilemma etico che oggi accompagna ogni grande conquista scientifica.

E poi, lentamente, il paesaggio cambia. L’Inferno lascia il posto al Purgatorio. Qui non si urla più. Si spera. È forse la cantica più vicina alla nostra vita. Perché tutti noi siamo incompiuti. Tutti sbagliamo. Tutti possiamo cambiare. Nel Purgatorio Dante scopre una verità immensa: nessuno è definito per sempre dai propri errori. Finché c’è vita, c’è possibilità di rinascere. È un messaggio di una modernità sconvolgente. Infine il Paradiso. Molti lo considerano difficile. Io credo che sia semplicemente troppo alto. Lì Dante tenta l’impossibile. Raccontare ciò che le parole non riescono a contenere. E quando arriva davanti al mistero ultimo dell’universo comprende che l’intelligenza, da sola, non basta più. È allora che conclude con quello che considero il verso più bello mai scritto da un essere umano: «L’amor che move il sole e l’altre stelle.»

 Non la forza. Non il potere. Non il denaro. Non la paura. L’Amore. Con una sola parola Dante capovolge ogni concezione della storia. Ci dice che l’universo non è governato dal caso, ma da un principio che unisce, crea e dà significato. Forse è questo il segreto della Divina Commedia. Non ci insegna come raggiungere il Paradiso dopo la morte.

Ci insegna come attraversare la vita prima della morte. Per questo, dopo oltre sette secoli, Dante continua a parlarci. Perché il suo viaggio non è terminato il giorno in cui pose l’ultima parola del poema. Continua ogni volta che un uomo, smarrito nella propria selva oscura trova il coraggio di rialzarsi, di guardarsi dentro e di riprendere il cammino verso quella luce che, da sempre, abita il cuore dell’umanità.

Dal web

mercoledì 7 ottobre 2026

INCLUSIONE NON PIETISMO

 


IL SENSO 

DELLA SCUOLA


Il ruolo dei compagni 

e degli educatori 

di fronte a chi esprime

 bisogni diversi

La via dell’inclusione in classe? Senza pietismo né scorciatoie

La storia di Dario e dei suoi compagni ci racconta come amicizia, responsabilità e fiducia nell’altro possono trasformare i limiti e le fragilità in occasioni di crescita per tutti.

Il rischio è che, per tutelare una persona in condizione di fragilità, la si metta sotto una campana di vetro, facendo sconti e rinunciando alle sfide Così, però, crescere diventa impossibile. Se giustizia non significa trattare tutti allo stesso modo ma dare a ciascuno il suo, non è però nemmeno giusto fare differenze dove non serve, trattando da diverso chi non lo è Perché nessuno è diverso Anzi, lo siamo tutti.

 -di MARCO ERBA*

Dario è simpaticissimo: ha un sorriso contagioso, lo sguardo luminoso. A volte sembra chiudersi in sé, perso nei suoi pensieri: quando però entra in relazione mette allegria, semina buonumore. Dario non può camminare: vive seduto sulla sua carrozzina elettrica, che conduce ovunque con grande agilità. Dario è ben inserito nella sua classe: ha amici veri, con cui si trova in sintonia. Certo, a volte ci sono le inevitabili tensioni che tra adolescenti si creano, ma nel complesso quando entro in quella classe respiro un clima bello, accogliente. Dario e i suoi amici sono un dono per la mia vita: mi hanno aiutato ad aprire nuove prospettive. Ad esempio durante un concerto a scuola. A quel concerto l’accompagnatore ero io, con me c’era l’educatore di Dario. Siamo entrati nell’auditorium della scuola tra i primi, ci siamo messi davanti. Q uando però il concerto stava per iniziare, Dario mi ha chiesto di uscire: il suono così ravvicinato degli strumenti, delle voci, delle casse, avrebbe potuto dargli molto fastidio. Mi è dispiaciuto, ma non me la sono sentita di chiedergli uno sforzo: gli ho detto di sì, rassegnato. L’educatore si stava già alzando per accompagnarlo, quando è intervenuto un compagno. «Ma no, aspetta» ha detto a Dario. «Non uscire: stiamo insieme in fondo all’auditorium dove la musica arriva meno potente e vediamo come va. Che ne dici?» gli ha chiesto. Dario ha annuito: ci stava, valeva la pena provare. Io ho assistito alla scena, ma non sono intervenuto. Quel compagno mi ha chiesto: «Prof, possiamo?». M i è bastato uno sguardo d’intesa con l’educatore per capire che anche lui era d’accordo. «Sì, certo» ho detto. Dario è partito con la sua carrozzina, alcuni compagni lo hanno seguito e si sono messi in ultima fila, tranquilli, ad attendere l’inizio del concerto. Mi sono voltato indietro più volte durante lo spettacolo: Dario cantava, rideva, gli brillavano gli occhi, si muoveva al ritmo della musica. I suoi compagni cantavano a loro volta, si divertivano. Non erano lì con lui per compassione, erano lì con lui per condividere un’esperienza. Erano un gruppo di amici, e che uno di loro fosse seduto su una carrozzina e gli altri sulle sedie dell’auditorium non cambiava nulla. Io li osservavo, poi mi voltavo verso il palco e non riuscivo a decidere quale fosse il vero spettacolo. U na settimana dopo stavo andando verso la scuola in auto per una riunione fissata subito dopo la fine delle lezioni. Non avevo le ultime ore quel giorno, quindi ero tornato a casa per poi rientrare. La mia scuola è collegata alla città da una comodissima pista ciclabile che corre in un prato non lontano dalla strada asfaltata. Guidavo proprio lungo quella ciclabile, quando ho notato qualcuno che la percorreva.

Dario: andava sulla pista ciclabile dritta e completamente libera a tutta velocità con la sua carrozzina elettrica. Ma non era solo: in piedi dietro di lui, sulla carrozzina, c’era uno dei compagni che con lui era stato in fondo all’auditorium durante il concerto a scuola. Dovevano fare un lavoro scolastico insieme, avrei scoperto il giorno dopo, e si stavano dirigendo a casa del compagno. Ma era Dario a portarlo: la sua carrozzina elettrica era veloce e faceva risparmiare tempo a entrambi. P orto nel cuore queste due immagini, affiancate come in un dittico. Dario che, di fronte a una difficoltà, non viene lasciato solo dai compagni e riesce ad assistere a un bel concerto, godendone dal fondo di quell’auditorium. Dario che restituisce il favore, dando a suo modo un passaggio a uno dei compagni che gli è rimasto al fianco nel momento del bisogno. Un bisogno che si fa dono, un limite che diventa condivisione. Quel compagno ha accolto il limite di Dario, che ha avuto la forza di condividerlo, e ora, su quella carrozzina, il limite di Dario diventava uno strumento utile a entrambi. Penso che questi due episodi, che questi due gesti di attenzione, valgano quanto tutte le ore di educazione civica che ogni anno, a volte un po’ stancamente, proponiamo ai nostri studenti.

Parlare di inclusione a scuola non è facile: si rischia lo slogan, il proclama privo di concretezza. A volte si rischia di usare questo termine per autoincensarsi o per affermare dei sacrosanti principi, senza però tenere conto della fatica delle circostanze concrete. Di certo, inclusione non significa protezione eccessiva. Il rischio è che, per tutelare una persona in condizione di fragilità, la si metta sotto una campana di vetro, facendo sconti e rinunciando alle sfide. Così però crescere è impossibile.

Inclusione è anche impatto con la realtà, impatto che non può essere privo di conflitto. L’inclusione è inoltre totalmente estranea al pietismo. Se la compassione è un nobilissimo sentimento, il pietismo distrugge: la retorica del «poverino», del giustificare ogni azione alla luce delle difficoltà, non aiuta affatto; anzi, è ancora più escludente. Penso a Dario, ai suoi compagni, alla sua famiglia, che anche su questo mi hanno insegnato tanto. Dario fa sport, sostenuto dai genitori, che si sobbarcano a volte lunghe trasferte. Genitori che lo sfidano a buttarsi nella sfida, e così lo aiutano a tirare fuori il meglio di sé, a vivere la sua vita appieno. Parlando delle sue gare, una volta l’ho sfidato anche io a una competizione nel cortile della scuola: io con la mia bicicletta elettrica, lui con la sua carrozzina elettrica. Ci è stato: abbiamo riso e scherzato, lo ricordo come un momento molto bello. Vedere Dario sorridere mi ha confermato il potere terapeutico dell’ironia e dell’autoironia: non c’è peso che non possa essere alleggerito da una risata spontanea, non c’è fatica che non possa essere affrontata con più energia. A lla giornata dell’atletica, nella staffetta quattro per cento, insieme ai suoi compagni ha gareggiato anche Dario. Non è stato facile emotivamente, è ovvio, ma per lui e per tutti è stato un successo incredibile, un episodio da manuale. 

Il senso di una scuola inclusiva non è rendere tutto più facile, cancellare il disagio, ma allenare ad abitarlo, proprio come quel giorno è accaduto. Per questo quella staffetta è stata un trionfo umano ed educativo. C’è un ultimo episodio che mi ha colpito e che ha Dario per protagonista. Un giorno, in classe, c’è stata tensione e lui ha manifestato una richiesta con una modalità scomposta. Io, per quieto vivere, l’ho assecondato. All’intervallo è venuto da me uno degli amici di Dario e me lo ha fatto notare: «Prof, secondo me non è giusto cedere per evitare lo scontro quando la richiesta non è motivata e non è portata avanti nei dovuti modi.» Ho pensato tutto il giorno a quelle parole. La mattina dopo sono entrato in classe, ho ripreso davanti a tutti l’episodio e la critica mossami da quel compagno e ho detto che quel compagno aveva ragione. Poi mi sono scusato. Il compagno che mi aveva criticato era uno di quelli che era stato al fianco di Dario in fondo all’auditorium.

È un suo amico vero, fa parte del gruppo con cui Dario esce nel fine settimana. Il suo essere diretto e il suo non fare sconti, mi rendo conto, è stato più inclusivo del mio cedimento per rendere la situazione più tranquilla. Mi ha insegnato che, se giustizia non significa trattare tutti allo stesso modo ma dare a ciascuno il suo, non è però nemmeno giusto fare differenze dove non serve, trattando da diverso chi non lo è. Perché nessuno è diverso; anzi, lo siamo tutti: ciascuno di noi è unico e irripetibile nella storia dell’umanità ed è chiamato a vivere le proprie relazioni e la propria esistenza al massimo delle sue potenzialità, senza sconti né scorciatoie.

*Insegnante e scrittore

/ ICP

www.avvenire.it


 

LE RELIGIONI A CONFRONTO

 


Le religioni spiegate ai giovani è un saggio che, con un linguaggio chiaro e divulgativo, traccia un profilo approfondito dei principali culti religiosi presenti oggi in Italia. Oltre a Induismo, Confucianesimo, Taoismo, Buddhismo, Ebraismo, Cristianesimo e Islam vengono presentati anche la Chiesa Valdese (una Comunità Riformata, protestante, parte del Consiglio Ecumenico delle Chiese Cristiane), il Sikhismo, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (Mormoni) e Scientology.

L’uomo ha sempre avuto bisogno di dare un senso alla propria esistenza, a ciò che la determina, la circonda e che, almeno apparentemente, non ha una spiegazione logica o scientifica: la sofferenza, la morte, il male, l’amore, il perché della vita e del mondo. Questo libro ha la prospettiva della inter-religiosità: ovvero cerca di mostrare come ogni credente, a partire dal più assoluto rispetto del dogma interno della propria religione, può collaborare nel risolvere i problemi che affliggono attualmente il nostro Paese, nella convinzione che la conoscenza è alla base dell’accoglienza e dell’accettazione fra diversi, e il credo religioso, qualunque esso sia, deve tendere a unire e non a dividere.

Oltre alle grandi domande, Le religioni spiegate ai giovani affronta anche le questioni più piccole e quotidiane che nascono perché, come avviene oggi in Italia, persone di razze, religioni e credenze diverse, vivono assieme. Cosa accade se mia figlia sposa un musulmano?  Come trattare il cinese con cui sto per fare un contratto senza offenderne la sensibilità? Perché il mio compagno di classe ebreo, il sabato non usa lo smartphone? La mia compagna è diventata buddhista, cosa cambierà per me? Ho scoperto che un mio amico d’infanzia appartiene a Scientology, vuole dire che crede negli extraterrestri? I nostri vicini di casa sono della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (mormoni), mi vorranno convertire a tutti i costi?

Le risposte a domande del genere e a tante simili sono state rivolte ad altrettanti testimoni, persone cioè che vivono felicemente il loro credo religioso nell’Italia di oggi.

In questo modo personaggi famosi o meno noti, responsabili di spicco per il loro credo o fedeli qualsiasi, hanno raccontato come un induista, un musulmano, un ebreo, un valdese, uno scientologist e così via, vivono la loro quotidiana vita da credente.

Così sono nate le interessantissime interviste, che corredano ogni capitolo, a Tanya Gupta (Induismo), Hong Fan (Confucianesimo e Taoismo) Roberto Minganti (Buddhismo), David Parenzo (Ebraismo), Chiara Giaccardi e don Julián Carrón (Cristianesimo), Shahrzad Houshmand Zadeh (Islam), Italo Pons (Chiesa Valdese), Avijet Koholi (Sikhismo), Carmelo Persico (Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni) e Luigi Brambani (Scientology)

A questo link è possibile leggere l’Introduzione

 

ISLAM PERCHE'

 

Breve storia dell'Islam




di Adam J. Silverstein (Autore), C. Palombo (Traduttore)


Come ha fatto l'Islam ad emergere dall'oscurità dell'Arabia del VII secolo fino a raggiungere la ribalta mediatica del XXI?

Perché le società musulmane e quelle occidentali siedono spesso agli estremi opposti del tavolo delle trattative?

In questo breve saggio, Adam J. Silverstein ripercorre la nascita e l'espansione dell'Islam, mostrando come quella che era originariamente una ristretta e circoscritta comunità di credenti abbia dato vita a una religione con oltre un miliardo di fedeli in tutto il mondo e analizza il ruolo che la storia dell'Islam svolge sia nel contesto religioso che in quello politico, soffermandosi sulle controversie che ne accompagnano lo studio e sull'importanza che questa storia riveste tanto per i musulmani quanto per i non musulmani.



lunedì 5 ottobre 2026

BUONI DA MORIRE

 


I BISCOTTI


 DI

 

FRATE


 FRANCESCO



Alessandro D’Avenia

Si narra che quando 800 anni fa Francesco d’Assisi, di cui ieri abbiamo festeggiato per la prima volta la festa nazionale, sentì la morte vicina, chiese ai fratelli i suoi biscotti preferiti: la ricreazione.

Quei biscotti di mandorle, miele, mosto, albumi e spezie dovevano però uscire dalle mani di Jacopa dei Settesoli, nobildonna sua seguace che lo aveva ospitato quando si era recato a Roma per presentare al Papa il suo ordine.  

Jacopa gli preparò quei biscotti dal potere rinfrancante e curativo che si fanno ancora oggi, gli piacquero così tanto da volerli di nuovo prima di spegnersi. Francesco è poeta nel senso che ha la radice della parola: portare nel mondo più vita di quella che ci ha trovato. Inaugura infatti la poesia italiana e Dante, con la sua teologia esistenziale, è suo figlio.

 Nel chiedere i biscotti è poeta fino in fondo, come Cristo nell’ultima cena: afferma la gioia di vivere, nel creato, nel corpo, nell’amicizia e perfino nell’imminente morte, che già nel Cantico — volle recitarlo con i fratelli come addio e a Dio — aveva definito sorella, perché per lui ogni cosa venendo da un Padre, dall’acqua alle stelle, dalla Terra alla Morte, è quindi figlia, cioè per noi sorella o fratello.

La creazione è il nostro corpo, cosmico e sociale, e Francesco detta la regola della ricreazione perfetta: fai quello che sai fare per vocazione con ciò che il creato ti offre, senza distruggerlo, e porgilo agli altri... fossero anche solo dei biscotti. 

Aumenta la vita, metti al mondo più mondo. Ricreati. Ricrea.

Corriere della Sera

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domenica 4 ottobre 2026

LA RIVOLUZIONE DELLA CURA

 


Infanzia e adolescenza

non sono un problema


 Ma serve 

una   cura



Presentata alla Camera la Relazione al Parlamento 2025 dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Marina Terragni: «L’interdipendenza non è debolezza e l’individuo assoluto è una finzione». Dal digitale alle fragilità familiari, al centro della riflessione c'è la ricostruzione delle relazioni. L'appello dei ragazzi agli adulti: «Abbiamo bisogno di essere ascoltati davvero, non solo guidati»

di Chiara Ludovisi

I bambini e gli adolescenti non sono un problema: il problema è l’ «individuo assoluto e la polverizzazione delle relazioni a cui ha portato». Così Marina Terragni, Autorità garante per l’infanzia e adolescenza, ha introdotto l’incontro di presentazione alla Camera della Relazione al Parlamento 2025.

«Fino a una decina di anni fa di bambini e ragazzi si parlava molto poco sui giornali. Più recentemente invece hanno cominciato a comparire anche sulle prime pagine. Notizie cliccatissime, alla ricerca di soluzioni: e quasi mai si tratta di good news, più spesso di very bad news», ha osservato.

Bambini e ragazzi, insomma, sono diventati un “problema”, nella narrazione politica e mediatica, tanto che «forse loro stessi ormai si percepiscono come problema, per se stessi e per il mondo. In parallelo stiamo registrando record di denatalità», ha detto. 

La proposta di Terragni è di cambiare sguardo e direzione, spezzando l’individualismo assoluto dilagante e recuperando il valore delle relazioni, a partire da quelle familiari: è la proposta di una «CaRevolution», come la chiama Terragni: «Un approccio trasformativo per riconfigurare il modo in cui il lavoro di cura viene riconosciuto, organizzato, condiviso, valorizzato e posto al centro».

Denatalità e solitudine: il peso della povertà relazionale

Bisogna spezzare, insomma, quella «povertà relazionale che è anche il più grande nemico della natalità. Se sui servizi è sempre possibile e auspicabile agire, sul resto è decisamente più complesso. Ma non per questo ci si deve arrendere: la ricostruzione di relazioni reali e in presenza è la grande sfida che abbiamo di fronte».

Dobbiamo restituire alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi questa consapevolezza e scusarci con loro per averli indotti a crederlo. Dobbiamo spiegare loro che l’interdipendenza non è debolezza e che l’individuo assoluto è una finzione

Marina Terragni

Terragni si rivolge anche agli adulti, alla «nostra generazione, che in parte è responsabile della progressiva perdita di importanza delle relazioni a favore della realizzazione individuale. Ma da soli la vita non è felice. Dobbiamo restituire alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi questa consapevolezza e scusarci con loro per averli indotti a crederlo. Dobbiamo spiegare loro che l’interdipendenza non è debolezza e che l’individuo assoluto è una finzione», ha detto Terragni.

Per una rivoluzione della cura

Un ruolo fondamentale va quindi riconosciuto e restituito alle donne, a cui è «ancora largamente affidato il compito della cura»: Quello che si può definire «il “paradosso della cura” è che nelle nostre società, per fattori demografici e di organizzazione, di cura c’è sempre più bisogno, ma il suo valore non viene riconosciuto a nessun livello. Si tratta quindi di ascoltare con attenzione quello che le donne hanno da dire in merito all’organizzazione della vita, del lavoro, delle città, delle comunità, della società», ha detto. 

Per rafforzare e articolare la proposta di questa rivoluzione necessaria, Terragni ha fatto riferimento a Ivan Illich e Alexander Langer, al cui pensiero si ispira la sua idea. 

Minori e digitale: restituire spazio al gioco e alle relazioni

Il rapporto con l’ambiente digitale è un altro dei temi al centro della Relazione. Gli schermi sono parte dei luoghi in cui bambini e adolescenti crescono, studiano, comunicano e costruiscono la propria immagine. «L’isolamento viene propagandato ed estetizzato», ha detto Terragni, riferendosi alle pratiche online che presentano la rinuncia alle relazioni come strumento di realizzazione personale. «L’individuo diventa simultaneamente progetto e impresa produttiva, chiamato a dedicare tempo ed energie quasi esclusivamente al miglioramento personale, limitando così relazioni, uscite e attività considerate dispersive e improduttive».

La Relazione richiama perciò la responsabilità educativa degli adulti: la risposta non può essere affidata soltanto a divieti, filtri o strumenti tecnologici. Occorre offrire occasioni di esperienza, socialità e partecipazione, nelle quali i ragazzi possano costruire fiducia e autonomia.

Salute mentale e povertà educativa 

Solitudine, ritiro sociale, iperconnessione e fragilità emotiva sono tra le questioni affrontate dalla Relazione. Ma quali sono le risposte da mettere in campo? Accanto a quelle socio-sanitarie, viene richiamata la necessità di rafforzare le relazioni familiari, l’esperienza scolastica e le opportunità offerte dal territorio. E di fronte alle fragilità familiari, le istituzioni e i servizi hanno il compito di accompagnare e sostenere, prima che diventino emergenze. 

La Relazione affronta inoltre gli abusi online, la devianza minorile e la tutela degli orfani di femminicidio. Per i minori stranieri non accompagnati fa riferimento al recente studio sulle condizioni di accoglienza (qui l’articolo di Ilaria Dioguardi su VITA) e le attività sulla tutela volontaria e sull’affido familiare (qui l’articolo di Sara De Carli). Un tema che Terragni riconduce ancora alla qualità dei legami: «La qualità delle relazioni di accoglienza è assolutamente decisiva nella determinazione del destino di questi ragazzi e di conseguenza anche per la nostra società che accoglie».

Separazioni e allontanamenti: il diritto dei figli all’ascolto

Gli allontanamenti dalla famiglia sono uno dei temi che maggiormente sta a cuore di Marina Terragni, per cui una parte della Relazione è dedicata proprio a questo: la necessità di mantenere al centro l’interesse concreto dei figli. L’ascolto del minorenne viene indicato come una garanzia sostanziale, capace di incidere sulle decisioni che riguardano la sua vita. Al tema è dedicata anche la “Agenda dei diritti 2026. La persona di minore età nei procedimenti di famiglia: soggetto, vittima e testimone”, distribuita durante l’incontro insieme alla Relazione e all’ultimo numero della rivista Futuri.

Ridurre le diseguaglianze, sostenere le famiglie

Altro tema al centro della Relazione e della riflessione è quello delle disuguaglianze e della povertà educativa e sanitaria, su cui hanno richiamato l’attenzione i due rappresentanti politici intervenuti alla presentazione: il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè e la ministra per le pari opportunità Eugenia Maria Roccella.

Mulè ha richiamato alcuni dati Istat: nel 2024, il 26,7% dei bambini e ragazzi con meno di 16 anni era a rischio di povertà o esclusione sociale, una quota che raggiungeva il 43,6% nel Sud e nelle Isole. «Il livello di istruzione dei genitori si associa alla condizione socioeconomica della famiglia», ha osservato Mulè, soffermandosi sul legame tra salute e povertà educativa e sui rischi della disinformazione sanitaria. «Servono quindi politiche pubbliche per ridurre diseguaglianze».

«Sono qui per ascoltare», ha esordito Eugenia Roccella. «La centralità della famiglia non è né di destra né di sinistra». Per la ministra, l’intervento prioritario passa attraverso le relazioni di cura all’interno della famiglia: «Non depauperare competenze e responsabilità delle famiglie d’origine, ma sostenere e alimentare l’autorevolezza genitoriale».

«I bambini non se la stanno passando bene», ha affermato il pedagogista Daniele Novara, concentrando il suo intervento sulla difficoltà degli adulti a comprendere le diversità dei bambini e degli adolescenti.

I bambini hanno straordinarie capacità di compensazione neurocognitive. La grande plasticità del loro cervello deve essere favorita e sostenuta con il lavoro educativo. E non affrontata con facilitazioni che ottengono l’unico risultato di farli accasciare sul banco.

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