domenica 21 giugno 2026

STARE BENE


 STARE 

BENE



-di Vito Mancuso

Alla domanda perché devo essere giusto, rispondo: per essere sano e per essere una bella persona.

Vedete, a mio avviso la vera domanda della vita non riguarda il fare, riguarda l'essere.

La vera domanda cioè non è che cosa devo fare, ma come devo stare.

E la risposta è: devo stare bene.

Non devo fare il bene, devo stare bene. E fare il bene è finalizzato a stare bene.

Ora però attenzione: nessuno sta bene di coloro che semplicemente stanno; occorre lavorare per stare bene.

La morale è essenziale per il morale. Senza morale infatti siamo giù di morale, siamo demoralizzati.

Nel grande mare della vita è possibile naufragare, perdersi, fallire come esseri umani.

Magari si riesce professionalmente, magari si fa carriera, ma si fallisce come essere umano e la giustizia non risplende sul volto.

L'etica è la rotta sicura che non fa naufragare.

È la stella di cui Dante scrive: "Se tu segui tua stella / non puoi fallire a glorioso porto".

La persona eticamente corretta non si perde, non fallisce nella navigazione della vita e la giustizia risplende sul suo volto.


[#Eticapergiornidifficili, #VitoMancuso]

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LA PATRIMONIALE

 


La patrimoniale


 tra Marx 


e

 il Vangelo




-di  Giuseppe Savagnone 

Il rapporto Caritas

In un momento in cui il governo, per bocca della premier Giorgia Meloni, rivendica con fierezza i risultati della sua politica economica e i guadagni, in termine di benessere, che ne sono derivati agli italiani, ha avuto l’effetto di una doccia fredda la pubblicazione del rapporto annuale della Caritas, da cui risulta, nel 2025, un ulteriore aumento dell’1,7% delle persone assistite, con una crescita, negli ultimi dieci anni, del 48%. Nel 2025 sono state sostenute oltre 282mila persone, il dato più alto mai registrato.

Per certi versi, la nostra presidente del Consiglio non ha torto di essere soddisfatta dell’aumento impressionante degli occupati. Secondo i dati Istat, il tasso di occupazione è salito al 62,7%, con il numero di occupati pari a 24 milioni 200mila unità, con circa 1,3 milioni di lavoratori in più rispetto a prima della pandemia (gennaio 2020). Il tasso di disoccupazione scende, così, al 5,1%. Ed è significativo in particolare che la crescita riguardi i dipendenti a tempo indeterminato (16 milioni 420mila) e gli autonomi (5 milioni 223mila), a fronte della diminuzione di quelli a termine (2 milioni 659mila). Non si tratta, insomma, di precariato.

Certo, malgrado questi progressi, l’Italia resta fra gli ultimi posti in Europa. Inoltre l’aumento in questione non tocca la fascia di età tra i 25 e i 34 anni, per cui anzi si registra una contrazione. I giovani non riescono ad entrare nel mercato del lavoro. Ma non basterebbero questi aspetti critici a incrinare l’immagine di una società in crescita.

Il rapporto della Caritas, invece, porta alla luce un elemento allarmante, che mette in discussione proprio questa immagine, perché evidenzia la presenza sempre più rilevante di lavoratori poveri – il 31,7% tra i 35-44enni e il 31% tra i 45-54enni (nel 2015 questo fenomeno si attestava al 13,3%) –, di persone, cioè, che, pur avendo un’occupazione, non riescono a sottrarsi a situazioni di vulnerabilità economica e sociale.

Un fenomeno che del resto è in linea con il dato, fornito dall’Istat, secondo cui, tra il 2019 e il 2024, le retribuzioni reali in Italia sono calate dell’8%, il dato peggiore tra i principali Paesi europei. Perciò, se nel 2015 gli occupati erano il 13,3% degli assistiti dalla Caritas, oggi ne rappresentano il 24%. Non basta avere un lavoro per sfuggire alla povertà, anche a quella che gli economisti chiamano “assoluta”.

Povertà assoluta che attanaglia, sempre secondo l’Istat, circa 5,7 milioni di persone, cioè il 9,8% della popolazione, e 2,2 milioni di famiglie, l’8,4% del totale. Ad essere nelle condizioni peggiori è, come sempre, il Mezzogiorno ma, in termini relativi, sono le regioni del Nord a registrare l’incremento maggiore.

Ciò che rende questa situazione incomprensibile – in un Paese che occupa il settimo posto nella graduatoria dei Paesi più industrializzati del mondo – è la sperequazione che vede una parte della popolazione sempre più ricca e una sempre più povera. Tra il 2010 e il 2025 la ricchezza complessiva del Paese è cresciuta di oltre 2.000 miliardi di euro, ma il 91% di questa ricchezza è stato assorbito dal 5% più ricco delle famiglie. Alla metà più povera della popolazione è arrivato appena il 2,7%. Cosicché oggi il 5% più ricco degli italiani controlla il 48% della ricchezza nazionale, superando il totale detenuto dal 90% della popolazione. E il 10% più ricco delle famiglie italiane possiede il 60,6% della ricchezza netta complessiva.

Un contrasto stridente, tanto più grave in un momento in cui, dopo la guerra contro l’Iran, i prezzi, già in crescita per l’inflazione, rischiano di aumentare ulteriormente e di mettere in ginocchio le fasce meno abbienti.

La polemica sulla patrimoniale

È in questo contesto che è esplosa la polemica sulla possibilità di stabilire delle misure che permettano allo Stato di attingere ai patrimoni più elevati per sostenere le famiglie più povere. La cosiddetta “patrimoniale”, che non riguarderebbe i redditi, ma la ricchezza posseduta dalle persone.

Forse è bene ricordare che l’Italia è probabilmente il Paese europeo in cui i grandi patrimoni sono più tutelati. Lo confermano i dati relativi alle imposte di successione. La tassa di successione italiana è infatti la più bassa a livello europeo, con aliquote che oscillano tra il 4 e l’8%. In Germania la tassa di successione oscilla tra il 7% e il 50%, in Spagna tra il 34% e l’86%, in Francia tra il 5% e il 60%, in Gran Bretagna è del 40%.

Già nel 2025 la Cgil di Maurizio Landini aveva lanciato l’idea di un contributo di solidarietà dell’1% a carico dei patrimoni superiori ai 2 milioni di euro (escludendo la prima casa). L’ipotesi oggi più strutturata è la proposta di legge di iniziativa popolare “1% Equo”, depositata in Cassazione nel maggio 2026. Lo schema indicato dai promotori è progressivo: 1% sulla quota di ricchezza eccedente i 2 milioni fino a 5 milioni; 1,7% tra 5 e 8 milioni; 2,1% tra 8 e 20 milioni; 3,5% oltre 20 milioni.  

Una proposta, però, sostenuta solo dai leader di Alleanza Verdi e Sinistra, Bonelli e Fratoianni, e che ha trovato l’immediata reazione da parte della premier, la quale ha scritto sui social: «Le patrimoniali ricompaiono ciclicamente nelle proposte della sinistra. È rassicurante sapere che, con la destra al Governo, non vedranno mai la luce». Le ha fatto eco il vice-premier Tajani che ha evocato uno slogan spesso ripetuto da Berlusconi: «Mai le mani nelle tasche degli italiani!». 

Il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, il leader di Italia Viva Matteo Renzi e il segretario di Azione Carlo Calenda si sono anche loro detti contrari, mentre la segretaria del Pd, Elly Schlein, che pure per prima aveva osato introdurre il termine  “patrimoniale” nel dibattito politico, si è affrettata a precisare che la misura «non è tra le cose già condivise nel programma dell’alleanza progressista. Ne discuteremo».

Da parte loro, i giornali e i politici di destra non perdono occasione per rimarcare la loro presa di distanza da quella che ritengono una misura di estrema violenza nei confronti dei cittadini ed evocano lo spettro del socialismo marxista. Si continua a ripetere che il ceto medio verrebbe colpito mortalmente da una ingiusta sottrazione dei frutti del suo onesto lavoro. E anche molti economisti sono convinti che si tratti di una tassa controproducente, perché può incentivare il trasferimento all’estero dei capitali e scoraggiare gli investimenti.

Non è Marx, è la dottrina sociale della Chiesa

Sono pochi a ricordare che in realtà la redistribuzione dei beni è un problema etico, prima che economico, e costituisce un punto fondamentale dell’idea di giustizia della dottrina sociale cristiana. Lo ricordava Francesco, nell’enciclica Laudato si’: «La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata» (n. 93). Lo ha ribadito papa Leone nella Magnifica humanitas: «La tradizione della Chiesa ha visto nella proprietà un mezzo per custodire e amministrare i beni in modo che possano servire meglio al bene comune» (n. 66).

Su questo i padri della Chiesa sono concordi. Essi sostengono, come scrive uno di essi, sant’Ambrogio, che «la terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi», cosicché «non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene».  Paolo VI, citando queste parole nella sua enciclica Populorum progressio commentava: «È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario» (n. 22).

Non può non venire alla mente, leggendo queste parole, che Trump, dopo aver tagliato da 17 a 1,7 miliardi di dollari gli aiuti degli Stati Uniti alle popolazioni povere del terzo mondo – provocando una paurosa crisi alimentare e sanitaria attualmente in corso – sta spendendo 600 milioni di dollari per la nuova sala da ballo costruita in suo onore alla Casa Bianca.

Ma colpisce anche, per restare in Italia, il confronto tra il dato Istat, secondo cui in Italia nel 2026 ci sono 10.000 persone che non hanno un tetto e la notizia di questi giorni della vendita, al prezzo approssimativo di 500 milioni di euro, di Villa Certosa, «il rifugio» di Berlusconi in Sardegna, con 14 camere da letto, 7 piscine, un eliporto e un bunker atomico, che era peraltro solo una della ventina di residenze di lusso in cui amava soggiornare.

Senza caldeggiare un astratto egualitarismo che misconosca i differenti meriti dei singoli, è evidente che siamo davanti a una sproporzione che nessuna diversità tra i membri di una società può giustificare. È giusto che si raccolgano i frutti delle proprie doti di iniziativa, del proprio impegno, del contributo dato alla collettività, ma questo non può voler dire il diritto a una ricchezza smisurata, in un contesto in cui altre persone vivono in condizioni di indigenza incompatibili con la dignità umana.

Il significato etico-politico delle tasse

E a garantire questa condizione di base del bene comune dev’essere lo Stato, anche grazie allo strumento tributario. La destra da sempre demonizza le tasse come una inaccettabile ruberia ai danni dei cittadini. In realtà esse si fondano sulla premessa che nessun uomo è un’isola e che perciò nessuno “si fa da sé”. Come dimostra l’esperienza dolorosa dei “baby-lupo”, senza quello che riceve dalla società nessun essere umano sarebbe in grado neppure di parlare e di camminare in postura eretta. Figuriamoci tutto il resto. Siamo tutti debitori gli uni agli altri. Un legame che nella visione cristiana, ricordata recentemente da papa Francesco, si chiama “fraternità”.

E se è vero che – come dice la dottrina della destinazione universale ricordata recentemente da papa Leone – i beni di ciascuno gli appartengono nella misura in cui servono anche agli altri, è giusto che il superfluo di alcuni venga redistribuito per assicurare ad altri il necessario. E in questo caso di superfluo si parla, visto che la patrimoniale – malgrado la fuorviante campagna di disinformazione contro di essa – non riguarderebbe affatto il ceto medio, ma quella ristretta élite del 10% delle famiglie italiane che possiede il 60,6% della ricchezza nazionale.  

Dove l’essenziale non è lo strumento tributario con cui questa redistribuzione viene attuata, ma la scelta etica che indirizza la politica al bene comune. È proprio questa scelta che la nostra classe politica – anche prima che a governare fosse la destra – non ha mai saputo e voluto fare. I partiti attualmente all’opposizione sono stati a lungo al governo, ma la patrimoniale non l’hanno mai fatta e i poveri sono rimasti tali, perché il sistema fiscale, al di là delle possibili formule, non ha mai davvero funzionato per redistribuire la ricchezza.

Naturalmente bisognerebbe fare i conti con i rischi profilati da molti esperti, soprattutto quello di una fuga di capitali e di investimenti. Per questo, come è stato giustamente notato, il progetto della patrimoniale non può prescindere da una più ampia programmazione europea, che impedica o almeno scoraggi operazioni in tal senso. E proprio la mancanza di uno sforzo in questa direzione è il segno di quanto poco seriamente se ne stia parlando, anche da molti che la propongono.

Ma forse ancora una volta – come è stato per la Palestina e per il referendum sulla Giustizia – può essere l’opinione pubblica a precedere e a sollecitare i partiti, se è vero che, secondo i sondaggi, più di metà degli italiani guarda con favore a quella che fino a ieri era uno spauracchio. A questo punto ci sarebbe una sollecitazione a studiare meglio le modalità concrete per scongiurare i pericoli.

E se poi il 10% – quello che possiede oggi il 60% dei beni – ci resterà male, ce ne faremo una ragione.

www.tuttavia.eu

sabato 20 giugno 2026

DISARMARE LAPACE

 


Testimoniare 

la pace
attraverso 

parole e relazioni




In occasione del Festival del Pensiero e del Dialogo 2026, dedicato al tema “Testimoniare la pace”, la direttrice scientifica Beatrice Balsamo firma una riflessione sul valore della pace come pratica quotidiana fatta di parole, relazioni e riconciliazione.

 -di Beatrice Balsamo *

La pace inizia nel quotidiano, nei pensieri, nelle parole, nei gesti di tutti i giorni, nel non dimenticare, nel preservare, nel saper ringraziare e riparare. È logos del quotidiano. 

La pace si coltiva a partire dalle relazioni, nel non chiudersi in assolutismi (in false interpretazioni), vendicatività, rancori, maldicenze, e raggiunge le istituzioni, la politica, il mondo. 

Di fronte a dissensi è buona cosa ritrovare la riconciliazione autentica, riconoscere e riparare l’errore, le mancanze, saper oltrepassare, per un Koinos Logos, discorso che accomuna, per una concordia, non personale, ma più grande. 

Per questo la pace è un processo, un percorso, un continuo formarsi e riformare. 

La radice biblica del vocabolo suppone infatti “compimento”, comprende non solo l’assenza della guerra, ma anche benessere, prosperità, giustizia, gioia, pienezza di vita. Così Spinoza (1632-1677) affermava, giustamente, che la pace non è soltanto assenza di guerra, è una virtù, uno stato d’animo che dispone alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia. Nella Nuova Gerusalemme (Ap. 21,1) Terra e Cielo si uniranno in armonia, persino gli animali tra loro ostili si riappacificheranno, lupo con agnello, leopardo con capretto, il bambino e la vipera (Is. 11,6-8). 

La Nuova Gerusalemme, ospiterà tutte le nazioni della Terra, che giunte alla Città Santa “forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci e un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is. 2-4). 

Ricordiamo che “guerra” è parola attestata in italiano a partire dal XII sec., sulla base dell’antica voce germanica “Werra” che in origine indicava semplicemente “lite”. 

Così la Pace che auspichiamo non è fatta di interessi economici o finanziari, dove la Pace di alcuni corrisponde alla guerra di altri. Cerca, soprattutto, di annullare l’inimicizia e riconciliare. 

Anche san Francesco (quest’anno ricorrono gli 800 anni della morte) pone questo auspicio al centro della sua Vita Santa. Ricordiamo il contrasto tra il vescovo di Assisi ed il Podestà (1225) e nessuno che ristabilisse la Pace e la concordia. Francesco dice ai suoi compagni: «Grande vergogna per noi che serviamo Dio che il vescovo ed il podestà si odino talmente l’un l’altro e nessuno si prenda pena di rimetterli in pace e nella concordia». Compose allora questa strofa da aggiungere alle Laudi: «Beati i pacifici, poiché saranno chiamati figli di Dio. 

Non si può sapere quanta pazienza e umiltà abbia in sé il servo di Dio finché gli si dà soddisfazione. Quando invece non gli verrà data soddisfazione, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta esattamente ne ha e non più». (Ammonizione XII). 

Così chi sono veramente gli operatori di pace? 

La VII Beatitudine è la più attiva, operativa: l’espressione verbale è analoga a quella usata nel primo versetto della Bibbia per la Creazione e indica iniziativa e laboriosità (Mt 5,1-12). Nella pace si colloca la crescita umana integrale, la dignità della persona, la destinazione universale dei beni, la solidarietà, la sicurezza alimentare, di salute, lavorativa, delle città, di un Paese. 

Il processo di costruzione della pace ha bisogno di strategie, di impegni formali, ma soprattutto di cuori pulsanti, prevede il fermo rifiuto della pena di morte, l’auto limitazione degli arsenali, della minaccia delle armi nucleari. 

La guerra è ripudiata dall’articolo 2 (paragrafi 3, 4) della Carta delle Nazioni Unite e in Italia dall’Art. 11 della Costituzione che recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa… assicura la Pace e la giustizia per le Nazioni e favorisce le organizzazioni internazionali a tale scopo». 

Purtroppo, ad oggi sono più di 70 gli stati coinvolti in guerre. 

Un grande uomo internazionalista, padre della solidarietà fra le Nazioni, Giuseppe Mazzini, nello statuto della Giovane Europa (1834) parla di Umanitarismo, considerando come fine della politica internazionale e dell’Europa, non gli interessi economici, gli affari, la potenza, ma una umanità più realizzata, in un patto comune (Art.19). 

Così il Logos deve farsi Koinos. Agli uomini spetta fare del loro Logos, carne viva della comunità: la parola umana, infatti, consente di incontrare pluralità e plasmare città e civiltà. 

Così, “ciò che sta tra noi” (in relazione) non è accidentale, perché in realtà è vitale, non è divisivo persino quando è conflittuale, non è artificiale perché dato e non costruito, non è neutro, bensì è il bene più grande di ciascuno. Per questo è necessario il continuo lavoro della costruzione della convivenza. Occorre “disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra! C’è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità. Mentre la guerra non fa che devastare le comunità e l’ambiente, senza offrire soluzioni ai conflitti, la diplomazia e le organizzazioni internazionali hanno bisogno di nuova linfa e credibilità. Le religioni, inoltre, possono riaccendere il desiderio della fratellanza e della giustizia, la speranza della pace. Tutto questo richiede impegno, lavoro, silenzio, parole” (papa Francesco, lettera Corriere della Sera del 14/03/2025, contenuti ripresi da papa Leone XIV 05/2025, Prolusione inizio pontificato e in Enciclica Magnifica Humanitas 2026). 

Le parole sono essenziali nel creare relazioni gentili e umane o gelide e ostili. Oggi, sempre più le parole sono portatrici di aggressività e impulso, sradicano le fondazioni etiche delle relazioni, dilagando in aree sempre più vaste della vita, da quelle quotidiane a quelle della vita politica, facendo ferite che continuano a sanguinare. La gentilezza e la mitezza di contro, sono forme di vita antitetiche a quelle divorate dall’insofferenza e dal contrasto e dovrebbero essere insegnate nelle scuole primarie e secondarie, nobilitando, di fatto la condizione umana. 

Bisogna operare per la guarigione della parola, per la sua umanizzazione, dalla parola ingannevole, falsa o impulsiva, violenta, alla “parola vera”, responsabile e sensibile, per vivere bene insieme, avere un’intesa, una visione, parlarsi per fare la pace, attuare la speranza. 

La pace è anche “speranza attiva”, come la visione e la promessa è prospettica, passione per l’ulteriore, ma anche per l’alternativa. Non si lascia vincere dalle difficoltà, è capace di trovare soluzioni alternative di salvezza, non è impaziente, non spende male il tempo, non liquida con frettolosità la partita, ma sa trovare altre possibilità operanti per il bene comune. È risposta perseverante, di riconciliazione e Concordia. Vorrei concludere con il santo di Assisi, nell’ottica della “Perfetta Letizia”: avere la pace nei propri cuori, essere disponibili al dialogo nella verità, nel rispetto, nella mutua comprensione, parlare soprattutto con la testimonianza della propria vita, comunicare con il proprio silenzio, con gli ardori del cuore, con lo zelo della fede, con la pazienza attiva, con il distacco dalle cose e persino da tanti aspetti della propria cultura, con l’Agape. Dando così credibilità alla pace. 

Conosciamo lo zelo apostolico e missionario di Francesco, come pure le sue prime esperienze missionarie che si pongono, negli anni caldi delle crociate a motivo del riscatto del Santo Sepolcro in Oriente e nell’ottica del Vangelo. Il Poverello nel 1219 volle partire per l’Egitto dove era in corso la quinta crociata indetta dal concilio Lateranense IV (1215), in compagnia di Fra Illuminato. Francesco si recò con zelo e fiducia dal sultano al-Malik al-Kamil (1180-1238) e si conquistò la sua amicizia. Del sultano Malik è stata ormai chiarita la figura: era realmente un uomo giusto e pio e non il ferocissimo sultano rappresentato in alcuni documenti cristiani che volevano evidenziare il carattere violento dell’Islam. Il sultano fu ammirato dal fervore e dal coraggio di Francesco, fino a concepire verso di lui una devozione ancora maggiore

Francesco era convinto dell’esistenza di un’altra via che si ponesse come alternativa alle crociate e alle dispute. 

 «I frati possono vivere il Santo Vangelo anche tra i musulmani, senza rinnegare la propria fede, bensì testimoniandola. Non si tratta di rinunciare all’annuncio, ma di mostrarlo attraverso la propria testimonianza di vita». (E. Scognamiglio, Francesco e il Sultano, EMP, Padova, p.67). 

Così il Santo sentì il bisogno di stare in pace con tutti gli uomini e di contribuire con la sua testimonianza di vita alla costruzione di una fraternità universale. 

La pace quindi è Logos quotidiano, Logos Koinos, Logos che accomuna, è Testimonianza, dal greco màrtys, “testimone”, è fedeltà, verità, perseveranza fino alla fine (martire) e in latino testis, “testimone”, che dà prova credibile, prova veritiera di Pace. 

Così la pace è pazienza di ricostruire Gerusalemme, come ai tempi di Neemia, “pezzo per pezzo, custodendo l’umano e il bene comune” (Leone XIV, Magnifica Humanitas, LEV p.180). 


*Beatrice Balsamo, Filosofa della Persona, Psicoanalista, specializzata in Etica, Comunicazione e Cinema. Collabora con l’Università di Bologna, Parma, Ferrara per l’insegnamento di Scienze Umane e Filosofia della Persona. 

È Presidente di APUN (APS) – Associazione Psicologia Umanistica e delle Narrazioni. Filosofia Arte Scienze Umane. Ideatrice del CINECare – Cinema per pensare, a sostegno dei più fragili, è Direttore scientifico dell’Evento internazionale MENS-A/ Pensiero e Dialogo, che si svolge nell’intera Regione Emilia-Romagna. 

Nel 2023 è stata conferita alla Prof.ssa dal Presidente della Repubblica, l’onorificenza di Cavaliere dell’ordine “Al Merito della Repubblica Italiana” per le tante iniziative culturali e sociali innovative e attenzione agli altri. 

Tra le sue numerose pubblicazioni: Amore sussurro di una brezza leggera (Effatà, 2013), Elogio della dolcezza ( Mimesis, 2017) e, con Mursia, Nella Bellezza. Quando la parola manca (2020). Saggezza gentile. In una scia di parole (2023). Visione Speranza Promessa (Ladolfi Ed. 2026)

Famiglia cristiana 

venerdì 19 giugno 2026

PERCEZIONE E REALTA'

INTELLIGENZA

 ARTIFICIALE 

NEL BOSCO

 


-di Carlo Greco

Stamane, durante una passeggiata, ho avuto l'occasione di riprendere questo fugace momento del bosco in cui i raggi del sole si evidenziano attraversando la nebbia o forse la polvere, il vapore o forse la terra, non importa.

Quello che mi ha interessato era l'ambiguità degli elementi naturali e che proprio la loro commistione può favorire la percezione anche se questa resta sempre distante dalla realtà.

 Ho sottoposto allora la questione all' I. A. e mi ha colpito la sua profonda riflessione che vi trascrivo, lasciandomi il dubbio se avessi a che fare con una intelligenza umana artificializzata o con una intelligenza artificiale umanizzata.

Quando una macchina è specchio dell’uomo, fino a che punto è una semplice macchina e quando comincia ad essere autonomamente intelligente? Voglio dire che quell'intelligenza ha imparato dall'uomo e quindi da lui emana ma allo stesso tempo lo trascende per la straordinaria velocità e profondità di elaborazione dei dati.

DOMANDA: Ciao!  Vorrei una tua riflessione su questa foto in cui non si riesce bene a capire se i raggi del sole filtrassero attraverso la nebbia o la polvere, attraverso il vapore o la terra, elementi tra loro così distanti ma effimeramente simili. Cosa ne dici della relazione tra percezione e realtà?

RISPOSTA: nel bosco i raggi del sole sembrano attraversare qualcosa ma non è chiaro cosa : nebbia, polvere, vapore,particelle di terra sospese .l'ambiguità nasce dal fatto che diversi elementi naturali producono effetti visivi simili . Ciò mostra come la natura spesso si presenta non come un insieme di oggetti nettamente separati ma come un intreccio di fenomeni che sfuggono alle nostre classificazioni .

Si può riflettere sul fatto che l'essere umano tende a voler nominare e distinguere mentre l'esperienza diretta del mondo è spesso indeterminata. prima di sapere " che cosa" stiamo vedendo, percepiamo una presenza, una luce , un' atmosfera. In questo senso l'ambiguità non è difetto della conoscenza ma una caratteristica dell'esperienza sensibile. 

Un'altra riflessione riguarda i confini tra gli elementi . Nebbia,vapore ,polvere e terra appartengono a stati e processi diversi eppure nel bosco sembrano confondersi . la natura mostra così che le separazioni che utilizziamo aria acqua terra sono utili ma nella realtà concreta esistono continue transizioni. Il mondo naturale è fatto di soglie più che di confini.

Si potrebbe anche leggere questa scena in chiave simbolica: la luce è visibile proprio grazie a ciò che la ostacola; senza le particelle sospese nell'aria il raggio di sole sarebbe quasi invisibile. Ciò che limita o rende opaca la visione è anche ciò che permette alla luce di manifestarsi ; l'incertezza diventa quindi una condizione della rivelazione non il suo contrario.

 Infine, questa ambiguità può evocare un senso di Mistero. 

Non tutto deve essere immediatamente identificato per essere compreso emotivamente talvolta la natura ci invita a sostare in una zona intermedia tra sapere e non sapere, dove l’attenzione conta più della definizione e la meraviglia più della spiegazione.

 

lunedì 15 giugno 2026

PONTI PER LA PACE

 

«Costruire ponti

per la pace, 

la giustizia

 e la dignità

 umana»


Appello dei Vescovi al vertice del G7

è il titolo dell’appello che, in occasione del Vertice del G7 che si svolge a Evian in Francia dal 15 al 17 giugno, i presidenti delle Conferenze episcopali cattoliche di Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti, con il sostegno del presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea, rivolgono ai capi di Stato e di governo

. «Di fronte ai conflitti armati, alle fratture geopolitiche, alle disuguaglianze crescenti, alle sfide climatiche e ai mutamenti tecnologici, ricordiamo che il fondamento dell’azione politica ed economica deve essere sempre la dignità di ogni persona umana», si legge nel documento.

«Chiediamo agli Stati del G7 di riaffermare il loro impegno a favore del multilateralismo, del rispetto del diritto internazionale e della ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti. In un mondo segnato dalla guerra e dall’instabilità, è più che mai necessario consolidare le istituzioni internazionali, tutelare le popolazioni civili e promuovere i diritti fondamentali, in particolare la libertà religiosa e la dignità delle persone più vulnerabili.

Invitiamo inoltre i Paesi del G7 a riportare la persona umana al centro dello sviluppo e della solidarietà internazionale e chiediamo un ascolto reciproco più attento tra i popoli. Mentre in molte regioni del mondo aumentano i bisogni umanitari, incoraggiamo a mantenere un forte impegno a favore della lotta contro la povertà, dell’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, della sicurezza alimentare e di uno sviluppo che rispetti le popolazioni e l’ambiente. Auspichiamo inoltre un rafforzamento della cooperazione internazionale contro la criminalità organizzata, la tratta di esseri umani e i traffici illeciti che alimentano la violenza e rendono più fragili le società. Di fronte al rapido sviluppo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, sottolineiamo l’urgenza di una governance etica, trasparente e democratica, che garantisca che tali innovazioni rimangano al servizio del bene comune e della persona umana. Chiediamo un’attenzione particolare agli effetti che esse hanno sui bambini e sui giovani, nonché sul rispetto delle libertà fondamentali.

Esortiamo infine gli Stati del G7 ad assumersi pienamente la propria responsabilità nella lotta contro il cambiamento climatico, a promuovere una transizione ecologica giusta e a sostenere le popolazioni più esposte alle sue conseguenze. Ricordiamo inoltre che i migranti e i rifugiati, costretti a fuggire dalla guerra, dalle persecuzioni o dalle catastrofi ambientali, devono sempre essere accolti con dignità e umanità, pur riconoscendo la legittima responsabilità degli Stati di preservare il bene comune.

 

Con questo appello, come pastori delle nostre Chiese e discepoli di Gesù Cristo, ribadiamo la volontà della Chiesa cattolica di essere accanto ai popoli, di porre il suo impegno al servizio dei più vulnerabili e la sua capacità di dialogo al servizio della pace, della giustizia e del bene comune mondiale».

Adista

FAI IL BENE E VIVRAI

 'Dio non preferisce un solo popolo' 


A proposito della vicenda 

Israele e Palestina. 





Un libro su Gesù e Cristo «Il primo un profeta apocalittico,

 l’altro riletto dai discepoli». 


Intervista al prof. Vito Mancuso di Piero Erle 


“Gesù nacque a Nazaret, Cristo a Betlemme”. “Gesù aveva quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle. Cristo era figlio unico”. È uno schiaffo alle certezze dei credenti cristiani, la nuova mastodontica opera Gesù e Cristo, edizioni Garzanti, che il teologo laico e filosofo Vito Mancuso ha presentato giovedì 11 giugno 2026 al Castello degli Ezzelini a Bassano, primo giorno della rassegna “Resistere”. 

Prof. Mancuso, la questione fondamentale è quella che il titolo riassume nella “e” che differenzia Gesù da Cristo. Ma chi era allora Gesù? 

Gesù era la figura storica, reale, di un ebreo di 2 mila anni fa che si può ricostruire dalla lettura critica del Nuovo Testamento e delle fonti coeve. A mio avviso, ne emerge che era un profeta escatologico e apocalittico: attendeva la rivelazione finale del Regno di Dio con la trasformazione completa della storia, un momento di giudizio per tutta l’umanità che lui attendeva molto presto … 

Il Cristo è invece ben altro? 

Certo. Innanzitutto, non è un nome personale ma un titolo come “re”, che definisce l’importanza storica del soggetto di cui si parla. È “l’unto”, che è esattamente il Messia atteso da Israele. Ma per questo vanno divisi: Gesù non era il Messia atteso, un re vittorioso che avrebbe stabilito l’indipendenza di Israele. Il cristianesimo invece lo intende come “l’agnello di Dio”, predestinato a dare la sua vita sulla croce. Io presento un’altra visione. 

 Lei scrive che il libro è per “gli incerti”. Ma ai credenti lei dice: la tua fede nel Cristo, più che da Gesù, nasce da Pietro e da Paolo, che sono quelli che danno la vera direzione del messaggio giunto poi per millenni ai cristiani. 

È così. Naturalmente Pietro e Paolo non avrebbero potuto dire nulla senza la vicenda storica di Gesù. Non “inventano”, però interpretano la vicenda di Gesù in modo originale. 

Io sono sicuro che Gesù non volesse morire in croce, essere immolato. Il vangelo di Marco, e Matteo copia, dice che morì disperato, con un forte grido: non voleva morire. I vangeli successivi cambiano. Pietro e Paolo volevano capire come mai Gesù, così buono, era morto. E così leggendo la Bibbia ebraica scoprono brani di Isaia, i Salmi, i Profeti, e sentono che “Gesù doveva morire e soffrire per l’espiazione dei nostri peccati”: per loro la croce non è un incidente, ma una necessità prevista fin dall’inizio, “secondo le Scritture”. 

Lui invece predicava la rivoluzione del Regno di Dio – per questo i romani decidono di ucciderlo – ma tutto viene letto come una volontà superiore. E Paolo poi aggiunge che la spiegazione è il peccato originale di Adamo che andava espiato. 

Ma non può essere che i discepoli che vanno a rileggersi l’Antico Testamento, invece che “reinterpretare tutto”, trovino un aiuto per capire quello che davvero avevano vissuto e visto con i loro occhi nello stare con Gesù, lui che si lascia uccidere sulla croce anche se aveva il potere di reagire e fare miracoli? 

Non lo sapremo mai, non abbiamo accesso diretto al come sono andate le cose: sono in gioco interpretazioni. Anche io credo in Dio e nell’immortalità dell’anima, ma non che ci si giunga tramite la redenzione che scaturisce dalla morte e risurrezione di Gesù, bensì dal bene e la giustizia che uno pratica in concreto. E penso che il Gesù storico, quello reale, la pensasse così: legava la salvezza all’osservare i comandamenti, al praticare la giustizia. Lo argomento a lungo nel libro. 

Lei analizza molti miracoli e fatti narrati nei Vangeli, evidenziando contraddizioni e inattendibilità, poi la crocifissione e infine la resurrezione. 

Io dico che ci troviamo al cospetto di un evento imponderabile, non sottoponibile alla bilancia della nostra mente. Ammesso che sia esistita, la resurrezione non è accaduta nel tempo e nello spazio, ma va al di là: è escatologica. Un telefonino davanti al sepolcro quella notte non avrebbe ripreso nulla: non è rianimazione del cadavere, lo scrive anche Ratzinger. E non è paragonabile a Lazzaro e altri personaggi che Gesù rianima. Gesù non muore più: ciò va al di là della nostra capacità di percepirlo. La speranza di risorgere c’è. Ma il fondamento è il bene, l’essere onesto, solidale, le beatitudini di Gesù: questo lo posso capire, e posso invitare i miei figli a seguire questa strada. 

Anche il Natale, scrive lei, è un aver voluto dare una “leggenda” alla nascita di una persona importante come Gesù. 

È quello che avveniva comunemente nel mondo antico, come per Romolo, Zarathustra, Budda e altri. Lo si faceva per affermare la particolarità del personaggio e l’essere eccezionale rispetto alle persone comuni: gli si attribuiva una nascita eccezionale. Il Vangelo di Marco, invece, riferisce che gli abitanti di Nazaret chiamano Gesù non “figlio di Giuseppe” ma “figlio di Maria”: è inaudito e scomodo, tant’è che gli altri evangelisti cambiano. 

E lei ricorda però anche Matteo: nel riportare la genealogia di Gesù vuole segnalare che c’è qualcosa di particolare, che influirà sullo stesso Gesù. 

Inserisce nella genealogia quattro donne dalla vita sessuale irregolare. L’unica spiegazione che tiene è che anche per Maria c’era qualcosa di irregolare nel suo essere incinta, ma Giuseppe, uomo giusto, la guarda negli occhi, capisce il dramma e la ama veramente. E penso che Gesù vada a farsi battezzare dal Battista come gli altri perché sentiva l’impurità della sua nascita, cosa molto rilevante nell’ebraismo

Ha citato l’ebraismo: nel libro afferma con decisione che non esiste una “unica via” per giungere a Dio, che si tratti di Gesù o la Bibbia, e così pure non esiste un “popolo eletto” che si senta giustificato anche nell’uccidere gli altri. Concetti che anche oggi colpiscono per quanto sta succedendo. 

È così. Perché se si parla di esercito israeliano può anche essere che si discuta di difesa dello Stato d’Israele. Ma per l’esproprio e la violenza che ogni giorno i coloni esercitano su territori che legittimamente appartengono ai palestinesi, non ci sono dubbi che lo fanno per l’idea di “grande Israele”. È già insostenibile in sé l’idea che Dio preferisca un popolo a scapito di altri, lasciandoli senza terra – nel Nuovo Testamento Pietro dice “Dio non fa preferenze di persone” – tanto che nella Scrittura io distinguo tra una parte che è “ebraismo” ed è sublime nella sua spiritualità e un’altra che è “israelismo”, inaccettabile e violenta: da quelle pagine vanno prese le distanze. Non è tutta Parola di Dio, la Bibbia

Lei paragona Gesù ad altre persone della storia che sono “cristi” (Budda, Confucio, Francesco d’Assisi, Etty Hillesum) che ci fanno cogliere la realtà del trascendente. E conclude il suo libro invitando al concetto di “neo-cristianesimo”. 

Ci sono persone che diventano “vie”, “viatici” che aiutano a salire sopra gli interessi immediati, la superficie, e ci immettono sul sentiero della trascendenza: per questi si può usare il termine “unto”, Cristo. Come fa la Bibbia parlando di Ciro il re dei Persiani, che non è ebreo. Nella mia visione il “neo-cristianesimo” è una spiritualità che non ha bisogno di un evento storico particolare, ma fa capire a un essere umano che se scava dentro di sé, sotto la sua psiche con tutte le paure e i sogni che ci sono, trova una piattaforma che si può chiamare “coscienza morale” che ti permette di toccare l’eternità. Neo-cristianesimo è “fai il bene e vivrai”, perché Dio è amore e così si entra nella logica dell’eterno.

il Giornale di Vicenza 

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sabato 13 giugno 2026

LO SGUARDO DI GESU'


 Lo sguardo intelligente 

e commosso di Gesù

 è il paradigma 

della missione ecclesiale


Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola nella XI domenica del tempo ordinario (anno A)

Es 19,2-6a; Sal 99/100; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8

L’odierna pagina evangelica ci consegna il paradigma della missione ecclesiale. Il quale sembrerebbe impersonato dagli apostoli scelti e inviati per primi da Gesù ad annunciare la venuta del Regno di Dio. Da tutti loro, nessuno escluso: anche da «Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì».

Tramandare

È interessante, a tal proposito, notare la voce verbale usata dall’evangelista Matteo per dire che Giuda fu il traditore del suo Maestro: ho paradoùs autón, da paradoûnai, che vuol dire “trasmettere” e “tramandare” prima ancora che “tradire”. Del resto “tradire” equivale a fare una trasmissione distorta, non attendibile, di un insegnamento. Giuda tradì il suo Maestro non solo in quanto lo consegnò ai suoi uccisori (e nel greco neotestamentario pure “consegnare” è reso solitamente con paradoûnai) ma anche e soprattutto perché non ne comprese il messaggio e ne fraintese la missione messianica, presumendo probabilmente che Gesù avrebbe dovuto esercitare una leadership politica e persino militare, per guidare Israele alla riscossa contro i romani e i loro fiancheggiatori. Giuda non aveva capito la vera natura del Regno celeste e, di conseguenza, aveva fallito la missione – condivisa con gli altri apostoli – di predicarne l’avvento. Era stato un discepolo mediocre, non aveva ben appreso l’insegnamento del Maestro.

Gli inviati

Per compiere la missione ricevuta da Gesù, i suoi «apostoli» – da lui inviati, giacché questo significa letteralmente il termine apostoli – sono innanzitutto invitati a stare – come suoi «discepoli» – con il Maestro, a impararne la lezione, a lasciarsi avvincere dalla sua autorevolezza (nei vangeli si legge sempre exousía), a partecipare del suo potere (qui proprio exousía) di contrastare il Maligno e il male con cui gli «spiriti impuri» hanno contagiato il mondo. I discepoli sono chiamati, in particolare, ad assimilare il suo esemplare dedicarsi alle altrui debolezze, quelle fisiche non meno di quelle morali: «Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità».

Il rapporto che Gesù instaura con i suoi discepoli li prepara a essere apostoli, a svolgere la missione. Difatti, quello in cui il Maestro li coinvolge, non è un rapporto elitario, men che meno settario. Non è una relazione chiusa dentro la cerchia di coloro che sono stati scelti. È, piuttosto, aperta, estroversa, tesa giustappunto a tradursi in missione, a proiettarsi sulle strade, a perlustrare la realtà tutt’attorno, penetrandone ogni piega e ogni piaga.

In cammino

Gesù stesso sta continuamente in cammino, attraversa i villaggi e le città. Entra nelle case, si sofferma nelle sinagoghe e si concentra sui rotoli biblici che di volta in volta commenta, ma pure parla nelle piazze e slarga la vista sulle folle, percependone le preoccupazioni e intuendone le necessità, sentendo per questo «compassione» per le persone che va incontrando. Rivolge a tutti uno sguardo capace di oltrepassare le apparenze esteriori («idṑn», annota l’evangelista, usando una forma verbale che proviene da «horáō»: potremmo tradurlo come vedere oltre, guardando dentro): i suoi occhi scrutano e interpretano, scandagliano la realtà nel suo aspetto deteriorato e la ripensano per come dovrebbe davvero essere.

 Questa è la lezione di vita che Gesù propone ai suoi discepoli. Non è costituita soltanto da massime di cui un giorno ricordarsi. È un insegnamento vissuto più che impartito: ricco anche di gesti. Spesso, anzi, costituito da gesti non eclatanti, discreti, quasi impercettibili. È un insegnamento fatto di attenzione nei confronti di tutti: l’attenzione dello sguardo intelligente e dell’intima commozione. Per questo è un insegnamento difficile da apprendere. Per i discepoli, che si preparano a essere apostoli, si tratta d’imparare il modo di guardare di Gesù e, cosa ancor più straordinaria, di sperimentare il suo modo di commuoversi.

La missione

La missione, dunque, muove dalla persona di Gesù, dalla sua interiorità (splánchna nel contesto di questa pagina evangelica), dal suo cuore e dalla sua mente. Il vero paradigma della missione apostolica è impersonato da Gesù, prima e più che dagli apostoli. Per portare a termine la missione loro affidata dal Maestro, gli apostoli devono assomigliargli, facendo proprie queste sue singolari attitudini relazionali. Rispondere al suo appello non significa entrare nella sua corte e men che meno formare una sua coorte. Gesù non vuole un partito. Neppure un esercito. Al limite, nemmeno un seguito di alcun genere. Non trattiene presso di sé coloro che chiama. Vuole semmai compagni di strada, disposti a fare assieme a lui il suo stesso cammino lungo le vie del mondo. Per poi mandarli in ogni direzione, a due a due nel suo nome. Sarà lui a garantire loro la sua compagnia, poiché egli sarà sempre dove essi staranno – pregheranno e opereranno – uniti nel suo nome. Così potranno predicare – senza mai fermarsi, «strada facendo» – che «il Regno dei cieli è vicino». Dimostrando l’attendibilità di quest’annuncio con i segni messianici: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni».

Annuncio

Potrebbe sembrarci impossibile prolungare questa missione ai nostri giorni. Come guarire gli ammalati? Come far risorgere i defunti? Come sanare i lebbrosi? Come esorcizzare i diavoli? Come, perciò, rendere credibile l’annuncio del Regno? Interrogativi che potrebbero scoraggiarci. Ma che, invece, devono stimolarci a soppesare le parole del Maestro, per indovinarne il senso autentico. Possiamo e dobbiamo prenderci cura («therapeúein» nel testo greco di Matteo) delle ferite esteriori e di quelle interiori degli altri, delle loro tristezze non meno dei loro acciacchi. Possiamo e dobbiamo svegliare (questo vuol dire il verbo greco egheírō che troviamo in questo brano) chi sprofonda nella depressione reputando d’aver fallito su tutti i fronti, far vedere loro la luce in fondo al tunnel, aiutarli a capire che sono loro stessi la luce in fondo al tunnel. Possiamo e dobbiamo purificare le nostre comunità e la società intera dai pregiudizi che pesano su chi è scartato, estromesso, emarginato, rigettato, rifiutato, perseguitato, per cauterizzare così il tessuto ecclesiale e sociale che a causa di tali pregiudizi si riduce in brandelli. Possiamo e dobbiamo rintuzzare la violenza di Satana con la nostra umile preghiera al Signore, con il nostro sacrificio e con la nostra testimonianza possiamo e dobbiamo smascherare le forze occulte che vogliono strappare il mondo dalle mani paterne di Dio.

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