STARE DALLA PARTE GIUSTA DELLA STORIA
Ma quale storia?
E chi la certifica?
Da Croce a Popper,
e poi Berlin e Arendt: i limiti di una formula che pretende di conoscere il
destino del mondo
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di MAURIZIO ASSALTO
Una delle frasi fatte più
ricorrenti in questi tempi feroci e confusi è quella brandita da chi pretende
di essere/ stare/trovarsi “dalla parte giusta della storia”. On the
right side of history, come suona la versione originale, germinata nel
corso del Novecento negli ambienti progressisti d’Oltreoceano e diventata un leitmotiv dei
movimenti per i diritti civili negli anni Sessanta, fino a consolidarsi come un topos identitario
nella retorica dei leader democratici (è noto l’uso martellante che ne ha fatto
Barack Obama). Uno slogan di indubbio impatto morale, emotivo e mobilitante, ma
a lungo andare logorato dalla supponente ripetizione, dal tono predicatorio e
dalla sicumera oracolare. Esprime la convinzione di essere impegnati in una
causa oggettivamente buona (“Ho combattuto la giusta battaglia”, dice Paolo di
Tarso) – il che è del tutto ragionevole perché soltanto una banda di
irredimibili malvagi potrebbe consapevolmente perseguire una causa cattiva
senza almeno prefissarsi dei vantaggi personali – ma anche implica la certezza,
o l’ostentazione della certezza, che in tempi più o meno lunghi, ma
abbreviabili per effetto dell’iniziativa umana, questa buona causa sia
destinata a prevalere per una intrinseca necessità.
Ora, a parte l’amara
constatazione che non tutte le giuste cause si sono storicamente affermate, il
che comunque nulla toglie alla loro validità, si aprono due questioni non da
poco. La prima riguarda appunto la causa per cui ci si impegna: chi e come ne
certifica la bontà? Dato per scontato che, nell’immediato, è sempre male tutto
ciò che arreca sofferenza e distruzione a popolazioni innocenti, e
corrispondentemente è bene ciò che ne allevia la situazione, in una prospettiva
di lungo periodo, quando entrano in gioco opzioni ideali a cui le stesse vite
umane vengono subordinate, appellarsi a un tribunale del futuro che convalida
determina visioni, bocciandone altre, significa ignorare la complessità e
contingenza del mondo e la pluralità spesso conflittuale dei valori. Le scelte
possibili sono diverse, ognuna con costi e conseguenze, come ha fatto osservare
Isaiah Berlin negando che la storia sia retta dalla necessità.
La seconda questione è
relativa alla concatenazione teleologica che dovrebbe
condurre all’affermazione della “parte giusta”. Viene in mente la celebre
sentenza di Benedetto Croce che «la storia non è mai giustiziera, ma sempre
giustificatrice ». Ossia non è un tribunale che distribuisce condanne e
assoluzioni, e “giustifica” non nel senso che conferisca una legittimazione ex
post a ciò che è accaduto, ma in quanto ne individua le ragioni, ne
spiega le cause e il significato nel divenire storico: non è una
giustificazione di tipo morale, ma conoscitivo. Conviene riprodurre anche il
seguito del passo citato (siamo nel capitolo V, intitolato “La positività della
storia”, di Teoria e storia della storiografia, 1921):
«Giustiziera [la storia] non potrebbe farsi se non facendosi ingiusta, ossia
confondendo il pensiero con la vita, e assumendo come giudizio del pensiero le
attrazioni e le repulsioni del sentimento».
Che è precisamente quel
che fanno gli adepti della “parte giusta della storia”. Condannare ciò che
accade nel presente è certo legittimo e in questo presente
anche doveroso, ma farlo sulla base di quel che si ritiene essere il corso
necessario degli eventi, oltre che sbagliato dal punto di vista del metodo
storico, è insidiosamente equivoco. Può restare una innocua formula retorica,
innocuamente un po’ fanatica, ma può anche diventare altro.
Immaginarsi “dalla parte
giusta della storia”, ossia dalla parte del bene contro il male, vuol dire non
solo saper distinguere tra il bene e il male – il che è quanto ci si può
attendere da chiunque sia dotato di un minimo senso morale – ma anche conoscere
dove va la storia. E qui le cose si complicano.
In primo luogo perché la storia riserva continue (per lo più sgradite) sorprese e si fa beffe di chi azzarda previsioni sulla sua direzione (incluso chi, quasi quarant’anni fa, ne aveva decretato la fine): non ha un andamento lineare, procede a zigzag, accelera e rallenta, a volte torna indietro e, al contrario della natura, fa spesso dei salti. Ma poi non è affatto detto che in questo divenire contraddittorio la storia vada univocamente nella direzione giusta, o perlomeno quella in un dato momento avvertita come tale, e sempre ammesso che si possa effettivamente parlare di una direzione coerente e non della instabile caotica risultante di conflitti, caso, scelte umane e anche fenomeni naturali.
Che la storia abbia un
andamento lineare e non ciclico è la novità radicale introdotta dal
cristianesimo, che l’ha interpretata come “storia della salvezza” con un
principio (la creazione) e un compimento (il giudizio finale). Ma il fatto
stesso che questo compimento sia immaginato come successivo a un periodo di
catastrofi e disgregazione, come è narrato nell’Apocalisse, e che tra l’inizio
e la fine si possano rendere necessari alcuni interventi provvidenziali di Dio
(il più rilevante dei quali per interposto Figlio) suggerisce che la direzione
lineare della storia non vada concepita come un incessante miglioramento. A
introdurre l’idea di un progresso ineluttabile è stata la versione
secolarizzata della concezione cristiana: dapprima l’Illuminismo, e a seguire
la filosofia idealistica di Hegel (che vedeva la storia come il
progressivo dispiegarsi della Ragione), il materialismo dialettico di Marx e
Engels (la storia come lotta di classe destinata a sfociare nella società
comunista), il positivismo di Comte (la storia come processo orientato al
crescente dominio scientifico sul mondo). Concezioni differenti, ma convergenti
nell’idea che esista un movimento evolutivo di cui è possibile prevedere gli
sviluppi, in funzione dei quali si definiscono valori e disvalori. Questa
fiducia deterministica è entrata in crisi nel corso del Novecento, in
coincidenza forse non tutto casuale con le convulsioni del Secolo breve. Anche
Stalin e Hitler proclamavano di servire le leggi della Storia. Il primo, in
quanto si rappresentava come l’uomo incaricato di catalizzare l’esito
inevitabile del processo scientificamente previsto da Marx e concretamente
avviato da Lenin; il secondo, miscelando a quella storica la legge naturale che
vorrebbe il predominio della razza ariana. In entrambi i casi c’è l’idea di un
destino impersonale che trascende e deresponsabilizza gli atti dei singoli,
autorizzando ogni nefandezza in nome della necessità. È il rischio additato,
per esempio, da due pensatori filosoficamente distanti come Karl Popper e Hannah
Arendt: chi pretende di sapere dove va la storia si ritiene in diritto di
forzarne il divenire, e procedendo in conformità con la propria visione eretta
a dogma, senza tenere conto delle contingenze, apre la via al totalitarismo con
quel che ne consegue.
Non sarà quello che hanno
in mente gli sbandieratori della “parte giusta della storia”, ma il rischio di
deragliamenti – almeno teorico, e storicamente documentato – sotto sotto c’è. A
scanso di equivoci conviene, più modestamente, più ragionevolmente, cercare di
tenersi dalla parte giusta della cronaca.
La storia riserva
continue (per lo più sgradite) sorprese e si fa beffe di chi azzarda previsioni
sulla sua direzione, elevando la propria visione a dogma Meglio sarebbe
tenersi, più modestamente, dalla parte giusta della cronaca. La frase
esprime la convinzione di essere impegnati in una causa buona, e del resto solo
una banda di malvagi potrebbe perseguirne una cattiva. Ma implica anche
l’ostentazione della certezza che la prima sia destinata a prevalere