venerdì 9 ottobre 2026

LA SIGNORA DELLA RESILIENZA

 


«Così 

ci si rialza 

dopo 

un trauma» 




Cristina,  la signora della resilienza

Parla la psicologa che ha introdotto in Italia gli studi sulla capacità di adattarsi agli eventi e li ha diffusi nel mondo

La professoressa Castelli a 83 anni apre il cassetto dei ricordi: le missioni nello Sri Lanka devastato dallo tsunami, nell’Haiti del post-terremoto, per poi trasformare il dramma in speranza

-di ANTONELLA MARIANI

Quando la vedono arrivare, con il suo sorriso aperto e gli occhi che brillano, i professori e gli assistenti che incrocia nei corridoi dell’Università Cattolica di Milano le chiedono: «Oggi cosa hai inventato?». Perché Cristina Castelli ha lo sguardo lungo e le cose non si limita a pensarle, ma fa di tutto per realizzarle. Pioniera degli studi sulla resilienza, che ha introdotto in Italia dalla Francia alla fine del secolo scorso, la professoressa a 83 anni ancora programma, studia, ispira generazioni di studenti e studentesse dall’ufficio che ha conservato come direttrice dell’Unità di ricerca sulla resilienza (Ri-Res). Una struttura innovativa da lei creata 20 anni fa, insieme a un Master assai frequentato in “Relazione d’aiuto in contesti di sviluppo e cooperazione”, dopo una missione nello Sri Lanka del post tsunami, una delle decine che ha condotto in ogni angolo di mondo per insegnare la resilienza a grandi e bambini. 

Allora iniziamo da qui: cos’è la resilienza, professoressa Castelli? « In fisica è la capacità di un materiale di adattarsi ai colpi. Trasferita alle persone, è l’adattamento positivo a situazioni che cambiano. In altre parole, è il superamento di difficoltà utilizzando le risorse di cui si dispone, interne, come il carattere o il temperamento, o esterne, come la famiglia o le persone che entrano in una relazione di aiuto». Fin qui, il “manuale”. Ma Cristina Castelli, pur essendo una accademica di rango internazionale, con una carica di vicepresidente del Bei, il Bureau International Catholique de l’Enfance con sede a Parigi e decine di premi «chiusi in un cassetto», dice, è soprattutto una donna d’azione. La prima “missione” fu a 23 anni, nel 1966, quando ancora studentessa di Magistero arrivò da Milano in una Firenze alluvionata con il suo Maggiolone carico di lattine di carne in scatola da distribuire a chi era rimasto senza casa. 

Poco dopo con un carico di stufette portò nel capoluogo toscano anche Agostino Fusconi, assistente di Economia alla Cattolica poi diventato compagno di una vita e padre delle sue tre figlie. «Venne e ritornò a venire. Correva e rideva e lavorava con allegria, con l’impegno di costruire una casa che resista a tutte le acque», le scrisse in una dedica padre Lupi, il domenicano che l’aveva chiamata a Firenze. La sua vocazione al “prendersi cura” ha portato la giovane Cristina a specializzarsi in Psicologia, a scalare tutta la carriera universitaria e a fare da “madrina” a uno stuolo di ricercatori e ricercatrici sul tema della relazione di aiuto. 

Le sue tecniche per affinare la capacità di resistere e riprendersi dopo un trauma, in seguito a disastri naturali o a conflitti, sono arrivate nei quattro angoli del mondo: dall’Irpinia terremotata del 1980 al Kosovo appena pacificato del 1999, dallo Sri Lanka appena riemerso dallo tsunami del dicembre 2004 al Cile, dal Nepal al Libano, da Haiti all’Iraq, fino all’Ucraina e alla Palestina degli ultimi anni. I n ognuno di questi Paesi Cristina Castelli e i suoi collaboratori hanno portato aiuti concreti per la ricostruzione e formazione per insegnanti ed educatori affinché diventassero “tutori di resilienza” per bambini e ragazzi. « In ogni contesto abbiamo elaborato metodi diversi – racconta la docente, che non fatica a frugare nei ricordi di una vita intensa per mettere a fuoco date, eventi, luoghi, persone -. 

Perché la resilienza, cioè la capacità di superare le difficoltà, si può coltivare attraverso la musica, lo sport, l’arte. Se una persona si trova in un torrente tumultuoso, sopraffatta delle acque, sono tre gli elementi che possono decidere la sua salvezza: la forza fisica, la capacità di allungare il braccio per chiedere aiuto, e la presenza di qualcuno che dal bordo del fiume possa tirarla fuori. 

Ecco, i tutori della resilienza sono coloro che vengono in soccorso». M olto dell’entusiasmo di Cristina Castelli deriva dalla sua fede incrollabile nella Provvidenza, dal rigore affettuoso vissuto nel collegio milanese delle Marcelline dove il padre, svizzero di Lugano, la collocò fin dalle elementari per disciplinare la sua indole ribelle, e dal servizio al prossimo imparato durante la sua militanza negli scout. La Provvidenza, dunque:  la missione in Sri Lanka degli psicologi e volontari dell’Università Cattolica nella parrocchia di padre Charles Hewawasam a Matara, nel nord del Paese, iniziò per caso, perché la professoressa aveva ascoltato alla radio un resoconto dei danni provocati dallo tsunami del 26 dicembre 2004 alla chiesa e alla scuola. « In quattro e quattr’otto arrivai lì, erano trascorse appena poche settimane dal disastro. Una statua molto antica della Madonna che stava nella chiesa ed era stata già recuperata dalle acque due volte nei secoli passati, era andata perduta insieme a 22 vite umane. Dopo qualche giorno, si è presentato un uomo che l’aveva trovata a chilometri di distanza, ricoperta di fango ma intatta». 

La Provvidenza dimostrò che si poteva risorgere da un cataclisma di quelle proporzioni, affidandosi alla speranza e a due braccia che portano aiuto. «Il progetto è durato due anni: con l’équipe di psicologi e studenti della Cattolica prima abbiamo contribuito a ricostruire la scuola, poi abbiamo formato insegnanti ed educatori a stimolare la resilienza dei bambini attraverso attività ludiche e creative». Castelli ha distribuito nella parrocchia 5mila “kit della resilienza” di sua invenzione: «Un gioco di costruzioni, per mostrare che si può andare avanti, uno strumento musicale, colori e un album per disegnare e un arancio come il sole che dà speranza», elenca. 

Dopo il devastante terremoto di Haiti, nel gennaio del 2010, l’équipe della Cattolica guidata da Castelli accanto alla formazione degli educatori ha puntato su un altro strumento, il silent book, il “libro silenzioso”, cioè con poco testo e molti bellissimi disegni che illustravano storie locali a lieto fine. «Laddove intorno ai bambini c’erano solo macerie e distruzione, abbiamo lavorato con gli educatori al ripristino dell’ordine e dunque di una situazione confortevole per i bambini, ai quali abbiamo fornito i nostri silent book. Si tratta di un principio della resilienza: quando tutto è distrutto, occorre far vedere che la bellezza esiste ancora» . Castelli oggi si dedica a un’altra sua creatura, l’associazione Francesco Realmonte ETS, nata nel 2009 per realizzare progetti di cooperazione internazionale a fianco dell’Unità di ricerca sulla resilienza (RiRes) del Dipartimento di Psicologia della Cattolica di Milano, da cui è ospitata.

Tra le situazioni che richiedono una enorme resilienza ci sono le guerre. “Tutori di resilienza” sono stati formati a Betlemme per mettersi al servizio delle piccole vittime della guerra, e ora il sogno è avviare un progetto anche nella Striscia di Gaza. Intanto Cristina Castelli ha firmato un libro con Arnoldo Mosca Mondadori e Anna Pozzi che raccoglie “Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi” (Piemme, 2026) da Gaza all’Ucraina. Ma esisterà mai un mondo senza guerre, professoressa? « I bambini giocano alla guerra, ma poi fanno la pace. Penso che nell’animo umano sia insita la reazione istintiva e bellicosa. Ma c’è anche la relazione positiva, la pace e il bisogno di stare insieme con gli altri. È necessario che attraverso l’educazione si sviluppi la seconda opzione».

«I bambini giocano alla guerra, ma poi fanno la pace. Penso che nell’animo umano sia insita la reazione istintiva e bellicosa. Ma c’è anche la relazione positiva, la pace e il bisogno di stare insieme con gli altri» Una vita spesa ad aiutare bambini e comunità a ricominciare: «Quando tutto è distrutto, occorre far vedere che la bellezza esiste ancora».

www.avvenire.it

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LA FILOSOFIA DEL TRUMPISMO

 

PENSO 

DI POTER FARE 

QUELLO 

CHE VOGLIO



di  Giuseppe Savagnone 

Il richiamo ai valori perduti dall’Europa

Si sottovaluta solitamente la portata culturale, oserei dire “filosofica”, del trumpismo. Lo si riduce al personaggio umano che lo rappresenta, con il suo narcisismo, le sue buffonate, le sue contraddizioni. A ricordarci che dietro questo c’è molto di più sono stati i suoi due uomini di fiducia, il vicepresidente J. D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio – non a caso i più probabili candidati a succedergli, nelle prossime elezioni presidenziali – i quali, in due importanti discorsi, hanno delineato una prospettiva ideale destinata a sopravvivere all’attuale inquilino della Casa Bianca e a influire in modo decisivo sul futuro degli Stati Uniti e dell’intero Occidente.

Nel discorso tenuto a Monaco nel febbraio del 2025 Vance aveva detto: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno. Ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno. Il ritiro dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali: valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».

Dove, si noti, il problema è posto in termini culturali ed etici – «i valori» – prima che politici o economici. Vance denunziava una decadenza dell’Europa che nasceva dal tradimento di questi valori, in passato «condivisi con gli Stati Uniti d’America». In realtà le sue critiche, allora, si sono appuntate sul tema della libertà di pensiero – probabilmente in rapporto al “cordone sanitario” che allora emarginava l’estrema destra tedesca – e su quello dell’eccessiva apertura ai flussi migratori. Entrambi sono problemi sui quali – forse anche per effetto del suo discorso – l’Europa si è, da allora, molto avvicinata alla linea additata dal vicepresidente americano.

In Germania Alternative für Deutschland non è più isolata, anzi ormai occupa anche ruoli istituzionali, e in paesi come la Francia, la Spagna e il Regno Unito i partiti di destra sono considerati favoriti alle prossime elezioni. Anche per le politiche migratorie oggi Vance potrebbe solo rallegrarsi nel vedere che l’accoglienza dei migranti, da lui denunciata come fattore decisivo dell’eclisse dell’Europa, è ormai un ricordo. Assistiamo oggi a una gara dei governi europei, con l’eccezione della Spagna, a imitare e potenziare il modello Albania, proposto dall’Italia di Meloni.

Ci sarebbe da chiedersi se questi cambiamenti stiano aprendo davvero alla prospettiva di un futuro in cui l’Europa torni a essere “grande”. Soprattutto, è strano che questo adeguamento ai «valori» proposti dagli Stati Uniti non sia avvenuto sulla base di una seria riflessione e di un dibattito a livello comunitario. È forse questa mancanza di pensiero a rivelare il vuoto in cui i Paesi europei e l’intera UE si trovano oggi a navigare, in balìa di un potente alleato, gli Stati Uniti, che li sovrasta non solo e non tanto perché più forte economicamente e militarmente, ma perché persegue un disegno che si ispira a una precisa visione.

Un fuoco che va riacceso

Una visione messa in luce pochi giorni fa, il 7 ottobre scorso, quando il segretario di Stato Marco Rubio, in un discorso tenuto ad Atene, ha parlato – come Vance a Monaco – dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, ponendosi anche lui sul piano dei valori, ma dando al tema una profondità di prospettiva storica e una carica ideale che mancavano nella dura reprimenda di Vance.

A sollecitare questo cambiamento è stato anche il contesto. Rubio ha fatto il suo intervento sullo sfondo dell’Acropoli, in una terra che ha visto la nascita della nostra civiltà.  E il Dipartimento di Stato aveva anticipato che egli avrebbe parlato della necessità di un «grande rinnovamento dello spirito occidentale», facendo risalire l’eredità che accomuna Europa e Stati Uniti a un percorso che parte da Atene e Roma, attraversa la cristianità e arriva alla fondazione della Repubblica americana.

«Crediamo che l’Europa possa risvegliarsi dal suo lungo torpore e ravvivare il fuoco che era qui migliaia di anni fa», ha detto il segretario di Stato americano. E ha parlato di una fase decisiva per l’Occidente, evidenziando che «oggi ci troviamo a un bivio perché il prossimo decennio e le decisioni che prenderemo scriveranno la storia del prossimo secolo. Il percorso che sceglieremo determinerà se l’Occidente manterrà il suo posto alla guida del mondo o se si rassegnerà a un futuro di atrofia, servitù e declino. O sceglieremo di agire ora oppure perderemo del tutto la possibilità di scegliere».

Ciò implica, però, secondo Rubio, una radicale conversione dalla cultura distorta – il riferimento era chiaramente a quella woke – che è alla radice della crisi attuale: «Siamo arrivati al punto di vergognarci delle cose che ci rendevano unici. Il nostro benessere è diventato fonte di senso di colpa».

Così, sottolinea Rubio, anche la difesa dei propri interessi nazionali sarebbe diventata un tabù. «Nazionalismo è diventata una parolaccia. Così abbiamo abbattuto i nostri monumenti, condannato la nostra stessa storia e, in troppi luoghi, insegnato ai nostri figli a vergognarsi dei Paesi che avrebbero ereditato».

Anche nell’analisi del segretario, come in quella di Vance, un fattore cruciale nella nascita di questa crisi profonda è la questione migratoria, questa volta però coniugata con quella del riarmo: «Nel frattempo abbiamo aperto i nostri confini (…) e permesso che le nostre forze armate si indebolissero e decadessero». Non è mancato un riferimento alle forze ostili che ci minacciano: «E mentre la fiducia dell’Occidente vacillava, i suoi avversari e rivali diventavano sempre più assertivi, costruendo al posto nostro la propria ricchezza e il proprio potere».

Le radici greche dell’Occidente alla base del sovranismo

Ben altri erano, secondo Rubio, i valori che caratterizzavano la nostra civiltà alle sue origini. «Qui, ad Atene, troviamo la prima piena espressione di tutti i tratti essenziali che avrebbero definito l’Occidente: un’individualità fiera e una determinazione incrollabile; l’audacia nell’esplorare e nell’inventare; il desiderio di scoperta, di avventura, di rischio e di gloria (…). L’impazienza di fronte all’idea dell’impossibile, l’insofferenza verso ogni confine e ogni limite, la tensione a scrutare nelle profondità dell’ignoto».

«E in America,» ha continuato Rubio, «quella stessa tradizione si riscoprì nuovamente. Una terra aperta e selvaggia divenne il luogo di una grande rinascita dell’immaginazione e dell’ambizione occidentali. L’aspirazione greca verso nuovi orizzonti divenne lo spirito della frontiera americana». 

Questo spirito, ha precisato, ha una precisa ricaduta nella politica. «Oggi è diventato di moda pensare che una politica estera illuminata significhi anteporre la comunità globale al proprio popolo. E credo che anche qui abbiamo molto da imparare dagli uomini dell’antica Grecia, perché sapevano che non c’era nulla di egoistico o di sbagliato nella fedeltà alla propria nazione, né nel combattere per difenderne gli interessi sopra ogni altra cosa».

È un chiaro riferimento alla filosofia dell’«America First». E l’oratore lo ha esplicitato sottolineando che, «con Trump, gli Stati Uniti hanno fatto la loro scelta. Scegliamo di perseguire senza vergogna la potenza nazionale».

Ciò, secondo Rubio, non è a detrimento degli interessi degli altri Stati. «Non crediamo che l’amicizia transatlantica debba essere un gioco a somma zero. Al contrario: la nostra visione è quella di un’alleanza la cui forza sia superiore alla somma delle sue parti». Un esempio recentissimo di questo è stato, secondo lui, il «nuovo accordo senza precedenti tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia»: «tutti e tre i partner di quell’accordo ne sono usciti vincitori (…). Vogliamo vincere insieme. Dobbiamo vincere insieme».

Il segretario di Stato americano ha anche affermato di vedere già dei chiari indizi che l’Europa procede in questa direzione: «Stiamo assistendo a quelli che speriamo siano gli inizi di un cambiamento generazionale», tra cui, ha detto, «una crescita vertiginosa della spesa per la difesa».

Quali valori?

Un discorso di ampio respiro, che si presta, però, ad alcune considerazioni critiche. Rubio (che pure personalmente, come Vance, è cattolico) nella sua ricostruzione della tradizione occidentale parla molto della visione greca e poco di quella cristiana, che secondo lui è stata in perfetta continuità con la prima. In realtà la mancata sottolineatura della differenza tra le due prospettive fa sì che egli presenti come «spirito occidentale» una visione che, anche per la forte contaminazione con l’individualismo liberale e la logica del capitalismo, ricorda più Nietzsche che il Vangelo. Una visione basata sull’affermazione della propria eccellenza e sul superamento di tutti i limiti, ma senza alcun riferimento alla fraternità, al rispetto dei diritti degli altri e alla cura dei più deboli.

Così come, a livello politico, non rientra certo nella visione cristiana – almeno non in quella cattolica – l’idea di essere fedeli alla propria nazione al punto di «combattere per difenderne gli interessi sopra ogni altra cosa». Il bene della comunità umana viene prima di quello dei singoli Stati. E scegliere «di perseguire senza vergogna la potenza nazionale» come valore fondamentale nega le conquiste che proprio l’Occidente ha saputo fare, attraverso un’evoluzione secolare, per sostituire la legge del più forte con quella della giustizia, elaborando un diritto internazionale a cui gli interessi delle singole nazioni devono adeguarsi.

Non si tratta solo di un problema teorico. La prassi della seconda presidenza trumpiana rispecchia perfettamente «l’insofferenza verso ogni confine e ogni limite» di cui parla Rubio. Trump stesso ha espressamente dichiarato, nella famosa intervista al «New York Times», quando gli è stato chiesto se vedesse limiti ai suoi «poteri globali»: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

E così si è comportato in politica interna, con una deportazione spietata degli immigrati, condotta con estrema violenza e con esibizioni pubbliche, senza alcun rispetto della loro umanità.

Così si è comportato in politica estera, schiacciando il Canada per costringerlo a rinunziare alla sua sovranità; imponendo dazi arbitrari ed esorbitanti perfino ai Paesi amici; costringendo i governi alleati a un riarmo forzato; appoggiando incondizionatamente il massacro del popolo di Gaza (con l’ironica proposta di trasformare la loro terra devastata in un resort di lusso); rapendo illegalmente il dittatore Maduro (e non per instaurare la democrazia in Venezuela, ma per impadronirsi del suo petrolio); strangolando Cuba («Penso di poterci fare tutto quello che voglio»); aggredendo l’Iran contro ogni regola di diritto.

Che poi questo sia compatibile, come Rubio sostiene, con la crescita degli altri Paesi, può darsi, ma nel ruolo di satelliti rigorosamente subordinati, come i fatti dimostrano. «America First» può forse significare prosperità anche per loro, ma a prezzo della loro dignità. Lo stesso esempio dell’accordo sulla Groenlandia lo conferma: Rubio afferma trionfante che hanno vinto tutti, ma non dice che questo accordo arriva al termine di una storia di minacce e di ricatti che già di per sé hanno costituito un’umiliazione per un piccolo Paese alleato come la Danimarca e per il popolo groenlandese.

Questa è la «nuova frontiera» in cui l’Occidente, posto al bivio, è chiamato secondo Rubio a credere e sui cui valori deve puntare. Si dirà che dall’altra parte ci sono gli Ayatollah, Hamas, i dittatori sudamericani, la Cina. Questo non rende i “valori” dell’attuale amministrazione statunitense una prospettiva accettabile. La filosofia del trumpismo non è la salvezza dell’Occidente, ma il punto estremo della sua eclisse. E alla cortese e colta offerta di Rubio, la sola risposta possibile, per chi ha il senso dei valori umani autentici, è: «No, grazie»

www.tuttavia.eu

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PATRIARCATO

 


Il patriarcato viene continuamente denunciato, forse perché non è del tutto scomparso. 


Intanto, un nuovo modo di vivere il ruolo paterno sta lentamente crescendo.

-di Ivo Lizzola

Il patriarcato è scomparso. Forse 

Patriarcato: l’attualità ci costringe a partire da qui, dal dibattito anche un po’ ideologizzato attorno a questo tema. Quando nella realtà poi è evidente che c’è del vero sia nel dire che il patriarcato non è scomparso nell’istante in cui è cambiato il diritto di famiglia, sia nell’affermare che la società oggi è profondamente diversa da quella di 30 o 50 anni fa. 

La nostra società non è più una società basata sul patriarcato, questo è vero. Non c’è più una dominante cultura del patriarcato. Ma ciò non toglie che forme di patriarcato continuino ad esistere e che il patriarcato prenda anche nuove forme. Così come esistono forme di violenza tra i generi che non sono ascrivibili al patriarcato. La verità è che il diritto non ha effetti immediati sulla vita sociale, perché le dinamiche della maturazione dei desideri e delle consapevolezze non hanno gli stessi tempi delle definizioni delle norme. 

Non possiamo dire che il patriarcato sia scomparso perché nelle pratiche c’è e si ripresenta tanto più forte quanto più nelle relazioni tra i generi c’è incertezza. 

Il maschio è in crisi 

Quando nella relazione, per il riconoscimento di sé, diventa importante il tema del potere e del decidere per altri, allora, gli spazi di legittimazione della violenza, della violenza del maschile si aprono. C’è un legame molto forte tra violenza e fragilità, tra la violenza e l’incapacità di dare spazio a quella parola che esige l’esitazione. Invece di aprirsi alla ricerca paziente di nuove forme della presenza reciproca, di nuove scoperte della propria autorevolezza, si prende la scorciatoia dell'urlo e di quel riconoscimento immediato che la violenza illude di perseguire. In questo senso il genere più in affanno, più violento e più fragile, oggi è quello maschile. 

Di crisi del maschile e di fragilità dei padri parliamo da anni. A volte ci troviamo a dover fare spazio, accogliere e interrogare anche una narrazione vittimistica dell’uomo in crisi. La ricerca di nuovi modelli del maschile è recente, ed è un dato di fatto. Ed è altrettanto evidente che nemmeno nel passato il modello maschile di riferimento fosse unico. Non è tanto una questione di vecchio e nuovo: il tema è quello di dare spazio a una modalità di ricerca della propria identità, rispetto all’essere uomo e all’essere donna, che non sia subito e sempre ricondotta alla polarizzazione tra ragione piena e torto assoluto. 

Tutti nella vita facciamo l’esperienza della mancanza di rispetto, del chiedere perdono, della discussione e ridiscussione delle scelte: questo è inevitabile e può essere sano. Si fa fatica, si sbaglia, ci si ridà credito: è la vita, non è ideologia. Malsano invece è quando si arriva a forme esasperate di rivendicazione della propria identità e del proprio valore attraverso il potere o il possesso dell’altro. 

Senza dubbio c’è una grande necessità di “cantieri di ricerca” e di confronto attorno al maschile, anche se nelle coppie giovani si vedono già forme nuove di declinazione del maschile e della paternità, che permettono loro di trovare un nuovo senso. 

Un “nuovo” maschio sa riconoscersi debole 

Qual è la cifra della nuova paternità e del nuovo maschile? Cominciano ad apparire un maschile e un paterno capaci di assumere la fragilità, innanzitutto quella personale: un’accettazione del limite che però non abbatte. 

Con il limite ti misuri e nonostante il limite resti fedele, resti fermo, capace di generosità e di dono. Nei padri sta emergendo l’idea del proporre sé stessi ai figli non come vincenti, per il successo che si è ottenuto, ma per la capacità di reggere anche la sconfitta o l’essere in minoranza, ma fedeli a ciò in cui si crede. La capacità di reggere la frustrazione, magari la sconfitta, ma in piedi. 

Vedo giovani non più ossessionati dal successo, dal denaro, dal consumo di emozioni ed esperienze. Giovani che insieme alle compagne fanno scelte interessanti rispetto all’abitare, ai soldi, alle relazioni, alle forme di convivenza, alle responsabilità educative condivise, all’impegno pubblico e sociale che porta via tempo ed energie. Lo fanno con una generosità e una capacità di agire in base a valori che a volte sconfinano nella testimonianza. Uomini che non cercano il successo per il successo, ma che vogliono consegnare una traccia. 

Proprio un padre di mezza età mi ha detto: “Mi piacerebbe essere ricordato dai miei figli come un uomo nobile anche se sconfitto”. Ecco, nobile e sconfitto esprime immediatamente un’altra grandezza, un’altra autorevolezza, un’altra forza. È un maschile, e un paterno, che è dolce e forte insieme. Potremmo dire che una possibile cifra del nuovo modo di vivere il maschile è questa: il saper stare fermi nella prova, anche davanti al limite e alla fragilità. 

Un pezzo importante del cambiamento verrà dalla possibilità per i giovani padri di parlare tra loro di tutti questi temi, di confrontarsi su questo: oggi è ancora piuttosto raro. 

Un maschio è garante della libertà di ognuno 

Vediamo, inoltre, che i padri danno molta più importanza al “presiedere” con le madri il contesto familiare. 

Padri che invece di giudicare cosa è giusto e cosa è sbagliato - e quindi di vietare, se lo fa a priori, o di punire se lo fa a posteriori - condividono il ruolo del “presiedere” ossia del garantire gli spazi di libertà di ognuno, la raccolta di tutte le narrazioni, una tutela indiretta della libertà dell’altro anche quando con l’altro non sei d’accordo. A volte sono le donne a esercitare questa funzione o si vede un’alternanza nell’esercizio. Presiedere è una funzione importante nella convivenza, se non si vuole che convivere sia solo una giustapposizione di libertà e di autonomie che si accordano sulla gestione di spazi e tempi, ma non della vita. 

Il nuovo maschile va esprimendo, poi, una capacità di benedire, tale per cui tutti, nella famiglia o fuori, abbiano la tranquillità di sapere che anche dopo un dissidio, gli altri “dicono bene di te”. Questa inclinazione a benedire sta ridisegnando molto anche le relazioni di coppia: non significa, ovviamente, andare sempre d’accordo ma in un mondo segnato dai giudizi duri, freddi, a volte superficiali, è prezioso avere la certezza di uno sguardo che sa vedere oltre, che sa vedere l’essenziale. 

Il maschio capace di “sospendersi” e andare oltre 

Concretamente va diffondendosi poi una tendenza, una capacità di negoziare e rinegoziare insieme i ruoli e le presenze, con esiti diversi nel tempo: ci sono tanti papà che fanno un passo indietro dal lavoro, anche con figli piccoli, perché in quel momento la madre ha più responsabilità o più desiderio di investire nel lavoro. I rapporti di forza, di autorevolezza, di dipendenza economica ne escono profondamente ridisegnati. È come una danza: delle capacità anche di “sospendersi” e di andare oltre, non chiedendo troppa attenzione per sé. 

Ci si fa capaci di fermarsi un attimo prima, consapevoli e attenti al fatto che l’altro chiede il proprio spazio. 

C’è una cura reciproca, negoziata di volta in volta, c’è il riconoscimento dell’altrui dignità e la capacità di chiedere il rispetto della propria. C’è un legame nuovo tra autonomia e libertà, dove a tema si mette uno scambio continuo, negoziato, a volte anche un po’ faticoso, di forme di presenza nella vita l’una dell’altro. Il meccanismo del servire e del possedere, che sono i meccanismi che stanno alla base del patriarcato, paiono poter essere così smontati dall’interno. 

In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, in una prima media, si è lavorato a gruppi. Le ragazze si sono chieste “cosa mi aspetto dai maschi” e loro hanno detto “che non mettano mai in discussione il mio valore”. È importante. Fra i maschi invece è emerso il bisogno di essere creduti nella capacità di tenerezza, oltre gli stereotipi. Sono dei movimenti in atto tra i piccoli, nella sfida di costruire delle relazioni che non si giochino nella logica del rapporto di forza. La tutela delle donne è necessaria, ma dobbiamo anche fare spazio a nuove sperimentazioni dell’appartenenza di genere, soprattutto per il maschile, senza che gli stereotipi le affossino nel loro inizio.

La barca e il mare 

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giovedì 8 ottobre 2026

BAMBINI E NUOVE TECNOLOGIE


Bambini e adolescenti di oggi crescono in un mondo ibrido, dove la tecnologia non è più solo uno strumento di svago, ma una vera e propria infrastruttura che fa da sfondo alla vita quotidiana. Ma in che modo questa costante connessione influisce sul loro benessere fisico e mentale?

A cercare di fare chiarezza su uno dei temi più dibattuti della salute pubblica è un nuovo, imponente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista medica The Lancet. La ricerca non si limita a puntare il dito contro il tempo trascorso davanti agli schermi, ma cambia completamente prospettiva, analizzando il problema attraverso la lente dei "determinanti digitali della salute".

Cosa sono i "Determinanti Digitali della Salute" (DDoH)?

Per comprendere a fondo la ricerca, è fondamentale chiarire un concetto chiave su cui si basa l'intera analisi. I Determinanti Digitali della Salute (DDoH) sono, come definiti dai ricercatori, le condizioni strutturali che influenzano la nostra salute attraverso infrastrutture digitali mediate, modelli di business, scelte di design e ambienti informativi.

In altre parole, il "digitale" viene inteso come un vero e proprio ordine socio-tecnologico in cui le tecnologie e i sistemi sociali si intrecciano, plasmando le condizioni globali e le attività umane che, a cascata, producono effetti sulla salute.

Gli obiettivi dello studio

L'obiettivo principale della ricerca (che rappresenta il secondo capitolo della suddetta Serie di The Lancet) è applicare il framework dei DDoH per rispondere a una domanda complessa: come l'uso dei media digitali modella la salute e il benessere dei giovani (dai 0 ai 24 anni)?

Invece di concentrarsi unicamente su "quanto" i ragazzi usano i dispositivi, i ricercatori hanno voluto esplorare cosa rende questo utilizzo dannoso o benefico, portando alla luce i meccanismi invisibili (come gli algoritmi o il design delle piattaforme) che la ricerca tradizionale ha spesso trascurato, limitandosi a misurare il semplice "tempo di utilizzo" (il cosiddetto screen time).

 I punti salienti e le scoperte

Analizzando una mole enorme di dati (una "umbrella review" di 121 revisioni sistematiche che ha coinvolto nove milioni di giovani), gli studiosi hanno delineato un quadro molto chiaro. Sebbene l'uso dei media digitali possa offrire dei benefici (come il supporto tra pari o l'accesso a informazioni utili), esso è molto più costantemente associato a esiti avversi.

Ecco le evidenze principali emerse dallo studio:

  • Salute mentale e fisica sotto pressione: l'uso eccessivo o problematico dei media digitali è correlato negativamente alla salute mentale (maggior rischio di depressione, ansia e comportamenti autolesionistici), alla qualità del sonno, allo sviluppo cognitivo e all'attività fisica (connessa al rischio di obesità infantile).
  • L'età fa la differenza: l'impatto varia in base alla fase di sviluppo. Nei bambini (0-10 anni), i problemi derivano principalmente dal tempo totale passato davanti allo schermo. Negli adolescenti (10-24 anni), a pesare sono i modelli d'uso problematici, legati in particolar modo ai social media, in una fase della vita in cui il cervello è particolarmente sensibile alle ricompense sociali e ai confronti.
  • Il ruolo "invisibile" degli algoritmi e del design: la ricerca evidenzia come sia riduttivo colpevolizzare solo l'utente. Meccanismi come lo scorrimento infinito (infinite scroll), l'iper-personalizzazione dei contenuti tramite algoritmi e la continua richiesta di attenzione attraverso le notifiche sono progettati commercialmente per trattenere i ragazzi online il più a lungo possibile, minando la loro capacità di autoregolazione.
  • Vulnerabilità disuguali: i rischi non sono distribuiti in modo uniforme. I giovani con fragilità pregresse (minore alfabetizzazione digitale, contesti familiari complessi o problemi preesistenti di salute mentale) sono sproporzionatamente più esposti agli effetti tossici degli ambienti digitali, come il cyberbullismo, la disinformazione o l'esposizione a standard estetici irrealistici.

Le conclusioni: oltre la responsabilità individuale

La conclusione a cui giungono i ricercatori rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma per la salute pubblica. Fino ad oggi, i consigli si sono concentrati sul far cambiare comportamento ai singoli: limitare le ore di schermo o impostare il "parental control".

Secondo lo studio, per proteggere concretamente bambini e adolescenti è invece necessaria una risposta strutturale e precauzionale. Non si può chiedere ai giovani e alle famiglie di difendersi da soli contro infrastrutture tecnologiche gigantesche e modelli di business basati sull'estrazione dei dati e dell'attenzione.

Occorre un intervento sulle regole del gioco: riforme dei sistemi digitali, normative più stringenti (come la verifica rigorosa dell'età o il divieto di design persuasivi rivolti ai minori) e una governance che metta finalmente la tutela della salute pubblica davanti agli interessi commerciali delle grandi piattaforme.

Studio di riferimento e fonti

  • Louise Holly, Rebecca Raeside, Alec Morton, Jovin Shi, Natarajan Padmapriya, Falk Müller-Riemenschneider, The public health challenges of children's and adolescents' digital media use: applying the digital determinants of health as an interpretive framework, The Lancet, 2026, ISSN 0140-6736, https://doi.org/10.1016/S0140-6736(26)01611-9.
  • James Shaw, Nicole Gross, Abril Saldaña-Tejeda, Caesar Atuire, Barbara Prainsack, Louise Holly, Ilona Kickbusch, The digital determinants of health: a new era for global public health, The Lancet, 2026, ISSN 0140-6736, https://doi.org/10.1016/S0140-6736(26)01292-4.

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DANTE PSICOLOGO

 


Dante è il primo

 grande psicologo 

della storia.

 




Perché, dopo oltre sette secoli, 

continuiamo a leggere Dante?

Non perché sia il padre della lingua italiana. Non perché la Divina Commedia sia il capolavoro della nostra letteratura. Non perché sia un monumento della cultura occidentale.

Continuiamo a leggerlo perché Dante ha compiuto qualcosa che pochissimi uomini nella storia sono riusciti a fare. Ha guardato l’essere umano fino in fondo. Ha avuto il coraggio di entrare nei luoghi più oscuri dell’anima e, una volta uscito, ci ha lasciato una mappa.

Noi la chiamiamo Divina Commedia. In realtà è la carta geografica della condizione umana. Ogni volta che apriamo quel libro crediamo di leggere il viaggio di un uomo vissuto settecento anni fa. Invece stiamo leggendo noi stessi. Dante non accompagna il lettore attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso. Accompagna ciascuno di noi dentro le nostre paure, le nostre passioni, i nostri errori, le nostre speranze.

 Per questo la Divina Commedia non invecchia. Perché non racconta un’epoca. Racconta l’uomo. E l’uomo, pur cambiando vestiti, tecnologie e linguaggi, continua ad avere lo stesso cuore.

Dante è il primo grande psicologo della storia. Molto prima di Freud. Molto prima di Jung. Molto prima delle neuroscienze. Aveva compreso che il male non nasce all’improvviso. Nasce da una piccola scelta. Da un desiderio che lentamente prende il controllo. Da una verità che decidiamo di non ascoltare. Da una coscienza che smette di parlare.

Per questo l’Inferno non è popolato da mostri. È popolato da uomini. Uomini che, un poco alla volta, hanno lasciato che una parte di sé prendesse il sopravvento su tutte le altre. L’avaro non è soltanto un uomo che ama il denaro. È un uomo che ha smesso di vedere tutto ciò che il denaro non può comprare. Il superbo non è semplicemente arrogante. È un uomo incapace di guardare negli occhi un altro essere umano senza sentirsi superiore. L’invidioso è condannato ad avere gli occhi cuciti. Perché aveva guardato tutta la vita soltanto la felicità degli altri senza riuscire a vedere la propria. Che intuizione straordinaria.

 La pena non è una vendetta. È la fotografia dell’anima. Paolo e Francesca. perché ancora oggi ci fanno piangere. Francesca non accusa nessuno. Non impreca. Non cerca giustificazioni. Parla con una dolcezza che commuove perfino Dante. «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende…» «Amor, ch’a nullo amato amar perdona…» «Amor condusse noi ad una morte.» Tre versi. Tre volte la parola “Amore”. È straordinario. Francesca continua a chiamarlo amore anche quando quell’amore l’ha condotta alla rovina. Ed è qui che Dante ci obbliga a riflettere. Esiste un amore che libera. Ed esiste un amore che imprigiona. Esiste un amore che fa crescere. Ed esiste un amore che divora. Quanto è moderno tutto questo? Quante relazioni, ancora oggi, vengono confuse con l’amore quando sono soltanto dipendenza, possesso, paura della solitudine?

Dante aveva già visto tutto. E poi arriva Ugolino. Qui la poesia raggiunge un’altezza quasi insopportabile. Dante non descrive. Fa vedere. Sentiamo il rumore della porta che si chiude. Vediamo gli occhi dei bambini. Ascoltiamo il silenzio. Poi il padre racconta: «Io non piangeva, sì dentro impetrai.» Non piangevo. Ero diventato pietra. Basterebbero queste poche parole. Esiste un dolore così grande da togliere persino le lacrime. Poi uno dei figli gli dice: «Padre, assai ci fia men doglia se tu mangi di noi.» È uno dei momenti più terribili della letteratura universale. Il figlio offre il proprio corpo al padre. L’amore supera persino l’istinto della sopravvivenza. Infine, arriva il verso che da sette secoli divide studiosi, filosofi e lettori. «Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno.» Che cosa significa davvero?

La fame uccise Ugolino? Oppure la fame lo spinse a nutrirsi dei corpi dei figli? Dante non risponde. Lascia la domanda sospesa. Perché sa che esistono dolori davanti ai quali nessuna parola è sufficiente.

Poi compare Ulisse. Ed è forse il personaggio che più mi affascina. Perché Dante lo ammira. Lo ammira profondamente. Gli affida il discorso più bello dell’Inferno. «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.» Ogni volta che leggo questi versi ho l’impressione che Dante stia parlando direttamente a noi. Non accontentatevi. Non smettete mai di imparare. Non rinunciate alla conoscenza.

Ma subito dopo arriva l’altra lezione. La conoscenza non basta. Ulisse fallisce non perché vuole conoscere. Fallisce perché vuole sostituirsi a Dio. Perché crede che il genio possa fare a meno della sapienza. Quanto è attuale questa domanda? Oggi siamo capaci di modificare il patrimonio genetico. Creiamo intelligenze artificiali. Mandiamo sonde ai confini del sistema solare. Ma ci stiamo chiedendo con la stessa intensità se tutto ciò che possiamo fare sia anche giusto farlo? Dante aveva intuito sette secoli fa il dilemma etico che oggi accompagna ogni grande conquista scientifica.

E poi, lentamente, il paesaggio cambia. L’Inferno lascia il posto al Purgatorio. Qui non si urla più. Si spera. È forse la cantica più vicina alla nostra vita. Perché tutti noi siamo incompiuti. Tutti sbagliamo. Tutti possiamo cambiare. Nel Purgatorio Dante scopre una verità immensa: nessuno è definito per sempre dai propri errori. Finché c’è vita, c’è possibilità di rinascere. È un messaggio di una modernità sconvolgente. Infine il Paradiso. Molti lo considerano difficile. Io credo che sia semplicemente troppo alto. Lì Dante tenta l’impossibile. Raccontare ciò che le parole non riescono a contenere. E quando arriva davanti al mistero ultimo dell’universo comprende che l’intelligenza, da sola, non basta più. È allora che conclude con quello che considero il verso più bello mai scritto da un essere umano: «L’amor che move il sole e l’altre stelle.»

 Non la forza. Non il potere. Non il denaro. Non la paura. L’Amore. Con una sola parola Dante capovolge ogni concezione della storia. Ci dice che l’universo non è governato dal caso, ma da un principio che unisce, crea e dà significato. Forse è questo il segreto della Divina Commedia. Non ci insegna come raggiungere il Paradiso dopo la morte.

Ci insegna come attraversare la vita prima della morte. Per questo, dopo oltre sette secoli, Dante continua a parlarci. Perché il suo viaggio non è terminato il giorno in cui pose l’ultima parola del poema. Continua ogni volta che un uomo, smarrito nella propria selva oscura trova il coraggio di rialzarsi, di guardarsi dentro e di riprendere il cammino verso quella luce che, da sempre, abita il cuore dell’umanità.

Dal web

mercoledì 7 ottobre 2026

INCLUSIONE NON PIETISMO

 


IL SENSO 

DELLA SCUOLA


Il ruolo dei compagni 

e degli educatori 

di fronte a chi esprime

 bisogni diversi

La via dell’inclusione in classe? Senza pietismo né scorciatoie

La storia di Dario e dei suoi compagni ci racconta come amicizia, responsabilità e fiducia nell’altro possono trasformare i limiti e le fragilità in occasioni di crescita per tutti.

Il rischio è che, per tutelare una persona in condizione di fragilità, la si metta sotto una campana di vetro, facendo sconti e rinunciando alle sfide Così, però, crescere diventa impossibile. Se giustizia non significa trattare tutti allo stesso modo ma dare a ciascuno il suo, non è però nemmeno giusto fare differenze dove non serve, trattando da diverso chi non lo è Perché nessuno è diverso Anzi, lo siamo tutti.

 -di MARCO ERBA*

Dario è simpaticissimo: ha un sorriso contagioso, lo sguardo luminoso. A volte sembra chiudersi in sé, perso nei suoi pensieri: quando però entra in relazione mette allegria, semina buonumore. Dario non può camminare: vive seduto sulla sua carrozzina elettrica, che conduce ovunque con grande agilità. Dario è ben inserito nella sua classe: ha amici veri, con cui si trova in sintonia. Certo, a volte ci sono le inevitabili tensioni che tra adolescenti si creano, ma nel complesso quando entro in quella classe respiro un clima bello, accogliente. Dario e i suoi amici sono un dono per la mia vita: mi hanno aiutato ad aprire nuove prospettive. Ad esempio durante un concerto a scuola. A quel concerto l’accompagnatore ero io, con me c’era l’educatore di Dario. Siamo entrati nell’auditorium della scuola tra i primi, ci siamo messi davanti. Q uando però il concerto stava per iniziare, Dario mi ha chiesto di uscire: il suono così ravvicinato degli strumenti, delle voci, delle casse, avrebbe potuto dargli molto fastidio. Mi è dispiaciuto, ma non me la sono sentita di chiedergli uno sforzo: gli ho detto di sì, rassegnato. L’educatore si stava già alzando per accompagnarlo, quando è intervenuto un compagno. «Ma no, aspetta» ha detto a Dario. «Non uscire: stiamo insieme in fondo all’auditorium dove la musica arriva meno potente e vediamo come va. Che ne dici?» gli ha chiesto. Dario ha annuito: ci stava, valeva la pena provare. Io ho assistito alla scena, ma non sono intervenuto. Quel compagno mi ha chiesto: «Prof, possiamo?». M i è bastato uno sguardo d’intesa con l’educatore per capire che anche lui era d’accordo. «Sì, certo» ho detto. Dario è partito con la sua carrozzina, alcuni compagni lo hanno seguito e si sono messi in ultima fila, tranquilli, ad attendere l’inizio del concerto. Mi sono voltato indietro più volte durante lo spettacolo: Dario cantava, rideva, gli brillavano gli occhi, si muoveva al ritmo della musica. I suoi compagni cantavano a loro volta, si divertivano. Non erano lì con lui per compassione, erano lì con lui per condividere un’esperienza. Erano un gruppo di amici, e che uno di loro fosse seduto su una carrozzina e gli altri sulle sedie dell’auditorium non cambiava nulla. Io li osservavo, poi mi voltavo verso il palco e non riuscivo a decidere quale fosse il vero spettacolo. U na settimana dopo stavo andando verso la scuola in auto per una riunione fissata subito dopo la fine delle lezioni. Non avevo le ultime ore quel giorno, quindi ero tornato a casa per poi rientrare. La mia scuola è collegata alla città da una comodissima pista ciclabile che corre in un prato non lontano dalla strada asfaltata. Guidavo proprio lungo quella ciclabile, quando ho notato qualcuno che la percorreva.

Dario: andava sulla pista ciclabile dritta e completamente libera a tutta velocità con la sua carrozzina elettrica. Ma non era solo: in piedi dietro di lui, sulla carrozzina, c’era uno dei compagni che con lui era stato in fondo all’auditorium durante il concerto a scuola. Dovevano fare un lavoro scolastico insieme, avrei scoperto il giorno dopo, e si stavano dirigendo a casa del compagno. Ma era Dario a portarlo: la sua carrozzina elettrica era veloce e faceva risparmiare tempo a entrambi. P orto nel cuore queste due immagini, affiancate come in un dittico. Dario che, di fronte a una difficoltà, non viene lasciato solo dai compagni e riesce ad assistere a un bel concerto, godendone dal fondo di quell’auditorium. Dario che restituisce il favore, dando a suo modo un passaggio a uno dei compagni che gli è rimasto al fianco nel momento del bisogno. Un bisogno che si fa dono, un limite che diventa condivisione. Quel compagno ha accolto il limite di Dario, che ha avuto la forza di condividerlo, e ora, su quella carrozzina, il limite di Dario diventava uno strumento utile a entrambi. Penso che questi due episodi, che questi due gesti di attenzione, valgano quanto tutte le ore di educazione civica che ogni anno, a volte un po’ stancamente, proponiamo ai nostri studenti.

Parlare di inclusione a scuola non è facile: si rischia lo slogan, il proclama privo di concretezza. A volte si rischia di usare questo termine per autoincensarsi o per affermare dei sacrosanti principi, senza però tenere conto della fatica delle circostanze concrete. Di certo, inclusione non significa protezione eccessiva. Il rischio è che, per tutelare una persona in condizione di fragilità, la si metta sotto una campana di vetro, facendo sconti e rinunciando alle sfide. Così però crescere è impossibile.

Inclusione è anche impatto con la realtà, impatto che non può essere privo di conflitto. L’inclusione è inoltre totalmente estranea al pietismo. Se la compassione è un nobilissimo sentimento, il pietismo distrugge: la retorica del «poverino», del giustificare ogni azione alla luce delle difficoltà, non aiuta affatto; anzi, è ancora più escludente. Penso a Dario, ai suoi compagni, alla sua famiglia, che anche su questo mi hanno insegnato tanto. Dario fa sport, sostenuto dai genitori, che si sobbarcano a volte lunghe trasferte. Genitori che lo sfidano a buttarsi nella sfida, e così lo aiutano a tirare fuori il meglio di sé, a vivere la sua vita appieno. Parlando delle sue gare, una volta l’ho sfidato anche io a una competizione nel cortile della scuola: io con la mia bicicletta elettrica, lui con la sua carrozzina elettrica. Ci è stato: abbiamo riso e scherzato, lo ricordo come un momento molto bello. Vedere Dario sorridere mi ha confermato il potere terapeutico dell’ironia e dell’autoironia: non c’è peso che non possa essere alleggerito da una risata spontanea, non c’è fatica che non possa essere affrontata con più energia. A lla giornata dell’atletica, nella staffetta quattro per cento, insieme ai suoi compagni ha gareggiato anche Dario. Non è stato facile emotivamente, è ovvio, ma per lui e per tutti è stato un successo incredibile, un episodio da manuale. 

Il senso di una scuola inclusiva non è rendere tutto più facile, cancellare il disagio, ma allenare ad abitarlo, proprio come quel giorno è accaduto. Per questo quella staffetta è stata un trionfo umano ed educativo. C’è un ultimo episodio che mi ha colpito e che ha Dario per protagonista. Un giorno, in classe, c’è stata tensione e lui ha manifestato una richiesta con una modalità scomposta. Io, per quieto vivere, l’ho assecondato. All’intervallo è venuto da me uno degli amici di Dario e me lo ha fatto notare: «Prof, secondo me non è giusto cedere per evitare lo scontro quando la richiesta non è motivata e non è portata avanti nei dovuti modi.» Ho pensato tutto il giorno a quelle parole. La mattina dopo sono entrato in classe, ho ripreso davanti a tutti l’episodio e la critica mossami da quel compagno e ho detto che quel compagno aveva ragione. Poi mi sono scusato. Il compagno che mi aveva criticato era uno di quelli che era stato al fianco di Dario in fondo all’auditorium.

È un suo amico vero, fa parte del gruppo con cui Dario esce nel fine settimana. Il suo essere diretto e il suo non fare sconti, mi rendo conto, è stato più inclusivo del mio cedimento per rendere la situazione più tranquilla. Mi ha insegnato che, se giustizia non significa trattare tutti allo stesso modo ma dare a ciascuno il suo, non è però nemmeno giusto fare differenze dove non serve, trattando da diverso chi non lo è. Perché nessuno è diverso; anzi, lo siamo tutti: ciascuno di noi è unico e irripetibile nella storia dell’umanità ed è chiamato a vivere le proprie relazioni e la propria esistenza al massimo delle sue potenzialità, senza sconti né scorciatoie.

*Insegnante e scrittore

/ ICP

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