sabato 15 agosto 2026

SOLITUDINE


 Le due facce dell'essere soli. 


-di Luigi Ciotti

 C'è una solitudine feconda, che ci rigenera, e ce n'è una subita, causa e conseguenza di malessere. Nessuno di noi basta a sé stesso, tutti abbiamo bisogno di un cenno di amicizia, di consolazione e di fiducia.

La solitudine ha due facce, come una moneta. E come una moneta può rappresentare una ricompensa che si riceve o un prezzo che si deve pagare, a volte anche molto salato. Personalmente ho incontrato il volto benigno della solitudine diverse volte e in diversi luoghi, uno però in particolare: la montagna che tanto amo. Lassù sulle cime ho scoperto la gioia di sentirmi solo ma non isolato, anzi in una speciale forma di connessione col mondo. Ecco la solitudine come ricchezza da custodire! 

In montagna spesso saliamo per scendere dentro noi stessi, nei nostri abissi, nelle nostre emozioni, insomma imbastire quel dialogo interiore che può avvenire soltanto nella solitudine, perché ha bisogno di risuonare in uno spazio depurato da ogni chiacchiera o rumore di sottofondo. Le giornate frenetiche, affollate di impegni e incontri, sono la norma per tanti di noi. 

Eppure, tutti, credo, desideriamo dei momenti di pausa per risintonizzarci su quella frequenza sommessa che è il battito del nostro cuore Eppure tutti, credo, desideriamo dei momenti di pausa per risintonizzarci su quella frequenza sommessa che è il battito del nostro cuore, il ronzio dei nostri pensieri. Dobbiamo avere cura di questi momenti, e non cedere al “sequestro della solitudine” oggi causato dai dispositivi digitali, il cui uso ininterrotto non produce vera relazione, ma solo grande distrazione. Il ritrovarsi a tu per tu con sé stessi è un bisogno primario: coltiviamo la solitudine feconda che serve a rigenerarci, a riflettere e anche rivelarci che ciascuno di noi non è altro che un piccolo e fragile essere umano, chiamato a scegliere passo passo, con fatica, il cammino da percorrere.  

Causa e conseguenza di malessere 

L’altro volto della solitudine, quello doloroso, è l’isolamento: con i suoi costi altissimi in termini sia personali, sia sociali. Parliamo qui di una solitudine non cercata, ma subita. Lo sfilacciarsi dei legami affettivi, la difficoltà a entrare in dialogo con gli altri, il senso di invisibilità e di abbandono. Chi lavora con le persone in difficoltà lo sa bene: la solitudine è un fattore determinante nelle situazioni di disagio. Posso essere molto povero o affrontare un grave problema di salute, subire un trauma, un lutto, un reato: se ho qualcuno intorno che mi fa da spalla è più facile che riesca a sollevarmi, a restare agganciato alla vita. Se invece sono totalmente solo, il pericolo è scivolare lungo una china sempre più drammatica. 

La solitudine può essere causa o conseguenza del malessere, e spesso è entrambe le cose insieme. Si sta male perché non ci si sente “visti”, ascoltati o compresi dal mondo esterno, e allora si cade in comportamenti a rischio: dai disturbi alimentari all’uso di droghe, dalle relazioni abusanti al ritiro sociale. Quando poi ci si ritrova, feriti ed esausti, a desiderare l’aiuto di qualcuno, a volte si scopre di avere il vuoto attorno. Perché, magari senza accorgercene, con la nostra sofferenza abbiamo fatto soffrire altre persone, che pur volendoci bene si sono allontanate da noi. Per fortuna esiste chi, per professione ma soprattutto tensione morale, sa che nessuno può essere lasciato indietro. Ecco allora che dove si spezzano i legami personali intervengono, o dovrebbero intervenire, i servizi sociali pubblici e privati

Esistono schiere di operatori e operatrici che ogni giorno, con generosità e tenacia, affiancano le persone più sofferenti ed emarginate, affrontando i loro problemi ma anche un enorme paradosso. Sulla solitudine di chi sta male si innesta infatti molte volte la solitudine di chi prova a tendergli una mano. La rete dei servizi, per mancanza di risorse e carenze organizzative diffuse, ha troppi strappi. Si dovrebbe intervenire in modo coordinato, circondando chi ha bisogno di tutte le competenze e le opportunità necessarie per rimettersi in piedi, però spesso non è possibile. Così ci si accontenta di mettere una pezza su un problema singolo, mentre la persona rimane sola e disorientata ad affrontarne tantissimi altri. Fatichiamo insomma ad abbracciarla tutta intera, questa persona che soffre, per farla sentire parte di una comunità della cura

Uscire dalla solitudine 

Senza voler idealizzare il passato, devo ammettere che questo nostro tempo sembra caratterizzato da una pandemia della solitudine come malattia che si cronicizza e secca le vene della società. La rende più povera, più debole, più sfibrata. 

Provo allora a ricordare cosa mi ha fatto stare meglio, nelle occasioni in cui io stesso mi sono sentito solo, in senso negativo. Quando, ad esempio, ho affrontato certe incomprensioni dentro la mia Chiesa, oppure ho percepito la sordità della politica su temi che mi sembravano cruciali, e sui quali nessuna voce gridava. Ne sono uscito rendendomi conto che l’isolamento era solo apparente: nella realtà molti amici, con discrezione, mi stavano offrendo il loro appoggio, e altre voci, con accenti diversi dal mio, stavano comunque tentando di esprimere lo stesso messaggio, la stessa richiesta di giustizia. Accettare di avanzare insieme, pur nelle differenze, ha significato sentirci tutti più forti. 

Mentre la solitudine è dialogo intimo, quindi una forma di relazione con la vita, l’isolamento diventa un monologo, una fuga o un senso di espulsione dalla vita. Non si è mai soli davvero, se si ha il coraggio di aprirsi alla solitudine degli altri! Il coraggio di vedere che nessuno di noi basta a sé stesso, ma tutti abbiamo bisogno di un cenno di amicizia, di consolazione e di fiducia. 

Lavialibera 

Immagine

IL RIPOSO DELL'IMPERATORE

FERIAE AUGUSTI


di MARIA SAPIENZA*

Il nostro tempo è spesso attraversato da profonde contraddizioni, nate dall’esigenza contemporanea di conciliare la mondanità e tentare di decifrare a fondo il significato dei dogmi e le radici della cristianità. Tuttavia, la storia della fede non è fatta di rotture, ma di trasformazioni sublimi. Poiché la religione cattolica si è innestata nel preesistente tessuto culturale romano, è naturale che molte festività maggiori – compreso il Natale – coincidano con date già marcate in rosso nel calendario dell’antichità.

​Questo assunto è profondamente valido anche per la festività del Ferragosto. Nel 18 a.C., l’imperatore Augusto istituì le Feriae Augusti (i riposi di Augusto), un doveroso e gioioso stacco dalle fatiche dei contadini dopo le grandi fatiche della mietitura, originariamente legato ai cicli della fertilità della terra.

La Chiesa Cattolica, in questo stesso ottavo mese dell’anno, ha scelto di non cancellare quel bisogno umano di riposo, ma di elevarlo: ha sospeso la fatica delle braccia per dedicare il 15 agosto alle lodi di Maria. Dalla celebrazione del raccolto terreno, si è passati alla celebrazione del raccolto celeste. Maria viene assunta in cielo in anima e corpo – un dogma solennemente proclamato nel 1950, ma le cui radici affondano nella millenaria devozione per la “Dormizione” della Vergine.

È un messaggio incarnato di immensa speranza: ci ricorda che, nonostante le ineludibili fragilità umane, l’intera umanità è chiamata al Paradiso seguendo l’esempio di perfezione della Madonna, primizia della salvezza.

Per questo motivo, nel giorno di precetto, il lavoro si ferma, affinché lo spirito possa respirare. E non c’è luogo in cui questo respiro divino si faccia materia e visione come nella Cattedrale di Monreale.

Non è un caso, storicamente parlando, che la prima e più antica festa mariana della città risalga esattamente al 15 agosto 1176, giorno in cui il re normanno Guglielmo II inaugurò l’abbazia. In questo luogo incantato, nel giorno dell’Assunta, si assiste allo stupore della luce.

Gli architetti e i teologi che hanno eretto, con sapienza ingegneristica e astronomica, questo Duomo tutto d’oro, hanno calcolato l’esatto orientamento dell’edificio affinché fungesse da calendario liturgico solare.

Grazie a questa miracolosa “architettura di luce”, i raggi del sole sono guidati a incunearsi tra le navate fino a baciare, proprio nel culmine dell’estate, la figura della Theotokos (la Madre di Dio) posta in maestà, per poi salire verso l’immenso e rassicurante abbraccio del Cristo Pantocratore.

Non c’è dunque alcun dissidio, nessuna contraddizione, tra un giorno di festa che regala il meritato ristoro alle membra stanche e il tempo dedicato alla preghiera verso la donna senza peccato che ha partorito il Dio della salvezza. Entrambi celebrano la vita compiuta.

​Perché se il riposo antico ci riconsegna alla bellezza della terra, la luce dorata dell’Assunta ci ricorda che siamo nati per l’altezza del cielo.

 .................................

Maria Sapienza nasce a Monreale il 30 Novembre 1972. Laureata in pedagogia, scrive romanzi, poesie e testi teatrali. Vincitrice secondo premio Navarro, menzione d’onore premio Navarro, premio Paolo Amato e premio Salva la tua lingua locale.

 


venerdì 14 agosto 2026

LA MISERIA GLOBALE

 

Gli Obiettivi di sviluppo sostenibile che le Nazioni Unite si sono impegnate a raggiungere entro il 2030 hanno ai primi due posti l’eliminazione della povertà estrema e della fame in tutto il mondo. 

Non si tratta di idee fantasiose di qualche sognatore, bensì di decisioni ufficialmente fatte proprie dai governanti di pressoché tutta l’umanità. Già prima dell’emergenza Covid-19 vi erano ostacoli non da poco, soprattutto nell’Africa subsahariana. 

Con la pandemia vi è stato un forte peggioramento della situazione e un arretramento anche in aree che sembravano sulla strada per lasciarsi alle spalle la miseria, quali l’India o l’America Latina. 

Ciononostante, il traguardo può essere raggiunto. 

Questo libro propone delle soluzioni pratiche per riuscire a raggiungere un obiettivo che sta diventando sempre più urgente.

Antonio La Spina é professore ordinario di Sociologia e insegna anche Valutazione delle politiche pubbliche presso l'Università LUISS. 

Dirige insieme a Bernardo Giorgio Mattarella il Master in Management e politiche della amministrazioni pubbliche (Luiss School of Government/Scuola Nazionale dell'Amministrazione). Ha insegnato nelle Università di Macerata, Messina, Milano Cattolica e Palermo. E' direttore, insieme a Luca Verzichelli, della Rivista Italiana di Politiche Pubbliche. E' componente della direzione della Rassegna italiana di sociologia, del comitato scientifico di Aggiornamenti sociali, di Studi di Sociologia, della Rivista economica del Mezzogiorno e dell’Istituto Bachelet. 

Tra le sue pubblicazioni con il Mulino segnaliamo: La politica per il Mezzogiorno. Le politiche pubbliche in Italia (2003); Mafia, legalità debole e sviluppo del Mezzogiorno" (2005); Le autorità indipendenti (con S. Cavatorto, 2008), I costi dell'illegalità. Mafia ed estorsioni in Sicilia (2008); I costi dell'illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania" (2010); (con Efisio Espa) Analisi e valutazione delle politiche pubbliche (2011).

MIGRARE IN EUROPA

 

Le migrazioni 

e il patrimonio culturale cristiano

 dell’Europa

-

di Giuseppe Savagnone 

Il modello Danimarca

È di questi giorni la notizia che cinque Paesi dell’Ue – Danimarca, Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia – sono ormai arrivati a un accordo per la creazione di un centro per i rimpatri in Uganda. I ministri competenti si incontreranno a Copenaghen il 4 settembre per valutare i progressi raggiunti, con l’obiettivo di arrivare entro il 2027 a una struttura capace di accogliere migranti trasferiti dall’Europa.

Non è un caso che, in contemporanea, la premier danese Mette Frederiksen, intervenuta al Folketing (il parlamento) durante il dibattito urgente sulla crisi di Ceuta, abbia indicato, tra le opzioni a disposizione del governo, anche la chiusura completa delle frontiere.

Come non è un caso che la riunione dei ministri dei cinque Paesi sia prevista a Copenaghen. Uno degli effetti della crisi di Ceuta è la scoperta – da parte di chi (come il sottoscritto) ne era totalmente all’oscuro – del ruolo fondamentale della Danimarca nel sostenere la linea dura verso i migranti. Forse perché abbiamo molte volte visto additare Giorgia Meloni come la battistrada della “conversione” dei Paesi europei in questa direzione, col famoso “modello Albania”, non avevamo mai prestato attenzione al fatto che, già prima della nostra premier e con ancora maggiore decisione, un’altra donna, anch’ella leader del proprio partito e poi presidente del Consiglio del suo Paese, era diventata un punto di riferimento per diversi governi europei sempre più preoccupati dai fenomeni migratori.

Forse a distrarre l’attenzione è stato il fatto che la Danimarca è un piccolo Paese, con meno di sei milioni di abitanti, e che, in questo caso, il partito è quello social-democratico, da cui non ci si aspetterebbe un ruolo di primo piano in questa battaglia. E in effetti, in Danimarca, tale partito ricopre un simile ruolo da quando, nel 2015, Frederiksen ne è diventata la guida. Da allora il partito ha assunto una posizione molto severa su immigrazione e controllo delle frontiere, anche per contenere l’avanzata del Dansk Folkeparti, il partito di estrema destra danese.

La Frederiksen prima e dopo l’elezione a premier

Anche prima di andare al potere, vincendo le elezioni del 2019, Frederiksen ha sostenuto gran parte delle misure restrittive proposte dal governo di centro-destra, comprese la legge del 2016 – che autorizzava la polizia a confiscare contanti e beni di valore ai richiedenti asilo, in cambio dell’accoglienza, per coprire i costi del loro sostentamento –, e quella del 2018, con cui si introduceva un regime speciale per i cosiddetti “ghetti”.

Con questo termine si indicavano dei quartieri con oltre il 50% di residenti immigrati o discendenti da «paesi non occidentali», nei quali grazie a questa normativa, per alcuni reati venivano previste pene due volte più severe che altrove e dove i bambini, da un anno in su, erano obbligati a frequentare l’asilo per 25 ore settimanali di educazione ai «valori danesi». Inoltre, i genitori che avessero mandato i loro figli nei rispettivi paesi d’origine per lunghi periodi rischiavano di essere espulsi o incarcerati.

I socialdemocratici non si erano neppure opposti – anche se non l’avevano appoggiata – a una proposta di legge, poi arenatasi per gli eccessivi costi, in cui si prevedeva di confinare gli stranieri «indesiderati» (per i quali però non ci fossero motivi giuridici di espulsione) sull’isola di Lindholm, a circa tre chilometri e mezzo dalla costa, grande meno di un chilometro quadrato e un tempo utilizzata come laboratorio per malattie infettive animali. Obiettivo esplicito era di rendere la loro vita così impossibile da costringerli ad abbandonare il Paese.

Quando poi, nel 2019, era andata al governo, Mette Frederiksen aveva assunto direttamente il comando delle operazioni per bloccare l’immigrazione irregolare, ma non solo quella. A esprimere perfettamente la sua “filosofia” era una formula fatta girare in quel periodo: «Non venite in Danimarca. Siamo cattivi. Andate invece in Germania o in Svezia». Risultato: nel 2020 hanno lasciato la Danimarca più rifugiati di quanti ne siano arrivati.

L’apice di questa politica è rappresentato da una legge del 2021 che prevede che la domanda di asilo dei migranti venga presentata in un Paese terzo e non in territorio danese. Nessun migrante cioè dovrebbe mettere piede in Danimarca. E, anche in caso di accettazione della domanda, lo straniero deve restare nel Paese terzo.

La legge non ha avuto finora effetti pratici perché occorreva individuare i Paesi terzi dove i migranti potessero essere accolti. Essa, però, è stata subito vista come particolarmente lesiva del diritto internazionale, sia dall’Agenzia ONU per i rifugiati sia dalla Commissione europea, perché esclude la possibilità di entrare in Danimarca per il migrante anche in caso di riconoscimento del diritto di asilo. Come del resto aveva dichiarato il deputato della maggioranza Rasmus Stoklund: «L’obiettivo è scoraggiare l’immigrazione fino ad azzerare il numero dei rifugiati».

Ora l’accordo con Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia sembra avere individuato il Paese terzo nell’Uganda. Ma è chiaro, a questo punto, che lo stesso “modello Albania” di cui tanto si è parlato, e che è nato dall’accordo siglato tra Roma e Tirana nel novembre 2023, non fa altro che riprodurre la legge danese del 2021, anche se, rispetto a essa, individua un luogo concreto in cui essere attuato.

Le ragioni

In entrambi i casi, si tiene a spiegare che queste misure non nascono da un’irrazionale xenofobia. Nel messaggio congiunto – quasi un “manifesto” – inviato all’Europa da Meloni e Frederiksen, se ne spiegano le ragioni: «Per troppo tempo», scrivono, «soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità». Infatti, si dice nel messaggio, «nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali».

Da qui la linea stabilita in comune e proposta a tutti gli altri Paesi: «Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa».

Si spiega, in questa logica, centrata sulla difesa degli interessi dei propri cittadini – «specialmente i più esposti» – l’apparente contraddizione della linea della premier danese, leader di un partito socialdemocratico e sostenitrice di una politica anti-immigrazione. «Per me», ha scritto anni fa in un suo libro Frederiksen, «è sempre più chiaro come il prezzo di una globalizzazione senza regole, dell’immigrazione di massa e della libertà di movimento dei lavoratori venga pagato dalle classi più povere». Una posizione che Meloni, pur non condividendo l’ideologia socialista della sua collega, sicuramente condivide, magari allargandola a tutte le classi sociali.

Ma non è soltanto una questione di interessi nazionali a livello socio-economico. E neppure di garanzia della sicurezza e dell’ordine pubblico. Perciò non basta che chi arriva rispetti le regole formali dei Paesi di accoglienza: deve rispettarne i valori. «Il rispetto delle nostre leggi», scrivono le due premier, «deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei». E si riferiscono esplicitamente alle “radici cristiane” dell’Europa: «Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo». Perciò, aggiungono, «ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo».

È chiaro che Meloni e Frederiksen condividono la preoccupazione del governo americano, espressa dal vicepresidente J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, di un «allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America». Un allontanamento dovuto, come ha ribadito più volte Trump, all’accoglienza indiscriminata nei propri confini di stranieri.

La minaccia degli stranieri e la difesa dei valori cristiani

Due semplici considerazioni. La prima riguarda la minaccia che, sulla stessa linea di Trump, le due premier denunciano nel messaggio, quella di «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa».  Quella a cui si è assistito a Ceuta. 

Ma, sulla necessità di combatterla, tutti, a cominciare da Sánchez, sono pienamente d’accordo e il Consiglio, il 4 agosto, ha testimoniato unanimemente che la reazione del governo spagnolo per contrastarla è stata «rapida ed efficace».

Ma allora perché il ministro degli Esteri Tajani, facendo eco alla posizione della nostra premier, lo ha invece attaccato, e non per l’accaduto, ma per la sua generale politica migratoria?  «Le immagini che arrivano da Ceuta» – ha scritto il ministro – «dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, a oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani».

Qui, strumentalizzando l’emozione collettiva di fronte al dramma dell’exclave spagnola, si cerca di screditare come «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa» una linea politica, confortata pienamente dai risultati, che vuole valorizzare l’accoglienza – niente affatto indiscriminata, ma sottoposta a precisi criteri – sia come un fondamentale valore umano, sia come un fattore di prosperità.

E la decisione unilaterale dell’Italia di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei confronti della Spagna, come anche la minaccia del governo danese di chiudere del tutto le proprie frontiere, appaiono come una presa di distanza dall’impegno, che tutti i Paesi dell’Unione hanno assunto, di dare la priorità ai confini europei rispetto a quelli nazionali.

Come del resto è accaduto nei confronti dell’Italia, che dal 2021 al 2026 ha registrato, secondo «Frontex», il doppio degli arrivi di migranti rispetto alla Spagna, senza che nessuno degli Stati confinanti le chiudesse le proprie frontiere in nome della propria sicurezza, privilegiando la comune solidarietà europea. È il sovranismo, non l’attacco dall’esterno, la vera grande minaccia a Schengen, una minaccia risorgente, dopo l’improvvida misura italiana e la voce grossa fatta dal governo danese.

La seconda considerazione riguarda il «patrimonio culturale cristiano» di cui Meloni e Frederiksen si dicono orgogliose e che sono intenzionate a difendere. Ora, non c’è dubbio che una politica migratoria non può prescindere da un insieme molto complesso di fattori e di condizionamenti e che la sua aderenza al messaggio evangelico di fraternità universale dev’essere valutata tenendo conto di questi aspetti concreti. Si potrà anche criticare Sánchez per un eccesso di apertura, con la sua scelta di regolarizzare mezzo milione di immigrati (che comunque erano in Spagna da almeno nove mesi).

 Ma non si possono chiudere gli occhi sul fatto che gli eventuali eccessi della politica di Sánchez si collocano all’interno di una visione – peraltro esplicitamente rivendicata dal leader spagnolo – che valorizza l’umana fraternità al di là degli angusti confini nazionali, in sintonia oggettiva con il messaggio evangelico. 

Mentre, al contrario, tutte le ragioni, anche eventualmente fondate, portate negli Stati Uniti da Trump per la deportazione degli immigrati e in Europa da Meloni e da Frederiksen per progettare un’operazione analoga, non possono bastare a giustificare un atteggiamento e uno stile di fondo, prima ancora che singole misure, che sembrano considerare gli esseri umani estranei alla propria cerchia politico-culturale non come persone, ma come una minaccia da fronteggiare.

Che è il tradimento più grave dell’anima cristiana dell’Europa e dell’Occidente.

www.tuttavia.eu

Immagine




www.tuttavia.eu

LE PICCOLE VIRTU'

 


Trattato 

delle 

piccole virtù: 


Breviario 

di civiltà



di Carlo Ossola (Autore)  

 

Viviamo un’epoca in cui l’«assolo» sembra prevalere decisamente sul «vivere corale».

Sebbene si sia ormai affermata la necessità di prendersi cura dei beni comuni, risulta però impossibile tutelarli senza fare appello a quelle virtù che riducono le pretese del singolo a favore dell’armonia dell’insieme.

Carlo Ossola ci accompagna in un viaggio che è anche un dialogo con alcuni maestri delle «piccole virtù», esponenti del pensiero e della letteratura: da Cicerone e Lucrezio ad Alessandro Manzoni e Victor Hugo, da Carlo Goldoni a Giacomo Leopardi, da Emily Dickinson a Wisława Szymborska, da T.S.Eliot a Georges Bernanos.

Guida ideale lungo il percorso è il trattato settecentesco – che fa da appendice al volume – in cui Giovan Battista Roberti, compendiando secoli di civiltà europea, descrisse le «virtù sociali, utili a chiunque vive in società di altri viventi razionali».

Nella consapevolezza che ricercare e praticare queste virtù non è altro se non, citando sant’Agostino, «scorgere in un fatto modesto i concetti comuni delle piccole come delle grandi realtà».

Marsilio editore

Immagine



 

ECLISSI DI DIO

 


Ieri tutti abbiamo alzato gli occhi al cielo per vedere il disco nero della Luna sovrapporsi a quello luminoso del Sole ed eclissarlo. Un'ora, poi tutto è finito: i raggi non hanno più trovato ostacoli e oggi il Sole splende esattamente come prima, indifferente all'emozione di chi ha viaggiato, fotografato, filmato e postato il grande fenomeno celeste.


-di Vito Mancuso

Eclissi di Dio è il titolo di un libro che il filosofo Martin Buber pubblicò nel 1952. La metafora è potente perché contiene una differenza essenziale rispetto alla celebre affermazione di Nietzsche sulla "morte di Dio". Ciò che muore non è più; ciò che si eclissa invece continua a esistere, anche se non più visibile per un po'. Noi torneremo a rivedere il Dio al momento eclissato, nascosto dal disco nero non della Luna ma della Storia? Oppure non più, perché Dio non è temporaneamente eclissato bensì definitivamente morto? 

L'immagine del Sole per parlare di Dio è antichissima, né poteva essere altrimenti. Prima che la fisica spiegasse la natura di quella sfera incandescente e la sua distanza da noi, gli esseri umani avevano compreso una cosa ben più elementare e decisiva: senza il Sole non c'è vita. Dal Sole vengono la luce e il calore, grazie al Sole crescono le piante e maturano i frutti, si alimentano gli ecosistemi ed è possibile la nostra stessa esistenza. Era naturale quindi che proprio il Sole diventasse una delle più potenti immagini del divino. Lo fu in modo eminente nell'antico Egitto, dove ben tre divinità rappresentavano il Sole: Khepri allo stato nascente dell'alba, Ra nel pieno splendore del meriggio, Atum al tramonto. Il medesimo fenomeno richiedeva ben tre nomi per esprimere tutta la forza simbolica di una luce che nasce, raggiunge il pieno fulgore, infine muore per poi rinascere. L'identificazione tra divinità e luce solare attraversa gran parte della storia religiosa dell'umanità: per Platone il Sole e la Luna sono «Dei visibili», la Bibbia afferma che Dio «si avvolge di luce come di un manto», il cristianesimo definisce Cristo «luce del mondo» e nel Credo descrive il suo rapporto col Padre in termini di «luce da luce». 

La luce solare è forse la più pura metafora della trascendenza perché illumina le cose senza presentarsi a noi come una cosa. Consente di vedere, ma, quando è troppo intensa, non può essere guardata direttamente. È presenza e insieme distanza, illumina ma anche acceca, rivela ma anche nasconde, scalda ma anche brucia, esattamente secondo la dinamica di "mysterium fascinans" e insieme "tremendum" che contrassegna la fenomenologia del divino: qualcosa di amabile e al contempo di spaventoso. 

Per gli antichi un'eclissi poteva rappresentare davvero qualcosa di spaventoso perché per loro il Sole era una manifestazione del divino e quindi il suo oscurarsi annunciava un'incrinatura nell'ordine del mondo, per esempio la morte di un sovrano, una guerra, una carestia. Nessuno di noi invece ieri ha avuto paura. Tutti sapevamo perfettamente cosa stava accadendo e quando e perché, e per questo abbiamo trasformato anche questo fenomeno in ciò in cui la nostra società sembra trasformare ormai tutto: in uno spettacolo. A milioni ci siamo spostati nei luoghi più idonei per vederlo, moltissimi hanno acquistato gli occhiali adatti, preparato i telefonini, cercato l'inquadratura più suggestiva. L'eclissi è diventata un evento da non perdere e, soprattutto, da mostrare agli altri di non aver perso. Nulla di male naturalmente, c'è anzi qualcosa di bello nel fatto che per una volta milioni di esseri umani abbiano alzato insieme gli occhi verso il cielo come ai vecchi tempi, e non più in basso sui telefonini. Eppure, mentre guardavamo l'eclissi del Sole, avremmo potuto pensare a quell'altra eclissi di cui parlava Buber, perché l'eclissi astronomica è passata, quella spirituale no. Il Sole è tornato a splendere, Dio invece continua a rimanere oscurato per buona parte della coscienza occidentale. È un bene o un male? Di certo è un fatto storico: il termine "Dio", che per millenni ha indicato il punto più alto verso cui tendere il cuore umano, per molti oggi non indica più nulla, se non un incomprensibile passato remoto. Sei anni prima di Buber, Heidegger descriveva il nostro tempo come una notte: «Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà perché diviene sempre più povero; è già diventato tanto povero da non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza». Anche l'uomo folle di Nietzsche annunciando la morte di Dio, ben lungi dal festeggiare, ammoniva i presenti così: «Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli?». 

La morte o l'eclissi di Dio non riguarda solo il clero e i credenti; anzi, si può dire che essa non li riguardi affatto perché per loro Dio è sempre vivo e splendente; riguarda piuttosto l'insieme di questo nostro mondo che non ha più un fondamento solido a cui ancorare la coscienza. E aggiungeva Heidegger: «L'epoca a cui manca il fondamento pende nell'abisso». Noi pendiamo nell'abisso. Abbiamo problemi enormi: l'emergenza climatica, le migrazioni, le guerre e il riarmo, la crisi del diritto internazionale, l'imperversare dell'Ai senza controlli etici e giuridici adeguati. In base a quale fondamento comune poterli affrontare? La scomparsa di Dio dalla coscienza occidentale pone quindi una questione che è non solo religiosa, ma è anche politica: può una società vivere senza qualcosa che trascenda gli interessi individuali e costituisca un orizzonte condiviso? E quale può essere oggi questo orizzonte? Buber scelse la parola "eclissi" e non "tramonto" o "morte" perché conservava una speranza. C'è quindi una domanda che il fenomeno di ieri fa nascere in noi: cosa si è frapposto tra noi e l'idea di Dio? I nostri occhi hanno finalmente iniziato a vedere meglio, o sono peggiorati e non riescono più a distinguere la vera luce? Stiamo camminando in avanti o indietro? Tutta questa potenza tecnologica ci fa essere più umani, oppure pericolosamente meno? 

Dell'eclissi del Sole conoscevamo in anticipo persino il minuto in cui sarebbe terminata ed è terminata.

Nessuno invece sa dire se e quando finirà l'eclissi di Dio. E se con essa non vi sarà anche l'eclissi dell'uomo.

Alzogliocchiversoilcielo

 

giovedì 13 agosto 2026

INVALSI PROSPETTIVE


RIFLESSIONI

 E 

PROSPETTIVE



L'editoriale del Presidente

Come ogni anno la presentazione dei Risultati INVALSI 2026 offre l’opportunità di tracciare un bilancio del nostro sistema scolastico ed è certamente un momento di grande importanza per orientare le scelte future. Il quadro generale che emerge è sostanzialmente positivo e delinea una Scuola aperta all’innovazione, capace di raccogliere le sfide della contemporaneità. Il Presidente Roberto Ricci ne traccia un’analisi che pone interessanti riflessioni, sia per il presente sia in una visione di lungo periodo.

Tra le notizie più significative che emergono dagli esiti della Rilevazione del 2026 spicca l’ulteriore calo della dispersione scolastica, che diminuisce ancora rispetto al 2025. È questo un successo collettivo frutto dell’impegno di insegnanti e scuole, che ha permesso a un numero importante di ragazzi e ragazze in più rispetto al passato di proseguire negli studi e di portarli a compimento.

Riprende un cammino positivo anche la dispersione implicita, e si riduce di quasi un punto percentuale. Questo traguardo molto rilevante impone però una riflessione cruciale sugli esiti di apprendimento. Trattenere un numero maggiore di studenti e studentesse significa infatti accogliere e mettere in condizione di permanere a Scuola chi ha maggiori difficoltà e in passato avrebbe abbandonato il percorso di studi.

Analizzando i diversi cicli, la Scuola secondaria di secondo grado mostra lievi miglioramenti e quella di Primo grado appare sostanzialmente stabile.

Emerge, tuttavia, un campanello d’allarme per la Scuola primaria, i cui esiti non crescono. I cali che i numeri mettono in evidenza non sono rilevanti ma, come sottolinea Ricci, il mancato aumento degli esiti deve chiamarci a riflettere, a trovare le soluzioni metodologiche, didattiche, pedagogiche, operative più adeguate.

Queste misure, tuttavia, devono essere individuate funzionalmente al raggiungimento degli obiettivi di apprendimento […] se noi non teniamo sufficientemente forte il legame tra l’ambiente di apprendimento – che deve essere più positivo possibile – e gli esiti di quell’apprendimento, rischiamo di perdere di vista una delle missioni principali della scuola e forse la leva più importante per garantire equità al sistema, ossia buoni apprendimenti per tutti e per ciascuno.

Sul versante delle discipline, l’Inglese conferma una tendenza positiva pluriennale sia nella Lettura sia nell’Ascolto. È un andamento che si registra in tutti territori e in tutti i gradi scolastici, con incrementi di oltre 10 punti percentuali medi rispetto alle rilevazioni d’esordio per questa materia.

La vera novità dell’anno è stata però l’estensione della rilevazione delle competenze digitali a tutta la popolazione scolastica del Grado 10 – cioè del secondo anno della Scuola secondaria di secondo grado – non più circoscritta alle classi campione, come è avvenuto nel 2025. La somministrazione, benché su base volontaria, ha registrato un’adesione elevata, con oltre il 90% delle scuole.

Gli esiti mostrano competenze solide, in linea con i livelli intermedi europei, e registrano una crescita significativa nel passaggio dal secondo al quinto anno delle superiori.

Ciò indica una scuola aperta all’innovazione e al confronto, anche con il concorso di strumenti ed esperti esterni, per una verifica costruttiva della propria azione formativa.

I dati a disposizione confermano inoltre l’efficacia delle misure del PNRR orientate alla personalizzazione della didattica per garantire a ogni allievo il conseguimento di elevati livelli di apprendimento

Sebbene emergano per la Scuola primaria motivi di attenzione, con luci e ombre che certamente richiedono attenta riflessione

Abbiamo tutti ragione di essere grati alla nostra scuola e di supportarla […] nel compito di conseguire e garantire buoni ed elevati livelli di apprendimento.

INVALSI

Immagine




Una strada che i dati dicono intrapresa positivamente.