venerdì 13 marzo 2026

VIOLENZA E SESSUALITA'


 LA DISTORSIONE

 DELLA SESSUALITA'

 ALLA RADICE 

DELLA VIOLENZA


.-di GIUSEPPE SAVAGNONE

I nuovi tabù

Il problema – reale e drammatico – delle violenze sessuali perpetrate ai danni delle donne è sempre più presente nelle cronache e nell’attenzione dell’opinione pubblica. La loro forma più estrema, sono i femminicidi. Ma ce ne sono tante altre, alcune antiche, come le molestie sessuali, altre collegate all’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione, come i ricatti con cui un ragazzo costringe la sua ragazza a continuare il rapporto, minacciando di mettere sulla rete foto o video che la ritraggono nuda o in atteggiamenti compromettenti.

La risposta a questa emergenza, da parte delle istituzioni, si svolge finora su due piani. Da un lato si rafforzano le misure di pubblica sicurezza, per prevenire o bloccare tempestivamente queste violenze. Dall’altro si punta sulla introduzione, nelle scuole, di corsi di educazione – come quello da poco varato dal ministro Valditara – volti a creare una mentalità e una sensibilità di rispetto nei confronti dell’altro sesso.

Tutto questo è sicuramente opportuno. C’è però da chiedersi se sia sufficiente. E, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto educativo, se la battaglia che si è intrapresa contro la “cultura del patriarcato” non distolga dal problema di fondo, che riguarda il modo di concepire e di vivere il sesso, oggi, da parte soprattutto dei giovani. Di questo si parla pochissimo, anzi è diventato un tabù parlare, come pochi decenni fa lo era parlare in pubblico del sesso.

Si tende a tacere, così, che la liberazione, in sé salutare, dalla rigida gabbia di divieti, silenzi e ipocrisie che avvolgeva questa dimensione della vita personale e sociale ha determinato però, come “danno collaterale” della cui gravità cominciamo a percepire gli effetti, una banalizzazione della sessualità che la riduce ad oggetto di consumo.

Mentre si grida ad alta voce – giustamente – per protestare contro le forme più vistose di violazione della dignità delle donne, si accetta come prassi normale che la pubblicità utilizzi il corpo umano – soprattutto quello femminile – come simbolo e richiamo commerciale.

Così come si parla ben poco del problema rappresentato dal dilagare della pornografia. È di pochi giorni fa il grido d’allarme di Lucetta Scaraffia, sul quotidiano «La Stampa» – «Se i giovani crescono con la pornografia» – in cui si denuncia l’uso purtroppo diffusissimo ed esteso della pornografia che costituisce, soprattutto per i maschi, il primo e spesso l’unico modello in materia.

La precocità dei rapporti sessuali

Esiste una relazione diretta fra uso della pornografia tra i 10 e i 19 anni e la sempre maggiore precocità del primo rapporto. Più sono precoci l’età d’uso e le ore spese sui siti pornografici, maggiore è anche la probabilità di anticipare l’esperienza sessuale a un’età in cui non si è, fisicamente, ma soprattutto psicologicamente, in grado di viverla  con pienezza.

Secondo l’Osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza, il 19% degli adolescenti ha rapporti sessuali prima dei 14 anni. E per oltre la metà dei ragazzi il primo rapporto avviene tra i 15 e i 17 anni.

Con un allarmante distacco – in un’età decisiva per lo sviluppo della personalità –  fra affettività e sessualità. Più di un terzo di oltre 1.000 giovani “under 20”, intervistati dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia (SIGO), ha dichiarato la propensione a consumare il rapporto già dopo il primo incontro.

Per la metà di essi non c’è una regola e solamente il 4% attende di essere ufficialmente una coppia. Di oltre 1.000 giovani intervistati il 42% aveva già avuto 2-5 partner, e il 9% ne aveva già avuti più di 10» (Nicola Surico, presidente della SIGO). Diventano più frequenti anche le esperienze di sesso di gruppo.

Da qui, «l’analfabetismo sentimentale, in crescita anche fra le ragazze», che «si traduce nella scomparsa del corteggiamento a vantaggio di un uso sessuale del corpo precoce, aggressivo e progressivamente promiscuo (…). L’analfabetismo sentimentale diventa poi analfabetismo sensuale: si fa sesso, si agiscono comportamenti sessuali, amputati però della capacità di sentire le emozioni, la gioia di una carezza a lungo desiderata e sognata, il gusto di un abbraccio e di un bacio che faccia sentire unici, amati e felici.

La frustrazione e la noia che derivano da un sesso privo di sentimenti e d’amore aumentano il bisogno di “accendersi” con alcol e droghe, o con la pornografia, in crescita esponenziale soprattutto fra i giovani» (Alessandra Graziottin Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano).

I problemi fisici e psichici

I medici non mancano di avvertire, con crescente preoccupazione, delle conseguenze di questi fenomeni, prime fra tutte l’aumento del rischio di patologie sessuali infettive e il moltiplicarsi di gravidanze indesiderate.

Da qui la loro denuncia della mancanza di un’adeguata educazione sessuale da parte degli adulti. In famiglia non se ne parla, tra figli e genitori, e a scuola se ne parla male, soprattutto con i compagni (quasi mai con i professori).

Il problema non riguarda solo questi pericoli di ordine fisico. Il ricorso sistematico alla pornografia e la tendenza a ridurre il corpo dell’altro a mero oggetto da cui trarre piacere, senza stabilire una vera relazione personale, producono anche effetti psicologici.

Primo fra tutti «un narcisismo autoreferenziale, deleterio per la crescita della capacità di amare, di sentire e riconoscere i sentimenti dell’altro e dell’altra e di vivere in armonia con il mondo» (A. Graziottin). Narcisismo che, a sua volta, nasconde una profonda insicurezza.

Riferendosi a un caso da lei seguito personalmente, una psicoterapeuta scriveva sulla rivista del Centro italiano di sessuologia (CIS): «L’utilizzo massiccio e coatto della pornografia ha determinato nel tempo in Matteo un senso di onnipotenza così forte e massiccio da annullare i confini tra il mondo reale e il mondo virtuale. L’Onnipotenza (…) insieme a un intenso e totalizzante disvalore di sé, hanno trionfato su ogni limite e regola creando un mondo abitato da fantasie ossessive all’interno del quale si poteva essere e fare qualsiasi cosa» (Giulia Mondini, in «Rivista di sessuologia, 46, n.2, luglio-dicembre 2022).

Forse questo corto circuito tra insicurezza e senso di «onnipotenza» potrebbe spiegare molto più realisticamente della “cultura del patriarcato” i comportamenti distorti di molti maschi. Filippo Turetta dormiva col peluche e si sentiva soverchiato dai successi della sua ragazza. Altro che patriarca!

“Fare sesso”, amore e sessualità

Il problema, perciò, non si risolve solo ribadendo, come oggi si fa spesso, la necessità di rispettare la libertà delle ragazze, il loro diritto di vestirsi come vogliono, di uscire quando vogliono, etc. Bisogna avere il coraggio di rimettere in discussione – attirandosi l’accusa di moralismo e di oscurantismo – l’uso ormai diffuso di leggere i rapporti uomo-donna nella logica del “fare sesso”.

Un autore non sospetto, Francesco Alberoni, scriveva a questo proposito: «“Fare sesso” sta a dirci che il sesso si può fare come una qualsiasi cosa pratica: fare un bagno, far colazione, fare la spesa. Il sesso, infatti, può essere un atto volontario senza nessun coinvolgimento emotivo, senza bisogno di conoscere la vita dell’altro, senza partecipare delle sue emozioni, dei suoi sogni.

Il sesso puro, “fare sesso”, è per sua natura potenzialmente impersonale e promiscuo. Con la parola “fare l’amore” indichiamo il rapporto fra un uomo e una donna che si amano in modo totale, esclusivo, un amore ad un tempo erotico e spirituale che cresce nel tempo».

Ma, senza bisogno di chiamare in causa l’ “amore” di cui parla Alberoni, è la stessa sessualità che implica molto di più del “fare sesso” e che viene tradita ogni volta che la si riduce a questo.

Scrive la stessa specialista sopra citata nella rivista del CIS: «Il sesso indubbiamente fa parte della sessualità (…), ma la sessualità rappresenta qualcosa di molto altro e di più profondo. Non andrebbe dunque dimenticato che il suo primo e più importante significato è “relazione”: una relazione come momento strutturante della persona in tutto il suo essere e in tutto il suo esistere nel mondo.

Sessualità significa l’incontro con se stessi attraverso l’Altro e gli Altri: sempre presume uno scambio e a pieno titolo rappresenta una parte fondante dell’identità. In questo prezioso e decisivo senso la prima coppia è data dall’”Io con Me” attraverso “Te”».

L’incontro con l’altro nella sessualità è anche incontro con se stessi. Ma ciò suppone la capacità, da parte dei giovani, di entrare davvero in rapporto con se stessi. Di avere un io.

La loro libertà di fare le più diverse esperienze è una conquista reale, ma per essere autentica esige che essi siano capaci non solo di “fare” quello che vogliono, bensì anche di “scegliere” cosa volere, senza essere plasmati e travolti dalle mode di una società protesa al consumo indiscriminato di tutto, anche degli esseri umani.

Altrimenti non solo la libertà di “fare” finisce per mascherare un ben più radicale condizionamento, che in definitiva la vanifica, ma si rischia di vivere alla superficie di se stessi e di cercare in questo consumo frenetico, nella logica del “tutto e subito”, il surrogato di una vita interiore che non si è capaci sviluppare.

Di tutto questo si parla molto poco. Al massimo si insiste sulla necessità di fornire ai ragazzi e alle ragazze l’informazione sulle precauzioni richieste per rendere il “fare sesso” sicuro. Forse perché a trasmettere il vuoto interiore ai nostri giovani, in definitiva, siamo noi, gli adulti…

Già sarebbe un passo avanti prendere coscienza di questi problemi, e avere il coraggio di avviare su di essi un serio confronto, sfidando i luoghi comuni e i “dogmi” non scritti del politically correct.

Da qui forse potrebbe scaturire una svolta culturale capace di riflettersi sull’educazione dei giovani nelle famiglie e nella scuola. Tempi lunghi, sicuramente. Ma meglio che continuare a illudersi che il dramma dei femminicidi si possa superare senza rimettere in discussione il nostro modo di concepire e di vivere la sessualità.

www.tuttavia.eu

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PROFETI NEL DESERTO

 


COME PROFETI


 IN UN DESERTO



-         di MAURIZIO PATRICIELLO

Le guerre fratricide mettono in crisi la fede di chi crede in Dio. 

Il pensiero di chiunque, anche del più acerrimo ateo o agnostico, nel sentire pronunciare il nome di Dio va alla pace, alla giustizia, alla tolleranza, al perdono, alla solidarietà, alla pietà, alla misericordia. Le bombe assassine sono un inno alla violenza e alla morte. Che possiamo fare, noi poveri esseri umani, davanti a uno scempio di queste dimensioni? Chi sono io, prete di periferia, di fronte a coloro che con un solo, cinico pollice alzato possono decretare la mia fine e quella di milioni di uomini e donne?

Non pochi, in questi mesi, sono caduti nella disperazione, aggiungendo sofferenza a sofferenza.

La Chiesa oggi prega, digiuna, condivide, soffre e offre. Perché la preghiera? Siamo, dunque, più misericordiosi del Padre della misericordia, da pensare di impietosirlo con le nostre suppliche? Qualcuno davvero crede che, come un grande vecchio, Lui se ne stia assiso su un trono d’oro, aspettando che i suoi figli, impauriti e depressi, lo implorino? Perché pregare, dunque?

Innanzitutto, perché ce lo ha chiesto Gesù.

Che cosa accade quando un’anima, o meglio, una comunità parrocchiale, o un’intera nazione prega, nessuno, nemmeno il più santo dei mistici, potrà mai dirlo con assoluta certezza. Obbediamo ed entriamo nell’alone del mistero. Godendo noi per primi del frutto della nostra obbedienza. Il muratore che aggiunge mattone a mattone non conosce il progetto del fabbricato come l’architetto. Solo alla fine si accorgerà di aver contribuito a innalzare una cattedrale nella quale risuoneranno le melodie liturgiche. Per adesso deve solo obbedire al mastro. Ecco, oggi, ci viene chiesto di fare proprio così.

Bussare con la certezza che la porta sbarrata sarà aperta. 

Come pellegrini, continuare a cercare; come pezzenti, insistere nel tendere la mano. Pregare è un atto di fiducia immenso. Non è facile credere che il deserto, arido e assolato, verrà ricoperto di fiori profumati. Eppure, davanti a una bara con dentro la salma di Raffaele, mio nipote, la settimana scorsa, con le lacrime agli occhi e il cuore a lutto, ho cantato: « Io credo risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore». La fede è questo: sperare contro ogni speranza. Chi prega sta mettendo in atto una rivoluzione. In un mondo dove tutto ha un prezzo, dove si è tentati di non credere più a nessuno, dove poche decine di persone possono – se vogliono – decretare la fine della vita su questa meravigliosa pallina chiamata Terra, un popolo che sa prostrarsi davanti a Dio sta mettendo un cuneo nel cuore del male. La preghiera è gettare a piene mani chicchi di grano senza la pretesa di voler sentire il profumo del pane cotto al forno. Prego perché ha pregato Gesù; prego perché hanno pregato i santi; prego perché, nei secoli, hanno pregato milioni di credenti. Prego perché ogni volta che lo faccio sento dentro di me il desiderio di donarmi totalmente a Dio e ai fratelli; perché avverto il terrore di fare male al prossimo, fosse anche solo per una sola parola cattiva pronunciata.

E il digiuno? Mi sovviene il ricordo di una pagina letta anni fa. Cito a memoria. Il giovane frate Davide Maria Turoldo, durante la Seconda guerra mondiale, era convalescente in ospedale. Un soldato, suo vicino di letto, aveva la febbre altissima. Si lamentò tutta la notte. Delirava. La mattina seguente, un giovane prete, riposato, sbarbato, pulito, profumato, entrò nella stanza. Si chinò amorevolmente sul paziente che non aveva nemmeno la forza di aprire gli occhi. Gli disse parole belle, di conforto. Gli parlò della croce e del Crocifisso. L’uomo ascoltava, poi, con un fil di voce gli rispose: «Reverendo, lei ha mai sofferto quel che sto soffrendo io? No? Allora, se ne vada». «Da quel giorno – dirà l’ormai famoso padre Turoldo – non mi sono mai più permesso di aprire la bocca davanti a un ammalato grave o a un moribondo». Confesso che accade anche a me. Nella vita delle persone si entra in punta di piedi, in silenzio, con rispetto, come in un reparto di rianimazione.

Oggi non mangiamo, o ci accontenteremo solo di un pasto frugale. Perché? Che cosa potrà ottenere il nostro piccolo sacrificio? Lo facciamo per sentirci Chiesa, casa, famiglia. Per condividere, almeno per poche ore, la sorte dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, che desidererebbero gustare anche solo una zuppa di patate calde, con serenità, senza il terrore che la casa gli crolli in testa. Digiuniamo per meglio assaporare e apprezzare tutto quel ben di Dio che, sovente, dalle tavole finisce nella spazzatura.

Preghiamo e digiuniamo per gridare ai fratelli e alle sorelle sotto le bombe: non siete soli. Siamo con voi. Perdonateci. 

Il vostro dolore è il nostro dolore. La vostra gioia è la nostra gioia. La vostra speranza è la speranza della Chiesa e di tutte le persone di buona volontà. Digiuniamo perché digiunò Gesù; perché lo hanno fatto i santi; perché lo faceva la mia mamma in Quaresima. Preghiera e digiuno. Insieme.

Per spalancare il nostro animo alla misericordia. Per rimanere umili e obbedienti. Per essere profeti di pace in un mondo che non sa più vivere e sognare.

www.avvenire.it

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giovedì 12 marzo 2026

POLI EDUCATIVI TERRITORIALI

 

A Bolzano sono nati i “Poli educativi territoriali”: una nuova infrastruttura sociale che fa bene a tutta la comunità

A Bolzano, i Poli educativi territoriali superano il concetto di "progetto" per diventare infrastruttura sociale. Attraverso figure come lo Youth Worker, scuola e centri giovanili si alleano per offrire ai ragazzi spazi di protagonismo, cura del bene comune e percorsi contro l’emarginazione.

«Dai state un secondo fermi, solo un attimo».

La voce che arriva dall’altra parte del telefono è quella di Davide, 16 anni.

Sta parlando a un gruppo di ragazzi e ragazze poco più giovani di lui, li richiama in modo scherzoso.

Davide studia alla Scuola Professionale CTS L. Einaudi di Bolzano, indirizzo meccanica.

Ed è «un volontario giovani responsabile», come si definisce lui stesso, in uno dei Poli territoriali nati all’interno del percorso più ampio, (lo abbiamo raccontato in questo articolo “Bolzano, quando la co-progettazione crea una Terraferma per i giovani” e in questo “Sono un “Giallone” e vi spiego perché”) finanziato dall’Ufficio Politiche giovanili della Provincia Autonoma di Bolzano come parte di una strategia che mira a coinvolgere ragazze e ragazzi per valorizzare il loro potenziale di trasformazione della società.

Davide, prima di essere una presenza fissa come giovane volontario del Polo territoriale, infatti, quel polo l’ha frequentato. Ed è qui che «ho imparato il rispetto», racconta.

E per lui il rispetto non è un concetto astratto ma «una cosa molto pratica», dice.

«Rispetto significa imparare a parlare nel modo giusto con una persona che non conosci, avere cura degli spazi, degli oggetti.

Saper apprezzare le cose che, se vissute insieme, valgono tantissimo».

I ragazzi e le ragazze agganciati grazie ai Poli Educativi Territoriali sono i futuri “gialloni”, gli stessi che si metteranno in gioco proponendo micro-azioni sul territorio, nella dimensione della sperimentazione.

Oggi c’è una domanda che attraversa le politiche giovanili più lungimiranti: «Come rendere i giovani protagonisti reali della trasformazione sociale?», dicono dall’Ufficio Politiche giovanili della Provincia autonoma di Bolzano.

«La nuova strategia della Provincia – “Trova il tuo spazio” – nasce proprio da qui.

Non come un progetto isolato né come uno slogan motivazionale, ma come una vera infrastruttura pubblica pensata per far emergere il potenziale creativo delle ragazze e dei ragazzi, offrendo loro gli spazi, strumenti e risorse per immaginare – e costruire – scenari di futuro alternativi a un presente sempre più complesso.

Al centro della strategia c’è un’idea semplice e radicale: le visioni dei giovani, soprattutto di quelli rimasti ai margini, sono preziose.

Sono sguardi spesso non allineati, talvolta abrasivi, quasi sempre non convenzionali.

Proprio per questo, quando vengono messi in risonanza con altri diversi, generano immaginari nuovi, capaci di aprire possibilità inedite.

Riconoscere questo potenziale significa, però, ripensare profondamente il modo in cui le istituzioni incontrano i giovani.

Non si tratta di “includere” – termine che in latino porta con sé l’idea del chiudere dentro – ma di creare condizioni affinché gli outsider prendano spazio e parola, affinché possano contribuire alla vita pubblica senza dover rinunciare alla propria unicità. In questo quadro nasce e si rafforza uno degli strumenti più innovativi della strategia per quanto riguarda l’obiettivo di impatto dell’accessibilità: i Poli Educativi Territoriali».

Che cos’è un polo educativo?

I Poli Educativi Territoriali rappresentano un nuovo modo di immaginare il percorso educativo e le politiche giovanili come ecosistema diffuso, in cui scuola, centri giovani, famiglie e territorio non operano più su binari paralleli ma costruiscono un’alleanza educativa strutturata e continuativa.

Ogni Polo nasce dall’incontro tra una scuola e un centro giovanile di prossimità che decidono di condividere obiettivi, risorse, responsabilità e pratiche.

Ma «non usiamo la parola progetto», dice Andrea Natale, educatore responsabile del Centro Giovanile L’Orizzonte, partner attivo della provincia sulle iniziative che coinvolgono i giovani.

«Perché», continua, «il progetto è una cosa che “tendenzialmente inizia e finisce”.

L’idea del Polo Educativo territoriale è invece quella di una “sperimentazione che desidera collaborare” e rimettere al centro i centri giovanili come “responsabilità di connessione tra il fare a scuola e il fare poi nel doposcuola”.

Non si tratta di fare attività estemporanee, ma di creare un sistema, un “modo di vivere il quartiere” che colleghi le scuole e i centri di riferimento.

È un lavoro costante di aggiustamento del tiro per capire le buone prassi e cosa funziona, affinché il Polo diventi una realtà che c’è, una “realtà che mette insieme scuole e centri giovanili di diversi territori”».

Al centro dei Poli c’è la figura dell’operatore giovanile, ponte tra educazione formale e non formale. Il suo ruolo non è replicare dinamiche scolastiche, ma offrire ai giovani uno spazio fiduciario, aperto e non giudicante, dove far emergere interessi, talenti, fragilità e desideri che spesso restano invisibili nei contesti tradizionali.

Lo youth worker, l’educatore come Andrea Natale, diventa così un’infrastruttura mobile del territorio, capace di abitare e connettere contesti diversi, generando prossimità e continuità educativa.

I Poli funzionano come un modello educativo integrato che accompagna le ragazze e i ragazzi lungo l’arco della giornata: al mattino, lo youth worker è presente a scuola: intercetta, osserva, ascolta, costruisce relazioni significative, riconosce bisogni e potenzialità; al pomeriggio, nei centri giovanili, gli stessi ragazzi trovano uno spazio per approfondire interessi, sperimentare attività artistiche, digitali o culturali, partecipare a percorsi di cittadinanza attiva e costruire legami di comunità.

Con 12 Poli Educativi Territoriali oggi attivi, il modello si sta radicando in tutta la provincia.

I 12 Poli sono nati da un processo di coprogettazione che ha visto coinvolti i dirigenti e gli operatori giovanili: insieme hanno definito obiettivi condivisi.

Dopo una prima sperimentazione di tre Poli nella primavera 2025, da settembre 2025 la rete è entrata a regime, coinvolgendo: 12 centri giovanili e 17 istituti scolastici tra elementari, medie e superiori.

Ciò che nasce dentro la scuola può proseguire nel centro giovani, e viceversa, senza soluzione di continuità.

Il sistema quindi garantisce a tutti l’accesso ad attività extrascolastiche di qualità e uno spazio educativo diffuso – che non finisce al suono della campanella. L’operatore socio-culturale – così viene definita la figura educativa del Pet – abita i corridoi, i bagni, gli interstizi della scuola così come i momenti di pausa.

È lì che incontra e aggancia ragazzi e ragazze, spesso attraverso proposte a bassa soglia, coinvolgendoli poi affinché nel pomeriggio possano raggiungere il centro giovani di prossimità e co-creare insieme le attività.

«Nel concreto», continua Natale, «è a scuola che c’è “l’aggancio”, durante la “pausa attiva”: uno spazio dedicato e aperto per due ore e mezza tra le lezioni del mattino e del pomeriggio, dove i ragazzi possono incontrare gli educatori.

Non è un tempo vuoto, ma uno spazio dove i ragazzi possono “svagarsi e aggregare” attraverso attività progettate insieme o spontanee».

Natale sottolinea l’importanza della “cura dello spazio comune”: «Dire a un ragazzo che quella sala è un luogo che lui abita e di cui può prendersi cura perché “sei capace” e perché “renderlo bello insieme è un valore per gli altri e per te” ha un valore incredibile.

Si punta tutto sulle risorse dei ragazzi.

Natale racconta con orgoglio la storia di quel ragazzo di seconda superiore, un po’ agitato e che non riusciva a mantenere l’attenzione, che attraverso la pausa attiva ha iniziato a frequentare il centro, portandosi dietro anche il cugino. «Questo ragazzo», racconta Natale, «si è reso protagonista della festa di Natale recitando una piccola commedia… su un palco, in una situazione dove si è dovuto esporre molto, mostrando un desiderio incredibile di esserci e di sentire quei rapporti come interessanti per lui».

Il senso del Polo territoriale sta proprio qui: un ragazzo che oggi definiremmo “un po’ fragile”, grazie alla relazione di significato costruita con l’operatore ha cominciato a frequentare il centro e ora sta diventando un “giallone”.

Durante le pause attive i giovani e le giovani si dedicano ad attività ludico-sportive e interagiscono direttamente con gli Youth Worker.

Molti ragazzi scelgono di aggregarsi attraverso giochi di società e collaborativi, utili a migliorare la socialità e l’inclusione, oppure si avvicinano a brevi esperienze di media education provando strumenti digitali e creativi portati dagli esperti.

Infine, la pausa viene utilizzata come un momento di orientamento informale, dove gli studenti possono ricevere supporto o informazioni su percorsi specifici pensati per chi attraversa momenti di difficoltà scolastica.

Ed è durante questi momenti che i ragazzi e le ragazze scelgono di lavorare insieme anche all’organizzazione di iniziative di cui beneficerà tutto il quartiere, com’è successo per l’allestimento della festa di carnevale di OItrisarco – Aslago.

«I ragazzi», chiosa Natale, «oggi sono “sfiduciati del mondo dell’adulto”, visti come figure legate solo al profitto o all’interesse personale.

Il compito dello Youth Worker è proprio quello di rimettersi in discussione come “adulti educanti” per ridare ai giovani un “orizzonte di possibilità di incontro con adulti positivi”.

Lo Youth Worker non è un animatore che fa solo divertire, ma un educatore con una specificità sul mondo giovanile che interviene sulle “dinamiche relazionali” e sui bisogni profondi.

Il Polo è un tentativo di colmare quel buco incolmabile che si crea quando non si insegna ai teenager “la possibilità del dialogo con tutti” o il valore del perdono.

Entrare nella scuola con un compito puramente educativo, e non didattico, permette di mettere da parte le nozioni per intervenire su tutto il resto: le risorse della persona, i bisogni della persona e le dinamiche relazionali».

Grazie al Polo il centro giovani diventa un terzo luogo educativo tra casa e scuola, entra nella geografia affettiva del ragazzo.

È uno strumento di accessibilità e approfondimento.

Accessibilità perché aggancia potenzialmente tutti i ragazzi a scuola, approfondimento perché nel centro giovani i ragazzi stessi possono co-costruire delle attività – di cui spesso hanno avuto un “assaggio” a scuola.

I Pet, per loro natura sono un’infrastruttura rivolta a tutte e tutti i ragazzi – in particolare a coloro che restano più invisibili: timidi, riservati, vittime di bullismo che spesso non attirano attenzione. L’orizzonte di riferimento è quello della mixité.

 VITA

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mercoledì 11 marzo 2026

SEGNI DI SPERANZA


 L’insostenibile leggerezza 

del vivere

  

-di FRANCESCO MARRAPODI

In questi giorni, continuano a interpellarci le notizie di nuovi (ma sempre antichi) scontri mondiali che seminano morte e distruzione: la pace e lo sviluppo comune dei popoli continuano a essere fagocitati dall’egoismo e dagli interessi di chi guarda alla vita con occhi da predatore.

Al tempo stesso, assuefatti alla paura di una vita insostenibile, rischiamo di cadere nel vortice della banalità, dove il male diventa protagonista e siamo costretti a combattere con le tentazioni di sempre: il successo che inganna, la religiosità che esclude, il potere che ingabbia (cfr. Mt 4,1-10). Se per molti questo è il tempo in cui si rimane schiacciati dall’angoscia del non-senso, un tempo in cui il mondo «sprofonda nell’abisso» (Giuliano da Empoli, L’ora dei predatori, Einaudi, 2025), la nostra fede ci invita ad alzare lo sguardo per riconoscere l’apocalisse ( dis-velamento) dell’amore di Dio: « Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» ( Gv 10,10).

Assumendo la carne mortale dell’uomo, il Figlio di Dio assume le sue fragilità e i suoi desideri. La rivelazione attuata da Cristo manifesta contemporaneamente il volto misericordioso del Padre e il compimento autentico del volto dell’uomo. Egli, Parola definitiva del Padre, donando la propria vita sulla Croce indica all’uomo la strada da percorrere per raggiungere il fine della propria esistenza. Sulla Croce le sue ferite sono le ferite di un’umanità piagata dall’incapacità di aprirsi alla condivisione e alla compassione.

Nell’amore più grande della Croce vengono guarite le ferite dell’umanità ed è nel dono della Croce che si coglie il senso di una vita donata per amore che genera speranza nella vita di ogni credente. Nella Pasqua di Cristo ci viene mostrato il senso e la logica di una vita pienamente umana, che ci consegna alla libertà dello Spirito per divenire costruttori di una nuova civiltà. La risurrezione di Cristo ci mostra il volto autentico di un’umanità redenta, chiamata a evangelizzare la storia perché la salvezza di Cristo accada qui ed ora. Infatti, la Pasqua «è l’annuncio che in Cristo abbiamo la chiave che interpreta la nostra esistenza e la storia dei popoli di ogni tempo e, insieme, la presenza di un Dio vicino alla nostra vita, compassionevole, misericordioso, che lotta per la crescita e lo sviluppo della nostra umanità e ci strappa dal male e dalla morte» (Francesco Cosentino, Dio ai confini,

San Paolo, 2022). Il paradosso della vita si dis-vela appunto nella leggerezza del vivere in Cristo per elaborare da credenti nuove forme di convivialità, in cui ciascuno possa sperimentare la forza rinnovatrice della Pasqua.

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero » ( Mt 11,28-20). La fatica del credere, che abita il cuore di ogni uomo, si risolve così solo immergendosi nel cuore di Cristo e riconoscendo che in Lui possiamo rintracciare le parole che danno senso alla nostra esistenza e ci liberano dalla paura di rimanere confusi e disorientati dagli sconvolgimenti sociali. « Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» ( Lc 24, 32).

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DIGNITA' E GIUSTIZIA

 


Dignità per ciascuno,

 giustizia per tutti


Nel Dizionario

 della Dottrina sociale della Chiesa, 

Simona Beretta sottolinea che 

“la giustizia distributiva

 non solo richiede

 l’accesso individuale 

ai beni e servizi indispensabili,

 ma esige anche inclusione e partecipazione”

-         Simona Beretta *

Giustizia è dare “a ciascuno il suo”: ma cos’è questo “suo”?

La dottrina sociale non dà risposte preconfezionate, ma rilancia la libertà in azione dei suoi figli nel grande movimento per la difesa della persona umana e la tutela della sua dignità, parte integrante della tradizione sociale della Chiesa. “Esiste un qualcosa che è dovuto all'uomo perché è uomo, in forza della sua eminente dignità. Questo qualcosa dovuto comporta inseparabilmente la possibilità di sopravvivere e di dare un contributo attivo al bene comune dell'umanità”. Il messaggio di San Giovanni Paolo II (Centesimus annus, 34) risuona nel discorso del 2015 di Papa Francesco alle Nazioni Unite: la base minima della giustizia sociale porta “tre nomi: casa, lavoro e terra [techo, trabajo y tierra!]; e un nome a livello spirituale: libertà di spirito”. Queste condizioni consentono a uomini e donne concreti di sottrarsi alla povertà estrema, diventando «degni attori del loro stesso destino» per realizzare una più giusta convivenza per tutti.

Connettere dimensione personale e dimensione sociale ci aiuta a superare la tentazione di “contabilizzare” la giustizia. Spesso si sente dire di persone in carcere: “ha avuto quel che si merita, ha avuto quel che gli spetta” – un modo molto triste di interpretare l’espressione “a ciascuno il suo”. Si registra un atteggiamento simile anche fuori dal carcere, ad esempio nell’ambito del lavoro – la chiave della giustizia sociale. Parlando di salari, si cade spesso in una meritocrazia ingiusta: si dimentica la dignità di ciascun lavoratore, e si finisce per misurare il valore del lavoro con la sua remunerazione. Così, chi prende uno stipendio stellare “se lo è meritato”, mentre chi svolge i servizi di cura, a partire dai più umili (che sono anche i più necessari) … “chiaro che ha uno stipendio basso!”.

La giustizia della dottrina sociale, in conclusione, non somiglia all’equilibrio statico della bilancia ma al dinamismo di un processo, mosso da persone in azione e in relazione. La giusta reciprocità del do ut des commutativo (giusto salario, prezzi equi nel commercio internazionale) richiede anche il rispetto dei legami sociali; la giustizia distributiva non solo richiede l’accesso individuale ai beni e servizi indispensabili, ma esige anche inclusione e partecipazione: «Aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro» (Laudato si’ 128, Fratelli tutti 162).

* Direttrice del Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore

Vatican News

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IL CODICE SEGRETO


La bellezza 

non ha ragioni 

ma dà ragioni, 

non ha senso

 ma dà senso 

e risveglia i sensi.


Alessandro D’Avenia

 

In questi momenti di sconforto per lo scenario mondiale, vado spesso in balcone dove mia moglie ha voluto due camelie, una dai fiori bianchi e una dai fiori rosa.

Durante l'anno sembrano tacere, ma quando si avvicina la primavera decine di fiori intonano un coro di perfezione armonica che ipnotizza e dimostra che il miracolo del mondo sopravviverà a chi crede di poterlo sottomettere. La disposizione della corolla, ordinata secondo la sequenza aurea di Fibonacci, portò i giardinieri orientali (è in Oriente che la camelia ha origine) a ritenerlo un fiore «progettato», come se un dio ne avesse pensato e nascosto l'architettura nel seme. 

La bellezza non ha ragioni ma dà ragioni, non ha senso ma dà senso e risveglia i sensi, soprattutto quando si ottundono, ci ricorda, senza forzature, che la vita è un dono gratuito, un tesoro che a noi è chiesto di custodire e ampliare. Fissando più volte uno di questi fiori bianchi mi sono chiesto come riesca a rinnovare la speranza che mi serve per l'impegno quotidiano (a scuola, nei libri, a teatro...) in questi tempi di disperazione bellica in cui le parole sembrano inutili e servono solo a mentire e sottomettere. Deve esserci un codice della vita capace di ri-creare noi stessi e il mondo, quando sembra che tutto sia sul baratro e l'uomo sia il peggior nemico di se stesso. Qual è questo codice? È segreto?

Chi al mattino o al pomeriggio sorseggia un tè forse non sa che di fatto beve una camelia. La pianta da cui si ricava la bevanda è infatti la «Camellia sinensis», originaria dell’Asia orientale («sinensis» indica la Cina) dalle cui foglie, in base alla lavorazione (ossidazione, essiccazione e arrotolamento), si ottengono i diversi tipi di tè: verde (non ossidate), nero (ossidate), oolong (parzialmente ossidate), bianco (ossidazione di gemme e foglie giovani)...

 Insomma la pianta del tè è della stessa famiglia di quella che orna giardini e balconi (con la quale però non conviene fare infusi...). La leggenda narra che mentre Shennong, dio-imperatore cinese di agricoltura e medicina, faceva bollire dell'acqua in una pentola, il vento vi fece cadere alcune foglie, che dorarono e profumarono l'acqua. L'infuso, amaro ma dissetante, rinvigorì il corpo e rischiarò la mente di Shennong che ne tramandò l'uso: erano foglie di camelia. Si tratta del mito fondativo delle botaniche contenute nel Classico sulle radici di erbe del Contadino Divino, un trattato scritto tra il 300 e il 200 a.C. Per questo quella del tè è una cerimonia, un rito fisico e spirituale che ha lo scopo dei riti: riunirci al sacro, ciò che dà fondamento alle nostre vite stabilizzando il tempo. Ma la storia continua.

Molte delle virtù delle piante orientali a noi occidentali sono giunte grazie a un gesuita, botanico e farmacista di origine ceca, in missione nelle Filippine nel XVII secolo. Si chiamava Georg Josef Kamel (1661-1706), e Linneo, inventore del metodo di catalogazione doppia di piante e animali, in suo onore cambiò il nome dato in origine alla pianta (Teacea, pianta del tè) in Camellia sinensis dal cognome latino (Camellus) del gesuita. L'Unesco ne ha celebrato i trecento anni dalla morte nel 2006 (quest'anno 320 il 2 maggio) proprio per i suoi meriti scientifici e umani: nel 1688 aprì la prima farmacia a Manila, dove i medicinali erano gratuiti per i poveri. Più tardi in Europa il fiore divenne simbolo di eleganza, raffinatezza e amore romantico, grazie al famoso romanzo del 1848 di Alexandre Dumas (figlio dell'omonimo padre e autore del Conte di Montecristo), La signora delle Camelie, che racconta l’amore impossibile tra la cortigiana parigina Marguerite Gautier, che indossava una camelia bianca quando era libera e rossa se non lo era, e il giovane Armand Duval (nome travestito dell'autore che si ispira alla vicenda personale). I due si innamorano e vorrebbero sposarsi, ma il padre di Armand costringe Marguerite a lasciarlo per difendere l’onore della famiglia. Il ragazzo si crede tradito, e da qui l'appassionante e tragica storia d'amore che è anche alla base della Traviata di Verdi.

Ma torniamo in Oriente. Questo fiore, a differenza di altri che ci incantano, non appassisce petalo dopo petalo, ma cade all'improvviso, per intero, come cantano molti haiku (poesie di tre versi) della tradizione giapponese, come quello del poeta di primo Novecento Kawahigashi Hekigotō che descrive perfettamente la fragilità di tutte le cose: «Cadono entrambe/ una camelia rossa,/ una camelia bianca». In Giappone il nome del fiore (tsubaki) combina il segno dell'albero e quello della primavera, ed è infatti diventato il simbolo della fragile bellezza della vita che, seppur soggetta al destino, mantiene eleganza, integrità e dignità anche nel finire, come nell'etica ed estetica dei samurai. Tsubaki è anche un raffinato nome femminile (da noi corrisponderebbe a Rosa) e un olio tradizionale per idratare la pelle e rendere i capelli lucenti. Più la inseguo, più la storia della pianta diventa inesauribile: la camelia non è solo una camelia, ma un modo di guardare e fare la vita.

Un'etica descritta, già 700 anni fa, dal grande poeta e mistico persiano Rumi (il Dante mediorientale) in una poesia di cui Kader Abdolah - scrittore iraniano rifugiato in Olanda dopo essere stato perseguitato sia dal regime dello scià sia da quello di Khomeini - ha offerto una nuova traduzione nel bel recente libro Quello che cerchi sta cercando te, che sto leggendo per conoscere meglio l'Iran e che è dedicato al poeta del XIII secolo - la storia si ripete - fuggito dalla sua terra a causa del distruttore Gengis Khan: «Quando inseguo le cose che penso di volere/ i miei giorni sono un focolaio di ansia e inquietudine./ Ma quando me ne sto nel mio posto tranquillo/ ciò di cui ho bisogno viene a me in tutta calma e senza sforzo./ Ho capito che ciò che voglio, vuole me./ E che anch'esso mi cerca./ È un codice di vita,/ ma solo per chi presta ascolto a questo segreto». 

La poesia, intitolata Il codice, ha 700 anni e sembra scritta oggi, anzi domani, perché appartiene al per sempre. Quel codice per me in questi giorni è scritto in una sola pianta la cui bellezza e virtù hanno generato nei secoli, con la collaborazione umana, cure, bevande, legami, riti, medicine, storie, cosmetici, poesie... collegando uomini e donne di culture e tempi diversi. Quando la guerra sarà finita, ancora una volta dovremo ritornare a ciò che abbiamo sempre avuto e disprezzato.

E le camelie saranno lì, con il loro codice secreto (con la «c», participio di secernere), il codice della vita: custodisci e fai crescere, vivi e lotta perché gli altri vivano.

 Corriere della Sera

Alzogliocchiversoilcielo

 

 

martedì 10 marzo 2026

LA CONCORDIA

 

Cercare soluzioni di concordia significa scegliere il dialogo invece dello scontro, l'ascolto invece dell'imposizione, la costruzione comune invece della rottura. 

Significa riconoscere che i conflitti esistono, ma non devono necessariamente generare vincitori e vinti.

La concordia inizia quando smettiamo di difendere solo il nostro punto di vista e ci apriamo alla comprensione di quello dell'altro. 

Non significa essere d'accordo su tutto, ma rispettare, cercare punti in comune e creare percorsi possibili per tutti.

Cercare la concordia è un esercizio di maturità e umiltà.

Richiede pazienza, empatia e coraggio per cedere quando necessario.

Richiede la capacità di perdonare, per proseguire insieme il cammino.

Alla fine, la vera vittoria non sta nell'avere ragione, ma nel preservare le relazioni, ripristinare i legami spezzati e promuovere la pace dove c'è divisione. 

(Apolonio Carvalho Nascimento)