domenica 31 maggio 2026

ARRIVANO LE VACANZE

 



di Maria Ruggi 

Ci sono giorni, alla fine dell’anno scolastico, che hanno un respiro diverso. Si muovono in un’aria quasi rarefatta. Non è il caldo opprimente dell’estate che avanza, ma un soffio leggero che annuncia la fine di un ciclo. L’ansia del “dover fare” scivola dolcemente, si ritira in punta di piedi, lasciando spazio a un semplice, quasi timido “poter essere”. Il ticchettio incalzante delle scadenze, dei compiti da macinare, il peso invisibile delle attese e dei risultati, tutto all’improvviso rallenta, quasi che il tempo stesso decidesse di tirare il fiato.

Le lezioni si spogliano.

Abbandonano l’austero vestito del rigore indossato per mesi. L’autorevolezza si scioglie e mostra la sua pelle morbida, il suo volto più vero: quello della complicità, della risata condivisa, di confidenze sussurrate e sorprese che ti disegnano lacrime agli angoli degli occhi. Quella stessa energia, che ogni giorno ci ha sospinto tra i banchi e le lavagne in un andirivieni frenetico, tra spiegazioni e sintesi della sintesi, si trasforma in qualcosa di più carezzevole, quasi vellutato.

Si vestono di fiducia

L’impegno, lo sforzo, il desiderio di arrivare a tutti senza lasciare indietro nessuno, si vestono di fiducia. Fiducia nei nostri alunni, fiducia in noi stessi e nel cammino incredibile percorso fino qui.

Ci concediamo il privilegio di lasciarci andare e scoprire che siamo stati bene insieme. E mentre le aule si svuotano, e l’eco delle voci, prima urlate, ora si attenua, appare nell’aria una sottile e dolce nostalgia. È Il ricordo delle piccole conquiste, di ciò che è stato, degli sguardi che si sono intrecciati e hanno detto molto più di mille parole. Un brivido sottile cala dall’alto, un leggero rimpianto per qualcosa che sta per finire.

La speranza concreta

E intanto il sole più ardente ci consegna la speranza. La speranza concreta, fiammeggiante, di ciò che deve ancora accadere. Di un futuro che ci prepariamo a scrivere con due, quattro, infinite mani, e che già si disegna nei nostri cuori.

E in quegli ultimi, preziosi istanti vissuti insieme, la bellezza autentica della strada battuta raddoppia di intensità, come un canto che si fa più forte prima di sfumare nel silenzio delle aule vuote. 

Maestra Mary

 

Il Paese delle Vacanze
non sta lontano per niente:
se guardate sul calendario
lo trovate facilmente.


Occupa, tra Giugno e Settembre,
la stagione più bella.
Ci si arriva dopo gli esami.


Passaporto, la pagella.
Ogni giorno, qui, è domenica,
però si lavora assai:
tra giochi, tuffi e passeggiate
non si riposa mai.

Gianni Rodari

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UNO E TRINO

 


Il mistero 

del Dio cristiano: 

un solo Dio in tre Persone



Vangelo: Gv 3,16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: 16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

Commento di Renato De Zan

1. Il testo di Gv 3,16-18 è un breve frammento del dialogo tra Nicodemo e Gesù (Gv 3,1-21). La Liturgia lo ha arricchito con l’aggiunta liturgica “In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo”. A una lettura attenta emergono con chiarezza tre “perché” (Gv 3,16c.17c.18e). La struttura narrativa, dunque, si snoda secondo una logica chiarissima: prima c’è la proposta di una verità operativa (Gv 3,16ab.17ab.18abcd) immediatamente seguita da una motivazione che spiega l’obiettivo della verità operativa. Il formulario evangelico proclamato nell’odierna liturgia è implicitamente trinitario: il Padre manda il Figlio per salvare il mondo attraverso la fede nel Figlio che è possibile solo con l’opera dello Spirito nell’uomo.

2. Sotto il profilo letterario la struttura del brano è concentrica. Il primo segmento (/a/) comprende quattro elementi: Dio + Figlio unigenito + perché + il verbo credere (“chiunque crede”). Il segmento centrale (/b/) è costituito da cinque elementi: Dio + Figlio + perché + due verbi in parallelismo sinonimico (non condannare // salvare). Il terzo segmento (/a’/), infine, comprende come il primo, quattro elementi: Figlio unigenito + Dio + il verbo credere ripetuto (“chi crede” / “chi non crede”) + perché. I due verbi “credere” sono accompagnati da una sentenza. Il primo (“chi crede”) è associato alla sentenza positiva: “Non è stato condannato”. Il secondo verbo (“chi non crede”) è associato alla sentenza negativa: “è già stato condannato”.

L’Esegesi

1. La formula evangelica è composto da tre frasi, in cui il Figlio è al centro dell’attenzione. Egli è donato/inviato da Dio per la salvezza e non per il giudizio. Gesù, infatti, disse: “Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno” (Gv 12,47-48). Il Figlio è creduto dagli uomini e in questa fede c’è la salvezza. Nessuno, ovviamente, può credere senza l’azione dello Spirito: “Io vi dichiaro: come nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire «Gesù è anàtema», così nessuno può dire «Gesù è Signore» se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3).

2. Sfogliando le pagine della Bibbia non troveremo mai una definizione di Dio come si trova nel catechismo di Pio X (“Chi è Dio? Dio è l’essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra”), fatto salvo una definizione indefinita: “Dio è amore” (1Gv 4,8.16). Secondo la sensibilità biblica il mistero di Dio si può avvicinare prestando attenzione a ciò che Dio compie nella storia. Il Padre e il Figlio e lo Spirito sono quel Dio che Mosé ha conosciuto come “il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di grazia e di fedeltà” (1a lettura: Es 34,4-6.8-9). Paolo, invece, lo conosce in modo molto preciso e con un tratto di gentilezza lo rende attore principale del suo saluto ai cristiani di Corinto: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2a lettura: 2 Cor 13,11-13).

3. In un opuscoletto qualcuno che pretende di essere testimone di Dio ha scritto che la dottrina della Trinità “deve risalire a circa 350 anni dopo la morte di Gesù Cristo. I primi cristiani, che furono ammaestrati da Gesù Cristo, non credettero dunque che Dio sia una Trinità”. A parte l’italiano zoppicante, l’affermazione è assolutamente falsa. Se è vero che nel testo biblico non esiste la parola “Trinità”, è però assolutamente vero che il testo biblico ne parla ampiamente in modo diffuso del Figlio, del Padre che lo ha mandato, e dello Spirito. Gesù ne ha parlato in modo diffuso ai suoi discepoli: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità”( Gv 14,16). Prima di salire al cielo in modo specifico ha affermato: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo…”. È, dunque, falso che Gesù non ne abbia parlato del mistero del Padre e del Figlio e dello Spirito.

4. La prima generazione cristiana conosceva molto bene il mistero. Paolo, infatti, saluta i cristiani di Corinto con queste parole: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2 Cor 13,13). La parola “Trinità” compare nel sec. II in Teofilo di Antiochia e nel sec. III d. C. in Tertulliano (nel “Adversus Praxean”). La verità della Trinità è stata rivelata da Gesù ai suoi e risale alle origini del cristianesimo.

Il Contesto Celebrativo

1.     La celebrazione liturgica della solennità della Ss. Trinità nasce molto tardi, all’inizio del secondo millennio, in Francia. La testimonianza più antica sembra risalire al monastero di Cluny. Papa Alessandro III (+1181), però, era del parere che già “in ogni domenica, anzi quotidianamente, viene celebrata la memoria (dell’Unità e della Trinità divina)”. La devozione popolare, invece, fu di avviso diverso. L’accolse, infatti, con devozione e la mantenne viva fino a quando il magistero non l’approvò e la estese a tutta la Chiesa (papa Giovanni XXII nel 1334).

2.      La Liturgia non svela la Trinità, ma la propone perché il credente contempli e adori. Quando il credente si pone di fronte a Dio in modo sincero, impara ad avere il senso del mistero e l’umiltà. L’uomo accoglie il mistero di Dio, senza la pretesa di analizzarlo come fosse un atomo della materia.

Alzogliocchiversoilcielo

IL CORAGGIO DELL'ESSENZIALE


 C’è affetto e sprone, memoria e visione, ammirazione e realismo, ma soprattutto c’è una profonda e non scontata consonanza nel rapporto tra papa Leone XIV e la Chiesa italiana. 


-di MATTEO LIUT

E non è solo perché i vescovi della Penisola ieri hanno accolto il “loro” primate con un lungo e caloroso applauso, non è solo perché Prevost ha vissuto per anni a Roma, non è solo perché il Pontefice ha chiaramente dimostrato di voler condividere i momenti più importanti dell’attività della “sua” conferenza episcopale non fermandosi a una presenza formale.

È anche e soprattutto la capacità del Papa americano di indicare la strada da percorrere mettendosi dalla parte della gente, di descrivere con efficace precisione gli snodi strategici sui quali si gioca il futuro della Chiesa italiana mettendo al centro quel patrimonio di fede che ha plasmato il nostro Paese.

È, insomma, il modo con il quale ieri il Vescovo di Roma ha parlato ai presuli italiani nell’ultimo giorno della loro 82ª Assemblea generale.

L’invito al coraggio, a costruire «comunità vive e ospitali», a stare dalla parte dei poveri non come semplici destinatari di un servizio ma come fratelli e sorelle, l’appello a dialogare con i giovani, a non lasciare sole le famiglie, a fare della fede un motore che muova un impegno sociale, politico e cultuale altro non sono che una “sveglia”. Sono un’esortazione a riscoprire la vera stoffa di cui è fatta la vita di fede del popolo italiano e a dare spazio a risorse che già appartengono al Dna della Chiesa italiana.

Così il Papa di fatto prende in mano la vita ecclesiale ma non guardandola dal palazzo, non da “statista del Vangelo”, non da burocrate dei sacramenti, bensì adottando il punto di vista della strada, sedendosi tra i banchi, varcando la soglia delle case, dimostrando di conoscere bene le inquietudini che in questa nostra epoca attraversano i cuori e le anime. Una conoscenza da cui nasce la più asciutta e sintetica delle esortazioni contenute nel suo discorso: «Abbiamo il coraggio dell’essenziale!». E dice «abbiamo», non «abbiate», perché con il suo stile diretto ma attento, delicato ma potente, Prevost riesce a tenere insieme il popolo con coloro che lo guidano, il clero, i vescovi, i responsabili.

Non dimentica il suo ruolo, la sua posizione, ma è in grado di andare oltre, di guardare le persone negli occhi, con timidezza ma anche con rispetto e amore. Tanto che non esita a fermarsi a soccorrere qualcuno che si sente male tra la folla, come successo mercoledì all’udienza generale. E allora, con le sue parole, ma ancor più con i suoi gesti, le sue visite alle parrocchie romane prima e poi alle diocesi italiane, Leone XIV ci sta quasi accompagnando in un suo viaggio personale alla scoperta della ricchezza che la Chiesa italiana può ancora offrire al Paese. Le parrocchie romane e la sfida di essere un segno profetico nelle città, Pompei e la devozione popolare, Napoli e la voglia di riscatto, Acerra e le ferite da curare e poi ancora Pavia e l’eredità dei grandi maestri della fede, Lampedusa e il servizio all’umanità sofferente, Assisi e l’universalità dello spirito di san Francesco, Rimini e la capacità di elaborare cultura: ogni tappa è per lui – ma anche per noi – una luce accesa sulle motivazioni che spingono ad amare e curare la vita di questa nostra Chiesa. Così quando chiede di puntare sull’iniziazione cristiana come caposaldo dell’impegno dei credenti, ricordando che l’efficacia della formazione è strettamente legata alla qualità delle comunità, e che quest’ultima deriva fondamentalmente dalla capacità di ascoltare (prima di tutto la Parola di Dio, ma poi anche i segni dei tempi), ci sta ricordando di che stoffa siamo fatti, come il filo della fede nei secoli si sia intrecciato con milioni di vite. E nel pieno di quel cammino di rinnovamento che la Chiesa italiana ha deciso di intraprendere non per il proprio bene ma per il bene delle donne e degli uomini del nostro tempo, il Papa riporta tutto a quella antica ma sempre potente essenzialità: la soluzione, ricorda, sta nel seguire la via della piccolezza, che non si fa distrarre dalla preoccupazione sui numeri o sulla visibilità o sull’influenza.

D’altra parte, vien da pensare, non hanno fatto così anche i santi, i beati e i testimoni della fede italiani che hanno dato la vita per il Vangelo stando in mezzo alla gente, condividendo con tutti i loro carichi quotidiani, aiutandoli a elevare verso Dio, verso il trascendente, lo sguardo anche in mezzo ai marosi della vita? È questo, sottolinea il Papa, che fanno i padri e le madri nella fede, è questo, prima di qualsiasi strategia pastorale, il cuore della testimonianza di cui ha bisogno l’Italia. Una strada impegnativa sulla quale Leone XIV ha dimostrato di avere tutta l’intenzione di non lasciare da sola la “sua” Conferenza episcopale e con essa la sua Chiesa e il suo Paese, l’Italia.


www.avvenire.it 

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sabato 30 maggio 2026

80 ANNI DI COSTITUZIONE

 La “salute” 

dei cattolici 

a 80 anni 

dalla Costituente


Il 2  giugno si celebra la Festa della Repubblica, 

in un anno in cui si ricorda gli 80 anni dalla Costituente.

Recentemente si è svolto presso il Comune di Poggio a Caiano un convegno per riflettere su questa importante svolta della storia italiana organizzato dall’Unione Giuristi Cattolici Italiani di Prato

Nell’occasione ho avuto l’opportunità di sviluppare alcune considerazioni specifiche sull’eredità e, soprattutto, sul ruolo dei cattolici in rapporto alla carta costituzionale.

Senza cultura non c’è politica “maiuscola”

Prima considerazione: la presenza dei cattolici italiani ai lavori della Costituente fu il frutto maturo e profetico di una stagione di grande impegno spirituale, culturale e politico, che affonda le radici nella necessità di elaborare un pensiero autonomo dopo la difficilissima fase storica che parte dal Risorgimento ed arriva al fascismo. Impossibile slegare l’illuminato apporto dei costituenti cattolici da un complesso e necessario percorso formativo previo: documenti del Magistero sociale della Chiesa; filosofia tomista e neotomista del Novecento (da San Tommaso a Maritain); settimane sociali e codice di Camaldoli; radiomessaggi di Pio XII. Contrariamente a ciò che succede oggi, non si percorsero facili scorciatoie, ma solo la strada maestra, nella convinzione che senza cultura non c’è politica “maiuscola”.

Persona, storia e metafisica

Veniamo ai contenuti. L’edificio del nuovo Stato doveva poggiare, per Moro, su tre pilastri: «la democrazia, in senso politico, in senso sociale ed in senso che potremmo chiamare largamente umano».

Per procedere in questa direzione era necessario rinnovare profondamente la stessa dottrina della sovranità, non più forza irresistibile dell’autorità, che esercita un «prepotere di fatto», ma strumento al servizio della libertà e della dignità delle persone

Questa filigrana del pensiero di ispirazione cristiana la si vede dagli articoli che esprimono l’idea pluralistica della società, rispettosa dei diritti della persona, singola e associata, che esiste da prima dello Stato e che lo Stato riconosce come originari (ancor più nitidamente espressi dall’ Odg di Dossetti del settembre 1946, poi confluito negli articoli 2 e 3 del testo finale).

Ma i passaggi più caratterizzanti a livello filosofico sono quelli di La Pira. Il professore è mosso da una visione evangelica, elaborata mediante la metafisica e la filosofia sociale e politica di S. Tommaso, il cui perno teologico è l’Incarnazione. Ciò si traduce in una visione dell’azione sociale fondata sul comandamento dell’amore, scevra da ogni venatura utopistica ed attenta alla storia nella sua concretezza. Da questo punto di vista La Pira si appoggia ad una base opposta a quella di Togliatti e Croce, accomunati dal principio di immanenza.

I cattolici sono ancora forti ed autorevoli per accompagnare la Costituzione?

Speranza

Ci piace al riguardo tirar fuori un’ultima suggestione: il legame tra Costituzione e speranza.

La nostra Costituzione nasce come esplicita critica al passato. Nessun dubbio. Ma, come si evince da alcuni passaggi del dibattito nella Costituente, è anche implicita critica al presente (…lo Stato deve rimuovere gli ostacoli che impediscono di realizzare i diritti previsti).

Ma tale critica si apre sempre ad una progettualità con un ponte gettato verso il futuro. Per questo ogni critica è allo stesso tempo rotta verso il futuro

Acquistano così un senso ancora più chiaro le parole di Dossetti alla Costituente, secondo cui dobbiamo far sì che la Costituzione sia “amica, compagna di strada e presidio sicuro del nostro futuro”.

Ed è proprio su questo versante che vorrei porre una domanda: i cattolici italiani sono ancora il presidio e contestualmente l’accompagnamento della nostra Costituzione verso il futuro?

Nuovi codici e nuove Camaldoli sarebbero auspicabili. Ma ne abbiamo ancora la forza e l’autorevolezza?

Leggi anche:

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ADDIO EDGAR MORIN

 "Il mio percorso spirituale è un'avventura durata cento anni, in cui ho fatto della mia vita unaricerca soggettiva originarian di verità, una ricerca  fuori strada, e di questa ricerca fuori strada una ricerca di me stesso. 

E' morto a 104 anni Edgar Morin, filosofo, sociologo, antropologo e figura centrale della sinistra intellettuale francese contemporanea. Autore di oltre cento libri tradotti in una trentina di lingue, Morin è stato uno dei pensatori più noti al grande pubblico, anche per la sua insistenza sulla "pensée complexe", il "pensiero complesso", nozione ripresa e resa popolare anche dal presidente francese Emmanuel Macron.

"Fino ai suoi ultimi giorni, Edgar Morin è rimasto attento al mondo, agli altri e alle grandi sfide umane che hanno nutrito il suo pensiero", ha dichiarato la moglie Sabah Abouessalam Morin in una nota all'Afp. "Oggi il vuoto che lascia è immenso. Ma il suo coraggio, la sua fedeltà alle persone e alle idee, il suo rigore morale e la sua speranza continuano a guidarci", ha aggiunto.

La vita

Nato l'8 luglio 1921 a Parigi in una famiglia ebraica sefardita originaria di Salonicco, Edgar Nahoum, questo il suo nome di nascita, perse la madre all'età di dieci anni. Studiò alla Sorbona, dove conseguì lauree in storia e diritto. Dopo aver frequentato ambienti libertari favorevoli al campo repubblicano nella guerra civile spagnola, aderì al Partito comunista francese nel 1942. Durante la Resistenza assunse lo pseudonimo di Morin, che avrebbe poi mantenuto.

Fu escluso dal Pcf nel 1951 per le sue critiche alla linea staliniana della direzione. "Fu come un dolore d'infanzia, enorme e molto breve", avrebbe raccontato più tardi. La rottura con il comunismo arrivò poco dopo la pubblicazione del suo primo libro, L'An zéro de l'Allemagne, dedicato all'occupazione della Germania, alla quale aveva partecipato nell'esercito francese. Il distacco dal comunismo si legò a una più ampia postura critica, che avrebbe attraversato tutta la sua opera e che trovò una tappa importante in Autocritique, pubblicato nel 1959.

Entrato al Cnrs come sociologo, Morin si dedicò presto a temi allora innovativi: il cinema, la moda, la cultura di massa, il fenomeno delle star e le dinamiche della voce pubblica. In La Rumeur d'Orléans, del 1969, analizzò una vicenda che aveva colpito l'opinione pubblica francese, quella della falsa voce secondo cui responsabili di un grande magazzino avrebbero fatto sparire donne per alimentare un traffico di tratta.

Dopo alcuni anni, trascorsi in America latina, nel 1969 fu invitato all'Istituto Salk di San Diego, in California. Da quell'esperienza nacque Journal de Californie, nel quale studiò la regione come laboratorio della modernità. Negli anni successivi avviò la sua opera maggiore, La Méthode, una serie di sei volumi pubblicati tra il 1977 e il 2004: La Nature de la nature, La Vie de la vie, La Connaissance de la connaissance, Les Idées, L'Humanité de l'humanité ed Éthique.

La Méthode

Con La Méthode, Morin cercò di confrontare e collegare i metodi delle scienze umane con quelli delle scienze biologiche, promuovendo una visione transdisciplinare del sapere. Partecipò anche, insieme ai biologi Jacques Monod e François Jacob, alla creazione del Centro internazionale di studi di biologia e antropologia fondamentale all'abbazia di Royaumont.

"Quando un sapere frammentario e disperso ci rende sempre più ciechi davanti ai nostri problemi fondamentali, l'intelligenza della complessità diventa un bisogno vitale per le nostre persone, le nostre culture, le nostre società", scriveva in occasione di un colloquio organizzato dall'Associazione per il pensiero complesso, fondata da lui nei primi anni Duemila. Per Morin, la complessità, dal latino complexus, "ciò che è tessuto insieme", era il tratto stesso della realtà, irriducibile a un unico schema di spiegazione.

Morin si definì sempre agnostico, o anche "incredulo radicale". Nessuna concezione del mondo, sosteneva, può considerarsi depositaria della Verità, e le rappresentazioni filosofiche e religiose devono poter coesistere in un insieme multicivilizzazionale.

Una "politica di civiltà", la formula ripresa da Macron

Nel 2007, con L'An 1 de l'ère écologique: la terre dépend de l'homme qui dépend de la terre, Morin avviò un dialogo con Nicolas Hulot sulla necessità di promuovere una "politica di civiltà", orientata a rimettere l'uomo al centro della politica e a privilegiare il "vivere bene" rispetto al semplice benessere.

La formula ebbe ampia fortuna mediatica e fu ripresa per un periodo dal governo di Nicolas Sarkozy, da cui Morin prese poi le distanze.
Negli anni Duemila dedicò numerosi libri ai grandi temi dell'attualità: educazione, ambiente, politica internazionale. Pubblicò anche volumi di dialogo con personalità molto diverse, tra cui Boris Cyrulnik, Jean Baudrillard, Stéphane Hessel, François Hollande e Tariq Ramadan. 

"Israel-Palestine: le cancer", la polemica per l'articolo su Le Monde

Nel giugno 2002 suscitò una vasta polemica firmando con Danièle Sallenave un articolo su Le Monde intitolato "Israel-Palestine: le cancer", nel quale denunciava la politica israeliana verso i palestinesi. L'articolo gli valse un procedimento promosso da associazioni come France Israel e Avocats sans frontières. Alcuni critici gli rimproverarono anche di sottovalutare la rinascita dell'antisemitismo in Francia e di coltivare una visione multiculturale giudicata troppo idealizzata.

Rai News


 

ITALIA ED EUROPA

 

Meloni chiede un deciso «cambio di passo», da parte dell’Unione Europea, nel senso di una maggiore applicazione del principio di sussidiarietà



-di Giuseppe Savagnone

Giorgia Meloni critica l’Europa

Davanti all’assemblea degli industriali italiani, che l’ha calorosamente applaudita, Giorgia Meloni ha rivendicato i risultati ottenuti in campo economico in questi tre anni di governo, annunciando la sua ferma decisione di continuare su una strada che a suo avviso si è rivelata estremamente fruttuosa, e ha indicato quali sono gli ostacoli che ancora si frappongono al compimento dell’«ultimo miglio» della missione.

In linea con lo slogan “rendere di nuovo grande l’Italia”, che ha ispirato tutto il suo premierato, la presidente del Consiglio ha sottolineato che il nostro Paese non è più ormai «l’anello debole d’Europa»: «Siamo una nazione credibile e autorevole», ha dichiarato, evidenziando la crescita della competitività del sistema produttivo nazionale.

La premier ha anche annunciato la volontà del governo di aprire «un cantiere comune per una riforma globale e radicale della burocrazia», sottolineando che «la semplificazione e la sburocratizzazione devono essere il nostro mantra». E ha promesso che – di fronte alle sfide nel campo energetico provenienti dall’attuale situazione internazionale – la maggioranza varerà entro l’estate una legge delega sul nucleare.

Una soddisfazione e una fierezza che Giorgia Meloni ha manifestato anche aprendo con un videomessaggio la due giorni del Forum «L’Italia del Pnrr», promosso dal ministero per gli Affari europei. Quella del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), ha detto la premier, per alcuni sembrava «una sfida impossibile da vincere» ma l’Italia «è stata all’altezza del compito». I dati parlano di 166 miliardi di euro ricevuti dall’Europa, 416 traguardi raggiunti, 660mila progetti finanziati. E anche la Commissione europea ha dato atto di questo impegno.

Proprio all’Europa, però, la presidente del Consiglio, nel suo discorso alla Confindustria, ha rivolto una pesante critica. L’Ue, ha denunciato senza mezzi termini la premier, è «un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato competitività, crescita, visione strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici, contribuendo a spingere il continente verso un progressivo declino economico e geopolitico».

Perciò Meloni chiede un deciso «cambio di passo», da parte dell’Unione Europea, nel senso di una maggiore applicazione del principio di sussidiarietà: «L’Europa si occupi di quello che gli Stati non possono fare da soli e non di quello che gli Stati fanno meglio da soli». Più in generale, «l’Europa deve fare meno e farlo meglio».

Sullo sfondo, la quotidiana insistenza del governo italiano alle autorità di Bruxelles perché consentano all’Italia di derogare ai limiti del patto di stabilità – come già previsto per le spese militari – anche per gli interventi resisi necessari, dopo lo scoppio della guerra con l’Iran, allo scopo di fronteggiare la crisi energetica. Risolvendo questo problema – creato dai burocrati di Bruxelles, non dal governo – l’Italia sarà in grado di affrontare anche questo difficile momento.

Una lettura alternativa

Davanti a questo quadro rassicurante è stata una doccia fredda – a soli due giorni di distanza – il titolo di prima pagina de «La Stampa», un quotidiano non certo estremista: «Aiuti ai giovani, l’ultimo flop» e nel sommario sotto il titolo, «Sprecato il Pnrr: l’Italia ha speso meno degli altri paesi e resta penultima nel tasso di occupazione [si spiega poi nell’articolo che il riferimento è alla disoccupazione dei giovani tra i 20 e i 29 anni]. Nell’occhiello, poi, la critica dell’Ue alla politica economica italiana: «Dovevate investire sulle rinnovabili».

Come stanno veramente le cose? Possono essere utili le riflessioni di due economisti, noti per la loro competenza ed estranei a schieramenti di partito, come Carlo Cottarelli e Tito Boeri, pubblicate su due quotidiani – il «Corriere della Sera» e «Repubblica» – che nel panorama della stampa italiana occupano, soprattutto il primo, una posizione abbastanza moderata.

Il punto di riferimento è, ancora una volta, il discorso di Giorgia Meloni all’assemblea di Confindustria. Nel suo articolo Cottarelli esordisce dicendo di avere apprezzato il riferimento all’«eccesso di burocrazia come male fondamentale della nostra economia». E spiega: «Da anni ripeto che la lenta crescita italiana è dovuta in primis all’inefficienza della nostra burocrazia (…). Sono quindi felice che Meloni abbia deciso di costituire un “cantiere” per riformare la burocrazia in partenariato con Confindustria».

Ma, continua l’autore, «detto questo, che c’entra l’Europa nei ritardi nel portare avanti queste riforme? Forse è colpa dell’Europa se finora quasi due terzi dei tempi di realizzazione di un programma di sviluppo edilizio sono dovuti ai tempi di attesa di permessi?  È colpa dell’Europa se il disegno di legge per portare il merito nella pubblica amministrazione langue in Parlamento? (…) È colpa dell’Europa se 4.000 progetti di rinnovabili sono bloccati dalla burocrazia?».

Cottarelli non si limita a denunciare i colpevoli ritardi della nostra burocrazia. La sua critica si allarga a tutta la politica economica del governo. «Se l’Italia non cresce», scrive, «è anche per altre cose che dovremmo fare noi, non l’Europa. Perché la pressione fiscale e la spesa pubblica sono vicino a massimi storici? Forse che l’Europa ci impedisce di fare una seria revisione della spesa che ci consenta di ridurre le tasse? Perché la legge delega sul nucleare è diventata una priorità solo nell’ultimo anno prima delle elezioni? Ce lo ha impedito l’Europa? Perché non abbiamo un piano decennale di immigrazione regolare? (…) Perché, se proprio dobbiamo sostenere chi è colpito dal caro energia, vogliamo farlo in deficit e non trovando le risorse tra i più di mille miliardi di spesa pubblica?».

Questo non significa che non ci siano anche delle responsabilità dell’Europa: «Certo, alcune direttive europee penalizzano troppo le nostre imprese (…). Ma qui non si tratta di “burocrazia”, ma di scelte politiche prese a maggioranza dai Paesi Ue. E fra l’altro il governo italiano ha votato a favore di alcune di queste scelte» (tra cui proprio quella del patto di stabilità).

Cottarelli conclude facendo notare che «è facile fare dell’Europa un conveniente parafulmine», ma che «soffiando sul fuoco dell’anti-europeismo», si rischia di favorire nell’opinione pubblica l’idea che senza Europa staremmo meglio e che sarebbe preferibile uscirne, come ha fatto l’Inghilterra. «È questa davvero la strada che le nostre imprese e i nostri politici vogliono percorrere?».

Si concentra sul tema della riforma della burocrazia l’articolo di Tito Boeri su «Repubblica». «La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel suo intervento all’assemblea di Confindustria ha annunciato l’imminente apertura di un tavolo sulla riforma della burocrazia. Peccato che di tavoli di riforma finiti nel nulla sia costellata la storia della burocrazia italiana. E il suo governo non fa certo eccezione». E ricorda «il tavolo tecnico sulle pensioni proclamato con enfasi dalla ministra Calderone nel 2023», «il tavolo per la riforma dell’istruzione tecnica», «il tavolo sulla riforma del catasto», «gli innumerevoli tavoli sulla riforma fiscale», l’ultimo nel 2023, tutti finiti nel nulla.

Ma, tornando al tavolo per la riforma della burocrazia, che esso sia annunciato dal governo dopo tre anni di funzionamento del Pnrr è, secondo Boeri, un autogol. Infatti, «la riforma del pubblico impiego era una delle riforme considerate “permissive”, fondamentali, per l’attuazione del Pnrr, in quanto la realizzazione degli investimenti è strettamente collegata alla capacità gestionale del personale della Pubblica amministrazione» ed era perciò la prima da fare. E ora, «la scelta di aprire un tavolo sulla prima riforma prevista dal Pnrr è la confessione di non aver fatto nulla».

Ma questa mancata riforma, secondo Boeri, non è stata casuale. Essa ha consentito al governo Meloni di mettere ben 1.800 dirigenti «ai vertici del servizio pubblico (…), spesso modificando all’ultimo momento le procedure per potere agire con piena discrezionalità», privilegiando l’appartenenza politica rispetto alla competenza. Infatti, «c’è un solo merito che guida queste scelte, il merito di partito».

Insomma, sono mancate le riforme e non è stata certo l’Europa ad impedire al governo di farle.

Alcuni dati significativi

A queste osservazioni bisogna aggiungere alcuni dati che possono contribuire a ridimensionare la denuncia della nostra premier delle responsabilità dell’Europa. Il primo è che i 166 miliardi di euro del Pnrr sono un generosissimo prestito offertoci proprio dall’Ue, per sostenere la nostra ripresa economica, quando l’Italia aveva un altro governo, guidato da Mario Draghi, anche per la stima e il prestigio di cui il premier godeva a livello internazionale. Un buon motivo, da un lato, per essere grati, prima che polemici, verso questa criticabilissima Europa, dall’altro per chiedersi se sia così sicuro che solo con l’attuale governo l’Italia sia diventata finalmente «una nazione credibile e autorevole».

Un secondo dato importante, che non emerge nel discorso della nostra presidente del Consiglio, è che, come sottolinea Cottarelli, nella resistenza europea a derogare al patto di stabilità la burocrazia non c’entra, perché si tratta di una misura politica ragionevole, presa di comune accordo e che la stessa Meloni aveva valutato positivamente e appoggiato.

Si tratta, infatti, di un insieme di regole che mira a controllare il debito pubblico dei paesi membri dell’Ue, intendendo con debito pubblico l’ammontare complessivo dei prestiti che lo Stato ha contratto per finanziare i propri deficit accumulati nel tempo.

Naturalmente il debito pubblico dev’essere visto in relazione al Pil (Prodotto interno lordo) di una nazione. Ed è proprio questo rapporto che rende problematica la situazione dell’Italia. Le ultime previsioni dicono infatti che la crescita del Pil italiano nel 2026 sarà solo dello 0,5%. Il nostro Paese è così il fanalino di coda tra i paesi dell’Ocse, restando dietro non solo alla Spagna – che col suo 2% avrà un incremento di quattro volte superiore al nostro –, ma anche al Regno Unito (1,2%) e a Germania e Francia (1%). Malgrado la grande occasione costituita dagli ingenti fondi del Pnrr, manca la crescita. Ritornano in mente le parole di Cottarelli e Boeri: senza riforme, niente sviluppo.

Questo rende ancora più grave il fatto che il debito pubblico dell’Italia abbia raggiunto quest’anno un nuovo massimo storico: 3.140 miliardi di euro. Il nostro Paese si appresta a superare la Grecia nel rapporto tra debito pubblico e Pil, attestandosi sul 138,6%.

Si capisce la resistenza dell’Europa (già creditrice di una parte dei soldi del Pnrr) a consentire un ulteriore indebitamento. L’Italia in questi tre anni ha dimostrato di non riuscire a utilizzare i soldi per realizzare quei cambiamenti strutturali che consentirebbero un vero sviluppo.

La disponibilità di nuove risorse potrà essere utile al governo a un anno dalle elezioni, ma alla distanza aggraverà il peso che gli italiani – innanzi tutto le nuove generazioni – si troveranno a ereditare da una politica più capace di spendere che di fare riforme. È questo che il nostro Stato, a quanto pare, «sa fare meglio da solo». E che «l’ultimo miglio» sia visto dalla nostra premier in linea con questa logica non è una buona notizia per noi.  

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L'ARTE CI SALVERA'

 Il genio creativo come resistenza all’algoritmo. L’arte ci salverà


CREATIVITA'

ALGORITMO


di Antonio Spadaro

Dove l'IA ottimizza, accelera e replica, l’uomo si espone 

al rischio, alla lentezza, all’errore, alla trasformazione. 

È dall’attraversamento del limite che nasce la nostra capacità 

di dire qualcosa di profetico sulla realtà attraverso la musica, 

la pittura, persino il cinema

/Foto Icp

La Magnifica humanitas non è un trattato di estetica: è un documento di dottrina sociale, firmato il 15 maggio 2026, che legge l’Intelligenza artificiale alla luce del Vangelo e la confronta con il paradigma tecnocratico del nostro tempo. Eppure, a chi la legga con attenzione, l’enciclica di Leone XIV rivela un filo rosso che attraversa l’intero tessuto del testo e ne illumina il centro: l’arte. Non come ornamento, non come parentesi colta tra un capitolo e l’altro, ma come il terreno su cui si gioca la distinzione decisiva tra ciò che la macchina può fare e ciò che soltanto l’umano sa essere. Dove l’IA calcola, l’essere umano crea; dove l’algoritmo ottimizza, la persona rischia, sbaglia, si espone. Leone XIV colloca l’arte al crocevia tra vulnerabilità e trascendenza, tra limite creaturale e apertura al mistero. È lì che vuole portarci.

La semplicità

La prima mossa è disarmante nella sua semplicità. Il Papa osserva che la velocità con cui oggi si ottengono contenuti, elaborazioni, assistenza concreta può «indebolire il giudizio personale e la creatività» (n. 100). Niente di apocalittico: una constatazione. La creatività non è un lusso né un talento riservato a pochi. È una facoltà umana, e come ogni facoltà si atrofizza quando non viene esercitata. Il rischio non sta nell’uso occasionale dello strumento — nessuno chiede di rinunciare alla calcolatrice per amore dell’aritmetica mentale — ma nel fatto che la facilità del risultato spegne il desiderio della ricerca. Platone lo sapeva già: nel Fedro avvertiva che ogni tecnologia capace di alleggerire la fatica può anche indebolire la facoltà che quella fatica allenava. Leone XIV raccoglie l’intuizione e la radicalizza con un’espressione che potrebbe sembrare anacronistica, quasi monastica, e che invece coglie nel segno con una precisione sorprendente: «Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA» (n. 140).

Digiunare dall’IA.

L’immagine è forte perché rovescia la narrativa dominante: non si tratta di stare al passo, di aggiornarsi, di imparare a usare meglio gli strumenti, ma di saper rinunciare al risultato facile per proteggere il lavoro interiore che rende possibile la creazione. L’artista lo sa per esperienza: il quadro nasce dalla resistenza del materiale, il verso dalla lotta con la lingua, la composizione musicale dal confronto con il silenzio. Eliminare la resistenza non significa liberare la creatività. Significa abolirla. E una civiltà che delega la produzione dei propri contenuti culturali a un sistema che — come il Papa stesso afferma — «non capisce ciò che produce» (n. 99) è una civiltà che sta rinunciando non a una funzione, ma a una dimensione del proprio essere.

Qui l’enciclica compie il suo affondo filosofico più radicale. Le intelligenze artificiali, scrive Leone XIV, «possono simulare empatia o comprensione, ma non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente» (n. 99). Il verbo è preciso: abitare. Abitare è essere dentro, essere coinvolti, essere esposti. L’IA non abita il linguaggio che usa: lo attraversa come un flusso di dati, non come un’esperienza di senso. Può generare un sonetto perfetto dal punto di vista metrico, ma non sa cosa significhi essere innamorati. Può comporre una sinfonia, ma non conosce il silenzio dopo l’ultimo accordo. Il suo apprendimento, precisa il Papa, «non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è un adattamento statistico che non implica una crescita interiore». La creazione artistica richiede esattamente questo: crescita interiore. Un cammino esistenziale che l’opera rende visibile. L’IA non lotta con nulla. Non conosce resistenza. E una creatività senza resistenza non è creatività: è produzione.

La creatività

Ma Leone XIV non si limita a difendere l’artista. Compie un’operazione più sorprendente: assimila lo sviluppatore di intelligenza artificiale all’autore di un’opera. Il codice è la sua creazione. «Ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità» (n. 111), esattamente come ogni scelta stilistica, ogni inquadratura, ogni nota. Il design algoritmico è un atto culturale, non solo tecnico. Il Papa usa un verbo rivelatore: coltivare. Le moderne intelligenze artificiali sono «più coltivate che costruite» (n. 98): gli sviluppatori creano un’architettura sulla quale il sistema cresce, come il contadino prepara il terreno ma non fabbrica il frutto. La responsabilità non diminuisce per questo: cresce, perché il risultato è meno prevedibile. La creatività non è più il privilegio dell’artista nel suo atelier: è il marchio dell’umano in ogni gesto costruttivo, dal dipinto all’algoritmo. E nessun gesto costruttivo può invocare la neutralità della tecnica.

Leone XIV chiama questa facoltà «intelligenza creativa» e la definisce un dono ordinato al bene comune (n. 129). La parola dono la sottrae al registro prometeico dell’autoaffermazione e la colloca in quello della grazia. Un algoritmo può generare un’immagine mai vista prima; un artista crea un’immagine che dice qualcosa di vero sull’umano. La differenza non sta nella novità del risultato, ma nella relazione tra chi crea e la comunità per cui crea. La creatività, nella visione dell’enciclica, è sempre relazionale: nasce dentro una trama di legami e a quella trama restituisce senso.

Il limite e la fioritura

Il passaggio forse più potente dell’intera enciclica, su questo terreno, è quello in cui Leone XIV affronta il limite come luogo di fioritura. Contro ogni tentazione transumanista, il Papa sostiene che «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (n. 122). Ed è qui che l’arte irrompe con tutta la sua forza: «La cultura e l’arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla, impedendo la normalizzazione del male». Leone XIV sceglie tre icone, tre opere che funzionano come altrettante sentinelle della coscienza: la Nona di Beethoven come desiderio di unità – un uomo sordo che compone un inno alla gioia universale, immagine stessa della creatività che nasce dal limite; Guernica come denuncia della disumanizzazione – Picasso che trasfigura il bombardamento in un grido capace di parlare a ogni generazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio. Musica, pittura, cinema. Tre linguaggi diversi, un’unica funzione. E l’aggettivo scelto dal Papa è decisivo: profetico. Non estetico, non decorativo, non consolatorio. L’arte parla prima, vede prima, sa prima. E può farlo perché chi crea ha un corpo esposto, una storia attraversata, una ferita da cui sgorga la parola. La macchina non ha ferite.

L’evaporazione dell’arte

C’è un rischio, però, che il Papa individua con lucidità: non la scomparsa violenta dell’arte, ma la sua lenta evaporazione. L’intelligenza, se assolutizzata, «finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita» (n. 113). L’immagine scelta è quella dell’ecosistema: l’armonia si spezza quando una sola specie prolifera a scapito delle altre. L’IA è una specie cognitiva in crescita esponenziale. Senza contrappesi — e l’arte è uno di questi — rischia di colonizzare l’intero habitat mentale dell’umanità. Un quadro di Rothko non è riducibile a dati. Un quartetto di Beethoven non è una prestazione. Un verso di Leopardi non è un’informazione. Sono esperienze che eccedono ogni codifica, e in questo eccesso sta il loro valore. L’arte è il contrario della solitudine: un ponte tra coscienze, un gesto che chiede di essere accolto, interpretato, discusso, amato o rifiutato. La Magnifica humanitas mette in guardia da un mondo che dell’arte non sente più il bisogno.

L’enciclica si chiude con un dittico. Il primo pannello è una citazione di Tolkien, strappato a una lettura di parte politica: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, ma fare il possibile per la salvezza degli anni in cui viviamo». Il secondo pannello è il Magnificat di Maria. Richiamandolo Paolo VI, che definiva la Vergine «poetessa e profetessa della redenzione», Leone XIV indica nel cantico l’archetipo di ogni arte autentica: un gesto creativo che nasce dalla piccolezza, vede l’invisibile, impedisce la normalizzazione del male e annuncia un ordine nuovo dentro il disordine del presente. Il rovesciamento dei potenti operato dalla bellezza, non dalla violenza. Alla fine, ciò che salva l’umano non è il calcolo, ma il canto.

 Non l’ottimizzazione, ma la lode.

«Nessun sistema di calcolo genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene», scrive Leone XIV (n. 233). «Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato». L’arte abita esattamente in quello spazio: è il gesto di un cuore che si consegna, un volto che chiede di essere guardato. È questa la scintilla che la macchina non possiede.

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