sabato 17 gennaio 2026

ECCO L'AGNELLO DI DIO

 

-GESU',  

L'AGNELLO,

 IL SERVO-



18 gennaio 2026

II Domenica del tempo ordinario   - Giovanni 1,29-34 (Is 49,3.5-6 – 1Cor 1,1-3)

In quel tempo, Giovanni, 29vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».

32Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: «Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo». 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».


Commento di di sorella Ilaria

Dopo aver contemplato domenica scorsa il battesimo di Gesù, oggi il vangelo ci invita a sostare sulla testimonianza che Giovanni Battista dà a Gesù, colui che egli non voleva battezzare ma insieme al quale fece obbedienza per “adempiere ogni giustizia” (Mt 3,14-15).

Giovanni e Gesù sono legati da uno stretto rapporto fin dal grembo delle loro madri, eppure qui Giovanni dice per due volte: “Io non lo conoscevo”, esprimendo una verità fondamentale per ciascuno di noi: il mistero che abita le profondità di coloro che ci stanno accanto non è conoscibile se non facendo obbedienza alla propria e altrui vocazione. Per penetrarlo, almeno un poco, occorre avere uno sguardo contemplativo, capace cioè di vedere ciò che lo Spirito opera nelle loro vite. Giovanni sapeva di non essere lui il Cristo, sapeva di essere stato inviato a battezzare perché Gesù venisse manifestato a Israele, sapeva che il suo compito era quello di preparare un popolo ben disposto, di essere voce che annuncia la venuta del Messia, del Signore atteso e invocato.

Giovanni sapeva che la sua vocazione di profeta e battezzatore era aperta sulla vocazione di un altro, che sarebbe venuto dopo di lui ma che in realtà era prima di lui: qui c’è chiaramente l’eco del solenne prologo che apre il vangelo di Giovanni: “In principio era la Parola” (Gv 1,1) e nel quale troviamo già la testimonianza di Giovanni formulata con le stesse parole del nostro brano evangelico: “Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me”. I tempi di Dio non sono i nostri tempi e colui che, secondo i tempi degli uomini, viene cronologicamente dopo, in realtà nel disegno di salvezza di Dio, secondo l’eternità del suo essere, è prima perché è fin da principio presso Dio (Gv 1,1-2).

Giovanni arriva a riconoscere Gesù come Figlio di Dio, come Agnello che toglie il peccato del mondo, grazie alla sua obbedienza alla vocazione ricevuta dal Signore che lo chiama a essere profeta e battezzatore, e grazie anche alla sua capacità di discernere l’agire dello Spirito nella vita dell’altro, nella vita di Gesù: “Ho contemplato lo Spirito discendere come colomba dal cielo e rimanere su di lui”: qui ricorre per la prima volta nel vangelo di Giovanni il verbo rimanere, verbo tanto significativo e tanto caro a Giovanni, verbo che percorre tutto il suo vangelo come un filo rosso, verbo che dice una caratteristica essenziale della sequela, il rimanere nell’amore di Cristo, il rimanere in lui e con lui. Ma qui esprime la ragione, il perché di questa necessità dei discepoli di rimanere, di dimorare con Gesù, dice che essi devono dimorare in Lui perché lui è il Cristo, l’Agnello di Dio, il Figlio di Dio , colui sul quale e nel quale rimane permanentemente lo Spirito e per questo può battezzare a sua volta nello Spirito.

Gesù generato per opera dello Spirito potrà donare a sua volta lo Spirito, e questo lo farà soprattutto sulla croce, come estremo atto d’amore che compie il disegno di salvezza del Padre: “Dopo aver preso l’aceto Gesù disse: ‘Tutto è compiuto’ e chinato il capo effuse lo spirito” (Gv 19,20). Per questo Gesù è l’agnello di Dio e il Figlio di Dio.

L’immagine dell’agnello evoca la figura del servo del capitolo 53 di Isaia, dove il servo del Signore viene descritto proprio come un agnello condotto al macello (Is 53,6), lui che porta la salvezza addossandosi il peso delle nostre iniquità (cf. Is 53,10-11). Ma ci rimanda anche al secondo canto del servo da cui è tratta la prima lettura: “Mio servo sei tu”, un servo che dona la salvezza non solo a Israele ma a tutti i popoli; “Ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino alle estremità della terra” (Is 49,6). In Gesù questi tratti del servo si sono concretizzati, in lui che “ha riconciliato con Dio gli uni e gli altri, in un solo corpo, attraverso la croce, uccidendo su di essa l’inimicizia” secondo le parole dell’inno cristologico della Lettera ai cristiani di Efeso (Ef 2,16) e può compiere tutto questo perché su di lui dimora lo Spirito, caratteristica, anche questa, del servo del Signore secondo Isaia 42,1: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui”.

Gesù è il servo e l’eletto (secondo alcune versioni del testo di Giovanni al posto dell’espressione “Figlio di Dio” c’è proprio l’espressione “l’eletto di Dio”), colui su cui scende e dimora lo Spirito e grazie a questo egli viene a portare la salvezza a ogni carne, prendendo su di sé il peso dei nostri peccati e donandoci la sua luce affinché anche noi, come Giovanni Battista, possiamo vedere, riconoscere e rendere testimonianza a Gesù, il Figlio di Dio, l’eletto amato dal Padre, l’Agnello di Dio, il Salvatore del mondo.


Monastero di Bose 

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EDUCARE OGGI

 


"Educare oggi: possibile?"



“I giovani,  questi (s)conosciuti”


Massimo Recalcati

Cerco di porre problemi intorno al tema dell’educazione, problemi che affronto sia come padre sia come insegnante sia come psicoanalista, offrendo molto ascolto ai genitori. Freud sosteneva che educare è un mestiere impossibile. In altre parole: la brutta notizia che dava Freud è che fare il genitore comporta lo sbagliare e può essere paragonato al condurre una barca in mare aperto, tra tante difficoltà e rischi. La buona notizia, però, è che i migliori tra gli educatori o genitori sono coloro che sono consapevoli delle proprie insufficienze e mancanze. I peggiori genitori sono quelli che pretendono di essere “migliori” o esemplari, persone che schiacciano la vita dei figli, che pretendono di insegnare come vivere, di spiegare cosa è la vita. Diversa è la testimonianza, la quale non pretende di essere esemplare e della quale i figli hanno realmente bisogno. Questi infatti hanno bisogno di incontrare qualcuno/a che testimoni loro che la vita ha un senso, e lo faccia attraverso le azioni (ad esempio, come amare, come escludere la violenza). Chiunque può essere testimone, non esiste un “testimone di professione”: anche un peccatore lo può essere! 

Evidenzio due imposture fondamentali del nostro tempo sull’educazione. 

1. Pensare di poter ridurre il problema dell’educazione (che è umanizzazione) al rispetto delle regole. 

Tutti ne parlano con abbondanza, in campo psicologico o pedagogico, come se la vita di un figlio fosse quella di un cavallo. Il fatto è che le regole devono essere uguali per tutti, mentre i figli sono diversi, ed amano in modo diverso. 

Occorre tenere sempre conto del nome, della singolarità di ogni persona. Certo, una quota di regole è necessaria (ad esempio, quelle che regolamentano la circolazione stradale), ma bisogna ricordare che ogni insistenza genera resistenza, come dimostrano tanti disturbi comportamentali o alimentari dei nostri giorni. Le regole devono essere poche e l’educazione non deve essere confusa con la regolazione. 

Inoltre bisogna ricordare che c’è differenza fra la regola e la legge: più si perde il senso della legge, più si moltiplicano le regole, ossia gli impedimenti esterni che implicano una sanzione in caso di trasgressione. L’eredità biblica che abbiamo alle spalle ben chiarisce il senso della legge: ciò che le da’ valore non è che essa sia scritta su tavole di pietra, ma che sia scritta sulla “carne del cuore” (secondo la felice espressione del profeta Ezechiele), ossia che sia interiorizzata in profondità. Cosa scrivere allora nel cuore di un figlio? L’esperienza del “non-tutto”: io non posso avere, essere, sapere, godere il tutto. La grande tentazione, narrata nel linguaggio mitico nel capitolo 3 del Genesi, è quando l’uomo si pensa come un dio, quando sperimenta questo delirio. 

Occorre allora scrivere nella carne del figlio la legge per cui non tutto è possibile, diversamente da come propagandano tanti slogan della società dei consumi. Inoltre, occorre sostituire alla severità spietata della legge il valore generativo della testimonianza, altrimenti rischiamo di rimpiangere un passato che non deve e non può tornare. Si deve quindi arrivare alla testimonianza della legge, e questa passa attraverso la forza e la credibilità della parola. 

Un insegnante è convincente perché e quando porta in sé e nel proprio agire il “fuoco”. La vita non è una scala che va dal basso verso l’alto, ma un percorso tortuoso, fatto soprattutto di incontri con persone che hanno un desiderio “deciso”, e costoro sono il vero fuoco. Siamo abituati a pensare moralisticamente che il desiderio e il dovere siano termini contrapposti, ed invece Gesù per primo mostra che il primo dovere è rendere la propria vita viva, ricca (cfr. Recalcati, La legge del desiderio, Einaudi). Il desiderio è la forma più alta del dovere, e trasmettere questo è il vero compito dell’educazione. 

2. La seconda impostura è quella del dialogo. 

Gesù dava dei “colpi”, non dialogava, perché il dialogo non lascia il marchio del fuoco. La vera eredità è proprio il fuoco che l’altro ci lascia. Anche una lettura può generare in noi il fuoco, così come un incontro, che diventa così per noi “grazia”. Constato invece una retorica imperante sul dialogo, laddove occorre maggiormente seminare atti di testimonianza, manifestare fede/fiducia nell’altro, come può essere il figlio, anche quando questi inciampa. 

Attenzione: quando inciampa, non nonostante inciampi. Aver fede è l’opposto che proiettare sull’altro i propri sogni: ne da’ una plastica rappresentazione la parabola del figliol prodigo o del padre misericordioso

Nel percorso educativo occorre calibrare bene i passaggi dall’ “eccomi” (che va bene quando il figlio è piccolo) al “vai” (quando passa all’adolescenza). La depressione coincide con la fatica del desiderare, e preoccupa che oggi tanti giovani vivano questo problema. 

Ciò dipende forse anche dal fatto che la società in cui siamo immersi è radicalmente negativa, in quanto mira a generare dipendenze dagli oggetti, come quella dallo smartphone. La promessa capitalistica è che la salvezza consista nel possesso dell’oggetto, ma questo è sempre “altro” rispetto a ciò che si ha e ne nasce una perpetua insoddisfazione (cosa che tocca anche i legami tra le persone, non solo il rapporto con le cose). 

Educare, in questo senso, consiste nel trasmettere il senso del desiderio – che non coincide mai con il possesso – e il valore della durata. (relazione non rivista dall’autore)

Alzogliocchiversoilcielo

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IL RISCHIO DELLA PAURA

 

Una ragazza piangedopo aver deposto le loro candele nel punto in cui vengono portati fiori e lumini vicino al bar Le Constellation

Dopo la tragedia

 di Crans-Montana: 

«Cari genitori,
 
non abbiate paura della vita»


La tragedia di Crans-Montana rischia di spingerci, come genitori, in una paura di dimensioni tali da farci credere che l’unico modo per proteggere i nostri figli sia limitarne le uscite. 

Alberto Pellai: «Diventare grande è esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontarlo»


di Sara De Carli

 Una traumatizzazione collettiva in diretta, enorme. In cui morte e adolescenza – due termini che raramente stanno vicini – si sono saldati entro quella che è stata una tragedia generazionale. La strage di Crans-Montana, dove sono morti 40 ragazzi, di cui sei italiani e altri 121 sono stati feriti, ci riguarda da vicino: anche se quei ragazzi non li conoscevamo. Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, nei giorni scorsi ha scritto che «la strage di Crans-Montana rischia di farci precipitare in un’ansia collettiva, in una paura genitoriale di proporzioni tali da spingerci a credere che l’unico modo per proteggere la vita dei figli diventa limitarne al massimo le uscite nel mondo. Invece, l’unica cosa che ai nostri figli serve veramente è non smettere mai – noi adulti – di augurare loro di non avere paura della vita, anche quando la vita si fa spaventante. Perché l’unico modo per affrontare la paura è attraversarla con il coraggio di andare incontro ad un ignoto che non sai che cosa ha dentro». Pellai nei suoi scritti parla spesso di un “allenamento alla vita” e di una crescita in cui la vita si impara passo dopo passo, affrontando le sfide e imparando a gestire il “guado” e l’ignoto.

Qual è il rischio che vede, dopo il dolore e il senso di immedesimazione che tutti abbiamo vissuto verso queste famiglie?

È una tragedia che ha generato una enorme traumatizzazione collettiva in diretta, molto simile a quel che è accaduto con le torri gemelle: per giorni abbiamo assistito impotenti a un evento terribile, su cui non abbiamo controllo, ci siamo identificati con le famiglie, abbiamo percepito un dolore enorme associato a una paura gigantesca. Tutto ciò che è imprevedibile nei genitori risuona e dà forma alla domanda “E adesso come lo proteggo mio figlio?”. Si tratta di una domanda fondamentale per un genitore, che ovviamente deve proteggere il figlio: ma se la abbiniamo ad una emozione divorante, usando questa emozione come filtro per le scelte del nostro progetto educativo, diventa un problema. Diventiamo impotenti, paralizzati e rendiamo impotenti e paralizzati anche i nostri figli. Rischiamo di concepire il mondo fuori come pieno di pericoli e a quel punto implicitamente o esplicitamente diciamo di non uscire fuori nel mondo, perché uscire vuol dire esporsi a pericoli di difficile controllo. Un’ora dopo aver scritto quell’articolo su Famiglia Cristiana, per dire, ho ricevuto il messaggio di una mamma che raccontava che suo figlio era appena andato al cinema, ma che prima di farlo uscire gli aveva fatto una serie di domande per verificare se sapeva come comportarsi nel caso in cui fosse scoppiato un incendio… Si rendeva conto di aver caricato il figlio di ansia. Non è sbagliato spiegare a un figlio come gestire un’emergenza: è sbagliato riversargli addosso, ogni volta che esce nel mondo, una paura che io genitore non so come gestire. “Uscire” fuori serve a esplorare il nuovo e l’ignoto, facendo i conti con la paura e la sorpresa. Ma se il mondo fuori è percepito e presentato come una trincea, l’assetto in cui muoversi diventa quello difensivo anziché quello esplorativo: un figlio a quel punto tenderà a fare sempre meno cose “fuori” e a rimanere nella comfort zone.

Che siamo una generazione di genitori tentati dall’iperprotezione non è una novità… aiutati anche dalla tecnologia.

È il tema grande della genitorialità del terzo millennio: l’iperprotezione, il controllo continuo, la geolocalizzazione dei figli. La tecnologia digitale ha fatto sì che il genitore di oggi pretenda che le uscite nel mondo dei figli adolescenti siano a rischio zero per i figli e ansia zero per sé. Ma questo non è possibile, significa pretendere di ribaltare il concetto di crescita. Inseguiamo il concetto di una crescita con ogni rischio previsto, gestito e prevenuto ma diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire. È chiaro che l’uscita nel “fuori” non deve essere un azzardo: bisogna avere una buona mappa dei rischi fase specifici che il figlio può affrontare.

Diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire

Quali strategie concrete possono aiutare noi genitori a gestire questa ansia, senza limitare eccessivamente la libertà dei figli?

Da una parte sapere che il livello di protezione che diamo ai nostri figli quando hanno 9 anni non è la stessa che dobbiamo dargli a 13 anni o a 19 anni: ci sono invece genitori geolocalizzatori nei confronti di figli universitari, che vivono a centinaia di km da casa. Il secondo tema è lavorare molto sulla dinamica della coppia: quando non c’erano gli strumenti digitali, di solito, quando un figlio usciva la sera c’era un genitore che stava in ansia e restava sveglio sul divano, ma l’altro dormiva. Uno dei due testimoniava che era possibile restare tranquilli. Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia.

Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia

In questi giorni abbiamo letto tante critiche ai comportamenti dei ragazzi, mentre è connaturale negli adolescenti non avere contezza del rischio: come mediare?

Molte delle cose che state scritte, dimostrano una gigantesca mancanza di empatia sui social. Detto questo, io penso che i ragazzi oggi siano poco allenati al principio di realtà. Questa permanenza enorme nel virtuale, che rende tutto apparentemente finto, ha disallenato la capacità di abitare la vita con uno sguardo attento e competente. La percezione del rischio è un passaggio fondamentale dalla prevenzione e il mondo adulto deve dotare i ragazzi di questa percezione. È anche vero, però, che non è un compito degli adolescenti percepire il rischio in un locale pubblico, dove paghi un biglietto per entrare: garantire la sicurezza, lì, toccava ad altri.

In questo momento di grande paura e incertezza, quale messaggio dare ai genitori che temono di non riuscire a proteggere i propri figli da tutto?

Lo dico da genitore di quattro figli: sento un dolore enorme per una tragedia che era prevenibile, ma questo non cambia di un centimetro il copione di come regolo l’autonomia dei miei figli, pur sapendo che ogni volta che escono di casa non ho nessuna garanzia che torneranno vivi. Tutto ciò che ritengo adeguato per il loro sviluppo e la loro crescita, continueranno ad avere il diritto di farlo.

E agli insegnanti e agli educatori, al di là del minuto di silenzio chiesto dal ministro Valditara?

Invito a lasciare uno spazio di decantazione dei vissuti emotivi: cosa hanno percepito, da quali emozioni sono abitati, cosa vuol dire fare memoria di un ragazzo che non c’è più. Farli lavorare sulle potenziali conseguenze che un fatto del genere può avere sulle loro vite, smantellare l’effetto di traumatizzazione indiretta, che non deve diventare un blocco nella loro fiducia nella vita, nell’uscire.

Paura e blocco: crede che questo sia un rischio concreto per i nostri figli, oltre che per noi genitori?

L’ansia e la depressione sono tratti molto frequenti negli adolescenti, molto più che in passato, anche per via del fatto che tutti noi siamo immersi in una narrazione quotidiana catastrofica. Ma questo evento tragico è stata la narrazione continuativa per giorni: è ovvio che sia entrato nel nostro qui e ora e abbia turbato tantissimo i ragazzi, anche perché ha parlato in modo massiccio di morte e di morte generazionale, mentre morte e adolescenza solitamente non stanno in associazione.

Foto di Marco Alpozzi /LaPresse

VITA

 

VOCI LIBERE

 

Roma, arte e lezioni

 sui media a scuola

 per prevenire

la discriminazione di genere

Una fondazione nazionale, Mus-e, e una realtà capitolina, Fondazione Media Literacy, insieme per insegnare a 130 adolescenti il rispetto e l'inclusione. Al via "Voci libere", una buona pratica contro la povertà educativa, finanziata da Roma Capitale


di Giampaolo Cerri


Far riflettere a scuola sulla parità di genere si può fare in molti modi ed è già positivo che si faccia. Spesso, se lo si fa, si ricorre al più classico dei modi ossia l’educazione frontale: l’insegnante affronta il tema, ne parla, spiega, interagisce con la classe.

Grazie alla filantropia, si vanno facendo strada anche altre modalità.

Ne arriva, in questi giorni, una testimonianza da Roma, nel XIII Municipio, che sta nel quadrante ovest del Urbe, dai quartieri Aurelio e Boccea a uscire, verso la costa. Lo stesso municipio ha selezionato infatti un progetto di Fondazione Media Literacy con Fondazione Mus-e Italia, Voci libereche coinvolgerà sette classi della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto comprensivo Maria Capozzi di Roma, per un totale di oltre 130 studenti e studentesse, insieme a 12 docenti e 130 famiglie, «con l’obiettivo», spiegano le due fondazioni, «di promuovere relazioni consapevoli, inclusive e rispettose e di prevenire stereotipi, discriminazioni e dinamiche di violenza fin dalla prima adolescenza». Voci libere è pronto a partire.

Dalla danza allo storytelling per carpire le differenze

Succederà che, attraverso teatro, danza, storytelling, riscrittura delle fiabe e percorsi dedicati alle biografie femminili, i laboratori artistici, condotti in classe dalle artiste professioniste di Mus-e, offriranno a ragazzi e ragazze uno spazio di espressione, confronto e riflessione sui temi dell’identità, delle emozioni, delle relazioni e della parità di genere.

A questi si affiancherà un percorso di educazione ai media, curato da Fondazione Media Literacy, che porterà studenti e studentesse a sviluppare uno sguardo critico sui modelli culturali e comunicativi e a sperimentare direttamente strumenti di narrazione contemporanea.

«Sensibilizzare e coinvolgere i giovanissimi sulle tematiche di parità di genere e contrasto alla violenza sulle donne attraverso linguaggi artistici, espressivi e creativi», è infatti l’obiettivo del progetto educativo, avviato dall’associazione temporanea di scopo Mediamuse, costituita appunto da Fondazione Media Literacy con Fondazione Mus-e Italia e finanziato da Roma Capitale – Dipartimento Scuola, lavoro e formazione professionale, nell’ambito dell’avviso pubblico “per la promozione dell’educazione alla parità tra i generi e la prevenzione e il contrasto della violenza e delle discriminazioni di genere” nelle scuole secondarie di primo grado del territorio.

«Elemento distintivo del progetto», spiegano le due fondazioni, «sarà infatti la realizzazione di podcast originali, ideati e prodotti con il supporto di giornalisti ed educatori. I podcast diventeranno uno strumento di restituzione e disseminazione del percorso, dando voce ai ragazzi e alle ragazze e contribuendo a diffondere una cultura del rispetto e dell’inclusione anche oltre il contesto scolastico».

A mettersi insieme sono infatti l’esperienza di Fondazione Media Literacy, attiva nella Capitale «nel campo dell’educazione ai media e al loro uso consapevole» e quella di Fondazione Mus-e Italia «per il contrasto della povertà educativa attraverso il linguaggio universale dell’arte».

Voci Libere, assicurano gli organizzatori, si caratterizzerà «per un approccio educativo innovativo, incentrato su metodologie didattiche non convenzionali, che coinvolgono attivamente studenti e studentesse nel processo di apprendimento e li rendono protagonisti del percorso di sensibilizzazione».

Creatività ed educazione al linguaggio

Lo sottolinea Lidia Gattina, giornalista, segretaria generale di Fondazione Media Literacy«L’educazione al linguaggio e ai media è uno strumento fondamentale per contrastare stereotipi e discriminazioni fin dalla giovane etàLa nostra esperienza, maturata negli anni nell’ambito dell’inclusione e della parità di genere, ci insegna che sviluppare consapevolezza critica significa anche promuovere una cultura inclusiva, capace di riconoscere e rispettare le differenze».

Le fa eco Laura Avagnina, coordinatrice di Fondazione Mus-e Italia a Roma: «I linguaggi artistici», spiega, «rappresentano uno strumento educativo privilegiato per favorire lo sviluppo di competenze fondamentali come empatia, resilienza, creatività, libera espressione, autostima e rispetto reciproco. Attraverso Voci Libere, le artiste di Mus-e accompagnano ragazze e ragazzi in un percorso che li valorizza nella loro unicità, al di là di ogni forma di discriminazione o pregiudizio, compreso quello di genere, incoraggiando l’espressione artistica come spazio libero da stereotipi e barriere culturali, capace di promuovere relazioni più consapevoli, inclusive e rispettose»

La scuola: «Insegnare il rispetto di genere»

Soddisfatta anche la scuola: «L’Istituto», conferma  Carla Felli, dirigente scolastica dell’I.c Capozzi, «ha colto immediatamente l’opportunità preziosa e destinato il progetto Voci Libere alle classi seconde della scuola secondaria di primo grado perché le alunne e gli alunni di 12/13 anni in fase di preadolescenza sono proprio nel giusto momento evolutivo per avere una formazione trasversale significativa sul rispetto di genere». Aggiungela dirigente, che «la società, il mondo che abitano deve essere decodificato per loro nei significati profondi ed è la scuola che deve fornire gli strumenti adeguati anche e soprattutto attraverso i linguaggi artistici del fare e non solo del sapere, proprio per arrivare ad un’interiorizzazione profonda dei principi di rispetto e inclusione».

Docenti e famiglia nel progetto

Il progetto, sottolineano gli organizzatori, «attribuisce un ruolo centrale anche al coinvolgimento del personale docente e delle famiglie, considerate parte integrante della comunità educante, attraverso momenti di formazione, informazione e restituzione condivisa territoriale, per presentare gli esiti del progetto e i contenuti realizzati dagli studenti».

l percorso si concluderà ad aprile, con un evento pubblico finale, aperto alla comunità scolastica e alla cittadinanza.

 VITA


venerdì 16 gennaio 2026

REFERENDUM GIUSTIZIA




 ISTRUZIONI

 PER L'USO


Un clima rovente



-di Giuseppe Savagnone

La decisione del governo di fissare la data del referendum sulla giustizia il 22 e il 23 marzo – senza aspettare, come la consuetudine avrebbe voluto, la conclusione della raccolta delle firme promossa dai sostenitori del no – ha alimentato ulteriormente la polemica di chi accusa la maggioranza di voler sfruttare la scarsa informazione di moltissime persone sul tema referendario, riducendo i tempi per un approfondito dibattito e giungendo il prima possibile al voto.

Ma anche da parte dei sostenitori del sì ci sono motivi di polemizzare per quella che ai loro occhi, più che una campagna di informazione, si presenta piuttosto come una deliberata falsificazione dei dati della questione. Emblematico il caso del manifesto del Comitato per il No dell’Associazione nazionale magistrati (ANM) al referendum sulla giustizia, diffuso soprattutto nelle stazioni ferroviarie.  Vi si legge la domanda: «Vorresti giudici che dipendono dalla politica?». Una ragazza risponde con un cartello in cui campeggia un grande «No». E, sotto: «Al referendum vota No».

I Comitati per il Sì lo hanno definito «truffaldino», «vergognoso» e hanno parato di una «distorsione consapevole della realtà» da parte di persone, come i magistrati, che, per il loro delicatissimo compito, dovrebbero essere di esempio nel rispettarla. A questa protesta ha dato voce la premier Meloni, nella sua conferenza stampa del 9 gennaio, quando, dopo aver negato che la riforma sia volta a delegittimare la magistratura, ha detto: «Sapete cosa delegittima i magistrati? La campagna dell’ANM nelle stazioni, perché se chi ha nel suo DNA la ricerca della verità scrive una menzogna per difendere la sua campagna contro il referendum, questo delegittima».

In questo clima rovente, c’è il serio rischio che la questione venga vista da una gran parte dell’opinione pubblica come una sterile rissa, in cui è impossibile stabilire chi abbia ragione e chi torto, con risultato di un astensionismo massiccio che confermerebbe, purtroppo, il trend delle ultime elezioni politiche, europee e regionali e che, per riconoscimento di tutti, sarebbe una sconfitta per la democrazia.

Vale perciò la pena andare al di là della logica dello scontro e cercare di capire le motivazioni dell’una e dell’altra parte, cercando di renderle comprensibili i non addetti ai lavori. È appena il caso di dire che su un argomento così divisivo nessuno può pretendere di essere neutrale. Ma l’oggettività non coincide con la neutralità, anzi la esclude. Questa lettura, perciò, risente sicuramente dell’opinione di chi scrive, ma non rinunzia a sforzarsi di essere oggettiva.

Le ragioni del Sì

La premier Giorgia Meloni ha definito questa riforma «un passo importante verso un sistema più efficiente, equilibrato e vicino ai cittadini», sottolineando che essa rappresenta «un traguardo storico (. . . )  a favore degli italiani», e non ha aggiunto il ministro della Giustizia Nordio, «una legge punitiva contro la magistratura».

Da qui il moltiplicarsi delle raccomandazioni perché il referendum che dovrà decidere della sua conferma o meno non venga affrontato in una prospettiva politica, ma solo guardando al contenuto tecnico del testo approvato dal Parlamento.

Che riguarda innanzi tutto la separazione delle carriere della magistratura giudicante (i giudici) e di quella inquirente (i pubblici ministeri). E qui sta il nocciolo strettamente giuridico della riforma. Perché, come ha ricordato un deciso sostenitore del Sì, l’ex procuratore Antonio Di Pietro, in una intervista su «Informare» del 7 novembre scorso, sotto questo profilo la riforma è solo la chiusura del cerchio di una revisione costituzionale avvenuta nel 1989», quando, con la riforma del codice di procedura penale, «c’è stato il passaggio da un sistema inquisitorio ad uno accusatorio, stabilendo, già allora, che nel processo  accusa e difesa «in ragione di parità, si affrontano dinanzi ad un giudice terzo. Lo afferma l’articolo 111 della Costituzione».

Fino ad ora questa importante svolta non ha avuto la sua piena attuazione perché il pubblico ministero, in quanto strettamente collegato al giudice, ha goduto di un rapporto privilegiato con lui, rispetto all’avvocato, con un conseguente sbilanciamento a favore dell’accusa rispetto alla difesa che penalizza il cittadino sottoposto a processo e rischia di ledere gravemente i suoi diritti. Come dimostra una serie di gravi errori giudiziari che hanno mandato in prigione degli innocenti (vedi il caso di Enzo Tortora).

Con la separazione delle carriere la contiguità e l’interconnessione tra giudici e pubblici ministeri finalmente finirà, perché essi non solo avranno una formazione diversa, ma faranno anche riferimento, con lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura (CSM), a due organi di governo diversi e non potranno perciò più condizionarsi a vicenda nei meccanismi di assegnazione delle cariche, possibile fonte di reciproci favori.

In questa stessa direzione va anche la riforma del sistema di designazione dei membri di questi CSM, che non sarà più basato sulle elezioni, ma sul sorteggio. Fino ad oggi, spiega ancora Di Pietro nella sopracitata intervista, «tutto ciò che riguarda gli avanzamenti di carriera o promozioni, viene scelto da quegli stessi magistrati che sono stati scelti attraverso uno scambio di preferenze non trasparente (…) che, come in politica, apre le porte agli scambi di favore». Da qui il ruolo fondamentale assunto dalle diverse correnti interne all’ANM, dai cui giochi di potere dipende l’elezione dei rappresentanti dei giudici e che decidono della carriera dei loro rispettivi aderenti.

Che ciò sia possibile lo dimostra il fatto che è avvenuto, come ha rivelato il clamoroso scandalo Palamara. Da questo momento in poi non sarà più possibile essere eletti da sostenitori a cui poi dover ricambiare l’appoggio ricevuto con  promozioni o altri riconoscimenti.

Non solo: lo smantellamento delle correnti, fa notare la maggioranza di governo,  porterà finalmente a una de-ideologizzazione della magistratura, evitando che ci siano “toghe rosse”, giudici condizionati da una visione politica che prevale sulle ragioni del diritto e li porta a emanare sentenze prive di un reale fondamento giuridico.

Con vantaggio per tutta la società civile, a cui il governo cerca di garantire la sicurezza di cui ha assoluto bisogno con provvedimenti che i giudici “di sinistra” sistematicamente bloccano.

Peraltro il nuovo sistema di reclutamento dei menri “togati” del CSM avrà un preciso corrispettivo in quello dei membri “laici” (non magistrati) dei due CSM, che non saranno più eletti direttamente dal Parlamento, come era fino ad oggi,  ma sorteggiati. A chi accusa la riforma di voler sottoporre la magistratura alla politica, Giorgia Meloni nella sua conferenza stampa ha potuto rispondere perciò, in polemica col manifesto del Comitato del CSM: «Noi togliamo al Parlamento la possibilità di eleggere un pezzo del Csm».

Infine, la riforma prevede la nascita di un nuovo organismo, incaricato di sostituire quella che fino ad oggi era stata la sezione disciplinare del CSM , la quale  – come aveva denunciato il ministro Nordio – era «costituita da persone che vengono elette dagli stessi magistrati,», creando «un vincolo tra elettore ed eletto che dà una percezione di non parzialità».

Ora invece i magistrati saranno giudicati da un’Alta Corte di Giustizia, composta da quindici giudici, tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica, tre estratti a sorte da un elenco votato dal Parlamento in seduta comune, da sei magistrati giudicanti e tre requirenti, estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie. I magistrati restano la maggioranza, ma hanno più, come nell’attuale sistema, il totale controllo del sistema disciplinare.

Le ragioni del No

Il contesto

Le ragioni del No, secondo i loro sostenitori, riguardano innanzi tutto il clima politico in cui questa riforma è maturata. Un testo, ci ha insegnato l’ermeneutica, va letto nel suo contesto, perché solo allora se ne coglie il significato. E, sotto questo profilo, la prima cosa che viene contestata alla nuova legge costituzionale è di essere nata in uno spirito che è l’opposto di quello che ha dato vita alla nostra Costituzione. Essa è scaturita dal dialogo tra partiti di matrice molto diversa e in conflitto tra loro – democrazia cristiana, comunisti e socialisti, liberali –  che avvertirono la responsabilità di convergere e ascoltarsi a vicenda, per elaborare un testo che fosse rappresentativo di tutto il paese.

L’attuale riforma, invece, è stata proposta e approvata unilateralmente da una destra che ha evitato tutte le occasioni di confronto con l’opposizione, procedendo a colpi di maggioranza e forzando i tempi per vararla senza lasciare spazio alla discussione. Col risultato di trasformare una norma costituzionale, in cui  la grande maggioranza degli italiani dovrebbe potersi riconoscere, nell’imposizione dei partiti di governo, che in realtà rappresentano, messi insieme, il 28% degli aventi diritto al voto.

A sottolineare questa unilateralità è venuta poi la dedica della legge al personaggio più divisivo della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, che in particolare nei confronti della magistratura ha sempre mantenuto rapporti di forte conflittualità. Come del resto il governo e la maggioranza che ora hanno voluto riformarla, e che – al di là delle ragioni tecniche sopra esposte-  continuano a contestare le sentenze dei giudici , contrapponendo ad esse il diritto di governare loro conferito da elezioni democratiche.

«Alcuni giudici vogliono governare: allora si candidino», è la risposta di Meloni e della maggioranza a questi stop giudiziari. Senza tenere conto che la nostra Costituzione, stabilendo una divisione dei poteri e attribuendo alla magistratura un’autorità autonoma, ha espressamemte voluto evitare che l’esecutivo, anche se democraticamente eletto, possa agire senza controlli esterni.

Alla luce di tutto questo, dicono i critici, appare insostenibile la posizione del ministro Nordio, che chiede di valutare la riforma esclusivamente sotto il profilo tecnico, affermando che «conferirvi un significato politico è assolutamente improprio». È evidente che il contesto a cui prima ci si riferiva è quello di una scelta non certo partitica, ma sicuramente politica, come resto è normale che sia, trattandosi di una riforma che riguarda non solo magistrati e avvocati, ma tutti i cittadini. Per valutarne il senso non è necessaria una laurea in legge, ma avere una coscienza democratica.

Il testo della riforma

Ovviamente anche il testo della nuova legge è oggetto di durissime critiche. Innanzi tutto, per quello che non dice. Si sente affermare spesso che con la riforma i gravissimi e innegabili problemi della giustizia – primo fra tutti la lentezza dei procedimenti – saranno risolti. In realtà anche un fautore del Sì come Di Pietro, nell’intervista prima citata,  alla domanda «Di cosa c’è bisogno per far funzionare la Giustizia?», ha risposto: «Non c’è bisogno di una modifica costituzionale, ma occorre aumentare il numero dei magistrati, degli addetti, delle risorse e degli strumenti». Solo così si ridurranno i tempi dei processi.

Ma la riforma viene attaccata anche e soprattutto per quello che dice. In primo luogo,  è ingannevole presentarla come riguardante la separazione delle carriere, che già adesso di fatto esiste, visto che meno dello 0,5% dei magistrati negli ultimi anni è passato dall’una all’altra. Il vero obiettivo sarebbe, in realtà l’indebolimento del CSM, che l’art. 104 della Costituzione menziona come il fondamentale garante dell’ autonomia. E proprio il CSM, nella nuova normativa viene sdoppiato, delegittimato e privato della sua fondamentale funzione disciplinare.

Già la costituzione di due CSM, secondo i critici, segue la logica del divide et impera. Ma, soprattutto, viene contestata la motivazione di mettere finalmente sullo stesso piano il pubblico ministero e l’avvocato.

In realtà, si fa notare, il ruolo del PM è molto diverso da quello del difensore, proprio perché ha qualcosa in comune con quello del giudice. Mentre la deontologia professionale dell’avvocato non gli chiede di fare giustizia a tutti i costi, ma solo di evidenziare tutti gli elementi che possono favorire il suo cliente, il pubblico ministero rimane sempre un magistrato e cerca di capire e di valorizzare sia quelli che portano all’accusa che quelli che portano al proscioglimento dell’imputato. Nessun avvocato chiede la condanna del suo cliente. Invece è normale che il PM chieda di non procedere contro chi è stato oggetto di indagine.

Ignorando questa differenza fondamentale e tagliando i legami del PM con il giudice, la riforma finisce per esasperare in senso unilaterale la sua funzione accusatrice e col costituire, col CSM dei PM, un organo autonomo dedito esclusivamente all’accusa, facendone un pericoloso gruppo di sceriffi. Col risultato di rendere plausibile una sua sottomissione a controlli istituzionali e di finire per sottoporlo al  potere politico, come del resto in tutti i paesi in cui c’è la separazione della carriere.

Alla riforma viene anche contestato il nuovo sistema di designazione dei membri del CSM. Si fa notare che il sorteggio da un lato espropria i magistrati – unico caso in tutti gli ordini professionali, ma anche, soprattutto, in tutti gli organi di rilevanza costituzionale – del diritto di scegliere i propri rappresentanti, dall’altro delegittima questi ultimi, che in realtà non rappresenterebbero più nessuno.

Quanto alle correnti, spesso demonizzate, si riconosce che hanno dato luogo a forme perverse di scambio di favori, ma si sottolinea che questa è una loro degenerazione che non ne infirma  il senso di raggruppare magistrati ch condividono l’una o l’altra delle possibili  interpretazioni del loro ruolo.

Quanto all’eguale trattamento riservato alle nomine dei membri “laici” da parte della politica, si fa notare  che per loro il sorteggio è previsto all’interno di una lista compilata dalla maggioranza parlamentare. Cosicché mentre il magistrato si troverà a far parte del CSM senza un progetto, senza una precisa motivazione, i membri “laici” saranno stati in partenza selezionati in base alle loro idee e avranno di conseguenza un’assai maggiore incisività nell’orientare la linea del Consiglio

Quanto all’Alta corte di Giustizia è vero che, dei quindici membri, solo sei saranno “laici”. Ma la loro proporzione nei singoli collegi in cui essa si articolerà sarà fissata da una legge ordinaria, fatta da questa maggioranza, che potrebbe benissimo istituirne alcuni in cui i “laici” – potenzialmente legati a questo o quello schieramento politico, saranno più dei togati, e che potranno esercitare un ruolo intimidatorio nei confronti di tutti i membri del sistema giudiziario.

Tanto più che i ricorsi contro le decisioni di questo organo non verranno più decisi, come oggi avviene per quelli contro le decisioni del CSM, dalle Sezioni Unite della Cassazione, ma da un altro collegio della stessa Alta Corte, annullando praticamente l’autonomia del secondo grado di giudizio.

La sola certezza che possiamo condividere tutti, al termine di questo esame sintetico, è che la giustizia in Italia non funziona e che è necessario migliorarla. E, facendo nostra almeno una richiesta di Di Pietro, ci sembra legittimo chiedere al governo – che sembra aver trovato i fondi ingentissimi necessari allo sdoppiamento di tutte le funzioni del CSM e alla creazione di un nuovo organo come l’Alta Corte –  di trovare anche quelli per l’assunzione di nuovi magistrati, per rendere più rapidi i processi.

www.tuttavia.eu



 

IL MONDO HA BISOGNO DI MITEZZA

 


“Quando la nostra ultima

 parola è l’amore, 

le nostre azioni

 mostrano la mitezza 

e da esse siamo riconosciuti”

 (Apolonio Carvalho Nascimento)


-         di Nino Carta


È innegabile che il mondo abbia bisogno di tenerezza, di bontà e di mitezza, perché sono le persone miti che rendono la terra e il mondo più abitabile.

La violenza infatti non si arrende alla violenza, anzi diventa fonte di continue guerre; invece si arrende alla mitezza che si concretizza nella non-violenza e nella mansuetudine, le uniche virtù dell’uomo, le quali proprio perché semplici e piccole, sono capaci di superare i conflitti più difficili.

Noi uomini non siamo naturalmente miti ma la mitezza non è affatto codardia, anzi comporta una lotta costante contro noi stessi, un continuo dominio di noi e un grandissimo coraggio.

Infatti, se la viviamo e quasi ci abituiamo ad essa, diventiamo non solo “padroni” di noi stessi, ma beneficiamo e avvolgiamo come per osmosi non solo gli altri intorno a noi ma anche tutto l’ambiente.

Prima di tutto la mitezza è un profondo silenzio interiore che trasforma tutto: gli interessi, i desideri e i giudizi, educando il cuore alla clemenza e all’umiltà, assimilando le Parole e lo stile di Gesù che è quello dell’amore e del cielo, che sradica dai cuori il veleno della rabbia e della violenza e fa fiorire al loro posto la pace e la fraternità.

Per questo “essere miti” è anche saper sorridere nelle difficoltà e trovare serenità anche nei momenti di dolore, perché è l’espressione più interiore e più delicata dell’amore, diventando una continua risposta d’amore al voler esplodere dell’io e aiutandoci invece a saper perdere proprio per amore.

“Essere miti” è saper rispettare e gioire con l’altro come lui è; non solo ma, come cristiani, essere pronti a dare la vita per lui.

Per questo, secondo i maestri dello Spirito, la mitezza, con la sua presenza umile e dolce, è quella che tra i quattro elementi che formano l’universo, sceglie di vestirsi con la semplicità dell’acqua:

– come l’acqua se incontra un ostacolo, si ferma, ma, se l’ostacolo si rompe, corre via serena.

– come l’acqua diventa rotonda o quadrata secondo il recipiente in cui viene messa e sa smussare tutto quello che è affilato e che può ferire.

Ancora, l’essere miti applicato ai rapporti e alle relazioni tra noi uomini, è un continuo invito a non pretendere niente dagli altri, anzi ad essere sempre pronto a fare loro casa, ad accoglierli, a sentirli fratelli, vero toccasana per far vivere tutti in un mondo di serenità e di pace.

Sentite Papa Francesco: “Essere poveri di cuore, reagire con umile mitezza, saper piangere con gli altri, cercare la giustizia con fame e sete d’amore, guardare e agire con misericordia; ecco questa si, è santità.”

E San Paolo scriveva a Tito: “Ti ricordo di non parlare male di nessuno, di evitare liti, mostrando ogni mitezza verso tutti gli uomini”.

Attenzione però, essere miti non vuol dire essere deboli e senza nerbo, ma scoprire, trovare e inventare forze insperate “altrove”, nella presenza di un amore che non viene da noi ma che ci è donato; come diceva ancora San Paolo: “Quando sono debole, è allora che sono forte”.

Chiaramente non di una forza nostra, ma della forza della comunione che fiorisce naturalmente come fiore di campo intorno alle persone miti e che praticamente le rende invincibili.

 “Essere miti”, è veramente l’azione più intelligente della vita.   

Benabe

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giovedì 15 gennaio 2026

QUELLI DELLA STRADA


 Nasciamo e viviamo come viandanti di un lungo pellegrinaggio verso la meta indicata dal Signore​.

 


 di Enzo Bianchi 

 

Ci sono parole di Gesù non registrate nei Vangeli ma testimoniate dai padri della chiesa che anche oggi dagli esegeti sono ritenute autentiche, parole proferite da Gesù, parole come frecce che se accolte lasciano il segno. Una di queste parole di Gesù risuona così: “Siate viandanti!”. 

 Ai suoi discepoli, trascinati dietro a lui senza avere una casa né dove posare il capo, Gesù ricorda, oserei dire legifera: “Siate viandanti!”, cioè siate sempre nomadipellegrini, e di conseguenza siate stranieri, forestieri, passanti…

E non a caso i primi cristiani furono chiamati “quelli della strada”. 

 Spiritualmente i cristiani devono tutti essere figli del padre dei credenti, nostro padre Abramo, il quale restò tutta la vita un viandante, un forestiero alla ricerca di una terra che Dio gli avrebbe mostrato ma che sia al momento della chiamata sia durante tutto quel viaggio gli ha sempre oscurato. Camminare e riprendere a camminare per nuovi cammini è la vocazione dei cristiani: camminare nella speranza, nella convinzione di dirigersi verso la meta indicata dal Signore, ma senza certezze cercando di vedere le realtà invisibili che sono le promesse del Signore. 

 Siamo viandanti chiamati a fare un po’ di strada con altri: ci uniamo agli altri venendo al mondo, dobbiamo camminare con gli altri se vogliamo compiere l’opera a noi assegnata e poi ce ne andiamo perché anche il nostro cammino finisce.

Ma il viandante mentre cammina deve anche cantare: non a caso Agostino di Ippona invita a cantare l’Alleluia, il canto dei pellegrini che vanno verso Gerusalemme.

Così uniamo il nostro Alleluia a quello che si canta in cielo in una vera lode cosmica fatta da creature che passano, viandanti e pellegrini che cantano: Cantiamo come viandanti, e tu canta e cammina! La strada verso il Regno è sempre nuova, è strada di vita!  

 Famiglia Cristiana -