mercoledì 16 settembre 2026

SCUOLA, ATTO DI SPERANZA


 Educare 

non significa riempire 

ma liberare.


«La scuola come atto di speranza radicale»

Oggi la stessa idea di educazione è depotenziata da principi che rispondono a logiche di mercato


-di MATTEO MARIA ZUPPI

C’è una parola che è la chiave di lettura di queste pagine e di tutta la vita dell’autore, sulla quale sostare prima ancora di cominciare a leggere. È la parola “educare”, dal latino educere, tirare fuori. Non riempire, dunque, ma liberare. Non depositare nozioni in un contenitore vuoto, ma accompagnare qualcuno a diventare quello che già, in qualche modo, è chiamato a essere. Marco Rossi-Doria lo sa bene: lo ha vissuto con i piedi, con le mani, con il cuore e con la mente negli anni passati a essere, più che a fare, l’educatore nelle scuole delle periferie di Napoli, nelle aule dove lo Stato arriva tardi e spesso con le mani vuote di soluzioni e con troppi proclami. Lo dimostra con la chiarezza di chi ha visto le cose da vicino, senza le protezioni del distacco accademico.

È il motivo che mi ha spinto a scrivere, vere queste considerazioni, nutrite da un’amicizia con l’autore che dura dal liceo classico “Virgilio”, a Roma, in anni segnati dalla passione per una scuola diversa. 

Il tema ci tocca tutti da vicino, perché significa che la scuola deve svolgere, pienamente e per tutti, questo suo ruolo, in alleanza con quanti compongono il sistema educativo. Ma soprattutto perché credo che oggi, in Italia, parlare di scuola e di educazione non sia un esercizio tecnico o pedagogico. È un atto politico nel senso più alto del termine, nel senso della polis, della città in cui si vive insieme, della comunità che si costruisce o si lascia sgretolare.

Viviamo un tempo strano. Un tempo in cui la parola “merito” è al centro dell’istruzione ma resiste il fallimento formativo, evidente contraddizione perché il “merito” deve essere per tutti e la scuola deve garantirlo. Un tempo in cui si discute molto di programmi, di vo- di riforme scolastiche, e pochissimo di quella cosa essenziale che è il rapporto umano tra un adulto e un bambino, tra un insegnante e un ragazzo che magari a casa non ha nessuno che gli legge un libro o che gli chiede com’è andata a scuola. Un tempo in cui l’irrompere dell’intelligenza artificiale rischia di fare regredire quella naturale, di cambiare le relazioni e l’apprendimento.

Don Lorenzo Milani lo scriveva in modo lapidario, con quella sua intransigenza profetica: «Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali». E noi, sessant’anni dopo, ci troviamo ancora lì, con quasi un quarto dei minori italiani in esclusione sociale, con un divario Nord-Sud che si allarga invece di restringersi, con generazioni intere che crescono senza aver mai incontrato un adulto che credesse davvero in loro.

Rossi-Doria chiama questo «fallimento formativo di massa». È un’espressione dura, quasi spietata, ma onesta. Perché quando un bambino esce dalla scuola senza saper leggere davvero, senza riuscire a capire un testo, senza gli strumenti minimi per orientarsi nel mondo, non è un fallimento suo. È il fallimento di tutti noi. È la spia di un sistema che ha smesso di credere in ciò che fa, che ha lasciato che la scuola diventasse un luogo burocratico dove si registrano presenze e si compilano documenti, invece di essere, come dovrebbe, il luogo in cui si incontra la vita.

Penso spesso a una pagina di Georges Bernanos, il quale in una delle sue prose più intense scriveva che il mondo sarà salvato solo da coloro che sanno sperare. Non da chi organizza, non da chi pianifica, non da chi gestisce le emergenze, ma da chi sa ancora sperare. La scuola, la vera scuola, è un atto di speranza radicale. Dire a un bambino «siediti qui, impara, questo serve per te» è affermare che il futuro esiste, che vale la pena costruirlo, che il presente non è l’ultima parola su nessuno.

Eppure questa speranza è sotto pressione. Rossi-Doria descrive con precisione il paesaggio cambiato: un mondo saturo di stimoli digitali che competono con l’attenzione dei ragazzi, famiglie spesso sole e fragili, insegnanti pagati meno che in quasi tutti i Paesi europei e lasciati senza il sostegno e la formazione continua che il loro lavoro esigerebbe, politiche educative che cambiano a ogni legislatura senza mai davvero incidere sulle strutture profonde.

La scuola italiana è come una casa a cui tutti riconoscono importanza ma che nessuno vuole davvero ristrutturare: si preferisce parlarne, dibatterla, riformarla sulla carta.

Ma c’è qualcosa di ancora più sottile, e più preoccupante. Non è solo la scuola a essere depotenziata. È l’idea stessa di educazione. In un’epoca che esalta la velocità, l’utilità immediata, il risultato misurabile, l’educazione, che è per definizione lenta, imponderabile, orientata al lungo periodo, sembra fuori tempo.

I bambini si educano, si dice, ma poi si “valorizzano” le competenze, si “ottimizzano” i percorsi formativi, si “performano” gli apprendimenti.

linguaggio tradisce la visione: la persona è diventata una risorsa da formare per il mercato, non un essere umano da accompagnare verso la pienezza di sé.

www.avvenire.it

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CULTURA DELLA FRETTA

 


Oggi si vive immersi nella 

“Cultura della Fretta”,

 

come l’ha definita

 Zygmunt Bauman.



Non si ha il tempo di elaborare la mole sterminata di impulsi ricevuti quotidianamente durante la giornata e spesso ci si limita a eseguire, a barrare le caselle, a fare i “compiti per grandi” senza capire perché.

Mancano anche le energie per domandarsi davvero se tutto questo sia sostenibile e sano, e l’assenza di questi interrogativi sforma l’esistenza.

La vita è liquida perché “non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo”, e così tutto, anche il lavoro finisce col perdere di senso.

Ci si sente indispensabili e allo stesso tempo facilmente smaltibili, operatori usa e getta per la produzione di merci e/o performance. Le settimane lavorative si fanno sempre più piene e i social network finiscono con l’intasare ancora di più lo scarico delle giornate. 

Si finisce col convivere con gli scarti, propri e altrui. E oggi per molti è impossibile sviluppare un attaccamento al lavoro e instaurare rapporti duraturi con i colleghi, che potrebbero invece liberare le tubature emozionali.

Ma “per evitare frustrazioni, si tende a escludere qualsiasi sentimento di fedeltà al proprio impiego o a legare i propri obiettivi di vita al futuro del posto in cui lavorano”, spiegava Bauman.

E si finisce con l’isolarsi ancora di più, vivendo con l’insensatezza fin dentro le ossa.

Il lavoro si è fatto liquido perché è diventato incontrollabile e inesorabile, un flusso perenne che impedisce la quiete e il respiro.

Cominciare col dirselo, col vederlo, è un modo per accorgersi di quanto tutto questo sia inaccettabile e disumano.

(Da TLON)

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VIETARE LA GIOIA?

 


 'Chi può vietarci 


la gioia?'




Alessandro D’Avenia


Ricordo alcune ricreazioni, ma una su tutte. In un giorno dell'ultimo anno di liceo la campanella annunciò l'intervallo, ma il professore di italiano mi chiese di rimanere.  

Che avevo combinato? Dalla sua borsa di un marrone frusto estrasse un volume vissuto: «Il mio libro di poesie preferito, me lo ridai fra due settimane». Era la risposta alla domanda che gli avevo posto giorni prima.  

A una domanda sulla sua vita, con la sua vita mi rispondeva. Lui uscì, e miracolo fu: rimasi in classe. Non per un ripasso in extremis, ma per Friederich Hölderlin. I versi erano difficili come una scalata, ma che aria lassù, che luce, che silenzio, che vista! Quell'atto di fiducia e di sfida mi ri-creò: in quattordici giorni (qualcuno in più, ma fui richiamato all'ordine) mi crebbe l'anima. Cresce come un albero: nel silenzio, più sprofonda più si innalza. Sono le radici a farci ombra e a dare frutti. 

Mi colpirono le note personali del professore, sui margini bianchi. Colsi che i libri si leggono con la matita, per rispondere con la vita ai visitatori venuti dall'eternità a riposare da noi. Con il tempo ho capito che eros si era acceso: volevo contagiare quella gioia, passare il testimone della bellezza. Avrei fatto lo stesso, sarei stato un maestro! Quella ri-creazione continua, custodita in tre versi che allora lessi come un dono e un compito: «Invano nascondiamo il cuore nel petto,/ invano freniamo il nostro coraggio,/ maestri e giovani - chi può impedirci, vietarci la gioia?» (Pane e vino).

Corriere della Sera

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lunedì 14 settembre 2026

LA BUONA NOTIZIA

 


 'La vita

 è (molto) bella 


se c'è la buona notizia'





 Vita e Pensiero rende omaggio a   Enzo Bianchi ripubblicando questo articolo del 2003, in cui espone con passione l'importanza della bellezza nella vita cristiana

II cristianesimo è felicità, ma anche bellezza. Lo dimostra la vita di Gesù che è stata povera, ma dignitosa, mai toccata dalle bruttezze, se non da quelle che gettavano su di lui. Idee per una qualità della vita per credenti e non credenti. 

Se la vita cristiana, per definizione, non può che essere buona, cioè segnata dall'amore per gli altri, dalla carità, dall'impegno per la giustizia e dalla solidarietà, certamente è abbastanza inconsueto associarle le dimensioni della bellezza e della felicità. Che questo sia sentito come stranezza, già dovrebbe interrogare e obbligare a un ripensamento delle modalità in cui è stata declinata la vita cristiana nella storia, e nella storia della spiritualità in particolare. Poiché poi la vita cristiana trae la sua configurazione costitutiva dalla vita di Cristo, occorre anzitutto "rileggere" tale vita per cogliere la fondatezza di questa associazione. 

La vita e l'umanità di Gesù 

Il Nuovo Testamento rivela che la salvezza inizia come arte del vivere qui sulla terra perché la vita stessa di Gesù nei giorni della sua esistenza terrena fu una vita "salvata" dalla forma stessa del suo vivere. C'è stata in Gesù una "pratica di umanità" conforme alla volontà di Dio, e questa pratica racconta la salvezza, e il progetto di Dio per tutta l'umanità e la storia. 

La bontà

La vita di Gesù è stata certamente contrassegnata dalla bontà: la sua vita è stata una pro-esistenza. Egli è l'uomo per gli altri, il Servo che ha dato se stesso per i fratelli amandoli fino all'estremo, fino al punto di non ritorno (cfr. Gv 13,1ss.). Il Nuovo Testamento trasmette di frequente questa comprensione della vita di Gesù: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e parlare i muti» (Mc 7,37); a lui ci si rivolge con le parole: «Maestro buono» (Mc 10,17); di lui si testimonia che «passò facendo il bene e guarendo» (At 10,38). Questa bontà e oblatività di Gesù trovano la loro massima manifestazione nel dono di sé sulla croce. Qui però occorre rilevare che l'immaginario comune ha fatto della croce una sorta di chiave unica di interpretazione dell'evangelo dimenticando che la croce non ha senso in se stessa, ma va contestualizzata nell'intera vita di Gesù e trae il suo significato da Colui che vi è stato appeso e che ha saputo dare un senso perfino a un simbolo così disgraziato e orribile. Non la croce, insomma, ha reso grande Gesù, ma è Gesù che ha dato significato e grandezza alla croce. 

Tuttavia la vita di Gesù è stata anche bella. I vangeli, che pure non sono una biografia di Gesù né ci vogliono trasmettere un ritratto psicologico del Nazareno, lasciano trasparire a più riprese e in diverse maniere una serie di tratti dell'esistenza di Gesù che svelano la sua umanità semplice e ricca, sapiente e capace di quei valori umani l'incontro, l'amicizia, la condivisione, la contemplazione del creato che rendono bella e felice l'esistenza. La vita di Gesù è stata povera, ma dignitosa, mai toccata dalle bruttezze, se non da quelle che altri gettavano su di lui. Una vita assunta responsabilmente, ma anche abitata dalla libertà e dalla sapienza che è atteggiamento di amicizia con la realtà, con l'umano, con il creazionale. Gesù non ha vissuto isolatamente, in contrapposizione con il mondo, ma ha conosciuto la gioia del vivere insieme, ha creato un gruppo di una dozzina di uomini e qualche donna con cui ha condiviso la fraternità e la vita itinerante. Ha conosciuto l'amicizia con Lazzaro, Marta, Maria, a cui «voleva molto bene» (Gv 11,5), ha vissuto la profondità dell'amare e dell'essere amato con Pietro, Giovanni e Giacomo, i più intimi dei discepoli. Come dimenticare che addirittura alla vigilia della sua condanna a morte, quando il cerchio si stringeva attorno a lui, egli ha sentito il bisogno di fermarsi tra i suoi amici per gustare quell'amore umano che tanta gioia gli procurava? 

Contemplazione

La bellezza vissuta da Gesù traspare anche dalla sua capacità di contemplazione e di gratuità che si manifesta in quelle sue creazioni poetiche che sono le parabole. Qui, con linguaggio simbolico profondamente umano, egli parla di Dio e del suo Regno evocando le immagini del fico che annuncia l'estate quando le sue gemme si fanno tenere, dei gigli del campo vestiti meglio di Salomone, della chioccia che raduna i suoi pulcini sotto le ali, della massaia che impasta la farina e il lievito, del lavoro dei pescatori che tirano a riva le reti... Questo linguaggio tenero e sapiente nasce solo da una vita bella, da una vita capace di cogliere sinfonicamente la propria esistenza assieme a quella degli altri e delle altre creature. I vangeli ci presentano poi ancora un uomo capace di incontrare e di essere attento ai piccoli, ai bambini, agli esclusi, agli emarginati, ai malati: anzi, sembrano mostrarci il fascino che la calda e forte personalità di Gesù esercitava su di loro al punto da accorrere al suo passaggio. E certamente la lunga serie di guarigioni narrata nei vangeli afferma quanto meno che i malati furono un apprendistato di misericordia e di compassione per Gesù, che si sentiva ferito e raggiunto dalla sofferenza delle persone. 

Gesù amava i banchetti e conosceva l'arte di stare a tavola facendo di questo un evento di incontro e di comunione. I vangeli non possono non ricordare che Gesù era chiamato, con disprezzo, «mangione e beone, amico di peccatori» (Lc 7,34; Mt 11,19). Nei confronti dei peccatori emerge ancora la libertà somma di Gesù e la sua umanità che fa sì che egli non si atteggi moralisticamente, ma sia sempre teso a risvegliare l'umanità assopita, la novità di vita, la capacità di amore che c'è in ogni uomo. Gesù conosce e pratica l'estetica dei gesti dell'amore. E in tutto questo la sua vita ha conosciuto la felicità, la beatitudine: se egli pronuncia le beatitudini (Mt 5,1-12), lo fa perché ha conosciuto in se stesso la beatitudine, la felicità di chi è povero nello spirito, umile e mite, misericordioso, affamato e assetato di giustizia... La beatitudine di Gesù riposa sul fatto che la sua vita aveva un senso, una direzione e un significato: egli «sapere» (Go 13,1-3; 19,28), e questo sapere è anche sapienza e sapore, gusto di ciò che si vive nella libertà e nell'amore. Gesù ha conosciuto il senso del senso, ha avuto una ragione per cui morire e dunque per cui vivere. La libertà e l'amore sono le chiavi che gli hanno consentito di vivere gioiosamente anche la rinuncia, la dedizione, il dono di sé. 

La vita bella e beata del cristiano 

Nell'umanità di Gesù, Dio ha raggiunto e comunicato con ogni uomo. Gesù, pertanto, è venuto tra gli uomini non solo per salvarli dal peccato o per divinizzarli («Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventi Dio»), ma per umanizzarli, per insegnare loro l'arte della vita. Riprendendo la lettera a Tito, possiamo dire che Gesù è apparso nel mondo «per insegnarci a vivere in questo mondo» (Tt 2,11-12). La centralità dell'incarnazione, del farsi uomo di Dio in Gesù di Nazareth, diviene magistero di umanità per il credente. E dovrebbe saper liberare la spiritualità cristiana da incrostazioni moralistiche, devozionali e pietistiche: i vangeli non sono manuali di virtù, né libri di edificazione, né trattati di morale. Ha scritto il patriarca Atenagora: «Il cristianesimo è la vita in Cristo. E il Cristo non si ferma mai alla negazione, al rifiuto. Siamo noi che abbiamo caricato l'uomo di tanti fardelli! Gesù non dice mai: «Non fare, non si deve fare». Il cristianesimo non è fatto di proibizioni: è vita, fuoco, creazione, illuminazione (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Gribaudi, Torino 1972)». L'incarnazione, quale proposizione cristiana centrale, proclama dunque che Dio si è fatto umano, che Dio si è reso leggibile nella vita di un uomo e che solo in un'esistenza umana si è espresso in pienezza. Gesù è dunque per i cristiani «l'immagine del Dio invisibile (Col 1,15), è colui che ha raccontato Dio (Gv 1,18), e l'ha raccontato nella sua umanità. Magistero evangelico per il cristiano è dunque anche il magistero costituito dalla forma dell'esistenza umana di Gesù. 

La felicità

Queste dimensioni della bellezza e della felicità ci paiono pertanto importanti da recuperare oggi alla fede cristiana, e questo recupero si configura come riscoperta dell'umanità della fede che non è riducibile a militanza, ad attività pastorale frenetica, a impegno a tempo pieno, ma conosce anche la dimensione sabbatica, della contemplazione, della gratuità, dell'amicizia, delle relazioni fraterne e gratuite. Il cristianesimo è anche un'arte del vivere che ci insegna che ciò che è autenticamente umano è anche autenticamente spirituale. Questa attenzione alla dimensione estetica implicata nella relazione di fede dovrebbe portare ogni credente a interrogarsi sulla qualità della vita e delle relazioni nella comunità cristiana. Si nota spesso una "nevrosi pastorale" che in nome dell'efficacia, dell'organizzazione e della strutturazione dimentica valori umani essenziali: non è questo il tipico abbrutimento che accompagna la caduta nell'idolatria? Non è questo un asservimento alle dominanti mondane dell'efficacia, della fretta, dell'iperattivismo? Di fronte a questo risuonano le parole di Gesù: «Venite in disparte e riposatevi un po'» (Mc 6,31). La tradizione cristiana ha saputo esprimere la valenza estetica della fede con l'affermazione del cristianesimo come via filocalica, come amore della bellezza, dove questa bellezza implica tutta la ricchezza dell'umano, e dunque la sua positiva accoglienza e valutazione. È bellezza che si declina come incontro e meraviglia di fronte all'altro, come gratuità del dono discernibile nell'altro, nel creato, negli eventi, come comunione che si oppone a consumo e abuso. amicizia ritrovata con il tempo e con lo spazio, è esercizio di libertà e di umanità, è capacità di riposo, di contemplazione, di esychía, di profondità interiore. 

La fede

Questo discorso ci consente di porre una domanda, di instillare un dubbio: la tanto lamentata odierna sterilità del linguaggio di fede e dell'evangelizzazione non dipende forse anche dal fatto che la presenza dei cristiani nella società si è esemplata, strutturata, su modelli organizzativi mondani dimenticando quella gratuità e umanità che stanno al cuore dell'evangelo e della pratica cordiale di alterità che abitano in Gesù? Non è avvenuta forse così l'evacuazione della differenza cristiana? Non è forse ora di ricordarsi che la "vita cristiana" non è qualcosa da fare, ma è anzitutto una vita, un vivere? E che questa vita non è l'altra vita (quella futura, che verrà), ma questa unica vita donataci da Dio, vita umana, umanissima, da vivere in Cristo, seguendo l'esempio dell'umanità di Gesù? Che, appunto ci ha lasciato in eredità il compito della bellezza.

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sabato 12 settembre 2026

KYRIOS o ADELPHOS ?

 

Dalla dialettica 

servo-padrone 

alla relazione 

tra il Padre 

e i suoi figli


Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola nella XXIV domenica del tempo ordinario (anno A)

Sir 27,30–28,7; Sal 102/103; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

Ad oltranza! È la logica evangelica, illustrata dal Maestro di Nazareth ai discepoli nel discorso della montagna (se leggiamo il vangelo secondo Matteo), nel discorso della pianura (se leggiamo il vangelo secondo Luca) e in ogni altro suo insegnamento. Dare di tutto e di più: la tunica, oltre che il mantello; l’altra guancia a chi ti schiaffeggia. E fare di tutto e di più: tutto il viaggio con chi chiede compagnia, non solamente un tratto di strada. Vale soprattutto quando si tratta di amare: «Mi ami tu di più?» (Gv 21,15), chiede il Risorto a Pietro sulla spiaggia di Tiberiade. E vale quando si tratta di perdonare, dato che il perdono è un’espressione dell’amore, motivato da esso, strettamente connesso a esso: «Molto le è perdonato, perché molto ha amato», dice Gesù in riferimento alla donna che gli lava i piedi in casa di Simone il fariseo, aggiungendo infine: «Invece colui al quale si perdona poco, ama poco» (Lc 7,47).

Nell’odierna pagina evangelica la sovreccedenza del perdono si rivela incommensurabile. A Pietro, che gli chiede quante volte dovrà perdonare il fratello che sbaglia nei suoi confronti, lasciando capire che sta già mettendo in conto di essere disponibile a perdonarlo tante volte («Fino a sette volte?», ipotizza l’apostolo, presumendo di sforzarsi chissà quanto), Gesù risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Cioè: non tante volte, ma sempre.

Un paradigma difficile da coniugare nella vita quotidiana, ma necessario per dimostrare d’essere davvero discepoli del Rabbi galileo. La difficoltà spicca specialmente allorché la regola del perdono a oltranza sembra subire lo stress dell’incoerenza nella morale che Gesù stesso distilla dalla parabola del servo impietoso: «Anche il Padre mio celeste farà ugualmente con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Quel «farà ugualmente» rimanda alla punizione inflitta dal «padrone» al «servo malvagio» che, nonostante avesse ricevuto il condono del suo grandissimo debito, non era stato disposto a condonare a sua volta il debito – di più piccola entità – che un suo collega aveva contratto con lui: «Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto».

Come spiegare questa conclusione, che sembra denunciare quanto irrealistico possa risultare, alla prova dei fatti, il perdono a oltranza? Come non recepirla quale clamorosa smentita della misericordia divina, che dovrebbe fungere da archetipo esemplare cui il credente biblico è chiamato a corrispondere col suo personale comportamento? Il perentorio avvertimento, che Gesù ricava dalla sua stessa parabola, sembra riecheggiare il brano anticotestamentario del Siracide che ascoltiamo come prima lettura: «Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati». Ma, d’altra parte, sembra sconfessare il salmista, che nella liturgia della Parola di questa domenica ci garantisce che la giustizia di Dio verso di noi non si limita dentro gli angusti parametri della giustizia umana: «Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia. Non sta in lite per sempre, non rimane adirato in eterno. Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe».

Per rispondere sensatamente a queste domande, torna utile prendere in considerazione le parole che ricorrono maggiormente nella parabola raccontata da Gesù: «padrone» (kýrios, nel greco dell’evangelista Matteo) e «servo» (doûlos). Dalla narrazione emerge una controversa dialettica tra i due. Essa non è presentata negli stessi termini con cui, molto tempo dopo, nel XIX secolo, Hegel avrebbe argomentato filosoficamente la “dialettica servo-padrone” (o “signore-servitore”). Difatti, qui non si parla di una reazione del servo contro il padrone per affrancarsi dalla sua condizione di sottomissione. Gesù parla, sì, di un debito del servo nei confronti del suo padrone (e il debito può essere inteso, anche nella parabola, come metafora per nulla velata della sudditanza del servo verso il suo signore), ma contestualmente parla pure della «compassione» del padrone verso le difficoltà del suo servo (e la voce verbale greca per dire che egli «ebbe compassione» è splanchnízomai, la stessa usata nella parabola del buon samaritano per descriverne la compassione verso la vittima dei briganti, la medesima usata nella parabola del figliol prodigo per descrivere la compassione di suo padre). La compassione induce il padrone a immedesimarsi nel servo, a provare interiormente qualcosa della sua angoscia, ad avvertire intimamente il peso della sua fatica esistenziale. E gli apre gli occhi sui reali contorni della situazione: un debito così grande non potrà mai essere saldato. Pretenderne il totale risarcimento equivarrebbe a rovinare irrimediabilmente la vita del debitore: giacché la messa in vendita di lui, della moglie e dei figli al mercato degli schiavi, avrebbe comportato la disgregazione della sua famiglia, la distruzione del suo universo affettivo. C’è, comunque, una via d’uscita dalla dialettica tra servitore e signore, tra servo e padrone, che non sia necessariamente la rivolta da una parte o la repressione dall’altra: l’estinzione del debito, non tramite il pagamento da parte del servo, bensì grazie al condono da parte del padrone. La qual cosa significa che il modo più efficace per risolvere la dialettica è trasformarla in un’autentica relazione.

La relazione implica che tutti coloro che vi sono coinvolti si riconoscano reciprocamente come persone. Nella relazione si diventa soggetti responsabili, si smette di essere oggetti alla mercé altrui. Nella relazione tutti sono trattati come persone, non come cose. Le cose hanno un prezzo, si vendono e si comprano. Le persone non hanno prezzo: il rapporto che intrattengono tra di loro è connotato dalla gratuità e dalla graziosità. E, se un debito rimane da saldare, questo è la grazia, come Gesù ha occasione di dire ai suoi discepoli: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).

La grazia è ciò che trasfigura il padrone in un padre pietoso. Egli, calandosi nei panni del debitore disperato per la rovina imminente della sua famiglia, decide di comportarsi non più come un padrone ma, giustappunto, come un padre di famiglia. Decide di trattare il servo come un figlio, cambiando così anche se stesso: egli giunge a dimostrare tratti paterni. Invece il servo impietoso rimane refrattario alla trasformazione, non si lascia contagiare dalla conversione vissuta dal suo signore. La colpa di quell’uomo, il suo sbaglio madornale, è di continuare a concepirsi come un servo. Lo stesso errore dei due giovani di cui si parla nella parabola del figliol prodigo, o dei due figli mandati – prima l’uno, poi l’altro – a lavorare nella vigna di famiglia, tutti parimenti incapaci di accettare come padre colui che consideravano soltanto un padrone. Di conseguenza incapaci di sapersi figli ed eredi, piuttosto che operai sfruttati o impiegati sottopagati. E incapaci di accogliersi l’un l’altro come fratelli.

Traducendo la dialettica in relazione, cambia tutto il vocabolario: non più “padrone” (kýrios), ma finalmente “Padre” (Patḗr nel greco di Matteo); non più “servo” (doûlos) e “collega/compagno” (sýndoulos, con-servitore), ma ormai “fratello” (adelphós). A questo punto la morale con cui Gesù conclude la sua parabola non solo diventa più chiara, ma si propone come la chiave di lettura dell’intera pagina evangelica: occorre smarcarsi dalla dialettica servo-padrone ed entrare nella relazione tra il Padre e i figli, i quali, imitando il Padre, riescono a perdonarsi «di cuore» tra di loro, come veri fratelli.

Il cuore diventa la misura smisurata del perdono fraterno. E noi stessi ci scopriamo misura della grazia, come Gesù – in altre pagine dei vangeli – insegna: «Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? […] Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6,31-38).

 

www.tuttavia.eu

 

 

venerdì 11 settembre 2026

IL BENE E LA GIUSTIZIA

 


'Chi vive 
per il Bene 

e la Giustizia 

entra in Dio 

qui e ora'


Intervista a Vito Mancuso 

a cura di Daniele Madau 

Nella fascetta che accompagna e racchiude il suo ultimo saggio, c’è scritto: ‘Un grande maestro dei nostri tempi’, perché in questo periodo di postverità e decostruzione, ha saputo incarnare il nuovo desiderio di senso, il senso della vita, il bene e il male, la libertà, la speranza, il rapporto tra ragione e fede. E’ un piacere, allora, dialogare con Vito Mancuso, in Sardegna per tre appuntamenti, promossi dal ‘Club di Jane Austen Sardegna’, tra Tortolì, Sant’Antioco e Cagliari, per portare dentro tre rassegne diverse le domande che attraversano da anni il suo lavoro filosofico e teologico. Studioso tra i più conosciuti nel dibattito culturale italiano, Mancuso ha costruito la propria ricerca nel confronto tra pensiero filosofico, tradizione religiosa, coscienza individuale e conoscenza scientifica. 

Nell’ultimo lavoro, ‘Gesù e Cristo’, torna sulla figura di Gesù e sul rapporto tra il personaggio storico e il Cristo della fede. Da quella distinzione si aprono interrogativi più ampi: che cosa significa credere oggi, quale posto occupa la verità, quanto siamo realmente liberi, come si orienta una vita verso il bene. Le sue posizioni sono rivoluzionarie e, in alcuni casi, in assoluta controtendenza nei confronti della tradizione, ma proprio per questo vanno studiate con apertura, rispetto e interesse anche da chi è sempre stato all’interno del credo ortodosso. L’incontro di oggi è un dialogo di crescita e contatto umano profondo. 

Professor Mancuso, il suo ultimo lavoro, ‘Gesù e Cristo’, è un poderoso volume, sulla figura del Gesù della storia e del Cristo della fede. Tra i numerosi personaggi che lei analizza da un punto di vista del tutto nuovo, da Barabba alla commovente possibile storia di Maria, incontriamo, però, nella parte indubbiamente più originale, un Gesù perdente, che si abbandona alla morte, non volendola, chiamando il Padre. È questo ciò di cui ha bisogno la società oggi, magari perché riesce a identificarsi meglio in questo nuovo Gesù? 

Il presente, l’oggi, come sempre, ha bisogna di una sola cosa: la verità. ‘Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi’. Questo proclama del Gesù del quarto vangelo, il vangelo di Giovanni, penso che sia valido per tutte le persone e per tutti i tempi. Ora, parlando di verità, il fatto che la morte di Gesù sia una sconfitta emerge in maniera incontrovertibile dal vangelo più antico, quello di Marco, e viene ripreso dal vangelo a quello successivo in ordine cronologico, quello di Luca. Nel vangelo di Giovanni, però, quello più recente, la morte di Gesù è presentata in un modo completamente diverso, e si passa dalla sconfitta al compimento, con quel verbo greco al tempo perfetto – il tempo che indica proprio l’azione compiuta, conclusa: ‘Tutto è compiuto’- che presenta la realizzazione di un progetto. 

Secondo me, però, occorre riprendere quello che è il dettato del Nuovo Testamento, al fine di restituire, per tornare alla parte iniziale della risposta, il più possibile la verità. Per rispondere, poi, ancora più precisamente alla domanda, io non so se questo Gesù sia ciò di cui ha bisogno la società oggi; so, però, che la società stessa non è più disposta a ricevere i dogmi tradizionali presentati come verità assoluta. 

Uno degli argomenti più forti di ‘Gesù e Cristo’ riguarda la resurrezione. Lei afferma che per quanto riguarda la sua ricezione del messaggio di Gesù, non le è necessario credere nella resurrezione per come è stata raccontata. Eppure, se Gesù rappresenta la Storia, il personaggio storico, Cristo, con la sua resurrezione, è l’Idea, che ci spinge a credere nei grandi ideali che ci permettono di trascendere la vita, passeggera ed effimera. Come preservare l’Idea senza la resurrezione? 

Io non nego la resurrezione, e neanche l’affermo. Loro, i discepoli, credevano che Gesù fosse risorto. Alcuni, se non tutti, affermano anche di averlo visto, benché i testi siano contraddittori. Una cosa è certa: io non seguo Reimarus, che ha sostenuto che il corpo di Gesù fu trafugato dai suoi discepoli per poter inventare e proclamare il racconto della sua risurrezione. Di sicuro accadde qualcosa. Ma questo credere nella risurrezione, di che cosa è significativo: che è successo qualcosa di straordinario, in base al quale, poi, il corso degli eventi è cambiato? Io non mi fermerei a questo, ma vorrei analizzare il significato ontologico profondo di ciò che loro credevano. I discepoli non riconobbero Gesù, pensiamo ai discepoli di Emmaus o alla Maddalena; questo perché non dobbiamo pensare a un semplice ‘tornare in vita’, come per Lazzaro, per la figlia di Giairo o il figlio della vedova di Nain, ma all’entrare in un’altra dimensione, senza tempo e senza spazio. ‘Deus non est corpus’, diceva San Tommaso. Quindi per me, nel suo profondo dato filosofico e teologico, la resurrezione che, ripeto, non nego ma che molto umilmente presento in modo diverso per contribuire al dibattito scientifico, significa entrare in un’altra dimensione, che si accorda con la fisica quantistica, per cui si supera la morte, e questa non esiste più. 

Quindi la resurrezione non è un momento storico, ma l’idea che Gesù, con la sua personalità vera, con la sua anima continuerà a vivere in Dio. Così noi, potremmo entrare in Dio qui e ora, vivendo nel bene e nella giustizia, e poi restare in Lui per sempre. 

Una domanda che presenterei come di aspetto metodologico. Anche in questo saggio ha testimoniato la sua acribia, la sua accuratezza nella ricerca, nello studio e nella presentazione delle fonti per le sue teorie. Una di queste mostra come il messaggio che Paolo trasmette, come ‘apostolo delle genti’, ai popoli che incontra sia stato ricevuto da Pietro. Ma Pietro era un umile pescatore, come ha potuto elaborare la grande riflessione teologica che, poi, vedremo in Paolo? 

Il fatto che Paolo abbia ricevuto da altri il messaggio è un dato incontrovertibile, che lo stesso Paolo conferma. I discepoli credevano che Gesù fosse risorto, tuttavia non toccavano con mano quel regno di cui lui aveva parlato tutto il tempo. Per loro, quindi, per le prime comunità cristiane, era fondamentale e naturale chiedersi: ‘Come mai il maestro è morto? Questa era la domanda: ‘Come mai Gesù è morto?’ Cosa fecero, allora, quelle prime comunità, per rispondere e per risolvere il problema? Quello che fanno tutti i credenti, ricorrere ai testi sacri, in questo caso alla Bibbia ebraica, a Isaia, a Zaccaria, ai Salmi. Così scoprono alcuni passi, come Isaia 53 sul servo di Jahvè che deve morire, che loro interpretano come profezia. Pietro, non a caso, negli Atti degli apostoli, emerge sempre come figura principale. È sempre il primo negli elenchi: del resto, è colui a cui sono state date le chiavi del regno. Per le prime comunità cristiane era una figura di riferimento assoluto. Certo, insieme alla sua stessa comunità, con i suoi stretti discepoli, avrà elaborato il messaggio che, poi, arriverà a Paolo. Il ‘primo degli apostoli’, quindi, come simbolo, non lui individualmente, si fa interprete della necessità di intendere la morte di Gesù non come sconfitta ma come progetto, per cui il quarto evangelista, Giovanni, darà alla luce la grande ‘teologia del compimento’. Consegnerà a Paolo questa costruzione teologica che l’apostolo della genti, come dice lui stesso nella lettera ai Corinti – scritta poco dopo la più antica delle lettera paoline, la più vicina alla morte di Gesù, la prima ai Tessalonicesi, secondo alcuni studi – trasmetterà ai nuovi fedeli: Gesù è morto per i nostri peccati ‘secondo le scritture’, diventando il secondo Adamo. 

Nel suo volume precedente, prettamente filosofico e dedicato a Kant, ha analizzato le tre domande con le quali il filosofo tedesco riassume ogni interesse della ragione, sia speculativo sia pratico. Una di queste chiede: ‘Cosa ci è lecito sperare’. Ecco, cosa ci è lecito sperare in questo periodo, anche di grande vociare politico, mentre ormai entriamo nell’ultimo anno di governo e inizia la campagna elettorale? Pensando a un altro dei suo recenti saggi, ‘I quattro maestri’, forse l’etica dello Stato di Confucio potrebbe guidarci? 

La più grande speranza che possiamo coltivare, pensando alla singolarità di ogni essere umano, è la speranza nella vita eterna. Anche in un mondo in cui è evidente la decadenza etica e spirituale, in questa nostra storia sempre più complicata, è possibile coltivare la dimensione contemplativa della vita, è possibile agire per il bene: insomma salvare la propria anima, che è il vero obiettivo di ogni ricerca spirituale. Rendere l’anima capace di accogliere l’eterno. Questa è la speranza intesa come virtù teologale. Sulla lettura del presente, lo sappiamo, entrano in gioco tante analisi, che ci portano a volte a sperare, a volte a disperare. A esempio, parlando di stretta attualità socio-politica, ho paura che si disgreghi il sogno dell’Unione Europea, ho paura per il clima, per il rischio di perdere le nostre sensibilità e la nostra umanità nella realtà artificiale, per lo scollamento tra generazioni: sono tante le paure, inutile ricordarle. Non è la prima volta che questo accade, il mondo non è mai stato un posto tranquillo: pensiamo al tempo di S. Agostino, a un mondo che crollava e alle paure che questo portava. Anche non sognando più, come da ragazzi, come era capitato a me, che il futuro sarebbe stato sempre migliore, noi possiamo sperare di salvare la propria anima. 

Mi permetto una riflessione personale, a cui penso spesso, ricollegandomi proprio a S. Agostino, e a una ‘teologia della storia’: come realizzare la città di Dio, la città celeste di S. Agostino in terra? Per riallacciarmi alla domanda precedente, a me viene in mente un nuovo accordo tra religione ed etica, tra spiritualità e senso dello Stato. Mi vengono in mente i sovrani illuminati, come Caterina II di Russia. 

Le due città, di Dio e degli uomini, sono destinate a rimanere tali, distinte. Per S. Agostino non c’è nessuna possibilità che questo popolo di dannati – libro IV della ‘Città di Dio’- diventi il ‘popolo di Dio’. Questo popolo è una minoranza di pochi eletti da Dio, con la grazia che scende verticalmente dall’alto. Questa è l’immagine di S.Agostino, soprattutto del secondo Agostino, quello della maturità. Il primo Agostino, neoplatonico, io lo cito spesso, perché rappresenta la spiritualità in cui mi ritrovo, quella che al centro presenta l’anima e l’interiorità. Nel ‘De vera religione’, in cui non c’è mai un accenno alla morte e resurrezione di Gesù, si dice che sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, l’anima umana può aprirsi a Dio, cioè al bene. ‘Noli foras ire, in te impsum redi: in interiore homine habitat veritas’, ‘Non uscire fuori, ritorna in te stesso; nell’uomo interiore abita la verità’. 

La verità del libero arbitrio capace di discernere il bene e l’amore. Questo è difficile, per tornare al rapporto tra religione e Stati, che possa accadere nel potere politico, che è spesso governato da logiche del tutto diverse. 

Conoscendo la sua passione per lo studio e la scrittura, immagino sia al lavoro per un nuovo saggio: è così? E nel caso, ci può anticipare qualcosa? 

Sì, ho affrontato e terminato un lavoro sul grande problema del male, di prossima uscita, in autunno, a novembre.

Alzogliocchiversoilcielo

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ARTIGIANI DEL DIALOGO

  


"Le religioni collaborino

 nella costruzione 

della città di Dio"

A Buenos Aires, l’11 settembre, Lectio magistralis del cardinale prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso nella Università Cattolica Argentina, sul tema “Dialogo e incontro, via per costruire la Magnifica umanità”. Con l’invito per tutti i credenti a seguire la “via di Neemia” descritta da Leone XIV nella sua enciclica, sostenendo la dignità di tutti gli esseri umani, la libertà religiosa, la pace “disarmata e disarmante”, i più vulnerabili, il creato e l’uso etico dell'IA

-         di Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Siamo tutti invitati, come credenti delle diverse religioni, all’impegno comune della costruzione della città di Dio attraverso la “via di Neemia”, descritta da Papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica humanitase quindi a “decidere di lavorare spalla a spalla per ricostruire i grandi valori dell’umanità, così come il profeta ricostruì la città di Dio, riponendo la propria fiducia in Dio, valorizzando la ricchezza della diversità, coinvolgendo tutti nella costruzione, ascoltando e dialogando con tutti con rispetto e fiducia”. Così il cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, nella lectio magistralis tenuta oggi, 11 settembre, a Buenos Aires, nella sede della Pontificia Università Cattolica Argentina, sul tema “Dialogo e incontro, via per costruire la Magnifica umanità”.

Lavorare insieme come "artigiani dell'incontro e del dialogo"

Dopo il benvenuto e l’introduzione alla Giornata accademica del rettore di quella che è una delle principali università cattoliche del Paese, Miguel Á. Schiavone, un momento musicale da Bach e la lettura di poesie di Christophe Lebreton, il prefetto ha pronunciato la sua lezione, sottolineando che “nessuno può sentirsi estraneo” al progetto proposto dal Papa nella sua prima enciclica, “nel quale è in gioco il futuro dell’umanità”. Ha invitato ad approfittare di questo e altri incontri “per stabilire legami che si concretizzino in azioni comuni. Siamo creativi nel cercare canali istituzionali per il dialogo permanente che ci permettano di concretizzare progetti di collaborazione”. E tutto questo senza che le relazioni “istituzionali” portino a perdere il calore dell’amicizia e della cordialità, “che ci farà lavorare come autentici artigiani dell’incontro e del dialogo”.

Koovakad: se la dignità umana è minacciata, le religioni facciano sentire la loro voce

La "sindrome di Babele" e la "via di Neemia"

Il cardinale Koovakad, dopo aver portato l’affetto e il saluto di Leone XIV, che sarà in Argentina dall’8 all’11 novembre, ha ricordato che il Pontefice individua nei primi paragrafi della Magnifica humanitas la “sindrome di Babele” e la “via di Neemia” come due modi alternativi di porsi di fronte alla realtà e al mondo. Nel primo, l’essere umano si concentra su progetti “che esaltano l’ingegno umano con ideologie che lo allontanano da Dio, credendosi autosufficiente e facendo affidamento sulle proprie forze”, e atteggiamenti “che gli impediscono di aprire il cuore al fratello e di dialogare”. Nel secondo, decide di riporre “la propria fiducia in Dio”, e, come il profeta “coordina gli sforzi di tutti, riconcilia le posizioni contrapposte, e così riesce a far rinascere la città di Dio in un clima di comunione e armonia”. Se la “sindrome di Babele”, per il prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, “allontana da Dio e disumanizza, facendo prevalere l’individualismo e le filosofie materialiste che anestetizzano la coscienza umana e mettono in crisi il mondo moderno, la ‘via di Neemia’, al contrario, avvicina a Dio e accresce la dignità umana”.

Una testimonianza al servizio del bene comune dell'umanità

Ognuno di noi, secondo il Papa, può “essere costruttore di comunione o architetto di Babele”, e dal luogo che occupa, nell’ambito del lavoro, della religione o della famiglia, ha sottolineato il porporato indiano, “ha la responsabilità di edificare sul bene e sulla giustizia, affinché l’umanità non perda la propria bellezza e diventino possibili la fraternità universale e la pace”. Quindi anche le religioni oggi sono chiamate a prendere la ‘via di Neemia’, “che è cammino di risanamento dei legami, superamento dei pregiudizi, purificazione della memoria, dialogo, apertura all’altro che faciliti l’incontro ‘faccia a faccia’ e testimonianza al servizio del bene comune di tutta l’umanità creata da Dio”. Citando il magistero di Papa Francesco nell' enciclica Fratelli tutti e nell'esortazione apostolica Evangelii gaudiumil cardinale Koovakad ha spiegato che come credenti delle diverse religioni “abbiamo bisogno gli uni degli altri per ampliare l’orizzonte della Verità, secondo il ‘modello del poliedro’, capace di incorporare la totalità delle visioni e delle prospettive nella ricerca del bene comune, senza che nessuno sia escluso o scartato”. Ed ha ribadito anche i punti principali del Documento sulla fratellanza umana firmato da Francesco e dall’Imam Al-Tayyeb, a partire dal principio che “la fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e amare” e non può mai più essere invece “un motivo di scontro e di divisione”.

Mai più conflitti per motivi religiosi

“Qualsiasi offesa alla dignità della vita umana, che è un dono sacro - ha ricordato il prefetto - non trova fondamento nella religione, ma è «frutto della deviazione degli insegnamenti religiosi” e dell’uso politico delle religioni. È nostra responsabilità, come comunità di credenti, ha aggiunto, “fare in modo che mai più si aprano nel campo della storia le ferite della guerra per motivi religiosi”. E lavorare insieme ad altre istituzioni in un “patto educativo globale” per un futuro nel quale si assuma “la cultura dell’incontro come cammino; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio”.

 Dalla difesa della libertà religiosa a quella dei più poveri

Tra gli impegni comuni delle tradizioni religiose nel “convergere i cammini”, il cardinale ha citato la difesa del “diritto fondamentale alla libertà religiosa”, sottolineando che “solo se riconosciamo l’azione di Dio nelle altre religioni e la dignità essenziale di ogni essere umano, questo diritto avrà un fondamento teologico” e non sarà in balia delle decisioni dei diversi governi. Bisogna fare in modo che la religione maggioritaria in un Paese sia la prima a difendere le minoranze religiose. Koovakad ha parlato poi della collaborazione nella difesa di diritti e dignità dei più poveri, del lavoro per lo sviluppo integrale dei popoli e la cura della casa comune, e nel “condannare senza mezzi termini la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti, oggi più che mai una via obsoleta e inefficace”, proclamando insieme “che l’unica via veramente umana e umanizzante è quella di una pace disarmata e disarmante”, quella indicata da Papa Leone XIV.

Azioni comuni che "rivelano il volto di Dio nel quale crediamo"

Dalla Magnifica humanitas il prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso ha ripreso anche l’esigenza “di un uso etico dell’intelligenza artificiale, nel rispetto della dignità umana e con la chiara determinazione” che anche essa sia “disarmata”, e quindi “non possa essere posta al servizio della guerra”. Questo perché, ha concluso Koovakad, “la testimonianza comune al servizio dei più vulnerabili, la difesa della loro dignità sacra, la cura del creato non sono semplici opzioni sociologiche o caritative”, ma scaturiscono “dalla nostra stessa identità religiosa e rivelano il volto del Dio nel quale crediamo”.

La preghiera comunitaria interreligiosa e la Messa

Dopo la lectio magistralis del cardinale, il programma della Giornata è proseguito con il saluto del direttore dell’Istituto Papa Francesco, don Fabián Báez, da una conversazione del porporato e dall’arcivescovo di Buenos Aires e gran cancelliere dell’UCA, monsignor Jorge García Cuerva, con gli studenti dell’Università. Al termine si tiene una preghiera comunitaria interreligiosa di chiusura e la Santa Messa nella Chiesa del Sacro Cuore di Gesù.

Vatican News

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