venerdì 18 settembre 2026

LA PACE CHE HANNO CONOSCIUTO

 


I giovani, la Patria 

e il rifiuto della guerra


Stanno facendo molto discutere le parole che la segretaria dei giovani democratici Virginia Libero ha pronunciato alla Festa nazionale dell’Unità, conclusasi nei giorni scorsi a Reggio Emilia: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi, perché noi organizzeremo i disertori». Sono parole che entrano in un dibattito già fin troppo accesso sui rapporti tra guerra e pacifismo e sulle risposte da dare nel tempo della insicurezza in cui non sembra ci sia altra via per garantire la pace che non passi dall’uso (anche solo minacciato) delle armi.

Com’era facilmente prevedibile, si sono immediatamente scatenate discussioni che riguardano sia l’atteggiamento generale dei giovani verso la guerra, sia la questione particolare della diserzione e della sua legittimità. Quel che si è sottolineato, soprattutto da parte di coloro che, muovendo dalla situazione ucraina, insistono sulla sua equiparazione a una guerra di resistenza, è che appare del tutto fuori luogo una rivendicazione di estraneità alla guerra

e alla lotta armata quando in gioco c’è l’indipendenza del proprio Paese rispetto all’invasione di un Paese straniero. Davvero, anche in una situazione come questa, i giovani avrebbero ragione a disinteressarsene e a disertare? E non sanno, i giovani italiani, che nella Costituzione, che loro spesso celebrano richiamando l’art. 11, esiste anche l’art. 52 secondo il quale «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino»?

Discussioni spesso fuorvianti, in cui come sempre gli interlocutori tirano l’acqua al proprio mulino, spesso mutilando (magari per mera ignoranza, quando non per malevolenza) gli argomenti altrui o i termini delle questioni.

D i questa perversione del dibattito pubblico fa parte il confondere pacifismo e arrendismo, contrarietà alla guerra e vigliaccheria. Tanto per stare sull’art. 52, la Corte Costituzionale ha più volte ribadito che il «sacro dovere» di difendere la Patria non passa soltanto dall’uso delle armi ma che esso può essere adempiuto in forme civili e non violente «attraverso la prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato» (così dice ad es. la sentenza n. 184 del 1985).

Ma più in generale, ciò che va sottolineato e che costituisce il punto di maggiore distanza tra le giovani generazioni e quelle precedenti, è un altro. La frase di Virginia Libero appartiene allo stesso contesto storico e mentale che ha portato i giovani tedeschi a rifiutare, e anche a protestare apertamente contro, la chiamata del governo Merz che li invitava ad esprimere la propria disponibilità ad arruolarsi nell’esercito. Nonostante una campagna martellante, che ha riempito le strade, le scuole e ogni ambito della vita sociale della Germania, sono stati pochissimi coloro che hanno risposto positivamente a quella chiamata.

Ecco, ciò che i giovani europei stanno facendo emergere è un rifiuto radicale della guerra, di qualsiasi guerra. Un rifiuto che non ha a che fare con la loro presunta perdita di coraggio e di spirito bellico, come autorevoli scrittori e opinionisti hanno più volte lamentato, quasi dispiaciuti che una pace troppo lunga in Europa abbia permesso lo svilupparsi di un sentimento troppo pacifista (e dunque, secondo loro, esecrabile). È un rifiuto che ha motivazioni legittime e fondate.

Questi giovani, cresciuti in un mondo che ha mostrato loro la realtà e la possibilità della pace – basti pensare al miracoloso progetto dell’Unione europea – sanno che ci sono strumenti a nostra disposizione che possono evitare la guerra, come appunto è successo in Europa negli ultimi 80 anni. Sanno che la pace è possibile, non grazie alle armi, ma grazie al diritto e alle istituzioni. Ed è a questi strumenti che essi vogliono rivolgersi per risolvere i conflitti, chiedendo alle generazioni più adulte di fare di tutto perché questi strumenti, a cominciare dal diritto internazionale, possano essere fatti valere anziché essere messi da parte.

Proprio perché vedono che un’alternativa è possibile, essi considerano la guerra sempre sbagliata, non solo per le sue terribili conseguenze, per le morti e le distruzioni che comporta, ma anche perché si può sempre fare qualcosa per evitarla o per interromperla. Essi sanno bene che le guerre non sono un evento improvviso come le catastrofi naturali, ma sono figlie di scelte che non sono ineluttabili ma possono essere diverse da quelle che ad esse conducono.

Questi giovani – esattamente come i loro predecessori raccontati da Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale, i quali però se ne accorsero solo in trincea mentre venivano sacrificati —, vedono benissimo che una generazione di adulti, che dovrebbe aprirgli un mondo fatto di impegno e responsabilità, usa parole con la maiuscola, come quella di Patria, togliendo ad esse ogni contenuto che vada verso la cura del bene comune e riempiendole solo di conflitto e di guerra. Una guerra in cui, come sempre, la distinzione fondamentale – lo ricorda spesso Gustavo Zagrebelsky – è tra chi la fa e chi la fa fare.

A tutto questo i nostri giovani si oppongono. 

A chi insiste sulla necessità di “sacrificarli” perché questo richiede il nostro tempo, loro rispondono, giustamente, con l’elogio della diserzione.

 

www.avvenire.it

IO SONO NESSUNO










Andrea Maggi

Giunti , 2026

 

Descrizione

Andrea ha 13 anni, è sensibile, solitario e si è appena trasferito in una grande città con la madre dopo aver lasciato il piccolo paese di mare in cui è cresciuto.

Del padre, morto quando era ancora in fasce, non conserva alcun ricordo.

Durante il trasloco, ruba di nascosto un cassetto dalla scrivania della madre e scopre al suo interno un manoscritto inedito scritto proprio dal padre: un romanzo sull’Odissea.

Andrea si riconosce subito in quelle pagine, perché la nuova scuola è un campo di battaglia, i bulli lo prendono di mira e la solitudine sembra inghiottirlo. 

Finché un incontro straordinario cambia tutto…

Dettagli

  • Editore:Giunti Editore
  • Collana:NARRATIVA TEENS
  • Copertina:Cartonato con sovraccoperta
  • Pagine:304
  • Dimensioni:13.0 x 18.0 cm
  • Data di pubblicazione:15 settembre 2026
  • ISBN:9791223208564
  • Fascia di età:Età: a partire dai 14 anni (giovani adulti)

A.I. DILEMMI MORALI

 

A.I. Dilemmi morali dell’uomo che, dalla ruota in poi, cerca sempre automazione


di GIUSEPPE LO TORTO

 Ormai simo tutti capaci di “attingere” informazioni dalla cosiddetta Intelligenza Artificiale (“A.I.”), effettivamente ottimo strumento per reperire dati, informazioni e fatti storici che diversamente non troveremmo su enciclopedie e libri ormai tristemente in estinzione. A.I. è indubitabilmente uno strumento di grande utilità, capace di rappresentare la capacità di accedere a tutto lo scibile, senza possibilità di immediata smentita (almeno fino ad oggi). Ritengo tuttavia, ma certamente non sono il solo a pensarlo, che più che di “Intelligenza” si debba trattare di un potentissimo “Motore di Ricerca” capace di eseguire miliardi di cicli in un secondo (il dato a mia conoscenza che risale all’anno scorso, è di 3 mld/sec).

Utilità

Le conseguenze positive sono evidentissime e lì utilità è innegabile. Utilità che si riflette inevitabilmente anche sulla capacità di sostituire alcune (quante?) attività dell’uomo. Ciò peraltro in coerenza, fin dall’invenzione della ruota e forse anche prima, con la naturale tendenza dell’uomo all’automazione, al fine di ottimizzare il rendimento del proprio lavoro . Non mi dilungo sulle diverse forme di automazione consentite da A.I., fino agli odierni robot con comportamenti umanoidi. A proposito di ROBOT non posso non ricordare i romanzi di Isaac AZIMOV letti in gioventù, nei quali l’autore sviluppava egregiamente proiezioni future di fenomeni a quell’epoca immaginari. Rimandando ad una ricerca, proprio su A,I, che ho dovuto effettuare anch’io perché non mi ritrovo più neppure uno di quei romanzi che a suo tempo ho letto con grande interesse, riporto un aspetto che mi sembra assai importante per le possibili conseguenze di una “automazione” generale (se non totale). Mi riferisco in particolare al conflitto fra tre leggi della robotica, come trattato da Asimov, che riporto così come A.I. me lo ha restituito. Il conflitto tra le Tre Leggi della Robotica è uno dei temi centrali della narrativa di Asimov: i robot sono programmati per seguire tre principi gerarchici, ma in molte situazioni reali queste leggi entrano in collisione logica, creando comportamenti anomali o paradossali.

CONFLITTO TRA TRE LEGGI

Il conflitto nasce perché le leggi sono rigide, ma il mondo non lo è. Quando un robot deve applicarle in situazioni complesse, può trovarsi davanti a ordini incompatibili. Le Tre Leggi sono:

1.⁠ ⁠Non danneggiare un essere umano.

2.⁠ ⁠Obbedire agli ordini umani, salvo conflitto con la Prima.

3.⁠ ⁠Proteggere la propria esistenza, salvo conflitto con le prime due.

Il conflitto tipico è:


•⁠ ⁠un ordine umano (Seconda Legge) che potrebbe causare danno a qualcuno → il robot deve disobbedire;

•⁠ ⁠proteggere sé stesso (Terza Legge) ma solo finché non mette a rischio un umano;
•⁠ ⁠situazioni dove “danno” è ambiguo: fisico? psicologico? futuro? probabile?

Asimov costruisce intere trame su queste ambiguità, mostrando che anche regole perfette generano paradossi quando applicate alla realtà.

Esempi celebri di conflitto


•⁠ ⁠Runaround (Circolo vizioso) — un robot resta intrappolato in un loop logico tra Seconda e Terza Legge.

•⁠ ⁠Bugiardo! — un robot telepatico mente per non causare danno emotivo (Prima Legge), generando un paradosso.

•⁠ ⁠I robot e l’Impero — nasce la Legge Zero, che protegge l’umanità nel suo complesso, an-che contro singoli individui.

Legge Zero

Asimov introduce una legge superiore: 0. Un robot non può danneggiare l’umanità nel suo in-sieme. Questa legge può entrare in conflitto con la Prima: salvare l’umanità può richiedere sacri-ficare un singolo individuo.

SINTESI

Il “conflitto delle Tre Leggi” è il cuore della robotica di Asimov: regole perfette che, applicate a casi complessi, generano dilemmi morali, logici e narrativi. Trattasi di situazioni che all’epoca delle pubblicazioni di Asimov (anni 50-60 circa) apparivano del tutto romanzesche ma che, alla luce degli sviluppi esponenziali dell’automazione, appaiono oggi del tutto realistiche. Mi viene mente un esempio applicabile alla guida automatica di un’autovettura: dovendo evitare l’investimento di una persona che si proietta dal marciapiede sulla strada per soccorrere un’altra persona caduta sull’asfalto e giacente sulla traiettoria dell’autovettura, quale delle due persone il robot alla guida dovrà decidere di evitare?. Ovvio che il dilemma si porrebbe anche se alla guida ci fosse un “umano” il quale, però, dispone di tempi di reazione “umani” che in certe condizioni possono influenzare una scelta di tipo istantaneo. Scelta che il robot non può comunque effettuare in quanto la prima legge gli impone di non danneggiare un essere umano; quindi, si trova nella impossibilità di intervenire in quanto salvare l’uno comporterebbe l’investimento dell’altro. Credo infine che il fenomeno A,I, assolutamente ineluttabile, possiamo soltanto tentare di contenerlo controllandone gli effetti potenzialmente, laddove residui qualche margine di intervento ancora definibile come “Intelligente”.

Giovanni Pepi.it

ALZHAIMER, NON AVER PAURA

 


Senza paura

davanti


all’Alzheimer

 

 

 La Giornata mondiale che il 21 settembre riporta l’attenzione su una patologia sempre più diffusa è un invito a riflettere sulle ragioni di una marginalità di pazienti e caregiver da superare. Ce lo dice un grande geriatra

La demenza colpisce più la memoria che le emozioni e gli affetti: così può resistere quel rapporto d’amore che aiuta ad affrontare la malattia

-di MARCO TRABUCCHI

Il 21 settembre si celebra la Giornata mondiale dell’Alzheimer. Il messaggio principale di questa ricorrenza è l’invito a tutti cittadini perché affrontino la malattia con coraggio, fortezza, generosità, preparazione psicologica e competenza clinica. L’organizzazione in tutta Italia della serie di eventi “Alzheimer Fest” è la dimostrazione concreta dell’impegno di molti perché le demenze possano essere affrontate senza timore, aiutando con serenità e consapevolezza chi è malato e chi vive attorno a lui.

Recentemente sono andato a trovare un vecchio professore, al quale devo molto per la mia formazione di medico. Gli ho parlato, preoccupato, delle crisi del nostro tempo, delle follie di chi dovrebbe aiutare il mondo a crescere, delle difficoltà della medicina come sistema organizzato, del lavoro clinico, anche delle persone affette da demenza e delle loro grandi difficoltà, della possibilità non sempre garantita di curare chi ha bisogno. Salutandomi, mi ha detto solo: « Non abbiate paura».

Mi ha impressionato, e mi sono chiesto cosa intendesse dire. Forse: non rinunciate al coraggio di fronte a situazioni umanamente e culturalmente difficili; all’incertezza sulle cure possibili e su quelle impossibili; a investire il vostro sapere nella cura, anche quando si devono affrontare rischi e timori e il solco tra il sapere e l’agire in clinica sembra troppo vasto. Non rinunciate a coinvolgere cuore, mente e braccia in atti di cura, guidati da un’intelligenza generosa. Io, medico, trasferisco l’invito del vecchio professore alle persone che mi chiedono cura, consiglio, giudizio, supporto, dando al “non abbiate paura” non il senso irrealistico secondo il quale il futuro sarebbe privo di dolore e di sofferenza ma l’unico contenuto che posso personalmente garantire: l’impegno a percorrere assieme a chi ha bisogno, a chi è solo, incerto, impaurito il pezzo di strada che è necessario percorre con competenza, corto o lunghissimo non posso saperlo. E che anche le comunità possono garantire di essere barriere al dolore e alla fatica di vivere che si accompagnano alla solitudine.

La paura è talvolta utile per capire la vita, i suoi pericoli, le cattiverie palesi e nascoste; creare un rapporto di fiducia e di accompagnamento protettivo con chi soffre evita però che la paura devasti e paralizzi le scelte positive che si devono compiere per rispondere alle proprie responsabilità umane, in qualsiasi condizione. Il “non abbiate paura” diventa così un messaggio concreto, realizzabile nei vari momenti dell’esperienza della persona che soffre e di chi vive con lui, di chi ha bisogno della certezza che la sofferenza non sarà mai trascurata, lasciata sola, accompagnata dal sentire positivo secondo il quale c’è sempre qualcuno che la rende la vita meno faticosa. Il mondo, nonostante i molti segnali negativi, lascia spazio alla relazione, a chi ha deciso di essere vicino senza egoismi, con l’aperta gioia di essere importante per chi soffre.

È una conquista di tutti i giorni, realizzata con calore e amore, anche con rigore, coscienti di accompagnare chi non si lascia illudere dalle banalità o da speranze infondate, ma nemmeno schiacciare dal dolore. Il rapporto d’amore permette la cura anche nella demenza.

Le emozioni della persona affetta da demenza sono più durature, più accessibili rispetto alla memoria compromessa nella malattia. Su questo fondamento si costruisce il rapporto d’amore, che viene colto dall’ammalato, ricevendone momenti di benessere. “Percepire ( feeling) anche senza memoria nella malattia di Alzheimer” rappresenta la base biologica della capacità di interpretare positivamente l'amore ricevuto. In questo ambito non tutto è chiarito a proposito del rapporto tra emozioni e processi mnemonici, ma l'esperienza clinica induce a ritenere certa la capacità della persona ammalata di percepire un atto d'amore e di coglierne l'aspetto positivo.

Qualcuno sostiene che l'insistenza sull'amore come criterio dominante nel rapporto di cura delle persone con demenza potrebbe indurre a pensare che si voglia forzare un comportamento lontano dalla realtà, patrimonio solo di alcuni particolarmente votati per motivazioni di ordine affettivo, morale e religioso. Non è così: la scelta dell'amore è il fondamento operativo se si vogliono ottenere risultati nel ridurre il dolore e la sofferenza. Infatti “ti voglio bene” è l'ultima parola che scompare quando i sintomi della demenza prevalgono su ogni altra espressione dell'esperienza vitale della persona. In questa prospettiva si devono collocare le azioni di cura, volte a migliorare il benessere e a ridurre al massimo la sofferenza. È necessario convincere chi presta le cure che le modalità con le quali queste vengono fornite è importante. Non si tratta semplicemente di evitare maltrattamenti (sempre inaccettabili, anche se agiti da un caregiver stanco e frustrato) ma di convincere che i singoli atti di ogni giorno (pulizia, alimentazione, tempo libero, somministrazione delle cure, accompagnamento a letto e nelle ore notturne...), se condotti con amore, hanno un impatto profondo sulla qualità della vita dell'ammalato e sul suo benessere soggettivo.

Schematicamente mi permetto di ricordare i momenti più importanti nei quali possiamo affermare con competenza e impegno “non abbiate paura”. Non abbiate paura dei primi segni di malattia. Non abbiate paura della diagnosi: non è l’inizio di un viaggio senza scopo, ma una tappa della cura. Non abbiate paura della perdita di memoria, dell’incapacità di orientamento, del fatto che il vostro caro confonde i volti noti. Non abbiate paura della depressione, dell’apatia e dei deliri. Non abbiate paura della solitudine, di ricevere cure senza amore, di essere collocati in luoghi poco ospitali. Non abbiate paura che con la morte sparisca l’amore verso i vostri cari.

Per troppi anni le demenze sono state collocate in luoghi marginali sul piano culturale, psicologico, sociale, clinico. Oggi la situazione è in via di miglioramento, per alcuni aspetti molto veloce. In attesa degli avanzamenti della ricerca per arrivare a una terapia, l’atteggiamento di cura aperta e generosa verso l’ammalato è la risposta oggi più nobile ed efficace.

WWW.AVVENIRE.IT

 

COSTRUIRE COMUNITA'

 

Creare e costruire comunità: 

la chiave per vivere da cristiani


In vista delle Giornate di Borca, che si terranno dal 18 al 20 settembre in forma residenziale, con la presenza del Vescovo, Enrico Trevisi, e nelle quali si affronterà il tema “La buona notizia del Vangelo oggi. Linguaggi, relazioni, strade per crescere verso la pienezza”, abbiamo raggiunto Luciano Manicardi, monaco di Bose – che sarà ospite proprio alla tre giorni per favorire l’approfondimento sul tema delle Giornate – per rivolgergli alcune domande. 

 Colpisce sempre quanto si dice dei primi cristiani: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola …” (Atti 4,32). Questa testimonianza, queste relazioni erano la strada per annunciare la profonda realtà che li aveva conquistati e che stavano vivendo. Come attualizzare quell’esperienza in un momento storico in cui siamo spinti sempre più verso l’individualismo, per portare la buona notizia del Vangelo e dell’incontro con Gesù, sia come singoli che come comunità? 

La narrazione degli Atti è segnata da idealizzazione e generalizzazione che coprono le tensioni e i conflitti intra-ecclesiali e inter-ecclesiali che lo stesso Luca narra sempre negli Atti. Dovremmo cogliere quei testi come indicatori di una meta, e dunque di una via da percorrere. Infatti, il genio del cristianesimo sta nel creare comunità, ovvero nell’innestare nella fede nel Cristo Risorto e nel dare forma ecclesiale al bisogno antropologico dell’uomo che cerca la comunità perché è un essere relazionale, un essere parlante e un essere cosciente di dover morire. 

Questa dimensione antropologica viene risignificata evangelicamente rendendo possibile la convivenza dei diversi nel nome di Gesù Cristo. 

Questa costruzione comunitaria è la fatica perenne della vita cristiana. 

Quasi sessant’anni fa, Joseph Ratzinger scriveva: “Dalla crisi della chiesa che vediamo oggi verrà fuori domani una chiesa che avrà perso molto. Essa diventerà più piccola, dovrà ricominciare tutto da capo. Oltre che perdere numericamente degli aderenti, perderà anche molti dei suoi privilegi nella società … Come piccola comunità essa solleciterà molto più fortemente l’iniziativa dei suoi singoli membri … Ma, da tutto questo, da una chiesa interiorizzata e semplificata, uscirà una grande forza. Gli uomini, infatti, saranno indicibilmente solitari in un mondo totalmente pianificato. Essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo”. 

L’individualismo è l’altra faccia della solitudine per cui oggi gli umani sono “solitudini connesse” che abbisognano di relazione concreta, fraternità, prossimità. Nello spazio cristiano si tratta oggi di creare piccole comunità, microcosmi, formati da persone convinte, che vi aderiscono per libera scelta e che con la qualità delle loro relazioni narrano la potenza del vangelo. Nel Nuovo Testamento le comunità cristiane non si chiamano solo “chiesa” (ekklesía), ma anche “fraternità” (adelphótes): è così nella prima lettera di Pietro (2,27; 5,9) dove ci si riferisce a comunità numericamente esigue e minoritarie nel contesto pagano. 

Si tratta di porre al centro della vita ecclesiale i legami e le relazioni di fraternità: infatti, “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). In questo modo, le comunità di fede, minoritarie, possono guadagnare in densità e intensità ciò che perdono in estensione. 

 Quali sono i luoghi in cui oggi ci si può formare per annunciare il Vangelo alla realtà odierna? 

I luoghi devono essere le concrete comunità cristiane. Se le chiese locali non adempiono questo compito, che ci stanno a fare? Chiediamoci: qual è la ragion d’essere di una chiesa, di una comunità cristiana? È quello di alimentare, sostenere, affinare la relazione con Dio Padre, nello Spirito santo, per mezzo di Gesù Cristo dei battezzati. Questo compito deve diventare la priorità di una comunità cristiana. A costo di sacrificare ad essa altre attività pastorali e iniziative diocesane. In tempi in cui ci si chiede se siamo gli ultimi cristiani e ci si interroga sulla problematicità della cosiddetta “trasmissione della fede”, occorre assumere coraggiosamente una priorità attorno a cui impostare la vita della comunità cristiana. 

Occorre dare ai battezzati gli strumenti per crescere nella fede. Ovvero, introdurre alla conoscenza delle Scritture e, tra le Scritture, massimamente i vangeli, “in quanto sono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore” (DV 18). I cristiani fondano la loro identità di fede su Gesù, centro dei vangeli e culmine della rivelazione. Su questa base, si tratta di iniziare alla preghiera personale, alla meditazione, alla lotta spirituale, al discernimento, così come ad abitare la solitudine e il silenzio per riconoscere la presenza del Signore in sé e negli altri. Il primato della trasmissione della vita spirituale è poi essenziale nei confronti di giovani che vivono una sorta di analfabetismo di fede e sono sprovvisti di strumenti per fondare antropologicamente il dinamismo della fede, per far aderire parole e gesti della fede alla loro concreta esistenza. 

a cura di don Sergio Frausin 

Fonte: Il Domenicale di San Giusto


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EDUCAZIONE E PROGRESSO

 


Educare


 all’avanguardia 


del progresso



L'intervista a don Elio Cesari,

 presidente del Centro Nazionale Opere Salesiane (CNOS)

Di Simone Baroncia

Roma , giovedì, 17. settembre, 2026 14:00 (ACI Stampa).

L’Italia è tra i Paesi europei in cui la povertà educativa è più forte, in particolare al Sud dove la dispersione scolastica supera il 14%; per interrompere questo trend la rete ‘Salesiani per il sociale’ ha avviato alcuni progetti sul territorio nazionale per favorire un processo di apprendimento da parte di bambini e adolescenti, come ha affermato don Francesco Preite, presidente nazionale della rete: 

“La povertà educativa non è più un’emergenza, ma un fenomeno grave e strutturale nella società italiana, che coinvolge oltre un milione di minori e compromette la crescita delle giovani generazioni. Di fronte a questa realtà, è indispensabile rifinanziare il fondo nazionale di contrasto alla povertà educativa e adottare politiche sistematiche che rafforzino i servizi educativi e sociali a supporto dei minori e dei giovani in difficoltà”.

Per questo è necessario lavorare sulla prevenzione, secondo don Elio Cesari, presidente del Centro Nazionale Opere Salesiane (CNOS): “Ogni giorno, un esercito di educatori, assistenti sociali e psicologi, insieme a famiglie e scuole, lavora per creare un ambiente educativo fondato su fiducia, accoglienza e accompagnamento personale. Seguendo il sistema preventivo di don Bosco, promuoviamo conoscenze e competenze, aiutando bambini e ragazzi a inseguire le proprie aspirazioni e costruire un futuro migliore attraverso lo studio, la creatività e lo sviluppo delle proprie capacità”.

Allora, cosa vuol dire oggi educare?

“Educare oggi significa accompagnare i giovani nel cammino della vita con uno stile che non offra loro semplici istruzioni, ma sia essenzialmente costituita da una ‘presenza educativa’ che don Bosco chiedeva a chi si occupa dei giovani. E’ l’arte di formare il cuore prima ancora della mente, facendo sì che ogni ragazzo possa scoprire la propria vocazione, cioè il progetto che Dio ha su ciascuno. In Italia i Salesiani sono presenti con oltre 150 scuole, 60 centri di formazione professionale e 1.400 oratori e centri giovanili, offrendo così un’educazione integrale a migliaia di ragazzi, che vivono un contesto di povertà educativa che tutti sentiamo come una emergenza”.

E’ possibile educare ‘buoni cristiani ed onesti cittadini’?

“Certamente! Questa è la grande missione che don Bosco ci ha lasciato in eredità. Educare significa aiutare i giovani a crescere nella fede e nella responsabilità, affinché diventino uomini e donne capaci di contribuire al bene della società. Un buon cristiano è anche un onesto cittadino, perché vive i valori evangelici con impegno concreto nella vita di tutti i giorni. Don Bosco è stato precursore e ci insegna l’arte di accompagnare ogni giovane secondo una integrità di tutte le dimensioni che rendono la vita ‘piena e bella’, senza mettere da parte nessuno degli ambiti in cui siamo chiamati a portare la nostra testimonianza di fede vissuta. Proprio per questo, oggi in Italia, i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice accompagnano circa 200.000 giovani attraverso scuole, oratori, centri di formazione professionale, università, residenze universitarie e progetti di accoglienza per minori in difficoltà”. 

In quale modo è possibile essere all’ ‘avanguardia del progresso’, come affermava san Giovanni Bosco?

“Essere all’avanguardia non significa solo usare nuove tecnologie, ma saper leggere i segni dei tempi e rispondere con creatività e audacia alle sfide del mondo. I Salesiani, sin dai tempi di don Bosco, hanno sempre innovato i metodi educativi e formativi, facendo dell’educazione in genere e della scuola e formazione al lavoro nello specifico gli strumenti di crescita per i giovani, soprattutto quelli più fragili. Il contatto e la presenza in mezzo ai giovani ‘ci costringe’, in termini assolutamente positivi, all’aggiornamento continuo rispetto al mondo in cui viviamo e agli stimoli più interessanti rispetto all’innovazione e al futuro”.

Attraverso quali mezzi si può combattere la povertà educativa?

“La povertà educativa si combatte innanzitutto con ambienti educativi: con scuole, centri di formazione professionale e residenze universitarie che siano vere "case" per i ragazzi; con oratori e centri giovanili che accolgano, formino e offrano opportunità di crescita; con case famiglia e comunità per minori in cui possiamo offrire di più a chi ha avuto meno dalla vita. Poi ci sono le persone: servono educatori appassionati, programmi di formazione professionale e un’alleanza tra scuola, chiesa, famiglia e comunità. In particolare, voglio sottolineare che in Italia i Salesiani gestiscono circa 300 opere sociali, tra cui comunità per minori, case famiglia e progetti di inclusione per giovani migranti, offrendo loro non solo istruzione, ma anche sostegno umano e spirituale”.

In quale modo i salesiani raccontano la speranza ai giovani?

“I Salesiani raccontano la speranza con l’esserci, stando accanto ai giovani, credendo in loro anche quando il mondo sembra voltar loro le spalle o quando arrivano a disperare di se stessi. Offriamo spazi di accoglienza, momenti di preghiera, esperienze di servizio e soprattutto testimoniamo con gioia che Dio non abbandona mai nessuno, come papa Francesco continua a ricordarci in ogni circostanza. La speranza è il motore che spinge a rialzarsi e a costruire un futuro migliore. E’ bello sottolineare (diversamente da come spesso vengono ritratti i nostri giovani) che ogni anno, migliaia di giovani frequentano gli oratori salesiani come animatori e prendono parte a esperienze di volontariato e missioni, imparando così a essere protagonisti del cambiamento”.

Qual è il compito della fondazione CNOS-FAP?

“La fondazione CNOS-FAP porta avanti l’opera di don Bosco nella formazione professionale, offrendo ai giovani un’educazione di qualità che li renda capaci di entrare con competenza e dignità nel mondo del lavoro. E’ un’opera preziosa perché dona un futuro a chi altrimenti rischierebbe di perdersi. In Italia, il CNOS-FAP attraverso oltre 60 sedi forma ogni anno più di 25.000 studenti, molti dei quali trovano impiego subito dopo il percorso formativo. Formare significa dare strumenti concreti per la vita, con il cuore di un padre che educa con l’amorevolezza tipica di don Bosco: un affetto riconosciuto e ricambiato dallo stesso giovane”.

Aci Stampa

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mercoledì 16 settembre 2026

SCUOLA, ATTO DI SPERANZA


 Educare 

non significa riempire 

ma liberare.


«La scuola come atto di speranza radicale»

Oggi la stessa idea di educazione è depotenziata da principi che rispondono a logiche di mercato


-di MATTEO MARIA ZUPPI

C’è una parola che è la chiave di lettura di queste pagine e di tutta la vita dell’autore, sulla quale sostare prima ancora di cominciare a leggere. È la parola “educare”, dal latino educere, tirare fuori. Non riempire, dunque, ma liberare. Non depositare nozioni in un contenitore vuoto, ma accompagnare qualcuno a diventare quello che già, in qualche modo, è chiamato a essere. Marco Rossi-Doria lo sa bene: lo ha vissuto con i piedi, con le mani, con il cuore e con la mente negli anni passati a essere, più che a fare, l’educatore nelle scuole delle periferie di Napoli, nelle aule dove lo Stato arriva tardi e spesso con le mani vuote di soluzioni e con troppi proclami. Lo dimostra con la chiarezza di chi ha visto le cose da vicino, senza le protezioni del distacco accademico.

È il motivo che mi ha spinto a scrivere, vere queste considerazioni, nutrite da un’amicizia con l’autore che dura dal liceo classico “Virgilio”, a Roma, in anni segnati dalla passione per una scuola diversa. 

Il tema ci tocca tutti da vicino, perché significa che la scuola deve svolgere, pienamente e per tutti, questo suo ruolo, in alleanza con quanti compongono il sistema educativo. Ma soprattutto perché credo che oggi, in Italia, parlare di scuola e di educazione non sia un esercizio tecnico o pedagogico. È un atto politico nel senso più alto del termine, nel senso della polis, della città in cui si vive insieme, della comunità che si costruisce o si lascia sgretolare.

Viviamo un tempo strano. Un tempo in cui la parola “merito” è al centro dell’istruzione ma resiste il fallimento formativo, evidente contraddizione perché il “merito” deve essere per tutti e la scuola deve garantirlo. Un tempo in cui si discute molto di programmi, di vo- di riforme scolastiche, e pochissimo di quella cosa essenziale che è il rapporto umano tra un adulto e un bambino, tra un insegnante e un ragazzo che magari a casa non ha nessuno che gli legge un libro o che gli chiede com’è andata a scuola. Un tempo in cui l’irrompere dell’intelligenza artificiale rischia di fare regredire quella naturale, di cambiare le relazioni e l’apprendimento.

Don Lorenzo Milani lo scriveva in modo lapidario, con quella sua intransigenza profetica: «Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali». E noi, sessant’anni dopo, ci troviamo ancora lì, con quasi un quarto dei minori italiani in esclusione sociale, con un divario Nord-Sud che si allarga invece di restringersi, con generazioni intere che crescono senza aver mai incontrato un adulto che credesse davvero in loro.

Rossi-Doria chiama questo «fallimento formativo di massa». È un’espressione dura, quasi spietata, ma onesta. Perché quando un bambino esce dalla scuola senza saper leggere davvero, senza riuscire a capire un testo, senza gli strumenti minimi per orientarsi nel mondo, non è un fallimento suo. È il fallimento di tutti noi. È la spia di un sistema che ha smesso di credere in ciò che fa, che ha lasciato che la scuola diventasse un luogo burocratico dove si registrano presenze e si compilano documenti, invece di essere, come dovrebbe, il luogo in cui si incontra la vita.

Penso spesso a una pagina di Georges Bernanos, il quale in una delle sue prose più intense scriveva che il mondo sarà salvato solo da coloro che sanno sperare. Non da chi organizza, non da chi pianifica, non da chi gestisce le emergenze, ma da chi sa ancora sperare. La scuola, la vera scuola, è un atto di speranza radicale. Dire a un bambino «siediti qui, impara, questo serve per te» è affermare che il futuro esiste, che vale la pena costruirlo, che il presente non è l’ultima parola su nessuno.

Eppure questa speranza è sotto pressione. Rossi-Doria descrive con precisione il paesaggio cambiato: un mondo saturo di stimoli digitali che competono con l’attenzione dei ragazzi, famiglie spesso sole e fragili, insegnanti pagati meno che in quasi tutti i Paesi europei e lasciati senza il sostegno e la formazione continua che il loro lavoro esigerebbe, politiche educative che cambiano a ogni legislatura senza mai davvero incidere sulle strutture profonde.

La scuola italiana è come una casa a cui tutti riconoscono importanza ma che nessuno vuole davvero ristrutturare: si preferisce parlarne, dibatterla, riformarla sulla carta.

Ma c’è qualcosa di ancora più sottile, e più preoccupante. Non è solo la scuola a essere depotenziata. È l’idea stessa di educazione. In un’epoca che esalta la velocità, l’utilità immediata, il risultato misurabile, l’educazione, che è per definizione lenta, imponderabile, orientata al lungo periodo, sembra fuori tempo.

I bambini si educano, si dice, ma poi si “valorizzano” le competenze, si “ottimizzano” i percorsi formativi, si “performano” gli apprendimenti.

linguaggio tradisce la visione: la persona è diventata una risorsa da formare per il mercato, non un essere umano da accompagnare verso la pienezza di sé.

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