Autonomia costituzionale
e libertà d’insegnamento
contro ogni strumentalizzazione
Di Antonio Fundarò
A
Bagno a Ripoli una mozione consiliare d’un gruppo rappresentato nel massimo
consesso cittadino, all’opposizione nella città, in maggioranze nel Paese, ha
proposto di modificare la denominazione ufficiale delle scuole del territorio
introducendo, accanto al nome istituzionale, diciture che ne qualifichino il
presunto orientamento ideologico “insegnato e voluto” dal corpo docente e dalla
dirigenza. Tra le etichette suggerite figurano espressioni come “politicamente
schierata a sinistra”, “ideologicamente comunista”, “favorevole alle teorie
lgbtq+ e/o woke”, “antiamericana”, “antisionista”, “antifascista”,
“anticattolica”, “antidemocratica”.
La
proposta ha suscitato una reazione ferma da parte della comunità scolastica
dell’I.S.I.S. “Gobetti-Volta”, che in assemblea straordinaria ha richiamato il
ruolo della scuola come luogo di formazione della persona, di sviluppo del
pensiero critico, di inclusione e di educazione alla cittadinanza consapevole,
affermando che non occorre specificarne l’orientamento antifascista, poiché la
scuola italiana è tale per natura, in quanto fondata sui principi della
Costituzione.
A
questa posizione si è formalmente unito l’Istituto Comprensivo “Antonino
Caponnetto”, che ha condiviso integralmente il comunicato e lo ha diffuso alla
propria comunità educante, richiamando l’articolo 33 della Costituzione:
“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.
Non
siamo di fronte a una polemica locale. Siamo davanti a una questione di
principio: può un’istituzione pubblica essere qualificata politicamente? Può la
scuola essere oggetto di etichettatura ideologica?
La
risposta, se si prende sul serio l’ordinamento costituzionale italiano ed
europeo, è netta.
Analisi
giuridica: la scuola come istituzione costituzionale
La
scuola italiana è una istituzione della Repubblica. Non appartiene alla
maggioranza di turno, né a una parte politica.
Libertà
di insegnamento (art. 33 Cost.)
La
libertà di insegnamento è una delle libertà fondamentali dell’ordinamento
democratico. Essa:
- tutela il
pluralismo culturale;
- garantisce
l’autonomia metodologica del docente;
- impedisce
l’imposizione ideologica da parte del potere politico.
L’etichettatura
ufficiale di una scuola introduce un elemento di pressione e di pregiudizio che
altera questa libertà, anche solo simbolicamente.
Principio
di eguaglianza (art. 3 Cost.)
L’eguaglianza
vieta discriminazioni fondate su opinioni politiche. Una denominazione che
classifichi un’istituzione scolastica per orientamento ideologico crea una
distinzione pubblica potenzialmente stigmatizzante.
La
scuola non è un soggetto politico da collocare nello spazio della competizione
partitica.
Imparzialità
della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.)
L’amministrazione
deve agire con imparzialità. Attribuire qualificazioni ideologiche a
un’istituzione pubblica contraddice questo principio.
Autonomia
scolastica e competenze
L’autonomia
delle istituzioni scolastiche è riconosciuta dall’ordinamento e comprende:
- autonomia
didattica,
- autonomia
organizzativa,
- autonomia di
ricerca e sperimentazione.
La
definizione dell’identità ordinamentale della scuola è materia regolata a
livello statale. Un ente locale non può ridefinire in senso politico la natura
dell’istituzione scolastica.
Un
simile intervento si porrebbe in tensione con il riparto costituzionale delle
competenze (art. 117 Cost.) e con il principio di legalità amministrativa.
Dimensione
europea e internazionale: perché “etichettare” le scuole collide con standard
sovranazionali
Unione
Europea: diritti fondamentali e cultura del pluralismo
Carta
dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea
- Art. 13 –
Libertà delle arti e delle scienze
La Carta tutela la libertà della ricerca e della produzione culturale e
scientifica, e con essa l’idea di scuola come luogo di conoscenza non
subordinata a “linee” politiche. Anche quando il testo parla
esplicitamente di arti e scienze, il suo senso sistemico è chiaro: la
formazione e la circolazione del sapere devono essere protette da
pressioni ideologiche e da meccanismi di controllo identitario.
Un’“etichetta” istituzionale (affissa dall’ente pubblico) che qualifichi
una scuola come “ideologica” agisce come segnale di
delegittimazione del lavoro culturale e scientifico che la scuola
svolge, insinuando in via preventiva che l’insegnamento non sia libero o
rigoroso, ma partigiano.
- Art. 14 –
Diritto all’istruzione
Il diritto all’istruzione non è solo accesso materiale: è accesso
a un’educazione di qualità, in un ambiente non discriminatorio,
orientato allo sviluppo delle capacità. Nel quadro europeo, questo implica
un contesto educativo che favorisca autonomia di giudizio, partecipazione
e competenze civiche, non un clima di sospetto e classificazione.
In questa prospettiva, “marchiare” scuole e comunità educanti per presunti
orientamenti politici non è un’informazione neutra: rischia di
produrre selezione per appartenenza, stigma verso studenti e
docenti, e quindi una compressione indiretta del diritto all’istruzione in
condizioni di eguaglianza.
Trattati
UE e valori comuni (cornice di sistema)
Senza trasformare l’UE in un “ministero dell’istruzione” (che resta competenza
degli Stati), il diritto europeo stabilisce un orizzonte valoriale: democrazia,
uguaglianza, Stato di diritto, diritti umani (art. 2 TUE). In quell’orizzonte,
l’istruzione è sostenuta come leva di cittadinanza e di coesione (art. 165
TFUE).
Da qui discende un principio pratico: ogni iniziativa pubblica che spinga la
scuola verso una segmentazione ideologica è in rotta di
collisione con l’idea europea di educazione come bene comune e come
“infrastruttura” democratica.
Consiglio
d’Europa: CEDU, diritto all’istruzione e divieto di indottrinamento
CEDU
– Protocollo n. 1, art. 2
Questa disposizione tutela:
1.
il diritto
all’istruzione;
2.
l’obbligo
dello Stato di rispettare le convinzioni religiose e filosofiche dei
genitori nell’educazione e nell’insegnamento.
Qui
sta il punto cruciale, spesso frainteso: il “rispetto delle convinzioni” non
equivale a un diritto dei genitori a imporre alla scuola un’etichetta o un
orientamento, né a pretendere una scuola “a immagine” della propria
appartenenza. La giurisprudenza della Corte EDU ha invece sviluppato un
equilibrio: lo Stato può e deve istruire, anche su temi sensibili (religione,
etica, sessualità, storia politica, diritti), ma deve farlo in modo pluralista e
non indottrinante.
Il
criterio guida della Corte EDU: insegnamento “obiettivo, critico e pluralista”
In varie decisioni, la Corte ha ribadito che l’istruzione pubblica deve evitare
finalità di indottrinamento e promuovere un approccio che consenta allo
studente di formarsi un giudizio autonomo. Tradotto in termini scolastici:
- si possono
insegnare contenuti controversi;
- si devono
presentare i temi in modo fondato, argomentato, aperto a più prospettive;
- non si può
usare la scuola per “plasmare” adesioni ideologiche.
Perché
l’etichettatura istituzionale è incompatibile con questo standard
Un’etichetta ufficiale apposta dall’autorità pubblica (“questa scuola è X”)
produce almeno tre effetti, tutti problematici rispetto al modello CEDU:
1.
Rovescia la presunzione di imparzialità
La scuola pubblica deve poter essere percepita come luogo di istruzione, non
come sede di “campagna”. L’etichetta, di per sé, suggerisce che l’insegnamento
sia orientato e quindi potenzialmente indottrinante, cioè esattamente ciò che
la Corte EDU chiede di evitare.
2.
Crea un “chilling effect” sul pluralismo didattico
Docenti e dirigenza possono sentirsi sotto sorveglianza politica e indotti ad
autocensurarsi su temi che invece rientrano pienamente nei compiti educativi
(Costituzione, diritti, storia, educazione civica, conflitti contemporanei). Il
risultato paradossale è che per “evitare l’accusa”, la scuola riduce il
confronto: l’opposto del pluralismo.
3.
Trasforma il diritto dei genitori in un meccanismo di
selezione ideologica
Il Protocollo tutela il rispetto delle convinzioni, non un “mercato” di scuole
classificate per orientamento politico. L’etichettatura può spingere verso una
scelta scolastica basata su appartenenze e paure, alimentando segregazione
culturale e sociale.
In
sintesi: la CEDU non chiede scuole “inermi” o silenziose sui temi civili.
Chiede scuole libere dal potere di indottrinare e,
soprattutto, libere dal potere politico di marchiare.
Sistema
ONU: educazione come sviluppo della persona e cultura dei diritti
Nel
diritto internazionale delle Nazioni Unite, l’educazione è pensata come diritto
fondamentale e come strumento di emancipazione, con finalità chiaramente
orientate (non partitiche, ma universalistiche).
Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani (art. 26)
Stabilisce che l’istruzione deve mirare al pieno sviluppo della personalità
umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà
fondamentali.
Patto
internazionale sui diritti economici, sociali e culturali – ICESCR (art. 13)
È una delle norme più importanti: indica che l’educazione deve consentire a
tutti di partecipare effettivamente a una società libera, promuovendo
comprensione, tolleranza e amicizia tra gruppi.
Patto
internazionale sui diritti civili e politici – ICCPR (art. 18, in particolare
18(4))
Riconosce libertà di pensiero, coscienza e religione e impone allo Stato di
rispettare la libertà dei genitori nell’assicurare l’educazione religiosa e
morale dei figli secondo le proprie convinzioni. Anche qui, però, la logica è
di rispetto e non discriminazione, non di etichettatura ideologica
dell’istituzione pubblica.
Convenzione
ONU sui diritti dell’infanzia – CRC (art. 29)
È centrale per la scuola: l’educazione deve sviluppare personalità, talenti e
capacità mentali e fisiche; promuovere rispetto dei diritti umani; preparare a
una vita responsabile in una società libera; educare alla comprensione, pace,
tolleranza, uguaglianza.
UNESCO
– Convenzione contro la discriminazione nell’istruzione (1960)
Rafforza il divieto di pratiche che producano discriminazione o segregazione
nell’accesso e nel percorso educativo.
Perché
la classificazione politica delle scuole è incompatibile con questa cornice ONU
Perché sposta l’asse dell’istruzione:
- dal diritto
del minore a sviluppare capacità e autonomia,
- al marchio su
un’istituzione,
- e alla
conseguente lettura “tribale” dell’educazione come appartenenza.
In
altre parole: gli strumenti ONU concepiscono l’educazione come infrastruttura
di libertà e diritti. L’etichettatura ideologica la riconfigura come terreno di
contesa, riducendo lo spazio psicologico e culturale necessario a crescere come
cittadini liberi.
Il
punto comune tra UE, CEDU e ONU
Pur
con linguaggi diversi, tutte queste fonti convergono su un’idea:
la scuola pubblica deve essere pluralista, non
discriminatoria, orientata allo sviluppo della persona e capace di trattare
anche temi controversi senza trasformarsi in propaganda.
Per
questo l’etichettatura “ufficiale” delle scuole è doppiamente inopportuna: non
solo impoverisce il dibattito democratico, ma si colloca fuori asse rispetto
agli standard europei e internazionali che chiedono alla scuola di essere,
prima di tutto, un luogo in cui si impara a pensare — non un luogo in cui si
viene classificati.
Analisi
pedagogica
La
scuola non è uno spazio di propaganda, ma nemmeno un luogo neutro nel senso del
disinteresse ai valori costituzionali.
Educare
significa:
- sviluppare
pensiero critico;
- fornire
strumenti di analisi;
- promuovere il
confronto.
Studiare
temi controversi non equivale a fare militanza.
Affrontare
questioni storiche, diritti civili, conflitti internazionali significa
esercitare la funzione educativa.
La
pedagogia democratica si fonda su pluralismo e metodo argomentativo.
L’etichetta
ideologica distrugge il pluralismo, perché presuppone una verità già data.
Analisi
psicologica
La
psicologia sociale mostra che la categorizzazione rigida produce:
- polarizzazione;
- conflitto
identitario;
- clima di
sospetto.
In
un contesto educativo, ciò compromette:
- la fiducia
tra scuola e famiglie;
- la serenità
degli studenti;
- l’autorevolezza
docente.
La
scuola deve essere un luogo sicuro, non un terreno di scontro simbolico.
Analisi
metodologica e didattica
Il
metodo didattico moderno si fonda su:
- analisi delle
fonti;
- distinzione
tra fatti e opinioni;
- confronto di
prospettive;
- costruzione
argomentativa.
Una
scuola etichettata viene percepita come partigiana prima ancora di essere
ascoltata.
Questo
danneggia la credibilità del processo educativo.
Contro
ogni strumentalizzazione
Le
strumentalizzazioni della scuola sono dannose indipendentemente dalla loro
provenienza. Non esistono strumentalizzazioni “buone” perché mosse da
intenzioni ritenute giuste, né strumentalizzazioni “accettabili” perché
coerenti con una determinata visione culturale. La scuola pubblica, per sua
natura istituzionale, non può essere trasformata in un dispositivo simbolico al
servizio di una parte. Ogni tentativo di piegarla a logiche identitarie – anche
quando si presenta come difesa di valori – altera il suo equilibrio
costituzionale.
È
inopportuno, prima di tutto, trasformare la scuola in terreno di battaglia
politica. Il conflitto democratico è legittimo e necessario nello spazio
pubblico, nei partiti, nei parlamenti, nelle assemblee elettive. Ma la scuola
non è un’arena. È un’istituzione educativa. Quando il linguaggio dello scontro
entra nella scuola, si produce uno slittamento pericoloso: l’insegnamento viene
percepito come schieramento, la lezione come presa di posizione, il confronto
come provocazione. In questo clima, l’autorità educativa si indebolisce e il
dialogo si irrigidisce.
È
altrettanto inopportuno usare la scuola come simbolo identitario. Le
istituzioni pubbliche non sono vessilli. Non rappresentano una parte contro
un’altra. La scuola rappresenta la Repubblica nel suo insieme. La sua identità
è giuridica e costituzionale, non politica. Quando la si trasforma in bandiera
– per esibirla o per contestarla – la si priva della sua funzione unificante e
la si colloca dentro una dinamica di appartenenze contrapposte.
Attribuirle
marchi ideologici significa ridurre la complessità del lavoro educativo a una
formula. Una scuola è una comunità: è fatta di docenti con sensibilità diverse,
di studenti con storie differenti, di famiglie plurali, di indirizzi culturali
che convivono nello stesso edificio. Ridurre tutto questo a un’etichetta è una
semplificazione che impoverisce e che, soprattutto, introduce una logica di
sospetto.
Ma
la vigilanza deve essere coerente: è necessario evitare anche che la scuola
diventi luogo di propaganda di qualunque segno. Difendere la libertà di
insegnamento non significa negare che possano esistere deviazioni o errori.
Significa affermare che la risposta a eventuali abusi non è la politicizzazione
dell’istituzione, ma l’applicazione delle regole professionali, degli organi
collegiali, dei meccanismi di responsabilità già previsti dall’ordinamento.
Orizzonte scuola