giovedì 27 agosto 2026

CLIMA E BENZINA

 


 Dalla crisi climatica

 al prezzo della benzina



-di Giuseppe Savagnone 

 

Il rilievo politico dimenticato della questione climatica

L’eccezionale ondata di caldo che in queste settimane ha messo in ginocchio l’Europa e l’Italia è stata oggetto di innumerevoli articoli e notiziari, ma è stata variamente interpretata. Se ne è spesso parlato come di una semplice ricorrenza periodica, già verificatasi in passato e che rientra esclusivamente nelle fisiologiche oscillazioni dei cicli naturali.

Una narrazione che, però, contrasta con quanto la comunità scientifica documenta da decenni. I dati e gli studi disponibili indicano con chiarezza che fenomeni di questo tipo rientrano in quel processo di progressivo riscaldamento del nostro pianeta che sta determinando lo scioglimento dei ghiacci sulle nostre montagne e, cosa assai più grave, nei due poli, determinando un innalzamento del livello dei mari, con la prevedibile scomparsa di intere città costiere.

È ancora la comunità scientifica a spiegare che questo allarmantissimo fenomeno è determinato – o almeno fortemente alimentato – dal ruolo dell’uomo, in particolare dall’uso dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale), che, quando vengono utilizzati, liberano grandi quantità di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera. La CO2 produce infatti “l’effetto serra”, lasciando entrare la luce del Sole, ma trattenendo il calore che la Terra sprigiona.

Il risultato di detto processo è un aumento della temperatura media della Terra di circa 1,4°C rispetto all’epoca preindustriale; il 2024 e il 2025 hanno addirittura superato la soglia di 1,5°C.

Se si parte da questa lettura, garantita dall’autorità della grande maggioranza degli scienziati, oltre a registrare i disagi per la soffocante calura e per i suoi effetti immediati sull’ambiente, è necessario porsi la domanda su ciò che gli esseri umani – e in concreto gli Stati – devono fare per fermare questa deriva.

Il problema è politico. E sorprende che di questo aspetto sui nostri mezzi di informazione si sia parlato pochissimo. Ha avuto immensamente più spazio, nell’attenzione dell’opinione pubblica, la questione dei flussi migratori, che, pur di grande rilievo, è meno decisiva per le sorti del nostro pianeta di quella climatica, da cui peraltro in parte dipende (è l’avanzare della desertificazione che spinge intere popolazioni ad abbandonare la loro terra).

Risposte politiche diverse

Le risposte politiche alla questione del riscaldamento globale, però, sono molto diverse. L’amministrazione di Donald Trump considera il cambiamento climatico «una bufala» e ha perciò incrementato la produzione di petrolio e gas, riducendo gli incentivi per le energie rinnovabili ed eliminando le normative federali che riconoscevano i gas serra come una minaccia per la salute e l’ambiente. Una scelta, quest’ultima, particolarmente grave, perché gli Stati Uniti sono al secondo posto, dopo la Cina, nell’emissione di CO2.

Da qui anche la scelta del governo americano di uscire dalla Convenzione quadro ONU sui cambiamenti climatici, a cui partecipano 198 Nazioni.

Opposta a questa linea è quella dell’Unione Europea, che nel 2019 ha lanciato il Green Deal, “il Patto verde”, fortemente voluto dalla Commissione Europea, sotto la guida della sua presidente Ursula von der Leyen, che ne ha fatto il pilastro centrale del proprio mandato politico. L’obiettivo del Green Deal era di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero al mondo.

L’idea di fondo era quella di poter svincolare la crescita economica dall’uso delle risorse naturali nel campo dell’energia, sostituendo i combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale, destinati prima o poi ad esaurimento) con le fonti energetiche rinnovabili (eolico e solare fotovoltaico).  

In linea con questo progetto, tutte le attività produttive avrebbero dovuto essere progressivamente orientate all’eliminazione delle emissioni di CO2. L’esempio più noto è quello dell’industria automobilistica, a cui veniva data la scadenza del 2030 per produrre nuove automobili che riducano del 55% queste emissioni, e quella del 2035 per una riduzione del 90%.

Di fatto l’Europa si è mossa con decisione in questa direzione. Oggi nel nostro continente circolano circa 5,7 milioni di auto elettriche. In Norvegia costituiscono praticamente la totalità delle nuove immatricolazioni; in Danimarca l’80,1%; in Finlandia il 52,6%; nei Paesi Bassi il 47,3%; in Belgio il 42,8%; in Svezia il 42,6%; in Francia il 35%; in Germania il 29,3%.

La posizione del governo italiano

Nel nostro Paese, invece, la quota è del 5,9%. E non è un caso. Perché il governo italiano è stato di fatto il più vicino alla linea di Trump nei confronti del problema del riscaldamento globale, spesso minimizzato come frutto di una visione ideologica, piuttosto che come un innegabile dato scientifico.

Di conseguenza, anche l’adesione al Green Deal – che Meloni e Salvini hanno ereditato dai governi precedenti, dopo la vittoria elettorale del 2022 – è stata costellata di riserve. La nostra premier, che già aveva attaccato «l’ambientalismo ideologico» nel suo discorso all’Assemblea generale dell’Onu, ha ripetutamente stigmatizzato con durezza le «follie verdi» che a suo avviso danneggiano l’industria italiana ed europea.

Alla vigilia del Consiglio europeo del giugno 2026, Meloni ha dichiarato in Senato che l’Italia continuerà a sostenere un «ambizioso percorso di riduzione delle emissioni». E, a questo proposito, la premier ha ritenuto di poter smentire le accuse di trascurare il problema: «Con il nostro governo abbiamo raggiunto il massimo storico di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili».

 Dall’altro, però, ha aggiunto: «Noi vogliamo abbandonare quell’approccio ideologico che ha caratterizzato la stagione del Green Deal, per abbracciare un pragmatismo serio e ben ancorato al principio di neutralità tecnologica» (formula con cui si intende un approccio flessibile che permette l’utilizzo di tutte le opzioni in maniera complementare, in base alla loro efficacia nel ridurre le emissioni).

Molto più esplicito il vice-premier Salvini, che in un’intervista ha dichiarato senza mezzi termini: «Un’Europa sana, domani mattina, come ha fatto Trump, cancella il Green Deal».

I fatti

Il risultato, di fatto, è che l’impulso dato da questo governo alle energie rinnovabili per produrre elettricità è rimasto abbastanza debole. In base al principio di neutralità tecnologica il governo Meloni ha prorogato l’utilizzo delle centrali a carbone fino al 2038; ha chiesto la sospensione dei cosiddetti ETS, il sistema europeo che impone un prezzo alle emissioni di CO2 per ridurre l’inquinamento e ha pressato l’UE per ottenere il rinvio dello stop ai veicoli inquinanti nel 2035, considerandolo «esempio di un approccio autodistruttivo».  

 Il fatto che si sia raggiunto oggi «il massimo storico di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili» è relativo all’Italia, ma non può far dimenticare il ritardo rispetto a ciò che si è fatto altrove.

Basta fare il confronto con un Paese per molti versi simile al nostro dal punto di vista climatico: in Spagna il fabbisogno di elettricità coperto da fonti rinnovabili, che era al 37% nel 2019, è passato al 55% nel 2025. In Italia, nello stesso arco di tempo, dal 40% siamo arrivati solo al 48%. Cosicché il nostro Paese ha il 44% dell’energia elettrica generata ancora da impianti a gas, contro il 19% della Spagna.

La ricaduta sui consumatori – famiglie e imprese – non è indifferente. Le energie rinnovabili consentono di abbassare molto i costi, e ciò sarebbe ancora più evidente per un Paese, come l’Italia, che deve importare dall’estero il 90% del gas che alimenta le sue centrali termoelettriche. Non stupisce che gli spagnoli paghino l’elettricità fra il 30 e il 40% in meno rispetto agli italiani.

Insomma, se l’Italia paga l’energia più degli altri Paesi europei è perché dipendiamo più degli altri dalle fonti fossili, dal gas in particolare.

La svolta dell’Europa sul Green Deal e il permanere delle differenze

Il punto è che anche l’UE, ultimamente, ha molto diluito il progetto del Green Deal. Le cause sono state molte. La guerra in Ucraina ha scatenato una crisi energetica che ha spaventato molti governi, spingendoli, invece che a schiacciare l’acceleratore sulle rinnovabili, a cercare nuovo gas in Algeria e negli Stati Uniti.

Nel frattempo, in seguito alle elezioni europee del giugno 2024, la composizione politica delle istituzioni dell’Unione Europea è cambiata, con una decisa virata a destra sia all’interno del Parlamento che della Commissione, frammentando la maggioranza di governo su cui von der Leyen aveva potuto contare quando, cinque anni prima, aveva lanciato il Green Deal.  Il suo stesso partito, il PPE, si è sempre più spostato a destra, sfruttando così la sua posizione cruciale per influenzare l’agenda legislativa e moderare le ambizioni iniziali del “Patto verde”.

Così, nel febbraio del 2025, l’UE ha varato, in sostituzione del più rigoroso piano precedente, il Clean Industrial Deal, che prevede una politica industriale più sostenibile, alla luce delle gravi difficoltà createsi per l’Europa sul piano internazionale. Come chiedeva l’Italia, la scadenza del 2035 per la conformità agli Standard sulle Emissioni è stata spostata di due anni, dando più tempo ai produttori di auto. Inoltre, con un importante cambio di rotta la Commissione ha approvato l’uso dei fondi Recovery and Resilience Facility (RRF) – originariamente destinati a sostenere l’azione per affrontare il cambiamento climatico, oltre che alla ripresa economica post-pandemia e alla digitalizzazione – per gli investimenti nella spesa militare, cosicché molti finanziamenti sono stati spostati sull’industria bellica.

Sebbene il governo Meloni abbia presentato questi cambiamenti come un’adesione alla linea dell’Italia, resta una notevole distanza tra il punto di vista del nostro Paese e il modo in cui l’Europa guarda alla questione climatica e alle priorità che essa comporta. Significativo il fatto che – cedendo alle reiterate pressioni del governo italiano, che chiedeva l’autorizzazione a sforare il Patto di stabilità per far fronte alla crisi energetica determinata dalla guerra con l’Iran –   la Commissione europea l’abbia concessa a patto che il maggiore deficit serva a promuovere investimenti volti ad accelerare la transizione dalle fonti fossili a quelle rinnovabili. Un implicito ammonimento e una precisa indicazione a un governo che i soldi avrebbe preferito spenderli per obiettivi più a breve scadenza.

Come quello di calmierare il prezzo della benzina, impennatosi in Italia più che altrove, data la scelta di continuare a privilegiare le auto tradizionali rispetto a quelle elettriche, perché la benzina e il gasolio derivano dal petrolio, il cui prezzo è molto aumentato con la guerra all’Iran. Così il nostro governo – che ha sempre contestato come ideologica la corsa alla liberazione dalla dipendenza dal petrolio, invocando il primato dei nostri interessi nazionali rispetto al bene comune del pianeta – si sta trovando a spendere miliardi per tamponare, senza peraltro riuscirci, una situazione di emergenza, in larga misura effetto di quella linea.

Un’occasione, forse, per chiedersi se davvero la ricerca dell’utile particolare a scapito del bene di tutti sia la scelta più vantaggiosa, per gli Stati come per i singoli.

www.tuttavia.eu

 Immagine

 


THE CHURCH AND THE A.I.

 

Filipino theologians explore

 how Church should

 respond to AI


As artificial intelligence increasingly shapes the way people work, communicate, learn and make decisions, two Filipino Dominican theologians are inviting the Catholic Church to look beyond the technology itself and ask a deeper question: How can AI be developed and used in ways that safeguard human dignity and serve the common good?

By Fr. Kasmir Nema, SVD, and Sr. Helen Ann Palacay, FMIJ – Manila

A new book, Artificial Intelligence and the Catholic Church: Challenges, Discernment and Hope in a Digital Age, explores the ethical, theological and pastoral questions raised by the rapid expansion of AI in society and in the life and mission of the Church.

Published by Claretian Communications, the volume is written by Leo-Martin Angelo R. Ocampo, OP, and Ivan Efreaim A. Gozum, OP, both faculty members of the Institute of Religion and research associates of the Center for Theology, Religious Studies and Ethics at the Pontifical and Royal University of Santo Tomas in Manila.

Drawing on theology, ethics and the social sciences, the authors approach AI not merely as a technological innovation but as a development that is transforming human relationships, work, education, communication, governance and social life.

Beyond fear and fascination

The book comes as the Catholic Church continues to deepen its reflection on the opportunities and challenges posed by artificial intelligence.

In his Encyclical Letter Magnifica Humanitas, Pope Leo XIV places AI and other emerging technologies among the defining “new things” of the present age. He calls for wisdom and shared discernment so that technological development remains oriented towards human dignity and the common good.

The Pope warns against both uncritical enthusiasm for technology and an unfounded fear of it. Instead, he calls for an approach rooted in human dignity, the preferential option for the poor, care for creation and the pursuit of peace.

At the heart of this discernment is a fundamental question: How can humanity remain fully human in an increasingly technological world?

Ocampo and Gozum take up this question throughout their book. Rather than asking simply whether AI should be accepted or rejected, they examine how it can be designed, governed and used in ways that serve people and communities.

Their discussion considers questions of freedom and responsibility, human relationships, education and employment, communication, governance and the common good. They also examine the implications of AI for religious education, pastoral ministry, evangelization and theological reflection.

For the authors, therefore, AI is not simply a technical issue. Its development raises fundamental questions about what it means to be human and about the kind of society humanity wishes to build.

‘Wisdom, moral clarity and evangelical hope’

In the book’s foreword, Cardinal José F. Advincula, Archbishop of Manila, describes artificial intelligence as “one of the most important transformations of our age.”

AI, he observes, is rapidly changing how people work, communicate, govern, learn and understand themselves. For the Church, this transformation calls not for withdrawal but for engagement.

The Church, the cardinal writes, is called to meet the challenges of artificial intelligence “with wisdom, moral clarity, and evangelical hope.”

He commends the authors for showing how the Church can accompany humanity faithfully as AI becomes increasingly woven into everyday life.

The volume has also received positive assessments from theologians beyond the Philippines.

Fr. Daniel Patrick Huang, SJ, coordinator of the Specialization in Missiology at the Pontifical Gregorian University in Rome, describes the book as a valuable introduction to artificial intelligence at a time when its impact on human life is becoming increasingly evident.

He highlights the authors’ attention to both the possibilities and risks of AI, as well as what he describes as their approach of “realistic hope,” which he associates with the Dominican intellectual tradition.

Stephan van Erp, OP, Professor of Fundamental Theology at KU Leuven and Professorial Fellow at Australian Catholic University, likewise describes the volume as “a timely and well-informed introduction to artificial intelligence.”

He particularly highlights the book’s exploration of AI’s implications for education and the economy, as well as its engagement with questions of truth, justice, human dignity and hope.

A Filipino voice in a global conversation

For Ocampo and Gozum, the conversation about artificial intelligence ultimately cannot be separated from the Church’s mission to defend human dignity and accompany people amid rapid social change.

Their work also reflects the growing engagement of Catholic theologians in the Philippines with questions emerging from the digital transformation of society.

As AI becomes increasingly embedded in everyday life, the challenge is no longer simply to understand what the technology can do. It is also to discern what human beings should do with it — and which values should guide those choices.

The new volume adds a Filipino theological voice to this global conversation, calling for technological progress to remain at the service of the human person, human relationships and the common good.

Vatican News

mercoledì 26 agosto 2026

IO E GLI ALTRI


 Galimberti: “I bambini sono figli dell’educazione. 

Io sono quello che gli altri mi hanno riconosciuto”. 

Quando una presenza può cambiare una vita


Il filosofo Umberto Galimberti ci spiega come un bambino impara chi è attraverso gli sguardi, le parole e le relazioni...

La Redazione

Siamo abituati a pensare che tutto cominci da noi. Prima ci siamo noi, con il nostro carattere, le nostre scelte, la nostra identità. Poi arrivano gli altri, è quasi naturale pensarlo. Eppure Galimberti rovescia questa certezza: “L’uno nasce dal due, l’uno non precede il due, è il contrario.” Quindi se il due viene prima dell’uno allora noi non siamo il punto di partenza.

Prima di sapere chi siamo, siamo già dentro un legame. Galimberti porta questa riflessione fino all’origine della vita: “Noi nasciamo dal corpo di una donna che quando è incinta è due: la relazione viene prima dell’identità.”

Prima ancora di poter pronunciare “io”, dunque, esiste un “noi”. Ed è quel “noi” che non scompare con la nascita.

Un bambino viene al mondo affidato a qualcuno. Ha bisogno di uno sguardo, di una voce, di una presenza. Ha bisogno di qualcuno che lo guardi e, attraverso quella relazione, gli restituisca lentamente un’immagine di sé.

“Infatti i bambini possono crescere solo in base alla relazione con i loro genitori, al riconoscimento. Io sono quello che gli altri mi hanno riconosciuto.”

È difficile leggere queste parole senza fermarsi. Perché se l’identità nasce anche nello sguardo degli altri, allora nessuno diventa completamente se stesso da solo.

Ci sono gli incontri, le parole, gli sguardi e le persone attraverso le quali, nel tempo, impariamo a riconoscerci. Ed è proprio per questo che Galimberti afferma: “Non è interessante come nasce un bambino ma come cresce. I bambini sono figli dell’educazione.”

Dunque, per Galimberti, non basta nascere. Bisogna crescere dentro le relazioni, dentro quel lento e misterioso processo attraverso cui una persona comincia a diventare se stessa.

Ed educare, allora, non significa soltanto trasmettere conoscenze. Significa entrare nella vita di un altro essere umano quando ancora molte cose di lui devono prendere forma.

Una parola può restare per anni. Uno sguardo può diventare una certezza. Un giudizio può trasformarsi in una ferita. Un incontro può cambiare la direzione di una vita.

E poi c’è l'amore. La relazione nella sua forma più vertiginosa. Quella in cui l’io, così abituato a sentirsi padrone di sé, scopre improvvisamente di non bastare più a spiegare ciò che gli accade.

Galimberti parla di follia d’amore. Ricorda anche l’origine della parola “entusiasmo”, dal greco enthusiasmós: il dio che smania dentro di te. Non è un caso che quando siamo innamorati diciamo: mi fai perdere la testa, mi fai impazzire. L’altro ci porta fuori dalla nostra misura.

E proprio lì può accadere qualcosa. “L’amore è sì inquietante ma anche profondamente generativo: quando l’io si è immerso nella propria follia, appunto grazie all’altro, riemerge rigenerato.”

C’è un paradosso bellissimo in queste parole: per ritrovare noi stessi, a volte dobbiamo perderci nell’altro. L’altro non ci completa semplicemente, ma ci modifica; ci costringe a guardarci da un punto di vista che prima non avevamo.

Ed è proprio questo che significa mettere il due prima dell’uno: non diventiamo noi stessi nonostante gli altri, ma anche attraverso gli altri.

La famiglia, gli amici, gli insegnanti, gli amori, tutte le persone che abbiamo incontrato non sono passate semplicemente nella nostra vita. Sono rimaste dentro di noi.

E allora, se “l’uno nasce dal due”, nessuno diventa se stesso completamente da solo.

Tecnica della Scuola

Immagine

martedì 25 agosto 2026

NEVE SHALOM WAHAT

 

    UNA SCUOLA 

DA 

SALVARE

Il Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam ha lanciato un appello per salvare la classe prima di quest’anno, che il Ministero dell’Istruzione israeliano rifiutava di approvare. Dopo 42 anni, questo modello di scuola che forma insieme bambini arabi ed ebrei è a rischio

Il Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam, fondato nel 1972 tra Gerusalemme e Tel Aviv, è un esempio di convivenza tra ebrei e arabi basato sull’accettazione, il rispetto reciproco e la cooperazione. A cominciare proprio dalla scuola. Che solo dopo lunghe trattative è stata salvata, ma la classe prima sarà totalmente a carico del Villaggio mentre le altre classi restano pubbliche.

Sino a pochi giorni dalla riapertura della scuola, infatti, il Ministero dell’istruzione israeliano rifiutava di approvare la classe prima di quest’anno. Proprio per questo, la portavoce del Villaggio, Samah Salaime, aveva lanciato un appello per chiedere il sostegno (anche internazionale) alla battaglia della famiglie di Neve Shalom Wahat al-Salam per salvare la loro primaria bilingue e binazionale. «Da 42 anni – scriveva Samah – la nostra scuola forma insieme bambini arabi ed ebrei. È uno dei modelli più antichi e importanti di istruzione bilingue e binazionale di Israele – un luogo in cui i bambini non si limitano a imparare la convivenza, ma la vivono ogni giorno. Non possiamo accettare una decisione amministrativa che minaccia questa continuità educativa e, in definitiva, il futuro di un’istituzione così unica». E aggiungeva: «Stiamo cercando di affrontare la questione con attenzione e responsabilità, ma non possiamo ignorare il contesto più ampio in cui operano oggi le organizzazioni che promuovono una società condivisa, la partnership arabo-ebraica e l’educazione alla pace. Ci preoccupa il fatto che questa lotta possa riguardare qualcosa di più del semplice numero di bambini iscritti a una classe di prima elementare: tocca lo spazio concesso alle istituzioni che promuovono una società condivisa e l’educazione alla pace nell’attuale clima politico».

Il Villaggio ha portato avanto una lunga trattativa, supportata da consulenti legali e da professionisti delle relazioni pubbliche e dei media, lavorando attraverso i canali politici, legali, pubblici e mediatici. «Nell’ambito di questo sforzo collettivo – precisava Samah – ho anche mobilitato i miei consolidati contatti con membri della Knesset, giornalisti e piattaforme mediatiche per portare la questione all’attenzione dell’opinione pubblica del Paese e della politica e per costruire sostegno alla nostra campagna».

Oggi finalmente è arrivata la risposta del Ministero dell’Istruzione, che soddisfa solo in parte le richieste del Villaggio, ma che permette almeno la continuità educativa. «Abbiamo ricevuto la conferma ufficiale dall’autorità scolastica locale che è stata concessa l’autorizzazione ad aprire una classe di prima elementare nella nostra scuola bilingue e binazionale per il prossimo anno scolastico. Si tratta di un risultato significativo, frutto di un’intensa campagna pubblica che ha coinvolto il nostro consiglio di istituto neoeletto, la comunità scolastica e i genitori, l’assistenza legale e l’impegno a favore dei diritti civili, il dialogo con i membri della Knesset e un’ampia copertura mediatica».

L’approvazione consente di aprire la classe a spese del Villaggio, il che rappresenta ora un’importante sfida economica. «Nonostante questo, ottenere l’autorizzazione ufficiale era essenziale per salvare la continuità della scuola e garantire che questo progetto educativo arabo-ebraico unico nel suo genere possa continuare a crescere».

La portavoce del Villaggio ringrazia «tutti coloro che hanno sostenuto, incoraggiato e sono stati accanto alla scuola nel corso di questa campagna. La determinazione della comunità ha fatto davvero la differenza. Ora possiamo concentrare le nostre energie sulla preparazione del nuovo anno scolastico e continuare a rafforzare la qualità, i valori e la sostenibilità a lungo termine della scuola. Grazie per averci sostenuto e per aver creduto nell’importanza di un’istruzione condivisa, bilingue e binazionale, specialmente in questo momento difficile».

Per maggiori informazioni e per contribuire alla campagna a sostegno della scuola primaria del Villaggio, è possibile contattare l’Associazione italiana amici di Neve Shalom Wahat al-Salam: it@nswas.info

 

IL RISVEGLIO DELL'AMORE


 De Mendonça: 

il Cantico dei Cantici 

risveglia l'amore



Un dialogo tra due poeti, il cardinale José Tolentino de Mendonça e Davide Brullo, il 24 agosto al Meeting di Rimini, ha fatto conoscere e ha approfondito il testo biblico nei suoi significati più profondi. Letture a cura dell’attore Giampiero Bartolini, moderazione di Annalisa Teggi

-di Eugenio Murrali – inviato a Rimini

Ascoltare e rileggere il Cantico dei Cantici è già una prima risposta all’invito di Papa Leone XIV. Come ha ricordato il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, richiamando il discorso del Pontefice ai partecipanti al Meeting di Rimini: “Papa Leone vi ha detto che al centro della proposta cristiana c’è la responsabilità di svegliare in ciascuno il desiderio. Noi siamo qui a parlare del Cantico dei Cantici per svegliare il desiderio di essere amati e di amare”. È fondamentale, allora, tornare a questo grande testo biblico, difficile, in un tempo in cui, come dice il titolo della sociologa Eva Illouz, si parla della “fine dell’amore”. Citando il celebre poema di W.H. Auden, de Mendonça ha affermato che come cristiani abbiamo la “responsabilità di dire la verità sull’amore”.

Il “rischio” di amare

La forza del Cantico dei Cantici è nella sua capacità di toccare in profondità, con nuda verità il cuore umano. “Come ricorda Papa Leone in Magnifica Humanitas – ha osservato il cardinale –, noi siamo in un momento nuovo della storia, perché per la prima volta le macchine imitano l’uomo nel discorso dell’amore. Le macchine non sentono l’empatia, l’affetto, l’amicizia, l’amore, ma sono capaci di simulare”.  E ha proseguito: “Nelle loro solitudini tanti credono che sia più facile rimanere sequestrati dalle macchine, che provare, rischiare, rapporti autentici d’amore”. Di qui il bisogno di "risvegliare il desiderio di essere amati e di amare".

Una nudità che brucia

Per il poeta Davide Brullo “la Bibbia e il Cantico in particolare sono il nostro testo, sono il nostro abito, che però non ci riveste, ma ci denuda”. Questa nudità, osserva, “ovviamente brucia”. Il poeta si interroga, si domanda se questo Cantico non sia altro che pura bellezza, inspiegabile, che chiede al poeta, a Dante stesso, ad esempio, di mettersi alla ricerca di parole nuove per dire l’indicibile, di forzare il verbo “come se fossi un ladro che enrtra dalla finestra”. Ecco che il Cantico diventa per Brullo “un inseguimento, una razzia, una grande caccia, oppure, una sequela”.

L’altissima dignità dell’essere umano

Il cardinale de Mendonça ha sottolineato come spesso il Cantico sia sembrato sorprendente per gli interpreti, un libro nel quale “la parola Dio è balbettata soltanto una volta”, un libro che parla della bellezza fisica, nel dettaglio, anche sensoriale, un libro, infine, che non appare in continuità con la poesia biblica e il suo lessico. E ha ripercorso alcune tra le molte ipotesi sulla sua genesi, da quella egiziana, a quella mesopotamica, a quella di canto dei matrimoni in area palestinese. Ha ricordato che l’enigma resta, ma che non bisogna mai dimenticare, interpretando questo testo, il suo contesto, il fatto che sia inserito nella rivelazione biblica. Ecco che allora se ne comprende il significato profondo: il Cantico ci insegna l’altissima dignità dell’essere umano.

La reciprocità

“Quando leggiamo il Cantico dei Cantici – approfondisce il cardinale – è impossibile non piangere di fronte a questo miracolo di bellezza, di verità che è l’essere umano”. Dalle sue parole apprendiamo inoltre la reciprocità dell’amore tra l’uomo e la donna, anche in un tempo in cui non c’era un rapporto sociale simmetrico tra i due sessi. Il Cantico dei Cantici va contemplato come “un’icona di amore”.

L’intimità

Con il Cantico si impara anche il senso profondo dell’intimità, quel che appartiene solo all’amato e all’amata, ma allo stesso tempo quell’amore è “cosmico”, ha una risonanza che lo trasforma in un cantico delle creature. L’amore è una nuova creazione, una nuova generazione.
Il cantico di amore, spiega de Mendonça, fa dell’uomo e della donna dei principi, ma allo stesso tempo ne fa dei mendicanti che cercano, che si cercano, nella loro insufficienza radicale: l’amore come ferita, ricerca, ascolto, solitudine condivisa, come preghiera.

Un inno della vulnerabilità

Il Cantico è libro sensuale e divino allo stesso tempo. La ragione è, per il cardinale, nel fatto che “niente è così disarmato e disarmante come l’amore, nella sua verità. È l’accettazione dell’incompiutezza, della vulnerabilità. È capire che la vita si costruisce nell’ospitalità dell’altro o non si costruisce”. Questa povertà estrema, accettata come la più alta gioia “ci aiuta a capire Dio, perché come dice San Paolo, Gesù essendo ricco si è fatto povero per riempire ognuno di noi della propria ricchezza.

Vatican News

Immagine


VALUTARE L'I. A.

 

Valutazione etica 

dell’intelligenza artificiale


Nel Dizionario della Dottrina sociale della Chiesa, Mirella Mistretti evidenzia che accanto alle norme sull’IA sarebbe necessario “implementare osservatori multidisciplinari di scienziati ed esperti indipendenti, linee guida operative, metriche epistemiche e di valutazione etica”

Mirella Mastretti*

Una delle sfide più rilevanti del nostro tempo consiste nell'orientare, governare e validare lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale affinché rimanga al servizio della persona e del bene comune. Accanto a grandi opportunità emergono rischi significativi, quali bias algoritmici, allucinazioni, opacità dei processi decisionali e concentrazione del potere tecnocratico, nel quale efficienza e automazione diventano criteri predominanti nelle scelte individuali e collettive.

La Dottrina Sociale della Chiesa offre criteri attuali per affrontare queste sfide. Papa Francesco ha più volte richiamato la necessità che l’innovazione tecnologica rimanga al servizio della persona e del bene comune. Nella Laudato si' ha evidenziato i rischi del paradigma tecnocratico, e più recentemente, Papa Leone XIV, con l'enciclica Magnifica Humanitas, ha enfatizzato l'aspetto antropologico ed etico. Ritengo che la sola regolamentazione normativa (ad esempio AI ACT) non sia sufficiente. È necessario passare dai principi ai processi, trasformando valori quali dignità umana, responsabilità e bene comune in criteri operativi e verificabili.

A tal fine penso che accanto alle norme, sia necessario implementare osservatori multidisciplinari di scienziati ed esperti indipendenti, linee guida operative, metriche epistemiche e di valutazione etica, come pure l'implementazione di strumenti concreti e indipendenti di validazione. Parallelamente, la ricerca dovrebbe anche promuovere paradigmi e architetture orientati alla trasparenza, alla spiegabilità e alla responsabilità, riducendo i rischi derivanti dall’opacità dei sistemi più complessi. La mia proposta riguarda anche l'adozione di un’etichetta etica volontaria per l’identificazione di sistemi e applicazioni coerenti con i criteri di tutela della persona, equità, inclusione e bene comune. L’obiettivo non è rallentare l’innovazione, ma orientarla verso uno sviluppo tecnologico realmente umano. Tale prospettiva risulta ancora più significativa alla luce della recente Magnifica Humanitas.

La proposta è stata presentata alla conferenza internazionale FCAPP nel maggio 2025, approfondita nel capitolo conclusivo del volume "Artificial Intelligence and Care of Our Common Home (Vita e Pensiero, 2025)" consegnato al Santo Padre il 5 dicembre 2025 e successivamente inserita come voce "Valutazione etica dell’intelligenza artificiale" del “Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Le cose nuove del XXI secolo".

*Ricercatrice e co-autrice volume “Artificial Intelligence and Care of Our Common Home”

Vatican News

domenica 23 agosto 2026

FIGLIO DI DIO

 


Sciogliere tutti-tutti da sé stessi,

 legarli tutti-tutti 

nell’abbraccio di Dio

 

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXI domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 22,19-23; Sal 137/138; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Gesù è ormai nel pieno della sua missione messianica. Attraversa le contrade della Palestina, su e giù, da oriente a occidente. Secondo il racconto che l’odierna pagina evangelica ci restituisce, talvolta egli scantona nei territori in cui risiedono i funzionari e i contingenti romani, là dove si parla, più che l’ebraico o l’aramaico, la koinḕ diálektos: una sorta di esperanto ellenistico, derivante dal greco classico ma pronunciato con tante diverse inflessioni dialettali, a Cesarea di Filippo specialmente quella latina, ma non solo. Oggi potremmo paragonarlo all’inglese, o più precisamente allo slang americano. Una lingua, in ogni caso, che rappresentava bene la complessità dell’impero di Cesare e il contrasto fra il tentativo di imporre ovunque la logica di Roma e la resistenza che a tale progetto opponevano le varie culture locali, a cominciare da quella greca. Per non parlare di quella ebraica, per la quale ogni cultura “pagana” era da aborrire, in particolare quella di cui erano portatori gli invasori romani.

Il Maestro di Nazareth s’è spostato, dunque, in un territorio in cui si nutre una certa aspirazione universalistica: gli sembra, probabilmente, il luogo più adatto per far emergere la vera indole del messianismo, smarcandolo dall’interpretazione nazionalistica che se ne dava allora in Giudea. La sua fama s’è sparsa dappertutto, perché egli insegna con autorità, compie prodigi eclatanti, incontra le persone e ne trasforma la vita, guarendole dai loro acciacchi e convertendone le intenzioni prima ancora che le azioni. Vuole, pertanto, appurare come venga compresa la sua “strategia” messianica. E per questo apre una discussione con i suoi discepoli, coinvolgendoli in quello che oggi considereremmo un sondaggio sociologico: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Essendo «Figlio dell’uomo» un titolo tipicamente messianico, che Gesù era solito attribuirsi, la domanda che egli rivolge ai discepoli vuol dire, appunto, “come viene interpretato il mio messianismo?”.

Le risposte censite dai discepoli potrebbero apparirci alquanto disparate. Esse, però, sono accomunate dal profilo marcatamente profetico che il messianismo di Gesù dimostra agli occhi della gente. La quale ancora non lo acclama come un re, alla stregua di un novello Davide, o come un nuovo giudice, magari alla maniera del famoso Jefte. Lo considera, invece, un grande profeta. Forse il Battista redivivo. Oppure la “reincarnazione” del principale degli antichi profeti, Elia. O, anche, di Geremia, il più eroico dei profeti d’Israele. Tutti personaggi la cui fine era stata misteriosa e, al limite, persino tragica. Elia era scomparso senza lasciare traccia di sé, rapito in cielo su un carro di fuoco, secondo la testimonianza resa dal suo allievo Eliseo, che era tornato dal deserto da solo e con sulle spalle il miracoloso mantello lasciatogli in eredità dal suo mentore. Geremia era stato quasi sicuramente liquidato violentemente dai suoi avversari: gli esperti d’antimafia parlerebbero di “lupara bianca”. Giovanni Battista era stato decapitato nelle segrete del palazzo di Erode e l’occasione futile in cui quel delitto era stato perpetrato non ne aveva dissimulato la gravità. Insomma, la gente sembrava voler dire che anche per Gesù non sarebbe andata a finire granché bene. O, comunque, che l’esito del suo impegno generoso restava un’incognita.

Sarebbe utile indovinare il tono con cui i discepoli riferirono al loro Maestro tutte quelle opinioni. Ho l’impressione che fosse un po’ ironico, quasi a voler dire che no, la gente non aveva capito niente. Non è detto che Gesù condividesse le loro perplessità. Tant’è che, nel brano evangelico di Matteo, subito incalza i suoi amici con un interrogativo più diretto, formulato con un timbro provocatorio nei loro confronti e riferito a se stesso in prima persona: «Ma voi, chi dite che io sia?». La risposta che Pietro gli dà, come portavoce dei suoi compagni, svela la discrepanza tra l’opinione dei discepoli e quella della gente comune: ci mancherebbe altro, sono loro che gli stanno vicino giorno e notte e che quindi lo conoscono come le loro tasche: «Tu sei il Cristo…». Tornerebbe utile indovinare anche il tono usato da Pietro nel dare questa risposta. Sarà stato certamente un tono squillante, sicuro, trionfale. Ed è per quel tono squillante, sicuro, trionfante, che Gesù infine «ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che era il Cristo» (e anche i paralleli di questo brano matteano, in Mc e in Lc, riportano il medesimo severo rimbrotto). Perché quel tono era completamente sbagliato e avrebbe indotto in errore, riguardo alla verità personale di Gesù, anche gli altri.

Difatti Gesù non si riconosceva in un messianismo trionfalistico. E dire con spensierata sicumera che egli è il Cristo, dando implicitamente a questo termine il senso che la tradizione ebraica comunemente gli attribuiva, significa affermare proprio quell’interpretazione ristretta da cui Gesù desidera smarcare il suo messianismo: egli non è semplicemente un profeta messo in fila con tutti gli altri profeti, ma non è neppure un duce destinato dalla Provvidenza a guidare una fronda politica o una ribellione armata contro i romani e i loro fiancheggiatori. Egli è sì l’unto del Signore, il Messia da sempre atteso, ma in un senso inedito e inaudito rispetto a quello che la parola “Cristo” all’epoca significava. Per questo sarebbe utile anche per noi indovinare il tono con cui pronunciarla. Ci metterebbe al riparo dall’equivoco dei discepoli e, nondimeno, dal sospetto che qualche studioso contemporaneo agita distinguendo nettamente Gesù dal Cristo, quasi che Gesù non si considerasse affatto il Cristo. Certamente egli non si considerava il Cristo come lo potevano considerare – impastoiati nei loro condizionamenti culturali e religiosi – i figli di quell’epoca e, tra di loro, anche gli apostoli. Ma non meno certamente egli andava maturando la consapevolezza di essere l’inviato del Padre suo, il Servitore di Adonai, il Messia mandato da Dio per la salvezza integrale delle persone, per la vita di tutti e non per la morte di alcuno, per la liberazione delle coscienze, per la giustizia nel mondo come pure per la giustificazione del mondo, anche al di là dei confini nazionali d’Israele.

Figlio del Dio Vivente

Sottolineando tutto ciò, non intendo negare che la risposta di Pietro sia stata perfettamente azzeccata. Pietro, almeno nella versione dell’episodio di Cesarea di Filippo che l’evangelista Matteo ci trasmette, ebbe la fortuna di aggiungere un’espressione che correggeva il senso complessivo della sua risposta, tanto da soddisfare Gesù: «…Tu sei il Figlio del Dio Vivente». Il senso teologico, espresso in queste parole, rettifica il (pur sempre possibile) fraintendimento politico del messianismo di Gesù.

E io devo correggere qui me stesso: Pietro non ebbe semplicemente la “fortuna” di aggiungere l’espressione teologica – Figlio del Dio Vivente – che restituiva alla missione del Cristo il significato più coerente con la persona di Gesù. Pietro ebbe, semmai, la “grazia” di corredare la sua risposta con la verità che gli veniva in quel momento «rivelata» da Dio Padre, come Gesù stesso con intima gioia gli spiega nel brano matteano. Deriva da questa docilità nel lasciarsi ispirare da Dio il “primato” che Gesù affida a Pietro: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del Regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Di nuovo bisogna indovinare il tono di questa frase. Interpretarla in senso trionfalistico è sbagliatissimo. Conferirle un senso ducesco è una iattura per la Chiesa, affidata piuttosto da Gesù a persone che, di generazione in generazione, devono mettersi al servizio di tutti gli altri nella comunità, vocate a esercitare un ministero straordinario: escogitare ad oltranza il modo più efficace per sciogliere tutti, ma proprio tutti, dai legacci che ci tengono lontani dal Padre e per sospingere tutti-tutti tra le sue braccia accoglienti.

www.tuttavia.eu