per condividerne
la vicenda pasquale
Riflessione di don
Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella solennità del
Corpus Domini (anno A)
Dt
8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58
Gli antichi sapevano che
per chiarire il senso autentico di un discorso oscuro, se ne devono
preliminarmente spiegare le parole-chiave: explicatio terminorum,
dicevano in latino. Ai nostri giorni, l’intelligenza artificiale ci aiuta a
fare qualcosa del genere quando consultiamo Google per conoscere il significato
di qualche termine che in un contesto può voler dire una cosa e in un altro
contesto può voler dire tutt’altra cosa: disambiguare, leggiamo in
tal caso sullo schermo del nostro computer o del nostro telefonino. È proprio
ciò che occorre fare anche nel discorso di Gesù riferito nell’odierna pagina
evangelica: disambiguare, chiarire il senso autentico dei termini che con
insistenza vi ricorrono.
«Pane», «cibo»,
«bevanda», «mangiare»: fanno pensare a ciò che è necessario per sostentarsi
quotidianamente, per poter «vivere». E, difatti, la «vita» è la dimensione che
anche Gesù rimarca, quale esito del mangiare: ci si alimenta per mantenersi in
vita. Sembra chiaro. Alimentare, del resto, fa rima con elementare, avrebbe
detto Sherlock Holmes al dottor Watson.
Tuttavia, gli
interlocutori di Gesù – a un certo punto – hanno l’impressione che egli cominci
a complicare i termini nel suo insegnamento. Il giorno prima aveva compiuto la
moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci per sfamare una folla immensa.
E ora presenta quella sua azione prodigiosa come un «segno» analogo a quello
offerto da Yhwh Adonai – che egli chiama sempre in causa dicendo “il Padre mio”
– allorché fece piovere nel deserto fiocchi di manna tra le mani degli
israeliti: «Diede loro da mangiare un pane dal cielo», narrano le Scritture
antiche. Ma la folla dei cinquemila, non lontano dal lago di Tiberiade, s’era
sfamata con i pani d’orzo e i pesci senza chiedersi da dove venissero o,
probabilmente, presumendo che il Maestro li avesse fatto acquistare dai suoi
discepoli, sborsando non meno – semmai anche più – di 200 denari. Un’impresa
magnanima, degna di un vero capo, che non spreme il popolo a colpi di tasse ma,
al contrario, spende i propri soldi in favore della sua gente. Quei pani e quei
pesci distribuiti a iosa non erano stati, perciò, percepiti come un «segno»,
bensì come un segnale di tipo politico, una dimostrazione di potere più che di
compassione. Non per niente lo cercavano tutt’attorno «per farlo re», annotano
gli altri evangelisti nel rievocare questo medesimo episodio narrato qui da
Giovanni. Gesù non si rassegna a un tale madornale fraintendimento. E per
spiegare come stanno davvero le cose, ne complica la descrizione: complicare,
stavolta, fa rima baciata con esplicare. Giacché – come intuiva il salmista
nell’Antico Testamento – l’unica Parola di Dio è dotata di una tale
sovreccedenza di senso da dover essere detta e ribadita, al fine di essere pure
udita e riudita, interpretata non solo secondo la lettera ma anche e
soprattutto secondo lo spirito custodito nella lettera.
Dunque, spiega Gesù, la
manna di Mosè non è vero pane. E, fin qui, è facile: gli ebrei erano
consapevoli che la manna non si ricava dalle spighe, non è fatta di farina di
grano. Ma più precisamente, per il Maestro di Nazareth, la manna non è “il”
vero pane, quello che sfama una volta per tutte, pur essendo il segno
dell’attenzione e della cura di Adonai nei confronti del suo popolo, ramingo
nel deserto durante i quarant’anni dell’esodo. Un simile significato avrebbero
dovuto cogliere coloro che s’erano sfamati con i pani moltiplicati da Gesù, per
giungere finalmente a comprendere che è lui stesso a impersonare l’attenzione e
la cura del Padre suo verso il popolo. Gesù si professa il vero pane, «il pane
vivo, disceso dal cielo». Vale a dire non semplicemente piovuto dalle nuvole
come un qualsivoglia fenomeno meteorologico, quasi brina mattutina al gusto di
miele. Piuttosto donato da Dio, da Colui – cioè – che è il Cielo. Gesù si
dichiara come la cura di Dio, la compassione del Signore per gli esseri umani:
un modo suggestivo per dire che è il messia. La qual cosa indispettisce scribi
e dottori della Legge.
Come se non bastasse, il
Maestro incalza: il pane, che egli è in persona sua, garantisce la vita eterna.
Ed è – pertanto – un alimento del tutto nuovo rispetto a ogni altro alimento,
persino rispetto alla manna dei tempi di Mosè: il pane vero, il pane del cielo,
è la sua «carne» (sárx), destinata ad assicurare al mondo intero la
vita, quella vera, quella stabile e sicura, quella per sempre, quella eterna,
quella divina, la «zōḗ» nel greco del Quarto Vangelo, non semplicemente quella
che scorre come acqua di ruscello e passa con la velocità di un soffio o
appassisce alla sera come un filo d’erba. La carne del Cristo è «vero cibo», il
suo sangue è «vera bevanda». Linguaggio figurato, questo, che ha la pretesa di
annunciare la verità, facendo del pane qualcosa che è ormai un di più rispetto
al segno profetico: il pane diventa “simbolo”, cioè legame reale ancorché
invisibile tra due dimensioni differenti ma non incompatibili. Paolo, lo
chiarirà scrivendo ai Corinzi, nel brano della seconda lettura di oggi: il pane
e il vino eucaristici – condivisi in ogni celebrazione del memoriale pasquale –
sono la nostra «comunione» (in senso forte, stretto, profondo, radicale: «koinōnía»)
col corpo e col sangue del Cristo.
La carne irrorata di
sangue – il corpo nel suo insieme –, indica la vicenda personale di Gesù: la
sua missione messianica, la sua Pasqua, alla quale egli è vocato dal Padre suo.
Anche quest’espressione risulta ambigua agli orecchi dei capi del popolo: «Come
può costui darci la sua carne da mangiare?». Non capiscono il significato di
«carne» e di «sangue». E non afferrano il senso più pieno di «mangiare».
Mangiare la sua carne e bere il suo sangue – lascia intendere Gesù –
equivalgono a sperimentare un’intima e reciproca compresenza: «Chi mangia la
mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». Sperimenta, insomma,
una comunione. E significa, altresì, «vivere per»: come Gesù vive «per il
Padre», grazie a Lui, stando in rapporto con Lui, ugualmente chi mangia della
sua carne e beve del suo sangue potrà vivere «per» Gesù, in virtù del rapporto
instaurato con il Cristo.
A questo punto emerge
dalla liturgia della Parola, proclamata nella solennità del Corpus
Domini, un dato fondamentale: l’eucaristia non è una “cosa”, bensì
un’azione. E non un’azione individuale, bensì personale e perciò
interrelazionale: una relazione comunitaria e, più a monte, comunionale.
Nell’azione eucaristica si celebra tutti insieme il memoriale della Pasqua del
Cristo e si partecipa della comunione d’amore che da sempre e per sempre
sussiste pneumaticamente tra il Padre e il Figlio suo.
Riconoscere che
l’eucaristia non è una cosa ma un atto, un’azione, e più precisamente
un’interrelazione (cioè una relazione di qualità agapica, connotata dal
carattere della reciprocità), vuol dire inoltre smarcarsi da quello che
potremmo chiamare il consumismo eucaristico: il culto eucaristico è inautentico
se ci si limita a viverlo come mera ingestione della particola consacrata
(dentro la messa e, ancor peggio, fuori della messa); e non è meno compromesso
nella sua autenticità se ci si limita a portare, pur solennemente – com’è
giusto che avvenga – l’ostia santa dentro ostensori d’oro e d’argento per le
strade principali della città con al seguito i notabili locali schierati in
bell’ordine a prescindere dal fatto essenziale se essi credano o meno nell’Esserci
effettivo di Cristo tramite l’eucaristia. Resta irrimediabilmente ambiguo –
come faceva notare a suo tempo don Lorenzo Milani in un paragrafo severo del
suo libro Esperienze pastorali – portare in processione il
Santissimo Corpo del Signore schivando i sobborghi più periferici e i vicoli
più umili o malfamati e fors’anche più pericolosi delle nostre città e dei
nostri paesi. È il motivo per cui don Pino Puglisi faceva snodare le
processioni da lui guidate per strade “difficili” di Palermo, come via Hazon,
accompagnando così il Cristo eucaristico nel cuore di un quartiere vessato
dalla mafia, qual era Brancaccio, senza fare soste ossequiose sotto i balconi
dei boss del posto e, in tal modo, evidenziando il senso vero della sovrana
presenza redentrice del Signore in mezzo a noi.