martedì 13 gennaio 2026

FIGLI CHE MUOIONO


 LA STRAGE

 DI CAPODANNO 

CI

 INTERROGA




Alessandro D’Avenia


Affrontiamo la morte altrui con paura, dolore, tristezza, rassegnazione, rabbia, ma se a morire sono dei giovani, e per di più tragicamente, sembriamo sprovvisti del sentimento adatto ad affrontare una realtà che interrompe il corso «naturale» della vita: i figli non dovrebbero morire prima di chi li ha generati. Esiste la parola per chi perde i genitori (orfano), ma non quella per chi perde un figlio/a, un fratello, una sorella. Un vuoto emotivo e semantico tipico del mistero: ciò che non si riesce a nominare non si riesce a controllare, ci spiazza e ci chiede di rimanere aperti, di cercare, di crescere. La morte «anzitempo» svela la nostra concezione quantitativa della vita: più dura, meglio è. Ma longevo non è affatto sinonimo di felice, come ripetevano i Greci «Muore giovane chi è caro agli dei», perché la vecchiaia comporta dolore e fatica. Ma neanche giovane è sinonimo di felice, come sapeva Leopardi: «I giovani soffrono più che i vecchi e sentono molto più di questi il peso della vita nella impossibilità di adoperare sufficientemente la forza vitale» (Zibaldone). Non è questione di anni, ma di vita negli anni. E quando la vita è viva? Quando non temiamo di morire cioè attingiamo a una vita già eterna, indistruttibile. E come si arriva a questo livello, a prescindere dall'età? Quando si frequenta il livello a cui appartiene: quello spirituale. Che cosa è? Dove si trova?

Gli animali sono pura natura, non hanno vita spirituale, non vogliono essere immortali né capire la vita, vivono e basta. In qualsiasi momento sono pronti a morire: l'istinto li porta a fare esattamente quello che devono. La morte li può cogliere di sorpresa, ma mai impreparati, a causa di rimpianti o rimorsi. In noi c'è qualcosa di più. Noi non agiamo per istinto, ma per scelta, tanto che possiamo sacrificare la vita per salvare quella altrui (come ha fatto qualcuno nell'incendio di Capodanno) o addirittura togliercela, cioè andare contro lo stesso principio di natura. Questo perché per noi vivere non è solo respirare, noi vogliamo sentire e capire la vita, vogliamo abbia senso e verità, vogliamo rischiarla, impegnarla per qualcosa che non sia il suo mero procedere, non ci basta farla durare fino a stancarsi come i mitici Iperborei: «Popolo incognito, ma famoso; ai quali non si può penetrare, né per terra né per acqua; ricchi di ogni bene, potendo essere immortali, perché non hanno infermità né fatiche né guerre né discordie né carestie né vizi né colpe, tuttavia muoiono tutti: perché, in capo a mille anni di vita o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano» (G. Leopardi, Dialogo di un fisico e di un metafisico). In noi c'è qualcosa di più radicale del dettato di natura (conservarsi e riprodursi), siamo «a immagine e somiglianza di Dio» per usare le parole della Genesi, un modo di dire che in noi c'è una vita spirituale, da cui dipende quella biologica, altrimenti il sistema immunitario non dipenderebbe anche da quanto siamo stati accarezzati e chiamati (cioè amati) nei primi mille giorni di vita. 

I tragici eventi di Capodanno mi hanno riportato a uno dei miei film preferiti, The Tree of Life di Terrence Malick, in cui una giovane coppia perde uno dei tre figli, giovanissimo. In apertura la madre, una superba Jessica Chastain, ricorda ciò che ha imparato da bambina: «Ci sono due vie per vivere. La via della natura e la via della grazia, e tu devi scegliere quale seguire». Nel film lei segue la via della grazia, mentre il marito (un ruvido Brad Pitt) quella della natura. La grazia mette al primo posto la capacità di amare, la natura quella di affermarsi. E così entra in scena Jack (da adulto un perfetto Sean Penn), il fratello maggiore del ragazzo morto, in crisi da sempre per quel lutto e combattuto tra le due vie, come tutti noi impauriti dalla morte ci rifugiamo nel controllo anziché nell'amore. La via della natura teme la morte, quella della grazia no, la prima lotta per non morire, la seconda per amare. Malick attinge al padre Zosima dei Fratelli Karamazov: «Bisogna ricorrere alla forza o all'umile amore? Decidi sempre per l'umile amore. Se deciderai per quello una volta per tutte, potrai conquistare il mondo intero. L'umiltà amorevole è una forza terribile, la più potente di tutte, non c'è niente che le stia alla pari». Non a caso nel film, una delle meditazioni interiori della madre riassume un passaggio del romanzo di Dostoevskij che precede di poco le righe citate sopra: «Amate tutte le creature, l'intera creazione come ciascun granello di sabbia. Amate ogni foglia, ogni raggio divino. Amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa. Se amerete ogni cosa, in ogni cosa coglierete il mistero di Dio. E una volta che lo avrete colto, lo comprenderete ogni giorno di più, giorno dopo giorno. Arriverete, finalmente, ad amare tutto il mondo di un amore onnicomprensivo, totale». Amare come ama Dio è la via della grazia, la via dell'essere vivi a ogni età, ed è un dono che Dio dà a tutti ma che si attiva solo in chi decide liberamente di riceverlo. E così un 15enne può essere più vivo di un 85enne o viceversa, dipende dalla sua vita spirituale, cioè il diventare se stessi attraverso l'amore e non attraverso la potenza. 

Educhiamo i ragazzi ad affermarsi, a realizzarsi, cioè a diventare «reali» (come se non lo fossero già) attraverso la «potenza» e la potenza è «dei grandi», coloro che hanno potere sulle cose, cioè li educhiamo secondo il paradigma della tecnica: prodursi, essere auto-efficienti, darsi la vita da soli, allontanare la morte fino a credere di farla sparire. Invece dovremmo educarli a dare la vita, cioè amare ogni cosa, questo permette di non temere la morte, perché si è vivi di una vita che non è solo quella naturale. Come facciamo a non sentire che la vita non ce la siamo data da soli ma è qualcosa a cui attingiamo e non che possediamo? Quale regalo migliore si può allora fare a un figlio se non quello di liberarlo dalla paura di morire insegnandogli ad amare? In un punto del film che uso come preghiera, alle domande della madre: «Signore, perché? Dove eri tu? Sapevi? Chi siamo noi per te? Rispondimi», seguono le straordinarie immagini della creazione accompagnate dalle note di uno struggente requiem moderno (il Lacrimosa di Preisner). 

La bellezza del creato, trasposizione visiva della risposta di Dio a Giobbe nel libro omonimo della Bibbia, citato in apertura del film, dice per immagini: «Fidati». La bellezza non ha senso ma dà senso, mostra che il peso dell'esistenza non si misura in quantità di anni ma di amore: siamo vivi se siamo amati e amiamo. E allora non conta l'età o chi siamo per il mondo, ma se siamo vivi, come nel finale del film di Malick che non mostra un «aldilà», ma un «al di dentro»: Jack, dopo tanto vagare e soffrire nella via della natura, per la quale la morte è un muro contro cui si sbatte di continuo, sceglie la via della grazia. Al di fuori lo spettatore vede un sorriso, ma al di dentro scorge una spiaggia infinita, immersa nella luce su cui la madre cammina, uno spazio interiore che niente può strappargli: la vita di Dio in lui, che in mancanza di termini più precisi chiamiamo «amore». Lo dice Giovanni in uno dei passi potenzialmente più rivoluzionari della letteratura: «Dio è amore: chi sta nell'amore abita in Dio e Dio abita in lui» (1Gv 4), cioè l'amore è il livello di vita che ci unisce a Dio, e questa unione che ci rende un «io» irripetibile, perché solo un essere che si sente amato può diventare se stesso, diventa poi un «noi» che vince la separazione che il mondo crea per paura e rende gli uomini una cosa sola, perché gli «io» riconoscono la stessa immagine divina negli altri e prendersene cura è salvare se stessi. Un circolo vitale che la natura non conosce, eppure continuiamo ad affidarci solo alla sua via, così deludente ed esclusiva rispetto a quella della grazia, che è per tutti.

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine

FRANCESCO D'ASSISI


San Francesco d’Assisi 

A 800 anni dalla sua morte




- di P. Giuseppe Oddone*

Il contesto storico

Nel 2026 ricorre l'ottavo centenario del "transito" di San Francesco (1226-2026): è questa un’occasione preziosa per riflettere sulla sua importanza storica, religiosa, letteraria. Egli infatti non appartiene solo al Medioevo; egli è un “uomo per tutte le stagioni”, un santo che ha saputo riparare una Chiesa e una società che stavano perdendo il senso dell'essenziale ed anche oggi continua a proporre un modello di vita individuale e sociale ispirato ai valori del Vangelo.

Francesco nasce e vive (1182-1226), come sta avvenendo anche oggi, in un cambiamento di epoca nel passaggio dalla società e dall’economia feudale a quella mercantile dei Comuni. In un mondo che cominciava a misurare tutto sul denaro e sul possesso, egli sceglie la minoritas, il farsi piccolo per servire Dio e i fratelli. Storicamente, il movimento religioso da lui suscitato rappresenta la risposta più alta alla crisi del suo tempo. Non contesta l'autorità con le armi o con l'eresia distruttiva, ma con la forza della sua testimonianza di vita.

Francesco rimane per i giovani del nostro tempo il modello del pensiero critico, inteso come capacità di abitare il proprio tempo senza farsi omologare dalle logiche di potere e consumo.

La testimonianza religiosa

Religiosamente l'importanza di Francesco risiede nella sua radicale conformità a Cristo e nell’amore a tutta la creazione. Dalla spoliazione davanti al vescovo Guido fino alle stimmate ricevute sulla Verna, la sua vita è uno specchio vivente del Vangelo. Egli ha ricordato al mondo che la santità non è astrazione, ma carne: è baciare il lebbroso, è dialogare con il Sultano in piena crociata, è farsi "piccolo" tra i piccoli, è amare l’universo e tutte le creature. Esorta tutti a vedere nella persona più povera il volto di Cristo. Il Cantico delle creature e la sua importanza letteraria. Tralasciando altri aspetti della vita di Francesco, è importante far risaltare la sua importanza anche nella storia della letteratura italiana. E’ proprio una sua poesia, il Cantico delle creature, il primo testo letterario della nostra lingua: ma esso non è solo una poesia; è una specie di manifesto teologico ed antropologico, una riflessione su Dio, sull’uomo, sulla società, su tutta la creazione. Fu scritto nella primavera del 1225, ma le ultime tre strofe furono aggiunte secondo alcune testimonianze nel 1226 poco prima della sua morte.

Il Cantico nasce in un momento di estrema sofferenza. Francesco è quasi cieco, malato, tormentato dalle piaghe e dalle tensioni interne all'Ordine e si è rifugiato in San Damiano presso Chiara e le sorelle. Eppure, proprio nel buio fisico, scaturisce la lode più luminosa. Non è comunque un testo improvvisato: è la testimonianza di una vita tutta spesa nella lode gioiosa rivolta al Signore e nello stupore di fronte alla bellezza del creato.

La creatività poetica e la speranza religiosa non nascono dall'assenza di problemi, ma da uno sguardo costantemente trasfigurato dalla grazia. Ecco il testo completo: Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e ’honore et onne benedictione. Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare. Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione. Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle. Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento. Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte. Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba. Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengon infirmitate et tribulatione. Beati quelli che ’l sosterrano in pace, ca da te, Altissimo, sirano incoronati. Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali; beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ’l farrà male. Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate et serviateli cum grande humilitate.

San Francesco loda Dio con amore e con gratitudine per tutte le creature: notiamo i tre aggettivi iniziali.

È Lui l’Altissimo davanti al quale dobbiamo vivere in atteggiamento di umiltà e di rispetto delle sue opere; prima di tutto per le creature del cielo: il sole che di Lui Altissimo porta significazione, la luna, le stelle, il vento, il sereno, la pioggia. Poi per le creature della madre terra: l’acqua, il fuoco, le piante, le erbe, i fiori, i frutti. Dio è l’Onnipotente creatore e siamo invitati a rispettare le sue “santissime voluntadi” nella vita e nella morte, è Lui l’unico veramente Buono e tutte le creature sono viste nel loro aspetto di bontà e di bellezza: la terra è madre, sorelle la luna, le stelle, l’acqua, la morte corporale; fratelli il vento, il tempo atmosferico, il fuoco, tutti elementi accompagnati da aggettivi che ne esaltano la bellezza e persino il valore morale: l’acqua è umile e casta, il fuoco giocondo, robustoso e forte.

Che valore ha la preposizione “per”, che ritorna per ben dieci volte? È complemento di agente, di causa, di fine, di mezzo? Sicuramente il “per” richiama la formula liturgica “per Dominum nostrum Iesum Christum” con cui ci si rivolge al Padre chiedendo l’intervento di Gesù mediatore. E’ un complemento di mediazione, se così si può chiamare. Il sole, la luna, le stelle, l’acqua, il fuoco e la terra, partecipano della mediazione di Cristo, sono a Lui profondamente collegate. Perciò dobbiamo amarle e prendercene cura e non fare del creato un esclusivo oggetto di uso e di dominio.

È significativo che l’amore per la natura sia messo in relazione nella seconda parte con la nostra vicenda umana, con sorella morte, con i fratelli che soffrono, che perdonano, che concludono la vita nella volontà di Dio. L’amore per la natura, creatura di Dio, non è completo se non si estende alla volontà di Dio ed all’amore per tutti i fratelli.

Al Cantico delle creature – e questo ne sottolinea l’importanza – si ispira l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco nel presentare la bellezza ed il rispetto della nostra madre terra: egli afferma che non sono solo i cambiamenti climatici a guastare la bellezza del creato, ma piuttosto la sua profanazione, ossia lo sfruttamento insensato delle risorse naturali, la distruzione delle foreste, l’inquinamento della terra, dell’acqua, e dell’aria, e lo sfruttamento irrazionale del territorio, le monoculture, la perdita della biodiversità, il consumismo ossessivo, la cultura dello scarto. La crudeltà verso la natura e gli animali si trasferisce poi agli uomini. L’autentico amore per il creato fa sì che sia rispettata tutta la scala dei valori nell’amore per il territorio, le piante, gli animali, la vita umana dal concepimento fino al suo termine naturale.

 La persona umana è segnata dal peccato ed è libera: ha la possibilità di tutte le possibilità, cioè di elevarsi fino a Dio oppure di rifiutarlo e di abbrutirsi nella lontananza da Lui, nell’egoismo, nella rapacità, nel più ossessivo consumismo.

 Rilettura della vita di San Francesco: Dante

La vita e il messaggio di San Francesco continuano a ispirare un po’ tutte le arti: l’architettura, la pittura, la scultura, la musica, il cinema, la poesia. Dante ha dedicato un canto intero del suo Paradiso, l’undicesimo, per esaltare la grandezza di Francesco: lo definisce un principe “tutto serafico in ardore” (Par. XI, 37), una guida destinata dalla Provvidenza divina a ricondurre la Chiesa, sposa di Cristo, verso il suo Diletto “che disposò lei con sangue benedetto” (Par. XI, 33), costruisce una specie di equazione: Cristo sta alla Chiesa come Francesco alla povertà, sovrapponendo la figura di Cristo a quella di Francesco, anche lui “sol oriens” (Cfr. Par. XI, 54), sole primaverile che sorge per far rifiorire la terra, e con una punta polemica indica che la povertà scelta da Francesco come sposa deve essere stile di vita per tutta la Chiesa, tentata dalla mondanità e dalla ricchezza. La figura di Francesco, oltre che dalle nozze con madonna povertà alla presenza del padre e del vescovo, è caratterizzata anche dal suo incessante movimento, da Assisi a Roma per ottenere i due primi “sigilli” o approvazioni al suo movimento religioso, lui “pusillo” sì, cioè umile e guardato addirittura con disprezzo, ma “regalmente” (Par. XI, 91) come un re espone la sua dura regola a Innocenzo III, e come un “archimandrita” (Par. XI, 99) ossia come il primo tra i pastori di anime, davanti al Papa Onorio III ottiene la definitiva approvazione al suo Ordine; dall’Italia va in Egitto per tentare di convertire il Sultano, dall’Egitto rientra nuovamente in Italia all’eremo della Verna, dove “nel crudo sasso intra Tevero e Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo” (Par. XI, 106.107), ossia le stigmate che lo configurarono a Cristo. 

Francesco è presentato da Dante assieme a San Domenico come un santo attivo, un “campione”, ossia un lottatore innamorato di Cristo, della Chiesa, della povertà gioiosa alla quale fu fedele fino alla morte, spirando nel suo grembo “e al suo corpo non volle altra bara” (Par. XI, 117) esprimendo ai suoi frati il desiderio di essere sepolto nudo nella nuda terra. Dante vedrà con i suoi occhi Francesco nella mistica rosa del Paradiso, in una posizione di rilievo nella linea di demarcazione dei santi che segnano la distinzione fra i beati dell’Antico e del Nuovo Testamento: proprio sotto il trono del grande Giovanni Battista c’è Francesco e sotto di lui San Benedetto e Sant’Agostino e via via altri santi scendendo di giro in giro. Questa visione significa che Dante ritiene Francesco il santo più importante della storia del cristianesimo, più di San Benedetto e di Sant’Agostino.

Rilettura della vita di San Francesco: Giosuè Carducci

Anche il laico ed anticlericale Carducci sentì il fascino di San Francesco ed a lui dedicò questo sonetto dal titolo “San Francesco o Santa Maria degli Angeli”. Frate Francesco, quanto d’aere abbraccia Questa cupola bella del Vignola Dove incrociando a l’agonia le braccia Nudo giacesti su la terra sola! E luglio ferve e il canto d’amor vola Nel pian laborïoso. Oh che una traccia Diami il canto umbro de la tua parola, L’umbro cielo mi dia de la tua faccia! Su l’orizzonte del montan paese, Nel mite solitario alto splendore, Qual del tuo paradiso in su le porte, Ti vegga io dritto con le braccia tese Cantando a Dio — Laudato sia, signore, Per nostra corporal sorella morte!

Il sonetto, inserito nella raccolta Rime Nuove, è un esempio magistrale di come il poeta profano e paganeggiante riesca a cogliere la novità della morte di Francesco, proiettandolo poi risorto e vivo nel paesaggio dell’Umbria. Nella prima quartina egli si rivolge a Francesco, si sintonizza con lui e lo sente come un fratello; rivede nella pianura di Assisi la bella cupola di Santa Maria degli Angeli, nella quale è contenuta la cappella della Porziuncola, ai tempi di Francesco una capanna ove egli volle morire, nudo sulla nuda terra, incrociando nell’agonia le braccia. Lo descrive nello scandalo della sua morte gioiosa. Francesco muore sulla «terra sola», nudo, nella povertà totale: povertà che non è rito, perché è fede; povertà che è umiltà, e non è posa: perché è gioia. Nella seconda quartina il poeta precisa il tempo della sua prima ispirazione. Era il luglio del 1877, precisamente il 22 luglio, quando aveva visitato Assisi, trovandosi a Perugia come commissario per gli esami della licenza liceale di quella città (Epist. XI, 53). L’estate era nel suo pieno calore; nei campi si lavorava e si cantavano canti d’amore. Nelle parole del canto umbro il poeta cerca un eco, una traccia della parola del santo, “la tua parola”, e nel cielo dell’Umbria un riflesso del volto di Lui, “la tua faccia”, la faccia di Francesco morente e risorto. Nelle due terzine si completa la fusione tra il paesaggio umbro e la figura del santo.

 Il paesaggio è riempito dalla sua presenza.

Francesco si staglia alto e diritto con le braccia aperte sull’orizzonte dei monti come alle porte del Paradiso in un mite solitario alto splendore e canta a Dio e lo loda “per nostra corporal sorella morte”. La spiritualità di Francesco si diffonde nella bellezza del paesaggio e nella luce. Francesco non è nel paesaggio, è lui stesso il paesaggio dell’Umbria. È importante tuttavia notare che il Carducci si rivolge a Francesco, l’unico poeta che ha definito la morte “nostra sorella”, e trasformi il trapasso di Francesco in un trionfo di luce, mentre in altre poesie egli descrive abitualmente la morte con sgomento come privazione di amore, di calore, di luce, di parola, di speranza. (Cfr. Pianto antico). La morte di Francesco è tutt’altro: è solare, gioiosa e luminosa, tale da fondersi con la vita, con tutto il mite e dolce splendore dell’Umbria.

Nella lettera del 23 luglio 1877 sopra citata, indirizzata a Lidia, la sua musa ispiratrice, tra il serio ed il faceto, il Carducci esprime così i suoi sentimenti verso San Francesco in forma di preghiera: “O santo padre, San Francesco, se voi che foste tanto buono, che convertiste anche il lupo, se voi che amavate gli uccelli e gli alberi e chiamavate sorella la luna, se voi foste vivo e intercedeste per me, chi sa che non mi convertissi anch’io. Voi certo avreste pietà di me e mi vorreste bene come al lupo, e mi chiamereste fratello lupo! E io, povero lupo, verrei quassù e accovacciato sotto questi archi solenni, in cospetto a questa Umbria verde e mite, io penserei visi di madonne e glorie di angeli sfumanti tra le nuvole candide e rosee su quei monti laggiù nel cielo turchino… O serafico padre, se voi foste vivo, io mi confesserei a voi, e poi farei penitenza all’ombra di un pino, presso un’acqua corrente; e poi canteremmo insieme delle laudi… quest’oggi sono in vena serafica”.

È una testimonianza di come Francesco continui a parlare in ogni tempo ai credenti e ai non credenti, suscitando in tutti il desiderio dell’incontro con Dio o la nostalgia di Lui, e continui a illuminare con il suo amore per Dio, per gli uomini, per il creato il significato della nostra vita e soprattutto della nostra morte, ricolma di gioiosa speranza, perché essa conduce alle porte del Paradiso.

*Assistente Ecclesiastico Nazionale AIMC e UCIIM

CEI


sabato 10 gennaio 2026

BATTESIMO DI GESU'

 


La giustizia di Dio

 si manifesta 

come grazia


 

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nel Battesimo del Signore (anno A)

Is 42,1-4.6-7; Sal 28/29; At 10,34-38; Mt 3,13-17

 di Massimo Naro 

Il ciclo liturgico natalizio si conclude con la festa del battesimo di Gesù. Si tratta di un’ulteriore teofania, vale a dire di un’altra manifestazione che Dio fa di sé nel Cristo inviato per la conversione e la redenzione del mondo. Un vero e proprio evento di rivelazione, dunque, che si aggiunge alla nascita del Bimbo a Betlemme, adorato dapprima dai pastori di quelle contrade nella notte stessa della Natività e poi, nell’Epifania, adorato anche dai Magi venuti da lontano.

La teofania del battesimo, però, ci fa fare un balzo in avanti nella biografia di Gesù. Egli è ormai adulto, pronto a iniziare la missione messianica affidatagli da Dio. Non è un avanzamento semplicemente anagrafico. È anche un approfondimento teologico della verità personale di Gesù e di Dio stesso, in virtù della singolare relazione tra di loro che all’improvviso viene alla luce, svelandosi in pubblico. Stavolta, infatti, in Gesù che esce dalle acque del Giordano, Dio si rivela additando il Figlio suo, l’amato. Così si fa conoscere come Padre che ha un Figlio capace di corrispondergli allo stesso suo livello, cioè nell’orizzonte – intimo e trascendente al contempo – di un amore reciproco e, perciò, davvero paterno e davvero filiale. È l’orizzonte dell’agápē, che segna una statura altissima dell’amore, rispetto alla quale persino gli amici più stretti di Gesù si sentono sempre inadeguati, ancorché essi siano chiamati dal loro Maestro a parteciparne senza riserve e senza parzialità. Si pensi a pagine importanti del quarto vangelo, come Gv 13,34-35 in cui leggiamo il comandamento nuovo dell’amore vicendevole; o come Gv 14,21-23 dove risuona la promessa secondo cui nel segno dell’amore reciproco Gesù e il Padre suo dimoreranno nei discepoli capaci di sperimentare a loro volta un tale amore; o come Gv 21,15-17 in cui troviamo il drammatico dialogo del Risorto con Pietro sul di più dell’amore.

I termini usati dall’evangelista Matteo nell’originale greco del suo racconto, ambientato lungo le rive del fiume Giordano, sono significativi a tal proposito. La voce che si fa sentire dal cielo indica in Gesù «il Figlio» (ho hyiós), espressione in cui l’articolo determinativo ha la funzione di attestarne l’unicità. Quel Figlio è «l’amato» (ho agapētós): di nuovo, l’unico capace di ricambiare veramente l’amore del Padre. Nei racconti dell’infanzia, Gesù è paîs, un bambino. Qui è ho hyiós, il Figlio. Comincia a emergere la verità personale di Gesù il Cristo. È la verità del Verbo divino custodita dentro la carne umana del Bimbo nato a Betlemme. Ed è la verità del Rabbi galileo disposto a farsi carico del servizio messianico, in obbedienza a Dio che lo ha consacrato quale suo Cristo.

Il battesimo di Gesù inaugura, appunto, l’inizio del suo ministero messianico, allorché egli esce dal nascondimento di Nazareth e si mette ad annunciare l’avvento del Regno di Dio. Lo Spirito di Dio che Gesù vede calare su di sé in forma di colomba, come annota Matteo, lo unge Messia. E questa sua consacrazione messianica sarà via via riconosciuta dai suoi discepoli. Pietro ne darà testimonianza a Gerusalemme, dopo la Pentecoste, rievocando non a caso proprio il battesimo al Giordano, come è riferito nel brano degli Atti degli Apostoli che funge da seconda lettura: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni: cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth».

Non c’è distinzione, né tanto meno distanza, tra Gesù e il Cristo. Come non c’è distanza tra il Messia e il Figlio di Dio. Gesuologia e cristologia s’intrecciano inestricabilmente: la vicenda di Gesù di Nazareth e l’indole teologica di tale vicenda, in cui si compie il dirsi-darsi di Dio Padre suo, si compenetrano senza soluzione di continuità. Colui che viene indicato come il Figlio (ho hyiós) è proprio il paîs, il bimbo povero di Betlemme e il ragazzo di Nazareth, destinato a diventare il servo di tutti in quanto servitore fedele di Dio, l’‘ebed Adonai (espressione ebraica che nella Bibbia greca dei Settanta è tradotta con paîs Theoû), di cui sentiamo profetizzare da Isaia nella prima lettura.

La missione del Messia-Servitore ha a che fare con la giustizia, termine che ricorre insistentemente nei tre brani biblici dell’odierna liturgia della Parola. La giustizia è, in ogni caso, quella di Dio. Essa consiste nei mishpatim del Signore, nel suo «diritto», o anche nel suo «discernimento», stando al termine greco (krísis) con cui i Settanta traducono l’ebraico del profeta Isaia. È in gioco il modo con cui Dio distingue tra il bene e il male, secondo criteri che non si riconducono (e non si riducono) alla logica del più forte, o del tornaconto, o della vendetta. Dio, con la missione affidata al suo Cristo, si riserva il diritto non di castigare, ma di perdonare. La sua giustizia è la misericordia. Il suo giudizio sancisce un indulto: fa «uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».

La giustizia, qui proclamata, è la grazia. Non è la giustizia che si esige dall’uomo e dalla donna, bensì la giustizia elargita all’uomo e alla donna. Non è solo un’imposizione legale o un’esigenza etica ma pure un dono di salvezza. Non è soltanto l’equità vissuta eroicamente dal basso, ma anche la dignità inalienabile in quanto conferita dall’alto. Soprattutto, tale giustizia non è solamente la più importante delle virtù umane, ma anche il modo concreto in cui nella Bibbia si traduce la santità: il Dio santo è il Dio giusto. E, tra gli esseri umani, il santo è il giusto che si lascia conquistare dalla giustizia di Dio e si mette al suo servizio: è questo il destino del Servo sofferente impersonato da Gesù, nella cui vicenda la giustizia di Dio e la giustizia degli esseri umani non sono più disgiungibili. Gesù, a partire dal battesimo presso il Giordano, visse questo servizio fino a essere il primo martire per la giustizia, facendosi strumento del giudizio di Dio a favore dei più bisognosi di essa.

 www.tuttavia.eu

Immagine

 

 

DIRITTO vs LIBERTA'?

 

Attacco al Venezuela


Il caso Venezuela ha riempito e continua riempire le pagine dei giornali, letto però in ottiche abbastanza diverse e talora opposte. Poiché ad esserne protagonista è il paese – gli Stati Uniti – che, dalla seconda guerra mondiale in poi, ha costituito, e anche ora continua a costituire, il punto di riferimento delle democrazie occidentali, vale la pena cercare di comprendere meglio il significato di questa vicenda e delle diverse interpretazioni che se ne danno.

In primo luogo, come sempre è giusto fare prima di passare ai commenti, partiamo dai fatti. Da mesi il regime del presidente venezuelano Nicolás Maduro era oggetto di durissime accuse da parte della Casa Bianca. L’imputazione fondamentale era il suo ruolo nel narcotraffico. Maduro sarebbe stato addirittura capo di un cartello della droga denominato «Cartel de los Soles», accusato anche di essere una organizzazione terroristica.

È stato in rapporto a questo che, dai primi di settembre 2025, più di trenta imbarcazioni venezuelane, mentre navigavano nelle loro acque territoriali, sono state oggetto di attacchi da parte di droni americani, con la morte di centodieci persone – pacifici pescatori, secondo il governo venezuelano, pericolosi narco-trafficanti secondo quello statunitense.

In mancanza di prove, impossibile dire chi avesse ragione. Ma diversi membri del Congresso americano hanno fortemente criticato la violenza delle operazioni – per di più sulla base di una indimostrata presunzione di colpa – , evidenziata da un video che mostrava alcuni superstiti dell’attacco a una di queste barche, aggrappati al relitto, colpiti e uccisi da un secondo attacco.

Anche se gli esperti della lotta al narcotraffico hanno sempre dichiarato che il Venezuela ha in esso un ruolo marginale e infatti, dopo la cattura di Maduro e l’avvio del processo nei suoi confronti, l’accusa di capeggiare il traffico della droga è quasi scomparsa dall’elenco delle imputazioni e al centro c’è quella di essere al centro di un «sistema di corruzione»..

Quello che è certo, è che Maduro era un dittatore, come del resto il suo precessore, Chavez, di cui dal 2013 era il successore designato, ma di cui non aveva né il carisma né le capacità. Da qui un regime che ha puntato più sulla repressione che sul vero consenso, che ha messo in prigione gli oppositori, che ha trascinato il Venezuela in una profonda crisi economica e sociale.

È in questo contesto – caratterizzato dalle proteste dell’opposizione, guidata dalla premio Nobel per la pace Maria Corina Machado – che il presidente Trump ha sempre più accresciuto la pressione psicologica e militare su Maduro, schierando di fronte alle coste venezuelane una vera e propria armata, con numerose navi da guerra e truppe pronte allo sbarco. Ma Maduro non si è dimesso. A questo punto, nella notte fra il 2 e il 3 gennaio, è scattato il blitz che lo ha sorpreso nottetempo nella sua residenza e, eliminando la sua guardia personale – si parla di circa ottanta vittime – lo ha arrestato e trasportato negli Stati Uniti, dove è appena cominciato il suo processo.

Le reazioni internazionali

E qui cominciano le divergenze nel valutare l’accaduto. Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu si è congratulato con Trump per il blitz e per la sua «leadership coraggiosa e storica a favore della libertà e della giustizia», mentre la Russia e la Cina – che tra l’altro in Venezuela hanno grossi interessi legati al petrolio – hanno duramente condannato l’attacco.

L’Unione Europea ha reagito con estrema cautela, ricordando di avere «ripetutamente affermato che Nicolás Maduro non ha la legittimità di un presidente democraticamente eletto», ma al tempo stesso sottolineando che «in ogni circostanza devono essere rispettati i principi del diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite» e affermando che «il diritto del popolo venezuelano a determinare il proprio futuro deve essere rispettato». Tutto e nulla.

Diversificate le reazioni dei singoli governi europei. Quello italiano, pur criticando in linea di principio «l’azione militare esterna», ha dichiarato di considerare «al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico».

La condanna più decisa è venuta dal governo francese: «Nessuna soluzione politica durevole può essere imposta dall’esterno», ha affermato il ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot. E, a proposito di Maduro, ha aggiunto: «L’operazione militare che ha portato alla sua cattura viola il principio di non uso della forza, che è alla base del diritto internazionale».

Il contesto

Come sempre, però, è il contesto della vicenda a indicarne il significato. Trump ha parlato di una «nuova alba» per il Venezuela. E come tale l’hanno salutata molti partiti e giornali di destra in Europa e in Italia, dove i critici dell’operazione americana sono stati accusati di essere per ciò stesso sostenitori di un dittatore. E, anche laddove si è, più correttamente, preso atto che la condanna del blitz statunitense non implicava l’apprezzamento del personaggio Maduro, essa è stata additata come il segno di una distorsione ideologica. Così in un titolo de «il Foglio (6 gennaio): «Questa sinistra venera più il diritto internazionale che la libertà».

Una contrapposizione inquietante, perché il diritto non è un’alternativa alla libertà, ma la sua suprema garanzia. Senza di esso, ad essere liberi sono soltanto i più forti, che sono in grado di imporre la loro volontà senza rispettare alcuna regola. Che è quello che Trump ha a chiare lettere rivendicato, in una lunga intervista fattagli dal «New York Times». Quando gli è stato chiesto se vede limiti ai suoi «poteri globali», il presidente ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

Questa è la libertà senza diritto. Maduro era un dittatore, ma Trump crede di essere Dio. E il secondo non è meno pericoloso del primo. Anche semplicemente dal punto di vista della democrazia. Lo evidenzia il fatto che l’enfasi con cui è stata esaltata dall’opinione pubblica mondiale la liberazione del popolo venezuelano e la sua restituzione ad un regime finalmente democratico sia miseramente naufragata di fronte all’esplicita esclusione, da parte di Trump, della leader dell’opposizione, Maria Corina Machado, che in un primo momento aveva esultato, dichiarandosi pronta a «prendere il potere».

In realtà il presidente americano sembra preferire la continuazione del tanto contestato assetto chaveziano finora vigente in Venezuela, ora che la vicepresidente Delcy Rodríguez, subentrata al vertice del governo ha ceduto alle sue minacce e si è sottomessa senza riserve, in particolare riconoscendo agli Stati Uniti il pieno controllo del petrolio venezuelano e, indirettamente, del paese. 

Ed è di petrolio che Trump ha parlato celebrando il proprio ennesimo trionfo, molto più che di democrazia. Anche perché è difficile definire democratico un progetto che prevede il controllo degli Stati Uniti sul Venezuela nel prossimo futuro. Per quanto, «solo il tempo ce lo dirà», ha spiegato il Tychoon nell’intervista al «New York Times» Alla domanda se la situazione sarebbe durata tre mesi, sei mesi, un anno o più, il presidente americano ha risposto: «Direi molto più a lungo». E ha continuato: «Useremo il petrolio e lo importeremo. Abbasseremo i prezzi del petrolio e daremo soldi al Venezuela, che ne ha disperatamente bisogno». 

Insomma, l’avvento della democrazia, per il popolo venezuelano, comporterà l’appropriazione della sua principale risorsa da parte degli Stati Uniti, che hanno sempre aspirato a impadronirsene, e la sottomissione all’arbitrio del più forte. Quali che siano le acrobazie dei sostenitori europei e italiani di Trump, questo non è il progetto di una liberazione, ma di un dominio e di uno sfruttamento coloniale.

Una stella nella notte

Come conferma, del resto, il concomitante ritorno del Tychoon alla rivendicazione della Groenlandia, che certo non ha nulla a che vedere col narcotraffico e con la mancanza di democrazia. «Abbiamo bisogno della Groenlandia», ha dichiarato, spiegando che non esclude, per questo neppure l’opzione militare. In alternativa, si offre di comprarla da governo danese che però, per bocca della sua premier  Mette Frederiksen, ha replicato con fermezza che «la Groenlandia non è in vendita».

Questa volta l’Europa sembra compatta nella decisone di difendere i diritti della Danimarca. Ma circola l’ipotesi che, per evitare che finisca come col Venezuela, si possa ricorrere all’escamotage di concedere l’indipendenza all’isola e lasciare poi che siano gli abitanti a decidere. E già si parla della possibile offerta di centomila dollari a testa in cambio della scelta di aderire agli Stati Uniti.

Il diritto ormai si identifica apertamente con la forza, quella delle armi e quella del denaro, nel venir meno di ogni criterio etico e perfino del pudore che in passato mascherava questo cinismo. Ciò riguarda l’Italia in modo particolare perché, come si è visto, mentre altri paesi, come la Francia, hanno preso le distanze dallo stile di Trump, la nostra premier – che se ne è sempre dichiarata ammiratrice, rivendicando il «rapporto privilegiato» che li lega – , non lo ha fatto, fedele al proposito, espresso più volte, di collaborare con lui per «rendere di nuovo grande l’Occidente».

Una piccola stella, in questa notte, è stata la parola di papa Leone che, nell’omelia della veglia di Natale, ha contrapposto la logica del vangelo a un sistema economico che non è a servizio della persona, ma la riduce ad oggetto. «Sì, mentre un’economia distorta induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù». Il papa non ha detto a chi si riferiva. I fatti si sono incaricati di mostrarlo.

 

www.tuttavia.eu

 

 

venerdì 9 gennaio 2026

IRC - LIBERTA' E INCONTRO

 


CEI: l'insegnamento della religione è spazio di libertà e incontro

 

La Conferenza episcopale italiana invia un messaggio alle famiglie in vista dell'anno scolastico 2026/2027: scegliendo di frequentare questa disciplina si ottiene una "bussola per orientarsi nel mare agitato della vita"

 

Vatican News

 Non un adempimento formale, ma «una significativa occasione educativa». Così viene inquadrata la scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) in un messaggio rivolto alle famiglie dalla presidenza della Conferenza episcopale italiana in vista dell’anno scolastico 2026/2027. «Da molti anni — viene sottolineato — oltre l’80% degli studenti italiani decide di frequentare questa disciplina, segnando la sua costante presenza nel panorama scolastico come uno spazio di libertà, di dialogo, di responsabilità, in cui la scuola incontra e sostiene il percorso di crescita personale e culturale di ciascuno».

I legami e la cultura

Come ricordava papa Leone XIV ai giovani riuniti nella spianata di Tor Vergata nell’agosto scorso, «la nostra vita inizia grazie a un legame ed è attraverso legami che noi cresciamo. In questo processo, la cultura svolge un ruolo fondamentale». L’Irc, si legge nel messaggio della Cei, «rappresenta proprio questo: un laboratorio di cultura e di umanità dove si impara a decifrare il codice culturale che ha plasmato la nostra storia e a sviluppare uno sguardo critico e costruttivo, prendendo sul serio quel desiderio infinito di pienezza che grida nel cuore umano». L’Irc offre uno spazio per riscoprire l’integralità dell’essere umano, che — come indicato dal Papa — «non è un sistema di algoritmi: è creatura, relazione, mistero».

Un'educazione che include

Finalità dell’Irc, secondo la Cei, «è sviluppare quella intelligenza spirituale che permette di muoversi con rispetto e saggezza nel panorama contemporaneo, anche nell’incontro con le diverse tradizioni religiose, imparando a riconoscere i valori comuni e a dialogare costruttivamente con tutti». L’Irc offre «una bussola per orientarsi nel mare agitato della vita» e cogliendo questa opportunità si può «favorire un’educazione che include, che interroga, che apre al bene comune e alla libertà. Dove ogni volto, ogni storia e ogni ricerca trovano posto».

 

MESSAGGIO DELLA CEI     

con preghiera di diffusione: famiglie e studenti





 

 

SCUOLA ED ETICA SESSUALE

 

Etica sessuale 

nelle scuole: 

possibile?

 Come ormai accade da parecchi anni, periodicamente torna alla ribalta il tema dell’educazione sessuale nelle scuole con relative proposte di legge

 

-di Salvino Leone

 Come ormai accade da parecchi anni, periodicamente torna alla ribalta il tema dell’educazione sessuale nelle scuole con relative proposte di legge, la più recente delle quali (quella del DDL Valditara già approvato alla Camera) più appropriatamente la chiama educazione «sessuo-affettiva».

Il più delle volte questo accade sull’onda emotiva di fatti criminosi quali stupri, violenze di gruppo, femminicidi e quant’altro. Anche questa, ovviamente, viene politicizzata tra chi, buono e progressista, la sostiene a tutti i costi e chi, conservatore e fedele ai sani valori, ne contesta il valore. Insomma, è utile o addirittura necessaria?

Il senso di un’«educazione» sessuale

Una considerazione preliminare riguarda il senso da attribuire al concetto di «educazione». Com’è noto il significato etimologico del termine riconduce all’e-ducere, cioè al «portar fuori», al trarre il meglio di quanto ognuno porta in sé per strutturarlo in un discorso valoriale organico e coerente. A differenza dell’in-formazione, che consiste nel «portar dentro» contenuti per dare una forma a chi li riceve che è poi dell’artefice degli stessi. Quindi un concetto non solo diverso ma, in qualche modo, antitetico.

Che cosa vogliono fare le varie proposte di legge? Educare? No di certo, anzi, peggio, spacciare per educazione quella che è semplice informazione. Intendiamoci, non che questa sia inutile o irrilevante, anzi è il primo gradino di ogni progettualità educativa, ma non può ritenersi educazione.

E non lo è per il fatto che non può essere del tutto antropologicamente ed eticamente connotata, perché la precomprensione antropologica e la proposta etica non è mai neutra, come invece deve essere necessariamente (e guai se non lo fosse) l’informazione. L’apparato genitale dell’uomo e della donna è quello, e non dipende dalle idee di chi lo insegna. Ma non si può ritenere di avere educato una persona solo perché gli abbiamo insegnato come si prende un anticoncezionale o come si evitano le malattie a trasmissione sessuale.

Ricordo un tempo in cui si pretendeva di fare eduzione sessuale (anche in ambito ecclesiale in presunti corsi formativi per i giovani) iniziando a far vedere immagini di farfalline che svolazzano insieme o di cavallini che inseguono le cavalline, cioè biologizzando la sessualità anziché parlarne magari mostrando due giovani che camminano tenendosi per mano o che si abbracciano.

A tutto questo oggi si aggiunge il complesso e quasi indistricabile e nuovo problema del gender. Come parlarne? Non tanto in ordine al problema dell’omosessualità, quanto piuttosto delle disforie di genere, purtroppo accomunate (pur trattandosi di problemi profondamente diversi) nell’infelice acronimo LGBTQ+.

Un possibile piano educativo

Quanto detto ci induce a riflettere sul fatto che una vera educazione sessuale non può che essere antropologicamente e eticamente connotata e lo Stato, col suo giusto pluralismo, non è in grado di garantire in pieno tale progettualità pedagogica.

Potrà indubbiamente arrivare a un livello minimale, nel quale i valori della sessualità possano essere ampiamente condivisi, ma non potrà fare più di tanto, così come non ha saputo (ma vorrei dire anche «potuto») fare più di tanto in ambito di tossicodipendenze. Le giuste e anche ben fatte campagne informative, gli approcci sociologici, i SERT, non possono offrire una ricca e forte proposta valoriale.

Allora, così come ognuno ha diritto di scegliere liberamente la scuola per i propri figli, in cui gli stessi possono essere educati secondo contenuti valoriali coerenti con quelli professati dalla famiglia, e che la stessa ritiene i migliori per loro, altrettanto dovrà essere per l’educazione sessuale.

Ben vengano quindi le campagne informative. Ce n’è bisogno di fronte, nonostante tutto, alla grande ignoranza di giovani che, spesso, riteniamo molto più consapevoli di quanto in realtà non siano. Ma dopo di questo una vera e propria eduzione sessuale non meno necessaria e opportuna dovrà essere quella insegnata (?) e vissuta (?) dalla famiglia e dalle altre agenzie educative.

In ambito cristiano la Chiesa ha certamente molto da fare e da dire, purché si impegni a elaborare una nuova proposta morale frutto di una nuova ermeneutica sessuale, certamente fedele alla parola di Dio ma anche attenta alla storia e alla sensibilità dell’uomo e della donna contemporanei.

 

Il Regno

giovedì 8 gennaio 2026

IL CAPITALE SEMANTICO


Nell’era dell’intelligenza artificiale si salverà chi nutrirà il suo “capitale semantico”

  



 di Elena Inversetti

Tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea ha coniato una definizione che diventa la chiave per comprendere cosa rende l'umano insostituibile.

La canzone che ascoltavi a ripetizione quando eri teenager, la lezione di geografia alle elementari durante la quale hai imparato che esiste il fiume Po, le differenze tra la metropolitana di Milano e quella di New York…

Insomma, la madeleine di Proust insieme alla tua cultura personale fanno tutte parte del capitale semantico. È questa la definizione che Luciano Floridi ha coniato e presentato all’ultima edizione di Orbits.

Luciano Floridi, tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea, insegna alla Yale University dove dirige il Digital Ethics Center, ed è professore ordinario di Sociologia della cultura e della comunicazione all’Università di Bologna. Non è nuovo a neologismi che hanno fatto breccia nel dibattito pubblico, come “Onlife” per descrivere la fusione tra mondo online e offline, o “Infosfera” per l’ambiente informazionale in cui viviamo.

Il capitale semantico è ciò che mi caratterizza

In un’epoca dominata dall’Intelligenza Artificiale, il capitale semantico diventa la chiave per comprendere cosa ci rende umani e insostituibili. Lo abbiamo incontrato per approfondire: «Mi serviva un concetto che andasse al di là di quello di cultura e che potesse includere anche le nostre conoscenze esperienziali. Ed è nato capitale semantico che significa ciò che mi caratterizza, essendo nato in quel Paese e in quel periodo storico, ed essendo vissuto in quel contesto, con quella lingua e in quella famiglia. Si tratta in sostanza della ricchezza, di esperienza e di cultura, di conoscenze e di storie, che mi permette non solo di capire il mondo e me stesso, ma anche di costruire la mia esistenza e darle una direzione, incidendo su quello che mi circonda. La parola capitale d’altronde indica un valore che dà valore».

Oggi è urgente dare valore al senso, al significato delle nostre scelte…

Ecco perché il capitale semantico si riferisce a tutta l’informazione che noi possediamo per esperienza, per cultura, per educazione, per formazione e che ci permette di arricchire la nostra vita e di disegnarla.

In che modo il capitale semantico può contribuire a generare impatto sociale positivo?

Tanto più siamo in grado di gestire, produrre e creare qualsiasi tipo di contenuti e di dati, tanto più dovremmo renderci conto di qual è il valore aggiunto, cioè quello che fa davvero la differenza tra noi e le macchine. Siccome prima facevamo tutto noi, era meno facile capire dove fosse la componente umana intelligente, mentale, spirituale, emotiva e dove invece la semplice manovalanza. Oggi che abbiamo più automazione, si capisce di più quale è lo spazio del contributo individuale o sociale e quello della meccanizzazione.

Questa prospettiva ribalta il percepito comune che tende a mettere in primo piano i rischi dell’AI. E uno di questi è l’amplificazione delle disuguaglianze sociali.

Mi auguro che la formulazione del capitale semantico possa contribuire ad abbattere le differenze che creano disuguaglianze.

In che modo?

Dalla consapevolezza del valore proprio di ogni esperienza e di ogni cultura. Ben sapendo che più un capitale semantico è ricco di significati e di valore e più permette una vita umana in cui la macchina è uno strumento che si mette al lavoro accanto a noi e non in sostituzione. Quindi dal punto di vista sociale ci dovrebbe essere una rivalutazione della varietà in cui il capitale semantico ci arriva. Al contempo il capitale semantico dovrebbe anche metterci nelle condizioni di comprendere a fondo il contesto in cui viviamo. Se viviamo in un Paese dalle radici cristiane, per esempio, anche se non crediamo, non possiamo non conoscere la Bibbia, lo dico da agnostico, così come se sei italiano non puoi ignorare chi sono Dante o Manzoni. Anche fosse solo per capire il riferimento dell’espressione “azzeccagarbugli” … Questa, secondo me, è una questione sociale, non soltanto educativa.

Credo che il non profit possa vestire i panni della “guardia di frontiera”, perché è nella sua missione l’attenzione ai fenomeni di distruzione o banalizzazione del capitale semantico

Anche perché viviamo in un Paese con un capitale semantico molto vario…

Abbiamo eredità dai Greci, dai Romani, dagli Arabi e dai Normanni, dai Francesi agli Asburgo… Siamo da sempre al centro di trasformazioni e migrazioni. Siamo contaminati da tanti contesti. Un dovere sociale sarebbe quello di valorizzare tutto questo, invece di muoversi lungo la strada dell’omologazione di un solo tipo di capitalismo consumistico e di atteggiamenti nazionalistici in cui tutti parlano la stessa lingua e ascoltano le stesse informazioni. Come quando si sente dire che Sinner non è veramente italiano. Ecco, sciocchezze come queste impoveriscono il campo semantico e ci rendono meno abili nel dare e creare significato.

Che ruolo ha, secondo lei, il non profit in tutto questo?

Il non profit è una delle realtà che non valutiamo mai abbastanza in Italia, non la mettiamo nella giusta luce e invece ha un grandissimo valore: umano ed anche in termini di numeri. Credo che il non profit possa vestire i panni della “guardia di frontiera”, perché è nella sua missione l’attenzione ai fenomeni di distruzione o banalizzazione del capitale semantico. Quest’opera di responsabilità il non profit sarebbe in grado di svolgerla meglio rispetto ad alte istituzioni. Lo vedo un po’ come il diserbante senza il quale non si può mantenere pulito il giardino dalle erbacce. In altre parole, è una sentinella contro l’automazione di basso valore.

Possiamo dire che la comunicazione davvero autentica, diciamo, degna di questo nome, sia per sua natura quella sociale?

La comunicazione avviene almeno tra due persone, quindi coinvolge immediatamente una socializzazione, certo. Oggi però la comunicazione del e per il sociale (quella che dovrebbe servire a risolvere problemi collettivi) l’abbiamo commercializzata, lasciandola all’unico meccanismo che conosciamo: quello della comunicazione commerciale. Abbiamo trasformato la comunicazione sociale in comunicazione socializzata (ovvero ridotta a interazioni superficiali sui social media, a metriche di engagement, a condivisioni automatiche). E la comunicazione socializzata non è comunicazione. E questo proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di comunicazione sociale. I problemi con cui abbiamo a che fare sono anzitutto sociali e sono distribuiti. Per questo possono essere risolti dal gruppo, dalla società, dal mettersi insieme, in una cultura che dovrebbe sentirsi molto più sociale, molto più aggregante e molto meno idealista. È un po’ come la scoperta dell’energia atomica che avrebbe potuto risolvere grandissimi problemi e invece abbiamo costruito le bombe. Noi abbiamo davvero oggi tutti gli strumenti per fare bene e risolvere i problemi, AI inclusa, ma il più delle volte la usiamo male.

Tutti possono decidere che rapporto vogliono con la macchina: le persone, le aziende, le famiglie, ma anche le amministrazioni locali, la scuola. Serve una consapevolezza critica nell’utilizzo.

A Orbits avete dedicato una giornata intera agli studenti. Come interpreta il “divario semantico” tra le generazioni? Esiste una chiave generativa per favorire la comunicazione e la crescita reciproche?

Anzitutto credo che da un lato si esageri sulla fragilità dei giovani. In secondo luogo, se un giovane è fragile è anche perché sta in un contesto di fragilità generato dagli adulti. Eppure, sono i giovani ad essere più capaci di comprendere le opportunità. Più che una fragilità del soggetto contemporaneo in sé, penso che l’essere umano sia sempre stato fragile. Oggi la fragilità della libertà umana è esposta a correnti, impatti, impulsi, sollecitazioni e tentazioni molto più di quanto non lo fosse in passato. Non è che sia aumentata la fragilità: è aumentato il numero di ostacoli che sono nell’ambiente. Non è che un bambino nato ad Atene nel quinto secolo fosse meno fragile di un bambino nato a Roma nel diciottesimo secolo o a Roma oggi: è che quel bambino era esposto a insidie e rischi diversi. Oggi la nostra fragilità umana è messa molto più alla prova di quanto non lo fosse in passato. È perciò il caso di dare più credibilità e fiducia ai giovani, esponendoli a meno stimoli che spesso sono, precoci, sbagliati, rischiosi, o esagerati. Ormai viviamo in un ambiente con una quantità di distrazioni non più sostenibile.

Come cambierà il mondo con l’AI? È una delle domande del suo ultimo libro La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dellintelligenza artificiale.

Sarebbe bene che noi umani avessimo un atteggiamento di maggiore controllo sulla macchina. Chi manterrà questo controllo ne trarrà vantaggio. Se invece mi faccio dire quale è la risposta corretta per superare l’esame o addirittura mi faccio scrivere la tesi di laurea, per esempio, rimarrò un utente passivo, e facilmente potrò essere sostituito dalla macchina e manipolato da chi controlla gli strumenti ai quali sono soggetto. E allora non sono più un cittadino, ma un seguace (follower), non sono più un utente, ma un cliente, non sono più uno che usa l’AI, ma che è usato dall’AI. È un po’ come stare su un treno o guidare l’automobile. Tutti possono decidere che rapporto vogliono con le macchine digitali del nostro tempo: le persone, le aziende, le famiglie, ma anche le amministrazioni locali, la scuola. Serve una consapevolezza critica nell’utilizzo. Quindi nel prossimo futuro penso che ci sarà una polarizzazione.

La differenza però non sarà più tra chi usa e chi non usa l’intelligenza artificiale, ma fra chi la controlla e chi ne è controllato.

VITA

Immagine