sabato 31 ottobre 2026

TECNOLOGIA E FEDE


 Le tecnologie

 digitali 

e la trasmissione

 della fede


-di GUIDO MOCELLIN

Nelle «Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca», appena pubblicate dal Dicastero vaticano per la dottrina della fede con il titolo “Venite ad me” (bit.ly/4ByBZpA), ci si poteva aspettare che vi fosse dedicato un certo spazio alla “missione digitale”. Scorrendo l’indice in questa prospettiva, l’attenzione va subito al terzo capitolo, quello che «si sofferma sulle sfide del cambiamento d’epoca, la cui cifra è un’inedita difficoltà nel proseguire le tradizionali forme di trasmissione della fede» (vedi la nota 3); ma qui solo una breve sezione è intitolata alle «tecnologie digitali» (nn. 59-62), e in essa solo un paragrafo (n. 60) prende direttamente in esame la «missione digitale», senza peraltro definirla tale. Lo riporto per intero: «Se, da una parte, nel mondo digitale non mancano le occasioni per condividere testimonianze di vita ed esperienze spirituali, oltre a consentire una più ampia diffusione dei contenuti della catechesi rispetto ai mezzi disponibili in passato, le nuove tecnologie offrono senza dubbio possibilità inedite di evangelizzazione. Dall’altra, tuttavia, in alcuni contesti la proposta di fede rischia di essere disincarnata, disancorata dalla vita concreta o legata a ideologie promosse da minoranze rumorose. Ciò può portare a deformazioni della fede stessa o della coscienza, oppure indurre le persone a costruirsi una cosiddetta fede “fai-da-te”, modellata sui propri gusti e sulle proprie preferenze, anziché sull’insegnamento della Chiesa».

Oltre la fede “fai da te”

È un passo che esprime una notevole prudenza sul possibile ruolo dei “missionari digitali” nella trasmissione della fede (cf. anche Giovanni Tridente su SettimanaNews bit.ly/4e3Y6KL).

Anche il resto del documento dà poco credito alle possibilità che l’evangelizzazione possa giovarsi delle vie digitali. Si osserva piuttosto che la «formazione spirituale viene progressivamente ridotta all’uso personale dei mezzi di comunicazione» (n. 51, a dirlo sono i vescovi di Malesia, Singapore e Brunei), che «la cultura, attraverso i social media e il discorso pubblico, plasma il modo di pensare dei cattolici [...] più di quanto non facciano la fede, la tradizione e la devozione» (n. 55, qui parlano i vescovi degli Stati Uniti), che «i social non colmano» il «bisogno e desiderio di appartenenza» degli esseri umani (n. 87), che le opere d’arte «sono in grado di rapire anche le menti più distratte dalle moderne tecnologie di comunicazione» (n. 98), che «un uso intenso delle tecnologie digitali non è sufficiente a colmare tutti i bisogni del soggetto umano» (n. 117). 

Solo a proposito del battesimo degli adulti si annota, tra le motivazioni che spingono a chiederlo, «il contatto con altri credenti, sia a livello personale che nelle reti social» (nn. 63 e 65), mentre, prima di citare la testimonianza di una catecumena dal Belgio, si riconosce che può bastare «lo scrolling dei messaggi di un social network perché la grazia renda possibile un incontro capace di trasformare la vita».

Gli smartphone e l’anello di Gollum

«Gli smartphone stanno nelle nostre tasche come l’anello di Gollum: intrattenimento o distrazione sono sempre a portata di mano», ha detto a sua volta, citando un confratello domenicano, il cardinale Timothy Radcliffe, interrogandosi su «Come possiamo toccare l’immaginazione dei giovani in questa epoca digitale?» (bit.ly/4jI7jMp) al recente Congresso internazionale sulla pastorale scolastica e universitaria. Mentre pone tra le tensioni in cui i giovani vivono a motivo delle tecnologie digitali anche il modo in cui i social si contendono l’attenzione degli utenti, sorprendentemente – ma la sorpresa è una cifra stilistica di cui fra Radcliffe è maestro – esprime anche un riconoscimento verso uno dei soggetti più attivi nella missione digitale: le religiose. Valorizza infatti la popolarità social raggiunta quest’estate in area anglofona dal «video di due giovani suore domenicane che ridevano insieme», ovvero dalla vera e propria tendenza virale chiamata “Nun girl summer” e ampiamente illustrata da riviste cattoliche di provata credibilità come “America” (bit.ly/4jM4zO7) e “The Tablet” (bit.ly/3WxW2oc). 

Anche in Italia i video aventi per protagoniste le suore godono di grande e meritata popolarità social: cito per tutte le anziane “Suore Ravasco”, che ai lettori di “Avvenire” ho già presentato (ne ha scritto più ampiamente Laura Badaracchi bit.ly/4yPVpnw).

Come dice il cardinale Radcliffe, non dobbiamo «aver paura di essere noi stessi oggetti di attenzione. Osiamo farci vedere».

www.avvenire.it

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SANTI TUTTI

 


Santi  tutti, 

tra le pieghe della storia

 e nelle piaghe del mondo



Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXXI domenica del tempo ordinario

Ap 7,2-4.9-14; Sal 23/24; 1Gv 3.1-3; Mt 5,1-12a

Quest’anno la solennità liturgica d’Ognissanti cade di domenica, Pasqua settimanale. D’altronde il memoriale pasquale, che celebriamo nel giorno del Signore – il Santo dei santi –, è il cespite sorgivo da cui scaturisce la grazia della santità e a cui noi possiamo continuamente attingerla. A tal proposito, il concilio Vaticano II, nel n. 22 di Gaudium et spes, ha insegnato: «Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale». Festeggiare tutti i santi vuol dire esprimere la consapevolezza credente che coloro che – con Cristo, per Cristo e in Cristo – partecipano della sua Pasqua, sono e non possono non essere santi: “tutti i santi” significa “santi tutti”.

L’odierna pagina evangelica riporta l’annuncio delle beatitudini, che il Maestro di Nazareth fa all’inizio del suo discorso della montagna. È un insegnamento radicale, che segnala le esigenze evangeliche alle quali ci si deve attenere se si desidera esser davvero discepoli del Cristo. Ed è, altresì, un insegnamento paradossale, perché dichiara beati quelli che – nel nostro mondo – non avrebbero alcun buon motivo per reputarsi felici e contenti: i poveri, chi ha fame e sete, chi è addolorato e soffre, chi è screditato e perseguitato.

Per indovinare il senso vero delle beatitudini si deve, comunque, disambiguare il linguaggio con cui sono formulate e che le fa risuonare come affermazioni strane prima ancora che straordinarie. Cosa significa, per esempio, che «beati sono i poveri in spirito, giacché di essi è il regno dei cieli»? I poveri di spirito non sono forse, nel parlato comune, i “pitocchi” (ptōchói è il termine greco che l’evangelista Matteo qui adopera)? E “pitocchi” non è sinonimo di “meschini”, stretti di spalle e con i polmoni asfittici, incapaci di largo respiro, per nulla magnanimi? Può Gesù elogiare individui di tal genere? Le parole, che egli usa per promettere loro la beatitudine eterna, devono certamente avere un altro senso. E, difatti, vogliono dire che i poveri in spirito non sono affatto persone meschine, per niente pusillanimi. Sono, invece, i «puri di cuore», come aggiunge poco più avanti: sgravati da ogni presunzione riguardo a sé stessi e riguardo agli altri. Non vantano alcun merito proprio, non sono autoreferenziali, si svuotano del loro ego e quindi risultano “capaci”, cioè pronti e disposti a ricevere e ad accogliere lo Spirito di Dio, che potrà gridare nel loro petto la medesima invocazione che Gesù rivolge al Padre suo: Abbà, come Paolo spiega nella lettera ai Romani e nella lettera ai Galati. Essere poveri in spirito – avere e avvertire un forte bisogno di Dio – significa, perciò, immedesimarsi nel Figlio e con lui ereditare il cielo.

Se il regno di Dio è di costoro, allora è giocoforza che per essere beati si deve assomigliare a loro e, come loro, ci si deve fare discepoli del Cristo. Occorre, insomma, vivere le attitudini evangeliche illustrate nelle beatitudini. Tra queste, tre mi sembrano quelle maggiormente rimarcate da Gesù: la giustizia, la mitezza, la misericordia.

La giustizia è presentata come una necessità vitale, quasi un’urgenza istintiva, al pari della fame e della sete. Ma è pure prospettata come un rischio mortale, alla stregua di una persecuzione in cui si cade innocentemente vittima di insulti, calunnie, riprovazioni e condanne infamanti. È chiaro che Gesù, in questi termini, parla della giustizia da lui stesso impersonata nella sua vicenda pasquale. Per essere beati occorre assomigliargli nel suo profilo martiriale, come hanno fatto – solo per citare due beati siciliani – il giudice Rosario Livatino e don Pino Puglisi.

La mitezza, poi, è presentata come la principale responsabilità dei discepoli verso la storia e il mondo. Il cui destino è, appunto, affidato ai miti e non ai violenti. La violenza, la rapacità, la protervia devastano il presente e pregiudicano il futuro del mondo. Solo i miti erediteranno la terra, assicura Gesù. Ma per ereditare qualcosa bisogna averne il diritto: si dev’essere figli degni di colui che fa testamento. Per questo i miti non possono e non devono restarsene con le mani in mano. Devono operare in favore della pace: saranno così riconosciuti «figli di Dio». Pensiamo a ciò che ha tentato di fare in questa prospettiva, con grande impegno, un altro siciliano come il venerabile Giorgio La Pira.

Infine, la misericordia. Gesù ne parla ricorrendo a una tautologia: si limita a ripetere che «beati sono i misericordiosi, perché troveranno misericordia». La misericordia gode di una tutta sua sovreccedenza di senso. Non servono aggettivi per qualificarla. Essa, di per sé, basta e avanza. Fa da perno alla beatitudine dei discepoli, poiché li riconduce direttamente a Dio, cioè a colui al quale – metaforicamente – il regno celeste rimanda. Misericordia, infatti, è il suo nome. Essere misericordiosi equivale a essere della stessa “pasta” di Dio. Significa indossare il vestito della festa, intessuto con la medesima stoffa agapica di Dio: chi lo porta con luminosa verità, non sarà cacciato fuori, nel buio, dove ci sarà pianto e stridore di denti. Mi piace pensare così al compianto Biagio Conte e a chi – sempre in Sicilia, a cavallo tra Otto e Novecento – lo ha preceduto nel servizio agli ultimi: Giacomo e Vincenzina Cusmano, Annibale Maria Di Francia e Maria Nazarena Majone, Maria Rosa Zangara, Angelico Lipani e tanti altri “santi della porta accanto” che hanno assecondato l’impeto della carità. Tutti loro hanno incontrato Gesù nel “sacramento” dei poveri, degli emarginati, dei deboli: lo hanno visto presente nelle loro fatiche, lo hanno riconosciuto nei loro volti e gli hanno reso testimonianza. In questo è consistita la loro beatitudine.

Vedere il Cristo nel bel mezzo delle nostre fatiche, è anche la nostra giustizia. Riconoscerlo qui e ora, ci guadagna la misericordia del Padre. Rendergli testimonianza, è la nostra più efficace impresa di pace. Così il vangelo delle beatitudini rivela che la santità (cioè la comunione con Dio, la solidarietà col Crocifisso-Risorto, la condivisione della sua eredità nel “regno dei cieli”, la beatitudine) è una questione tutt’altro che iperuranica. È un’avventura terrena, storica, non extramondana.

Ciò non vuol dire che dobbiamo “farci” santi da noi stessi, come se la santità consistesse nei nostri sforzi personali. Vuol dire, semmai, che dobbiamo farne esperienza qui e ora, umilmente ricevendola e custodendola creativamente, quale prezioso talento da reinvestire e far fruttificare. Poiché la santità cristiana è lasciar trasparire la presenza del Signore lì dove la si presume improbabile. Vale a dire nel fondo doloroso e addolorato dell’esistenza umana, nel rovescio della storia, dentro le pieghe strette e le piaghe aperte del mondo, dove il Figlio umanato si è seminato come chicco di frumento tra le zolle. Per tal motivo, la santità è prerogativa di tutti, nessuno escluso.

 www.tuttavia.eu


SIAMO IL PRESENTE

 


«Non siamo il futuro,

 siamo il presente 

che ignorate» 


I giovani 

si riprendono le piazze 


A Roma, decine di migliaia di persone in corteo per rivendicare il diritto alla casa, alla scuola, al lavoro. Ma a farsi vedere e sentire sono soprattutto i giovani, anche quelli alla loro prima manifestazione. Altro che generazione apatica, chiusa in casa e persa dietro agli schermi: oggi hanno riempito le strade di voci, colori ed energia, ricordandoci che il futuro non si aspetta, ma si costruisce insieme.

di Chiara Ludovisi

Non c’erano soltanto i soliti “megafonisti”, cresciuti nei centri sociali e nei collettivi. Certo, i collettivi c’erano, si vedevano e si sentivano, con gli striscioni in cui la parola chiave ricorrente era “futuro”. Ma c’erano, accanto a loro, anche quelli che non hanno il physique du rôle da piazza e da corteo, un po’ spaesati forse, magari al loro primo corteo, ma sicuri e fiduciosi nel loro essere insieme.

Oggi Roma era piena: dalla stazione Termini fino al Colosseo una lunga fila di persone, bandiere di tanti colori e tanti cartelli, alcuni fantasiosi come i giovani sanno essere: «Faccio più viaggi con l’alcol che con la benzina”, “Affittiamo sogni”, scritto sulla sagoma tridimensionale di una casa indossabile.

Altri più arrabbiati, ma senza quell’odio e quella rabbia violenta di cui si parla tanto ma che qui non si vede proprio: “Pensano che basti riempire il vuoto con l’ordine”, o “Non siamo il futuro. Siamo il presente che voi ignorate”. O il più minaccioso “Siamo le tenebre che vi cancelleranno”, o semplicemente “Prendiamo il nostro futuro”.

Non c’erano soltanto i ragazzi e le ragazze nelle strade di Roma stamattina, ma si vedevano e si sentivano soprattutto loro, nei vari punti del lungo corteo, in cui le diverse rivendicazioni si intrecciavano: i problemi della scuola, della casa, del lavoro. A proposito di lavoro, applausi per la lavoratrice che si è affacciata dalla finestra di un albergo, prendendosi una pausa dalle pulizie della camera per partecipare a una protesta che sembrava una festa. C’era un’energia che non si sentiva da tempo e che forse i giovani si sono presi il compito di riportare in questo Paese insonnolito e indolente. Mentre camminavo ai lati del corteo, per leggere gli striscioni, osservare i volti, ascoltare le voci, mi domandavo: «Ma non era questa la generazione apatica, persa dietro agli schermi, incapace di stare insieme?». Nessuna voglia di provocare per il gusto di farlo, ma tanta voglia di esserci, di contare, di farsi sentire.agazzi in corteo a Roma

Oggi i giovani in strada hanno dato una lezione: non c’è silenzio che si possa imporre, né con le buone né tanto meno con le cattive, quando le voci si uniscono per chiedere il cambiamento. “Il popolo non si arresta”, si leggeva su uno striscione. Per un giorno, l’impressione è stata quella di un Paese che si risveglia, proprio grazie a quei giovani di cui noi adulti spesso parliamo male, malissimo, additandoli come se fossero un problema, mentre ci stanno indicando l’orizzonte. 

Il corteo è finito senza disordini che non siano quelli prevedibili e inevitabili quando decine di migliaia di persone scendono in piazza. Alcune tende spuntano ora nei pressi del Colosseo, perché la casa dovrebbe essere un diritto e invece è diventata un lusso. E se quelle tende nel cuore della storia daranno un po’ fastidio, vorrà dire che è ora di prendersi cura del presente e del futuro. 

VITA

CONOSCERE L'ALTRO

 


CONOSCERE 

L’ALTRO 

SENZA PAURA


-di MILENA SANTERINI

Conoscere l’altro, in un momento di grave divisione e polarizzazione, è il primo passo per sconfiggere odio e pregiudizi. Questo è l’obiettivo del progetto delle Schede per conoscere l’Islam promosso dagli Uffici della Cei (Ecumenismo e Dialogo, Educazione, Insegnamento Religione Cattolica) e dal Pisai (Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica) presentato recentemente. Il lavoro sul mondo musulmano era stato preceduto dalla realizzazione delle schede sulla conoscenza dell’ebraismo, mentre sono in preparazione quelle sul buddhismo e l’induismo. Destinate agli editori per assicurare la qualità dei manuali e dei libri di testo, specie di religione, ma altrettanto importanti per le scuole, i singoli insegnanti e il mondo della formazione, le informazioni vogliono creare cultura e conoscenza come antidoto a ogni forma di pregiudizio e distorsione.

Raccomandazioni in questo senso vengono anche tutte le istituzioni internazionali, dal Consiglio d’Europa all’Osce.

Il lavoro delle undici schede presenta, oltre a una dimensione storica indispensabile per creare un inquadramento temporale in un mondo smemorato, anche vari punti, tra cui la presentazione degli aspetti di fede e teologia dell’islam, il Corano, la spiritualità islamica, la presenza del mondo musulmano in Italia e la situazione del dialogo interreligioso.

Stupisce quindi e stupisce assai che si possa temere e criticare l’invito a una conoscenza più approfondita del fenomeno religioso e il supporto agli editori per creare libri di testo verificati e corretti. A meno che, naturalmente, non faccia comodo alimentare a prescindere la contrapposizione.

Trattandosi di religioni, infatti, è necessario interpellare anzi tutto gli stessi credenti su informazioni, tagli interpretativi e approcci che a volte non rispondono alle fonti originali o alla correttezza scientifica. Per questo il metodo di lavoro è quello un gruppo paritetico (cristiani e musulmani ora, cristiani ed ebrei prima) che ha operato in un clima di fiducia reciproca, vivendo un’esperienza spirituale di ricerca dell’oggettività ma anche di empatia verso l’altro. L’invito a un cammino di questo genere, d’altronde, per quanto riguarda l’islam, viene dal documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune firmato ad Abu Dhabi da papa Francesco nel 2019.

Capire la complessità senza cancellare le differenze, superando l’ideologia dello “scontro delle civiltà”, è fondamentale per combattere il pregiudizio che lacera le nostre società, specie nel caso dell’islam, che ricopre facilmente ruolo di nemico della cristianità ma anche del cosiddetto “Occidente”.

Su questo punto, c’è chi vorrebbe sottolineare soprattutto i conflitti che hanno diviso il mondo cristiano da quello musulmano, mentre in realtà quella che andrebbe valorizzata – anziché dimenticata – è la fitta trama di convivenza che ha caratterizzato le civiltà mediterranee. Davanti ad un’iniziativa di questo genere, qualcuno si è chiesto se parlare delle altre religioni, specie durante l’ora di Insegnamento della Religione Cattolica nelle scuole, significa minacciare l’identità cattolica o indebolire la dimensione dogmatica della fede. Ma proprio nel Magistero della Chiesa e nell’esperienza dei credenti si trova la forte affermazione di un dialogo interreligioso che non comporta la rinuncia alla propria identità, anzi ispira a viverla in modo aperto all’altro. L’ora di religione non è catechesi ma trasmette conoscenze sulla fede cristiana in rapporto con il mondo circostante. Non abdicazione né irenismo, ma testimonianza reciproca: questa è la prospettiva ribadita anche dalla recente Nota Un cammino di speranza elaborata da tre Dicasteri (Dottrina della fede, Unità dei cristiani e Dialogo interreligioso) nel 2026.

Indubbiamente, tale conoscenza deve essere reciproca e infatti non va dimenticato che esiste un diffuso analfabetismo religioso sia in ambito cattolico che islamico e che l’ora di religione, le iniziative comuni, gli incontri interreligiosi sono proprio l’occasione per contrastarlo.

Appare opportuna anche la scelta di non riflettere il diffuso approccio che riduce l’islam alle sue frange estremiste e radicali, e finisce col negare o ignorare il nucleo del suo messaggio e i milioni di fedeli che vivono una fede aperta e tollerante. Proprio descrivere gli autentici significati spirituali e culturali della religione islamica, secondo le sue fonti interne, contribuisce a decostruire i fondamentalismi. Poiché questi ultimi si basano su una interpretazione letterale e rigida dei testi, vengono meglio combattuti quando si attiva una ricerca di senso. La presentazione di un Islam autentico attraverso le fonti originali è così uno dei modi più efficaci per prevenire e contrastare il radicalismo e l’estremismo.

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venerdì 30 ottobre 2026

OGNISSANTI

 


Giuridicamente la differenza è chiara: quelli del 1° novembre sono i Santi che ci precedono e vedono Dio faccia a faccia, quelli del 2 novembre… tutti gli altri. 


-di Lilia Sebastiani

Parlando della festa dei Santi – di “tutti” i Santi, dunque non solo di quelli canonizzati, non solo dei riconosciuti, non solo dei ‘conosciuti’ –, in un articolo di tanti anni fa auspicavo – impossibile sogno liturgico! – che le due categorie potessero unificarsi in una Festa della comunione dei Santi. Una comunione a cui non sono estranei gli Angeli, che incarnano la vicinanza di Dio nella nostra vicenda umana: così attenta, anche se talvolta per noi così poco sperimentabile. Figure simboliche eppure realissime, che esprimono l’amore, l’attenzione, la vicinanza unica di Dio. Ho sempre amato molto – e mi torna alla mente ora senza essere richiamata – la Preghiera dell’Angelo amico di don Michele Do: 

«Donaci o Signore, un angelo amico

che ci riveli e ci faccia sentire la tua bontà ed il tuo amore

e ci renda capaci di pietà verso ogni creatura.

Donaci un angelo di comunione con cui poter condividere i doni (…),

che custodisca la nostra anima, che vegli sulla nostra vita,

che guidi il nostro cammino.

Ci sia egli sempre vicino col il suo volto luminoso,

e ci conduca a Te, ai tuoi santi, a coloro che amiamo e ci amano

e anche a coloro che non ci amano e facciamo fatica ad amare…

E in questa festa di luce e di pensiero, che anticipa il momento ‘totale’ della nostra

attesa, fin da ora pensiamo a quelli che abbiamo amato, e che non sono perduti né

lontani, ma andati avanti, «gli amici che hanno raggiunto le dimensioni più alte in

questa gioconda, lieta, festosa fraternità di tutti i santi».

IL SANTO, UN SOLITARIO CHE GENERA COMUNIONE 

La vita eterna – che noi, di qui, tendiamo a vedere nel migliore dei casi come un dopo-morte –, è ingresso nella vita senza ombre né limite. È partecipazione, comunione e comunicazione senza fine. L’in-esse, l’esserci, sfocia naturalmente nell’essere-per; gli uni negli altri, nel compimento pieno della presenza. 

La santità possibile ‘qui’ è molto diversa dalla santità ‘oltre’; non però del tutto diversa, perché l’una e l’altra hanno a che fare con la nostra umanità e resterebbero incomunicabili, inconoscibili, senza quella. Ognuno di noi ricorda o può ricordare di aver incontrato qualcuno che offriva spontaneamente agli altri, più spesso senza parole, la visione che aveva maturato: visione che partiva dalla ricerca umana, cogliendone le segrete tensioni a un oltre che si svela e risplende sul volto di Cristo immagine di Dio, facendo brillare il volto del mistero, quell’immagine di Dio da svegliare all’evidenza nel cuore dell’uomo per ricordargli come la Parola si sia fatta carne affinché la carne possa farsi parola, e attingere la pienezza divina per cui è stata creata. Per i Santi che parlano più vivamente al nostro cuore, il Cristianesimo salva e redime attraverso l’ascensione e la trasfigurazione. 

Chiaramente questo non è, non può essere un fatto di massa, pur se riguarda tutti almeno come proposta. La nostra epoca ci ha abituato ai grandi raduni, anche ispirati da nobile entusiasmo, che sul momento colpiscono e commuovono, poi si dissolvono senza lasciare traccia. Non c’è solitudine più grande che in certe aggregazioni superficiali e banalizzanti. I santi non vivono in branco. La vita nello spirto di branco è agli antipodi del vivere nello Spirito. Solo quando si esce dal branco si può cominciare a fare comunione. 

La comunione non fa massa: ognuno cammina sulla sua strada, ma è sostenuto dalle presenze ‘alte’ di amicizia che chiamiamo comunione dei santi. Non ci sono più lontananze, né di spazio, né di tempo. In certi momenti privilegiati non c’è più distanza tra cielo e terra. Siamo nella dimensione di Dio, nella dimensione del suo Spirito che non conosce lontananze. In questa, pur essendo soli, si è in comunione. Nessuno più dei solitari è capace di comunione. 

UOMO DI PACE E CAMBIAMENTO 

Sembra questo il monachesimo – eterno, universale, essenziale – di cui tutti abbiamo bisogno: il monaco vero vive ‘disseminato’ ovunque, come dice la Lettera a Diogneto (al cap. V): i cristiani sono immersi ovunque nel mondo. Queste parole inizialmente riferite a monaci o comunque a persone che conducono vita religiosa per definizione, dovrebbero valere per tutti i cristiani, in ogni stile di vita e in ogni ambiente. Il richiamo iniziale è comunque al monaco: uomo capace di stare in piedi da solo e di camminare da solo, custodendo dentro di sé il proprio specifico. 

Questo è il monaco, e la chiesa dei primi tempi è costituita da monaci. Sappiamo che il mònachos è il ‘solitario’, originariamente “colui che vive solo”, e la definizione riguarda gli eremiti come i cenobiti, e dovrebbe riguardare anche quelli che vivono nel mondo. Il santo è visto da molti come un pacificatore: un uomo di pace in sé e fuori di sé. Ciò è vero, ma questo ideale di pacificazione richiede un serio e serrato discernimento, un ascolto autentico delle contraddizioni, oggi più di sempre. . Il principale compito dei santi sembra proprio quello di creare tensioni, tormenti e inquietudini. 

L’evangelizzazione diventa possibile solo quando si è abitati da una inquietudine che spinge alla ricerca di quanto ci manca. 

ALLE ORIGINI DELLA FESTA 

Le radici della festa di Ognissanti risalgono ai primi secoli del cristianesimo, quando le comunità cristiane cominciarono a commemorare i martiri, coloro che avevano dato testimonianza della fede con la vita. E già nei primi tempi si sentiva con forza il bisogno di non dimenticare coloro che in molti casi non avevano nemmeno un nome, ma avevano il maggiore dei titoli di gloria: quello di aver testimoniato la fede fino a versare il proprio sangue. A Roma e in Oriente esistevano già dal IV secolo celebrazioni dedicate ai martiri non ricordati in un giorno specifico nel calendario. 

La data del 1° novembre si deve a papa Gregorio III (731-741): egli dedicò un oratorio nella Basilica di San Pietro “a tutti i santi”, e papa Gregorio IV, nel IX secolo, estese la festa alla Chiesa universale. La scelta non avvenne per caso. Il mese di novembre, nella simbologia cristiana, è il tempo della memoria e della speranza, e coincide con il momento in cui inizia la ‘morte apparente’ dell’anno. 

È un giorno in cui, sia in senso naturale sia in senso spirituale, dominano i temi della luce, della riconoscenza e della speranza. 

Ormai tutti sanno che in Inghilterra, nel Medioevo, la vigilia di Ognissanti era chiamata All Hallows’ Eve (da cui deriva la parola “Halloween”). 

Oggi la notte del 31 ottobre è diventata una consuetudine banale e obbligata, una specie di carnevale con risvolti macabri; ma in origine era una festa profondamente cristiana, una veglia di preghiera in onore dei Santi; connessa, sembra, con la festa pagana di Samhain. 

La festa di Ognissanti non è un ricordo nostalgico del passato, ma una memoria che vivifica il presente. È l’invito di Dio a non accontentarsi della mediocrità, a non seguire le mode del mondo, a vivere la fede con coerenza, speranza e coraggio. 

Essere santi non significa certo essere perfetti, ma lasciarsi attraversare dalla Grazia: fino a diventare capaci di rifletterla come in uno specchio. 

Di origini antichissime, per alcuni studiosi la festa di Ognissanti prima della sua cristianizzazione, affondava le radici nel paganesimo, con la festa di Samhain, il capodanno celtico, in cui i morti potevano tornare in visita nei luoghi che avevano frequentato. 

Questo aspetto viene in qualche modo continuato nella Commemorazione dei fedeli defunti, il 2 novembre. Le notizie non sono certissime, ma sembra certo che, mentre la festa di Ognissanti (con qualunque nome la si chiami) è molto antica e si ritrova già in epoche pagane, la Commemorazione dei defunti viene celebrata a partire dal 998, precisamente il 13 maggio secondo sant’Efrem di Siria. 

Questa data coinciderebbe con la festa romana per l’anniversario della Dedicatio Sanctae Marie ad Martyres, ovvero del giorno in cui il Pantheon divenne una chiesa dedicata alla Vergine Maria e a tutti i martiri. Per alcuni studiosi è proprio da questa festa, e da una comprensibile esigenza pastorale di sostituzione, che potrebbe derivare la celebrazione di Tutti i Santi. 

Una devozione specifica per questa giornata può essere una sorta di dialogo – interiore, ma anche in qualche modo ritualizzato con i propri santi prediletti; anche se ognuno ha i suoi, le predilezioni non feriscono la comunione dei santi, che sono tanti e diversi ma non incomunicabili fra loro e certo non soffrono di gelosie. 

Proprio in questa festa gioiosa la chiesa ci chiede di ascoltare le Beatitudini, le proclamazioni fatte da Gesù e rivolte a tutti coloro che si mettono in ascolto, manifesto della vita rinnovata secondo la logica del Regno. 

Quante erano le Beatitudini in origine, e come erano formulate?? Quali parole avrà usato Gesù? Sappiamo che il testo di Matteo presenta notevoli differenze rispetto a quello di Luca. 

La stessa parola “beati” non è nemmeno presente in tutte le lingue, e quando si tenta di sostituirla con “felici” il risultato non è solo letterariamente improprio, ma abbastanza fuorviante. La felicità quasi contraddice la beatitudine; perlomeno in quanto è sempre individuale. E quelli che Matteo chiama ‘beati’ (in ebraico ashré) non potrebbero mai essere chiamati ‘felici’, oggi non diversamente da allora. 

Quello che sentiamo con certezza, al di là degli aspetti letterari, è che le Beatitudini – ben diverse in questo dai precetti del Decalogo – non sono prescrizioni, ma indicazioni di senso. 

È comunque importante rilevare che Il cammino di santità è anche ricerca di senso, ricerca della felicità. 

E l’universalità è aperta alla particolarità: sembra voler sottolineare in modo speciale questo aspetto papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate del 16.11.2024 «per il ricordo nelle Chiese particolari dei propri Santi, Beati, Venerabili e Servi di Dio». 

I SANTI DELLA PROPRIA TERRA E DELLA “PORTA ACCANTO” 

Con questa Esortazione Apostolica papa Francesco ha riproposto ai fedeli discepoli di Cristo del mondo contemporaneo la chiamata universale alla santità, riprendendo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, il quale ha ricordato che «tutti coloro che credono nel Cristo, di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità» (LG n.40), e ha sottolineato l’importanza della santità “feriale” e della “porta accanto” di cui la Chiesa sparsa nel mondo è ricca da sempre. 

Infatti la santità, pur essendo una sinergia divino-umana, significa in primo luogo fare spazio all’azione di Dio che «è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rm 5, 5). 

«Nel corso dell’anno liturgico la Chiesa onora pubblicamente, in date e modalità prestabilite, i Santi e i Beati. Tuttavia, mi pare importante che tutte le Chiese particolari ricordino in un’unica data i Santi e i Beati, come anche i Venerabili e i Servi di Dio dei rispettivi territori. Non si tratta di inserire una nuova memoria nel calendario liturgico, ma di promuovere con opportune iniziative al di fuori della liturgia, oppure di richiamare all’interno di essa, ad esempio nell’omelia o in altro momento ritenuto opportuno, quelle figure che hanno caratterizzato il percorso cristiano e la spiritualità locali. Pertanto, esorto le Chiese particolari, a partire dal  Giubileo del 2025, a ricordare e onorare queste figure di santità, ogni anno al 9 novembre, Festa della dedicazione della basilica lateranense».

Rocca Quindicinale  

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DOLCETTO O SCHERZETTO


 A PROPOSITO 


DI 


HALLOWEEN


«Dolcetto o scherzetto?», questo è il problema. O forse no: a pochi giorni dalla notte di Halloween, non sono certo fantasmini e caramelle a generare ansie. E neppure il fatto che la festa sia stata «importata» dagli Stati Uniti, visto che siamo circondati da oggetti, ricorrenze e quant'altro senza il marchio «made in Italy».

Il peccato - nel vero senso del termine: che peccato! - è quando la notte di Halloween oscura la festa più bella: quella dei santi. Perché le loro vite possono essere di esempio per tutti. Anche quelle dei «santi della porta accanto», quelli che incrociamo nella vita di tutti i giorni. «Voi siete i santi di Francia!», ha detto papa Leone XIV nella laicissima Francia, alla 25enne Chloè, che gli aveva chiesto come «coniugare la forza del nostro slancio missionario con l'autenticità di una vita fraterna con coloro che non condividono la nostra fede». È nella «concretezza nella vita quotidiana, e talvolta delle difficoltà - ha spiegato Prevost - che la tua fede diventa una testimonianza vibrante di speranza». 

I santi, che hanno dato risposte concrete alle difficoltà da loro incontrate, possono essere una luce per tutti, anche - ovviamente - per chi vive il mondo della scuola, che dalle difficoltà non è certo esente. Hanno tanto da dirci, e questo non è uno scherzetto.

 🧮Se non basta

La memoria dei defunti in un luogo dei vivi

E il cimitero? Memoria dei defunti, ma anche luogo dei vivi. Realtà oggi chiuse e ai margini delle città, ma che potrebbero diventare parte concreta del territorio in cui sorgono. Certo questo significa anche recuperare un rapporto con la morte che oggi la società cerca di ridurre a evento privato. Ma quell’assenza dei nostri cari spinge sempre a cercare un nuovo rapporto con loro. E il caso delle Cabine del vento è una delle modalità. Di tutto questo parleremo prossimi giorni in un podcast speciale di Dentro l’Avvenire, a cura di Enrico Lenzi, con i contributi della psicologa e tanatologa AnnaGiulia Ghinassi, dell’architetto e docente della Federico II Giovangiuseppe Vannelli e del giornalista e scrittore Riccardo Maccioni.

Le origini di Halloween: un video

Molti di voi conosceranno Emmanuele Magli, insegnante di religione di Bologna attivo con il canale youtube "Religione 2.0". Aveva dedicato un video alle origini di Halloween.

 Halloween contro Tutti i Santi?

Il "carnevale d'autunno" contrapposto alla festa cristiana: ogni anno se ne parla, il tema c'è: ma bisogna saper evitare i luoghi comuni. Un aiuto in questa puntata "storica" di "Taccuino celeste", uno dei podcast tematici di Avvenire.

Ok mascherarsi, ma che senso ha?

Lo storico Franco Cardini risale alle radici del mascheramento, che unisce Carnevale alla festa d'inizio novembre. Una faccenda antropologica di rituali e simboli...

Un po' di Magistero

Può valere la pena di riprendere in vista della festa di Tutti i Santi l'esortazione apostolica di papa Francesco "Gaudete et exsultate" sulla "chiamata alla santità nel mondo contemporaneo". E papa Leone? Un anno fa, scelse il 1° novembre per proclamare san John Henry Newman (co-patrono dell'educazione cattolica) "dottore della Chiesa". Ecco la sua omelia: GAUDETE ET EXSULTATE

 

 


giovedì 29 ottobre 2026

BUON GOVERNO, SENZA PAURA

 


Repressione

 educazione 

e 

fiducia


-di VITTORIO PELLIGRA

Più una società sente il bisogno di ricorrere alla repressione per garantire la convivenza, più dovrebbe chiedersi perché quella convivenza sia diventata tanto difficile.

Moltiplicare divieti, controlli e sanzioni può essere necessario. Ma può anche rivelare una frattura nel rapporto tra cittadini e istituzioni. Ambrogio Lorenzetti ha dato forma pittorica a questa tensione sulle pareti del Palazzo Pubblico di Siena.

Negli affreschi del Buon Governo, la Securitas sorvola una città indaffarata e una campagna coltivata. Regge una forca con un impiccato e un cartiglio che promette ai viandanti strade libere dalla paura. La pena è lì, esibita senza pudore.

Ma il messaggio è chiaro. Non è la paura della pena a tenere insieme la città. La Sicurezza si fonda sulla Giustizia e sulla Concordia. Su quella trama di legami che permette agli abitanti di lavorare, commerciare, incontrarsi e attraversare le mura senza sospettare di ogni sconosciuto. La pena è il presidio estremo, non il fondamento della vita comune.

Vale la pena ripensare all’Allegoria del Buon Governo mentre si discute dell’ennesimo decreto sicurezza. Davanti alle proteste, agli scontri e alle violenze che coinvolgono anche giovanissimi, la politica torna, come per un riflesso pavloviano, al repertorio che conosce meglio. Si annuncia con orgoglio la creazione di nuovi reati, nuovi divieti e pene più severe.

Una strada già battuta. Con poco successo, per la verità. E le domande più difficili continuano a rimanere sullo sfondo, inespresse. Che cosa si è incrinato nel rapporto tra i giovani e le istituzioni? Dove nasce questa rabbia che talvolta non trova altra lingua se non quella del caos?

C hi aggredisce, devasta o mette in pericolo gli altri deve certamente risponderne. Il dissenso non autorizza la violenza. Ma la responsabilità individuale non esaurisce la responsabilità pubblica. Soprattutto quando sono coinvolti dei minori, la risposta dello Stato non può essere soltanto la repressione. Punire un adolescente senza domandarsi come restituirlo alla vita comune e, ancora prima, qual è l’origine di certi comportamenti, significa rinunciare a una parte essenziale del compito educativo delle istituzioni.

Montesquieu scrive che “nel governo repubblicano si ha bisogno di tutta la potenza dell’educazione”. Il timore, osserva, nasce da sé tra minacce e castighi. La virtù politica, invece, va coltivata. Non basta ottenere obbedienza. Occorre che le persone riconoscano le ragioni delle regole, e possano riconoscersi nella comunità che le ha stabilite. Il senso civico non si genera per decreto. Cresce, o si consuma, nelle esperienze quotidiane di giustizia e ingiustizia, di ascolto e umiliazione, di partecipazione o esclusione. Una società non diventa più sicura soltanto aumentando il costo della trasgressione. Deve anche ridurre le ragioni che la alimentano. La sanzione offre alla politica un gesto netto, immediatamente visibile. L’educazione, l’inclusione, la prevenzione lavorano invece nel tempo lungo, quello che mal si accorda con il corto-termismo delle scadenze elettorali. Da qui la tentazione di una normazione on demand, confezionata sull’ultima emergenza, mentre le cause continuano a operare indisturbate.

Ma la questione è ancora più profonda, perché quando discutiamo di sicurezza, tendiamo a considerare le istituzioni come strumenti chiamati a contenere comportamenti che nascono altrove, indipendentemente da esse.

Ma le istituzioni non si limitano a stabilire ciò che è consentito e ciò che è vietato. Contribuiscono a formare proprio quei comportamenti che poi si trovano a governare. Modificano le aspettative, alimentano o consumano la fiducia, insegnano ai cittadini che cosa possono attendersi gli uni dagli altri. Un’istituzione che presume sistematicamente la malafede rischia di rendere la diffidenza una risposta ragionevole. Una che riconosce responsabilità e autonomia può invece favorirne l’esercizio. È un processo lento, spesso invisibile, nel quale le regole e le disposizioni morali si trasformano reciprocamente. Per questo la qualità della convivenza dipende anche dal modo in cui scegliamo di governarla. Parlare di sicurezza, soprattutto quando ci sono di mezzo giovani e giovanissimi, non può farsi senza parlare di scuola, disuguaglianze e integrazione. Occorre chiedersi perché chi incontra lo Stato, spesso incontra il controllore e quasi mai una promessa mantenuta, nessuno che accoglie o riconosce. Il disagio ignorato alimenta la protesta, la protesta violenta invoca repressione, la repressione può approfondire la distanza da quelle stesse istituzioni che dovrebbero provare a colmarla. Non è un destino. È un rischio alimentato da politiche miopi.

Nell’Allegoria del Buon Governo la Sicurezza non siede sul trono. Vola sopra le case e i campi. Il suo posto, nell’ordine immaginato da Lorenzetti, dipende dalla Giustizia e dalla Concordia. Perché l’ordine civile non può reggersi esclusivamente sulla minaccia della sanzione.

Ha bisogno di cittadini che riconoscano le ragioni dello stare insieme così come di istituzioni capaci di coltivare questo riconoscimento. Una responsabilità che nessun decreto può assolvere da solo.

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