L’impossibile
abbraccio
dei ricci
-di Giuseppe Savagnone
Le buone intenzioni di un
amico
La tempesta sollevata
dalle parole del segretario generale della Nato, Mark Rutte, sul contributo
italiano alla guerra contro l’Iran, si aggiunge e si sovrappone a quella
seguita all’attacco del presidente americano Trump a Giorgia Meloni,
richiamando alla mente un vecchio detto di saggezza che dice: «Dagli amici mi
guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io».
Perché anche Rutte, come
Trump, è un “amico” della nostra premier. E, nelle sue intenzioni, la
dichiarazione resa a «Fox News» era volta a disinnescare la polemica tra i due.
Il Tycoon si era detto profondamente deluso dalla mancata risposta europea, e in
particolare italiana, al suo appello a partecipare alle operazioni militari per
sbloccare lo stretto di Hormuz. E proprio a questo si è riferito Rutte:
«Comprendo perfettamente la delusione, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500
aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare
l’operazione Epic Fury. Quindi si tratta di un numero enorme».
Insomma, secondo il
segretario della Nato, Trump non dovrebbe troppo protestare contro la nostra
premier, perché l’Italia, pur senza inviare navi e soldati, ha dato egualmente
un grosso contributo alla guerra, consentendo che dalle basi americane sul suo
territorio decollasse «un numero enorme di aerei» in missione contro l’Iran.
Insomma, un invito alla distensione, dopo lo scontro.
Eppure, forse mai
intervento fatto a fin di bene è risultato così sgradito a chi avrebbe dovuto
beneficiarne, in questo caso il governo italiano. Lo si è capito subito dalla
immediata reazione del ministro della Difesa, Crosetto, secondo cui quella di
Rutte sarebbe «una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente
fallace». Infatti, ha precisato il ministro, «sono state autorizzate
esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche [cioè di
attacco a bersagli nemici], nell’ambito delle procedure previste dagli accordi
esistenti», che escludono, appunto, queste ultime. Come del resto implicava il
termine «supportare», utilizzato dal segretario della Nato.
Ma non è bastata questa
precisazione, come non è bastato il riferimento alla mera applicazione «degli
accordi esistenti», a placare l’ira delle opposizioni. Angelo Bonelli di Avs ha
parlato di «dichiarazioni gravissime» che «sbugiardano» il governo. «Il fatto è
che l’Italia ha partecipato a questa guerra in Iran, una folle guerra, ma la
cosa grave è che Giorgia Meloni ha tenuto nascosto al Parlamento che 500 aerei
militari americani sono decollati o sono atterrati sulle basi Nato italiane per
andare a colpire l’Iran o per dare il supporto agli aerei militari». Sulla
stessa linea Nicola Fratoianni, secondo cui «o hanno mentito al Parlamento o
Rutte ha preso un colpo di calore».
«Noi non siamo in guerra»
Bisogna ricordare che il
contesto in cui lo scontro si sta sviluppando è quello di una scelta precisa
del governo italiano di non farsi coinvolgere dal conflitto scatenato dagli
Stati Uniti e da Israele. «Noi non siamo in guerra», ha spesso ripetuto la nostra
premier. «Questa non è la nostra guerra», ha ribadito in più occasioni.
Confermando questa posizione con l’ampia diffusione data a un episodio che,
senza il suo intervento, sarebbe rimasto sconosciuto, quello del divieto di
atterraggio nella base di Sigonella per due aerei militari americani
direttamente impegnati nell’attacco all’Iran, in conformità – si è sottolineato
– con gli accordi vigenti che escludono questa finalizzazione bellica.
Quello che non è stato
detto, allora, è che, contemporaneamente, si stava dando il permesso di
decollare a ben cinquecento aerei militari coinvolti in Epic Fury,
sia pure con compiti di «supporto» tecnico e logistico e in base ai suddetti
accordi. Una prassi magari impeccabile sul piano formale, ma certamente assai
meno rassicurante. Una prassi, soprattutto, che gli italiani hanno appreso solo
ora da un’intervista sfuggita al segretario generale della Nato e non dal
Ministero italiano della Difesa o da Palazzo Chigi.
Si può senz’altro dare
fiducia al ministro Crosetto sul carattere meramente tecnico e logistico delle
missioni. Ma non si può evitare il dubbio che egli non abbia alcun controllo
diretto sul traffico militare delle basi americane, che godono di ampia autonomia,
e debba perciò a sua volta credere sulla parola a ciò che gli viene assicurato
dai comandi di queste basi. 500 voli – lo ha sottolineato lo stesso Rutte –
sono tanti. Chi garantisce che una parte di essi non abbia avuto come
destinazione obiettivi militari?
Si aggiunga a questa
perplessità un’altra, relativa alla distinzione tra le attività cinetiche e
quelle solo tecniche e logistiche. Una distinzione che nella pratica non è così
netta come appare sulla carta, oggi che la tecnologia fa sempre più parte
integrante della dimensione propriamente militare. Per restare alla base di
Sigonella, in Sicilia, da essa partono droni da ricognizione che monitorano
tutto il Mediterraneo orientale, compreso il Medio Oriente. Se uno di essi
fosse stato utilizzato non per colpire direttamente, ma per fornire a un caccia
F-35 le coordinate per bombardare un obiettivo, la sua azione, formalmente “non
cinetica”, non avrebbe avuto egualmente un carattere aggressivo?
E se gli iraniani, per
impedire questo «supporto» avessero attaccato la base americana in Sicilia,
come hanno fatto con quelle in Iran, ci saremmo trovati o no coinvolti nella
guerra, a causa del nostro indiretto, ma fondamentale appoggio all’aviazione americana?
Forse gli italiani
avrebbero accettato questo rischio. Ma avrebbero dovuto esserne messi al
corrente per potere decidere. Nel comunicato del Ministero si sottolinea che
«il Governo ha fatto esattamente quanto dichiarato alle Camere: sono state
autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica». Ma è
suonato come una rivelazione, per il Parlamento come per l’opinione pubblica,
ciò che stava dietro queste asettiche e rassicuranti parole.
Certo, «supportare» una
guerra non vuol dire farla. Ma non è neppure tenersene fuori, come il governo
aveva ripetutamente assicurato. E come richiede l’art. 11 della nostra
Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà
degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali».
Tanto più che, in questo
caso, si è trattato di una guerra frutto di un attacco preventivo, perfetto
esempio di ciò che la Costituzione ripudia, e su cui tuttavia la nostra
premier, pur riconoscendo che essa si pone «al di fuori del diritto
internazionale», si è rifiutata di prendere posizione, limitandosi a dire: «Non
condivido e non condanno».
Guai agli amici di Trump
Resta il fatto che Trump
si è molto arrabbiato con Giorgia Meloni, sentendosi tradito. A questo la
premier si è appellata per smentire le affermazioni di Rutte, definendole «un
discorso illogico», che non spiegherebbe perché il capo della Casa Bianca attacchi
l’Italia per il mancato sostegno.
Sembrerebbe
un’osservazione inconfutabile, se una lunga serie di fatti non dimostrasse che
è nello stile di Trump essere più aggressivo proprio nei confronti degli
“amici”, e in generale di chi si inchina al suo volere, se non lo fa fino in
fondo. Emblematica l’umiliazione internazionale inflitta alla stessa Giorgia
Meloni, dopo la sua (obbligata) presa di distanza – peraltro molto garbata –
dall’attacco a Leone XIV e per l’altrettanto garbato e obbligato rifiuto di
trascinare il nostro Paese in una guerra assurda.
La nostra premier era
sempre stata la più vicina a Trump; si era detta orgogliosa del «rapporto
privilegiato» stabilito con lui; si era battuta con successo per impedire che
l’Europa reagisse con fermezza alle arroganti e minacciose politiche doganali
del Tycoon (con risultati a dire il vero disastrosi per i
nostri interessi); aveva sempre cercato di giustificare o almeno di minimizzare
le sue folli pretese neo-coloniali, fino a definire una «operazione difensiva
legittima» l’attacco al Venezuela per depredarlo del suo petrolio. Arrivando,
poco dopo questi fatti, a proporlo – prima e unica leader europea – per il
Nobel per la pace.
Non malgrado ciò,
ma proprio per tutto questo Trump l’ha massacrata
pubblicamente, lasciando di stucco lei e i suoi sostenitori, che sull’amicizia
con lui avevano puntato tutta la politica estera italiana. Perciò non è affatto
strano che, anche dopo i 500 voli di «supporto» concessi ai suoi aerei per la
guerra all’Iran, il presidente americano continui ad attaccare astiosamente
Meloni e l’Italia per non essere stati fino in fondo fedeli a quella che egli
ha sempre concepito come un rapporto di vassallaggio: «Meloni era una mia
grande fan, ma ora non la voglio più».
L’impossibile abbraccio
dei ricci
Qualcuno potrebbe
obiettare che è facile criticare, col senno del poi. In realtà tutto questo era
chiaro fin dall’inizio. E per prevederlo non c’era bisogno di essere profeti, e
nemmeno grandi politologi, se il sottoscritto, che non è né l’uno né l’altro,
l’aveva già puntualmente prefigurato in un chiaroscuro pubblicato l’8 novembre
2024, all’indomani della vittoria elettorale del Tycoon, intitolato
«Il mondo di Donald Trump e le illusioni dei sovranisti».
Scrivevo allora,
riferendomi al “Rifare di nuovo grande l’America” di Trump e al “Rifare di
nuovo grande l’Italia” di Meloni: «Se si pensa che il bene del proprio paese
sia in alternativa a quello degli altri, due governi sovranisti non potranno
mai allearsi, se non in un rapporto asimmetrico di dipendenza (come fu tra
Germania nazista e Italia fascista nel secolo scorso). Come i ricci, i cui
aculei sono una buona difesa verso gli altri animali, ma escludono un reciproco
abbraccio, i sovranisti non possono dare luogo a un fronte veramente comune e
tra due Stati governati da loro ci potrà essere solo competizione».
E così è stato. Nel mondo
dei sovranisti non esistono amici. Si può solo essere nemici o vassalli. E
purtroppo l’Italia oggi, rispetto agli Stati Uniti di Trump, dopo essersi
illusa di una impossibile amicizia, rientra nella seconda categoria. Un ulteriore
motivo per chiedersi se davvero il sovranismo, sbandierato con orgoglio dal
nostro governo, sia la via giusta per rendere grande l’Italia.
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