domenica 10 maggio 2026

VIVA LE MAMME

 


“Essere mamma

 è il dono più grande e, insieme, 

la sfida più profonda

 che la vita possa regalare. 

La maternità ti cambia dentro: 

cambia il cuore, il tempo 

e il modo di guardare il mondo”.


Con queste parole la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha scelto di ricordare la ricorrenza che oggi, domenica 10 maggio, si celebra in Italia e in decine di altri Paesi. “Oggi voglio dedicare un pensiero speciale a tutte le mamme“, ha aggiunto in un post sui social, “a quelle che corrono tutto il giorno senza fermarsi mai, a quelle che custodiscono silenziosamente ogni preoccupazione“.

Anche il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha scelto i social per mandare un messaggio in riferimento alla festa: “I miei auguri più belli a tutte le mamme. Grazie per la profondità con cui sapete amare i vostri figli”.

Dietro la seconda domenica di maggio, però, c’è una storia meno oleografica di quanto si possa immaginare. Una storia fatta di campi di battaglia, lutti personali, attivismo femminile e perfino una crociata contro la commercializzazione della ricorrenza.

Le origini americane: madri in trincea

Negli anni Sessanta dell’Ottocento, durante la Guerra civile americana, Ann Reeves Jarvis organizza i Mothers’ day work clubs: donne che migliorano le condizioni sanitarie e curano i feriti di entrambi gli schieramenti. Dopo aver perso diversi figli per malattie infettive, nel 1868 fonda il Mother’s friendship day per riunire ex nemici di Nord e Sud. Intanto Julia Ward Howe, autrice dell’Battle Hymn of the Republic, scrive nel 1870 la Mother’s Day Proclamation contro la guerra.

Ma è la figlia di Ann, Anna Jarvis, a compiere il passo decisivo: nel 1908 organizza la prima celebrazione (seconda domenica di maggio) e nel 1914 ottiene la festa nazionale. Quando la ricorrenza diventa un affare fatto di biglietti e regali, Anna si ribella, critica la commercializzazione e difende l’apostrofo al singolare (Mother’s day, non mothers’ day): la festa deve riguardare la propria madre, non le madri in generale.

L’arrivo in Italia: dalla Giornata del fanciullo al garofano

In Italia la ricorrenza segue un percorso diverso. Nel 1933 il regime fascista istituisce la Giornata della madre e del fanciullo, celebrata il 24 dicembre. Vengono premiate le madri più prolifiche, in particolare quelle con molti figli maschi. La logica è demografica e nazionalista.

Quella che conosciamo oggi nasce nel dopoguerra. Negli anni Cinquanta si sviluppano due iniziative indipendenti: una a Tordibetto di Assisi, con un significato religioso legato al mese di maggio, e una in Liguria, favorita dalla produzione e vendita di fiori.

Dal 1959 la ricorrenza si diffonde in tutto il Paese. Inizialmente fissata l’8 maggio, viene poi spostata alla seconda domenica del mese, allineandosi alla tradizione statunitense.

Il mondo celebra, ognuno a suo modo

Non tutti seguono il calendario americano. Nel Regno Unito, ad esemopio, la Mothering Sunday cade la quarta domenica di Quaresima. La tradizione voleva che chi lavorava lontano tornasse nella chiesa del proprio battesimo, quasi sempre nel paese d’origine dove viveva la famiglia. Il ricongiungimento con la madre diventava naturale. Il dolce tipico è la Simnel cake, una torta alla frutta con due strati di pasta di mandorle.

In Messico si festeggia il 10 maggio, fisso. In Thailandia la data è il 12 agosto, compleanno della regina Sirikit, madre dell’attuale sovrano. Parate e decorazioni invadono il Paese.

In Norvegia, invece, bisogna segnarsi un’altra data: la seconda domenica di febbraio. La festa è già passata. Anche lì si regalano fiori e biglietti, ma la tradizione prevede un piatto speciale preparato per la madre, spesso a base di baccalà. In Indonesia il 22 dicembre non si onorano soltanto le madri: è anche una giornata di manifestazioni politiche a sostegno dei diritti delle donne.

Quanto ai fiori, il garofano resta il simbolo più diffuso. Rosso o rosa per le madri in vita, bianco per quelle che non ci sono più. Un codice semplice, che non ha bisogno di istruzioni.

Orizzonte scuola

SE MI AMATE

 


Evento pasquale 



comunione

 agapica

 

Riflessione di don Massimo Naro  

sulla liturgia della Parola

 nella VI domenica di Pasqua (anno A)

 

At 8,5-8.14-17; Sal 65/66; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

 L’odierna pagina evangelica è affollata di voci verbali, che hanno il merito di evidenziare l’indole dinamica dell’evento pasquale, prospettato dal Maestro di Nazareth ai suoi discepoli durante quella che comunemente viene considerata l’ultima sua cena con loro. L’abbondanza di voci verbali dice appunto che la Pasqua ha a che fare più con la vita, col suo inopinato trionfo, che con la morte, col suo urto tremendo. La morte è certamente inscritta nella Pasqua, ma come fatto transitorio, non come ultimo approdo, non come tappa ultimativa. 

È sì un fattore costitutivo della Pasqua, l’elemento che la fa essere un “passaggio”. Ma resta comunque penultima rispetto alla vita, quella nuova, che – tramite la morte e nonostante essa – comincia finalmente e perdura infinitamente.

Nella Pasqua la morte si trasfigura in vita vera.

Viene così fasciata e curata l’antica ferita che Adamo, peccando, si era autoinferto. Egli non aveva preso sul serio l’avvertimento premuroso del Creatore, fraintendendolo piuttosto come una egoistica minaccia o come un subdolo deterrente: «Nel giorno in cui mangerete dell’albero della conoscenza del bene e del male, certamente ne morirete» (Gen 2,17). La traduzione greca fatta dai Settanta d’Alessandria, nel terzo secolo a.C., rende fedelmente l’espressione ebraica che sta per «certamente ne morirete» con questa formula: thanátōi apothaneîsthe, letteralmente «di morte morirete», o «morendo morirete». I Padri della Chiesa, tenendo conto che secondo il racconto biblico Adamo visse fino a 930 anni (altri 900 anni dopo aver peccato, essendo stato creato già circa trentenne, a immagine del Figlio come si sarebbe poi incarnato nel Cristo, suggeriva Tertulliano), hanno interpretato questa «morte certa» come la morte spirituale, ossia come l’interruzione del rapporto col Dio Vivente. La loro era un’intuizione pertinente: peccare vuol dire morire veramente, morire radicalmente, alla radice, sebbene il fusto dell’albero potrà dare l’impressione di sopravvivere per tanti anni ancora.

Accogliendo il parere di pensatori cristiani contemporanei come Pierre Teilhard de Chardin, secondo i quali la morte fisica non è conseguenza del peccato delle origini, potremmo concludere che quella prima disobbedienza (quel primo fraintendimento di Dio da parte dell’essere umano) irrompe nell’esistenza di Adamo e nella storia dell’umanità come la vera morte, come la morte che fa davvero morire, che tronca il cordone ombelicale tra l’essere umano e il Dio Vivente, trasformando la morte in quanto tale da accadimento sperimentato come un fatto buono, positivo, sereno, naturale, transitorio (cioè “pasquale”, funzionale al passaggio verso una partecipazione più piena alla vita divina), intrinseco al vivere umano, in accadimento sperimentato come un fatto cattivo, negativo, angosciante, contronatura, terminale, opposto al vivere.

Dopo quel fatidico «giorno» (hēméra nel greco dei Settanta) della morte – di cui si parla in Gen 2,17 –, Gesù annuncia, in termini molto impliciti, tanto da non essere immediatamente compreso, il «giorno» (hēméra anche in questo brano giovanneo) in cui l’umanità, rappresentata dai suoi discepoli, potrà sapere come stanno veramente le cose, conoscendo una buona volta non l’intenzione punitiva di Dio ma la sua paterna volontà di abbracciare tutti nell’orizzonte eterno della sua stessa vita. Entrando nell’ora pasquale, Gesù chiarisce ai suoi amici che egli vive veramente, unito alla radice della vita eterna, al Dio Vivente che lo genera paternamente alla vita e con lui condivide la sua vita. E aggiunge che anche loro – i discepoli – vivranno per davvero, partecipando di quella vita radicale, attingendola a loro volta dalla radice della vita, dal Dio Vivente: «Io vivo e voi vivrete» (il verbo è záō e riecheggia il sostantivo zōḗ, che nel linguaggio giovanneo è proprio la vita di qualità “divina”, distinta dalla vita di durata “naturale”, bíos).

La condivisione di questa vita radicale, che mette al riparo dalla morte radicale, incardina anche i discepoli, quelli di allora e quelli di oggi, nell’Essere di Dio: permette di “sperimentare” (così possiamo intendere il verbo “conoscere-sapere” che ricorre più volte in questa pagina evangelica) il circolare innesto del Figlio nel Padre suo e dei discepoli nel Figlio e, in definitiva, nel Padre stesso: «In quel giorno saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». Così l’Essere di Dio traspare nel suo Esserci, di cui i discepoli – in virtù della loro comunione col Cristo – diventano i rappresentanti e i testimoni.

La comunione con Dio in Cristo Gesù, tuttavia, non è soltanto una condizione ontologica che occorre capire concettualmente. È anche una condizione esistenziale, effettivamente vissuta intrattenendo e maturando un rapporto personale col Signore. Si tratta di una relazione intima, resa possibile dallo Spirito Santo, il Paraclito promesso e donato ai discepoli, «affinché rimanga con voi per sempre (in eterno: eis tòn aiôna)», dice Gesù. Attraversare la morte senza restarvi imprigionati, vivere per davvero, di nuovo e per sempre, partecipando della medesima vita del Dio Vivente, significa respirare con Dio, cospirare con lui, vivere del suo stesso respiro, che è lo Spirito Santo. Divo Barsotti lo ha spiegato in un suggestivo passaggio del suo libro Il Signore è uno: «La nostra vita indubbiamente si distingue dalla vita di Dio, ma non se ne separa: è una partecipazione reale. L’assunzione della natura umana da parte del Verbo implica veramente una partecipazione di questa natura alla spirazione dello Spirito Santo. E poiché siamo tutti una cosa sola nel Cristo, anche noi partecipiamo a questa spirazione divina».

L’amore agapico

Questo è l’esito straordinario dell’amore agapico, dell’amore vicendevole. Vale a dire di un amore che esige d’essere “atto d’amore”, senza alcun ristagno, senza mai fermarsi, senza entrare in cortocircuito. L’amore reciproco è movimento vivace e vitale, aperto a ulteriori sviluppi. Anch’esso, infatti, si esprime in una voce verbale: agapáō: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Anzi: «in lui». È l’amore agapico, è l’amare agapicamente, cioè l’amare di amore reciproco, che abilita i discepoli a esserne il riflesso, a diventarne testimoni: il Cristo si manifesta in chi ricambia l’amore, in chi ama a sua volta, in chi si lascia coinvolgere responsabilmente nella comunione agapica. Egli “risplenderà in” (emphaínō si legge nel testo greco: mostrarsi-in, en-phaínō): in chi accetta d’essere avviluppato in quella matassa di relazioni d’amore che è l’Agape divina.

L’evento pasquale, pertanto, è – e sarà ancora, quale perenne Parusia – la suprema teofania. 

Dio si rende presente, ci fa visita, si lascia intravedere nella luce del Crocifisso-Risorto. Nella luce pasquale noi entriamo in contatto con lui: è la qualità mistica dell’esistenza credente. La vita cristiana ha una valenza principalmente mistica. Ciò non toglie che abbia pure delle importanti implicazioni etiche, derivanti proprio dalla dimensione mistica, giacché germogliano dalla comunione spirituale (in senso forte: pneumatica) con Dio in Cristo Gesù: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti», leggiamo nel brano evangelico. Perché la vita di Dio nei discepoli è – e non può non essere – anche la loro vita buona, moralmente retta, solidale, giusta.

 www.tuttavia.eu

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sabato 9 maggio 2026

ARTIGIANI DI PACE

 


Proprio come un artigiano lavora con pazienza, cura e dedizione, anche la pace è il frutto di piccoli gesti compiuti con amore e responsabilità.

La pace inizia dentro ogni persona e si diffonde attraverso semplici atteggiamenti: perdonare, comprendere, accogliere e promuovere il bene.

Essere artigiani di pace significa avere il coraggio di agire in modo diverso. È rispondere al male con il bene, trasformare i conflitti in opportunità di riconciliazione.

Ogni gesto di bontà, ogni atteggiamento di giustizia e ogni parola di incoraggiamento sono come piccoli tasselli che aiutano a costruire un mondo più pacifico.

Che possiamo essere veri artigiani di pace, portando serenità, comprensione e amore a tutti coloro che incrociano il nostro cammino.

(Apollonio Carvalho Nascimento)

LA PAROLA CHE FERISCE


 Fermare quella parola che ferisce

L’odio che entra da fessure piccole


. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. 

Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo

 Gli “attrezzi” che noi usiamo? Precisione, gentilezza, visione panoramica, senso di comunità e racconto lungo»

 -di MARCO GIRARDO

Pubblichiamo un’ampia parte dell’intervento tenuto martedì 5 maggio dal direttore di Avvenire, Marco Girardo, in occasione dell’audizione presso la Commissione straordinaria del Senato per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, presieduta dalla senatrice Liliana Segre. L’audizione si è tenuta nell’ambito dell’indagine conoscitiva avviata dalla Commissione sui discorsi d’odio con particolare attenzione all’impatto del linguaggio pubblico sulla diffusione dei discorsi d’odio.

Vorrei partire da una constatazione semplice: i discorsi d’odio non nascono nel vuoto di parole, nascono nel vuoto di senso. Non compaiono all’improvviso, come un incidente isolato dentro uno spazio pubblico altrimenti sano. Sono piuttosto il sintomo, spesso estremo, di un ambiente comunicativo che si è progressivamente deteriorato. Prima dell’odio dichiarato, c’è quasi sempre una lunga preparazione: mutano lentamente le parole, si modifica il tono, cambia anzitutto lo sguardo sull’altro (…). Per questo interrogarsi sull’impatto del linguaggio pubblico significa andare alla radice: non solo misurare quante parole d’odio circolano, ma domandarsi quale spazio pubblico le rende possibili, le premia, le accelera e infine le normalizza.

I connotati dello spazio pubblico

Questo spazio pubblico, oggi, ha alcune caratteristiche che vorrei brevemente richiamare.

 La prima è la polarizzazione. Il discorso pubblico tende sempre più a trasformare ogni questione in uno scontro binario: di qua o di là, amico o nemico, puro o impuro, traditore o fedele. Il “tifo calcistico” è diventato la modalità con cui affrontiamo problemi sempre più complessi. Piace perché semplifica, non costringe a pensare, conferisce identità “per contrasto”. Ma proprio lì l’odio si prepara: quando l’altro non è più una persona con cui condivido uno spazio comune, ma il segno di ciò che temo e respingo.

La seconda caratteristica è la paura, un materiale comunicativo potentissimo, perché cattura l’attenzione, crea appartenenza e produce reazione. Ma quando diventa il registro ordinario del discorso pubblico, la paura restringe lo sguardo. Non vediamo più persone, storie, cause, responsabilità: vediamo anzitutto minacce. Il migrante diventa così l’invasore, il povero un fastidio, il diverso un rischio. La paura semplifica, e l’odio trova terreno fertile nelle semplificazioni.

La terza caratteristica è la ridondanza.

Non siamo mai stati così informati e, insieme, così disorientati. Ci sentiamo spesso sovraccarichi, “schiacciati”. Ma l’eccesso di informazione non produce automaticamente conoscenza. Anzi: tende a produrre assuefazione, stordimento, paralisi. La quarta caratteristica è la post-verità o, meglio, il groviglio nel quale oggi siamo immersi: disinformazione mirata, clickbaiting, fonti algoritmiche. L’informazione procede spesso per addizione e accumulo, ma non sempre genera senso. E “senso” significa anzitutto “direzione”. Dove manca la direzione, resta il rumore. La quinta caratteristica è il fattore tempo. Vince il mordi e fuggi. Leggiamo titoli, anteprime, frammenti d’informazione, guardiamo video di pochi secondi. Ma il linguaggio in una democrazia ha bisogno di tempo, oltre che di verifica. Quando questo tempo scompare, resta la reazione. E la reazione, soprattutto negli ambienti digitali, tende facilmente a trasformarsi in aggressione.

Ad essersi completamente “snaturato”, dunque, è lo spazio pubblico, prima ancora del “discorso pubblico”.

Come ricorda Zygmunt Bauman ( Il silenzio dell’opinione pubblica, dialogo con Ezio Mauro), nella polis greca tra la casa privata, l’oikos, e la sfera propriamente pubblica, l’ekklesia, si collocava l’agorà, il luogo della traduzione. Traduceva gli interessi privati in questioni comuni e, all’inverso, le questioni pubbliche in doveri e diritti delle persone. Ecco, oggi il punto è proprio questo: abbiamo moltissime opinioni private esposte in pubblico, ma fatichiamo ad avere una vera opinione pubblica. Abbiamo molte, troppe connessioni ma pochi legami. Abbiamo reazioni, non sempre giudizio. Abbiamo flussi, quasi mai “senso” – come si diceva, nella sua accezione originaria di “direzione”. Perché ci manca un’agorà.

Ruolo delle piattaforme: prima e dopo i social

Su tutto questo pesa il ruolo delle grandi piattaforme. C’è un prima e un dopo i social. Nati per connettere, in molti casi hanno finito per alimentarsi di scontro più che di incontro. La giornalista filippina-statunitense Maria Ressa, premio Nobel per la Pace, ha parlato nel suo intervento in Vaticano, in occasione del Giubileo della Comunicazione, di «strumenti di ingegneria comportamentale di massa»: piattaforme che monetizzano indignazione, odio, divisione, sfruttando le nostre vulnerabilità psicologiche. Barbara Kingsolver (Avvenire, 30 aprile) lo dice con grande chiarezza: quando una società si abitua a pensare che la forza sia una soluzione ‒ nelle relazioni internazionali, nella retorica, nella vita quotidiana ‒ prima o poi quella logica entra anche nella politica. E quando qualcosa diventa pensabile, può diventare praticabile. Ecco il punto: le parole non causano meccanicamente la violenza. Ma possono creare le condizioni perché la violenza appaia giustificabile (…).

Ruolo e responsabilità del giornalismo

Non credo che i media siano gli unici responsabili del deterioramento del linguaggio pubblico. Sarebbe ingiusto e troppo comodo dirlo. Ma il giornalismo ha una responsabilità specifica, perché lavora ogni giorno con la materia prima della democrazia: le parole, i fatti, il contesto, la gerarchia delle notizie. Ad Avvenire proviamo a rispondere a questa crisi non con una predica sul linguaggio, ma con un metodo che cerca di privilegiare il fondamentale sul sensazionale e il rilevante sul recente (anche perché recente significa ormai istantaneo...). Ecco alcuni attrezzi che utilizziamo.

Il primo attrezzo è la precisione.

La precisione non è freddezza. È una forma di rispetto. Chiamare le cose con il loro nome, evitare parole che deformano, distinguere, contestualizzare, non confondere casi singoli e fenomeni generali. Non passare arbitrariamente ‒ e provocatoriamente ‒ dalla cronaca alla sociologia. Tutto questo è già un argine ai discorsi d’odio. Perché l’odio vive di indistinto. Il giornalismo, invece, deve saper restituire differenze.

Il secondo attrezzo è la gentilezza. So che questa parola può sembrare fragile, ingenua e quasi inadatta alla durezza del nostro tempo. La gentilezza, tuttavia, non è remissività o rinuncia al giudizio. È una disciplina del linguaggio. La scelta di non aggiungere veleno al veleno e di sfuggire al ricatto ideologico del “se non ti schieri così, se non la pensi come me, allora stai con quelli là”. Una parola pubblica può essere ferma sui principi ma disarmata nei toni.

Il terzo è la visione panoramica. Il buon giornalismo deve fare il contrario dello scrolling. Non aggiungere semplicemente pezzi al flusso, ma aiutare a vedere l’insieme, dare proporzione. Decidere che cosa conta davvero: anche la gerarchia delle notizie, oggi, è linguaggio pubblico. E proprio in questa particolare operazione i giornali quotidiani, per la loro natura e lo stesso processo di “fattura”, assumono a mio parere un ruolo fondamentale: è un direttore di lungo corso come Ezio Mauro, nel suo già citato dialogo con Bauman, a ricordare che «il giornale non è una stazione neutra nel percorso dell’informazione». Il quotidiano è oggi sempre più uno «strumento cognitivo». Se, infatti, in Rete l’informazione scorre come l’acqua di un fiume – contano quindi portata e velocità – il giornale, invece, sta fuori dal flusso perché sceglie, scarta, trattiene, ordina. Attribuisce una misura ai fatti.

Tale gerarchia non è soltanto una tecnica professionale, è un’assunzione di responsabilità.

Il giornale quotidiano è “neghentropia” e cioè la tendenza di un sistema aperto, come gli organismi viventi o le organizzazioni, a generare ordine, complessità e organizzazione opponendosi al naturale decadimento entropico verso il disordine. Il quarto strumento nella cassetta è il giornalismo di comunità. Uso questa espressione con convinzione. Non significa parlare solo a chi la pensa come noi, né chiudersi in una comunità identitaria. Significa pensare il giornale come luogo di legame: piazza e ponte, non curva dello stadio.

Il giornalismo deve parlare ai cittadini, alle persone, non ai clienti o ai follower. Deve costruire comunità, non soltanto community (…). Il quinto “attrezzo” è il racconto lungo. In un ecosistema dominato dalla velocità, il racconto lungo è un atto controcorrente. Significa fermarsi quando tutto scappa, tornare sui luoghi, dare profondità storica ai fatti, cercare cause e non solo effetti. Ci stiamo investendo, ad Avvenire, con campagne giornalistiche della durata di un anno come “ Donne per la pace”, “ Figli di Haiti”, “ Guerre dimenticate”, “ Europa bene comune”. (…).

Una risposta culturale

Ecco perché davanti ai discorsi d’odio non basta una risposta repressiva, pur necessaria quando si oltrepassano i limiti della legge. Serve anche una risposta culturale. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo, tra conflitto democratico e delegittimazione dell’altro.

Una democrazia non vive senza conflitto.

Non dobbiamo avere paura delle parole forti, delle opinioni nette, del dissenso e persino dello scontro. Ma c’è una soglia che non può essere varcata: quella in cui l’avversario diventa nemico assoluto, il diverso diventa una minaccia ontologica e la persona viene ridotta alla categoria che la contiene. Il problema non è il dissenso: è l’espulsione simbolica dell’altro dallo spazio comune (…).

Il filosofo Davide Assael (Avvenire, 30 aprile), riflettendo sui segnali di violenza politica e antisemitismo, ha parlato della necessità di «resistere ai meccanismi di importazione del conflitto e delle propagande organizzate» verso cui l’opinione pubblica mostra un cedimento quasi strutturale. È una definizione utile anche per questa sede: il linguaggio pubblico può diventare il luogo in cui conflitti lontani vengono importati, deformati, radicalizzati, vengono trasformati in identità aggressive. Per questo le istituzioni hanno una responsabilità speciale.

La parola istituzionale pesa più delle altre. Non perché debba essere meno libera, ma perché produce effetti più larghi. Può rassicurare o incendiare. Può riconoscere o escludere. Può aprire un varco di convivenza o legittimare il sospetto. Anche noi giornalisti abbiamo una responsabilità speciale. Non siamo custodi proprietari della verità. Ma siamo chiamati a custodire un metodo: verificare, distinguere, contestualizzare, dare voce, non cedere alla tentazione dell’incendio permanente (…). Vorrei concludere con un’immagine. L’odio non entra quasi mai nella casa comune sfondando la porta. Entra da fessure piccole: una parola detta con leggerezza, una battuta ripetuta, una categoria usata al posto di un volto, una paura trasformata in identità, una notizia privata del suo contesto. Poi quelle fessure si allargano. E a un certo punto ci accorgiamo che l’aria è cambiata, diventando irrespirabile.

Contrastare i discorsi d’odio significa allora riparare il linguaggio pubblico

Non per renderlo più debole, ma per renderlo più giusto. 

Non per cancellare il conflitto, ma per impedire che il conflitto cancelli l’umanità dell’altro.

 www.avvenire.it

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ALLA CONQUISTA DI VENTOTENE

 Fondazioni per l’Europa, 

i ragazzi conquistano Ventotene


Per la Giornata dell'Europa si sono riuniti sull'isola simbolo i ragazzi che partecipano alla Scuola d'Europa, iniziativa promossa dalle fondazioni di origine bancaria riunite in Acri. Per Bernabò Bocca, vicepresidente vicario dell'associazione «rafforzare una cultura europea basata sulla solidarietà, sulla cooperazione e sullo sviluppo sostenibile rappresenta una priorità anche per le fondazioni di origine bancaria»                     

di Alessio Nisi

Si sono riuniti a Ventotene, luogo simbolo della nascita dell’idea di Europa unita e lo hanno fatto il 9 maggio, il giorno in cui si celebra la Giornata dell’Europa, che ricorda la dichiarazione Schuman del 1950, considerata l’atto fondativo dell’integrazione europea.

Sono i 25 studenti tra i 18 e i 22 anni che partecipano alla Scuola d’Europa (iniziativa che ha coinvolto, in dieci anni, oltre 1.200 studenti italiani ed europei in percorsi di formazione dedicati alla storia e al funzionamento dell’Unione europea) a Ventotene, organizzata nell’ambito del Ventotene Europa festival dall’associazione di promozione sociale La nuova Europa con il contributo di Associazione di fondazioni e di casse di risparmio spa – Acri. A promuovere l’iniziativa le fondazioni di origine bancaria riunite in Acri.

Cooperazione, una visione europea

«In un contesto internazionale segnato da crescenti incertezze, in cui anche i principi del multilateralismo vengono messi in discussione», spiega Bernabò Bocca, vicepresidente vicario di Acri, «è importante ribadire la centralità dell’Unione europea, fondata su una visione di cooperazione tra Stati e tra popoli».

In questo scenario, aggiunge, «rafforzare una cultura europea basata sulla solidarietà, sulla cooperazione e sullo sviluppo sostenibile rappresenta una priorità anche per le fondazioni di origine bancaria. L’iniziativa di Ventotene si inserisce in questo percorso, con un’attenzione particolare alle nuove generazioni».

Le fondazioni per l’Europa

L’appuntamento di Ventotene si inserisce in un impegno più ampio delle fondazioni sui temi della cittadinanza europea, incentrato sulla promozione di percorsi formativi e iniziative culturali che rafforzano la conoscenza delle istituzioni europee e dei valori su cui si fonda l’Unione: coesione sociale, solidarietà, sviluppo sostenibile, inclusione.

Europrogettazione per il Terzo settore

Accanto alle attività rivolte ai giovani, le fondazioni sono impegnate anche sul fronte dell’europrogettazione, ovvero nel rafforzamento delle competenze per l’accesso ai programmi europei, in particolare a favore delle organizzazioni del Terzo settore.

Attraverso attività di formazione, accompagnamento e assistenza tecnica, contribuiscono a facilitare l’utilizzo delle risorse dell’Unione e la costruzione di partenariati a livello internazionale. In questa direzione si colloca anche il portale euknow.it, dedicato al supporto all’euro-progettazione.

 VITA

LE PAROLE SONO PIETRE


 La persona, 

le etichette 

e le pietre



In ogni forma di umanesimo è implicita una certa concezione

 dell’uomo, esprimibile con una definizione. 

Ma si può definire la persona umana? 

«Definire» significa fissare dei limiti, precisare, mettere fine

 all’incertezza, al dubbio, a ciò che resta ancora da scoprire.

 Significa chiudere una data realtà dentro un concetto 

e una parola ben precisi.

-di Salvatore Cipressa*

Cercando di definire la persona, si arriva ben presto a un paradosso: quello di affermare che la persona, a differenza di un qualsiasi oggetto, non si lascia «definire» totalmente. Inoltre, ciascuno di noi sa, per esperienza, che non c’è nulla di più doloroso che sentirsi «definiti» o meglio «etichettati», una volta per tutte, dagli altri. Purtroppo, persiste ancora una visione miope della grandezza della persona umana e forse, proprio per questo, come afferma Erich Fromm nell’Arte di amare, «per la maggior parte della gente, la propria personalità e quella degli altri, è presto esplorata ed esaurita».

Le parole sono pietre

Come dice Carlo Levi, «le parole sono pietre» hanno l’enorme potere di contribuire, anche inconsapevolmente, a ferire, etichettare, rafforzare pregiudizi o stereotipi culturali e di genere. Pregiudizi e stereotipi sono visioni troppo semplicistiche e miopi della realtà e possono essere trasmessi dall’ambiente familiare e sociale in cui viviamo, dai mezzi di comunicazione sociale, da esperienze e vissuti personali. Essi possono riguardare il genere e l’orientamento sessuale, l’aspetto fisico, l’etnia, la religione, lo status socio-economico, le differenze ideologiche o politiche, e così via.

Pertanto è profondamente riduttivo e dispregiativo qualificare negativamente una persona unicamente per il genere, l’orientamento sessuale, l’etnia, l’appartenenza sociale, la religione, senza vedere in lei la ricchezza dell’«essere persona», creata ad immagine e somiglianza di Dio e chiamata in Cristo Gesù a vivere la figliolanza divina.

Papa Leone XIV, nel suo Messaggio per la Quaresima 2026, ha invitato tutti ad astenersi dalle parole che percuoto e feriscono gli altri. Egli ha affermato: «Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace». 

Mistero e valore infinito della persona

La persona si lascia avvicinare e si rivela solo dal rispetto che le si porta e che la rende a poco a poco conoscibile. La persona è mistero, una realtà talmente ricca, ineffabile, indicibile, irripetibile, unica, che non si può comprendere (dal latino comprehendĕre «prendere insieme») totalmente; è un valore in sé, ontologico e assiologico, che vive nella tensione tra finito e infinito, tra immanenza e trascendenza; ha valore di fine mai di mezzo, pertanto non può mai essere usata come oggetto, strumentalizzata o etichettata.

Il Salmo 8 esprime chiaramente la superiorità dell’uomo nei confronti della creazione quando afferma: «Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi» (vv. 6-7). L’uomo, come afferma Jacques Maritain, «è un universo a se stesso, un microcosmo, in cui il grande universo intero può essere racchiuso mediante la conoscenza. E mediante l’amore egli può donarsi liberamente ad esseri che sono per lui come degli altri se stesso. Di questa specie di relazioni non esiste alcun equivalente nel mondo fisico».

Il Dicastero per la dottrina della fede, nella dichiarazione Dignitas infinita, afferma in maniera forte e decisa questo principio fondamentale: «Una dignità infinita, inalienabilmente fondata nel suo stesso essere, spetta a ciascuna persona umana, al di là di ogni circostanza e in qualunque stato o situazione si trovi. Questo principio, che è pienamente riconoscibile anche dalla sola ragione, si pone a fondamento del primato della persona umana e della tutela dei suoi diritti.

La Chiesa, alla luce della Rivelazione, ribadisce e conferma in modo assoluto questa dignità ontologica della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio e redenta in Cristo Gesù. Da questa verità trae le ragioni del suo impegno a favore di coloro che sono più deboli e meno dotati di potere, insistendo sempre «sul primato della persona umana e sulla difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza»» (n. 1).

Alla luce di questo principio fondamentale, possiamo affermare che ogni persona umana ha un valore infinito e una dignità ontologica, radicati nel suo stesso essere, che non possono essere mai annullati e costituiscono un punto di riferimento oggettivo per il riconoscimento dei diritti umani fondamentali, la giustizia sociale, l’equità, l’inclusione, la solidarietà, la fraternità.

 *Salvatore Cipressa insegna Teologia morale presso l’Istituto superiore di scienze religiose metropolitano «don Tonino Bello» di Lecce.

Il Regno

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ASACOM E INCLUSIONE

 «Con i nuovi Assistenti per l’autonomia un grave arretramento sull’inclusione»

 Secondo l’ultimo rapporto dell’Istat sono circa 80mila le figure professionali attualmente nelle classi. Ma almeno 20mila studenti con disabilità ne avrebbero bisogno ma non ce l’hanno.

Grandi disparità territoriali tra Nord, Centro e Sud Italia

 

-         -di PAOLO FERRARIO

Sta sollevando non poche perplessità, la riforma della legge 66 del 2017 sull’inclusione scolastica degli studenti con disabilità, approvata dal Senato il 28 gennaio e ora in discussione alla Camera. La principale innovazione della proposta di legge riguarda l’istituzione della figura professionale dell’Assistente per l’autonomia e la comunicazione (Asacom), per altro già prevista dalla legge 104 del 1992. Ma proprio la mancanza da un profilo professionale specifico, ha fatto sì che queste figure, gestite dagli Enti locali, finissero per occupare spesso uno spazio residuale all’interno delle classi, con evidenti disparità territoriali, come documentato dall’Istat nel suo Rapporto annuale sull’inclusione scolastica.

Nell’anno scolastico 20232024, certifica l’Istituto di statistica, gli Asacom – che affiancano gli insegnanti per il sostegno - erano circa 80mila (+18% rispetto all’anno precedente) e di questi il 4,2% conosce la Lingua italiana dei segni. In media, a livello nazionale si registrano quattro alunni per assistente, ma nel Nord e nel Mezzogiorno, il rapporto sale a 4,3 e a 4,2. In Campania, però, il rapporto arriva a 7,5 alunni con disabilità per ciascun assistente. Il territorio con il rapporto migliore è il Centro, con 3,3 alunni per assistente. Anche sul versante delle ore di assistenza cui gli alunni disabili avrebbero diritto, ci sono differenze territoriali. A livello nazionale, le ore settimanali medie sono 9,6 per alunni disabile e nei casi più gravi salgono a 11,5. 

« Le differenze territoriali - si legge nel Rapporto Istat – si riscontrano soprattutto in relazione agli alunni con maggiori limitazioni, che nelle scuole del Nord e del Centro ricevono rispettivamente 1,6 e 1,5 ore settimanali in più rispetto agli alunni del Mezzogiorno». E ancora: oltre 15mila studenti (il 4,2% degli alunni con disabilità) avrebbero bisogno del supporto di un assistente all’autonomia e alla comunicazione, ma non ne usufruiscono. Nelle regioni del Sud, la quota di alunni che avrebbero diritto all’assistente ma non ce l’hanno, sale al 5,4%. «Tale carenza spesso viene colmata con un aumento delle ore di sostegno, anche se le due figure professionali sono complementari e non sostitutive», ricorda l’Istat. Infine, una quota residuale, ma non trascurabile, di alunni con disabilità (1,3%, quasi 5mila studenti) avrebbe inoltre bisogno di un assistente igienico personale. 

Questa percentuale aumenta nelle regioni del Mezzogiorno attestandosi all’1,7%. «Nel complesso - conclude l’Istat - sono circa 20mila gli studenti con disabilità che avrebbero bisogno di assistenza da parte di figure specializzate ». In questo quadro già piuttosto problematico, si inserisce, appunto, la riforma degli Asacom in discussione in Parlamento. Che sta sollevando non pochi dubbi tra gli addetti ai lavori. Di «forte preoccupazione e netta contrarietà » parla in una nota la Federazione italiana per il superamento dell’handicap (Fish), che fa riferimento, in modo particolare, «alla disciplina dei requisiti di accesso alla professione di Assistente », paventando il rischio di «un grave arretramento nella qualità dei servizi rivolti agli alunni e studenti con disabilità, compromettendo il pieno esercizio del diritto allo studio e l’effettiva inclusione scolastica».

 Secondo la definizione data dalla proposta di legge, l’Asacom è «un operatore socioeducativo che svolge funzioni di mediazione e assistenza alla comunicazione e di supporto all’acquisizione delle autonomie e alle relazioni rispetto ai contesti educativi, didattici e formativi, tenendo conto delle diverse condizioni di disabilità e facilitando anche l’esercizio del diritto all’educazione e alla formazione delle persone affette da malattie rare». Questa attività, stando alla proposta di legge, può essere svolta da un ventaglio di operatori: da chi è in possesso della qualifica di educatore professionale socio-pedagogico, da chi ha un diploma di scuola superiore e ha superato un corso professionale riconosciuto dalle Regioni, da chi ha svolto, per almeno 12 mesi, anche non continuativi, funzioni di assistenza per l’autonomia e la comunicazione nelle scuole, da chi ha un titolo di assistente conseguito al termine di un percorso di formazione di almeno 830 ore (di cui 810 ore di pratica della Lingua italiana dei segni) o, in alternativa, ha un’esperienza come assistente nelle scuole di almeno 36 mesi, anche non continuativi.

« La proposta, così come formulata, introduce requisiti disomogenei e inadeguati, privi di un solido impianto formativo nazionale – si legge in un comunicato della Fish – . Si tratta di una scelta che non garantisce standard minimi uniformi e che rischia di tradursi in una riduzione della qualità degli interventi educativi e assistenziali ». Fish evidenzia, in particolare, «la mancanza di una formazione obbligatoria e strutturata sulle principali modalità di comunicazione e intervento (come Braille, Comunicazione Aumentativa e Alternativa, metodologie comportamentali e altre competenze fondamentali), nonché l’ingiustificata equiparazione tra percorsi formativi qualificati ed esperienze lavorative prive di adeguata preparazione».

Per queste ragioni, la Federazione «ha formalmente proposto un emendamento che prevede un requisito formativo chiaro, omogeneo e di livello universitario, ritenuto indispensabile per garantire competenze adeguate in un ambito di così elevata rilevanza sociale». « La qualità dell’inclusione scolastica passa dalla qualità delle professionalità coinvolte – ricorda la Fish –. Il percorso educativo di ogni alunno e ogni alunna con disabilità è un diritto inalienabile sancito dalla nostra Carta e dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità», conclude la Federazione. Invitando «il Parlamento a rivedere la norma accogliendo l’emendamento proposto» e «ribadendo la propria disponibilità a contribuire al confronto istituzionale».

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