I tre volti
di
uno scisma
-di Giuseppe Savagnone
Il volto ecclesiale
La scelta della
Fraternità sacerdotale San Pio X di ordinare quattro nuovi vescovi si può
considerare sotto profili diversi. Il più evidente – di cui soprattutto si sono
occupati i media – è quello ecclesiale. Dopo la scomunica da parte di Giovanni
Paolo II, che nel 1988 fece seguito all’ordinazione di altri quattro vescovi da
parte del fondatore della Fraternità, mons. Lefebvre, c’erano stati degli
sforzi di riavvicinamento, culminati nella remissione della scomunica da parte
di Benedetto XVI, che aveva anche ammesso nuovamente l’uso del messale
preconciliare.
Papa Francesco aveva
revocato la liberalizzazione della messa in latino, ma aveva concesso ai preti
lefebvriani la potestà di confessare durante il Giubileo della misericordia
(2015-2016) e la possibilità – da valutare però caso per caso – di celebrare matrimoni.
Con la decisione di
ordinare altri quattro vescovi senza il mandato della Santa Sede, il superiore
generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, ha respinto l’accorato
appello di papa Leone a mantenere aperto il dialogo e ha reso inevitabile una
nuova scomunica. Si tratta, infatti, di una sfida aperta all’autorità del
pontefice, come era stata quella del defunto mons. Lefebvre. Un gesto che
consacra la disobbedienza della Fraternità al papa, rompendo la comunione con
lui, e determina automaticamente lo scisma.
Questa mossa, in verità,
può apparire – e secondo molti è – contraddittoria con la volontà della
Fraternità di ritornare al Catechismo di Pio X, in cui è rigorosamente
prescritta l’obbedienza al papa. Ma già secondo Lefebvre la crisi della Chiesa
era così grave da giustificare misure eccezionali per salvaguardare
l’ortodossia, rendendo leciti atti normalmente proibiti dal diritto
canonico.
E anche don Pagliarani si
appella a uno “stato di necessità” per una presa di posizione che a suo avviso
è motivata da una più profonda fedeltà alla Chiesa e al papa, perché volta a
ricondurli alla retta interpretazione della tradizione ecclesiastica. Come
scrive nella sua risposta all’appello di Leone: «Lungi da noi il volerci
separare dalla Chiesa di Roma – si legge nel testo – al contrario, desideriamo
servirla con mezzi straordinari, come si soccorrerebbe una madre in difficoltà
che necessita di un aiuto particolare, anche se tale aiuto non è compreso da
tutti».
Le ragioni del dissenso
La Fraternità, infatti,
ritiene che il Concilio Vaticano II abbia creato una frattura nella tradizione
della Chiesa e abbia dunque tradito lo spirito del cattolicesimo. Un punto
cruciale è, a questo proposito, il riconoscimento contenuto nella dichiarazione
conciliare Dignitatis humanae – poi sviluppato in particolare
da Giovanni Paolo II e da papa Francesco con gesti pubblici di apertura e di
dialogo – che c’è della verità anche nelle altre religioni e nelle altre
confessioni cristiane, valorizzandone così la funzione spirituale, invece di
bollarle semplicemente come errori da combattere in nome dell’unica verità
rivelata e di cui solo la Chiesa cattolica sarebbe depositaria.
Ma ad apparire
inaccettabile ai seguaci di mons. Lefebvre è anche la nuova dimensione
comunitaria introdotta dalla costituzione conciliare Lumen gentium,
che rovescia la concezione piramidale e gerarchica della Chiesa, mettendo in
primo piano il popolo di Dio, desacralizzando la gerarchia e valorizzando il
laicato.
È solo una conseguenza di
queste divergenze di fondo quella che spesso è stata scambiata per il problema
cruciale, la celebrazione della messa in latino. Dove in realtà la questione
della lingua è certo significativa, ma secondaria rispetto al fatto che si
tratta di una messa celebrata con un rito non rispondente alla nuova visione
del Concilio.
Un solo esempio: una
delle novità della messa post-conciliare è il fatto che il celebrante non dà le
spalle al popolo – volgendosi come suo rappresentante ad Orientem,
verso Dio – ma celebra rivolto ai fedeli, partecipando insieme a loro alla
comune mensa sacrificale.
È evidente che quello
della Fraternità San Pio X è una reazione a tutto ciò che di nuovo la Chiesa ha
espresso in questi anni. Eppure, deve far riflettere il fatto che,
contrariamente a quanto molti immaginavano nel 1988, essa non si è estinta con
Lefebvre, ma è cresciuta. Se allora contava poco più di duecento sacerdoti,
l’anno scorso ne contava 733, con altri 264 seminaristi, oltre a religiosi e
religiose presenti in numerosi Paesi e alcune centinaia di migliaia di laici
che gravitano attorno alle sue opere.
Non solo. All’interno
della stessa Chiesa cattolica si registrano segni di nostalgia del passato. E
quello che colpisce è che essi vengono soprattutto dai giovani preti, con il
ritorno a un accentuato ritualismo, all’uso della talare, alla sottolineatura
dell’autorità dei presbiteri. È come se si sentisse il bisogno di puntare su
contrapposizioni nette e di trincerarsi dietro forme rigide, per difendere una
identità minacciata dalla complessità e dalla problematicità della realtà
attuale. Ma, in definitiva, è una fuga dai dubbi e dal confronto, che rivela
una sostanziale debolezza.
Il volto
teologico-culturale
Questo apre la strada a
un secondo aspetto dello scisma, assai meno trattato, quello
teologico-culturale. Liquidare lo smarrimento di cui si è detto come un fatto
meramente psicologico rischia di coprire i problemi che il cristianesimo – non
solo quello cattolico – sta affrontando, in questa che – come lucidamente ha
precisato papa Francesco – non è un’epoca di cambiamento ma un cambiamento
epocale.
Il distacco dalla Chiesa
di masse sempre più imponenti di fedeli evidenzia la difficoltà del messaggio
cristiano a presentarsi come attuale e coinvolgente per gli uomini e le donne
del nostro tempo. Più che le chiese vuote, il problema sembra la difficoltà
delle persone – anche di chi ancora le frequenta – a trovare credibile il
Vangelo e a vivere con l’intensità di una volta la loro adesione di fede nel
nuovo contesto culturale.
Da qui i tentativi di
diversi teologi di pensare in modo nuovo l’oggetto di questa fede, anche
ricorrendo a vere e proprie rivoluzioni dottrinali, come quella implicita nelle
diverse forme di post-teismo, che arrivano a rimettere in questione perfino l’esistenza
di un Dio trascendente il mondo. Col rischio, però, che, piuttosto che di
un’attualizzazione delle verità da sempre credute, si tratti di una loro
sostituzione con altre.
E anche nel modo di
concepire il pluralismo religioso, il rispetto per le altre fedi finisce a
volte per tradursi nella riduzione della figura di Gesù Cristo a quella di uno
dei tanti fondatori di religioni, spogliandola della divinità che le
attribuisce il Credo elaborato dalla Chiesa indivisa nel primo millennio della
sua storia. Col risultato di svuotare l’idea centrale del cristianesimo, che è
quella dell’assunzione della nostra umanità da parte di Dio stesso.
Da qui l’irrigidimento di
chi, per difendere la tradizione, la identifica con una pura e semplice
conservazione, assumendo come assoluta questa o quella formulazione del
passato, senza rendersi conto dell’arbitrarietà di una simile scelta: perché
proprio il catechismo di Pio X, o le formule del Concilio tridentino, e non
altre fasi della storia cristiana?
Quando invece ogni
tradizione è per sua natura dinamica e deve sempre fare i conti con i nuovi
contesti culturali in cui si trova a vivere, arricchendosi grazie ai loro
apporti. Quella della Chiesa, poi, è il processo attraverso cui i discepoli di
Gesù sono chiamati a una sempre più profonda comprensione del suo messaggio,
sotto la guida dello Spirito Santo, come ha promesso il Maestro ai suoi prima
di lasciarli.
Ciò non avviene, però,
senza il contributo attivo degli uomini e delle donne di ogni epoca. E, per
quanto riguarda la nostra, la Chiesa non potrà far fronte adeguatamente al suo
compito di traduzione del Vangelo nel linguaggio del nostro tempo senza un forte
slancio di pensiero creativo e, al tempo stesso, fedele all’essenziale. Il
richiamo del passato, di cui lo scisma è una manifestazione, rivela questa
difficoltà a costruire il futuro.
Il volto politico
Ma c’è anche un terzo
volto di questo scisma, che non va trascurato, quello politico. L’opposizione
al messaggio sociale proposto energicamente dagli ultimi papi ha avuto il suo
fulcro, negli Stati Uniti, in ambienti religiosi conservatori, prevalentemente
evangelici, ma in una certa misura anche cattolici. E, reciprocamente, il
messaggio che viene da un’esperienza come quella della Fraternità è decisamente
di appoggio alla destra, a livello internazionale come a quello italiano.
Destò un certo scalpore,
a questo proposito, la scoperta che uno dei quattro vescovi consacrati nel 1988
da Lefebvre, mons. Richard Williamson, era un deciso negazionista
dell’Olocausto. E, nell’ottobre del 2013, è stata la Fraternità di San Pio X a
voler ospitare la funzione religiosa dei funerali del gerarca e criminale
nazista Eric Priebke.
Non è un caso, perciò,
che alla consacrazione dei quattro vescovi scismatici siano stati presenti,
unici rappresentanti politici, l’ex europarlamentare della Lega Mario
Borghezio, oggi aderente a Futuro Nazionale (il nuovo partito di
Vannacci), e una delegazione di Forza Nuova guidata da Roberto Fiore.
Una destra cinicamente
aggressiva e sprezzante dei diritti delle persone e dei popoli sta dilagando in
Europa e nel mondo, dagli Stati Uniti ai paesi del Sudamerica, dall’Italia alla
Germania, da Israele al Giappone. La Chiesa cattolica è forse attualmente
l’unica voce che si oppone a questa marea e si leva a difesa dei poveri, dei
migranti, degli inermi.
Alle forze della reazione
emergenti ne serve un’altra, che pretenda di essere anch’essa pienamente
cattolica, e che avalli la linea di quei governanti che, come la nostra Meloni,
fanno dell’erezione di muri contro i migranti il loro fiore all’occhiello, senza
però voler rinunciare alla pretesa di essere paladini del cristianesimo («Io
sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana»)
contro il pericolo dell’invasione dell’islam.
La Fraternità di San Pio
X si presta perfettamente a questa operazione e indica comunque la direzione di
una nuova conciliazione tra potere politico e cristianesimo. Anche qui,
tuttavia, si tratta di una sfida che può essere salutare. Essa costringe il mondo
cattolico a una riflessione sulla propria assenza dalla scena politica.
Più in generale, sotto
tutti e tre i profili che abbiamo esaminato, questa riedizione dello scisma del
1988 potrebbe rivelarsi una nuova occasione di risveglio per una Chiesa spesso
stanca e demotivata.
Non ci sono ricette. Come
papa Leone ha ricordato nella sua enciclica, dipende da ognuno di noi decidere
se lasciarsi dominare dalla logica del potere dell’omologazione espressa nella
torre di Babele o contribuire alla ricostruzione delle mura della città di Dio,
in cui l’umano è custodito e può fiorire.
A ciascuno la scelta.
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