del male
Viaggio tra miti, simboli, paure da Pandora alla femme fatale.
-di Miriam
Francesca Bianchi*
Pandora ed Eva appartengono a mondi diversi. Eppure sembrano
abitare la stessa domanda. Nella Grecia di Esiodo, Pandora è la prima donna, creata dagli dèi e
destinata a introdurre nel mondo sofferenze e sciagure. Nella tradizione
biblica, Eva diventerà, nella successiva ricezione culturale, la figura
associata all'ingresso del peccato nella storia. Personaggi lontani, eppure
accomunati da una sorprendente funzione simbolica: collocare una figura
femminile all'origine di una frattura nell'ordine del mondo.
Non si tratta di una
semplice coincidenza. Dall'antichità al mondo cristiano, il male è stato spesso
immaginato non come una forza brutale che irrompe dall'esterno, ma come
qualcosa che seduce, persuade, attrae. Ed è attorno a questa idea di attrazione
che il femminile viene spesso chiamato a rappresentare ciò che appare insieme
desiderabile e pericoloso, capace di generare vita ma anche di oltrepassare
limiti e confini.
Da qui prende avvio una
vicenda che attraversa teologia, letteratura e arti figurative. Non una semplice
identificazione tra donna e male, come oggi si potrebbe frettolosamente
pensare, ma un processo più complesso attraverso cui sul femminile vengono
proiettate alcune delle grandi inquietudini della cultura occidentale:
desiderio, conoscenza, libertà, sessualità e il mistero della generazione della
vita.
Una delle testimonianze
più sorprendenti di questa storia si trova nella Cappella Sistina. Nella scena del peccato originale, Michelangelo raffigura il serpente avvolto all'albero della conoscenza con il busto e il volto di una
donna.
Può sembrare una scelta
insolita; in realtà l'artista raccoglie una tradizione iconografica già diffusa
nel Medioevo. In miniature, sculture e manoscritti il tentatore dell'Eden
compare spesso con sembianze femminili.
È una trasformazione di
straordinaria e inquietante forza simbolica. All'inizio del racconto biblico la
donna è la tentata. In queste immagini, invece, il male finisce
progressivamente per assumere sembianze femminili. Il tentatore diventa il
doppio della tentata. Alcuni studiosi vi hanno intravisto un'eco di Lilith,
figura della tradizione ebraica, sebbene l'origine di questa iconografia resti
discussa. Ciò che appare evidente è che il serpente-donna diventa uno dei
luoghi simbolici in cui si condensano seduzione, trasgressione e paura
dell'inganno.
In questa prospettiva, il
femminile non appare semplicemente malvagio, ma ambiguo: capace di attrarre e
di smarrire, di generare e di destabilizzare. È una differenza importante. Le
immagini non descrivono donne reali, ma costruiscono figure simboliche sulle
quali vengono proiettate tensioni culturali profonde.
Nei secoli successivi
questa associazione si radicalizza. Con la demonologia tardomedievale e la
caccia alle streghe, il sospetto non riguarda più soltanto la tentazione. La
donna viene sempre più spesso immaginata come interlocutrice privilegiata del
demonio. Le celebri incisioni di Hans Baldung Grien mostrano figure femminili che
dominano la scena: non vittime del male, ma protagoniste di una relazione
diretta con esso. La strega rappresenta forse il punto culminante di una lunga
costruzione simbolica: non più soltanto donna tentata, ma donna ritenuta capace
di trattare direttamente con le forze che la società teme e non riesce a
controllare.
Eppure, la storia non si
ferma qui. Quando l'Europa moderna si allontana progressivamente dall'universo
della demonologia, molte di quelle immagini sopravvivono sotto altre forme. La
strega lascia il posto alla seduttrice, alla sirena, alla femme fatale. Cambiano
i linguaggi, ma non sempre gli immaginari. Salomè, riletta dai simbolisti,
diventa l'emblema di una femminilità tanto affascinante quanto
pericolosa.
Nel dipinto Il peccato
di Franz von Stuck, realizzato nel 1893, una donna emerge
dall'ombra mentre un enorme serpente le si avvolge attorno al corpo, fondendo
in un'unica immagine seduzione e peccato. A quasi quattro secoli dalla Sistina,
gli stessi simboli continuano a parlare.
Guardate insieme, queste
figure non raccontano tanto le donne quanto le società che le hanno immaginate.
Pandora, Eva, la donna-serpente, Lilith, la strega o la femme fatale
appartengono a epoche e tradizioni differenti, ma rivelano una medesima
tendenza: attribuire al femminile ciò che appare insieme affascinante e
minaccioso, desiderabile e perturbante. Più che una storia del male al
femminile, è la storia di come il femminile sia diventato, per lungo tempo, uno
dei principali luoghi simbolici attraverso cui una cultura ha dato forma alle
proprie inquietudini.
Ma le immagini non si
limitano a riflettere una cultura: contribuiscono a plasmarla. Per secoli,
figure come Eva, la donna-serpente, la strega o la seduttrice hanno alimentato
immaginari nei quali il femminile veniva associato alla tentazione, all'eccesso,
all'irrazionalità o alla trasgressione. Non perché le donne fossero considerate
semplicemente malvagie, ma perché sul loro corpo e sulla loro esperienza sono
state proiettate questioni decisive riguardanti il desiderio, l'autorità, la
conoscenza e la libertà.
Il punto, allora, non è
stabilire se queste immagini appartengano a un passato definitivamente
superato. È chiedersi quali tracce abbiano lasciato e quali idee continuino
ancora oggi ad abitare il nostro sguardo. Perché il percorso che conduce da
Pandora alla femme fatale mostra come l'immaginario del femminile sia stato,
per secoli, uno dei luoghi in cui si sono giocati rapporti di potere, forme di
controllo e interpretazioni della differenza. Interrogarlo criticamente non
significa cancellare queste immagini, ma imparare finalmente a leggerle.
*Teologa, laureata in
Scienze Filosofiche, docente
Fonte: Donne Chiesa Mondo luglio 2026