la festa
del Signore
Riflessione di don Massimo Naro
sulla liturgia della Parola
nella XXVIII domenica
del tempo ordinario (anno A)
Is 25,6-10a; Sal 22/23; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14
Nell’odierna pagina
evangelica Gesù continua a rivolgersi ai capi dei sacerdoti e ai farisei, che
erano a quell’epoca le persone maggiormente in vista a Gerusalemme. A quei
notabili racconta un’altra parabola. E questa, ancora una volta, suona severa
nei confronti di quegli uditori. Perché, raccontandogliela, il Maestro di
Nazareth smaschera il loro fraintendimento riguardo alla vera natura del Regno
di Dio.
Il quale si può
immaginare come una festa, preparata con molto sforzo e con generoso sfarzo. Il
re che governa quel Regno è, difatti, un padre, a cui sta a cuore – come a
tutti i veri padri – la felicità del figlio, mirando a rendere il più gioioso
possibile il giorno delle sue nozze. Nella festa del figlio, com’è normale
consuetudine, vuole coinvolgere coloro che egli considera suoi amici,
invitandoli alle nozze. Si tratta probabilmente dei dignitari della sua corte,
dei suoi ministri, dei suoi più stretti collaboratori, dei suoi vassalli, oltre
che dei parenti degli sposi. Tutti costoro, però, rifiutano a più riprese
l’invito. Costringono il re a implorare la loro partecipazione, se non altro
per non sprecare quel che era stato preparato per far festa, opponendogli
sempre e comunque un rifiuto. Offendono, così, il re. E, per giunta, lo fanno
indignare, allorché qualcuno di loro si spinge persino a malmenare e a uccidere
i suoi ambasciatori: il re finirà per inviare le sue truppe a punire gli
assassini e a distruggere le loro case.
Viene da chiedersi il
motivo di tanta accanita pervicacia nel rifiutare un invito da cui quegli
invitati ingrati si sarebbero dovuti invece sentire onorati. Cosa e chi stanno
rifiutando? Cosa non stanno comprendendo? Cosa e chi non vogliono accettare? Quel
loro rifiuto sembra opporsi al figlio del re non meno che al re stesso.
Snobbano la festa preparata dal re per le nozze del figlio, mostrando di non
considerare quel figlio degno di tanto impegno. E danno l’impressione di
reputare l’impegno del padre come qualcosa che esprime una sdolcinata debolezza
non consona alla figura di un re. Il re, che in quel frangente aveva desiderato
essere semplicemente un padre, è costretto da quel loro rifiuto a velare – con
la sua indignata reazione – il suo aspetto paterno e a rivelarsi tramite un
intervento dispotico. È come se a condizionarne il comportamento, faraonico
oppure paterno, sia la maniera di percepirlo da parte di quei suoi dignitari,
sordi al suo invito. La loro incomprensione rifiuta l’indole familiare del Regno.
Se il Regno è una famiglia che si raduna per festeggiare, allora essi presumono
di poterne fare a meno. Non apprezzano di essere inclusi in quella famiglia
come veri e propri familiari del re e del suo erede, del padre e del suo
amatissimo figlio. Preferiscono rimanere sudditi, perché in tal modo possono
restare sollevati dalle esigenze intrinseche a un vincolo di vera amicizia e di
reale parentela. Possono, cioè, continuare a curare il loro tornaconto,
svicolando di qua e di là, senza sentirsi obbligati a investire il loro tempo
migliore e le loro più belle energie nella festa che quel padre ha organizzato
per la felicità di suo figlio. Torna in mente l’atteggiamento scorbutico del
figlio maggiore nella parabola lucana del figliol prodigo che viene riabbracciato
festosamente dal padre di entrambi.
Quei dignitari, che
impediscono al re di esercitare gioiosamente la sua paternità, risultano
indegni dell’invito. Ma la festa non può e non deve fallire. Perciò l’invito
viene rilanciato verso altri destinatari, buoni o cattivi che di per sé possano
essere. Poiché è l’invito che conferisce effettiva dignità, non la presunta
dignità a meritare l’invito: «Usciti per le strade, i servitori del re
radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze
si riempì di commensali».
Il senso complessivo
della parabola, sin qui, è determinato dal contesto in cui Gesù la racconta.
Egli si presenta come il Figlio del Padre celeste, come l’erede del Regno, ma
quei suoi interlocutori non lo accolgono come tale. E non lo accolgono proprio
perché pensano che Dio non possa essere Padre, abituati come sono a concepirlo
piuttosto nelle vesti di un padrone. Sono quei notabili giudei gli invitati
indolenti e neghittosi della parabola, diffidenti e risentiti verso il Rabbi
galileo. Essi, non riconoscendo in Gesù il Messia, rischiano di restar fuori
dal Regno dei cieli e di escludersi dalla festa di Dio. Nella quale, di
conseguenza, verranno coinvolti tanti altri al posto loro.
La festa di Dio, infatti,
è aperta a tutti, nessuno escluso. Tuttavia non vi ci si può imbucare, come
lascia intendere l’appendice aggiunta alla parabola: «Il re entrò per vedere i
commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse:
“Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì.
Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle
tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma
pochi eletti». È un epilogo che sembra smentire la paternità del re. Del resto,
come si può pretendere che chi viene invitato all’ultimo momento, senza aver il
tempo di ben prepararsi, possa presentarsi a una festa col vestito adatto per
l’occasione? E poi, perché tanto rigore? Basterebbe metterlo garbatamente alla
porta, più che farlo incaprettare dai buttafuori.
Il fatto è che l’invito è
anche un appello alla responsabilità. La qual cosa significa che si è abili a
dare una risposta solo se si è abilitati a rispondere. Non è un gioco di
parole. È l’invito a rendere chi lo riceve abile a rispondere, ossia a renderlo
responsabile. E giacché la festa del Regno non è una festa qualunque, ma una
festa di nozze, l’invito a parteciparvi è strettamente connesso al rapporto che
si deve accettare di avere e di mantenere con colui per il quale la festa è
organizzata. Cioè con il Figlio. Per coloro che sono invitati, ormai dopo che i
confini del Regno si sono slargati oltre l’antico Israele, indossare la veste
nuziale vuol dire avere a che fare col Figlio, impersonato da Cristo Gesù. Gli
invitati alla sua festa di nozze sono resi partecipi della sua stessa parentela
con il re, Padre suo. Devono pertanto somigliargli.
Riaffiora, a questo
punto, il ricordo della veste bianca che, dopo il battesimo, viene consegnata a
ogni cristiano con l’auspicio che non smetta di indossarla e la mantenga sempre
pulita. Quella veste simboleggia la grazia di essere rivestito di Cristo stesso,
come suggerisce Paolo nella sua lettera agli Efesini. E rievoca altresì
l’impegno a rivestirsi continuamente di lui, uomo nuovo, lasciandosi alle
spalle l’uomo vecchio (Ef 4,24). Come fece, per esempio, Francesco d’Assisi
denudandosi davanti a Pietro di Bernardone e lasciandosi ricoprire dal mantello
che gli porgeva il vescovo Guido. E come fanno sempre i santi, tutti, anche
quelli ancora viventi in mezzo a noi, anche quelli della porta accanto, anche
quelli che dobbiamo riconoscere incontrandoci gli uni con gli altri ai
crocicchi delle nostre strade.






