mercoledì 24 giugno 2026

SCRIVERE, ATTO DI VERITA'

 

Leone XIV 

agli scrittori:

 “Abbiamo 

bisogno di voi, 

scrivere è 

un atto di verità”


Il Papa riceve in udienza autori e autrici da ogni parte del mondo, in occasione del centenario della nascita della Libreria Editrice Vaticana, e ripete loro le parole di Paolo VI agli artisti: “Abbiamo bisogno di voi, della vostra immaginazione, della vostra fantasia narrativa, della vostra vivacità di pensiero. Ne abbiamo bisogno per creare spazi di libertà e di autenticità”

- di Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Abbiamo bisogno di voi, della vostra immaginazione, della vostra fantasia narrativa, della vostra vivacità di pensiero. Ne abbiamo bisogno per creare spazi di libertà e di autenticità, dentro i quali la grazia divina possa far risuonare una promessa di consolazione e di pace

Usa le parole - indimenticabili - di Paolo VI nella Messa agli artisti del 1964, Papa Leone XIV, per incoraggiare il lavoro di scrittori e scrittrici di ogni parte del mondo. Li riceve in udienza privata in Vaticano, in occasione del centenario della nascita della Libreria Editrice Vaticana, la casa editrice della Santa Sede sorta nel 1926.

Forma di espressione umana

Nell’Auletta dell’Aula Paolo VI siedono nomi internazionali come Jon Fosse, Marilynne Robinson, Elizabeth Strout, Eric-Emmanuel Schmitt, Vittorio Lingiardi, Julia Navarra, Jonathan Safran Foer, Enrico Brizzi, Sorj Chalandon, Colum McCann, Daniele Mencarelli, Susanna Tamaro, Mircea Cărtărescu. E sono presenti anche alcuni autori LEV come Adrien Candiard, Eraldo Affinati, Paolo Malaguti. Il Papa dà a tutti il benvenuto sottolineando come la circostanza sia “propizia per riflettere sull’importanza del libro e dello scrivere, una forma di espressione umana di cui voi siete, con varietà di stili e di linguaggi, maestri e modelli”.

Scrivere – nel modo in cui voi lo fate – è un atto di verità, di svelamento. Scrivere dice chi siamo, quello in cui crediamo e speriamo, il mondo cui tendiamo, il futuro che sogniamo

Gesto di umanità

“La verità – sottolinea il Papa - non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere”. E noi, aggiunge, “non siamo mai padroni della verità, è lei semmai a conquistarci”. Per questo, Leone augura agli scrittori di “essere capaci di suscitare attrazione per la verità, perché voi stessi ne siete attratti”.

Scrivere, inoltre, è un gesto di umanità. “Sono un essere umano e nulla di ciò ch’è umano lo stimo a me estraneo”, argomentava Terenzio

Il Papa alla LEV: leggere libri, “antidoto alla chiusura mentale”

Incontrando il personale della Libreria Editrice Vaticana, in occasione dei cento anni dalla nascita, Leone XIV esorta “a guardare avanti” con “dedizione e passione”....

Il potere empatico dell’immaginazione

“Nella letteratura si dispiega tutto l’arco delle esperienze umane”, dice Papa Leone che cita Papa Francesco che a sua volta citava C.S. Lewis quando sottolineava il valore formativo della letteratura: “Leggendo un testo letterario, siamo messi in condizione di ‘vedere attraverso gli occhi degli altri’, acquisendo un’ampiezza di prospettiva che allarga la nostra umanità”. È così che si attiva “il potere empatico dell’immaginazione”, che, afferma il Pontefice, “è veicolo fondamentale per quella capacità di identificazione con il punto di vista, la condizione, il sentire altrui, senza la quale non si dà solidarietà, condivisione, compassione, misericordia”.

Nel vostro scrivere storie e nel delineare i vostri personaggi voi vi immedesimate in essi, ne cogliete i punti di vista, le emozioni, i sentimenti, gli atteggiamenti… In questo sta la grande palestra di umanità che voi fate sperimentare ai lettori, perché chi legge, in un certo senso, vive tante vite oltre alla propria

E questo “aiuta a scoprire le diversità di vedute”, a “non assolutizzare la propria e a comporre, come in un mosaico, il profilo di quella verità che sempre ci supera”.

Nel mezzo di storie molto umane, Dio si rivela

Infine, conclude Papa Leone XIV, “scrivere ha a che fare con Dio”: “Può sembrare azzardato dire questo ma diversi teologi hanno riflettuto e scritto sulla consonanza tra la forma dello scrivere e la rivelazione del Dio biblico”. E tal proposito, il Papa riporta quanto scritto dal cardinale Timothy Radcliffe che “per i cristiani nulla di ciò che è umano è estraneo a Cristo”.

Quando andiamo al fondo della nostra umanità, non siamo distanti da Dio: è lì, nel mezzo di storie molto umane, che Dio si rivela.

Dio “parla attraverso fatti e incontri, volti e storie”, evidenzia il Papa. “Dio opera nella nostra vita attraverso ciò che facciamo e ciò che siamo, e attraverso le molte persone che incontriamo”. Infine, un ringraziamento agli scrittori e alle scrittrici “per ogni volta in cui avete sparso semi di riconciliazione, di incontro, di amicizia”.

 

Vatican News

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DISAGIO MENTALE E DISABILITA'

 


La domanda da farsi

 non è “come”, 

ma “perché” parlarne




«Per noi di VITA la risposta a quella domanda è una sola: comunicare serve per contribuire a trovare e costruire soluzioni. Non per creare audience digitale. Non per fare engagement sui social. Non per sentirci a posto con la coscienza». L'intervento del direttore di VITA in occasione di un incontro promosso a Cagliari dalla Caritas e dall'Ordine dei giornalisti

di Stefano Arduini

Quello che leggete di seguito è la trascrizione dell’intervento del direttore di VITA Stefano Arduini in occasione dell’incontro “Comunicare il disagio mentale” promosso il 23 giugno a Cagliari da Caritas Sardegna, Ordine dei Giornalisti della Sardegna insieme a Caritas di Cagliari, Ucsi Sardegna (Unione Cattolica della Stampa Italiana) e Federazione Italiana Settimanali Cattolici. Durante l’incontro è stato presentato il numero di giugno di VITA magazine “Disabilità, l’inclusione non basta”.

In un convegno sul tema della comunicazione e del disagio mentale, la prima cosa che sento il bisogno di dire è che occorre mettere a fuoco la domanda giusta da farsi. Spesso chiediamo “come” comunicare il disagio mentale — con quali parole, quali accorgimenti, quale sensibilità linguistica. E quella domanda è legittima, anzi necessaria. Ma è una condizione minima, non un traguardo. Se ci fermiamo lì, rischiamo di fare giornalismo molto rispettoso e completamente inutile. La domanda che conta è un’altra: perché comunicare il disagio mentale? Con quale finalità? Per chi? E soprattutto: cosa vogliamo che cambi, nel mondo reale, dopo che qualcuno ha letto il nostro pezzo, visto il nostro servizio, ascoltato il nostro podcast? Per noi di VITA la risposta a quella domanda è una sola: comunicare per contribuire a trovare e costruire soluzioni. Non per creare audience digitale. Non per fare engagement sui social. Non per sentirci a posto con la coscienza. Il raggiungimento di una platea di lettori larga e interessata deve essere funzionale a migliorare la società in cui viviamo. Un “mi piace” di per sé vale poco o nulla.

Stefano Arduini e don Marco Statzu, delegato regionale di Caritas Sardegna che ha coordinato i lavori

Il vizio d’origine: la retorica dei “buoni”

Nell’ultimo numero di VITA, uscito questo mese, abbiamo dedicato la copertina e l’inchiesta alla disabilità. Il titolo è: “L’inclusione non basta.” La tesi è che le parole con cui raccontiamo la fragilità non sono neutre: portano dentro di sé un’idea di società, una distribuzione del potere, una visione di chi è dentro e chi è fuori. Vale per la disabilità. Vale, con ancora maggiore forza, per il disagio mentale. Il rischio della comunicazione sulla sofferenza psichica è quello di riprodurre senza accorgersene uno schema preciso: fare un giornalismo emergenziale sparando numeri allarmistici conditi da casi di cronaca nera oppure raccontare qualcuno come straordinario, come eccezione eroica, come caso che ce l’ha fatta nonostante tutto. È una narrativa consolatoria, che disturba nessuno. Non mette in discussione niente. E non cambia nulla. L’attivista canadese Judith Snow diceva che «il problema non è la mia disabilità. Il problema è un mondo progettato come se io non esistessi». Il giornalismo che si ferma alla storia commovente non mette mai in discussione quel mondo. Lo celebra, semmai. Ne racconta le eccezioni per non dover parlare della regola.

La regola è che il disagio mentale in Italia è ancora in larga parte trattato come un problema individuale o familiare. Qualcosa che riguarda quella persona, quella famiglia, quella storia. Il giornalismo che non mette in discussione questa cornice, per quanto empatico, per quanto linguisticamente corretto è funzionale al sistema che vorrebbe cambiare.

VITA

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lunedì 22 giugno 2026

NOSTALGIA DEL PADRE


 “Il padre esemplare è quello che lascia in eredità il desiderio di vivere questa vita”.

 Lo psicoanalista conquista piazza Maggiore a Repubblica delle Idee, partendo da Lacan e riflettendo su figure e ruoli.

 

-di Emanuela Giampaoli 

 BOLOGNA – “Nostalgia del padre?”. Si interroga lo psicanalista Massimo Recalcati in piazza Maggiore a Repubblica delle idee, sul Crescentone gremito, condensando in 30 minuti una delle grandi questioni del nostro tempo e venti anni del suo lavoro. La sfida è quella lanciata dal suo maestro, Jacques Lacan nel 1969 con la celebre definizione “l’evaporazione del padre”. Post sessantottina. “Lacan aveva ragione – spiega lo psicanalista - la contestazione del ’68 ha deposto la rappresentazione patriarcale della paternità. Prima il dominio del padre era assoluto, la sua parola dettava legge, stabiliva cosa era vero o falso, bastava uno sguardo, il tono della voce. Io vengo da una famiglia così. E dobbiamo ringraziare il Signore che quel tempo sia finito anche se c’è chi ne ha nostalgia”. Lo psicoanalista cita un ricordo personale, la sua maestra elementare, che “aveva lo chignon, fumava Muratti, ho scoperto che votava Msi e ci diceva: ‘Siete tutti viti storte io sono il paletto e il filo di ferro e il mio compito è raddrizzarvi’”. 

 Solo che la fine del padre ha messo in crisi, continua Recalcati, non solo i padri, ma chiunque abbia il difficile compito di educare. “Si vede nella vita quotidiana della scuola. Ai miei tempi quando l’insegnante entrava in aula aveva alle spalle il crocefisso e la fotografia del presidente della Repubblica, una serie che gli attribuiva autorità. Oggi entra in aula e ha un problema: farsi ascoltare. Tra l’altro nei dibattiti televisivi, dove io non vado mai, la responsabilità di tutto questo viene scaricata sui genitori considerati degli smidollati”. 

 Come si fronteggia questa crisi allora? “Ci sono tre strade. La prima è appunto pensare di restaurare il padre del patriarcato, qualcuno ci crede. La seconda è la via di cui parlava Pier Paolo Pasolini, quella di sostituire Dio e dunque il padre con gli dei rappresentati dagli oggetti, dal capitalismo. Lo spiegò in un articolo dal titolo “Non avrai altro jeans all’infuori di me””. Poi c’è la via proposta da Recalcati

 “Ho ripensato la figura del padre e il primo movimento è quello che il padre non è biologico, dobbiamo sganciare l’idea di paternità dalla biologia e dalla natura. Il padre non è lo spermatozoo. Tutto il cinema degli ultimi tempi di Clint Eastwood, da “Million dollar baby” a “Gran Torino”, parla di questo. Il padre non è più quello con la barba e i baffi. La paternità come adozione e quindi può essere anche una donna, una lesbica, un gay, una madre”. 

 E a definire padre è la funzione di taglio, quella che separa il bambino dal seno della madre (“il bambino fino a quando ha il seno in bocca non può parlare” dice riproponendo un concetto lacaniano). “Il padre di cui parlo non è il padre esemplare del patriarcato, i modelli esemplari sono incubi, ma è il padre che testimonia il desiderio, che lascia come eredità il desiderio: di uscire di casa, di svolgere il lavoro che fa, di vivere questa vita”.

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DI CHE SOGNO SEI?


Il motore dell'ispirazione

 è l'immaginazione,

 a sua volta bisognosa 

di attenzione.

Che cosa uccide

 i nostri sogni?


-di Alessandro D’Avenia


Qualche giorno fa ero al concerto di Cesare Cremonini che ho potuto salutare prima che diventasse un supereroe da palco. Mi ha detto che non sono stati i traumi a renderlo un artista ma i sogni, che l'hanno salvato dai traumi alimentando sempre la musica. Ma per cosa usiamo il plurale metaforico «sogni»? 

Nella vita c'è tanta gioia quanta creazione, la creazione viene dall'ispirazione, l'ispirazione dall'immaginazione, che non è fuga ma immersione nello spessore della realtà: quando un bambino vede un cavallo in una scopa è uno scienziato che scopre la gravità in una mela o un poeta che trova l'infinito in una siepe. L'immaginazione non è fantasia ma attenzione innamorata, capacità di stare di fronte alle cose per portarle a compimento. Ogni vocazione è infatti uno sguardo unico sul mondo: nella luce Einstein trova la relatività e Monet un modo nuovo di dipingere. Per raccontare quale stupore sei venuto al mondo? Di che «sogno» sei? Domande che ogni educatore dovrebbe incarnare, perché l'energia creativa nasce dalla catena attenzione-immaginazione-ispirazione che, come i sogni, genera il nuovo a partire da dati di realtà vissuti in modo unico da ognuno di noi.  

Purtroppo, a volte la catena si interrompe, magari proprio nell'età fatta per «sognare». Questo consegna i ragazzi al potere e ai traumi, senza difese. Che cosa uccide i sogni? 

Una risposta l'ho trovata nelle parole di un altro musicista e amico, Max Pezzali, in una recente intervista al Corriere, in cui racconta l'origine di Hanno ucciso l'uomo ragno: «All’epoca la Marvel, la casa editrice dei fumetti dei supereroi, non era quella dei film kolossal… si rivolgeva a noi un po’ sfigatelli. Da bambino per me andare in edicola era un evento. Poi la Marvel cominciò a gestire male il suo patrimonio: calarono la qualità delle storie e della carta. Stavamo scrivendo la canzone e non trovavo il testo. Mi venne quell’idea, che Marvel stesse rovinando l’Uomo Ragno: una metafora del tempo, del mondo degli adulti che ruba i sogni ai ragazzi».  

Come fare a non farseli rubare? A quasi 50 anni posso continuare a sognare perché mi sento sognato. Se sei sognato, puoi sognare: se c'è un amore che ti vuole esistente allora puoi amare la vita. Questo fondamento permette, nonostante i propri limiti e la durezza del vivere, di aprirsi alla realtà, mentre per chi non sente voluto, la realtà diventa pericolosa e da controllare. Ci si adatta a copioni da seguire: bisogni da soddisfare e non sogni da realizzare. Come accedere a questo livello di vita gioiosa in cui ci si sente voluti?  

Nel suo recente libro «Parlare di Dio» il filosofo Byung-Chul Han, dialogando con gli scritti di Simone Weil, vuole «dimostrare che, al di là dell'immanenza della produzione e del consumo, al di là dell'immanenza dell'informazione e della comunicazione, vi è un'altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece una gioiosa presenza dell'essere». 

Sognare non è fuggire dalla realtà ma vivere la gioia di essere qui grazie a una trascendenza. Per il filosofo Dio non è morto, lo è forse la nostra capacità di percepire chi non ha mai smesso di rivelarsi, come se qualcuno molto raffreddato affermasse che un profumo non esiste. L'organo di percezione è l'attenzione. 

Per spiegarlo cita le parole di Simone Weil relative a un mito eschimese sull'origine della luce: «Il corvo che nella notte eterna non riusciva a trovare cibo desiderò la luce e la terra si illuminò. Se c'è veramente desiderio, se l'oggetto del desiderio è davvero la luce, il desiderio di luce produrrà la luce. C'è veramente desiderio quando si compie uno sforzo di attenzione». 

Il filosofo commenta così le parole di Weil: «Il desiderio è Eros. Oggi viviamo in un'epoca senza Eros. Il desiderio cede il passo al bisogno, che al contrario del desiderio non necessita di un'attenzione profonda. Ma lo spirito è desiderio. L'epoca del bisogno è quindi un'epoca senza spirito».  Dio non è morto ma non può essere percepito se non al suo livello, lo spirito, che è desiderio frutto di profonda attenzione. Non è un caso che la dipendenza dai social destrutturi proprio l'attenzione e quindi il desiderio, e che i ragazzi diventino quindi più fragili psicologicamente. Per questo proteggerli fino a una certa età è solo buon senso. 

In fondo «la mala» e «la pubblicità» che, secondo gli 883, avevano forse ucciso l'Uomo ragno erano immagini calzanti per indicare chi ruba i sogni (desiderio) o distruggendoli o riducendoli a bisogni. 

Ritornando a Cremonini, durante il concerto ha cantato «San Luca» con l'amico Luca Carboni, una bellissima canzone-preghiera ambientata salendo al santuario della Madonna di San Luca sui colli bolognesi, gli stessi dove Cesare, adolescente, andava in giro con la vespa che mette «le ali sotto ai piedi» e «ti toglie i problemi». In questa canzone invece i problemi sono tutti lì, ma qualcosa ti solleva, ti accompagna, proprio grazie a uno «sforzo di attenzione»: «Proprio oggi che era uscito il sole./ Mentre gli altri se ne vanno al mare/ Voglio stare da solo/ Così magari mi trovo, sì/ Quando non c'è qualcuno che mi aiuta/ Vado a correre fino a San Luca/ Così magari mi trovo/ In qualche sentiero nuovo lì/ Dove la luce si fa camminare/ Come tra i portici in un temporale/ Ti fa prendere il volo/ E non ti senti più solo qui».  

 

Il cammino-luce ricorda il desiderio di cui parlava Weil con il mito del corvo: proprio in quella fame di luce, in quel vuoto si apre la dimensione spirituale, dove non ci sente più soli, perché è lì che abita il divino in noi, la nostra dimensione eterna, il sentirsi legati alla vita tutta senza doverselo meritare, il sentirsi sognati e quindi poter sognare.  Per avere «sognatori con i piedi per terra» occorre coltivare lo spirito, cioè tendere le orecchie alle rivelazioni dell'essere. L'educazione richiede esercizi spirituali. Meditare, stare in silenzio, camminare, fissare l'attenzione sono modi di abitare il vuoto e scoprire che non è terribile come ci fa credere la cultura del «pienessere», ma è capacità di ricevere la vita, alla maniera unica di ciascuno: un cercare che non è trovare ma farsi trovare. 

Per questo diciamo «mi manchi» a qualcuno di cui ci siamo innamorati, eppure più che l'altro abbiamo scoperto il vuoto e la paura che ne abbiamo. E Dio, la dimensione trascendente, ci mancherà sempre, perché abita proprio lì, nella nostra «mancanza», non come un oggetto del desiderio che riempirà un vuoto incolmabile ma come soggetto del desiderio, che ci rende capaci di creare come coloro che hanno sogni e non solo bisogni, che amano la vita più di quanto temano la morte, perché «la quantità di genio creatore di un'epoca è proporzionale alla quantità di attenzione estrema, e quindi di autentica religione, esistente in quell'epoca» (Simone Weil in Byung-Chul Han, Parlare di Dio). 

 E autentica è solo la religione che genera vita e mai morte.

Corriere della Sera

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SE .....


 Se

di Rudyard Kipling


Se riuscirai a mantenere la calma quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno una colpa.
Se riuscirai a avere fiducia in te quando tutti ne dubitano,
ma anche a tener conto del dubbio.
Se riuscirai ad aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con la calunnia,
O essendo odiato a non lasciarti prendere dall’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono,
né parlare troppo da saggio;

Se riuscirai a sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se riuscirai a pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se riuscirai a confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
distorta dai furfanti per ingannare gli sciocchi,
o a vedere le cose per cui hai dato la vita, distrutte,
e piegarti a ricostruirle con strumenti ormai logori.

Se riuscirai a fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
e rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
e perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se riuscirai a costringere cuore, nervi e tendini
a servire il tuo traguardo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non resta altro
se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Se riuscirai a parlare alla folla e a conservare la tua virtù,
O passeggiare con i Re, senza perdere il senso comune,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se riuscirai a riempire l’inesorabile minuto
Con un istante del valore di sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,

E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

VIETARE O EDUCARE ?

 


Il dibattito è in corso in tutto il mondo, e il dilemma si fa angoscioso quando le cronache riferiscono di casi drammatici di autosegregazione aggressiva, sfocianti in forme estreme di autolesionismo o, al contrario, di violenza indiscriminata. 

E spesso, ormai quasi sempre, si scopre che questi comportamenti sono fortemente influenzati dalla massiccia esposizione, diurna e notturna, ai social e alle più recenti applicazioni dell’Intelligenza Artificiale Generativa.

In molti Paesi, e anche in Italia, sono allo studio dei governi misure volte a vietare l’accesso dei più giovani ai dispositivi connessi alla rete, soprattutto agli smartphone, ma forte è l’opposizione di coloro, soprattutto psicologi e pedagogisti, che ritengono che il divieto avrebbe effetti controproducenti soprattutto per giovani, come quelli della generazione alfa – quella dei nati tra il 2012 e il 2024 – abituati fin dalla nascita a convivere, o meglio a coesistere in un rapporto quasi simbiotico, con schermi interattivi.

La tendenza di molti governi è a vietare l’uso dei devices digitali a scuola fino a una certa età: 14, 15 o 16 anni, o addirittura fino alla fine della secondaria superiore, come stabilito in Italia dal ministro Valditara con propri atti amministrativi, nelle more dell’approvazione della legge bipartisan ancora ferma in Parlamento.  Nessun Paese però, nemmeno l’Australia, che per prima si è mossa fissando il limite a 16 anni, ha esteso il divieto al tempo non scolastico degli studenti, così che la responsabilità di decidere se dare o no uno smartphone ai figli ricade per intero sui genitori.

Particolare e più complicata è la situazione degli USA, dove alla denuncia di The Anxious Generation di Jonathan Haidt (marzo 2024), un vero e proprio atto d’accusa verso le malattie mentali provocate dai social (a suo giudizio da vietare ai ragazzi fino a 16 anni sia dentro che fuori della scuola), non ha fatto seguito alcuna misura restrittiva a livello federale, essendo la competenza a decidere in materia riservata ai singoli Stati, alcuni dei quali l’hanno delegata ai distretti scolastici. Così la situazione è a macchia di leopardo, complicata dal fatto che alcuni tribunali federali hanno considerato il divieto illegittimo perché in contrasto con il primo emendamento della Costituzione americana, che garantisce la libertà di pensiero e di parola.

L’alternativa al divieto, a questo punto, è quella di convincere (educare) i giovani a non farsi condizionare dai social, ed è in tale direzione che va il nuovo libro di Haidt, uscito negli USA il 30 dicembre 2025, intitolato “The Amazing Generation: Your Guide to Fun and Freedom in Screen-Filled World”, rivolto direttamente ai ragazzi, la “Generazione Fantastica”, invitati a riscoprire il piacere della relazione personale, all’aperto, con i coetanei. Negli USA è subito diventato un bestseller anche perché il volume contiene alcuni divertenti fumetti, pensati per lettori di 9-12 anni, con piccole storie di amicizia e di condivisione di esperienze di vita reale, non “virtuale”.

TuttoscuolaNews

 

domenica 21 giugno 2026

CANTATE INNI

 


XII domenica 
del tempo ordinario

   Ger 20,10-13; Sal 68 (69); Rm 5,12-15;             Mt 10,26-



Commento di Ester Abbattista

La prima lettura di questa domenica presenta un brano tratto dal Libro del profeta Geremia. Si tratta di un testo che, nelle classificazioni degli studiosi, viene collocato all’interno di quei brani definiti le «confessioni di Geremia».

Questo testo, infatti, presenta delle caratteristiche particolari che si differenziano dall’insieme di tutta la letteratura profetica. È un brano di stile autobiografico, in cui il profeta parla in prima persona e il cui contenuto non è un messaggio rivolto a un determinato destinatario – il re, il popolo o le nazioni straniere ecc. –, ma uno sfogo, un lamento personale che si conclude con una preghiera al Signore.

Quanto queste parole siano state davvero pronunciate dal profeta o siano frutto di una rielaborazione successiva – a partire comunque da un’esperienza personale di Geremia – è difficile dirlo; certo la conclusione in preghiera e alcune espressioni che si possono riscontrare anche nei Salmi fanno pensare che il testo sia stato accolto e fatto proprio da una collettività orante che si è riconosciuta in quelle parole.

La prima parte del brano è dunque uno sfogo/denuncia: le parole del profeta non trovano un’audience favorevole, non accumulano dei «like», anzi suscitano scalpore, fastidio e, di conseguenza, il desiderio di «eliminare» questa voce fuori dal coro che disturba la pace dei «benpensanti»: «Sentivo la calunnia di molti: “Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”. Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: “Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta”».

Il profeta è consapevole di tale ostilità, ma confida nella presenza, accanto a lui, del Signore: «Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo».

Dallo sfogo consapevole delle minacce ricevute si passa quindi a un’invocazione a Dio perché sia lui a far giustizia, a vendicare il profeta; e tale richiesta è senza mezzi termini, anzi esprime tutta la rabbia e il dolore per quanto subito: «Sarà una vergogna eterna e incancellabile. Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa!». Il finale del discorso, poi, è di nuovo sorprendente, dato che dalla rabbia e dal desiderio di vendetta si passa alla lode e all’annuncio di salvezza: «Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori».

Siamo di fronte a uno dei meravigliosi esempi in cui la Scrittura ci aiuta non solo a essere coerenti con noi stessi, ma anche a esprimere i nostri sentimenti, il nostro dolore, la nostra rabbia, soprattutto quando tutto ciò è causato proprio dall’aver scelto di essere una «voce fuori dal coro».

Dire, esprimere, prendere posizione diversa rispetto a una massa di persone è anche oggi un rischio che comporta insulti, critiche pesanti, condanne, e frequentemente anche in questo tempo assistiamo a esempi del genere. Non voglio fare nomi, ma questa stessa dinamica si abbatte su chiunque osa esprimere un parere diverso da quello che in quel momento sembra essere il più popolare e, forse, il più sostenuto e voluto da chi ha, in realtà, altre ragioni recondite per farlo. Quindi non importa se a parlare «fuori dal coro» sia un personaggio fino a qualche giorno prima applaudito e acclamato per il suo pensiero, i suoi scritti, la sua vita; basta solo che pronunci una frase «scomoda», che affermi qualcosa che mette in dubbio la «cieca e indotta» convinzione di molti che subito viene attaccato, insultato, cancellato dall’albo dei suoi fan.

La libertà di pensiero spesso costa cara, e l’ostilità e aggressività altrui fa male, genera dolore, sconforto e in alcuni casi anche rabbia. Anche qui la Scrittura, con le parole di Geremia, ci aiuta a gestire tutto questo, invitandoci in primo luogo a non reprimere i sentimenti che affiorano, anche se sono desideri di vendetta, e, una volta che questi siano stati espressi, a guardare ciò che più conta, a rimanere fedeli e coerenti a quella giustizia che abbiamo scelto di seguire, a cui vogliamo appartenere.

E allora anche la rabbia si trasforma in un inno di lode, una lode fondata sulla certezza che Dio «libera la vita del povero», e che ciò che viene falsamente e ipocritamente camuffato come una «giusta» presa di posizione di massa, prima o poi si manifesterà nella sua inconsistenza e falsità.

Di coloro che accusavano Geremia proprio perché osava parlare «diversamente» della situazione politica-sociale del suo tempo non si ha memoria, ma di questo profeta «maledetto» sì; ancora oggi il suo coraggio, la sua lucidità e la sua libertà di pensiero e di parola sono una «luce» e un esempio per chi pensa che non si debba avere paura dei «social», dei «non-like», degli insulti di coloro che magari, fino a qualche tempo prima, mostravano di essere grandi sostenitori.

Per non concludere, ma aprire a una riflessione: alla fine la storia ci dice che i contemporanei di Geremia, che sostenevano l’Egitto come l’unica vera possibilità di salvezza per il Regno di Giuda, un regno che non sarebbe mai stato distrutto, avevano torto e Geremia, che non vedeva altra alternativa che arrendersi ai Babilonesi, aveva ragione. Gli uni vedevano nei Babilonesi la minaccia da combattere, Geremia invece vedeva il loro arrivo come una conseguenza inevitabile di una situazione di corruzione, infedeltà già presente intorno a lui e che si manifestava in incapacità di discernimento, di visione e, soprattutto, in rinnegamento, perdita di conoscenza, di quell’unico Dio che solo è Verità.

IL REGNO

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