DIALOGHI
διάλογος, sermōcĭnātĭo
domenica 25 ottobre 2026
GIOVANI SENZA GIOIA
sabato 24 ottobre 2026
IL BISOGNO DI CONTARE
e
il bisogno
di
contare
per qualcuno
Gli scontri di Milano
impongono anche una riflessione sulle ragioni del disagio giovanile. «Sembra
che delle vetrine contino più di noi», ha detto un giovane intervistato. E in
quelle poche parole sta una questione educativa di queste giornate. Dietro la
violenza possono esserci il bisogno di appartenenza, l’esclusione sociale e la
ricerca di riconoscimento: il mattering. La risposta non può limitarsi alla
repressione: servono adulti presenti, educatori, spazi di aggregazione e una
giustizia minorile capace di coniugare responsabilità e reintegrazione
di Vanna Iori
Erano poco più che
bambini, 14, 15, 16 anni. Quasi nessuno aveva mai avuto a che fare con la
giustizia e molti erano nati e cresciuti qui. Davanti ai giudici pochissimi
hanno saputo dire perché fossero lì. Li aveva chiamati una chat, li aveva
attirati un video. Questo vuoto di parole mi interroga più di qualunque
slogan. Rivela una rabbia che non ha ancora trovato una forma e un’età in cui
il bisogno di esserci precede la capacità di spiegarlo.
Oltre la condanna, il
dovere di capire
La risposta che si va
delineando parla quasi soltanto la lingua dell’ordine pubblico: più militari,
pene esemplari, anche l’ipotesi di nuove carceri per minorenni. Chi ha
commesso reati deve risponderne, certo. Ma ridurre tutto alla repressione vuol
dire però rinunciare a capire quali risposte educative sono necessarie. E
una società che rinuncia a capire si prepara a rivedere le stesse scene in
un’altra piazza, con ragazzi ancora più giovani.
Leggi anche: Minori autori di reato, “cambiare rotta” si può: 17 progetti
mostrano come
La rabbia di chi si sente
escluso
Dietro quei cappucci ci
sono storie che chi lavora nelle periferie conosce bene. Sono famiglie che
contano ogni spesa e genitori che faticano anche per le cose più normali. C’è
il cognome che a scuola basta per sentirsi giudicati e un futuro vissuto come
minaccia. Un ragazzo intervistato in questi giorni ha detto una frase
significativa: “Sembra che delle vetrine contino più di noi”. In quelle poche
parole sta una questione educativa di queste giornate.
Leggi anche: Periferie, la povertà educativa non si batte con una volante
Nei miei studi sullo
spazio vissuto ho cercato di mostrare che i luoghi non sono mai contenitori
neutri. Li abitiamo con il corpo e con le emozioni e ci restituiscono
un’immagine di chi siamo e di quanto valiamo. Per un quattordicenne di
periferia, il centro della città è il posto dove si va la domenica pomeriggio.
È anche il posto dove ci si sente osservati appena si diventa visibili. Anche
la geografia dei bersagli dice qualcosa. Un tempo la rabbia colpiva banche e
palazzi del potere, questa volta ha colpito le scarpe, le felpe, i marchi
riconoscibili. Zygmunt Bauman parlava di consumatori esclusi. Sono
ragazzi a cui si insegna che si esiste attraverso ciò che si indossa e ai quali
poi viene negata la possibilità di indossarlo.
Sono poco più di 5
milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo
come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli
adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione,
della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora
che «non ci capite».
ADOLESCENTI, QUELLO CHE NON VEDIAMO
Il bisogno di
appartenenza e visibilità
L’adolescenza è l’età in
cui ci si costruisce sotto lo sguardo degli altri. Uno di questi ragazzi ha
raccontato di essere andato in piazza quasi per noia e di essersi sentito, una
volta lì, parte di qualcosa. Il gruppo offre ciò che la quotidianità nega:
un’appartenenza, un pubblico, un’esistenza finalmente visibile. Lo smartphone
che riprende la scena completa il meccanismo, perché esserci conta quanto
mostrare di esserci.
Quando sentirsi
invisibili diventa una ferita
È qui che torna utile un
concetto che considero decisivo per leggere il disagio giovanile, il mattering.
È il bisogno di sentirsi rilevanti, di sapere che la propria presenza conta per
qualcuno e che la propria assenza verrebbe notata. Quando la comunità non
restituisce questo riconoscimento, la visibilità viene presa con la forza,
anche a costo di distruggere con violenza. Chi ha detto ai giudici di essere
entrato in un negozio per “provare emozioni” ci consegna il segno di un
analfabetismo emotivo che non nasce in un fine settimana. Sono emozioni potenti
che non trovano parole, né adulti capaci di aiutare a nominarle e a contenerle.
Riconoscerlo non assolve nessuno. Indica un compito educativo.
Un concetto decisivo per
leggere il disagio giovanile di questi giorni è il mattering. È il
bisogno di sentirsi rilevanti, di sapere che la propria presenza conta per
qualcuno e che la propria assenza verrebbe notata. Quando la comunità non
restituisce questo riconoscimento, la visibilità viene presa con la forza
Ascolto e autorità
educativa, insieme
Fuori dalle questure, in
quelle ore, c’erano madri e padri smarriti, increduli di ritrovare lì i propri
figli. E anche questo smarrimento va ascoltato. Dice di adulti che vivono a
loro volta dentro un’incertezza strutturale, schiacciati dalla fatica quotidiana,
spesso smarriti e soli nel ruolo educativo. Qualcuno ha sostenuto che ai
ragazzi non serva ascolto ma una guida. Condivido la diagnosi sulla ritirata
degli adulti, non l’alternativa. L’autorità educativa, come ricorda la radice
di auctoritas, viene da augere, far crescere, e non si può far
crescere chi non si conosce. Una guida che non parte dall’ascolto diventa
controllo. Un limite imposto senza relazione resta un muro, e contro i muri gli
adolescenti si sono sempre lanciati
Più educazione, meno
solitudine
Ascoltare, in concreto,
richiede scelte precise. Servono educatori e pedagogisti presenti in modo
stabile nei quartieri e nelle scuole. Servono spazi di aggregazione dove un
ragazzo possa passare un pomeriggio senza dover consumare. Serve una scuola che
non venga percepita come un binario verso lavori malpagati. Va difesa anche una
giustizia minorile che resti fedele alla sua vocazione educativa, fatta di
responsabilizzazione e recupero, invece di scivolare verso il semplice
contenimento.
Un adulto disposto ad
ascoltare
Molti di loro potrebbero
tornare in piazza Duomo e troveranno soldati e transenne. Prima o poi dovranno
trovare anche un adulto disposto a chiedere loro come stanno e capace di
restare ad ascoltare la risposta. A pensarci bene, quell’adulto potrebbe essere
ciascuno di noi: un genitore, un insegnante, l’allenatore della squadra di
quartiere, il vicino che li incrocia ogni giorno sulle scale. Torniamo ad
ascoltare e a fare e farci le domande giuste.
AMARE DIO O IL PROSSIMO ?
Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXX domenica del tempo ordinario (anno A)
Es 22,20-26; Sal 17/18; 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40
Gesù si ritrova spesso
sotto il fuoco incrociato dei suoi contestatori. I quali sono pure avversari
tra di loro, benché non disdegnino di allearsi pur di nuocere al Maestro di
Nazareth. Erodiani, sadducei, farisei, costituiscono fazioni contrapposte. Ma sono
accomunati dal timore che quel giovane Rabbi, estraneo a tutti i loro partiti e
a tutte le loro scuole di pensiero, possa sovvertire la situazione nella quale
si sono accomodati, facendo il gioco delle parti e tentando di trarre ognuno un
proprio massimo tornaconto, mentre il resto del popolo soffre sotto il tallone
dei romani, che hanno invaso le contrade di Palestina con i loro eserciti e,
più in radice, con la loro concezione idolatrica del potere.
Farisei ed erodiani, per
esempio, si evitano a vicenda, ma si coalizzano se c’è da dare addosso a Gesù.
Come nell’episodio narrato nella pagina evangelica di domenica scorsa, allorché
insieme essi gli pongono la questione delle tasse da versare o meno al fisco
imperiale. I seguaci dei farisei simulano disprezzo per gli impuri pagani, ma i
denari col conio di Cesare tintinnano nelle loro tasche, contagiandoli della
medesima impurità impersonata dall’imperatore. Gesù, in quel frangente, se ne
esce indenne smascherando la loro ipocrisia e spiazzandoli col prospettare al
problema politico un’inopinata soluzione teologica: «Rendete a Cesare quel che
è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Per Gesù non c’è da fare alcun inciucio
fra trono e altare, come invece hanno fatto tra di loro – alle sue spalle –
farisei ed erodiani. Ma neppure si deve presumere che la politica possa
togliere qualcosa al rapporto credente con Dio, giacché solo Dio è Dio e Cesare
è semplicemente un cesare. Una lezione fondamentale, che continua a valere
anche per noi oggi: la buona teologia può spiegare il senso autentico della
laicità molto meglio della politologia.
I sadducei, a loro volta,
scendono in campo sperando di cogliere in fallo Gesù proprio sul piano
teologico. Essi formano, in gran parte, la casta sacerdotale. Si guadagnano il
loro sostentamento amministrando le decime versate nelle casse del Tempio di Gerusalemme.
E ammiccando ai mercanti che fanno i loro affari dentro quel luogo sacro,
dimenticando di rispettarlo in quanto “casa” di Dio. Se i mercanti ne hanno
fatto un covo di ladri, i sacerdoti/sadducei glielo hanno permesso. Perché sono
estremamente realisti, impastoiati nella greve concretezza del vissuto
quotidiano. D’altronde sono loro che esercitano il potere giudiziario sul
popolo, anche loro sul filo del compromesso con gli occupanti romani. Tra di
loro ci sono quei giudici disonesti di cui ogni tanto Gesù parla nelle sue
parabole. Si comportano anche loro all’insegna del proprio tornaconto. E i
peggiori tra questi, sebbene esaltino pubblicamente i valori dello spirito,
nascostamente anelano ai piaceri della carne, magari continuando ad approfittare
di qualcuno che sia innocente come Susanna e meno accorto del profeta Daniele.
Per loro tutto è carne. E, si sa, la carne infine marcisce dentro la tomba.
Perciò reputano la risurrezione improbabile. E sul tema della risurrezione
disputano con Gesù. Il quale evidenzia la loro ignoranza biblica e teologica,
spiegando che la risurrezione dipende da Dio, il Vivente che vivifica, e non da
un qualche anticorpo umano alla morte. Nell’odierna pagina evangelica c’è l’eco
di quella disputa, nella quale Gesù «aveva chiuso la bocca ai sadducei», come
annota Matteo.
Anche i farisei sono
convinti che i sadducei siano ignoranti. Sorridono sotto i baffi per la batosta
che hanno preso. E pensano che solo loro possano con successo «mettere alla
prova» il Maestro venuto dalla Galilea. Uno di loro, un dottore della Legge, personalmente
– senza, cioè, stavolta affidarne l’incombenza a qualche suo sprovveduto
allievo –, sottopone Gesù a un vero e proprio esame di teologia.
La Legge è, per dirlo con
la corrispondente parola ebraica, la Toràh. E questa consiste nei primi
cinque rotoli delle Scritture dell’antico Israele: i primi cinque libri della
Bibbia, quelli che costituiscono – usando un termine greco – il cosiddetto
Pentateuco, vale a dire Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio. I
dottori della Legge, perciò, non erano dei giuristi. Erano dei biblisti e dei
teologi, benché nel giudaismo coevo a Gesù la loro riflessione si concentrasse
soprattutto sul senso dei comandamenti divini, cui il pio israelita doveva
attenersi fedelmente. Dunque, chiede al Maestro di Nazareth quello studioso
della Toràh, «nella Legge», ossia in quei primi cinque libri della
Bibbia, nei quali Jhwh Adonai si rivela pienamente, «qual è il grande
comandamento?». Gesù risponde: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo
cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il
grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo
prossimo come te stesso».
Egli, con questa
risposta, non solo supera brillantemente l’esame, ma impartisce pure una
magistrale lezione al suo esaminatore. Senza limitarsi a scegliere uno dei
dieci “comandamenti” scolpiti sulla pietra da Mosè tra le balze del Sinai e
riportati nel libro dell’Esodo, estende la ricerca agli altri libri del
Pentateuco, in particolare al Deuteronomio, da cui – sintetizzando lo Shemà
Israel – ricava «il grande e primo comandamento», e al Levitico, da cui
trae «il secondo e ugualmente importante» comandamento. Così intercetta quella
sovreccedenza di senso che sempre gli preme dischiudere: la Toràh – che
coincide con Dio stesso, col suo dirsi e darsi, col suo autocomunicarsi, col
suo rivelarsi – non solo è da osservare e da rispettare, ma anche da amare.
Anzi, la Toràh s’identifica con l’amore, dove l’amore è l’agàpe,
ovverosia l’amore peculiarissimo che definisce la natura di Dio. Difatti agapân
è la voce verbale adoperata in questo brano evangelico. E che era stata
adoperata già dai Settanta d’Alessandria quando nel III secolo a.C. avevano
tradotto dall’ebraico lo Shemà Israel. L’agàpe è l’amore autenticamente
e radicalmente relazionale, quello che induce innanzitutto Dio stesso a
mettersi in rapporto con gli esseri umani e che, di conseguenza, può e
dev’essere vissuto anche dagli esseri umani. Essi possono vivere di quell’amore
di vera e paritaria relazione solo se si mettono in reale rapporto con Dio. Ma
il loro rapporto con Dio – il totalmente Altro – si dimostra reale solo se
riverbera nel rapporto con gli altri, la cui alterità è ospitata da ciascuno
dentro di sé, custodita e apprezzata quanto e come il proprio “io”. Giacché ci
si rende conto d’assomigliare a Dio quando se ne scorge l’immagine nascosta in
ogni essere umano. La stessa identica immagine che ognuno di noi è. E che ci
rende prossimi gli uni con gli altri, avvicinandoci gli uni agli altri non meno
che a Dio.
Gesù, come aveva
insegnato già affermando di rendere a Cesare le monete impresse col suo conio e
di restituire a Dio ciò che porta intimamente la sua immagine, vale a dire la
persona umana in quanto tale, ribadisce qui che non c’è concorrenza tra il culto
di Dio e la promozione della vita umana. Anzi, queste due dimensioni sono
strettamente collegate. La dedizione religiosa a Dio e l’attenzione etica
all’uomo non sono alternative. Semmai si esigono a vicenda. L’autore della
prima lettera di Giovanni lo sottolineerà efficacemente, sempre adoperando il
verbo agapân: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può
amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama
Dio, ami anche suo fratello» (1Gv 4,20-21).
Del resto è nella vicenda
personale di Gesù che la dimensione verticale del rapporto con Dio interseca la
dimensione orizzontale del rapporto tra gli esseri umani. Non per niente, sotto
la croce del Golgota, tutto ciò apparirà chiaro persino agli occhi di un
pagano, quel centurione dalle cui labbra è accolta la prima professione di fede
cristologica: «Veramente quest’uomo era il Figlio di Dio» (Mc 15,39).
IL BURATTINAIO
E
GLI
SCHERMI
Il villaggio educante si è rovesciato
-di ALBERTO PELLAI
Per la prima volta sabato
scorso abbiamo visto scendere in piazza preadolescenti che ancora frequentano
la scuola secondaria di primo grado. Apparentemente partecipavano a una
manifestazione connotata da temi sociali molto importanti. In realtà, quello che
hanno fatto molti di loro è stato spaccare tutto.
La piazza e la rivolta
sociale non sono luoghi e azioni per cui la preadolescenza può dirsi pronta.
Non lo è perché in preadolescenza si è dotati, per la prima volta nella vita,
di un corpo potente e di un’emozionalità straripante. L’ingresso in pubertà cambia
il corpo del preadolescente rendendolo pronto alla scoperta del mondo,
dotandolo di un’energia e di una forza che non ha mai posseduto prima. Al
contempo, anche la sua mente diventa potente. Il sistema limbico, che è il
luogo del cervello in cui si attiva il sentire emotivo, prende il controllo del
funzionamento psichico del preadolescente e lo rende vulnerabile a qualsiasi
proposta in cui c’è da mettere in gioco questa potenza inedita, che lui ancora
non sa “maneggiare bene”. La preadolescenza, infatti, è quel tempo di transito
dall’infanzia alle età successive, in cui si esce dal copione dell’obbedienza
verso gli adulti e ci si prepara all’autonomia: solo che in questo tempo della
crescita non si possiede la maturità cognitiva per poterlo fare bene.
Tutte le reti neuronali
che si occupano di governare e regolare le emozioni (a quest’età intense e
spesso fuori controllo) sono ancora fragilissime e devono essere potenziate e
strutturate attraverso un paziente, costante e sapiente lavoro del mondo adulto.
Fino a due decenni fa, i
preadolescenti uscivano fuori nel mondo con le loro biciclette, andavano al
campetto dell’oratorio o del parco cittadino a giocare a pallone, frequentavano
gli oratori, le associazioni sportive, lo scoutismo, la banda, il coro. Per la
prima volta si muovevano in autonomia nello spazio ristretto del loro
territorio di vita. Lì incontravano i loro coetanei, ma anche gli adulti della
loro comunità educante che ne supervisionavano la crescita, dando direzione a
questa loro nuova potenza che, giorno dopo giorno, veniva trasformata in
competenza. Poi è accaduto che all’improvviso ci è finita in mano una seconda
vita: eccitantissima, sempre accesa, piena di cose divertenti e anche molto
proibite. Sono scomparse le biciclette dalle città, gli adulti hanno immaginato
che avere i figli tranquilli a casa a giocare nelle community multiplayer fosse
in qualche modo più comodo e protettivo per tutti. Dentro lo schermo non cadi,
non fratturi le ossa, non fai rumore. Così la vita virtuale ha assorbito, quasi
inghiottito tutto il tempo libero dei nostri figli. E la preadolescenza, che è
in assoluto il tempo della crescita che risulta più fragile e vulnerabile
all’offerta del “Paese dei Balocchi”, si è tuffata dentro questo nuovo mondo e
questa nuova vita, ben felice di poter far esplodere la voglia di potenza e “sensation
seeking” tipica di questa età in territori ultra-eccitanti e gratificanti.
Le piattaforme di videogioco, i social media, i siti pornografici hanno
sostituito gli oratori, i campi da calcio, le uscite con gli scout. Le famiglie
più attente sul piano educativo hanno cercato di fare un faticosissimo lavoro
di equilibrismo pedagogico, imponendo ai figli dosi di vita reale obbligatorie.
Mentre prima i figli fuggivano fuori nel mondo, rincorsi dai genitori che
volevano imbrigliarne le richieste di libertà e autonomia, negli ultimi dieci
anni i genitori si sono trovati quasi obbligati a spingere ragazzi e ragazze
alla scoperta della vita reale, perché i loro figli – spesso – vi avrebbero
rinunciato molto volentieri, preferendo adagiarsi nella comfort zone del loro
parco giochi virtuale.
Ora però le rivolte di
sabato, ci dicono che a tutto questo si è aggiunto un altro fenomeno. Dopo
averli tenuti incollati allo schermo per anni, a fare le cose che avrebbero
dovuto fare nel mondo reale (ovvero giocare e socializzare), ora il mondo
online – che ha preso un forte controllo delle loro vite – comincia a dare loro
i comandi. “Vai in piazza e spacca tutto”: e loro come soldati obbedienti,
escono di casa e spaccano tutto. L’altro giorno, nei loro smartphones è
arrivato il messaggio: “Non andare a scuola, perché è troppo pericoloso”.
Complice la paura di noi adulti, quel giorno in tanti non sono andati a scuola.
A che cosa stiamo assistendo? A un totale ribaltamento del concetto di
villaggio educante: quello del mondo reale era fatto da persone che ci
mettevano la faccia e si prendevano responsabilità oggettive verso i minori
della propria comunità di appartenenza. Nel mondo virtuale, invece, c’è
qualcuno di cui non conosciamo nome e volto che come un burattinaio dirige i nostri
figli più fragili e più digitalizzati come farebbe un burattinaio che ne tiene
in mano i fili e ne condiziona i movimenti.
Se il villaggio educante
nel mondo reale punta a trasformare la potenza del preadolescente in
competenza, il mondo virtuale sembra invece spingere chi cresce verso l’azione
pulsionale e violenta, dove trovare il proprio posto nel mondo può voler dire
“spaccare tutto” oppure “non andare a scuola”. Il codice e il copione
comportamentale che sta invadendo la vita di chi cresce è al tempo stesso
occulto e molto violento, distruttivo e digitalmente nichilista. Questo è un
oggettivo e reale pericolo e questo, in effetti, è il tempo in cui noi del
mondo civile dobbiamo obbligare il mondo online a cambiare rotta e a non
trasformare i nostri figli in burattini del suo perverso progetto, di cui ogni
giorno vediamo gli effetti indesiderati e collaterali.
venerdì 23 ottobre 2026
IL QUALUNQUISMO EDUCATIVO
-di GUIDO GUIDI GUERRERA
Volto assai noto al
grande pubblico, figura di spicco del panorama culturale televisivo, Paolo
Crepet è psichiatra, saggista e opinionista. Famoso per essere spesso al
centro di accese polemiche a causa delle sue posizioni legate a educazione
giovanile, ruolo delle famiglie e soprattutto della scuola, analizza con
lucidità spesso iperlogica la realtà che ci circonda.
Seguitissime le sue
conferenze in tutta Italia sempre aperte al dibattito franco con i presenti:
una formula che continua a suscitare viva attenzione, decretando così il
successo del progetto. Certamente il professore, dotato di non comune verve
comunicativa e di indiscusso carisma, non si risparmia nell’affrontare temi
scottanti e di evidente attualità dal suo punto di vista professionale mai
banale né scontato.
Proprio questo può
attrarre e insieme turbare dividendo animi e pareri, eppure destinato a creare
sempre un notevole fermento intellettuale proprio in forza del contrasto che
scaturisce da apprezzamenti e critiche. Chi vorrà incontrare il professore dal
vivo e magari scambiarci due chiacchiere, il prossimo appuntamento è previsto
in Toscana il 28 novembre venturo al Politeama Pratese.
Professor Crepet, lei ha
scritto un libro intitolato Il Coraggio. Quanto coraggio occorre ai
giovani, alle loro famiglie, per andare avanti nella vita quotidiana?
“Come scrivo nel mio
libro sono necessarie diverse tipologie di coraggio: specialmente quello dei
genitori nel saper educare con equilibrata fermezza i figli imparando a dir
loro anche ‘no’ quando serve, ma anche quello di riconoscere i propri limiti e,
contando sulle proprie capacità ri-creative, avere sempre la forza di
ricominciare. Certo esistono categorie diverse di adulti e giovani che, a
seconda dei casi, sanno scegliere quale direzione prendere. I soggetti che mi
preoccupano sono invece quelli così troppo assorbiti dalle tecnologie da non
sentire neppure il bisogno di fare appello a doti di coraggio. Le suggestioni
che vengono dall’abuso di cellulari e pc cancellano infatti molte
caratteristiche tipiche dell’uomo tra le quali proprio la componente del
coraggio che viene assai spesso sostituita da illusioni virtuali”.
Questa è una società in
evidente trasformazione. Cosa la distingue dal passato?
"Non posso fissare
una data precisa, un punto fermo: però c’è stato un tempo, neppure troppo
remoto, in cui i giovani erano giovani e gli adulti, adulti. E questo capitava
in un contesto molto diversificato: io sentivo musiche che mia madre sconosceva,
tanto più mio nonno. Oggi viviamo in una condizione globalizzante nella quale
nonni, mamme, zie e ragazzi ascoltano gli stessi idoli musicali e guardano gli
identici film magari stando ore sul telefonino. Quindi è molto difficile
puntare il dito sulla gioventù pronta ad alienarsi nelle dimensioni del mondo
virtuale, perché è esattamente ciò che fanno anche i loro genitori. E questa è,
a mio avviso, una novità assoluta. Non dimentichiamo il fatto che i social sono
stati creati da noi adulti: in fondo ci siamo messi a costruire cose che
dovevano essere finalizzate a usi elitari e professionali e invece sono andate
a finire nelle mani dei nostri figli. Quindi non lamentiamoci del processo di
‘zombizzazione’ che coinvolge tutti indistintamente, in modo più o meno palese.
Proprio in questi giorni durante un convegno su San Francesco, è stato molto
imbarazzante scoprire come la maggior parte del pubblico, mostrando scarso
interesse, fosse piuttosto impegnato a mandare messaggini a destra e a manca.
Davvero sgradevole”.
Secondo il suo parere
qual è il ruolo della scuola e della famiglia nell’educazione delle nuove
generazioni?
“Sono due istituzioni che
abbiamo ormai letteralmente tolto di mezzo. Le scelte improntate a un eccessivo
permissivismo, l’abolizione del merito, la cancellazione di valori che fino a
un certo periodo storico erano stati universalmente condivisi, tutto questo ha
creato un corto circuito tra scuola e famiglia. Da tempo le cose hanno subito
un forte degrado e adesso ci troviamo di fronte a una situazione difficilmente
reversibile. Sappiamo bene che il mondo è soggetto sempre a cambiamenti,
naturalmente sarà interessante scoprire se questi attuali si riveleranno utili
a evolvere o meno”.
Adesso dobbiamo misurarci
con l’IA. Cosa ne pensa?
"È la fine.
È evidentemente la fine. Se qualcuno dice il contrario, beato lui. Con
questo non intendo sostenere che qualsiasi progresso delle innovazioni
tecnologiche sia demonizzabile, ma in questo caso temo come il furbetto di
turno sempre in agguato possa approfittarsene a dismisura. Per prima cosa penso
che nella testa di molti si tendano a confondere i super computer con
l’intelligenza artificiale: tant’è vero che lo stesso Trump non esita a
definire l’IA come super intelligenza, mettendo in atto una strategia di
marketing decisamente scaltra. In realtà i due sistemi lavorano in ambiti
totalmente distinti e tali devono rimanere. Va da sé che l’intelligenza
artificiale può avere applicazioni di grande importanza e interesse, come in
campo medico: eppure, la diffusione su larga scala di questo strumento ha già
abbondantemente spalancato le porte a abusi di ogni genere. Personalmente, ad
esempio, ho dovuto proteggere la mia immagine sporgendo regolare denuncia, a
causa di video caricati su YouTube nei quali sembro io, quando in realtà si
tratta solo di clamorosi fake. Quindi il pericolo c’è eccome e ci siamo
dentro fino al collo!”.
Esistono rimedi a tutto
questo?
“Difficilissimo. Anche
chi dovrebbe occuparsene quasi mai interviene, anche se il problema riguarda
tutti noi che restiamo esposti a questo tipo di abusi. Basti pensare che il
nostro presidente del consiglio Giorgia Meloni è stata costretta a registrare e
depositare la sua vera voce per difendersi dalle centinaia manovre di
clonazione. Per non parlare dei tentativi di truffa da parte di quanti si
spacciano per un congiunto invocando fraudolentemente un’emergenza, uno stato
di pericolo o un bisogno per estorcere danaro ai malcapitati, convinti che sia
tutto vero. Purtroppo viviamo in un’epoca complessa e piena di mille
insidie".
Professore, parliamo di
educazione, quella che un tempo era definita ‘buona educazione’ quale principio
indiscutibile di un buon vivere…
“ Una volta l’idea stessa
di educazione assumeva valore collettivo, un’idea non a caso collegata alla
scuola che non solo ci forniva nozioni ma aveva anche un ruolo formativo sul
piano caratteriale e del comportamento nei riguardi degli altri. Questo era una
modello condiviso di educazione: era quella riconosciuta da ciascuno, era
l’educazione di Don Milani e di tutti i grandi pedagogisti del ‘900. Sta di
fatto che le basi dell’educazione dovrebbero partire dalle famiglie, che ormai
non ne riconoscono più i principi, ritenendoli secondari rispetto a ben altri
aspetti ed esigenze della vita così com’è intesa ai giorni nostri. Quindi vige
una sorta di qualunquismo educativo che è ormai quasi universalmente adottato
perché tutto sommato il lassismo è anche sinonimo di comodità e di disimpegno,
evitando le strade strette dell’immancabile sacrificio pedagogico”.
Molte parole hanno
conservato lo stile formale, ma esprimono concetti intrinseci diversi rispetto
a ieri. Il lavoro, per esempio…
“Il lavoro inteso come
fatica è un concetto desueto. Il lavoro dell’operaio, con le sue
rivendicazioni, gli scioperi del passato, quello dell’insegnante o del borghese
professionista, sembrano ricordi destinati a sbiadirsi molto presto. Oggi i
lavori sono altri: l’influencer, l’esibirsi in vari modi sulle diverse
piattaforme social, o se proprio va male accettare di lavorare ma al massimo da
martedì a giovedì. Ci si dimentica però di un particolare: che la gioventù
passa e il welfare è prodotto dal lavoro. Per adesso non è un problema, anzi è
un trascurabile dettaglio: tanto ci sono i nonni.
Fino a quando?".
EDUCARE I GIOVANI
VIOLENZA GIOVANILE
POSIZIONI
DI FONDO ?
Sulle violenze di sabato
17 e domenica 18 ottobre si sono versati in questi giorni fiumi d’inchiostro e
fatte decine di tavole rotonde. Ora è forse il caso di provare a tirare le fila
di questo dibattito, mettendo a fuoco le posizioni di fondo che esso ha fatto
emergere, per darne alla fine una valutazione critica.
No, senza se e senza ma,
alla violenza
La prima interpretazione,
sia in ordine cronologico che per la sua importanza pratica, è quella del
governo. Già la sera di sabato – quando ancora non si erano scatenati i
saccheggi selvaggi della domenica – Giorgia Meloni aveva pubblicato su X un
video dei disordini in piazza Duomo, commentando: «Manifestare è un diritto.
Mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è. Rinnovo la mia richiesta alle
opposizioni: non siano ambigue su questo. Condannino senza ambiguità queste
violenze e lancino un appello chiaro affinché ogni mobilitazione sia pacifica.
Di fronte a scene del genere, il rifiuto deve essere unanime. Ogni reticenza
diventa giustificazione. Il silenzio non è accettabile». E aveva
qualificato i protagonisti dei disordini «teppisti che sfruttano le
manifestazioni per seminare il caos, aggredire chi garantisce la sicurezza e
tenere in ostaggio intere città».
Sulla stessa linea tutti
gli esponenti della maggioranza. Secondo questa lettura, siamo davanti a
fenomeni di pura criminalità, travestiti da protesta politica grazie alla
collusione con i partiti di opposizione, il cui silenzio implicherebbe una
sostanziale complicità.
E di fronte alla violenza
della criminalità c’è solo da reagire con la forza delle istituzioni,
responsabili della sicurezza delle persone e dei beni dei cittadini. Da qui la
decisione del governo di anticipare alcune misure già previste nel ddl sulla sicurezza
varato alcune settimane fa, aggiungendone altre e trasformando la proposta di
legge attualmente ancora in esame in un decreto-legge di immediata esecuzione.
Fin da ora, dunque, entra
in vigore per i minori che hanno compiuto i quattordici anni la presunzione di
imputabilità, già prevista nel ddl, per cui la loro capacità di intendere e di
volere si presume fino a prova contraria.
Ma ci sono anche nuove
misure. Il trattenimento presso gli uffici di polizia per un massimo di 12 ore
(cosiddetto “fermo preventivo”) si applicherà anche ai minori. Quando un
minore, anche non imputabile, partecipa a determinati reati, a chi esercita la responsabilità
genitoriale si applicheranno delle multe, salvo che provi di non aver potuto
impedire il fatto. Le procedure per il risarcimento dei danni, già previsto
dalla normativa, sono agevolate: per quelli a beni pubblici può disporlo
direttamente il prefetto, mentre i privati danneggiati possono ottenerlo più
rapidamente con un decreto ingiuntivo.
È inoltre introdotto il
delitto di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Il delitto
punisce chi, nel corso di manifestazioni, partecipa a un gruppo di almeno
cinque persone che opera in modo organizzato, anche occasionalmente, e utilizza
o lancia oggetti atti a offendere o artifici pericolosi, determinando un
concreto pericolo per l’incolumità delle persone.
Infine, fino al 31
dicembre 2026, è prevista la presenza per le strade di Milano di 500 unità
delle Forze armate. Originariamente il decreto prevedeva l’attribuzione a esse
di compiti di polizia, compreso l’arresto in flagranza, ma la misura è stata
cancellata per la contrarietà del presidente della Repubblica.
Pugno di ferro, dunque,
contro i «teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos». È
questo, del resto, che chiede l’opinione pubblica, come evidenzia un recente
sondaggio realizzato da Only Numbers e presentato da Alessandra Ghisleri: il 66%
degli intervistati ritiene che il governo debba adottare misure più stringenti
per contrastare violenze e disordini. Contrario il 20,9%, mentre il 13,1% non
esprime una posizione. Alla domanda se queste piazze debbano essere ascoltate
oppure condannate, il 55,8% risponde che vanno «condannate senza se e senza
ma». Il 37,6% ritiene invece che debbano comunque essere ascoltate, mentre il
6,6% non si pronuncia.
Punire, ma soprattutto
capire
In radicale contrasto con
la lettura del governo è quella delle opposizioni. In primo luogo, esse
respingono con indignazione l’accusa di complicità rivolta loro dalla
maggioranza, sottolineando che anch’esse condannano le violenze di piazza. A
questo proposito già la sera di sabato 17 il sindaco di Milano, Giuseppe Sala,
aveva detto «Le ragioni della protesta erano comprensibili. Le violenze contro
le forze dell’ordine e i gravi danni alla città sono ingiustificabili».
Ma, a loro volta, i
partiti della sinistra accusano l’esecutivo di cercare di nascondere il disagio
profondo da cui esse nascono e di voler impedire, insieme alle sue
degenerazioni, anche la protesta. Elly Schlein, rispondendo a Meloni, ha detto:
«Noi le abbiamo sempre condannate le violenze, da qualunque parte venissero. E
però è inaccettabile che si usino i violenti per coprire la voce di migliaia e
migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia per il
carovita, per il caro affitti, per il caro carburanti, perché non riescono più
a vivere. Queste sono le voci che chi governa dovrebbe ascoltare. Invece che
oscurare».
Senza attaccare il
governo, anche il presidente della Repubblica ha lasciato trapelare la sua
insoddisfazione nei confronti di una pura e semplice criminalizzazione dei
giovani coinvolti nei disordini di Milano. Dopo aver chiaramente denunziato
come «inaccettabili» le loro violenze, ha fatto un passo avanti rispetto alla
pura e semplice linea della repressione, parlando della necessità di svolgere
quanto prima un’analisi «intelligente e approfondita» su quanto avvenuto, per
mettere le istituzioni «in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere
in modo inatteso da soggetti inediti».
Ancora più esplicita è la
distanza che Mattarella ha segnato, rispetto alla linea della maggioranza di
destra, in un discorso, fatto proprio all’indomani del nuovo decreto sicurezza,
in cui ha allargato l’orizzonte: «Occorre uno sguardo di ampia visione che,
accanto alle necessarie scelte congiunturali, si proponga strategie adeguate
nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che
sovente i giovani avvertono, del timore che avvertono di asservimento o di
emarginazione». E, dopo aver ammonito che «la società non può rivolgersi ai
giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina
sottovalutazione», ha sottolineato la necessità di «un opportuno e coinvolgente
incontro tra generazioni, in una stagione in cui squilibrio demografico e
accelerazioni tecnologiche rendono più problematica questa alleanza». L’ascolto
di cui parlava anche Schlein…
Nel silenzio del governo,
sono stati i giornali di destra a mettere in evidenza quanto queste parole, pur
senza mai menzionare i disordini di Milano e i provvedimenti del governo, siano
dissonanti da essi. «La Verità» – il cui direttore, Maurizio Belpietro, il
giorno prima aveva scritto: «I devastatori non vanno capiti, tesi sostenuta da
troppi, bensì puniti» – ha citato nel titolo di prima pagina il discorso del
presidente, per paragonarlo ai post con cui i rapper Ghali e Marracash hanno
espresso solidarietà ai contestatori di Milano, portatori, a loro avviso, della
protesta per le disuguaglianze sociali e della rabbia di una generazione senza
futuro.
La violenza dei giovani
come frutto del nichilismo
È tuttavia possibile –
anche se assai meno presente nel dibattito pubblico – una terza lettura, che in
realtà non esclude le altre due, ma si pone a un livello più profondo. Essa
parte dalla constatazione che le intemperanze dei giovani di Milano si inseriscono
in un quadro più generale, che vede quelli di tutta Europa in un atteggiamento
di rivolta nei confronti della società. Soprattutto, esse hanno dei
corrispettivi, non adeguatamente sottolineati dai media, nel moltiplicarsi di
comportamenti violenti da parte di giovanissimi che sembrano agire senza alcuno
scopo utilitaristico, quasi per gioco. «Ci annoiavamo», ha detto uno dei due
adolescenti arrestati pochi giorni fa per aver attentato alla vita di ignari
passanti, diventando il terrore di un intero quartiere. Tutto qui.
Ma è, in generale, lo
stile dei cosiddetti maranza che rivela questa matrice ludica. Si fanno gesti
balordi, che mettono a rischio la vita propria e altrui, si aggredisce, si
ruba, si distrugge – a Modena intere classi si sono riversate, alla fine delle lezioni,
in un supermercato per svuotarlo e devastarlo – con il sol scopo di postare in
internet le immagini delle proprie squallide imprese. Quasi a voler dimostrare
di esistere, in un mondo dove i giovani – senza più passato, senza futuro – non
sono più sicuri neppure del presente. «Esse est percipi», scriveva nel
Settecento un filosofo inglese. “Esistere vuol dire essere visti”. Ma lui
pensava allo sguardo di Dio, i nostri ragazzi a quello dei loro coetanei sui
cellulari.
Umberto Galimberti,
qualche anno fa, ha denunziato il nichilismo dei giovani e ha descritto gli
effetti che lo svuotamento di valori e di senso della loro vita produce. In
primo luogo, «un’emotività molto più incontrollata e uno spazio di riflessione
molto più modesto», «il disinteresse per tutto, messo in atto per assopire le
emozioni attraverso i percorsi dell’ignavia e della non partecipazione», «il
gesto violento».
Ma la cultura del
nichilismo non l’hanno creata i giovani. Essi la portano alle sue estreme
conseguenze, ma ne siamo noi, gli adulti, i responsabili. Siamo noi ad avere
costruito una società dove quello che conta è l’efficienza, ma senza un fine;
il successo, ma spesso a costo della propria autenticità e della propria vera
vita; l’immagine, ma al prezzo della realtà.
I giovani che a Milano
hanno spaccato erano portatori di un’oscura protesta, di cui loro stessi non
erano consapevoli, contro questo mondo fasullo. Non c’è da stupirsi che abbiano
portato in essa il vuoto di cui sono vittime e contro cui si ribellavano. Compreso
l’assoggettamento ai miti di un consumismo selvaggio, da cui molti di loro sono
esclusi. Ma il loro non è stato solo un crimine, è stato un grido che, ancora
una volta, va ascoltato e che dovrebbe diventare oggetto di riflessione in
famiglia, a scuola, nelle parrocchie.
Questo livello di lettura
non esclude ciò che di vero è emerso negli altri due. È giusto distinguere tra
proteste e violenze, reprimendo le seconde per rendere legittime le prime. Il
limite della posizione del governo, però, è di puntare esclusivamente sulla
criminalizzazione della violenza, invece di aprirsi al secondo livello di
spiegazione, che cerca di capirne il perché e lo individua in un disagio
sociale dovuto a disuguaglianze, ingiustizia, mancanza di prospettive. Neppure
questa diagnosi, però, può spiegare il malessere profondo che anche i figli dei
ricchi e dei privilegiati manifestano, anche quando non ricorrono a forme
estreme. Da qui la necessità di scendere a un livello più profondo, che vede
nella crisi del senso e dei valori la radice ultima sia delle distorsioni della
società sia del malessere esistenziale dei giovani.
Il problema è che è più
facile reprimere la violenza che individuarne ed eliminarne le cause sociali ed
economiche, ed è più facile proporre soluzioni a questo livello che prendere
coscienza di una crisi culturale epocale, come quella che sta investendo tutto
l’Occidente. La sola via, probabilmente, è di coniugare le tre letture. Anche
la terza. Altrimenti rischiamo di avere le questure e gli istituti penali
minorili pieni, ma senza raggiungere con ciò l’agognata sicurezza, o di
illuderci che un governo “di sinistra” risolva le cose con le sue riforme. Di
decreti sicurezza ce ne sono stati ormai tanti. E i partiti d’opposizione sono
già stati al governo. Se i giovani continuano a lanciare il loro grido è perché
evidentemente hanno un disperato bisogno di altro.






