piccola minoranza
Era stato Ratzinger al Concilio
a fare questa profezia di minoranze
significative per il rinnovamento.
-di Enzo Bianchi
Conosciamo
tutti la profezia del teologo Joseph Ratzinger che, avendo partecipato alla
fatica del Concilio, inaspettatamente predisse che nei decenni a
venire la chiesa sarebbe diventata una piccola minoranza. Si
parlava allora di minorités agissant, minoranze significative ed efficaci, e
sorgevano comunità che credevano fortemente in questa dinamica capace di
rinnovamento e di mutare anche situazioni e sorti umane. Si nutriva una visione
ottimistica circa questa possibilità: la chiesa diventata umile e povera sarebbe ripartita dai
suoi inizi, non avrebbe conosciuto la prosperità, non avrebbe più goduto
dell’appoggio dei poteri mondani e si sarebbe dovuta spogliare di molti
beni…
Per alcuni cattolici
questo era un sogno, un desiderio, oggetto d’invocazione.
Da allora sono passati
alcuni decenni e di fatto qualcosa si è avverato della profezia di Ratzinger:
la chiesa sta abbandonando molti luoghi di culto e molti
edifici, sovente venduti per diventare o spazi destinati ad altri culti, o
luoghi culturali, o commerciali. Il numero dei presbiteri è più che dimezzato e
le religiose stanno per scomparire. Tra i monaci, poi, che non hanno vocazioni,
si registra un invecchiamento che rende le loro comunità precarie e umanamente
povere. Non è facile nutrire speranza nel futuro per una tale chiesa e un giovane fa molta fatica ad aderire a
chiamate verso cammini di vita pastorale o religiosa, oggi assolutamente non
attraenti.
Per ora quella chiesa più spirituale plasmata dalla primitiva
ecclesiae forma, la chiesa delle origini, non appare perché la mondanità
ha cambiato forme ma regna come prima, come al tempo della cristianità. Sì, c’è
chi esalta l’attuale momento di crisi e lo considera un’occasione preziosa per
il Vangelo, un’ora pasquale, un tempo di riuscita, ma in questo caso mi sembra
che sia un tentativo di coprire la crisi con un’ottica ottimista che rimuove
ogni responsabilità, operazione tipica di chi della sua impotenza fa una
virtù!
Il Concilio – certamente non tutti i documenti del Concilio, ma le costituzioni dogmatiche – ha tracciato un
cammino di riforma serio e fortemente impegnativo, ma di questa riforma che ne
è dopo sessant’anni? Avvenuta in parte nella liturgia eucaristica si è arrestata a un certo punto e
per quanto riguarda la vita di preghiera dei fedeli non si è fatto nulla. Di
fatto la si è impoverita e si mantiene una grave contraddizione: basti sentire
i canti che il popolo di Dio continua a fare, vedere le processioni sempre più
dotate di bizzarre invenzioni e creazioni, per notare una contraddizione tra la
liturgia voluta dal Concilio e la preghiera della comunità cristiana. So
che viene chiamata “pietà popolare” e anche esaltata, ma non è in conformità
con la teologia espressa dalla fede e dalla liturgia della riforma conciliare.
Si disprezza il rito Vetus Ordo mantenuto dai tradizionalisti fino a
volerli escludere dalla comunione cattolica e si tollerano e si promuovono
processioni – vere e proprie eredità delle processioni celebrate dai fenici che
portavano su carri o sulle spalle i loro dèi – con canti e invocazioni più
pagane che ispirate dal Vangelo.
Perché non c’è volontà di
purificazione della liturgia?
Ho partecipato ancora una
volta a un raduno di fedeli cattolici provenienti da diverse chiese locali e
con altri osservatori attenti notavamo che le domande che emergevano
chiaramente vertevano proprio su tali contraddizioni: questi fedeli portavano a
testimonianza liturgie celebrate nelle loro chiese per le quali avevano patito
scandalo proprio a causa del misconoscimento della riforma liturgica
conciliare.
Com’è possibile
permettere e favorire tale pietà popolare e poi insistere che nulla sia
tralasciato e nulla mutato nella liturgia eucaristica senza tener conto
dell’assemblea? Vere e proprie contraddizioni che non aiutano né la
partecipazione alla liturgia né la vita di fede.
Ho già fatto notare su
queste colonne l’invito della Conferenza Episcopale Italiana nel documento di
attuazione del sinodo (2025) ad aprire i cantieri per una revisione del
linguaggio dell’eucologia nella liturgia e c’è già qualche vescovo avveduto e
intelligente che si è messo all’opera. Non sarà un lavoro né facile né breve e
non si deve ripetere l’errore dell’ultimo messale, quando è stato affidato il
compito di lavorare sulle collette ad alcuni, concedendo loro pochi mesi per la
stesura. Occorre ricerca e studio e si ricorra a biblisti e liturgisti esperti
delle fonti, non a esperti di pastorale come è successo in Italia recentemente,
dove abbiamo finito per ritrovarci di fronte a una traduzione dei Salmi
gravemente carente e non cantabile. Occorrono liturgisti, non antropologi!
Questo rinnovamento è necessario a partire dalle “collette”, dalla “secreta” e
dal “post-communio”, che risentono molto della loro origine medievale e di un
linguaggio vecchio, non più capace di esprimere l’amore sempre preveniente e
gratuito del nostro Dio.
Una Chiesa unita
Papa Leone con la sua mitezza e il suo fermo desiderio
per l’unità della chiesa può fare molto in quest’ora difficile, segnata
da un accrescersi delle divisioni, delle polarizzazioni e delle
contrapposizioni non solo nel mondo, tra i popoli, ma anche tra le chiese e
nella chiesa cattolica stessa. Proprio in questi giorni, non
possiamo tacerlo, vengono ordinati quattro vescovi nella Fraternità San Pio X, guidata da Lefebvre, senza il mandato
pontificio. Significherà la scomunica e lo scisma. Papa Ratzinger aveva tolto la scomunica e Papa Francesco nella sua grande passione di unità
durante l’anno della misericordia aveva dato alla Fraternità la possibilità di
celebrare legittimamente i sacramenti. Nonostante questo atteggiamento di
benevolenza purtroppo oggi lo scisma si consuma, e in modo irreparabile. È una
ferita per la chiesa della quale non possiamo rallegrarci e ci
rincresce che in tanti anni non ci sia stato un dialogo efficace fino al
ristabilimento della comunione. Tutto il corpo di Cristo è lacerato, tutti ne
devono soffrire.
Il Vetus Ordo
Anche da questa realtà di
chi continua a celebrare secondo il Vetus Ordo, pur dicendo il nostro fermo
disaccordo in obbedienza alla riforma liturgica conciliare, dobbiamo lasciarci
interrogare. In Italia non sono molti i cristiani tradizionalisti, ma in altri
paesi la loro presenza è eloquente e s’impone, come in Francia, dove assicurano
un certo risveglio della vita cristiana dopo una stagione segnata da esteso
secolarismo e profonda indifferenza. Il fenomeno del pellegrinaggio a Chartres,
le “Sentinelle del mattino” nella chiesa di Parigi, sono una novità che raduna
soprattutto giovani che non arrossiscono nel professare il Vangelo di Gesù
Cristo. Purtroppo i presbiteri che sono presenti tra di loro soprattutto a
livello liturgico non solo seguono il Vetus Ordo, ma lo celebrano anche nelle
sue devianze che si manifestano in celebrazioni individuali e simultanee sotto
le tende gli uni accanto agli altri. Ho interrogato con attenzione questi
giovani sulle motivazioni della loro appartenenza a queste porzioni di chiesa tradizionaliste e sempre mi è stato risposto
che dai tradizionalisti la celebrazione dell’eucaristia è seria, è curata,
senza protagonismi del celebrante, e i canti gregoriani sono eloquenza della fede, non
vergognose canzoni da happening…”. Sì, cercano ciò che la liturgia scaturita
dalla riforma del Concilio dovrebbe dare loro, né più né meno, anzi da
quest’ultima riceverebbero di più, perché è ispirata dalla parola di Dio.
Ma attualmente le
eucaristie nelle nostre chiese raramente sono ben celebrate, secondo le vere
intenzioni della riforma. Lo dico da testimone, perché per due anni ho
partecipato a messe domenicali parrocchiali, essendo fuori comunità, e grande è
stata la mia desolazione o per la celebrazione scadente o per le miserie
dell’assemblea.
Io nutro la speranza che
i vescovi italiani che hanno avuto il coraggio di aprire i cantieri di una
nuova riforma liturgica riescano veramente ad attuarla, e sarà un’occasione per
rinnovare la comunità cristiana che celebra il grande mistero della sua identità:
essere corpo di Cristo!