O
FEMMINILE ?
All’alba del primo giorno
dopo il sabato, tre donne camminano verso un sepolcro: Maria di Màgdala, Maria
madre di Giacomo e Salome. Portano oli aromatici, hanno il volto segnato dal
dolore. Ma non vanno soltanto a piangere e a pregare. Hanno un compito che solo
loro possono svolgere: ungere un corpo. E sono le prime a trovare il sepolcro
vuoto.
di Ritanna Armeni e
Rita Pinci
In questa scena
evangelica è racchiusa una differenza che attraversa la storia dell’umanità:
quella tra la morte degli uomini e quella delle donne.
La morte come evento,
impresa, sacrificio glorioso, riflessione sul destino umano è raccontata dagli
uomini. La morte come corpo da lavare, vestire, profumare e vegliare è affidata
alle donne. Per loro non è un’astrazione né un mito: è un corpo da accudire
fino all’ultimo, con rispetto e amore.
E quando a morire sono le
donne? Qual è il rapporto con il loro corpo? E quale quello degli uomini?
La storia offre risposte
frammentarie. La letteratura aiuta, ma non basta: possiamo tuttavia dire con
sufficiente sicurezza che il corpo femminile senza vita è misconosciuto,
trascurato, incompreso.
Due diversi racconti
La letteratura ha scelto
a lungo la morte maschile e l’ha trasformata in archetipo, mito, poesia. Nell’Iliade gli uomini muoiono in battaglia e il poeta si
sofferma sulle ferite, sui nomi, sulle città di chi cade. La morte è canto,
epitaffio, memoria collettiva. È la bella morte, quella che consegna l’eroe
alla storia.
Dopo, però, il corpo
torna alle donne. Quando Priamo riscatta il cadavere di Ettore, Achille ordina
alle ancelle di lavarlo e ungerlo. A Troia sono Andromaca, Ecuba ed Elena a
intonare il lamento funebre, e il poema si chiude sulle loro voci.
Nell’Antigone di Sofocle questa divisione si trasforma in un
conflitto aperto. Creonte difende le leggi e l’ordine della città; Antigone
rivendica il diritto di seppellire il fratello, lasciato insepolto ed esposto
agli animali. Da una parte il potere, dall’altra il dovere della cura: il corpo
del morto contro la ragion di Stato.
Un’eccezione sembra
essere il martirio cristiano: uomini e donne muoiono per la stessa fede.
Eppure, anche qui, le narrazioni non riescono a celare una profonda
disuguaglianza.
Il martire uomo muore
parlando. Stefano, prima di essere lapidato, prega: «Signore Gesù, accogli il
mio spirito». Ignazio di Antiochia, in viaggio verso Roma, scrive: «Sono
frumento di Dio, macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di
Cristo». Il martirio maschile è dialogo, testimonianza, predica.
Quello femminile, invece,
viene raccontato attraverso il corpo. Di Blandina, schiava uccisa a Lione nel 177, le fonti narrano
che i carnefici si diedero il cambio dall’alba alla sera senza riuscire a
piegarla. Poi vengono le vergini: i seni strappati ad Agata, il bordello
minacciato a Lucia, Agnese esposta nuda in un lupanare. Agli uomini si chiedono
parole che rinneghino la fede; per le donne il martirio è violazione del corpo.
La verginità e la castità sono la misura della loro virtù.
La Passione di Perpetua e
Felicita, ambientata a Cartagine nel 203, complica questo schema. Felicita
partorisce in carcere pochi giorni prima dei giochi.
Perpetua, invece, scrive
il proprio racconto: nel diario dalla prigione risponde al padre, che la
supplica, indicando un vaso. Può essere chiamato con un nome diverso da quello
che è? Allo stesso modo lei non può chiamarsi altro che cristiana.
Ma l’eccezione non cambia
sostanzialmente la regola. Ancora nel Novecento Maria Goretti è stata a lungo
presentata soprattutto come martire della purezza, più che come vittima di un
uomo. Eppure le sue ultime parole riguardano il perdono del suo assassino.
Sarebbe sbagliato,
tuttavia, pensare che il controllo del corpo delle donne sia stato esercitato
solo dalle religioni. Queste gli hanno prestato un lessico autorevole,
condiviso e potente. Ma anche quando il vocabolario religioso si ritira, il
dispositivo sopravvive. La morte delle donne resta senza voce, o con una voce
che nessuno ascolta.
La morte nella modernità
Con l’età moderna, la
morte maschile conserva i suoi luoghi pubblici: il fronte, il lavoro, la lotta
politica. È il momento in cui l’individuo si sacrifica per una causa ed entra
nella storia.
La morte femminile rimane
invece confinata nel letto del parto, dentro casa, nelle mani di chi dice di
amare le donne. Ancora una volta ai margini: conseguenza, eco, contraccolpo
della storia. Anche quando coincide con il momento in cui le donne danno la
vita, raramente assume il rango di sacrificio eroico. È considerata,
cinicamente, un rischio del mestiere.
Eppure, la mortalità materna è tutt’altro che un problema del passato.
Secondo le più recenti stime internazionali, circa 260.000 donne muoiono ogni
anno per cause legate alla gravidanza o al parto: una ogni due minuti. E il
rischio è profondamente diseguale: nell’Africa subsahariana una donna ha una
probabilità di morire per cause materne enormemente superiore a quella di una
donna dell’Europa occidentale. Dove mancano ospedali, personale sanitario e
assistenza tempestiva, mettere al mondo un figlio può ancora costare la vita.
C’è poi la violenza. Gli
uomini vengono uccisi più spesso fuori casa, anche da estranei; le donne da
persone che conoscono, spesso dentro la famiglia o la coppia. Secondo il
rapporto di UNODC e UN Women, nel 2024 circa 83.000 donne e ragazze
sono state uccise intenzionalmente nel mondo. Il 60 per cento da partner o
familiari: in media 137 vittime al giorno. Per gli uomini la quota di omicidi
commessi dalla propria famiglia è intorno all’11 per cento. La violenza
generale arretra, quella che nasce dentro la coppia no. La casa, luogo che
dovrebbe proteggere, può diventare il posto più pericoloso.
Per questo è stata
necessaria una parola nuova. Il femminicidio non è soltanto un omicidio con una
vittima donna: è l’uccisione di una donna in quanto tale, dentro rapporti di
possesso, controllo e disparità di potere. Darle un nome ha impedito che questa
morte scomparisse nella categoria apparentemente neutra di «omicidio».
La guerra: chi muore e
come
Poi c’è la guerra. Brutto
affare, ma affare di uomini: il fronte, gli eserciti, le armi e il sacrificio
militare hanno alimentato soprattutto racconti maschili. Oggi però le donne
combattono, prestano servizio sanitario al fronte e muoiono in uniforme.
Valentina Galatova, 27
anni, psicologa, è stata la prima soldatessa russa uccisa in Ucraina. È morta
ad appena un mese dall’inizio della guerra, sotto un attacco di mortaio durante
l’assedio di Mariupol. Nelle stesse settimane, sul fronte opposto, è caduta
Inna Derusova, 51 anni, sergente e medico di campo: è stata la prima donna di
questa guerra a ricevere postumo il titolo di «Eroe dell’Ucraina».
Le donne continuano a
morire anche dopo le battaglie: per fame, malattie, mancanza di assistenza
ostetrica, sfollamento.
E quando la guerra non ha
più un fronte, la morte entra nelle case. A Gaza, secondo le stime di UN Women,
contestate da alcuni analisti, tra l’ottobre 2023 e il dicembre 2025 sono state
uccise oltre 38.000 donne e ragazze, in una proporzione molto più alta che nei
conflitti precedenti.
Le mani che restano
La morte non è soltanto
un evento da raccontare o un destino da affrontare. È anche una relazione:
qualcuno resta accanto a chi se ne va, ne sostiene il corpo, si fa carico della
sua fragilità. Una cura essenziale, affidata soprattutto alle donne, senza che
le venga riconosciuto il valore che merita.
Fino a pochi decenni fa
il lutto spettava a loro: vedove, madri, figlie, prefiche.
Nei paesi italiani erano
le donne a preparare i morti in casa: chiudere gli occhi, lavare il corpo,
vestirlo con l’abito tenuto da parte per quel giorno. Nel Sud c’erano le
lamentatrici. Il loro pianto non era sfogo: era una tecnica per impedire che il
dolore travolgesse chi restava.
Poi la morte è uscita
dalle case ed è entrata negli ospedali. La divisione, però, non è scomparsa.
Ancora oggi chi assiste i malati terminali, accompagna gli anziani nelle case
per anziani e presta cure a domicilio è in grande maggioranza donna: mogli, figlie,
infermiere, operatrici sociosanitarie, assistenti familiari, spesso migranti.
Il corpo che muore continua a passare dalle loro mani. Solo che quel lavoro ha
perso il rito e il riconoscimento.
La scrittrice Michela Murgia, nel romanzo Accabadora, ha dato a questa storia la figura più scomoda.
Bonaria Urrai, sarta in un paese sardo, di notte entra nelle case dove qualcuno
agonizza e lo aiuta a morire. Nel paese tutti lo sanno: è chiamata, attesa. Murgia la presenta come l’ultima madre, colei che
accompagna fuori dalla vita come un’altra ha accompagnato dentro.
Il gesto di Bonaria, che
arriva a interrompere la vita, interroga la coscienza cristiana. Murgia, che era credente, non lo assolve: Maria, la figlia
d’anima, quando scopre il mestiere della madre adottiva fugge. Ma il libro
coglie una verità che va oltre il giudizio: la levatrice e l’accabadora sono
due facce della stessa conoscenza del corpo, della stessa confidenza con il
confine.
Ritorno al sepolcro
Gli uomini hanno fatto
della morte un racconto: poemi, monumenti, liste di caduti, testimonianze
trascritte parola per parola. Le donne ne hanno fatto una pratica, senza
lasciare quasi traccia scritta. Solo gesti tramandati, mani che sapevano.
Eppure, nel racconto fondativo della fede cristiana, la gerarchia si
rovescia.
Al sepolcro gli uomini
non ci sono: sono chiusi in casa, impauriti. Ci sono le donne, con gli oli, a
prendersi cura di un corpo. E sono loro a ricevere per prime la notizia della
resurrezione, a sentirsi chiedere perché cercano tra i morti colui che è vivo.
Ma quando riferiscono ciò che hanno visto, gli apostoli non credono alle loro
parole: pensano siano un vaneggiamento.
La prima notizia della
vittoria sulla morte arriva da chi della morte si è sempre occupata con le
mani. E non viene creduta.
La storia della morte
delle donne trova qui la sua immagine più precisa: non nell’assenza di una
voce, ma nella difficoltà degli altri a riconoscerle autorità. Al sepolcro,
almeno per un istante, sono loro le prime testimoni. E la storia della
resurrezione comincia proprio da quella testimonianza che nessuno, all’inizio,
vuole ascoltare.






