alla promessa,
per trovare
il giusto mezzo
Riflessione di don Massimo
Naro sulla liturgia della Parola nella XXV domenica del tempo ordinario
(anno A)
Is 55,6-9; Sal
144/145; Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16
Nelle scorse domeniche la liturgia della Parola ha enfatizzato il tema
della riconciliazione fraterna e del perdono reciproco: il messaggio evangelico
ci ha mostrato che riconciliazione e perdono sono imprese destinate a rimanere
improbabili, spesso addirittura impossibili, se non si tiene presente – come
modello paradigmatico – la misericordia divina. In questa domenica l’accento
viene posto sulla giustizia. Riguardo alla quale gli esseri umani, seppur in
varie maniere, si sono esercitati con maggiore costanza nel corso della storia,
formulando codici giuridici, ideando sistemi legislativi, stabilendo criteri
legali. Magari per poi aggirarne le esigenze e violarli in modi più o meno
subdoli. E spesso finendo per contrapporre la giustizia alla grazia. Questa è
solitamente intesa come una sospensione della giustizia, perciò sempre a
rischio di dimostrarsi ingiusta. Un tale fraintendimento della grazia e del suo
rapporto intrinseco con la giustizia giunge a proiettare persino in Dio la
presunta incompatibilità tra giustizia e misericordia.
L’odierna pagina evangelica, anche in questo caso, distingue nettamente
la giustizia umana da quella divina, benché non le contrapponga affatto. E,
soprattutto, rivela che in Dio giustizia e grazia, misericordia e giustizia,
non si contraddicono. Per Dio, giustizia e grazia non sono alternative l’una
all’altra, quasi che operando secondo giustizia egli non operi più con grazia.
E viceversa. Giustizia e grazia, in Dio, non sono estremi che si escludono a
vicenda, bensì poli che si attraggono, intrecciandosi tra loro a tal punto da
coincidere: la misericordia di Dio è la sua giustizia, come la giustizia di Dio
è la sua misericordia.
Gesù ne dà il lieto annuncio, raccontando la parabola degli operai
invitati – in momenti diversi della giornata – a lavorare in una vigna. Il loro
datore di lavoro ne aveva chiamati alcuni all’alba, accordandosi con loro di
pagarli un denaro a testa: il fatto di essersi accordato (la voce verbale greca
qui usata è symphōnéō, che vuol dire stare in sintonia, realizzare una
sinfonia) ci fa intuire che quel contratto era pienamente soddisfacente per
tutti, prospettando – giustamente – per quegli operai non il minimo ma il
massimo salariale. Ne aveva poi chiamati altri alle nove del mattino,
promettendogli di dar loro «quello che è giusto» (díkaion, nel greco
dell’evangelista Matteo: da díkē, che significa giustizia). Ugualmente
aveva fatto di nuovo a mezzogiorno, alle tre del pomeriggio e, infine, alle
cinque. Al calar della sera, quel datore di lavoro dispose che tutti gli operai
– quelli dell’ultima ora non diversamente da quelli della prima ora – fossero
pagati con un denaro, cioè con l’intera paga giornaliera. Ma qualcuno della
prima ora ebbe da ridire, borbottando che era ingiusto pagare con lo stesso
salario chi aveva faticato tutta la giornata e chi aveva lavorato solo
pochissime ore.
Il ragionamento di quell’operaio scontento non faceva una grinza. Anche
noi, istintivamente, gli diamo ragione, radicati come siamo nella concezione
“retributiva” che abbiamo della giustizia. Ma restiamo spiazzati, al pari degli
uditori di Gesù, dalla spiegazione data dal padrone della vigna. Il quale,
all’operaio contestatore, disse: «Amico, io non ti faccio torto (Hetaîre
– che significa anche “socio” –, ouk adikô se)». Vale a dire: io non
compio un’ingiustizia a tuo carico, io sto rispettando il contratto che abbiamo
fatto. Tuttavia, per quel padrone così strano, che da despótēs e da kýrios
– i termini greci che si trovano nella pagina evangelica – si trasforma in
amico e socio dei suoi operai, la promessa fatta a quelli della seconda, terza,
quarta e ultima ora, non vale meno del contratto stipulato con quelli della
prima ora. Anche la promessa si impegna a corrispondere «quello che è giusto».
In forza del contratto, «quello che è giusto» è il massimo salariale. In virtù
della promessa, «quello che è giusto» è un minimo salariale, che equivale al
massimo. Poiché, alla luce della promessa, diventa chiaro che la giustizia, per
quel padrone, è un tutt’uno con la sua bontà (all’operaio scontento, egli
difatti risponde: «Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?»).
La giustizia e la bontà di quel padrone sui generis sono, in ogni
caso, il massimo, la misura più alta, la più favorevole. Stando
all’insegnamento del Maestro di Nazareth, contestare quest’intreccio di bontà e
giustizia non ci rende più coerenti con la giustizia, ma meno inclini alla
bontà. E, di conseguenza, più propensi alla malvagità. Sì, proprio alla
malvagità. Giacché, nel greco del brano matteano, la frase «tu sei invidioso
perché io sono buono» suona letteralmente così: «il tuo occhio è malvagio per
il fatto che io sono buono». L’occhio malvagio (ponērós, lo
stesso termine che si trova nell’ultima invocazione del Pater noster:
«liberaci dal maligno») vede come fosse un male ciò che invece è buono, vede
come un ingiusto colui che è buono (agathós). Occorre, dunque,
maturare una corretta visione della realtà. Bisogna chiarire la verità delle
cose, come fa quel padrone con la sua spiegazione riguardo al senso del suo
comportamento. Cambiando sguardo, ovverosia modo di pensare, allora si può
comprendere ciò che già il profeta Isaia diceva per conto di Jhwh Adonai: «I
miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie.
Oracolo del Signore», come leggiamo nella prima lettura di questa domenica.
È importante capirlo, perché altrimenti si travisa la morale che Gesù
distilla dalla sua parabola: «Così gli ultimi (éschatoi) saranno i primi
(prôtoi) e i primi, ultimi». Non è un manifesto rivoluzionario, come
prevederebbe la dialettica hegeliana tra servo e padrone radicalizzata in lotta
di classe da Marx ed Engels. Non dobbiamo interpretare sulla scia del
materialismo storico la storia della salvezza cantata nel Magnificat dalla
Madre di Gesù. Il Dio biblico, e Gesù come suo Messia, non mirano a capovolgere
le gerarchie che pur intasano di opprimenti sovrastrutture l’esistenza umana e
la vita sociale. Non stanno né a destra né a sinistra. E neppure in un centro
che di volta in volta rafforzi tatticamente il peso della destra o della
sinistra. Puntano, piuttosto, a quella che i filosofi greci prima e, poi, i
Padri della Chiesa chiamavano mesótēs, il giusto mezzo:
illuminante espressione, il cui fulcro non sta nel sostantivo “mezzo” bensì
nell’aggettivo “giusto”.
Il Dio biblico, tramite Gesù suo Messia, vuole farci sapere che nel
«regno dei cieli» – impersonato da un Signore misericordioso e giusto, giusto
in quanto misericordioso – le gerarchie d’ogni tipo sono superflue. Al suo
cospetto – e in relazione con lui – tutti sono sullo stesso piano. Gli ultimi
al livello dei primi. E i primi al livello degli ultimi, che ormai sono
giustappunto i primi. Non “al posto”, ma “al livello”. Nel regno dei cieli
nessuno scalza nessuno. Tutti hanno, semmai, il loro inalienabile e inviolabile
posto. Più precisamente: tutti stanno in un unico, medesimo, posto: quello del
Figlio stretto nell’abbraccio del Padre suo.
È Cristo Gesù il «giusto mezzo», cioè colui che sta nell’abbraccio di
Dio Padre. È lui, al contempo, il primo e l’ultimo, ho prôtos kaì ho
éschatos, come il Risorto proclama, riguardo a sé, nell’ultimo libro della
Bibbia cristiana (Ap 1,17).