sabato 11 luglio 2026

LA SCLEROCARDIA

 


Ascoltare 

e intendere,

per guarire

 dalla sclerocardia




Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola nella XV domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 55,1-110; Sal 64/65; Rm 8,18-23; Mt 13,1-9

È raro che le parabole raccontate da Gesù, nei vangeli, siano corredate da spiegazioni. Le parabole del Maestro di Nazareth erano insegnamenti caratterizzati dalla semplicità, proprio per trovare immediata accoglienza e – quindi – per essere facilmente comprese da quelli che lo stesso Gesù chiamava i “piccoli”, ai quali tramite di lui venivano rivelati il volto paterno di Dio e il suo amore salvifico. Le parabole, sotto questo profilo, ricavavano i loro contenuti e le loro parole-chiave dalla routine quotidiana degli uditori, perciò dal lavoro dei campi, o dalla fatica notturna della pesca, o dalla vita familiare, o dai momenti conviviali non meno che da quelli dolorosi, o da alcuni fatti di cronaca, o da alcuni eventi politici. Non occorreva essere “dotti” o “sapienti”, per scorgervi tra le righe lo scenario – in ogni caso inedito e inaudito – della rivelazione.

I piccoli

Tuttavia, i “piccoli” a cui Gesù rivelava il Regno di Dio rappresentavano una tipologia ben precisa di uditori: non si trattava di tutti coloro ai quali il Maestro di volta in volta narrava le sue parabole, bensì soltanto del gruppo dei suoi discepoli. In mezzo alla folla stavano, spesso, proprio quei “dotti” e quei “sapienti” che, per la loro sicumera dottrinale, presumevano di saper indovinare da sé stessi il senso autentico degli antichi rotoli biblici e mettevano continuamente sotto esame il Rabbi galileo. E, in quella calca, si celavano pure gli imboscati inviati dalle autorità a spiare Gesù. Inoltre c’erano molti passanti distratti, semplicemente curiosi di vedere colui che alcuni spacciavano per il messia, magari restando subito delusi dalla sua figura inerme. E c’erano comunque delle persone rette e attente, che anelavano sinceramente a mettersi in discussione nel confronto diretto con quel giovane Maestro, sperando ardentemente di riconoscere in lui l’inviato del Signore.

La parabola

A questo eterogeno uditorio erano rivolte le parabole. Per molti di quegli interlocutori, esse restavano incomprensibili. Perché in tanti casi non erano affatto semplici da capire. Erano anzi enigmatiche, sospese tra il detto e il non detto. Costituivano certamente uno squarcio che gettava luce sui «misteri del Regno dei cieli», ma al contempo ri-velavano, stendevano un nuovo velo su quei misteri che – come dice l’etimo greco di questa parola – sembrano destinati a rimanere “chiusi” per tanta gente. E dischiusi, semmai, solo per alcuni. Giustappunto per i “piccoli”, per i discepoli.

Ecco perché di alcune parabole troviamo – segnatamente nel vangelo secondo Matteo – anche le spiegazioni. Come nella pagina evangelica che la liturgia della Parola oggi ci propone. Gli esegeti ci avvisano che quelle spiegazioni, molto probabilmente, sono state aggiunte successivamente dagli stessi discepoli alle parole effettivamente proferite da Gesù nel raccontare le sue parabole. Può darsi. In ogni caso le spiegazioni delle parabole evidenziano proprio ciò che quei “piccoli” avevano compreso – perché dovevano comprenderlo –, ascoltando l’insegnamento del loro Maestro.

Il seminatore

Nell’odierno brano matteano la parabola è quella del seminatore, che si reca alla semina, spargendo i grani di frumento con prodigalità, senza badare più di tanto a indirizzarli esclusivamente sul terreno buono che li avrebbe potuto fruttuosamente prendere in consegna per restituirli moltiplicati, sotto forma di spighe, al momento della mietitura. Per questo il seme piomba anche su terreni non adatti, lì dove finisce per andare sprecato, mangiato dagli uccelli, o impossibilitato a mettere radici profonde in mezzo ai sassi, o soffocato dai rovi e dalle erbacce. È l’esito scontato di un racconto ovvio.

Chi ha orecchi ascolti

O meglio: apparentemente ovvio. Perché questa parabola esige subito di essere interiorizzata e applicata al vissuto di chi l’ha sentita. L’avvertimento del narratore ce lo fa chiaramente intuire: «Chi ha orecchi, ascolti», dove “ascoltare” assume una valenza ermeneutica e sta per “interpretare”, “discernere”, “comprendere”, “intendere”, “capire bene”. Gli uditori, cioè, non devono limitarsi a un ascolto sbrigativo e superficiale, come quello che si presta a un barzellettiere. Gesù, con questo mashal – con questo detto proverbiale, tipico della sapienza rabbinica – provoca chi sta a sentire la sua parabola a entrarvi dentro, a mettersi al posto di quelle differenti tipologie di terreno su cui il seme va di volta in volta a cadere. Gli orecchi sono anch’essi una metafora: indicano il cuore. Col cuore si deve riascoltare e comprendere la parabola. Vale a dire facendola scivolare nel profondo della coscienza, meditandola seriamente, pensandoci su con onestà intellettuale, giacché il “cuore” (kardía nel greco dei vangeli), nel contesto culturale e religioso in cui Gesù predicava, era la sede dei ragionamenti e dei pensieri, non quella delle emozioni e dei sentimenti (che gli israeliti situavano piuttosto nelle viscere intestinali, negli organi dello stomaco, rahamim in ebraico, tà splánchna in greco).

Perché?

Si spiega in tale prospettiva il fatto che i discepoli «allora si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”». Pietro e gli altri amici di Gesù sono i primi a registrare la difficoltà insita nelle parabole. Sperimentano loro stessi la difficoltà di capirle, ogni volta che non riescono a concentrarsi interiormente mentre ascoltano il Maestro. E ogni volta che oppongono resistenza alla provocazione di entrare personalmente nell’orizzonte nuovo di cui le parabole sono la soglia. La risposta di Gesù alla domanda dei discepoli è severa: le parabole risultano difficili «perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile». E questo indurimento del cuore non è soltanto una malaugurata malattia, che colpisce all’improvviso, come un infarto, sicuramente non desiderato da chi ne rimane vittima.

La sclerocardia

La “sclerocardia” è una scelta rovinosa: consegue alla decisione di chiudersi – per un motivo o per l’altro – all’annuncio evangelico. Gesù allude a coloro che si fanno spiritualmente sordi per non comprendere col cuore, per non convertirsi e per non essere guariti dalla loro sclerocardia. Essi preferiscono restare refrattari alla rivelazione, non le concedono alcun adito a radicarsi e a fruttificare nella loro esistenza. Papa Francesco avrebbe parlato, a tal proposito, di una espiritualidad del avestruz, cioè di una “spiritualità dello struzzo”, che ficca la testa nella sabbia per non considerare debitamente ciò che è necessario per convertirsi. Qualcun altro, in Italia, precisamente in Sicilia, negli scorsi decenni, ha parlato pure di “pastorale dello struzzo”, per dire che ci si comporta anche in ambito ecclesiale come lo struzzo, ignorando deliberatamente le cose che sarebbe urgente cambiare.

Il seme e il frutto

Se, dunque, nella parabola del seminatore c’è al centro il seme della Parola santa di Dio, la spiegazione che in seconda battuta viene esposta nella pagina evangelica dà rilievo al terreno in cui quel seme deve attecchire. Il terreno non è meno importante del seme sparso dal divino seminatore, poiché la rivelazione non è un indottrinamento piovuto dall’alto, ma una relazione d’amore. E come tale richiede ricezione, accoglienza, risposta. Ogni seme ha bisogno del terreno ad esso adatto, un terreno che gli corrisponda peculiarmente, per potervi germogliare e fruttificare. Il terreno specificamente adatto al seme della Parola è il cuore dell’essere umano, la sua intima coscienza, il suo concreto vissuto personale.

Far germogliare la Parola nel cuore, tra le pieghe della coscienza, significa convertirsi. Farla fruttificare nel proprio vissuto vuol dire lasciarsi guarire.

www.tuttavia.eu

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UNA PISTOLA IN DONO

 


*Lettera dell'Arcivescovo 
di Napoli 
ai potenti della terra.*


Ai potenti della terra, pace a voi!

 Il male non arriva sempre sfondando una porta.  A volte entra in silenzio.

Indossa un abito elegante. Sorride davanti alle telecamere.

Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori.
E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.
È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.

Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.

Questo è il vero scandalo.

Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale.


E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.

Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.

Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile.

È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.

Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.

Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.

Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve.

È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.

Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.

Da cristiano, non posso accettarlo.

Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.

Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.

Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti. Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.

Sono due civiltà. Bisogna scegliere.

Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo,
di trasformarlo in un segno di prestigio.

Un’arma non diventa innocente perché viene donata. Non diventa muta perché non spara. Non diventa umana perché porta inciso un nome.

Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato.

Fate qualcosa di più difficile. Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.
Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.

E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota. Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.

Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.

Guardate quella sedia prima di parlare di armi.

Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi. Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi.

E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.”

 † don Mimmo Battaglia, *Arcivescovo Metropolita di Napoli

REMIGRAZIONE

 


REMIGRAZIONE

 SENZA 

FUTURO

 

-     


     di LEONARDO BECCHETTI

-           

Immaginate un allenatore di una squadra di calcio costretta a giocare 9 contro 11 che decide a un certo punto della partita di ritirare altri due giocatori dal campo. La proposta della “remigrazione” assomiglia un po’ a questo. La crisi demografica ha creato nel Paese difficoltà oggettive sul mercato del lavoro. Gli ultimi dati disponibili della banca dati Excelsior (Unioncamere) segnala che le imprese cercano circa 544mila lavoratori e spesso non li trovano. Di fronte a questo problema, la remigrazione riesce nel capolavoro di proporre di mandarne a casa molti di più.

Anche le più estreme e improbabili ricette populiste hanno bisogno di una spolverata di verosimiglianza per essere credibili. La remigrazione consterebbe di due pilastri.

 

Rimpatriare gli stranieri irregolari e offrire un incentivo a quelli regolari senza problemi con la giustizia per tornare a casa loro. La logica economica sarebbe questa. Se è vero che il centro-Nord è in piena occupazione e ci sono molti posti vacanti per i quali non si trovano lavoratori, il problema (il capro espiatorio) sono gli stranieri che fanno concorrenza al ribasso sui salari. Se mandiamo via loro, magicamente gli imprenditori pagheranno salari più elevati e tanti italiani che al momento non partecipano al mercato del lavoro entrerebbero nel mercato del lavoro e prenderebbero quei posti. Proviamo ad applicare l’idea. Mancano oggi decine di migliaia di infermieri con conseguenze gravi negli ospedali. Con la remigrazione mandiamo via gli infermieri stranieri e magicamente il giorno dopo la carenza del personale (aggravata dalla remigrazione) si supera perché il governo rapidissimamente aumenta i salari degli infermieri e arrivano italiani inattivi che non hanno quella passione o vocazione a riempire quei posti.

Che tutto questo non stia né in cielo né in terra lo confermano le scelte di alcune delle forze politiche oggi al governo, forze che – dopo aver spesso identificato in passato bersagli e capri espiatori negli immigrati e nella moneta unica europea – si trovano oggi a essere (per fortuna) più realiste del re, avendo varato la più grande informata di immigrati regolari, ed essendo il governo diventato affidabile garante della stabilità dei conti pubblici all’interno delle regole europee. Ma è proprio il loro essere aderenti alla realtà e non alla propaganda che crea spazio vuoto soprattutto a destra, spazio occupato da nuove e più astruse fole populiste.

 

La logica della remigrazione non sta in piedi in nessun punto anche a partire dalla premessa. I salari sono bassi nelle attività delocalizzabili soggette alla concorrenza internazionale per la pressione al ribasso della concorrenza anche da altri Paesi su cui non possiamo certo intervenire con la remigrazione. Immaginiamo il settore delle automobili, dove ormai in Cina esistono le “ dark factories” (aziende con all’interno solo macchine che producono a luce spenta). In che modo alzare i salari dei lavoratori italiani da noi senza crescere in qualità e competitività del sistema Paese risolverebbe e non aggraverebbe il problema?

Nei settori non delocalizzabili invece (logistica, vigilanza, servizi di consegna) la soluzione è un salario minimo decente, come già in vigore in Spagna o nella città di New York, perché la consegna delle pizze va svolta comunque qui e non si può minacciare di delocalizzarla in Cina.

 

La sicurezza

Un altro degli argomenti che va per la maggiore nella vulgata remigrazionista è quello della sicurezza. Gli stranieri delinquono di più e quindi bisogna rimandarli a casa. Non è così: basta controllare tutti gli altri fattori che spiegano questi comportamenti e incrociare i dati con gli stranieri regolarizzati. Politiche assennate di accesso attraverso canali sicuri e di regolarizzazione condizionata a percorsi virtuosi sono la risposta migliore a questo problema.

Senza soffermarci per l’ennesima volta sul contributo straordinario che i lavoratori di origine straniera danno all’Italia (sono circa il 10% tra gli imprenditori, fanno il 9% del valore aggiunto e si stima, per i prossimi anni, un fabbisogno i circa 600mila nuovi ingressi) la nuova moda populista di turno della remigrazione è la spia di un disagio più profondo. Esiste in vasti strati della società che partecipano in misura limitata al progresso, una rabbia profonda che li getta tra le mani del pifferaio magico di turno. È pertanto assolutamente urgente costruire percorsi di inclusione, partecipazione, cittadinanza attiva che limitino il più possibile la rabbia di quella quota di cittadini che si sentono esclusi. Ed è al contempo fondamentale essere efficaci nel promuovere quella rivoluzione culturale e antropologica di cui anche l’ultima enciclica di papa Leone, Magnifica humani-tas, si fa promotrice. 

La nostra umanità è magnifica (ed è di gran lunga superiore ai nuovi miti scientisti del transumanesimo) se capiamo che la fioritura della nostra vita non è nello scorrere senza soluzioni di continuità lo schermo di un cellulare, ma sta nella vita di relazioni, nel seguire percorsi generativi, nel valorizzare trascendenza e ricchezza di senso di vita.


www.avvenire.it

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OMOSESSUALITA' E TEOLOGIA

 


'Una 
riflessione 

teologica

 sull’omosessualità'



-         di Paolo Gamberini

Introduzione 

Tra le domande che la riflessione teologica contemporanea è chiamata ad affrontare con maggiore delicatezza vi è quella relativa al senso dell’orientamento omosessuale all’interno del disegno d’amore di Dio per la sua creazione. Si tratta di un interrogativo che tocca insieme l’antropologia teologica, la dottrina della creazione, la teologia del peccato e i limiti epistemologici propri sia della teologia sia delle scienze umane. Il presente saggio intende esplorare tale questione muovendo da un’osservazione elementare ma spesso trascurata: di fronte a un fenomeno umano che non trova una spiegazione causale certa — né in termini di colpa, né in termini di patologia, né in termini educativi — la teologia è chiamata a un atteggiamento di onestà intellettuale che eviti tanto le facili condanne quanto le facili giustificazioni ideologiche. 

1. La domanda originaria: un errore di Dio, dei genitori, della natura? 

Quando ci si interroga sulla nascita di una persona che, nel corso della propria esistenza, si scopre e si rivela omosessuale, riemergono con insistenza alcune domande antiche quanto il problema del male e della sofferenza innocente: Forse Dio non poteva stare più attento nel creare gli le persone di orientamento omosessuale? Gli è sfuggito qualcosa? È un errore della natura, un difetto nell’educazione, una colpa dei genitori? 

Queste domande, per quanto legittime nella loro formulazione, condividono una premessa implicita che merita di essere interrogata prima ancora di essere accolta: presuppongono cioè che l’omosessualità sia anzitutto un problema da spiegare, un’anomalia rispetto a una norma presunta evidente, un evento che richiede una causa negativa — un peccato, un errore, un danno. È proprio questa premessa che la presente riflessione intende mettere in discussione, non per negare la legittimità della domanda, ma per mostrare come essa non trovi, nella teologia seria, una risposta che ne confermi l’assunto. 

2. I limiti della teologia del peccato come categoria esplicativa 

Una prima possibile risposta al problema consisterebbe nel ricondurre l’omosessualità agli effetti del peccato originale, in quella logica secondo cui la creazione, “ferita” dal peccato, produrrebbe anche disordini nella sfera sessuale[1]. Questa impostazione, per quanto presente in una certa tradizione teologica moralistica, incontra tuttavia un limite metodologico fondamentale: la teologia non dispone di strumenti che le permettano di stabilire con certezza un nesso causale diretto tra il peccato — categoria teologica riferita alla libertà e alla relazione con Dio — e una condizione esistenziale che si manifesta, nella grande maggioranza dei casi, come costitutiva e non scelta. 

Affermare che l’omosessualità sia “conseguenza del peccato” significa attribuire a una categoria teologica (il peccato, che presuppone un atto di libertà) un fenomeno che si presenta fenomenologicamente come dato originario della persona, non come esito di una scelta colpevole. La teologia, quando è rigorosa, riconosce qui i propri confini: può parlare della condizione ferita dell’umanità in senso generale — la creatura è segnata da limite, fragilità, finitezza — ma non può individuare in un tratto specifico dell’identità di una persona la prova empirica di un peccato particolare. Questo tipo di attribuzione, lungi dall’essere teologia, scivola facilmente in una forma di moralismo esplicativo che la tradizione stessa, a partire almeno dal libro di Giobbe e dal monito di Gesù riguardo al cieco nato (Gv 9,1-3), ha già criticato: non ogni condizione di sofferenza o di diversità è riconducibile a una colpa, né a quella della persona né a quella dei suoi genitori. 

3. Il silenzio delle scienze umane e il rischio dell’ideologia 

Un secondo tentativo esplicativo si muove in direzione opposta, ma con analoga pretesa di certezza: attribuire l’orientamento omosessuale a fattori educativi, relazionali o ambientali, secondo modelli psicoanalitici o socio-costruttivisti che hanno goduto di grande fortuna nel corso del Novecento. Anche in questo caso, tuttavia, occorre un supplemento di onestà epistemologica: la ricerca scientifica contemporanea non è in grado di dimostrare in maniera univoca che l’orientamento omosessuale sia il prodotto di specifiche dinamiche educative o di eventi traumatici dell’infanzia. Le ipotesi in tal senso, un tempo diffuse, non hanno retto alla verifica empirica sistematica e sono oggi ampiamente ridimensionate nella comunità scientifica. 

Ciò non significa negare la complessità multifattoriale — biologica, psicologica, relazionale — che concorre alla formazione dell’identità sessuale della persona; significa piuttosto riconoscere che tale complessità non consente affermazioni causali nette, tanto meno colpevolizzanti. Attribuire ai genitori una responsabilità nella genesi dell’omosessualità dei figli, in assenza di prove dimostrabili, non è un’operazione scientifica ma ideologica: si tratta cioè di proiettare su un dato di realtà uno schema interpretativo previamente accolto per ragioni extra-scientifiche, spesso di natura morale o culturale. 

4. Dall’assenza di spiegazione negativa alla possibilità di una lettura positiva 

 

Se dunque non è possibile dimostrare, né sul piano teologico né su quello delle scienze umane, che l’omosessualità sia il segno di un malfunzionamento, di un deficit, di una colpa o di una malattia, la riflessione teologica è chiamata a un passo ulteriore, che non si limiti alla sola constatazione di un’assenza di prova, ma che tragga da questa assenza una conseguenza positiva. 

La teologia della creazione, fin dalle sue radici bibliche, insegna che il mondo creato da Dio è intrinsecamente segnato dalla varietà: la molteplicità delle specie, la differenziazione degli individui, la ricchezza delle forme di vita non sono un incidente rispetto a un progetto originariamente uniforme, ma costituiscono l’espressione stessa della sovrabbondanza creativa di Dio. Il racconto della creazione in Genesi 1 non descrive un cosmo monocorde, bensì un ordine che si dispiega proprio attraverso la distinzione e la pluralità (“secondo la loro specie”, Gen 1,11-12.21.24-25), culminante nella dichiarazione che “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31). 

Se il creato, nel suo insieme, testimonia questa logica della diversità voluta e benedetta da Dio, appare legittimo chiedersi — come suggerisce la domanda che ha dato origine a questa riflessione — se anche nell’ambito della sessualità umana non si possa riconoscere una analoga varietà che non contraddica, ma anzi rifletta, la ricchezza dell’agire creativo divino. Questa non è un’affermazione dogmatica definitiva, ma un’ipotesi teologicamente plausibile, coerente con il principio secondo cui ciò che non può essere dimostrato come disordine non deve automaticamente essere presunto tale. 

5. Imago Dei e dignità della persona 

Un ulteriore sostegno a questa lettura viene dalla dottrina dell’imago Dei (Gen 1,27), secondo cui ogni essere umano, in quanto tale, porta impressa l’immagine di Dio, indipendentemente da caratteristiche accidentali della propria condizione esistenziale. 

Se l’orientamento omosessuale è, come pare ragionevole ritenere alla luce di quanto detto, un dato costitutivo e non scelto della persona, allora la sua dignità di immagine di Dio non può essere subordinata né compromessa da tale condizione. Ne consegue che qualunque impostazione pastorale o dottrinale che facesse dipendere il valore della persona, o la presunzione di un suo peccato originario, dal semplice fatto della sua condizione sessuale, rischierebbe di contraddire il fondamento stesso dell’antropologia biblica. 

6. Onestà intellettuale come virtù teologica 

 

Vale la pena sottolineare, a conclusione di questo percorso argomentativo, un dato metodologico che attraversa l’intera riflessione: l’atteggiamento più corretto, sul piano sia teologico sia scientifico, di fronte a fenomeni che sfuggono a una spiegazione causale certa, è la sospensione del giudizio esplicativo, non la sua sostituzione con ipotesi non dimostrate ma psicologicamente rassicuranti. È spesso più comodo, per la mente umana, attribuire un fenomeno complesso a una causa — un peccato, un errore educativo, una colpa — piuttosto che accogliere l’idea che si tratti semplicemente di una delle molte forme in cui si manifesta la varietà della condizione umana. Ma la teologia, quando è fedele alla propria vocazione di ricerca dell’intelligenza della fede (fides quaerens intellectum), non può accontentarsi di spiegazioni consolatorie prive di fondamento: deve piuttosto abitare, con pazienza, lo spazio del non ancora pienamente compreso. 

7. Uno sguardo alle posizioni alternative 

È doveroso segnalare che questa lettura, pur radicata in argomenti biblici e teologici solidi, non rappresenta l’unica posizione presente nel dibattito teologico contemporaneo, né coincide con l’insegnamento magisteriale ufficiale della Chiesa cattolica, che continua a distinguere tra l’orientamento omosessuale — non ritenuto in sé colpevole — e gli atti omosessuali, giudicati “intrinsecamente disordinati” rispetto al disegno naturale della sessualità coniugale (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2357-2359). 

Altre correnti della teologia morale, di impostazione tomista e di diritto naturale, sostengono che la finalità procreativa e la complementarità sessuale rappresentano un criterio oggettivo per il giudizio etico sugli atti, indipendentemente dalla non-colpevolezza dell’orientamento. La Congregazione per la Dottrina della Fede, nei documenti degli anni ’80 e ’90, hanno insistito su questa distinzione. Tuttavia, seguendo questa logica si dovranno considerare come “intrinsecamente disordinati” tutti gli atti sessuali che impediscono per il loro stesso porsi sia l’atto coniugale d’amore che l’atto procreativo. Di conseguenza, anche la masturbazione è atto “intrinsecamente disordinato” perché difforme dalla volontà creatrice divina per l’umanità. 

Altri autori, come James Alison, Margaret Farley o Todd Salzman e Michael Lawler, hanno invece elaborato proposte più esplicitamente orientate al riconoscimento pieno delle relazioni omosessuali stabili come possibile luogo di crescita nella carità, muovendosi in una direzione affine a quella qui presentata. Il dibattito, dunque, resta aperto, e la riflessione qui condotta si colloca all’interno di questa pluralità di voci, senza pretesa di esaurirla. 

Conclusione 

La domanda da cui siamo partiti — se Dio abbia in qualche modo “sbagliato” o “trascurato” qualcosa nel dare origine a una persona omosessuale — trova, in questa riflessione, non tanto una risposta definitiva quanto un ridimensionamento della sua stessa premessa. Non potendo la teologia dimostrare che l’omosessualità sia frutto del peccato (personale o collettivo), né le scienze umane dimostrare che essa sia il prodotto di un errore educativo, viene meno il fondamento per interpretarla come deficit, malattia o colpa. Resta allora aperta, e teologicamente sostenibile, l’ipotesi che essa rientri in quella variegata ricchezza del creato che la fede riconosce come segno della sovrabbondanza creativa di Dio — una diversità che, lungi dal violare la volontà del Creatore, può forse essere letta come una delle molte forme in cui questa volontà si manifesta nel mistero della persona umana. 

 

[1] Questa è la tesi esposta da Mario Imperatore nel suo testo: Gesù, il Figlio Sposo alla prova: tra famiglia, omosessualità ed escatologia, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2022.

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LE ARGINUSE

 


La commissione Covid 

il processo 

delle Arginuse



-di Giuseppe Savagnone 

Chi ben comincia…

Giorgia Meloni l’aveva promesso nelle dichiarazioni programmatiche rese in Parlamento, dopo aver giurato da presidente del Consiglio: si sarebbe dovuto «fare chiarezza su quanto avvenuto durante la gestione della crisi pandemica: lo si deve a chi ha perso la vita e a chi non si è risparmiato nelle corsie degli ospedali, mentre altri facevano affari milionari con la compravendita di mascherine e respiratori». Una denuncia di oscure responsabilità non rilevate dall’autorità competente – nello Stato di diritto, la magistratura – e che il nuovo governo si impegnava a smascherare e perseguire a livello politico.

E la promessa è stata mantenuta con la legge n.22 del 5 marzo 2024, che ha istituito la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid-19, il cui compito era «di valutare la prontezza, l’efficacia e la resilienza» delle «misure adottate per prevenire, contrastare e contenere l’emergenza sanitaria causata dalla diffusione del virus SARS-CoV-2 nel territorio nazionale».

Fin dall’inizio è stato chiaro che si trattava di un percorso che, proprio perché affidato alla politica, non godeva dei caratteri di oggettività che, almeno in linea di principio, caratterizzano i procedimenti giudiziari. Già il fatto che la presidenza e la vicepresidenza della Commissione fossero affidate a due esponenti del partito che aveva promosso l’inchiesta –  il senatore Lissei e l’on. Ciancitto, entrambi di FdI –  escludeva il Movimento 5 Stelle e Italia Viva, che, pur presenti, non hanno partecipato al voto, e il Partito Democratico, Avs e Azione, che in una prima fase non hanno neppure voluto prendere parte ai lavori della Commissione.

E infatti, secondo la presidente dei deputati del Pd Chiara Braga, quello che nasceva era «un tribunale politico che le forze di governo intendono utilizzare a proprio piacimento per colpire le opposizioni con sentenze già scritte». Da parte sua, Andrea Grisanti, senatore del Pd ma anche Direttore del Dipartimento di microbiologia all’Università di Padova osservava: «Questa commissione non ha né le competenze tecniche né l’autorevolezza e la credibilità per giungere a nessuna conclusione. (…).  Lì dentro non c’è nessuno che capisce nulla di microbiologia o di epidemiologia».

Reciproche accuse

Non c’è da stupirsi se i lavori della Commissione sono stati segnati da un clima di scontro culminato, l’8 giugno scorso, con la rottura dei rappresentanti dell’opposizione: «Siamo stati costretti ad abbandonare i lavori odierni della Commissione d’inchiesta sul Covid perché Fratelli d’Italia ha superato una linea rossa. Il presidente della Commissione Lisei, senatore del partito della premier Meloni, ha delegato consulenti della Commissione a effettuare interrogatori di semplici cittadini in un commissariato di polizia (…). Alle nostre proteste, Fratelli d’Italia ha risposto che la delega sarebbe stata decisa in un Ufficio di Presidenza della stessa Commissione. Fatto mai avvenuto, perché in UdP non si è mai tenuto un voto sulla delega a soggetti esterni. L’attività dei parlamentari risulta peraltro non delegabile e di conseguenza sia la delega che le attività svolte risultano nulle e illegittime».

Lo scontro si è trasferito, il 10 giugno, nell’aula della Camera. «Gli italiani devono sapere come erano stati spesi i loro soldi mentre erano chiusi in casa», ha detto la deputata di Fratelli d’Italia, Alice Buonguerrieri. E ha accusato Conte, perché, ha detto, «non ha ancora avuto il coraggio di venire a riferire sulla sua gestione nella commissione d’inchiesta Covid»

Il punto era che per essere ascoltato come testimone, il leader 5 stelle avrebbe dovuto dimettersi da membro della Commissione. Avuta la garanzia di rientro dopo l’audizione, si è detto dispostissimo – confermandolo anche con una lettera ufficiale – a rispondere a tutte le domande, per poter smentire quelle che a suo giudizio sono accuse del tutto false. Anche se i partiti e i giornali di destra hanno ignorato questa svolta, continuando a sostenere che l’ex premier rifiutava di farsi interrogare.

Le zone d’ombra

Che ci siano state delle zone d’ombra nella gestione della pandemia è molto probabile. L’Italia era il primo paese occidentale a esserne colpito, e in una forma devastante che ha messo a nudo dei vuoti e costretto a provvedimenti di emergenza, inevitabilmente soggetti a valutazioni contrastanti.

Significativa l’ambivalenza della valutazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). In un primo momento, nell’aprile del 2020, il giudizio era pienamente positivo e indicava quello italiano come un «modello»

Poco dopo, però, nel maggio dello stesso anno, un rapporto della stessa OMS, redatto sotto la direzione del ricercatore Francesco Zambon, definiva la risposta dell’esecutivo alla diffusione del virus «improvvisata e caotica», denunciando l’assenza, in Italia, di un piano pandemico aggiornato dal 2006. Nell’aprile del 2021, tuttavia, il rapporto veniva ritirato perché, secondo il portavoce dell’OMS «pubblicato prematuramente (…) con dati e informazioni che non erano stati verificati e contenevano inesattezze e incongruenze». E il giudizio dei vertici dell’OMS confermava la sua approvazione all’operato del governo italiano.

Forse era a partire dal rapporto Zambon che si sarebbe potuta avviare una seria indagine   critica. Ma essa avrebbe messo in luce che la causa remota, su cui si erano inserite le inadeguate risposte alla crisi, era la mancata elaborazione di un piano pandemico, che risaliva a molto prima del governo Conte e coinvolgeva tutti gli esecutivi, anche di destra, succedutisi dopo quella data.

Questo probabilmente spiega perché la maggioranza della Commissione abbia preferito puntare la sua attenzione su alcuni «fatti inquietanti», denunciati da Fratelli d’Italia con grande clamore in una conferenza stampa, relativi a un quantitativo enorme di mascherine acquistate dalla Cina per il prezzo esorbitante di un miliardo e duecentomila euro – il quadruplo del prezzo reale – e rivelatesi prive dei requisiti necessari a renderle effettivamente protettive. Uno spreco pauroso del denaro pubblico e soprattutto, un cinico attentato alla salute degli ignari utenti.

Una denunzia gravissima ripresa, nelle scorse settimane, da tutti i giornali di destra, che vi hanno dedicato quasi quotidianamente le loro prime pagine, attaccando con toni violentissimi i responsabili di allora, primi fra tutti il presidente del Consiglio Conte e il commissario da lui nominato, Arcuri.

Dati di fatto e processo mediatico

Ero anch’io molto impressionato da questa rivelazione, finché non mi sono imbattuto nell’articolo intitolato «Mascherine e bufale», a firma di Ermes Antonucci, pubblicato l’8 luglio scorso su un giornale sicuramente non sospetto di essere “di sinistra”, «Il Foglio», dove si dice senza mezzi termini che «le carte smentiscono le accuse».

 «“Mascherine farlocche, pericolose per la salute e pagate il quadruplo del prezzo dovuto”. È questa una delle tante accuse al centro della campagna messa in piedi nelle ultime settimane da Fratelli d’Italia, tramite la commissione d’inchiesta Covid e con il sostegno dei media di area centrodestra, contro l’ex commissario all’emergenza Coronavirus Domenico Arcuri e l’ex premier Giuseppe Conte, che istituì la struttura commissariale nel marzo 2020. Peccato che questa accusa, carte alla mano, sia completamente infondata».

Cito solo qualche passaggio della ricostruzione fatta da Antonucci, molto puntuale e assai più analitica di quanto qui si possa riportare: «L’accusa si basa sul fatto che una parte delle mascherine (circa 100 milioni) venne sequestrata dalla procura di Gorizia su richiesta della Guardia di finanza (…). Sequestro però annullato dal Tribunale del Riesame che sottolineò come le mascherine avessero ottenuto la valutazione positiva dell’Inail». 

Peraltro, fa notare il giornalista, fin dall’inizio «più della metà delle mascherine (460 milioni) fu ritenuta in regola e quindi distribuita».

«Falsa anche l’accusa rivolta ad Arcuri di aver acquistato le mascherine a un prezzo superiore a quello di mercato». Affermazione ancora una volta rigorosamente documentata dall’autore dell’articolo.

Personalmente non sono un fan di Conte e meno che mai del Movimento 5 Stelle, al cui populismo ingenuo e sfrenato attribuisco la responsabilità di avere contribuito in modo consistente all’imbarbarimento dello stile politico nel nostro Paese. E non escludo affatto che l’allora presidente del Consiglio, nel gestire la lotta contro il Covid, abbia fatto degli errori, magari quelli di cui si parlava nel rapporto dell’OMS poi un po’ misteriosamente ritirato.

Ma, se i dati riportati dal «Foglio» sono veri – e, fino a prova contraria, non ho motivo di dubitarne – quella in atto è una vera e propria campagna diffamatoria nei confronti di un “imputato” che non può difendersi, come avviene sempre quando il processo non si svolge, come dovrebbe, secondo le regole del diritto, ma assume i toni di un linciaggio mediatico.

E quanto, in questa campagna, l’intento di incitare l’odio della piazza prevalga sulla ricerca della verità, lo conferma il fatto che, anche di fronte ai dati esposti nell’articolo del «Foglio» i quotidiani di destra hanno continuato a sostenere imperterriti la loro versione, senza neppure curarsi di contestarli.

E dire che proprio la destra ha sempre denunziato, con ragione, questa perversione della giustizia, attribuendone la colpa ad una magistratura troppo precipitosa e aggressiva nell’additare “colpevoli”, abbandonandoli poi al massacro dei social. In questo caso non ci sono neppure le garanzie che, comunque, il sistema giudiziario offre. Sono dei politici ad accusare un loro avversario, spalleggiati dalla stampa della loro fazione.

Il processo delle Arginuse

Anche a prescindere dalla poca consistenza delle accuse, colpisce, in questa vicenda, il clima inquisitorio in cui fin dall’inizio questa indagine è nata. La ricerca dei «colpevoli» è stata condotta da una parte politica nei confronti di un precedente governo che – quali che siano state le sue colpe e i suoi errori – ha dovuto fronteggiare una crisi sanitaria del tutto inedita e gravissima, che colpiva l’Italia prima di tutti gli altri Paesi dell’Occidente, ed è riuscito a farlo ottenendo, alla fine, come si è detto, un attestato di apprezzamento da parte dell’OMS. Su questo neppure una parola da parte dei “giudici”.

Torna alla mente un episodio della storia antica, la battaglia delle Arginuse (406 a.C.), in cui la flotta ateniese aveva sconfitto quella spartana. A causa di una tempesta, i comandanti della flotta, però, non recuperarono i naufraghi. Per questo, dopo i primi festeggiamenti, ad Atene scoppiò l’ira popolare, anche per l’intervento di abili demagoghi che la alimentarono, facendo dimenticare le circostanze eccezionali in cui l’abbandono era avvenuto e i meriti dei generali vittoriosi.  Durante il processo sommario che ne seguì, Socrate fu l’unico membro del collegio dei pritani a rifiutarsi di mettere al voto la condanna. Ma ciò non impedì che essa fosse pronunziata e che gli strateghi fossero giustiziati.

Con l’aggravante, nel nostro caso, di una gestione corale da parte della maggioranza di governo e dei mezzi d’informazione ad essa collegati, volta a “processare” un leader dell’opposizione in prossimità delle prossime elezioni.

Ancora una volta, come per la riforma della giustizia, si ha l’impressione di un braccio di ferro in cui chi ha avuto più voti crede di poter tirare per la propria strada, anche a costo di spaccare il Paese, e chi ne ha avuti di meno rivela a sua volta l’incapacità di proporre un dialogo costruttivo, invece che un puro e semplice rifiuto.

Se la qualità di una democrazia è di dare spazio a tutte le voci, attraverso un dialogo rispettoso dei diversi punti di vista, per la costruzione del bene comune di tutti, non c’è da stupirsi che tanti italiani esprimano la loro disaffezione alla nostra smettendo perfino di andare a votare.

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CUI PRODEST ?

 


 'Se tutto finisce, 

per cosa 

vale la pena vivere?'

-di Laura Cappellazzo

Paolo Scquizzato è docente di Antropologia teologica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si occupa di formazione spirituale, meditazione silenziosa (è fondatore della Scuola Diffusa del Silenzio) ed è guida biblica in Palestina. Propone percorsi di spiritualità in dialogo con la cultura contemporanea ed ha conseguito anche un Master in Meditazione e Neuroscienza presso l’Università di Udine. È autore di numerosi testi di spiritualità, tra cui Se non lo cerchi lo trovi. Introduzione alla meditazione silenziosa (Ed. Paoline, 2025) e Trasformazione. Tu sei ciò che cerchi (Ed. Paoline, 2026). 

 Abbiamo incontrato Paolo Scquizzato all’interno dell’evento del Festival Biblico 2026, tenutosi a Conegliano (TV) dal titolo “Il potere del limite”. In questa sede Scquizzato ha guidato un’intensa meditazione sul libro del Qoelet, portando i presenti a riflettere sulla domanda ultima che il limite pone ad ogni persona: se tutto finisce e tutto passa, per cosa vale la pena vivere? 

 Laura Cappellazzo – Partiamo proprio dalla domanda che lei ha posto ai partecipanti alla sua meditazione: ma se tutto passa e tutto finisce allora, per cosa vale la pena vivere? 

Paolo Scquizzato – Questa non è una domanda, questa è LA domanda e personalmente, è anche la domanda che mi sta accompagnando in questa fase della mia vita. Il rischio per noi che viviamo in Occidente è pensare che siamo ciò che abbiamo: riteniamo che la nostra identità sia determinata dal nostro corpo, dalle nostre passioni e dalle emozioni. Pensiamo di essere ciò che possediamo: i nostri titoli, i beni, la professione, ma anche il partner, per questo sentiamo dire per esempio: “Se perdo te, perdo il mio mondo, perdo tutto”. 

 Le tradizioni spirituali invece ci dicono che c’è un’essenza in noi: siamo esseri divini che si stanno manifestando attraverso della materia contingente. Io lo chiamo essere divino, Faggin la chiama coscienza, qualcun altro la definisce energia, o anima, o ancora per la filosofia induista è atman, che significa essenza o soffio vitale. Insomma noi siamo qualcosa di profondo che non è mai nato e non morirà mai, quindi noi attualmente stiamo vivendo una vita che è una manifestazione di questo qualcosa, di questo sé autentico. 

 Ecco, questo è importantissimo, perché se lo capissimo davvero, se io lo capissi profondamente, si calmerebbe la mia paura. Perché abbiamo paura? Noi abbiamo paura di perdere ciò che abbiamo. Proviamo dolore quando tentiamo di far diventare eterno qualcosa che non lo è. E invece, semplicemente tu sei e se tu sei, se ti percepisci dentro a questo flusso eterno, non hai più paura perché se colpirà la morte, cosa colpirà? Colpirà la forma di manifestazione di questo essere. Tu puoi perdere solo ciò che hai, non ciò che sei. Gesù è stato maestro anche in questo quando dice a chi lo perseguitava: “Voi colpirete questo corpo, ma nessuno mi porterà via ciò che sono”. 

 LC – Lei incontra molte persone, non solo agli incontri o alle meditazioni, ma anche grazie alla Scuola del Silenzio e alla formazione che offre. La prima domanda banale potrebbe essere: ma davvero ci sono persone oggi, che vogliono intraprendere un cammino spirituale? Invece le chiedo: chi sono le persone che cercano queste esperienze, che si mettono alla ricerca della propria interiorità? Quali sono le istanze che portano? 

PS – Sembra incredibile da dirsi ma ci sono sempre più persone in realtà che cercano questi spazi e questi percorsi. Io credo che siamo in un momento di grande crisi religiosa; questo lo dice anche la sociologia, non solo io: nel cattolicesimo per esempio la frequenza attiva arriva ad un 2, forse 3 per cento. Le religioni a mio avviso hanno terminato la loro funzione; non dico che abbiamo fallito ma che adesso stiamo compiendo un passaggio di soglia. 

 Le persone sono più che mai alla ricerca; hanno abbandonato la religione perché la religione non da più risposte. O meglio, se ci pensiamo, nel cattolicesimo per esempio la Chiesa da una risposta su tutto: dalla nascita, alla morte, fino al dopo morte. È come se fosse già tutto stabilito e quindi chiuso, fermo. Ma le persone non possono stare in un contesto così rigidamente concluso perché la vita non è così, e infatti chi si avvicina alla mia scuola cerca esperienze spirituali. 

 La religione è quell’istanza che ti dice che arrivi al Cielo tramite delle pratiche. La spiritualità invece è un percorso personale di consapevolezza che ti dice che tu sei già cielo, non hai bisogno di scoprirlo perché lo sei già; non hai bisogno di metterti in contatto con un Divino perché sei già natura divina. La spiritualità oggi, la mistica è estremamente importante, in questo passaggio che stiamo vivendo. Noi dovremmo aiutare le persone a fare esperienza della loro natura autentica, del loro essere divini che si sta manifestando in un corpo, in una materia. Va da sé che un’esperienza di questo tipo toglie quella di un dio capriccioso che vive in un cielo lontano, che da o non da la grazia, l’aiuto o la consolazione in base a qualcosa che fai o non fai. Come dice Bonhoffer: l’umanità è finalmente diventata adulta dal punto di vista spirituale. 

 LC – L’umanità è diventata adulta, lei dice. Ma come sta l’umanità in senso di esistenza, osservandola da un punto di vista globale? 

PS – L’umanità sta facendo un cammino di adultità dal punto di vista spirituale. Questa umanità però credo sia terrorizzata, impaurita e quando uno è impaurito si attacca a tutto. È un po’ l“homo homini lupus” di Hobbes, o detta più semplice “un si salvi chi può” generale. Tutta questa cattiveria, questa violenza, è sintomo di una grande paura che nasce dall’ignoranza. Io credo fermamente ciò che ci porta la filosofia orientale, ovvero che il peccato vero non è il peccatuccio della morale cristiana, ma è l’ignoranza: noi non sappiamo più chi siamo. 

 Nel momento in cui sono sai più chi sei, allora ti illudi di trovare un’identità nel potere, inteso come avere e successo ed è per questo che il potere è diventato fondamentale: per avere potere, successo, fama siamo disposti a tutto. Abbiamo confuso l’essere con l’avere, ed è per questo che abbiamo paura, perché abbiamo paura di perdere tutto. Ecco che se invece intraprendi un cammino spirituale e conosci chi sei profondamente, la natura divina che è in te, non hai più paura; l’altro non è più una minaccia ma diventa un essere con cui entrare in relazione. 

 LC – Qualcuno di molto potente nel senso da lei descritto, ha detto “L’unico mio limite è la mia moralità”. Quanto è pericolosa questa frase? 

PS – Il presidente Trump, ma come lui molti altri leader mondiali in questo momento, sono l’esempio di quanto stiamo dicendo: quando confondi l’essere con l’avere, tu diventi tutto il mondo e tutto il mondo viene filtrato attraverso il tuo ego. Il tuo ego diventa criterio della tua moralità, delle tue azioni e relazioni. 

 Invece se si approfondisce la propria spiritualità, si capisce che è proprio il rinnegare se stessi, il rinnegare l’ego, il far cadere il proprio punto di vista assoluto, che ti porta all’essenza della tua umanità. Nel momento in cui fai questo, entri in contatto con il tuo spirito e capisci che è lo stesso spirito che accomuna tutti ed è lì che inizia la vera relazione. 

 LC – Lei dice che il cammino spirituale è mettersi alla ricerca della natura divina che è in noi e che c’è un aumento di persone che iniziano questo percorso. Mi viene in mente che in effetti anche il mercato lo sa e lo conferma, perché negli ultimi anni a partire dal covid, c’è stata una fioritura di siti, profili social e persino app che propongono percorsi di meditazione a pagamento. Mi verrebbe da affermare che siamo riusciti a monetizzare anche la spiritualità ma non solo, spesso questi percorsi non ci mettono alla ricerca della natura divina che è in noi, ma ci dicono che noi siamo Dio, che noi siamo un dio che tutto può, che ha tutto a disposizione, che volere è potere. Che impressione ha di questo? 

PS – Penso che effettivamente esistano tanti mercanti della spiritualità, come sono esistiti i mercanti della religione. È necessario trovare i maestri, non i mercanti. 

 D’altra parte però penso che non dobbiamo diventare radicali e integralisti, che è altrettanto un rischio: a volte persone che aprono un’applicazione e trovano qualcuno di improbabile, poi magari scoprono lo stesso qualcosa di profondo. Ecco io credo che davvero possano esserci occasioni buone anche se non sembra, forse la Luce passa anche da lì; un po’ come dice la filosofia dello Yin e Yang: dove c’è il nero c’è il bianco, dove c’è la notte c’è il giorno. 

 La realtà è molto complessa, dobbiamo stare attenti a non diventare presuntuosi e superbi anche nella vita spirituale. 

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