martedì 28 luglio 2026

FEDI E RELIGIONI


 UN 

MULTIVERSO

 GLOBALIZZATO


Paolo Montesperelli e Renzo Salvi in conversazione con Franco Garelli

In un tempo che sembra essersi fatto breve per ogni fenomeno sociale, quando la cronaca si frantuma nei social ed il giornalismo consuma le sociologie, è singolare – e quasi fa meraviglia – imbattersi in studi e ricerche che sono globali per dimensione e configurano interpretazioni profonde. È il caso del volume Le religioni nel mondo globale, edito da il Mulino, scritto a due mani da Franco Garelli e Stefania Palmisano, che si cimenta sulla presenza e influenza delle fedi nel globo, sui loro lati nobili e su quelli oscuri, sulle tensioni che innescano e sulle speranze che alimentano. È un lavoro sociologico coraggioso e per vari aspetti sorprendente, illuminante. 

Parlarne – come si fa in queste pagine – con Franco Garelli che s’è più volte cimentato su interpretazioni di lungo periodo come su molti aspetti della materia, significa incrociare anche, ancora una volta, una delle firme che tutt’ora arricchiscono Rocca e che ha avuto presenze nei Corsi di studio e frequentazioni con la Citta della sin dagli anni Settanta. Il suo è un punto di vista condiviso nel tempo e condivisibile nell’oggi. In dialogo… 

MAPPE, TENDENZE, MUTAMENTI 

La ricerca, un’indagine lunga che ora si specchia in un libro, si confronta anzitutto con un compito impegnativo, quello di aggiornare il panorama delle fedi nel mondo, di fare una mappatura delle principali religioni ai primi decenni del Terzo millennio. Non mancano, per altro, mappe e cartografie… Che cosa emerge al riguardo? 

Il dato che più colpisce è il 75% della popolazione del globo che ancor oggi professa una fede religiosa, contando quanti si identificano nel cristianesimo (la religione più seguita), nell’islam (in forte crescita), nell’induismo, nel buddhismo, nell’ebraismo e così via. C’è inoltre una cartografia di come le grandi religioni sono distribuite nei vari continenti, da cui si ricava il profilo religioso delle macro-aree mondiali. Si tratta tuttavia di una realtà non statica, in quanto ovunque il paesaggio spirituale (come quello culturale ed economico) non cessa di modificarsi, in rapporto ai molti cambiamenti – di varia natura, politica, demografica, migratoria ecc. – che si registrano nella vita dei popoli… 

Il dinamismo maggiore è quello dell’islam, che negli ultimi decenni ha aumentato la sua presenza soprattutto in Asia e in Africa, mentre la cristianità presenta delle evoluzioni divergenti: vive un’epoca grigia in Occidente a fronte di una maggior vivacità nel Sud del mondo (e in parte in Oriente). In parallelo, l’induismo (terza religione per nu mero di fedeli) rimane fortemente ancorato dopo più di tre millenni al territorio indiano, dove è sorto e si è sviluppato, diversamente da quel che accade al buddhismo che mani festa una spiccata vocazione internazionale. 

Per contro, l’“altra religione” (l’insieme de gli atei e degli agnostici) è in questa epoca in grande spolvero, ed è ben rappresentata oltre che in Europa soprattutto nell’estremo Oriente, nella grande Cina e in Giappone. 

Ma ciò non toglie che proprio Pechino – in un clima di realpolitik – stia rivalutando il ruolo che le religioni storiche (confucianesimo, taoismo, buddhismo) giocano nella cultura cinese popolare. 

Dopo uno studio comparativo così ampio, avete individuato un denominatore comune alle religioni? Insomma, che cosa è la religione, almeno dal punto di vista sociologico? Ecco una delle questioni ‘sociologicamente’ calde, più difficili da affrontare; perché circoscrivere oggi il fenomeno religioso è un’impresa improba, in quanto – oltre alle grandi religioni universali (già studiate a suo tempo da Max Weber) – si sono aggiunte sulla scena mondiale varie forme religiose nuove e inedite, che dunque ampliano di molto il quadro. Tra queste la New Age, le nuove spiritualità, la ripresa delle tradizioni animistiche, realtà ‘religiose’ che non prevedono la trascendenza, per non parlare delle religioni digitali o delle ‘Chiese dell’intelligenza artificiale’. 

Come dunque definire la religione – questo abbiamo dovuto chiederci ancora una volta – in modo ampio ma non indeterminato, con un criterio che non riflettesse soltanto la situazione occidentale, che potesse applicarsi alle grandi religioni ma che, nello stesso tempo, potesse comprendere anche il nuovo che avanza in questo campo, evitando, inoltre, di inglobare in questo concetto realtà spurie o comunque non pertinenti? 

Così nella nostra proposta, si ha una ‘religione’ quando si verificano due condizioni base: anzitutto quando è presente un’idea alta e ampia di sacro, per cui i soggetti si confrontano, a seconda dei casi, con una realtà trascendente o con una presenza cosmica, o ancora con un ideale di pienezza spirituale capace di dare un senso profondo alla propria esistenza; e in secondo luogo, quando questo riferimento offre alle persone una risposta ai grandi interrogativi dell’esistenza, relativi sia alla sfera individuale che a quella collettiva. 

AMBIVALENZE E SPERANZA NELLE RELIGIONI 

Papa Francesco sosteneva, e il pensiero è ripreso da papa Leone, che tutte le religioni custodiscono il desiderio di pace. Però anche oggi alcune sembrano alimentare i conflitti, altre la concordia. Si può individuare, o perlomeno quale prevale fra queste due tendenze? Nel caso, in nome di quali caratteristiche di questa o quella? 

Il desiderio di pace è certamente nel Dna delle grandi religioni, anche se il loro forte intreccio con le vicende del mondo (pensiamo a quel che succede a Gaza, nell’Ucraina, nel Corno d’Africa o nel Sud Est Asiatico ecc.) le espone sovente a situazioni ambivalenti. 

Per cui si può dire che il fattore religione presenta sia un lato buono, sia un lato oscuro. In quello oscuro troviamo il mentaliste, le stragi e le forme di genocidio di cui si macchiano stati e popoli che coltivano ideali religiosi, i connubi impropri tra religione e regimi politici di nuovo ricorrenti in varie parti del mondo; oltre alle tendenze nazionalistiche esasperate e conflittuali appoggiate da vari gruppi religiosi. Tuttavia, a fronte di un volto religioso che inquieta e divide il mondo, ve n’è un altro che agisce in senso contrario, che cerca di offrire speranza, che si pone come un potente fattore di solidarietà, che si fa carico delle sfide planetarie che gravano sull’umanità, che interviene non solo per ridurre povertà e angoscia umane, ma anche per rigenerare le perso ne e creare comunità. È il lato migliore delle religioni, ciò che spiega la loro attrattività nel corso della storia. 

In questo quadro, dunque, le religioni non sono solo una risorsa di senso per gli individui, ma delle potenti realtà che operano a livello geo-politico, richiamano i grandi della Terra alle loro responsabilità, cercano di pro muovere i valori della pace e della pacifica convivenza, lottano per ridurre la fame nel mondo e le diseguaglianze, per favorire un ordine mondiale in cui non ci si siano più scarti: né umani né ambientali. 

ATTIVISMI, CONTRADDIZIONI, SECOLARISMI 

 

All’interno della prospettiva ampia che deriva da questo studio, come e quanto sta cambiando la religione cristiana, nelle sue varianti, nella fase attuale di forte attivismo del movimento “Maga” negli Stati Uniti e di movimenti simili in altri Paesi? 

Forse è troppo dire che la religione cristiana sta cambiando, ma senza dubbio le forme più esasperate che in qualche modo si richiamano a questa radice religiosa sono quelle che più sembrano dominare la scena pubblica mondiale. Pensando agli Usa abbiamo tutti in mente l’immagi ne dello studio ovale della Casa Bianca in cui Trump (in una scenografia da Ultima cena) è attorniato da un gruppo di pastori evangelici raccolti in preghiera a sostegno del suo ruolo e della sua missione nel mondo. È l’emblema della cultura Maga, che si serve della religione non solo per “rifare l’America nel nome di Dio” (contro la cultura woke e le posizioni liberal), ma anche per affermare nel mondo la propria visione della realtà e i propri disegni di grandezza. 

Ma derive cristiane problematiche si trovano anche nel singolare sodalizio in atto da tempo tra Putin e il patriarca Kirill della Chiesa ortodossa di Mosca, il cui scopo è rilanciare il mito della grande Russia nel mondo. Un legame che crea molte ferite per il cristianesimo ortodosso, alle prese dunque con una stagione difficile. 

Tuttavia, proprio queste ferite ci dicono che la realtà ortodossa non è tutta allineata su queste posizioni, alla stessa stregua di quanto succede altrove sia in campo protestante che cattolico. È ciò che accade negli Stati Uniti, ad esempio, dove anche tra i cattolici e i protestanti conservatori c’è un ripensamento su un uso improprio della religione a fini politici. 

SECOLARISMO, SECOLARIZZAZIONE 

In passato si riteneva che le società, almeno quelle occidentali, fossero destinate ad una progressiva secolarizzazione. Questa ricerca rileva uno scenario molto più complesso del previsto. Che senso ha parlare di secolarizzazione nel presente, anche soltanto nel presente delle culture occidentali? 

La secolarizzazione persiste in alcune aree del globo, in particolare da noi in Occidente, per l’affermarsi di una società moderna che si è via via emancipata dal fattore religioso, diventando culturalmente maggiorenne. Altre zone mondiali paiono invece avviate verso una modernità che non rappresenta la tomba della religione perché il sentire religioso resta diffuso, quasi naturale. Inoltre, gli stessi paesi occidentali riflettono in questo campo situazioni diverse: da un lato c’è la crisi delle tradizioni cristiane, con una secolarizzazione che si presenta come un processo di scristianizzazione, e però, dall’altro, c’è una vivacità religiosa dovuta sia alle fedi importate dai migranti, sia alla domanda da parte dei vari gruppi di popolazione autoctona di forme nuove di spiritualità (anche di matrice orientale). 

Insomma, c’è un grande ripensamento – anche tra gli studiosi – circa la categoria della secolarizzazione. Ed in parallelo si riflette su nuovi approcci interpretativi, come quello che mette in rapporto la domanda e l’offerta religiosa (per cui la gente si attiva se le fedi sanno aggiornarsi e farsi attraenti); o si analizza la tendenza attuale, presente nelle grandi religioni, a giocare un ruolo pubblico di rilievo anche nelle società in cui si riduce la loro pre sa sulle coscienze: perché nell’epoca delle passioni tristi, esse hanno comunque un patrimonio di risorse (valori, buone prassi, movimenti di base) da spendere per il bene comune. 

TODOS, TODOS… PARVUS GREX ” 

All’interno e in base a questa ricerca si osserva che il baricentro territoriale del cristianesimo si sta spostando verso il sud del mondo. Quali sono le conseguenze attuali anche sul piano culturale? E quali sono quelle immaginabili per un futuro in cui potrebbero convivere, nel cristianesimo, la lettura della fede come possibile orientamento per un “piccolo gregge” – già ne parlò Joseph Ratzinger, da vescovo, in una conversazione radiofonica in Germania – e dall’altro lato la chiamata a “todos, todos!” che è stata il segno della presenza di Jorge Mario Bergoglio

Un cristianesimo che si ricentra al Sud del mondo segnala una ventata di novità e nuovi equilibri nella cristianità intera. 

Le Chiese dell’America Latina e dell’Africa (e in prospettiva dell’Asia) contano assai di più rispetto al passato, chiedono maggior autonomia e considerazione, hanno più risorse umane e spirituali per meglio ripensa re l’inculturazione della fede alle loro latitudini, consolidando il distacco dal modello cristiano occidentale loro proposto nel passato. Da un lato immettono nel la cristianità una ventata di giovinezza e di forze fresche, dall’altro attestano le nuove frontiere della fede cristiana. Per ché si tratta di comunità cristiane chiamate a confrontarsi non più o non tanto (come accadeva o accade in Occidente) con le questioni della laicità e con il fenomeno dell’ateismo e dell’indifferenza religiosa; ma con mondi per vari aspetti ‘furiosamente’ religiosi, rappresentati – a seconda dei casi – da una miriade di sette e di movimenti pentecostali (in America Latina), da un islam bellicoso ed in espansione (in Africa), da culture e tradizioni religiose di lungo corso e assai di verse (in Asia). Le comunità cristiane in espansione nel mondo, agiscono dunque in contesti religiosi e politici conflittuali, dove la concorrenza con identità religiose diverse si fa quotidiana e dove le ragioni dell’identità possono avere la meglio rispetto alle ragioni dell’ecumenismo. 

Forse è questo il tipo di cristianesimo a cui alludeva papa Francesco quando parlava di una fede di popolo, mentre in Europa la presenza cristiana sembra oggi più affidata a quelle minoranze creative sovente evocate da Benedetto XVI. 

L’ultima parte del libro che stiamo facendo scorrere è dedicata alle sfide maggiori che le religioni hanno di fronte, rispetto alle quali esse possono dare un contributo decisivo per rendere il mondo più giusto ed armonico. 

Tra le sfide maggiori vi è quella che giunge da una quota sempre più rilevante di donne, che in tutte le religioni lamentano le discriminazioni di genere, segnalano che la fede “al femminile” può rendere più umano e fecondo il campo religioso e per ciò chiedono alle rispettive Chiese/religioni di meglio interpretare su questo tema i libri sacri. Alcune fedi, come le confessioni protestanti (nel cristianesimo) sono all’avanguardia su questo terreno, mentre altre, sia di matrice occidentale che orientale, continuano a riprodurre antichi e oscurantisti equilibri. 

Un’altra sfida rilevante è la salvaguardia dell’ambiente, un campo di impegno che – al pari di altri, relativi alla pace, alla giustizia sociale, alla lotta per ridurre la fame nel mondo – rientra tra le azioni umanitarie richieste alle religioni dal messaggio etico e spirituale a cui si ispirano. Al riguardo alcune religioni hanno operato una vera e propria conversione ecologica, dopo secoli in cui hanno sacralizzato l’uomo come il vero dominus dell’universo. Ma in questo campo agisce da tempo anche un ecologismo spirituale di matrice laica che vede nella terra e nel cosmo un’anima da rispettare e custodire. 

Un’ulteriore sfida alle Chiese e alle religioni proviene dal fenomeno del nuovo ateismo, la cui crescita numerica si accompagna al fatto di maturare una nuova coscienza. Ovunque infatti le persone atee o agnostiche avvertono di avere una propria consistenza, chiedono di essere riconosciuti non più come “un vuoto”, come una realtà in difetto di Dio, ma come l’espressione di un’altra cultura. 

Sono molte, insomma, le sorprese ‘conoscitive’ che emergono da questa ricerca e da questo studio: tutte ci aiutano a comprendere meglio come il fattore religioso agisce sulla scena mondiale e perciò contribuiscono a meglio orientarci nell’universo complesso nel quale ci troviamo a vivere.

Alzogliocchiversoilcielo

Rocca

lunedì 27 luglio 2026

NON STRAVISARE !

 


'Così si travisa 
il cristianesimo,

 basta con gli strafalcioni'

 

Franca Giansoldati 

Dopo aver corretto pubblicamente il filosofo Umberto Galimberti su alcune affermazioni attribuite a Gesù, invitandolo a una maggiore accuratezza nell'affrontare temi biblici, il vescovo e teologo Antonio Staglianò torna a intervenire contro un altro protagonista della divulgazione italiana. Questa volta nel mirino finisce lo storico Alessandro Barbero, reo, secondo il presidente della Pontificia Accademia di Teologia, di avere attribuito a sant'Agostino una delle frasi più celebri – e più frequentemente travisate – della storia del pensiero cristiano. 

Staglianò sembra ormai aver assunto un ruolo preciso nel dibattito pubblico: quello del "correttore" delle semplificazioni con cui, a suo giudizio, filosofi, storici e intellettuali raccontano il cristianesimo a un pubblico vastissimo. 

Non si tratta, nelle sue intenzioni, di difendere un'ortodossia accademica fine a sé stessa, ma di evitare che errori ripetuti da figure autorevoli finiscano per trasformarsi in verità condivise. 

Lo scontro nasce da un video diffuso sui social nel quale Barbero, spiegando le ragioni del proprio ateismo, osserva che la fede appartiene a una dimensione che va «al di là di ogni dimostrazione» e richiama quella che attribuisce a sant'Agostino: «Credo perché è assurdo». È proprio questo passaggio a provocare la reazione del teologo

«Dinanzi a questa affermazione c'è da sobbalzare», scrive Staglianò in una lunga riflessione. «Come può uno storico del calibro di Barbero, e per di più uno dei maggiori esperti del Medioevo, attribuire a sant'Agostino la celebre massima Credo quia absurdum?». Per il presidente della Pontificia Accademia di Teologia l'errore non è marginale. Quella formula, ricorda, non appartiene infatti al vescovo di Ippona, ma deriva da Tertulliano e, già nella sua formulazione originaria, è molto diversa dalla versione entrata nell'immaginario collettivo. 

Secondo Staglianò, attribuire quella frase ad Agostino significa rovesciare il pensiero del grande Padre della Chiesa, che dedicò l'intera esistenza a mostrare come fede e ragione non siano mondi contrapposti, ma percorsi destinati a incontrarsi. Per questo il teologo parla di un «gigantesco equivoco teologico e filosofico», ben più grave di un semplice lapsus. 

Ma la replica va oltre la questione filologica. Staglianò contesta anche l'idea, espressa da Barbero, che la fede cristiana si collochi semplicemente «al di là di ogni dimostrazione». È qui che il confronto si sposta dal terreno della storia a quello della teologia. 

«Il cristianesimo – osserva – possiede una sua razionalità, anche se non è quella dei laboratori o delle equazioni matematiche». La prova della verità cristiana, sostiene, non consiste nell'assurdo, bensì nella testimonianza concreta della carità. Richiamando Hans Urs von Balthasar, ricorda che «solo l'amore è credibile»: il logos della fede si manifesta nella capacità di donare la propria vita, perfino per il nemico, e non nell'adesione irrazionale a ciò che appare impossibile. 

Da qui l'affondo finale rivolto allo storico: «Non le chiediamo di tollerarci come simpatici sognatori dell'assurdo». Una frase che sintetizza il senso dell'intervento: contestare una rappresentazione del cristianesimo ridotto a fede cieca e irrazionale. 

Al di là della polemica contingente, il confronto tra Staglianò e Barbero mette in luce una questione destinata a tornare sempre più spesso nel dibattito pubblico: fino a che punto la divulgazione può semplificare senza deformare? Quando a parlare sono studiosi seguiti da milioni di persone, una citazione inesatta o un riferimento approssimativo rischiano infatti di trasformarsi rapidamente in conoscenza condivisa. È su questo terreno, prima ancora che su quello confessionale, che il presidente della Pontificia Accademia di Teologia sembra aver scelto di combattere la sua battaglia.

Alzogliocchiversoilcielo

Il Messaggero 

 

 

QUANDO SI ACCESERO LE STELLE

 


 Un grande scienziato ti racconta 

la nascita dell'universo



di Guido Tonelli (Autore), Matteo Berton (Illustratore), 


Come è nato l'universo? 

Ciascuno di noi, alzando gli occhi verso il cielo stellato, almeno una volta si è posto questa domanda. La stessa che forse riecheggiava già nelle caverne abitate dai nostri più lontani progenitori, i primi Sapiens o i Neanderthal. 

Oggi la scienza è in grado di spiegare come è nato l'universo. A differenza dei miti dell'antichità ci parla di particelle infinitamente piccole e di corpi celesti dalle dimensioni smisurate e ci offre visioni emozionanti che nascono da intuizioni geniali, ma si tratta ancora del racconto delle nostre origini.

 A guidare questo viaggio straordinario nel nostro passato più remoto è uno scienziato di fama mondiale che ha dedicato la vita alla ricerca e lavora al Cern di Ginevra, dove ha avuto un ruolo fondamentale nella scoperta del bosone di Higgs. 

Le sue parole ci conducono indietro nel tempo, fino a 13,8 miliardi di anni fa. In modo semplice e con un linguaggio adatto a ragazze e ragazzi ci fa assistere a quei momenti straordinari che hanno dato origine a un universo materiale: il nostro.

 E, seguendo questo racconto, ci sembra di poter dare risposta al quesito che da sempre guida il genere umano: come siamo arrivati fin qui oggi? 

E cosa ci riserva il futuro? Nessuno saprà mai quando è successo esattamente, né chi è stato il primo.

 Di certo sappiamo che a un certo momento della nostra storia, qualcuno ha cominciato a raccontare. Era un individuo più estroso degli altri, che ha usato le parole in maniera sorprendente. 

Si trovava all'interno di una caverna dalle pareti dipinte, dove noi oggi siamo tornati, perché un nuovo racconto sta per cominciare: quello della scienza. 

Siediti e ascolta. Età di lettura: da 10 anni.

 

domenica 26 luglio 2026

SAPER SORRIDERE

 

Gabriel García Márquez: “Non smettere mai di sorridere, nemmeno quando sei triste, perché non sai mai chi potrebbe innamorarsi del tuo sorriso”

Chi continua a sorridere alla vita, nonostante tutto, non sceglie però di indossare una maschera o di fingere, ma ha solo deciso di continuare a vivere, regalandosi un’opportunità ulteriore per essere felice…

Ecco allora che è proprio un sorriso radioso che può fare la differenza, Illuminando il volto non solo di chi lo dona ma anche di chi lo riceve.

In tale prospettiva appaiono pregne di significato le parole utilizzate dallo scrittore, giornalista e saggista colombiano Gabriel García Márquez, il quale coglie l’occasione per esprimere il suo pensiero in tal modo: “Non smettere mai di sorridere, nemmeno quando sei triste, perché non sai mai chi potrebbe innamorarsi del tuo sorriso”.

È importante, dunque, preservare la propria serenità e positività, continuando a sorridere anche quando la vita ci mette a dura prova, anche quando siamo un po’ tristi: ogni sorriso, infatti, ci regala emozioni uniche, permettendoci di affrontare i momenti più difficili con dignità e decoro, senza mai dimenticare che chi sceglie di non arrendersi ma di continuare a lottare è una persona speciale a cui la vita non ha mai fatto sconti e che ha ritrovato in se stessa la forza e la determinazione per rialzarsi dopo ogni caduta, dopo ogni fallimento, dopo ogni sconfitta, così da rinascere più forte di prima.

In un mondo in cui sembra non esserci più spazio per le emozioni e per i sentimenti, per la comprensione e la condivisione, ricevere un sorriso inaspettatamente, magari da una persona che non conosciamo, può senz’altro trasmetterci empatia, così da risollevarci il morale o semplicemente da farci sentire meno soli.

Chi continua a sorridere alla vita, nonostante tutto, non sceglie però di indossare una maschera o di fingere, ma ha solo deciso di continuare a vivere, regalandosi un’opportunità ulteriore per essere felice, perché un sorriso ci rende meno tristi e ci permette di guardare il mondo da una prospettiva differente, non consentendo al dolore di incupirci o di sopraffarci.

Quando incontriamo queste persone, quando intravediamo il loro sorriso radioso ed i loro occhi luminosi, ci rendiamo conto che la loro allegria è contagiosa e così ci innamoriamo del loro sorriso capace di trasmetterci positività e benessere: sono proprio queste le persone che meritano un plauso ma anche la nostra stima ed ammirazione.

Non dimentichiamo, infatti, che il sorriso è un gesto semplice, gratuito, ed incontrare qualcuno che sia ancora capace di sorriderci, trasmettendoci empatia e positività, fa bene al cuore perché è importante che non si perdano la gentilezza ed il garbo così che possa rifiorire la dolcezza delle persone amabili e cortesi.

Chi continua a sorridere alla vita, nonostante tutto, non sceglie però di indossare una maschera o di fingere, ma ha solo deciso di continuare a vivere, regalandosi un’opportunità ulteriore per essere felice…

L’attitudine ad affrontare la vita con positività ed ottimismo senza mai arrendersi, anche quando tutto non sembra andare per il verso giusto, connota le persone speciali, quelle che hanno scelto pertanto di vivere ogni attimo intensamente e pienamente, regalandosi un’opportunità per essere ancora felici.

Ecco allora che è proprio un sorriso radioso che può fare la differenza, illuminando il volto non solo di chi lo dona ma anche di chi lo riceve.

In tale prospettiva appaiono pregne di significato le parole utilizzate dallo scrittore, giornalista e saggista colombiano Gabriel García Márquez, il quale coglie l’occasione per esprimere il suo pensiero in tal modo: “Non smettere mai di sorridere, nemmeno quando sei triste, perché non sai mai chi potrebbe innamorarsi del tuo sorriso”.

È importante, dunque, preservare la propria serenità e positività, continuando a sorridere anche quando la vita ci mette a dura prova, anche quando siamo un po’ tristi: ogni sorriso, infatti, ci regala emozioni uniche, permettendoci di affrontare i momenti più difficili con dignità e decoro, senza mai dimenticare che chi sceglie di non arrendersi ma di continuare a lottare è una persona speciale a cui la vita non ha mai fatto sconti e che ha ritrovato in se stessa la forza e la determinazione per rialzarsi dopo ogni caduta, dopo ogni fallimento, dopo ogni sconfitta, così da rinascere più forte di prima.

In un mondo in cui sembra non esserci più spazio per le emozioni e per i sentimenti, per la comprensione e la condivisione, ricevere un sorriso inaspettatamente, magari da una persona che non conosciamo, può senz’altro trasmetterci empatia, così da risollevarci il morale o semplicemente da farci sentire meno soli.

Chi continua a sorridere alla vita, nonostante tutto, non sceglie però di indossare una maschera o di fingere, ma ha solo deciso di continuare a vivere, regalandosi un’opportunità ulteriore per essere felice, perché un sorriso ci rende meno tristi e ci permette di guardare il mondo da una prospettiva differente, non consentendo al dolore di incupirci o di sopraffarci.

Quando incontriamo queste persone, quando intravediamo il loro sorriso radioso ed i loro occhi luminosi, ci rendiamo conto che la loro allegria è contagiosa e così ci innamoriamo del loro sorriso capace di trasmetterci positività e benessere: sono proprio queste le persone che meritano un plauso ma anche la nostra stima ed ammirazione.

Non dimentichiamo, infatti, che il sorriso è un gesto semplice, gratuito, ed incontrare qualcuno che sia ancora capace di sorriderci, trasmettendoci empatia e positività, fa bene al cuore perché è importante che non si perdano la gentilezza ed il garbo così che possa rifiorire la dolcezza delle persone amabili e cortesi.

Ascuolaoggi

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venerdì 24 luglio 2026

UN TESORO NASCOSTO




 VANGELO Mt 13, 44-52




17 Domenica del Tempo Ordinario, anno A 

Nelle parabole che abbiamo ascoltato le scorse domeniche, il Regno di Dio appare sempre come una realtà che ha bisogno di tempo. Non nasce compiuto, non si manifesta in un istante, non si impone: cresce lentamente, silenziosamente, spesso invisibilmente. Il Regno vive nel tempo della maturazione e della pazienza, come una realtà che chiede di essere custodita e che domanda fiducia. 

Anche il brano di Vangelo di oggi (Mt 13, 44-52) si colloca dentro questo contesto. 
Siamo alla fine del capitolo tredicesimo, e Matteo racconta le ultime tre parabole del Regno: quella del tesoro (Mt 13, 44), quella della perla (Mt 13,45-46) e quella della rete (Mt 23,47-50). 

Nelle prime due parabole, il Regno è paragonato a qualcosa di molto prezioso, che cambia radicalmente la vita di chi lo trova, al punto che costui vende tutto per entrare in possesso del tesoro che ha trovato. 

Qualcuno lo cerca, come il mercante; qualcuno lo trova inaspettatamente, come l’uomo che lo scopre nel campo. Per entrambi, dopo averlo trovato, la vita cambia completamente. Trovato il tesoro o la perla, infatti, vendono tutti i loro averi per comprare ciò che hanno trovato (Mt 13, 44-45). 

Ci soffermiamo su due elementi. Il primo è che il tesoro e la perla vanno trovati. Sono nascosti, e qualcuno li trova. Non si tratta di un semplice elemento narrativo. La forma verbale che Matteo usa per dire che il tesoro è nascosto indica una condizione stabile, non un evento passato. Il tesoro è nascosto per natura, non per caso, perché così è il Regno di Dio: non si impone, non appare, non occupa spazio, non si mette in vetrina.  
Anzi, il tesoro è nascosto nella terra, ovvero nella vita quotidiana: non è in un tempio, non è in un luogo sacro, non è in un contesto straordinario. 

Inoltre, il tesoro è nascosto perché è dono, non conquista. Il contadino non lo cerca: ci inciampa, e questo significa che il Regno precede l’uomo, che la scoperta è grazia, non merito. L’uomo non lo produce, lo riceve, e il tesoro è nascosto perché il Regno è donato, non costruito. 

Il Regno, quindi, rimane sempre un po’ nascosto, perché non è mai una cosa ovvia, a misura d’uomo: è sempre da trovare e da ritrovare, anche quando lo si è già trovato una volta (…cose nuove e cose antiche... Mt 13,52). 

Questa è dunque la prima buona notizia di questo brano: Dio si lascia trovare. È nascosto, ma non è lontano. E chi cammina, chi è in ricerca, chi è in viaggio, ecco che un giorno, inaspettatamente, lo trova. 

Il secondo elemento è che per chi trova il tesoro, inizia un tempo nuovo. 
Le due parabole, infatti, mettono in luce tre fasi della storia dell’uomo, tre tempi che sono tutti e tre necessari perché il Regno porti frutti nella vita. 

C’è un primo tempo, che è quello della scoperta. È un tempo imprevisto, un kairós che irrompe nella vita. Non è preparato dall’uomo, o lo è solo in parte: è soprattutto dono, sorpresa, epifania. Poi c’è il tempo del lasciare: tra la scoperta e il fare proprio il tesoro c’è un intervallo, che è il tempo della decisione, il tempo in cui la scoperta diventa scelta, e mette tutto il resto in secondo piano. Bisogna decidersi di vendere tutti i propri averi e di comprare il tesoro trovato. 

Infine, c’è il tempo dell’appartenenza, dell’accoglienza: quello che hai trovato, quello che hai scelto, allora diventa tuo, fa parte di te, della tua vita. Così è il Regno: prima sorprende, poi chiede, poi dona tutto e tutto trasforma. 

Questi tre tempi, dicevamo, sono tutti e tre necessari, perché la scoperta senza trasformazione rimane sterile, la trasformazione senza accoglienza si intristisce, e l’accoglienza senza lo stupore della scoperta diventa routine.   

In realtà, però, questi tre tempi non sono mai stagioni separate della vita, come capitoli chiusi uno dopo l’altro: la scoperta riaccade sempre nuovamente, così come è sempre tempo per lasciare tutto e fare spazio al nuovo che si svela; ed è sempre tempo per una nuova comunione con il Signore, perché il Regno non si possiede come un oggetto, ma come una relazione che cresce. “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt. 13,52). 

+Pierbattista

Patriarca Latino di Gerusalemme

 

LAMECH

 


Il caso Roggero 

e

 il Codice 

di 

Hammurabi



di Giuseppe Savagnone 

Una storia che si ripete

Ci risiamo. A soli quattro mesi dal referendum sulla Giustizia, si riaccende lo scontro tra il governo e la magistratura. Una storia che si ripete.  L’ultimo episodio è la decisione con cui la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha respinto la richiesta della Procura di Roma di acquisire le chat tra il deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia, prestanome legato al clan camorristico Senese e attualmente detenuto per riciclaggio.

Proprio pochi giorni fa, ricordando l’uccisione di Paolo Borsellino, Giorgia Meloni aveva detto: «Nel suo ricordo continuiamo a percorrere la strada che ci ha indicato, con lo stesso impegno in difesa della legalità». Difficile conciliare questa dichiarazione con il rifiuto della maggioranza di collaborare con la magistratura nell’indagine su uno dei più potenti clan mafiosi di Roma.  

Forse per questo i quotidiani che fiancheggiano il governo – con la sola eccezione del «Giornale», che vi dedica un piccolo riquadro –  hanno censurato sulle loro prime pagine questa notizia, che invece campeggia in quelle dei maggiori giornali nazionali. Al suo posto viene riportata, a titoli di scatola e con pesanti commenti sarcastici, quella della condanna di Ilaria Salis, da parte del tribunale civile, per aver licenziato senza giusta causa due suoi dipendenti.

In realtà è già da diversi giorni che il clima dei rapporti tra maggioranza politica e magistratura è diventato di nuovo incandescente. L’occasione è stata la vicenda del gioielliere che, esasperato per essere stato per la seconda volta vittima di una rapina, ha reagito uccidendo due dei rapinatori e ferendo gravemente il terzo. La difesa aveva invocato la legittima difesa, ma, a inchiodare Mario Roggero, il gioielliere, era stato il video, poi divenuto virale, che lo ritraeva chiaramente mentre inseguiva fuori dal suo negozio, con una pistola in pugno, i malviventi in fuga colpendoli alle spalle e prendendone a calci uno, che era caduto per terra moribondo.

L’episodio risale all’aprile del 2021, ma solo in questi giorni si è concluso il terzo grado di giudizio, davanti alla Cassazione, con la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi. Una pena certo assai inferiore a quella prevista per un pluriomicidio e che dunque tiene conto di tutte le attenuanti del caso, ma che è stata duramente contestata dalla stampa di destra e da quasi tutta la maggioranza di governo, riaprendo il conflitto con la magistratura.

Un errore giudiziario da riparare?

La prima presa di posizione è stata quella del vice-premier Salvini, che ha espresso al gioielliere la sua piena e commossa solidarietà, andandolo a trovare due volte in carcere e arrivando a ipotizzare una sua candidatura al Parlamento («Sarei orgoglioso di candidarlo a rappresentare gli italiani»).

Per il leader leghista Roggero è «un marito, un padre, un nonno, un lavoratore onesto che ha sempre rispettato le regole». La sua reazione sarebbe dovuta a un momentaneo stato di esasperazione, che bisogna capire. Perciò Salvini, pur dicendo di non volersi sostituire ai giudici e di accettare la sentenza, ha sottolineato la «sproporzione tra quello che è accaduto quel giorno e la severità della pena» e ha espresso la sua perplessità sui criteri usati dalla magistratura, che infierisce così su un brav’uomo, «mentre, a fatica, certi giudici mandano in carcere gente che spaccia droga e vende morte ai nostri ragazzi. Mah».

Ancora più esplicito il ministro della Difesa Guido Crosetto il quale, in un tweet su X, ha osservato che c’è «una giurisprudenza che interpreta le leggi al punto di stravolgerle» e che ha «consentito di mandare in libertà dopo pochi anni anche assassini di servitori dello Stato». «Per questo ciò che è accaduto a Roggero è ingiusto, incomprensibile e anche difficile da accettare». 

Anche Giorgia Meloni ha voluto intervenire, insistendo sugli aspetti psicologici del comportamento del gioielliere: «Chi è in grado di giudicare il dolore, il trauma, lo stress e la paura di quest’uomo?» Poi è passata alla critica diretta della sentenza, definendola anche lei sproporzionata: «Non si possono dare otto anni a dei pedofili o meno di 10 anni a casi di stupri di gruppo e poi condannare a morire in carcere questo gioielliere, c’è un problema di proporzionalità delle pene».

Sull’onda di queste prese di distanza da parte di rappresentanti delle istituzioni, si è scatenata ancora una volta una campagna di delegittimazione e di odio nei confronti della magistratura e in particolare dei giudici che hanno emesso la sentenza, i cui nominativi sono stati pubblicati e additati al pubblico ludibrio e alle minacce sui social.  

La sola eccezione è stata quella del leader di Forza Italia, Antonio Tajani: «Non dico che la sentenza sia sbagliata, né contesto chi l’ha formulata, dico solo che sia giusto il perdono sociale». E una richiesta di grazia è stata firmata da tutti i gruppi del centro-destra, rivolta al capo dello Stato, ed è stata istruita in gran fretta, sull’onda dell’opinione pubblica, dal ministro della Giustizia.

Proprio questo clima, però, ha infastidito e allarmato il Quirinale, che vi ha colto il tentativo di esercitare una pressione affinché si conceda non il perdono a un colpevole pentito, bensì il doveroso risarcimento a una persona condannata ingiustamente; col rischio di trasformare l’istituto particolarissimo della grazia in un quarto grado di giudizio, che scavalcherebbe le precedenti sentenze della magistratura.

Come sembrerebbe confermare, peraltro, l’atteggiamento dello stesso Roggero che, già dopo la prima condanna, non solo non si è mostrato addolorato per avere tolto la vita a due esseri umani (ladri, certo, ma non assassini, e che stavano ormai fuggendo), ma ha rivendicato con fierezza la piena legittimità del suo gesto e contestato con acre sarcasmo i magistrati per averlo condannato: «Mi hanno dato 17 anni perché i giudici non hanno voluto ascoltare le mie ragioni fino in fondo. Complimenti ai magistrati. È una follia, viva la delinquenza, viva la criminalità».

Un atteggiamento riaffiorato nella richiesta rivolta dal gioielliere al presidente della Repubblica, il cui tono è apparso più di sfida che di reale pentimento: «Ha graziato uno scafista che ha ammazzato trenta persone, ha graziato la Minetti, penso dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza».

Alcune considerazioni inquietanti

Questi i fatti, su cui vale forse la pena fare alcune considerazioni. La prima riguarda lo stile con cui si è svolto il dibattito pubblico. Di fronte a un iter giudiziario che è passato attraverso tre gradi – in cui giudici diversi, sulla base di prove indiscutibili (il filmato, già da solo, è eloquente), hanno constatato che il comportamento di Mario Roggero non è riconducibile alla fattispecie della legittima difesa, così come il nostro ordinamento giuridico la prevede –, sui giornali, sui social, nell’opinione pubblica si  è istituito un processo mediatico in cui gli imputati sono diventati i magistrati che avevano semplicemente applicato la legge. Puro populismo.

Al quale hanno dato il loro avallo – e questa è una seconda considerazione, ancora più inquietante della prima – i vertici del potere esecutivo che, con argomentazioni basate su un misto di buon senso, di psicologia spicciola e di una vaga infarinatura di diritto, hanno  ritenuto di poter dare una valutazione in un campo che non è di loro competenza né dal punto di vista culturale (Meloni e Salvini  non sono neppure laureati in giurisprudenza, tanto meno hanno superato un concorso di magistratura) né, soprattutto, da quello istituzionale.

È stato come se il presidente dell’Anm un giorno facesse una conferenza stampa sull’inadeguatezza dell’appoggio militare dell’Italia all’Ucraina e criticasse il governo per il modo in cui gestisce le spese relative nel nostro bilancio, giudicandolo “sproporzionato”.

Purtroppo si deve ancora una volta constatare che il concetto di separazione dei poteri, centrale nella nostra Costituzione, rimane scarsamente comprensibile a una classe politica al governo la cui matrice culturale, storicamente, non è tra quelle che hanno concorso alla stesura della Carta fondamentale della nostra democrazia.

Una terza considerazione riguarda le conseguenze di questo gap tra la logica di una democrazia liberale, che fa della legge il punto di riferimento indiscutibile della vita associata, e quella di un populismo che invece è pronto a manipolarla per accaparrarsi il consenso. Un cardine di quest’ultima è di porsi sempre in un atteggiamento di contestazione verso le istituzioni anche quando, in realtà, le si rappresenta e se ne è responsabili.

Nel caso che stiamo esaminando, l’indignazione popolare nei confronti della sentenza e della normativa che l’ha giustificata ha fatto dimenticare a molti che questa legge è stata fatta dall’attuale maggioranza e porta la firma di Salvini. I giudici si sono limitati ad applicarla.

E non è la prima volta. È capitato anche per la famiglia del bosco. Proprio l’attuale governo nel 2023, col decreto Caivano, aveva introdotto la sospensione della potestà genitoriale e la pena di due anni di detenzione per i genitori che non adempiono l’obbligo scolastico. E Meloni aveva espressamente rivendicato questa innovazione in un’intervista televisiva, facendo presente che fino ad allora la pena era solo una multa di 30 euro: «Non al giorno eh, 30 euro, punto». Ma, aveva continuato, «siamo intervenuti. Oggi se non mandi tuo figlio a scuola (…), è previsto anche il carcere e che ti tolgo la potestà genitoriale».

Appena tre anni dopo, con una stupefacente capriola, la premier si è detta «senza parole» davanti alla separazione dei bambini dalla madre, dandone la colpa a un giudice che aveva solo applicato (peraltro solo in parte) la nuova normativa da lei istituita.

Un’ultima considerazione. Abbiamo già notato che Mario Roggero non ha mai mostrato un particolare dispiacere per aver ammazzato due persone. Per lui erano solo rapinatori, che attentavano ai suoi beni e minacciavano la sicurezza della sua famiglia. E in tutto questo dibattito il suo punto di vista è risultato vincente. Colpisce il fatto che di questi uomini non si sia parlato mai. I loro volti, le loro storie, sono stati coperti da una maschera con l’etichetta: “ladri”. Nessuno dice che uno dei due uccisi, Giuseppe Mazzarino, ha lasciato una moglie e due figli.  Che avevano dei parenti, degli amici, che li hanno pianti.

È sicuro che fossero dei mostri? Forse anche per loro sarebbe possibile individuare, come la nostra premier ha fatto per Roggero, degli stati d’animo, delle situazioni psicologiche ed esistenziali che, senza giustificare il loro crimine, potrebbero renderlo comprensibile. A Roggero la pena è stata ridotta dai giudici proprio per questo. La loro invece è stata la morte, questa sì veramente sproporzionata.  

Ritorno alla legge di Lamech?

Assecondando l’indignazione popolare, la Lega ha presentato un ddl che modifica la normativa sulla legittima difesa. In esso si prevede la non punibilità di «qualsiasi reazione» ad un’aggressione a mano armata in casa o in negozio, «indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta».

È un disegno di legge che probabilmente resterà nella storia come un decisivo passo indietro nello sviluppo della civiltà. Il principio della proporzionalità della reazione a un’offesa è nella legge del taglione, che prevede che a chi cava un occhio si risponda cavando un occhio, non cavandoglieli tutti e due o uccidendolo.  Si tratta di una conquista già contenuta nel Codice di Hammurabi, risalente a 3800 anni fa e che ha permesso di superare la violenza del puro arbitrio, espressa nelle parole di Lamech, figlio di Caino: «Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura/ e un ragazzo per un mio livido./ Sette volte sarà vendicato Caino,/ ma Lamech settanta volte » (Gn 4, 23-24).

È appena il caso di osservare che, se passasse il ddl proposto da Salvini il principio della vendetta privata diventerebbe la regola. A qualunque offesa ricevuta nei locali della propria abitazione o del proprio lavoro si potrebbe rispondere con una violenza illimitata. Oltre che alla difesa, si aprirebbero le porte alla vendetta, anche la più sproporzionata. Era quello che il Codice Hammurabi saggiamente ha voluto escludere. E questa antichissima lezione appare più attuale che mai anche oggi, perché ci ricorda che a chi ti toglie dei gioielli e dei soldi non puoi togliere la vita.

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IL DIAVOLO IN NOI

 


L’immaginario

 del male


Viaggio tra miti, simboli, paure da Pandora alla femme fatale.

 

-di Miriam Francesca Bianchi*


Pandora ed Eva appartengono a mondi diversi. Eppure sembrano abitare la stessa domanda. Nella Grecia di Esiodo, Pandora è la prima donna, creata dagli dèi e destinata a introdurre nel mondo sofferenze e sciagure. Nella tradizione biblica, Eva diventerà, nella successiva ricezione culturale, la figura associata all'ingresso del peccato nella storia. Personaggi lontani, eppure accomunati da una sorprendente funzione simbolica: collocare una figura femminile all'origine di una frattura nell'ordine del mondo. 

Non si tratta di una semplice coincidenza. Dall'antichità al mondo cristiano, il male è stato spesso immaginato non come una forza brutale che irrompe dall'esterno, ma come qualcosa che seduce, persuade, attrae. Ed è attorno a questa idea di attrazione che il femminile viene spesso chiamato a rappresentare ciò che appare insieme desiderabile e pericoloso, capace di generare vita ma anche di oltrepassare limiti e confini. 

Da qui prende avvio una vicenda che attraversa teologia, letteratura e arti figurative. Non una semplice identificazione tra donna e male, come oggi si potrebbe frettolosamente pensare, ma un processo più complesso attraverso cui sul femminile vengono proiettate alcune delle grandi inquietudini della cultura occidentale: desiderio, conoscenza, libertà, sessualità e il mistero della generazione della vita. 

Una delle testimonianze più sorprendenti di questa storia si trova nella Cappella Sistina. Nella scena del peccato originale, Michelangelo raffigura il serpente avvolto all'albero della conoscenza con il busto e il volto di una donna. 

Può sembrare una scelta insolita; in realtà l'artista raccoglie una tradizione iconografica già diffusa nel Medioevo. In miniature, sculture e manoscritti il tentatore dell'Eden compare spesso con sembianze femminili. 

È una trasformazione di straordinaria e inquietante forza simbolica. All'inizio del racconto biblico la donna è la tentata. In queste immagini, invece, il male finisce progressivamente per assumere sembianze femminili. Il tentatore diventa il doppio della tentata. Alcuni studiosi vi hanno intravisto un'eco di Lilith, figura della tradizione ebraica, sebbene l'origine di questa iconografia resti discussa. Ciò che appare evidente è che il serpente-donna diventa uno dei luoghi simbolici in cui si condensano seduzione, trasgressione e paura dell'inganno. 

In questa prospettiva, il femminile non appare semplicemente malvagio, ma ambiguo: capace di attrarre e di smarrire, di generare e di destabilizzare. È una differenza importante. Le immagini non descrivono donne reali, ma costruiscono figure simboliche sulle quali vengono proiettate tensioni culturali profonde. 

Nei secoli successivi questa associazione si radicalizza. Con la demonologia tardomedievale e la caccia alle streghe, il sospetto non riguarda più soltanto la tentazione. La donna viene sempre più spesso immaginata come interlocutrice privilegiata del demonio. Le celebri incisioni di Hans Baldung Grien mostrano figure femminili che dominano la scena: non vittime del male, ma protagoniste di una relazione diretta con esso. La strega rappresenta forse il punto culminante di una lunga costruzione simbolica: non più soltanto donna tentata, ma donna ritenuta capace di trattare direttamente con le forze che la società teme e non riesce a controllare. 

Eppure, la storia non si ferma qui. Quando l'Europa moderna si allontana progressivamente dall'universo della demonologia, molte di quelle immagini sopravvivono sotto altre forme. La strega lascia il posto alla seduttrice, alla sirena, alla femme fatale. Cambiano i linguaggi, ma non sempre gli immaginari. Salomè, riletta dai simbolisti, diventa l'emblema di una femminilità tanto affascinante quanto pericolosa. 

Nel dipinto Il peccato di Franz von Stuck, realizzato nel 1893, una donna emerge dall'ombra mentre un enorme serpente le si avvolge attorno al corpo, fondendo in un'unica immagine seduzione e peccato. A quasi quattro secoli dalla Sistina, gli stessi simboli continuano a parlare. 

Guardate insieme, queste figure non raccontano tanto le donne quanto le società che le hanno immaginate. Pandora, Eva, la donna-serpente, Lilith, la strega o la femme fatale appartengono a epoche e tradizioni differenti, ma rivelano una medesima tendenza: attribuire al femminile ciò che appare insieme affascinante e minaccioso, desiderabile e perturbante. Più che una storia del male al femminile, è la storia di come il femminile sia diventato, per lungo tempo, uno dei principali luoghi simbolici attraverso cui una cultura ha dato forma alle proprie inquietudini. 

Ma le immagini non si limitano a riflettere una cultura: contribuiscono a plasmarla. Per secoli, figure come Eva, la donna-serpente, la strega o la seduttrice hanno alimentato immaginari nei quali il femminile veniva associato alla tentazione, all'eccesso, all'irrazionalità o alla trasgressione. Non perché le donne fossero considerate semplicemente malvagie, ma perché sul loro corpo e sulla loro esperienza sono state proiettate questioni decisive riguardanti il desiderio, l'autorità, la conoscenza e la libertà. 

Il punto, allora, non è stabilire se queste immagini appartengano a un passato definitivamente superato. È chiedersi quali tracce abbiano lasciato e quali idee continuino ancora oggi ad abitare il nostro sguardo. Perché il percorso che conduce da Pandora alla femme fatale mostra come l'immaginario del femminile sia stato, per secoli, uno dei luoghi in cui si sono giocati rapporti di potere, forme di controllo e interpretazioni della differenza. Interrogarlo criticamente non significa cancellare queste immagini, ma imparare finalmente a leggerle. 

*Teologa, laureata in Scienze Filosofiche, docente 

Fonte: Donne Chiesa Mondo luglio 2026

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