ANALISI DI UN VOTO
Verso la frammentazione
dell’Europa?
La vittoria schiacciante
di AfD in Sassonia è stata oggetto di innumerevoli commenti e reazioni emotive,
che però non sempre sono di aiuto a capire il suo significato. Proviamo
qui a evidenziarlo leggendo l’esito delle urne sotto tre profili diversi.
Il primo riguarda il
progetto europeista che da decenni, con alti e bassi, vede gli Stati del
vecchio continente impegnati a trovare un’unità che superi le divisioni
nazionali e dia luogo a un vero e proprio soggetto politico, in grado di
dialogare sullo stesso piano con gli Stati Uniti, la Russia e la Cina.
Un progetto fortemente
avversato, ovviamente, da questi attuali grandi protagonisti della scena
mondiale (soprattutto dai primi due), ma che trova in realtà grandi resistenze
anche nei governi europei, fortemente attaccati alla loro autonomia e, in alcuni
casi, gestiti da partiti che, come in Italia Lega e FdI, adottano
esplicitamente la logica sovranista del “prima noi” (si tratti degli italiani o
di altre nazionalità), conciliandola solo a prezzo di mille riserve con quella
europeista.
Col risultato, purtroppo,
di ridurre l’Unione Europea a un meccanismo burocratico, spesso farraginoso,
che si limita a imporre regole e controlli agli Stati membri, senza che le loro
popolazioni si sentano veramente coinvolte in un progetto significativo,
fondato su valori e fini comuni, condizione indispensabile per un’unità
politica. Un circolo vizioso per cui le resistenze verso il progetto comune ne
determinano il fallimento e, a loro volta, si alimentano di esso.
L’ascesa travolgente di
AfD è espressione di questa diffidenza, che diventa spesso insofferenza, verso
l’Europa, in nome di una forte accentuazione dell’identità nazionale. Il
programma del partito prevede, già in campo economico, l’uscita della Germania
dall’eurozona, l’abbandono delle politiche comunitarie in fatto di ambiente (il
Green Deal), la contrarietà alla transizione energetica e all’utilizzo di
risorse rinnovabili perseguiti dall’Ue.
In termini più
immediatamente politici, il progetto è di rinegoziare l’accordo di Schengen,
con cui si era cercato di superare le barriere tra i singoli Stati stabilendo
un confine unico per tutta l’Europa. In questa logica sovranista si pone il
rifiuto di un esercito comune europeo e l’appoggio, invece, al processo di
riarmo della Germania, voluto dal governo Merz, che prevede di fare
dell’esercito tedesco, nel giro di pochi anni, il più forte del continente.
Appare chiaro che AfD non
fa altro che portare alle loro logiche conseguenze, smascherandole, tendenze
già presenti in governi che a parole ripetono di essere europeisti, ma che in
realtà sono anch’essi – a partire da quello italiano – sempre più perplessi sul
Green Deal e pronti a sospendere Schengen alla prima occasione, nonché
fortemente contrari alla creazione di un esercito unico europeo.
Questo spiega
l’entusiasmo con cui Trump ha esaltato la vittoria di AfD in Sassonia e, ancor
prima, l’appoggio che Elon Musk ha sempre dato al partito di estrema tedesca
sui suoi social. Un’Europa in cui le idee di un simile partito prevalgono –
diventando addirittura programmi di governo – non ha infatti alcuna speranza di
consolidarsi politicamente e di perseguire uno sviluppo ecologicamente sano ed
è destinata a rimanere quello che è ora: un’impotente spettatrice, se non
addirittura la vittima, dei diktat e delle scelte del governo
americano.
La difesa dei confini e
dell’identità
Un secondo profilo sotto
cui è possibile capire l’esito delle elezioni in Sassonia concerne il problema
delle migrazioni. Una questione che ormai si sta delineando come centrale nello
scenario mondiale e che è all’origine del crescente successo di tutti i partiti
di destra europei, da AfD in Germania a Rassemblement National in Francia; da
Reform UK di Nigel Farage nel Regno Unito a Vox in Spagna (senza dimenticare
quelli già al potere, come Lega e FdI in Italia).
La premier italiana
Meloni ha fondato sulla sua politica migratoria la propria popolarità in
Europa, ottenendo ampi consensi anche dagli altri governi al “modello Albania”,
accusato in Italia di essere costoso e superfluo, ma che invece è stato molto
apprezzato da diversi Stati dell’Ue per l’idea di tenere i migranti del tutto
fuori dei confini nazionali, concentrandoli in Cpr (Centri di permanenza per il
rimpatrio) all’estero. Proprio recentemente cinque paesi dell’Unione Europea
(Germania, Danimarca, Austria, Paesi Bassi e Grecia) hanno stretto un accordo
per aprirne uno in Uganda.
Il programma di AfD da un
lato è in linea con queste tendenze. Non a caso l’anno scorso il
capodelegazione di AfD al Parlamento europeo René Aust aveva dichiarato: «I
grandi successi in materia di politica migratoria di Giorgia Meloni, che è
riuscita a ridurre drasticamente il numero di immigrati in arrivo, sono per noi
un incentivo e un modello di comportamento».
Dall’altro, però, gli
intenti del partito tedesco risultano ancora più drastici, arrivando a
prevedere l’abolizione del diritto d’asilo – storicamente considerato un
baluardo di civiltà –, sostituendolo con un possibile atto di clemenza a
discrezione dello Stato; di tagliare ai migranti l’accesso a finanziamenti in
denaro e di sequestrare i loro beni per finanziarne la permanenza in Germania.
Il punto cruciale del
progetto di AfD, però, è costituito dalla cosiddetta “remigrazione”, cioè dal
ritorno forzato di immigrati, richiedenti asilo, stranieri naturalizzati e
persino cittadini di seconda generazione ai loro paesi d’origine. Un programma che
ha suscitato perfino l’indignazione del cancelliere Merz – promotore del patto
sui Cpr in Uganda – che, al Bundestag, ha contestato alla leader di
AfD: «La vostra remigrazione non è altro che pulizia etnica in base al colore
della pelle e all’origine».
Merz ha anche evidenziato
le conseguenze disastrose che un’espulsione degli immigrati, anche regolari,
compresi quelli di seconda generazione, avrebbe sull’economia: «A quel punto il
settore artigianale non potrebbe più funzionare, nessuna casa di cura potrebbe
più operare, nessun ospedale potrebbe più funzionare e nessun ristorante
potrebbe più rimanere aperto».
L’AfD risponde, nel suo
programma, promuovendo incentivi alla natalità, bonus una tantum per
le famiglie numerose e forme di sostegno alle famiglie etero-genitoriali, come
l’accesso privilegiato a mutui e assicurazioni.
Anche sull’immigrazione,
il presidente Trump ha festeggiato la vittoria di AfD in Sassonia come una
conferma della sua politica di deportazione di massa e di “caccia
all’immigrato”: «Wow!», ha scritto su Truth, «Si sono finalmente stancati delle
norme e dei regolamenti sull’immigrazione, assolutamente disastrosi, che hanno
danneggiato così gravemente la Germania».
L’islamofobia e
l’appoggio ad Israele
Un aspetto del programma
di AfD – ora solennemente approvato dal popolo tedesco – di cui si parla
pochissimo (e che risulta fortemente legato alla rivendicazione dell’identità
etica, culturale e religiosa) è il passaggio dall’antisemitismo, tradizionale nell’estrema
destra, a una più o meno esplicita islamofobia, strettamente connessa con il
sostegno allo Stato d’Israele.
Per quanto possa apparire
paradossale, proprio la battaglia contro la minaccia dell’antisemitismo è
diventata la bandiera di questi eredi del nazismo. Una minaccia da loro
associata, peraltro, alla sempre più diffusa presenza di immigrati di religione
musulmana, e perciò invocata come motivo per opporsi all’accoglienza dei
richiedenti asilo.
Corrispondente a questo
capovolgimento di atteggiamento verso gli ebrei è l’atteggiamento di favore di
Alternative für Deutschland nei confronti dello Stato ebraico. Un punto
d’incontro sono state le critiche all’Europa. Sempre nel 2020 Yair Netanyahu, figlio
maggiore del primo ministro israeliano, è stato scelto come ragazzo-immagine
del partito per aver chiesto la fine della «cattiva» Unione europea, che, a suo
giudizio, era nemica di Israele e di «tutti i paesi cristiani europei», e il
«ritorno a un’Europa cristiana».
Ma non è solo in gioco
l’antieuropeismo. Israele viene visto come un baluardo altamente
militarizzato contro l’Islam e da questo punto di vista costituisce una sorta
di modello per un’Europa che fatica a gestire i suoi confini. Proprio come
Israele, si afferma, il vecchio continente rischia di essere assorbito da una
forza d’invasione musulmana.
Non solo. Lo Stato
ebraico fornisce un’immagine di società multietnica e multireligiosa in cui il
predominio della razza bianca sugli arabi è garantito pacificamente (o quasi),
con un’apartheid efficiente che potrebbe essere adottata anche in
Europa.
Anche su questo punto,
AfD non fa che esplicitare la posizione finora assunta dagli Stati occidentali
nei confronti della politica israeliana. Essi non hanno neppure una volta
reagito alla violazione sistematica, da parte di Israele, delle risoluzioni dell’Onu,
che, già prima del 7 ottobre, evidenziavano la chiara intenzione di non dar
spazio alla nascita di uno Stato palestinese, a parole sostenuta da tutti i
governi europei.
E sulla base di
questo doppio binario tra parole e fatti, hanno assistito senza colpo ferire al
massacro sistematico di uomini, donne e bambini nella Striscia di Gaza. Solo
ultimamente, con colpevole ritardo, 12 paesi – tra i quali non figura l’Italia
– si sono decisi a imporre sanzioni ai coloni israeliani che in Cisgiordania da
anni sono impegnati a cacciare i legittimi abitanti arabi, con l’appoggio
dell’esercito.
AfD smaschera queste
ipocrisie e dichiara esplicitamente una posizione decisamente filo-israeliana
che questa Europa indecisa e contraddittoria in pratica ha sempre adottato. E
si attira, anche su questo, il pieno consenso del presidente Trump, la cui vicinanza
a Netanyahu è stata finora così stretta da fare sospettare una sua dipendenza
psicologica dal premier israeliano.
La democrazia al bivio
Questa analisi ci
permette di capire che il successo di AfD è in realtà il logico compimento di
una deriva già in atto in Europa verso posizioni di destra, sotto l’impaziente
sollecitazione del presidente degli Stati Uniti. Il futuro che il voto della
Sassonia lascia intravedere ha in realtà le sue radici nel presente che abbiamo
costruito.
Se questo processo
continuerà il suo corso, l’Unione europea è destinata a rimanere un’ombra nel
panorama internazionale, anzi ad esserlo sempre di più. La sua sola funzione
sarà quella che già ora la nostra premier le ha assegnato,
di supporter alle politiche nazionali. Consacrando così
l’irrilevanza del nostro continente sullo scenario politico ed economico
mondiale.
Analogamente, la difesa
dell’identità non solo porterà a innalzare muri sempre più impenetrabili contro
i migranti ma, in nome della remigrazione, si procederà a quella che il
cancelliere Merz ha definito una vera e propria «pulizia etnica». Con i risultati
che lo stesso cancelliere ha paventato e che certo non potranno essere
scongiurati da un improvviso aumento della natalità (bisognerà aspettare, in
ogni caso, che questi eventuali nuovi figli crescano…).
Quanto al rapporto con
Israele, si continuerà sostanzialmente a guardare a esso come a una «democrazia
minacciata», e si sarà costretti a prendere finalmente atto
dell’irrealizzabilità del progetto dei “due Stati”, reso immaginario dalla
complice inerzia dei governi occidentali nei confronti di ciò che sta accadendo
sotto i nostri occhi.
Tutto questo si
verificherà sotto il segno della retorica della democrazia, ostinatamente
esibita anche oggi, quando il premier dello Stato che si autodefinisce baluardo
della stessa, dichiara ufficialmente di voler usare i fondi pubblici per
comprare i voti favorevoli al suo partito e quando viene considerato
democratico Israele, accusato, anche da molti suoi cittadini, di genocidio.
Nei prossimi mesi ci
saranno diverse scadenze elettorali che decideranno della sorte delle nostre
società e, innanzitutto, del significato che avrà la parola “democrazia” per le
generazioni future: l’avanzata delle destre estreme, in Germania e in tutta Europa,
rende infatti superati i compromessi e gli equilibrismi che mascheravano il suo
sostanziale deterioramento. Ora bisogna scegliere se assistere, o addirittura
cooperare, al definitivo compimento di questo processo, oppure reagire,
cominciando dal voto, ma soprattutto lavorando – ognuno a proprio modo – alla
costruzione di un futuro radicalmente alternativo a questo presente.
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