sabato 5 settembre 2026

L'ARCA DI NOE

 


Nel suo racconto, l'arca non è soltanto un rifugio, ma anche una «casa del segno», parola, bara e culla. Che cosa rappresenta per lei l’arca di fronte al caos del mondo moderno?

 

Il filosofo Hadjadj al Meeting di Rimini

 

Perché parla del caos del mondo moderno? Ci sono treni che arrivano in orario. C'è questa intervista che stiamo facendo e che viene pubblicata su un giornale. Del resto, non siamo più nella modernità, con la sua fede nel progresso e il suo umanesimo ateo. Siamo in una postmodernità segnata dal sentimento dell'imminenza di un crollo, se non addirittura di un’estinzione totale, e dalla fuga in quello che Papa Francesco e Papa Leone XIV hanno chiamato il «paradigma tecnocratico». È qui l’analogia con il tempo del diluvio. Davanti alla catastrofe imminente si moltiplicano i dispositivi di divertimento e si cerca di accoppiare l’uomo con la macchina, con la bestia, con il nulla. L’arca, in questo contesto, è anzitutto la Chiesa. Attraverso i suoi sacramenti (impossibile amministrare un sacramento via Internet), essa esige una prossimità reale. Delle famiglie si ritrovano di nuovo attorno a una tavola, condividono il pane e il vino della vita, parlano delle cose più semplici e più eterne.

Perché Noè salva anche ciò che è impuro?

È una domanda imprescindibile. L’arca, con i suoi scompartimenti e i suoi tre piani, è lì per preservare le distinzioni orizzontali e verticali. Ma con essa appare anche, per la prima volta, la distinzione tra gli animali puri e quelli impuri. Ci sono qui due affermazioni fondamentali. La prima è che, per salvaguardare il mondo, e contrariamente a ogni utopia totalitaria, occorre salvaguardare anche l’impuro. Gesù dirà: «Lasciate che l'una (la zizzania) e l’altro (il grano) crescano insieme» (Matteo 13,30). In tal senso, i commentatori ebrei della Genesi dicono che la moglie di Noè era una discendente di Caino, cosicché persino la discendenza del primo assassino viene preservata. La seconda affermazione è che gli animali puri, allevati per l’alimentazione, sono anche gli unici adatti al sacrificio. C’è dunque un legame tra la purezza e il dono della propria vita. E alcune bestie, in particolare l’agnello, appaiono improvvisamente come i nostri maestri spirituali.

Dopo il diluvio, Noè offre sacrifici e riflette sulla colpa e sulla grazia di essere sopravvissuto. Quale responsabilità ha colui che "è salvato"?

Noè sa che, se è giusto, lo è per grazia. Come sopravvissuto, sente che la sua vita non gli appartiene. È dunque pronto a offrirla per la salvezza degli altri. Ma è una prospettiva che riguarda tutti: noi, i viventi, che ci troviamo in questo tempo alla punta estrema di tutte le generazioni passate, perché siamo qui? Non abbiamo come vocazione fare memoria e rilanciare il futuro, restituendo la generosità che abbiamo ricevuto?

Lei scrive: "Così, tra l'arca e il mattatoio, tra la vita e la carne, c'è il sangue dell'altare. Così, tra la preservazione e la morte, e per superare definitivamente la tentazione del suicidio, c'è il sacrificio". Può spiegare questo passaggio?

La prima cosa che Noè fa dopo aver ritrovato la terraferma è offrire un sacrificio di animali puri. L’arca si trasforma in altare e poi in pira. Gli animali salvati diventano i sacramenti della nostra stessa offerta. Ho sempre pensato che ci fosse una sola alternativa: il suicidio o il martirio, l’odio per il dono della vita fino all’autodistruzione, o l’amore per questo dono fino all’ultima testimonianza.

Vatican News

PEDAGOGIA DELLA CORREZIONE

 

Il metodo oltranzista

 della riconciliazione

 comincia con la correzione 

e culmina nella preghiera



Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXIII domenica del tempo ordinario (anno A)

EZ 33,1.7-9; Sal 94/95; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

Nell’odierna pagina evangelica è illustrata una vera e propria pedagogia della correzione, che via via si dimostra anche un metodo di riconciliazione fraterna. La prima – la correzione – è finalizzata alla seconda – alla riconciliazione – e, anzi, ne costituisce la premessa. A sua volta, la riconciliazione esprime appieno la finalità autentica della correzione. La quale, se rimane fine a se stessa, irreggimentata dentro il rigido schematismo delle “regole”, rimane un inconcludente e – anzi – controproducente esercizio di autorità.

Gesù, dunque, addita ai discepoli la “via da percorrere” – questo significa, secondo il suo etimo greco, la parola “metodo” – per mettere la vita della comunità al riparo da ciò che la può svilire e mortificare dal suo di dentro: le reciproche incomprensioni, le liti intestine, la prevaricazione degli uni sugli altri, lo scisma doloroso e la disgregazione finale.

Per evitare tutto ciò, il Maestro di Nazareth insegna un metodo “a oltranza”: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te (ossia: se sbaglierà nei tuoi confronti, dato che qui la voce verbale greca è hamartánein, sbagliare appunto, lasciarsi allucinare, prendere un abbaglio), va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà (qui la voce verbale greca è akoúein), avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà (di nuovo akoúein), prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà (stavolta la voce verbale è parakoúein, che significa fraintendere: se poi fraintenderà) costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà (di nuovo parakoúein) neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano».

La correzione non è una manovra facile. A ostacolarne il buon esito è il rischio del fraintendimento. Chi compie una “colpa” contro il fratello, in realtà ne sta fraintendendo le azioni e le intenzioni: sta prendendo un abbaglio, non per cattiveria, ma per un deficit di chiarezza, nel suo modo di vedere le cose, ma probabilmente anche nelle cose stesse, per come sono poste in essere attorno a lui. Pertanto, nell’ammonire chi sbaglia, occorre estrema chiarezza. Innanzitutto, la chiarezza delle intenzioni, del perché si rivolge a qualcuno un ammonimento. Quindi, anche la chiarezza delle espressioni, dei modi, delle parole con cui si formula l’ammonimento. Se non si pone attenzione a tutto questo, la correzione non ha successo, non raggiunge il suo scopo, giacché tale scopo – cioè la riconciliazione – resta incomprensibile a chi viene ammonito e – più a monte – incompreso da chi ammonisce. La postura della correzione dev’essere la più dialogica possibile. Essa non deve imporsi, ma proporsi. Non è il fine, ma uno strumento. Non è un’ingiunzione, bensì un chiarimento. Per riuscire efficace, dev’essere motivata in nuce, intrinsecamente, dalla speranza della riconciliazione.

Con lucido realismo Gesù mette in conto queste difficoltà e le segnala ai suoi amici. Il metodo può incepparsi a ogni piè sospinto. Il Maestro, tuttavia, incoraggia i discepoli a non demordere dal loro impegno di costruire la riconciliazione. La quale si prospetta come la pace da conquistare sconfiggendo la guerra e il corredo di errori che l’hanno causata: le presupposizioni, le presunzioni, i pretesti, i risentimenti. Non bisogna arrendersi mai, suggerisce Gesù a Pietro e agli altri suoi compagni. Nemmeno allorché la persona che ha sbagliato (che ha preso l’abbaglio), imperterrita, rifiuta ogni chiarimento e ogni tentativo di dialogo, sottraendosi al confronto personale e alla verifica comunitaria, così isolandosi prima ancora di essere isolato. Persino in questa estrema eventualità non ci si deve rassegnare al fallimento. La via della riconciliazione non deve rimanere sbarrata. Perché non è detto che chi resta isolato (scomunicato) abbia torto, o tutto il torto. Tra le righe del brano matteano si può ravvisare, difatti, non solo la possibilità di non riuscire – da parte dell’uno – a recepire nessun chiarimento, ma pure il pericolo di non riuscire – da parte degli altri – a offrire alcun effettivo chiarimento.

L’oltranzismo di Gesù non è dovuto a una marcata attitudine diplomatica. Egli non è un negoziatore. Quando qualcuno gli chiede di dirimere una questione d’eredità tra due fratelli, risponde che non spetta a lui fare da giudice o da arbitro in mezzo agli uomini (cf. Lc 12,14). Egli, piuttosto, viene per obbedire alla volontà di Dio Padre suo e per annunciare tale volontà: «Così è la volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda» (Mt 18,14). Questo versetto è immediatamente precedente ai versetti riportati nella pagina evangelica che oggi ascoltiamo nella liturgia della Parola. Esso dichiara il vero motivo per cui nella comunità ecclesiale ci si deve impegnare a oltranza per chiarire come stanno le cose e per realizzare la riconciliazione: non è semplicemente per vivere in serenità tutti assieme – volemose bene, si direbbe in romanesco –, ma per fare la paterna volontà di Dio, che consiste nel riscattare dall’errore tutti, ma proprio tutti, senza lasciare nello smarrimento nessuno. Non a caso, nei versetti ancora precedenti, l’evangelista riferisce brevemente la parabola della pecorella smarrita da recuperare a ogni costo: «Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite» (Mt 18,12-13).

È, nondimeno, il motivo per cui riecheggia in questa pagina la consegna fatta da Gesù a Pietro nei pressi di Cesarea di Filippo: «In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo». Il contesto pedagogico, in cui questo avvertimento viene ripreso, ne chiarisce il senso più profondo ed esigente: il ruolo degli apostoli non ha un’indole poliziesca, il loro compito non è di fare i gendarmi nella comunità credente, essi non devono presiedere un supremo tribunale, ma escogitare – con inesauribile creatività pastorale – ogni possibile accorgimento per favorire la comunione e per rompere le catene che ci impediscono di correre gli uni incontro agli altri. Infatti, se è pur vero che a perdersi è la persona che sbaglia, è altrettanto vero che l’intera comunità, e ognuno in essa, ha la responsabilità ineludibile di far di tutto per ritrovare chi s’è smarrito.

C’è qui l’eco di ciò che il Signore ordina a Ezechiele nella prima lettura di questa domenica. Il profeta ha l’obbligo di avvertire gli altri del pericolo mortale che corrono se non vivono secondo la volontà di Dio: ne va della loro redenzione, che è la missione impegnandosi per la quale anche il profeta sperimenta la sua personale salvezza. E c’è il riverbero della seconda lettura, lì dove Paolo – scrivendo ai Romani – spiega che la legge di Dio (la sua santa volontà, potremmo in questo caso intendere) si compie davvero nell’amore vicendevole (agápē si legge nel testo greco). Perché la carità rende capaci di interpretare correttamente le regole e le norme, di rintracciare in esse il loro senso salvifico, dentro e – se necessario – finanche oltre la loro lettera. Paolo, giustamente, annota a tal proposito: «Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai [la moglie o le cose altrui], e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso». I comandamenti che vietano ogni frattura della coesione comunitaria si traducono, in positivo, nella spinta ad amare il prossimo come sé stessi. Come a dire che la riconciliazione serve a tutti: a chi sbaglia, per non restare isolato, e a chi è colpito dal suo errore, per non rimanerne incurabilmente ferito.

Dio solo sa quanto difficile sia per noi riuscire ad applicare questo metodo. Affidato ai nostri sforzi, esso potrà mille volte risultare inefficace. Ma il percorso additato dal Maestro ai suoi discepoli culmina in un approdo infallibile, che è l’appoggio di Dio Padre: «In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». L’oltranzismo di Gesù, a questo punto, si rivela con evidenza tutt’altro che meramente diplomatico: è, semmai, orante. La preghiera interviene come punta di diamante del metodo della riconciliazione: se la correzione è la prima – pur sempre incerta – mossa da fare, l’invocazione dell’aiuto del Signore è certamente la mossa vincente. Per questo la pace è, in definitiva, dono di Dio.

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GRATITUDINE


 La gratitudine è un sentimento di affetto, riconoscimento e apprezzamento verso chi ci ha fatto del bene o ci ha donato qualcosa di prezioso.  
(Treccani)

-       di Luigino Bruni 

 Non c’è parola più idolatrata dal nostro tempo della parola libertà, in particolare libertà di scelta. È la parola magica della nostra economia e del nostro capitalismo. L’uomo e la donna maturi, e quindi autonomi, sono coloro che scelgono liberamente il lavoro, il partner, oggi anche il genere sessuale, gli amici, la vocazione, gli stili di vita, il tipo di vita che amano condurre. Non si riesce a immaginare una vita buona e fiorita senza questa «libertà di». Poi qualcuno va a guardare come vivono le persone concrete, quelle in carne e ossa, non quelle immaginate dalla tivù, e scopre qualcosa di profondamente diverso. 

Innanzitutto, si accorge che non scegliamo la cosa più importante della vita: venire al mondo. Ci ritroviamo catapultati in questo pianeta terra, in una famiglia (se siamo fortunati), con genitori che non abbiamo scelto, con, qualche volta, fratelli e sorelle che non abbiamo scelto, spesso con cani e gatti. 

Queste persone, le più importanti della nostra vita, non le abbiamo scelte: ci sono capitate, ci capitano. E da loro dipendono i nostri cromosomi, e le dimensioni fondamentali della nostra personalità, quelle che si formano durante l’infanzia. Ecco allora che il campo di azione della libertà si riduce decisamente, appena lo confrontiamo con quelle semplicissime parole che sono «vita» e «famiglia». 

Poi, quell’ipotetico osservatore inizia a guardare le scelte del partner, di mogli e mariti. E lì spera che finalmente ci si muova nel registro delle scelte libere. E invece, se guarda bene, si accorge che anche qui la libertà è molto limitata. Certo, all’inizio c’è spesso una storia d’amore, un innamoramento, un mutuo scegliersi. Nei primi anni, le coppie e le famiglie hanno la sensazione di trovarsi in un campo fatto, almeno questo, di scelte libere. Passa, però, il tempo, e si capisce che la moglie che abbiamo scelto è cambiata molto, e noi anche di più. E arriva ogni tanto la famosa e tremenda frase: «Non sei più la persona che ho sposato». Parole che non di rado conducono alle separazioni, perché se ci siamo convinti di aver fatto una scelta libera ieri, pensiamo di poterne fare oggi un’altra simile e di segno opposto, per tornare alla libertà originaria. Ma queste frasi tremende possono anche essere l’inizio di qualcosa di veramente nuovo, della benedetta vita adulta. Quando, finalmente, capiamo che la moglie e il marito non sono merci che si acquistano nei mercati, e non arrivano al termine di confronti di vari rapporti qualità-prezzo. 

L’incontro decisivo di una esistenza umana non è frutto dei nostri calcoli, della nostra razionalità economica: accade, arriva, ci raggiunge alla fine di un misterioso sentiero. La persona che giunge l’avevamo già dentro, ma non lo sapevamo. L’incontro l’accende, non la crea. Libertà? Poca. Il resto è semplicemente gratuità, grazia, amore, candore del mondo. E anche se un giorno ci lasciamo, perché succede anche questo, sappiamo, invecchiando, che quella persona che era già dentro di noi ci accompagnerà per sempre, anche a nostro dispetto: ho visto donne e uomini morire, e ripetere tra le ultime parole il nome di un marito o di una moglie lasciati decenni prima. 

Per non parlare delle vocazioni: pensiamo di pronunciare liberamente il nostro «sì», finché, in un altro giorno, non comprendiamo che è stato il «sì» a scegliere noi, e, ci domandiamo: ma ero veramente libero quando ho risposto «sì»? Vorremmo dire di sì, ma, se siamo onesti, sappiamo che la storia è molto più complessa, che siamo amati e guardati dalla vita prima che noi la guardiamo e amiamo. 

La libertà è stupenda, lo sappiamo, passiamo tutta la vita a inseguirla, e guai a noi se non lo facessimo. Ma è molto triste quella vita che termina senza capire che molte, forse quasi tutte, le persone e le azioni più importanti della nostra esistenza ci hanno scelto prima che lo facessimo noi nei loro confronti. E allora inizia la vera gratitudine. 

Messaggero di sant'Antonio 

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LA CORREZIONE FRATERNA

 


Alla ricerca 

di un’etica

 dell’educazione

Non solo l’individuo ha diritto al suo buon nome, ma anche le comunità godono di questo diritto, per esempio gli ordini religiosi, le comunità ecclesiali, le nazioni e ogni corpo organizzato di uomini. Persino i morti conservano il loro diritto alla buona stima dei posteri, dato che ogni uomo desidera vivere nella grata memoria dell’umanità.

Il giudizio affrettato è un peccato grave se la materia è grave e se il giudizio viene emesso con la piena coscienza dell’insufficienza delle prove.

Tuttavia, spesso questa coscienza manca. Sospetti e dubbi, che non giungono ad essere giudizi veri e propri, abitualmente, non sono peccati gravi.

Più che in molti altri campi della vita morale, si può mancare nel campo dell’onore con cattivi pensieri contro il proprio prossimo. Pensieri non caritatevoli sono peccati frequenti, ai quali in genere si bada poco.

Si ha contumelia quando una persona viene ingiustamente disonorata in sua presenza. Il disonore priva un uomo di ciò che gli è dovuto, ed è questo un peccato di ingiustizia. Una contumelia è un peccato grave.

La gravità del peccato dipende dalla dignità della persona che viene disonorata e dal tipo di parole, azioni o omissioni di cui ci si serve per esprimere la propria mancanza di rispetto.

La riparazione di un insulto deve essere pubblica o privata secondo che l’insulto stesso sia stato pubblico o privato. La detrazione è la violazione ingiusta della buona stima di un altro, facendo conoscere delle mancanze vere ma nascoste della persona in questione.

La calunnia è l’imputazione di difetti falsi di un altro, sapendo che essi sono falsi.

Il compito educativo, spetta primariamente alla famiglia, e richiede l’aiuto di tutta la società. Di conseguenza la carità ci obbliga all’esempio di una vita buona. Nessun individuo, poco importa il suo stato di vita, è esente da quest’obbligo,

sebbene certi gruppi abbiano un obbligo particolarmente grave a causa del loro ufficio, come ad esempio i preti i religiosi, i genitori, gli educatori, gli amministratori o i pubblici ufficiali, la cui condotta può facilmente influenzare altri.

Il buon esempio non è costituito innanzi tutto da atti individuali di natura esemplare, ma da tutto lo stile di vita di una persona, stile di vita che si emana dalla convinzione dei valori che professa.

Incoraggiamento nelle difficoltà e simpatia nella sofferenza.

Parole di incoraggiamento e di riconoscimento sono di grande importanza per i bambini, per la gioventù, poiché non hanno ancora sufficiente capacità di valutare da soli le proprie azioni.

Anche per gli adulti, non di rado, l’incoraggiamento e l’approvazione costituiscono un grande beneficio, specialmente nei momenti di depressione e di solitudine.

La correzione fraterna consiste nell’istruzione del prossimo circa un suo  difetto in modo da allontanarlo da lui. L’intima ragione per il dovere della correzione fraterna è la stessa per tutte le opere di misericordia: il dovere di distogliere il prossimo dal pericolo, appena possibile, e renderlo capace di servire il bene della comunità e di promuovere in modo efficace la gloria di Dio (vedi: Ezechiele: La Sentinella). A volte la correzione fraterna è richiesta anche dal diritto dovere di difendere i propri diritti o i diritti degli altri e della comunità.

Oggetto della correzione fraterna sono tutte le mancanze del nostro prossimo che causano danno a lui o agli altri, in modo particolare i peccati veniali, ma anche le imperfezioni e le mancanze di galateo.

Condizioni della correzione fraterna. Poiché la correzione fraterna sia obbligatoria o spesso anche semplicemente opportuna , si devono rispettare le seguenti condizioni:

1. Il prossimo deve avere un vero bisogno del nostro aiuto. Cioè deve essere incapace di migliorarsi sufficientemente senza aiuto fraterno. E inoltre che non ci sia nessuno più capace o almeno altrettanto capace che abbia voglia di aiutarlo.

2. Ci deve essere una speranza ben fondata che la correzione consegua il suo effetto positivo. E’ per questo che non c’è abitualmente obbligo di correggere gli estranei.

3. La correzione deve essere possibile senza sacrifici personali sproporzionati. Ma una certa quantità di coraggio e di sforzo fa parte di quasi tutte le correzioni e deve perciò essere accettata come parte integrante dell’obbligo.

Il giusto modo della correzione. La correzione fraterna deve avere il suo motivo in una preoccupazione sincera per il bene del prossimo e nello zelo della gloria e per il regno di Dio.

1. Il modo della correzione dovrebbe essere contraddistinto da modestia, prudenza e benevolenza. Per quanto è possibile la correzione o l’ammonizione dovrebbe essere effettuata in modo sereno e gentile.

Il retto ordine della correzione. Alla domanda su chi tra coloro che sono vicini ad una persona abbia l’obbligo di esercitare per primo la correzione si deve rispondere che sono coloro che sono più vicini a lei nell’ordine dell’amore.

Le azioni di una persona devono essere vere. Esse devono essere in accordo con i principi cui si ispira e con la fede che professa. La veridicità nella condotta significa che una persona agisce e vive in conformità con i suoi pensieri e le sue parole.

La veracità nelle parole richiede che, tutto quello che viene affermato attraverso la parola esteriore, sia in armonia con i pensieri interni e con la coscienza della persona.

La veracità nelle parole è una richiesta della giustizia, del rispetto e dell’amore. La bugia consiste in un’affermazione verbale che contraddice la convinzione interiore. La bugia è peccato grave solo se è gravemente dannosa nei confronti del prossimo o se causa un grande disonore nei confronti di Dio.

La semplice promessa è un’offerta gratuita per la quale una persona, si obbliga a fare qualcosa per colui nei confronti del quale essa viene fatta. Se la promessa viene accettata, essa costituisce un obbligo di fedeltà. Ordinariamente l’obbligo di adempire la promessa non è grave. Infatti, nelle promesse unilaterali, abitualmente né colui che promette intende legarsi sotto forma grave né l’attesa di colui al quale viene fatta la promessa è così grande da dare origine ad un obbligo grave. Ma se colui che promette dovesse dare un’assicurazione ferma in materia grave e colui che riceve la promessa intraprendesse, proprio basandosi sulla promessa stessa, un’azione che gli sarebbe danno, se la promessa non fosse adempiuta l’obbligo di questo sarebbe grave.

Si distinguono tre tipi di segreti: Il segreto naturale, il segreto promesso, il segreto commesso. Il segreto naturale è così detto perché il suo obbligo viene immediatamente dalla legge naturale. Non occorre alcuna convenzione o accordo per far sì che esso obblighi. La sollecitudine fraterna e la natura della comunione fra gli uomini richiedono il segreto. Esso riguarda tutti quei fatti nascosti la cui rivelazione, per la loro stessa natura, procurerebbe offesa o dispiacere ad una terza persona.

Un segreto promesso è il segreto che si è promesso di mantenere, dopo aver ricevuto la notizia della cosa, anche se a prescindere della promessa non ci sarebbe l’obbligo del segreto. Se la promessa riguarda un segreto che è al tempo stesso un segreto naturale., l’obbligo del segreto è duplice,

provenendo dalla carità o dalla giustizia e dalla fedeltà alla promessa. Una promessa di segreto in materie che sono inutili o illegittime non obbliga. Il segreto affidato o commesso è quel segreto che riguarda una notizia che si ottiene solo a condizione che la si conservi segreta. Ci si assicura del segreto ancora prima di ricevere la notizia riguardante il segreto.

La grande importanza del segreto, per il bene dell’individuo e per il bene della comunità, c’impedisce di rivelare segreti salvo che non ci sia una ragione sufficiente per farlo. Più il segreto è importante, più grave deve essere la ragione per farlo.

L’obbligo di mantenere un segreto cessa se l’interessato permette di rivelarlo; se la materia ha cessato di essere segreta a motivo dello svelamento fatto da altri; se una ragione sufficiente giustifica la sua rivelazione.

Una ragione sufficiente per svelare un segreto naturale consiste nel fatto di poter così evitare un inconveniente abbastanza grave a se stessi o ad una persona.

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venerdì 4 settembre 2026

L'ALBERO DI CILIEGIO

 


“Quando smetterai di cercare di aggiustare te stesso e interverrai sulle condizioni intorno a te, finalmente crescerai fino a diventare la persona che hai sempre saputo di essere.”

Un libro per imparare a volersi bene e riprendere in mano la propria vita


Sette semplici passi per cambiare la tua vita e imparare a fiorire

Senti che non stai esprimendo tutto il tuo potenziale?

Hai provato tecniche per migliorare la produttività e libri di auto-aiuto, scoprendo però che nulla funziona davvero nel tempo?

Esiste un altro modo per generare un cambiamento reale e duraturo. E per scoprirlo basta ispirarsi alla saggezza della natura.

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Si sono messi a studiare il suolo, il clima, i segni di parassiti, le piante circostanti, e hanno scoperto una verità potente: la trasformazione non nasce dall’impegnarsi di più.

Nasce dal cambiare le condizioni che modellano la tua vita.

Quando il tuo ambiente ti sostiene, crescere e fiorire diventa inevitabile.

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La teoria dell'albero di ciliegio

Rich Pink Rox Pink

New Compton Editori

UNA FILOSOFIA PER,IL SUCIDIO?

L’opposizione cattolica 

al 
suicidio assistito



-di Giuseppe Savagnone

L’approvazione, il 2 settembre, della legge sul suicidio assistito da parte del Consiglio regionale del Veneto dimostra che il problema non può essere affrontato nella logica dello scontro tra destra e sinistra e richiede uno sguardo capace di andare più a fondo.

E su questo terreno si è mossa la ferma opposizione di importanti settori del mondo cattolico. “Comunione e Liberazione”, in una nota, ha scritto: «Una legge che piega il Servizio sanitario pubblico a fornire prestazioni che anticipano la morte dei malati afferma una visione secondo cui il valore e la dignità della persona dipendono dalla sua autonomia e dalle sue capacità, cosicché la malattia e la debolezza divengono prive di senso o, peggio, un peso di cui conviene liberarsi, finendo così per favorire quella “cultura dello scarto” che secondo papa Francesco “contagia tutti”».

Va in questa direzione anche la presa di posizione congiunta di Movimento per la Vita e del network di sigle cattoliche “Ditelo sui Tetti”, per cui questo voto «non è un passaggio tecnico. È un passaggio civile, antropologico, politico. È un voto che dice chi siamo come comunità e quale idea di persona intendiamo custodire».

Al tempo stesso queste associazioni sottolineano che la loro opposizione alla legge non nasce da un’indifferenza ai problemi dei malati e non è semplicemente un “no”, ma la volontà di indicare «una via più alta, più umana» che è quella delle cure palliative, e dunque di una «educazione alla cultura del buon vivere fino all’ultimo respiro; perché il morire è ancora vita: relazione, compimento, riconciliazione, presenza».

Sono argomenti che hanno un riscontro anche nella recente enciclica di papa Leone «Magnifica humanitas», dove si denunzia il fatto che oggi «tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione» (n.118).

Da qui l’opposizione strenua della Chiesa cattolica alla «cultura dello scarto», secondo cui «la vita vale non per la sua dignità, ma per la sua efficienza e per la sua produttività», e all’eutanasia come «affermazione ideologica della volontà di potenza dell’uomo sulla vita» (papa Francesco).

Un articolo della Costituzione e la legge del 2017

E tuttavia è giusto confrontare questi princìpi con una realtà complessa, che impone una distinzione spesso lasciata in ombra, quella tra eutanasia e suicidio assistito, spesso sbrigativamente accomunati sotto l’etichetta “eutanasia” tanto dai sostenitori che dagli oppositori di quest’ultima.

Non è una differenza irrilevante. Anche quando si valorizza il consenso, l’eutanasia non richiede la partecipazione attiva di colui o colei nei cui confronti viene praticata.  E in certi casi – si ricordi la vicenda Englaro – neppure il consenso è possibile. Qualcuno si assume la responsabilità di decidere che quella vita non vale la pena di essere vissuta. Nel suicidio assistito, invece, il protagonista è il soggetto che sceglie di morire. La decisione è sua.

Lo notava, in un’intervista del 6 luglio 2025, il nuovo presidente della Pontificia Accademia per la vita, mons. Renzo Pegoraro, medico, oltre che sacerdote. Pur ribadendo il “no” al suicidio assistito, che «risulta comunque una sconfitta di tutti», Pegoraro notava che esso «va comunque distinto dall’eutanasia». Più che di una pura e semplice negazione del valore della vita umana, infatti, «in certe situazioni» è in gioco «il mistero della mente e del cuore della persona». 

Di questa differenza è una prova evidente il fatto che il diritto di una persona di rifiutare le cure dei medici, anche a costo di perdere la vita, è riconosciuto dalla nostra Costituzione: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge» (art. 32).

Possiamo chiamarlo, dal punto di vista medico, suicidio?  Al di là delle parole, è innegabile che una norma della nostra Carta costituzionale – voluta anche da credenti come De Gasperi e La Pira e non certo sospetta di ispirarsi alla “cultura dello scarto” – prevede che il malato possa voler custodire la dignità del proprio corpo fino a preferire la morte. Che non è certo il fine della sua scelta, ma un prezzo che è disposto a pagare.

Ed è in base a questa norma della Costituzione che la legge 219 del 2017 – definita dallo stesso mons. Pegoraro «una buona legge» – riconosce la liceità della rinunzia al trattamento terapeutico da parte del malato. «Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente», anche se questi «non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali».  Si possono rifiutare le cure, non pretendere che il medico operi, direttamente o indirettamente, per procurare la morte.

La legge prevede anche che gli stessi sanitari desistano dalle cure quando, in base al loro giudizio professionale, esse configurano un inutile accanimento, e al loro posto pratichino cure palliative per attenuare il dolore, ricorrendo anche alla sedazione profonda.

La sola divergenza rispetto alla dottrina cattolica del fine-vita riguarda il fatto che la legge include nel concetto di «trattamento terapeutico» anche i processi di nutrizione e di idratazione, ammettendo la sospensione anche di quelli.

Insomma, stando a questa normativa, peraltro ormai vigente da anni, un paziente in carico al servizio sanitario nazionale può decidere di lasciarsi morire, anche se non ha il diritto di essere attivamente assistito in questo dai medici.

La sentenza del 2019 della Corte Costituzionale

In questo contesto è arrivata la sentenza n. 242 della Corte costituzionale del 25 settembre 2019, pronunciata nell’ambito del procedimento per istigazione e aiuto al suicidio a carico di Marco Cappato, esponente dell’Associazione “Luca Coscioni”. Con questa pronuncia la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 580 nella parte indicata dalla sentenza.

La sentenza è stata accolta come una vittoria della posizione radicale di Cappato.  In realtà, nella sua pronuncia, la Corte non ha accolto l’impostazione del giudice che aveva sollevato la questione e che mirava a far dichiarare in blocco l’incostituzionalità dell’articolo, depenalizzando così sic et simpliciter ogni induzione o assistenza al suicidio. Secondo la sentenza, invece, l’incriminazione prevista dall’art. 580 è «funzionale alla tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio».

La Corte riteneva, tuttavia, di aver individuato «una circoscritta area di non conformità costituzionale» dell’art. 580, «corrispondente segnatamente ai casi in cui l’aspirante suicida si identifichi in una persona (a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

Una formula che, a dire il vero, sembra più vicina al rifiuto dell’accanimento terapeutico che non all’esaltazione di una «volontà di potenza» con cui l’uomo voglia sostituirsi a Dio.

A sottolineare la profonda differenza fra lo spirito di questa sentenza della Corte Costituzionale e il punto di vista radicale, ispirato invece al diritto assoluto di autodeterminazione, è intervenuto il referendum proposto nell’estate del 2021 da Marco Cappato e dall’Associazione “Luca Coscioni”, volto alla parziale abrogazione di un altro articolo del Codice penale, il 579, che punisce l’omicidio del consenziente. Nella proposta veniva spacciata per eutanasia l’uccisione di una persona che lo avesse chiesto, anche se perfettamente sana. Questa sì rivendicazione di un potere arbitrario sulla vita.

Giustamente la Corte costituzionale non si è lasciata impressionare dal numero enorme di firme – ben un milione e duecentomila – e, il 15 febbraio 2022, ha dichiarato il referendum inammissibile in base alla necessità di una «tutela minima, costituzionalmente necessaria, della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili».

Due diverse filosofie

Non sembra esagerato dire che sullo sfondo del suicidio assistito vi è una filosofia molto diversa da quella che la cultura oggi diffusa propone. Secondo quest’ultima – applicabile perfettamente all’eutanasia – la società deve decidere quali vite non sono «degne di essere vissute» ed eliminarle, per destinare risorse a quelle che vengono a rimpiazzarle. L’uomo si sostituisce a Dio nel decidere della vita e della morte, in funzione dei propri criteri.

Diversa la logica che sta dietro il suicidio assistito. Chi sceglie di morire per l’insopportabilità delle sofferenze non pensa che la sua vita non valga abbastanza e tanto meno che un’altra possa vantaggiosamente sostituirla, per il semplice fatto che questa è la sua vita, l’unica che ha.  Semplicemente, non ce la fa più. Lo sfondo del suicidio assistito non è l’affermazione di una rivendicazione di potenza ma, al contrario, la dolorosa presa d’atto della finitudine umana, che non consente una resistenza illimitata al dolore. La logica che gli sta dietro non parla di un potere, ma di una resa. E la dignità che viene rivendicata è solo quella di una morte che sottragga alla disperazione e alla follia.   

Certamente le cure palliative in molti casi possono essere di grande aiuto. Lo sono già e dovranno esserlo sempre di più. La legge 38 del 2010 le valorizza come via «al controllo del dolore in tutte le fasi della malattia, con particolare riferimento alle fasi avanzate e terminali della stessa, e al supporto dei malati e dei loro familiari».Ed è una vittoriadi cui esultare quandoaccade che, grazie a questi interventi, persone che avevano espresso il desiderio di ricorrere al suicidio desistano dal loro proposito e riescano a vivere la loro condizione in modo relativamente sereno.

Ma la testimonianza dolente di persone, che pure hanno dedicato la loro vita professionale alla promozione di queste cure, ci dice che non sempre esse sono in grado di fronteggiare la sofferenza disumana di certe malattie. Ed ecco allora la via indicata dalla Corte Costituzionale nella sentenza del 2019 e ripresa nella legge approvata pochi giorni fa nel Veneto.

Il problema allora non è se si ha il “diritto” di fare della propria vita quello che si vuole, ma se si ha il dovere di soffrire anche al di là dei limiti delle proprie forze. 

Non è, chiaramente, una scelta che faranno i credenti, se vorranno restare fedeli alla loro fede nel Dio provvidente. Ma non è corretto iscrivere d’ufficio all’Associazione “Luca Coscioni” coloro che questa fede non ce l’hanno e che sono troppo feriti per potere continuare a vivere, attribuendo loro una pretesa di essere giudici della vita e della morte che in realtà non hanno.

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mercoledì 2 settembre 2026

LA CURA DEL CREATO

 


La cura del Creato 

è una questione

 teologica


La Commissione Teologica internazionale pubblica il documento “Prendersi cura della nostra Casa comune” che invita a una “risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario”. La questione ecologica è una questione teologica: il modo in cui ci si prende cura del Creato rivela e struttura il rapporto con Dio. Il deterioramento dell’ambiente è allarmante, occorre azione urgente per la sostenibilità del pianeta. Nessuno è una monade, tutto è connesso: "Ascoltare il grido della Terra e dei poveri"

Isabella Piro – Città del Vaticano

Come rispondere, in ottica cristiana, alla “crisi ecologica e sociale”, “miope e suicida” in cui è caduta l’umanità? È la domanda posta alla base del nuovo documento della Commissione Teologica Internazionale (CTI), intitolato “Prendersi cura della nostra Casa comune – Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario”. Pubblicato oggi, mercoledì 2 settembre, con l’autorizzazione di Leone XIV, il testo è frutto di riflessioni svoltesi tra il 2022 e il 2025. L’assunto iniziale è la “triplice mutazione” che ha portato, negli anni, a perdere la spontanea percezione della natura come creazione di Dio; all’affermarsi di una visione sempre più antropocentrica e predatrice nel rapporto tra uomo e Creato; e al dilagare di una crisi planetaria.

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DEL DOCUMENTO DELLA COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE

Tutto è connesso

Il documento è suddiviso in tre capitoli: nel primo – “La Casa comune, opera del Dio trinitario” – si rimarca “l’impronta non solo divina, ma anche trinitaria” presente nel Creato, illustrata attraverso l’insegnamento di quattro Santi Dottori della Chiesa: Agostino di Ippona, Ildegarda di Bingen, Bonaventura da Bagnoregio e Tommaso d’Aquino. Tale impronta trinitaria ha i tratti della sacramentalità – cioè è segno di “una realtà sacra e nascosta” che trova la sua “massima elevazione” nell’Eucaristia – e dell’interrelazione, poiché l’essere umano risponde alla sua vocazione dispiegando correttamente le relazioni con Dio, con gli altri e con il Creato. Ciò significa, evidenzia la CTI, praticare “la gratuità filiale nei confronti di Dio”; “la solidarietà e la misericordia verso il prossimo”; e “la cura della Casa comune”. È una questione di equilibrio: “Niente e nessuno è una monade – si legge nel documento – Tutto è interrelazionato” per formare “un’unica comunità di vita”.

 Don Piero Coda: l'urgenza della crisi ecologica interpella l'umanità

Un commento del segretario generale della Commissione Teologica Internazionale al nuovo documento pubblicato "Prendersi cura della nostra Casa comune – Risposta responsabile e ...

L’origine dell’universo secondo scienza e fede

Il primo capitolo sviluppa inoltre il dialogo con alcune visioni scientifiche e filosofiche del cosmo (ad esempio immanentismo, panteismo, soprannaturalismo), illustrando come la fede nel Dio creatore offra qualcosa che la scienza non riesce a dare, pur indagando “legittimamente” le prime fasi dell’universo. Se infatti la cosmologia riflette su come è nato il mondo, la fede ne spiega il perché: Dio dà origine metafisica, non semplicemente fisica, all’universo, e chiama liberamente all’esistenza ciò che di per sé non esisterebbe.  

Il principio sabbatico

Il secondo capitolo – “L’essere umano nella Casa comune” - si apre con una riflessione sull’uomo creato a “immagine e somiglianza di Dio”, il che offre lo spunto per ribadire che le differenze – di etnia, genere, cultura, status sociale o economico – non implicano in alcun modo una gradazione gerarchica. Il loro utilizzo per discriminare o sottomettere l’altro si allontana dal disegno di Dio. Il documento rimarca poi l’importanza del “principio sabbatico” il quale, un giorno a settimana, consente alla Terra di riposarsi nel rispetto dei ritmi originari, e all’umanità di rendere grazie al Signore con la preghiera. Tale principio insegna anche ad “avere uno sguardo disinteressato, liberato dall’appetito di possedere, dominare o aggredire”.

Il Papa: il tempo del Creato ci chiama a conversione, non è ancora troppo tardi

Il Pontefice presiede, nel pomeriggio di oggi, 1 settembre, nel Giardino della Madonnina del Borgo Laudato si’, a Castel Gandolfo, la Messa per la Custodia della Creazione ed ...

Appello alla conversione ecologica

La CTI riassume, quindi, alcuni dati “molto allarmanti sul deterioramento ecologico”: il dissolversi della diversità biologica la quale “non è un lusso esotico”, bensì “un fattore chiave” per la sicurezza alimentare; l’inquinamento atmosferico; il peggioramento della qualità dell’acqua; la guerra che accelera “brutalmente” la distruzione dell’ambiente; le ricadute “gravissime” di tutto questo sui più poveri, sfruttati nelle loro risorse naturali e costretti alla migrazione. Di qui il forte appello lanciato dalla Commissione: di fronte a una crisi ecologica “senza precedenti”, occorrono non solo soluzioni scientifiche e tecniche – come ad esempio cambiamenti sostanziali nei sistemi di produzione, consumo, trasporto e utilizzo dell’energia – ma anche e soprattutto “un cambiamento dei valori culturali”, una vera e propria conversione ecologica nel modo di vivere.

Il peccato contro il Creato e contro il Creatore

Al riguardo, il documento propone di parlare di “peccato contro il Creato e contro il Creatore”, una formulazione teologica che unisce il danno ambientale al rifiuto del disegno divino della creazione, evitando sia il linguaggio puramente scientifico (come “ecocidio”), sia la dispersione della responsabilità. L’attuale momento storico, infatti, “richiede a tutti, a partire da coloro che sono responsabili della vita pubblica, un’azione urgente a favore della sostenibilità del pianeta e dell’abitabilità della Casa comune. Non è solo un’esigenza etica, ma anche teologica”.

Leone XIV: l’acqua è un diritto e non una merce, denunciare sprechi e inquinamento

L’Eucaristia, “scuola ecologica”

Lo sguardo di fede porta a respingere anche “due estremi inaccettabili”: l’antropocentrismo predatorio che considera l’umanità come “padrona assoluta di tutto il creato” e il biocentrismo o ecocentrismo che assolutizza la natura. La proposta cristiana, invece, è quella di un “antropocentrismo situato” (espressione di Papa Francesco ripresa da Leone XIV) che pone l’essere umano come “amministratore e servitore del Creato”: egli infatti è chiamato sia a curare in modo responsabile la Casa comune, secondo “la mente e gli interessi legittimi del proprietario” che è Dio; sia a collaborare al disegno divino con un “generoso servizio”. Questa duplice vocazione trova il suo vertice nell’Eucaristia, “scuola ecologica” grazie alla quale si promuove “un atteggiamento positivo e proattivo nei confronti della natura”, ovvero lontano da modalità utilitaristiche o paurosamente difensive.

La logica giubilare e la spiritualità ecologica

Il terzo capitolo – “La cura della Casa comune” – offre alcune linee guida operative, articolate attorno a cinque relazioni fondamentali della persona. Dal rapporto con Dio deriva la “logica giubilare”: basata sulla fraternità e la solidarietà che “segnano un limite invalicabile all’avidità nell’uso della Terra”, nonché sulla gratuità e l’umiltà di chi “non cade nella pulsione di accaparrarsi ogni cosa”, tale logica conduce alla giustizia sociale. Dal rapporto con sé stessi scaturisce “una spiritualità ecologica”: di fronte all’attuale paradigma tecnocratico che impone ritmi frenetici nel lavoro e nella vita personale, familiare, sociale e religiosa, tale spiritualità guarda all’ora et labora benedettino per invitare a uno stile di vita sano, attento al consumo (“ogni atto di acquisto è un atto morale”), e responsabile.

 

Giornata del Creato, il Papa: orientare alla vita ciò che è usato per distruggere

Il grido della Terra e dei poveri

Dal rapporto con il Creato conseguono principi come la riverenza; la sostenibilità (“criterio imprescindibile che deve normare il sistema di vita e il modello economico che lo regge”); l’ascolto del “grido sconvolgente” della Terra, “tragicamente legato al grido dei poveri”, i quali patiscono maggiormente “le conseguenze del maltrattamento del pianeta”; il rispetto per la vita (che consente all’uomo di usare le risorse naturali, ma secondo necessità e moderazione, non attraverso uno sfruttamento indiscriminato); l’ascesi e il digiuno (risposta morale al sovrasfruttamento delle risorse, specialmente nei Paesi ricchi); e un impegno differenziato secondo le responsabilità delle diverse Nazioni.

La sacralità della vita umana e il rifiuto della guerra

Ancora: dal rapporto con il prossimo emergono la sacralità della vita umana (diritto incondizionato e inalienabile che gli Stati devono proteggere e promuovere, anche con il rifiuto della guerra); la destinazione universale dei beni (per la Tradizione cristiana, “la proprietà privata non è un diritto assoluto” e pertanto la Casa comune deve essere curata anche per le generazioni future); la fraternità (antidoto a violenza, ingiustizia e a un individualismo “falso, egoista, atroce e avido”); la misericordia (senza amore, la vita umana si allontana da Dio e diventa subumana); e l’opzione preferenziale per i poveri, sempre più esposti al degrado ambientale e sempre più privi di risorse per mitigarne gli effetti.

Bartolomeo I: l'umanità interrompa il geocidio e apra allo sviluppo sostenibile

La collaborazione interreligiosa

Come quinta e ultima relazione, la CTI riflette sul contributo alla cura del Creato offerto da diverse religioni: giudaismo, Islam, induismo, buddismo, confucianesimo, religioni africane e quelle originarie americane e oceaniche. Si evidenziano in particolare gli elementi più comuni: l’interconnessione tra tutto ciò che esiste e il dovere di rispettare tutti gli esseri viventi e la responsabilità dell’uomo. Pertanto, “dal punto di vista della fede cristiana, le porte sono aperte a una collaborazione interreligiosa nel compito comune della custodia rispettosa di tutto il Creato, al servizio del fiorire della vita e della comunione con il Trascendente, che è all’origine ed è il fondamento di ogni vita”.

Responsabilità morale

Nella conclusione del documento, la Commissione riafferma che la questione ecologica è, in ultima istanza, una questione teologica: il modo in cui ci si prende cura del Creato rivela e struttura il rapporto con Dio stesso. Libertà e responsabilità morale restano il fondamento indispensabile di ogni impegno ecologico autentico. Il testo invita quindi a una “svolta ecologica” che sia insieme culturale e spirituale — sul modello di san Francesco d’Assisi — e si chiude su una nota di speranza: la crisi ambientale, per quanto grave, non intacca la fiducia in Dio che fa “nuove tutte le cose". 

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