martedì 27 gennaio 2026

LA MIA OMBRA A DACHAU

 


«Basta una matita 

per salvarsi?

 

Chiedetelo a Nevio finito a Dachau a sedici anni.»


Alessandro D’Avenia

 "Con una matita puoi salvarti la vita. Me lo ha ricordato Nevio Vitelli che, all'età dei miei studenti, fu internato nel campo di concentramento di Dachau. Era il 1944 e ti toglievano tutto. Diventavi una divisa e un numero: qui tu non sei niente e non hai niente, neanche il nome. Sostituirlo con un numero è il modo più rapido di toglierti anche l'anima. Ma ti resta qualcosa quando non hai più neanche il nome? C'è una vita irraggiungibile dal male, indistruttibile dal potere?  

 A questo serve una matita, anche a rischio della vita, a scavare fino a trovare il tuo nome, anche quando per il mondo non sei più nulla. Quel nome ti salva perché come scrive il nobel Canetti nei suoi appunti: «Le lettere del proprio nome hanno una terribile magia, come se il mondo fosse composto di esse», non il mondo visibile ma il mondo che solo tu sei, incontri e fai. Quando scegliamo il nome per qualcuno è per sancire la sua unicità, per questo l'Apocalisse narra che a ciascuno di noi Dio darà «un sassolino bianco, sul quale è scritto un nome nuovo, che nessuno conosce se non chi lo riceve» (12,7), è «scritto nei cieli», dice Cristo, che non significa tra le nuvole, ma in Dio: tu sei voluto da sempre e per sempre. Nevio Vitelli, a diciassette anni, scoprì quel nome, per questo dedico a lui il «giorno della memoria» di domani, perché la memoria è vita che non muore. Grazie a una matita. 

 In realtà era solo un mozzicone di matita, finito nel fango primaverile, forse buttato via da uno dei carcerieri dopo averlo consumato segnando sul suo taccuino il numero di chi doveva morire. Nevio lo nascose in un'asola dell'uniforme, tra il cotone ruvido e la pelle livida: se gliel'avessero trovato l'avrebbero punito fino al sangue. Perché rischiare? Nella notte, alla luce delle stelle che brillavano per chi aveva ancora la forza di guardarle, il diciassettenne scrisse una poesia: “La mia ombra a Dachau”.  

 E perché un ragazzo dovrebbe rischiare la vita per scrivere una poesia? La cosa più inutile nel mondo in cui conta solo l'utile? Perché quando ti viene tolto tutto, solo la verità sopravvive alla violenza. Tu sei necessario al mondo come un punto ben messo, un a capo ben scelto: sei ancora libero se riesci a creare anche all'inferno, tu decidi che cosa ha senso, non i tuoi carnefici. Nevio si aggrappò alla matita come un naufrago all'avanzo di un relitto. E così scoprì il nome che nessuno conosce se non chi lo riceve, proprio nella sua odissea senza speranza: «Mamma, non torno,/ me l’ha detto Iddio./ L’inferno,/ senza sensi d’anima,/ l’ho visto così,/ come tocco il corpo che mi duole;/ né parole,/ mamma, ti so dire,/ perché non so ridire/ il marchio del terrore». Figlio: questo è il suo vero nome. Il nome che si oppone all'inferno sulla Terra. Un inferno indescrivibile a parole, ma a questo serve la poesia: a cercarle.  

 Già Omero aveva immaginato che Ulisse si fosse spinto ai margini del mondo, nell'aldilà, per conoscere il suo destino e avesse incontrato proprio la madre, morta durante la sua assenza. Aveva tentato di abbracciarla ma lei era solo un'ombra: “O figlio mio, questa è la sorte degli uomini, quando si perde la vita: la carne, le ossa, non sono più rette dai nervi, la violenza del fuoco ardente le annienta appena lo spirito lascia le bianche ossa” (Od. XI).  

 Le parti sono invertite, ma di fronte alla morte è sempre alla madre che si parla, lo fa anche Cristo. E lo fa Nevio che, benché si senta già un'ombra, sa che la madre lo può vedere e sentire, perché la vita, non quella in balia dei carnefici, appartiene a un'altra fisica, in cui le persone non sono mai separate: «Io penso che tu senti/ oltre il filo pungente e velenoso/ di queste baracche,/ e penso che mi vedi/ con la testa senza peli/ e la cornice fosca/ delle occhiaie nere,/ insanguinato e sporco/ e il cuore al tocco/ d’una campana a morto».  

 Il figlio chiede come un Cristo in croce:

«Che cosa ho fatto, mamma?/ Tu lo sai? Dimmelo/ e baciami nel sonno,/ appena lievemente,/ che non mi venga in mente/ di ricambiarti il bacio/ come quando tu piangevi/ di me, il ragazzaccio./ Non voglio spenti i tuoi occhi,/ mamma, mi capisci?/ Quando la sera, il tuo nome/ canto singhiozzando/ inconcludente e vano/ il gioco del mio labbro/ si schiude: tu non rispondi»

La madre deve vegliare su di lui, che resiste ripetendo il nome di lei come una preghiera. «È l’ora della sera/ ed i pensieri del giorno/ non tornano più/ come i primi giorni d’ormeggio/ a ridestarmi./ È l’ora della sera/ Ed i pensieri sono di domani.// Dachau!», a togliere il sonno non è il passato, ma il domani: Dachau. Nome senza speranza.  

 Ma il nome della madre è più forte, fa il miracolo, fa un altro mondo, e una luce s'accende nella notte oscura dello spirito, quella in cui solitudine e salvezza coincidono perché la solitudine è l'esperienza di non appartenere del tutto a questo mondo, ma a un altro più sottile, vero, eterno: 

«Ora, soltanto ora,/ sento una musica che irrora/ l’aria di palpiti di stelle,/ ma forse no, son palpiti di cuori/ e di sangue,/ di sangue che guizza nelle vene/ dei viventi ricoprendoli di polvere di sole».  

Proprio nell'ora più buia s'ode la musica di cuori che palpitano come stelle, il loro sangue scorre invincibile, riempiendo tutto di luce. Ecco la vita dello spirito, la vita che nessuno può toglierci, la vita di Dio in noi, dove ciascuno è se stesso senza essere separato dagli altri, per questo i martiri muoiono perdonando i loro assassini. E Nevio si salva, arriva la liberazione, le ombre tornano nella carne. Una matita lo ha salvato, perché può resistere alla disperazione solo chi spera, e scrivere una poesia è sperare che la vita abbia un senso anche all'inferno. 

Tre anni dopo, nel 1948, purtroppo Nevio muore, ventenne, per le conseguenze fisiche dei due anni di prigionia, ma la sua poesia si salva grazie a un altro prigioniero, Mirco Giuseppe Camia, che la conserva per 40 anni e nel 1985 la consegna, insieme ai suoi versi, a Dorothea Heiser, ricercatrice di Dachau, ispirandole il progetto di un'antologia di poesie scritte dai sopravvissuti di quel campo.  

 Nel 1997, dopo 12 anni di faticoso lavoro di ricerca, esce un libro di 61 testi e 10 lingue, che porta il titolo di quella scritta da un diciassettenne con un mozzicone di matita. Dico ai miei ragazzi che Nevio è vivo perché aveva una matita. Con una matita ci si salva l'anima, si vince il male, si scava fino a trovare la fonte della vita.

 Alzogliocchiversoilcielo

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IL DOVERE DELLA MEMORIA

 


La Shoah e il dovere della Memoria


“Quel che è accaduto non può essere cancellato, ma si può impedire che accada di nuovo” 



-         di Pasquale Hamel 

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Il Novecento è stato il secolo che, grazie alle scoperte scientifiche e alle relative applicazioni tecniche, ha dato una fantastica accelerazione al progresso umano. Eppure è stato anche il secolo delle grandi tragedie, di orrori tali da seppellire ogni ottimismo sull’idea di un’innata bontà umana.

La Shoah, lo sterminio del popolo ebraico in Europa da parte del regime nazionalsocialista, è la più emblematica di queste tragedie. Ma, per la portata storica, emotiva e culturale, che ha tratti assolutamente epocali, si configura per la sua unicità. Essa è infatti una ferita profonda e inguaribile nel cuore stesso dell’identità europea.

Nessuno prima di allora avrebbe potuto immaginare che, nel cuore dell’“Europa civile” a metà del XX secolo, potesse accadere una tragedia simile.

E cioè che milioni di uomini, sol perché considerati dai tratti specifici della cultura d’origine, potessero essere portati al macello fra immani sofferenze.

Ma c’è di più. La peggiore delle condanne non fu la morte ma l’annientamento, programmatico e sistematico, di un intero popolo. Fu l’umiliazione, la perdita dei diritti della dignità umana attraverso leggi immonde. E tutto ciò nell’indifferenza di quanti, intellettuali in primo luogo, fino a pochi anni prima vivevano, lavoravano, condividevano gioie e dolori con le stesse persone che poi hanno condannato col loro silenzio.
Milioni di tedeschi, e non solo loro, visto che tale atteggiamento fu proprio di altri popoli europei italiani compresi, distolsero lo sguardo davanti agli incendi delle sinagoghe, al boicottaggio dei negozi di ebrei e alle leggi che una dopo l’altra rendevano impossibile la vita degli ebrei all’interno della società in cui fino ad allora avevano vissuto.

Proprio questa indifferenza, esemplificata nei versi del pastore Niemoller, erroneamente attribuiti a Brecht, costituisce il più rilevante scandalo di quella orrenda vicenda.

Per questo motivo oggi abbiamo il dovere della memoria, il dovere di fare memoria, affinché drammi simili non abbiano a ripetersi. L’antisemitismo è, infatti, ancora vivo e come un cancro devastante s’insinua anche nei corpi sani.

“Quel che è accaduto non può essere cancellato, ma si può impedire che accada di nuovo” questo è l’ammonimento che ci ha lasciato Anna Frank – una delle vittime più tragicamente note di quella “irrazionale” “follia” – che oggi, come domani, come sempre, dobbiamo far nostro.

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domenica 25 gennaio 2026

IL SIGNORE CI PARLA

 


DOMENICA III

 DEL TEMPO

 ORDINARIO


– 25 Gennaio 2026 


Domenica della Parola

 

 Is 8,23b-9,3; Sal 26 (27); 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23


  Commento di M. Augé B. 

Il simbolismo della luce, che abbiamo già trovato nella domenica precedente nonché nella liturgia natalizia e ritroveremo in quella pasquale, esprime, nella Bibbia, la realtà della salvezza donata dal Signore per mezzo di Cristo. San Matteo, nel brano evangelico d’oggi, racconta gli inizi del ministero pubblico di Gesù che comincia dalla Galilea, dopo l’arresto di Giovanni. Gesù sceglie come punto di partenza della sua predicazione una regione religiosamente sottosviluppata, dove la religione d’Israele era a stretto contatto col paganesimo. Nel secolo VIII a. C. gli abitanti di Galilea erano stati deportati in esilio, “immersi nelle tenebre della schiavitù”. Ricordiamo che uno degli argomenti che verranno portati contro la messianicità di Gesù è appunto questo: “Il Cristo viene forse dalla Galilea?” (Gv 7,41). In questa scelta fatta da Gesù per iniziare l’annuncio del Regno di Dio e l’invito alla conversione, l’evangelista Matteo vede il compimento delle parole del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “...il popolo che cammina nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. La Galilea, terra di tenebra da dove la predicazione di Gesù inizia a irradiarsi come luce, è il simbolo del buio che avvolge la vita dell’uomo che non è stato illuminato dalla luce del Vangelo di Gesù.

 La lieta novella che Gesù reca all’uomo è un messaggio di liberazione morale e fisica, perché rinnova l’uomo. Gesù predica il vangelo del Regno e guarisce ogni malattia e infermità mettendo l’uomo in grado di individuare e percorrere la strada che lo può realizzare, che è capace di dare senso alla propria vita, come i fratelli Simone e Andrea e Giacomo e Giovanni che, lasciata ogni cosa, seguono Gesù e trovano in lui il senso della loro esistenza. San Matteo sottolinea che i primi discepoli sono fratelli nel sangue per indicare l’effetto della conversione che conduce oltre, verso la fraternità in Cristo, la sola capace di non divenire mai esclusiva, ma comprensiva di ogni uomo. Convertirsi al Regno di Dio significa quindi scoprire anche i profondi rapporti che ci uniscono gli uni gli altri. Fare di Cristo il centro della vita vuol dire spezzare ogni barriera e ogni divisione. Perciò nella comunità di coloro che sono stati illuminati dal Vangelo di Gesù non hanno senso le discordie, le divisioni. È quanto ricorda san Paolo nella seconda lettura quando esorta i fratelli della comunità di Corinto ad essere “in perfetta unione di pensiero e di sentire”. Se Cristo non può essere diviso, nemmeno la comunità di Cristo, che è vero “corpo di Cristo”, può essere divisa. Le divisioni nella Chiesa sono lacerazioni di Cristo.

 Riassumendo, possiamo affermare che negli inizi della sua predicazione Gesù annuncia la liberazione dall’oppressione in cui si trovano gli uomini che vivono nelle tenebre e nella schiavitù del peccato, perché essi, “illuminati” dalla luce che è Cristo, possano ritrovare il senso della loro esistenza nella comunione e solidarietà reciproca. Questo messaggio trova una sua realizzazione vera e paradigmatica nella partecipazione all’eucaristia, in cui per opera dello Spirito “diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito” (preghiera eucaristica III).

Pubblicato da M. Augé B. 

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APPRENDERE FACENDO

 


Apprendere facendo 

e pensando: 

dal cooperative learning 

al problem based learning. 

Il ruolo del docente


Di Bruno Lorenzo Castrovinci

 

Parlare di metodologie attive, in un contesto educativo istituzionale e accademico, significa assumere una posizione culturale esplicita rispetto al significato dell’educazione e al ruolo che la scuola è chiamata a svolgere nella formazione dell’individuo e della collettività. Non si tratta semplicemente di individuare strategie didattiche più efficaci, ma di interrogarsi sul modello di uomo e di cittadino che l’educazione contribuisce a costruire, sul rapporto che il soggetto instaura con il sapere e sulla funzione emancipativa del processo educativo.

La scuola contemporanea opera in una fase storica caratterizzata da una profonda ambivalenza, in cui l’accesso immediato e potenzialmente illimitato alle informazioni non si traduce automaticamente in comprensione, orientamento e capacità critica. Al contrario, l’eccesso informativo rischia di produrre frammentazione del pensiero, superficialità cognitiva e una progressiva perdita di senso, che si riflette in atteggiamenti di passività, disaffezione e distanza emotiva rispetto all’apprendimento.

Le metodologie attive si inseriscono in questo scenario come risposta pedagogica strutturata, proponendo una concezione dell’apprendimento che restituisce centralità all’esperienza, alla riflessione e alla relazione. Esse assumono la mente non come un contenitore da riempire, ma come un processo dinamico, che costruisce significati attraverso l’interazione con il mondo e con gli altri, chiedendo alla scuola di tornare a essere un luogo di formazione del pensiero, della coscienza critica e della responsabilità.

Una scuola che si muove insieme agli studenti

Una scuola che sceglie di adottare metodologie attive accetta di superare una visione istruzionistica e trasmissiva dell’insegnamento, fondata sulla linearità dei programmi e sull’uniformità dei percorsi, per aprirsi a una progettazione educativa più complessa, capace di tenere conto della pluralità dei soggetti e dei diversi modi di apprendere.

In questa prospettiva, il curricolo non è più concepito come una sequenza rigida di contenuti da svolgere, ma come una trama intenzionale di esperienze che accompagnano lo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale degli studenti. L’apprendimento viene interpretato come un processo di costruzione progressiva del sapere, che procede per riorganizzazioni, rielaborazioni e approfondimenti successivi.

Muoversi insieme agli studenti significa anche riconoscere il valore formativo dell’errore e dell’incertezza, considerandoli non come segni di fallimento, ma come passaggi epistemologicamente necessari. La scuola diventa così uno spazio di accompagnamento e di fiducia, in cui l’attenzione si sposta dalla prestazione immediata alla qualità del percorso e in cui la relazione educativa si fonda sulla corresponsabilità e sull’autorevolezza dialogica.

Apprendere facendo e pensando

Il principio dell’apprendere facendo costituisce uno dei pilastri teorici delle metodologie attive e si fonda sull’idea che la conoscenza non possa essere separata dall’esperienza concreta. È attraverso l’azione che il sapere acquista consistenza, diventa interrogabile e si radica in modo più stabile nei processi cognitivi.

Tuttavia, l’azione in sé non garantisce automaticamente apprendimento, poiché rischierebbe di rimanere a un livello meramente esecutivo se non fosse accompagnata da un’attività riflessiva consapevole. Le metodologie attive strutturano quindi contesti in cui l’esperienza è costantemente analizzata, discussa e rielaborata, consentendo allo studente di trasformare il fare in conoscenza consapevole.

In questo intreccio tra azione e riflessione, lo studente sviluppa progressivamente competenze metacognitive, imparando a riconoscere le strategie utilizzate, a valutarne l’efficacia e a modificarle quando necessario. Il fare orientato dal pensiero e il pensare radicato nell’esperienza danno origine a un circolo virtuoso che sostiene l’autonomia, la capacità di trasferimento delle competenze e l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita.

La dimensione sociale dell’apprendimento

Dal punto di vista pedagogico e psicologico, l’apprendimento si configura come un processo intrinsecamente sociale, che prende forma all’interno di contesti relazionali e culturali condivisi. La conoscenza non nasce in isolamento, ma si sviluppa attraverso il confronto, il linguaggio e la negoziazione dei significati.

Le metodologie attive assumono pienamente questa dimensione, promuovendo ambienti di apprendimento cooperativi in cui il dialogo diventa strumento privilegiato di costruzione del pensiero. Il confronto tra punti di vista differenti favorisce la decentratura cognitiva, stimola il pensiero critico e contribuisce alla formazione di soggetti capaci di riconoscere la complessità della realtà.

In questo contesto, l’errore perde la sua connotazione sanzionatoria e individuale e diventa occasione di riflessione collettiva e di crescita condivisa. L’apprendimento si trasforma così in un’esperienza comunitaria, in cui il successo non è misurato in termini competitivi, ma nella capacità del gruppo di costruire conoscenze significative e durature.

Motivazione, emozione e senso

Ogni apprendimento autentico è sostenuto da una dimensione motivazionale ed emotiva che ne costituisce il fondamento profondo. Senza coinvolgimento, senza riconoscimento del senso di ciò che si apprende, il sapere rimane fragile, superficiale e facilmente dimenticabile.

Le metodologie attive riconoscono il ruolo centrale delle emozioni nei processi cognitivi, poiché esse orientano l’attenzione, influenzano la memoria e sostengono l’impegno nel tempo. Quando lo studente percepisce il valore dell’esperienza di apprendimento e ne riconosce la rilevanza per la propria vita, lo studio cessa di essere un atto imposto e diventa un’esperienza intenzionale e partecipata.

In questo quadro, la motivazione non è considerata un prerequisito da pretendere, ma un esito da costruire attraverso contesti significativi, compiti autentici e relazioni educative di qualità. Il senso dell’apprendere diventa così una componente strutturale del percorso formativo, capace di sostenere la crescita personale e il desiderio di conoscenza.

Le principali metodologie attive

Nel panorama pedagogico contemporaneo, le metodologie attive si declinano in una pluralità di approcci che condividono la centralità dello studente e dell’esperienza di apprendimento. Tra queste si colloca l’apprendimento cooperativo, che valorizza il lavoro di gruppo strutturato come spazio di costruzione condivisa del sapere e di sviluppo delle competenze sociali.

Accanto ad esso trova spazio il problem based learning, che pone gli studenti di fronte a problemi complessi e autentici, stimolando il pensiero critico e la capacità di ricerca. Un ruolo significativo è svolto anche dal project based learning, in cui l’apprendimento si sviluppa attraverso la realizzazione di progetti articolati, capaci di integrare conoscenze disciplinari e competenze trasversali. La flipped classroom ribalta la tradizionale organizzazione del tempo scuola, favorendo un uso più attivo e riflessivo delle ore in classe.

A questi approcci si affiancano il debate, che educa all’argomentazione e al confronto razionale, il learning by doing, che affonda le sue radici nell’esperienza operativa, e le pratiche di service learning, che intrecciano apprendimento e impegno civico. Pur nella loro diversità, queste metodologie condividono una visione dell’apprendimento come processo attivo, significativo e profondamente connesso alla realtà.

Il ruolo del docente come guida riflessiva

All’interno di una didattica orientata alle metodologie attive, il docente assume il ruolo di guida riflessiva e di mediatore culturale, chiamato a progettare ambienti di apprendimento intenzionali e coerenti con una visione educativa complessa.

Questa postura professionale richiede una solida competenza pedagogica, una profonda conoscenza dei processi di apprendimento e una costante capacità di riflessione sulla propria pratica. L’insegnante osserva, interpreta e interviene in modo mirato, sostenendo gli studenti senza sostituirsi a loro e promuovendo l’autonomia cognitiva.

Guidare senza dirigere, accompagnare senza controllare, significa accettare l’imprevisto come parte integrante dell’esperienza educativa e riconoscere l’insegnamento come un processo di apprendimento continuo anche per l’adulto. In questo senso, il ruolo del docente si configura come una responsabilità etica oltre che professionale.

Conclusioni

Le metodologie attive non rappresentano una semplice innovazione didattica, ma esprimono una visione pedagogica che interroga in profondità il significato dell’educare e il compito istituzionale della scuola.

Esse chiedono alla scuola di scegliere se limitarsi a istruire o assumere pienamente la responsabilità di formare il pensiero, la coscienza critica e la capacità di affrontare la complessità del presente. In un tempo che tende alla semplificazione e alla velocità, le metodologie attive restituiscono valore alla lentezza del comprendere, alla profondità dell’esperienza e alla centralità della relazione educativa.

Educare menti attive significa formare soggetti capaci di pensare, di interrogare il reale e di assumere responsabilmente il proprio ruolo nella società. In questa prospettiva, la scuola si configura non soltanto come luogo di apprendimento, ma come spazio etico e culturale in cui si costruisce, giorno dopo giorno, la possibilità di un futuro consapevole.

 

Orrizzonte Scuola

VOCI E VOLTI UMANI

 


Educazione 

e informazione

 

al tempo 

della IA.


 Papa Leone XIV ci ricorda di custodire voci e volti umani

 

Di  Aluisi Tosolini

 

E’ stato pubblicato il 24 gennaio, giorno in cui la Chiesa celebra san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, il messaggio di Papa Leone XIV per la LX giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

Messaggio breve ma intensissimo (lo si può integralmente leggere qui) che parte dai volti e dalle voci degli umani, definiti “tratti unici, distintivi, di ogni persona che manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro”: il prósōpon greco, ovvero “ciò che sta di fronte allo sguardo”, e il per-sonare latino che identifica la persona con la sua infondibile voce.

Ognuno di noi, dice il papa, è chiamato a custodire il volto dell’altro (e risuonano qui le parole del filosofo Levinas) e la pienezza della relazione con l’altro e l’alterità.

L’intelligenza artificiale: una sfida antropologica

Ma questa custodia rischia di venire meno con la tecnologia digitale che “modifica radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane”.

SI tratta però di una sfida non “tecnologica, ma antropologica”. E qui il messaggio di Leone XIV si fa molto concreto, tecnico, preciso. Si citano gli algoritmi dei social media che premiano l’immediatezza delle emozioni rapide che rifiutano la necessaria comprensione e riflessione. Si accenna al rischio delle bolle di facile consenso e indignazione che “indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale”.

Non rinunciare al proprio pensiero: l’IA non è un oracolo

Un ulteriore rischio è quello di fare “affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come “amica” onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, “oracolo” di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica.”

Ciò che viene messo in crisi è lo stesso processo creativo e la correlata industria creativa che rischia di essere sostituita da prodotti “con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore”.

I chatbot e le relazioni simulate

Le parole di Leone XIV sono dense, tecniche, precise.  Le riporto integralmente,

Mentre scorriamo i nostri flussi di informazioni (feed), diventa così sempre più difficile capire se stiamo interagendo con altri esseri umani o con dei “bot” o dei “virtual influencers”.  Gli interventi non trasparenti di questi agenti automatizzati influenzano i dibattiti pubblici e le scelte delle persone. Soprattutto i chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione. Questa antropomorfizzazione, che può risultare persino divertente, è allo stesso tempo ingannevole, soprattutto per le persone più vulnerabili. Perché i chatbot resi eccessivamente “affettuosi”, oltre che sempre presenti e disponibili, possono diventare architetti nascosti dei nostri stati emotivi e in questo modo invadere e occupare la sfera dell’intimità delle persone”. Ma in un mondo fatto di specchi digitali rischiamo di non incontrare mai davvero l’altro. E “senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia”.

A questo si aggiungano i bias che l’IA replica trasmettendo una percezione alterata della realtà. La mancata accuratezza dei sistemi IA porta poi a spacciare la probabilità statistica per verità. La crisi del giornalismo sul campo e del costante lavoro di raccolta e verifica delle fonti “può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza” dove è “sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione”.

Responsabilità, cooperazione e educazione.

Che fare allora? Come contrastare lo strapotere di pochissime aziende che si arrogano persino il diritto di riscrivere la storia umana?

La sfida – scrive papa Leone XIV – non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati”. Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre  pilastri: responsabilità, cooperazione, educazione,

La responsabilità implica che ai diversi livelli (internazionale e nazionale, politico, tecnologico, tecnico, economico…) si proceda davvero ad una regolamentazione chiara e cogente. Ad esempio, scrive il papa, “i contenuti generati o manipolati dall’IA vanno segnalati e distinti in modo chiaro dai contenuti creati dalle persone. Va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuto. L’informazione è un bene pubblico. Un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su uno standard elevato di qualità”.

Tutti siamo poi chiamati a cooperare nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile creando meccanismi di salvaguardia e di governance dell’IA.

Il compito dell’educazione: verso una nuova alfabetizzazione

Dobbiamo aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente” e proprio per questo “è sempre più urgente introdurre nei sistemi educativi di ogni livello anche l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA”. Si tratta di dar corso ad una nuova alfabetizzazione che non deve toccare solo le giovani generazioni ma anche gli anziani e quanti sono emarginati dalla società e per questo posti fuori dal flusso dell’innovazione.

E qui papa Leone riprende un esempio che molti studiosi dei sistemi educativi stanno utilizzando in questi anni: “come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA”.

Si capisce ancora meglio, allora, perché il cardinale Robert Francis Prevost abbia scelto il nome Leone XIV, richiamando così esplicitamente Leone XIII, Vincenzo Gioacchino Pecci che fu papa per 25 anni dal 1878 al 1903. Leone XIII passa infatti alla storia come la figura che ha compreso la necessità di un dialogo con la modernità, non per accettarne acriticamente gli sviluppi, ma per orientarla secondo i principi del Vangelo. Comprese che la Chiesa non poteva più rimanere spettatrice silenziosa dei cambiamenti messi in atto dalla rivoluzione industriale. L’enciclica Rerum Novarum (“Sulle cose nuove”) del 1891, fu un documento rivoluzionario per l’epoca ed è considerato il fondamento della Dottrina Sociale della Chiesa cattolica. Per la prima volta, un papa prendeva posizione pubblica sulle condizioni della classe operaia e sull’ingiustizia sociale generata dal capitalismo sfrenato e dall’assenza di tutela per i lavoratori.

Oggi con l’IA stiamo entrando in un nuovo ed inedito mondo. Ed è per questo nuovo mondo che Papa Leone XIV sta stilando i paragrafi di una nuova, altrettanto inedita e sempre più necessaria, Rerum Novarum.

 Tecnica della Scuola

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sabato 24 gennaio 2026

EDUCAZIONE COME DIRITTO UMANO

 


Il ruolo dei maestri cattolici 

secondo Esther Flocco

 

Dal contrasto alla povertà educativa alla formazione di cittadini consapevoli: la scuola come luogo di relazioni, valori e futuro

 

DiLorenzo Cipolla

 

L’educazione è un diritto umano. Lo prevede la Dichiarazione universale dei diritti umani all’articolo 26, che “non parla di istruzione come semplice trasmissione di conoscenze, ma di sviluppo pieno della persona umana”, dice a Interris.it la presidente nazionale dell’Associazione italiana maestri cattolici (Aimc) Esther Flocco, intervistata in occasione della Giornata mondiale dell’educazione. “Educare significa aiutare ciascuno a diventare sé stesso, in relazione con gli altri, con il limite, con la libertà”.

L’intervista

Presidente, l’educazione è un fondamento di una società equa, giusta e accogliente?

“Sì e ne è anche la coscienza. Una società che investe davvero nell’educazione non ha paura della diversità, perché ha strumenti per comprenderla e sa generare legami. L’educazione è il luogo dove si impara che i diritti sono responsabilità reciproche, dove nasce il rispetto delle libertà fondamentali quale riconoscimento dell’altro, dove la tolleranza diventa capacità amicizia civile. Da Presidente nazionale dell’Aimc sono convinta non esista una società giusta senza maestri e maestre riconosciuti come costruttori di futuro. Perché ogni aula è un laboratorio di democrazia, ogni bambino accolto è una promessa mantenuta. Una società che sceglie l’educazione consapevolmente sceglie di restare umana”.

Come si adatta l’educazione ai tempi che cambiano?

“L’educazione cambia forma, ma non la vocazione: rendere l’umano all’altezza del tempo che vive. Viviamo in un’epoca rapidissima e il rischio è pensare che educare significhi aggiornarsi continuamente, ma l’educazione autentica distingue ciò che passa da ciò che resta. Le tecnologie cambiano ma il bisogno di senso, il desiderio di essere visti, ascoltati, riconosciuti rimane intatto. Dobbiamo avere il coraggio di dire, anche istituzionalmente, che non tutto ciò che è nuovo è educativo, e non tutto ciò che è educativo è immediatamente utile o produttivo. Educazione oggi è educare al limite, formare coscienze critiche, dare strumenti per abitare l’incertezza senza paura. Come Aimc crediamo che i maestri e le maestre siano ponti tra generazioni: radicati in valori profondi, capaci di leggere il presente e di aprire orizzonti di futuro”.

In Italia oltre un milione di minori soffre vive in condizione di povertà educativa, cosa può fare il mondo della scuola?

“La povertà educativa è una delle forme più gravi di ingiustizia contemporanea, una ferita aperta nella coscienza del Paese, perché ipoteca il loro futuro. La scuola può fare moltissimo e già lo fa, spesso in silenzio. È il primo presidio di equità, il luogo in cui le disuguaglianze possono essere riconosciute, nominate e almeno in parte, contrastate. Ma dobbiamo dire con chiarezza che da sola non basta, il contrasto alla povertà educativa è una responsabilità collettiva”.

Cosa serve?

“La povertà educativa nasce dove mancano opportunità culturali, spazi di relazione, tempo di qualità, sostegno alle famiglie. Per questo servono alleanze educative vere, politiche pubbliche lungimiranti, servizi sociali integrati, enti locali presenti, un Terzo settore competente, comunità educanti corresponsabili. La scuola è il cuore e ha bisogno di un corpo per vivere. Il contrasto alla povertà educativa misura la qualità democratica di un Paese: lasciare indietro i propri bambini lo rende più povero, meno giusto, meno libero, con meno futuro. Serve investire in cultura, in relazioni, in fiducia”.

Come ricostruire e rinsaldare il patto educativo che Papa Francesco nel 2018 in udienza all’Aimc definì rotto, in crisi?

“Francesco colse una frattura profonda tra istituzioni e famiglie, tra scuola e società, che nasce da solitudini che non si parlano più. Il patto educativo si ricostruisce condividendo una responsabilità, perché l’educazione è relazione. Servono tre scelte chiare. Rimettere al centro i bambini e i ragazzi quali portatori di domande e accettare che l’educazione sia un cammino fatto di tentativi e ripartenze. Riconoscere i reciproci ruoli, la scuola non può sostituirsi alla famiglia, la famiglia non può delegare tutto alla scuola, le istituzioni non possono limitarsi a normare. Infine, ricostruire comunità educanti con una visione comune, in cui si condividono linguaggi e obiettivi e si progetta insieme”.

Cosa vi è rimasto di quell’incontro con il Pontefice?

“Abbiamo ricevuto il mandato di essere ponte, custodire una pedagogia ispirata al Vangelo che accompagna, che tiene insieme autorevolezza e tenerezza, regole e cura”.

L’educazione è relazione?

“Sì, e la scuola è, o dovrebbe essere, il primo luogo in cui un bambino fa esperienza di una relazione giusta, quella docente-alunno. Asimmetrica ma non fredda, è il luogo in cui l’autorità si conquista attraverso la coerenza, l’ascolto, la presenza. Il sapere prende corpo nello spazio umano che si crea tra loro. La relazione educativa ricorda che l’errore non è una colpa ma una tappa, e che prima di essere valutati, i bambini devono essere riconosciuti. Un bambino impara davvero quando sente che qualcuno crede in lui, prima che nei suoi risultati. Se custodiamo la relazione salviamo il senso stesso della scuola”.

E’ educazione anche imparare la relazione con l’Altro da sé?

“Sì, perché ci costringe a riconoscere che il mondo non coincide con il nostro punto di vista, che la verità non si possiede ma si cerca, che l’identità si rafforza nel confronto. Significa imparare a stare davanti all’Altro senza paura, insegnando anche ad attraversare il conflitto. La relazione con l’Altro non è sempre comoda né immediata, ma richiede ascolto, pazienza, capacità di argomentare senza umiliare, di dissentire senza disumanizzare. L’Altro non è un problema da gestire, ma un’occasione di crescita in un esercizio quotidiano di convivenza – così si impara la cittadinanza democratica. Educare alla relazione con l’Altro significa, in definitiva, educare alla pace”.

Legalità, ambiente, inclusione, nuove tecnologie: come educare in questi ambiti?

“Senza affrontarli a compartimenti stagni o ridurli a progetti episodici, perché i bambini non imparano quello che diciamo, ma da ciò che siamo e ciò che facciamo insieme a loro. Un bambino impara la legalità quando vede che le regole valgono per tutti e che la scuola è un luogo affidabile, coerente. L’ambiente è lo spazio che abitiamo insieme dove ‘tutto è connesso’, come ha detto papa Francesco, per cui l’educazione ambientale non è parlare solo di la sostenibilità, ma insegnare la cura dei luoghi, delle cose e delle persone, e il senso del limite, la responsabilità, la sobrietà. L’inclusione deve essere un criterio con cui guardare la realtà: una scuola inclusiva riconosce la differenza come un valore, non riduce nessuno alla propria fragilità, si adatta alle persone invece di chiedere di adattarsi a un unico modello. La sfida tecnologica è una delle più delicate, significa insegnare che le nuove tecnologie non sono strumenti neutri e che la vera competenza è il pensiero critico, cioè sapere scegliere come e perché usarle. Come Aimc crediamo che l’educazione del futuro non sarà più ricca di contenuti, ma più profonda di senso”.

Qual è il vostro contributo all’educazione?

“E’ prima di tutto il gesto di tendere la mano, di non lasciare nessuno indietro, di costruire ponti là dove altri vedono solo distanze. L’Aimc è nata da un’intuizione profonda di Maria Badaloni, che comprese che educare non significa solo insegnare, ma prendersi cura. Il nostro contributo è nel modo in cui abitiamo la scuola: con uno sguardo che accoglie, una parola che orienta, con una presenza che rassicura. Essere maestri cattolici oggi significa credere che ogni bambino sia amato prima ancora di essere valutato, che ogni fragilità sia una possibilità di incontro, che ogni classe sia un piccolo mondo in cui si può imparare a vivere insieme, che si educa con il cuore, il pensiero, la competenza e la compassione”.

 

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