alle prese con il
paradosso evangelico
Riflessione di don
Massimo Naro sulla
liturgia della Parola nella XXII domenica del tempo ordinario (anno A)
Ger 20,7-9; Sal 62/63; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27
Dopo l’elogio, il
rimprovero. Potremmo restare sconcertati da questa apparente incoerenza
comportamentale nei confronti di Pietro da parte di Gesù. Il cui contegno
sembra, nell’odierna pagina evangelica, troppo umorale ed estremamente
volubile, se paragonato a quello descritto nella pagina evangelica di domenica
scorsa.
In quella scena,
immediatamente precedente a quella illustrata oggi, Gesù aveva lodato Pietro
perché, nel profondo della sua coscienza credente, s’era lasciato ispirare da
Dio nel dare la giusta risposta all’interrogativo del Maestro di Nazareth: «Ma
voi, chi dite che io sia?». Pietro, difatti, gli aveva risposto: «Tu sei il
Cristo, il Figlio del Dio Vivente». Possiamo immaginare il trasporto iniziale
dell’apostolo nel proferire il titolo messianico per eccellenza: «Tu sei il
Cristo», in esso riecheggiando le convinzioni e le speranze di tanti israeliti
di quell’epoca, la loro attesa di un condottiero che guidasse finalmente il
popolo eletto alla riscossa contro i suoi nemici.
Possiamo immaginare il
disappunto affiorato nello sguardo di Gesù, che una tale idea messianica non
condivideva e non aspirava a impersonare, essendo egli venuto piuttosto non per
comandare ma per servire, non per uccidere ma per offrire la propria vita, non
per primeggiare alla maniera dei re e dei principi di questo mondo bensì per
essere l’ultimo e il più piccolo. Giacché questa è, in verità, la logica di
Dio: nel suo Regno, quello che indichiamo con la metafora del Cielo, la scala
valoriale terrena si capovolge, cosicché gli ultimi diventano i primi e i più
piccoli risultano i più grandi. Non per niente Gesù, nel brano matteano di
domenica scorsa, ordina ai discepoli di non andare in giro a dire che egli è il
Cristo, se del suo messianismo anche loro devono rischiare di propagandare
un’erronea concezione politica e militare. Per questo – possiamo continuare a
immaginare, assecondando il metodo degli esercizi spirituali insegnato da
Ignazio di Loyola – il povero Pietro aveva corretto in estemporanea il tono della
sua risposta, aggiungendo che Gesù è pure «il Figlio del Vivente», per dire che
quel suo messianismo dovrà rivelarsi coerente con la chiaroveggente e
lungimirante volontà di Dio Padre suo, più che a qualsivoglia umana attesa
contingente. Un’autocorrezione che Gesù apprezza, intuendo che è giustappunto
suggerita a Pietro proprio da Dio.
Ora, invece, nel
prosieguo di quello stesso episodio accaduto presso Cesarea di Filippo, e
perciò presumibilmente solo dopo pochi minuti dall’averlo elogiato, Gesù
rivolge a Pietro parole durissime: «Va’ dietro a me. Satana! Tu mi sei di
scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Come a dirgli:
è meglio se continui a lasciarti ispirare da Dio, perché appena cominci a
pensare a prescindere da quella santa ispirazione, torni a sbagliare,
interpretando di nuovo il mio messianismo in termini errati, secondo logiche
soltanto umane, troppo umane. E, così, invece di essermi di aiuto nella
missione messianica, ti dimostri d’intralcio (questo significa la frase
idiomatica: «mi sei di scandalo»). Perciò, dopo averti posto come fondamento
della mia Chiesa (come fondamento, non come primo), ti avverto anche di non
fare passi più lunghi della tua gamba e di mantenerti nell’atteggiamento del
discepolo, cioè di chi segue il suo Maestro senza presumere di poterselo
lasciare alle spalle (questo vuol dire la frase idiomatica: «va’ dietro a me»).
Pietro avrà avuto la
sensazione di chi ai nostri giorni viene spinto controvoglia a farsi un giro
sulle montagne russe, ora su ora giù all’improvviso, con lo stomaco in
subbuglio. Il brusco cambiamento di Gesù, tuttavia, è ben motivato: il suo
rimprovero è la riprova del fatto che Pietro e gli altri apostoli continuavano
a fraintendere il senso autentico del messianismo di Gesù. Il quale, a sua
volta, insiste a dir loro che, per essere suoi veri discepoli, devono seguire
le sue orme, devono accompagnarlo nel suo percorso pasquale verso l’offerta di
sé: «Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme
e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi,
e venire ucciso e risorgere il terzo giorno». E quando proprio Pietro, cioè
colui che ormai era stato vocato a rappresentare l’intera comunità radunata
attorno a Gesù, forse proprio in quanto ringalluzzito da quella straordinaria
chiamata, palesa la sua incapacità di capire come stanno davvero le cose («Dio non
voglia, Signore; questo non ti accadrà mai»), il Maestro lo ammonisce
aspramente: Pietro non deve azzardarsi a sentenziare ciò che Dio dovrebbe
volere o non volere.
Ma il monito rivolto a
uno vale per tutti: «Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuole venire
dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”». Ogni
discepolo, per essere tale, allora come oggi, deve immedesimarsi in Gesù, condividere
la sua missione per come egli la riceve dalla volontà del Padre, nei termini in
cui egli la intende e la vive, in vista del servizio verso tutti e non del
governo sugli altri. Si tratta di un’esperienza radicale, che occorre fare
personalmente. Ne va della nostra vita, anche se – nell’ottica del paradosso
evangelico – viviamo per sempre solo se ci aggreghiamo al Cristo nel suo
passaggio attraverso le strettoie della morte. Vale a dire “giocandoci”
l’esistenza, assieme al Cristo.
Essere suoi discepoli,
infatti, significa configurarci a lui, senza perderci, semmai ritrovandoci.
Senza annullare la nostra identità, piuttosto riscoprendola nei suoi reali
contorni. Confrontandoci con Cristo Gesù, vivendo in lui, con lui, grazie a
lui, veniamo a sapere chi veramente siamo e dobbiamo essere, qual è la nostra
vocazione, a quale compito siamo chiamati.
Nella comunione
spirituale col Cristo recuperiamo la capacità di comprendere e di accettare, al
modo di Gesù, Figlio del Dio Vivente, la volontà del Padre. È quel che Paolo
scriveva nella sua lettera ai Romani, come leggiamo nella seconda lettura di
oggi: «Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri
corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto
spirituale.
Non conformatevi a questo
mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per
poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto».