L’odio
che entra da fessure piccole
. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico.
Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo
Gli “attrezzi” che noi usiamo? Precisione, gentilezza, visione panoramica, senso di comunità e racconto lungo»
Pubblichiamo
un’ampia parte dell’intervento tenuto martedì 5 maggio dal direttore
di Avvenire, Marco Girardo, in occasione dell’audizione presso la
Commissione straordinaria del Senato per il contrasto dei fenomeni di
intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza,
presieduta dalla senatrice Liliana Segre. L’audizione si è tenuta nell’ambito
dell’indagine conoscitiva avviata dalla Commissione sui discorsi d’odio con
particolare attenzione all’impatto del linguaggio pubblico sulla diffusione dei
discorsi d’odio.
Vorrei
partire da una constatazione semplice: i discorsi d’odio non nascono nel vuoto
di parole, nascono nel vuoto di senso. Non compaiono all’improvviso, come un
incidente isolato dentro uno spazio pubblico altrimenti sano. Sono piuttosto il
sintomo, spesso estremo, di un ambiente comunicativo che si è progressivamente
deteriorato. Prima dell’odio dichiarato, c’è quasi sempre una lunga
preparazione: mutano lentamente le parole, si modifica il tono, cambia
anzitutto lo sguardo sull’altro (…). Per questo interrogarsi sull’impatto del
linguaggio pubblico significa andare alla radice: non solo misurare quante
parole d’odio circolano, ma domandarsi quale spazio pubblico le rende
possibili, le premia, le accelera e infine le normalizza.
I
connotati dello spazio pubblico
Questo
spazio pubblico, oggi, ha alcune caratteristiche che vorrei brevemente
richiamare.
La prima è la polarizzazione. Il discorso
pubblico tende sempre più a trasformare ogni questione in uno scontro binario:
di qua o di là, amico o nemico, puro o impuro, traditore o fedele. Il “tifo
calcistico” è diventato la modalità con cui affrontiamo problemi sempre più
complessi. Piace perché semplifica, non costringe a pensare, conferisce
identità “per contrasto”. Ma proprio lì l’odio si prepara: quando l’altro non è
più una persona con cui condivido uno spazio comune, ma il segno di ciò che
temo e respingo.
La
seconda caratteristica è la paura, un materiale comunicativo potentissimo,
perché cattura l’attenzione, crea appartenenza e produce reazione. Ma quando
diventa il registro ordinario del discorso pubblico, la paura restringe lo
sguardo. Non vediamo più persone, storie, cause, responsabilità: vediamo
anzitutto minacce. Il migrante diventa così l’invasore, il povero un fastidio,
il diverso un rischio. La paura semplifica, e l’odio trova terreno fertile
nelle semplificazioni.
La
terza caratteristica è la ridondanza.
Non
siamo mai stati così informati e, insieme, così disorientati. Ci sentiamo
spesso sovraccarichi, “schiacciati”. Ma l’eccesso di informazione non produce
automaticamente conoscenza. Anzi: tende a produrre assuefazione, stordimento,
paralisi. La quarta caratteristica è la post-verità o, meglio, il groviglio nel
quale oggi siamo immersi: disinformazione mirata, clickbaiting, fonti
algoritmiche. L’informazione procede spesso per addizione e accumulo, ma non
sempre genera senso. E “senso” significa anzitutto “direzione”. Dove manca la
direzione, resta il rumore. La quinta caratteristica è il fattore
tempo. Vince il mordi e fuggi. Leggiamo titoli, anteprime, frammenti
d’informazione, guardiamo video di pochi secondi. Ma il linguaggio in una
democrazia ha bisogno di tempo, oltre che di verifica. Quando questo tempo
scompare, resta la reazione. E la reazione, soprattutto negli ambienti
digitali, tende facilmente a trasformarsi in aggressione.
Ad
essersi completamente “snaturato”, dunque, è lo spazio pubblico, prima ancora
del “discorso pubblico”.
Come
ricorda Zygmunt Bauman ( Il silenzio dell’opinione pubblica, dialogo
con Ezio Mauro), nella polis greca tra la casa privata,
l’oikos, e la sfera propriamente pubblica, l’ekklesia, si collocava l’agorà, il
luogo della traduzione. Traduceva gli interessi privati in questioni comuni e,
all’inverso, le questioni pubbliche in doveri e diritti delle persone. Ecco,
oggi il punto è proprio questo: abbiamo moltissime opinioni private esposte in
pubblico, ma fatichiamo ad avere una vera opinione pubblica. Abbiamo molte,
troppe connessioni ma pochi legami. Abbiamo reazioni, non sempre giudizio.
Abbiamo flussi, quasi mai “senso” – come si diceva, nella sua accezione
originaria di “direzione”. Perché ci manca un’agorà.
Ruolo
delle piattaforme: prima e dopo i social
Su
tutto questo pesa il ruolo delle grandi piattaforme. C’è un prima e un dopo i
social. Nati per connettere, in molti casi hanno finito per alimentarsi di
scontro più che di incontro. La giornalista filippina-statunitense Maria Ressa,
premio Nobel per la Pace, ha parlato nel suo intervento in Vaticano, in
occasione del Giubileo della Comunicazione, di «strumenti di ingegneria
comportamentale di massa»: piattaforme che monetizzano indignazione, odio,
divisione, sfruttando le nostre vulnerabilità psicologiche. Barbara Kingsolver (Avvenire, 30
aprile) lo dice con grande chiarezza: quando una società si abitua a pensare
che la forza sia una soluzione ‒ nelle relazioni internazionali, nella
retorica, nella vita quotidiana ‒ prima o poi quella logica entra anche nella
politica. E quando qualcosa diventa pensabile, può diventare praticabile.
Ecco il punto: le parole non causano meccanicamente la violenza. Ma possono
creare le condizioni perché la violenza appaia giustificabile (…).
Ruolo
e responsabilità del giornalismo
Non
credo che i media siano gli unici responsabili del deterioramento del
linguaggio pubblico. Sarebbe ingiusto e troppo comodo dirlo. Ma il giornalismo
ha una responsabilità specifica, perché lavora ogni giorno con la materia
prima della democrazia: le parole, i fatti, il contesto, la gerarchia delle
notizie. Ad Avvenire proviamo a rispondere a questa crisi non
con una predica sul linguaggio, ma con un metodo che cerca di privilegiare il fondamentale sul sensazionale e
il rilevante sul recente (anche perché
recente significa ormai istantaneo...). Ecco alcuni attrezzi che utilizziamo.
Il
primo attrezzo è la precisione.
La
precisione non è freddezza. È una forma di rispetto. Chiamare le cose con il
loro nome, evitare parole che deformano, distinguere, contestualizzare,
non confondere casi singoli e fenomeni generali. Non passare arbitrariamente ‒
e provocatoriamente ‒ dalla cronaca alla sociologia. Tutto questo è già un
argine ai discorsi d’odio. Perché l’odio vive di indistinto. Il giornalismo,
invece, deve saper restituire differenze.
Il
secondo attrezzo è la gentilezza. So che questa parola può sembrare
fragile, ingenua e quasi inadatta alla durezza del nostro tempo. La gentilezza,
tuttavia, non è remissività o rinuncia al giudizio. È una disciplina del
linguaggio. La scelta di non aggiungere veleno al veleno e di sfuggire al
ricatto ideologico del “se non ti schieri così, se non la pensi come me, allora
stai con quelli là”. Una parola pubblica può essere ferma sui principi ma
disarmata nei toni.
Il
terzo è la visione panoramica. Il buon giornalismo deve fare il
contrario dello scrolling. Non aggiungere semplicemente pezzi
al flusso, ma aiutare a vedere l’insieme, dare proporzione. Decidere che cosa
conta davvero: anche la gerarchia delle notizie, oggi, è linguaggio pubblico. E
proprio in questa particolare operazione i giornali quotidiani, per la loro
natura e lo stesso processo di “fattura”, assumono a mio parere un ruolo
fondamentale: è un direttore di lungo corso come Ezio Mauro, nel suo già citato
dialogo con Bauman, a ricordare che «il giornale non è una stazione neutra nel
percorso dell’informazione». Il quotidiano è oggi sempre più uno «strumento
cognitivo». Se, infatti, in Rete l’informazione scorre come l’acqua di un fiume
– contano quindi portata e velocità – il giornale, invece, sta fuori dal flusso
perché sceglie, scarta, trattiene, ordina. Attribuisce una misura ai fatti.
Tale
gerarchia non è soltanto una tecnica professionale, è un’assunzione di
responsabilità.
Il
giornale quotidiano è “neghentropia” e cioè la tendenza di un sistema aperto,
come gli organismi viventi o le organizzazioni, a generare ordine, complessità
e organizzazione opponendosi al naturale decadimento entropico verso il
disordine. Il quarto strumento nella cassetta è il giornalismo di
comunità. Uso questa espressione con convinzione. Non significa parlare solo a
chi la pensa come noi, né chiudersi in una comunità identitaria. Significa
pensare il giornale come luogo di legame: piazza e ponte, non curva dello
stadio.
Il
giornalismo deve parlare ai cittadini, alle persone, non ai clienti o ai
follower. Deve costruire comunità, non soltanto community (…). Il
quinto “attrezzo” è il racconto lungo. In un ecosistema dominato dalla
velocità, il racconto lungo è un atto controcorrente. Significa fermarsi quando
tutto scappa, tornare sui luoghi, dare profondità storica ai fatti, cercare
cause e non solo effetti. Ci stiamo investendo, ad Avvenire, con campagne
giornalistiche della durata di un anno come “ Donne per la pace”, “ Figli
di Haiti”, “ Guerre dimenticate”, “ Europa
bene comune”. (…).
Una
risposta culturale
Ecco
perché davanti ai discorsi d’odio non basta una risposta repressiva, pur
necessaria quando si oltrepassano i limiti della legge. Serve anche una
risposta culturale. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. Serve
educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e
disprezzo, tra conflitto democratico e delegittimazione dell’altro.
Una
democrazia non vive senza conflitto.
Non
dobbiamo avere paura delle parole forti, delle opinioni nette, del dissenso e
persino dello scontro. Ma c’è una soglia che non può essere varcata: quella in
cui l’avversario diventa nemico assoluto, il diverso diventa una minaccia
ontologica e la persona viene ridotta alla categoria che la contiene. Il
problema non è il dissenso: è l’espulsione simbolica dell’altro dallo spazio
comune (…).
Il
filosofo Davide Assael (Avvenire, 30 aprile), riflettendo sui
segnali di violenza politica e antisemitismo, ha parlato della necessità di
«resistere ai meccanismi di importazione del conflitto e delle propagande
organizzate» verso cui l’opinione pubblica mostra un cedimento quasi strutturale.
È una definizione utile anche per questa sede: il linguaggio pubblico può
diventare il luogo in cui conflitti lontani vengono importati, deformati,
radicalizzati, vengono trasformati in identità aggressive. Per questo le
istituzioni hanno una responsabilità speciale.
La
parola istituzionale pesa più delle altre. Non perché debba essere meno
libera, ma perché produce effetti più larghi. Può rassicurare o incendiare. Può
riconoscere o escludere. Può aprire un varco di convivenza o
legittimare il sospetto. Anche noi giornalisti abbiamo una
responsabilità speciale. Non siamo custodi proprietari della verità. Ma siamo
chiamati a custodire un metodo: verificare, distinguere, contestualizzare, dare
voce, non cedere alla tentazione dell’incendio permanente (…). Vorrei
concludere con un’immagine. L’odio non entra quasi mai nella casa comune
sfondando la porta. Entra da fessure piccole: una parola detta con leggerezza,
una battuta ripetuta, una categoria usata al posto di un volto, una paura
trasformata in identità, una notizia privata del suo contesto. Poi quelle
fessure si allargano. E a un certo punto ci accorgiamo che l’aria è cambiata,
diventando irrespirabile.
Contrastare i discorsi d’odio significa allora riparare il linguaggio pubblico.
Non per renderlo più debole, ma per renderlo più giusto.
Non per cancellare il conflitto, ma per impedire che il conflitto cancelli l’umanità dell’altro.