venerdì 25 settembre 2026

SAN FRANCESCO IERI E OGGI


RICCO DI SIGNIFICATO

 PER L'UOMO 

DI TUTTI I TEMPI 

Ricorrono 800 anni dal «beato transito» di san Francesco d’Assisi, avvenuto il 3 ottobre 1226[1]. Papa Leone XIV, in occasione dell’apertura del centenario, ha inviato una lettera alla Famiglia francescana: «“Nostra sorella morte”, esclamava San Francesco alla Porziuncola, mentre le andava incontro come un uomo finalmente pacificato. Sono trascorsi otto secoli dalla morte del Poverello d’Assisi che ha scritto a caratteri incisivi la parola di salvezza di Cristo nei cuori degli uomini del suo tempo. […] Il [suo] messaggio di pace possa trovare eco profonda nell’oggi della Chiesa e della società»[2].

Nella sua lettera, il Papa ricorda che san Francesco appare ricco di significato per l’uomo del suo tempo, ma anche per l’uomo di oggi, grazie alla radicalità con cui ha vissuto il Vangelo, sine glossa: una scelta che ne ha segnato la vita. Francesco non dà ordini, non insegna, agisce, e il suo agire insegna a vivere. La sua dottrina e la sua autorità rimangono del tutto interne all’azione. Da lì deriva il messaggio di povertà che il Santo ha testimoniato nel cammino di spoliazione radicale, dal distacco dei beni paterni alla rinuncia al proprio ruolo sociale, fino alla completa identificazione con il Cristo crocifisso. Su questi princìpi egli ha fondato la fraternità dei Minori. Se si considerano tutte le realtà maschili e femminili che oggi si ispirano a lui, la Famiglia religiosa francescana è la più numerosa nel mondo[3].

Francesco è universalmente riconosciuto come simbolo di pace, e non solo per il saluto «Il Signore ti dia pace», inconsueto ai suoi tempi, che sta ad augurare la pace che viene solo dal Risorto[4]. In questo senso lo caratterizza l’iniziativa di partire al seguito della VCrociata, passando dalla parte dei musulmani per annunciare loro il Vangelo. Egli tenta anche il dialogo con il sultano d’Egitto, al-Malik al-Kamil, con una straordinaria apertura basata sul confronto piuttosto che sul conflitto.

Il Santo vive oggi nel suo rapporto particolare con il creato: nel Cantico di Frate Sole, ritenuto il primo testo della letteratura italiana, chiama il Sole e la Luna «fratello» e «sorella»; vi riconosce «un riflesso della bellezza divina»[5]. Esorta anche al rispetto per l’ambiente e per l’universo, ciò che lo rende particolarmente attuale anche ai nostri giorni.

Papa Francesco, scomparso lo scorso anno, ha scelto il proprio nome in onore del Poverello, lo ha testimoniato nella sua vita di pontefice cercando povertà e semplicità, lo ha citato moltissimo nei discorsi e negli scritti. Due delle sue encicliche – Laudato si’ e Fratelli tutti – hanno per titolo e per soggetto due proposte del Santo.

Nel 1223, essendo diventato difficile raggiungere la Terra santa, Francesco sa creare a Greccio il primo presepe vivente, fondando una tradizione ancora oggi molto viva nella religiosità popolare. Nella rappresentazione ci sono il bue, l’asinello e la mangiatoia, ma non c’è nessuno per rappresentare Maria e Giuseppe; Gesù invece è presente nella proclamazione del Vangelo della natività, che il Santo stesso canta e commenta, e nell’Eucaristia, che fa celebrare sulla mangiatoia, prefigurando così il mistero eucaristico del Natale[6].

Il fenomeno delle stimmate, le ferite di Gesù sulla croce, che Francesco ebbe alla Verna nel 1224, un segreto custodito gelosamente, è annoverato tra gli eventi straordinari della sua vita mistica: la prima testimonianza è dovuta alla Lettera di frate Elia, dopo la morte di lui, dove si annuncia un «portento che non si è mai udito al mondo, fuorché nel Figlio di Dio»[7].

Anche la gioia è un elemento caratteristico della spiritualità di Francesco: una gioia che nasce dalla sua profonda gratitudine per la vita e per ogni creatura, come si riflette nel Cantico di Frate Sole[8] e nell’episodio Della vera e perfetta letizia[9].La gioia è gratitudine a Dio, fiducia nella Provvidenza, segno della comunione con il Signore e con i fratelli. Francesco la viveva perfino nelle difficoltà, nella povertà, nelle prove, nella malattia. L’esperienza della gioia non è solo personale, ma diventa testimonianza capace di coinvolgere chiunque lo incontri e di suggerire una spiritualità che abbracci il creato e la fraternità universale. Proprio questa gioia, radicata nell’umiltà e nella povertà, rende il suo messaggio vivo, vicino alle sfide e alle speranze dell’uomo.

Quanto detto non esaurisce una domanda di fondo: quale mediazione culturale si dà tra il Santo e noi? A che cosa sono dovuti il fascino e la modernità di Francesco per noi che viviamo nel terzo millennio?

CIVILTA’ CATTOLICA

IL TEMPO DEL SAPER VIVERE

 


VECCHIAIA 

il tempo

 

del saper vivere



 Il peso degli anni deve promuovere condizioni di benessere, 

non di abbandono: il nuovo saggio dello psichiatra. 

 Che il tempo abbia una dimensione variabile lo dimostra la percezione che ciascuno di noi ne ha, sentendosi triste o gioioso. Nel primo caso si allunga, nel secondo si accorcia. E occorre considerare che si può passare dalla tristezza alla gioia in modo improvviso. Cercando di inserire la percezione del tempo lungo l’arco dell’esistenza, si può dire che nella fase della crescita si fa correre il tempo più rapidamente, rispetto a quella dell’invecchiamento, in cui si è portati a rallentarne la corsa. Questa percezione definisce il tempo psicologico, ed è una dimensione che non esisteva nell’antica distinzione greca tra chrònos, kairòs e aion. 

Il primo si riferiva al tempo lineare, che si sussegue regolarmente e batte come in un orologio meccanico. 

Il secondo definiva il tempo che ritorna e il riferimento è alle stagioni ma anche al ripetersi di gesti, da quando ci si alza dal letto a quando vi si ritorna la sera, in attesa del nuovo giorno. Il terzo rimanda all’eterno, a un tempo che quindi si ferma, poiché ha una dimensione che non può essere allungata. Il tempo psicologico non è nemmeno quello della fisica newtoniana né di quella di Einstein, che ha legato il tempo allo spazio. Un tempo quest’ultimo non del singolo individuo, ma dell’universo. Il tempo psicologico, invece, appartiene al vissuto, alla percezione che deriva da una elaborazione esistenziale e dipende dall’io di ciascuno. Si potrebbe dire che esiste una unità io-tempo come fondamento per definire l’esperienza nella attività temporale. Lo si può dividere in alcune categorie: la prima riguarda l’infanzia in cui il tempo è inconsapevole anche se ritmato dai bisogni, di cui il primo è dato dalla nutrizione [...]. Il tempo diventa poi consapevole in quella che possiamo chiamare la seconda infanzia, quando il bambino incomincia a muoversi autonomamente e a usare il linguaggio. Si tratta ancora di un tempo ritmato dai bisogni che aumentano di numero, a quelli primari si aggiungono il gioco e il bisogno, oltre della presenza materna, di altre figure. Si arriva a un tempo fatto di minuti, scandito meccanicamente dentro un orologio e che si colora di riferimenti sociali. 

Questo preambolo serve per riportarci all’interno delle diverse età, riferendoci in particolare alla vecchiaia, con caratteristiche nuove nell’epoca attuale. Forse è quella che identifica meglio la società contemporanea. La prima novità è che il periodo che va oltre i 65 anni – quando incomincia la vecchiaia – ha una rappresentazione che riguarda il 25% della popolazione e che dura almeno vent’anni. Il periodo della crescita parte dalla nascita, comprende l’infanzia fino alla pubertà (12-13 anni), l’adolescenza fino ai 20-21 anni, quando inizia l’età del giovane adulto, e curiosamente mostra la stessa durata della vecchiaia, che descrive una decrescita. E, sempre giocando sul significato delle parole, il tempo per saper vivere dura esattamente quanto quello che è necessario per saper morire. 

 Un’ulteriore novità della vecchiaia è che trascorre in relativa buona salute. E per convincersi basta pensare che, sino al secondo dopoguerra, l’attesa di vita si poneva tra i 45 e i 50 anni, e il grado di salute era invece all’insegna delle malattie. Oggi è resa possibile una vita attiva, sia fisicamente che psichicamente. L’unica variabile, a questo proposito, è l’abbandono: la diminuzione del numero dei figli, l’accelerazione sociale, i problemi di sopravvivenza che gravano sulle famiglie, rendono spesso difficile dedicarsi ai bisogni della vecchiaia [...]. 

 Il peso degli anni, con il tempo psicologico che si rallenta nella vecchiaia, deve promuovere condizioni di benessere, non di abbandono, sulla considerazione anche di aver lavorato molto nella ricerca per prolungarla. Una condizione che promuova il desiderio dei vecchi di essere utili, e di uscire da una condizione di inutilità. C’è una funzione che è denaro-indipendente e che può svolgersi da parte di una longevità dedicata ai giovani, a testimoniare gli errori del passato, a dare indicazioni sulla visione del mondo e sulle scelte più adeguate. 

Che, in un momento storico in cui si sentono venti di guerra, vengano dimenticati i vecchi è un peccato, poiché è certo che non vorrebbero rivedere la guerra, ma dedicarsi a descriverne la brutalità e a urlare che essa nega la dimensione umana.



 Vittorino Andreoli, Brevi lezioni di resistenza. Per vivere nel nuovo mondo, (pagine 144, euro 15,50). 

 

giovedì 24 settembre 2026

QUESTI ANZIANI !

 

IL CONCETTO 

DI VECCHIAIA 

NEL TEMPO





Relazione in un Corso estivo dell’EHU (Università del País Vasco), 2026 

dal sito feadulta

-di José Arregi, Aizarna, www.josearregi.com

 Il termine “vecchio” deriva a quanto pare dalla radice indoeuropea wet che significa “anno”. Veniva utilizzato per designare i prodotti agricoli dell’anno precedente. Ma ci sono prodotti che con gli anni acquisiscono qualità, e altri no. Ci sono vini che migliorano con gli anni e ci sono vini che non lo fanno, a seconda del raccolto e della varietà. Ogni vino richiede anni per essere “vecchio”, ma gli anni da soli non bastano. Succede anche a noi, agli anziani, in relazione alla profondità della vita. 

Ancora una volta ci poniamo la domanda: è possibile crescere diminuendo? Molte persone anziane sono la prova indiscutibile che sì, e molti saggi di ogni epoca e cultura lo hanno confermato nei loro insegnamenti nel corso della storia. È possibile crescere invecchiando con le perdite che comporta la vecchiaia. Le stesse perdite possono diventare guadagno, e i servigi, libertà. E questo in tutte le età. In tutte le età bisogna impararlo, ma questa materia, la più difficile di tutte, assume una importanza singolare nella nostra età. 

Mi è stato proposto di presentare un “viaggio storico dei concetti di vecchiaia”. L’anno scorso ho presentato alcune riflessioni di saggi antichi e contemporanei sulla vecchiaia. Oggi amplierò il quadro storico e le testimonianze, passando più velocemente su quanto presentato l’anno scorso. Negli insegnamenti di coloro che ci hanno preceduto troviamo indicazioni sempre opportune e uno stimolo sempre necessario per vivere o volere vivere nelle nostre circostanze concrete ciò che loro hanno vissuto o voluto vivere nelle loro. 

Seguirò un ordine fondamentalmente cronologico e allo stesso tempo geografico. Mi limiterò a leggere testi, commentandoli molto leggermente, più per evidenziare che per spiegare ciò che dicono. 

Ma prima di passare a questo viaggio storico, voglio iniziare con una nota preliminare, molto generale, sul riconoscimento e il ruolo sociale degli anziani nell’antichità e nei nostri giorni. 

1. Gli stereotipi della vecchiaia nel passato e nel presente 

La nostra cultura e il linguaggio, la società in cui viviamo, sono carichi di stereotipi negativi sulla vecchiaia, ma non dobbiamo pensare che si tratti di un fenomeno nuovo. Si sono sempre presentati, in una forma o nell’altra. È vero che il riconoscimento e l’autorità degli anziani è stato, in generale, molto più presente nelle culture antiche che nella nostra. Gli anziani hanno avuto una presenza privilegiata nelle istituzioni dirigenziali delle culture indigene e delle società tradizionali: pensiamo al Senato romano (“senatus” deriva da senex, che significa vecchio); o nell’ebraismo antico e moderno, nei suoi consigli di anziani, che hanno ereditato le Chiese cristiane (il termine presbítero significa “anziano” ed è ancora utilizzato per designare il sacerdote)… Tuttavia, anche dove agli anziani veniva riconosciuta saggezza e autorità, la vecchiaia era legata a debolezza, incapacità, dipendenza, resistenza al cambiamento, ecc. (non manca che leggere gli scrittori romani Orazio – 65 a.C.– 8 d.C. – e Giovenale – 60-128 d.C. –). 

Ciò relativamente nuovo è il modo in cui i vecchi pregiudizi si sono manifestati nell’era industriale e nei nostri tempi. 

L’industrializzazione ha portato la rivalutazione della produttività economica, della rapidità, dell’innovazione. La discriminazione per età è oggi più associata che mai alla perdita di valore produttivo e commerciale. D’altra parte, la scolarizzazione di massa e le nuove tecnologie hanno fatto sì che noi anziani abbiamo perso il tradizionale privilegio della conoscenza in quasi tutti i campi di specializzazione: ogni giovane ha in tasca, con tutti i suoi inconvenienti, un cellulare che noi sappiamo appena usare e che a loro dà accesso istantaneo a quasi tutta la conoscenza attuale. Mi sento sopraffatto, anche se l’IA minaccia di discriminarci e sopraffarci tutti, giovani e anziani. Questa è un’altra storia che mi riempie di inquietudini e domande. 

In nessun modo ci manca le vecchie istituzioni familiari, politiche o religiose del passato. Ma, contro tutti gli stereotipi sociali e linguistici, dobbiamo ribadire che ogni età ha il suo peso e la sua grazia, e che nessuna età è né migliore né peggiore di un’altra. E abbiamo bisogno di riaffermarlo. L’età che ci spetta vivere è o può essere la migliore, se sappiamo viverla. Ora che siamo più grandi, sì, anziani, è fondamentale scoprire che è possibile e gioioso imparare ogni giorno a vivere questa età con le sue inevitabili perdite e le sue meravigliose opportunità. 

2. La saggezza tradizionale cinese: Confucio e Laozi (V secolo a.C.) 

a) Confucio 

Gli insegnamenti di Confucio sull’etica, l’educazione e il buon governo hanno influenzato profondamente la cultura, la politica e la società della Cina e dell’intera Asia Orientale per oltre due millenni fino ad oggi. Questi insegnamenti sono raccolti soprattutto negli Analecti (o conversazioni con i suoi discepoli). In essi leggiamo, ad esempio: 

“La pietà filiale e il rispetto per gli anziani sono la radice della benevolenza” (I, 2). Benevolenza traduce il termine centrale dell’etica e della politica confuciana: ren; può essere tradotto anche come umanità, bontà, amore, empatia o compassione. Beh, Confucio insegna che la radice di questa virtù fondamentale è la pietà filiale e il rispetto per gli anziani. Suonerebbe bene questa frase se un professore la pronunciasse a suo nome in una classe di ESO/DBH, di Baccalaureato o in qualsiasi corso di EHU? Dovete guardarlo, direbbe Confucio. Ci direbbe anche: “Un giovane deve amare i suoi genitori quando è a casa e rispettare gli anziani quando è fuori casa” (I, 6). 

“Zilu gli chiese: ‘E quali sono i tuoi desideri?’ Confucio rispose: ‘Dare riposo agli anziani, fiducia agli amici e tenerezza ai piccoli’ ” (Analecti V,25). Riposo. Tutti, giovani e anziani, stiamo male per il riposo. Dove andiamo così di fretta, così stressati, e sempre di più? Il riposo è uno dei contributi fondamentali di Israele alla cultura universale: “Il settimo giorno riposerai”, e “ogni settimo anno sarà un anno di riposo” per tutti (include espressamente immigrati, animali e terra), e “ogni 50 anni celebrarete un anno giubileo”, che comporta la liberazione degli schiavi, il perdono di tutti i debiti e la restituzione delle terre o dei beni venduti o espropriati. Dovremmo anche guardarlo noi, e forse Israele stesso prima di tutti. E da qui deriva il termine latino *jubilum* e la nostra parola jubilazione. 

Sappiamo, dunque, cercare riposo. Sappiamo riposare. 

Ma Confucio non insegna solo quale dovrebbe essere il comportamento dei più giovani nei nostri confronti, noi anziani, ma anche ciò che ci viene chiesto o ci si aspetta da noi, gli anziani. “Confucio disse: ‘L’uomo superiore si astiene da tre cose: quando è giovane e la sua linfa e energia vitale non si sono consolidate, si astiene dal sesso; quando si è rafforzato e il suo sangue e la sua energia vitale sono più solidi, si astiene dalle dispute; quando diventa vecchio e il suo sangue e l’energia vitale decadono, si astiene dall’avidità’ (Analecti 16,7). 

b) Laozi 

Passo all’altro grande saggio cinese dell’antichità, contemporaneo di Confucio: Laozi. Si tratta sicuramente di una figura leggendaria, ma questo non diminuisce affatto il valore degli insegnamenti che gli vengono attribuiti e che sono raccolti in un libretto senza sprechi, breve quanto luminoso, pieno di immagini e paradossi brillanti: il Dao De Jing. Si parla appena della vecchiaia come tale, ma offre le grandi chiavi filosofiche e spirituali che valgono senza dubbio per tutte le età, ma acquisiscono una particolare rilevanza nella vecchiaia. 

Ad esempio: il segreto della pace sta nel svuotarsi (cap. 16), la pienezza si raggiunge rinunciando (cap. 48), crescere troppo è invecchiare (cap. 55), chi accumula molto perde molto (cap. 44), chi vuole trattenere qualcosa lo perde (cap. 29), nulla è più forte di un neonato (cap. 55), il morbido e flessibile è più forte del duro e del rigido (cap. 10, 28, 79), la saggezza profonda consiste nell’essere come l’acqua che non rivaleggia con nulla, che cerca il posto più basso ed è così utile a tutto il mondo (cap. 8, 66, 78). 

 Nella tradizione taoista si sviluppò e diffuse un’intera alchimia, ereditata da antiche pratiche cinesi, che aveva come oggetto raggiungere la longevità e persino l’immortalità, utilizzando per questo certe sostanze (il famoso cinabro o solfuro di mercurio), o esercizi respiratori o pratiche energetiche per raggiungere la pienezza dell’energia vitale. Il Dao De Jing attribuito a Laozi non fa la minima menzione di tali pratiche. Insegna piuttosto che, per raggiungere la pienezza o l’eternità oltre il nostro spazio e tempo, non c’è strada più giusta che lo svuotamento dell’ego e la profonda trasformazione che ci porta all’unione con il nostro essere profondo, con la eterna fonte misteriosa di ciò che è e siamo, cioè con il Dao eterno. Basta come esempio il cap. 16: 

La norma suprema è raggiungere il vuoto; 

il principio superiore è custodire la pace. 

Nel divenire di tutte le cose rumorose 

si contempla il loro ritorno. 

Tutti gli esseri crescono nell’agitazione, 

ma poi tornano alla loro origine. 

Il ritorno all’origine è trovare riposo. 

Il riposo è il ritorno al proprio scopo. 

Tornare al proprio scopo è essere eterno. 

Conoscere l’eterno è l’illuminazione. 

Non conoscere l’eterno è camminare ciechi verso la perdizione. 

Colui che conosce l’eterno è paziente, 

colui che è paziente è re, 

colui che è re è simile al Cielo [ordine cosmico], 

colui che è simile al Cielo è uno con il Dao, 

colui che è simile al Dao rimarrà per sempre, 

fino alla fine della sua vita senza pericolo (cap. 16). 

➤ seconda parte

➤ terza parte

➤ quarta parte

Immagine

 

mercoledì 23 settembre 2026

IMPARARE A RIPROVARE



L’errore


 e il compito


 degli adulti



-di STEFANO VICARI*

Con la riapertura delle scuole, bambini e ragazzi tornano a confrontarsi con orari, regole, attese, compiti e valutazioni. Tornano anche a scoprire che non sempre si può scegliere ciò che piace, riuscire al primo tentativo o ottenere subito quello che si desidera. La scuola non trasmette soltanto conoscenze. Insegna anche ad aspettare il proprio turno, accettare una correzione, affrontare un voto deludente e riprovare dopo un errore.

Tollerare la frustrazione non significa non provare rabbia, tristezza o delusione.

Significa riuscire a regolare queste emozioni senza esserne travolti, senza rinunciare immediatamente e senza trasformare ogni ostacolo in una catastrofe. È una capacità che non compare da sola con l’età, ma si costruisce gradualmente fin dai primi anni di vita. Un bambino piccolo vuole tutto e subito. Non perché sia egoista o maleducato, ma perché le capacità di attendere e controllare gli impulsi sono ancora immature. Ha bisogno di un adulto che lo aiuti a calmarsi, dia un nome a ciò che prova e mantenga il limite anche quando protesta. Poco alla volta quella regolazione ricevuta dall’esterno diventerà una capacità personale.

Questo apprendimento passa attraverso esperienze semplici. Aspettare qualche minuto, lasciare un gioco a un altro bambino, accettare che una richiesta non possa essere soddisfatta immediatamente, finire un piccolo compito prima di dedicarsi a qualcosa di piacevole. Non servono privazioni costruite di proposito. La vita quotidiana offre già abbastanza occasioni per incontrare un limite.

Oggi molti adulti sembrano fare sempre più fatica a lasciare che un figlio incontri una frustrazione. Anticipiamo i desideri, riempiamo le attese, interveniamo alla prima difficoltà. Il gesto nasce spesso dalla volontà di proteggerlo, ma può trasmettergli un messaggio diverso: che la delusione sia qualcosa da evitare e che, da solo, non abbia risorse sufficienti per affrontarla. Non si tratta, naturalmente, di lasciare un bambino solo davanti a difficoltà troppo grandi. Educare alla frustrazione non significa umiliare, negare conforto o imporre sofferenze “per farlo crescere”. Un limite utile deve essere comprensibile, proporzionato all’età e accompagnato dalla presenza dell’adulto. Possiamo riconoscere la rabbia senza eliminare la regola, accogliere il pianto senza concedere automaticamente ciò che era stato negato, aiutare a cercare una soluzione senza sostituirci.

Anche la scuola può svolgere un ruolo decisivo. Imparare richiede tempo, esercizio e la possibilità di sbagliare. Ma se ogni voto diventa un giudizio sul valore personale, l’errore non insegna più e diventa una minaccia. Genitori e insegnanti dovrebbero aiutare i ragazzi a distinguere il risultato dalla persona. Un compito andato male dice che quella prova non è riuscita, non che chi l’ha svolta sia incapace. Non chiediamo soltanto «che voto hai preso?», ma anche «che cosa hai capito?».

La tolleranza della frustrazione non è uguale per tutti. Un bambino con ADHD, autismo, difficoltà del linguaggio, ansia o disabilità intellettiva può reagire più intensamente all’attesa, all’imprevisto o all’insuccesso. Non è necessariamente mancanza di volontà. Può avere bisogno di regole anticipate, tempi più brevi, pause e un aiuto maggiore per riconoscere ciò che prova. L’obiettivo resta imparare ad autoregolarsi, ma il percorso non può essere identico per tutti.

Anche l’ambiente digitale rende l’attesa sempre meno abituale. Un video inizia subito, una risposta arriva in pochi secondi, un contenuto che annoia può essere sostituito con un gesto. La tecnologia non rende fragili, ma una vita organizzata intorno alla gratificazione immediata offre poche occasioni per allenare la pazienza, sostenere la noia e continuare ciò che non premia subito. Gli adulti non possono chiedere ai ragazzi ciò che non riescono a mostrare. Se reagiamo con irritazione a una coda, a un ritardo o a un contrattempo, insegniamo che ogni ostacolo è un affronto. I bambini imparano osservando come accettiamo un errore e ricominciamo dopo una delusione. Tollerare la frustrazione non significa rassegnarsi. Significa distinguere ciò che può essere cambiato da ciò che, almeno per il momento, deve essere accettato. Significa restare davanti a una difficoltà abbastanza a lungo da poter cercare una strada diversa. Da questa esperienza nascono perseveranza, autonomia e fiducia nelle proprie capacità.

La fatica dell’imparare.

La ripresa della scuola può essere allora l’occasione per restituire valore anche alla fatica di imparare. Non chiediamo alla scuola di eliminare ogni ostacolo né ai ragazzi di affrontarlo senza aiuto. Chiediamo agli adulti di accompagnarli senza fare tutto al loro posto, di sostenere le emozioni senza cancellare i limiti e di ricordare che crescere non significa ottenere sempre ciò che si vuole. Significa imparare che una delusione può fare male senza distruggerci, che un errore può essere corretto e che, dopo un insuccesso, è ancora possibile riprovare.

*Stefano Vicari - Professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma

www.avvenire.it


IL PERDONO

 Libro

Gallagher: "perdoniamo" 

e "chiediamo perdono", 

parole di grande forza 

e attualità

Il segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali ha partecipato ad un evento organizzato nell'ambasciata della Polonia presso la Santa Sede per la presentazione del volume "Perdoniamo e chiediamo perdono" dedicato allo storico messaggio dell'episcopato polacco ai vescovi tedeschi del 18 novembre 1965

-di Dorota Abdelmoula-Viet – Città del Vaticano 

"Perdoniamo e chiediamo perdono", due parole che ancora oggi mantengono una forza e un'attualità peculiari. Lo ha detto l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, intervenendo ieri sera 21 settembre alla presentazione del libro dal titolo, appunto, Perdoniamo e chiediamo perdono ispirato allo storico messaggio rivolto dai vescovi polacchi ai vescovi tedeschi nel 1965. Il volume, presentato presso l'Ambasciata della Polonia presso la Santa Sede, è il frutto di un convegno scientifico tenutosi lo scorso anno alla Gregoriana, in occasione del 60.mo anniversario di questo storico evento.

Il perdono dono del Signore

Nel suo intervento, monsignor Gallagher ha sottolineato l'importanza attuale del gesto compiuto anni fa dai due episcopati. "Le parole ‘perdoniamo e chiediamo perdono’, pronunciate in un'Europa ancora profondamente segnata dalle ferite della guerra, conservano anche oggi una forza e un'attualità peculiari”, ha affermato. “Esse ci ricordano che la riconciliazione nasce non dal dimenticare il passato, ma dalla capacità di affrontarlo nella verità, aprendosi con coraggio e fiducia al dialogo sincero, senza dimenticare che per un cristiano essa è innanzitutto un dono del Signore risorto, come afferma San Paolo ‘Dio ci ha riconciliati mediante Cristo’”.

L’arcivescovo ha sottolineato che la pubblicazione è un invito a riflettere sul valore di questa testimonianza "per il presente e per il futuro, in un tempo nel quale non mancano nuove divisioni e contrapposizioni. Essa ci ricorda quanto sia prezioso custodire ciò che è stato pazientemente costruito nel corso dei decenni". Ha inoltre espresso gratitudine alle Ambasciate di Polonia e Germania presso la Santa Sede per il loro impegno nel promuovere la memoria di questo evento che ha contribuito in modo unico alla costruzione della riconciliazione nell'Europa del dopoguerra. Gallagher ha anche auspicato che "le mani tese sessant'anni fa continuino a rimanere unite e possano indicare anche alle nuove generazioni una via di riconciliazione, di comune responsabilità e di pace".

Il mondo ha bisogno di gesti coraggiosi di riconciliazione

Da parte sua, l'ambasciatore della Polonia Adam Kwiatkowski ha ringraziato l'arcivescovo Gallagher per aver fatto riferimento nei suoi interventi al messaggio dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi. "Per noi, per la Polonia e per la Germania, questo è di enorme importanza", ha detto. E ha evidenziato l'importanza del fatto che l'ultimo evento che ha organizzato prima di tornare in Polonia sia stato un incontro dedicato alla riconciliazione. "Il mondo ha bisogno di qualcosa di più. Ha bisogno di gesti e decisioni più coraggiosi, capaci di anticipare i tempi”. Ha bisogno, cioè, che si tenda la mano al prossimo. Ha bisogno che si mostri rispetto e gratitudine verso l'altro, nonostante le differenze esistenti.

Anche l'ambasciatore tedesco, Bruno Kahl, ha ribadito l'urgente necessità di trarre ispirazione dal gesto di riconciliazione compiuto anni fa dai vescovi dei due Paesi: “La riconciliazione è difficile ma è possibile, però qualcuno deve fare il primo passo”. L’auspicio è che questa pubblicazione aiuti a risvegliare le istituzioni e a sensibilizzare a questi valori e a questa comprensione fondamentale “in modo tale da consentire che anche oggi nascano iniziative similari per superare l'odio, la violenza e la guerra”.

 La memoria che guarisce le relazioni

"Questo libro è un riassunto di tutte le nostre attività legate al 60.mo anniversario della lettera dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi", ha dichiarato ai media vaticani, a margine della presentazione, il dottor Andrzej Jerie, direttore del Centro "Memoria e Futuro" di Breslavia e ideatore delle celebrazioni dell'anniversario. "Se leggiamo attentamente ciò che vi è scritto, vedremo i frutti concreti delle nostre attività congiunte per costruire buone relazioni tra Polonia e Germania. Tra le altre cose, vi sono le toccanti parole di Knut Abraham, che durante la conferenza ha affermato che le celebrazioni di Breslavia per il 60.mo anniversario della lettera dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi hanno contribuito a far sì che il Bundestag votasse quasi all'unanimità a favore del finanziamento della Casa Polacca e del monumento alle vittime polacche della Seconda guerra mondiale a Berlino. Per questa sola frase è valsa la pena pubblicare questo libro".

Alla presentazione della pubblicazione hanno partecipato anche, tra gli altri, l'arcivescovo Antonio Guido Filipazzi, nunzio apostolico in Polonia; l'ex primo ministro Hanna Suchocka; il professor Marek Inglot, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, nonché un gruppo di una quindicina di ambasciatori e capi di missioni diplomatiche accreditate presso la Santa Sede.

Vatican News

 

martedì 22 settembre 2026

BAMBINI DI GAZA A SCUOLA

 


Gaza, riapre la scuola. 

 

Forte commozione

 e segno di speranza


Lacrime di gioia negli occhi dei bambini e ragazzi che sono tornati sui banchi di scuola dopo tre lunghi anni e anche dei genitori che li hanno accompagnati e hanno partecipato alla cerimonia inaugurale. Un impegno sostenuto e portato a termine dal Patriarcato latino di Gerusalemme che nella scuola ha accolto in tutto 1.005 studenti. Il parroco di Gaza: speriamo che questo spazio sia un luogo dove possano crescere l'amore, la guarigione e il rispetto reciproco tra i membri della comunità

-di Cecilia Seppia – Città del Vaticano

In un panorama urbano quasi interamente cancellato da tre anni di bombardamenti, con gli edifici sventrati dai missili e le strade invase da macerie, il suono di una campanella scolastica assomiglia a una specie di miracolo. Oggi infatti, 22 settembre la Scuola del Patriarcato latino di Gerusalemme a Gaza, legata alla parrocchia cattolica della Sacra Famiglia, ha ufficialmente riaperto le sue porte per l'anno accademico 2026-2027, accogliendo in tutto 1.005 studenti. Dai bimbi piccoli, 2-5 anni, della materna, ai ragazzini della primaria e secondaria, fino ai ragazzi del liceo, tutti hanno varcato la soglia dell’edificio regalando all’intera comunità cristiana un barlume di speranza e normalità, anche se sul terreno nella Striscia non vi è ancora nulla di normale.

Una luce nell'oscurità

L'evento è stato descritto dal parroco, padre Gabriel Romanelli, come un momento di commozione indescrivibile: “Oggi - ha detto il sacerdote - abbiamo visto lacrime di gioia negli occhi dei bambini e dei genitori nel vedere i propri figli a scuola dopo tre lunghissimi anni”. Le sue parole, riprese dalle principali agenzie di stampa e dai media cattolici internazionali riecheggiano come una luce nell'oscurità, un accenno di futuro, all'interno di una delle crisi umanitarie più drammatiche del secolo.

La sfida dell'istruzione in una terra di macerie

Il ritorno tra i banchi degli alunni della scuola cattolica si inserisce in un contesto globale agghiacciante per l'intera Striscia di Gaza. Secondo i dati diffusi in questi giorni dall’Unicef, circa il 98% degli edifici scolastici dell'enclave palestinese è stato distrutto o gravemente danneggiato dal conflitto. Questa devastazione sistematica ha privato oltre 660.000 studenti del diritto fondamentale all'istruzione in presenza. La ripresa generale delle lezioni nella Striscia, avviata ufficialmente il 19 settembre, si sta scontrando con condizioni logistiche disperate: la stragrande maggioranza dei 541.000 studenti tornati a lezione, lo sta facendo all'interno di tende di fortuna, spazi temporanei o scheletri di cemento pericolanti. Mancano banchi, quaderni, penne e libri, i cui costi sono ormai proibitivi per le famiglie che hanno perso tutto. Inoltre, il prezzo umano pagato dal comparto scolastico è altissimo: le autorità locali stimano che nel conflitto abbiano perso la vita circa 22.000 studenti e oltre 770 operatori scolastici, tra cui più di 530 insegnanti.

Il miracolo della Sacra Famiglia

In questo deserto di macerie, la parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza City ha rappresentato per mesi l'unica ancora di salvezza per centinaia di civili. Durante le fasi più cruente della guerra, i locali parrocchiali hanno offerto protezione e rifugio a oltre 450 sfollati. Nonostante il pericolo costante e la carenza di cibo e acqua pulita, la comunità è riuscita a mantenere vive forme embrionali di insegnamento per i bambini rifugiati all'interno della struttura. “Quando in primavera alcuni sono tornati a casa o hanno trovato un altro alloggio, siamo stati in grado di accogliere più studenti”, ha spiegato padre Romanelli. "Questo luogo, che ha dato rifugio agli sfollati durante il pieno del conflitto, torna oggi alla sua missione educativa. Speriamo che questo spazio sia un luogo dove possano crescere l'amore, la guarigione e il rispetto reciproco tra i membri della comunità", ha aggiunto.

Attività di supporto psicologico

La scuola del Patriarcato Latino è attualmente l'unica istituzione educativa cristiana rimasta operativa a Gaza. La sua riapertura formale – che ha incluso la costruzione ex novo di un edificio dedicato alla scuola dell'infanzia grazie ai donatori internazionali, ha visto il rientro al lavoro di 77 insegnanti. Padre Romanelli gioisce anche per questo. Il personale però si trova ora a gestire una doppia emergenza: quella logistica (mancano arredi e materiale di cancelleria di base) e quella profonda dell'anima. Per questa ragione, il programma scolastico affiancherà alle materie tradizionali un robusto piano di attività extracurricolari di supporto psicologico per aiutare bambini e docenti a elaborare i traumi subiti in tre anni di interruzioni, privazioni e violenze.

Il valore della presenza cristiana 

La volontà nel riaprire l'istituto, appena fosse stato possibile, è stata fortemente difesa dal Patriarcato Latino di Gerusalemme e dal Patriarca stesso, il cardinale Pierbattista Pizzaballa. Il porporato che ha visitato Gaza personalmente nei mesi scorsi per portare conforto alla popolazione, e la vicinanza del Papa e della Chiesa, ha più volte ripetuto un monito cruciale: “Senza offrire un'istruzione ai bambini, come può esserci speranza per questo popolo e per il mondo intero?”. In una lettera pastorale indirizzata a tutte le scuole della diocesi, il porporato ha ricordato anche che in Terra Santa il ritorno a scuola “non può più essere dato per scontato”, poiché troppe aule non esistono più e ancora molto resta da fare in termini di ricostruzione, ma questo è un primo significativo passo.

I bambini di Gaza

Proprio a causa del sacrificio imposto ai più piccoli, in questi giorni si è sollevato un forte dibattito internazionale attorno alla proposta simbolica di assegnare il Premio Nobel per la Pace ai bambini della Striscia di Gaza. Commentando l'iniziativa ai media italiani, padre Romanelli ha espresso il suo pieno sostegno spirituale e morale: “I bambini di Gaza sono diventati un simbolo. Più di ventimila di loro sono stati uccisi. Questa cifra enorme ci ricorda ogni bambino ucciso in ogni parte del mondo, vittima innocente delle guerre”. Mentre la diplomazia internazionale fatica a tracciare una strada solida per il futuro della regione, l'azione sul campo della Chiesa locale dimostra che la ricostruzione del Medio Oriente non può che ripartire dalle fondamenta: restituendo ai bambini il diritto di sedersi a un banco, di stringere una matita e di tornare a sperare. Dal canto suo il Patriarcato Latino di Gerusalemme fa sapere in un nota di voler continuare a lavorare per garantire che la Chiesa rimanga presente al fianco della comunità, offrendo non solo una testimonianza spirituale ma anche assistenza pratica, istruzione e servizio.

vatican news


 

 

LA SCUOLA SVELATA

UNA

 CITTADINANZA

 PLURALE




Il dibattito sul velo nelle scuole ripropone una vecchia idea di emancipazione: liberare le donne, decidendo per loro. Ma la libertà non si costruisce attraverso un divieto. Si costruisce creando le condizioni perché una scelta sia davvero possibile. È proprio questa infrastruttura della libertà che le istituzioni hanno progressivamente smesso di costruire. E il dibattito sul velo, così, finisce per rivelare la fatica crescente della scuola italiana ad essere luogo di costruzione condivisa di una cittadinanza plurale

di Federico Mento

 

C’è qualcosa di storicamente familiare nel tono con cui la Presidente del Consiglio ha affrontato la questione del velo nelle scuole. Un’urgenza civilizzatrice. Un’asimmetria di potere travestita da preoccupazione per giovani donne. Una domanda che si spaccia per risposta: toglietelo.

Nel 1959, Franz Fanon dedicò uno dei saggi più acuti e insieme più scomodo della sua opera a quel medesimo gesto. L’Algeria si toglie il velo, scritto nel pieno della rivoluzione algerina, descriveva l’animosità con cui il governo coloniale francese intendeva fiaccare la resistenza algerina, agendo sulle donne affinché fossero “liberate” dall’haïk, il velo tradizionale. Non era, di certo, un processo di emancipazione, al contrario, secondo Fanon, lo spazio simbolico del dominio coloniale. Lo svelamento imposto non trasformava le strutture di oppressione: le spostava, e nel farlo rivelava chi detenesse il potere di definire cos’è libertà e per chi.

La libertà che dipende dal contesto

La tesi che mi interessa esplorare è semplice, anche se le sue implicazioni sono complesse. Il velo si toglie quando toglierlo è una scelta libera. E la libertà di scelta non è una condizione data – è una condizione “derivata” dalla struttura dei diritti effettivamente accessibili, dalla qualità delle relazioni in cui una persona è immersa, dalla presenza o assenza di alternative reali.

Una ragazza che porta il velo in un contesto in cui spogliarsene la esporrebbe a sanzioni familiari, sociali, comunitarie non sta esercitando una scelta libera. Ma – ed è qui che il ragionamento svolta rispetto alla retorica governativa – la risposta a questa mancanza di libertà non è il divieto istituzionale. Il divieto non potrà mai costruire la libertà: la sostituisce con un’altra coercizione, aggiungendo l’ulteriore peso della sanzione istituzionale.

La libertà si costruisce nelle pratiche, che sono sempre relazionali, non si può imporre. Si costruisce quando una ragazza ha accesso a spazi di elaborazione autonoma della propria identità. Quando la scuola è un luogo in cui può confrontarsi con differenze, incontrare adulti di riferimento che la riconoscono nella sua complessità – non nella sua appartenenza di gruppo. Quando fuori dalla scuola esistono reti di supporto, servizi di mediazione, percorsi per famiglie che permettano di rinegoziare norme trasmesse senza necessariamente viverle come tradimento.

Quello che è stato abbandonato

È qui che il dibattito diventa imbarazzante per chi governa oggi e per chi ha governato fino a ieri. Perché il lavoro culturale necessario a costruire queste condizioni – lento, costoso, poco instagrammabile – è stato progressivamente abbandonato a livello istituzionale. La formazione interculturale degli insegnanti è ancora percepita come un’attività opzionale. I mediatori culturali nelle scuole sono figure discontinue, finanziate a progetto, strutturalmente precarie. Le politiche di integrazione degli ultimi anni si sono concentrate quasi esclusivamente sul controllo dei flussi, mai sulla qualità dell’incontro una volta che i flussi ci sono.

Proibire il velo non riempie questo vuoto. Lo rende solo invisibile, e intanto sposta il conflitto dentro le mura domestiche, dove nessun decreto raggiunge

In questo vuoto, le famiglie di origine migrante – come del resto quelle autoctone – si regolano con le risorse che hanno. E spesso quelle risorse sono le reti comunitarie, con le loro norme, le loro aspettative, i loro codici di rispettabilità. Non devono, quindi, sorprendere le pulsioni identitarie, che si allineano negli interstizi della società liquida.

Proibire il velo non riempie questo vuoto. Lo rende solo invisibile, e intanto sposta il conflitto dentro le mura domestiche, dove nessun decreto raggiunge.

La scuola che viene “svelata”

Il titolo di questo contributo ha un secondo senso, meno ovvio. È la scuola a essere svelata, come istituzione. Il dibattito sul velo, maneggiato così, rivela qualcosa di scomodo sulla scuola pubblica italiana: la sua fatica crescente a essere un luogo di costruzione condivisa di cittadinanza plurale.

Il dibattito sul velo, maneggiato così, rivela qualcosa di scomodo sulla scuola pubblica italiana: la sua fatica crescente a essere un luogo di costruzione condivisa di cittadinanza plurale

La scuola dell’autonomia scolastica fragile, dei contratti degli insegnanti fermi da anni, delle classi sovraffollate nelle periferie urbane dove la concentrazione di alunni con background migratorio è più alta, del sostegno psicologico praticamente assente – questa scuola viene oggi chiamata a risolvere con un divieto ciò che le politiche pubbliche non hanno costruito in trent’anni.

È una delega impossibile e anche un po’ ipocrita. Si chiede all’istituzione scolastica di essere “il braccio assimilatore” senza darle gli strumenti per praticare l’integrazione. Si usano le ragazze con il velo come simbolo di un problema culturale senza investire nella cultura come soluzione.

Come ci insegna Fanon, il velo è un significante che può abitare registri semantici radicalmente diversi: devozione, identità, tradizione, resistenza, obbedienza, scelta. Pretendere di sapere cosa significa per ogni donna che lo indossa è la prima forma di sopraffazione.

Quello che mi interessa è la cornice dentro cui si muove la proposta governativa. Una cornice che tratta la libertà come condizione preesistente che il divieto rivela, anziché come condizione da costruire attraverso politiche concrete. Una cornice che guarda alla visibilità del problema – il velo come segno – ignorando la struttura del problema: la diseguaglianza delle opportunità di scelta reale.

La cornice dentro cui si muove la proposta governativa tratta la libertà come condizione preesistente, anziché come condizione da costruire attraverso politiche concrete. Ignorando la struttura del problema: la diseguaglianza delle opportunità di scelta reale

Fanon scriveva che la colonizzazione non è un’avventura individuale ma un sistema di dominio, di corpi e di simboli. La risposta alle sue conseguenze non può essere individuale – non può essere chiesto alla singola ragazza di risolvere nel proprio corpo una contraddizione che è strutturale. Il velo si toglie, se si toglie, quando lo spazio sociale lo permette. Costruire quello spazio è il lavoro che non è stato fatto. È quello che continua a non essere fatto. Ed è da lì che bisognerebbe ricominciare, invece di fermarsi – ancora una volta – alla superficie.

Foto di Mufid Majnun su Unsplash: due donne in hijab che camminano per strada


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