DI
ESSERE FRATELLI
-di Enzo Bianchi
«Purtroppo, pensiamo che
la fraternità sia un dato di fatto naturale, perché si nasce fratelli, perché
qualcuno viene al mondo e ha un fratello, una sorella, prima di lui o dopo di
lui. Ma in realtà tutta la storia ci mostra che questa fraternità naturale
facilmente accede alla rivalità, alla concorrenza e quindi alla violenza, fino
all’uccisione del fratello, come raccontano i miti di tutte le culture.
Non solo nella Bibbia -
Caino e Abele - ma anche nella cultura romana - Romolo e Remo -, in quella
greca, in quella babilonese c’è sempre il fratricidio. Si arriva proprio da
fratelli, tra fratelli e sorelle, alla violenza, all’uccisione, alla negazione dell’altro,
perché l’altro è colui che è venuto a chiedere di decentrarsi, è venuto a
prendere parte del nostro posto, che era un posto unico, tutto nostro, è venuto
a prendere parte dei nostri affetti. Affetti della madre e affetti del padre,
che erano tutti per noi. E sentiamo ciò come privazione. Ci sentiamo defraudati
da quest’altro intruso, sconosciuto, che arriva, che è fratello perché nato
dallo stesso grembo della madre come dicevano i greci, ma che in qualche misura
ci ha detronizzato.
La rivalità
E allora ecco la
rivalità. Rivalità che a volte cova tutta una vita e arriva alla fine quando
c’è la divisione dell’eredità della famiglia, del padre e della madre. Allora
noi comprendiamo come la fraternità non sia un dato di fatto che sta dietro di
noi nella vita, ma una vocazione. È un appello. È un esercizio che dobbiamo
assumere. È qualcosa che dobbiamo tenere come assolutamente necessario per
arrivare alla relazione, ai rapporti e ai rapporti innanzitutto di famiglia. Ma
i rapporti poi anche di una comunità, ai rapporti di una società. La fraternità
s’impara, non si riceve, s’impara a fatica e s’impara a caro prezzo».
«Dobbiamo essere molto
seri con noi stessi e guardare in profondità, ciascuno di noi e guardare le
relazioni che ci sono nella società. Negli ultimi anni, negli ultimi due
decenni, c’è stato un forte imbarbarimento. È cresciuto il rancore, è cresciuta
la rabbia, come dicono sovente anche le indagini che vengono fatte a livello
italiano da istituti che sono più che autorevoli. E poi è cresciuta la sfiducia
degli uni verso gli altri. Certamente, c’è stata anche la pandemia, ma io non
maggiorerei mai questo evento che ci ha tenuti lontani, ci ha separati e ha
creato quel bisogno di immunitas che allontana e rende diffidenti gli
uni dagli altri. No, siamo diventati più cattivi.
La violenza
E qui la violenza cova
più facilmente, a partire dalla famiglia, a partire dai rapporti più intimi,
dove vediamo che si manifesta il parricidio, il matricidio, il femminicidio. Ci
sono sempre stati, ma oggi c’è una frequenza che non è adeguata alla crescita
che si ha all’interno della società di alcuni valori che pur anch’essi sono
cresciuti: il rispetto degli altri, l’affermazione della dignità di ciascuno.
Il che ci dice come è diventato davvero molto forte, molto efficace, questo
desiderio di violenza verso gli altri fino al desiderio dell’annientamento e
dell’omicidio.
E quindi oggi abbiamo
un’epifania di ciò che c’è sempre stato, ma che ha delle cause ben precise in
questa evoluzione ultima all’interno della società e della nostra cultura, che
è una cultura che non ascolta, che ama lo scontro, che ama assolutamente contrapporsi
all’altro senza mai avere la possibilità di uno scambio, di un dialogo. Lo
vediamo addirittura nei mass media come si ama lo scontro, la polemica e non il
dialogo, non l’ascolto reciproco. Addirittura, dobbiamo confessarlo con
vergogna, è lo scontro che fa audience, è lo scontro che richiama spettatori.
Sembra che il dialogo, l’ascolto reciproco, non riesca più ad attirare
l’attenzione dei telespettatori».
L’umanità
«Io mi rivolgo da sempre
a credenti e non credenti, perché ciò che per me è importante è veramente
l’umanità. Ciò che per me non è estraneo è l’umano. E quindi se io dico una
parola, la posso solo dire nello spazio dell’umano. Però attenzione, non si tratta
con questo di annullare la differenza cristiana sulla quale ho sostato più
volte e che faccio emergere sempre. C’è una differenza cristiana. Certo, la
salvezza, la buona notizia riguarda tutti. Non ci sono muri, non ci sono
certamente delle enclave per i credenti. Non ci sono posizioni di privilegio
nei confronti di una vita umana, se vale o non vale. Tutti saremo giudicati
sulla capacità di rapporti con gli altri, nell’amore, nella cura degli altri,
nella responsabilità per gli altri alla stessa maniera. Ma se c’è una speranza
cristiana, che non è solo per i cristiani, che è quella che la vita vinca la
morte, l’amore vinca la morte a causa della resurrezione di Cristo, di questo
non mi vergogno, lo dico e penso che possa essere l’annuncio anche per i non credenti.
La accolgano o no, la mettano davanti a loro come interrogativo o no…, però la
devo dire».
L’inclusione
«Innanzitutto, lei deve
pensare che la Chiesa ha sedici secoli dietro le spalle in cui ha amato
l’uniformità, ha amato essere una sola voce, ha amato soprattutto avere una
voce contro gli altri. Tutti gli altri che non erano dentro lo spazio della
Chiesa, erano nemici. Sono cambiati, sono stati i saraceni, sono stati a un
certo punto gli eretici, sono stati gli ebrei: nella Chiesa è stato davvero
quasi un piacere poter espellere, poter innalzare muri e dire che qualcuno
stava fuori. A me ha sempre impressionato come al mio paese, quando c’era un
suicida lo si seppelliva fuori del muro del cimitero. Neanche coi morti lo si
metteva. Perché c’era questa volontà di esclusione. Si spiavano i peccati degli
altri. Se spiava il pensiero degli altri se era eretico, e lo si rigettava.
Ecco, dal Concilio Vaticano II in poi sembra
che la Chiesa abbia imboccato un’altra via, che è una via dell’inclusione. E
soprattutto è Papa Francesco che ha capito che l’orizzonte per un futuro è
quello dell’umanità, non è quello delle confessioni religiose, se pure hanno un
significato, ma è l’umanità. E allora lui parlava a nome di tutta l’umanità, e
anche se dà a volte il messaggio ai cristiani, chi lo sa leggere bene vede che
lui con gli occhi guarda all’umanità non cristiana, vede i confini del mondo.
Tutta un’umanità deve essere salvata, tutta un’umanità è degna di una vita
migliore. Questo mi sembra anche il fondamento della sua “Fratelli tutti” che
ha voluto indirizzare a tutti gli uomini. Questo è l’orizzonte cristiano. Ma la
Chiesa fa fatica. I cristiani sovente sono gretti. Sono persone molto devote,
molto religiose, ma che hanno poca fede. Non hanno una fede stabile, salda, di
non temere l’altro. Hanno la religione con cui con l’altro si va solo in
concorrenza».