mercoledì 7 ottobre 2026

INCLUSIONE NON PIETISMO

 


IL SENSO 

DELLA SCUOLA


Il ruolo dei compagni 

e degli educatori 

di fronte a chi esprime

 bisogni diversi

La via dell’inclusione in classe? Senza pietismo né scorciatoie

La storia di Dario e dei suoi compagni ci racconta come amicizia, responsabilità e fiducia nell’altro possono trasformare i limiti e le fragilità in occasioni di crescita per tutti.

Il rischio è che, per tutelare una persona in condizione di fragilità, la si metta sotto una campana di vetro, facendo sconti e rinunciando alle sfide Così, però, crescere diventa impossibile. Se giustizia non significa trattare tutti allo stesso modo ma dare a ciascuno il suo, non è però nemmeno giusto fare differenze dove non serve, trattando da diverso chi non lo è Perché nessuno è diverso Anzi, lo siamo tutti.

 -di MARCO ERBA*

Dario è simpaticissimo: ha un sorriso contagioso, lo sguardo luminoso. A volte sembra chiudersi in sé, perso nei suoi pensieri: quando però entra in relazione mette allegria, semina buonumore. Dario non può camminare: vive seduto sulla sua carrozzina elettrica, che conduce ovunque con grande agilità. Dario è ben inserito nella sua classe: ha amici veri, con cui si trova in sintonia. Certo, a volte ci sono le inevitabili tensioni che tra adolescenti si creano, ma nel complesso quando entro in quella classe respiro un clima bello, accogliente. Dario e i suoi amici sono un dono per la mia vita: mi hanno aiutato ad aprire nuove prospettive. Ad esempio durante un concerto a scuola. A quel concerto l’accompagnatore ero io, con me c’era l’educatore di Dario. Siamo entrati nell’auditorium della scuola tra i primi, ci siamo messi davanti. Q uando però il concerto stava per iniziare, Dario mi ha chiesto di uscire: il suono così ravvicinato degli strumenti, delle voci, delle casse, avrebbe potuto dargli molto fastidio. Mi è dispiaciuto, ma non me la sono sentita di chiedergli uno sforzo: gli ho detto di sì, rassegnato. L’educatore si stava già alzando per accompagnarlo, quando è intervenuto un compagno. «Ma no, aspetta» ha detto a Dario. «Non uscire: stiamo insieme in fondo all’auditorium dove la musica arriva meno potente e vediamo come va. Che ne dici?» gli ha chiesto. Dario ha annuito: ci stava, valeva la pena provare. Io ho assistito alla scena, ma non sono intervenuto. Quel compagno mi ha chiesto: «Prof, possiamo?». M i è bastato uno sguardo d’intesa con l’educatore per capire che anche lui era d’accordo. «Sì, certo» ho detto. Dario è partito con la sua carrozzina, alcuni compagni lo hanno seguito e si sono messi in ultima fila, tranquilli, ad attendere l’inizio del concerto. Mi sono voltato indietro più volte durante lo spettacolo: Dario cantava, rideva, gli brillavano gli occhi, si muoveva al ritmo della musica. I suoi compagni cantavano a loro volta, si divertivano. Non erano lì con lui per compassione, erano lì con lui per condividere un’esperienza. Erano un gruppo di amici, e che uno di loro fosse seduto su una carrozzina e gli altri sulle sedie dell’auditorium non cambiava nulla. Io li osservavo, poi mi voltavo verso il palco e non riuscivo a decidere quale fosse il vero spettacolo. U na settimana dopo stavo andando verso la scuola in auto per una riunione fissata subito dopo la fine delle lezioni. Non avevo le ultime ore quel giorno, quindi ero tornato a casa per poi rientrare. La mia scuola è collegata alla città da una comodissima pista ciclabile che corre in un prato non lontano dalla strada asfaltata. Guidavo proprio lungo quella ciclabile, quando ho notato qualcuno che la percorreva.

Dario: andava sulla pista ciclabile dritta e completamente libera a tutta velocità con la sua carrozzina elettrica. Ma non era solo: in piedi dietro di lui, sulla carrozzina, c’era uno dei compagni che con lui era stato in fondo all’auditorium durante il concerto a scuola. Dovevano fare un lavoro scolastico insieme, avrei scoperto il giorno dopo, e si stavano dirigendo a casa del compagno. Ma era Dario a portarlo: la sua carrozzina elettrica era veloce e faceva risparmiare tempo a entrambi. P orto nel cuore queste due immagini, affiancate come in un dittico. Dario che, di fronte a una difficoltà, non viene lasciato solo dai compagni e riesce ad assistere a un bel concerto, godendone dal fondo di quell’auditorium. Dario che restituisce il favore, dando a suo modo un passaggio a uno dei compagni che gli è rimasto al fianco nel momento del bisogno. Un bisogno che si fa dono, un limite che diventa condivisione. Quel compagno ha accolto il limite di Dario, che ha avuto la forza di condividerlo, e ora, su quella carrozzina, il limite di Dario diventava uno strumento utile a entrambi. Penso che questi due episodi, che questi due gesti di attenzione, valgano quanto tutte le ore di educazione civica che ogni anno, a volte un po’ stancamente, proponiamo ai nostri studenti.

Parlare di inclusione a scuola non è facile: si rischia lo slogan, il proclama privo di concretezza. A volte si rischia di usare questo termine per autoincensarsi o per affermare dei sacrosanti principi, senza però tenere conto della fatica delle circostanze concrete. Di certo, inclusione non significa protezione eccessiva. Il rischio è che, per tutelare una persona in condizione di fragilità, la si metta sotto una campana di vetro, facendo sconti e rinunciando alle sfide. Così però crescere è impossibile.

Inclusione è anche impatto con la realtà, impatto che non può essere privo di conflitto. L’inclusione è inoltre totalmente estranea al pietismo. Se la compassione è un nobilissimo sentimento, il pietismo distrugge: la retorica del «poverino», del giustificare ogni azione alla luce delle difficoltà, non aiuta affatto; anzi, è ancora più escludente. Penso a Dario, ai suoi compagni, alla sua famiglia, che anche su questo mi hanno insegnato tanto. Dario fa sport, sostenuto dai genitori, che si sobbarcano a volte lunghe trasferte. Genitori che lo sfidano a buttarsi nella sfida, e così lo aiutano a tirare fuori il meglio di sé, a vivere la sua vita appieno. Parlando delle sue gare, una volta l’ho sfidato anche io a una competizione nel cortile della scuola: io con la mia bicicletta elettrica, lui con la sua carrozzina elettrica. Ci è stato: abbiamo riso e scherzato, lo ricordo come un momento molto bello. Vedere Dario sorridere mi ha confermato il potere terapeutico dell’ironia e dell’autoironia: non c’è peso che non possa essere alleggerito da una risata spontanea, non c’è fatica che non possa essere affrontata con più energia. A lla giornata dell’atletica, nella staffetta quattro per cento, insieme ai suoi compagni ha gareggiato anche Dario. Non è stato facile emotivamente, è ovvio, ma per lui e per tutti è stato un successo incredibile, un episodio da manuale. 

Il senso di una scuola inclusiva non è rendere tutto più facile, cancellare il disagio, ma allenare ad abitarlo, proprio come quel giorno è accaduto. Per questo quella staffetta è stata un trionfo umano ed educativo. C’è un ultimo episodio che mi ha colpito e che ha Dario per protagonista. Un giorno, in classe, c’è stata tensione e lui ha manifestato una richiesta con una modalità scomposta. Io, per quieto vivere, l’ho assecondato. All’intervallo è venuto da me uno degli amici di Dario e me lo ha fatto notare: «Prof, secondo me non è giusto cedere per evitare lo scontro quando la richiesta non è motivata e non è portata avanti nei dovuti modi.» Ho pensato tutto il giorno a quelle parole. La mattina dopo sono entrato in classe, ho ripreso davanti a tutti l’episodio e la critica mossami da quel compagno e ho detto che quel compagno aveva ragione. Poi mi sono scusato. Il compagno che mi aveva criticato era uno di quelli che era stato al fianco di Dario in fondo all’auditorium.

È un suo amico vero, fa parte del gruppo con cui Dario esce nel fine settimana. Il suo essere diretto e il suo non fare sconti, mi rendo conto, è stato più inclusivo del mio cedimento per rendere la situazione più tranquilla. Mi ha insegnato che, se giustizia non significa trattare tutti allo stesso modo ma dare a ciascuno il suo, non è però nemmeno giusto fare differenze dove non serve, trattando da diverso chi non lo è. Perché nessuno è diverso; anzi, lo siamo tutti: ciascuno di noi è unico e irripetibile nella storia dell’umanità ed è chiamato a vivere le proprie relazioni e la propria esistenza al massimo delle sue potenzialità, senza sconti né scorciatoie.

*Insegnante e scrittore

/ ICP

www.avvenire.it


 

LE RELIGIONI A CONFRONTO

 


Le religioni spiegate ai giovani è un saggio che, con un linguaggio chiaro e divulgativo, traccia un profilo approfondito dei principali culti religiosi presenti oggi in Italia. Oltre a Induismo, Confucianesimo, Taoismo, Buddhismo, Ebraismo, Cristianesimo e Islam vengono presentati anche la Chiesa Valdese (una Comunità Riformata, protestante, parte del Consiglio Ecumenico delle Chiese Cristiane), il Sikhismo, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (Mormoni) e Scientology.

L’uomo ha sempre avuto bisogno di dare un senso alla propria esistenza, a ciò che la determina, la circonda e che, almeno apparentemente, non ha una spiegazione logica o scientifica: la sofferenza, la morte, il male, l’amore, il perché della vita e del mondo. Questo libro ha la prospettiva della inter-religiosità: ovvero cerca di mostrare come ogni credente, a partire dal più assoluto rispetto del dogma interno della propria religione, può collaborare nel risolvere i problemi che affliggono attualmente il nostro Paese, nella convinzione che la conoscenza è alla base dell’accoglienza e dell’accettazione fra diversi, e il credo religioso, qualunque esso sia, deve tendere a unire e non a dividere.

Oltre alle grandi domande, Le religioni spiegate ai giovani affronta anche le questioni più piccole e quotidiane che nascono perché, come avviene oggi in Italia, persone di razze, religioni e credenze diverse, vivono assieme. Cosa accade se mia figlia sposa un musulmano?  Come trattare il cinese con cui sto per fare un contratto senza offenderne la sensibilità? Perché il mio compagno di classe ebreo, il sabato non usa lo smartphone? La mia compagna è diventata buddhista, cosa cambierà per me? Ho scoperto che un mio amico d’infanzia appartiene a Scientology, vuole dire che crede negli extraterrestri? I nostri vicini di casa sono della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (mormoni), mi vorranno convertire a tutti i costi?

Le risposte a domande del genere e a tante simili sono state rivolte ad altrettanti testimoni, persone cioè che vivono felicemente il loro credo religioso nell’Italia di oggi.

In questo modo personaggi famosi o meno noti, responsabili di spicco per il loro credo o fedeli qualsiasi, hanno raccontato come un induista, un musulmano, un ebreo, un valdese, uno scientologist e così via, vivono la loro quotidiana vita da credente.

Così sono nate le interessantissime interviste, che corredano ogni capitolo, a Tanya Gupta (Induismo), Hong Fan (Confucianesimo e Taoismo) Roberto Minganti (Buddhismo), David Parenzo (Ebraismo), Chiara Giaccardi e don Julián Carrón (Cristianesimo), Shahrzad Houshmand Zadeh (Islam), Italo Pons (Chiesa Valdese), Avijet Koholi (Sikhismo), Carmelo Persico (Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni) e Luigi Brambani (Scientology)

A questo link è possibile leggere l’Introduzione

 

ISLAM PERCHE'

 

Breve storia dell'Islam




di Adam J. Silverstein (Autore), C. Palombo (Traduttore)


Come ha fatto l'Islam ad emergere dall'oscurità dell'Arabia del VII secolo fino a raggiungere la ribalta mediatica del XXI?

Perché le società musulmane e quelle occidentali siedono spesso agli estremi opposti del tavolo delle trattative?

In questo breve saggio, Adam J. Silverstein ripercorre la nascita e l'espansione dell'Islam, mostrando come quella che era originariamente una ristretta e circoscritta comunità di credenti abbia dato vita a una religione con oltre un miliardo di fedeli in tutto il mondo e analizza il ruolo che la storia dell'Islam svolge sia nel contesto religioso che in quello politico, soffermandosi sulle controversie che ne accompagnano lo studio e sull'importanza che questa storia riveste tanto per i musulmani quanto per i non musulmani.



lunedì 5 ottobre 2026

BUONI DA MORIRE

 


I BISCOTTI


 DI

 

FRATE


 FRANCESCO



Alessandro D’Avenia

Si narra che quando 800 anni fa Francesco d’Assisi, di cui ieri abbiamo festeggiato per la prima volta la festa nazionale, sentì la morte vicina, chiese ai fratelli i suoi biscotti preferiti: la ricreazione.

Quei biscotti di mandorle, miele, mosto, albumi e spezie dovevano però uscire dalle mani di Jacopa dei Settesoli, nobildonna sua seguace che lo aveva ospitato quando si era recato a Roma per presentare al Papa il suo ordine.  

Jacopa gli preparò quei biscotti dal potere rinfrancante e curativo che si fanno ancora oggi, gli piacquero così tanto da volerli di nuovo prima di spegnersi. Francesco è poeta nel senso che ha la radice della parola: portare nel mondo più vita di quella che ci ha trovato. Inaugura infatti la poesia italiana e Dante, con la sua teologia esistenziale, è suo figlio.

 Nel chiedere i biscotti è poeta fino in fondo, come Cristo nell’ultima cena: afferma la gioia di vivere, nel creato, nel corpo, nell’amicizia e perfino nell’imminente morte, che già nel Cantico — volle recitarlo con i fratelli come addio e a Dio — aveva definito sorella, perché per lui ogni cosa venendo da un Padre, dall’acqua alle stelle, dalla Terra alla Morte, è quindi figlia, cioè per noi sorella o fratello.

La creazione è il nostro corpo, cosmico e sociale, e Francesco detta la regola della ricreazione perfetta: fai quello che sai fare per vocazione con ciò che il creato ti offre, senza distruggerlo, e porgilo agli altri... fossero anche solo dei biscotti. 

Aumenta la vita, metti al mondo più mondo. Ricreati. Ricrea.

Corriere della Sera

Immagine 


 

domenica 4 ottobre 2026

LA RIVOLUZIONE DELLA CURA

 


Infanzia e adolescenza

non sono un problema


 Ma serve 

una   cura



Presentata alla Camera la Relazione al Parlamento 2025 dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Marina Terragni: «L’interdipendenza non è debolezza e l’individuo assoluto è una finzione». Dal digitale alle fragilità familiari, al centro della riflessione c'è la ricostruzione delle relazioni. L'appello dei ragazzi agli adulti: «Abbiamo bisogno di essere ascoltati davvero, non solo guidati»

di Chiara Ludovisi

I bambini e gli adolescenti non sono un problema: il problema è l’ «individuo assoluto e la polverizzazione delle relazioni a cui ha portato». Così Marina Terragni, Autorità garante per l’infanzia e adolescenza, ha introdotto l’incontro di presentazione alla Camera della Relazione al Parlamento 2025.

«Fino a una decina di anni fa di bambini e ragazzi si parlava molto poco sui giornali. Più recentemente invece hanno cominciato a comparire anche sulle prime pagine. Notizie cliccatissime, alla ricerca di soluzioni: e quasi mai si tratta di good news, più spesso di very bad news», ha osservato.

Bambini e ragazzi, insomma, sono diventati un “problema”, nella narrazione politica e mediatica, tanto che «forse loro stessi ormai si percepiscono come problema, per se stessi e per il mondo. In parallelo stiamo registrando record di denatalità», ha detto. 

La proposta di Terragni è di cambiare sguardo e direzione, spezzando l’individualismo assoluto dilagante e recuperando il valore delle relazioni, a partire da quelle familiari: è la proposta di una «CaRevolution», come la chiama Terragni: «Un approccio trasformativo per riconfigurare il modo in cui il lavoro di cura viene riconosciuto, organizzato, condiviso, valorizzato e posto al centro».

Denatalità e solitudine: il peso della povertà relazionale

Bisogna spezzare, insomma, quella «povertà relazionale che è anche il più grande nemico della natalità. Se sui servizi è sempre possibile e auspicabile agire, sul resto è decisamente più complesso. Ma non per questo ci si deve arrendere: la ricostruzione di relazioni reali e in presenza è la grande sfida che abbiamo di fronte».

Dobbiamo restituire alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi questa consapevolezza e scusarci con loro per averli indotti a crederlo. Dobbiamo spiegare loro che l’interdipendenza non è debolezza e che l’individuo assoluto è una finzione

Marina Terragni

Terragni si rivolge anche agli adulti, alla «nostra generazione, che in parte è responsabile della progressiva perdita di importanza delle relazioni a favore della realizzazione individuale. Ma da soli la vita non è felice. Dobbiamo restituire alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi questa consapevolezza e scusarci con loro per averli indotti a crederlo. Dobbiamo spiegare loro che l’interdipendenza non è debolezza e che l’individuo assoluto è una finzione», ha detto Terragni.

Per una rivoluzione della cura

Un ruolo fondamentale va quindi riconosciuto e restituito alle donne, a cui è «ancora largamente affidato il compito della cura»: Quello che si può definire «il “paradosso della cura” è che nelle nostre società, per fattori demografici e di organizzazione, di cura c’è sempre più bisogno, ma il suo valore non viene riconosciuto a nessun livello. Si tratta quindi di ascoltare con attenzione quello che le donne hanno da dire in merito all’organizzazione della vita, del lavoro, delle città, delle comunità, della società», ha detto. 

Per rafforzare e articolare la proposta di questa rivoluzione necessaria, Terragni ha fatto riferimento a Ivan Illich e Alexander Langer, al cui pensiero si ispira la sua idea. 

Minori e digitale: restituire spazio al gioco e alle relazioni

Il rapporto con l’ambiente digitale è un altro dei temi al centro della Relazione. Gli schermi sono parte dei luoghi in cui bambini e adolescenti crescono, studiano, comunicano e costruiscono la propria immagine. «L’isolamento viene propagandato ed estetizzato», ha detto Terragni, riferendosi alle pratiche online che presentano la rinuncia alle relazioni come strumento di realizzazione personale. «L’individuo diventa simultaneamente progetto e impresa produttiva, chiamato a dedicare tempo ed energie quasi esclusivamente al miglioramento personale, limitando così relazioni, uscite e attività considerate dispersive e improduttive».

La Relazione richiama perciò la responsabilità educativa degli adulti: la risposta non può essere affidata soltanto a divieti, filtri o strumenti tecnologici. Occorre offrire occasioni di esperienza, socialità e partecipazione, nelle quali i ragazzi possano costruire fiducia e autonomia.

Salute mentale e povertà educativa 

Solitudine, ritiro sociale, iperconnessione e fragilità emotiva sono tra le questioni affrontate dalla Relazione. Ma quali sono le risposte da mettere in campo? Accanto a quelle socio-sanitarie, viene richiamata la necessità di rafforzare le relazioni familiari, l’esperienza scolastica e le opportunità offerte dal territorio. E di fronte alle fragilità familiari, le istituzioni e i servizi hanno il compito di accompagnare e sostenere, prima che diventino emergenze. 

La Relazione affronta inoltre gli abusi online, la devianza minorile e la tutela degli orfani di femminicidio. Per i minori stranieri non accompagnati fa riferimento al recente studio sulle condizioni di accoglienza (qui l’articolo di Ilaria Dioguardi su VITA) e le attività sulla tutela volontaria e sull’affido familiare (qui l’articolo di Sara De Carli). Un tema che Terragni riconduce ancora alla qualità dei legami: «La qualità delle relazioni di accoglienza è assolutamente decisiva nella determinazione del destino di questi ragazzi e di conseguenza anche per la nostra società che accoglie».

Separazioni e allontanamenti: il diritto dei figli all’ascolto

Gli allontanamenti dalla famiglia sono uno dei temi che maggiormente sta a cuore di Marina Terragni, per cui una parte della Relazione è dedicata proprio a questo: la necessità di mantenere al centro l’interesse concreto dei figli. L’ascolto del minorenne viene indicato come una garanzia sostanziale, capace di incidere sulle decisioni che riguardano la sua vita. Al tema è dedicata anche la “Agenda dei diritti 2026. La persona di minore età nei procedimenti di famiglia: soggetto, vittima e testimone”, distribuita durante l’incontro insieme alla Relazione e all’ultimo numero della rivista Futuri.

Ridurre le diseguaglianze, sostenere le famiglie

Altro tema al centro della Relazione e della riflessione è quello delle disuguaglianze e della povertà educativa e sanitaria, su cui hanno richiamato l’attenzione i due rappresentanti politici intervenuti alla presentazione: il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè e la ministra per le pari opportunità Eugenia Maria Roccella.

Mulè ha richiamato alcuni dati Istat: nel 2024, il 26,7% dei bambini e ragazzi con meno di 16 anni era a rischio di povertà o esclusione sociale, una quota che raggiungeva il 43,6% nel Sud e nelle Isole. «Il livello di istruzione dei genitori si associa alla condizione socioeconomica della famiglia», ha osservato Mulè, soffermandosi sul legame tra salute e povertà educativa e sui rischi della disinformazione sanitaria. «Servono quindi politiche pubbliche per ridurre diseguaglianze».

«Sono qui per ascoltare», ha esordito Eugenia Roccella. «La centralità della famiglia non è né di destra né di sinistra». Per la ministra, l’intervento prioritario passa attraverso le relazioni di cura all’interno della famiglia: «Non depauperare competenze e responsabilità delle famiglie d’origine, ma sostenere e alimentare l’autorevolezza genitoriale».

«I bambini non se la stanno passando bene», ha affermato il pedagogista Daniele Novara, concentrando il suo intervento sulla difficoltà degli adulti a comprendere le diversità dei bambini e degli adolescenti.

I bambini hanno straordinarie capacità di compensazione neurocognitive. La grande plasticità del loro cervello deve essere favorita e sostenuta con il lavoro educativo. E non affrontata con facilitazioni che ottengono l’unico risultato di farli accasciare sul banco.

www.vita.it

MATTARELLA AD ASSISI

 

Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della Festa nazionale di San Francesco d'Assisi

 

Sono trascorsi ottocento anni dalla morte di San Francesco, patrono d’Italia insieme a un’altra grande santa, Caterina da Siena.

La distanza temporale che ci separa da quell’evento, non ha in alcun modo ridotto il suo fascino e il suo carisma, che vive ben oltre i confini dell’Italia e della stessa Cristianità, di cui è figlio e figura eminente. 

Profeta di pace, di amore, di rispetto per il Creato, il suo insegnamento è patrimonio universale per le donne e gli uomini di tutti i tempi e di tutte le latitudini, credenti o non credenti, cristiani o fedeli di altre religioni. 

La sua personalità, così umile e, insieme, così vigorosa, ha operato conversioni, orientato scelte di vita, suscitato attenzione e affetto, ispirato artisti e poeti, comunità. E continua a esercitare un fortissimo ascendente su milioni di persone, particolarmente tra i giovani.

I caratteri della società italiana ne hanno tratto un segno profondo e non possono prescindere dalla sua lezione: ne è conferma la proclamazione a santo patrono che, al contempo, esprime invito e impegno alla coerenza.

Un santo figlio della terra umbra che respirò l’atmosfera intensa e dinamica del suo tempo.

Francesco canta in francese, ma sceglie il volgare per predicare, per diffondere la parola di Dio. E con il “Cantico delle Creature”, la più alta tra le prime espressioni poetiche in volgare, magnifica e commovente, concorre all’inizio della storia della nostra letteratura. Così come la rappresentazione della Natività a Greccio e la diffusione della devozione popolare francescana contribuiscono all’avvio delle forme teatrali religiose medievali.

Le comunità francescane portano la vita religiosa fuori dalla solennità dei monasteri e si inseriscono nel tessuto urbano e sociale, nel loro tempo così bisognevole di impegno e di presenza, incarnando un ideale di povertà evangelica e di vicinanza agli ultimi che traccia un segno profondo nella società medievale, aprendo la strada a forme nuove di solidarietà, a nuovi criteri di relazioni umane.

A buon titolo Francesco appare precursore anche dei Santi sociali.

Celebrare Francesco, oggi, qui al Sacro Convento, in questo importante anniversario, significa riflettere su un apparente paradosso, forse inspiegabile per una mentalità piuttosto diffusa. Come è stato scritto in una sua importante biografia, Francesco “non offriva una risposta politica alle ingiustizie sociali, al problema del male nel mondo”.

Francesco chiedeva solamente di vivere, in povertà, pace e letizia, con i suoi fratelli e le sue sorelle, al seguito di Cristo e vivendo il messaggio del Vangelo, invitando al “privilegio della povertà evangelica”, esortazione che lo rendeva distinto dai movimenti pauperistici dell’epoca.

Per questa scelta, radicale e sconvolgente agli occhi del mondo, l’uomo che, per sé e per i suoi seguaci volle la denominazione umile di “frati minori”, è diventato una delle figure più significative, più conosciute, più amate della storia universale.

Al giovane Francesco la prospettiva di dedicarsi ai lucrosi commerci paterni andava stretta, appariva insoddisfacente.

Operò dentro di sé, e su sé stesso, una vera rivoluzione. Ricco sarebbe stato colui che avesse deposto ogni bene. Coraggioso colui che avesse deposto la spada per parlare di pace. Nobile chi avesse fatto dell’amore e del servizio ai poveri e agli ammalati la sua missione terrena. 

La gloria e l’onore, così ambiti dai giovani della sua epoca, andavano dunque ricercati nella povertà, nell’amore per tutte le creature, a cominciare da quelle più piccole, nella vicinanza a Dio nella preghiera.

Non fu facile, per Francesco, professare la sua fede e i suoi ideali, così ambiziosi, così distanti dal sentire comune. Fu incompreso, spesso deriso. A volte il suo pensiero fu persino manipolato e strumentalizzato.

La ricerca storica ci presenta una figura mite, ma tutt’altro che accomodante, un animo lieto, fiducioso in Dio, e insieme sofferente per via della cupidigia, della malvagità, della brama di potere, della violenza, della stoltezza nella vita praticata dagli uomini.

La sua povertà, così cercata e desiderata, fu rottura concreta con l’idolatria del denaro; la sua umiltà non aveva nulla di ingenuo, nasceva da una sete esigente di verità; la sua obbedienza non fu remissività, ma una faticosa, ponderata ricerca delle ragioni superiori dell’unità del popolo cristiano e della Chiesa.

Ricordare, oggi, l’insegnamento di Francesco al mondo contemporaneo vuol dire porre in luce alcuni fondamenti decisamente attuali anch’essi della sua predicazione: la dignità di ogni persona, il rispetto del Creato, la pace.

Per il santo di Assisi, infatti, ogni essere vivente è stato creato da Dio e va rispettato e amato in quanto tale.

Nel secolo di Francesco non ci sono le enormi, decisive questioni dell’inquinamento dell’acqua e della terra, della devastazione delle foreste, del surriscaldamento del pianeta, che oggi viviamo con crescente preoccupazione, così ben evidenziata dalla “Laudato sì” di Papa Francesco.

La natura dell’Umbria e delle zone frequentate da Francesco nel suo incessante pellegrinare, è a quel tempo incontaminata, i suoi frutti sembrano offerti all’umanità in modo inesauribile.

Eppure, con quanta delicatezza, con quanta considerazione, Francesco guarda all’ambiente che lo circonda.

L’acqua, bene oggi di valore crescente e a rischio di scatenare gravi contrasti in futuro, è «utile et humile», «pretiosa et casta».

Il lupo, simbolo di inconciliabile inimicizia con l’uomo, viene ammansito, non abbattuto.

I fiori, i frutti, l’erba, con la loro semplice bellezza, cantano la gloria di Dio.

Nel 1219, durante la quinta crociata, Francesco attraversò le linee e riuscì, rischiando la vita, a incontrare, in Egitto, il sultano al-Malik al-Kamil. Desiderava ardentemente convertirlo.

La missione non ebbe - lo sappiamo – questo esito. Ma il sultano rimase colpito da quell’uomo minuto, dai modi e dall’aspetto che dovevano apparirgli bizzarri, che gli parlava, accorato, di pace e di fratellanza.

Eppure, con quel viaggio di appassionata invocazione, Francesco lasciò un grande segno. Prima che un nemico, prima che un infedele, Francesco riconobbe nel temibile interlocutore un uomo.  Un figlio di Dio e, dunque, un fratello.

Il gesto rischioso – temerario si potrebbe dire - di Francesco non cancellava la violenza, né fermava il conflitto.

Disegnava piuttosto un atteggiamento di dialogo e di rispetto straordinariamente nuovo e originale nel contesto del tempo.

Oggi terribili conflitti insanguinano tante parti del mondo, e addirittura in alcune parti si torna a benedire le armi e a porre gli eserciti sotto insegne religiose: Francesco ci insegna che non c’è colpa maggiore di quella di uccidere altri uomini in nome di Dio.

Non renderemmo giustizia al santo di Assisi se la sua figura fosse esaurita in quella di un ecologista, pacifista e operatore sociale ante litteram.

Francesco e Chiara – la sua discepola, amica e sorella nelle scelte, protagonista con Francesco di quella grande opera di rinnovamento religioso e civile – erano soprattutto innamorati di Dio e del Vangelo.

Il loro linguaggio, che tuttora appare affascinante e contemporaneo, ricco di spunti anche sociali e umanitari, non può essere separato dalla dimensione religiosa, dalla fede ardente e incrollabile, dall’adorazione di Dio, dall’amore per gli uomini.

Non sbaglieremmo, credo, se cercassimo il Francesco più autentico nel mistero di quei silenziosi, lunghissimi, intimi colloqui con Dio nella grotta del Santuario della Verna.

O se cogliessimo il tratto più caratteristico della sua carità traboccante in quel bacio, sorprendente e inatteso, dato al lebbroso, sovvertendo le barriere di emarginazione del tempo: segno insopprimibile di amore purissimo, che non distingue tra chi dà e chi riceve, tra chi è sano e chi è malato, tra chi cura e chi è curato, espressione di quel servizio agli ultimi che tutti eleva e parifica, in quanto figli di Dio e, dunque, fratelli destinati allo stesso orizzonte.

Quanto ci hanno consegnato Francesco e Chiara – la grande e numerosa famiglia francescana – è un albero dalle solidissime radici che è cresciuto, ha dato frutti, si è moltiplicato, diffondendosi in ogni parte della terra, operando in favore della non violenza, dei poveri, degli emarginati, dei sofferenti.

Le grandi testimonianze d’arte – pittura, architettura, letteratura, teatro, cinema, musica – dedicate ai due grandi Santi, l’attrazione che Assisi riveste nel mondo, anche come capitale della pace e del dialogo interreligioso, sottolineano che la forza spirituale e morale di Francesco e di Chiara è, e sarà sempre, fonte inesauribile di ispirazione.

Nell’undicesimo Canto del Paradiso, Dante parla di Francesco come di un sole sorto per il mondo intero, tanto che Assisi andrebbe denominata come Ascesi, come Oriente.

In questi tempi segnati da guerre insensate e crudeli, da “tanta violenza, manipolazione, arroganza”, come ha detto, giorni fa, Leone XIV, l’auspicio è che il sole di Francesco possa illuminare il mondo, convertire le menti indurite dall’odio, indicare la via della pace, della speranza, della serena, fraterna convivenza.

www.quirinale.it




 

venerdì 2 ottobre 2026

LA VIGNA

 


Vangelo 
di domenica 4 ottobre 



Commento di don Renato De Zan

Mt 21,33-43

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: 33 Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 34 Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. 35 Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. 36 Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. 38 Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. 39 Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40 Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». 41 Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». 42 E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi? 43 Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.

Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare

Il Testo

1. Il testo biblico originale è stato arricchito da un ampio incipit liturgico che illustra chi sia il locutore e i destinatari: “In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo”. La Liturgia ha anche interrotto la conclusione naturale della pericope. Dopo Mt 21,43 il testo continua e conclude così: “Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato. Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta” (Mt 21,44-46). Fra poco capiremo il motivo di questa soppressione.

2. La formula che risulta, cioè Mt 21,33-43, si può suddividere in tre momenti. L’incipit liturgico presenta l’ambientazione che manifesta già una sfumatura polemica. Si vedano le formule evangeliche delle domeniche precedenti dove i rimproveri sono sempre rivolti ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo. Segue, poi, la parabola dei vignaioli omicidi, Mt 21,33-41. Chiudono la formula le considerazioni di Gesù sul figlio e sul futuro del Regno, Mt 21,42-43.

L’Esegesi

1. Oggi conosciamo bene i contratti tra padroni e fittavoli ai tempi di Gesù. I vignaioli evangelici, però, commettono un errore: dovrebbero pagare l’affitto, ma pensano di potersi sottrarre a questo impegno perché da eteronomi, dipendenti, vogliono diventare autonomi. Questa parabola così come è formulata da Matteo, si può leggere in due livelli: a livello del Gesù storico e a livello della Chiesa nascente.

2. A livello del Gesù storico, la parabola intendeva porre il problema dell’autonomia o della dipendenza da Dio (il padrone della vigna). Gesù ha sempre accusato i responsabili d’Israele di aver preteso di gestire a modo loro (autonomia da Dio) la vigna del Signore, senza attenersi alla Parola del Signore (dipendenza da Dio). Il padrone della vigna (Dio) li farà perire e darà la vigna ad altri vignaioli (il collegio apostolico).

3. A livello di Chiesa primitiva, la parabola venne ritoccata in alcuni piccoli particolari tanto da farla diventare una allegoria della storia della salvezza. Come ci riesce? Introduce, all’inizio, una citazione dal testo greco di Is 5,2 (“La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre”). Ricordiamo che Gesù non parlava greco ai responsabili d’Israele. Le missioni dei servi sono ridotte a due. Tali sono le raccolte dei libri profetici dell’A.T. (profeti anteriori e profeti posteriori). I maltrattamenti riservati ai servi (uccidere-lapidare) sono uguali a quelli riservati ai profeti in Mt 23,17: “Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te”. Inoltre il figlio è chiamato “erede” (cf Eb 1,2: “Ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose…”), viene gettato fuori della vigna (il Calvario è fuori Gerusalemme) e poi ucciso.

4. Con questi elementi la Chiesa nascente fa diventare la parabola una allegoria. Il padrone è Dio, la vigna è Gerusalemme, i servi sono i profeti e il figlio è Gesù. Questo spiega la doppia conclusione di Gesù. La prima consiste nella citazione del Sal 118,22-23: il figlio ucciso (pietra scartata) risorgerà (pietra d’angolo). La citazione diventa più chiara alla luce di due testi della Chiesa primitiva. In Ef 2,20 l’autore ispirato scrive: “Edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù…”. In 1Pt 2,4, un autore della fine del sec. I scrive: “Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio…”. La seconda è originale: “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”. Con queste considerazioni si può capire Mt 21,44-46, il testo soppresso dalla Liturgia.

Il Contesto Celebrativo

1. La prima lettura (Is 5,1-7) riporta una parte cospicua della canto della vigna del profeta Isaia. La vigna è la casa d’Israele (Is 5,7). La Colletta propria ha disatteso la tematica presente nella Parola di Dio. Ha solo evidenziato ogni tralcio (ogni discepolo di Gesù) innestato nella vite che è Cristo (Gv 15,5: “Io sono la vite, voi i tralci”)

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