giovedì 10 settembre 2026

IL VOTO A SCUOLA

 

Quel numero 

preso a scuola 

che non è mai 

soltanto un numero





Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni,

 per capire cosa ci rivelano del nostro mondo


Un risultato negativo può provocare rabbia e sconforto, uno positivo soddisfazione e orgoglio. Ma quel dato descrive una prestazione in un preciso momento, non stabilisce chi siamo né che cosa potremo diventare

-di LUIGI BALLERINI

La definizione proposta dalle ragazze e dai ragazzi coglie subito il fatto interessante che la parola « voto» contiene accezioni molto diverse. Può essere un’offerta fatta a una divinità, una scelta politica, oppure il numero o il giudizio con cui a scuola si valuta una prestazione. È soprattutto quest’ultimo significato, però, a toccare la loro esperienza, perché il voto scolastico non è mai soltanto un numero. Trascina con sé tante emozioni: soddisfazione e orgoglio, delusione e sconforto. Il punto è allora capire che uso ne facciamo. I ragazzi scrivono che, quando il voto è negativo, insegnanti e studenti spesso gli attribuiscono significati differenti. Secondo il docente dovrebbe rappresentare uno stimolo a impegnarsi di più e a migliorarsi, ma per chi lo riceve può essere difficile coglierne subito tale funzione positiva, perché prevalgono tristezza e rabbia. È un’osservazione realistica in quanto una valutazione può davvero toccare il modo in cui ciascuno guarda a se stesso, soprattutto in quel delicato periodo della vita che è l’adolescenza. Per questo è importante distinguere sempre il voto, che è misura, dalla valutazione. Misurare produce un dato, valutare significa attribuire un significato a quel dato. Se la misura risponde alla domanda “quanto?”, valutare significa chiedersi anche “che cosa possiamo fare adesso?”. Un 5, un 7 o un 9, seppur necessari, rappresentano delle riduzioni di un percorso più complesso. Non spiegano da soli perché uno studente abbia ottenuto quel risultato, che cosa abbia compreso e quale passo successivo potrebbe aiutarlo.

È

qui che la definizione dei ragazzi diventa particolarmente significativa quando afferma che « per noi ricevere un voto è come ricevere un’etichetta». Il rischio esiste davvero. Dire «hai preso 5» significa descrivere l’esito di una prova. Dire o far pensare «sei da 5» significa trasformare quel risultato in un giudizio sulla persona. La prestazione si appiccica alla persona e diventa così identità. È un rischio che la letteratura rende visibile con grande forza. In Cattedrale di Raymond Carver il narratore sta per incontrare Robert, un vecchio amico della moglie, cieco. Prima ancora di conoscerlo lo ha già classificato: per lui Robert è innanzitutto “il cieco”. Il dato è corretto, ma diventa ingiusto quando pretende di spiegare l’intera persona. Da quella caratteristica ricava pregiudizi e aspettative che l’incontro reale poi sarà in grado di smentire. Succede qualcosa di simile anche a scuola quando «è debole in matematica » diventa « non è portato per la matematica », oppure quando un comportamento osservato più volte diventa «è fatto così». Un dato parziale finisce per colonizzare la persona. Carver ci aiuta a capire anche un secondo aspetto. Quando Robert chiede al narratore di descrivergli una cattedrale vista in televisione, il narratore, che vede, scopre di non saper davvero spiegare ciò che ha davanti. Vedere non equivale necessariamente a comprendere. Allo stesso modo, possedere un dato non significa ancora saperlo interpretare. Possiamo conoscere voti, errori e percentuali di risposte corrette, ma questi dati non parlano da soli. La valutazione comincia dai dati, ma non può finire lì.

La buona valutazione dovrebbe allora essere precisa sul presente senza pretendere di definire l’intera persona. Dovrebbe dire «oggi, rispetto a questo compito e a questi criteri, sei qui» e non «tu sei questo». Apprendere richiede infatti tempo. Ciò che oggi non riesce può riuscire domani, una difficoltà può essere compresa dopo, una capacità può emergere più avanti. Se il voto diventa una sentenza, il tempo scompare. Dobbiamo invece tenere sempre avere l’accortezza che i giovani abbiano e si pensino con un futuro. Tra l’altro le ragazze e i ragazzi scrivono che «ragionare sul significato della valutazione aiuta ad aprire la mente ». Il giudizio quindi, che non viene chiesto di essere eliminato, ha bisogno di essere compreso affinché non si limiti a segnalare una mancanza o la distanza dall’ideale, ma renda riconoscibili i passi successivi. Gli studenti ci chiedono di non restare gli oggetti passivi della valutazione, ma di diventare soggetti capaci di leggere il proprio lavoro. Si apre così la strada anche al capitolo della auto-valutazione, processo oggi più che mai necessario per la componente di spirito critico e consapevolezza che porta con sé.

Voto

«Offerta di qualcuno a una divinità per esprimere gratitudine per un bene ricevuto o per impegnare la divinità a concedere qualcosa: far v. Dichiarazione della propria volontà in un procedimento elettivo o deliberativo, che vale come diritto di voto ma rientra anche nel processo di valutazione nella scuola. Quest’ultimo significato è il motivo di grande interesse.

A scuola il voto scatena diverse emozioni: fierezza e gioia, se positivo; delusione e rabbia se negativo. Per gli insegnanti il voto negativo dovrebbe spronare gli studenti a fare di più, ma noi siamo troppo tristi e arrabbiati per capirlo. Per noi ricevere un voto è come ricevere un’etichetta, ma ragionare sul significato della valutazione aiuta ad aprire la mente. Sia il voto negativo che quello positivo hanno lo scopo di dare delle indicazioni su come stiamo imparando. In quest’ottica se otteniamo un voto negativo si può migliorare, se otteniamo un voto positivo stiamo lavorando bene».

Questo vale anche per il voto positivo, e la definizione dei ragazzi ha il merito di ricordarlo. Si tende a pensare che soltanto l’insufficienza abbia bisogno di essere interpretata, mentre un 8 o un 9 sembrano parlare da soli. Ma pure un buon voto è un dato che non racconta l’intera persona. Può certo indicare una competenza acquisita, ma non dice automaticamente come quel risultato sia stato ottenuto. Esistono ragazzi che raggiungono risultati molto alti pagando un prezzo elevato in termini di ansia, paura dell’errore, bisogno continuo di conferma, rinuncia ad altri interessi. Il successo scolastico non coincide necessariamente con il benessere della persona. Anche il voto positivo dovrebbe allora generare domande: che cosa ha funzionato? Questa prestazione corrisponde a un apprendimento solido o a uno sforzo difficilmente sostenibile nel tempo? A quale costo è stata ottenuta? Valutare bene significa guardare alla prestazione senza confonderla con la persona, sia quando è fragile sia quando è eccellente.

L’etichetta

 Il rischio dell’etichetta diventa ancora più serio quando dal presente si passa al futuro. In questo passaggio può aiutarci The Giver di Lois Lowry. Nella comunità raccontata dal romanzo, i ragazzi vengono osservati durante tutta la loro la crescita e, a dodici anni, viene assegnata a ciascuno la futura funzione sociale. Il sistema, in quel contesto distopico, attribuisce alla valutazione un potere enorme: la descrizione del soggetto diventa prescrizione, l’ipotesi diventa destino. È una forma estrema di qualcosa che può comparire anche nella scuola quando si dice di un ragazzo che “non è portato per…”, “non è adatto a…”, “è uno da…”. Queste formule trasformano ciò che una persona mostra oggi in ciò che sarà domani. Ma i percorsi di crescita raramente sono lineari. Un limite può modificarsi, un’attitudine può emergere più tardi, un interesse può nascere da un incontro inatteso. Anche l’orientamento dovrebbe indicare possibilità realistiche senza pre-assegnare una destinazione.

Valutare

Valutare significa leggere il presente, mai sequestrare il futuro. L a definizione dei ragazzi arriva a una conclusione equilibrata: se otteniamo un voto negativo si può migliorare, se otteniamo un voto positivo stiamo lavorando bene. È una buona base, a cui conviene che noi adulti aggiungiamo un passaggio. Il voto negativo oltre a dire che “si può migliorare”, dovrebbe essere seguito dalle indicazioni necessarie a capire per quale via. E il voto positivo, che davvero dice “stiamo lavorando bene”, dovrebbe anche accompagnarsi all’aiuto a riconoscere le modalità di apprendimento che sono più efficaci e anche se il modo in cui si sta lavorando è davvero buono per la persona e lascia spazio ad altre dimensioni oltre alla scuola.

L’alternativa secca non si gioca tra abolire il voto o dargli un potere assoluto. Conviene restituirgli la giusta misura. Un voto è utile quando fotografa qualcosa senza pretendere di esaurire tutto; quando informa senza etichettare; quando riconosce un risultato senza trasformarlo in identità; quando segnala un limite senza trasformarlo in destino.

La buona valutazione non dice a un ragazzo chi è. Gli dice dove si trova oggi e gli offre elementi per capire quale passo può compiere domani.

*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

www.avvenire.it

mercoledì 9 settembre 2026

RESILIENTI

 

'

 La resilienza come capacità di abitare una vita imprevedibile


Alberto Angela: " Ci sarà un momento nella vita in cui direte 'è finita ' ".




La Redazione

"Quando la vita sembra metterci all'angolo, Alberto Angela indica una strada che non promette scorciatoie ma può cambiare il modo di affrontare le difficoltà..."

Ci sarà un momento nella vostra vita in cui direte “this is it,  è finita”. A chi non è mai capitato di dire almeno una volta, davanti a una situazione che ci sembrava più grande di noi, la frase che ha riportato Alberto Angela durante una recente intervista.  Alberto Angela, ricordiamo, è un paleontologo, divulgatore scientifico, conduttore televisivo, giornalista e scrittore italiano, nel suo intervento ha voluto lasciare, soprattutto ai giovani, un messaggio importante: la resilienza come capacità di abitare una vita imprevedibile. “Sarà così se voi vi lasciate andare, ne uscirete solo se risolverete un problema alla volta. Non tutto. Un passo alla volta, prima uno e poi l'altro”. 

Davanti ai momenti negativi, nei quali le situazioni si aggrovigliano, i problemi sembrano sempre più accumularsi, sommergendoci quasi del tutto, non esistono vie di fuga.

Esiste, secondo Angela, un unico metodo, ovvero quello di attraversare la tempesta un passo alla volta: “una piccola conquista, un'altra e un'altra ancora. Poi se ne avrai fatto un numero sufficiente ce la farai, ma non hai altra scelta. Quindi il mio augurio è quello di non mollare”. Questa metafora possiamo portarla con noi in tutte le circostanze della vita: quando abbiamo un problema personale, lavorativo, familiare o relazionale.

Non bisogna mollare, arrendersi vuol dire far prendere potere alla negatività, quando invece risolviamo i problemi, uno alla volta, ecco che allora quel potere, passo dopo passo, torna a noi, nelle nostre mani. Basti guardare “ Tutti quelli che non hanno mai mollato: nel campo della ricerca, dello sport, guardate quanti esempi ci sono” dichiara l’esperto. I “grandi” per diventare tali non hanno condotto una vita solo in discesa, anzi conclude l’esperto: “La vita non è facile, però non abbiamo alternative. Non puoi dire “mi arrendo”. Poi cosa succede se ti arrendi? Diventi un relitto che galleggia alla mercé delle onde, no combatti”.

Le parole di Alberto Angela assumono un significato particolare anche alla luce della sua storia personale. Figlio di Piero Angela, uno dei più grandi divulgatori scientifici italiani, avrebbe potuto limitarsi a vivere all'ombra di un cognome importante. Ha invece costruito negli anni un proprio percorso, affermandosi con competenza, studio e passione fino a diventare un punto di riferimento per milioni di persone. Forse è anche per questo che il suo invito a non mollare risulta così credibile. Dietro ogni traguardo, infatti, non ci sono scorciatoie, ma piccoli passi, ostacoli superati e la capacità di andare avanti anche quando la strada sembra più difficile del previsto.

Scuola Oggi

COME A RICREAZIONE

 

Chiamatelo pure intervallo

Ma se le parole sono i confini del mondo, l’orizzonte vi si restringerà.  


-di Alessandro D’Avenia

Intervallo, nella lingua di costruttori che è il latino, era lo spazio tra (inter-) i pali (-vallum) di una staccionata: un recinto da non valicare. Io uso «ricreazione» per la sua sconfinata audacia: il mondo fatto da capo. Ri-creato.  

Una bambina mi ha detto che la ricreazione è la sua materia preferita. Divina rivoluzionaria, come darti torto? Dio infatti «creò» cielo e terra. E noi? Il cellulare e la guerra. Non è poco? Nel mio dialetto «arricriarsi» significa gioire, e infatti bramavamo la ricreazione come i rematori stanchi il porto.  

Fuori dai banchi corpo e anima tornavano a unirsi: un pezzo di pizza e una cotta, una risata e una lotta, una paura e un sogno, un ripasso e un bisogno...  

La vita tutta in quindici minuti di intensissimo qui e ora.  

Per questo, dopo anni di «Ultimo banco», ho voluto chiamare «La Ricreazione» questa nuova rubrica del lunedì, il giorno in cui ricrearsi è un dovere: assumere il quotidiano non come un sonnifero, ma come un risveglio. Viviamo nel migliore dei mondi «impossibili», ma lo dimentichiamo. Magari questa campanella ci darà la «stupefacenza» perduta, impedendo a noia, paura e cinismo di diventare un’abitudine.  

Ce ne staremo in quest’angolo di pagina e di tempo, perché un fatto, un volto, una parola, o anche solo una mela (come mostra Cézanne) possono bastare a ritrovare la gioia di vivere. Come a ricreazione.

Corriere della Sera

Alzogliocchiversoicielo

STUDENTI E QUALITA' IN EUROPA

 RAPPORTO PISA

Scuola, Rapporto Pisa 2025: la preparazione degli studenti mai così giù nell'area Ocse

Scuola, Rapporto Pisa 2025: la preparazione degli studenti mai così giù nell'area Ocse

Rainews24

L'indagine Pisa 2025 ha rappresentato la più vasta valutazione mai

 realizzata, coinvolgendo 760.000 studenti in 91 paesi ed economie

Nei Paesi Ocse oltre 30 Paesi hanno partecipato all'Indagine Ocse Pisa, sono oltre 90 i Paesi partecipanti a livello internazionale tra il 2022 e il 2025. Rispetto al 2022 il rapporto evidenzia un calo rilevante degli esiti.

"Sono pochissimi i Paesi che a livello internazionale evidenziano dei miglioramenti, quasi tutti nell'Estremo Oriente - spiega il presidente di Invalsi Roberto Ricci -  e non sono tanti coloro che hanno mantenuto i loro risultati in tutti i tre gli ambiti. L'Italia è tra questi, si colloca in questo sparuto gruppo di Paesi. In generale, In Scienze e Matematica l'Italia è nella media Ocse, per lettura è sopra la media Ocse. L'indagine si focalizza in particolare sulle Scienze".

I Paesi si raggruppano in tre parti: quelli che hanno risultati superiori con media Ocse, in linea, e con esiti più bassi. I paesi che tra il 2025 e il 2022 sono migliorati, sono solo tre: Regno Unito, Turchia e Repubblica slovacca. C'è poi un folto gruppo di Paesi nella media Ocse e tra questi c'è l'Italia. Infine Slovenia, Spagna, Lettonia ed altri che hanno risultati significativamente più bassi rispetto al 2022.

Il nostro Paese si colloca tra quelli con un buon indicatore di equità, il paese non evidenzia differenze tra scuole particolarmente forti. "Nelle Scienze dobbiamo continuare a investire sui bravi su coloro che hanno risultati alti perchè sono in midura minore rispetto alla media Ocse: il 4% contro il 7%", ha proseguito Ricci. L'indagine mostra che nelle Scienze l'11% dell'esito di una prova dipende dal contesto socio economico ma "la nostra scuola mostra una capacità perequativa buona", conclude Ricci. 

L'indagine Pisa 2025 ha rappresentato la più vasta valutazione mai realizzata, coinvolgendo 760.000 studenti in 91 paesi ed economie.

“La preparazione degli studenti mai così giù nell'area Ocse”

"Il calo del livello di preparazione degli studenti trova conferma nei paesi dell'Ocse, dove i risultati medi risultano i più bassi mai registrati nell'ambito del Programma Ocse per la valutazione internazionale degli studenti (Pisa) in matematica e lettura". Nell'area Ocse, precisa l'organismo internazionale con sede a Parigi, "ormai uno studente quindicenne su cinque presenta un livello insufficiente in scienze, matematica e lettura, contro il 16% del 2022".
 

Ocse: studenti a minimi storici, crollano lettura e matematica

Gli studenti dei Paesi valutati dal rapporto Pisa hanno registrato "il livello medio di rendimento più basso mai osservato", con un deterioramento particolarmente marcato nella lettura e nella matematica. 

"I risultati nelle scienze rimangono approssimativamente stabili, ma c'è un calo di oltre 20 punti nella lettura e nella matematica", ha spiegato Eric Charbonnier, esperto di istruzione dell'Ocse. Secondo l'organizzazione, una variazione di 20 punti equivale approssimativamente a un anno di scolarizzazione.

Tra il 2015 e il 2025, nei Paesi Ocse i punteggi nelle scienze sono diminuiti in media di sette punti. In matematica la flessione raggiunge invece i 22 punti, contro gli otto registrati nel resto dei sistemi educativi esaminati.

Ancora più marcato il deterioramento nella lettura: nell'ultimo decennio i risultati sono scesi di 28 punti nei Paesi Ocse e di 16 negli altri Paesi partecipanti. Una tendenza definita "particolarmente preoccupante" dall'organizzazione, perché la capacità di leggere e comprendere rappresenta la base di gran parte dell'apprendimento scolastico, dal risolvere un problema di algebra all'analizzare una fonte storica o interpretare un esperimento scientifico.

 Gli studenti italiani sono tra quelli più distratti dai dispositivi elettronici nel corso delle lezioni di scienze

Nel dettaglio, il 37% degli studenti italiani dichiara che i compagni sono spesso distratti dall'uso dei dispositivi digitali nella maggior parte o in tutte le lezioni di scienze: percentuale decisamente superiore alla media Ocse (28%), che colloca il nostro paese in 12esima posizione tra gli 83 paesi o economie classificate sul tema nel rapporto.

Peggio di noi figurano Uruguay, Argentina, Cile, Bulgaria, Polonia, Filippine, Australia, Nuova Zelanda, Paraguay, Costa Rica e Messico. I nostri studenti, inoltre, accusano un peggioramento delle prestazioni legato alle distrazioni tech più marcato rispetto alla media.

A livello Ocse, infatti, "gli studenti che riferiscono la presenza di distrazioni legate all'uso dei dispositivi digitali durante le lezioni di scienze conseguono un punteggio in scienze inferiore di 11 punti rispetto agli studenti che non riportano tali distrazioni, a parità di profilo socio-economico degli studenti e delle scuole», mentre in Italia questa differenza è pari a 13 punti. Questo avviene nonostante negli ultimi anni in Italia siano aumentati sensibilmente i divieti ai dispositivi elettronici a scuola.

Nel 2025 il 63% degli studenti italiani frequentava scuole in cui era in vigore tale divieto (contro una media Ocse del 49%), in aumento rispetto a quanto rilevato nell'indagine Pisa 2022 (46% contro una media Ocse del 34%).

 -Italia sopra media Ocse, il ministro Valditara: "Sistema solido"

La scuola italiana è in ripresa e scala diverse posizioni nell'ultimo rapporto Ocse Pisa. I dati evidenziano una situazione di solidità per il sistema di istruzione dell'Italia che supera significativamente per la prima volta la media Ocse in comprensione dei testi scritti (lettura) e la supera pure in matematica come anche in scienze, dove le competenze migliorano rispetto ai dati del 2022. In scienze, ambito principale di Pisa 2025, gli studenti italiani raggiungono 483 punti, con la media Ocse pari a 482. Di particolare importanza il risultato dell'Italia in lettura: gli studenti italiani raggiungono i 474 punti, rispetto ai 461 della media Ocse.

"Si confermano i segnali positivi già emersi nella ultima rilevazione Invalsi", sottolinea il ministro, "la scuola italiana si è mostrata un sistema solido. In un contesto complesso, che ha visto arretrare in modo preoccupante diversi Paesi, il nostro sistema scolastico ha saputo lavorare sulle criticità, riuscendo peraltro a ridurre i divari storici tra Nord e Sud. Diventiamo un riferimento internazionale importante, lasciandoci alle spalle vecchi pregiudizi. Continueremo lungo la strada tracciata per potenziare le misure a supporto dei docenti e degli studenti", ha concluso Valditara. 

"Per la prima volta ci collochiamo significativamente al di sopra della media internazionale", commenta il ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, "il punteggio medio italiano è superiore a quello della Finlandia, sistema che ha rappresentato a lungo uno dei principali riferimenti internazionali in questo ambito".

"In matematica raggiungiamo risultati migliori di Francia, Germania, Usa e Svezia", ha aggiunto Valditara, "il punteggio italiano è pari a 468 punti, a fronte di una media Ocse di 463". Anche la quota di studenti che ottiene almeno il livello di base è leggermente superiore a quella Ocse.

La rilevazione attesta pure la riduzione dei divari fra Nord e Sud del Paese.

 

sabato 5 settembre 2026

L'ARCA DI NOE

 


Nel suo racconto, l'arca non è soltanto un rifugio, ma anche una «casa del segno», parola, bara e culla. Che cosa rappresenta per lei l’arca di fronte al caos del mondo moderno?

 

Il filosofo Hadjadj al Meeting di Rimini

 

Perché parla del caos del mondo moderno? Ci sono treni che arrivano in orario. C'è questa intervista che stiamo facendo e che viene pubblicata su un giornale. Del resto, non siamo più nella modernità, con la sua fede nel progresso e il suo umanesimo ateo. Siamo in una postmodernità segnata dal sentimento dell'imminenza di un crollo, se non addirittura di un’estinzione totale, e dalla fuga in quello che Papa Francesco e Papa Leone XIV hanno chiamato il «paradigma tecnocratico». È qui l’analogia con il tempo del diluvio. Davanti alla catastrofe imminente si moltiplicano i dispositivi di divertimento e si cerca di accoppiare l’uomo con la macchina, con la bestia, con il nulla. L’arca, in questo contesto, è anzitutto la Chiesa. Attraverso i suoi sacramenti (impossibile amministrare un sacramento via Internet), essa esige una prossimità reale. Delle famiglie si ritrovano di nuovo attorno a una tavola, condividono il pane e il vino della vita, parlano delle cose più semplici e più eterne.

Perché Noè salva anche ciò che è impuro?

È una domanda imprescindibile. L’arca, con i suoi scompartimenti e i suoi tre piani, è lì per preservare le distinzioni orizzontali e verticali. Ma con essa appare anche, per la prima volta, la distinzione tra gli animali puri e quelli impuri. Ci sono qui due affermazioni fondamentali. La prima è che, per salvaguardare il mondo, e contrariamente a ogni utopia totalitaria, occorre salvaguardare anche l’impuro. Gesù dirà: «Lasciate che l'una (la zizzania) e l’altro (il grano) crescano insieme» (Matteo 13,30). In tal senso, i commentatori ebrei della Genesi dicono che la moglie di Noè era una discendente di Caino, cosicché persino la discendenza del primo assassino viene preservata. La seconda affermazione è che gli animali puri, allevati per l’alimentazione, sono anche gli unici adatti al sacrificio. C’è dunque un legame tra la purezza e il dono della propria vita. E alcune bestie, in particolare l’agnello, appaiono improvvisamente come i nostri maestri spirituali.

Dopo il diluvio, Noè offre sacrifici e riflette sulla colpa e sulla grazia di essere sopravvissuto. Quale responsabilità ha colui che "è salvato"?

Noè sa che, se è giusto, lo è per grazia. Come sopravvissuto, sente che la sua vita non gli appartiene. È dunque pronto a offrirla per la salvezza degli altri. Ma è una prospettiva che riguarda tutti: noi, i viventi, che ci troviamo in questo tempo alla punta estrema di tutte le generazioni passate, perché siamo qui? Non abbiamo come vocazione fare memoria e rilanciare il futuro, restituendo la generosità che abbiamo ricevuto?

Lei scrive: "Così, tra l'arca e il mattatoio, tra la vita e la carne, c'è il sangue dell'altare. Così, tra la preservazione e la morte, e per superare definitivamente la tentazione del suicidio, c'è il sacrificio". Può spiegare questo passaggio?

La prima cosa che Noè fa dopo aver ritrovato la terraferma è offrire un sacrificio di animali puri. L’arca si trasforma in altare e poi in pira. Gli animali salvati diventano i sacramenti della nostra stessa offerta. Ho sempre pensato che ci fosse una sola alternativa: il suicidio o il martirio, l’odio per il dono della vita fino all’autodistruzione, o l’amore per questo dono fino all’ultima testimonianza.

Vatican News

PEDAGOGIA DELLA CORREZIONE

 

Il metodo oltranzista

 della riconciliazione

 comincia con la correzione 

e culmina nella preghiera



Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXIII domenica del tempo ordinario (anno A)

EZ 33,1.7-9; Sal 94/95; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

Nell’odierna pagina evangelica è illustrata una vera e propria pedagogia della correzione, che via via si dimostra anche un metodo di riconciliazione fraterna. La prima – la correzione – è finalizzata alla seconda – alla riconciliazione – e, anzi, ne costituisce la premessa. A sua volta, la riconciliazione esprime appieno la finalità autentica della correzione. La quale, se rimane fine a se stessa, irreggimentata dentro il rigido schematismo delle “regole”, rimane un inconcludente e – anzi – controproducente esercizio di autorità.

Gesù, dunque, addita ai discepoli la “via da percorrere” – questo significa, secondo il suo etimo greco, la parola “metodo” – per mettere la vita della comunità al riparo da ciò che la può svilire e mortificare dal suo di dentro: le reciproche incomprensioni, le liti intestine, la prevaricazione degli uni sugli altri, lo scisma doloroso e la disgregazione finale.

Per evitare tutto ciò, il Maestro di Nazareth insegna un metodo “a oltranza”: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te (ossia: se sbaglierà nei tuoi confronti, dato che qui la voce verbale greca è hamartánein, sbagliare appunto, lasciarsi allucinare, prendere un abbaglio), va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà (qui la voce verbale greca è akoúein), avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà (di nuovo akoúein), prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà (stavolta la voce verbale è parakoúein, che significa fraintendere: se poi fraintenderà) costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà (di nuovo parakoúein) neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano».

La correzione non è una manovra facile. A ostacolarne il buon esito è il rischio del fraintendimento. Chi compie una “colpa” contro il fratello, in realtà ne sta fraintendendo le azioni e le intenzioni: sta prendendo un abbaglio, non per cattiveria, ma per un deficit di chiarezza, nel suo modo di vedere le cose, ma probabilmente anche nelle cose stesse, per come sono poste in essere attorno a lui. Pertanto, nell’ammonire chi sbaglia, occorre estrema chiarezza. Innanzitutto, la chiarezza delle intenzioni, del perché si rivolge a qualcuno un ammonimento. Quindi, anche la chiarezza delle espressioni, dei modi, delle parole con cui si formula l’ammonimento. Se non si pone attenzione a tutto questo, la correzione non ha successo, non raggiunge il suo scopo, giacché tale scopo – cioè la riconciliazione – resta incomprensibile a chi viene ammonito e – più a monte – incompreso da chi ammonisce. La postura della correzione dev’essere la più dialogica possibile. Essa non deve imporsi, ma proporsi. Non è il fine, ma uno strumento. Non è un’ingiunzione, bensì un chiarimento. Per riuscire efficace, dev’essere motivata in nuce, intrinsecamente, dalla speranza della riconciliazione.

Con lucido realismo Gesù mette in conto queste difficoltà e le segnala ai suoi amici. Il metodo può incepparsi a ogni piè sospinto. Il Maestro, tuttavia, incoraggia i discepoli a non demordere dal loro impegno di costruire la riconciliazione. La quale si prospetta come la pace da conquistare sconfiggendo la guerra e il corredo di errori che l’hanno causata: le presupposizioni, le presunzioni, i pretesti, i risentimenti. Non bisogna arrendersi mai, suggerisce Gesù a Pietro e agli altri suoi compagni. Nemmeno allorché la persona che ha sbagliato (che ha preso l’abbaglio), imperterrita, rifiuta ogni chiarimento e ogni tentativo di dialogo, sottraendosi al confronto personale e alla verifica comunitaria, così isolandosi prima ancora di essere isolato. Persino in questa estrema eventualità non ci si deve rassegnare al fallimento. La via della riconciliazione non deve rimanere sbarrata. Perché non è detto che chi resta isolato (scomunicato) abbia torto, o tutto il torto. Tra le righe del brano matteano si può ravvisare, difatti, non solo la possibilità di non riuscire – da parte dell’uno – a recepire nessun chiarimento, ma pure il pericolo di non riuscire – da parte degli altri – a offrire alcun effettivo chiarimento.

L’oltranzismo di Gesù non è dovuto a una marcata attitudine diplomatica. Egli non è un negoziatore. Quando qualcuno gli chiede di dirimere una questione d’eredità tra due fratelli, risponde che non spetta a lui fare da giudice o da arbitro in mezzo agli uomini (cf. Lc 12,14). Egli, piuttosto, viene per obbedire alla volontà di Dio Padre suo e per annunciare tale volontà: «Così è la volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda» (Mt 18,14). Questo versetto è immediatamente precedente ai versetti riportati nella pagina evangelica che oggi ascoltiamo nella liturgia della Parola. Esso dichiara il vero motivo per cui nella comunità ecclesiale ci si deve impegnare a oltranza per chiarire come stanno le cose e per realizzare la riconciliazione: non è semplicemente per vivere in serenità tutti assieme – volemose bene, si direbbe in romanesco –, ma per fare la paterna volontà di Dio, che consiste nel riscattare dall’errore tutti, ma proprio tutti, senza lasciare nello smarrimento nessuno. Non a caso, nei versetti ancora precedenti, l’evangelista riferisce brevemente la parabola della pecorella smarrita da recuperare a ogni costo: «Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite» (Mt 18,12-13).

È, nondimeno, il motivo per cui riecheggia in questa pagina la consegna fatta da Gesù a Pietro nei pressi di Cesarea di Filippo: «In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo». Il contesto pedagogico, in cui questo avvertimento viene ripreso, ne chiarisce il senso più profondo ed esigente: il ruolo degli apostoli non ha un’indole poliziesca, il loro compito non è di fare i gendarmi nella comunità credente, essi non devono presiedere un supremo tribunale, ma escogitare – con inesauribile creatività pastorale – ogni possibile accorgimento per favorire la comunione e per rompere le catene che ci impediscono di correre gli uni incontro agli altri. Infatti, se è pur vero che a perdersi è la persona che sbaglia, è altrettanto vero che l’intera comunità, e ognuno in essa, ha la responsabilità ineludibile di far di tutto per ritrovare chi s’è smarrito.

C’è qui l’eco di ciò che il Signore ordina a Ezechiele nella prima lettura di questa domenica. Il profeta ha l’obbligo di avvertire gli altri del pericolo mortale che corrono se non vivono secondo la volontà di Dio: ne va della loro redenzione, che è la missione impegnandosi per la quale anche il profeta sperimenta la sua personale salvezza. E c’è il riverbero della seconda lettura, lì dove Paolo – scrivendo ai Romani – spiega che la legge di Dio (la sua santa volontà, potremmo in questo caso intendere) si compie davvero nell’amore vicendevole (agápē si legge nel testo greco). Perché la carità rende capaci di interpretare correttamente le regole e le norme, di rintracciare in esse il loro senso salvifico, dentro e – se necessario – finanche oltre la loro lettera. Paolo, giustamente, annota a tal proposito: «Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai [la moglie o le cose altrui], e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso». I comandamenti che vietano ogni frattura della coesione comunitaria si traducono, in positivo, nella spinta ad amare il prossimo come sé stessi. Come a dire che la riconciliazione serve a tutti: a chi sbaglia, per non restare isolato, e a chi è colpito dal suo errore, per non rimanerne incurabilmente ferito.

Dio solo sa quanto difficile sia per noi riuscire ad applicare questo metodo. Affidato ai nostri sforzi, esso potrà mille volte risultare inefficace. Ma il percorso additato dal Maestro ai suoi discepoli culmina in un approdo infallibile, che è l’appoggio di Dio Padre: «In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». L’oltranzismo di Gesù, a questo punto, si rivela con evidenza tutt’altro che meramente diplomatico: è, semmai, orante. La preghiera interviene come punta di diamante del metodo della riconciliazione: se la correzione è la prima – pur sempre incerta – mossa da fare, l’invocazione dell’aiuto del Signore è certamente la mossa vincente. Per questo la pace è, in definitiva, dono di Dio.

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GRATITUDINE


 La gratitudine è un sentimento di affetto, riconoscimento e apprezzamento verso chi ci ha fatto del bene o ci ha donato qualcosa di prezioso.  
(Treccani)

-       di Luigino Bruni 

 Non c’è parola più idolatrata dal nostro tempo della parola libertà, in particolare libertà di scelta. È la parola magica della nostra economia e del nostro capitalismo. L’uomo e la donna maturi, e quindi autonomi, sono coloro che scelgono liberamente il lavoro, il partner, oggi anche il genere sessuale, gli amici, la vocazione, gli stili di vita, il tipo di vita che amano condurre. Non si riesce a immaginare una vita buona e fiorita senza questa «libertà di». Poi qualcuno va a guardare come vivono le persone concrete, quelle in carne e ossa, non quelle immaginate dalla tivù, e scopre qualcosa di profondamente diverso. 

Innanzitutto, si accorge che non scegliamo la cosa più importante della vita: venire al mondo. Ci ritroviamo catapultati in questo pianeta terra, in una famiglia (se siamo fortunati), con genitori che non abbiamo scelto, con, qualche volta, fratelli e sorelle che non abbiamo scelto, spesso con cani e gatti. 

Queste persone, le più importanti della nostra vita, non le abbiamo scelte: ci sono capitate, ci capitano. E da loro dipendono i nostri cromosomi, e le dimensioni fondamentali della nostra personalità, quelle che si formano durante l’infanzia. Ecco allora che il campo di azione della libertà si riduce decisamente, appena lo confrontiamo con quelle semplicissime parole che sono «vita» e «famiglia». 

Poi, quell’ipotetico osservatore inizia a guardare le scelte del partner, di mogli e mariti. E lì spera che finalmente ci si muova nel registro delle scelte libere. E invece, se guarda bene, si accorge che anche qui la libertà è molto limitata. Certo, all’inizio c’è spesso una storia d’amore, un innamoramento, un mutuo scegliersi. Nei primi anni, le coppie e le famiglie hanno la sensazione di trovarsi in un campo fatto, almeno questo, di scelte libere. Passa, però, il tempo, e si capisce che la moglie che abbiamo scelto è cambiata molto, e noi anche di più. E arriva ogni tanto la famosa e tremenda frase: «Non sei più la persona che ho sposato». Parole che non di rado conducono alle separazioni, perché se ci siamo convinti di aver fatto una scelta libera ieri, pensiamo di poterne fare oggi un’altra simile e di segno opposto, per tornare alla libertà originaria. Ma queste frasi tremende possono anche essere l’inizio di qualcosa di veramente nuovo, della benedetta vita adulta. Quando, finalmente, capiamo che la moglie e il marito non sono merci che si acquistano nei mercati, e non arrivano al termine di confronti di vari rapporti qualità-prezzo. 

L’incontro decisivo di una esistenza umana non è frutto dei nostri calcoli, della nostra razionalità economica: accade, arriva, ci raggiunge alla fine di un misterioso sentiero. La persona che giunge l’avevamo già dentro, ma non lo sapevamo. L’incontro l’accende, non la crea. Libertà? Poca. Il resto è semplicemente gratuità, grazia, amore, candore del mondo. E anche se un giorno ci lasciamo, perché succede anche questo, sappiamo, invecchiando, che quella persona che era già dentro di noi ci accompagnerà per sempre, anche a nostro dispetto: ho visto donne e uomini morire, e ripetere tra le ultime parole il nome di un marito o di una moglie lasciati decenni prima. 

Per non parlare delle vocazioni: pensiamo di pronunciare liberamente il nostro «sì», finché, in un altro giorno, non comprendiamo che è stato il «sì» a scegliere noi, e, ci domandiamo: ma ero veramente libero quando ho risposto «sì»? Vorremmo dire di sì, ma, se siamo onesti, sappiamo che la storia è molto più complessa, che siamo amati e guardati dalla vita prima che noi la guardiamo e amiamo. 

La libertà è stupenda, lo sappiamo, passiamo tutta la vita a inseguirla, e guai a noi se non lo facessimo. Ma è molto triste quella vita che termina senza capire che molte, forse quasi tutte, le persone e le azioni più importanti della nostra esistenza ci hanno scelto prima che lo facessimo noi nei loro confronti. E allora inizia la vera gratitudine. 

Messaggero di sant'Antonio 

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