giovedì 16 luglio 2026

PIU' LINGUE PER RINGIOVANIRE

Il segreto

 per un cervello 

più giovane 

fino a 13 anni? 

Parlare più lingue


Un nuovo studio rivela che parlare più lingue può "ringiovanire" il cervello fino a 13 anni: ecco cosa cambia in base all'età e al livello di competenza.

Imparare tante lingue fin da piccoli è un'ottima idea. 

Siamo sempre alla ricerca di modi per mantenere giovane non solo il nostro corpo, ma anche il nostro cervello: e se vi dicessimo che per allenare la mente e toglierle un po' di anni vi basta imparare una nuova lingua?

Lo affermano gli autori di una ricerca presentata a Barcellona al FENS Forum 2026 (Federation of European Neuroscience Societies), e a dire il vero non è nulla di inaspettato: per la prima volta, però, i benefici di imparare una o più lingue diverse da quella materna sono stati misurati in anni, scoprendo che prima si inizia e più approfonditamente si studia, meglio è.

Più lingue, più giovani

Lo studio ha coinvolto quasi 900 persone provenienti dai Paesi Baschi, una regione al nord della penisola iberica, che parlavano una o più lingue tra spagnolo, basco, francese e inglese.

Confrontando l'età cerebrale biologica con quella reale, è emerso che il multilinguismo porta benefici esponenziali. In particolare, chi parlava due lingue aveva un cervello di sei anni più giovane, chi ne parlava tre di sette anni più giovane e chi ne parlava quattro addirittura di tredici anni più giovane.

Meglio presto e bene

L'effetto, sottolineano gli studiosi, non era solo legato al numero di lingue parlate, ma anche al livello di conoscenza dell'idioma e all'età in cui si è appreso: «Una maggiore competenza linguistica e un'acquisizione più precoce della seconda lingua sono state associate a un invecchiamento cerebrale più ritardato», spiega Lucia Amoruso, che ha presentato la ricerca durante la conferenza.

Questo significa che imparare una lingua da adulti non ha alcun effetto positivo? Assolutamente no. Sebbene i benefici massimi si verifichino quando si imparano più lingue durante l'infanzia, farlo da adulti ha comunque conseguenze molto positive nella salute cerebrale.

Nonostante abbiano tenuto conto di fattori come età, sesso e livello di istruzione dei partecipanti, gli autori avvertono che non è possibile escludere del tutto l'influenza di altri elementi che potrebbero incidere sulla salute del cervello, come lo stile di vita e il livello di impegno sociale. 

Il prossimo obiettivo del team è condurre uno studio simile su persone con patologie neurodegenerative come l'Alzheimer, dove l'invecchiamento cerebrale è ancora più importante.

FOCUS


RAPPORTO INVALSI

Male la scuola primaria, va meglio alle superiori. Ma gli studenti italiani non riescono a tornare ai livelli di preparazione pre covid

diAlex Corlazzoli

La scuola primaria peggiora, se la cavano bene le superiori: i dati del rapporto sulle prove Invalsi. In Sicilia, Sardegna e Calabria il 50% degli alunni tocca il livello più basso in tutti gli ordini di scuola in italiano e matematica

 L’istruzione alla primaria peggiora un po’ in tutt’Italia, mentre per medie e superiori restano negativi i dati in Sicilia, Sardegna e Calabria dove gli interventi dell’Agenda Sud e i diversi progetti del Governo sembrano non funzionare. Ancora non si è tornati ai livelli di preparazione precedenti alla pandemia. A dirlo è l’annuale rapporto nazionale Invalsi, presentato alla stampa questa mattina dal presidente Roberto Ricci.

Se il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara può vantare una netta diminuzione della dispersione scolastica al punto da far entrare il nostro Paese tra quelli più virtuosi (Belgio, Francia, Paesi Bassi) i dati in italiano e matematica nelle tre regioni citate sopra sono allarmanti: il 50% degli alunni tocca il livello più basso in tutti gli ordini di scuola. I numeri migliorano solo per quanto riguarda la misura delle competenze digitali e l’inglese. Ma vediamo la situazione punto per punto a partire proprio dalle “elementari”.

Alla primaria, dove vengono testati i bambini di seconda e quinta, in italiano rispetto al 2019 (preCovid) si registra un calo nei risultati medi. In particolare per gli alunni di sette anni. Anche in matematica si rilevano – rispetto a sette anni fa – tre punti di riduzione. Ricci parla in maniera chiara di “fragilità”, anche se prova a minimizzare sottolineando che si tratta di una riduzione minima. Comunque si tratta di percentuali in calo.

Luci si vedono, invece, in inglese dove il 91% dei bambini raggiunge il livello più alto in reading e l’85% in ascolto. Per il presidente è difficile individuare le cause di questo aggravamento (età dei docenti, lezione frontale o altro) ma la questione – ammette il numero uno dell’Istituto – è senz’altro legata alla didattica.

Alle medie, la colonnina della febbre non si abbassa più di tanto. In italiano Ricci mette le mani avanti presentando i grafici: “I ragazzi che esaminiamo sono quelli che hanno affrontato la primaria ai tempi della pandemia”. Una giustificazione per motivare gli scarsi livelli raggiunti in lettura e i dieci punti percentuali di divario tra Nord e Sud. Ma anche la valutazione del grado più basso ottenuta dal 50% degli allievi delle due grandi isole e della Calabria: in matematica si arriva persino al 60% di studenti con il livello uno (il peggiore). Solo in inglese e in informatica va meglio.

Le superiori sono quelle che se la cavano bene. In italiano oltre il 62% dei giovani in secondo superiore raggiunge la soglia dell’adeguatezza (a parte le citate regioni). E in matematica si registra persino un miglioramento al Sud.

Maglia rosa per le competenze digitali: oltre l’80% garantisce competenze buone per quanto riguarda la sicurezza, la creazione di contenuti, la comunicazione e l’alfabetizzazione. Vanno bene in italiano gli studenti di quinto superiore: l’Invalsi registra un miglioramento in ogni macroarea compreso il Mezzogiorno (al Sud si passa dal 44% al 47% del livello di accettabilità e anche nelle isole dal 43% al 47%) con una incisiva riduzione delle differenze territoriali. Un trend confermato in matematica: a raggiungere il grado più alto di competenze sono il 52% degli studenti rispetto al 49% del 2025. Grave, tuttavia, il dato della Sardegna: circa il 70% non conquista il livello più basso. Ottimismo anche per l’inglese e le competenze digitali: sette allievi su dieci concludono le superiori con un grado avanzato di conoscenze.

Infine, la dispersione. Sempre meno giovani lasciano la scuola. Ricci stima un dato nazionale per il 2026 del 7,3% e con soddisfazione parla di “un record storico”. Addio alla tinta rossa sulle mappe europee. Finalmente possiamo vantare un risultato positivo anche se in Sicilia (13,7%) e Sardegna (13,6%) la percentuale non permette di stare sereni. Così anche in due regioni del Centro Nord: la Liguria (9,3%) e la Toscana (9,8%).

Ai numeri sono seguite le analisi puntuali di Ricci: “Non si torna al livello preCovid ma non sappiamo il perché”. “Il boicottaggio dei test da parte dei ragazzi esiste ma non inficia i risultati”. “Ci sono delle criticità ma non possiamo dire che Agenda Sud non funzioni”.

IL FATTO QUOTIDIANO


mercoledì 15 luglio 2026

COOPERARE PER VIVERE E PER CRESCERE

 


Dare senso ai luoghi: 

la cultura come infrastruttura di relazioni



Le associazioni possono essere vive e feconde, se valorizzano le relazioni (intra et extra), se producono socialità e cultura, se valorizzano le risorse interne ed esterne, evitando ogni forma di sterile autoreferenza e di vuota celebrazione.

Ricuce legami, genera fiducia e trasforma il patrimonio in un bene comune capace di costruire comunità e futuro. Per Giovanna Barni, presidente di Culturmedia Legacoop e curatrice del volume “Cartografie del possibile”, i territori rinascono quando cultura, cooperazione e partecipazione restituiscono senso ai luoghi, superando l’alternativa tra abbandono e turismo estrattivo. Al centro di questo cambiamento ci sono nuovi professionisti e organizzazioni che mettono in rete competenze, istituzioni e cittadini

di Daria Capitani

«Spesso pensiamo alla cultura come a un insieme di beni, monumenti, musei o eventi. In realtà, la sua funzione più importante è un’altra: creare significati condivisi, permettere alle persone di riconoscersi come parte di una storia comune e immaginare insieme un futuro possibile. È questo che la rende un potente generatore di relazioni». Giovanna Barni è presidente di Culturmedia Legacoop e delegata all’Innovazione di Coopculture.

Nel volume Cartografie del possibile, quaderno speciale di Economia della Cultura (edizioni Il Mulino), realizzato nell’ambito del progetto Changes – Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society (Pnrr), ha curato una mappatura nazionale di tre modelli di governance partecipata del patrimonio culturale: cooperative di comunità, partenariati speciali pubblico-privato e reti territoriali. Le abbiamo chiesto di aiutarci a leggere quei luoghi che, grazie alla cultura, hanno messo al centro l’umano e le relazioni.

C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
Perché la cultura è uno straordinario attivatore di connessioni?

Perché è prima di tutto una infrastruttura relazionale. Quando una comunità si riappropria del proprio patrimonio culturale, non sta semplicemente recuperando un edificio o organizzando un evento. Sta costruendo fiducia, collaborazione e capacità di agire insieme. In un’epoca segnata da incertezza, frammentazione e crisi dei legami sociali, la cultura offre uno spazio in cui persone diverse possono tornare a riconoscersi come parte di un progetto comune. Il patrimonio culturale produce valore quando smette di essere un oggetto da conservare o una risorsa da sfruttare e diventa un bene comune attorno al quale si costruiscono nuove relazioni tra cittadini, istituzioni, imprese e organizzazioni sociali. In questo senso la cultura è molto più di un settore: è uno spazio di cooperazione e una palestra di futuro.

Perché la cultura ridà senso ai luoghi?

Perché restituisce significato alle relazioni che legano persone, comunità e territori. Oggi ci troviamo spesso di fronte a due fenomeni apparentemente opposti: da una parte l’abbandono di interi territori e patrimoni culturali e naturali, dall’altra il loro sovrasfruttamento attraverso forme di turismo estrattivo. In realtà sono due facce dello stesso problema. Nel primo caso i luoghi vengono abbandonati perché perdono popolazione, servizi, opportunità e capacità di immaginare il proprio futuro. Nel secondo vengono consumati come prodotti, spesso senza generare benefici duraturi per chi li abita.

Come può la cultura invertire questa tendenza?

Ricostruendo il legame tra comunità, patrimonio e territorio. Ridare senso a un luogo non significa soltanto renderlo più attrattivo. Significa renderlo nuovamente abitabile, riconoscibile e generativo per chi lo vive ogni giorno. Molte delle esperienze raccolte nel volume Cartografie del possibile raccontano proprio questo: paesi che si organizzano in forma cooperativa per gestire servizi e patrimonio, reti territoriali che mettono insieme cultura, turismo, ambiente e produzioni locali, progetti che trasformano il viaggio in un incontro con le comunità e non semplicemente in un consumo di destinazioni. La vera differenza oggi non è tra più o meno turismo, ma tra turismo estrattivo e turismo relazionale o cooperativo. Nel primo caso il valore viene prelevato dai territori. Nel secondo viene generato e redistribuito attraverso relazioni stabili tra visitatori, comunità e luoghi. Per questo la cultura non è un elemento accessorio dello sviluppo territoriale. È spesso la sua precondizione.

Quanto contano e come interpretano la loro professione le persone che la rendono possibile?

Oggi il lavoro culturale sta cambiando profondamente. Per molti anni abbiamo immaginato il professionista culturale come uno specialista chiamato a conservare, gestire o comunicare un patrimonio. Oggi questo non basta più. Le persone che rendono possibili queste esperienze sono spesso figure ibride: progettisti multidisciplinari, animatori territoriali, costruttori di reti, fundraiser, mediatori tra mondi diversi. Ma c’è un aspetto ancora più importante. Queste competenze funzionano davvero solo quando sono inserite in organizzazioni capaci di cooperare, superando logiche individualistiche o competitive. Le esperienze più innovative mostrano infatti che il lavoro culturale è sempre più un lavoro cooperativo: tra professioni diverse, tra generazioni diverse, tra soggetti pubblici e privati, tra economia sociale e istituzioni. Per questo oggi non basta avere buoni professionisti della cultura. Servono organizzazioni capaci di mettere in comune competenze, risorse e responsabilità.

La cooperazione non rappresenta soltanto una forma giuridica. 

È un modo di organizzare lo sviluppo e di rendere possibile ciò che nessun attore potrebbe realizzare da solo. È ciò che accomuna i nuovi modelli di governance partecipata: le cooperative di comunità, i partenariati speciali pubblico-privato e le reti territoriali. In tutti e tre i casi ritroviamo gli stessi ingredienti: cultura, mutualismo e cooperazione. La cultura crea significato e riconoscimento reciproco. Il mutualismo trasforma una comunità in una comunità capace di agire. La cooperazione consente di mettere in rete competenze, risorse e responsabilità alle diverse scale territoriali. Questa combinazione rende i territori (e le associazioni che vi operano) più attrattivi, più competitivi e al tempo stesso più equi.

VITA

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sabato 11 luglio 2026

LA SCLEROCARDIA

 


Ascoltare 

e intendere,

per guarire

 dalla sclerocardia




Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola nella XV domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 55,1-110; Sal 64/65; Rm 8,18-23; Mt 13,1-9

È raro che le parabole raccontate da Gesù, nei vangeli, siano corredate da spiegazioni. Le parabole del Maestro di Nazareth erano insegnamenti caratterizzati dalla semplicità, proprio per trovare immediata accoglienza e – quindi – per essere facilmente comprese da quelli che lo stesso Gesù chiamava i “piccoli”, ai quali tramite di lui venivano rivelati il volto paterno di Dio e il suo amore salvifico. Le parabole, sotto questo profilo, ricavavano i loro contenuti e le loro parole-chiave dalla routine quotidiana degli uditori, perciò dal lavoro dei campi, o dalla fatica notturna della pesca, o dalla vita familiare, o dai momenti conviviali non meno che da quelli dolorosi, o da alcuni fatti di cronaca, o da alcuni eventi politici. Non occorreva essere “dotti” o “sapienti”, per scorgervi tra le righe lo scenario – in ogni caso inedito e inaudito – della rivelazione.

I piccoli

Tuttavia, i “piccoli” a cui Gesù rivelava il Regno di Dio rappresentavano una tipologia ben precisa di uditori: non si trattava di tutti coloro ai quali il Maestro di volta in volta narrava le sue parabole, bensì soltanto del gruppo dei suoi discepoli. In mezzo alla folla stavano, spesso, proprio quei “dotti” e quei “sapienti” che, per la loro sicumera dottrinale, presumevano di saper indovinare da sé stessi il senso autentico degli antichi rotoli biblici e mettevano continuamente sotto esame il Rabbi galileo. E, in quella calca, si celavano pure gli imboscati inviati dalle autorità a spiare Gesù. Inoltre c’erano molti passanti distratti, semplicemente curiosi di vedere colui che alcuni spacciavano per il messia, magari restando subito delusi dalla sua figura inerme. E c’erano comunque delle persone rette e attente, che anelavano sinceramente a mettersi in discussione nel confronto diretto con quel giovane Maestro, sperando ardentemente di riconoscere in lui l’inviato del Signore.

La parabola

A questo eterogeno uditorio erano rivolte le parabole. Per molti di quegli interlocutori, esse restavano incomprensibili. Perché in tanti casi non erano affatto semplici da capire. Erano anzi enigmatiche, sospese tra il detto e il non detto. Costituivano certamente uno squarcio che gettava luce sui «misteri del Regno dei cieli», ma al contempo ri-velavano, stendevano un nuovo velo su quei misteri che – come dice l’etimo greco di questa parola – sembrano destinati a rimanere “chiusi” per tanta gente. E dischiusi, semmai, solo per alcuni. Giustappunto per i “piccoli”, per i discepoli.

Ecco perché di alcune parabole troviamo – segnatamente nel vangelo secondo Matteo – anche le spiegazioni. Come nella pagina evangelica che la liturgia della Parola oggi ci propone. Gli esegeti ci avvisano che quelle spiegazioni, molto probabilmente, sono state aggiunte successivamente dagli stessi discepoli alle parole effettivamente proferite da Gesù nel raccontare le sue parabole. Può darsi. In ogni caso le spiegazioni delle parabole evidenziano proprio ciò che quei “piccoli” avevano compreso – perché dovevano comprenderlo –, ascoltando l’insegnamento del loro Maestro.

Il seminatore

Nell’odierno brano matteano la parabola è quella del seminatore, che si reca alla semina, spargendo i grani di frumento con prodigalità, senza badare più di tanto a indirizzarli esclusivamente sul terreno buono che li avrebbe potuto fruttuosamente prendere in consegna per restituirli moltiplicati, sotto forma di spighe, al momento della mietitura. Per questo il seme piomba anche su terreni non adatti, lì dove finisce per andare sprecato, mangiato dagli uccelli, o impossibilitato a mettere radici profonde in mezzo ai sassi, o soffocato dai rovi e dalle erbacce. È l’esito scontato di un racconto ovvio.

Chi ha orecchi ascolti

O meglio: apparentemente ovvio. Perché questa parabola esige subito di essere interiorizzata e applicata al vissuto di chi l’ha sentita. L’avvertimento del narratore ce lo fa chiaramente intuire: «Chi ha orecchi, ascolti», dove “ascoltare” assume una valenza ermeneutica e sta per “interpretare”, “discernere”, “comprendere”, “intendere”, “capire bene”. Gli uditori, cioè, non devono limitarsi a un ascolto sbrigativo e superficiale, come quello che si presta a un barzellettiere. Gesù, con questo mashal – con questo detto proverbiale, tipico della sapienza rabbinica – provoca chi sta a sentire la sua parabola a entrarvi dentro, a mettersi al posto di quelle differenti tipologie di terreno su cui il seme va di volta in volta a cadere. Gli orecchi sono anch’essi una metafora: indicano il cuore. Col cuore si deve riascoltare e comprendere la parabola. Vale a dire facendola scivolare nel profondo della coscienza, meditandola seriamente, pensandoci su con onestà intellettuale, giacché il “cuore” (kardía nel greco dei vangeli), nel contesto culturale e religioso in cui Gesù predicava, era la sede dei ragionamenti e dei pensieri, non quella delle emozioni e dei sentimenti (che gli israeliti situavano piuttosto nelle viscere intestinali, negli organi dello stomaco, rahamim in ebraico, tà splánchna in greco).

Perché?

Si spiega in tale prospettiva il fatto che i discepoli «allora si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”». Pietro e gli altri amici di Gesù sono i primi a registrare la difficoltà insita nelle parabole. Sperimentano loro stessi la difficoltà di capirle, ogni volta che non riescono a concentrarsi interiormente mentre ascoltano il Maestro. E ogni volta che oppongono resistenza alla provocazione di entrare personalmente nell’orizzonte nuovo di cui le parabole sono la soglia. La risposta di Gesù alla domanda dei discepoli è severa: le parabole risultano difficili «perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile». E questo indurimento del cuore non è soltanto una malaugurata malattia, che colpisce all’improvviso, come un infarto, sicuramente non desiderato da chi ne rimane vittima.

La sclerocardia

La “sclerocardia” è una scelta rovinosa: consegue alla decisione di chiudersi – per un motivo o per l’altro – all’annuncio evangelico. Gesù allude a coloro che si fanno spiritualmente sordi per non comprendere col cuore, per non convertirsi e per non essere guariti dalla loro sclerocardia. Essi preferiscono restare refrattari alla rivelazione, non le concedono alcun adito a radicarsi e a fruttificare nella loro esistenza. Papa Francesco avrebbe parlato, a tal proposito, di una espiritualidad del avestruz, cioè di una “spiritualità dello struzzo”, che ficca la testa nella sabbia per non considerare debitamente ciò che è necessario per convertirsi. Qualcun altro, in Italia, precisamente in Sicilia, negli scorsi decenni, ha parlato pure di “pastorale dello struzzo”, per dire che ci si comporta anche in ambito ecclesiale come lo struzzo, ignorando deliberatamente le cose che sarebbe urgente cambiare.

Il seme e il frutto

Se, dunque, nella parabola del seminatore c’è al centro il seme della Parola santa di Dio, la spiegazione che in seconda battuta viene esposta nella pagina evangelica dà rilievo al terreno in cui quel seme deve attecchire. Il terreno non è meno importante del seme sparso dal divino seminatore, poiché la rivelazione non è un indottrinamento piovuto dall’alto, ma una relazione d’amore. E come tale richiede ricezione, accoglienza, risposta. Ogni seme ha bisogno del terreno ad esso adatto, un terreno che gli corrisponda peculiarmente, per potervi germogliare e fruttificare. Il terreno specificamente adatto al seme della Parola è il cuore dell’essere umano, la sua intima coscienza, il suo concreto vissuto personale.

Far germogliare la Parola nel cuore, tra le pieghe della coscienza, significa convertirsi. Farla fruttificare nel proprio vissuto vuol dire lasciarsi guarire.

www.tuttavia.eu

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UNA PISTOLA IN DONO

 


*Lettera dell'Arcivescovo 
di Napoli 
ai potenti della terra.*


Ai potenti della terra, pace a voi!

 Il male non arriva sempre sfondando una porta.  A volte entra in silenzio.

Indossa un abito elegante. Sorride davanti alle telecamere.

Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori.
E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.
È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.

Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.

Questo è il vero scandalo.

Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale.


E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.

Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.

Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile.

È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.

Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.

Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.

Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve.

È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.

Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.

Da cristiano, non posso accettarlo.

Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.

Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.

Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti. Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.

Sono due civiltà. Bisogna scegliere.

Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo,
di trasformarlo in un segno di prestigio.

Un’arma non diventa innocente perché viene donata. Non diventa muta perché non spara. Non diventa umana perché porta inciso un nome.

Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato.

Fate qualcosa di più difficile. Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.
Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.

E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota. Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.

Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.

Guardate quella sedia prima di parlare di armi.

Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi. Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi.

E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.”

 † don Mimmo Battaglia, *Arcivescovo Metropolita di Napoli

REMIGRAZIONE

 


REMIGRAZIONE

 SENZA 

FUTURO

 

-     


     di LEONARDO BECCHETTI

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Immaginate un allenatore di una squadra di calcio costretta a giocare 9 contro 11 che decide a un certo punto della partita di ritirare altri due giocatori dal campo. La proposta della “remigrazione” assomiglia un po’ a questo. La crisi demografica ha creato nel Paese difficoltà oggettive sul mercato del lavoro. Gli ultimi dati disponibili della banca dati Excelsior (Unioncamere) segnala che le imprese cercano circa 544mila lavoratori e spesso non li trovano. Di fronte a questo problema, la remigrazione riesce nel capolavoro di proporre di mandarne a casa molti di più.

Anche le più estreme e improbabili ricette populiste hanno bisogno di una spolverata di verosimiglianza per essere credibili. La remigrazione consterebbe di due pilastri.

 

Rimpatriare gli stranieri irregolari e offrire un incentivo a quelli regolari senza problemi con la giustizia per tornare a casa loro. La logica economica sarebbe questa. Se è vero che il centro-Nord è in piena occupazione e ci sono molti posti vacanti per i quali non si trovano lavoratori, il problema (il capro espiatorio) sono gli stranieri che fanno concorrenza al ribasso sui salari. Se mandiamo via loro, magicamente gli imprenditori pagheranno salari più elevati e tanti italiani che al momento non partecipano al mercato del lavoro entrerebbero nel mercato del lavoro e prenderebbero quei posti. Proviamo ad applicare l’idea. Mancano oggi decine di migliaia di infermieri con conseguenze gravi negli ospedali. Con la remigrazione mandiamo via gli infermieri stranieri e magicamente il giorno dopo la carenza del personale (aggravata dalla remigrazione) si supera perché il governo rapidissimamente aumenta i salari degli infermieri e arrivano italiani inattivi che non hanno quella passione o vocazione a riempire quei posti.

Che tutto questo non stia né in cielo né in terra lo confermano le scelte di alcune delle forze politiche oggi al governo, forze che – dopo aver spesso identificato in passato bersagli e capri espiatori negli immigrati e nella moneta unica europea – si trovano oggi a essere (per fortuna) più realiste del re, avendo varato la più grande informata di immigrati regolari, ed essendo il governo diventato affidabile garante della stabilità dei conti pubblici all’interno delle regole europee. Ma è proprio il loro essere aderenti alla realtà e non alla propaganda che crea spazio vuoto soprattutto a destra, spazio occupato da nuove e più astruse fole populiste.

 

La logica della remigrazione non sta in piedi in nessun punto anche a partire dalla premessa. I salari sono bassi nelle attività delocalizzabili soggette alla concorrenza internazionale per la pressione al ribasso della concorrenza anche da altri Paesi su cui non possiamo certo intervenire con la remigrazione. Immaginiamo il settore delle automobili, dove ormai in Cina esistono le “ dark factories” (aziende con all’interno solo macchine che producono a luce spenta). In che modo alzare i salari dei lavoratori italiani da noi senza crescere in qualità e competitività del sistema Paese risolverebbe e non aggraverebbe il problema?

Nei settori non delocalizzabili invece (logistica, vigilanza, servizi di consegna) la soluzione è un salario minimo decente, come già in vigore in Spagna o nella città di New York, perché la consegna delle pizze va svolta comunque qui e non si può minacciare di delocalizzarla in Cina.

 

La sicurezza

Un altro degli argomenti che va per la maggiore nella vulgata remigrazionista è quello della sicurezza. Gli stranieri delinquono di più e quindi bisogna rimandarli a casa. Non è così: basta controllare tutti gli altri fattori che spiegano questi comportamenti e incrociare i dati con gli stranieri regolarizzati. Politiche assennate di accesso attraverso canali sicuri e di regolarizzazione condizionata a percorsi virtuosi sono la risposta migliore a questo problema.

Senza soffermarci per l’ennesima volta sul contributo straordinario che i lavoratori di origine straniera danno all’Italia (sono circa il 10% tra gli imprenditori, fanno il 9% del valore aggiunto e si stima, per i prossimi anni, un fabbisogno i circa 600mila nuovi ingressi) la nuova moda populista di turno della remigrazione è la spia di un disagio più profondo. Esiste in vasti strati della società che partecipano in misura limitata al progresso, una rabbia profonda che li getta tra le mani del pifferaio magico di turno. È pertanto assolutamente urgente costruire percorsi di inclusione, partecipazione, cittadinanza attiva che limitino il più possibile la rabbia di quella quota di cittadini che si sentono esclusi. Ed è al contempo fondamentale essere efficaci nel promuovere quella rivoluzione culturale e antropologica di cui anche l’ultima enciclica di papa Leone, Magnifica humani-tas, si fa promotrice. 

La nostra umanità è magnifica (ed è di gran lunga superiore ai nuovi miti scientisti del transumanesimo) se capiamo che la fioritura della nostra vita non è nello scorrere senza soluzioni di continuità lo schermo di un cellulare, ma sta nella vita di relazioni, nel seguire percorsi generativi, nel valorizzare trascendenza e ricchezza di senso di vita.


www.avvenire.it

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OMOSESSUALITA' E TEOLOGIA

 


'Una 
riflessione 

teologica

 sull’omosessualità'



-         di Paolo Gamberini

Introduzione 

Tra le domande che la riflessione teologica contemporanea è chiamata ad affrontare con maggiore delicatezza vi è quella relativa al senso dell’orientamento omosessuale all’interno del disegno d’amore di Dio per la sua creazione. Si tratta di un interrogativo che tocca insieme l’antropologia teologica, la dottrina della creazione, la teologia del peccato e i limiti epistemologici propri sia della teologia sia delle scienze umane. Il presente saggio intende esplorare tale questione muovendo da un’osservazione elementare ma spesso trascurata: di fronte a un fenomeno umano che non trova una spiegazione causale certa — né in termini di colpa, né in termini di patologia, né in termini educativi — la teologia è chiamata a un atteggiamento di onestà intellettuale che eviti tanto le facili condanne quanto le facili giustificazioni ideologiche. 

1. La domanda originaria: un errore di Dio, dei genitori, della natura? 

Quando ci si interroga sulla nascita di una persona che, nel corso della propria esistenza, si scopre e si rivela omosessuale, riemergono con insistenza alcune domande antiche quanto il problema del male e della sofferenza innocente: Forse Dio non poteva stare più attento nel creare gli le persone di orientamento omosessuale? Gli è sfuggito qualcosa? È un errore della natura, un difetto nell’educazione, una colpa dei genitori? 

Queste domande, per quanto legittime nella loro formulazione, condividono una premessa implicita che merita di essere interrogata prima ancora di essere accolta: presuppongono cioè che l’omosessualità sia anzitutto un problema da spiegare, un’anomalia rispetto a una norma presunta evidente, un evento che richiede una causa negativa — un peccato, un errore, un danno. È proprio questa premessa che la presente riflessione intende mettere in discussione, non per negare la legittimità della domanda, ma per mostrare come essa non trovi, nella teologia seria, una risposta che ne confermi l’assunto. 

2. I limiti della teologia del peccato come categoria esplicativa 

Una prima possibile risposta al problema consisterebbe nel ricondurre l’omosessualità agli effetti del peccato originale, in quella logica secondo cui la creazione, “ferita” dal peccato, produrrebbe anche disordini nella sfera sessuale[1]. Questa impostazione, per quanto presente in una certa tradizione teologica moralistica, incontra tuttavia un limite metodologico fondamentale: la teologia non dispone di strumenti che le permettano di stabilire con certezza un nesso causale diretto tra il peccato — categoria teologica riferita alla libertà e alla relazione con Dio — e una condizione esistenziale che si manifesta, nella grande maggioranza dei casi, come costitutiva e non scelta. 

Affermare che l’omosessualità sia “conseguenza del peccato” significa attribuire a una categoria teologica (il peccato, che presuppone un atto di libertà) un fenomeno che si presenta fenomenologicamente come dato originario della persona, non come esito di una scelta colpevole. La teologia, quando è rigorosa, riconosce qui i propri confini: può parlare della condizione ferita dell’umanità in senso generale — la creatura è segnata da limite, fragilità, finitezza — ma non può individuare in un tratto specifico dell’identità di una persona la prova empirica di un peccato particolare. Questo tipo di attribuzione, lungi dall’essere teologia, scivola facilmente in una forma di moralismo esplicativo che la tradizione stessa, a partire almeno dal libro di Giobbe e dal monito di Gesù riguardo al cieco nato (Gv 9,1-3), ha già criticato: non ogni condizione di sofferenza o di diversità è riconducibile a una colpa, né a quella della persona né a quella dei suoi genitori. 

3. Il silenzio delle scienze umane e il rischio dell’ideologia 

Un secondo tentativo esplicativo si muove in direzione opposta, ma con analoga pretesa di certezza: attribuire l’orientamento omosessuale a fattori educativi, relazionali o ambientali, secondo modelli psicoanalitici o socio-costruttivisti che hanno goduto di grande fortuna nel corso del Novecento. Anche in questo caso, tuttavia, occorre un supplemento di onestà epistemologica: la ricerca scientifica contemporanea non è in grado di dimostrare in maniera univoca che l’orientamento omosessuale sia il prodotto di specifiche dinamiche educative o di eventi traumatici dell’infanzia. Le ipotesi in tal senso, un tempo diffuse, non hanno retto alla verifica empirica sistematica e sono oggi ampiamente ridimensionate nella comunità scientifica. 

Ciò non significa negare la complessità multifattoriale — biologica, psicologica, relazionale — che concorre alla formazione dell’identità sessuale della persona; significa piuttosto riconoscere che tale complessità non consente affermazioni causali nette, tanto meno colpevolizzanti. Attribuire ai genitori una responsabilità nella genesi dell’omosessualità dei figli, in assenza di prove dimostrabili, non è un’operazione scientifica ma ideologica: si tratta cioè di proiettare su un dato di realtà uno schema interpretativo previamente accolto per ragioni extra-scientifiche, spesso di natura morale o culturale. 

4. Dall’assenza di spiegazione negativa alla possibilità di una lettura positiva 

 

Se dunque non è possibile dimostrare, né sul piano teologico né su quello delle scienze umane, che l’omosessualità sia il segno di un malfunzionamento, di un deficit, di una colpa o di una malattia, la riflessione teologica è chiamata a un passo ulteriore, che non si limiti alla sola constatazione di un’assenza di prova, ma che tragga da questa assenza una conseguenza positiva. 

La teologia della creazione, fin dalle sue radici bibliche, insegna che il mondo creato da Dio è intrinsecamente segnato dalla varietà: la molteplicità delle specie, la differenziazione degli individui, la ricchezza delle forme di vita non sono un incidente rispetto a un progetto originariamente uniforme, ma costituiscono l’espressione stessa della sovrabbondanza creativa di Dio. Il racconto della creazione in Genesi 1 non descrive un cosmo monocorde, bensì un ordine che si dispiega proprio attraverso la distinzione e la pluralità (“secondo la loro specie”, Gen 1,11-12.21.24-25), culminante nella dichiarazione che “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31). 

Se il creato, nel suo insieme, testimonia questa logica della diversità voluta e benedetta da Dio, appare legittimo chiedersi — come suggerisce la domanda che ha dato origine a questa riflessione — se anche nell’ambito della sessualità umana non si possa riconoscere una analoga varietà che non contraddica, ma anzi rifletta, la ricchezza dell’agire creativo divino. Questa non è un’affermazione dogmatica definitiva, ma un’ipotesi teologicamente plausibile, coerente con il principio secondo cui ciò che non può essere dimostrato come disordine non deve automaticamente essere presunto tale. 

5. Imago Dei e dignità della persona 

Un ulteriore sostegno a questa lettura viene dalla dottrina dell’imago Dei (Gen 1,27), secondo cui ogni essere umano, in quanto tale, porta impressa l’immagine di Dio, indipendentemente da caratteristiche accidentali della propria condizione esistenziale. 

Se l’orientamento omosessuale è, come pare ragionevole ritenere alla luce di quanto detto, un dato costitutivo e non scelto della persona, allora la sua dignità di immagine di Dio non può essere subordinata né compromessa da tale condizione. Ne consegue che qualunque impostazione pastorale o dottrinale che facesse dipendere il valore della persona, o la presunzione di un suo peccato originario, dal semplice fatto della sua condizione sessuale, rischierebbe di contraddire il fondamento stesso dell’antropologia biblica. 

6. Onestà intellettuale come virtù teologica 

 

Vale la pena sottolineare, a conclusione di questo percorso argomentativo, un dato metodologico che attraversa l’intera riflessione: l’atteggiamento più corretto, sul piano sia teologico sia scientifico, di fronte a fenomeni che sfuggono a una spiegazione causale certa, è la sospensione del giudizio esplicativo, non la sua sostituzione con ipotesi non dimostrate ma psicologicamente rassicuranti. È spesso più comodo, per la mente umana, attribuire un fenomeno complesso a una causa — un peccato, un errore educativo, una colpa — piuttosto che accogliere l’idea che si tratti semplicemente di una delle molte forme in cui si manifesta la varietà della condizione umana. Ma la teologia, quando è fedele alla propria vocazione di ricerca dell’intelligenza della fede (fides quaerens intellectum), non può accontentarsi di spiegazioni consolatorie prive di fondamento: deve piuttosto abitare, con pazienza, lo spazio del non ancora pienamente compreso. 

7. Uno sguardo alle posizioni alternative 

È doveroso segnalare che questa lettura, pur radicata in argomenti biblici e teologici solidi, non rappresenta l’unica posizione presente nel dibattito teologico contemporaneo, né coincide con l’insegnamento magisteriale ufficiale della Chiesa cattolica, che continua a distinguere tra l’orientamento omosessuale — non ritenuto in sé colpevole — e gli atti omosessuali, giudicati “intrinsecamente disordinati” rispetto al disegno naturale della sessualità coniugale (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2357-2359). 

Altre correnti della teologia morale, di impostazione tomista e di diritto naturale, sostengono che la finalità procreativa e la complementarità sessuale rappresentano un criterio oggettivo per il giudizio etico sugli atti, indipendentemente dalla non-colpevolezza dell’orientamento. La Congregazione per la Dottrina della Fede, nei documenti degli anni ’80 e ’90, hanno insistito su questa distinzione. Tuttavia, seguendo questa logica si dovranno considerare come “intrinsecamente disordinati” tutti gli atti sessuali che impediscono per il loro stesso porsi sia l’atto coniugale d’amore che l’atto procreativo. Di conseguenza, anche la masturbazione è atto “intrinsecamente disordinato” perché difforme dalla volontà creatrice divina per l’umanità. 

Altri autori, come James Alison, Margaret Farley o Todd Salzman e Michael Lawler, hanno invece elaborato proposte più esplicitamente orientate al riconoscimento pieno delle relazioni omosessuali stabili come possibile luogo di crescita nella carità, muovendosi in una direzione affine a quella qui presentata. Il dibattito, dunque, resta aperto, e la riflessione qui condotta si colloca all’interno di questa pluralità di voci, senza pretesa di esaurirla. 

Conclusione 

La domanda da cui siamo partiti — se Dio abbia in qualche modo “sbagliato” o “trascurato” qualcosa nel dare origine a una persona omosessuale — trova, in questa riflessione, non tanto una risposta definitiva quanto un ridimensionamento della sua stessa premessa. Non potendo la teologia dimostrare che l’omosessualità sia frutto del peccato (personale o collettivo), né le scienze umane dimostrare che essa sia il prodotto di un errore educativo, viene meno il fondamento per interpretarla come deficit, malattia o colpa. Resta allora aperta, e teologicamente sostenibile, l’ipotesi che essa rientri in quella variegata ricchezza del creato che la fede riconosce come segno della sovrabbondanza creativa di Dio — una diversità che, lungi dal violare la volontà del Creatore, può forse essere letta come una delle molte forme in cui questa volontà si manifesta nel mistero della persona umana. 

 

[1] Questa è la tesi esposta da Mario Imperatore nel suo testo: Gesù, il Figlio Sposo alla prova: tra famiglia, omosessualità ed escatologia, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2022.

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