è (molto) bella
se c'è la buona notizia'
Vita e Pensiero rende omaggio a Enzo Bianchi ripubblicando questo articolo del 2003, in cui espone con
passione l'importanza della bellezza nella vita cristiana.
II cristianesimo è
felicità, ma anche bellezza. Lo dimostra la vita di Gesù che è stata povera, ma
dignitosa, mai toccata dalle bruttezze, se non da quelle che gettavano su di
lui. Idee per una qualità della vita per credenti e non credenti.
Se la vita cristiana, per
definizione, non può che essere buona, cioè segnata dall'amore per gli altri,
dalla carità, dall'impegno per la giustizia e dalla solidarietà, certamente è
abbastanza inconsueto associarle le dimensioni della bellezza e della felicità.
Che questo sia sentito come stranezza, già dovrebbe interrogare e obbligare a
un ripensamento delle modalità in cui è stata declinata la vita cristiana nella
storia, e nella storia della spiritualità in particolare. Poiché poi la vita
cristiana trae la sua configurazione costitutiva dalla vita di Cristo, occorre
anzitutto "rileggere" tale vita per cogliere la fondatezza di questa
associazione.
La vita e l'umanità di
Gesù
Il Nuovo Testamento rivela che la salvezza inizia come arte del vivere qui sulla terra perché la vita stessa di
Gesù nei giorni della sua esistenza terrena fu una vita "salvata"
dalla forma stessa del suo vivere. C'è stata in Gesù una "pratica di
umanità" conforme alla volontà di Dio, e questa pratica racconta la
salvezza, e il progetto di Dio per tutta l'umanità e la storia.
La bontà
La vita di Gesù è stata
certamente contrassegnata dalla bontà: la sua vita è stata una pro-esistenza. Egli è l'uomo per gli altri, il Servo che ha
dato se stesso per i fratelli amandoli fino all'estremo, fino al punto di non
ritorno (cfr. Gv 13,1ss.). Il Nuovo Testamento trasmette di frequente questa
comprensione della vita di Gesù: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e
parlare i muti» (Mc 7,37); a lui ci si rivolge con le parole: «Maestro buono»
(Mc 10,17); di lui si testimonia che «passò facendo il bene e guarendo» (At
10,38). Questa bontà e oblatività di Gesù trovano la loro massima manifestazione
nel dono di sé sulla croce. Qui però occorre rilevare che
l'immaginario comune ha fatto della croce una sorta di chiave unica di
interpretazione dell'evangelo dimenticando che la croce non ha senso in se
stessa, ma va contestualizzata nell'intera vita di Gesù e trae il suo
significato da Colui che vi è stato appeso e che ha saputo dare un senso
perfino a un simbolo così disgraziato e orribile. Non la croce, insomma, ha
reso grande Gesù, ma è Gesù che ha dato significato e grandezza alla
croce.
Tuttavia la vita di Gesù
è stata anche bella. I vangeli, che pure non sono una biografia di Gesù né ci
vogliono trasmettere un ritratto psicologico del Nazareno, lasciano trasparire
a più riprese e in diverse maniere una serie di tratti dell'esistenza di Gesù
che svelano la sua umanità semplice e ricca, sapiente e capace di quei valori
umani l'incontro, l'amicizia, la condivisione, la contemplazione del creato che
rendono bella e felice l'esistenza. La vita di Gesù è stata povera, ma
dignitosa, mai toccata dalle bruttezze, se non da quelle che altri gettavano su
di lui. Una vita assunta responsabilmente, ma anche abitata dalla libertà e
dalla sapienza che è atteggiamento di amicizia con la realtà, con l'umano, con
il creazionale. Gesù non ha vissuto isolatamente, in contrapposizione con il
mondo, ma ha conosciuto la gioia del vivere insieme, ha creato un gruppo di una
dozzina di uomini e qualche donna con cui ha condiviso la fraternità e la vita
itinerante. Ha conosciuto l'amicizia con Lazzaro, Marta, Maria, a cui «voleva
molto bene» (Gv 11,5), ha vissuto la profondità dell'amare e dell'essere amato
con Pietro, Giovanni e Giacomo, i più intimi dei discepoli. Come dimenticare
che addirittura alla vigilia della sua condanna a morte, quando il cerchio si
stringeva attorno a lui, egli ha sentito il bisogno di fermarsi tra i suoi
amici per gustare quell'amore umano che tanta gioia gli procurava?
Contemplazione
La bellezza vissuta da
Gesù traspare anche dalla sua capacità di contemplazione e di gratuità che si
manifesta in quelle sue creazioni poetiche che sono le parabole. Qui, con
linguaggio simbolico profondamente umano, egli parla di Dio e del suo Regno evocando
le immagini del fico che annuncia l'estate quando le sue gemme si fanno tenere,
dei gigli del campo vestiti meglio di Salomone, della chioccia che raduna i
suoi pulcini sotto le ali, della massaia che impasta la farina e il lievito,
del lavoro dei pescatori che tirano a riva le reti... Questo linguaggio tenero
e sapiente nasce solo da una vita bella, da una vita capace di cogliere
sinfonicamente la propria esistenza assieme a quella degli altri e delle altre
creature. I vangeli ci presentano poi ancora un uomo capace di incontrare e di
essere attento ai piccoli, ai bambini, agli esclusi, agli emarginati, ai
malati: anzi, sembrano mostrarci il fascino che la calda e forte personalità di
Gesù esercitava su di loro al punto da accorrere al suo passaggio. E certamente
la lunga serie di guarigioni narrata nei vangeli afferma quanto meno che i
malati furono un apprendistato di misericordia e di compassione per Gesù, che
si sentiva ferito e raggiunto dalla sofferenza delle persone.
Gesù amava i banchetti e
conosceva l'arte di stare a tavola facendo di questo un evento di incontro e di
comunione. I vangeli non possono non ricordare che Gesù era chiamato, con
disprezzo, «mangione e beone, amico di peccatori» (Lc 7,34; Mt 11,19). Nei confronti
dei peccatori emerge ancora la libertà somma di Gesù e la sua umanità che fa sì
che egli non si atteggi moralisticamente, ma sia sempre teso a risvegliare
l'umanità assopita, la novità di vita, la capacità di amore che c'è in ogni
uomo. Gesù conosce e pratica l'estetica dei gesti dell'amore. E in tutto questo
la sua vita ha conosciuto la felicità, la beatitudine: se egli pronuncia le
beatitudini (Mt 5,1-12), lo fa perché ha conosciuto in se stesso la
beatitudine, la felicità di chi è povero nello spirito, umile e mite,
misericordioso, affamato e assetato di giustizia... La beatitudine di Gesù
riposa sul fatto che la sua vita aveva un senso, una direzione e un
significato: egli «sapere» (Go 13,1-3; 19,28), e questo sapere è anche sapienza
e sapore, gusto di ciò che si vive nella libertà e nell'amore. Gesù ha
conosciuto il senso del senso, ha avuto una ragione per cui morire e dunque per
cui vivere. La libertà e l'amore sono le chiavi che gli hanno consentito di
vivere gioiosamente anche la rinuncia, la dedizione, il dono di sé.
La vita bella e beata del
cristiano
Nell'umanità di Gesù, Dio
ha raggiunto e comunicato con ogni uomo. Gesù, pertanto, è venuto tra gli
uomini non solo per salvarli dal peccato o per divinizzarli («Dio si è fatto
uomo perché l'uomo diventi Dio»), ma per umanizzarli, per insegnare loro l'arte
della vita. Riprendendo la lettera a Tito, possiamo dire che Gesù è apparso nel
mondo «per insegnarci a vivere in questo mondo» (Tt 2,11-12). La centralità
dell'incarnazione, del farsi uomo di Dio in Gesù di Nazareth, diviene magistero
di umanità per il credente. E dovrebbe saper liberare la spiritualità cristiana
da incrostazioni moralistiche, devozionali e pietistiche: i vangeli non sono
manuali di virtù, né libri di edificazione, né trattati di morale. Ha scritto
il patriarca Atenagora: «Il cristianesimo è la vita in Cristo.
E il Cristo non si ferma mai alla negazione, al rifiuto. Siamo noi che abbiamo
caricato l'uomo di tanti fardelli! Gesù non dice mai: «Non fare, non si deve
fare». Il cristianesimo non è fatto di proibizioni: è vita, fuoco, creazione,
illuminazione (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Gribaudi, Torino 1972)».
L'incarnazione, quale proposizione cristiana centrale, proclama dunque che Dio
si è fatto umano, che Dio si è reso leggibile nella vita di un uomo e che solo
in un'esistenza umana si è espresso in pienezza. Gesù è dunque per i cristiani
«l'immagine del Dio invisibile (Col 1,15), è colui che ha raccontato Dio (Gv
1,18), e l'ha raccontato nella sua umanità. Magistero evangelico per il
cristiano è dunque anche il magistero costituito dalla forma dell'esistenza
umana di Gesù.
La felicità
Queste dimensioni della
bellezza e della felicità ci paiono pertanto importanti da recuperare oggi alla
fede cristiana, e questo recupero si configura come riscoperta dell'umanità
della fede che non è riducibile a militanza, ad attività pastorale frenetica, a
impegno a tempo pieno, ma conosce anche la dimensione sabbatica, della
contemplazione, della gratuità, dell'amicizia, delle relazioni fraterne e
gratuite. Il cristianesimo è anche un'arte del vivere che ci insegna che ciò
che è autenticamente umano è anche autenticamente spirituale. Questa attenzione
alla dimensione estetica implicata nella relazione di fede dovrebbe portare
ogni credente a interrogarsi sulla qualità della vita e delle relazioni nella
comunità cristiana. Si nota spesso una "nevrosi pastorale" che in
nome dell'efficacia, dell'organizzazione e della strutturazione dimentica
valori umani essenziali: non è questo il tipico abbrutimento che accompagna la
caduta nell'idolatria? Non è questo un asservimento alle dominanti mondane
dell'efficacia, della fretta, dell'iperattivismo? Di fronte a questo risuonano
le parole di Gesù: «Venite in disparte e riposatevi un po'» (Mc 6,31). La
tradizione cristiana ha saputo esprimere la valenza estetica della fede con l'affermazione
del cristianesimo come via filocalica, come amore della bellezza, dove questa
bellezza implica tutta la ricchezza dell'umano, e dunque la sua positiva
accoglienza e valutazione. È bellezza che si declina come incontro e meraviglia
di fronte all'altro, come gratuità del dono discernibile nell'altro, nel
creato, negli eventi, come comunione che si oppone a consumo e abuso. amicizia
ritrovata con il tempo e con lo spazio, è esercizio di libertà e di umanità, è
capacità di riposo, di contemplazione, di esychía, di profondità interiore.
La fede
Questo discorso ci
consente di porre una domanda, di instillare un dubbio: la tanto lamentata
odierna sterilità del linguaggio di fede e dell'evangelizzazione non dipende
forse anche dal fatto che la presenza dei cristiani nella società si è
esemplata, strutturata, su modelli organizzativi mondani dimenticando quella
gratuità e umanità che stanno al cuore dell'evangelo e della pratica cordiale
di alterità che abitano in Gesù? Non è avvenuta forse così l'evacuazione della
differenza cristiana? Non è forse ora di ricordarsi che la "vita
cristiana" non è qualcosa da fare, ma è anzitutto una vita, un vivere? E
che questa vita non è l'altra vita (quella futura, che verrà), ma questa unica
vita donataci da Dio, vita umana, umanissima, da vivere in Cristo, seguendo
l'esempio dell'umanità di Gesù? Che, appunto ci ha lasciato in eredità il
compito della bellezza.