domenica 12 aprile 2026

E' SEMPRE PASQUA

 Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella II domenica di Pasqua (anno A)



At 2,42-47; Sal 117/118; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La cosiddetta “ottava di Pasqua” – che oggi celebriamo – non è semplicemente l’ottavo giorno dopo la Pasqua di risurrezione, bensì la Pasqua stessa, intesa e celebrata come ottavo giorno. Non mi sto esercitando in uno scioglilingua. Sto affermando che l’ottava di Pasqua significa la compiutezza e – anzi – la sovreccedenza della Pasqua. La quale si afferma, nel vissuto credente dei battezzati, come il regime feriale della loro esistenza: ormai ogni giorno, a partire dal battesimo, è per i discepoli del Crocifisso-Risorto il giorno della Pasqua.

La Pasqua di risurrezione, infatti, seppur sia accaduta – storicamente – in un ben preciso giorno della nostra storia comune di esseri umani, circa duemila anni fa, non resta confinata dentro i limiti cronologici di un accadimento. Come tale essa è accaduta, certamente. Ma non è per ciò stesso “caduta”, non è ritagliata e incollata in un puntino del tempo storico, cronologicamente lontano da noi. La Pasqua del Crocifisso-Risorto è – più esattamente – un evento, cioè un fatto che continua ad avvenire, a venire dentro il nostro tempo, a sopraggiungere e a raggiungerci, coinvolgendoci in essa.

Il kairòs e il chrònos

L’evangelista Giovanni ce lo fa intuire efficacemente, raccontandoci le manifestazioni del Crocifisso-Risorto agli apostoli rintanati da qualche parte a Gerusalemme dopo il dramma del Golgota, nella «sera di quel giorno, il primo della settimana» (nell’originale greco: «quello dopo il sabato»), ossia in quella che per noi è la domenica stessa della risurrezione. E poi, di nuovo, «otto giorni dopo», nella successiva domenica. In realtà, secondo l’interpretazione del quarto evangelista, l’ora pasquale scocca già nel grido di Gesù morente in croce: «È compiuto». La Pasqua del Crocifisso-Risorto – passaggio alla vita nuova attraverso la morte – avviene quando egli è «innalzato da terra» (Gv 8,28 e 12,32), cioè al contempo inchiodato sul palo del supplizio e risuscitato dal Padre. Però poi, come tutti gli altri evangelisti, Giovanni narra lo svolgimento del kairós pasquale dentro il chrónos storico, che ospita il kairós e lo assimila ai suoi ritmi, dalla crocifissione all’ascensione.

A partire da quell’ora suprema – qualitativamente “altra” rispetto a ogni altra ora temporale, tesa a tracimare i limiti di ogni ora temporale – la Pasqua rimane un tempo kairologico che s’intreccia permanentemente con il progressivo e transeunte tempo cronologico: l’ora pasquale tocca ogni ora temporale e s’innesta in ogni momento della storia. Per questo motivo, il giorno stesso della Pasqua, che è pure l’ottavo giorno – cioè il giorno che oltrepassa la settimana, esprimendo una sovrabbondanza salvifica che non si lascia schematizzare dentro la sequenza dei sette giorni –, diventa «ogni giorno», come si legge nel brano degli Atti degli apostoli che è proclamato quale prima lettura: «Ogni giorno [tutti i credenti] erano perseveranti insieme nel tempio, spezzando il pane nelle case […] lodando Dio, mentre il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati». Peraltro vivendo, in tal modo, il tempo pasquale come un tempo condiviso, comunionale, comunitario, «stando insieme e avendo ogni cosa in comune».

Il Signore appare

Si potrebbe obiettare che nell’odierna pagina giovannea sono le apparizioni del Crocifisso-Risorto a garantire qualità kairologica al tempo pasquale, tra la risurrezione e l’ascensione di Gesù. Ora, tuttavia, le apparizioni sono cessate: i mistici e le mistiche possono sì sperimentare la grazia delle visioni, ma le apparizioni del Signore – strettamente intese – sono tutte “accadute” in quel tempo pasquale “contenuto” in quel lontano tempo storico. Sarebbe un’osservazione corretta, se non fosse che nel quarto vangelo non si parla di apparizioni del Crocifisso-Risorto. Si annunciano, piuttosto, il suo Avvento e la sua Presenza: «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli […] venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!” […]. Otto giorni dopo […] venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”». Così, appunto, si rivela la sovreccedenza del kairós pasquale, che si prolunga in una Parusía sempre in corso, vale a dire in una ripresenzializzazione continua della Pasqua. Il tempo ha una valenza pasquale (kairologica) se registra la venuta e la presenza del Signore. E questa grazia pasquale non è esclusiva prerogativa dei primi discepoli, vissuti al “tempo” del Crocifisso-Risorto, ma resta alla portata di tutti i discepoli e le discepole che si lasciano raggiungere dal Signore Gesù, cantando (col cuore più che con le labbra) il Maranathà: canto liturgico che nell’aramaico dei primi discepoli significava «è venuto il Signore, viene ancora e verrà di nuovo».

Forse gli scienziati che si occupano di meccanica quantistica e di relatività generale, in particolare quelli che ragionano sulla “teoria delle stringhe”, potrebbero capire meglio di tutti quel che vuol dire l’incastro tra kairós e chrónos. E l’attualità della Pasqua che ne consegue. Del resto, nella pagina evangelica sono disseminati alcuni indizi narrativi che aiutano a comprenderlo, anche se non si è fisici come Albert Einstein o Edward Witten. Un indizio emblematico spicca su tutti e dice il modo straordinario in cui avviene-la-Presenza del Crocifisso-Risorto, capace di scavalcare i condizionamenti insiti nella condizione fisica spazio-temporale: «a porte chiuse».

Pace a Voi

Ma gli altri indizi non sono meno importanti. Anzi, dal punto di vista teologico, lo sono ancor più. Per esempio, il reiterato saluto del Signore ai suoi discepoli: «Pace a voi!». Non è soltanto un augurio. È un dono, un lascito. E un appello, che i discepoli devono riecheggiare a loro volta, facendolo risuonare sempre nel mondo, in ogni stagione della storia, per avvertire ogni uomo e ogni donna sulla terra che la guerra – con tutto ciò che essa comporta e produce: la paura, la sofferenza, la distruzione, la morte – perdura a oltranza se non prendiamo in consegna il lascito di Gesù, se non trattiamo il suo dono come un nostro impellente e ineludibile compito. E i cristiani hanno, a tal riguardo, una responsabilità maggiore: perché per loro il dono della pace coincide con la grazia dello Spirito Santo («Ricevete lo Spirito Santo»), finalizzata a portare il perdono, a far trionfare la misericordia, pena la smentita dell’evento pasquale. La pace, il perdono dei peccati (degli errori: hamartíai), la custodia e la trasmissione dello Spirito Santo, sono la missione pasquale dei cristiani nella storia, in favore del mondo. Da qui deriva, per loro, l’esito, o l’effetto, della Pasqua stessa: la trasfigurazione del timore in gioia. Dico “trasfigurazione” perché il timore resta, nell’esperienza credente, una dimensione costitutiva che dev’essere costantemente tradotta in gioia: il timore di fare la stessa fine dolorosa del Maestro e la gioia di sapere che facendo quella fine si ricomincia con lui e come lui la vita vera. Non si spiegherebbe altrimenti l’inciso dell’autore degli Atti degli apostoli, nella prima lettura: «Un senso di timore – phóbos, come nella pagina evangelica – era in tutti»).

Vedere il Signore

Per gli apostoli la gioia scaturisce dal «vedere – horáō – il Signore». Si tratta di vedere in virtù di uno sguardo contemplativo, che riesce a decifrare l’assenza come una semplice apparenza e di discernere in essa l’invisibile Presenza. Ecco perché in gioco c’è qualcosa che pesa molto di più di quelle che noi siamo abituati a ricordare come le apparizioni del Risorto: nell’apparenza dell’assenza, egli nondimeno si rende presente e si fa vedere. È questa la straordinaria esperienza che gli apostoli fanno, passando – Pietro e gli altri, e Tommaso dopo di loro – dal vedere al credere. Ma ancor più straordinaria è l’esperienza che fanno – da allora in avanti – tutti gli altri discepoli del Risorto, allorché riescono a sperimentare l’atto di fede come un autentico vedere. Il tempo pasquale è il tempo dell’esperienza credente, il kairós in cui credere è vedere davvero, vedere il vero. In tal modo dobbiamo interpretare la promessa di Gesù: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto». E non meno grande dev’essere la nostra gioia, se vale per noi ciò che ascoltiamo nella seconda lettura: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa».

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INVESTIRE SUI GIOVANI

 

Giovani, tra choc 

e futuro incerto

 

Benessere, relazioni (e fede) I giovani a caccia di stabilità

Il Rapporto 2026 dell’Istituto Toniolo fotografa la condizione di una generazione diventata adulta tra continue crisi globali.

 Il coordinatore Rosina: «Faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità»

-         di PAOLO FERRARIO

Prima c’è stato l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, poi la Grande crisi del 2008, la pandemia da Covid-19 e, ora, le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Diventare adulti, per la generazione nata dopo il 2000, è stato soprattutto un percorso a ostacoli tra choc globali e minacce costanti al futuro del mondo. Una condizione indagata in profondità, che restituisce un’immagine di perenne precarietà. Così, anche “fare famiglia” diventa faticoso e lasciare l’Italia «non è più soltanto un’opzione », ma per tanti «è una necessità». «I giovani non sono assenti o disinteressati, ma sempre più spesso faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità», avverte il coordinatore dell’Osservatorio Giovani e tra i curatori della ricerca, Rosina.

La crisi della fiducia

All’alba del nuovo millennio c’è stato l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, poi la Grande recessione globale del 2008-2013, la pandemia da Covid-19 e, ora, le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Diventare grandi per le generazioni nate dopo il 2000 ha significato, soprattutto, attraversare una serie pressoché continua di choc. «Crescere nel XXI secolo significa fare i conti con un mondo strutturalmente instabile», sintetizza il Rapporto Giovani 2026 dell’Istituto Toniolo, realizzato in collaborazione con Ipsos e con il sostegno di Fondazione Cariplo, che sarà nelle librerie nei prossimi giorni. «Leggere il primo quarto del XXI secolo attraverso questa lente consente di cogliere come la fragilità del futuro non sia solo un tratto generazionale, ma il prodotto di un contesto che ha scaricato costi crescenti su chi arrivava dopo – ragiona Alessandro Rosina, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani Istituto Toniolo, tra i curatori del Rapporto –. È da qui che occorre partire per comprendere atteggiamenti, scelte, motivazioni e mobilitazioni delle nuove generazioni e per interrogarsi sulla capacità delle società contemporanee di uscire dalla crisi non semplicemente resistendo, ma cambiando direzione».

In un contesto sempre più fragile che fa dell’incertezza la propria cifra distintiva, a farne le spese, in prima battuta, sono proprio le relazioni stabili. «Anche le scelte più intime, come costruire una relazione stabile, risentono oggi di precarietà economica e incertezza lavorativa», si legge nel Rapporto. E anche «i percorsi affettivi sono sempre più condizionati dalle risorse materiali, trasformando la progettualità di coppia in un traguardo difficile da raggiungere». Avere o meno un lavoro, possibilmente stabile, fa, allora, la differenza tra la possibilità o meno di “farsi una famiglia”. «La condizione occupazionale appare come un ulteriore elemento discriminante circa la probabilità di essere in una relazione intima stabile – scrivono Adriano Mauro Ellena e Francesca Luppi nel capitolo “Giovani italiani e relazioni sentimentali: tra stabilità, benessere e autonomia” –. I giovani occupati, infatti, mostrano una presenza più marcata nelle relazioni stabili (56,9%) rispetto a studenti (43,4%) e, soprattutto, rispetto ai Neet (37,5%), che registrano invece livelli più alti di relazioni

non stabili (10,7%) o di assenza di relazione (51,8% rispetto al 30% fra gli occupati)».

Se questo è il quadro di riferimento, lasciare l’Italia «non è più solo un’opzione: per molti giovani italiani è diventata una necessità – si legge ancora nel Rapporto –. La mobilità internazionale viene riletta come risposta alla carenza di opportunità, segnalando la difficoltà del Paese nel trattenere e valorizzare il proprio capitale umano, in particolare quello femminile e qualificato». La conferma arriva anche dalle risposte del campione intervistato per il Rapporto del Toniolo. «Nel confronto con le altre grandi nazioni europee – sottolineano Alessandro Rosina ed Emiliano Sironi nel capitolo “Andarsene o restare? Un confronto europeo sulla mobilità internazionale” – non arriva al 12% la percentuale dei giovani italiani (18-34 anni) che ritengono il proprio paese capace di offrire maggiori opportunità di realizzazione dei propri obiettivi di vita». Di contro, «la Germania è nettamente considerata la nazione che è più in grado di fornire condizioni migliori di realizzazione rispetto al nostro paese. A ritenerlo è oltre il 70% dei rispondenti», ricordano Rosina e Sironi. Una ragione ulteriore, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, di invertire la direzione di marcia e cominciare, finalmente, a investire davvero sulle giovani generazioni. « I giovani – avverte Rosina – non sono assenti o disinteressati, ma sempre più spesso faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità».

Lasciare l’Italia «non è più solo un’opzione: per molti giovani italiani è diventata una necessità» Una risposta «alla carenza di opportunità»

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Rapporto giovani

sabato 11 aprile 2026

FAME DI PACE

 


Il Papa: preghiamo per la pace, 

si fermi chi uccide

 e vuole il mondo in ginocchio

Al termine del Rosario per la pace nella Basilica di San Pietro, Leone XIV esorta ad affrontare “come umanità e con umanità quest’ora drammatica della storia”. In un mondo in cui “sembrano non bastare i sepolcri”, il Pontefice denuncia le “inderogabili responsabilità dei governanti” e il “delirio di onnipotenza” che trascina “persino nei discorsi di morte” il nome di Dio. 

Il Suo, al contrario, è un regno senza droni, banalizzazioni del male o ingiusti profitti, ma fondato su dignità e perdono

-di Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

“Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.”

Mettersi in ginocchio per trovare, nella preghiera, “una briciola di fede” e non arrendersi all'apparente “destino già scritto”: quello di sepolcri che non bastano più a contenere corpi annientati “senza diritto e senza pietà”. Pretendere invece di mettere in ginocchio gli altri, accecati dal "delirio di onnipotenza", dalla banalizzazione del male e dagli ingiusti profitti, fino a trascinare “persino nei discorsi di morte il Nome santo di Dio". 

Si staglia così, prorompente e accorata, la riflessione di Papa Leone XIV al termine del Rosario per la pace di oggi, 11 aprile, nel crepuscolo di Piazza San Pietro, che assume la coreografica rappresentazione della lotta tra il buio “di quest’ora drammatica della storia”, al cui banco vengono evocate le “inderogabili responsabilità dei governanti delle nazioni” e di quei tavoli in cui “si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte”, e la luce del Regno di Dio, che spezza la “catena demoniaca del male”, intrecciata di droni e vendette. 

Con una certezza, “gratuita, universale e dirompente”, su chi avrà l’ultima parola: Siamo un popolo che già risorge!

LEGGI LA RIFLESSIONE INTEGRALE DI PAPA LEONE XIV




 

LA GUERRA "SANTA"


IN NOME DI DIO

È sorprendente constatare che il fattore comune, nell’attuale scenario politico mondiale, è il ritorno della violenza di Stato in nome di Dio. Quello che sembrava un residuo arcaico presente soprattutto nella cultura  islamica – e, ancora recentemente, in Iran, evidenziato dalla negazione dei diritti delle donne e dalla spietata repressione delle proteste contro il regime – , si sta invece ripresentando più attuale che mai nelle moderne società democratiche, dove sembrava destinato ad essere definitivamente superato con il processo di secolarizzazione e l’affermazione in tutti i campi dei diritti delle persone.

 -di Giuseppe Savagnone 

Se ne aveva avuto un’avvisaglia nel ritorno della Russia di Putin, che certo non è rappresentativa del modello di democrazia di cui parliamo, ma che sembrava, dopo la lunga stagione dell’ateismo di Stato dell’URSS, decisamente immune dal rischio di confondere la politica con la religione. E invece, in occasione dell’aggressione all’Ucraina, Putin ha potuto contare sulla benedizione del patriarca Kirill, il quale non ha esitato a definire la sua «una guerra santa perché Mosca difende la “Santa Russia” e il mondo dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’Occidente “caduto nel satanismo”».

L’involuzione fondamentalista di Israele

Molto più vicino al contesto delle democrazie occidentali è il caso di Israele. Ma è innegabile una deriva in senso religioso-fondamentalista che si va sempre di più affermando, per impulso dei partiti ultraortodossi decisivi per il governo di  Netaniahu.

La storica ebrea Anna Foa, nel suo recente libro Il suicidio d’Israele, ha scritto che il  suo fondatore, Ben Gurion, «laico convinto», era persuaso che la religione si sarebbe presto estinta. «In realtà è successo il contrario. I sionisti religiosi, fanatici della grande Israele data da Dio al popolo ebraico, si sono moltiplicati grazie al gran numero di figli, così come si sono moltiplicati gli ultraortodossi».

In particolare, scrive l’autrice, dopo la vittoria nella “guerra dei sei giorni” del giugno 1967, «il sionismo subiva una vera e propria metamorfosi e si diffondeva un diverso tipo di israeliano, un sionista religioso aggressivo e ispirato da Dio a colonizzare tutta la terra di Israele».

Così anche nella sua vita interna Israele sta sempre di più assumendo la fisonomia di uno Stato fondamentalista. Ha avuto poca risonanza, ma è di estrema gravità, la recente decisone della Knesset di estendere i poteri dei tribunali religiosi, fino a farli diventare un sistema parallelo a quello della magistratura laica , tra cu i cittadini potranno scegliere.

Molto più rumore ha fatto la nuova legge che introduce la pena di morte per reati di terrorismo, riservandola però a quelli compiuti contro lo Stato ebraico e quindi, in sostanza, ai palestinesi.

Siamo davanti, come è stato denunziato da tutti gli osservatori internazionali, a  una politica di apartheid, in linea del resto con la Legge fondamentale approvata dalla Knesset il 30 luglio 1980 con cui si proclama Gerusalemme – che, nella risoluzione dell’ONU del 1947 era istituita come “città aperta” a cristiani, ebrei e musulmani – capitale dello Stato di Israele e con la legge del 18 luglio 2018 che, per la prima volta, definisce ufficialmente lo Stato ebraico come «la casa nazionale del popolo ebraico». Nel quale, perciò, i non ebrei, come tutti i fedeli di altre religioni, sono evidentemente cittadini “ospiti”. La recente esclusione del card. Pizzaballa dal Santo Sepolcro appare, in questa luce, molto di più che il frutto di un equivoco.

E in questa stessa prospettiva vanno lette le guerre dello Stato ebraico a Gaza, e in Libano, così come il suo appoggio alle violenze dei coloni nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania, dove non c’è neppure la scusa della minaccia di Hamas. L’idea è quella di ricostituire il Grande Israele sulle terre che Dio stesso ha dato temila anni fa, aveva promesso al popolo eletto.

Vanno in questo senso, del resto, le dichiarazioni dell’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, che in un’intervista ha sostenuto «che se Israele colonizzasse tutto il Medio Oriente, dall’Egitto all’Iraq, non ci sarebbe nulla di male perché nella Genesi c’è scritto che quella è la Terra Santa». La guerra di Israele è una guerra santa.

Il messianismo trumpiano

Ma il caso forse più eclatante del ritorno di questo concetto è quello degli Stati Uniti. Ha fatto il giro del mondo il video girato nello Studio Ovale, in cui un gruppo di leader evangelici prega per Trump, invocando protezione per il presidente americano e sostegno alle sue decisioni militari.

È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche, nell’elezione di Donald Trump, sia nel primo che nel secondo mandato. Meno noto, forse, è che i membri di questi gruppi religiosi si considerano crociati impegnati in una lotta contro il male, nell’impaziente attesa dell’Apocalisse e del ritorno di Gesù Cristo. I loro principali testi di riferimento non sono i libri del Nuovo Testamento, ma quelli dell’Antico, che essi tendono a leggere in modo letterale. Da qui la convergenza con gli ebrei ortodossi che ritengono loro missione ricostituire l’antico Israele sul territorio che Dio steso gli aveva promesso, cacciando via le popolazioni arabe che vi si erano insediate nel frattempo.

Collegando la prospettiva vetero-testamentaria con quella neo- testamentaria, queste sette cristiane ritengono che proprio la ricostituzione del regno del popolo eletto in Palestina sia la condizione per la venuta del Messia da loro atteso. Da qui il sostegno politico ed economico allo Stato ebraico e le pressioni su Trump perché sia garante della sua sicurezza

In questo contesto appare pienamente plausibile la denuncia di un gruppo di duecento soldati statunitensi, secondo i quali alcuni comandanti avrebbero descritto il conflitto in corso nel Medio Oriente come parte di «un piano divino», arrivando ad affermare «che Trump sarebbe stato unto da Gesù per incendiare l’Iran, causare l’armageddon e dare il segnale per il suo ritorno sulla Terra». 

E del resto, nelle conferenze stampa che il Segretario alla Guerra (non più come prima di Trump, alla Difesa) Peter Hegseth ha tenuto regolarmente per fare il punto sulla «guerra preventiva» scatenata da Trump contro l’Iran,  non può non colpire l’insistenza sulla dimensione religiosa: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…». E ancora: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…».

Questa guerra, insomma, sarebbe una missione affidata da Dio agli Stati Uniti e da Lui benedetta. Come hanno evidenziato i media anglosassoni, appaiono un’implicita, eloquente risposta a queste affermazioni le parole pronunciate pochi giorni dopo da un altro illustre cittadino americano, papa Leone XIV. «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”», ha detto il pontefice durante la sua omelia della domenica delle Palme.

Non c’è bisogno di essere cattolici per riconoscere che in questo momento la sola voce, dotata un’autorità riconosciuta a livello internazionale, che si leva a condannare decisamente l’idea che la guerra sia necessaria per instaurare la pace, è quella dei sommi pontefici romani, da Giovanni Paolo II a a Francesco a papa Leone. È una sfida alle potenze che oggi dominano la scena politica internazionale e ai loro gregari (tra cui, purtroppo, il nostro governo). Una volta tanto il cristiano può rallegrarsi che la Chiesa istituzionale non sia nelle retrovie, ma assuma coraggiosamente il proprio ruolo profetico in un mondo che sembra cieco e sordo non solo al vangelo, ma alle esigenze più  profonde dell’essere umano. 

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IL DIO DELLA PACE O DELLA GUERRA?

IL DIO DI PAPA LEONE 

E IL dio di TRUMP

Il conflitto in Medio Oriente porta con sè tempi duri, anche per Dio purtroppo. Da una parte il Dio della guerra tirato in ballo dal Segretario della Guerra americano Peter Hegseth nelle conferenze stampa sull'andamento delle operazioni militari. Dall'altra il Dio della pace nelle parole pronunciate da Papa Leone XIV: «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra». E intanto Donald Trump ha chiesto al Congresso di aumentare le spese militari

di Paolo Bergamaschi

Nel gennaio del 2025 Peter Hegseth è stato nominato da Donald Trump Segretario alla Difesa, carica equivalente a quella di ministro nei governi dei Paesi europei. Nell’audizione di conferma al Senato tanti sono stati i dubbi sollevati nei suoi confronti per il suo controverso passato e la discutibile competenza sia da esponenti dell’opposizione democratica che da repubblicani. Alla fine il voto del vice-presidente JD Vance è risultato decisivo per rompere un imbarazzante muro contro muro.

Nel settembre dello scorso anno con un ordine esecutivo Trump ha cambiato il nome del Dipartimento della Difesa del governo americano in Dipartimento della Guerra con conseguente cambio anche del nome della carica ricoperta da Peter Hegseth che oggi si pregia del titolo di Segretario alla Guerra. Cinicamente logico, quindi, che il Segretario alla Guerra si occupi di questioni belliche e che agisca di conseguenza. Quello che non è affatto logico, tuttavia, è l’aura di sacralità che Hegseth sta cercando di creare attorno al suo mandato trasformandolo in missione divina.

Chi segue in lingua originale le conferenze stampa che il Segretario alla Guerra tiene regolarmente per fare il punto delle operazioni militari in corso in Medio Oriente non può non avere notato l’insistenza e l’impudenza con le quali viene tirato in ballo il nome di Dio. «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…». «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione….». Sono solo un paio delle citazioni più sconcertanti. Durante una funzione religiosa pubblica si è spinto addirittura oltre chiedendo di pregare affinché si scateni una «violenza travolgente» contro i nemici in Iran e altrove nel nome di Gesù Cristo.

Come hanno evidenziato i media anglosassoni, non sembrano affatto occasionali le parole pronunciate pochi giorni dopo da un altro illustre cittadino americano, Papa Leone XIV. «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”», ha detto il pontefice durante la sua omelia della domenica delle Palme. Anche se non citato espressamente, le frasi del Papa suonano come una presa di distanza risoluta da quelle di Hegseth.

Le posizioni appaiono agli antipodi, eppure si fa riferimento allo stesso Dio cristiano come se rappresentasse due divinità distinte: da una parte il Dio della guerra, dall’altra il Dio della pace. Per i credenti un dilemma atroce e inconciliabile, per gli atei e gli agnostici una conferma dell’inaffidabilità della religione. Per l’opinione pubblica americana un Dio fazioso a seconda dell’appartenenza alla sponda repubblicana o democratica.

Sono tempi duri per tutti, anche per Dio, purtroppo, il cui disegno, pur avvolto nel mistero, si presume non coincida con quello di Washington. Non contento, intanto, della distruzione, del numero di vittime innocenti e della sofferenza, oltre alla instabilità, che sta seminando ovunque, in particolare in Medio Oriente, Donald Trump ha chiesto al Congresso di aumentare le spese militari dall’attuale trilione di dollari circa a un trilione e mezzo. La guerra contro l’Iran non sta andando nel verso giusto nonostante le dichiarazioni trionfanti del presidente americano e dell’invasato di Dio Peter Hegseth. Contrariamente a quanto affermano i due, a Teheran non c’è stato alcun cambio di regime, i 460 chilogrammi di uranio arricchito sono ancora dove erano, le capacità missilistiche iraniane sono state solo amputate e lo stretto di Hormuz rimane sotto lo stretto controllo dei Pasdaran.

Le monarchie del Golfo fremono impaurite, l’Ue per bocca dell’Alta Rappresentante Kaja Kallas dichiara che questa non è la sua guerra ma si guarda bene dal contraddire apertamente l’inquilino della Casa Bianca. Non rimane che la Cina, l’unica che, attraverso la paziente mediazione guidata del Pakistan, è in grado di sbloccare la situazione. In gergo sportivo si chiama autogol. Paradossalmente proprio lo scenario che l’attuale amministrazione americana avrebbe preferito evitare.

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AULE VERDI

 

Le Aule Natura sono spazi didattici all'aperto, promossi dal WWF e P&G, che trasformano cortili scolastici in habitat naturali (stagni, orti, siepi) di almeno 80mq. Queste "classi verdi" permettono l'apprendimento esperienziale e la biodiversità, migliorando il benessere degli studenti e riducendo l'inquinamento. Le aule verdi possono includere orti didattici, nidi per insetti e zone relax, offrendo un contesto stimolante. 

Non empre è possibile stare all'aperto, ma in tutta l’Olanda, le aule scolastiche si stanno trasformando in ecosistemi viventi grazie all’introduzione di pareti verdi—giardini verticali ricchi di piante che migliorano attivamente l’ambiente interno. Queste pareti non sono solo decorative: funzionano come sistemi naturali in grado di raffrescare gli spazi e migliorare la qualità dell’aria durante tutta la giornata.
Le piante assorbono il calore e rilasciano umidità, contribuendo a regolare la temperatura e rendendo le aule più confortevoli senza dipendere eccessivamente dall’aria condizionata. Allo stesso tempo, filtrano gli inquinanti e l’anidride carbonica, sostituendoli con ossigeno fresco. Questo crea un ambiente più sano, in cui gli studenti possono concentrarsi meglio, respirare più facilmente e sentirsi più connessi alla natura.
Oltre ai benefici fisici, queste aule verdi favoriscono anche il benessere mentale. È stato dimostrato che la presenza di piante riduce lo stress e migliora la concentrazione, rendendo gli ambienti di apprendimento più calmi e coinvolgenti. L’approccio olandese dimostra come gli spazi educativi possano evolversi in sistemi sostenibili e viventi—dove natura e apprendimento collaborano per generare risultati migliori sia per gli studenti che per l’ambiente.

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venerdì 10 aprile 2026

MINORI . CI VUOLE UN'ALLEANZA

 


Quelle 100mila storie che fanno dire a Telefono Azzurro: 

«Ci vuole un’alleanza»

«L’ascolto rappresenta un presidio essenziale di tutela, prevenzione e costruzione del futuro», lo ha detto Ernesto Caffo, iniziatore e presidente della storica fondazione, a conclusione della seconda edizione della Giornata nazionale dedicata proprio all'apertura all'attenzione verso i più piccoli e i loro bisogni. E propone «un’alleanza sistemica tra istituzioni, famiglie, scuola, aziende e mondo della comunicazione». A Milano, Roma e Palermo gli eventi principali, cui hanno preso parte tanti studenti e studentesse. Dal 1987, ascoltati e accompagnati oltre 95mila bambini e adolescenti 

-di Alessio Nisi

 Ogni «voce ascoltata è un passo concreto verso un futuro più giusto e più umano. Un bambino ascoltato sarà davvero un adulto sereno». Con questa riflessione del fondatore e presidente della Fondazione Sos Telefono AzzurroErnesto Caffo, è sceso il sipario sulla seconda edizione della Giornata nazionale dell’ascolto dei minori, promossa dal Parlamento e che Telefono azzurro ha intitolato quest’anno Un bambino ascoltato sarà un adulto sereno.

Parla a ragione veduta il fondatore e presidente della storica organizzazione: proprio nell’evento centrale, quello dalla sede del Cnel a Roma, il neuropsichiatra infantile ha ripercorso anche l’impegno, dal 1987 a oggi, di Telefono Azzurro, che ha visto quasi 100mila bambini e adolescenti, 95.459 per l’esattezza, ascoltati e accompagnati nelle loro difficoltà.

Le altre città in cui si è svolta la Giornata sono state Milano, dove l’evento è stato ospitato a Palazzo Lombardia e sono intervenute anche esperienze come Fondazione Asilo Mariuccia e Fondazione Cometa, e Palermo, dove si è lavorato, nella Biblioteca dell’archivio storico comunale.

Al centro dei lavori, il valore dell’ascolto come strumento di tutela, prevenzione e crescita, in un momento in cui i dati confermano un aumento significativo del disagio psicologico tra i giovani. Un bambino ascoltato sarà un adulto sereno ha rappresentato non solo un’occasione di confronto, ma anche un esercizio concreto di partecipazione: gli studenti sono stati parte attiva del dibattito, ponendo domande dirette ai relatori e contribuendo con riflessioni e testimonianze sul proprio vissuto quotidiano.

Nelle tre città, elemento comune è stata la grande partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, esperti, studiosi e, soprattutto, studenti e studentesse tra i 12 e i 17 anni.

Un’alleanza sistemica in difesa dei minori

Un evento cerimoniale? Niente affatto. L’appuntamento è stato l’occasione per una riflessione sul tema. A tirare le somme, lo stesso Caffo. che dalle argomentazioni di esperti, istituzioni e soprattutto dai dati ha delineato le priorità operative per rendere la tutela dei minori sempre più tempestiva e vicina ai ragazzi.

La strategia futura punta su «un’alleanza sistemica tra istituzioni, famiglie, scuola, aziende e mondo della comunicazione. In questo modello, il digitale assume un ruolo cruciale come ponte verso l’aiuto, capace di abbassare la soglia di accesso per i più giovani utilizzando linguaggi a loro familiari e garantendo una presenza più continua nel passaggio dalla richiesta di supporto alla tutela effettiva».

L’obiettivo è trasformare l’ascolto da ricezione passiva a risposta attiva, creando un ecosistema sicuro e non giudicante dove ogni segnale di disagio possa essere accolto e trasformato in un percorso di crescita condivisa e protezione concreta.  

Prima che la sofferenza si radicalizzi

«Ascoltare non è mai un atto neutro», sottolinea sempre Caffo, «è il momento in cui il silenzio diventa parola e il disagio può finalmente emergere. Riconoscere bambini e adolescenti come soggetti di diritto e di ascolto significa offrire loro uno spazio reale in cui essere compresi prima che la sofferenza si radicalizzi.

Oggi più che mai, di fronte a un disagio sempre più complesso tra salute mentale, relazioni e dimensione digitale, riflette ancora, «l’ascolto rappresenta un presidio essenziale di tutela, prevenzione e costruzione del futuro».

I dati

Si diceva, i dati. Telefono azzurro ha diffuso i numeri più recenti del Dossier 2025 del servizio di ascolto 1.96.96, che nel corso del 2025 ha registrato un quadro di forte complessità e crescita delle domande di aiuto. Il rapporto delinea un quadro critico in cui la salute mentale, le difficoltà relazionali e i rischi del mondo digitale rappresentano i principali motori della richiesta di aiuto tra i più giovani.

Secondo il dossier, quasi l’88% dei casi gestiti dal servizio si concentra su quattro aree chiave: salute mentale (35,3%), difficoltà relazionali (28,5%), abuso e violenza (18,2%) e rischi legati a Internet (6,1%). Aumentano, inoltre, le situazioni multidimensionali, in cui più forme di disagio si intrecciano: un caso su cinque combina disagio psicologico, fragilità relazionali e vulnerabilità online.

Il rapporto evidenzia come l’emergere di nuove forme di vulnerabilità legate all’Intelligenza Artificiale Generativa. Tra i rischi segnalati figurano la produzione di immagini e video realistici a scopo di umiliazione (come foto generate tramite intelligenza artificiale che ritraggono i minori in pose sensuali o esplicite) e l’uso di strumenti intelligenza artificiale come surrogati relazionali o supporti emotivi.

Benessere, tecnologia e nuove sfide

Rivedi la Giornata dell’ascolto di Telefono Azzurro

Durante i dibattiti di Roma, Milano e Palermo, articolati in tre sessioni tematiche (benessere psicologico, generazioni in trasformazione e social media e intelligenza artificiale) gli studenti hanno dialogato con rappresentanti delle istituzioni, esperti di media education, psicologi, docenti e membri del mondo associativo. Tra i temi affrontati, il rapporto tra salute mentale e vita digitale, le transizioni generazionali e la necessità di contrastare il rischio di isolamento, sfiducia e solitudine nei più giovani.

Dal dibattito è emersa la sfida che le istituzioni sono chiamate ad affrontare: riconoscere i giovani non solo come destinatari di politiche, ma come protagonisti attivi nelle scelte che li riguardano. Un impegno che richiede di costruire spazi di partecipazione reale, in cui le nuove generazioni possano esprimersi e contribuire concretamente all’indirizzo delle azioni future.

Parlano le istituzioni

A Roma, dalla sede del Cnel, il presidente Renato Brunetta ha aperto i lavori sottolineando l’importanza di «una società capace di ascoltare e valorizzare la parola dei più giovani come parte integrante del processo democratico», mentre dal Senato il presidente Ignazio La Russa ha ribadito il valore dell’ascolto «come cardine della tutela dei diritti dei bambini e degli adolescenti». Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha poi definito l’ascolto come presupposto essenziale affinché «famiglie, scuole e istituzioni possano intercettare tempestivamente segnali di malessere o pericolo e rispondere in modo efficace alle richieste di aiuto dei ragazzi».

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