venerdì 2 gennaio 2026

DESTRA E SINISTRA

 Che destra e sinistra ritrovino le loro radici

 

di Giuseppe Savagnone 

 

La denuncia di un intellettuale della destra

In un editoriale sul quotidiano «La Verità» del 21 dicembre, Marcello Veneziani, uno dei più autorevoli intellettuali della destra, ha espresso la sua delusione per la debole impronta impressa al paese dai politici della sua parte, ormai da tre anni al governo. «Non saprei indicare», ha scritto, «qualcosa di rilevante che segni una svolta o che dica, nel bene o nel male, al Paese: da qui è passata la destra — sovranista, nazionale, sociale, patriottica, popolare, conservatrice o che volete voi — e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo».

Per lo scrittore, «da quando è al governo la destra non è cambiato nulla nella nostra vita di italiani, di cittadini, di contribuenti e anche in quella di “intellettuali”, di “patrioti” e di uomini “di destra”. Tutto è rimasto come prima, nel bene, nel male, nella mediocrità generale e particolare. E perdura anche il clima di intolleranza e censura verso le idee che non rientrano nel mainstream».

Nei confronti della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il giudizio era invece favorevole: «Ha governato con abilità, astuzia, prudenza e con una verve passionale che suscitano simpatia». Il guaio, osservava Veneziani, è che «c’è lei, solo lei, il resto è contorno e comparse».

La cultura della destra secondo Veneziani

Nella versione a cui fa riferimento Marcello Veneziani nel suo noto libro «La cultura della destra» (2002) – da lui stesso sintetizzata in una lunga intervista – ,  «quello che distingue oggi la destra dalla sinistra è che la destra crede molto alle radici, ai valori di un radicamento, mentre la sinistra crede molto ai valori di liberazione, di emancipazione».

Veneziani ritiene sia «un tratto tipico della destra» l’adesione «alla vita comune, alle comunità tradizionali, alle solidarietà organiche». Da qui la sua difesa del concetto di nazione, intesa nel senso di «repertorio di immagini, di radici, di memorie collettive», che può costituire il «termine medio» tra una globalizzazione che omologa tutto e tutti, senza creare vera comunità, e il particolarismo di «tribù» fanaticamente protese a difendere la propria identità. Purtroppo, egli constata, oggi «andiamo verso una società di monadi, cioè di persone del tutto isolate dal resto del mondo, e una società senza frontiere». E questo sganciamento da comunità concrete è alla base al tempo stesso di un «individualismo selvaggio» e di una perdita delle differenze, dovuta al fatto che in questa omologazione «non riusciamo più a distinguere non solo la realtà di popoli, ma anche di persone, perché diventiamo tutti intercambiabili». La difesa delle tradizioni comunitarie è dunque garanzia, per l’autore, di quella delle identità personali.

Proprio questa esigenza di «riconoscimento delle diversità» contro un mondo sempre più globalizzato spiega anche l’insofferenza verso la minaccia di un «pensiero unico» che, nella storia personale di Veneziani è stata all’origine della sua scelta controcorrente di essere “di destra” contro una cultura dominante che era “di sinistra”. 

La Patria

La valorizzazione della patria nazionale non va però confusa, per lui, con un nazionalismo, «che è la caricatura scimmiesca dell’idea di nazione», perché fondato sull’idea che la mia nazione sia migliore della tua», cosicché «vince il più forte».

In questa logica va anche la difesa dello Stato come «luogo in cui sono tutelati e rappresentati gli interessi e i valori collettivi, quindi gli interessi di una collettività. Di fronte ai grandi gruppi finanziari, che comandano, di fronte alle esigenze del mercato, è necessario che ci sia un contrappeso».

E in questa prospettiva si giustifica, agli occhi dello scrittore, anche la necessità delle frontiere, volte «a filtrare, nei limiti del possibile, l’immigrazione, cioè a garantire che entrino non in tanti», ma per «fare in modo che quelli che entrano abbiano pari diritti dei cittadini italiani ».

Si può essere d’accordo o in disaccordo con questa visione, anche evidenziandone i pericoli impliciti, ma essa sicuramente merita rispetto. Soprattutto se la si mette a confronto con una cultura della sinistra che spesso ricorda, più che la tradizione socialista a cui nominalmente si ispira, le posizioni del vecchio partito radicale, centrate proprio sulla difesa unilaterale dei diritti dell’individuo, a scapito di una  prospettiva più comunitaria, che ne evidenzi i debiti, i legami e le responsabilità verso gli altri. 

La cultura “reale” della destra

Il punto è che la lettura di Veneziani ha poco a che vedere con ciò che effettivamente sta accadendo nella destra italiana e in quella mondiale. Non c’è da stupirsi che egli non abbia trovato traccia della cultura di cui egli parla nell’Italia di oggi. Ciò che desta meraviglia, piuttosto, è che non si sia reso conto che in realtà una svolta c’è stata e che tutto sta cambiando nel nostro paese, ad opera di un’altra “cultura della destra”, che rende a chiunque possibile dire: «Da qui è passata la destra (…) e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo».

In questa versione la difesa della comunità nazionale è diventata sovranismo , che altro non è se non il nazionalismo spogliato della sua enfasi valoriale e ridotto a mera affermazione di potere. Una filosofia già presente da alcuni anni, e che ora ha trovato nel presidente Trump il suo rappresentante emblematico, di cui la nostra premier Gorgia Meloni ha fatto il proprio modello.  Da qui lo slogan – copiato dal trumpiano Make again great America – «rifare di nuovo grande l’Italia» Anche se alternato con quello «rifare di nuovo grande l’Occidente», per mascherare una mortificante subordinazione alla politica americana con la finzione (chiaramente smentita dai fatti) che essa oggi continui a fare gli interessi anche dell’Europa e della stessa Italia, come era stato dalla seconda guerra mondiale in poi.

 

Il trumpismo

E comuni al trumpismo sono i punti essenziali della nuova visione che sta alla base della politica italiana dopo l’avvento al potere della destra. Emblematica la centralità attribuita alla «difesa di confini», in nome di una identità nazionale concepita in chiave conflittuale e difensiva, in contrasto con l’accoglienza dei  diversi, visti come invasori.

Così come rientra nella logica del trumpismo anche la tendenza a identificare lo Stato con il potere esecutivo, in perpetua lotta con quello giudiziario, – la cui autonomia, peraltro, in Italia è garantita dalla Costituzione –  e con tutte le istituzioni (come ad esempio, in America, la Federal Reserve, in Italia la Banca d’Italia) che non dipendono dal  potere esecutivo. Da dove anche la svalutazione  del parlamento, in Italia già avviata nelle precedenti legislature, ma ora  completata con la sua riduzione al compito di sottoscrivere le decisioni prese dal Consiglio dei ministri.

Anche in politica estera il governo Meloni si è distinto per la perfetta sintonia con la linea degli Stati Uniti, ulteriormente accentuata dopo l’avvento di Trump, volta a sostenere l’azione di Israele contro i palestinesi di Gaza, bloccando tutti gli sforzi internazionali per porre dei limiti alla violenza dell’Idf e fermare il massacro in corso.

Ma quello che più vistosamente riproduce in Italia lo stile trumpiano è la lotta permanente contro i «nemici interni», che sovverte una tradizione dei paesi democratici secondo cui chi vince le elezioni cerca di sottolineare, fin dal suo primo discorso, la sua volontà di essere il rappresentante di tutti, anche dei propri avversari. Sia Trump che Meloni invece, continuano dopo la loro ascesa al governo, come i capi del proprio partito, in perenne campagna elettorale contro chi  si oppone, accusato di «remare contro».

Da qui la strumentalizzazione di qualsiasi occasione – dall’assassinio di Kirk all’apertura delle indagini sui finanziamenti occulti ad Hamas – per scatenare campagne di delegittimazione dei partiti d’opposizione, sfidando l’evidente incongruenza, soprattutto nel primo caso, di queste accuse. Ma la propaganda funziona.

E, paradossalmente,  in questo continuo inveire contro i propri “nemici”, i nostri governanti attribuiscono ad essi l’odio e la violenza che riversano su di loro, presentandosi all’opinione pubblica nel ruolo di vittime, coraggiosamente impegnate a resistere a ricatti e minacce di ogni genere. 

La sfida di un nuovo stile della destra e della sinistra

Su queste basi non si costruisce la vita democratica. Perciò, se si vuol fare all’Italia un augurio per l’anno che sta cominciando, esso dovrebbe essere di vedere la nascita di una nuova prospettiva culturale sia nella destra che nella sinistra.  Basterebbe, per questo, che esse recuperassero il senso delle loro radici. Che la destra tornasse ad essere la difesa delle tradizioni comunitarie, da quella della nazione a quella della famiglia, e che la sinistra si ricordasse che i diritti civili, per quanto importanti, devono essere strettamente collegati a quelli sociali.

La prima dovrebbe prendere atto che l’insistenza sull’ordine e la stabilità non può far perdere di vista la centralità che la nostra Costituzione, rompendo con un precedente regime autoritario, attribuisce alla libertà. La seconda, che i diritti devono sempre essere integrati con i doveri e che nessuno può essere visto come un’isola, padrone nel proprio territorio di fare ciò che vuole di se steso senza rispondere a nessuno. Ma questo non escluderebbe la sottolineatura delle rispettive anime culturali, anzi le renderebbe più autentiche.

Le radici

Il punto di riferimento per questo recupero delle radici dovrebbe essere la nostra Costituzione, che è nata non da una sola visione, imposta a tutti a colpi di maggioranza – come oggi si usa – , ma dal dialogo tra le diverse componenti del paese. La costituente è stata la dimostrazione che il dialogo tra coloro che la pensano diversamente è possibile. Oggi nessuno ci prova nemmeno più. Destra e sinistra si accapigliano in una rissa permanente che non valorizza certo le idee e meno che mai gli ideali, ma fa soltanto prevalere i toni più volgari dall’una e dall’altra parte.

E invece è dalle idee che oggi è importante ripartire. Non si tratta di trovare semplici accordi tattici che facciano cessare le ostilità grazie a un superficiale compromesso. È necessario, da parte di tutti i contendenti, accedere a un livello più profondo di consapevolezza della propria tradizione, per potersi confrontare reciprocamente a partire da questa ritrovata identità. Cattolici, comunisti e liberali hanno fatto questo, nel 1946, e ne è uscita una delle migliori Costituzioni mai formulate. Oggi si pretende di cambiarla adottando la logica del più forte. Non è questo lo stile della democrazia come la intesero i padri costituenti.

Non dipende solo dai politici riscoprirlo e praticarlo. Destra e sinistra sono dentro noi, semplici cittadini, e si esprimono nel nostro modo di pensare, di discutere, di votare. I partiti possono cambiare se noi lo vorremo. È questa la sfida più decisiva per questo nuovo anno che comincia.

 

www.tuttavia.eu 

SAPER RISCHIARE

 

 

"Senza rischi

 non si cresce, 

la paura di sbagliare 

sta spegnendo sogni,

 ambizioni e unicità"

 


La Redazione

 

Crepet riflette su rischio, ambizione e libertà in una società che educa alla prudenza e finisce per spegnere sogni e unicità.

Viviamo in una società frenetica, dove tutto scorre rapidamente davanti ai nostri occhi. Gli istanti si susseguono senza lasciare traccia e spesso perdiamo la capacità di cogliere il senso profondo di ciò che viviamo. Così anche le esperienze più importanti rischiano di trasformarsi in momenti passeggeri, privi di radici e di significato.

Questa difficoltà è aggravata da una crescente confusione attorno al concetto di libertà, sempre più spesso separato dalle idee di rischio e ambizione. Oggi esporsi, osare, mettersi in gioco viene percepito come qualcosa da evitare, piuttosto che come una possibilità di crescita. Su tali aspetti si sofferma, con particolare attenzione, il sociologo e psichiatra Paolo Crepet, il quale esprime il suo pensiero in tal modo: "La tendenza diffusa a identificare «rischio» con «pericolo», «limite», mette in secondo piano «il rischio di non rischiare», non meno inquietante.

Anzi. In questo senso, vedo un parallelismo tra «rischio» e «felicità». Paradossalmente, ma non troppo, molti sono stati educati a pensare che nella vita non valga la pena di rischiare nemmeno per cercare la felicità”.  

Si diffonde così un messaggio implicito che invita a non osare, a restare nel gruppo, a non coltivare fino in fondo le proprie capacità. L’ambizione viene guardata con sospetto, come se rappresentasse un pericolo anziché una risorsa per la crescita personale. Si tratta di una vera e propria esortazione “a non osare, a rimanere nel mucchio, a non mostrare le proprie attitudini e capacità, a smussare perfino il proprio talento, a temere qualsiasi cosa richiami il concetto di ambizione”.

I genitori, in tale ambito, giocano un ruolo fondamentale e, in particolare, sono responsabili di aver trasmesso ai giovani un messaggio fortemente diseducativo e limitativo della crescita. Infatti, gli adolescenti sono ormai convinti che l'ambizione rappresenti una malattia mentale. Invero, "insegnare a un figlio adolescente che l'essere ambizioso significa essere mentalmente disturbato non è solo un atto di cattiveria, ma una dimostrazione di straordinario egoismo e cecità". Tuttavia, alcuni educatori, senza neppure accorgersene, incorrono in tali errori, dimenticando, secondo Crepet, che "l'esistenza stessa è un'ambizione. Occorrerebbe spiegare ai bambini che è nel coltivare desideri e aspirazioni che si costruisce la ricerca della felicità. Essi devono poter crescere pensando che la libertà conduce all'unica speranza che vale la pena di vivere: quella di contribuire a costruire un futuro migliore, per se stessi e non solo".

Insomma, è compito delle istituzioni scolastiche, e delle famiglie stesse, esortare i più giovani ad assumersi il rischio di vivere, e non farsi bastare la sopravvivenza, comprendendo che l'ambizione può esserne molla, motore, carburante e non limite.

“L’esistenza non è contenibile all’interno di un recinto, ma nasce costretta per diventare libera: dall’utero all’universo. Quindi è nel salto, nel gettarsi nel nuovo che è racchiuso il senso di ogni vita consapevole della propria unicità”, così come ci spiega molto accuratamente lo psichiatra.

Il noto sociologo Crepet sostiene, inoltre, che un bambino viene al mondo accanto ai propri genitori ma, successivamente, durante la crescita, si imbatte in una continua evoluzione, mettendosi a confronto con se stesso e con una serie di regole familiari, che lo condurranno all'età adulta, proprio attraverso il raggiungimento dei suoi obiettivi, da intendere quale "capacità di superare i limiti iniziali", non solo in senso fisico, ma come consapevolezza che attraverso il rischio e l'ambizione si possano realizzare i propri sogni ed i relativi progetti.

Dunque “oltrepassare i recinti di infanzia e adolescenza è l’atto magnifico che dovremmo augurare a chiunque stia per entrare nell’età adulta, anche quando non si può pretendere di sapere che cosa ci aspetti oltre le staccionate”.

Non si può non sottolineare, a tal proposito, come la maggior parte della popolazione ritenga che la ricerca della felicità sia molto onerosa, comportando fatica, sudore ed impegno quotidiano, laddove invece i moderni stereotipi si fondano su un assetto culturale del tutto opposto, secondo cui tutto dev'essere confortevole ed alla portata di mano, facilmente ottenibile.

Ciò determina, secondo Crepet, che la moderna popolazione sia per la maggior parte affetta da cherofobia poiché "convinta che, se si raggiunge un qualche grado di felicità, ci si espone a fragilità e a declino moraleOppure c'è chi pensa che la gioia debba essere gustata a misuratissimi sorsi, nell'illusione di farla durare più a lungo, senza sapere che così non si fa altro che allontanare...l'impulso istintivo". 

È necessario, dunque, attraverso l'azione sinergica della scuola e dei genitori, che i bambini, sin dall'infanzia vengano istruiti a non accettare pedissequamente ciò che la realtà propone, formando un proprio pensiero critico, personale, sempre attraverso il confronto ed il dialogo, senza timore dei limiti e dei sacrifici che ne derivano, ma nella consapevolezza che l'ambizione rappresenta una marcia in più, un motore di continua ricerca e scoperta della vera essenza della felicità.

Infatti, parte dell'umanità vive in una condizione di infelicità poiché "non ha imparato a essere libera, in quanto la libertà è una conquista ancora troppo recente e precaria".

“Alla fine, quel poco o quel tanto che si può avere nella vita bisogna comunque desiderarlo, imparare ad approntarlo dentro di sé come potenzialità, auspicio di una primavera speciale. C’è della fatica in tutto questo, forse anche una forma legittima di ansia, come quella del poeta davanti al foglio bianco di cui parla Borges, ma è lo sforzo che predispone alla luce della felicità”, attraverso tali parole conclude la sua significativa disamina Paolo Crepet.

 Ascuolaoggi


IL CORAGGIO DELLA PACE

 

Scegliamo

il coraggio 

della pace. 


La guerra 

non è un destino


Al centro delle nostre vite nel nuovo anno non sarà un oggetto, ma ugualmente è qualcosa di estremamente concreto: la pace. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha pubblicato da poco “Il coraggio della pace”: «Il coraggio viene spesso associato solo alla guerra», spiega. 

«La pace richiede lavoro, sacrificio e uno sforzo enorme per essere raggiunta. Si sta diffondendo l'idea che la guerra sia il vero destino antropologico dell'uomo, che l'essere umano e il conflitto siano compagni inscindibili. Io non lo credo affatto»

di Anna Spena

 

Non siamo ciò che possediamo, questo è chiaro. Ma è pur vero che gli oggetti che ci stanno accanto nella quotidianità plasmano il nostro essere. Quali sono allora “le cose” che segneranno l’anno che verrà? Quali gli oggetti da riscoprire? Quali quelli da guardare sotto una nuova luce? Nei giorni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, ripartiamo da qui: le cose. Senza troppi discorsi, senza troppa teoria. Gli oggetti. A ricordarci che la realtà precede le nostre parole e che l’esercizio da fare è sempre quello, paziente, di adeguare le parole alla realtà che cambia tumultuosamente e sempre ci sfugge. In fondo oggi non siamo più solo nell’epoca della post-verità, siamo in quella della post-realtà. Non è un caso che da poco sia uscito un libro titolato La realtà è sopravvalutata (lo ha scritto Alfredo Gatto). Il contesto in cui siamo immersi lo descrive bene Mattia Ferraresi nel suo I demoni della mente: in questa epoca «segnata dal dominio incontrastato del soggetto», la grande certezza è che «la realtà non esiste». È qui che prosperano i complottismi, le dietrologie e prende forma un’epoca «in cui non si ha fiducia in niente ma si crede a tutto». Se vogliamo arginare lo scivolamento verso una concezione della realtà come luogo inconoscibile e tutto sommato ostile per chi lo abita, occorre forse ripartire da qui: «dare all’oggetto una possibilità». Quello che è nato come un gioco per i giorni di festa, così, è diventato un gioco serissimo. Buona lettura e buon anno! (SDC)

La guerra non è un destino inevitabile. Ce lo dobbiamo ripetere, sempre. La pace ha bisogno di coraggio, di quello di tutti. Leggiamolo l’ultimo libro pubblicato da Andrea Riccardi, professore di Storia contemporanea e fondatore, nel 1968, della Comunità di Sant’Egidio, ha ricoperto la carica di ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione nel governo Monti tra il 2011 e il 2013. Il libro si intitola Il coraggio della pace (Editrice Morcellina, 80 pag). L’appello di Riccardi è quello di riscoprire il «senso di appartenenza a una comunità globale di destino».

Professore, cosa portiamo nel 2026?

Un anno di pace. Il mio pensiero va agli ucraini, sotto i bombardamenti da quattro anni, ai gazawi, ai sudanesi e al loro dramma troppo spesso dimenticato. Stiamo vivendo l’era della forza, in cui la guerra domina i rapporti internazionali e si riflette drammaticamente nella nostra società, rendendo i rapporti personali più duri, competitivi e aggressivi. Per il 2026 auspico un ritorno alla pace. In questo senso, l’anniversario francescano cade a proposito: San Francesco, nel duro Medioevo, annunciò la pace tra comuni e signorie in lotta. Oggi il nostro mondo è fatto di frammenti e fare pace significa ricollegare questi pezzi attraverso un atteggiamento fraterno.

Papa Leone XIV nel suo messaggio per la 59esima Giornata mondiale della pace, che si celebra proprio il primo gennaio 2026 – “La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante” – dice così: «Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica».

È un documento profondamente pacificante e pacificatore. Purtroppo, il dibattito politico spesso “furbamente” non fa i conti con queste parole, fingendo di non accorgersene perché scardinano le logiche di potere correnti.

La pace è ancora possibile?

Oggi la pace sembra scomparsa come valore e aspirazione, persino rispetto ai tempi della Guerra Fredda. Ho intitolato il libro Il coraggio della pace perché il coraggio viene spesso associato solo alla guerra. C’è chi dice che noi europei siamo paurosi perché non vogliamo vedere i nostri figli morire in battaglia; io credo, invece, che non siamo paurosi se abbiamo il coraggio della pace. La pace richiede lavoro, sacrificio e uno sforzo enorme per essere raggiunta. La guerra, come vediamo in Ucraina, è solo distruzione: distrugge i Paesi e trasforma gli Stati in entità militari chiuse e imperiali. Si parte baldanzosi e si finisce in cattività o indeboliti. 

Siamo di fronte a una crisi del multilateralismo: si tagliano i fondi alla cooperazione internazionale per investire nel riarmo. Come spieghiamo quanto sia controproducente questa scelta?

Tagliare i fondi alla cooperazione è un errore globale, non solo italiano. La cooperazione crea legami e previene i conflitti; è un atto politico che unisce i popoli in un destino comune. Oggi, invece, la parola d’ordine è “riarmarsi”. Si giustifica questa scelta con la minaccia militare russa, ma io concordo con quanto sostenuto da Cacciari: se la minaccia è reale, allora il problema non è solo una questione di bilancio, ma coinvolge il tema dell’arma atomica. Ciò che mi preoccupa profondamente in questa corsa al riarmo è lo scenario politico europeo: pensiamo alla Germania, dove il partito di estrema destra AfD è in forte ascesa nei sondaggi. Vogliamo davvero consegnare un arsenale militare potenziato a forze di questo tipo, qualora dovessero vincere le elezioni? È un rischio storico che non possiamo ignorare.

Il settimo capitolo del suo libro si intitola “La guerra come destino la pace come parentesi”: è questa la prospettiva in cui siamo?

Purtroppo sì, è una tendenza pericolosa. La pace di cui abbiamo goduto in Europa per decenni viene oggi considerata da molti come una semplice “parentesi” storica. Si sta diffondendo l’idea che la guerra sia il vero destino antropologico dell’uomo, che l’essere umano e il conflitto siano compagni inscindibili. Io non lo credo affatto. Credo nella civiltà e credo che quello che abbiamo pregustato in questi decenni non sia un intervallo tra due tragedie, ma un progetto concreto per il mondo intero. Non dobbiamo rassegnarci all’idea dell’essere umano come “essere combattente” per sempre. La guerra, prima ancora di essere atroce, è una cosa stupida; bisogna averla vista da vicino per capire quanto sia priva di senso.

Si sta diffondendo l’idea che la guerra sia il vero destino antropologico dell’uomo, che l’essere umano e il conflitto siano compagni inscindibili. Io non lo credo affatto.

Lei la guerra l’ha toccata con mano…

L’ho vista in Libano e in Mozambico. Lì ho capito che la guerra è una realtà diabolica. Ma possiamo toccarla anche qui, attraverso gli occhi dei rifugiati. Ricordo i disegni dei bambini siriani in Libano: usavano solo il rosso per dipingere fuoco e case che bruciavano. Quegli occhi testimoniano l’orrore meglio di qualsiasi discorso.

Il primo capitolo del libro, invece, è una domanda: “Parole incompatibili?” e si riferisce alla pace e al coraggio. Quindi come facciamo a trovare noi il coraggio della pace? Quali sono i nostri strumenti?

Prima di tutto, bisogna uscire dall’indifferenza: bisogna interessarsi a ciò che succede nel mondo. Non si può vivere responsabilmente in una comunità globale senza avere un minimo di cultura geopolitica. È proprio l’ignoranza dei più che permette ai “forti” e ai potenti di questo mondo di decidere per la guerra sopra le nostre teste. Interessarsi significa sviluppare una cultura, partecipare attivamente e far sentire il nostro peso nelle scelte del Paese. Significa sostenere la cooperazione e, per chi crede, praticare la preghiera per la pace. La preghiera non è un atto passivo, ma una “grande arma di pace” che smuove le coscienze.

Professore, restando sul tema dell’interesse e della partecipazione: tra settembre e ottobre le piazze si sono riempite per la questione di Gaza, dando un segnale che forse il governo non ha saputo cogliere. È un caso isolato o potrebbe essere un punto di svolta verso quella consapevolezza che lei auspica?

Gaza è una guerra che sentiamo vicina, ma non dobbiamo dimenticare il grande silenzio che avvolge altri conflitti. Anche quella in Ucraina è una guerra vicina. La Siria è stata distrutta per quasi 15 anni da una guerra civile brutale e da un potere feroce, eppure non ho sentito una reazione paragonabile. Anche in Sudan sta accadendo qualcosa di terribile proprio ora, ma noi nemmeno lo sappiamo. Credo che sia necessario allargare ulteriormente la nostra coscienza. Dobbiamo superare l’ignoranza e l’indifferenza verso ogni dramma dimenticato.

Se non c’è uno sforzo corale da parte nostra, non possiamo chiedere il perdono a chi ha perso tutto

Non possiamo chiedere lo sforzo della pace alle vittime. È un impegno che spetta a noi?

Il dolore delle vittime va assunto da noi. Mi torna in mente Paolo VI all’Onu nel 1965: “Faccio mia la voce dei sofferenti”. Se non c’è uno sforzo corale da parte nostra, non possiamo chiedere il perdono a chi ha perso tutto. Il perdono è un modo per chiudere il cerchio, ma serve un impegno collettivo per creare le condizioni affinché avvenga.

Cosa pensa del piano di pace per l’Ucraina?

Siamo in una dinamica terribile. L’Ucraina chiede una “pace giusta” e non vuole rinunciare ai territori. Ma vediamo un popolo stremato. Bisogna fare presto, perché ogni giorno in più è un giorno di tragedia. La pace deve essere giusta, sì, ma deve arrivare prima che il popolo sia completamente annientato.

VITA


 

LA LINGUA ITALIANA E L'INSEGNAMENTO

 


“La lingua italiana deve essere l’obiettivo prioritario dell’insegnamento, fondamento cognitivo e civile”

Di redazione

Pubblichiamo la lettera inviata alla nostra redazione da Marco Ricucci, docente di Italiano e Latino e professore a contratto presso l’Università degli Studi di Milano.

Il dibattito sull’insegnamento dell’italiano e della letteratura nella scuola secondaria di secondo grado, in Italia, continua a essere impostato, perlopiù, come una disputa sul canone: quali autori preservare, quali ridimensionare, quali eventualmente escludere. Questa impostazione rischia di essere fuorviante, perché sposta l’attenzione dai nodi pedagogici reali verso una contrapposizione ideologica che raramente incide sulla qualità effettiva degli apprendimenti. E nasce, facilmente, la “caciara”, in particolare su gruppi social, ad opera di leoni da tastiera…

A mio avviso la riflessione critica e lucida che ci si deve attendere da chi è docente dovrebbe partire da una domanda preliminare, troppo spesso elusa: quale sia oggi la priorità formativa dell’insegnamento dell’italiano in una scuola che opera in un contesto sociale profondamente mutato, caratterizzato da una crescente complessità culturale, da una pervasiva mediazione tecnologica e da una progressiva fragilità delle competenze linguistiche di base, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, dove l’Intelligenza Artificiale pone sfide, anche in campo pedagogico.

Il punto centrale è che oggi la lingua italiana deve costituire l’obiettivo prioritario dell’insegnamento, non in senso riduttivo o strumentale, ma come fondamento cognitivo e civile. Non regge più il tradizionale connubio tra letteratura e lingua, a livello didattico, per gli adolescenti del terzo millennio. Soffermarsi sul perché e sul come di questo divorzio sarebbe troppo lungo e non funzionale alla riflessione che qui propongo. La lingua, alla luce anche degli studi specialistici recenti, non è soltanto da intendere come un codice comunicativo, bensì come lo strumento attraverso cui si organizza il pensiero, si costruisce l’identità, si interpretano i testi e si prende posizione nel mondo. Senza una solida competenza linguistica, ogni discorso sulla letteratura rischia di rimanere astratto.

Le difficoltà linguistiche diffuse tra gli studenti di oggi non possono più essere considerate un problema marginale o contingente. Una quota significativa di ragazzi arriva alla scuola superiore con competenze fragili nella comprensione del testo scritto, nella gestione del lessico astratto, nella produzione di testi coerenti e argomentati. Lo attestano spesso i dati INVALSI e i test internazionali. Se ciò non bastasse, le Università dello Stivale organizzano i “corsi di recupero” per le matricole sulle competenze di base come la comprensione del testo e I laboratori di scrittura italiana; si chiamano, con eleganza accademica, Obblighi Formativi Aggiuntivi (OFA). Tali difficoltà delle competenze di base hanno ricadute dirette sulla capacità di orientarsi criticamente in una società complessa, globale e fortemente mediatizzata, minando il diritto a essere un cittadino pieno nella società del mondo di oggi.

Le Indicazioni nazionali per il curricolo del 2012 collocano la lingua al centro del percorso formativo, sottolineando come la comprensione, l’interpretazione e la produzione dei testi costituiscano competenze trasversali e fondative. La letteratura, in questo quadro, non è concepita come un repertorio di contenuti, ma come uno strumento privilegiato per educare alla complessità del linguaggio e dell’esperienza umana, che sarà sempre più essenziale in un mondo “inumano” dominato dalla presenza delle “macchine” e dall’invasione tecnologica.

Nella prassi didattica quotidiana, tuttavia, questo impianto viene spesso disatteso. L’insegnamento continua a essere strutturato secondo un modello storicistico uniforme, che presuppone, in maniera subdola e ipocrita, competenze linguistiche già consolidate. In assenza di tali competenze, tuttavia, la letteratura rischia di trasformarsi in un insieme di informazioni da memorizzare, perlopiù veicolato da prassi nozionistiche e da metodologie meramente trasmissive che fanno “comodo” a molti docenti, paladini spesso ciechi davanti alla realtà, con la velleità di “salvare” Dante e Manzoni a scuola.

Obiettivi e strumenti

È necessario, dunque, ripensare i percorsi in termini di riallineamento tra obiettivi e strumenti: se l’obiettivo è lo sviluppo delle competenze linguistiche, allora la selezione dei testi deve essere coerente con tale finalità. Ci può essere anche la storia della letteratura come è oggi… ma allora ci vuole un monte ore maggiore! Ripristiniamo, dunque, le cinque ore settimanali decurtate dalla Riforma Gelmini. Nessuno però grida per questo scempio perpetrato quasi venti anni fa!
In questa prospettiva, la letteratura del Novecento assume un ruolo centrale. I suoi testi affrontano temi vicini alla sensibilità dell’uomo contemporaneo: identità, crisi, relazioni, marginalità, conflitto. Dal punto di vista linguistico, consentono un lavoro più diretto sulla comprensione e sull’argomentazione, senza la mediazione continua della parafrasi.
La scelta dei testi non è neutra, ma pedagogica. Privilegiare opere che consentano un accesso reale alla lingua, senza perdersi in un mare di note o in estenuanti parafrasi che spesso sono delle vere traduzioni in italiano corrente per i ragazzi di oggi, significa rendere effettivo il diritto all’apprendimento.

In una società dominata da linguaggi tecnici e semplificati, la letteratura educa al valore della parola, alla lentezza e alla profondità del senso, ossia contrasta la frammentazione dell’attenzione e l’impoverimento del lessico, dischiudendo dolcemente quel “naufragar” di memoria leopardiana.

È anche attraverso la lettura che si può restituire agli studenti il piacere della parola e della riflessione come strumenti di sviluppo personale, rispetto a un cimitero di date e nozioni: una “battaglia” contro gli “-ismi”, per alludere a un saggio di Luigi Capuana.

Ciò non implica l’esclusione della tradizione, ma una mediazione didattica consapevole. Anche le Indicazioni nazionali parlano di flessibilità, gradualità e centralità del testo.

L’educazione umanistica

Riportare al centro la lingua italiana, attraverso un uso pedagogicamente fondato della letteratura del Novecento, significa rendere effettiva l’educazione umanistica; i secoli precedenti possono essere commisurati e riadattati a tale prospettiva.

Poi si può discutere se sia pedagogicamente proficuo oppure “giusto” ed equo differenziare i programmi dell’insegnamento della storia della letteratura italiana in base all’indirizzo di studi della scuola secondaria di secondo grado. Ma la premessa teorico-didattica, basata sul principio dell’onestà intellettuale, deve essere chiara: tenere conto della realtà dei nostri alunni e delle quattro ore settimanali che noi decenti abbiamo.

Orizzonte Scuola

Immagine

 


UN PRESENTE ASSENTE

 


 “Ai giovani italiani 

è stato sottratto il futuro 

che attendeva 

le generazioni precedenti”. 

Quando il filosofo 

era studente il futuro

 lo aspettava, 

oggi i giovani vivono

 in un eterno presente 

senza obiettivi


Di Andrea Carlino

Il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti individua nel nichilismo giovanile la conseguenza di una sottrazione operata dalle generazioni precedenti.

La sua analisi emerge da interviste rilasciate a testate nazionali nelle quali dichiara: “Ai giovani è stato tolto il futuro”. Il professore contrasta la retorica del confronto generazionale affermando che i padri e i nonni non possono invocare i loro tempi come modello, poiché “quelli erano tempi fortunatissimi”.

Gli adolescenti manifestano noia, assenza di stimoli e mancanza di prospettive. I giovani tra i 15 e i 30 anni possiedono la massima forza biologica, ideativa e sessuale, ma la società non li valorizza in ambito politico, sociale ed economico.

Galimberti sostiene che lo Stato fa a meno di loro proprio quando potrebbero esprimere il loro potenziale. Il filosofo riceve messaggi da coetanei e ragazzi più giovani che descrivono una condizione di vuoto esistenziale caratterizzata dall’impossibilità di individuare obiettivi o sogni.

Il confronto tra generazioni e il vuoto sistemico

Il filosofo racconta la propria esperienza biografica per illustrare il divario tra epoche storiche. Galimberti ha iniziato a insegnare filosofia in un liceo un anno prima di laurearsi perché mancavano professori nella disciplina. Il docente afferma: “Il futuro era lì ad aspettarmi”. La generazione attuale si trova in una situazione opposta, nella quale il futuro appare imprevedibile e non retroagisce come motivazione.

La società contemporanea manda i giovani all’università senza garantire loro il lavoro per cui hanno studiato. Il nichilismo rappresenta un terribile senso di vuoto e l’assenza totale di obiettivi, concetto già preconizzato dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche nel diciannovesimo secolo. Gli adolescenti convivono con sentimenti quali angoscia, paura, frustrazione e solitudine. Le sostanze anestetizzanti come alcol e droghe fungono da strumenti per non affrontare l’ansia derivante dal futuro. I giovani vivono in un eterno presente perché il domani non rappresenta più una promessa ma una minaccia.

Le conseguenze sociali e il peso dei dati economici

Il disagio giovanile produce conseguenze drammatiche che Galimberti definisce devastanti. Il filosofo cita i 400 suicidi in età scolare come dato allarmante di una crisi sistemica. La precarietà contrattuale riguarda stabilmente quasi il 30% degli occupati, con percentuali che per i lavoratori tra i 15 e i 34 anni superano il 30% nel 2024. Il tasso di disoccupazione giovanile si attesta al 20,6% a settembre 2025, quasi quattro volte quello della fascia 50-64 anni.

Il 58,3% della ricchezza netta appartiene a famiglie con capofamiglia nato prima del 1980. I baby boomer detengono il 43,3% del patrimonio nazionale con una ricchezza media superiore ai 360.000 euro per nucleo familiare, mentre le famiglie guidate da Millennial o appartenenti alla generazione Z possiedono una media di appena 150.000 euro. L’INPS ha evidenziato durante l’audizione alla Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica che il Paese conserva opportunità di miglioramento investendo sui giovani, sulle donne e sui lavoratori anziani. La mobilità sociale garantita nei decenni passati è stata sostituita da una grave immobilità economica nella quale solo il 17,6% dei nati nel 1992 provenienti da famiglie con basso titolo di studio ha conseguito una laurea.

Orizzonte Scuola

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giovedì 1 gennaio 2026

TI AUGURO TEMPO

 



Non ti auguro un dono qualsiasi,

ti auguro soltanto quello che i più non hanno.

Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;

se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa.

Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,

non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.

Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,

ma tempo per essere contento.

Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,

ti auguro tempo perché te ne resti:

tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto 

per guadarlo sull’orologio.

Ti auguro tempo per guardare le stelle

e tempo per crescere, per maturare.

Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.

Non ha più senso rimandare.

Ti auguro tempo per trovare te stesso,

per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.

Ti auguro tempo anche per perdonare.

Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

 

di Elli Michler

PREGHIERA PER LA TERRA

 


Preghiera per la nostra terra


Dio Onnipotente,
che sei presente in tutto l’universo
e nella più piccola delle tue creature,
Tu che circondi con la tua tenerezza
tutto quanto esiste,
riversa in noi la forza del tuo amore
affinché ci prendiamo cura
della vita e della bellezza.
Inondaci di pace, perché viviamo come fratelli e sorelle
senza nuocere a nessuno.

O Dio dei poveri,
aiutaci a riscattare gli abbandonati
e i dimenticati di questa terra
che tanto valgono ai tuoi occhi.
Risana la nostra vita,
affinché proteggiamo il mondo e non lo deprediamo,
affinché seminiamo bellezza
e non inquinamento e distruzione.

Tocca i cuori
di quanti cercano solo vantaggi
a spese dei poveri e della terra.
Insegnaci a scoprire il valore di ogni cosa,
a contemplare con stupore,
a riconoscere che siamo profondamente uniti
con tutte le creature
nel nostro cammino verso la tua luce infinita.

Grazie perché sei con noi tutti i giorni.

Sostienici, per favore, nella nostra lotta
per la giustizia, l’amore e la pace.

Amen.

Papa Francesco