servo-padrone
alla relazione
tra il Padre
e i suoi figli
Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della
Parola nella XXIV domenica del tempo ordinario (anno A)
Sir
27,30–28,7; Sal 102/103; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35
Ad oltranza! È la logica
evangelica, illustrata dal Maestro di Nazareth ai discepoli nel discorso della
montagna (se leggiamo il vangelo secondo Matteo), nel discorso della pianura
(se leggiamo il vangelo secondo Luca) e in ogni altro suo insegnamento. Dare di
tutto e di più: la tunica, oltre che il mantello; l’altra guancia a chi ti
schiaffeggia. E fare di tutto e di più: tutto il viaggio con chi chiede
compagnia, non solamente un tratto di strada. Vale soprattutto quando si tratta
di amare: «Mi ami tu di più?» (Gv 21,15), chiede il Risorto a Pietro sulla
spiaggia di Tiberiade. E vale quando si tratta di perdonare, dato che il
perdono è un’espressione dell’amore, motivato da esso, strettamente connesso a
esso: «Molto le è perdonato, perché molto ha amato», dice Gesù in riferimento
alla donna che gli lava i piedi in casa di Simone il fariseo, aggiungendo
infine: «Invece colui al quale si perdona poco, ama poco» (Lc 7,47).
Nell’odierna pagina
evangelica la sovreccedenza del perdono si rivela incommensurabile. A Pietro,
che gli chiede quante volte dovrà perdonare il fratello che sbaglia nei suoi
confronti, lasciando capire che sta già mettendo in conto di essere disponibile
a perdonarlo tante volte («Fino a sette volte?», ipotizza l’apostolo,
presumendo di sforzarsi chissà quanto), Gesù risponde: «Non ti dico fino a
sette volte, ma fino a settanta volte sette». Cioè: non tante volte, ma sempre.
Un paradigma difficile da
coniugare nella vita quotidiana, ma necessario per dimostrare d’essere davvero
discepoli del Rabbi galileo. La difficoltà spicca specialmente allorché la
regola del perdono a oltranza sembra subire lo stress dell’incoerenza nella
morale che Gesù stesso distilla dalla parabola del servo impietoso: «Anche il
Padre mio celeste farà ugualmente con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno
al proprio fratello». Quel «farà ugualmente» rimanda alla punizione inflitta
dal «padrone» al «servo malvagio» che, nonostante avesse ricevuto il condono
del suo grandissimo debito, non era stato disposto a condonare a sua volta il
debito – di più piccola entità – che un suo collega aveva contratto con lui:
«Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse
restituito tutto il dovuto».
Come spiegare questa
conclusione, che sembra denunciare quanto irrealistico possa risultare, alla
prova dei fatti, il perdono a oltranza? Come non recepirla quale clamorosa
smentita della misericordia divina, che dovrebbe fungere da archetipo esemplare
cui il credente biblico è chiamato a corrispondere col suo personale
comportamento? Il perentorio avvertimento, che Gesù ricava dalla sua stessa
parabola, sembra riecheggiare il brano anticotestamentario del Siracide che
ascoltiamo come prima lettura: «Chi si vendica subirà la vendetta del Signore,
il quale tiene sempre presenti i suoi peccati». Ma, d’altra parte, sembra
sconfessare il salmista, che nella liturgia della Parola di questa domenica ci
garantisce che la giustizia di Dio verso di noi non si limita dentro gli
angusti parametri della giustizia umana: «Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di
bontà e misericordia. Non sta in lite per sempre, non rimane adirato in eterno.
Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre
colpe».
Per rispondere
sensatamente a queste domande, torna utile prendere in considerazione le parole
che ricorrono maggiormente nella parabola raccontata da Gesù: «padrone» (kýrios,
nel greco dell’evangelista Matteo) e «servo» (doûlos). Dalla narrazione
emerge una controversa dialettica tra i due. Essa non è presentata negli stessi
termini con cui, molto tempo dopo, nel XIX secolo, Hegel avrebbe argomentato
filosoficamente la “dialettica servo-padrone” (o “signore-servitore”). Difatti,
qui non si parla di una reazione del servo contro il padrone per affrancarsi
dalla sua condizione di sottomissione. Gesù parla, sì, di un debito del servo
nei confronti del suo padrone (e il debito può essere inteso, anche nella
parabola, come metafora per nulla velata della sudditanza del servo verso il
suo signore), ma contestualmente parla pure della «compassione» del padrone
verso le difficoltà del suo servo (e la voce verbale greca per dire che egli
«ebbe compassione» è splanchnízomai, la stessa usata nella parabola
del buon samaritano per descriverne la compassione verso la vittima dei
briganti, la medesima usata nella parabola del figliol prodigo per descrivere
la compassione di suo padre). La compassione induce il padrone a immedesimarsi
nel servo, a provare interiormente qualcosa della sua angoscia, ad avvertire
intimamente il peso della sua fatica esistenziale. E gli apre gli occhi sui
reali contorni della situazione: un debito così grande non potrà mai essere
saldato. Pretenderne il totale risarcimento equivarrebbe a rovinare
irrimediabilmente la vita del debitore: giacché la messa in vendita di lui,
della moglie e dei figli al mercato degli schiavi, avrebbe comportato la
disgregazione della sua famiglia, la distruzione del suo universo affettivo.
C’è, comunque, una via d’uscita dalla dialettica tra servitore e signore, tra
servo e padrone, che non sia necessariamente la rivolta da una parte o la
repressione dall’altra: l’estinzione del debito, non tramite il pagamento da
parte del servo, bensì grazie al condono da parte del padrone. La qual cosa
significa che il modo più efficace per risolvere la dialettica è trasformarla
in un’autentica relazione.
La relazione implica che
tutti coloro che vi sono coinvolti si riconoscano reciprocamente come persone.
Nella relazione si diventa soggetti responsabili, si smette di essere oggetti
alla mercé altrui. Nella relazione tutti sono trattati come persone, non come
cose. Le cose hanno un prezzo, si vendono e si comprano. Le persone non hanno
prezzo: il rapporto che intrattengono tra di loro è connotato dalla gratuità e
dalla graziosità. E, se un debito rimane da saldare, questo è la grazia, come
Gesù ha occasione di dire ai suoi discepoli: «Gratuitamente avete ricevuto,
gratuitamente date» (Mt 10,8).
La grazia è ciò che
trasfigura il padrone in un padre pietoso. Egli, calandosi nei panni del
debitore disperato per la rovina imminente della sua famiglia, decide di
comportarsi non più come un padrone ma, giustappunto, come un padre di
famiglia. Decide di trattare il servo come un figlio, cambiando così anche se
stesso: egli giunge a dimostrare tratti paterni. Invece il servo impietoso
rimane refrattario alla trasformazione, non si lascia contagiare dalla
conversione vissuta dal suo signore. La colpa di quell’uomo, il suo sbaglio
madornale, è di continuare a concepirsi come un servo. Lo stesso errore dei due
giovani di cui si parla nella parabola del figliol prodigo, o dei due figli
mandati – prima l’uno, poi l’altro – a lavorare nella vigna di famiglia, tutti
parimenti incapaci di accettare come padre colui che consideravano soltanto un
padrone. Di conseguenza incapaci di sapersi figli ed eredi, piuttosto che
operai sfruttati o impiegati sottopagati. E incapaci di accogliersi l’un
l’altro come fratelli.
Traducendo la dialettica
in relazione, cambia tutto il vocabolario: non più “padrone” (kýrios),
ma finalmente “Padre” (Patḗr nel greco di Matteo); non più “servo”
(doûlos) e “collega/compagno” (sýndoulos, con-servitore), ma
ormai “fratello” (adelphós). A questo punto la morale con cui Gesù
conclude la sua parabola non solo diventa più chiara, ma si propone come la
chiave di lettura dell’intera pagina evangelica: occorre smarcarsi dalla
dialettica servo-padrone ed entrare nella relazione tra il Padre e i figli, i
quali, imitando il Padre, riescono a perdonarsi «di cuore» tra di loro, come
veri fratelli.
Il cuore diventa la
misura smisurata del perdono fraterno. E noi stessi ci scopriamo misura della
grazia, come Gesù – in altre pagine dei vangeli – insegna: «Come volete che gli
uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano,
quale gratitudine vi è dovuta? […] Amate invece i vostri nemici, fate del bene
e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete
figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e
non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e
sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e
traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale
misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6,31-38).