martedì 1 settembre 2026

FRANCESCO E IL LUPO

 


RICONCILIAZIONE 

PERDONO



-di Francesco Sciacchitano

Vorrei parlarvi di un tema a me molto caro quello della riconciliazione e del perdono elementi essenziali per questa ormai parola con cui tutti si riempiono la bocca ma che nessuno o quasi agisce in conseguenza a cosa predica, ovviamente la parola è pace.

E quando parliamo di pace mi viene sempre in mente un episodio particolare del poverello di Assisi l’incontro con il lupo di Gubbio, una bellissima cittadina umbra che mi è capitato di visitare più volte nelle mie peregrinazioni in quella splendida regione ripercorrendo le orme di Frate Francesco.
È ti sembra di respirare la stessa aria di quando ottocento anni fa frate Francesco riuscì a riconciliare un lupo bestia pericolosa per antonomasia ed una città intera, che a pensarci bene dopo ottocento anni è proprio quello che ci vorrebbe per fare terminare prima le nostre guerre personali e poi le guerre che stanno insanguinando il nostro povero mondo.
E per continuare la riflessione vi propongo un bell’articolo di Riccardo Mensuali pubblicato ieri su Avvenire dal titolo:
“I nostri troppi “frate Lupo” e la via francescana per riconciliarsi”
Questo tempo manca di capacità efficaci di ricomporre conflitti: dai social alla guerra, ci sentiamo minacciati da lupi sfuggiti di mano che non dovrebbero stare tra noi.

Francesco d’Assisi mostra però la via per una convivenza ritrovata dove si inventano i passi di una mediazione proprio dove e quando sembra impossibile.
Il Lupo di Gubbio con ogni probabilità non è mai esistito.

Al tempo di Francesco, però, i lupi erano davvero pericolosi: una minaccia piuttosto nuova, in parte dovuta allo sviluppo delle città, che all’epoca del santo di Assisi era tratto della modernità, segno dei tempi.

Per questo, l’episodio attrae la nostra attenzione.

Conflittualità

Anche i nostri giorni sono minacciati da una crescente dose di conflittualità e, d’altra parte, da una pericolosa mancanza di mediatori, dell’arte della diplomazia.
Anche a livello di rapporti umani, non solo di geopolitica.
Quella del Lupo di Gubbio è leggenda incentrata su un vero e proprio topos fiabesco: il lupo cattivo.

In bocca al lupo

Un’immagine tipicamente medievale: non a caso anche la storia di Cappuccetto Rosso nasce nel cuore del Medioevo (la prima attestazione risale intorno all’anno mille) mentre l’espressione “in bocca al lupo” è attestata dal 1294.

Spiega Domenico Sebastiani: «Il lupo diviene bestia antropofaga, e innumerevoli sono – in varie parti d’Europa – le segnalazioni e le cronache, sia civili che ecclesiastiche, circa uomini e soprattutto fanciulli attaccati e sbranati dai lupi.

I forti disboscamenti e l’aumento delle aree coltivate privavano l’animale del proprio habitat naturale e della selvaggina di cui si nutriva, costringendolo ad avvicinarsi a spazi urbanizzati per attaccare animali domestici e, talvolta, le stesse persone.  Ecco dunque il moltiplicarsi, in tutta Europa, del culto di santi protettori dai lupi».

I “lupi” dei nostri giorni.

I “lupi” si sono avvicinati e moltiplicati, nel volto di guerre che iniziano ma non finiscono, nel nuovo culto delle emozioni forti, nella violenza fai da te, spacciata per difesa privata, e in un clima velenoso, torbido e minaccioso che l’ambiente della Rete, sfuggito di mano, sembra aver prodotto.
Il linguaggio feroce dei social appare, spesso, proprio come qualcosa che non era previsto quando Internet nacque: una realtà, in parte, sfuggita di mano, sottratta al nostro controllo.

Un lupo che non dovrebbe stare tra noi e invece ci si ritrova.

Il nostro tempo manca di capacità efficaci di ricomporre conflitti. Di forza pacificatrice.

Discernimento

Di discernimento lento e razionale delle cause di odi, guerre, contrapposizioni.
Anche nelle famiglie, nei partiti, nel vivere civile che si fa sempre più incivile, da lupo mannaro.

Nell’incontro tra Francesco e il lupo, ritroviamo un vero e proprio modello di creatività diplomatica, di riconciliazione tra chi vive in conflitto.
Proprio ciò di cui abbiamo bisogno oggi.

Nel capitolo XXI dei Fioretti di San Francesco si legge: «Al tempo che Santo Francesco dimorava nella città d’Agobio, nel contado d’Agobio apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini, intantochè tutti i cittadini istavano in gran paura, perocchè spesse volte s’appressava alla città; e tutti andavano armati quando uscivano della terra, come se eglino andassero a combattere». Francesco decide di andare incontro al lupo, nonostante tutti, a Gubbio, cerchino di dissuaderlo. «Frate lupo – gli dice il Santo –, tu fai molti danni in queste parti, ed hai fatti grandi maleficii, guastando e uccidendo le creature di Dio, senza sua licenza: e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d’uccidere gli uomini, fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu degno se’ delle forche come ladro e omicida pessimo; e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t’è nemica.


Frate lupo

Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro; sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più».

Francesco non fa sconti: il lupo si è macchiato di gravi colpe.
E insiste: «Frate lupo, dappoiché ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto, che io ti farò dare le spese continuamente, mentre che tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicché tu non patirai più fame; imperciocché io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male».

Ammansita la fiera, rimaneva ancora da ammansire il popolo.

Perché le guerre si fanno sempre in due.

Il Santo, riunita la popolazione, predica che non è la bocca del lupo il pericolo maggiore: «Perché quella può uccidere solo il corpo».
La bocca da temere è invece quella dell’inferno, nella quale si è dannati per l’eterno.
È dai peccati, dunque, che bisogna guardarsi, più che dagli animali selvatici.
«Quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine tiene in paura e in tremore la bocca di un piccolo animale?».
Il popolo, con voce unanime, promette dunque di nutrire il lupo, che visse due anni a Gubbio, entrando nelle case come un qualsiasi animale domestico.

La convivenza ritrovata.

Non tutti gli studiosi concordano sullo sfondo storico di ispirazione.
Per Franco Cardini il lupo simboleggia il male che incombe sulla città e i suoi abitanti.

L’animale, per antonomasia avido e feroce – si pensi alla lupa dantesca quale personificazione dell’avidità – rispecchierebbe i difetti tipici delle città comunali dell’epoca.

Altri mettono in relazione l’episodio leggendario con un fatto invece storico, la conversione dei ladroni di San Sepolcro.

A ogni modo, quello che più rende significativo, per noi, l’episodio dei Fioretti è il fatto che Francesco, in realtà, non “converte” solo il lupo feroce ma un’intera città alla causa di una necessaria opera di conciliazione.
Chiama “fratello” anche il lupo.

E non esita a esortare i cittadini a convertirsi. Non addomestica soltanto una bestia: parla, fa dialogare e affronta alla radice le motivazioni dello scontro, le ragioni profonde del conflitto: la fame per il lupo, la paura e l’avidità per il popolo.

Quella di Francesco non è una pace ideologica, per partito preso.

Il mediatore

Caso mai una lezione di pace politica. Francesco è mediatore.

Per mediare bisogna fuggire gli estremi, far convergere.

Non c’è una parte da difendere a priori. Ci sono dei passi da inventare e da far compiere.

Con pazienza, con verifiche. C’è un lupo e la sua fame.

C’è il popolo, le sue paure, il suo diritto alla sicurezza ma anche la sua totale incapacità di parlare con la bestia affamata.

Non esiste una “parte” che è buona a prescindere: questo è il presupposto dei tifosi, non dei pacificatori.

In un conflitto, l’unica priorità è ricomporlo. Raggiungere la fine delle ostilità è l’unico faro.

Non fomenta guerre, Francesco: avrebbe potuto consigliare al lupo di andare a rubare solo il cibo dei ricchi, soluzione ideologica per mantenerlo, lo scontro, senza sgonfiarlo.

Avrebbe potuto suggerire che la popolazione spendesse per armarsi di fucili, visto che il popolo aveva ben diritto di difendersi.

La strada del Santo è la strada evangelica.

La strada evangelica

Strada di ricerche di vie perché le parti si avvicino, con una sola priorità: che cessino le ostilità.

Che se ne riconoscano le ragioni. In una guerra, che sia in casa o sul confine tra Stati tutti sono chiamati alla propria “conversione”, a passi di discernimento complesso e ragionato.

Per arrivare a sciogliere nodi. In una guerra, nessuno può prevalere da solo.
Né il lupo, né il popolo che lo voleva abbattere.

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PAROLE DI PIETRA

 



LA RINASCITA





La Bibbia ci insegna la storia della ricomposizione, delle risurrezioni, del ricominciare. Come con le pietre risorte nel duomo di Venzone.

 

-       di Ermes Ronchi 

A chi mi domanda: «Consigliami un trattato sulla speranza», io rispondo: vai a vedere il duomo di Venzone, in Friuli. Abbattuto dal terremoto del 1976, è stato ricostruito pietra su pietra, in anastilosi si dice. Sopra un mucchio informe di macerie, qualcuno ha immaginato: «L’immaginazione è la lenta miccia dell’impossibile» (E. Dickinson). Ha cominciato a raccogliere le pietre, a studiarne la collocazione, a disporle con ordine, a terra, fianco a fianco su di un grande prato, fino a scoprire come, attraverso gli incastri e le forme, le pietre si chiamassero l’un l’altra. E a quel punto venivano numerate a una a una. Piano piano le pareti si ricomponevano al suolo, gli archi gotici venivano ridisegnati sul prato, nella loro forma esatta. E infine, pietra su pietra, ogni sasso, ogni pietra è stata ricollocata al suo posto esatto, dove l’aveva pensata l’architetto nel 1200. Una meraviglia ai nostri occhi. Un esempio, un modello planetario di ricostruzione. Un’avventura non solo di pietre, ma di anima: il crollo che diventa un magnifico naufragio. 

Il duomo di Venzone, ricomposto com’era e dov’era, testimonia l’importanza, per ciascuno di noi, di salvare i frammenti, di recuperarli dalle macerie delle vite. Quelle pietre risorte, ognuna una sillaba, raccontano l’importanza dei nostri frammenti, l’eloquenza delle cose andate in frantumi. Delle nostre vite niente va buttato via, niente. Le nostre storie sono anfora che può spezzarsi, piccola cattedrale che può crollare, per mille motivi, per incuria o per violenza. Ma c’è nell’uomo un sogno, una miccia accesa, qualcosa che impone di salvare, di non buttare via nessuno di quei cocci che sembrano inutili, che vorresti prendere a calci. Un Vasaio sapiente li ricompone in modo diverso, in modo nuovo, a formare non il vaso di prima, ma un canale, una gronda, una tegola, un cocciopesto, un vaso di fiori... E alla terracotta è data una seconda opportunità. Sempre. Quando siamo veri, siamo tutti fragili. Facciamo fatica a fare pace con le nostre crepe. 

Ma la Bibbia ci insegna una dinamica diversa: a esaltare non tanto la perfezione, la tenuta eroica, ma la storia della ricomposizione, della rinascita, delle risurrezioni, delle ripartenze, del ricominciare. Come con le pietre risorte nel duomo di Venzone. Facendo i conti anche con la possibilità di sbagliare e di trovare una seconda soluzione. Ognuno di noi è una pietra unica, numerata, irripetibile dell’immensa Cattedrale che Dio va costruendo nel mondo, con infinita pazienza. E al posto di una non ce ne può stare un’altra. Provengono dalla stessa cava, ma sono tutte diverse. Ognuna ruvida di terra e fremente di luce, a modo suo. E non importa se sei pietra della facciata, alla vista di tutti; se sei nascosto nel corpo di un pilastro, mentre sorreggi l’arco trionfale, oppure a terra, soglia o pavimento, calpestato da tutti. Non so quante migliaia di pietre costituiscano il duomo di Venzone, ma ognuna è stata pensata dall’architetto per quel posto preciso, ognuna fatta girare in mano da un muratore che l’ha squadrata nelle sei facciate, ha valutato la sua forma e poi l’ha collocata in quel posto esatto. Se una pietra manca si crea una disarmonia, se io manco la mia missione mancherà qualcosa all’armonia del cosmo, mancherà una nota alla musica della vita

Allora, anche se sei a terra, anche se hai sbagliato strada, se ti senti un perdente, coraggio, non mollare. Anche se ti sei reso conto dei tuoi limiti, non lasciare le cose a metà, ricomincia. Perché vivere è l’infinita pazienza di ricominciare, rialzarsi da tutte le cadute, con le nostre ferite e le nostre ammaccature. Ma quando qualcosa ha subito una ferita e ha una storia, osserviamo bene: diventa più bella, come accaduto a Venzone.

Messaggero di sant'Antonio 

 

domenica 30 agosto 2026

FRATELLI ?


 LA FATICA 

DI 

ESSERE FRATELLI



-di Enzo Bianchi


«Purtroppo, pensiamo che la fraternità sia un dato di fatto naturale, perché si nasce fratelli, perché qualcuno viene al mondo e ha un fratello, una sorella, prima di lui o dopo di lui. Ma in realtà tutta la storia ci mostra che questa fraternità naturale facilmente accede alla rivalità, alla concorrenza e quindi alla violenza, fino all’uccisione del fratello, come raccontano i miti di tutte le culture.

Non solo nella Bibbia - Caino e Abele - ma anche nella cultura romana - Romolo e Remo -, in quella greca, in quella babilonese c’è sempre il fratricidio. Si arriva proprio da fratelli, tra fratelli e sorelle, alla violenza, all’uccisione, alla negazione dell’altro, perché l’altro è colui che è venuto a chiedere di decentrarsi, è venuto a prendere parte del nostro posto, che era un posto unico, tutto nostro, è venuto a prendere parte dei nostri affetti. Affetti della madre e affetti del padre, che erano tutti per noi. E sentiamo ciò come privazione. Ci sentiamo defraudati da quest’altro intruso, sconosciuto, che arriva, che è fratello perché nato dallo stesso grembo della madre come dicevano i greci, ma che in qualche misura ci ha detronizzato.

La rivalità

E allora ecco la rivalità. Rivalità che a volte cova tutta una vita e arriva alla fine quando c’è la divisione dell’eredità della famiglia, del padre e della madre. Allora noi comprendiamo come la fraternità non sia un dato di fatto che sta dietro di noi nella vita, ma una vocazione. È un appello. È un esercizio che dobbiamo assumere. È qualcosa che dobbiamo tenere come assolutamente necessario per arrivare alla relazione, ai rapporti e ai rapporti innanzitutto di famiglia. Ma i rapporti poi anche di una comunità, ai rapporti di una società. La fraternità s’impara, non si riceve, s’impara a fatica e s’impara a caro prezzo».

«Dobbiamo essere molto seri con noi stessi e guardare in profondità, ciascuno di noi e guardare le relazioni che ci sono nella società. Negli ultimi anni, negli ultimi due decenni, c’è stato un forte imbarbarimento. È cresciuto il rancore, è cresciuta la rabbia, come dicono sovente anche le indagini che vengono fatte a livello italiano da istituti che sono più che autorevoli. E poi è cresciuta la sfiducia degli uni verso gli altri. Certamente, c’è stata anche la pandemia, ma io non maggiorerei mai questo evento che ci ha tenuti lontani, ci ha separati e ha creato quel bisogno di immunitas che allontana e rende diffidenti gli uni dagli altri. No, siamo diventati più cattivi.

La violenza

E qui la violenza cova più facilmente, a partire dalla famiglia, a partire dai rapporti più intimi, dove vediamo che si manifesta il parricidio, il matricidio, il femminicidio. Ci sono sempre stati, ma oggi c’è una frequenza che non è adeguata alla crescita che si ha all’interno della società di alcuni valori che pur anch’essi sono cresciuti: il rispetto degli altri, l’affermazione della dignità di ciascuno. Il che ci dice come è diventato davvero molto forte, molto efficace, questo desiderio di violenza verso gli altri fino al desiderio dell’annientamento e dell’omicidio.

E quindi oggi abbiamo un’epifania di ciò che c’è sempre stato, ma che ha delle cause ben precise in questa evoluzione ultima all’interno della società e della nostra cultura, che è una cultura che non ascolta, che ama lo scontro, che ama assolutamente contrapporsi all’altro senza mai avere la possibilità di uno scambio, di un dialogo. Lo vediamo addirittura nei mass media come si ama lo scontro, la polemica e non il dialogo, non l’ascolto reciproco. Addirittura, dobbiamo confessarlo con vergogna, è lo scontro che fa audience, è lo scontro che richiama spettatori. Sembra che il dialogo, l’ascolto reciproco, non riesca più ad attirare l’attenzione dei telespettatori».
 

L’umanità

«Io mi rivolgo da sempre a credenti e non credenti, perché ciò che per me è importante è veramente l’umanità. Ciò che per me non è estraneo è l’umano. E quindi se io dico una parola, la posso solo dire nello spazio dell’umano. Però attenzione, non si tratta con questo di annullare la differenza cristiana sulla quale ho sostato più volte e che faccio emergere sempre. C’è una differenza cristiana. Certo, la salvezza, la buona notizia riguarda tutti. Non ci sono muri, non ci sono certamente delle enclave per i credenti. Non ci sono posizioni di privilegio nei confronti di una vita umana, se vale o non vale. Tutti saremo giudicati sulla capacità di rapporti con gli altri, nell’amore, nella cura degli altri, nella responsabilità per gli altri alla stessa maniera. Ma se c’è una speranza cristiana, che non è solo per i cristiani, che è quella che la vita vinca la morte, l’amore vinca la morte a causa della resurrezione di Cristo, di questo non mi vergogno, lo dico e penso che possa essere l’annuncio anche per i non credenti. La accolgano o no, la mettano davanti a loro come interrogativo o no…, però la devo dire».


 L’inclusione

«Innanzitutto, lei deve pensare che la Chiesa ha sedici secoli dietro le spalle in cui ha amato l’uniformità, ha amato essere una sola voce, ha amato soprattutto avere una voce contro gli altri. Tutti gli altri che non erano dentro lo spazio della Chiesa, erano nemici. Sono cambiati, sono stati i saraceni, sono stati a un certo punto gli eretici, sono stati gli ebrei: nella Chiesa è stato davvero quasi un piacere poter espellere, poter innalzare muri e dire che qualcuno stava fuori. A me ha sempre impressionato come al mio paese, quando c’era un suicida lo si seppelliva fuori del muro del cimitero. Neanche coi morti lo si metteva. Perché c’era questa volontà di esclusione. Si spiavano i peccati degli altri. Se spiava il pensiero degli altri se era eretico, e lo si rigettava.

 Ecco, dal Concilio Vaticano II in poi sembra che la Chiesa abbia imboccato un’altra via, che è una via dell’inclusione. E soprattutto è Papa Francesco che ha capito che l’orizzonte per un futuro è quello dell’umanità, non è quello delle confessioni religiose, se pure hanno un significato, ma è l’umanità. E allora lui parlava a nome di tutta l’umanità, e anche se dà a volte il messaggio ai cristiani, chi lo sa leggere bene vede che lui con gli occhi guarda all’umanità non cristiana, vede i confini del mondo. Tutta un’umanità deve essere salvata, tutta un’umanità è degna di una vita migliore. Questo mi sembra anche il fondamento della sua “Fratelli tutti” che ha voluto indirizzare a tutti gli uomini. Questo è l’orizzonte cristiano. Ma la Chiesa fa fatica. I cristiani sovente sono gretti. Sono persone molto devote, molto religiose, ma che hanno poca fede. Non hanno una fede stabile, salda, di non temere l’altro. Hanno la religione con cui con l’altro si va solo in concorrenza».

Ilblogdienzobianchi

 

EGOLATRIA

 


 Il virus

 spirituale


 nell’epoca 

dei social




-       di Luca Farruggio

Se vogliamo vedere la “cosa” in faccia, dobbiamo ammettere che esiste una malattia spirituale che domina il nostro tempo con una forza forse mai conosciuta prima: l’egolatria. Si tratta dell’adorazione del proprio ego, della trasformazione della propria immagine in un piccolo altare davanti al quale gli altri sono chiamati a inginocchiarsi.

 Nell’epoca dei social questa malattia sembra essersi diffusa come un virus mortale. Ogni giorno, infatti, siamo invitati a mostrarci, raccontarci, esibirci, raccogliere consensi. Il rischio è quello di confondere il valore con l’approvazione e la verità con il numero di persone che ci applaudono.

 L’egolatria, però, non distrugge soltanto l’individuo: distrugge le relazioni umane, la cosa più preziosa che abbiamo a disposizione per vivere questi quattro giorni di vita terrena.

Così ci si circonda progressivamente di persone che ci esaltano, che ci danno ragione, che evitano di dirci ciò che pensano davvero. Si costruisce così una corte di adulazione nella quale nessuno è più disposto a cambiare prospettiva, perché cambiare prospettiva significherebbe mettere in discussione l’immagine granitica ma “malata” che abbiamo costruito di noi stessi.

 Ed è proprio qui che dovrebbe nascere una riflessione ancora più profonda: forse dovremmo ascoltare con maggiore attenzione anche i nostri nemici. Infatti, una critica proveniente da un nemico può contenere una verità che un amico, per affetto o per timore di perderci, non ha il coraggio di dirci. Il nemico, talvolta, osserva le nostre debolezze senza indulgenza e può mostrarci ciò che gli amici, proprio perché ci vogliono bene, preferiscono non vedere. Non significa dare ragione a chi ci osteggia, ma avere l’umiltà di domandarsi: “e se almeno in parte il nemico avesse ragione?”. È una domanda terribile per l’ego e, proprio per questo, può diventare una domanda salvifica. Il vero si cela sempre dietro i paradossi!

 I social hanno certamente gettato benzina sul fuoco di questa forma contemporanea di egolatria, trasformando spesso la ricerca di approvazione in una necessità quotidiana che vale più del pane quotidiano. Ma il problema è molto più antico della tecnologia. Gesù, in tempi non sospetti, aveva già indicato una strada radicale (come radicale è tutto il Vangelo): «Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo; è meglio per te entrare nel Regno di Dio con un occhio solo, anziché avere due occhi ed essere gettato nella Geenna».

 Ma al di là della durezza dell’immagine evangelica, il significato è davvero sconvolgente e deve farci riflettere prima che sia troppo tardi. Infatti se qualcosa ci impedisce di vedere la verità, dobbiamo avere il coraggio di liberarcene con tutti i mezzi spirituali a nostra disposizione per vivere la vita reale. Questa da un lato è un duro mestiere, dall’altro é anche fatta di attimi di immeritata felicità. Ma è l’unica che abbiamo e non dovrebbe finire per essere sprecata futilmente.

 Forse nell’epoca dell’io continuamente esposto il vero gesto “rivoluzionario” non è quello di mostrarsi di più, ma imparare finalmente ad ascoltare ciò che non vorremmo sentirci dire e di sparire lentamente da queste “dipendenze mortali”.

IlblogdiEnzoBianchi

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NOI PICCOLI PICCOLI

 


PROPOSITO 

DEL NEPAL



Avendo visto quello che è successo in Nepal e, qualche tempo fa, avendo scattato una foto su una spiaggia dove avevo trovato una vecchia ed indistrutta confezione di gelato datata 1997, ho scritto una mia riflessione che mette insieme l’ambiente e la letteratura di uno sconosciuto nostro autore siciliano, Giuseppe Bonaviri, che ha ben riflettuto sul rapporto e del mancato rispetto tra uomo e ambiente

-di Giovanni Mannara

Le recenti catastrofi ambientali che hanno colpito il Nepal riportano al centro dell’attenzione un tema di grande attualità: il rapporto tra l’uomo e la natura. Di fronte alla forza distruttiva di eventi naturali estremi, l’essere umano riscopre la propria fragilità e comprende quanto sia illusoria la convinzione di poter dominare completamente l’ambiente. La crisi ecologica ci impone, dunque, di ripensare il nostro rapporto con la Terra e di riconoscere che la sopravvivenza dell’uomo dipende dall’equilibrio degli ecosistemi.

Questa riflessione trova un significativo punto di contatto nella poetica di Giuseppe Bonaviri (1924-2009), scrittore siciliano che ha dedicato gran parte della propria opera al rapporto tra uomo, natura e cosmo. Nato a Mineo, in provincia di Catania, Bonaviri porta nella sua narrativa il paesaggio della Sicilia, con i suoi alberi, gli animali, le campagne e le tradizioni popolari. Tuttavia, la sua terra non rimane confinata alla dimensione regionale: attraverso di essa lo scrittore giunge a interrogarsi sul significato universale dell’esistenza.

 Nelle opere di Bonaviri la natura non rappresenta un semplice sfondo delle vicende umane, ma è una presenza viva, con una propria memoria e una propria dimensione temporale. L’uomo non si trova al di fuori di essa, come un osservatore o un dominatore, ma ne è parte integrante. È proprio questa concezione a rendere centrale nella sua poetica il rapporto «uomo-natura-cosmo».

L’individuo, apparentemente al centro della realtà, diventa così una piccola componente di un universo infinitamente più grande. Questa visione emerge con particolare intensità ne Il fiume di pietra, (Einaudi, 1979), dove gli elementi naturali assumono una dimensione quasi mitica. Il fiume e la pietra evocano due forme diverse della materia e del tempo: l’acqua scorre e si trasforma, mentre la pietra sembra custodire una memoria millenaria. Attraverso il paesaggio, Bonaviri supera la dimensione della cronaca e inserisce la vicenda degli uomini in una prospettiva cosmica. La natura diventa quindi una sorta di grande libro nel quale è possibile leggere la storia dell’umanità. Un altro esempio significativo è La divina foresta, (Sellerio, 1969), opera nella quale emerge con forza il tema della distruzione dell’ambiente.

La perdita degli alberi e degli animali provocata dall’intervento umano non rappresenta soltanto una trasformazione del paesaggio, ma una vera e propria frattura dell’armonia naturale. In questa prospettiva, la distruzione della natura coincide anche con l’impoverimento dell’uomo, perché ciò che viene danneggiato è il sistema di relazioni che rende possibile la vita. La sensibilità di Bonaviri può essere definita, in senso ampio, ecologica, anche se sarebbe riduttivo considerarlo semplicemente uno scrittore ambientalista. La sua riflessione va oltre la necessità di proteggere un territorio: invita a modificare la nostra stessa idea dell’essere umano. L’uomo non è il padrone della natura, ma una delle sue molteplici espressioni. Come suggerisce la sua concezione dell’«uomo-natura-cosmo», ogni individuo è legato agli altri esseri viventi e alla materia che compone il mondo. Da questo punto di vista, il collegamento con il Nepal ed un indistrutto e dopo decenni restituito dal mare contenitore di gelato acquista un valore particolarmente significativo.

Una testimonianza drammaticamente archeologica del nostro tempo. Le catastrofi ambientali mostrano concretamente quanto l’equilibrio del pianeta sia delicato e quanto le comunità umane siano vulnerabili quando tale equilibrio viene compromesso. Non tutti i disastri naturali sono direttamente causati dall’uomo, ma il cambiamento climatico, il consumo del suolo e la distruzione degli ecosistemi possono aumentare la vulnerabilità dei territori e delle popolazioni. La letteratura di Bonaviri ci offre allora una prospettiva preziosa: ci invita a cambiare il nostro sguardo sulla natura. Guardare un bosco, un fiume o un animale non significa semplicemente osservare qualcosa di esterno a noi, ma riconoscere una realtà della quale facciamo parte. La sua scrittura trasforma così il paesaggio in una riflessione sull’esistenza e la memoria personale in una meditazione sul destino dell’intero cosmo.

La poetica di Giuseppe Bonaviri, allora, conserva una sorprendente attualità. In un’epoca segnata dalla crisi climatica e dalla crescente preoccupazione per il futuro del pianeta, il suo pensiero ci ricorda che l’uomo non può vivere contro la natura, perché vive nella natura e della natura. Proteggere l’ambiente significa quindi non soltanto salvaguardare il pianeta, ma tutelare la nostra stessa esistenza. È questa, forse, la lezione più profonda che possiamo trarre dalla sua opera: recuperare la consapevolezza della nostra appartenenza alla Terra significa riscoprire, insieme alla responsabilità, anche il senso autentico della nostra umanità.

giovannipepi.it

UN'EDUCAZIONE DI VALORE

 


Papa Leone 

e la scuola, 

l’educazione, 

la tutela 

dei diritti universali



-di Stefano Pagnifredi

Nella sua enciclica Papa Leone XIV tratta anche il tema della scuola, dell'educazione e della tutela dei diritti universali.  Diverse sono le riflessioni sull'argomento.

Per quanto riguarda la scuola, vi è la denuncia, a chiare lettere, dell'insufficienza degli investimenti sui sistemi formativi e l'educazione in generale, a tutela degli apprendimenti per tutti. Investimenti in senso materiale ma anche nel significato di impegno a sostenere a priori il valore di un'educazione all’umanità nel tempo della tecnica.

<<In non pochi Paesi>> nota Papa Leone << lo Stato non ha ancora investito le risorse necessarie per garantire a tutti un’educazione di qualità, sia sostenendo adeguatamente il sistema scolastico pubblico sia supportando le istituzioni private che offrono questo servizio fondamentale.>> Il discorso non è una citazione isolata ma costituisce un punto di partenza per richiedere maggiori investimenti e risorse non solo sulla scuola ma sull’educazione a principi di umanità, giustizia e pace. Un discorso che investe tutti noi

<< dobbiamo essere fedeli alla verità, investire nell’educazione, curare le relazioni, amare la giustizia e la pace.>> e ancora a proposito dell'IA e dell'esserci situato afferma << Investiamo nell’educazione, che inizia da noi stessi! Abbiamo tutti bisogno di formarci a vivere il digitale in modo umano, come parte integrante dell’educazione alla fede e alla vita buona del Vangelo>>

Questa costante domanda di investimento sulla scuola e sull'educazione si accompagna all'esortazione a non restare inerti, a non accontentarsi della sola dichiarazione dei principi. Che sarebbe una testimonianza a metà, un impegno cristiano di facciata. << In quest’opera siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarci nello spiritualismo o nei nostri piccoli mondi>>  Un ruolo attivo dunque, che esclude di per sé il far finta di non vedere, esclude - e qui si viene al tema dei diritti-il disimpegno nei riguardi dei diritti inviolabili della persona umana ad essa connessi, esclude l'indifferenza a come tali diritti siano tutelati e posti a fondamento anzi dei nostri sistemi legislativi, esclude anzi la rinuncia a che siano tutelati

 << Guardando al nostro tempo, non possiamo ignorare che la tutela dei diritti umani è oggi esposta a due rischi particolarmente gravi. Il primo è quello di una loro dichiarazione puramente formale, mentre, insieme al progresso tecnologico, avanzano in modo dissimulato o evidente violazioni della dignità umana. Il secondo, che in realtà è alla radice del primo, è quello di non poter più riconoscere il fondamento della loro universalità, perché si è rinunciato alla «ricerca dei fondamenti più solidi che stanno alla base delle nostre scelte e delle nostre leggi>>.


venerdì 28 agosto 2026

AGOSTINO E LA PACE


 Alla scuola 

di sant'Agostino

 per un'autentica coscienza di pace


Per il vescovo di Ippona ogni uomo anela ad un'esistenza pacifica. “La pace degli uomini è l'ordinata concordia”, scrive ne La città di Dio, nella quale definisce "la pace dello Stato come "ordinata concordia del comandare e obbedire dei cittadini". Per Leone XIV è un messaggio attuale e da riscoprire quello del “dottore della Grazia”, perché invita ciascuno a riconoscere la propria dignità e quella di tutti gli altri e a vivere come fratelli

-di Tiziana Campisi - Città del Vaticano

Padre della Chiesa,  conosciuto come filosofo e teologo, per il suo ministero episcopale a Ippona, l’odierna Annaba, in Algeria — che lo ha rivelato pastore saggio, sapiente predicatore e studioso appassionato delle Scritture — e per le sue svariate opere, nelle quali ha saputo far dialogare fede e ragione, ha aperto la sua interiorità e ha fornito un enorme contributo allo sviluppo della dottrina cristiana. Sant’Agostino, di cui oggi ricorre la memoria liturgica, è nato a Thagaste il 13 novembre 354 ed è morto a Hippo Regius il 28 agosto 430. Fra i più grandi testimoni della fede cattolica, è tuttora "una figura di grande rilievo", come ha detto Leone XIV parlando con i giornalisti, in volo da Algeri a Yaoundé, il 15 aprile scorso, durante il viaggio apostolico in Africa. Perché "i suoi scritti, il suo insegnamento, la sua spiritualità, il suo invito a cercare Dio e a cercare la verità sono elementi di cui c’è grande bisogno nel nostro tempo". Per il Pontefice, insomma, quello del "dottore della Grazia" è "un messaggio che è molto attuale", per i "credenti in Gesù Cristo ma anche per ogni persona", perché invita ciascun individuo a riconoscere la propria dignità e quella di tutti gli uomini, a porsi con umiltà di fronte agli interrogativi esistenziali e a confrontarsi con gli altri.

Con Agostino costruire ponti

Religioso dell’Ordine di Sant’Agostino, tornando in Algeria, dove era già stato quando era priore generale, il Papa ha voluto rimettere in luce quella “visione” che il santo di Tagaste “offre in termini di ricerca di Dio” e impegno “per costruire comunità” e promuovere “l’unità tra tutti i popoli” e il loro “rispetto”, riconoscendo le “differenze”. Perché il vescovo di Ippona, “oggi, da un lontano passato”, parla ancora; in particolare “di tradizione”, “della vita della Chiesa”, di come la Chiesa sia “cresciuta nei primi secoli”. E proprio nel segno di Agostino, ha spiegato il Pontefice a cronisti e operatori dei media, ad Algeri c’è stata l’“opportunità di continuare a costruire ponti, a promuovere il dialogo”, ad esempio con la visita alla Grande Moschea. Per Leone un evento significativo, perché ha dimostrato che, sebbene ci siano “credenze diverse, modi diversi di pregare e modi diversi di vivere, possiamo convivere in pace”.

Pace, ordine e concordia

 “Cercate tutti la pace”, “quella pace che tutti cerchiamo anche in questa carne mortale e fragile, anche in questa più che illusoria vanità”, quel bene “così grande”, esorta il vescovo di Ippona in un suo discorso (25,7) scorgendo il medesimo anelito in ogni uomo, tanto da evidenziare, ne La città di Dio (XIX, 11), che pure “negli eventi posti nel divenire di questo mondo, abitualmente nulla si ode di più gradito, nulla si desidera di più attraente, infine nulla si consegue di più bello” quanto “il bene della pace”, così caro a chiunque. E “abbiate a cuore la pace in casa, nel lavoro, con la moglie, con i figli, con i servi, con gli amici e con i nemici”, lo spinge a dire il suo cuore di presule ai fedeli della sua diocesi nell’Esposizione sul Salmo 147(15). Non ritenendola un’idea astratta la pace, ma strettamente legata all’ordine e alla concordia. “La pace degli uomini è l'ordinata concordia” scrive infatti (La città di Dio XIX,13,1), e ancora: “La pace dello Stato è l'ordinata concordia del comandare e obbedire dei cittadini, la pace della città celeste è l'unione sommamente ordinata e concorde di essere felici di Dio e scambievolmente in Dio, la pace dell'universo è la tranquillità dell'ordine. L'ordine è l'assetto di cose eguali e diseguali che assegna a ciascuno il proprio posto”.

Sviluppare una coscienza di pace

L’eco di queste parole è emersa recentemente. Durante l’udienza generale del 19 agosto scorso, il Papa, salutando pellegrini e fedeli, ha sollecitato tutti "a sviluppare sempre in se stessi un’autentica coscienza di pace", incoraggiando ogni persona a maturare e mantenere nel proprio cuore sentimenti di pace, affinché l’armonia interiore divenga concordia con gli altri e ricerca del bene comune. “Abbiate la sincera consapevolezza che la pace è un bene prezioso e grande”, ha esortato. Leone ha anche specificato che “per realizzarla” serve “un forte e costante impegno”, “seguendo con onestà e verità le vie che la costruiscono e la confermano nella società”.

Vivere come fratelli

Già di ritorno dal suo primo viaggio internazionale, quello in Türkiye e in Libano con pellegrinaggio a İznik in occasione del 1700° anniversario del primo Concilio di Nicea, il 2 dicembre 2025, il Papa, l’aveva manifestata la volontà di impegnarsi nella promozione della pace, esprimendo il desiderio di “continuare il discorso di dialogo, di costruzione di ponti fra il mondo cristiano e il mondo musulmano” iniziato come superiore dell’ordine agostiniano, ricominciando da Pontefice “dai luoghi della vita di sant’Agostino, che “aiuta molto come ponte”. Un viaggio, quello compiuto dal 13 al 15 aprile di quest’anno, che Leone ha voluto vivere “come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale”, come ha raccontato all’udienza generale del 29 aprile, e che gli ha permesso di “ripartire dalle radici” della propria “identità spirituale” e di “attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di oggi: il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il mondo islamico; il ponte con il continente africano”.

La visita in Algeria è stata, insomma un’occasione “per mettersi alla scuola di Sant’Agostino” e per “toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso”.

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