la
cultura come infrastruttura di relazioni
Le associazioni possono essere vive e feconde, se valorizzano le relazioni (intra et extra), se producono socialità e cultura, se valorizzano le risorse interne ed esterne, evitando ogni forma di sterile autoreferenza e di vuota celebrazione.
Ricuce legami, genera fiducia e
trasforma il patrimonio in un bene comune capace di costruire comunità e
futuro. Per Giovanna Barni, presidente di Culturmedia Legacoop e curatrice del
volume “Cartografie del possibile”, i territori rinascono quando cultura,
cooperazione e partecipazione restituiscono senso ai luoghi, superando
l’alternativa tra abbandono e turismo estrattivo. Al centro di questo
cambiamento ci sono nuovi professionisti e organizzazioni che mettono in rete
competenze, istituzioni e cittadini
«Spesso pensiamo alla cultura
come a un insieme di beni, monumenti, musei o eventi. In realtà, la sua
funzione più importante è un’altra: creare significati condivisi, permettere
alle persone di riconoscersi come parte di una storia comune e immaginare insieme
un futuro possibile. È questo che la rende un potente generatore di
relazioni». Giovanna Barni è presidente di Culturmedia Legacoop e
delegata all’Innovazione di Coopculture.
Nel volume Cartografie
del possibile, quaderno speciale di Economia della Cultura (edizioni Il
Mulino), realizzato nell’ambito del progetto Changes – Cultural Heritage Active
Innovation for Sustainable Society (Pnrr), ha curato una mappatura nazionale di
tre modelli di governance partecipata del patrimonio culturale: cooperative di
comunità, partenariati speciali pubblico-privato e reti territoriali. Le
abbiamo chiesto di aiutarci a leggere quei luoghi che, grazie alla cultura,
hanno messo al centro l’umano e le relazioni.
C’è un’Italia che resiste allo
spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di
incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine
raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
Perché la cultura è uno straordinario attivatore di connessioni?
Perché è prima di tutto una
infrastruttura relazionale. Quando una comunità si riappropria del proprio
patrimonio culturale, non sta semplicemente recuperando un edificio o
organizzando un evento. Sta costruendo fiducia, collaborazione e capacità di
agire insieme. In un’epoca segnata da incertezza, frammentazione e crisi dei
legami sociali, la cultura offre uno spazio in cui persone diverse
possono tornare a riconoscersi come parte di un progetto comune. Il
patrimonio culturale produce valore quando smette di essere un oggetto da
conservare o una risorsa da sfruttare e diventa un bene comune attorno al quale
si costruiscono nuove relazioni tra cittadini, istituzioni, imprese e
organizzazioni sociali. In questo senso la cultura è molto più di un settore: è
uno spazio di cooperazione e una palestra di futuro.
Perché la cultura ridà senso
ai luoghi?
Perché restituisce significato
alle relazioni che legano persone, comunità e territori. Oggi ci
troviamo spesso di fronte a due fenomeni apparentemente opposti: da una parte
l’abbandono di interi territori e patrimoni culturali e naturali, dall’altra il
loro sovrasfruttamento attraverso forme di turismo estrattivo. In realtà
sono due facce dello stesso problema. Nel primo caso i luoghi vengono
abbandonati perché perdono popolazione, servizi, opportunità e capacità di
immaginare il proprio futuro. Nel secondo vengono consumati come prodotti,
spesso senza generare benefici duraturi per chi li abita.
Come può la cultura invertire
questa tendenza?
Ricostruendo il legame tra
comunità, patrimonio e territorio. Ridare senso a un luogo non significa
soltanto renderlo più attrattivo. Significa renderlo nuovamente abitabile,
riconoscibile e generativo per chi lo vive ogni giorno. Molte delle esperienze raccolte
nel volume Cartografie del possibile raccontano proprio
questo: paesi che si organizzano in forma cooperativa per gestire servizi e
patrimonio, reti territoriali che mettono insieme cultura, turismo, ambiente e
produzioni locali, progetti che trasformano il viaggio in un incontro con le
comunità e non semplicemente in un consumo di destinazioni. La vera
differenza oggi non è tra più o meno turismo, ma tra turismo estrattivo e
turismo relazionale o cooperativo. Nel primo caso il valore viene prelevato
dai territori. Nel secondo viene generato e redistribuito attraverso relazioni
stabili tra visitatori, comunità e luoghi. Per questo la cultura non è un
elemento accessorio dello sviluppo territoriale. È spesso la sua precondizione.
Quanto contano e come
interpretano la loro professione le persone che la rendono possibile?
Oggi il lavoro culturale sta
cambiando profondamente. Per molti anni abbiamo immaginato il professionista
culturale come uno specialista chiamato a conservare, gestire o comunicare un
patrimonio. Oggi questo non basta più. Le persone che rendono possibili queste
esperienze sono spesso figure ibride: progettisti multidisciplinari, animatori
territoriali, costruttori di reti, fundraiser, mediatori tra mondi diversi. Ma
c’è un aspetto ancora più importante. Queste competenze funzionano davvero solo
quando sono inserite in organizzazioni capaci di cooperare, superando logiche
individualistiche o competitive. Le esperienze più innovative mostrano infatti
che il lavoro culturale è sempre più un lavoro cooperativo: tra
professioni diverse, tra generazioni diverse, tra soggetti pubblici e privati,
tra economia sociale e istituzioni. Per questo oggi non basta avere buoni
professionisti della cultura. Servono organizzazioni capaci di mettere in
comune competenze, risorse e responsabilità.
La cooperazione non rappresenta soltanto una forma giuridica.
È un modo di organizzare lo sviluppo e di rendere possibile ciò che nessun attore potrebbe realizzare da solo. È ciò che accomuna i nuovi modelli di governance partecipata: le cooperative di comunità, i partenariati speciali pubblico-privato e le reti territoriali. In tutti e tre i casi ritroviamo gli stessi ingredienti: cultura, mutualismo e cooperazione. La cultura crea significato e riconoscimento reciproco. Il mutualismo trasforma una comunità in una comunità capace di agire. La cooperazione consente di mettere in rete competenze, risorse e responsabilità alle diverse scale territoriali. Questa combinazione rende i territori (e le associazioni che vi operano) più attrattivi, più competitivi e al tempo stesso più equi.