si manifesta
come grazia
Riflessione
di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nel
Battesimo del Signore (anno A)
Is
42,1-4.6-7; Sal 28/29; At 10,34-38; Mt 3,13-17
Il
ciclo liturgico natalizio si conclude con la festa del battesimo di Gesù. Si
tratta di un’ulteriore teofania, vale a dire di un’altra manifestazione che Dio
fa di sé nel Cristo inviato per la conversione e la redenzione del mondo. Un
vero e proprio evento di rivelazione, dunque, che si aggiunge alla nascita del
Bimbo a Betlemme, adorato dapprima dai pastori di quelle contrade nella notte
stessa della Natività e poi, nell’Epifania, adorato anche dai Magi venuti da
lontano.
La
teofania del battesimo, però, ci fa fare un balzo in avanti nella biografia di
Gesù. Egli è ormai adulto, pronto a iniziare la missione messianica affidatagli
da Dio. Non è un avanzamento semplicemente anagrafico. È anche un
approfondimento teologico della verità personale di Gesù e di Dio stesso, in
virtù della singolare relazione tra di loro che all’improvviso viene alla luce,
svelandosi in pubblico. Stavolta, infatti, in Gesù che esce dalle acque del
Giordano, Dio si rivela additando il Figlio suo, l’amato. Così si fa conoscere
come Padre che ha un Figlio capace di corrispondergli allo stesso suo livello,
cioè nell’orizzonte – intimo e trascendente al contempo – di un amore reciproco
e, perciò, davvero paterno e davvero filiale. È l’orizzonte dell’agápē,
che segna una statura altissima dell’amore, rispetto alla quale persino gli
amici più stretti di Gesù si sentono sempre inadeguati, ancorché essi siano
chiamati dal loro Maestro a parteciparne senza riserve e senza parzialità. Si
pensi a pagine importanti del quarto vangelo, come Gv 13,34-35 in cui leggiamo
il comandamento nuovo dell’amore vicendevole; o come Gv 14,21-23 dove risuona
la promessa secondo cui nel segno dell’amore reciproco Gesù e il Padre suo
dimoreranno nei discepoli capaci di sperimentare a loro volta un tale amore; o
come Gv 21,15-17 in cui troviamo il drammatico dialogo del Risorto con Pietro
sul di più dell’amore.
I
termini usati dall’evangelista Matteo nell’originale greco del suo racconto,
ambientato lungo le rive del fiume Giordano, sono significativi a tal
proposito. La voce che si fa sentire dal cielo indica in Gesù «il Figlio» (ho
hyiós), espressione in cui l’articolo determinativo ha la funzione di
attestarne l’unicità. Quel Figlio è «l’amato» (ho agapētós): di nuovo,
l’unico capace di ricambiare veramente l’amore del Padre. Nei racconti
dell’infanzia, Gesù è paîs, un bambino. Qui è ho hyiós,
il Figlio. Comincia a emergere la verità personale di Gesù il Cristo. È la
verità del Verbo divino custodita dentro la carne umana del Bimbo nato a
Betlemme. Ed è la verità del Rabbi galileo disposto a farsi carico del servizio
messianico, in obbedienza a Dio che lo ha consacrato quale suo Cristo.
Il
battesimo di Gesù inaugura, appunto, l’inizio del suo ministero messianico,
allorché egli esce dal nascondimento di Nazareth e si mette ad annunciare
l’avvento del Regno di Dio. Lo Spirito di Dio che Gesù vede calare su di sé in
forma di colomba, come annota Matteo, lo unge Messia. E questa sua
consacrazione messianica sarà via via riconosciuta dai suoi discepoli. Pietro
ne darà testimonianza a Gerusalemme, dopo la Pentecoste, rievocando non a caso
proprio il battesimo al Giordano, come è riferito nel brano degli Atti degli
Apostoli che funge da seconda lettura: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta
la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni:
cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth».
Non
c’è distinzione, né tanto meno distanza, tra Gesù e il Cristo. Come non c’è
distanza tra il Messia e il Figlio di Dio. Gesuologia e cristologia
s’intrecciano inestricabilmente: la vicenda di Gesù di Nazareth e l’indole
teologica di tale vicenda, in cui si compie il dirsi-darsi di Dio Padre suo, si
compenetrano senza soluzione di continuità. Colui che viene indicato come il
Figlio (ho hyiós) è proprio il paîs, il bimbo povero di
Betlemme e il ragazzo di Nazareth, destinato a diventare il servo di tutti in
quanto servitore fedele di Dio, l’‘ebed Adonai (espressione ebraica
che nella Bibbia greca dei Settanta è tradotta con paîs Theoû), di
cui sentiamo profetizzare da Isaia nella prima lettura.
La
missione del Messia-Servitore ha a che fare con la giustizia, termine che
ricorre insistentemente nei tre brani biblici dell’odierna liturgia della
Parola. La giustizia è, in ogni caso, quella di Dio. Essa consiste nei mishpatim del
Signore, nel suo «diritto», o anche nel suo «discernimento», stando al termine
greco (krísis) con cui i Settanta traducono l’ebraico del profeta Isaia.
È in gioco il modo con cui Dio distingue tra il bene e il male, secondo criteri
che non si riconducono (e non si riducono) alla logica del più forte, o del
tornaconto, o della vendetta. Dio, con la missione affidata al suo Cristo, si
riserva il diritto non di castigare, ma di perdonare. La sua giustizia è la
misericordia. Il suo giudizio sancisce un indulto: fa «uscire dal carcere i
prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».
La
giustizia, qui proclamata, è la grazia. Non è la giustizia che si esige
dall’uomo e dalla donna, bensì la giustizia elargita all’uomo e alla donna. Non
è solo un’imposizione legale o un’esigenza etica ma pure un dono di salvezza.
Non è soltanto l’equità vissuta eroicamente dal basso, ma anche la dignità
inalienabile in quanto conferita dall’alto. Soprattutto, tale giustizia non è
solamente la più importante delle virtù umane, ma anche il modo concreto in cui
nella Bibbia si traduce la santità: il Dio santo è il Dio giusto. E, tra gli
esseri umani, il santo è il giusto che si lascia conquistare dalla giustizia di
Dio e si mette al suo servizio: è questo il destino del Servo sofferente
impersonato da Gesù, nella cui vicenda la giustizia di Dio e la giustizia degli
esseri umani non sono più disgiungibili. Gesù, a partire dal battesimo presso
il Giordano, visse questo servizio fino a essere il primo martire per la
giustizia, facendosi strumento del giudizio di Dio a favore dei più bisognosi
di essa.
