giovedì 23 luglio 2026

COMUNITA', UNA RISORSA

 


“Cosa vuol dire


 comunità oggi?”


Il ternine comunità deriva dal latino communitas, formata da cum (con) e munus (dono o compito)

Il farsi dono, con spirito di servizio

-di Giovanni Petrini

Comunità è una parola misteriosa, ambigua, complessa ma anche molto affascinante, intrigante, rassicurante.

Proverò a sollecitare alcune riflessioni proprio a partire da questa lettura e tesi che condivido.

C’è una forte riemersione nel dibattito pubblico contemporaneo della parola comunità, un bisogno sempre più urgente di riconsiderarla.

È possibile notarlo in diversi ambiti, a partire da Facebook e dai Social Media User Generated che hanno preso la parola comunità e l’hanno messa al centro nel rapporto con il proprio cliente-utente, ma anche nel dibattito economico attorno ai beni comuni o ai beni relazionali, sul quale c’è un grande fermento di riflessioni e pratiche (come dimostra il Premio Nobel per l’Economia del 2019).

 Nuovo umanesimo

Il tema della comunità negli ultimi anni si è rivelato molto forte anche in alcune riflessioni filosofico-politiche.

La parola “Nuovo Umanesimo” è stata usata – più o meno consapevolmente – proprio per cercare di contrapporre a un mondo tecnologico e un’avanzata post-umana, le relazioni umane e il ruolo che l’uomo può svolgere nel mettersi alla guida della tecnologia senza rimanerne succube.

La comunità è poi espressione di molte pratiche dal basso, di organizzazioni che nascono tra cittadini: le Social Street sono una di queste esperienze diffuse anche in Italia, ad esempio, e nascono proprio dalla volontà di alcuni soggetti di mettersi insieme all’interno di una via e iniziare a scambiarsi informazioni, relazioni, progetti e ad aiutarsi.

È chiaro, dunque, che queste riflessioni tengono conto dei luoghi, come gli Oratori, come le Case Salesiane, come in generale le Parrocchie, in cui la parola è da sempre utilizzata e da sempre tenuta viva.

Perché questa parola sta emergendo sempre di più nel dibattito pubblico?
Perché sostanzialmente è una risposta, umana, naturale e comprensibile al fatto che nell’Ultimo secolo tutto si è accelerato, frammentato, complessificato ed espanso. L’accelerazione del tempo è legata alla spinta che il capitalismo ha dato allo sviluppo tecnologico per cercare di perseguire quello che da sempre lo muove: la produzione di ricchezza.

La frammentazione dell’esistenza deriva dal fatto che le grandi narrazioni del ‘900, in cui le persone si riconoscevano all’interno di una serie di categorie collettive – i lavoratori, gli impiegati ecc. – sono andate mano a mano frammentandosi.


Oggi noi siamo ciò che facciamo, ciò che vediamo, le frequentazioni che abbiamo on line e off line, i consumi e le cose che compriamo, gli spettacoli o prodotti culturali che consumiamo.

La nostra esistenza stata letteralmente frammentata e spesso questo – la convivenza con le molte sollecitazioni e anime – porta anche a delle difficoltà dentro di noi.

Spazio

Infine, l’espansione dello spazio.

Prima la globalizzazione ha aperto il mondo (con la possibilità di volare lowcost) e poi l’arrivo del digitale ha creato un mondo “fisico” parallelo a quello che invece viviamo nella realtà analogica.

Tutti questi fenomeni hanno impattato su di noi, soprattutto per una questione di scollamento tra la capacità dell’uomo di evolvere biologicamente e la tecnologia che invece accelera esponenzialmente.
Tutto questo non può non creare dei disagi e delle difficoltà, in alcuni casi dei veri e propri “mostri”, come quelli rappresentati nel bellissimo trittico di Francis Bacon.
Spesso sono difficoltà con cui tutti noi conviviamo e penso sia importante iniziare adirsi che oggi siamo tutti un po’ fragili, un po’precari, un po’ isolati, abbiamo tutti un po’ di ansie e proviamo tutti un po’ di rabbia in alcune circostanze.
Se da un lato si assiste quindi a un fenomeno di isolamento e allontanamento delle persone, dall’altro può iniziare invece un interessantissimo percorso attraverso il quale trovare una risposta a questo disagio.

A partire dal riconoscimento che non è più possibile parlare di “fragili” e “non fragili “ma piuttosto dell’esistenza di diverse fragilità e smettendo di rapportarsi uno a uno ma considerandoci tutti insieme, aiutandoci comunitariamente, questa risposta può avvenire.

Al di là delle patologie che necessitano di cure da parte di specialisti – perché la rabbia, la precarietà, l’ansia e l’isolamento possono sviluppare anche patologie per cui ci vogliono competenze specifiche – se rimaniamo in una dimensione più di percezione di vissuto quotidiano, noi pensiamo che il tema principale sia la solitudine o “privazione relazionale”.

Il vero problema che affrontato aiuterebbe a risolvere molto del brusio e delle fatiche quotidiane e consentirebbe di dedicare le giuste energie e il giusto tempo alle reali patologie e difficoltà, è proprio la solitudine.

 Solitudine

E questa solitudine richiama, in alcuni casi, una prospettiva di ricordo “dei bei tempi andati”, un racconto di quel mondo ideale antico in cui c’era una comunità, il paese, il villaggio in cui si viveva tutti insieme, le porte delle case rimanevano aperte, ci si conosceva tutti e ci si salutava per strada.
Questo è stato un modo di vivere della maggior parte della popolazione mondiale per secoli, se non millenni.

Dall’altra parte c’è invece una nuova dimensione che non è solo un ricordo dei bei tempi andati ma è invece una reale voglia di ricostruire e rilanciare la dimensione comunitaria, dimensione che è stata evidenziata in maniera chiarissima dal Covid.

La pandemia ha esacerbato e fatto esplodere delle difficoltà sia negli anziani che negli adolescenti e nei giovani, che sono i soggetti che più hanno sofferto e stanno soffrendo dell’isolamento sociale, ma ha anche fatto venir fuori una straordinaria voglia, ricchezza e capacità di rispondere all’emergenza e alla tragedia con un grandissimo fiorire di esperienze di solidarietà, condivisione scambio intergenerazionali.

È stato un grande movimento in cui tanti di noi si sono messi insieme e hanno cercato di capire come potevano aiutare gli altri, anche solo con una telefonata, un sorriso o un pacco consegnato.

Per rimettere al centro la comunità, quindi, non dobbiamo scivolare in queste dinamiche della memoria, ma cercare di recuperare ciò che c’era di buono nella dimensione comunitaria e diffonderla, praticarla, raccontarla e discuterla, soprattutto.
Non solo un tema di “azione” ma anche di “racconto”.
È necessario non solo comunicare con il fuori ma anche ridiscutere e dare un proprio significato a questa parola affinché venga vissuta concretamente.

Comunità è una “parola trappola” molto complicata, spesso usata come sinonimo di altro, ad esempio di “società”.

In realtà, se ci addentrassimo nello studio dell’evoluzione del modo in cui gli uomini stanno insieme, ci accorgiamo che la comunità è qualcosa che esiste “prima della società” e “dopo la famiglia”.

Questa riflessione la prendo dal libro “Comunità” di Marco Aime, antropologo insegnante all’università di Genova, che riporta i 5 elementi che storicamente, antropologicamente e sociologicamente riscontriamo nelle comunità.
Prima di tutto una comunità nasce con una dimensione spirituale, rappresentata da un SIMBOLO che, a prescindere dalla civiltà e dal tempo, riunisce le persone che ne fanno parte.

 Confine

La comunità ha sempre un CONFINE.

La prima immagine che viene in mente è il filo spinato, il muro.

Invece il confine semplicemente una linea che crea un “di qua” e un “di là”, una separazione quindi che si può anche varcare.

Il confine della comunità è quindi una linea, è un varco aperto poroso da cui io posso uscire, per andare a scoprire cosa c’è al di fuori della mia comunità e nel mondo, e in cui altri possono entrare.

Alla comunità serve un confine perché possa riconoscere e dire: “Noi siamo questi e gli altri sono fuori”.

Il tema è preservare la dimensione di identità, di stile, di uguaglianza, di modalità con cui agisce, senza però chiudersi, creare dei muri e quindi da Communitas, diventare Immunitas.

Il concetto dell’Immunitas è ben comprensibile se pensiamo al nostro corpo: i nostri anticorpi sono funzionali a rispondere a un attacco all’esterno, quando qualcosa entra nel nostro organismo si scatena una reazione immunitaria, dei meccanismi biologici che permettono al corpo di difendersi.
A volte accade che questo meccanismo vada fuori giri, perda il proprio controllo e inizi a rispondere anche quando non c’è nessuna aggressione: difendendosi contro qualsiasi cosa inizia a uccidere anche se stesso.
Le malattie immunitarie quindi portano anche alla morte della persona stessa per eccesso di autodifesa.

La trovo una bellissima similitudine con un rischio che corrono quelle comunità che si rifiutano di aprirsi a chi la pensa diversamente e portando all’estinzione del gruppo e alla morte della comunità stessa.

Riassumendo: la comunità ha un confine che resta sempre aperto ma che consente di dire: “Io sono dentro, tu sei fuori” e poi ci confrontiamo, parliamo, ne discutiamo.

Vuoi entrare? Ci sono delle regole. Vuoi uscirne? Perderò qualcosa ma otterrò della libertà.

Memoria

C’è poi un tema di MEMORIA, la comunità sì alimenta e si costruisce attraverso il racconto di chi c’era a chi verrà.

È un tramandare, ma una tradizione è anche “tradimento” (la radice latina è unica infatti, deriva dal verbo latino Tradĕre, che vuol dire “attraversare” ma anche “portare da una parte all’altra”).

La memoria passa ma questo passare non è congelare, conservare; qui c’è tutto il tema dell’inter-generazionalità: le persone più anziane raccontano e passano la loro esperienza e il loro punto di vista ma contemporaneamente devono accettare che i giovani, oltre a prendere e riconoscere questa memoria, allo stesso tempo la facciano loro attraverso una loro interpretazione.
La comunità quindi non è qualcosa che esiste e rimane sempre uguale a se stessa, ma che viene riletta e ridiscussa con il passare delle generazioni.

Generatività

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mercoledì 22 luglio 2026

CERCASI UN MOTIVO


 RAGAZZI 


IN CERCA 


DI UN MOTIVO



Dalla visibilità alla cura dell’altro

-         di MATTEO FABRIS*

Credo che, nelle riflessioni che siamo chiamati a fare rispetto all’educazione e alla formazione, sia sempre più importante partire dal loro vissuto, dalle loro parole. Solo così possiamo cercare di intravedere una spaccatura, anzi una fenditura, per entrare nei loro pensieri, nei loro cuori, nelle loro vite. Purtroppo, la cronaca è sempre ricca di spunti dove vengono descritte situazioni in cui adolescenti e giovani sono protagonisti di fatti (e di discorsi) che fanno arrabbiare, indignare, rabbrividire.

Così l’adulto è portato a esternare la sua critica verso le famiglie che non sanno più educare, la scuola che non dà più disciplina o prospettive future, gli oratori o i gruppi aggregativi che sono sempre meno attrattivi e vuoti. Vorrei chiarire che queste idee non sono false o inappropriate, ma superficiali. Cioè, per schiarire la superficie da queste torbidità, è necessario immergersi, con tutto l’ossigeno che abbiamo, nelle loro parole. Iniziamo.

«Addio amica mia, free N. Free N. Ve lo giuro, questa è mort... abbiamo rotto tutto stanotte, bro. Per un mese niente lavoro fratello, tentato omicidio ci han fatto».

Queste sono le parole pronunciate dal ragazzo che era in macchina con la giovane neopatentata che di recente ha travolto con la sua auto due ragazze in motorino, uccidendo una di loro. Proprio le sue parole mi hanno colpito, e sono in netto contrasto con quelle pronunciate dal ragazzo. Nelle prime dichiarazioni aveva detto: «Ora non ho più motivo di stare al mondo». Mi sono chiesto: quali prospettive, quali idee del sé e del mondo sono sottese in queste espressioni, entrambe pronunciate di getto, a caldo, dopo un fatto così terribile?

Tutti i contenuti delle frasi del ragazzo sono incentrati su di sé. «Abbiamo rotto tutto bro» si rifà a quell’espressione tipica che tra i giovani fa riferimento al fatto di aver fatto qualcosa di memorabile, all’autocelebrazione: abbiamo spaccato. Subito poi fa riferimento alla sua situazione lavorativa, alla sua condanna. Lui guarda a sé stesso. La morte della ragazza è un dato, un fatto su cui costruire una propria narrazione egoriferita. Credo che questo sia l’emblema della situazione odierna che riguarda tutti, fin dalla prima infanzia: l’egocentrismo, che ci porta a vederci come il sole del nostro individuale sistema solare. Questo è evidenziato dai contenuti che ha postato successivamente, in cui sostiene di dover lasciare l’Italia perché è stato attaccato, calunniato, denigrato. Solo lui, sempre lui al centro. Il suo sguardo è rivolto verso terra, verso sé stesso. Il problema è che guardando in basso, si ritrova tra le mani uno schermo nero che riflette il suo ego, e lo amplifica attraverso una storia su un social network.

È paradossale che, nella stessa devastante situazione la giovane conducente, con delle parole che fanno venire la pelle d’oca per intensità e disperazione, ci regali una fenditura, uno spiraglio: «Ora non ho più motivo di stare al mondo». Sono parole che tolgono il fiato. Soprattutto perché poi, se si va a cercare il loro significato, si può notare che il termine “motivo” deriva dal latino “motîvus”, participio passato del verbo “movere” (muovere). Letteralmente significa “atto a muovere” o “ciò che spinge a fare”. Togliendo la vita a una persona, questa ragazza dichiara, in questo momento, di non avere un motivo di vivere. Perché il motivo stesso è l’altra persona.

È l’altro. Stiamo al mondo per prenderci cura gli uni degli altri. È attraverso questo atto che ci conosciamo, cresciamo, scopriamo le nostre qualità, i nostri difetti, il nostro motivo di essere al mondo. Se lo sguardo del ragazzo è rivolto verso il basso, il suo è rivolto verso ciò che la circonda.

Questi fatti sono successi proprio quando aprivano le porte degli oratori estivi, dove migliaia di adolescenti, anche dell’età dei protagonisti della vicenda che abbiamo raccontato, sono chiamati a essere animatori, cioè a prendersi cura dei più piccoli, a farli giocare, a stare con loro, a mettersi in ascolto. Una vera e propria palestra per vivere quel motivo che descrivevamo prima.

Per prepararsi all’oratorio estivo proponiamo un corso di formazione di tre giorni. Una delle attività possibili è quella di scrivere un messaggio a coloro che parteciperanno i prossimi anni. Ecco cosa ha scritto G.: «A me non piace essere anonimo, anzi sono qui per aiutarti. Questo è il mio Ig (contatto di Instagram), vorrei sapere come va, come è andata, vorrei anche essere per te un aiuto, quindi se vorrai consigli, aiuto o solo parlare, io ci sono sempre!». Mettersi in ascolto, mettersi a disposizione, aiutare l’altro. Perché? Per non essere anonimo.

Gli adolescenti hanno bisogno di sentirsi qualcuno. Ma siamo pronti a far vivere loro esperienze che li facciano sentire riconosciuti non per la loro visibilità, ma perché si prendono cura dell’altro?

*Matteo Fabris -Pedagogista, referente tavolo formazione di Fom (Fondazione Oratori Milanesi)

www.avvenire.it

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UNA GUERRA "SACRA"

PUO'

 ESSERE 

SACRA 

UNA GUERRA?

E' un dato storico il fatto che, di frequente, le guerre sfocino 

in un esito non previsto da coloro che le hanno scatenate.

 La constatazione conferma che il detto secondo cui 

la storia è maestra di vita è da intendersi 

soprattutto come un invito poco ascoltato.


 - di Pietro Stefani

Un aspetto significativo al riguardo è costituito dalla durata. Se si fosse saputo che le azioni intraprese si sarebbero prolungate per un tempo molto superiore al previsto, forse non si sarebbe dato corso alle ostilità. 

Sorge una domanda: il presidente della Federazione russa Vladimir Putin avrebbe, nel febbraio del 2022, intrapreso l’«operazione miliare speciale» se avesse preventivato che nel luglio di 4 anni dopo gli esiti della guerra sarebbero stati ancora avvolti nell’incertezza? E Cirillo, il patriarca di Mosca e di tutte le Russie, avrebbe santificato l’«operazione» se fosse stato a conoscenza della quantità elevatissima di vittime (mai ufficialmente comunicata) presenti fra le file dei soldati russi? 

Come ha attestato l’«inutile strage» della Prima guerra mondiale, quando il numero dei caduti supera una certa soglia, la loro sacralizzazione e il loro martirio sono obbligati ad assumere un carattere secolare. Allora si viene costretti a trovare un significato al fatto che una massa enorme di uomini sia stata massacrata inutilmente. (1) 

Sul piano memoriale uno dei modi per farlo è di sacralizzare, in chiave mondano-patriottica, i caduti. A Roma, l’Altare della patria contiene, dal 4 novembre 1921, le spoglie del «milite ignoto». Il suo valore simbolico di rappresentare tutta la moltitudine degli altri caduti è indissolubilmente legato alla mancanza di un nome proprio. 

Il rilievo misura, di per sé, la distanza dai processi propri della santificazione religiosa; anche quando non si conoscono i nomi dei santi, non è stata quella privazione a diventare condizione necessaria per la loro canonizzazione. I bimbi trucidati al posto di Gesù sono chiamati «innocenti», non «ignoti». Nei memoriali di guerra gli spazi dichiaratamente religiosi non rappresentano mai l’aspetto fondamentale. 

Nel Sacrario militare di Redipuglia (inaugurato nel 1938), la cappella (ora chiesa) costituisce un aspetto collaterale. Il cuore dell’immensa area (oltre 100 ettari) è costituito, infatti, dalla tomba di Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, soprannominato il duca invitto. Le spoglie di oltre 100.000 uomini (e di una sola donna) morti in tre anni e mezzo di guerra eccedono i confini del sacro inteso in senso proprio. 

 

Nel settembre del 2022 il patriarca Cirillo indirizzava ai soldati russi queste parole: «Vai coraggiosamente a compiere il tuo dovere militare. E ricorda che se muori per il tuo paese, sarai con Dio nel suo regno, gloria e vita eterna». (2) 

In quel frangente la sacralizzazione della morte era ancora formulata in base a parametri religiosi. In epoca più recente dai media occidentali non sono state registrate dichiarazioni dello stesso tenore (o almeno le notizie non sono state date con pari enfasi). Pure la retorica sacralizzante sembra avere dei limiti. Tuttavia nell’ambito ortodosso, tanto legato alla tradizione, già nel 2022 si sarebbero potuti (o meglio dovuti) trovare motivi per respingere ogni forma di sacralizzazione religiosa di coloro che in guerra sono stati uccisi perché prima erano disposti a uccidere. 

L’ortodossia nell’Impero bizantino 

Occorre andare indietro di oltre un millennio, ma nel mondo ortodosso ciò non costituisce un problema. Il personaggio che ci interessa è l’imperatore Niceforo II Foca (912-969). Uomo di guerra di famiglia aristocratica cappadoce, Niceforo fu uno dei più prestigiosi generali dell’Impero bizantino. Nel 963 riuscì a ottenere il titolo di basileus e a sposare Teofano, vedova del precedente imperatore Romano II. 

Le sue costanti campagne militari furono contraddistinte da molte vittorie ma anche da un certo numero di sconfitte. È dato certo che esse costarono all’erario somme assai ingenti. Il fatto indusse l’imperatore ad attuare una politica fiscale opprimente che gli alienò il consenso della popolazione. Abbandonato anche dalla moglie, morì assassinato nella sua camera da letto. 

Nella sua lotta, per lo più vittoriosa, contro i musulmani, Niceforo arrivò a chiedere al patriarca Polieucte di proclamare martiri i soldati caduti in guerra. La risposta fu però negativa: «Come si potrebbero considerare martiri, o uguali ai martiri, coloro che hanno ucciso o che sono stati uccisi in guerra, se i santi canoni li obbligano alla penitenza e li tengono per tre anni lontani dalla santa e venerabile comunione?». (3) 

Il patriarca non condannava la guerra, ne respingeva la sacralizzazione rifiutando di vederla, in se stessa, occasione per dischiudere ai caduti le porte del cielo. 

In Occidente, già verso lo scadere dell’Alto medioevo le cose stavano diversamente. Al pontificato di Sergio IV (1009-1012) è attribuita una lettera dall’autenticità assai dubbia. Se risalisse effettivamente ai primi del XI secolo sarebbe da collegare alla devastazione del santo Sepolcro compiuta dal califfo fatimide al-Hakim (18 ottobre 1009); se, come è assai più probabile, è un falso risalirebbe alla curia romana all’epoca della propaganda della Prima crociata, indetta nel concilio di Clermont del 1095. 

 Nel testo, animato da uno scoperto spirito antigiudaico, la sacralizzazione della guerra si spinge fino al punto da renderla causa di perdono per i peccati anche di antichi pagani: «Venite, figli miei! Difendete Dio e avrete il regno eterno. Io spero, io credo, io considero assolutamente certo che per la potenza [virtus] di nostro Signore Gesù Cristo noi otterremo la vittoria, come fu ai tempi di Tito e di Vespasiano, che vendicarono la morte del figlio di Dio. 

Allora essi non ricevettero il battesimo, ma dopo la vittoria giunsero all’onore dell’Impero romano e ricevettero il perdono [indulgentiam] dei loro peccati. E se noi agiremo allo stesso modo, otterremo senza alcun dubbio la vita eterna». (4) 

L’idea di guerra nel cristianesimo antico 

Il perdono dei peccati per chi muore in guerra non fu il solo premio promesso. Almeno all’epoca delle crociate, per coloro che combattevano fu promessa una ricompensa che congiungeva l’aldilà all’aldiquà. 

Mentre le truppe stazionavano davanti ad Antiochia, nell’inverno 1097-1098 fu spedita una lettera attribuita a uno dei capi crociati: «La Chiesa nostra madre spirituale grida: “Venite, miei benamati figli, venite a me, levate via la corona dai figli dell’idolatria (idolatriae filii) che si sono sollevati contro di me. Questa corona è destinata a voi fin dall’inizio del mondo (cf. Mt 25,34)” […] Venite quindi: affrettatevi a ricevere la doppia ricompensa, cioè “la terra dei viventi” (cf. Sal 26,13; Is 38,11; Ger 11,19; Ez 26,20, ecc.) e “la terra in cui scorre latte e miele” (Es 3,8.17; Nm 13,27) e che abbonda di ogni bene». (5) 

In base al fatto che il paradiso è assicurato a chi è stato ucciso dopo aver ucciso, ci si è chiesti se sulla sacralizzazione cristiano-occidentale della guerra abbia influito l’idea del jihad islamico. Non lo si può escludere; tuttavia le cause sembrano soprattutto altre. Accanto a indubbie somiglianze, vanno infatti registrate alcune fondamentali differenze; tra queste ultime vi è la constatazione che il jihad è direttamente collegato alla predicazione coranica (cf., in particolare, Sura 9,1-29), mentre in ambito cristiano vi fu bisogno di un lungo processo storico di risacralizzazione della guerra. Soprattutto le società semitiche non conoscono la tripartizione oratores, bellatores, laboratores fondamentale nel mondo cristiano: «triplice è dunque la casa di Dio. Unica essa è solo davanti alla fede, ché pregano gli uni, combattono altri, altri infine faticano». (6) 

Non a caso, fin dall’epoca carolingia il riferimento alla scena in cui Mosè prega e Giosuè combatte contro Amalèk (cf. Es 17,8-16) divenne un vero e proprio topos. Nella lettera indirizzata da Carlo Magno a papa Leone III in occasione dell’elezione di quest’ultimo si legge: «A noi spetta, secondo l’aiuto della divina misericordia, difendere con le armi ovunque, all’esterno, la santa Chiesa di Cristo dall’incursione dei pagani e dalla devastazione degli infedeli, e all’interno fortificarla con il riconoscimento della fede cattolica. A voi invece, padre santissimo, spetta alzare – come Mosè – le mani a Dio per aiutare la nostra milizia, cosicché, con la vostra intercessione e grazie alla guida e alla concessione di Dio, il popolo cristiano riporti sempre e ovunque vittoria sui nemici del suo santo nome, e il nome del Signore nostro Gesù Cristo sia glorificato nel mondo intero». (7) 

 

1 Cf. E. Canetti, Potere e sopravvivenza, Adelphi, Milano 1974, 24. 

2 Testo riportato in un tweet dal media indipendente bielorusso Nexta il 23.9.2022. Cf. anche Regno-att. 18,2022,557. 

3 Cit. in J. Flori, La guerra santa. La formazione dell’idea di crociata nell’Occidente cristiano, Il Mulino, Bologna 2003, 141. 

4Cit. in ivi, 328. 

5Cit. in K. Allen Smith, The Bible and Crusade Narrative in the Twelfth Century, The Boydell Press, Woodbridge 2020, 112s. 

6 Adalberone Di Laon, «Carmen ad Robertum Regem [attorno al 1030]», in M.L. Picascia, La società trinitaria: un’immagine medievale, Zanichelli, Bologna 1980. Per il testo integrale, cf. https://osiris.df.unipi.it/~rossi/Ascelin_carmen_bilingue.pdf 

7 Carlo Magno, Lettere, trad. it. di D. Tessore, Città Nuova, Roma 2001, lettera IX. 

 Fonte: Il Regno

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INSUCCESSO SCOLASTICO

 

Misure europee 

contro l’insuccesso

 scolastico:

 

i principali cambiamenti

 in Europa dal 2020


 eurydice

Disponibile la traduzione italiana del rapporto Eurydice 

nell’ultimo quaderno di Eurydice Italia

di Simona Baggiani

Garantire basi solide in alfabetizzazione, matematica e scienze è oggi una delle sfide più urgenti per i sistemi educativi europei.

Per approfondire come l’Europa stia rispondendo a questa urgenza, l’Unità italiana di Eurydice presenta oggi il volume della sua collana “I Quaderni di Eurydice Italia”, che accoglie la traduzione integrale dello studio della rete Addressing underachievement in literacy, mathematics and science: Policy changes in European school education since 2020.

Quest’ultimo numero, dal titolo Misure per affrontare lo scarso rendimento in alfabetizzazione, matematica e scienze. Cambiamenti nelle politiche educative europee dal 2020, analizza come 37 sistemi educativi in Europa stiano mettendo in campo strategie e politiche per contrastare i risultati insufficienti nelle competenze di base degli studenti della scuola primaria e secondaria inferiore, dal 2020 ad oggi.

Il tema è di estrema attualità e desta urgenti preoccupazioni: le valutazioni internazionali come PISA e TIMSS mostrano un aumento preoccupante di studenti che non raggiungono i livelli minimi nelle competenze di base, una situazione aggravata dalle interruzioni causate dalla pandemia di COVID-19.

Il rapporto illustra come i paesi europei stiano costruendo un vero e proprio ecosistema di misure politiche attraverso sette aree interconnesse:

  • l’adozione di quadri strategici nazionali;
  • la revisione dei curricoli;
  • l’organizzazione dell’insegnamento e del tempo scuola;
  • gli strumenti di valutazione (diagnostica e sommativa);
  • il potenziamento del sostegno all’apprendimento;
  • la formazione e il supporto ai docenti;
  • il coinvolgimento dei genitori.

Al centro di questo ecosistema si trovano gli insegnanti, sostenuti attraverso lo sviluppo professionale continuo, la messa a disposizione di risorse didattiche inclusive e l’assunzione di personale specializzato. L’obiettivo condiviso a livello europeo è ambizioso: ridurre al di sotto del 15%, entro il 2030, la quota di quindicenni con scarso rendimento nelle competenze di base.

l Quaderno n. 63/2026 rappresenta uno strumento prezioso per decisori politici, dirigenti scolastici e docenti che intendano approfondire le strategie messe in atto in Europa per garantire il successo formativo di ogni studente e studentessa.

Il volume è consultabile e scaricabile gratuitamente in formato PDF dalla pagina dedicata del sito dell’Unità italiana di Eurydice.

La copia cartacea può essere richiesta, sempre a titolo gratuito, inviando una richiesta all’indirizzo di posta elettronica eurydice@indire.it oppure compilando l’apposito modulo online disponibile sulla pagina del sito summenzionata.

 

Misure europee contro l’insuccesso scolastico: i principali cambiamenti in Europa dal 2020

 

Indire

PEDAGOGIA AL FEMMINILE

 


Pubblicato il Dossier 

“Pedagogie al femminile: 

dialogo 

tra le istituzioni culturali”

 

Il n.8/2026 della collana 

"Storie dell'educazione"


 a cura di Pamela Giorgi

di Valentina Pedani

Il dossier N. 8 della Collana dell’Archivio Storico INDIRE “Storia dell’Educazione” raccoglie i contributi della tavola rotonda “Pedagogie al femminile: dialogo tra le istituzioni culturali” che si è tenuta all’M9 – Museo del ’900 di Mestre l’8 settembre 2025 e che ha visto la partecipazione delle studiose e degli studiosi delle istituzioni culturali ed educative che hanno collaborato alla realizzazione della mostra multimediale immersiva “La scuola come laboratorio: pedagogie al femminile” promossa e organizzata da INDIRE in occasione delle celebrazioni per il suo Centenario (1925-2025).

I contributi sono stati organizzati in due sezioni che pongono l’attenzione su due importanti questioni che la mostra e la tavola rotonda intendevano restituire e diffondere: da una parte, ribadire la necessità del mantenimento e della conservazione del patrimonio storico-educativo per la Public History, per la divulgazione, per la didattica e per fare della scuola un ‘laboratorio’ di emancipazione individuale e collettiva e uno spazio dinamico per nuove esperienze di crescita personale; dall’altra, valorizzare il contributo che figure femminili come maestre e pedagogiste hanno offerto allo sviluppo educativo e formativo del sistema scolastico italiano.

 

Il dossier è scaricabile gratuitamente al link: 

https://www.indire.it/patrimonio-storico/ricerca-storica/dossier-di-storia-delleducazione/storia/

 

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LA VERA SFIDA

 


La vera sfida? 


Il bene comune


Le questioni poste dal caldo estremo come (probabile) dato strutturale del futuro mostrano l’inadeguatezza dei criteri con i quali affrontiamo le grandi sfide di questo tempo. Che esigono il coraggio di saperci prendere cura di ciò che appartiene a tutti. 

di Mauro Magatti 

L’estate del 2026 sarà ricordata per il caldo. Da settimane l’Europa è attraversata da ondate di calore che hanno trasformato un fenomeno atmosferico in una questione sociale. Le città sono diventate inabitabili, gli ospedali hanno registrato un aumento dei ricoveri, gli anziani e le persone più fragili hanno pagato il prezzo più alto. L’agricoltura ha sofferto, i consumi energetici sono aumentati, lavorare è diventato difficile. Il caldo ha mostrato, ancora una volta, quanto sottile sia il confine tra normalità e vulnerabilità. 

Tutti speriamo che si tratti di un’eccezione. Ma in realtà è ragionevole pensare che si tratti di un’anticipazione di quello che ci aspetta. Se anche così fosse, non è la rassegnazione che deve prevalere. Le società umane hanno sempre saputo adattarsi. Lo faranno anche questa volta. Costruiremo edifici migliori, ripenseremo le città, svilupperemo nuove tecnologie, cambieremo le nostre abitudini. La capacità di apprendere è la grande forza della nostra specie. 

E tuttavia, sarebbe miope non accorgersi che il caldo è (l’ennesimo) segnale di una difficoltà più profonda. Davanti alle sfide che ci riguardano tutti ci scopriamo sorprendentemente deboli. È successo con la pandemia. Accade con il cambiamento climatico. Ma lo vediamo anche col disordine geopolitico, le migrazioni, il governo dell’intelligenza artificiale, gli squilibri demografici. 

Disponiamo di strumenti scientifici e tecnologici straordinari, eppure non riusciamo ad affrontare con efficacia i problemi che abbiamo in comune. Il punto è che siamo entrati in una nuova fase della storia. 

Per oltre due secoli la modernità si è costruita attorno a una promessa precisa: liberare l’individuo dai vincoli tradizionali e affidare al mercato e allo Stato il compito di organizzare la vita collettiva. È stato un progetto che ha portato libertà, innovazione, ricchezza, diritti. Ma oggi ne vediamo anche i limiti. 

Viviamo in un mondo nel quale tutto è diventato interdipendente. Le emissioni prodotte in un continente modificano il clima di un altro. Una guerra lontana cambia il prezzo dell’energia. Una crisi finanziaria attraversa il pianeta in poche ore. Gli squilibri economici e ambientali spingono le migrazioni che trasformano poi i nostri quartieri. Un virus percorre il mondo in pochi giorni. Le reti digitali mettono in relazione miliardi di persone nello stesso istante. 

L’interdipendenza è diventata un tratto costitutivo della nostra esistenza. 

Ma il problema è che continuiamo a pensarci con le categorie nate in epoche passate. Abbiamo affidato quasi tutto al mercato, immaginando che la ricerca dell’interesse individuale producesse automaticamente un beneficio collettivo. 

In molti casi è stato così. Ma i beni comuni non funzionano secondo questa logica. Nessuno, perseguendo soltanto il proprio vantaggio, può produrre un clima stabile, una pace duratura o un equilibrio demografico. 

Allo stesso modo, abbiamo delegato sempre più la nostra responsabilità personale agli apparati pubblici e ai sistemi tecnici. Ogni problema sembra dover essere risolto da un’amministrazione, da un ministero, da un’autorità, da un esperto. Gli apparati sono indispensabili. Ma quando diventano gli unici protagonisti finiscono, quasi inevitabilmente, per deresponsabilizzare cittadini, comunità, associazioni, imprese. La sussidiarietà non è un lusso della democrazia: è la condizione che rende una società capace di agire e, in questo modo, di rigenerarsi. 

Infine, continuiamo a chiedere agli Stati nazionali di governare fenomeni che hanno ormai una scala globale. Ma gli Stati possono difendere gli interessi dei propri cittadini; fanno molta più fatica a difendere interessi che appartengono all’umanità nel suo insieme. È qui che nasce la sensazione di impotenza che attraversa le democrazie contemporanee. 

Per questo il nodo decisivo non è soltanto politico o tecnologico. È culturale. E spirituale. Dobbiamo imparare a pensare il bene comune in modo nuovo. Non come un ideale morale da evocare nelle cerimonie ma come la condizione concreta di ogni avvenire. Il bene comune è ciò che nessuno può costruire da solo e di cui tutti hanno bisogno. È l’aria che respiriamo, il clima che rende abitabile il pianeta, la pace che permette lo sviluppo, la fiducia che sostiene l’economia, la natalità che garantisce il ricambio tra le generazioni, l’ospitalità che ricrea la socialità. 

La grande questione del nostro tempo è tutta qui. Abbiamo costruito una civiltà straordinariamente efficace nel moltiplicare le possibilità individuali. Ora dobbiamo imparare a generare le condizioni collettive che rendono quelle possibilità realmente vivibili. 

È dunque questa la lezione di questa estate rovente: il clima sta cambiando. 

Ma cambia anche quel mondo nel quale potevamo immaginare che i problemi comuni si risolvessero come effetto secondario delle nostre scelte individuali. 

Il XXI secolo ci pone davanti a una sfida nuova: siamo capaci di prenderci cura di ciò che appartiene a tutti? Da come risponderemo dipenderà non soltanto la qualità della nostra convivenza ma la possibilità stessa di abitare il tempo che viene.

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