venerdì 23 ottobre 2026

IL QUALUNQUISMO EDUCATIVO


“Sono necessarie diverse tipologie di coraggio: specialmente quello dei genitori nel saper educare con equilibrata fermezza i figli imparando a dir loro anche ‘no’ quando serve, ma anche quello di riconoscere i propri limiti”

 

-di GUIDO GUIDI GUERRERA

Volto assai noto al grande pubblico, figura di spicco del panorama culturale televisivo, Paolo Crepet è psichiatra, saggista e opinionista. Famoso per essere spesso al centro di accese polemiche a causa delle sue posizioni legate a educazione giovanile, ruolo delle famiglie e soprattutto della scuola, analizza con lucidità spesso iperlogica la realtà che ci circonda.

Seguitissime le sue conferenze in tutta Italia sempre aperte al dibattito franco con i presenti: una formula che continua a suscitare viva attenzione, decretando così il successo del progetto. Certamente il professore, dotato di non comune verve comunicativa e di indiscusso carisma, non si risparmia nell’affrontare temi scottanti e di evidente attualità dal suo punto di vista professionale mai banale né scontato.

Proprio questo può attrarre e insieme turbare dividendo animi e pareri, eppure destinato a creare sempre un notevole fermento intellettuale proprio in forza del contrasto che scaturisce da apprezzamenti e critiche. Chi vorrà incontrare il professore dal vivo e magari scambiarci due chiacchiere, il prossimo appuntamento è previsto in Toscana il 28 novembre venturo al Politeama Pratese.

Professor Crepet, lei ha scritto un libro intitolato Il Coraggio. Quanto coraggio occorre ai giovani, alle loro famiglie, per andare avanti nella vita quotidiana?

“Come scrivo nel mio libro sono necessarie diverse tipologie di coraggio: specialmente quello dei genitori nel saper educare con equilibrata fermezza i figli imparando a dir loro anche ‘no’ quando serve, ma anche quello di riconoscere i propri limiti e, contando sulle proprie capacità ri-creative, avere sempre la forza di ricominciare. Certo esistono categorie diverse di adulti e giovani che, a seconda dei casi, sanno scegliere quale direzione prendere. I soggetti che mi preoccupano sono invece quelli così troppo assorbiti dalle tecnologie da non sentire neppure il bisogno di fare appello a doti di coraggio. Le suggestioni che vengono dall’abuso di cellulari e pc cancellano infatti molte caratteristiche tipiche dell’uomo tra le quali proprio la componente del coraggio che viene assai spesso sostituita da illusioni virtuali”.

Questa è una società in evidente trasformazione. Cosa la distingue dal passato?

"Non posso fissare una data precisa, un punto fermo: però c’è stato un tempo, neppure troppo remoto, in cui i giovani erano giovani e gli adulti, adulti. E questo capitava in un contesto molto diversificato: io sentivo musiche che mia madre sconosceva, tanto più mio nonno. Oggi viviamo in una condizione globalizzante nella quale nonni, mamme, zie e ragazzi ascoltano gli stessi idoli musicali e guardano gli identici film magari stando ore sul telefonino. Quindi è molto difficile puntare il dito sulla gioventù pronta ad alienarsi nelle dimensioni del mondo virtuale, perché è esattamente ciò che fanno anche i loro genitori. E questa è, a mio avviso, una novità assoluta. Non dimentichiamo il fatto che i social sono stati creati da noi adulti: in fondo ci siamo messi a costruire cose che dovevano essere finalizzate a usi elitari e professionali e invece sono andate a finire nelle mani dei nostri figli. Quindi non lamentiamoci del processo di ‘zombizzazione’ che coinvolge tutti indistintamente, in modo più o meno palese. Proprio in questi giorni durante un convegno su San Francesco, è stato molto imbarazzante scoprire come la maggior parte del pubblico, mostrando scarso interesse, fosse piuttosto impegnato a mandare messaggini a destra e a manca. Davvero sgradevole”.

Secondo il suo parere qual è il ruolo della scuola e della famiglia nell’educazione delle nuove generazioni?

“Sono due istituzioni che abbiamo ormai letteralmente tolto di mezzo. Le scelte improntate a un eccessivo permissivismo, l’abolizione del merito, la cancellazione di valori che fino a un certo periodo storico erano stati universalmente condivisi, tutto questo ha creato un corto circuito tra scuola e famiglia. Da tempo le cose hanno subito un forte degrado e adesso ci troviamo di fronte a una situazione difficilmente reversibile. Sappiamo bene che il mondo è soggetto sempre a cambiamenti, naturalmente sarà interessante scoprire se questi attuali si riveleranno utili a evolvere o meno”.

Adesso dobbiamo misurarci con l’IA. Cosa ne pensa?

"È la fine. È evidentemente la fine. Se qualcuno dice il contrario, beato lui. Con questo non intendo sostenere che qualsiasi progresso delle innovazioni tecnologiche sia demonizzabile, ma in questo caso temo come il furbetto di turno sempre in agguato possa approfittarsene a dismisura. Per prima cosa penso che nella testa di molti si tendano a confondere i super computer con l’intelligenza artificiale: tant’è vero che lo stesso Trump non esita a definire l’IA come super intelligenza, mettendo in atto una strategia di marketing decisamente scaltra. In realtà i due sistemi lavorano in ambiti totalmente distinti e tali devono rimanere. Va da sé che l’intelligenza artificiale può avere applicazioni di grande importanza e interesse, come in campo medico: eppure, la diffusione su larga scala di questo strumento ha già abbondantemente spalancato le porte a abusi di ogni genere. Personalmente, ad esempio, ho dovuto proteggere la mia immagine sporgendo regolare denuncia, a causa di video caricati su YouTube nei quali sembro io, quando in realtà si tratta solo di clamorosi fake. Quindi il pericolo c’è eccome e ci siamo dentro fino al collo!”.

Esistono rimedi a tutto questo?

“Difficilissimo. Anche chi dovrebbe occuparsene quasi mai interviene, anche se il problema riguarda tutti noi che restiamo esposti a questo tipo di abusi. Basti pensare che il nostro presidente del consiglio Giorgia Meloni è stata costretta a registrare e depositare la sua vera voce per difendersi dalle centinaia manovre di clonazione. Per non parlare dei tentativi di truffa da parte di quanti si spacciano per un congiunto invocando fraudolentemente un’emergenza, uno stato di pericolo o un bisogno per estorcere danaro ai malcapitati, convinti che sia tutto vero. Purtroppo viviamo in un’epoca complessa e piena di mille insidie".

Professore, parliamo di educazione, quella che un tempo era definita ‘buona educazione’ quale principio indiscutibile di un buon vivere…

“ Una volta l’idea stessa di educazione assumeva valore collettivo, un’idea non a caso collegata alla scuola che non solo ci forniva nozioni ma aveva anche un ruolo formativo sul piano caratteriale e del comportamento nei riguardi degli altri. Questo era una modello condiviso di educazione: era quella riconosciuta da ciascuno, era l’educazione di Don Milani e di tutti i grandi pedagogisti del ‘900. Sta di fatto che le basi dell’educazione dovrebbero partire dalle famiglie, che ormai non ne riconoscono più i principi, ritenendoli secondari rispetto a ben altri aspetti ed esigenze della vita così com’è intesa ai giorni nostri. Quindi vige una sorta di qualunquismo educativo che è ormai quasi universalmente adottato perché tutto sommato il lassismo è anche sinonimo di comodità e di disimpegno, evitando le strade strette dell’immancabile sacrificio pedagogico”.

Molte parole hanno conservato lo stile formale, ma esprimono concetti intrinseci diversi rispetto a ieri. Il lavoro, per esempio…

“Il lavoro inteso come fatica è un concetto desueto. Il lavoro dell’operaio, con le sue rivendicazioni, gli scioperi del passato, quello dell’insegnante o del borghese professionista, sembrano ricordi destinati a sbiadirsi molto presto. Oggi i lavori sono altri: l’influencer, l’esibirsi in vari modi sulle diverse piattaforme social, o se proprio va male accettare di lavorare ma al massimo da martedì a giovedì. Ci si dimentica però di un particolare: che la gioventù passa e il welfare è prodotto dal lavoro. Per adesso non è un problema, anzi è un trascurabile dettaglio: tanto ci sono i nonni.

Fino a quando?".

LUCE

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EDUCARE I GIOVANI

 «A Milano servono 500 educatori, non (solo) 500 militari»

Dietro i saccheggi a Milano, il disagio delle seconde generazioni.

 Per don Massimo Mapelli, responsabile della Caritas della zona sud di Milano, la repressione non basta: servono educatori, scuole rafforzate nella loro missione, adulti consapevoli e presidi di comunità. Luca Cereda Una vetrina si ripara. La distanza che separa un ragazzo dal mondo che vede ogni giorno, invece, non si ricuce con una serranda nuova né con una pattuglia in più. 
La frattura
È in quella frattura che don Massimo Mapelli invita a cercare le domande lasciate dalle violenze di Milano: senza attenuanti per chi ha saccheggiato e colpito, ma anche senza l’alibi di chi, condannato il gesto, pensa di avere finito il proprio compito. Sacerdote della diocesi ambrosiana dal 1997, fondatore dell’associazione Una casa anche per te e direttore della Caritas Sud Milano, Mapelli dal 2004 al 2012 è stato impegnato nella Fondazione Casa della carità "Angelo Abriani" di Milano e nel 2013 ha ricevuto l′Ambrogino d′oro, la massima onorificenza del Comune di Milano, oggi vive con una quarantina di adolescenti e li incontra anche nelle scuole, comprese quelle professionali. «La rabbia la senti, la respiri», racconta: non è un’astrazione, ma qualcosa che attraversa relazioni e conflitti quotidiani. «Anche dentro la stessa città esistono città diverse», osserva. Mapelli ricorda alcuni minorenni accolti in comunità dopo essersi ritrovati a vivere nei box di una zona come il Corvetto. Nella stessa Milano ci sono coetanei che ogni fine settimana possono partire per una capitale europea o per le Maldive. 
Iperccompetività
La distanza non è soltanto economica: riguarda le possibilità immaginabili, gli strumenti per raggiungerle e la presenza di una famiglia capace di sostenere. «Abbiamo costituito una società ipercompetitiva», dice il sacerdote. E la domanda che dovremmo porci è semplice e scomoda: che cosa succede a chi non tiene il passo? A chi non ha risorse, appoggi, occasioni? Che cosa gli raccontiamo: che vale zero? È in questa disuguaglianza vissuta ogni giorno che Mapelli colloca una parte della rabbia dei ragazzi, anche di quelli di seconda o terza generazione che sono cresciuti qui e che spesso vengono ancora raccontati anzitutto attraverso le origini familiari. 
L'esclusione
Non propone una spiegazione unica né trasforma la provenienza in un destino. Invita a guardare una condizione comune: giovani che abitano la stessa città e desiderano essere riconosciuti, ma non sentono di avere accesso allo stesso mondo. Per molti di loro l’esclusione non si manifesta soltanto nella mancanza di denaro. Si misura anche nei segni visibili del successo: la marca sulle scarpe, il cappellino firmato, l’oggetto che permette di non sentirsi fuori posto. «Vorrei entrarci anch’io»: una frase che può stare dietro l’assalto a una vetrina, non come spiegazione di ogni gesto, ma come indizio di un desiderio di appartenenza deformato in possesso. Mapelli lo ha visto con ragazzi che vivevano in un box al Corvetto: avere un cappellino di marca, magari di un marchio dell’alta moda, diventava fondamentale, perché ai loro occhi sembrava poter restituire un riscatto. «Poi non è quella roba lì che te lo dà», aggiunge. Ma qualcuno deve accompagnarli a scoprirlo, aiutandoli a riconoscere il proprio valore al di là delle cose che indossano. 
La violenza
 La domanda, allora, non è se rubare una scarpa o spaccare una vetrina sia giusto. Non lo è. «La violenza va condannata, questo è fuori discussione», scandisce Mapelli. Capire da dove arriva, però, è un’altra cosa rispetto ad assolverla. Se ci fermiamo alla punizione, rischiamo di non vedere le condizioni che hanno preparato il terreno: famiglie fragili, scuole con poche risorse, agenzie educative lasciate a reggere da sole situazioni sempre più complesse. «Non succede per miracolo», avverte. La rabbia non scompare perché decidiamo di non guardarla. C’è poi un particolare che dovrebbe inquietare più di molti slogan: tra i ragazzi coinvolti ci sono anche preadolescenti di undici o dodici anni. «Gli adulti dove stanno?», si chiede il sacerdote. La risposta non sta soltanto nell’accusa ai genitori. La responsabilità educativa resta decisiva, ma Mapelli invita a chiedersi perché sia diventato così difficile porre limiti, affrontare i conflitti e accompagnare la crescita. Per paura dello scontro, osserva, gli adulti rischiano di rinunciare proprio a quello scontro necessario tra genitori e figli, tra educatori e ragazzi, in cui si costruiscono regole e fiducia. 
La famiglia
 E non basta chiedere conto alle famiglie il giorno dopo, magari riducendo tutto a una frase rabbiosa o a un titolo facile. Che cosa facciamo per aiutare quei genitori che hanno pochi strumenti, che vivono a loro volta una precarietà materiale o affettiva? Come li sosteniamo prima che la fatica diventi solitudine? «Nessuno vive su un pianeta a sé», ricorda Mapelli. Questi ragazzi incontreranno i nostri figli a scuola e nei quartieri: la loro fragilità non resta confinata nelle periferie. 
Per questo, secondo il sacerdote, anche la distinzione tra centro e periferia non basta più. I confini amministrativi non corrispondono necessariamente ai confini vissuti dai giovani: Milano è anche la sua città metropolitana, le aree in cui si studia, si lavora, si prende un autobus e si cerca un posto nel mondo. La questione delle seconde generazioni non si riduce alla cronaca delle origini: le relazioni tra adolescenti attraversano da tempo le categorie con cui gli adulti li classificano. La ragazza italiana e il ragazzo di seconda o terza generazione originario del Marocco non abitano due pianeti diversi. Il discrimine decisivo, sempre più spesso, è tra chi si sente atteso e chi si sente lasciato fuori. 
La guerra
 C’è poi un’altra contraddizione che gli adulti dovrebbero avere il coraggio di riconoscere. Viviamo in un tempo in cui i leader più potenti parlano continuamente di guerre, bombe, distruzione. Poi chiediamo ai ragazzi di rispettare un manuale di comportamento impeccabile, come se le parole pubbliche non lasciassero tracce. «Le parole che buttiamo nel mondo fanno qualcosa», osserva Mapelli. Non significa attribuire agli adulti la responsabilità diretta dei saccheggi, ma riconoscere che il linguaggio della forza modella l’immaginario, soprattutto quando mancano parole per nominare il disagio. 
La repressione
La risposta, dunque, non può essere soltanto repressiva. Mapelli conosce anche le carceri, comprese quelle minorili, e mette in guardia dal pensare che rinchiudere un ragazzo basti a risolvere il problema. Il rischio è restituirlo alla società più arrabbiato e più solo di prima. La sicurezza è necessaria, ma non esaurisce la politica: servono scuole attrezzate, sostegno alle famiglie, luoghi di aggregazione e presenze educative continuative, prima dell’emergenza. Dopo gli scontri a Milano, due facce da bambini e gli occhi sul cellulare «Un Paese che spende più in armi che in scuola poi raccoglie quello che raccoglie», dice con una battuta amara. E propone un’immagine concreta: «Se in strada ci sono cinquecento militari, perché non immaginare anche cinquecento educatori»? Non è una contabilità contro la sicurezza, ma la misura di ciò che manca: adulti riconoscibili, disposti ad ascoltare e a restare; luoghi in cui un adolescente sia accompagnato, non soltanto contenuto. È un lavoro meno spettacolare delle forze dell’ordine e più lento di una risposta d’emergenza. 
La comunità
Ma dopo gli scontri la partita è questa: ricostruire comunità, legami, dialogo. «Se non dialoghiamo noi con questi ragazzi, se non li educhiamo noi, li educano gli altri», avverte Mapelli. E quegli altri possono essere proprio coloro che alimentano la rabbia e la trasformano in un gesto di cui, domani, i ragazzi stessi potrebbero pentirsi. Una vetrina rotta si vede subito. Il vuoto educativo, invece, resta a lungo sotto gli occhi di tutti, finché qualcuno non decide di farsene carico. Don Gino Rigoldi: «Aiutiamo i giovani a vedere il futuro» 

 Famiglia Cristiana

LA RICERCA DELLA VERITA'


 In un ambiente accogliente, lo studente può manifestare il suo desiderio profondo di comprendere, di dare un senso alla realtà. Qui si tocca la vocazione propria delle scuole e delle università: la ricerca comune della verità.

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV 
AI PARTECIPANTI AL
CONGRESSO SULLA PASTORALE SCOLASTICA E UNIVERSITARIA

[Multimedia]

con gioia vi saluto all’inizio di questo Congresso sulla pastorale scolastica e universitaria. Ringrazio il Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, i Segretari e gli Officiali, come pure coloro che avranno il compito di promuovere la riflessione e l’approfondimento; e accolgo con gioia tutti voi che siete venuti da tante parti del mondo. Mi congratulo con voi per il lavoro che svolgete nelle istituzioni educative e accademiche a favore dell’annuncio del Vangelo e della dignità della persona.

È fondamentale che la pastorale scolastica e universitaria sappia rispondere al desiderio che ognuno porta in sé e percorrere insieme un cammino, umano e cristiano. I destinatari del vostro ministero si distinguono per l’entusiasmo, la generosità, lo spirito di servizio così propri dei giovani. Eppure, quanti studenti vivono anche condizioni di disagio esistenziale! Famiglie ferite, solitudini digitali, sentimento di inadeguatezza o di timore davanti a un futuro che appare incerto. Molti attraversano i corridoi dei nostri istituti e delle nostre università e forse si sentono anonimi. Com’è importante che le scuole e le università cattoliche siano, prima di tutto, “casa”, un luogo familiare dove si è attesi. Il primo annuncio, spesso, passa attraverso uno stile di accoglienza: qualcuno che ti guarda negli occhi, che ricorda il tuo nome, che nota la tua assenza, che si rallegra del tuo ritorno.

In un ambiente accogliente, lo studente può manifestare il suo desiderio profondo di comprendere, di dare un senso alla realtà. Qui si tocca la vocazione propria delle scuole e delle università: la ricerca comune della verità. Vi incoraggio perciò a stimolare l’intelligenza dei giovani, a valorizzare le loro domande. La vostra passione –  specialmente per quanti operate in istituti cattolici –, sia quella di far sperimentare ai giovani la bellezza dell’incontro con Cristo, la fecondità della sinergia tra fede e ragione, tra il sapere della fede e i diversi altri saperi.

La pastorale scolastica e universitaria è chiamata ad accompagnare la germinazione lenta del pensiero, a insegnare a discernere e cercare con perseveranza. I processi educativi «hanno bisogno di tempi di maturazione, di confronto con la realtà oltre le apparenze e di un cammino paziente». Dobbiamo «proteggere i nostri giovani […] da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario» (Lett. enc. Magnifica humanitas, n. 140).

Non pochi giovani, oggi, sono come paralizzati dalla paura di sbagliare, di non essere all’altezza, di essere malintesi, di non corrispondere alle aspettative. Viviamo in una cultura della prestazione che mette continuamente a confronto e classifica in modo a volte spietato. Una meritocrazia male intesa finisce per non rispettare le persone. Per questo molti finiscono per rinunciare prima ancora di provare.

Aiutate i giovani che incontrate ad essere protagonisti di un modo nuovo di abitare il mondo, costruttori di fraternità, di una società più giusta. Il coraggio nasce da un patto di fiducia: dall’esperienza di qualcuno che crede in te prima che tu creda in te stesso. Gesù non ha scelto i Dodici perché erano coraggiosi; li ha chiamati e, con la sua fiducia, li ha resi capaci. Ai nostri ragazzi dobbiamo poter ripetere le parole che i discepoli rivolsero al cieco Bartimeo: «Coraggio! Alzati, ti chiama!» (Mc 10,49).

Sotto la corazza, che tanti adolescenti si costruiscono per non soffrire, si cela il desiderio di amare ed essere amati. Una pastorale scolastica e universitaria sarà tanto più feconda quanto più si concentra sull’educazione del cuore. Educare il cuore alla compassione, alla gratitudine, alla capacità di lasciarsi toccare dal dolore degli altri; educarlo alla lode e al desiderio di Dio. Il servizio ai poveri, il volontariato, la cura del creato non sono attività accessorie, ma luoghi dove il cuore impara a dilatarsi. Non dimentichiamo: carità e preghiera sono inseparabili.

Cari fratelli e sorelle, falsi maestri e messaggi ingannevoli promettono di rispondere rapidamente alle domande dei giovani. Voi, invece, avete scelto di fare qualcosa di più grande: camminare con loro lungo la strada, finché scoprano i doni che Dio ha già deposto in loro. Come il Risorto con i discepoli di Emmaus, che si avvicina, cammina con loro, ascolta, spiega, fa ardere il loro cuore e, infine, si lascia riconoscere allo spezzare del pane (cfr Lc 24,13-35). Il suo Santo Spirito illumini e sostenga sempre il vostro servizio. Maria Santissima, Sede della Sapienza, vi accompagni, insieme con la mia benedizione. Grazie.

www.vatican.va

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mercoledì 21 ottobre 2026

SENTIERI DI CARITA'


 UMANIZZARE

E 

SOCIALIZZARE

 LA CARITA'


Costruire alleanze: lavoro di rete e advocacy 


-di Luciano Manicardi 

 

Non solo una relazione personale, ma anche un’azione sociale 

 Inizio la riflessione da un testo biblico (Mc 5,1-20) che esprime con toni pittoreschi il fatto che l’azione di guarigione di Gesù non si limita ad essere un intervento personale, ma necessita del coinvolgimento di istituzioni, della collaborazione della città, necessita, diremmo oggi, di un lavoro di rete. 

In Mc 5,1-20 un uomo alienato, autolesionista, con comportamenti aggressivi verso di sé e verso altri, ingestibile, infatti “nessuno più riusciva a domarlo”, va incontro a Gesù. Possiamo pensare a un caso di grave malattia mentale. Di lui si dice che non aveva una casa. Era stato relegato dalla società a vivere fuori dal consesso civile, ed era costretto a vagare e abitare luoghi di morte: cimiteri. “Aveva la sua dimora nei sepolcri” (Mc 5,3). La società ha apposto uno stigma sulla sua persona ed egli è costretto a vivere nell’emarginazione e nell’esclusione. È respinto fuori dal contesto sociale. È uno scarto. 

Pensiamo alle versioni contemporanee dei senza casa, degli sfrattati, di chi vive ai margini delle città, di chi ha perso il lavoro e magari anche la famiglia. Pensiamo a quella povertà relazionale che accompagna povertà di tipo economico. Pensiamo alle conseguenze psicologiche di chi vive senza affetti, nell’isolamento, senza mezzi materiali, senza un tetto. La violenza di cui fa mostra quest’uomo – che certamente è alienato, fuori di sé – non è forse anche riflesso della violenza dell’emarginazione sociale e prodotto da essa? 

Proprio come i lebbrosi che dovevano introiettare il marchio che li etichettava come impuri e aggirarsi gridando “impuro, impuro” per consentire ai sani di evitarli. Emerge immediatamente il legame individuo-società. Il caso presente nel nostro testo non è solo individuale, ma sociale, investe la collettività e in questo illumina gli altri casi di povertà ed emarginazione, isolamento e respingimento che incontrate nel vostro operare. La situazione dell’uomo di Gerasa non riguarda lui solo, ma anche la famiglia e la società: si pensi anche ai casi dei lebbrosi, allontanati dal contesto famigliare, sociale e religioso per timore di contagio. E così come il male, il disagio non è limitabile al caso individuale, ma investe la dimensione sociale e collettiva, così anche l’intervento di aiuto e di carità non può limitarsi al piano individuale. 

Qui si parla sì di salute, in questo caso mentale, di un individuo, ma questo ha risvolti sociali e politici rilevanti. In gioco non c’è solo la salute di un singolo, ma anche di una collettività. Espresso con il linguaggio possibile duemila anni fa, emerge la prospettiva a cui oggi diamo nome di complessità. Ottica che impedisce di cedere alla tentazione della facilità e della semplificazione che porterebbe a cadere nel semplicismo e in soluzioni che sono solo momentanee e alla fin fine, illusorie. Primo Levi ha scritto che se “il desiderio di semplificazione è giustificato, la semplificazione non sempre lo è”. La carità deve assumere la coscienza della complessità sicché non si può esaurire nel primo intervento: ci sono problemi che investono l’ambito sanitario, le politiche degli alloggi, il lavoro, la scuola … Si pensi anche solo agli immigrati che provengono da zone del mondo diversissime per lingua, cultura, religione. 

In questo senso è utile un’incursione nella parabola del Samaritano, dove dopo il suo primo intervento di soccorso all’uomo mezzo morto lungo la strada, il Samaritano si deve rivolgere a un albergo in cui l’uomo ferito sarà ricoverato e curato fino a pieno ristabilimento. Occorre vedere in quell’albergo le istituzioni, gli enti che si fanno carico a diversi livelli e per diversi aspetti e per diversi tempi della piena guarigione dell’uomo e del suo reinserimento. 

 

Leggi qui la meditazione integrale di Luciano Manicardi

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martedì 20 ottobre 2026

INSEGNARE A DISCUTERE

 

 

Regole 

che 

funzionano




di Marco Erba*

La polarizzazione del dibattito pubblico rende sempre più urgente educare al confronto civile e ragionato.

Il dialogo faccia a faccia permette ai ragazzi di osservare le reazioni che le loro idee suscitano negli altri / Icp

La polarizzazione estrema del dibattito pubblico ogni volta che si discute di un tema sensibile è ormai evidentissima a chiunque. Quando c’è in gioco qualcosa che accende le emozioni o che tira in ballo valori considerati da qualcuno assoluti, la tendenza è correre a schierarsi, urlare molti slogan e fermarsi poco ad approfondire. È naturale che sia così nei nostri tempi di comunicazione frenetica. Per comunicare in modo incisivo servono poche parole dirette, non lunghi discorsi noiosi. Per fare hype, funzionano molto di più le posizioni radicali. Per informarsi, un prompt sulla IA ci illude di poter sostituire la lettura profonda o uno studio che dura nel tempo. È sempre più diffusa l’abitudine a dare in pasto all’IA manuali di studio, perché fornisca sintesi di concetti chiave, bigini digitali omogeneizzati: si tratta di scorciatoie magari efficaci, magari in alcuni casi anche utili, ma che non possono sostituire la fatica della frequenza con un testo, con il pensiero dell’autore, con le parole che sceglie per condividerlo.

In questo contesto, insegnare a discutere in classe è più che mai urgente. A scuola uno studente può confrontarsi faccia a faccia con altre persone, osservando le reazioni che le sue idee suscitano. Le frasi fatte non bastano, serve argomentare in modo stringente. Gli slogan di pancia lasciano in tempo che trovano, perché vengono facilmente smontati. A scuola si è costretti al dialogo in presenza, non basta un monologo di fronte a una telecamera. In quali altri luoghi e tempi della vita gli studenti hanno la possibilità di affrontare un dibattito così? Non in molti, credo. Da anni amo discutere su temi anche caldi e divisivi con i miei studenti, dando alcune regole fondamentali.

La prima: il rispetto della dignità altrui e della realtà dei fatti. Sembra una regola scontata, ma, in tempi in cui anche le idiozie o gli insulti vengono spacciati per libertà di opinione, non lo è. Il razzismo, l’omofobia, le forme di discriminazione, il becero pregiudizio e tutto ciò che calpesta l’altrui identità non sono opinioni, sono vomito e non hanno diritto di cittadinanza in un dibattito democratico. Così come non hanno diritto di cittadinanza in un dibattito le posizioni palesemente inventate: dire che la terra è piatta, che il mondo è governato da rettiliani e che gli elefanti volano non è libertà di espressione, è la sceneggiatura di un libro fantasy, o forse solo un’idiozia. Massima libertà di parola, dunque, e accettazione di ogni opinione, anche urticante o provocatoria, purché basata sulla realtà e rispettosa del prossimo.

La seconda regola: ogni opinione deve essere argomentata, motivata, dimostrata, o almeno bisogna provarci. Cartellino rosso dunque per “a me una volta è capitato che…”, “si è sempre fatto così”, “la mia personale percezione è che…”. Condividere un’esperienza individuale è certamente prezioso, farne un assoluto è del tutto fuorviante. Terza regola: il rispetto reciproco. Si parla uno per volta, si ascolta davvero ciò che l’altro dice, si entra nel merito di ciò che afferma. Nessuna opinione motivata e rispettosa è di serie B, ogni atteggiamento di superiorità morale è bandito. Quarta regola: cambiare opinione o averne una sfumata, o ritrovarsi alla fine con più domande che risposte, non è segno di debolezza, è segno di maturità. Questo non significa che su alcuni temi decisivi non ci si debba schierare o che non vi debbano essere certezze, ma significa riconoscere che la realtà è complessa: non è bianca o nera, ha mille sfumature di grigio. Per questo tenere aperte molte domande è una ricchezza: le domande schiudono il cammino, spingono ad approfondire, aumentano la curiosità.

Qualche mese fa, proprio nel pieno della polemica, assai strumentalizzata anche dalla politica, ho provato con queste poche regole a discutere in due classi del liceo delle scienze umane sul caso della famiglia del bosco. Una scelta didattica: dato che il dibattito ha coinvolto i servizi sociali e i giudici e sono emerse questioni decisive di tipo educativo, mi sembrava doveroso un confronto con persone che studiano per occuparsi di questi temi a livello professionale. Ho assistito a un dibattito ricco e rispettoso, lontanissimo dalle risse social e dalle semplificazioni gridate a squarciagola. Pur nella differenza delle posizioni, abbiamo tentato una sintesi finale, su cui tutti potessero concordare.

Ne sono emersi sette punti chiave.

Primo: ogni genitore ha diritto di educare i figli secondo le proprie convinzioni e proponendo, non imponendo, i valori e lo stile di vita in cui crede. Non esiste infatti educazione neutra e valida per tutti: educare non è una formula matematica. Chi educa testimonia inevitabilmente dei valori e propone degli stili di vita.

Secondo: dire che i figli appartengono ai genitori e non allo Stato è una forzatura. I figli appartengono a sé stessi e uno Stato civile ha il dovere di intervenire qualora i genitori non garantiscano ai figli la possibilità di crescere in condizioni sicure, in modo che sia tutelata la loro salute psicofisica.

 Terzo: i servizi sociali svolgono un servizio prezioso; sono alleati delle famiglie, non nemici. I servizi sociali esistono per affiancare i genitori, per supportarli, per permettere ai bambini di crescere in condizioni adeguate. Lo stesso vale per i giudici: non sono certo mostri che allontanano i bambini a cuor leggero; gli allontanamenti, di norma, avvengono dopo che si sono tentate tutte le strade possibili e sono l’extrema ratio.

Quarto: non si dovrebbe mediatizzare ed enfatizzare un caso così sensibile. Il rischio è creare tifoserie che da una parte non rispettano le difficoltà e il dolore di una famiglia e dei suoi bambini e dall’altra demonizzano giudici, educatori e servizi sociali, in una spirale di sospetto e sfiducia verso le istituzioni molto molto pericolosa.

Quinto: per giudicare un caso del genere bisogna aver letto tutti gli atti dall’inizio alla fine; per questo, per fortuna, a decidere di questioni così delicate sono persone che ci lavorano per mesi, non leoni da tastiera che hanno sentito due minuti di notizia al telegiornale o hanno letto un post e pretendono perciò di avere la verità in tasca. “La quasi totalità delle persone che si stanno indignando in un senso o nell’altro, non hanno gli elementi per poter giudicare” ha detto una studentessa, con l’approvazione di tutti i compagni.

Sesto: il benaltrismo rischia di inquinare ogni discussione ed è sempre dannoso. Il benaltrismo introduce un elemento non coerente con il tema di cui si sta discutendo. È ovvio che ci sono altre situazioni problematiche, ma metterle in campo non porta contributi alla discussione su questo tema e sposta il tiro, creando confusione.

Settimo: è necessario avere fiducia nelle istituzioni, che possono sbagliare, ma non possono essere screditate nel complesso. Le persone delle istituzioni non sono infallibili e chi sbaglia deve pagare, ma sindacare su ogni cosa senza avere gli elementi e diffondere sfiducia è socialmente devastante. L’atteggiamento di base nei confronti di chi serve lo Stato deve essere di apertura e di fiducia, o il nostro vivere insieme rischia di vedere minate le proprie fondamenta. Al termine del dibattito ho ringraziato i miei allievi di quattordici e quindici anni perché mi hanno confermato, col loro confronto civile e ragionevole, che c’è speranza per il futuro e che farsi domande, ragionando più col cervello e col cuore e meno con la pancia, è sempre un dono.

Ovviamente non siamo giunti a una conclusione univoca su questo singolo caso, ma questo è un ulteriore elemento di ricchezza.


*Insegnante e scrittore

www.avvenire.it

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LA PERSONA AL CENTRO

 


DEMOCRAZIA


Libertà, uguaglianza, 

partecipazione 

e bene comune

 costituiscono

 i fondamenti 

di una convivenza democratica 

che riconosce nella dignità umana 

la propria essenza

La rivoluzione digitale, l’IA, le disuguaglianze 

e il ritorno della guerra mettono alla prova

 le società in cui viviamo


-di FABIO MAZZOCCHIO e LUCIANO CAIMI

Il secolo scorso ha rappresentato una fase decisiva per la progressiva affermazione dei princìpi democratici e delle forme di governo capaci di tradurli in pratica. Parallelamente a tale diffusione, è maturata la consapevolezza che la democrazia non possa essere considerata semplicemente un sistema di governo o un insieme di regole per garantire una convivenza ordinata nel rispetto delle libertà individuali.

Ridurre la democrazia a mera architettura istituzionale o a semplice procedura per assicurare decisioni efficaci nell’interesse generale significherebbe coglierne soltanto una dimensione. Nell’idea democratica è infatti presente una realtà più profonda, che ne costituisce la vera forza e ne spiega la superiorità rispetto ad altri modelli politico-istituzionali. Essa risiede in un insieme di valori che la coscienza moderna ha riconosciuto attraverso un lungo percorso storico e che hanno trovato espressione nelle istituzioni rappresentative, nelle norme giuridiche e negli organismi di governo. Dietro gli aspetti procedurali, pur indispensabili, si colloca dunque un fondamentale nucleo etico e culturale. Per questo motivo, i benefici della democrazia non si limitano all’efficienza dell’azione pubblica, ma riguardano direttamente la qualità della convivenza civile e la dignità delle relazioni umane.

Libertà e uguaglianza costituiscono i princìpi essenziali che qualificano la democrazia come sistema politico. Essa rappresenta, anzitutto, il tentativo di garantire i diritti fondamentali della persona, nel rifiuto di ogni forma di assolutismo. Al tempo stesso, favorisce la pace e promuove le libertà individuali quali espressioni del progresso umano. Si fonda su: partecipazione responsabile dei cittadini alla vita pubblica, formazione della coscienza civica e impegno per una reale uguaglianza tra le persone. Il suo centro è, dunque, la persona umana, riconosciuta nella sua irriducibile dignità e unicità.

I princìpi cardine della democrazia moderna (sovranità popolare, uguaglianza, separazione dei poteri, tutela delle libertà individuali) trovano il loro significato più autentico nella promozione e nella difesa della persona. Tali princìpi si concretizzano attraverso la pratica della tolleranza, il rifiuto della violenza, il rispetto dell’altro, la fiducia nel libero confronto delle idee come strumento di progresso sociale e l’assunzione del bene comune quale criterio ispiratore dell’azione politica. In questa prospettiva, il bene comune ‒ notoriamente ‒ non coincide con la semplice somma degli interessi individuali, ma si configura come l’orizzonte entro il quale la comunità politica opera al servizio dell’intero corpo sociale, valorizzandone la ricchezza e la pluralità, secondo una visione che Giorgio La Pira ha espresso con particolare efficacia. Oggi però la democrazia si trova ad affrontare profondi cambiamenti, che ne mettono alla prova la stabilità e l’efficacia. Da un lato, fenomeni strutturali, quali la globalizzazione, la rivoluzione digitale, le disuguaglianze economiche e sociali, il sottosviluppo in vaste aree del pianeta, dall’altro, la crescita di sentimenti antipolitici, l’emergere di regimi autocratici e il ritorno di logiche conflittuali tra gli Stati, stanno generando tensioni che rischiano di erodere la fiducia nelle istituzioni democratiche.

Particolare attenzione meritano due fenomeni, che hanno attivato trasformazioni profonde nella vita personale, pubblica, istituzionale. Il primo riguarda le nuove tecnologie digitali e la crescente diffusione dell’Intelligenza Artificiale. Da più parti è stato evidenziato il rischio che gli algoritmi possano, fra l’altro, influenzare la circolazione delle informazioni e condizionare la formazione dell’opinione pubblica, alterando gli spazi del confronto democratico. Jürgen Habermas, riflettendo sulle ambiguità strutturali dell’attuale ecosistema digitale, ha perfino ipotizzato una possibile «disintegrazione della sfera pubblica politica», così come è stata conosciuta nelle moderne democrazie rappresentative. A ciò si aggiunge il timore di nuove forme di controllo sociale, legate a quello che Shoshana Zuboff ha definito «capitalismo della sorveglianza». Il ruolo globale, sempre più pervasivo e spesso opaco nella gestione dei dati, da parte delle grandi piattaforme tecnologiche, esercita infatti un influsso crescente sul piano economico, politico, amministrativo e persino geopolitico, ponendo rilevanti interrogativi circa l’effettivo esercizio della sovranità democratica.

Il secondo fenomeno concerne il ritorno della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati. È sempre più messa in discussione la pace, quale valore fondante della convivenza tra i popoli. Ne risulta indebolito anche il principio secondo cui le controversie tra i vari Paesi dovrebbero essere affrontate mediante la mediazione diplomatica e il rispetto del diritto internazionale. In tale contesto, la difesa della cultura della pace, del dialogo e della cooperazione tra le Nazioni si configura come una delle sfide più decisive per il futuro delle democrazie e per la salvaguardia dell’ordine mondiale.

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IL SENSO DEL LIMITE

 


Violenza

 giovanile, 

ruolo degli adulti



-di ERALDO AFFINATI

La protesta giovanile, anche quando si esprime attraverso sparute minoranze, segnala sempre un malessere di rilevanza storica, in quanto i giovani sono la schiuma dell’onda che s’infrange sugli scogli: il loro movimento implacabile, apparentemente cieco, segnala la forza anche oscura ma inarrestabile della nostra stessa vita. Così le decine di facinorosi minorenni incappucciati che a Milano hanno saccheggiato i negozi intorno al Duomo non rappresentano certo la maggioranza dei loro coetanei; tuttavia, possono segnalare un’inquietudine generazionale di cui, al di là delle specifiche circostanze di cronaca, dobbiamo prenderne atto.

I gesti violenti, è ovvio, vanno sempre condannati, ma dopo aver applicato le sanzioni necessarie, bisogna provare a comprendere in quali contesti sono nati e a cosa rispondono.

In questo crinale del ventunesimo secolo molti adolescenti, di diversa estrazione sociale e culturale, stanno alzando le barricate.

Dai movimenti kenioti, tesi a rivendicare l’uguaglianza sociale, alla rabbia dei ventenni nepalesi, specie quelli esclusi dalla gestione della cosa pubblica, dalle masse albanesi impegnate a chiedere le dimissioni del premier Edi Rama, fino agli incendiari che nei giorni scorsi hanno messo a ferro e fuoco il centro di Parigi, una specie di febbre planetaria sembra animare le ultime generazioni, anche là dove non sono presenti, come in Palestina o in Ucraina, contrasti territoriali veri e propri. Sebbene le ragioni del dissenso siano proclamate a chiare lettere sugli striscioni che denunciano la corruzione dei ceti più abbienti e la violazione dei diritti umani, sino a istanze molto più spicciole ma non meno pressanti, come ad esempio il caro degli affitti per gli studenti universitari nostrani, abbiamo la sensazione di ascoltare un urlo rauco e disarticolato che proviene da una posizione anteriore: se riuscissimo a localizzarla, forse potremmo aiutare i rivoltosi venendo loro incontro in modo non semplicemente normativo e precettistico. Non sarebbe questo il vero compito da assolvere per ogni educatore?

Cos’hanno in comune i ribelli scatenati che da una parte all’altra del globo mostrano gli artigli? Forse niente, se non il fatto di essere tutti nativi digitali, dall’Asia all’Africa, dall’Europa all’America, cresciuti con una percezione della realtà completamente diversa rispetto al più recente passato. Quando il linguaggio si sgancia dall’esperienza, anche i gesti quotidiani rischiano di essere alterati. Si può avere l’impressione di un’assenza di limiti non legata soltanto all’immaturità del singolo individuo ancora in formazione, ma anche alla legittimazione dell’arbitrio. Insulto una persona e non mi succederà alcunché. Attacco questo e quello e posso farla franca. Giudico anche ferocemente tizio e caio e la passerò liscia. Fosse così, il delirio surrealista dell’azione priva di riscontro avrebbe conquistato il nostro inconscio. E chi, se non un giovane, potrebbe meglio sperimentarlo?

Vaniloqui, sogni, farneticazioni? Può essere. Ma certo si tratta di un carattere antropologico davvero inedito, che riguarda anche gli adulti, sul quale gli esseri umani continuano a interrogarsi senza ricavare un ragno dal buco. Per ora ci limitiamo a renderci conto di ciò che sta cambiando a velocità supersonica sotto i nostri occhi: cose grosse, tipo il concetto di responsabi-lità, la natura della libertà, lo statuto dell’opera d’arte, la qualità della relazione umana, il senso stesso dell’istruzione. Valori morali. Fondamenti religiosi. 

E vorremmo quindi illuderci di poter passare indenni attraverso questo cerchio di fuoco, cercando di non bruciarci le ali? Chiunque in tempi anche recenti lo avesse sperato, adesso dovrebbe ricredersi. 

E chissà forse certi genitori che ieri l’altro sono andati in questura a riprendersi i ragazzi arrestati dalle forze dell’ordine mentre arraffavano le merci rubate, pare che alcuni abbiano solo dodici anni, avranno guardato negli occhi i loro figli senza riconoscerli.


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