nelle nuove
Indicazioni nazionali
per i licei
Il 22 aprile 2026 il
Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato la bozza delle nuove Indicazioni
nazionali per i licei, un documento di legge presente sul sito del
Ministero «fortemente voluto» dal ministro Valditara, che riscrive i programmi
della scuola secondaria di secondo grado a oltre quindici anni dalla revisione
del 2010. Il testo, elaborato da una commissione di oltre 130 esperti guidata
dalla pedagogista Loredana Perla, è in consultazione pubblica fino al 31
maggio. L’entrata in vigore è prevista per l’anno scolastico 2027/2028.
«Non si tratta di una
semplice revisione di programmi: è un ripensamento strutturale della funzione
formativa del liceo, del rapporto tra discipline e tra scuola e società», si
legge sempre sul sito ministeriale. Un testo importante, dunque, che forse
avrebbe meritato maggiore attenzione da parte di un’opinione pubblica che si
concentra sui sintomi sempre più allarmanti della crisi dei giovani, ma dedica
ben poca attenzione al mondo della scuola, che della loro educazione è un luogo
fondamentale.
Le Indicazioni non
intendono sostituire i programmi scolastici – la cui elaborazione, in base al
principio dell’autonomia, è affidata ai singoli istituti – ma orientarli
fornendo loro una cornice complessiva che evidentemente avrà un peso decisivo
nella loro definizione.
Alcune delle innovazioni
elencate nella presentazione del Ministero appaiono effettivamente ispirate a
un apprezzabile sforzo di collegare la scuola alla vita reale degli studenti,
superando una frattura che oggi rende spesso gli studi scolastici estranei ai
loro interessi e ai loro problemi. Così, si legge, «una delle novità più
rilevanti sul piano didattico-epistemologico è l’introduzione di una sezione
intitolata “Perché studiare questa disciplina”», con l’intento di «illuminare
il valore formativo di ogni disciplina, agganciando i saperi appresi alla
realtà contemporanea e alla motivazione ad apprendere degli studenti». Se
le scuole recepiranno questa indicazione, sarà meno frequente che le ore del
mattino siano dedicate a una cultura estranea alla vita, e quelle del
pomeriggio e della sera a una vita estranea alla cultura.
Sicuramente opportuno è
anche il superamento della mostruosa fusione, voluta dal ministro Gelmini al
tempo del governo Berlusconi, tra Storia e Geografia: «La Geostoria scompare.
Al primo biennio, Storia e Geografia tornano a configurarsi come discipline
distinte, ciascuna con la propria specificità metodologica». Più
discutibile appare invece «la scelta di incentrare lo studio della storia sulle
vicende dell’Italia e dell’Occidente» che, in un mondo sempre più interconnesso
e globalizzato, appare suscettibile di dar luogo – nei programmi e nella prassi
scolastica – a distorsioni nazionalistiche di cui il sovranismo, in campo
politico, è l’espressione, con le conseguenze che abbiamo sotto gli occhi.
Interessante l’obiettivo
di far passare lo studio della Matematica «da tecnica a pensiero», introducendo
un esplicito riferimento all’AI «come territorio critico da governare» e, al
quinto anno, «uno spazio strutturato di approfondimento in cui lo studente
connette la matematica alla scienza, alla storia delle idee o ai propri
interessi personali».
Pienamente condivisibile
è anche la prospettiva additata per lo studio della Letteratura: «Leggere per
capire sé stessi». «Leggere i classici non è un atto di deferenza verso il
canone: è un modo per capire da dove si viene, cosa si pensa, cosa si desidera.
E per poter cambiare, crescere, auto-crearsi».
Una disciplina nei cui
confronti mi rende particolarmente sensibile la mia esperienza di insegnante,
per quarantun anni, nei licei, è la Filosofia. Personalmente condivido
senz’altro l’esigenza, espressa nelle Indicazioni, di superare una prospettiva
esclusivamente storicistica – la quale riduceva i filosofi studiati a reperti
del passato senza alcun rapporto con i problemi degli uomini e delle donne di
oggi – e di affiancare, alla giusta esigenza di ricostruzione filologica del
loro pensiero, quella di un «esercizio di riflessione, interrogazione,
giudizio, argomentazione» da parte degli studenti.
«Un approccio che
richiede ai docenti di uscire dalla comodità del commento storiografico per
entrare nella dimensione del laboratorio del pensiero — dove l’errore,
l’incertezza e il conflitto tra posizioni diverse diventano risorse e non
ostacoli». Solo se inserite in un percorso di ricerca personale di senso e di
verità da parte dei giovani le diverse letture della realtà, della vita e della
storia da parte dei filosofi possono acquistare il valore di alternative con
cui misurarsi esistenzialmente, piuttosto che apparire un semplice gioco in cui
ognuno dice il contrario degli altri.
I criteri per i programmi
di Filosofia
Proprio in rapporto alla
mia esperienza personale scelgo di esaminare ciò che in particolare le
Indicazioni prevedono per questa disciplina. La riflessione risulta sollecitata
anche da una petizione firmata da più di 60 docenti e intellettuali, tra cui nomi
autorevoli come quello di Massimo Cacciari, intitolata “Difendiamo
l’insegnamento della filosofia a scuola”, dove si denunciano «scelte molto
gravi per quanto riguarda l’insegnamento della filosofia nelle scuole
superiori».
Ma vediamo prima cosa
dice il testo delle Indicazioni ministeriali. In riferimento al duplice
approccio, problematico e storico sopra accennato, in esso si parla di «due
modalità di insegnamento e apprendimento della filosofia di valore reciproco,
complementari e integrabili fra loro. La prima accentua l’approccio diacronico:
per ogni anno del triennio, si richiede l’approfondimento di autori e correnti
attraverso uno sviluppo storico. La seconda privilegia l’approccio tematico:
per ogni anno del triennio, si prevede l’analisi di problematiche fondamentali
della tradizione filosofica».
In altri termini, agli
studenti verrà proposta, come ora, la storia della filosofia nel suo arco
temporale ma, accanto a questa dimensione storica, ce ne sarà una maggiormente
volta all’approfondimento personale dei problemi, partendo dal pensiero degli autori
del passato come stimolo a elaborare il proprio. Posso solo dire che in realtà
è quanto ho personalmente cercato di fare nel mio insegnamento e dei cui
risultati credo di poter essere contento, anche alla luce dei riscontri
ricevuti dai miei ex studenti nel corso degli anni.
Per questo non condivido
la lettura estremamente negativa che di questa innovazione si dà nella
Petizione, dove essa viene definita come «il tentativo di aggredire il
sapere storico e la ricchezza delle sue articolazioni, proponendo il suo
ridimensionamento metodologico in favore di una nuova “modalità” di
insegnamento della filosofia, definita “tematica”, dietro la quale si
nasconde la precisa volontà […] di diluire l’inquadramento storico-critico
delle problematiche filosofiche con una pseudo-metodologia di importazione del
tutto estranea alla nostra tradizione nazionale e funzionale unicamente a
obliterare la storia e neutralizzare la profondità critica della filosofia»
Il riferimento è,
probabilmente, ai programmi di Paesi come la Francia, dove la Filosofia si
studia a scuola per grandi temi e non come Storia della filosofia. Una
soluzione che anch’io ritengo inadeguata, perché senza la dimensione storica il
senso delle elaborazioni teoriche proposte dai filosofi viene sganciato dal
contesto concreto in cui il loro pensiero è maturato.
Ma le Indicazioni
mantengono ferma la necessità dello studio storico e il correttivo che portano
è al pericolo – tutt’altro che ipotetico, stando alla mia esperienza – di
ridurre la filosofia a una carrellata storica di personaggi del passato
misconoscendo così l’intento degli stessi autori, che non volevano essere
studiati come espressione della loro epoca, ma proporre soluzioni a problemi
che ieri come oggi tutti ci poniamo.
Critiche fondate
Le critiche più gravi –
stavolta fondate – sono però rivolte dai firmatari della Petizione all’elenco
degli autori che i futuri programmi scolastici dovrebbero prevedere. Nella
denuncia si parla di «temeraria esclusione di alcuni grandi
classici della tradizione moderna e contemporanea, veri e propri giganti della
filosofia razionalista e materialista e, più in generale, del pensiero
critico»: Spinoza, Leibniz, Marx sono gli esempi portati come «i più
sconcertanti». E, si fa osservare, mancano anche Fichte e Schelling. Non si può
non dare ragione a chi si ribella davanti a omissioni di questa portata.
Alla lista delle
ingiustificate omissioni aggiungerei – anche se gli autori della Petizione non
lo fanno – i nomi di Schopenhauer e di Kierkegaard. Per non dire che, nella
parte dedicata ai grandi temi, mancano quelli relativi a problemi fondamentali
per la maggior parte dei filosofi e ancora aperti davanti a ognuno di noi, come
quello di Dio, della morte, del male (anche se di questo gli autori della
Petizione non si scandalizzano).
A rafforzare questa
percezione di leggerezza e lacunosità è il suggerimento di proporre ai ragazzi,
a scelta, «il pensiero politico in un autore tra Hobbes, Locke e Rousseau»,
come se fosse possibile comprendere gli sviluppi del pensiero e della politica
della modernità prescindendo da uno di essi!
Il peso di queste
esclusioni è peraltro accresciuto, come si nota nella Petizione,
dall’inclusione, invece, della filosofia italiana dell’Ottocento e del
neo-idealismo di Croce e Gentile.
Si è replicato, da parte
della Commissione che ha elaborato il progetto, che si tratta solo di un elenco
indicativo e non vincolante. Non è una buona giustificazione, data l’importanza
di un documento destinato a influire comunque sull’impostazione culturale dei
programmi scolastici di tutta Italia nei prossimi anni.
E peraltro, quale che ne
sia la recezione, colpisce che gli autori di una Commissione ministeriale
evidenzino una visione così inadeguata della storia del pensiero. Non mi sento
di sostenere, come invece fanno i firmatari della Petizione, che essa sia legata
al «fantasioso progetto di “egemonia culturale” che un governo in ritirata
tenta di lasciare, a legislatura quasi conclusa, come polpetta avvelenata al
mondo della scuola». Ma certo da un Ministero che rappresenta la cultura della
destra, quest’ultima non risulta rafforzata.
Pur restando gravi queste
omissioni, non è rassicurante neppure la virulenza polemica che porta i critici
a misconoscere e liquidare in blocco gli aspetti positivi delle Indicazioni,
che pure – come ho cercato di evidenziare – sono in complesso prevalenti.
È previsto un dibattito (anche se i tempi destinati ad esso appaiono
troppo ristretti). Sarebbe bello che, trattandosi del futuro della nostra
scuola e della cultura che essa dovrà trasmettere ai nostri figli, per una
volta si uscisse dalla logica dello scontro e ci si sforzasse di ascoltarsi
davvero a vicenda.