lunedì 25 maggio 2026

MAGNIFICA HUMANITAS


*Con la presentazione di stamane dell'Encilcica di papa Leone XIV comincia il dibattito sull'IA*

Una presentazione stamane, nell'aula del Sinodo in Vaticano, che ha coinvolto diverse voci: dai cardinali alle menti dell'IA


-di Antonio Tarallo

Evento singolare, se non unico, quello di stamane nell'aula del Sinodo in Vaticano: la presentazione dell'Enciclica di papa Leone XIV, documento atteso, in cui il pontefice ha voluto concentrare l'attenzione della Chiesa su un tema ormai sulla bocca di tutti, l'IA, ossia l'intelligenza artificiale. Una presentazione alla quale lo stesso papa Leone XIV ha voluto partecipare con un intervento. Già nella prima mattina, tanti gli editoriali e le parole su questo documento che reca la firma del pontefice, la sua prima Enciclica. Desta attenzione mediatica, e per gli esperti delle “cose” vaticane. 

 Una presentazione ricca di interventi che si sono alternati attorno alle pagine del documento pontificio. Sono stati tre, i cardinali, che hanno “illustrato” le parole del papa: il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, per primo; poi i cardinali Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, e Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. Parolin nel ruolo di moderatore di questo evento che potrebbe considerarsi “a tutti gli effetti” una tavola rotonda. Ma prima di questa, lo stesso porporato si è soffermato inevitabilmente sulla “transizione digitale”, nella quale “come in un prisma” convergono diversi temi del nostro oggi come la dignità della persona, il lavoro, la libertà, la qualità dei legami sociali, la pace, la giustizia, la responsabilità verso la casa comune. Una relazione, quella di Parolin, che ha sottolineato l'importanza dell'attenzione della Chiesa sui temi che l'Enciclica ha presentato. Si sta evolvendo e sta vendendo una sua “rinascita” la Dottrina sociale della Chiesa. 

 Su tre parole si è snodato, invece, l'intervento del cardinale Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale: “Ingegno, coscienza e cura”. L'IA “è un cantiere”, ha detto il porporato e questa “può sostenere la cura della nostra casa comune e servire lo sviluppo dei popoli”. Ma, allo stesso tempo, “può concentrare il potere, esacerbare le disuguaglianze e lasciare indietro coloro che si trovano già ai margini”. Bisogna, dunque, stare attenti da queste possibili nocive direzioni.  

Una lettura sul presente è stata invece presentata dal cardinale Fernández: guarda all'umanità ferita da guerre e odii. Ha parlato di nuove forme di schiavitù, da cinismo e crudeltà. A questa crudeltà - dice il prefetto del Dicastero per la Cultura - è necessario rispondere anche con la bellezza, come la stessa enciclica ricorda. Come alcuni nomi che hanno fatto la santità: si pensi solamente a quello di madre Teresa di Calcutta, fra tutte. Ma non solo: altri nomi, quelli di Dorothy Day, Marie Curie, Elisabeth Elliot. E tanti altri. Assieme ai loro nomi che hanno umanizzato l'umanità ci sono quelli “ignoti”, quelli che affrontano la vita ogni giorno con tenacia e perseveranza, con amore: sono le persone “comuni” che si adoperano per il bene della civiltà.

 E poi, gli esperti del campo. Tutti nomi autorevoli del mondo delle nuove tecnologie sono intervenuti stamane alla presentazione della prima enciclica di Leone XIV. Nomi che hanno dietro le spalle un passato di studio e sul campo delle nuove tecnologie: un apporto interessante che ha reso la mattinata un vero e proprio convegno non solo sulla stessa enciclica ma sul vasto ventaglio di proposte che l'IA serba per il futuro. 

 I nomi, dunque, portatori di esperienze: Christopher Olah, cofondatore di "Anthropic" e responsabile della ricerca sull'interpretabilità dell'IA; Anna Rowlands, professoressa di Teologia politica, Dottrina sociale della Chiesa ed Etica teologica delle migrazioni umane presso il Dipartimento di Teologia e Religione della Durham University, in Inghilterra; Leocadie Lushombo, professoressa di Teologia politica e Pensiero sociale cattolico presso la Jesuit School of Theology della Santa Clara University, in California.

 Papa Leone XIV: "Il cristiano non è semplicemente un filantropo, ma persona compassionevole"

Christopher Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile della ricerca sull'interpretabilità dell'IA sull'IA: "E' un po' come dare vita a un personaggio di fantasia. E ora stiamo entrando in un mondo straordinario in cui questi personaggi di fantasia ci parlano, sono attivi, hanno un lavoro". La Lushombo invita soprattutto a non perdere i propri valori umani a causa dell'IA, che rende l'apprendimento transazionale. Questo è uno dei passaggi sottolineati proprio dall'enciclica. La professoressa Rowlands loda l'attività della Chiesa sul tema dell'IA perché è proprio compito della comunità ecclesiale quello di “accompagnare l'umanità mentre si affanna per raggiungere il suo vero bene e di promuovere l'unità”. 

 Voci, volti, esperienze. Tutto in un dibattito, quello di stamane, che sembra divenire preludio di un dibattito ancora più vasto. Capiremo nei prossimi giorni, nei prossimi mesi, nei prossimi anni, cosa avverrà. 

ENCICLICA

(ACI Stampa).

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LA TORTA ODISSEA

 


NON HO L'ETA'




 
a 15 anni è ozioso

 (e cosa serve davvero).


-di Alessandro D’Avenia


Qualche giorno fa abbiamo portato a termine un'odissea: l'Odissea. Abbiamo letto integralmente il poema in classe ad alta voce, e quando ho pronunciato l'ultimo dei 12.110 versi si è levato un applauso e i miei quattordicenni hanno svelato una torta fatta in casa per festeggiare. La «Torta Odissea» è al cacao, a forma a cuore (Itaca), con una «O» al centro, buonissima. Un viaggio inaugurato a settembre: «Ma è un mattone», dissero quando annunciai l'impresa. «Sì - risposi - per costruirci una casa che resiste al tempo, se non volete accontentarvi di rifugi improvvisati dalla dopamina, che verranno spazzati via al primo incontro vero con la vita: il primo lutto, il primo amore, la prima crisi». Abbiamo disposto i banchi a ferro di cavallo e affidato a ciascuno la voce di un personaggio, perché l'unica interpretazione di un testo è proprio la sua «interpretazione», viverlo, eseguirlo, come in musica, tanto più se si tratta di 24 «canti»: 30 minuti ciascuno ad alta voce. Basterebbero 12 ore filate, ma li centelliniamo come un vino pregiato, un (in-)canto a settimana: 24 settimane (noi 23 perché una volta hanno chiesto di leggerne due di seguito, un caso di binge-reading scolastico). Mai avremmo festeggiato con una torta la lettura di un brano antologico, perché festa si fa solo quando si compie un'impresa «memorabile», cioè che rimane. Dove? 

 Dopo aver finito la lettura ho mostrato loro il trailer di «Odissey», l'atteso film di Cristopher Nolan. I ragazzi, oltre ad aver riconosciuto personaggi e episodi, forti della lettura integrale (i libri consunti, pieni di appunti e posti-it per me sono già un voto, e una studentessa ha detto alla madre che la sua Odissea va conservata per bene) hanno notato delle incongruenze. A scuola testiamo soprattutto la capacità mnemonica, dimenticando che l'intelligenza specificamente umana non è un magazzino ma un processo, che ha nell'attenzione la linfa e nella meta-cognizione il frutto: tenuta e capacità di giudicare i propri pensieri/sentimenti, valutare il pensato e il sentito e verificare se corrispondono alla realtà o a pregiudizi, illusioni, automatismi... Non c'è intelligenza senza consapevolezza dei propri pensieri, perché intelligenza (da inter, tra, dentro, e legere, cogliere) è capacità di scegliere. Intelligente non è chi sa più dati sull'Odissea (quella è capacità mnemonica che oggi identifichiamo con l'intelligenza tanto da definire tale quella artificiale), ma chi ha attivato la «modalità» Ulisse: capacità di stare di fronte al caos del reale e decidere, di volta in volta, chi essere e che cosa fare, senza soccombere o lasciarsi manipolare.  

 Un'intelligenza attenta e attiva: osserva, giudica, valuta, discerne, sceglie, inventa, crea...  

Nel poema più volte l'eroe parla a se stesso, mostrando l'unicità umana: abbiamo quella che, metaforicamente, chiamiamo «interiorità» o «profondità», intercapedine tra noi e il mondo, che ci consente di comprenderlo, trasformando il caos in cosmo, l'incompiuto in sfida.  

Di recente si è discusso se leggere Manzoni a 15 anni o dopo, dibattito ozioso perché da sempre siamo noi insegnanti a sapere se e come adattare al tipo di classe e alunni quello che i programmi indicano: siamo postini che devono consegnare lettere proprio al tuo numero (e senso) civico. I quindicenni di quarant'anni fa non erano più intelligenti, ma erano sfidati a diventarlo. Come? Non «abbassando il tiro»: l'arciere per arrivare a segno dirige infatti la mira più in alto. È così anche nell'educazione: solo puntando più in alto si fa centro.  

Per esperienza posso dire che bisogna farlo anche prima. Quando ho iniziato a insegnare, nel 2000, in una scuola media romana, inaugurammo un progetto che dura da allora: «Il classico di classe» (lettura integrale di un'opera in ogni classe). In una, essendo a Roma, scegliemmo l'Eneide. Trasformammo la lettura del poema in un di gioco di ruolo: la classe era divisa in tre gruppi di ricercatori (geografi, antropologi, teologi) a seconda dell'aspetto da indagare. Ho incontrato di recente uno di quegli alunni, quasi quarantenne, che ricorda bene quella lettura, perché la memoria a lungo termine non si attiva con l'interrogazione ma con la densità dell'esperienza vissuta. Chi dimentica un viaggio impegnativo e avventuroso? La vita sentita, anima e corpo, diventa così termine di paragone, metro di giudizio per tutto ciò che si incontrerà in futuro. Per questo sono felice di aver contribuito a realizzare un libro appena uscito: «Il cammino verso la felicità: la Divina Commedia raccontata a mio figlio» (Mondadori). Il viaggio integrale di Dante raccontato da un professore universitario di filologia e paleografia, Paolo Pellegrini (sua una bella biografia dantesca uscita per Einaudi nel 2021), come faceva con i figli piccoli per far capire loro il suo strano lavoro, e illustrato dal bravissimo Fabiano Fiorin. Una Commedia che, in base a livello e sensibilità, si può dar da leggere o leggere insieme a figli e alunni dai 6 ai 13 anni, per cominciare a gustare la più bella storia mai scritta, che comincia proprio quando il suo autore, a 9 anni, vide per la prima volta Beatrice.  

I bambini hanno diritto a storie di qualità, perché le storie sono strumenti di conoscenza di sé e del mondo, necessari a sviluppare un'intelligenza capace di giudicare la verità di ciò che incontrano: dove c'è realtà e dove illusione, perché chi «intellige» (legge dentro) diventa libero. Rinunciare a questo significa lasciare i bambini in balia del più forte: pensieri non pensati, sentimenti non sentiti. La «torta Odissea» mi ha ricordato che un capolavoro è un compleanno dell'umano e dell'umanità, come dice un personaggio dei «Demoni» di Dostoevskij: «Io sono un vecchio superato, e dichiaro solennemente che lo spirito della vita soffia come prima e la forza vitale non è esaurita nei giovani. L’entusiasmo della gioventù contemporanea è puro e luminoso come quello dei nostri tempi. È accaduta solo una cosa: uno spostamento di scopi, la sostituzione di una bellezza con un’altra! Tutto il malinteso sta nel dubbio se sia più bello Shakespeare o un paio di stivali, Raffaello o il petrolio... ma io dichiaro che Shakespeare e Raffaello sono già il vero frutto di tutto il genere umano e, forse, il frutto più alto che mai possa essere! È già stata raggiunta la forma di bellezza senza cui forse non acconsentirei nemmeno a vivere».  

La scuola, dentro o fuori dalle mura, è la «conversazione» tra i «perenni» e i «recenti», i primi rispondono alla domanda dei secondi: come si fa a non morire? Come acconsentire alla vita? Ma per essere davvero «perenni» hanno bisogno di testimoni. Non si tratta di decidere se leggere Manzoni ma di avere adulti che incarnino il romanzo, come aveva intuito nel 1953 Ray Bradbury in Fahrenheit 451, in cui non narrava una civiltà del futuro senza libri, ma descriveva quella in cui, distratti e manipolati, si smette di leggere: la nostra.  

Invece di linee guida sui programmi abbiamo bisogno di una riforma dell'accompagnamento alla lettura dai 6 ai 18 anni. Servono, come nel libro di Bradbury, persone capaci di interpretare i libri ad alta voce, Maestri di Lettura con qualifica drammaturgica, audiolibri viventi. Basterebbe un'ora a settimana, ad alta voce, per 13 anni di scuola (circa 400 ore di lettura per 30 pagine l'ora) per regalare ai nostri ragazzi 12.000 pagine incarnate (un libro da 800 pagine l'anno, o 2 da 400 o 4 da 200...). Ascolto attivo: caccia ai tesori del testo, appunti e domande. Interrogativi, non interrogazioni. Intelligenza carnale, perché la bellezza è passeggera nella mente, ma è immortale nella carne.

Corriere della Sera

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INSEGNANTI CATTOLICI NEL MONDO

-di Giovanni Perrone

IN ROMANIA IL CONVEGNO INTERNAZIONALE SULL'EDUCAZIONE CATTOLICA

Si avvia oggi l’incontro internazionale sull’educazione cattolica nel mondo. Il tema è “Essere insegnanti cattolici nelle diverse realtà del mondo. Sfide e speranze”.

È organizzato dall’UMEC-WUCT e dalla Diocesi di Oradea. Vi partecipano vescovi e insegnanti provenienti da varie diocesi, nazioni e continenti.

L’eparca di Oradea, il vescovo Virgil Bercea, co-organizzatore dell’evento, e il vicario, papas Paul Popa, sostenitori della presenza e dello sviluppo dell’Unione nei paesi orientali, evidenziano l’importanza dell’incontro, occasione di confronto e di progettazione per tutti. “Abbiamo accolto l’invito di Papa Leone, a “disegnare nuove mappe di speranza”, ci dicono. “La presenza di insegnanti cattolici nel mondo, infatti, è segno di speranza per tutti, cristiani e non cristiani. Essere insegnanti cattolici vuol dire impegnarsi nel quotidiano scolastico e sociale a testimoniare i valori del Vangelo, nel rispetto delle varie realtà e culture. Andate e predicate in tutto il mondo, è l’invito di Gesù, nel momento dell’ascensione. Non abbiate paura: Io sono con voi”.

Concorda il presidente dell’UMEC-WUCT, il professore Jan De Groof: “L’insegnante cattolico è chiamato ad essere un cittadino attivo, a dare anima ai saperi scolastici, a farne percorsi di pace, di solidarietà e di dialogo; a prestare attenzione ai più deboli ed emarginati ed essere fecondo punto di riferimento per alunni, famiglie e complesse realtà ove operano”.

De Groof è di ritorno dal recente incontro degli insegnanti cattolici in Africa sulle sfide educative nel vasto continente, organizzato insieme all’Arcivescovo di Kigali (Rwanda), il cardinale Antoine Kambanda e a “l’Institut Pacte Éducatif Africain (IPEA). In Africa l’UMEC-WUCT è da anni impegnata anche, insieme all’UNESCO, a promuovere iniziative di formazione e solidarietà.

L’incontro di Oradea prevede interventi del cardinale Parolin, dell’Arcivescovo di Cambrai, monsignor Dollmann (Assistente ecclesiastico dell’Unione), di rappresentanti delle chiese locali, del Ministero rumeno per l’educazione, di varie Università e scuole, cattoliche laiche, e di delegati per l’educazione di numerose diocesi.

Le giornate di lavoro prevedono anche la partecipazione ad eventi liturgici bizantini, incontri con le scuole di Oradea e visita ai monumenti della città. Il Convegno si concluderà giorno 27.

Immagine: L’apertura dei lavori del Convegno nella Cattedrale di Oradea


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domenica 24 maggio 2026

CARLO PETRINI

 


'Petrini parlava

 la stessa lingua

 di Francesco'

 

Ci mancherà  l’instancabile organizzatore,

 
e l’uomo di cultura capace di elaborare una visione originale 

sul ruolo dell’alimentazione, 

molto prima che questo diventasse un argomento «di moda».
 

di Luigi Ciotti

Persino nel mondo di oggi, in cui molta parte delle nostre attività è mediata dalla tecnologia, nutrirsi è rimasto un gesto che ci mette in relazione diretta e necessaria con la natura. Per questo Carlo aveva capito quanto fosse rilevante la cosa e il come mangiamo. Nell’attenzione verso il cibo, verso la sua qualità e la qualità del rapporto che lega produttori, consumatori e ambiente, ha sintetizzato una visione dell’ecologia integrale come cornice di vita e di senso necessaria per gli esseri umani. 

È in questo comune sentire che ha messo radici l’affinità, poi diventata stretta amicizia, con Papa Francesco. Non a caso gli fu chiesto di elaborare una Guida alla lettura dell’enciclica Laudato Sì, proprio a lui che non era credente, ma credeva profondamente nella missione che aveva scelto, e restava animato dalla fiducia incrollabile di riuscire a convincere e coinvolgere tanti altri. 

«È la gioia di poter credere in un cambiamento rivoluzionario, e in una nuova umanità», scriveva Carlo nel commento al testo del Papa, riconoscendosi in particolare nel suo richiamo «a coltivare e custodire», ripreso dalla Genesi, come «un rimando a qualcosa di antico e di ancestrale, che ci chiede sin dall’inizio dei giorni di vivere con equilibrio la nostra natura più profonda di esseri umani», ma anche come «un impegno rivoluzionario per il futuro». 

«Rivoluzione» era una parola che ritornava spesso nei suoi discorsi, e che in gioventù aveva forse inteso in un senso più letterale, come lo stravolgimento dell’ordine costituito là dove era diventato un ordine oppressivo, fondato sullo sfruttamento dei deboli. Ma era poi maturata in una visione giocata sulla prossimità, la gradualità e l’educazione. Un’aspirazione a cambiare il mondo una zolla di terra dopo l’altra, un contadino, una tavola, un mercato alla volta. 

Da qui era nato anche il sogno dell’Università del Gusto, che aveva scelto di aprire a Pollenzo, per radicarla in una terra fertile e conosciuta. E il suo capolavoro: il progetto Terra Madre

 Quante cose ci ha insegnato Carlo Petrini! Praticandole, non predicandole. Perché era un uomo di poche risposte e molte domande. E di coerenza assoluta fra parole e azioni. 

Nel promuovere la sacralità del cibo ha sempre difeso la sacralità della vita. La libertà e dignità della vita, in tutte le sue forme e contro tutti gli abusi, a partire da quelli del capitalismo predatorio che ci ha insegnato a riconoscere dietro le maschere accattivanti. 

Anche se non aveva un riferimento religioso, ho sempre pensato che questo suo amore per i frutti del creato, per il cibo come nutrimento non solo del corpo, ma dell’anima e dei rapporti fra le persone, avesse in sé qualcosa di intrinsecamente spirituale. Esiste un’energia profonda, una «spiritualità laica», che spinge ogni persona umana a farsi custode della dignità altrui e così manifestare la sua «bellezza». 

La sua voce e quella di Papa Francesco si sono intrecciate più volte per ribadire che la difesa della biodiversità e la lotta contro lo scarto non sono semplici opzioni, ma imperativi morali per la sopravvivenza della specie umana. E che si può lavorare insieme, credenti e non, per resistere alle tante forme di barbarie della società dell’ipermercato. 

Mi porto dietro le ultime parole che mi ha sussurrato pochi giorni fa, quando sono andato a salutarlo. «Luigi, io l’ho detto a Papa Francesco che non ero credente, ma lui mi ha risposto che comunque avrebbe pregato sempre per me. E allora io ti chiedo: prega anche tu per me, perché lo so che sto morendo».

L’ho fatto naturalmente. Pregherò per lui e per chi raccoglie la sua eredità, il suo potente messaggio. E cioè che ogni gesto quotidiano — dalla scelta di ciò che mangiamo al modo in cui trattiamo chi produce il nostro cibo — diventa un atto di resistenza e di costruzione collettiva. È attraverso questa dedizione ostinata, fatta di riflessione intellettuale e concretezza contadina, che è possibile seminare giustizia in un mondo che sembra aver smarrito il senso del limite e il valore fondamentale della cura. 


Fonte: La Stampa

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IL SIONISMO IERI E OGGI

 

Un fenomeno
 storico complesso




 -di Pasquale Hamel


Il sionismo è una delle idee politiche più discusse e controverse della modernità.

Nato alla fine dell’Ottocento come movimento di autodeterminazione del popolo ebraico, si sviluppò in un’Europa attraversata da nazionalismi, antisemitismo e persecuzioni.

Per milioni di ebrei rappresentò la possibilità di uscire da una condizione storica di precarietà e vulnerabilità, costruendo finalmente uno Stato capace di garantire sicurezza, continuità culturale e sovranità politica.

Dopo secoli di discriminazioni, pogrom ed esclusione sociale, e soprattutto dopo la tragedia dell’Olocausto, l’idea sionista apparve a molti come una necessità storica oltre che politica.

La nascita di Israele nel 1948 fu vissuta da gran parte del mondo ebraico come il compimento di un processo di emancipazione nazionale. Accanto alla dimensione politica, il sionismo produsse anche una straordinaria rinascita culturale: la lingua ebraica tornò a essere lingua viva, si svilupparono università, istituzioni democratiche, ricerca scientifica e una forte capacità di innovazione economica e tecnologica.

Per i suoi sostenitori, il sionismo rappresenta dunque un movimento di liberazione nazionale, non diverso da altri movimenti europei che rivendicavano il diritto dei popoli all’autodeterminazione. La sua idea originaria non era fondata sulla superiorità razziale, ma sulla convinzione che anche gli ebrei avessero diritto a una patria e a una protezione politica.

Tuttavia, come molti movimenti nazionali, anche il sionismo ha conosciuto nel tempo tensioni, contraddizioni e possibili degenerazioni.

Nel corso della storia israeliana, le guerre, il conflitto permanente e la centralità della sicurezza hanno alimentato correnti sempre più identitarie e nazionaliste.

Alcune critiche sostengono che determinate politiche abbiano prodotto forme di esclusione e forti squilibri nei diritti e nella rappresentanza politica

È soprattutto qui che nasce l’equivoco più frequente: identificare l’intero sionismo con il razzismo. In realtà il quadro è molto più complesso. Esistono infatti diversi sionismi: liberali, socialisti, religiosi, pacifisti, nazionalisti. Alcune correnti hanno sostenuto la coesistenza e la piena uguaglianza tra ebrei e arabi; altre invece hanno sviluppato visioni più identitarie e territoriali.

A complicare ulteriormente il dibattito è stata la crescente polarizzazione politica occidentale.

Negli ultimi decenni il sionismo è diventato spesso un simbolo ideologico utilizzato nelle guerre culturali tra destra e sinistra, progressismo e conservatorismo, globalismo e sovranismo. In questo clima, la riflessione storica e filosofica sul sionismo è stata frequentemente sostituita da slogan politici, semplificazioni morali e contrapposizioni identitarie.

Una parte della sinistra occidentale ha finito per leggere il sionismo esclusivamente attraverso le categorie del colonialismo e dell’oppressione, mentre alcuni ambienti conservatori lo hanno trasformato in un emblema di identità nazionale e civiltà occidentale. Entrambe le letture tendono a ridurre un fenomeno storico complesso a strumento di battaglia politica contemporanea.

Il risultato è che oggi spesso si discute del sionismo senza distinguerne più le diverse anime storiche, culturali e politiche. La lotta ideologica occidentale ha così compromesso, almeno in parte, una comprensione seria del fenomeno: da un lato trasformandolo in sinonimo assoluto di razzismo e colonialismo, dall’altro sottraendolo a qualunque critica in nome della sicurezza o della difesa identitaria.

Le critiche più dure al sionismo contemporaneo riguardano soprattutto le sue possibili derive: quando la sicurezza nazionale diventa giustificazione permanente del conflitto, quando l’identità dello Stato assume caratteri esclusivi, o quando il diritto di un popolo sembra entrare in collisione con i diritti di un altro. In questi casi il rischio è che il nazionalismo degeneri in chiusura etnica e marginalizzazione politica.

Allo stesso tempo, una parte del dibattito pubblico tende a confondere sistematicamente le politiche dei governi israeliani con l’essenza stessa del sionismo, oppure a identificare ogni critica a Israele con l’antisemitismo.

 Due semplificazioni opposte che finiscono entrambe per impoverire il confronto.

Comprendere il sionismo richiede quindi una distinzione fondamentale tra l’idea originaria di autodeterminazione ebraica, le diverse correnti ideologiche che ne sono nate e le concrete politiche adottate dallo Stato israeliano nel corso della sua storia.

Solo mantenendo separati questi livelli è possibile affrontare il tema senza slogan e senza riduzioni ideologiche.

*Pasquale Hamel, storico, giornalista, pubblicista  

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UNA FESTA DIFFICILE

 

LA PENTECOSTE


 FESTA


 DIFFICILE




-di don Tonino Bello*



Carissimi fratelli,

è veramente cosa buona e giusta che il vostro Vescovo a Pentecoste vi dica qualcosa sul dono dello Spirito Santo, sulla novità che egli è capace di introdurre nella nostra vecchiaia, sugli orientamenti che egli è solito provocare nella vita degli uomini.
Se avessi spazio e tempo, vi parlerei dello Spirito Santo come ospite dell’uomo. E mi attarderei sulla riscoperta che nella Chiesa si va facendo di lui. E vi annuncerei le meraviglie che egli opera in tante anime, nelle quali dorme, o freme, o urla, o riposa gemendo.

Oggi, però, voglio parlarvi della Pentecoste come «festa difficile».

Sì, la Pentecoste è una festa difficile. Ma non perché lo Spirito Santo, anche per molti battezzati e cresimati, è un illustre sconosciuto. È difficile, perché provoca l’uomo a liberarsi dai suoi complessi. Tre soprattutto, che a me sembra di poter individuare così.

Il complesso dell’ostrica

Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze. Alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace la tana. Ci attira l’intimità del nido. Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto. Se non la palude, ci piace lo stagno.

Di qui, la predilezione per la ripetitività, l’atrofia per l’avventura, il calo della fantasia.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci.

C’è poi il complesso dell’una tantum

È difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, sottoporci alla conversione permanente. Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per un tratto di strada. Ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini dei nostri comodi. E diventiamo borghesi.
Il cammino come costume ci terrorizza. Il sottoporci alla costanza di una revisione critica ci sgomenta. Affrontare il rischio di una itineranza faticosa e imprevedibile ci rattrista.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama a lasciare il sedentarismo comodo dei nostri parcheggi, per metterci sulla strada subendone i pericoli. Ci obbliga a pagare, senza comodità forfettarie, il prezzo delle piccole numerosissime rate di un impegno duro, scomodo, ma rinnovatore.

E c’è, infine, il complesso della serialità

Benché si dica il contrario, noi oggi amiamo le cose costruite in serie. Gli uomini fatti in serie. I gesti promossi in serie. Viviamo la tragedia dello standard, l’esasperazione dello schema, l’asfissia dell’etichetta. C’è un livellamento che fa paura. L’originalità insospettisce. L’estro provoca scetticismo. I colpi di genio intimoriscono. Chi non è inquadrato viene visto con diffidenza. Chi non si omogeneizza col sistema non merita credibilità. Di qui, la crisi della protesta nei giovani, e l’estinguersi della ribellione.

Lo Spirito Santo, invece, ci chiama all’accettazione del pluralismo, al rispetto della molteplicità, al rifiuto degli integralismi, alla gioia di intravedere che lui unifica e compone le ricchezze della diversità.

Cari fratelli, la Pentecoste di questo anno vi metta nel cuore una grande nostalgia del futuro.

Vostro + Don Tonino, Vescovo



sabato 23 maggio 2026

RICEVETE LO SPIRITO SANTO

 


Solennità di Pentecoste


-di Pierbattista Pizzaballa, Patriarca L. di Gerusalemme

Il brano di Vangelo che ascoltiamo in questa solennità di Pentecoste (Gv 20,19-23) ci riporta alla sera del giorno di Pasqua, e questo è il primo dato fondamentale su cui è necessario soffermarsi.

Per “capire” la Pentecoste, infatti, bisogna tornare alla Pasqua, perché lo Spirito è la vita stessa del Risorto che viene comunicata ai discepoli.

L’evangelista Giovanni vuole che sia chiaro: lo Spirito non è un’aggiunta successiva alla risurrezione.

 Lo Spirito è la forma stessa della vita risorta. Il Signore non può non donarlo: è la sua vita, e la vita tende sempre a comunicarsi. Per questo Giovanni colloca il dono dello Spirito nello stesso giorno della risurrezione: per dire che Pasqua è già Pentecoste in germe.

Ma per dire anche che la Pasqua, in qualche modo, non sarebbe “completa” senza la Pentecoste.

Il disegno del Padre, infatti, è che l’umanità viva della vita del Figlio: ebbene, la Pasqua rende possibile questa vita, mentre la Pentecoste la rende effettiva, operante, comunicabile.

La vita risorta non è solo del Risorto, ma non vuole neppure restare chiusa e riservata per pochi: diventa Chiesa, corpo, diventa linguaggio per tutti.

E questo accade attraverso un incontro, che avviene nel Cenacolo, la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana (“La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».” - Gv 20,19).

Da una parte troviamo il Risorto, ricolmato dal Padre di una vita che trabocca, che è pienezza eterna.

Dall’altra parte ci sono i discepoli: fragili, chiusi, impauriti, incapaci di futuro, segnati dal fallimento e dalla fuga. Sono vivi, ma di una vita piccola, contratta, quasi spenta.

Eppure, è dentro questa sproporzione che l’incontro accade. Il Risorto non chiede ai discepoli di essere diversi da ciò che sono: entra nelle loro ferite, non nelle loro forze; sta in mezzo alla loro paura, non alla loro fede; mostra le sue piaghe, non la sua gloria. In questo incontro, la Vita non giudica la fragilità, ma la raggiunge e la trasforma dall’interno. Il dono dello Spirito, dunque, nasce qui: la vita del Figlio che si piega sulla vita dei suoi segnata dal peccato, per rialzarla.

A queste persone fragili, il Signore non dà semplicemente un aiuto, un consiglio, un incoraggiamento.

Non si limita ad accoglierli così come sono. A queste persone fragili, il Risorto dà la sua stessa vita.

Quella vita piena, abbondante, eterna, quella vita che ha ricevuto dal Padre in dono, il Risorto la comunica ai suoi, con un gesto e una parola che segnano un passaggio, un ponte che permette a questa vita di raggiungere la Chiesa: “Soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20, 22).

Non è un gesto allegorico: è il passaggio reale della vita divina nella vita umana. Una vita con tre caratteristiche.

Innanzitutto, è una vita riconciliata

Il primo effetto dello Spirito è il perdono: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (Gv 20,23). La vita del Risorto guarisce ciò che è morto, cura ciò che è malato.

Il peccato, nel linguaggio biblico, non è una macchia morale: è una zona di morte, un luogo dove la relazione si è spezzata, dove il cuore si è chiuso e la vita non circola più.
Quando il Risorto dona lo Spirito, la prima cosa che accade è che la vita entra nelle zone morte. Il perdono è questo: la vita che rientra dove non c’era più vita e tutto ha la possibilità di rifiorire, di ricominciare.

La vita del Risorto, poi, è una vita inviata: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21).

Lo Spirito non chiude, non ripiega, non isola. Lo Spirito apre, dilata e invia.
Per questo la vita nuova non può essere custodita come un tesoro privato: è una vita che tende naturalmente a raggiungere altri, come il Figlio ha raggiunto noi.
La missione non è un dovere aggiunto alla vita cristiana: è la vita stessa dello Spirito che si muove in noi, è partecipazione al movimento di Dio verso il mondo, alla sua passione per l’umanità.

Infine, la vita nuova è una vita abitata

Il Risorto non resta fuori: entra, sta in mezzo, respira sui discepoli (“stette in mezzo” … “soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo” - Gv 20,19.22). Non è dunque solo una vita migliore, ma è una vita in cui Dio prende casa. Lo Spirito non è un aiuto dall’esterno, non è una forza che viene ogni tanto, o spesso per i più fortunati. È una presenza stabile, come qualcuno che si trasferisce dentro la nostra umanità.

Questi tre elementi della vita nuova sono anche criteri di discernimento con cui leggere ciò che accade dentro e attorno a noi e riconoscere allo stesso tempo come e dove lo Spirito opera: dove qualcosa si riconcilia, lì passa la vita nuova; ciò che ci apre, ci decentra, ci fa uscire da noi stessi, viene dallo Spirito; dove cresce una presenza interiore che pacifica, illumina, orienta, lì lo Spirito abita.

Patriarcato L. di Gerusalemme