giovedì 15 ottobre 2026

POVERTA' EDUCATIVA

 


Mentre 

noi discutiamo

 sulle parole,


 i ragazzi

 perdono il futuro


Nel confronto in atto sul tema della povertà educativa, nella trentennale esperienza del Centro Tau di Palermo c’è un punto fermo: la vera povertà educativa è innanzitutto la riduzione delle possibilità e degli orizzonti di vita. Per contrastarla occorre costruire processi capaci di generare futuro. Ecco perché dovremmo provare a rilevare la povertà educativa non solo attraverso ciò che manca ai ragazzi, ma attraverso la densità educativa di una comunità

di Francesco Di Giovanni

Negli ultimi mesi il tema della povertà educativa è tornato al centro del dibattito pubblico, evidenziando una questione fondamentale: le opportunità educative non possono essere separate dalle condizioni economiche e sociali dei territori. Il recente confronto sulle pagine di Domani tra Cristiano Corsini (Le insidie della povertà “educativa”, un aggettivo che deresponsabilizza, 24 maggio 2026) e Giulio Cederna (In difesa del concetto di “povertà educativa”: l’alleanza necessaria contro le disuguaglianze, 16 settembre 2026) sul tema della povertà educativa mi ha riportato a una frase ascoltata oltre dieci anni fa da una ragazza del Centro Tau di Palermo. Una frase che, ancora oggi, continua a descrivere la realtà di molti adolescenti dei quartieri popolari della città e ad interrogare il nostro lavoro educativo.

Lo spazio che manca

Giulio Cederna, con il quale ho avuto il piacere di collaborare alla realizzazione delle diverse edizioni dell’Atlante dell’Infanzia di Save the Children, la riportata nel suo articolo. A dirla fu una “ragazzina” del Centro Tau, intervistata da Giulio nel 2014: «Oggi quello che manca di più nella nostra realtà è lo spazio. Uno spazio fisico ma anche mentale, che significa possibilità, futuro e speranza». A distanza di oltre dieci anni quella frase continua a descrivere con straordinaria precisione la realtà di molti adolescenti che vivono in contesti di “povertà economica e educativa”.

Lo spazio fisico siamo riusciti a costruirlo, abbiamo tanti spazi a disposizione dei bambini e dei ragazzi del nostro territorio, abbiamo creato luoghi di incontro, di relazione, di apprendimento e di partecipazione, ma la grande sfida quotidiana è un’altra: è creare uno spazio mentale, relazionale e affettivo dentro cui i ragazzi possano immaginare il proprio futuro. Ma nel nostro territorio la povertà educativa continua a manifestarsi anzitutto come riduzione degli orizzonti di possibilità.

Molti adolescenti crescono in contesti segnati dalla precarietà economica, dalla fragilità dei servizi, dalla debolezza delle opportunità culturali e lavorative. Non si tratta soltanto di mancanza di reddito. Si tratta di una progressiva riduzione della capacità di immaginare alternative. È quella che, all’interno delle riflessioni sviluppate dal Centro Tau, abbiamo definito come una vera e propria “deriva della sopravvivenza”: una condizione nella quale il presente assorbe ogni energia e rende difficile pensarsi dentro un progetto di vita.

La povertà educativa diventa davvero pericolosa quando convince un ragazzo che il suo destino sia già stabilito, interiorizza l’idea di essere incapace, non riesce più a vedere il proprio futuro

La vera povertà che incontriamo quotidianamente non è soltanto la mancanza di risorse economiche: è la mancanza di possibilità. Quando un ragazzo smette di immaginare il proprio futuro, la povertà economica e quella educativa iniziano ad alimentarsi reciprocamente. La povertà educativa è innanzitutto una riduzione delle possibilità e degli orizzonti di vita, e si contrasta costruendo processi capaci di generare futuro.

Il dibattito sulla povertà educativa

La discussione proposta da Corsini e Cederna è importante perché evidenzia due aspetti complementari. Corsini ci ricorda una verità fondamentale: non possiamo sostituire le politiche pubbliche con i progetti educativi. Senza lavoro, casa, servizi, mobilità, welfare e scuole di qualità le disuguaglianze continueranno a riprodursi. Cederna, allo stesso tempo, evidenzia come esistano territori in cui vengono negate opportunità educative fondamentali: luoghi senza spazi culturali, senza occasioni di partecipazione, senza contesti capaci di alimentare crescita e cittadinanza.

L’esperienza del Centro Tau ci suggerisce che non bisogna scegliere tra queste due prospettive in quanto la povertà educativa non è una categoria separata dalla povertà economica. La povertà educativa è il modo attraverso il quale le disuguaglianze economiche, sociali, culturali e territoriali entrano nella vita quotidiana dei bambini e degli adolescenti. Per questo il problema non è scegliere tra welfare e educazione, ma costruire comunità educanti territoriali capaci di affrontare entrambe le dimensioni. Ecco perché dovremmo provare a rilevare la povertà educativa non solo attraverso ciò che manca ai ragazzi, ma attraverso le possibilità che una comunità riesce a generare e integrare.

Il problema non è scegliere tra welfare e educazione, ma costruire comunità educanti territoriali capaci di affrontare entrambe le dimensioni

Uno “sguardo” dal Centro Tau

Sul territorio in cui operiamo, la zona Cipressi Ingastone e Danisinni di Palermo, osserviamo ogni giorno che la dispersione scolastica raramente nasce solo da una difficoltà di apprendimento. Dietro un abbandono troviamo spesso fragilità familiari, povertà economica, assenza di servizi, esperienze di esclusione e mancanza di prospettive. Così come dietro a ogni persona che incontriamo, piccola o grande, uomo o donna, troviamo anche il bisogno di relazioni significative, di appartenenza, di fiducia e di riconoscimento. Per questo il Centro Tau nel tempo ha cercato di caratterizzarsi non solo come un servizio educativo, ma come una infrastruttura educativa, sociale e culturale territoriale, un luogo che costruisce legami, fiducia, cittadinanza e opportunità, un pezzo di città che prova ogni giorno a generare altra città.

Fin dall’inizio della nostra esperienza abbiamo compreso che la povertà educativa si manifesta soprattutto nei passaggi mancati: tra scuola e vita, tra l’adolescenza e l’età adulta, tra formazione e lavoro, tra periferia e città. Per questo il nostro lavoro consiste nell’abitare queste soglie, accompagnando i giovani nei momenti in cui il rischio di perdersi è maggiore. Se dovessi sintetizzare in una sola frase il principio pedagogico che orienta l’esperienza del Centro Tau utilizzerei questa: “siccome nessun destino è già scritto, proviamo a scriverlo nella bellezza”.

Se dovessi sintetizzare in una sola frase il principio pedagogico che orienta l’esperienza del Centro Tau utilizzerei questa: “siccome nessun destino è già scritto, proviamo a scriverlo nella bellezza”

La povertà educativa diventa davvero pericolosa quando convince un ragazzo che il suo destino sia già stabilito, quando interiorizza l’idea di essere incapace, quando smette di attribuirsi talenti, quando non riesce più a vedere il proprio futuro. In questo contesto la nostra azione educativa nasce dalla convinzione opposta: ogni persona possiede risorse, capacità e potenzialità che attendono di essere riconosciute, coltivate e valorizzate. Educare per noi significa allora costruire contesti nei quali un giovane possa tornare a credere nelle proprie possibilità prima ancora che nelle proprie competenze.

L’IeFP come diritto al Futuro

Quando oltre la metà dei ragazzi di alcuni quartieri rischia di interrompere il proprio percorso formativo, offrire un percorso di Istruzione e Formazione Professionale – IeFP, non significa soltanto “aprire” un corso, significa riaprire per molti giovani il diritto al futuro. Non siamo più davanti a una difficoltà individuale. Siamo davanti a una questione sociale, educativa e democratica. Il problema non riguarda soltanto la scuola. Riguarda il modello di sviluppo del territorio, la qualità delle opportunità offerte ai giovani, la capacità delle istituzioni di generare fiducia nel futuro. È in questo contesto che abbiamo scelto di avviare i percorsi IeFP del Centro Tau: non come alternativa di serie B alla scuola, ma come un investimento sulla possibilità che ogni ragazzo possa trovare una strada per diventare cittadino, lavoratore e protagonista della propria comunità.

La dispersione scolastica e formativa rappresenta una delle manifestazioni più evidenti della povertà educativa. Ci siamo interrogati su come rispondere a questa sfida rileggendo il pensiero e l’esperienza di Don Milani e mettendo in conto le difficoltà. Grandi rischi e possibili grandi vantaggi, molti vincoli, tante opportunità. Per questo la IeFP non è stata pensata come una semplice alternativa scolastica, ma come una proposta educativa integrale. Non lavoriamo soltanto per portare un ragazzo alla qualifica professionale. Lavoriamo affinché possa riscoprire fiducia, appartenenza, desiderio, autonomia e capacità progettuale. La nostra scelta è stata quella di valorizzare l’esperienza IeFP come percorso di cittadinanza, spazio di apprendimento e relazione, un’esperienza di orientamento permanente, un laboratorio di autonomia, una concreta opportunità di futuro, un vero intervento di contrasto alla povertà educativa. Un pezzo significativo del processo che definiamo Comunità Educante al Lavoro, di una comunità che non si limita a osservare i problemi dei giovani, ma si mobilita per costruire risposte: una comunità che mette insieme famiglie, scuole, imprese, università, terzo settore e istituzioni. Una comunità che considera il lavoro non soltanto come occupazione, ma come esperienza di dignità, libertà e partecipazione.

Costruire territori educativi

Forse oggi dovremmo parlare meno di povertà educativa come categoria astratta e più di densità educativa dei territori. La verità è che le politiche pubbliche appaiono spesso frammentate. I servizi intervengono separatamente. La scuola agisce da sola. Il terzo settore agisce da solo. I servizi sociali agiscono da soli. Mancano visioni comuni, processi condivisi e strategie integrate. Le comunità educanti possono rappresentare una risposta importante, ma non possono sostituire la responsabilità pubblica, servono politiche capaci di garantire contemporaneamente diritti sociali fondamentali, scuole di qualità, opportunità culturali diffuse, servizi educativi permanenti, percorsi di formazione e lavoro integrati ai percorsi di crescita, alleanze strutturate tra istituzioni e territorio.

Forse oggi dovremmo parlare meno di povertà educativa come categoria astratta e più di densità educativa dei territori. La verità è che le politiche pubbliche appaiono spesso frammentate. Mancano visioni comuni, processi condivisi e strategie integrate.

Ma c’è anche un altro fattore che è necessario tenere in considerazione nell’affrontare il tema della povertà educativa: la crescente difficoltà nel reperire e mantenere operatori educativi, formatori, insegnanti, educatori professionali e figure di accompagnamento sociale disposti a lavorare nei contesti più fragili. Nei territori caratterizzati da elevate vulnerabilità sociali il lavoro educativo richiede competenze elevate, capacità di gestione della complessità, disponibilità a costruire relazioni significative nel lungo periodo e ad affrontare quotidianamente situazioni di conflitto, disagio e incertezza. Eppure, proprio questi contesti sono spesso quelli nei quali gli operatori lavorano in condizioni più precarie. Si interviene attraverso progetti a termine, finanziamenti discontinui, procedure amministrative complesse e tempi spesso incompatibili con i ritmi necessari alla costruzione di processi educativi efficaci. Si chiedono continuità, presenza e responsabilità, ma troppo frequentemente si offrono contratti instabili, retribuzioni non adeguate e poche opportunità di crescita professionale. La conseguenza è che la fragilità dei territori rischia di sommarsi alla fragilità dei servizi. Mentre chiediamo ai giovani di credere nel proprio futuro, facciamo fatica a garantire condizioni che consentano agli stessi operatori di progettare il proprio.

Anche questa è una questione educativa e sociale. Se vogliamo costruire comunità educanti capaci di contrastare realmente le disuguaglianze, dobbiamo investire non soltanto nelle strutture, nei progetti e nelle attività, ma anche nelle persone che rendono possibile il lavoro educativo. Servono percorsi stabili di formazione, strumenti adeguati, équipe multidisciplinari, supervisione professionale e condizioni lavorative che permettano agli operatori di esercitare il proprio ruolo con competenza, continuità e serenità.

 VITA

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LA SPERANZA E LA CURA

 


Leone, 

Agostino

 e la fragilità





-di PAOLA MULLER

Leone XIV ha annunciato con poche parole che sarebbe stato ricoverato. I medici hanno individuato un nodulo al polmone e gli hanno consigliato di rimuoverlo. Ha ascoltato il loro parere, ha deciso di sottoporsi all’intervento e ha chiesto di pregare per lui. L’intervento è andato bene, «il decorso procede regolare», verranno fatti ulteriori accertamenti e già da ieri il Papa mangia e cammina. In questa successione di gesti, così semplice, c’è qualcosa che ci riguarda tutti.

Siamo abituati a vedere il Papa mentre sostiene gli altri: ascolta, benedice, incoraggia, richiama alla pace. Ora è lui ad affidarsi alle cure altrui. Non perde nulla della sua responsabilità; la vive anche così, riconoscendo di avere un corpo che ha bisogno di attenzione e di riposo. La malattia interrompe i programmi di chiunque, anche del vescovo di Roma. E per un Papa agostiniano, viene spontaneo tornare alle pagine in cui il vescovo di Ippona parla della fragilità del corpo, senza reticenze né retorica.

Agostino lo sapeva per esperienza. Nelle Confessioni (5.9.16) racconta di essere stato colpito a Roma da una febbre così grave da portarlo vicino alla morte. Anni dopo, a Milano, furono proprio i polmoni a cedere (9.2.4). Il respiro si faceva faticoso, il petto doleva, la voce non reggeva più lo sforzo delle lezioni; anche questo disturbo contribuì alla decisione di lasciare la cattedra di retorica. Da vescovo, in una lettera all’amico Profuturo ( Ep. 38, 1), confida di essere costretto a letto, incapace di camminare, di stare in piedi e perfino di sedersi per il dolore. La sua vita, come la nostra, non si svolgeva al riparo dalle condizioni del corpo.

Per questo sarebbe un errore cercare nella malattia di una persona un messaggio nascosto o una lezione da impartire agli altri. Prima di ogni interpretazione c’è qualcuno che sta male e desidera guarire.

Agostino non chiede al malato di fingere una forza che non ha. Nella Città di Dio (14.9) discute dell’ideale stoico dell’impassibilità: se essa significasse non provare più alcun turbamento, osserva, chi non giudicherebbe questa insensibilità peggiore di ogni vizio? Cristo stesso ha conosciuto la tristezza e l’angoscia e nella preghiera del Getsemani Agostino sente risuonare la voce delle membra più deboli del suo corpo, che egli ha voluto prendere su di sé. Per questo la serenità che a volte affiora nei suoi scritti non ha nulla di eroico. Nella stessa lettera a Profuturo, dopo aver descritto i suoi dolori, aggiunge semplicemente: «Ma anche così, poiché piace al Signore, che altro dire se non che stiamo bene?». È la pace di chi non nega il male e, insieme, non se ne lascia definire.

C’è poi, nelle Confessioni (9.4.12), un episodio quasi domestico che illumina il gesto di Leone XIV. Nei giorni di Cassiciaco un mal di denti tormentava Agostino al punto da impedirgli di parlare. Scrisse allora su una tavoletta di cera una richiesta agli amici presenti: che pregassero per lui. Racconta che, appena si furono inginocchiati, il dolore scomparve e rimase stupito. Prima ancora dell’esito, conta il gesto: chi soffre non si chiude nella propria sofferenza, ma chiede agli altri di portarla con sé davanti a Dio. Il suo biografo Possidio ricorda che il vescovo, quando un malato lo chiamava perché pregasse per lui, andava «senza indugio» ( Vita Augustini 27).

È significativo che Agostino, pur parlando continuamente di Cristo come medico dell’anima, osservi con attenzione anche i medici in carne e ossa. Nella Città di Dio (22.8.3) si raccontano le cure, l’intervento chirurgico e la paura di Innocenzo, un uomo di Cartagine conosciuto personalmente, che, dopo una prima dolorosa operazione, temeva di non sopravvivere alla seconda. Agostino era presente: non sorvola né sul dolore né sulla competenza di chi lo assiste. La preghiera, nel suo racconto, entra in una vicenda in cui i medici hanno già lavorato e continuano a prendersi cura del paziente. Anche oggi pregare per Leone XIV significa chiedere la sua guarigione e accompagnare con gratitudine il lavoro di quanti lo curano.

Nella lettera a Proba ( Ep. 130), Agostino affronta una domanda molto concreta: per che cosa possiamo pregare? La salute del corpo è tra i beni che possiamo chiedere e, accanto ad essa, egli pone l’amicizia, cioè il bisogno di persone che ci restino accanto. Non c’è nulla di poco spirituale nel desiderare di stare bene, di poter respirare senza fatica, di tornare a casa. Chi è malato non ha il dovere di mostrarsi superiore alla propria paura. Può dirla, affidarsi a chi sa curarlo, chiedere agli altri di restargli vicino.

Agostino distingue la salute del corpo dalla salvezza piena che la fede attende. Il latino usa una sola parola, salus, e non è un caso: la guarigione che chiediamo per l’oggi è come un anticipo di quella definitiva. «Un grande medico è venuto dal cielo, perché sulla terra giaceva un grande malato», dice in un sermone ( Serm. 87.11.13).

Questa distinzione, però, non diminuisce il valore delle cure presenti. Ci ricorda piuttosto che nessuna persona coincide con la propria malattia e che la speranza non si misura in base alla capacità di prevedere un esito. Ci sono giorni in cui sperare prende la forma modesta di un esame, di una terapia, di una mano competente. Il ricovero del Papa rende visibile una condizione che tante famiglie conoscono bene. Per una volta, Leone XIV è dalla parte di chi attende una visita, ascolta un medico, consegna ad altri una parte della propria giornata. La Chiesa che prega per lui può ricordare, insieme a lui, anche chi attraversa la stessa esperienza senza l’attenzione del mondo. È forse questo il modo più fedele di accogliere la sua richiesta: augurargli di guarire e allargare la nostra vicinanza a tutti coloro che hanno bisogno di essere curati.

www.avvenire.it

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FIDUCIA IN CRISI

Fiducia, in crisi… di f 

Fiducia, in crisi… di fiducia

Viaggio al centro di un’attitudine alla base di ogni relazione, personale e sociale, che oggi appare sempre più difficile da vivere. Perché? A che cosa è dovuta questa difficoltà? E, soprattutto, come affrontarla?

di  Sabina Fadel

La fiducia permea le nostre vite. Da quando saliamo in auto confidando che gli altri non guidino contromano a quando, al bar, confidiamo che il barista non ci avveleni il caffè; da quando prendiamo l’ascensore tranquilli confidando nel lavoro dei manutentori a quando, in macelleria, confidiamo che il negoziante non ci propini carne avariata... Confidiamo, cioè diamo fiducia, decine di volte al giorno a persone, istituzioni, oggetti. Ma che cos’è davvero la fiducia? La parola, dal latino fidĕre, «confidare» appunto, sta a indicare quell’attitudine umana che ci rende capaci di riconoscerci vulnerabili rispetto alle azioni di altre persone, con cui decidiamo di relazionarci basandoci sulla convinzione che esse agiranno in modo corretto verso di noi. Si tratta, dunque, di una scelta complessa, che mette insieme ragione ed emozione, perché se è vero che per fidarci di qualcuno dobbiamo valutare in modo razionale le sue intenzioni, è anche vero che la fiducia ci fa provare un senso di sicurezza molto profondo. 

Il filosofo svizzero Mark Hunyadi, nel suo libro Credere nella fiducia (Vita e Pensiero, 2025), sostiene che la fiducia non permea solo i rapporti tra esseri umani, ma il nostro stesso rapporto con l’intero mondo del reale: la fiducia, scrive infatti, è una «scommessa che orienta la mia azione e le azioni tutte» e rappresenta «ciò che ci connette con il mondo», perché l’intero nostro rapporto con il mondo, le persone, gli oggetti, le istituzioni «è di natura fiduciaria». E, allora, la crisi di fiducia che la nostra società sta attraversando quando è arrivata? Secondo Hunyadi, le sue radici risalirebbero addirittura al XIV secolo, con l’avvento della cosiddetta «rivoluzione nominalista», che affermò il concetto di individuo, vero «nemico» della fiducia. Prima di allora, infatti, in Occidente vi era una visione della realtà (ereditata da Aristotele) secondo cui tutto era orientato a uno scopo ben preciso. In questa visione, dovere dell’essere umano era solo quello di eseguire, più o meno diligentemente, il compito, il fine specifico, che gli era stato assegnato da Dio, dall’universo, da un’entità superiore, e che egli era chiamato a «conoscere attraverso la ragione e perseguire attraverso il desiderio».

Una visione che non contemplava l’idea di libertà così come noi oggi la intendiamo. In tale contesto, ovviamente, il problema della fiducia non si poneva, perché il legame sociale era la finalità stessa dell’essere umano, che riusciva a compiere il suo destino grazie, e in compagnia, degli altri. Il nominalismo si oppone a tutto questo, decretando il primato dell’uomo sulla realtà. Nulla è determinato, tranne la volontà dell’individuo, la quale, se non deve obbedire a «leggi buone» universali, non è detto sia buona per tutti. E infatti, di esempi negativi è piena la Storia. Se poi, spiega ancora Hunyadi, ci mettiamo pure la rivoluzione digitale in cui siamo immersi, la frittata è fatta. Quest’ultima, infatti, ha ulteriormente accelerato il processo di chiusura nell’individualismo, rendendo l’appagamento dei nostri desideri (più o meno guidati dal mercato e dalle big tech) più immediato e comodo e il legame sociale più fragile, dal momento che si comunica e ci si confronta realmente sempre più di rado, chiusi nelle nostre «camere di risonanza» in cui le nostre idee vengono continuamente ripetute, confermate e amplificate.

Fiducia, per sottrazione

In questo panorama sempre più desolante, che fare dunque? Accettare come inesorabile la perdita della fiducia mettendo a rischio la stessa società? Ovviamente no, risponde Luciano Manicardi, monaco e già priore di Bose, autore di un illuminante e sempre attualissimo volume, Il Vangelo della fiducia (Qiqajon, 2014). «La fiducia – ci dice infatti – è un elemento costitutivo dell’umano. Noi non siamo mai “assoluti”, cioè completamente sciolti dagli altri, non siamo autosufficienti e neppure dotati di piena indipendenza. Quindi la fiducia è irrinunciabile. Noi siamo relazione. E la relazione ha bisogno della fiducia». 

Una fiducia che impariamo sin dai primi mesi di vita, quando sperimentiamo un rapporto esclusivamente fiduciario con le nostre figure di accudimento. «La fiducia – spiega Manicardi – trova il suo alveo sorgivo nell’esperienza del bambino con la madre e i genitori, e si situa tra l’estrema vulnerabilità del neonato e la responsabilità della madre e del padre. È in quella relazione originaria che si pongono le basi della fiducia che consentirà al bambino di svilupparsi, maturare, aprirsi al mondo e agli altri. La fiducia è la matrice della vita e questo appare con evidenza nell’esperienza del neonato che sopravvive solamente grazie alle attenzioni di chi si prende cura di lui. Cura che consiste nel saper riconoscere e rispondere ai suoi bisogni e nell’accoglierlo in un contesto accudente e amoroso. Possiamo dire, allora, che la fiducia nasce da un legame e genera legami. È la vulnerabilità che, portando il neonato ad affidarsi totalmente, sollecita una risposta etica. E, più radicalmente e immediatamente, di amore. La fiducia, pertanto, contiene in sé una dimensione generativa». 

Una dimensione generativa che a un certo punto, esaurito il proprio compito, chiede anche di fare un passo indietro, in famiglia e nei contesti sociali. E pure questo va fatto con fiducia. «È proprio così – conferma Manicardi–. La dimensione generativa arriva a richiedere, nella vita adulta, anche la capacità di generare “per sottrazione”, ovvero sapendo diminuire per lasciar posto ad altri. Accade ai genitori, ma anche a livello sociale. E sappiamo come questo sia spesso difficile: ci pensiamo insostituibili, non nutriamo fiducia in chi deve succederci, e riteniamo di essere i soli che possono mandare avanti l’azienda, il dipartimento, la comunità, decidendo ciò che è bene per gli altri… In questi ambiti spesso si verifica l’incapacità o la non volontà di fare spazio ad altri accettando di mettersi di lato. La tirannia dell’ego impedisce di “fare fiducia”. Il ritirarsi, invece, è un atto di fiducia nell’altro, è un alveo fecondo, un grembo generante in cui l’altro può svilupparsi e crescere. L’esempio di Giovanni Battista che sceglie di diminuire affinché Cristo cresca è un bell’esempio di generatività gioiosa, non nella recriminazione o nel lamento. La fiducia esprime l’amore e nasce dall’amore.

La fiducia tradita

Il problema, a livello personale ma anche sociale, nasce quando la fiducia, pur appresa e messa in campo, viene a un certo punto tradita. Ed ecco allora che le amicizie o le famiglie si sfasciano e i cittadini iniziano a dubitare di tutto: non vanno più a votare «perché i politici fanno solo i loro interessi…», non credono più nella veridicità di quanto leggono «perché i giornalisti sono prezzolati e mentono…», non si fidano più dei medici «sempre al soldo di big pharma» e così via… Ma quando il virus della sfiducia colpisce una società, la mette seriamente a rischio. Urgono allora anticorpi che risanino il corpo sociale evitandogli l’annientamento. In questi casi, come possiamo ripristinare la fiducia ferita?

Guardiamo che cosa accade, per esempio, in una relazione di coppia o amicale. «Quando in una relazione viene meno la fiducia – avverte a riguardo Luciano Manicardi –, quest’ultima molto difficilmente può essere ricostruita. E, in ogni caso, la relazione cambia, perché il tradimento della fiducia ha significato, per chi l’ha subito, una rivelazione inattesa e sconvolgente del volto dell’altro per cui è come se ora avesse a che fare con un’altra persona, o almeno con aspetti inediti e indesiderati e insospettati di essa. E questa rivelazione getta un’ombra inquietante sul passato che si è vissuto con quella persona: è stato tutto falso? Con chi ho vissuto? Posso ricominciare o è tutto finito? Ne ho ancora la forza? Dire che la fiducia è essenziale a ogni relazione autentica significa riconoscere che la relazione avviene tra persone libere e che restano mistero l’una all’altra. La fiducia mi impedisce di considerare l’altro come mia propaggine: egli rimane altro da me. Mi impedisce di possederlo: egli resta libero. Mi consente di vivere ogni momento della relazione come un dono prezioso e inestimabile. E al tempo stesso precario. Anzi, tanto più prezioso proprio perché precario». 

Il che, ovviamente, può essere trasposto anche sul piano sociale: in una «società del rischio», come la nostra, proprio dal rischio di venire feriti e delusi dobbiamo ripartire, accettando che il limite è costitutivo della condizione umana. «È proprio così – ammette Manicardi–. Bisognerebbe aver sempre chiaro che la fiducia ammette la possibilità del tradimento o della delusione: non so se l’altro sarà all’altezza della fiducia, se mi deluderà, così come non posso essere certo che non sarò io stesso a tradire e deludere. La fiducia è fatta della stessa “materia” di cui è fatta l’esistenza umana e di cui sono fatte le relazioni. L’incertezza, la delusione sono sempre possibili. La fiducia non è un contratto stringente (e costringente). Questo non lenisce certo il dolore di una fiducia tradita, ma non possiamo accordare troppo potere a tale tradimento, fino al punto da toglierci la volontà di vivere. La fiducia ci ricorda che io non posseggo l’altro, non lo conosco con assoluta chiarezza, ma resta sempre un mistero. E questo vale nelle relazioni sociali ma anche nel caso di quelle profondamente intime. Il tradimento della fiducia resta all’interno di quella fragilità e vulnerabilità da cui è attraversata la fiducia stessa. Eppure sono le stesse ferite dovute alla fiducia tradita che paradossalmente ci rinviano al necessario rinnovamento della fiducia. Solo grazie alla vicinanza di altri, solo grazie a nuove o rinnovate relazioni, noi potremo mettere le nostre ferite in un contesto relazionale in cui potranno trovare consolazione. Il giusto amore di sé e per la vita ci chiede di fare delle ferite subite un elemento di conoscenza di noi e degli altri, sicché diventino dei punti di forza nel cammino esistenziale».

Ma che cos’è che rende accettabile tale rischio e la fiducia ancora possibile, nonostante tutte le esperienze negative che possiamo fare nel corso della nostra vita? «Il sentirsi amati – replica deciso Luciano Manicardi –. Il sapere che c’è chi crede in te. E crede in te perché ti conosce attraverso quella via regale che è l’amore. Conoscendo e amando in te anche le mancanze e le ombre. E questo amore ti dona libertà, ti aiuta a essere te stesso, a esprimere chi tu sei con gioia e libertà. La fiducia è estranea alle logiche del controllo, così come il controllo è estraneo alla dinamica dell’amore. Ma quando mi sento e mi so amato, posso respirare a pieni polmoni, correre nelle praterie che l’amore dell’altro mi apre dinanzi, posso essere me stesso. Essere amato mi dà fiducia nella vita e in me stesso». 

Tutto ciò, trasportato sul piano sociale, si traduce in un ripartire dalla forza della «parola data». «Nella fiducia – conferma il monaco – c’è quasi un mettersi a nudo, anche se non sempre è facile. Per far cadere le barriere che si oppongono a una piena apertura, sia nelle relazioni personali che politiche, è fondamentale la saldezza della parola, in particolare della parola della promessa. La promessa mantenuta testimonia l’affidabilità di chi promette e alimenta la sicurezza del destinatario della promessa che vede ben riposta la sua fiducia. Al contrario, la promessa non mantenuta ingenera diffidenza, fa sentire usato e manipolato colui che ha dato credito a chi prometteva e lo induce a ritrarsi della relazione. La statura etica della persona  “di parola” accresce la fiducia e costruisce relazioni più stabili. Del resto, l’autorevolezza di una persona si rivela, in modo particolare, nel suo “essere in ciò che dice”. Allora il parlare diviene non solo un dire, e neppure solo un dirsi, ma anche un darsi. Ovvero, un’apertura di fiducia verso l’altro. Analogamente alla promessa non mantenuta, anche la menzogna è distruttiva delle relazioni perché mina la fiducia. Ci possiamo chiedere se la crisi del rapporto tra generazioni, tra adulti e giovani, non sia legata anche a promesse non mantenute. E forse a un ascolto non avvenuto o deficitario da parte dei più adulti (le classi dirigenti) nei confronti dei più giovani. La fiducia, infatti, è nutrita dall’ascolto: ascoltare è accogliere, è dire di sì all’altro. E questo vale tanto nelle relazioni interpersonali quanto in quelle sociali e politiche. Grazie alla fatica dell’ascolto, le diversità che attraversano una relazione a due come le relazioni politiche e sociali possono accordarsi per costruire percorsi di convivenza comune». «Certo – conclude Luciano Manicardi – la fiducia, come abbiamo più volte ribadito, non è certezza assoluta, è sempre esposta al rischio del tradimento, non ci dà garanzie, e proprio queste sue caratteristiche ci dicono come essa sia al tempo stesso umile e coraggiosa. E, in questo, essa appare la sostanza stessa della vita che chiede coraggio e umiltà per reiniziare ogni giorno l’avventura esistenziale». 

 Messaggero Sant’Antonio

© vawiley / Getty Images

 

 

TEECNOLOGIA E RISCHI

 Dai patti digitali alla comunità educante


Il modello Imola su smartphone e minori


-di CLAUDIA LA VIA

Quando dare il primo smartphone? La domanda arriva spesso alle soglie delle medie, insieme al timore che un figlio resti escluso dal gruppo. Ma la storia del suo rapporto con gli schermi comincia molto prima: nelle attese, a tavola, nei momenti in cui un adulto cerca di calmare un bambino. Per accompagnare gli adolescenti nel digitale occorre risalire a quelle origini. E coinvolgere gli adulti che, ogni giorno, contribuiscono a farli crescere.

«Quotidianamente mi trovo di fronte a situazioni in cui il cellulare viene utilizzato come pacificatore, come babysitter, come intrattenimento e addirittura come mediatore nell’interazione tra bimbo e genitore sostituendosi spesso anche al ruolo consolatorio e di riferimento del genitore stesso», racconta Irene Bonomelli, pediatra dell’ospedale di Imola e promotrice del patto digitale locale. Nella sua esperienza clinica, Bonomelli osserva difficoltà già nei bambini più piccoli: «Gli effetti di questi comportamenti sono evidenti già nella primissima infanzia con ritardo del linguaggio, difficoltà alla concentrazione, iperattività, scarsa gestione della rabbia e dell’emotività». E negli adolescenti, aggiunge, gli effetti possono comprendere ansia, calo del tono dell’umore, difficoltà relazionali e neurocognitive.

Proprio partendo da queste preoccupazioni a Imola è nato un patto tra famiglie, pediatri, neuropsichiatria infantile, scuole, Comune, parrocchie e associazioni. Il percorso è approdato all’Italian Journal of Pediatrics, che lo descrive come una delle prime iniziative italiane di attuazione strutturata di patti digitali con un’alleanza tra sanità, scuola e società civile. Al centro un’idea: educare una comunità perché possa educare i minori. Il consiglio ricevuto in ambulatorio può infatti scontrarsi con abitudini e pressioni che una famiglia fatica ad affrontare da sola. Con la rete, spiega Bonomelli, «il tema e le problematiche non rimangono solo relegati al consiglio di un professionista sanitario ma entrano a far parte della quotidianità della famiglia e del benessere dei bimbi in tutti gli ambienti frequentati». E, soprattutto, «il genitore non si sente solo nell’affrontare un percorso educativo ma entra in una comunità educante».

Presentato nel novembre 2024, nella rete nazionale dei Patti Digitali di comunità, il progetto ha raccolto richieste e difficoltà di famiglie e insegnanti per costruire tre patti: zero-sei anni, primaria e secondaria di primo grado. Le indicazioni accompagnano la crescita: tutelare gioco e relazione, ritardare lo smartphone personale, accompagnare l’accesso alla rete. Ad oggi sono 119 le istituzioni educative coinvolte e 298 i patti sottoscritti.

L’efficacia del progetto sulle abitudini digitali resterà da valutare. Intanto, però, si lavora per fornire una strada diversa rispetto al “digitale a tutti i costi”, con alternative che cominciano dai gesti quotidiani e con il cambio di piccole e decisive abitudini. Elisabetta Zucchini, direttrice  dell’Unità operativa complessa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ausl di Imola, suggerisce per esempio di portare un libro o un gioco durante un’attesa e intrattenersi insieme al bambino. Dare parole alla fatica, riconoscere la frustrazione e trovare insieme come superarla aiuta a costruire sicurezza e autonomia.

 Anche gli adulti hanno bisogno di confronto: nel servizio, spiega, «da un paio di anni viene effettuato un percorso psicoeducativo in piccolo gruppo di genitori così da permettere loro anche momenti di confronto tra pari e di condivisione di difficoltà e di strategie efficaci individuate da loro stessi». Valentina Totti – madre di due bambini della primaria e fra i genitori promotori del patto – racconta: « La parte più difficile è avere un uso equilibrato e dare il buon esempio». Ma non si tratta di bandire tutto, semmai di valutare un uso progressivo e adatto alle reali esigenze dei giovanissimi. 

Tra le famiglie del tavolo dei patti si discute infatti anche di dispositivi che consentano ai ragazzi le prime autonomie negli spostamenti, senza per forza ricorrere a uno smartphone con accesso a internet. «Se non siamo i primi noi come genitori a rispettare i patti digitali non possiamo aspettarci che i nostri figli li rispettino», osserva Totti. 

Rimandare il primo smartphone e preparare i figli al suo uso resta una scelta familiare che ha bisogno di sostegno. È su questo che scommette Imola: adulti capaci di condividere la fatica delle scelte e di offrire ai ragazzi occasioni per stare insieme, anche senza uno schermo.

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MIO PADRE, TUO PADRE




Due padri. Due figlie. Un solo dolore. MIO PADRE, Rami Elhanan, israeliano, e Bassam Aramin, palestinese, vivono sui due lati opposti di un confine, divisi da lingue, religioni, storie, bandiere.

Ma un giorno, qualcosa spezza le loro vite: Smadar e Abir, le loro figlie, vengono uccise. Una da un soldato dell’IDF, l’Esercito di Difesa Israeliano, appena fuori da scuola. L’altra da un attentato palestinese in pieno centro a Gerusalemme.

 Potrebbero odiarsi. Potrebbero decidere di imbracciare le armi e cercare vendetta. E invece decidono di parlarsi, di ascoltarsi, di lottare insieme perché nessun altro debba soffrire come loro.

Decidono di spezzare il ciclo dell’odio: un meccanismo che porta a rispondere a ogni azione violenta con altra violenza, innescando una catena senza fine, inutile, perché non riporterà indietro chi non c’è più. 

In questo racconto le voci di Abir e Smadar si alternano a quelle della narrazione, risuonando tra le pagine con forza e dolcezza, e ricordandoci che la pace non è un sogno lontano, ma una scelta da fare ogni giorno.

Un libro che parla di guerra e di lutto, ma anche di coraggio, memoria e dialogo.

Perché costruire la pace è la missione più difficile e più urgente – che ci sia.



 

LA BANDA DELLE MINICAR

 


Gli aggressori hanno confessato, sono due minorenni annoiati e senza situazioni di disagio alle spalle. Hanno perso il principio di realtà perché vivono immersi nel digitale, in un mondo parallelo che li eccita, li nutre e crea dipendenza. E gli adulti non sanno più come riportarli nel reale. 


Alberto Pellai 

Per giorni ci siamo chiesti da chi fosse composta la banda della minicar che in una notte di follia ha spintonato, fatto cadere – quasi fino ad uccidere come è accaduto all’attore Davide Iacopini – passanti ignari per le strade di Roma. Oggi sappiamo che si tratta di due adolescenti di 16 e 17 anni. Non appartengono al mondo del disagio. Sono regolarmente iscritti a scuole superiori e quella sera hanno deciso di fare la mattanza in minicar perché erano annoiati. 

Andare in giro con un ‘auto, guidandola in modo spericolato e fare punti investendo pedoni ignari è il percorso di gioco proposto da uno dei videogames più popolari al mondo. La cronaca ci ha raccontato che questi due adolescenti quel videogioco lo hanno abitato non dentro uno schermo, dove tutto appare possibile e senza conseguenze, ma dentro il principio di realtà. Ora è il principio di realtà che bussa alle porte di casa loro: saranno indagati, processati, certamente condannati. Ecco, questo probabilmente non se lo aspettavano: il loro videogioco questo finale non lo prevede. Il finale corretto dovrebbe essere la scuola e la famiglia ad insegnartelo. Ma oggi noi adulti della comunità educante sembriamo sempre più impotenti di fronte alla potenza con cui la corrazzata Potemkin del mondo digitale entra nelle vite dei nostri figli e occupa tutto: ogni angolo della loro vita reale e della loro vita interiore. 

Iperstimolazione, eccitazione, gratificazione istantanea sono i tre ingredienti della crescita che giorno dopo giorno nutrono la mente dei nostri figli mentre la comunità educante cerca di raggiungerla proponendo tutte le educazione possibili: l’educazione emotiva, l’educazione antibullismo, l’educazione di genere, l’educazione alle life skills, l’educazione all’empatia. Stiamo disperatamente cercando di mettere infiniti cerotti a squarci dell’anima e della mente che ogni giorno sono violentati da un contesto socio-culturale che si è preoccupato di spostare la vita dei minori dalla comunità locale alle communities virtuali. Lì dentro regna violenza, prepotenza, ostilità e soprattutto manca qualsiasi codice etico. 

 La psicologia oggi è spaccata in due: c’è chi parla di genitori fragilissimi, per cui il digitale non c’entra anzi diventa un ambiente elettivo in cui rifugiarsi per ripararsi da un mondo adulto che non sa ascoltare le tue emozioni e il tuo dolore. Ma c’è anche una linea di pensiero – e io appartengo a questa – che constata la totale impotenza del mondo adulto a rioccupare il suo corretto e adeguato posizionamento educativo, perché i figli si trovano sempre dispersi in altri mondi, chiusi dentro stanze in cui non sono più contattabili. 

La loro vita è immersa in un mondo parallelo che li stimola, li eccita e alla quale non possono e non riescono a rinunciare. Gli adulti provano a riportarli nel reale, ma si trovano di fronte a scene violentissime e piene di rabbia, in cui i figli a cui metti limiti nel mondo digitale prendono a calci tutto, a volte anche gli stessi genitori. Intanto, in quel mondo lì imparano a sentirsi vivi e attivi ingaggiandosi in attività ad alto impatto psicotropo, con un livello di eccitazione e stimolazione che nella vita reale non ha equivalenti. A questo punto, quando sono dentro la vita reale, arriva una noia di cui sono totalmente analfabeti. E allora per sconfiggerla fanno nel mondo reale le stesse cose che fanno in quello virtuale, senza soluzione di continuità, come se fosse lo stesso. 

Ciò che oggi sta distruggendo la crescita è il nutrimento che viene dato ai cervelli in età evolutiva: un buffet di eccitazione, sregolatezza, violenza che per ore, ogni giorno, desensibilizza i nostri figli ai codici etici e morali di cui invece cerca di impregnarli l’educazione del mondo adulto (o almeno di parte di esso). 

I dati sui reati in Italia raccontano che essi sono in calo su tutti i fronti, tranne quelli ad opera dei minori. Le statistiche riportano un sovraffollamento del penale minorile, anche dovuto al cambio di passo che il nuovo governo ha imposto in relazione ai reati minorili, accentuandone la dimensione repressiva e sanzionatoria. 

Ma tutto quello che sta accadendo, ci dice che anche la repressione e la sanzione diventano cerotti su squarci giganteschi che si sono generati sulla trama culturale, sociale ed educativa che avvolge il tempo della crescita. Non è ancora troppo tardi per ritornare a dare a chi cresce un mondo a sua misura. E nonostante tantissimi affermino che è tutta colpa di noi genitori, io rimango convinto che dobbiamo cambiare il brodo digitale in cui abbiamo immerso il cervello dei nostri figli (e di conseguenza il mondo dei loro bisogni e desideri) sin dall’età più precoce.

Famiglia cristiana 

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mercoledì 14 ottobre 2026

L'AMICIZIA BENE PUBBLICO

 


La solitudine 


e il valore 


delle relazioni




-di PAOLO VENTURI

Un rapporto uscito pochi giorni fa, “The loneliest generation” dell'Institute for Public PolicyResearch, fotografa l'Inghilterra di oggi: un ragazzo su venti tra i 16 e i 21 anni dichiara di non avere nemmeno un amico stretto, contro uno su cento dieci anni fa. Chi può contare su almeno tre amici stretti è sceso dall'85% al 72% in un decennio. Non è un dato marginale, né solo inglese: è la fotografia di una generazione a cui abbiamo tolto, insieme ai luoghi dell'amicizia, il diritto di costruirla. Il fenomeno non riguarda solo gli adolescenti: abbiamo allontanato l'amicizia dalla vita sociale, economica e politica, relegandola a fatto privato e informale.

L'intelligenza artificiale sa connettere migliaia di persone in un istante, ma non sa fare l'amicizia: forse è il momento di chiederci perché l'abbiamo tenuta fuori da lavoro, economia, politica, innovazione, per un'interpretazione riduzionistica che la considera irrilevante. La storia dice il contrario: l'amicizia cambia la storia, non solo quelle cattive di cui parlano le cronache di potere, ma soprattutto quelle buone, che raramente si raccontano.

Come quella tra Albert Einstein e l’ingegnere Michele Besso, colleghi all’ufficio brevetti di Berna: ogni giorno, uscendo dal lavoro, camminavano parlando di fisica e di tempo. Besso fu, per Einstein, una cassa di risonanza delle sue idee: nell’articolo del 1905 sulla relatività ristretta non c’è bibliografia, ma un ringraziamento per un’assistenza fedele e suggerimenti preziosi. Fu Antonio Genovesi, nel Settecento napoletano, a capovolgere l’assioma hobbesiano dell’homo homini lupus in un principio diverso: homo homini amicus. Se l’uomo è lupo per l’uomo, l’unica relazione possibile è la competizione a somma zero; se è invece amico, l’economia nasce dalla fiducia reciproca, da soggetti che si riconoscono e cooperano, non solo competono.

Aristotele lo aveva già chiarito: esistono amicizie di utilità, di piacere, e un’amicizia perfetta, che ama l’altro per ciò che è, non per ciò che procura. Solo quest’ultima è stabile: non dipende dal vantaggio o dall’umore ma dal carattere dell’amico, il luogo in cui la virtù si compie, come in uno specchio.

Eppure, “amico” è oggi una parola consumata, derubricata ad apparire amicizia, logica autoreferenziale o strumentale, sostituita con una relazionalità presunta neutra, procedure al posto del volto. L’amicizia vera non distribuisce privilegi, distribuisce riconoscimenti, diversi dal familismo amorale. Ed è proprio l’amicizia virtuosa a farci preferire: senza di essa la responsabilità per-sonale non fiorisce, né in azienda né in politica. Si può costruire diversamente anche la città, partendo da questa idea di amicizia civile. Oggi, più di una famiglia su due è composta da una sola persona; nei centri delle grandi aree metropolitane vive da solo quasi un residente su quattro, il 24,7%. È l’amicizia desiderata

ma resa impossibile dalla forma stessa che abbiamo dato alle nostre città. Il modello che le ha rese grandi non è la polis greca, che escludeva donne, servi, chi non aveva cultura, ma la civitas romana: comunità aperta, tradotta in piazza, mercato, confraternite, luoghi che rendevano visibile la fiducia. Una città amica non è più efficiente, ma sceglie chi includere. E l’amicizia postula sempre la relazione, non il contatto: solo l’incontro fa accadere l’inatteso.

Lo ha detto senza giri di parole papa Leone XIV ai giovani a Rimini: “Se ci sarà comunione nel mondo, comincerà da loro, perché sono i giovani a saper “costruire la comunione con l’amicizia”. Non è solo un’esortazione spirituale, è un’indicazione metodo: rifare comunità comincia da lì.

Riscoprire l’amicizia non è un esercizio di nostalgia, né un supplemento d’anima da aggiungere quando tutto il resto è già stato deciso. È una scelta di metodo, concreta quanto una policy: significa scegliere con chi lavorare, chi finanziare, chi includere, prima di scrivere le regole. Le imprese, le istituzioni, le città che rimetteranno l’amicizia dentro i propri processi saranno quelle capaci di generare fiducia, innovazione, valore che dura. Non un ideale da custodire in privato: un vantaggio da mettere a frutto in pubblico.

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