venerdì 7 agosto 2026

L'EUROPA AL BIVIO

 


La sfida di Sánchez 

e il bivio dell’Europa



-di Giuseppe Savagnone 

 

Processo a Sánchez

Tutto lasciava pensare che il vertice straordinario dei ministri dell’Interno della Ue del 4 agosto si sarebbe tradotto in un processo alla politica migratoria di Pedro Sánchez. A chiederne la convocazione urgente, all’indomani dei fatti di Ceuta, era stata una lettera di 22 leader europei su 27, in risposta a un appello di Giorgia Meloni, la prima e la più drastica accusatrice del governo spagnolo.

La crisi di Ceuta veniva interpretata dalla premier italiana come una gravissima minaccia alla “difesa dei confini” europei, effetto di una politica migratoria che l’Italia ha sempre condannato. Come ha esplicitato il vice-premier e ministro degli Esteri Tajani: «Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di esseri umani». Da qui la decisione unilaterale di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei confronti della Spagna.

Immediata, e in piena sintonia con quella del governo italiano, la denuncia anche degli Stati Uniti, che già più volte, nel recente passato, avevano attribuito il declino dell’Europa a una politica migratoria troppo permissiva: «Questo incidente inaccettabile è la conseguenza diretta degli sforzi deliberati del governo spagnolo volti a consentire e facilitare l’immigrazione illegale di massa in Europa», ha dichiarato il Dipartimento di Stato su X.

Ma anche dall’Europa erano arrivati messaggi molto critici verso Madrid. Pienamente d’accordo con Meloni si era detta la ministra dell’Interno finlandese Mari Rantanen: «La Spagna ha completamente fallito nel proteggere il confine esterno dell’area Schengen dalle incursioni. Questo non può continuare», aveva scritto su X, aggiungendo che «i Paesi che non adempiono al loro obbligo di proteggere il confine esterno non possono essere membri di Schengen». Sulla stessa linea la Svezia e soprattutto la premier socialdemocratica della Danimarca, Mette Frederiksen, che insieme a Meloni poi ha preparato la lettera in cui si chiedeva la convocazione straordinaria del vertice.

Per non parlare dei partiti di destra dei paesi europei, dal tedesco Alternative für Deutschland al francese Rassemblement National, e dei social, come X, di Elon Musk, tutti uniti nell’attacco a Madrid.

La vera posta in gioco

In realtà, come si evince dalla dichiarazione di Tajani, la vera questione non è mai stata la permeabilità della frontiera spagnola. Sánchez ha avuto buon gioco nel far notare che, stando ai dati ufficiali dell’agenzia «Frontex», tra il 2021 e il 2026 il numero di irregolari registrato dall’Italia è stato di 478.600 persone, mentre dalla Spagna è stato 230.476, la metà.

Il governo spagnolo in questi anni ha condiviso con tutti gli altri Paesi europei l’impegno di bloccare un afflusso caotico e incontrollabile di migranti, esercitando – come del resto sta facendo ora a Ceuta – il suo potere di respingimento e di espulsione degli immigrati illegali. Con una differenza fondamentale, però: mentre gli altri governi europei – sotto l’impulso di quello italiano – hanno sempre più messo al centro della loro politica migratoria la “difesa dei confini”, guardando ai migranti come a minacciosi barbari invasori, Sánchez ha più volte dichiarato di considerarli invece una preziosa risorsa per la crescita della Spagna, attuando una politica complessiva di accoglienza e soprattutto curando l’integrazione.

«La Spagna» – ha detto in un discorso al parlamento nell’ottobre del 2024 – «è un paese di emigranti. Dobbiamo sempre iniziare ricordando questo fatto. Il nostro dovere adesso è essere quella società accogliente che i nostri stessi emigranti avrebbero voluto trovare al di là dei Pirenei o dell’Atlantico. Questo è il debito morale che abbiamo nei confronti dei nostri antenati».

Ma, ha aggiunto, «l’immigrazione non è solo una questione di umanità, il che basterebbe. È necessaria per la nostra economia e per la nostra prosperità». Come dimostrano i dati. Anche grazie agli immigrati, che hanno permesso di compensare la grave crisi demografica che affligge la Spagna, come il resto d’Europa, il Pil spagnolo nel 2025 ha registrato una crescita del 2,9%: più del doppio della media europea. E anche per il 2026 si prevede un aumento del 2%, ben maggiore dell’1,2% del Regno Unito e dell’1% di Francia e Germania.

Il confronto è ancora più impressionante con l’Italia, il cui Pil nel 2025, malgrado il massiccio sostegno europeo del Pnrr, è cresciuto solo dello 0,7% e, nelle migliori previsioni per il 2026, resterà al di sotto dell’1%.

Il culmine di questa politica è stato rappresentato dalla decisione del governo spagnolo, l’aprile scorso, di regolarizzare circa 500.000 migranti presenti in Spagna da almeno cinque mesi prima del 31 dicembre 2025 (dunque già in qualche modo inseriti), senza precedenti penali. Nessuna rinuncia all’identità nazionale, come Sánchez nel proprio messaggio sui social ha specificato: «Riconosciamo diritti ma richiediamo anche obblighi. Che coloro che già fanno parte della nostra vita quotidiana lo facciano a condizioni uguali, contribuendo al sostentamento del nostro Paese e del nostro modello di convivenza».

Uno schiaffo per la “filosofia” sovranista di Meloni, ora applicata a tutta l’Unione europea, secondo cui per “ritornare ad essere grandi” bisogna alzare più muri e fare più deportazioni. I fatti stanno dimostrando che ha ragione Sánchez quando dice che la Spagna, come tutta l’Europa, «deve scegliere» tra due possibili opzioni: «Essere un paese aperto e prospero o un paese chiuso e povero».

Una reazione sproporzionata

Non è necessario essere maligni per pensare che i toni esasperati del governo italiano – e, in una certa misura, degli altri leader europei – dopo Ceuta siano da collegare a questo contesto. Perché l’episodio di Ceuta è stato grave, ma una sproporzione nelle reazioni c’è stata. Basta fare un confronto con quanto accaduto a Lampedusa nel 2023, quando quasi 10.000 persone approdarono gettando nel caos l’isola. L’Unione europea – che in quel momento era presieduta dalla Spagna – fu subito solidale col governo italiano. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si recò con Meloni a visitare l’isola, garantendo il suo sostegno. Nessuno parlò di minaccia ai confini dell’Ue e della possibilità di sospendere l’Italia dagli accordi di Schengen.

Si capisce la delusione spagnola di fronte alla reazione dell’Italia in questa occasione. La riflette chiaramente la risposta di Madrid alla dichiarazione di Tajani: «Questo messaggio è inappropriato da parte del ministro degli Esteri di un Paese partner e amico, dal quale ci aspettiamo solidarietà europea e non demagogia di parte». E si sarebbe forse potuto aggiungere che Sánchez aveva difeso pubblicamente Meloni quando era stata attaccata e mortificata da Trump.

Particolarmente grave lo stop a Schengen da parte dell’Italia, un atto di rottura che il ministro dell’Interno spagnolo ha definito «un’azione imperdonabile». Ma anche il commissario europeo Brunner successivamente ha osservato che le frontiere europee non avevano mai corso alcun rischio, perché chi da Ceuta «vuole passare in Spagna deve comunque superare i controlli della frontiera esterna», sottolineando che «l’Italia è l’unico Paese ad aver introdotto controlli alle frontiere aeree e marittime», che in realtà «sono l’extrema ratio» e «devono essere proporzionati».

In ogni caso – ha fatto presente il governo di Madrid – la crisi di Ceuta «non ha nulla a che vedere con la regolarizzazione dei migranti approvata dal governo spagnolo». Essa in realtà è stata innescata da una sentenza della Corte suprema spagnola, pubblicata lo scorso 8 luglio, nella quale si affermava che il respingimento immediato è legittimo soltanto quando l’ingresso illegale avviene attraverso il superamento di una barriera materiale di confine, e non via mare.

Quella che Madrid ha evitato di sottolineare è la responsabilità delle autorità marocchine, che non solo non hanno fatto nulla per arginare l’esodo verso l’exclave spagnola, ma con ogni probabilità lo hanno anche promosso.

Il perché non è un mistero. Il re del Marocco la considera un residuo inaccettabile dell’eredità coloniale e cerca ogni occasione per abolirla. Per di più, recentemente, con un viaggio ad Algeri, il premier spagnolo Sánchez si è riavvicinato al nemico giurato del Marocco, l’Algeria, che sostiene l’indipendenza del Sahara Occidentale, su cui il governo marocchino rivendica la propria sovranità.

In questo gioco diplomatico ha sicuramente giocato un ruolo importante l’appoggio di Trump al Marocco nel sordo conflitto con la Spagna. È nota l’ostilità del presidente americano nei confronti di Sánchez, l’unico leader europeo che ha osato respingere la sua pressante richiesta di innalzare le spese per gli armamenti e che ha denunciato apertamente, con un fermo discorso, l’assurdità dell’attacco all’Iran.

La montagna ha partorito il topolino

Questi antecedenti spiegano perché ci si aspettasse dal vertice del 4 agosto una condanna della Spagna, sulla cui onda il ministro Piantedosi sperava di far approvare un progetto, elaborato da Meloni insieme a Frederiksen, in base al quale, sul modello albanese, l’Ue avrebbe dovuto creare diversi hub per il rimpatrio in Paesi terzi (si parlava di Uganda, Ghana, Etiopia e Montenegro).

E invece le cose sono andate abbastanza diversamente. Un quotidiano “di sinistra” come «Repubblica» titolava in prima pagina: «Emergenza migranti: la Ue respinge l’Italia». E, nel catenaccio: «Sostegno da Bruxelles alla Spagna e gelo sulla proposta dei centri in Africa».

In questa prospettiva, nell’editoriale di Andrea Bonanni, intitolato «Il boomerang di Meloni», si parlava di «piena, unanime solidarietà alla Spagna, e congratulazioni per come Madrid ha gestito la crisi dei migranti a Ceuta. La sfida lanciata da Giorgia Meloni a Pedro Sánchez si risolve in un clamoroso autogol».

Ma anche un giornale “di destra”, «Il Foglio», esibiva un titolo in questo senso: «Viva la Ceuta invasa dall’europeismo». E, nel catenaccio: «Solidarietà e lodi alla Spagna. I 22 europei, compresa l’Italia, fanno una grande retromarcia su Ceuta».

Probabilmente ci si è resi conto che l’azione diplomatica di Meloni per isolare la Spagna, portata alle sue logiche conseguenze, avrebbe avuto come unico vero effetto non quello di rafforzare i confini dell’Unione europea, ma di spaccarla e indebolirla ulteriormente, facendo, alla fine, il gioco di Trump.

Ma a ricordarci che la battaglia decisiva era il titolo controcorrente di un giornale “di sinistra”, «Domani»: «Migranti: L’Ue stregata da Meloni. “Più rimpatri”, Sánchez isolato». E, nel catenaccio: «Il commissario Brunner attacca Madrid: “Le regolarizzazioni non sono un buon segnale per l’Europa”». La “filosofia” dominante di questa Europa rimane quella dell’esclusione e nello stesso vertice dei giorni scorsi la proposta italiana della deportazione in Uganda o in Ghana dei migranti non è stata approvata, ma neppure respinta. Solo rinviata. E le prossime elezioni favoriranno un ulteriore spostamento a destra della politica europea.

Ho amici spagnoli che detestano Sánchez e che, dopo questo “chiaroscuro”, mi accuseranno di averlo beatificato. So delle forti critiche che gli vengono rivolte e non escludo affatto che siano fondate. Senza dire che su alcune tematiche, come quelle riguardanti la sessualità e la bioetica, sono sempre stato anch’io molto distante dalla sua linea. Ma almeno sulla questione dei migranti spero che la sua sfida continui ad inquietare questa Europa sempre più ripiegata su sé stessa, ricordandole che nessuno cresce escludendo gli altri.

www.tuttavia.eu

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LA RECINZIONE E LO SPECCHIO

 


Il PAESE CHE HA BISOGNO 
DI IMMIGRATI…
E NE HA PAURA!



Ci sono bugie che non trionfano perché siano vere, ma perché risultano straordinariamente utili. 
La più grande bugia del nostro tempo è presentare l’immigrazione come il problema principale dell’Europa quando, paradossalmente, costituisce una delle condizioni per la sua sopravvivenza.


-di Evaristo Villar

La recinzione e lo specchio

L’alba sorge a Ceuta. Dall’altra parte della recinzione, un gruppo di giovani attende in silenzio. Non gridano. Non sventolano bandiere. Solo uno zaino, una borraccia e quel misto di paura e speranza che spinge ad attraversare deserti, mafie e confini. Davanti a loro, guardie, filo spinato e protocolli. Alle loro spalle restano il Sahel, le guerre dimenticate, la fame, il cambiamento climatico e l’assenza di futuro.
Tra questi due mondi ci sono appena pochi metri. Ma questi metri ora separano due modi di intendere la civiltà. Perché il vero muro non è a Ceuta. È nelle nostre menti.

La bugia utile.

Ci sono bugie che non trionfano perché sono vere, ma perché sono straordinariamente utili.
La più grande del nostro tempo è presentare l’immigrazione come il grande problema dell’Europa quando, paradossalmente, essa è una delle condizioni per la sua sopravvivenza.
La Spagna sta invecchiando rapidamente. Ha uno dei tassi di natalità più bassi al mondo. La Banca di Spagna, l’OCSE e la Commissione europea concordano sul fatto che il contributo dell’immigrazione sia fondamentale per sostenere la crescita economica, il mercato del lavoro e, a medio termine, il sistema pubblico
pensionistico. Basta osservare il raccolto nei nostri campi coltivati, le serre di Almería, gli hotel lungo la costa, gli ospedali, le case di riposo per anziani o i cantieri nelle nostre strade e città per rendersene conto.
Abbiamo bisogno degli immigrati. Eppure ne parliamo come se fossero un problema da cui dovremmo difenderci. Questo è il paradosso.

Il business della paura
La Spagna non è sola in questo dibattito. Donald Trump ha fatto dell’immigrazione un pilastro della sua imprevedibile e crudele politica. In numerosi paesi europei l’estrema destra è in crescita e attribuisce allo straniero la responsabilità dell’insicurezza, della perdita dell’identità nazionale e persino della crisi dello stato sociale. L’Unione Europea oscilla tra la difesa dei diritti umani e la tentazione di
blindare i propri confini.
La paura ha sempre prodotto buoni risultati elettorali. La storia, d’altro canto, è stataben peggiore. Zygmunt Bauman ha scritto che gli immigrati finiscono per diventare “stranieri che bussano alla porta», sui quali proiettiamo tutte le nostre insicurezze. È più facile incolpare il nuovo arrivato che chiedersi perché una società ricca generi tanta paura.
L'immigrazione è diventata, così, lo specchio in cui l’Occidente contempla le proprie incertezze. E ciò che vede non gli piace.

La domanda sbagliata
In Spagna da troppo tempo rispondiamo alla domanda sbagliata. Non si tratta solo di sapere quanti immigrati possono entrare. La questione cruciale è un’altra: che progetto di Paese vogliamo costruire con loro?
Perché l’integrazione inizia proprio dove finisce il confine. A scuola.
Nell’apprendimento della lingua. Sul lavoro. Nel quartiere. Nell’accesso a un alloggio dignitoso. Nel rispetto delle leggi. Nell’uguaglianza di diritti e anche di doveri. Regolarizzare non basta. Neanche chiudere. Una società intelligente non sceglie tra porte aperte o muri insormontabili. Sceglie tra integrare o dividere; tra costruire cittadinanza o creare ghetti.
La coesione sociale non nasce dalla paura. Nasce da un progetto condiviso.

Una vecchia domanda a Salamanca

Quasi cinquecento anni fa il filosofo Francisco de Vitoria pose una domanda rivoluzionaria: GLI STRANIERI POSSIEDONO LA STESSA DIGNITÀ CHE ABBIAMO NOI? Quella intuizione  ha cambiato la storia del diritto internazionale.
Cinque secoli dopo, stiamo ancora discutendo proprio della stessa cosa, sebbene utilizziamo parole diverse.
Jürgen Habermas parla di un patriottismo basato sui valori democratici e non sul sangue. Perché ogni persona possiede molteplici identità. Ridurle a una sola è l’inizio del fanatismo.
Il Vangelo, dal canto suo, va ancora più lontano. Inizia con un bambino che fugge con i suoi genitori in Egitto per salvarsi la vita. E si conclude con una frase che continua ad essere scomoda per credenti e non credenti: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Non è un programma di governo. È una misura della nostra umanità.

Chi bussa realmente alla porta?
Forse tra cinquant’anni gli storici non si chiederanno più quanti immigrati siano arrivati a Ceuta, Melilla o alle Isole Canarie.
Si chiederanno come un continente invecchiato, bisognoso di milioni di lavoratori e fiero di aver proclamato i diritti umani, sia riuscito a convincere una parte dei suoi cittadini che coloro che sostenevano una parte crescente della loro prosperità costituissero proprio la loro più grande minaccia.
Questo sarà il vero enigma del nostro tempo. Perché i fili spinati alla fine finiranno per arrugginirsi. Cambieranno i governi, le rotte migratorie e gli accordi internazionali. La cosa difficile sarà abbattere il muro che portiamo dentro di noi.
Perché le civiltà non iniziano a morire quando arrivano troppi stranieri. Iniziano a morire quando perdono fiducia in se stesse e hanno bisogno di crearsi nemici per nascondere le proprie contraddizioni.
Forse un giorno, in un futuro non troppo lontano qualche storico riassumerà la nostra epoca con una frase carica di ironia: «Avevano bisogno di immigrati per sostenere il loro benessere; hanno preferito trovare capri espiatori per assicurarsi i loro voti».
E allora capiremo che la grande crisi d’Europa non è mai stata l’immigrazione.

 È stata la paura.
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Articolo pubblicato il 4.8.2026 nel portale “Religión Digital”  www.religiondigital.org).
Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli

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LA MUSICA CI SALVERA'

 


La memoria 

dei suoni

 ci salverà 

dalla crisi

 climatica


di Simonetta Sandri

Sul clima e sull'ambiente, continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo. Il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Sappiamo, ma non sentiamo. Comprendiamo, ma non cambiamo. Il vero limite della nostra epoca è la perdita di una relazione profonda con il mondo vivente. Tornare ad ascoltare il pianeta è la vera sfida. In dialogo con Dario Giardi, ricercatore e compositore

Avreste mai detto che ci sia un legame fra la musica e la sfida climatica? Dario Giardi, ricercatore, esperto nel campo dell’energia, responsabile sostenibilità ed economia circolare di Confagricoltura, compositore, con il suo saggio E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica (Mimesis Edizioni) si muove lungo un confine affascinante e ormai urgente: quello in cui ecologia, sostenibilità e dimensione sonora si incontrano. Lo abbiamo incontrato. Scoprendo che è possibile guardare alla crisi climatica non soltanto come a una questione di cifre, quote di emissioni o modelli matematici, ma anche, e soprattutto, come a una crisi percettiva, emotiva e culturale.

L’umanità – sostiene Giardi – ha progressivamente “smesso di ascoltare” la natura, soffocando la biofonia (i suoni degli esseri viventi) e la geofonia (i suoni degli elementi naturali) con l’antropofonia, ossia con il rumore, di sottofondo e incessante, delle nostre macchine e della nostra industria inquinante. Non sentiamo più il mondo vero.

In tutto ciò, entra il memoryscape. Giardi crea ed espande il concetto di paesaggio sonoro, parlando di “memoria dei suoni”. I suoni che stiamo perdendo (il verso di specie in estinzione, il fruscio di ghiacciai che fondono, i cori di foreste deforestate, le campane di un piccolo villaggio) rappresentano una perdita di identità ecologica e comunitaria. Vanno riscoperti e conservati.

E poi c’è il silenzio, non come assenza di suono, ma come “spazio di presenza” ed elemento fondamentale dell’ascolto, necessario per comprendere ciò che ci circonda. Quel silenzio prezioso che ormai non si trova più da nessuna parte. Tanto che è diventato lusso.

Fare o ascoltare musica insieme ci insegna l’armonia, la misura e la relazione. È metafora e palestra di un nuovo modo di abitare la Terra. L’essere umano, in fondo, è solo una voce dentro una più ampia orchestra biologica.

Il saggio non ha una ricetta magica o un potere taumaturgico affidato alle note: la musica da sola non ridurrà le tonnellate di CO₂ nell’atmosfera. Ma è un invito rivoluzionario a rieducare la nostra percezione per tornare a sentirci parte dell’orchestra della TerraNel dibattito sulla crisi climatica siamo abituati a dati, grafici ed evidenze visive. Perché ha scelto di affrontarla attraverso la lente del suono? In che modo musica e ascolto offrono prospettive che la scienza o la politica non riescono a comunicare?

Dopo oltre vent’anni di ricerca sulla sostenibilità, mi sono reso conto che continuiamo ad accumulare dati, pubblicare rapporti scientifici, organizzare conferenze internazionali e affinare modelli previsionali sempre più accurati. Eppure siamo ormai arrivati alla trentunesima Conferenza delle Parti sul clima, che si terrà in Turchia il prossimo novembre, senza aver innescato un cambiamento all’altezza della gravità della crisi.

Continuiamo ad accumulare dati, pubblicare rapporti scientifici, organizzare conferenze internazionali e affinare modelli previsionali sempre più accurati. Ma non abbiamo ancora innescato un cambiamento all’altezza della gravità della crisi

Da ricercatore conosco bene questi dati: sono inequivocabili. Oggi, grazie alle nuove tecnologie, sappiamo come sta cambiando il pianeta e quali saranno le conseguenze dell’inazione. La ricerca continua a lanciare l’allarme, la politica prova a individuare strategie e obiettivi, ma ogni passo in avanti sembra essere sistematicamente inferiore a quello che sarebbe necessario.

A quel punto ho iniziato a pormi una domanda: perché continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo? La risposta a cui sono arrivato è che il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Non siamo riusciti a sviluppare una vera coscienza ecologica, né individuale né collettiva. Continuiamo a ragionare sul breve e medio periodo, entro i confini dei nostri interessi nazionali, mentre il clima opera su scale temporali molto più lunghe e non riconosce alcun confine politico. Il cambiamento climatico riguarda tutti, attraversa le frontiere senza chiedere permesso e richiederebbe, per sua natura, una visione globale e una responsabilità condivisa.

Parliamo di ambiente, organizziamo campagne di sensibilizzazione, facciamo educazione ambientale, produciamo informazioni sempre più dettagliate. Eppure qualcosa continua a non raggiungere la parte più profonda di noi. Sappiamo, ma non sentiamo. Comprendiamo, ma non cambiamo.

Perché continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo? La risposta è che il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Non siamo riusciti a sviluppare una vera coscienza ecologica, né individuale né collettiva

È stato in quel momento che ho iniziato a guardare con occhi nuovi alla mia altra identità di compositore. Da anni pubblico musica ambient e musica per il benessere con il mio alias artistico Giadar, collaborando con etichette internazionali. Questo percorso mi ha insegnato che il suono non è solo un elemento estetico: è un linguaggio capace di entrare in relazione con le persone a un livello emotivo, là dove i numeri, da soli, raramente riescono ad arrivare.

Ho iniziato così a chiedermi se il vero limite della nostra epoca non fosse la perdita di una relazione profonda con il mondo vivente. Forse continuiamo a rincorrere le emergenze non perché ignoriamo la crisi climatica, è che abbiamo progressivamente smesso di ascoltarla.

Da questa riflessione è nato E se fosse la musica a salvarci?. L’idea che attraversa tutto il libro è semplice ma radicale: prima ancora di cambiare le tecnologie o le politiche, dobbiamo recuperare la capacità di ascoltare il pianeta. Perché solo ciò che riusciamo davvero ad ascoltare può diventare parte della nostra coscienza e, quindi, delle nostre scelte.

Nel libro parla della crisi ambientale come emergenza ecologica ma anche come una “sordità” dell’essere umano verso la natura. Come si rieduca il nostro ascolto?

Viviamo immersi in una cultura che ci spinge a produrre continuamente suoni, notifiche, parole. Paradossalmente, ascoltiamo sempre meno. Rieducare l’ascolto significa rallentare e concedersi il tempo di abitare un luogo senza la necessità di intervenire. Come compositore ascolto molto prima di scrivere una sola nota. Ho imparato che il silenzio non è assenza di suono, ma disponibilità ad accogliere ciò che ci circonda. Questa è anche una pratica ecologica: imparare di nuovo a riconoscere il vento, gli insetti, l’acqua, il ritmo delle stagioni. Proteggiamo più facilmente ciò con cui riusciamo a entrare in relazione.

Prima ancora di cambiare le tecnologie o le politiche, dobbiamo recuperare la capacità di ascoltare il pianeta. Perché solo ciò che riusciamo davvero ad ascoltare può diventare parte della nostra coscienza e, quindi, delle nostre scelte

Il “paesaggio sonoro” (soundscape), teorizzato da R. Murray Schafer negli anni ’70, è centrale nel suo lavoro. Ce lo spiega? Come definirebbe l’ecologia acustica oggi e come si lega al cambiamento climatico?

Il concetto di soundscape elaborato da Schafer ci invita a considerare ogni ambiente come una composizione sonora in continua evoluzione. Ogni luogo possiede una sua identità acustica, fatta di equilibri tra elementi naturali, attività umane e tecnologia. Oggi l’ecologia acustica è diventata ancora più importante perché il cambiamento climatico modifica questi equilibri. Cambiano le migrazioni degli animali, i cicli biologici, la presenza delle specie e perfino il modo in cui percepiamo le stagioni. Ascoltare tali cambiamenti significa leggere il territorio da una prospettiva diversa, spesso più sensibile di quella puramente visiva.

Il field recording non è solo una tecnica per documentare la natura, ma è diventato una forma d’arte e d’impegno. Che valore ha registrare i suoni della natura oggi?

Per me il field recording rappresenta un gesto di attenzione prima ancora che una tecnica di registrazione. Quando porto con me un registratore non sto semplicemente raccogliendo suoni: sto cercando di instaurare un dialogo con un luogo. Molte delle mie composizioni nascono proprio da registrazioni ambientali. Quei suoni diventano materia musicale, ma rimangono anche documenti di un ecosistema in un preciso momento storico. In un’epoca di trasformazioni così rapide, registrare un paesaggio sonoro significa contribuire a costruire una memoria che potrebbe rivelarsi preziosa per le generazioni future.Anna Romanova, su Pexels

Inserire alberi, parchi, fontane e bio-corridori nelle città non serve solo per limitare CO₂ o temperature, ma trasforma radicalmente il suono urbano. L’ecologia acustica può guidare la futura urbanistica sostenibile?

Ne sono convinto. Quando parliamo di sostenibilità urbana pensiamo quasi sempre all’energia, ai trasporti o alla qualità dell’aria. Raramente ci chiediamo come suona una città. Eppure il suono influenza profondamente il nostro benessere. Una città capace di restituire spazio al vento tra gli alberi, all’acqua, agli uccelli e a una riduzione del rumore meccanico è una città che migliora anche la qualità della vita. L’urbanistica del futuro dovrebbe progettare non solo ciò che vediamo, ma anche ciò che ascoltiamo.

Lei cita “la memoria dei suoni”. Qual è il legame tra soundscape e memoryscape?

Il concetto di memoryscape che ho coniato, e che presento nel saggio, è nato in modo del tutto spontaneo, durante una passeggiata nel parco naturale vicino a casa mia. È un luogo a cui sono profondamente legato perché da bambino ci andavo spesso con i miei nonni. Camminando lungo quei sentieri mi sono reso conto che alcuni suoni erano rimasti identici nella mia memoria, mentre altri erano cambiati o erano scomparsi.

In quel momento ho capito che ogni paesaggio sonoro possiede anche una dimensione affettiva. Il soundscape racconta ciò che un luogo è oggi; il memoryscape è una sua evoluzione, racconta ciò che quel luogo continua a essere dentro di noi. È una geografia della memoria costruita attraverso i suoni. E quando un suono scompare, perdiamo non solo un elemento della biodiversità, ma anche un frammento della nostra identità.
Qual è il valore della “memoria sonora”? Esiste un suono del passato che abbiamo perso per sempre e uno assolutamente da preservare per le future generazioni?

Credo che la memoria sonora abbia un enorme valore culturale oltre che ecologico. Alcuni suoni della mia infanzia oggi sono molto più rari: il brulicare continuo degli insetti nelle sere d’estate, certe intensità del canto degli uccelli o il silenzio autentico di alcuni boschi. Più che salvare un singolo suono, dovremmo preservare l’equilibrio che permette a tutti quei suoni di convivere. Una foresta non è bella perché ospita il canto di un’unica specie, ma perché migliaia di organismi costruiscono insieme una straordinaria polifonia naturale.

L’impronta acustica

Quanto l’impronta acustica umana sta soffocando i suoni naturali e che conseguenze ha questo squilibrio sulla biodiversità?

L’impronta acustica dell’uomo è cresciuta enormemente negli ultimi decenni. Strade, aeroporti, industrie e infrastrutture hanno occupato una parte sempre più ampia dello spazio sonoro. Per molte specie questo non significa semplicemente convivere con il rumore, ma perdere la possibilità di comunicare, orientarsi e riprodursi. È un impatto invisibile, ma profondissimo. Come compositore mi colpisce pensare che stiamo alterando la più antica orchestra del pianeta: quella della vita.

La bio-acustica ci rivela che le foreste sono ecosistemi sonori in cui ogni specie occupa una “nicchia acustica”. In che modo l’ascolto di queste “sinfonie naturali” può trasformarsi da semplice strumento scientifico di monitoraggio a una leva emotiva e culturale?

La bio-acustica ci offre dati straordinari, ma quei dati possono diventare anche esperienza estetica. Quando ascoltiamo una foresta ricca di biodiversità percepiamo subito una complessità che nessun grafico riesce a restituire. Credo che artisti e musicisti abbiano il compito di trasformare questi dati in emozione. Se una persona esce da un concerto, da un’installazione sonora o dall’ascolto di una composizione con il desiderio di proteggere un ecosistema, allora l’arte ha contribuito concretamente alla causa ambientale.

Se una persona esce da un concerto, da un’installazione sonora o dall’ascolto di una composizione con il desiderio di proteggere un ecosistema, allora l’arte ha contribuito concretamente alla causa ambientale

A cosa può portare una collaborazione fra compositori ed ecologi? Ci fa qualche esempio?

Penso che sia una delle collaborazioni più promettenti dei prossimi anni. Gli ecologi raccolgono informazioni fondamentali sullo stato degli ecosistemi; i compositori possono trasformarle in esperienze capaci di raggiungere un pubblico molto più ampio. Immagino concerti costruiti a partire da registrazioni bioacustiche, installazioni nei parchi naturali, musei immersivi, percorsi educativi nelle scuole o composizioni che restituiscano l’evoluzione sonora di un territorio nel tempo. La musica può diventare una forma di divulgazione scientifica capace di parlare anche a chi normalmente rimane distante da questi temi. Thiago Japyassu, su Pexels

Dedica anche spazio a meditazione ecologica e terapia sonora. Ce le spiega?

Anche questo nasce dalla mia esperienza musicale. Da anni compongo musica pensata per favorire rilassamento, concentrazione e benessere. Questo mi ha portato a riflettere sul potere trasformativo dell’ascolto. La meditazione ecologica invita a rivolgere quella stessa attenzione non verso un suono artificiale, ma verso gli ecosistemi naturali. È un modo per ricostruire un senso di appartenenza alla Terra. La terapia sonora, invece, apre prospettive interessanti sul rapporto tra vibrazione, percezione e benessere, pur distinguendo sempre ciò che è sostenuto da solide evidenze scientifiche da ciò che richiede ulteriori studi.

La più antica musica della Terra non è stata scritta dall’uomo, ma dalla vita stessa. Se riusciremo a conservarla, significherà che avremo imparato non solo ad ascoltare il pianeta, ma finalmente anche a prendercene cura

Se dovesse scegliere un singolo “suono” che rappresenti la speranza per il futuro del nostro pianeta, quale sarebbe e perché?

Più ci penso, più mi convinco che sceglierei il coro dell’alba in un bosco. È un suono che continuo a registrare e che ogni volta mi emoziona come la prima. Non rappresenta soltanto la bellezza della natura. Rappresenta un ecosistema che funziona, specie diverse che convivono, equilibri che si rinnovano ogni mattina. Da compositore trovo straordinario che la più antica musica della Terra non sia stata scritta dall’uomo, ma dalla vita stessa. Se riusciremo a conservarla, significherà che avremo imparato non solo ad ascoltare il pianeta, ma finalmente anche a prendercene cura.

VITA

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PEDAGOGIA PRATICA

 


Manuale operativo di educazione

 basata 

sulle evidenze scientifiche




di MarcoPontis 


Cosa succede davvero nel cervello di un bambino quando esplode di rabbia? Perché certe regole funzionano e altre no? Come si costruisce la motivazione che dura nel tempo?

Pedagogia Pratica risponde a queste domande con la chiarezza della scienza e il calore di chi ha passato vent'anni nelle classi, nelle famiglie e nei luoghi in cui l'educazione si fa o si rompe.

Marco Pontis prende le scoperte più solide delle neuroscienze educative, della psicologia dello sviluppo e della didattica inclusiva e le trasforma in strumenti concreti per chi educa ogni giorno: insegnanti, genitori, educatori. Senza semplificazioni, senza ricette magiche. Con la consapevolezza che educare bene è la cosa più difficile e più importante che un essere umano possa fare.

Diciannove capitoli che attraversano i temi fondamentali dell'educazione contemporanea: le emozioni, la resilienza, la motivazione, i comportamenti difficili, la scuola inclusiva, il digitale, la pace ecc. costruendo un'unica e coerente visione: quella di un'educazione che mette al centro la relazione, rispetta la neurobiologia e crede nel potenziale di ogni essere umano

 

giovedì 6 agosto 2026

A PICCOLE DOSI

 

 «L’IA è un pharmakon da prendere a piccole dosi»

Per la filosofa francese «quando utilizziamo questi automi, alcune aree cerebrali non vengono attivate e può crearsi una dipendenza»


-di SIMONE PALIAGA

Sviluppare tecnologie contributive e non tecnologie che simulino il comportamento o i prodotti umani. Ecco la sfida che individua e lancia Anne Alombert, filosofa che lavora all’università di Paris-VIII e che si occupa dei rapporti tra tecnologia, vita e mente, proseguendo le ricerche di Bernard Stiegler. Lo testimonia il libro La stupidità artificiale. Per una politica delle tecnologie digitali ( pagine 124, euro 15,00). in libreria per l’editore Vita e Pensiero.

Nel suo libro, professoressa, definisce l’intelligenza artificiale come un pharmakon. Potrebbe spiegare in che modo queste tecnologie agiscono al tempo stesso come un rimedio e come un veleno per le nostre facoltà mentali e per le nostre culture collettive?

« Nella vita quotidiana, i sistemi di IA generativa si presentano spesso come rimedi che consentono di scrivere in modo più rapido o più efficace, oppure di produrre ogni sorta di contenuti simbolici, testi, immagini, suoni... Tuttavia, questi utilizzi provocano degli effetti sul nostro cervello e sulla nostra mente. Quando utilizziamo questi automi, alcune aree cerebrali non vengono attivate e alcune funzioni mentali vengono delegate, tanto che può crearsi una dipendenza. Gli utenti perdono le loro capacità. Inoltre, i contenuti prodotti da questi sistemi probabilistici rafforzano le medie e amplificano i bias. Essi sono spesso stereotipati e standardizzati, a nocumento della diversità culturale e simbolica. Si parla ormai di AI slop per indicare l’invasione di Internet da parte di contenuti di scarsa qua-lità, che soffocano quelli significativi e pertinenti».

Lei critica aspramente l’uso di termini come “intelligenza”, “apprendimento” o “menti digitali” per descrivere i software. Perché ritiene che questa antropomorfismo serva a nascondere la responsabilità degli imprenditori della Silicon Valley?

« L’antropomorfizzazione dei sistemi algoritmici tende a nascondere i processi tecnologici e industriali che ne consentono il funzionamento, così come le decisioni di chi li ha progettati e sviluppati. Nel caso dei grandi modelli linguistici, ad esempio, i risultati ottenuti non sono neutri. Sono determinati dai dati di utilizzati nel training e dal modo in cui sono stati addestrati e calibrati. Questi sistemi mettono quindi in atto scelte ideologiche. Per esempio, se si pone una domanda di geopolitica a ChatGpt, a Grok o a Deepseek non si otterranno gli stessi risultati, non perché questi software pensino in modo diverso, ma perché sono stati sviluppati e addestrati da imprenditori diversi secondo agende ideologiche diverse».

Spesso consideriamo l’IA come qualcosa di immateriale, ma lei mette in luce lo sfruttamento umano, i “lavoratori del clic” del Kenya, e l’impatto ambientale devastante. In che misura una tecnologia che consuma enormi quantità di acqua ed energia a scapito delle comunità locali può essere considerato sostenibile?

« Il progetto dell’IA generativa conversazionale, così come viene realizzato oggi, non sembra sostenibile a lungo termine, né dal punto di vista sociale né da quello ambientale. La sfida consiste piuttosto nel progettare e sviluppare modelli più piccoli e specializzati, addestrati su set di dati controllati e in grado di funzionare su server locali. Questi modelli più piccoli non potrebbero rispondere a tutte le nostre domande né essere utilizzati su larga scala da milioni di utenti, ma sarebbero piuttosto destinati a compiti specifici. Inoltre sarebbero però anche molto più affidabili e molto più efficienti dal punto di vista energetico».

Sam Altman sostiene che l’unico limite alla creazione sarà avere buone idee, e non competenze specifiche. Lei, invece, parla di miseria simbolica. In che modo ridurre l’arte e la scrittura a semplici comandi, i cosiddetti prompt, impoverisce la nostra capacità di creare opere e dare senso?

« I sistemi di generazione automatica sono spesso presentati nei discorsi promozionali come veicoli di democratizzazione della creatività, ma in realtà tendono a ridurre il processo di creazione artistica a un comando linguistico, che cortocircuita ogni pratica tecnica. Eppure la pratica tecnica è essenziale per la produzione di un’opera. Inoltre, un creatore non conosce mai in anticipo il risultato della propria creazione e raramente è in grado di formularlo a parole, tanto meno sotto forma di prompt. Se un pittore o un musicista conoscesse la propria opera in anticipo non avrebbe bisogno di crearla e questa non apporterebbe nulla di nuovo!».

Applicazioni come Replika promettono empatia, ma lei le definisce “oggetti anti-transizionali”. In che modo queste applicazioni rischiano di isolarci in un riflesso di noi stessi, impedendo il vero incontro con l’alterità e la crescita ?

«Questi compagni virtuali forniscono una simulazione di alterità, ma in realtà ci propongono un riflesso algoritmico di noi stessi, che deriva dai calcoli effettuati sulle nostre richieste e sui nostri dati. Di conseguenza, scambiamo un riflesso digitale per un’altra persona, al punto talvolta di innamorarcene, esattamente come Narciso nel mito! Questa illusione narcisistica è rafforzata dal design di questi servizi. Per esempio, con l’uso della prima persona singolare siamo spinti ad antropomorfizzarli e il fatto che ci rispondano e ci lusinghino fa leva sul nostro bisogno di riconoscimento per tenerci connessi. Si tende così a sviluppare una dipendenza emotiva. Gli utenti rischiano quindi di chiudersi nei loro chatbot, sempre disponibili e d’accordo con loro, e di desocializzarsi, invece di correre il rischio di esporsi agli altri e lasciarsi trasformare dalla diversità degli incontri».

Nonostante le critiche, lei cita esempi positivi come Wikipedia. Come si può fare in modo che l’IA passi dallo status di strumento sostitutivo a quello di supporto all’intelligenza collettiva?

« Alla fine del libro, propongo diverse linee d’azione per limitare la tossicità dei dispositivi esistenti, al fine di proteggere le menti individuali, le culture collettive e i legami sociali. Fornisco inoltre diversi esempi di dispositivi digitali che non mirano a imitare o automatizzare i comportamenti, ma a mettere in relazione gli individui per cocreare conoscenze, discutere leggi, condividere pratiche di mutuo aiuto, ecc. Ciò implica un cambiamento di paradigma tecno- economico, passando dalla simulazione al contributo».

www.avvenire.it

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LA CIVILTA' DELL'AMORE

Il Papa saluta la folla fuori da Santa Maria degli AngeliIl Papa con i giovani ad Assisi: costruire la civiltà dell'amore non delle contrapposizioni

 Nella piazza di Santa Maria degli Angeli, Leone risponde alle domande dei ragazzi spiegando il senso della radicalità evangelica, che è “l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti”, accoglienti verso tutti. Esorta a non strumentalizzare la religione, ad andare oltre i muri alimentati da cattiva informazione e pregiudizio. Poi accenna al proprio cammino vocazionale fino all'elezione a Pontefice: "Dio mai mi ha lasciato solo"

-di Antonella Palermo – Città del Vaticano

Come applicare l’eredità spirituale di San Francesco d’Assisi nell’oggi, come portare uno stile di servizio e accoglienza in un mondo sempre più pervaso da logiche di sopraffazione e consumismo, come fidarsi ancora della Chiesa non immune da crisi e contraddizioni? Sono alcune delle questioni presentate oggi, 6 agosto, al Papa da tre giovani che si sono fatti portavoce di istanze simili assai diffuse non solo nelle nuove generazioni. Leone XIV, che proprio ai ragazzi e alle ragazze ha voluto dedicare il primo appuntamento della sua visita pastorale nella piazza di Santa Maria degli Angeli, nella cittadella umbra, risponde ampiamente a ciascun interrogativo, spunto per ribadire concetti fondamentali: dal ‘no’ alla strumentalizzazione politica della religione al ‘sì’ per un modello di leadership liberante, responsabile, partecipato. Lo fa in un clima di grande e sincera amicizia e affetto filiale - "Sono veramente contento di essere qui con voi!", esclama all'inizio dell'incontro - con cui è stato abbracciato da giovani ma anche da famiglie, religiose, educatori, sacerdoti. Decine e decine le mani strette durante il percorso, all'arrivo e dopo il dialogo con i giovani, con un popolo di Dio che in questa terra è particolarmente legato a tante esperienze di santi e mistici e oggi ha l'occasione di ravvivare un fuoco sacro.

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DELLE PAROLE DEL PAPA CON I GIOVANI AD ASSISI

Andare controcorrente: purificare la memoria, coltivare la riconciliazione

La prima a prendere la parola è Karolina, da Zagabria. Chiede come si fa a rimanere autentici discepoli di Cristo, come contagiare di una fede viva che non rimanga chiusa nelle chiese. Il Papa risponde tornando sul tema della guerra, anche alla luce della provenienza geografica di Karolina, “una regione dell’Europa che solo trent’anni fa ha conosciuto la guerra e il pericoloso intreccio tra confessione religiosa e nazionalismo”, ricorda. L’educazione secolare al dialogo, promossa dai francescani anche in questi contesti ha contribuito alla convivenza pacifica tra cattolici, ortodossi e musulmani. Questo è l’approccio su cui perseverare, suggerisce Leone.

Oggi, essere fedeli a questa tradizione di prossimità significa andare controcorrente, lavorando alla purificazione della memoria e coltivando la riconciliazione. Ai cristiani sarà sempre più chiesto di diventare operatori di pace all’interno di società tentate di strumentalizzare la religione nella contrapposizione delle identità.

Cattiva informazione e pregiudizi creano paure, Cristo allarga il cuore

Vivere da figli spirituali di Francesco d’Assisi significa, sottolinea il Pontefice, cogliere il senso autentico della radicalità evangelica che “è l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti, sempre alla sequela di Gesù e quindi umili, accoglienti verso tutti. Non è facile, ma dà molta gioia”. Si tratta, insomma, di intraprendere anche strade non accomodanti, lascia intendere il Successore di Pietro, non modaiole, svincolate da qualsiasi tentativo manipolatorio.

Essere testimoni di Cristo rimane quindi affascinante e impegnativo, perché allarga la mente e il cuore oltre confini artificiali, cioè al di là di paure indotte dalla cattiva informazione e dai muri del pregiudizio.

La tecnologia disabitua a stare insieme, testimoniare fraternità

Papa Leone approfondisce quell’intuizione di San Francesco per cui la povertà può avvicinare i lontani, ricorda il significato di essere Chiesa: una casa aperta a tutti, in ascolto, che gusta il sapore della fraternità, che recupera la concretezza dei corpi oltre ogni virtualità e quel silenzio che “è il contrario della guerra, con le sue violenze, grida e crudeltà”.

“Cari giovani, come è bello stare insieme a “ragionare di Dio” e così, alla sua luce, della vita stessa, nella sua bellezza, nel suo mistero, nella sua serietà!”

Testimoniate questo stile dappertutto, specialmente in un tempo in cui la tecnologia disabitua a stare insieme, fra persone in carne ed ossa.

Le scelte definitive, l’atto più rivoluzionario

Giovanni, da Bologna, pone dinanzi al Papa la domanda su come dire un "sì" pieno a Dio in un mondo dove prevalgono atteggiamenti che non guardano al lungo periodo, all’eternità. Il giovane si spinge anche a chiedere cosa abbia aiutato Robert Prevost nel suo cammino vocazionale. Il Pontefice incoraggia: “Compiere una scelta definitiva è forse l’atto più rivoluzionario”. Il problema è che oggi è in voga “una lettura a volte confusa della libertà” che può nutrire illusioni: “che i problemi si risolvano scappando, o tradendo, o provando a fare pochi passi su strade sempre diverse, senza mai andare lontano”. Il più delle volte, avverte il Papa, moltiplicare esperienze, contatti, consumi corrisponde a un vuoto interiore che può anche portare all’uso delle persone, come fossero merce. Amare veramente è ben altro.

Decidere per sempre non ci rinchiude in una gabbia, ma ci apre a un dinamismo più grande. Amare è un esodo, una strada da scoprire, un cammino che Dio percorre con noi, e questo è il vero senso di ogni vocazione.

 Il "sì" a diventare Papa, obbedienza a un Dio che non lascia soli

“Provocato” da Giovanni, Leone si concede accenni al proprio vissuto personale per dire che le decisioni sono da prendere ogni giorno, che la vocazione è “cammino di redenzione e guarigione” ed è da rinnovare ogni giorno, restando vigili su quell’inquinamento della chiarezza, così lo definisce, generato dal peccato.

Nella mia esperienza posso dire che il Signore mai mi ha lasciato solo: mi ha sempre accompagnato, donandomi anche delle persone con le quali camminare. Così, nella vocazione ad essere sacerdote, membro della comunità agostiniana, missionario, ho trovato come una luce che mi ha guidato fino ad oggi, fino a quando ho dovuto dire “sì” a una chiamata tutta speciale: quella ad essere Papa.

Quei muri invisibili che riempiono le città

Il siciliano ventiduenne Luigi affida al Papa una considerazione che ha a che fare con il tema dell’obbedienza al Successore di Pietro, anche quando ci sta stretta, quando si osservano scandali nella Chiesa. Come si fa a rimanere in “questo Amore riparatore?”, chiede. A Gesù sta a cuore l’unità, insiste Leone XIV che ne ha fatto il proprio motto episcopale. Un’unità, anch’essa “rivoluzionaria”. Semplicemente, afferma il Papa, questa è possibile ed è visibile, nonostante cadute e ferite.

Attorno a Gesù diventano fratelli e sorelle uomini e donne che altrimenti non si sarebbero mai incontrati o frequentati. Quando questo miracolo della Chiesa continua ad avvenire, grazie a Dio, rimane sorprendente anche oggi nelle nostre città, piene di muri invisibili che separano gli uni dagli altri. Quante discriminazioni e diseguaglianze possono finire subito, appena ci riconosciamo fratelli e sorelle!

Il potere di Gesù: forza che non umilia, ma solleva

La risposta del Papa rovescia la logica del mondo, riecheggia il canto del Magnificat. Il potere si misura non nella capacità di guardare sé stessi ma nella capacità di servire l’altro, umilmente. “Non afferrare, ma ricevere; non trattenere, ma restituire: è la vita di Dio che ripara la Chiesa e la rende un popolo libero, un luogo di respiro e di salvezza”.

Il desiderio di Gesù per la Chiesa è chiaro: si tratta di diventare il suo corpo e manifestare la sua vita, di seguire il suo esempio ed esercitare un diverso tipo di forza, che non umilia, ma solleva.

Vatican News


 

SCUOLA - COMUNITA'

 

Be for Education Foundation 


 FARE SCUOLA

 E' 

FARE COMUNITA'



1.    Intervista a Anna Teresa Ferri: fare scuola...

Perché ha deciso di diventare insegnante?

Tutto è iniziato da bambina, alle scuole elementari. Ero affascinata dalla mia maestra, dal suo modo di stare con noi piccoli e di fare giochi e attività insieme. A poco a poco ho capito che quell’esperienza mi stava aiutando, già allora, a trovare il modo giusto di prendermi cura delle persone. 

Periodicamente, infatti, mi metteva accanto a un compagno con diverse fragilità: io lo aiutavo a riordinare la cartella, a sistemare le sue cose. Questo mi ha permesso di leggere più facilmente i bisogni degli altri e di sviluppare una maggiore attenzione verso le persone.

Poi ho seguito il percorso di studi per l’insegnamento e ho iniziato con i più piccoli, nella scuola dell’infanzia. Sono stata assunta subito di ruolo, senza passare da supplenze o gavetta. La scuola dell’infanzia mi piaceva moltissimo perché più i bambini sono piccoli, maggiori sono le possibilità di sperimentare attività diverse.
Ho insegnato per dieci anni, durante i quali ho avuto tante occasioni per progettare, sperimentare e mettermi alla prova. Eravamo alla fine degli anni Ottanta e nei primi Novanta, un periodo di grande fermento pedagogico, con nuovi orientamenti e molte idee in circolazione.

Così ho deciso di laurearmi in Pedagogia: mi appassionava e volevo approfondire le mie competenze. Con la laurea ho potuto sostenere il concorso direttivo, che ho vinto.

Come è maturata la scelta di diventare dirigente scolastico?

All’epoca si parlava ancora di ruolo direttivo: ho lavorato per diversi anni; poi, con il passaggio agli istituti comprensivi, il ruolo è diventato quello di dirigente scolastico, dopo il 2000.

In questa scelta ha avuto un ruolo anche mio padre, che mi diceva, tra il serio e il faceto: “Adesso va tutto bene, ti piace il tuo lavoro, ti dà molta soddisfazione. Però pensa a quando sarai più anziana: non potrai stare sempre accovacciata con i bambini e continuare a fare tutto come adesso”. Era il primo concorso dopo tanti anni in cui non ce n’erano stati, e mi ci sono buttata. Ho affrontato la sfida con una certa leggerezza, quella che Calvino descrive come capacità di vedere l’essenza delle cose senza appesantirle con troppe aspettative. Alla fine l’ho vinto e così ho assunto l’incarico molto rapidamente, a San Giuliano Milanese.

Come cambia il lavoro da insegnante a dirigente?

Moltissimo.
Il direttore didattico di quando insegnavo fu felice quando vinsi il concorso e mi disse una cosa che non ho mai dimenticato e che mi ha sempre guidato da quando sono dirigente: “Tu hai insegnato, ma ora non insegni più”. Voleva dire che, per svolgere bene questo ruolo, serve la giusta distanza. Devi conoscere i bisogni degli insegnanti, immaginare le loro difficoltà e le loro aspettative, ma non sei più chiamata a fare quel lavoro. Devi avere una visione più ampia, saper coordinare, creare le condizioni perché attività e progetti si realizzino.

E, soprattutto, devi anche saper dire dei no, quando serve. A volte alcune proposte non funzionano davvero, o non sono realistiche nella loro attuazione. Il dirigente deve saper valutare un’attività educativa o un’uscita didattica, prevedere eventuali imprevisti e dare indicazioni chiare per evitare che si verifichino problemi difficili poi da gestire.

Dobbiamo allargare il concetto di scuola fino a sentirci nel mondo, mentre viviamo e sperimentiamo tutto ciò che ci circonda.

Com’è cambiata la scuola in questi anni?

La scuola si è trasformata ed è diventata più complessa. Oggi è un intreccio di professionalità diverse. Non si tratta più solo di insegnare a leggere e a far di conto, come accadeva quando ero piccola io: oggi s’intrecciano indissolubilmente l’attenzione educativa verso i minori e i bisogni sociali delle famiglie.
Io ho sempre lavorato, per scelta, in territori periferici: a San Giuliano Milanese, nelle frazioni periferiche di Bollate, e anche alla Rinnovata Pizzigoni, che si trova ai margini di Milano. In questi contesti è fondamentale costruire solide reti con i servizi del territorio: i servizi sociali, le UONPIA (Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza), le reti di prossimità. Quando ho cominciato a lavorare nella scuola questo aspetto non ricopriva la stessa centralità di oggi.

Nel frattempo, molti aspetti del nostro lavoro sono diventati più burocratici, e spetta alla sensibilità del singolo dirigente ritagliare spazi per non perdere l’umanità che ha intorno: è cruciale, in tal senso, la gestione del personale, non solo dei docenti, ma anche dei collaboratori scolastici e della segreteria. Se vuoi che una scuola funzioni, devi costruire una squadra. Serve una leadership diffusa. E ci sono anche dei “no” da dire, che spettano solo a te, e vanno ribaditi talvolta con decisione.

Quali ostacoli incontra oggi nel suo lavoro?

Alcuni processi, nati con l’idea di semplificare le attività, hanno finito paradossalmente per complicarle. Faccio un esempio: ogni giorno abbiamo molti documenti da firmare. Se sono cartacei, ci metto pochi minuti; se devo firmarli digitalmente, tra PIN, accessi e caricamento su piattaforme, il tempo si allunga moltissimo.

Per altre incombenze, al contrario, la digitalizzazione ci ha realmente facilitato la vita: non devo rifare ogni anno tutto da capo, posso recuperare materiali e circolari, modificarli, ampliarli, tagliarli. Questo ci alleggerisce sicuramente il carico di lavoro. Però, nella pratica, la maggior parte delle procedure si è appesantita, e cose che sembrano semplici, in realtà, spesso si rivelano complesse.

Come ha affrontato il suo incarico presso la Rinnovata Pizzigoni?

Ho dovuto formarmi sul campo: una cosa è la teoria, un’altra è l’applicazione concreta del metodo Pizzigoni. All’inizio ho lavorato in due modi: osservando gli insegnanti e, in un secondo momento, progettando insieme a loro, per comprendere davvero come si svolge la didattica.

Poi è arrivato il Covid, proprio all’inizio del secondo quadrimestre, e tutto si è bloccato. Gli insegnanti non erano più fisicamente a scuola, la didattica si svolgeva online. Io, invece, sono sempre venuta in presenza, perché la scuola ha una fattoria didattica e il personale che gestiva gli animali e la parte agricola doveva per forza continuare a prendersene cura. Mi sembrava giusto esserci anch’io, per rispondere con la massima immediatezza ai bisogni della scuola da un lato, e delle famiglie dall’altro.
In quel frangente abbiamo coordinato anche interventi di sostegno da parte del Municipio, come buoni spesa e altre piccole azioni di aiuto per le famiglie più fragili. Tutto questo non lo puoi fare da casa: il lavoro del dirigente richiede la presenza costante.
Oggi la Rinnovata Pizzigoni è un luogo meraviglioso. Dopo una lunga fase di progettazione, è iniziata ufficialmente la ristrutturazione, che sarà un restauro conservativo. In questi anni abbiamo lavorato molto con architetti e ingegneri per capire la funzionalità e la bellezza degli spazi e come valorizzarli al meglio.
Accanto a tutto questo c’è ovviamente la parte pedagogica, che è quella più importante e che ci stimola dal punto di vista culturale. Ogni idea può aprire sviluppi infiniti. Oggi, per esempio, stiamo lavorando con l’Università degli Studi di Milano a un progetto di Philosophy for Children, per sviluppare nei bambini il pensiero critico. Collaboriamo molto anche con l’Università Milano-Bicocca per i tirocini di Scienze della formazione primaria. Ma, per far sì che tutta questa progettualità diventi patrimonio comune e che le iniziative non restino solo sulla carta, bisogna sempre individuare la dimensione umana di ogni progetto.

Cosa cambierebbe della scuola oggi?

Andrebbe affrontato drasticamente il tema dell’edilizia scolastica. Io sono fortunata, perché alla Rinnovata Pizzigoni è in corso un grande investimento, ma spesso le scuole devono attendere a lungo prima di venire ristrutturate o rinnovate, e non tutte hanno comunque la fortuna di vedere interventi migliorativi.

Su questo tema sono molto “pizzigoniana”: un luogo bello aiuta l’apprendimento. Giuseppina Pizzigoni diceva che la monotonia spegne l’intelligenza. Anche l’ambiente educativo deve essere stimolante per i bambini, colorato, vario, mai piatto. E, purtroppo, non sempre le aule delle scuole italiane possiedono queste caratteristiche.
Bisognerebbe svecchiare gli ambienti e far sì che la scuola stia al passo con i tempi, in sintonia con la contemporaneità. Come diceva Pizzigoni, scuola è il mondo: dobbiamo allargare il concetto di scuola fino a sentirci nel mondo, mentre viviamo e sperimentiamo tutto ciò che ci circonda.

Nell’ambito scolastico, oggi, c’è poi un altro problema: si continuano a introdurre nuove regole e normative, senza soluzione di continuità. Non fai in tempo ad assimilarne una, che devi già occuparti di altre tre o quattro. Non è facile coordinare tutto questo, e spesso si ha la sensazione di dover tenere insieme i pezzi senza mai fermarsi, col timore di essersi dimenticati qualcosa. Servirebbero tempi più distesi: non certo per restare immobili, senza cambiare il proprio lavoro, ma per assimilare, sperimentare e rielaborare ciò che si è appena fatto.

Un’ultima nota: in Italia siamo bravissimi a progettare e sperimentare, ma meno capaci di documentare bene quello che realizziamo. E senza una puntuale documentazione si fa più fatica a rinnovare.

Un dirigente può fare la differenza?

Sì, assolutamente. La chiave è la capacità di ascolto, verso tutti: docenti, studenti, personale e famiglie.

Non avrei saputo rispondere a questa domanda qualche mese fa, ma ora è diverso: da quando si è saputo che sarei andata presto in pensione, sono stati gli studenti, gli insegnanti e molti genitori a darmi questa risposta. I ragazzi mi hanno scritto moltissime lettere, che non mi sarei mai aspettata. Così hanno fatto anche insegnanti e genitori, dichiarando tutti che in questi anni si sono sentiti ascoltati.
Questo non significa che io abbia sempre detto sì a tutto e a tutti. Anzi. La reazione dei ragazzi, in particolar modo, mi ha confermato quanto abbiano bisogno di attenzione da parte di noi adulti. Spesso pensiamo che non la cerchino affatto, perché li vediamo sempre connessi e distratti dai loro dispositivi, ma in realtà hanno un grande bisogno di relazione. Siamo noi adulti che dobbiamo trovare il modo giusto per avvicinarci e far capire loro che ci siamo.

Mi ha colpito inoltre la lettera di un’ex studentessa, una ragazza cinese rientrata in Italia dopo il Covid, che mi ha scritto di aver vissuto questa scuola come una casa e, attraverso il lavoro degli insegnanti, di aver scoperto qui il modo di essere sé stessa. Credo che non ci sia nulla di più bello per un insegnante e per un dirigente: capire che, anche nei giorni più pesanti – quelli in cui si è stanchi, scoraggiati, arrabbiati –, la propria presenza a scuola ha sempre avuto un senso per gli altri.

Be for education