Incontro con
don Armando Matteo*
-di Stefano Zecchi
L’irrilevanza del
cristianesimo che consegue a questo cambiamento d’epoca chiede, per il suo
superamento, una nuova mentalità pastorale. Non possiamo dare le risposte di
ieri alle domande di oggi. E in questo il cristianesimo ha molte carte da
giocare. Ma ad un’unica condizione: quella di immaginare una Chiesa diversa. Ed è proprio a questa Chiesa diversa che con libertà e coraggio dobbiamo
dare vita oggi, giocandosi fino in fondo la fortuna di essere irrilevanti!”.
Queste le parole che don Armando Matteo*, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia università urbaniana di Roma e segretario per la
Sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede, fanno da
introduzione al suo ultimo libro edito da San Paolo La fortuna di essere irrilevanti. L’abbiamo
incontrato.
Don Armando recentemente hai scritto “La fortuna di essere
irrilevanti”. Veramente come cristiani, è una fortuna essere irrilevanti?
Ogni aspetto
dell’esistenza umana possiede un carattere di ambivalenza, cioè offre sempre un
altro lato rispetto a quello che ci viene immediatamente incontro quando lo
osserviamo più da vicino. E questo vale anche per il tema
dell’irrilevanza.
Con questa parola,
intendo innanzitutto registrare che, per il cittadino occidentale medio, Gesù e
il suo Vangelo non rappresentano più una risorsa per una vita pienamente umana.
Da decenni egli si rivolge ad altre fonti per apprendere come si vive felice
mente la propria presenza umana al mondo. Ciò che per noi credenti è così
rilevante per una vita pienamente fiorita – penso alla fede nel Signore Gesù,
all’esperienza della preghiera, alla celebrazione eucaristica domenicale,
all’appartenenza ad una comunità credente, all’attenzione ai poveri e agli
svantaggiati – per la maggior parte di coloro che appartengono alle generazioni
occidentali nate dopo la Seconda guerra mondiale rappresenta un elemento della
storia della cultura diffusa, ma non più un ingrediente essenziale per
un’esistenza compiuta. Il pensiero va ai giovani, per certa misura anche a
quello delle persone anziane. Nel libro documento questo fatto con riferimenti
non solo all’esperienza spicciola di chiunque abbia un minimo di dimestichezza con
il cristianesimo diffuso nelle nostre parrocchie e movimenti ecclesiali, ma
anche con riferimento ai dati delle più recenti indagini sociologiche sul
sentimento religioso degli occidentali.
Di fronte a tutto questo,
non c’è certamente da essere felici. Questa situazione dispiace, ferisce,
provoca pure risentimento. Ma – ed ecco qui l’ambivalenza di cui si diceva
sopra – questa situazione può diventare “una fortuna”. Cioè può diventare un’occasione
buona per attuare, con libertà e con coraggio, quella trasformazione pastorale
di cui la Chiesa che opera in Occidente ha urgentemente
bisogno.
Nel tempo
dell’irrilevanza, quando nessuno si aspetta alcunché da noi, possiamo
permetterci il grande gesto del “poter deludere”. Si tratta della possibilità
di mettere in atto tutto ciò che è necessario per rendere le nostre comunità
quello che dovrebbero essere – luoghi in cui chiunque possa innamorarsi di Gesù
e del suo Vangelo – senza dover sottostare ai placet di chi non vuole cambiare
nulla perché si è sempre fatto così, di chi vuole tornare più indietro che più
indietro non si può, di chi pensa che tutto è ormai perduto e dobbiamo
inventarci qualcosa di super strabiliante.
Papa Francesco ripeteva spesso che non siamo in un’epoca di
cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca.
Un cambiamento d’epoca…
ci siamo accorti di questo cambiamento?
Purtroppo, nessuno come i
vescovi occidentali ha fatto e fa più fatica a entrare nella dinamica che il
grande papa Francesco indicava con quella straordinariamente
pertinente espressione. Il cambiamento d’epoca è una cosa davvero reale. Noi
viviamo in un modo qualitativamente diverso rispetto a quello dei nostri
genitori e dei nostri nonni. Abbiamo vite più lunghe e più sane, un apparato
tecnologico straordinario, risorse mediche, farmaceutiche e psicologiche sempre
di più in grado di eliminare ogni traccia di dolore e di sofferenza, cibo in
abbondanza, informazioni senza numero e strumenti di comunicazione sociale
efficaci e facili da utilizzare. Tutto questo ci ha portato nell’epoca
dell’abbondanza e ci ha fatto definitivamente uscire da quella “valle di
lacrime” di cui parla la Salve regina. Questo è il cambiamento d’epoca: una
rivoluzione epocale e strabiliante dei fondamentali dell’esistenza umana.
E il cristianesimo con
cui i giovani, gli adulti e gli anziani occidentali oggi entrano ordinariamente
in contatto è ancora del tutto parametrato per una vita condotta nell’antica
valle di lacrime. E tanti credenti faticano – vescovi in primis – ad accettare
questa nuova condizione dell’Occidente.
La Chiesa è indietro di 200 anni ci ricordava il
cardinale Martini, come mai questa affermazione non ci ha scosso e
continua a non scuoterci?
Come ricorderai su questa
espressione di Martini ho scritto un libro dal titolo La Chiesa che verrà, nel quale cerco di offrire una
risposta a questa tua domanda. Il punto è che cambiare non è facile. La
mentalità pastorale che governa ancora la Chiesa che è in Occidente – quella che io chiamo “la
pastorale della consolazione” – ha alle spalle 600 anni di storia e di
successi. Rimboccarsi ora le maniche e mettersi a dare vita ad una nuova
mentalità pastorale è un’impresa semplicemente notevole. Più facile pensare
che, dopotutto, non siamo così indietro rispetto al cammino dell’umanità e che
con qualche piccolo aggiustamento delle cose possiamo fare quello che abbiamo
sempre fatto nell’ambito della formazione, della celebrazione e della testimonianza
cristiane.
Le nostre parrocchie, le
nostre catechesi specialmente dell’iniziazione cristiana, la liturgia… e potrei
continuare sono quelle di 50...60 anni fa, se non ancora quelle pre-Concilio. Perché non ci rendiamo conto che facciamo gesti e
usiamo parole che sono incomprensibili all’uomo di oggi? Nonostante il Concilio noi siamo ancora spettatori, per esempio la
celebrazione eucaristica… l’unica parte in i cui i fedeli posso dire una parola
è la così detta “preghiera dei fedeli” che è di tutti purché dei fedeli, è una
“caramella ciucciata da altri”, perché?
Ripeto: cambiare non è
mai un gesto facile. Devi prendere delle decisioni, abbandonare qualcosa a cui
ti sei abituato e fare spazio a qualcosa che non hai ancora sperimentato. E poi
devi avere il coraggio di affrontare la delusione degli altri.
Noi siamo animali che
hanno bisogno di abitudini, di attendibilità, di affidabilità. Di
costanti.
E questo vale anche a
livello sociale e culturale. Ed ecclesiale. Ovviamente tutto questo poi può
raggiungere un livello di inefficienza e di negatività molto alto e allora è
tempo di darsi una mossa. Nella seconda parte del mio libro indico tutta una serie
di “trasformazioni strutturali” che la Chiesa in Occidente deve mettere in atto per non
diventare una specie di museo, una sosta per turisti, un luogo dove ci si
prepara unicamente all’ultimo viaggio. E gli ambiti della futura necessaria
trasformazione ecclesiale sono appunto quelli della formazione, della
celebrazione e della testimonianza. Ed oggi proprio grazie alla stagione
dell’irrilevanza che ci tocca in sorte, come credenti saremmo più liberi di
cambiare, trasformare, deludere e contenere questa delusione.
Le nostre messe festive,
non parlo di quelle feriali, sono caratterizzate dall’assenza dei giovani, non
riusciamo più ad essere attrattivi? La nostra fede è diventata insignificante
per le nuove generazioni?
L’espressione più
efficace per dire tutto questo ce la offre Nietzsche, quando parla del cristianesimo del suo tempo
come di un grande spazio di “monotonoteismo”. In questo senso la situazione,
nel tempo che ci separa dal filosofo tedesco, è rimasta semplicemente immutata. I
giovani ci guardano, ci annusano, sbirciano un po’ quello che mettiamo in atto
nel nostro ritrovarci domenicale e l’unica constatazione che possono fare è
quella della nostra quasi permanente depressione. Che cosa rimane in verità di
“festivo” nelle nostre celebrazioni festive? Molto spesso ho la ventura di
celebrare delle messe nelle quali vengono cantati i canti della mia prima
comunione. Inutile ricordare che il giorno della mia prima comunione appartiene
al secolo e al millennio scorsi!
Non credi che il più
grande lascito testamentario di papa Francesco sia stato papa Leone?
L’immensa tristezza per
la malattia grave e per la perdita di papa Francesco è stata per me alleviata proprio
dall’elezione al soglio pontificio di papa Leone XIV. Due persone dai caratteri molto diversi, ma
veri credenti, veri pastori, autentici “pontefici”. Lo Spirito di Dio guida
la Chiesa. A noi tocca maggiore docilità.
*don Armando Matteo*, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia università urbaniana di Roma e segretario per la
Sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede. Già Assistente
Nazionale AIMC.