martedì 20 ottobre 2026

INSEGNARE A DISCUTERE

 

 

Regole 

che 

funzionano




di Marco Erba*

La polarizzazione del dibattito pubblico rende sempre più urgente educare al confronto civile e ragionato.

Il dialogo faccia a faccia permette ai ragazzi di osservare le reazioni che le loro idee suscitano negli altri / Icp

La polarizzazione estrema del dibattito pubblico ogni volta che si discute di un tema sensibile è ormai evidentissima a chiunque. Quando c’è in gioco qualcosa che accende le emozioni o che tira in ballo valori considerati da qualcuno assoluti, la tendenza è correre a schierarsi, urlare molti slogan e fermarsi poco ad approfondire. È naturale che sia così nei nostri tempi di comunicazione frenetica. Per comunicare in modo incisivo servono poche parole dirette, non lunghi discorsi noiosi. Per fare hype, funzionano molto di più le posizioni radicali. Per informarsi, un prompt sulla IA ci illude di poter sostituire la lettura profonda o uno studio che dura nel tempo. È sempre più diffusa l’abitudine a dare in pasto all’IA manuali di studio, perché fornisca sintesi di concetti chiave, bigini digitali omogeneizzati: si tratta di scorciatoie magari efficaci, magari in alcuni casi anche utili, ma che non possono sostituire la fatica della frequenza con un testo, con il pensiero dell’autore, con le parole che sceglie per condividerlo.

In questo contesto, insegnare a discutere in classe è più che mai urgente. A scuola uno studente può confrontarsi faccia a faccia con altre persone, osservando le reazioni che le sue idee suscitano. Le frasi fatte non bastano, serve argomentare in modo stringente. Gli slogan di pancia lasciano in tempo che trovano, perché vengono facilmente smontati. A scuola si è costretti al dialogo in presenza, non basta un monologo di fronte a una telecamera. In quali altri luoghi e tempi della vita gli studenti hanno la possibilità di affrontare un dibattito così? Non in molti, credo. Da anni amo discutere su temi anche caldi e divisivi con i miei studenti, dando alcune regole fondamentali.

La prima: il rispetto della dignità altrui e della realtà dei fatti. Sembra una regola scontata, ma, in tempi in cui anche le idiozie o gli insulti vengono spacciati per libertà di opinione, non lo è. Il razzismo, l’omofobia, le forme di discriminazione, il becero pregiudizio e tutto ciò che calpesta l’altrui identità non sono opinioni, sono vomito e non hanno diritto di cittadinanza in un dibattito democratico. Così come non hanno diritto di cittadinanza in un dibattito le posizioni palesemente inventate: dire che la terra è piatta, che il mondo è governato da rettiliani e che gli elefanti volano non è libertà di espressione, è la sceneggiatura di un libro fantasy, o forse solo un’idiozia. Massima libertà di parola, dunque, e accettazione di ogni opinione, anche urticante o provocatoria, purché basata sulla realtà e rispettosa del prossimo.

La seconda regola: ogni opinione deve essere argomentata, motivata, dimostrata, o almeno bisogna provarci. Cartellino rosso dunque per “a me una volta è capitato che…”, “si è sempre fatto così”, “la mia personale percezione è che…”. Condividere un’esperienza individuale è certamente prezioso, farne un assoluto è del tutto fuorviante. Terza regola: il rispetto reciproco. Si parla uno per volta, si ascolta davvero ciò che l’altro dice, si entra nel merito di ciò che afferma. Nessuna opinione motivata e rispettosa è di serie B, ogni atteggiamento di superiorità morale è bandito. Quarta regola: cambiare opinione o averne una sfumata, o ritrovarsi alla fine con più domande che risposte, non è segno di debolezza, è segno di maturità. Questo non significa che su alcuni temi decisivi non ci si debba schierare o che non vi debbano essere certezze, ma significa riconoscere che la realtà è complessa: non è bianca o nera, ha mille sfumature di grigio. Per questo tenere aperte molte domande è una ricchezza: le domande schiudono il cammino, spingono ad approfondire, aumentano la curiosità.

Qualche mese fa, proprio nel pieno della polemica, assai strumentalizzata anche dalla politica, ho provato con queste poche regole a discutere in due classi del liceo delle scienze umane sul caso della famiglia del bosco. Una scelta didattica: dato che il dibattito ha coinvolto i servizi sociali e i giudici e sono emerse questioni decisive di tipo educativo, mi sembrava doveroso un confronto con persone che studiano per occuparsi di questi temi a livello professionale. Ho assistito a un dibattito ricco e rispettoso, lontanissimo dalle risse social e dalle semplificazioni gridate a squarciagola. Pur nella differenza delle posizioni, abbiamo tentato una sintesi finale, su cui tutti potessero concordare.

Ne sono emersi sette punti chiave.

Primo: ogni genitore ha diritto di educare i figli secondo le proprie convinzioni e proponendo, non imponendo, i valori e lo stile di vita in cui crede. Non esiste infatti educazione neutra e valida per tutti: educare non è una formula matematica. Chi educa testimonia inevitabilmente dei valori e propone degli stili di vita.

Secondo: dire che i figli appartengono ai genitori e non allo Stato è una forzatura. I figli appartengono a sé stessi e uno Stato civile ha il dovere di intervenire qualora i genitori non garantiscano ai figli la possibilità di crescere in condizioni sicure, in modo che sia tutelata la loro salute psicofisica.

 Terzo: i servizi sociali svolgono un servizio prezioso; sono alleati delle famiglie, non nemici. I servizi sociali esistono per affiancare i genitori, per supportarli, per permettere ai bambini di crescere in condizioni adeguate. Lo stesso vale per i giudici: non sono certo mostri che allontanano i bambini a cuor leggero; gli allontanamenti, di norma, avvengono dopo che si sono tentate tutte le strade possibili e sono l’extrema ratio.

Quarto: non si dovrebbe mediatizzare ed enfatizzare un caso così sensibile. Il rischio è creare tifoserie che da una parte non rispettano le difficoltà e il dolore di una famiglia e dei suoi bambini e dall’altra demonizzano giudici, educatori e servizi sociali, in una spirale di sospetto e sfiducia verso le istituzioni molto molto pericolosa.

Quinto: per giudicare un caso del genere bisogna aver letto tutti gli atti dall’inizio alla fine; per questo, per fortuna, a decidere di questioni così delicate sono persone che ci lavorano per mesi, non leoni da tastiera che hanno sentito due minuti di notizia al telegiornale o hanno letto un post e pretendono perciò di avere la verità in tasca. “La quasi totalità delle persone che si stanno indignando in un senso o nell’altro, non hanno gli elementi per poter giudicare” ha detto una studentessa, con l’approvazione di tutti i compagni.

Sesto: il benaltrismo rischia di inquinare ogni discussione ed è sempre dannoso. Il benaltrismo introduce un elemento non coerente con il tema di cui si sta discutendo. È ovvio che ci sono altre situazioni problematiche, ma metterle in campo non porta contributi alla discussione su questo tema e sposta il tiro, creando confusione.

Settimo: è necessario avere fiducia nelle istituzioni, che possono sbagliare, ma non possono essere screditate nel complesso. Le persone delle istituzioni non sono infallibili e chi sbaglia deve pagare, ma sindacare su ogni cosa senza avere gli elementi e diffondere sfiducia è socialmente devastante. L’atteggiamento di base nei confronti di chi serve lo Stato deve essere di apertura e di fiducia, o il nostro vivere insieme rischia di vedere minate le proprie fondamenta. Al termine del dibattito ho ringraziato i miei allievi di quattordici e quindici anni perché mi hanno confermato, col loro confronto civile e ragionevole, che c’è speranza per il futuro e che farsi domande, ragionando più col cervello e col cuore e meno con la pancia, è sempre un dono.

Ovviamente non siamo giunti a una conclusione univoca su questo singolo caso, ma questo è un ulteriore elemento di ricchezza.


*Insegnante e scrittore

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LA PERSONA AL CENTRO

 


DEMOCRAZIA


Libertà, uguaglianza, 

partecipazione 

e bene comune

 costituiscono

 i fondamenti 

di una convivenza democratica 

che riconosce nella dignità umana 

la propria essenza

La rivoluzione digitale, l’IA, le disuguaglianze 

e il ritorno della guerra mettono alla prova

 le società in cui viviamo


-di FABIO MAZZOCCHIO e LUCIANO CAIMI

Il secolo scorso ha rappresentato una fase decisiva per la progressiva affermazione dei princìpi democratici e delle forme di governo capaci di tradurli in pratica. Parallelamente a tale diffusione, è maturata la consapevolezza che la democrazia non possa essere considerata semplicemente un sistema di governo o un insieme di regole per garantire una convivenza ordinata nel rispetto delle libertà individuali.

Ridurre la democrazia a mera architettura istituzionale o a semplice procedura per assicurare decisioni efficaci nell’interesse generale significherebbe coglierne soltanto una dimensione. Nell’idea democratica è infatti presente una realtà più profonda, che ne costituisce la vera forza e ne spiega la superiorità rispetto ad altri modelli politico-istituzionali. Essa risiede in un insieme di valori che la coscienza moderna ha riconosciuto attraverso un lungo percorso storico e che hanno trovato espressione nelle istituzioni rappresentative, nelle norme giuridiche e negli organismi di governo. Dietro gli aspetti procedurali, pur indispensabili, si colloca dunque un fondamentale nucleo etico e culturale. Per questo motivo, i benefici della democrazia non si limitano all’efficienza dell’azione pubblica, ma riguardano direttamente la qualità della convivenza civile e la dignità delle relazioni umane.

Libertà e uguaglianza costituiscono i princìpi essenziali che qualificano la democrazia come sistema politico. Essa rappresenta, anzitutto, il tentativo di garantire i diritti fondamentali della persona, nel rifiuto di ogni forma di assolutismo. Al tempo stesso, favorisce la pace e promuove le libertà individuali quali espressioni del progresso umano. Si fonda su: partecipazione responsabile dei cittadini alla vita pubblica, formazione della coscienza civica e impegno per una reale uguaglianza tra le persone. Il suo centro è, dunque, la persona umana, riconosciuta nella sua irriducibile dignità e unicità.

I princìpi cardine della democrazia moderna (sovranità popolare, uguaglianza, separazione dei poteri, tutela delle libertà individuali) trovano il loro significato più autentico nella promozione e nella difesa della persona. Tali princìpi si concretizzano attraverso la pratica della tolleranza, il rifiuto della violenza, il rispetto dell’altro, la fiducia nel libero confronto delle idee come strumento di progresso sociale e l’assunzione del bene comune quale criterio ispiratore dell’azione politica. In questa prospettiva, il bene comune ‒ notoriamente ‒ non coincide con la semplice somma degli interessi individuali, ma si configura come l’orizzonte entro il quale la comunità politica opera al servizio dell’intero corpo sociale, valorizzandone la ricchezza e la pluralità, secondo una visione che Giorgio La Pira ha espresso con particolare efficacia. Oggi però la democrazia si trova ad affrontare profondi cambiamenti, che ne mettono alla prova la stabilità e l’efficacia. Da un lato, fenomeni strutturali, quali la globalizzazione, la rivoluzione digitale, le disuguaglianze economiche e sociali, il sottosviluppo in vaste aree del pianeta, dall’altro, la crescita di sentimenti antipolitici, l’emergere di regimi autocratici e il ritorno di logiche conflittuali tra gli Stati, stanno generando tensioni che rischiano di erodere la fiducia nelle istituzioni democratiche.

Particolare attenzione meritano due fenomeni, che hanno attivato trasformazioni profonde nella vita personale, pubblica, istituzionale. Il primo riguarda le nuove tecnologie digitali e la crescente diffusione dell’Intelligenza Artificiale. Da più parti è stato evidenziato il rischio che gli algoritmi possano, fra l’altro, influenzare la circolazione delle informazioni e condizionare la formazione dell’opinione pubblica, alterando gli spazi del confronto democratico. Jürgen Habermas, riflettendo sulle ambiguità strutturali dell’attuale ecosistema digitale, ha perfino ipotizzato una possibile «disintegrazione della sfera pubblica politica», così come è stata conosciuta nelle moderne democrazie rappresentative. A ciò si aggiunge il timore di nuove forme di controllo sociale, legate a quello che Shoshana Zuboff ha definito «capitalismo della sorveglianza». Il ruolo globale, sempre più pervasivo e spesso opaco nella gestione dei dati, da parte delle grandi piattaforme tecnologiche, esercita infatti un influsso crescente sul piano economico, politico, amministrativo e persino geopolitico, ponendo rilevanti interrogativi circa l’effettivo esercizio della sovranità democratica.

Il secondo fenomeno concerne il ritorno della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati. È sempre più messa in discussione la pace, quale valore fondante della convivenza tra i popoli. Ne risulta indebolito anche il principio secondo cui le controversie tra i vari Paesi dovrebbero essere affrontate mediante la mediazione diplomatica e il rispetto del diritto internazionale. In tale contesto, la difesa della cultura della pace, del dialogo e della cooperazione tra le Nazioni si configura come una delle sfide più decisive per il futuro delle democrazie e per la salvaguardia dell’ordine mondiale.

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IL SENSO DEL LIMITE

 


Violenza

 giovanile, 

ruolo degli adulti



-di ERALDO AFFINATI

La protesta giovanile, anche quando si esprime attraverso sparute minoranze, segnala sempre un malessere di rilevanza storica, in quanto i giovani sono la schiuma dell’onda che s’infrange sugli scogli: il loro movimento implacabile, apparentemente cieco, segnala la forza anche oscura ma inarrestabile della nostra stessa vita. Così le decine di facinorosi minorenni incappucciati che a Milano hanno saccheggiato i negozi intorno al Duomo non rappresentano certo la maggioranza dei loro coetanei; tuttavia, possono segnalare un’inquietudine generazionale di cui, al di là delle specifiche circostanze di cronaca, dobbiamo prenderne atto.

I gesti violenti, è ovvio, vanno sempre condannati, ma dopo aver applicato le sanzioni necessarie, bisogna provare a comprendere in quali contesti sono nati e a cosa rispondono.

In questo crinale del ventunesimo secolo molti adolescenti, di diversa estrazione sociale e culturale, stanno alzando le barricate.

Dai movimenti kenioti, tesi a rivendicare l’uguaglianza sociale, alla rabbia dei ventenni nepalesi, specie quelli esclusi dalla gestione della cosa pubblica, dalle masse albanesi impegnate a chiedere le dimissioni del premier Edi Rama, fino agli incendiari che nei giorni scorsi hanno messo a ferro e fuoco il centro di Parigi, una specie di febbre planetaria sembra animare le ultime generazioni, anche là dove non sono presenti, come in Palestina o in Ucraina, contrasti territoriali veri e propri. Sebbene le ragioni del dissenso siano proclamate a chiare lettere sugli striscioni che denunciano la corruzione dei ceti più abbienti e la violazione dei diritti umani, sino a istanze molto più spicciole ma non meno pressanti, come ad esempio il caro degli affitti per gli studenti universitari nostrani, abbiamo la sensazione di ascoltare un urlo rauco e disarticolato che proviene da una posizione anteriore: se riuscissimo a localizzarla, forse potremmo aiutare i rivoltosi venendo loro incontro in modo non semplicemente normativo e precettistico. Non sarebbe questo il vero compito da assolvere per ogni educatore?

Cos’hanno in comune i ribelli scatenati che da una parte all’altra del globo mostrano gli artigli? Forse niente, se non il fatto di essere tutti nativi digitali, dall’Asia all’Africa, dall’Europa all’America, cresciuti con una percezione della realtà completamente diversa rispetto al più recente passato. Quando il linguaggio si sgancia dall’esperienza, anche i gesti quotidiani rischiano di essere alterati. Si può avere l’impressione di un’assenza di limiti non legata soltanto all’immaturità del singolo individuo ancora in formazione, ma anche alla legittimazione dell’arbitrio. Insulto una persona e non mi succederà alcunché. Attacco questo e quello e posso farla franca. Giudico anche ferocemente tizio e caio e la passerò liscia. Fosse così, il delirio surrealista dell’azione priva di riscontro avrebbe conquistato il nostro inconscio. E chi, se non un giovane, potrebbe meglio sperimentarlo?

Vaniloqui, sogni, farneticazioni? Può essere. Ma certo si tratta di un carattere antropologico davvero inedito, che riguarda anche gli adulti, sul quale gli esseri umani continuano a interrogarsi senza ricavare un ragno dal buco. Per ora ci limitiamo a renderci conto di ciò che sta cambiando a velocità supersonica sotto i nostri occhi: cose grosse, tipo il concetto di responsabi-lità, la natura della libertà, lo statuto dell’opera d’arte, la qualità della relazione umana, il senso stesso dell’istruzione. Valori morali. Fondamenti religiosi. 

E vorremmo quindi illuderci di poter passare indenni attraverso questo cerchio di fuoco, cercando di non bruciarci le ali? Chiunque in tempi anche recenti lo avesse sperato, adesso dovrebbe ricredersi. 

E chissà forse certi genitori che ieri l’altro sono andati in questura a riprendersi i ragazzi arrestati dalle forze dell’ordine mentre arraffavano le merci rubate, pare che alcuni abbiano solo dodici anni, avranno guardato negli occhi i loro figli senza riconoscerli.


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ALMENO DIECI


 IL GRANCHIO





-di Alessandro D’Avenia

Un famoso artista cinese a cui il re chiese il disegno di un granchio disse di aver bisogno di cinque anni.

Passato il lustro non aveva ancora iniziato e ne chiese altri cinque. Allo scadere dei dieci prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò il granchio più bello che si fosse mai visto.  

Così Italo Calvino chiude la sua lezione sulla «Rapidità», non quella di chi offre soluzioni prive di attrito con il mondo ma di chi mette anima e corpo nella perfezione del gesto.

Lo sa la scrittrice da Pulitzer Donna Tartt che ha promesso cinque libri in 50 anni, uno ogni dieci, perché ogni sostantivo abbia decennale sostanza.  

Dieci, come le dita e il voto, è numero-simbolo di compiutezza e perfezione: gli anni del ritorno di Ulisse, i comandamenti, i cieli del Paradiso di Dante la cui Commedia è fatta di dieci per dieci canti, come le novelle del Decameron (dieci giorni per dieci giovani) di Boccaccio…

Fuor di simbolo per far qualcosa di eterno ci vuole un tempo, diverso per ciascuno, che sia però «tutto il necessario» in termini di studio, esercizio, errori, fatica e gioia, perché non ha consistenza fuori di noi ciò che non l’ha prima in noi.  

La rapidità che non nasce dall’incontro prolungato con le cose è solo fretta, come lo studio a scadenza, il successo senza lavoro quotidiano, la risposta dell’IA.

La precipitazione decàde, la dècade resta: per fare un libro, una canzone, una cena, una lezione, una carezza… memorabili, ci vogliono «dieci» anni, cioè tutto il tempo di cui ciascuno ha bisogno per amare e conoscere qualcosa a tal punto da ri-crearla: darle una vita che non muore.

È la bellezza.

Corriere della Sera

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UN VALORE AGGIUNTO

 

Migranti, 

un valore aggiunto 

per l’Italia che supera

 i 190 miliardi di euro

di Sara Fornaro

Caritas e Fondazione Migrantes chiedono l’istituzione di un permesso di soggiorno per “radicamento sociale” e un adeguato finanziamento del Fondo nazionale per le politiche migratorie. Presentato il Rapporto immigrazione 2026

Un cartello riporta la frase “Gesù era un migrante” durante la visita pastorale di papa Leone XIV all’isola di Lampedusa, il 4 luglio 2026. Foto: ANSA/ CIRO FUSCO

Bakari Sako aveva 35 anni e stava per diventare padre. Era un gran lavoratore, veniva dal Mali e faceva il bracciante nei campi di Massafra, in provincia di Taranto. Il 9 maggio scorso era uscito di casa verso le 5 del mattino per andare a lavorare, ma era stato preso di mira da un gruppo di ragazzi, quasi tutti minorenni, che dopo una prima aggressione, lo hanno ucciso in soli 4 minuti per noia e divertimento… I colpi letali li ha inferti un quindicenne.

Anche di Bakari Sako si è parlato lunedì 19 ottobre a Roma, in occasione della presentazione del 35simo Rapporto immigrazione 2026 dal titolo “Confini e frontiere”, presso la Pontificia Università Urbaniana. Il Rapporto parla di persone come Bakari, non di numeri. Propone frontiere che aprono alle relazioni, e non confini che segnano separazioni. Racconta storie, non pregiudizi. Invita all’incontro, non alla chiusura. Ma soprattutto ci sollecita a compiere un passo interiore, per superare indifferenza, paura, autoconservazione, e scegliere compassione, fraternità e corresponsabilità.

In un periodo storico in cui si moltiplicano i confini e si riducono le barriere, papa Leone ha scelto per la Giornata mondiale del migrante la frase di Gesù: chi accoglierà “anche uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. “Non è una questione di cifre o di statistiche. Il Vangelo – spiega il papa – ci invita a non fare calcoli: “anche uno solo”.

Parole che interpellano tutti i cristiani: anche coloro che affermano di difendere i valori della Chiesa cattolica, eppure propongono soluzioni alle migrazioni ben diverse dalle parole di Gesù.

L’espressione scelta dal papa sposta “il nostro sguardo dai fenomeni alle persone, dalle statistiche ai volti, dalle paure alle responsabilità”, affermano monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore della Fondazione Migrantes, e don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana, introducendo il Rapporto immigrazione. Le migrazioni, spiegano, “ci costringono a riconoscere che il mondo è un intreccio di confini condivisi. Nessuno si salva da solo, nessun popolo cresce isolandosi, nessuna comunità può immaginare il proprio futuro prescindendo dal grido di chi resta ai margini”. E i bambini sono il simbolo di questa situazione: non hanno rivendicazioni ideologiche, chiedono solo di “vivere, crescere e sperare”.

resentazione del 35simo Rapporto Immigrazione 2026 alla Pontificia Università Urbaniana, foto di Sara Fornaro

La falsa percezione e i veri dati sui migranti

Ad uccidere Bakari hanno contribuito, forse, anche i pregiudizi e le fake news. In Italia, infatti, la “caccia allo straniero” fomentata da diverse formazioni politiche, che enfatizzano i reati da loro commessi e affermano che rubano il lavoro agli italiani, contribuisce ad una falsa percezione della situazione. Al primo gennaio 2026 gli stranieri in Italia erano 5 milioni e 560 mila (9,4% della popolazione). Eppure, c’è chi crede che siano molti di più. Addirittura il 31% della popolazione.

In un anno gli stranieri sono aumentati di circa 188 mila persone (+3,5%). Vengono soprattutto da Romania, Albania e Marocco, ma stanno crescendo le comunità asiatiche. I musulmani rappresentano meno del 5,5% della popolazione. Eppure, la percezione dei cittadini è che siano il 19% della popolazione.

Il 58,1% dei cittadini stranieri risiede nel Nord, il 24,2% nel Centro e il 17,7% nel Mezzogiorno. I lavoratori stranieri sono meno di 2,6 milioni e, secondo la stima della Fondazione Leone Moressa, nel 2025 avrebbero generato 196 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 9,7% del Pil italiano. Eppure, in media, guadagnano molto meno degli italiani, all’incirca 17 mila euro l’anno. Gli stranieri in carcere al 31 dicembre 2025 erano il 31,7% del totale, in calo dal 2021.

Il Rapporto immigrazione, edito da Tau editrice, è stato curato da Manuela De Marco e Simone Varisco, con i poetici disegni di Francesco Piobbichi e contributi di 32 autrici e autori. Alla presentazione sono intervenuti il rettore dell’Urbaniana, Vincenzo Buonomo, il presidente di Caritas italiana, l’arcivescovo Benoni Ambăruş, Manuela De Marco, di Caritas italiana, padre Giovanni La Manna, direttore della Caritas diocesana di Trieste, e monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes.

Il messaggio di papa Leone

Per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, papa Leone ha ricordato che “ogni anno milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali e altre tragedie; e purtroppo il loro numero continua ad aumentare… La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi: vi sono giovanissimi che hanno perso genitori, fratelli, sorelle e amici e sono testimoni di violenze indicibili”. Altri sono separati dai familiari e tentano di ritrovarli, altri ancora vengono strappati dai genitori a causa dei rimpatri. “Vi sono poi minori che affrontano il tragitto insieme ai genitori, esposti tuttavia a condizioni estreme e traumatiche”.

A questo scenario già drammatico si sommano altre tragedie: “le morti lungo le rotte migratorie, la tratta e lo sfruttamento, il reclutamento per l’impiego di minori nei conflitti armati, la violenza sessuale, i matrimoni forzati e le atrocità subite o viste durante il tragitto. In troppi modi la loro dignità viene calpestata”. Ricordando le responsabilità di tutti nei confronti dei bambini migranti, il papa ha affermato, in particolare, che “le istituzioni pubbliche e private sono tenute a mettere al centro la protezione e la dignità di ogni singolo bambino e adolescente. Ciò comporta l’adozione di efficaci strumenti legali di protezione, promuovendo i ricongiungimenti familiari e scongiurando i traumi della separazione. È urgente un cambio di prospettiva: occorre spostare l’asse del dibattito dalla mera gestione dei flussi alla tutela piena e immediata dei diritti umani”.

Le 10 richieste ai politici italiani

A fronte delle difficoltà vissute dai migranti e alla luce del messaggio evangelico, Caritas e Migrantes chiedono ai politici italiani 10 impegni urgenti per una politica migratoria fondata su legalità, integrazione e partecipazione.

1.     Rafforzare le vie legali e sicure di ingresso.

Porre fine alle politiche che trasferiscono a Paesi terzi il controllo delle frontiere e della gestione delle migrazioni senza adeguate garanzie sul rispetto dei diritti umani, ivi compresa un’adeguata tutela delle condizioni di vulnerabilità delle persone che giungono alle nostre frontiere. Ogni normativa e ogni accordo di cooperazione dovrebbe essere sottoposto a effettivi meccanismi di trasparenza, controllo e tutela dei diritti, compreso un monitoraggio indipendente dell’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo. Ampliare le vie di accesso legale complementare, come i corridoi umanitari e le sue derivazioni, rendendo più semplici e rapide le procedure per il ricongiungimento familiare.

2.     Prevedere un permesso di soggiorno “per radicamento sociale”.

Introdurre un percorso di regolarizzazione per le persone prive di titolo di soggiorno che possano dimostrare un effettivo radicamento nel territorio, valutando durata della presenza, legami familiari, conoscenza della lingua e inserimento sociale e lavorativo.

3.     Promuovere riconoscimento delle qualifiche, formazione continua e avanzamento professionale.

Potenziare percorsi di crescita professionale, che consentano di superare discriminazioni, sovra-qualificazione e divario retributivo. Migliorare l’incontro trasparente tra domanda e offerta e l’accompagnamento personalizzato, prima e dopo l’assunzione, per le persone fragili, che rischiano di restare ai margini o di ricadere nella povertà. Contrastare lavoro irregolare e sfruttamento lavorativo.

4.     Finanziare adeguatamente il Fondo nazionale per le politiche migratorie.

Garantire risorse stabili per sostenere il processo di inserimento e integrazione nel suo complesso (scuola, formazione professionale, lavoro, servizi sociali e welfare territoriale), affinché l’integrazione sia una politica pubblica strutturale e non affidata alla capacità dei singoli territori e del Terzo settore.

5.     Tutelare i minori stranieri e riconoscere il ruolo delle nuove generazioni.

Riconoscere e valorizzare, anche attraverso investimenti mirati, il contributo dei giovani stranieri o di origine straniera, nati o cresciuti in Italia, attraverso scuola, formazione, sport, servizio civile, orientamento e inserimento lavorativo.

6.     Ripensare il sistema di welfare.

Rivedere le condizioni di accesso dei cittadini stranieri alle misure di contrasto alla povertà. I cittadini stranieri sono infatti pressoché esclusi, eppure sono i più affetti dalla povertà assoluta in Italia.

7.     Puntare su una strategia nazionale contro razzismo e discriminazioni.

Promuovere campagne pubbliche e percorsi educativi contro razzismo, discriminazione e discorsi d’odio, coinvolgendo scuole, istituzioni, media, mondo dello sport, società civile e comunità religiose, anche di origine estera. I giovani con background migratorio sono i primi a non identificarsi con “maranza” e “baby gang”.

8.     Valorizzare il protagonismo delle comunità migranti nella vita sociale e civile.

Riconoscere le associazioni, le reti civiche e le comunità di origine straniera come interlocutori stabili delle istituzioni nazionali e locali.

9.     Sostenere il contributo delle comunità religiose dei migranti alla coesione sociale.

Moltiplicare gli spazi di incontro e collaborazione tra confessioni e comunità religiose, riconoscendo il ruolo positivo che esse svolgono nell’accompagnamento delle persone, nella costruzione di legami di fiducia, nell’educazione alla convivenza e nella prevenzione dell’emarginazione. Le comunità di fede di origine straniera rappresentano una risorsa per l’integrazione e un’opportunità di arricchimento reciproco per l’intera società. In un clima di libertà religiosa e dialogo, possono contribuire a rafforzare la coesione sociale e il senso di appartenenza alla comunità locale e nazionale.

10. Fondare le politiche migratorie su dati, valutazione e responsabilità.

Assicurare la disponibilità di dati pubblici, aggiornati e accessibili e condividere valutazioni sull’efficacia delle politiche adottate. Il dibattito sull’immigrazione deve essere sottratto alla logica dell’emergenza e della contrapposizione e ricondotto a evidenze, risultati e responsabilità istituzionale per alimentare anche una comunicazione basata su dati di realtà.


Città Nuova

 

lunedì 19 ottobre 2026

LA VIOLENZA DEI GIOVANI

 

UN PATTO EDUCATIVO

Gli episodi di cronaca chiamano scuole, famiglie e istituzioni a costruire nuove alleanze. Possiamo "tirare a campare", come si dice a Napoli: indignarci per qualche giorno, chiedere pene più severe. 

Oppure possiamo fare nostro l’invito di don Lorenzo Milani: "I care", mi sta a cuore. 

 


-di Mimmo Battaglia 

Le cronache di questi giorni, da Roma a Napoli, ci pongono una domanda che non possiamo archiviare con l’indignazione del momento: che cosa sta succedendo ai nostri ragazzi? E, ancora prima, che cosa sta succedendo a noi adulti? Al Vomero un uomo è stato picchiato da alcuni giovanissimi per aver difeso le sue due figlie e poi investito anche da un camion della raccolta dei rifiuti. Un fatto che lascia senza parole. Le indagini accerteranno le responsabilità di ciascuno e chi ha sbagliato dovrà risponderne. Ma fermarsi alla cronaca non basta. Se ragazzi così giovani arrivano a una simile ferocia, dobbiamo chiederci che cosa abbiamo insegnato loro, quali esempi hanno avuto sotto gli occhi, con quali parole li abbiamo abituati ad affrontare i conflitti e quanto valore abbiamo dato alla vita degli altri. 

Vorrei essere chiaro: chiamare in causa gli adulti non significa assolvere i ragazzi. Guardare ai ragazzi, però, non ci autorizza a dimenticare le nostre responsabilità. Chiediamo ai giovani di rispettarsi e poi siamo i primi a umiliare chi la pensa diversamente. Pretendiamo che sappiano controllare la rabbia, in una società che ha fatto dell’aggressività una prova di forza. 

Insegniamo a riconoscere i limiti e facciamo fatica a riconoscere i nostri. Poi ci stupiamo se una delusione diventa vendetta, se una lite finisce a calci e pugni, se il gruppo si trasforma in branco e nessuno trova il coraggio di fermarsi. 

Per questo l’emergenza educativa è soprattutto un problema di adulti. I ragazzi hanno le loro responsabilità, ma educare vuol dire anche farsi carico del mondo in cui crescono. Un ragazzo ha bisogno di adulti che ci siano, che sappiano ascoltare senza rinunciare all’autorevolezza e dire quei no che fanno crescere, come suggeriva il titolo di un libro. Ha bisogno di qualcuno che gli faccia capire che la frustrazione si può attraversare, che un rifiuto non è un’offesa da vendicare, che la forza non sta nel far paura agli altri e vincere a tutti costi. E un ragazzo deve sapere che, se sbaglia, dovrà affrontare delle conseguenze ma non verrà lasciato solo. 

Poi c’è un equivoco importante da superare, anche qui a Napoli: credere che il problema riguardi solo le periferie, i quartieri difficili, le famiglie povere. È vero che dove mancano servizi, opportunità e presenze educative crescere costa più fatica. Ma la solitudine dei ragazzi non ha confini geografici, ed è sotto gli occhi di tutti. Ci sono adolescenti che hanno tutto e non sanno con chi parlare, famiglie che non fanno mancare nulla e non riescono più a incontrare i propri figli. In ogni zona della città e a ogni livello sociale, oggi gli adulti vivono una difficoltà educativa che non possiamo più far finta di non vedere. 

Il Patto Educativo, che ho lanciato con convinzione qualche anno fa e a cui le istituzioni hanno risposto ciascuna a modo suo, deve diventare prima di tutto un patto tra adulti e per gli adulti. Nessuno educa da solo. Non si può scaricare tutto sulle famiglie, né chiedere alla scuola di curare ogni ferita, né contare sugli educatori senza dare loro strumenti e risorse. Servono alleanze vere tra istituzioni, scuole, famiglie, associazioni e comunità ecclesiali. Servono luoghi dove i ragazzi possano stare, crescere, sbagliare e ricominciare. Servono adulti che si accorgano di una solitudine prima che diventi rabbia e di una fragilità prima che esploda in violenza. 

La prevenzione comincia ben prima di una rissa: quando un ragazzo trova qualcuno disposto ad ascoltarlo, quando una famiglia può chiedere aiuto senza sentirsi giudicata, quando una scuola non è lasciata sola, quando un quartiere offre occasioni sane e sicure per stare insieme. Anche la politica deve fare la sua parte. Napoli e il Paese si avviano verso le elezioni: che spazio avrà l’emergenza educativa nel dibattito pubblico? Resterà un tema da evocare dopo ogni tragedia o diventerà una priorità concreta? La sicurezza è indispensabile e chi commette violenza va fermato. Ma la sola risposta repressiva arriva quando il danno è già fatto. Accanto alla giustizia servono accompagnamento, prevenzione, sostegno alle famiglie, investimenti in scuole, sport, servizi e luoghi di aggregazione. Serve la volontà di lavorare per risultati che non si vedranno domani e che forse non porteranno consensi immediati. 

Possiamo "tirare a campare", come si dice a Napoli: indignarci per qualche giorno, chiedere pene più severe e aspettare la prossima notizia. Oppure possiamo fare nostro l’invito di don Lorenzo Milani: I care, mi sta a cuore. Mi sta a cuore il ragazzo che ha fatto del male e deve imparare a risponderne. Mi sta a cuore la persona ferita e il dolore della sua famiglia. Mi sta a cuore chi assiste a una violenza e non trova il coraggio di fermarla, magari nascondendosi dietro lo smartphone. Mi stanno a cuore il genitore che non sa più come parlare con un figlio, l’insegnante che si sente solo, l’educatore che continua a esserci anche quando sembra inutile. Mi sta a cuore chi cresce in una periferia senza opportunità e chi vive in una casa piena di cose ma povera di relazioni. Mi sta a cuore una politica che non si limita a promettere ordine, ma costruisce le condizioni della convivenza, e una città in cui nessun ragazzo debba conquistarsi un posto nel mondo facendo del male a qualcuno. 

Soprattutto mi sta a cuore che noi adulti torniamo a sentirci responsabili. Non di tutto, ma della nostra parte. Un ragazzo deve rispondere delle proprie azioni, ma una comunità deve chiedersi che cosa può fare perché la violenza non diventi il suo linguaggio. Non possiamo promettere che nessuno sbaglierà. 

Possiamo scegliere di non lasciare solo nessuno, di non scambiare la fermezza per abbandono, di non considerare perduto chi ha ancora tutta la vita davanti. I ragazzi non cercano adulti perfetti, cercano adulti presenti, che vivano ciò che chiedono a parole. Il loro futuro non si può rinviare a domani: è una responsabilità che ci viene affidata oggi. Forse, se c’è una cosa che tutti siamo chiamati a fare, oggi più che mai, è smettere di domandarci soltanto che cosa non va nei nostri ragazzi e cominciare a chiederci che cosa possiamo cambiare in noi.

Avvenire 

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venerdì 16 ottobre 2026

CESARE E DIO

 


ANCHE 
SE CESARE 
NON E' DIO


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola

nella XXIX domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 45,1.4-6; Sal 95/96; 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21

«Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»: questa frase di Gesù, che sta al centro dell’odierna pagina evangelica, in epoca contemporanea è diventata – almeno in Occidente – lo slogan “ufficiale” della laicità, in particolare della laicità dello Stato. In Italia è certamente più citata di quella proferita a suo tempo da Cavour: «Libera Chiesa in libero Stato». Vale a dire: separazione delle prerogative religiose e spirituali da quelle politiche e civili. Per lo statista piemontese la Chiesa, nell’Italia unita, avrebbe potuto e dovuto godere della piena libertà di culto, senza alcuna ingerenza da parte del potere statale. Ma, di converso, non avrebbe potuto e dovuto pretendere alcun privilegio “temporale” rispetto a tutte le altre componenti sociali, il cui governo – sotto tutti i profili, compreso quello formativo e scolastico – spettava ormai esclusivamente allo Stato e alle sue istituzioni. Del resto, se alcune implicazioni dell’asserto cavouriano fecero subito storcere il naso sia ai rappresentanti delle istituzioni statali sia alle gerarchie ecclesiastiche, l’insegnamento di Gesù, precedente di quasi due millenni, è invece apprezzato e accolto da una parte e dall’altra, sia dai “laici” sia dai “credenti”. Questi ultimi, proprio sulla scorta del detto gesuano, hanno la possibilità di reinterpretare il significato autentico della laicità, praticandone tutte le implicazioni non “laicistiche”, cioè i risvolti che non smentiscono e non mortificano il loro credo religioso. I credenti che si lasciano illuminare dal messaggio evangelico sanno di dover rispettare le leggi statali (anche quelle fiscali) e, al contempo, di dover prendere estremamente sul serio tutte le esigenze insite nel vangelo, anche quelle etiche.

Dobbiamo tuttavia chiederci se il Maestro di Nazareth abbia avuto l’intenzione di sancire, alla stregua di Cavour, il criterio cardine della laicità dello Stato – che pur si evince dalle sue parole –, oppure abbia voluto rivelare il senso fondamentale del rapporto che l’essere umano (in quanto tale e non solo come soggetto religioso) intrattiene con Dio, in virtù del suo statuto creaturale. Certamente le intenzioni di Gesù non furono le stesse di Cavour. Ma, per indovinare la risposta al nostro interrogativo, conviene considerare il contesto in cui accadde l’episodio riportato dall’evangelista Matteo.

Gesù si confronta criticamente con i farisei, ossia con i giudei devoti di quell’epoca, puri e duri, ligi all’osservanza delle norme di tradizione mosaica, rigorosi a tal punto da rimanere “separati” da tutti, specialmente dagli impuri, dai pagani e da chi li frequentava. Nell’episodio su cui ci stiamo qui soffermando, i farisei mettono tatticamente tra parentesi quel loro rigore e permettono che gli erodiani, cioè i collaborazionisti dei romani, si accompagnino ai loro discepoli al cospetto del Rabbi galileo. Non vanno loro stessi, ma inviano i loro discepoli proprio perché – ipocritamente – vogliono salvare le apparenze, senza mescolarsi pubblicamente con gli impuri alleati dell’Impero. E si comportano così perché il loro intento è malvagio, come Gesù infine rinfaccia loro. Essi, difatti, facendogli chiedere se fosse «lecito» o meno «pagare il tributo a Cesare», mirano a tendergli una trappola. Perciò gli impongono l’alternativa di scontentare gli uni (i loro stessi seguaci) o gli altri (gli erodiani). Gesù elude la loro manovra con la sua risposta ben calibrata ed equilibrata, che avrebbe fatto invidia a Sofocle, l’autore greco della tragedia intitolata ad Antigone, vittima delle leggi umane e martire in nome della giustizia divina: «Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. A queste parole rimasero meravigliati, lo lasciarono e se ne andarono».

Come mai la risposta di Gesù convinse quei suoi maligni interlocutori? Le sue parole non affermano l’inappellabile distinzione e, quindi, l’insormontabile distanza tra politica ed esperienza religiosa. Al contrario, dicono che pagare le tasse e obbedire alle leggi dell’Impero non inficia i diritti di Dio. E nondimeno dichiarano il primato di Dio e la parzialità, come pure la secondarietà, del potere politico e di chi lo impersona. Gesù, spiegando implicitamente tutto questo, non si sta rivolgendo a un politologo dei nostri giorni, ma ai suoi conterranei e ai suoi contemporanei, persone che coltivano una marcata sensibilità religiosa e che masticano un po’ di teologia biblica. Perciò risponde − in termini comprensibili a gente che aveva la necessaria infarinatura teologica − che bisogna sì render conto a Cesare per quel che compete a Cesare, ma bisogna pure render conto a Dio per quel che compete a Dio: e cioè per tutto, per ogni momento della nostra vita, in privato e in pubblico, poiché solo Dio è Dio, mentre Cesare è soltanto Cesare.

Alla radice di questo insegnamento c’è lo Shemà Israel, la professione di fede dell’antico Israele, che annuncia il primato di Jhwh Adonai per il credente e che declina le forme di un monoteismo “totalizzante” (più che “totalitario”), in quanto investe e impegna il credente in ogni dimensione della sua esistenza e in ogni momento della sua vita. Egli dovrà avere un privilegiato rapporto d’amore con l’unico Dio, sempre e dovunque: quando sarà sveglio e quando dormirà, quando camminerà per strada e quando siederà a casa propria, quando tratterà i suoi commerci e quando starà con i suoi familiari, in ogni sua attività pubblica e anche in privato, legandosi un filo al dito e contrassegnando lo stipite esterno della sua abitazione come promemoria di questo precetto, per essere sempre nella condizione di ricordarselo e di farselo ricordare dagli altri. Se si ha a che fare con il Dio della Bibbia, allora Questi dev’essere il Tutto della vita di chi crede e tutta la vita del credente dev’essere ricondotta a Dio. Di questo Dio Gesù parla, rispondendo a chi tenta di metterlo alla prova, ricollocando il suo magistero in una prospettiva teologica che, comunque, riesce significativa anche sul piano politico. Si tratta dello stesso Jhwh Adonai dello Shemà Israel. E pertanto a Cesare si deve dare qualche “cosa”, ciò che porta impresso il suo conio, il suo “marchio di fabbrica”, mentre a Dio si deve tutta la “vita”, di cui è la principiale sorgente.

Alla nostra maniera tardo-moderna di vedere le cose, risulta difficile cogliere tutto ciò. Temiamo ancora il rovinoso inciucio fra trono e altare. Un grande scrittore della prima metà del Novecento, Thomas Mann, in una pagina del suo romanzo Giuseppe e i suoi fratelli, fece notare a tal proposito che per secoli la politica e la religione si sono accordate col compromesso di «scambiarsi la veste», tanto che spesso «l’una parla la lingua dell’altra». Esplicitando quest’osservazione, il giurista Gustavo Zagrebelsky – in un suo libro intitolato appunto Scambiarsi la veste. Stato e Chiesa al governo dell’uomo – ha avanzato forti riserve verso il criterio gesuano, intuendo in ogni caso giustamente in esso un senso specificamente ebraico-religioso, che per il Maestro di Nazareth intendeva avallare la rivendicazione dei diritti di Dio più che la giustificazione dell’obbedienza a Cesare.

I diritti di Dio, però, vanno ben oltre le questioni fiscali o simili. Essi vigono per l’essere umano in quanto tale. Il quale – come sottolinearono alcuni Padri della Chiesa nell’interpretare questo brano evangelico – è creato a immagine (eikṓn, come anche Matteo scrive) di Dio. La qual cosa vuol dire che per Gesù si deve restituire a Cesare (cioè alle autorità statali legittimamente costituite) soltanto ciò che proviene da lui, mentre a Dio si deve riconsegnare l’essere umano e, tramite di lui, tutto il resto. Giacché tutto il resto dev’essere umanizzato, per poter valere veramente.

Così inteso, l’insegnamento di Gesù è lungi dal sacralizzare tutto quanto. Piuttosto si dimostra genuinamente laico. Perché invoca l’umanizzazione di tutto ciò di cui l’essere umano è capace e responsabile: dell’esercizio dell’autorità (statale, ma anche ecclesiastica), della statuizione del diritto e dell’applicazione delle leggi, della gestione del potere, della politica, dell’economia, della finanza, della convivenza civica e sociale, dell’ambito familiare, della prassi educativa e delle agenzie formative, della cultura e del dialogo interculturale, dei saperi scientifici, della tecnologia e della tecnica, dell’intelligenza artificiale e di quant’altro. Più rendiamo compatibile con l’altissima dignità della persona umana tutto quanto, più riconduciamo tutto quanto a Dio, che dell’essere umano ha fatto il suo rappresentante dentro il mondo e dentro la storia: senza fregiarci di stemmi e mostrine, senza agitare gonfaloni, ma con «il vangelo nascosto in petto», come diceva don Luigi Sturzo nel dicembre del 1918, giustificando l’indole “aconfessionale” del Partito Popolare Italiano che stava fondando.

In quale modo il credente in Cristo, vivendo come tale, può ottemperare a un tale impegno laico? Seguiamo il suggerimento che Paolo offre nella seconda lettura di oggi: «[…] tenete continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza». In questa prospettiva l’impegno laico s’intreccia con il vissuto teologale. Vivere la fede significa coltivare il mondo, prendersene cura fattivamente. Vivere la carità equivale a spendersi in suo favore, per il suo bene. Vivere la speranza vuol dire dimostrarsi resilienti nelle difficoltà, decisi a orientare la storia verso il bene comune.

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