ce lo mostrano:
la fede nasce sempre
da un incontro
Nel Vangelo Gesù si
lascia avvicinare da tutti, senza distinzioni né pregiudizi, e trasforma ogni
relazione in un’esperienza d’amore capace di cambiare la vita
Anticipiamo parte della prefazione del
cardinale Matteo Maria Zuppi al nuovo romanzo di Marcello Giannotti e Tiziana
Lupi I Dodici. I
ragazzi che divennero gli apostoli di Gesù (Edizioni Minerva).
Il Vangelo è incontro.
Gesù non resta fermo, in attesa che sia cercato, come
fanno le persone importanti, che si concedono poco alla folla, che lo fanno
solo quando conviene a loro, che creano sapientemente distanze e curano la loro
immagine. Gesù accetta l’imprevisto della strada. Incontra e si lascia
incontrare e non da un’umanità selezionata, preparata, ma da quella vera, così
com’è. Si avvicina e permette a tutti di avvicinarsi a lui. A casa di Simone si
lascia toccare da una donna che tutti conoscevano come “peccatrice”, tanto da
suscitare l’immediata malevolenza del padrone di casa che condanna questa
prossimità promiscua ricavando la convinzione che Gesù non sia un maestro
credibile perché non capisce che tipo di donna sia. Gesù lo sa bene e, a differenza
del fariseo che è nascosto dentro ognuno di noi, ama e sa che l’amore non è una
parola eterea, virtuale, casuale, ineffabile, ma diventa storia, esperienza,
avventura umana. Ama quella donna per com’è e sa incontrarla, mentre per gli
altri è solo la sua colpa e quindi va evitata.
Ogni incontro è un
legame, una scelta, un seme di vita eterna che viene gettato per cambiare la
vita presente e per aprire quella futura. Cerca un legame con la persona che
sperimenta l’amore e impara così ad amare. Gesù incontra qualcuno che non ha
capito tutto ma che capisce tutto proprio perché stabilisce una relazione con
Lui. Vuole che tutti sentano il suo interesse. Parla fino a tardi, senza fretta
e vuole accompagnare quell’incontro con il pane che sazia la fame. Intorno e
dentro di noi cresce un deserto spirituale, arido, diffidente. Tutto diventa
uguale, perché l’amore è ridotto ad apparenza, epidermide, sensazione, come in
un sito di incontri, dove decide l’algoritmo che toglie il problema di capire,
scegliere e che garantisce il benessere. Gesù fa di ogni incontro qualcosa che
genera vita e mostra l’amore. Gli unici incontri in cui questo sembra non
accadere, dove non si trasmette vita, sono quelli con i sapienti, i dotti e i
farisei perché si difendono, mormorano, pensano male, non incontrano col cuore,
giudicano e non ascoltano, come fossero paurosi di un maestro che li mette
finalmente davanti a loro stessi, che li libera dall’apparenza e dalla
schiavitù dell’esteriorità e della considerazione.
Il migliore di loro è
Nicodemo. Gesù lo accoglie di notte, come a confermare che ascolta chiunque lo
cerca. Potrebbe dirgli di tornare quando tutti lo avrebbero visto, invece ci
parla e lo aiuta a capire finalmente la forza dello Spirito che trasforma la
vita, non come la Legge che può soltanto certificare ma non cambiare. I
sapienti non si lasciano amare da Gesù che cerca di ferire il loro orgoglio non
per umiliarli ma per aiutarli a scegliere l’umiltà e a essere finalmente se
stessi.
Avviene così anche per
quell’uomo ricco che va a cercare Gesù che si lascia sempre trovare. Gli
domanda qualcosa che lo angustia, come uno scrupolo non risolto, un’incertezza
profonda. «Come faccio a ereditare la vita eterna?» Lo incontra per avere un’indicazione
e trova la proposta di amare Dio, non di osservare una legge con il cuore da
un’altra parte, nelle ricchezze. Solo l’amore di Gesù svela questa verità. Ma
l’uomo ha paura di farsi amare, di perdere quello che ha. Per lui seguire Gesù
non è la perla che cercava, non è il tesoro nel campo della vita. E quindi
tristemente resta legato alle sue ricchezze, quelle che, ricordiamolo, la
tignola corrode e i ladri scassinano. Ama le ricchezze più dell’amore con cui
Gesù si rivolge a lui. Così resta solo.
L’incontro è dialogo,
richiede tempo e pazienza, come accade con la donna samaritana con la quale
Gesù parla sorprendentemente e contro le regole tanto che i discepoli stessi se
ne stupiscono. Supera anche il pregiudizio per cui quell’incontro non sarebbe
dovuto avvenire, essendo lui ebreo e lei samaritana. E poco alla volta, con
molta attenzione, arriva alla verità, a dirgli “tutto quello che ha fatto” e a
farlo, senza umiliarla, rendendola consapevole e aprendole una vita nuova. A
Emmaus incontro significa un tratto di strada non sappiamo quanto lungo ma
certamente fino a sera. L’incontro diventa tavola, cioè condivisione,
comunione. Intorno alla tavola di Pasqua Gesù riunisce i suoi perché la sua
presenza continui per sempre, nuova ed eterna alleanza. Gesù riunisce una
comunità, quelli che sono suoi fratelli e sorelle, padri e madri.
Il mondo non va certo
verso la costruzione di una comunità più fraterna e più pacifica. Abbiamo
bisogno di un “Tu”, che è Dio che dona speranza e fiducia, che tesse
fraternità, perché Lui e Lui solo è padre e maestro. Chi incontra Gesù incontra
i fratelli e i poveri. L’incontro è certamente personale, nell’intimo interiore
del nostro cuore ma unisce a una comunità perché, come diceva papa Benedetto
XVI, «la nostra fede è veramente personale, solo se è anche comunitaria: può
essere la mia fede, solo se vive e si muove nel “noi” della Chiesa, solo se è
la nostra fede, la comune fede dell’unica Chiesa». Noi viviamo la tentazione di
ridurre tutto a qualcosa di individuale o di accontentarci di avere legami
superficiali, sempre modificabili quando lo decidiamo noi, e per questo poco
profondi. Il rischio è di scambiare una scelta personale per individuale o la
responsabilità personale come indipendenza, finendo per arrivare a una
religione “fai-da-te”, che non conosce l’abbandono e la fiducia che pure sono
requisiti fondamentali dell’amore. Il cristiano non può mai pensare che credere
sia un fatto privato.
In un mondo pieno di
confini e di muri di ogni tipo si vive male, ma non bisogna scoraggiarsi.
Possiamo dare speranza, rendere concreto quell’incontro con il nostro amore,
facendo diventare preziosa la vita di ognuno perché amata. E l’amore rende
tutto e tutti interessanti e preziosi, libera dalla paura che ci rende ostili e
chiusi, permette di formare quella famiglia senza confini che Gesù vuole, dove
tutti possono sentirsi a casa, sempre. Quanto è importante cercare l’incontro
mite, rispettoso, che introduce alla verità, che è l’amore di Gesù. Papa
Francesco, citando Vinicius de Moraes, ricorda che «la vita è l’arte
dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita» (FT 215).
Non si testimonia il
Vangelo in remoto, da lontano, in maniera impersonale e indiretta. Per questo
abbiamo bisogno di una “cultura dell’incontro”, perché «come popolo ci
appassiona il volerci incontrare, il cercare punti di contatto, gettare ponti,
progettare qualcosa che coinvolga tutti» (FT 216). L’incontro non è selettivo,
ma inclusivo, ha sempre qualcosa di creativo, perché apre il cuore.






