giovedì 29 ottobre 2026

BUON GOVERNO, SENZA PAURA

 


Repressione

 educazione 

e 

fiducia


-di VITTORIO PELLIGRA

Più una società sente il bisogno di ricorrere alla repressione per garantire la convivenza, più dovrebbe chiedersi perché quella convivenza sia diventata tanto difficile.

Moltiplicare divieti, controlli e sanzioni può essere necessario. Ma può anche rivelare una frattura nel rapporto tra cittadini e istituzioni. Ambrogio Lorenzetti ha dato forma pittorica a questa tensione sulle pareti del Palazzo Pubblico di Siena.

Negli affreschi del Buon Governo, la Securitas sorvola una città indaffarata e una campagna coltivata. Regge una forca con un impiccato e un cartiglio che promette ai viandanti strade libere dalla paura. La pena è lì, esibita senza pudore.

Ma il messaggio è chiaro. Non è la paura della pena a tenere insieme la città. La Sicurezza si fonda sulla Giustizia e sulla Concordia. Su quella trama di legami che permette agli abitanti di lavorare, commerciare, incontrarsi e attraversare le mura senza sospettare di ogni sconosciuto. La pena è il presidio estremo, non il fondamento della vita comune.

Vale la pena ripensare all’Allegoria del Buon Governo mentre si discute dell’ennesimo decreto sicurezza. Davanti alle proteste, agli scontri e alle violenze che coinvolgono anche giovanissimi, la politica torna, come per un riflesso pavloviano, al repertorio che conosce meglio. Si annuncia con orgoglio la creazione di nuovi reati, nuovi divieti e pene più severe.

Una strada già battuta. Con poco successo, per la verità. E le domande più difficili continuano a rimanere sullo sfondo, inespresse. Che cosa si è incrinato nel rapporto tra i giovani e le istituzioni? Dove nasce questa rabbia che talvolta non trova altra lingua se non quella del caos?

C hi aggredisce, devasta o mette in pericolo gli altri deve certamente risponderne. Il dissenso non autorizza la violenza. Ma la responsabilità individuale non esaurisce la responsabilità pubblica. Soprattutto quando sono coinvolti dei minori, la risposta dello Stato non può essere soltanto la repressione. Punire un adolescente senza domandarsi come restituirlo alla vita comune e, ancora prima, qual è l’origine di certi comportamenti, significa rinunciare a una parte essenziale del compito educativo delle istituzioni.

Montesquieu scrive che “nel governo repubblicano si ha bisogno di tutta la potenza dell’educazione”. Il timore, osserva, nasce da sé tra minacce e castighi. La virtù politica, invece, va coltivata. Non basta ottenere obbedienza. Occorre che le persone riconoscano le ragioni delle regole, e possano riconoscersi nella comunità che le ha stabilite. Il senso civico non si genera per decreto. Cresce, o si consuma, nelle esperienze quotidiane di giustizia e ingiustizia, di ascolto e umiliazione, di partecipazione o esclusione. Una società non diventa più sicura soltanto aumentando il costo della trasgressione. Deve anche ridurre le ragioni che la alimentano. La sanzione offre alla politica un gesto netto, immediatamente visibile. L’educazione, l’inclusione, la prevenzione lavorano invece nel tempo lungo, quello che mal si accorda con il corto-termismo delle scadenze elettorali. Da qui la tentazione di una normazione on demand, confezionata sull’ultima emergenza, mentre le cause continuano a operare indisturbate.

Ma la questione è ancora più profonda, perché quando discutiamo di sicurezza, tendiamo a considerare le istituzioni come strumenti chiamati a contenere comportamenti che nascono altrove, indipendentemente da esse.

Ma le istituzioni non si limitano a stabilire ciò che è consentito e ciò che è vietato. Contribuiscono a formare proprio quei comportamenti che poi si trovano a governare. Modificano le aspettative, alimentano o consumano la fiducia, insegnano ai cittadini che cosa possono attendersi gli uni dagli altri. Un’istituzione che presume sistematicamente la malafede rischia di rendere la diffidenza una risposta ragionevole. Una che riconosce responsabilità e autonomia può invece favorirne l’esercizio. È un processo lento, spesso invisibile, nel quale le regole e le disposizioni morali si trasformano reciprocamente. Per questo la qualità della convivenza dipende anche dal modo in cui scegliamo di governarla. Parlare di sicurezza, soprattutto quando ci sono di mezzo giovani e giovanissimi, non può farsi senza parlare di scuola, disuguaglianze e integrazione. Occorre chiedersi perché chi incontra lo Stato, spesso incontra il controllore e quasi mai una promessa mantenuta, nessuno che accoglie o riconosce. Il disagio ignorato alimenta la protesta, la protesta violenta invoca repressione, la repressione può approfondire la distanza da quelle stesse istituzioni che dovrebbero provare a colmarla. Non è un destino. È un rischio alimentato da politiche miopi.

Nell’Allegoria del Buon Governo la Sicurezza non siede sul trono. Vola sopra le case e i campi. Il suo posto, nell’ordine immaginato da Lorenzetti, dipende dalla Giustizia e dalla Concordia. Perché l’ordine civile non può reggersi esclusivamente sulla minaccia della sanzione.

Ha bisogno di cittadini che riconoscano le ragioni dello stare insieme così come di istituzioni capaci di coltivare questo riconoscimento. Una responsabilità che nessun decreto può assolvere da solo.

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ECCONOMIA A SCUOLA?

 



I DUBBI

 SULL’ECONOMIA

 SPIEGATA 

A SCUOLA






L’educazione finanziaria alle elementari non è solo inutile, 

ma può essere dannosa

La “paghetta” non può essere equiparata al reddito da lavoro, i bambini vanno tenuti lontani dalle logiche della finanza

-di LUIGINO BRUNI

L’incontro di Pinocchio con il Gatto e la Volpe è parte integrante della narrativa dei promotori dell’educazione finanziaria dei ragazzi e dei bambini nella scuola. Perché educare al linguaggio della finanza bambini e ragazzini significherebbe metterli nelle condizioni di riconoscere e difendersi dai molti Gatti e Volpi. Quindi negli ultimi anni tutti plaudono alle iniziative di educazione finanziaria nelle scuole da parte della Banca d’Italia, della Consob, di molte banche o associazioni (Feduf ). Il Governo sulla scia di questo entusiasmo ha reso obbligatoria l’educazione finanziaria nelle scuole italiane di ogni ordine e grado (L. 5 marzo 2024, n. 21). La realtà è invece più complessa e ben diversa da quella immaginata. I recenti atti inquietanti di “ragazzini” ci dicono con forza che alla scuola serve tutto tranne l’educazione finanziaria. Gli scolari di oggi hanno un immenso bisogno di riapprendere il senso e la natura delle cose e degli oggetti, toccarli e odorarli, comprendere il loro valore, per capirne domani anche il prezzo.

Una guida per la primaria

La Banca d’Italia ha scritto una guida (online) per gli alunni della scuola elementare. A scorrerla mi sono venuti dei brividi alla schiena, al solo pensiero che quel materiale finisca nelle mani dei bambini e dei loro insegnanti. Trent’anni fa, qualcosa del genere sarebbe stato impensabile, perché il paradigma generale di vita buona nella società era la democrazia; oggi, con il business diventato cultura dominante, diventa ovvio ciò che ieri sarebbe stato considerato un abuso. E nessuno protesta. In tutti i libri, l’inizio è sempre importante. Questo infatti inizia con la « paghetta», che per la Banca d’Italia è ovviamente un buon metodo per educare bambini di sei o otto anni. Ignora così tutta una letteratura di economia, psicologia e pedagogia che da decenni getta infiniti dubbi sui buoni frutti della paghetta ai ragazzi, immaginiamo ai bambini. Ad esempio, già dagli anni settanta, esperimenti controllati sull’introduzione della paghetta nelle famiglie (ad es. i lavori di David Greene e Mark R. Lepper, 1974) mostrano che bambini così educati, nel corso del tempo sviluppano una minore attitudine a svolgere attività con sole motivazioni intrinseche, che sono quelle decisive nella vita, a cominciare dal lavoro. Introdurre la logica della paghetta nei rapporti con i bambini, e in genere sottoporli alla logica economica e finanziaria, rende infatti molto più complicato educarli all’etica delle virtù, che ha bisogno di ingredienti radicalmente diversi. L’evidenza teorica ed empirica su questi temi è ormai immensa.

Lo stipendio e la paghetta

La paghetta, inoltre, si porta dietro l’uso dell’incentivo monetario dentro casa, perché si inizia ad associare lo svolgimento di piccoli lavoretti al pagamento di una somma in denaro (5 euro per i piatti, 4 per la passeggiata col nonno, 5 per far uscire il cane…). Due strumenti teoricamente distinti, ma che spesso convivono, perché entrambi frutto della stessa invasione della logica del business nelle famiglie e in tutta la società. E poi, in quella elegante e simpatica guida per bambini, partendo dalla paghetta si vorrebbe spiegare cosa è reddito che percepiscono i genitori, definito come l’evoluzione della loro paghetta: «Sì», leggiamo, «lo stipendio è una specie di superpaghetta» . Si commette così un grosso errore, teorico e pratico, perché si dimentica che il reddito da lavoro (salari e stipendi) nasce da una struttura di reciprocità: il reddito arriva al lavoratore in cambio di lavoro, che è esattamente quanto manca alla paghetta, che quindi non ha nulla a che fare con stipendi e i salari (sarebbe più simile, proprio volendo, ad un reddito di cittadinanza). Dietro il desiderio delle merci luccicanti dei nostri ragazzini, che li porta qualche volta a sfasciare le vetrine pur di averle, si trova l’assenza dell’idea della natura di reciprocità del mercato: per avere le merci devi dare in cambio qualcosa, devi guadagnare un reddito. Il reddito non è una superpaghetta, è il suo opposto. Ancora più grave è pensare che la paghetta sia un pagamento fatto ai bambini buoni e bravi - il diritto ai beni dei figlioli non deriva dal contratto ma dalla loro condizione di figlie e figli, buoni e cattivi, laboriosi e pigri.

Snaturare l’economia

Errori, dunque, soprattutto se somministrati dalla Banca d’Italia - perché il dato di fatto diventa anche eticamente raccomandabile: è bene dare la paghetta ai vostri bambini. Il resto del libretto è dedicato alla spiegazione della funzioni

della moneta, del Pil, risparmio, persino delle tasse. Scrivere libri di economia per bambini è difficilissimo, perché soltanto una grande competenza teorica e interdisciplinare consente di semplificare categorie molto complesse senza commettere errori. Nella grande maggioranza dei casi, invece, i tentativi di adattare, mediare, semplificare il linguaggio dell’economia e della finanza per renderlo comprensibile al mondo dei bambini, significa snaturare l’economia e la finanza, che richiedono una età capace di coglierne la complessità - l’economia non è troppo diversa, in complessità, dalla meccanica o dall’ingegneria, che non mi pare nessuno voglia insegnare ad un settenne.

Pinocchio e il denaro

Torniamo allo stupendo episodio di Pinocchio alle prese con il Gatto e la Volpe. E immaginiamo un altro Pinocchio che abbia letto e studiato la guida per educarsi alla finanza. Nessuna persona di buon senso potrebbe pensare che questo altro Pinocchio sarebbe stato messo da quel libretto nella condizione di difendersi dai gatti e dalle volpi della finanza, perché l’asimmetria informativa tra le due parti sarebbe ancora infinita. L’unico messaggio serio e responsabile - probabilmente molto vicino a ciò che aveva in mente Collodi - che si dovrebbe dare a Pinocchio e ai suoi amici bambini, soprattutto ai genitori, alla scuola, agli educatori e alla politica, è il seguente: tenete i bambini lontani dal mondo, dal linguaggio e dalla logica dell’economia e della finanza. Non è un caso, tra l’altro, che tutti i guai di Pinocchio inizino dal suo entrare a contatto con il denaro degli adulti: dai soldi che gli arrivano dalla vendita del suo abbecedario ad un rigattiere (un abuso economico di un adulto), dagli zecchini che gli dona Mangiafoco, al Campo dei miracoli.

L’infanzia, tempo di gratuità

Va poi notato un elemento importante: i due furfanti seducono Pinocchio

manipolando il linguaggio del dono: « Noi – riprese la Volpe – non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri. – Gli altri! – ripeté il Gatto. – Che brave persone! – pensò dentro di sé Pinocchio» (Cap. XII). Per abusare economicamente di un bambino, l’unico linguaggio efficace è il dono, perché è la sua lingua madre, il linguaggio di casa e della fiducia primaria. Parlare a bambini di tasse, di Pil, di lavoro, di moneta, di risparmio, è come parlare a un non vedente dei colori. Gli oggetti e i concetti dell’economia sono “beni di esperienza”, che si capiscono solo facendone in parallelo esperienza. L’infanzia è il tempo della gratuità, del dono, delle motivazioni intrinseche. L’economia e la finanza, quella di cui avranno bisogno domani, la impareranno solo quando dovranno usarla: dall’adolescenza in poi. Sono invece le banche, le assicurazioni e le grandi imprese che dovrebbero educarsi al rapporto etico e corretto con i cittadini, che saranno sempre molto meno informati di esse.

Un’educazione fuori stagione

L’unica “borsa valori” buona dei bambini è quella di genitori, insegnanti e degli adulti che stanno loro intorno, perché il loro incontro con l’economia e il denaro deve essere assolutamente mediato da chi li educa. L’autonomia economica è importante per gli adulti, forse per i giovani, non per i bambini e i preadolescenti, che devono dipendere da mamma e papà. L’educazione economica è espressione diretta dell’educazione generale dei ragazzi/ ragazze, molto simile all’educazione sessuale, e parlarne fuori “stagione” non è solo inutile, è dannoso. L’incontro disgraziato con il Gatto e la Volpe condurrà Pinocchio all’impiccagione (cap. XV). Perché sbagliare da bambini il rapporto con il denaro significa sbagliare il rapporto con la vita.

Una guida della Banca d’Italia sembra dimenticare che i piccoli formati alle dinamiche economiche possono sviluppare una minore attitudine a svolgere attività con sole motivazioni intrinseche, mentre servirebbe educare all’etica delle virtù.

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SVEGLIARSI DAL SONNO

 


Il sonno 

della 

democrazia

 genera mostri




-di Giuseppe Savagnone

Un’isola di democrazia nel Medio Oriente

I risultati delle elezioni svoltesi martedì scorso in Israele possono dare luogo a diverse considerazioni. La prima ad imporsi è che siamo davanti a uno Stato in cui vigono le regole della democrazia parlamentare. Non c’è dubbio che, rispetto a quelli arabi che lo circondano – dall’Egitto del dittatore Al-Sisi, all’Arabia Saudita, alla Giordania, agli Emirati Arabi, al Qatar, retti da monarchie più o meno assolute –, Israele è l’unico a dare spazio al libero dibattito politico, nel pluralismo dei partiti e degli organi d’informazione, compresi quelli più critici verso il governo, e a sottoporre periodicamente l’operato di quest’ultimo al voto popolare. Come è regolarmente avvenuto anche nella consultazione di martedì.

Lo stesso vale rispetto agli Stati apertamente ostili a quello ebraico, come la Turchia, o addirittura accaniti fautori della sua distruzione, come l’Iran, dove le libertà politiche dei cittadini sono sistematicamente violate da regimi il cui autoritarismo assume, come in Iran, la forma di una spietata repressione di massa, con migliaia di oppositori massacrati nelle piazze o arrestati, processati e giustiziati.

Né si può certo parlare di democrazia nella gestione della Striscia di Gaza da parte di Hamas e in quella della Cisgiordania da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese, visto che in entrambi i casi, dopo le elezioni del 2006, non ci sono più state libere consultazioni.

Il sostegno incondizionato dell’Occidente a Israele dopo il 7 ottobre

Si capisce perché, fin dall’inizio della crisi esplosa il 7 ottobre 2023, la quasi totalità dei governi e degli osservatori occidentali si sia schierata senza esitazione dalla parte di Israele. Per quanto riguarda i primi, è significativo che quelli europei, decisamente ostili alla Russia per le sue violazioni del diritto internazionale, abbiano invece taciuto, con un evidente doppio standard, di fronte a quelle dell’IDF a Gaza. Solo recentemente alcuni di essi hanno preso le distanze dalle violenze dei coloni israeliani in Cisgiordania. È un dato di fatto che, a fronte dei 22 pacchetti di sanzioni dell’UE nei confronti di Mosca, nemmeno uno è stato varato contro Tel Aviv.

Quanto agli Stati Uniti, già con Biden hanno sostenuto con aiuti militari consistenti la reazione israeliana al 7 ottobre. Il secondo mandato di Trump ha segnato una significativa intensificazione di questo appoggio militare e politico, fino a configurare un vero e proprio asse fra il presidente americano e quello israeliano. Su entrambe le sponde dell’Atlantico la giustificazione è stata sempre la stessa: bisognava permettere di difendersi all’unica democrazia presente in un mondo islamico che non riconosce i valori fondamentali dell’Occidente.

Su questa linea anche giornalisti e opinionisti. È in nome della democrazia israeliana che i media, soprattutto quelli di destra, hanno condotto una strenua quanto inefficace battaglia per cercare di smontare la crescente indignazione dell’opinione pubblica occidentale nei confronti dei metodi usati dall’esercito israeliano verso i civili palestinesi.

E anche un editorialista equilibrato e serio come Sergio Fabbrini, sul «Sole24ore» del 15 ottobre 2023 si è appellato alla democrazia per giustificare il sopra citato doppio standard occidentale di fronte al carattere violento, già evidente fin dai primi giorni, della reazione israeliana: «Putin e Sinwar [il leader di Hamas a Gaza]», notava Fabbrini, «condividono il disprezzo per le società aperte, dove gli individui sono protetti da diritti inalienabili rispetto a chi detiene il potere (secolare e religioso) […]. Ucraina e Israele sono democrazie, seppure imperfette, che sono l’opposto dei regimi autocratici (sia secolari che religiosi) che quei leader rappresentano». Da qui la conclusione: «Se la democrazia è la posta in gioco delle due aggressioni militari, allora è evidente che le altre democrazie non possono che sostenere Kiev e Tel Aviv».

Se questo è un uomo

A mettere in crisi queste ragionevoli argomentazioni presso il grande pubblico sono state le testimonianze e le immagini che, malgrado la rigida censura israeliana, sono giunte dalla Palestina e che hanno mostrato scenari di morte e distruzione che rendevano assolutamente poco credibili le assicurazioni dello Stato ebraico di avere di mira esclusivamente i terroristi di Hamas.

La conferma è venuta dalle cifre, anche da quelle giudicate credibili dallo stesso IDF, che parlano di 75.000 morti, l’85% dei quali civili, moltissime donne e bambini. Senza contare i feriti e i mutilati. Su una popolazione di due milioni e mezzo di persone. Per avere un’idea delle proporzioni del massacro, basta pensare che in Ucraina, dall’inizio della guerra ad oggi, su quaranta milioni di abitanti le vittime civili sono state 17.700.

E non è stato soltanto spaventoso il prezzo in termini di vite: è stato un mondo umano a essere desertificato con una sistematicità che a molti ha ricordato la tragica razionalità dei metodi nazisti. Sono stati bombardati o spianati con i bulldozer i palazzi di civile abitazione, gli ospedali, gli uffici, le moschee, i mercati. La gente – sradicata dalle proprie case, dalle proprie terre – è stata costretta a fuggire di luogo in luogo, inseguita dagli ultimatum che minacciavano imminenti attacchi aerei. Uno stile difeso dai comandi israeliani come prova della loro intenzione di risparmiare la popolazione, ma che ha ridotto quest’ultima a un gregge impaurito, privato di ogni sicurezza e soprattutto di ogni dignità.

Per non parlare della chiusura dei confini della Striscia, che ha impedito l’afflusso dei più elementari generi di sussistenza e dei medicinali, costringendo le persone – perché persone rimanevano, malgrado tutto – a dare l’assalto ai pochi tir che portavano viveri, diventando anche là oggetto di un indegno tiro a segno (confermato da soldati israeliani). Vengono in mente gli scenari descritti da Primo Levi nel suo Se questo è un uomo.

Non si tratta di propaganda antisemita. Il quotidiano israeliano «Haaretz» il 19 aprile 2025 scriveva: «Non è più una guerra, ma un assalto sfrenato ai civili. In assenza di veri obiettivi militari, Israele sta conducendo un’offensiva sconsiderata contro coloro che non sono in alcun modo coinvolti nella lotta […]. Ciò che accade non è guerra, ma attacco sfrenato contro persone che non sono coinvolte in questa guerra».

Le pronunce degli organismi internazionali e lo spostamento delle violenze in Cisgiordania

Da qui, nel novembre del 2024, l’emissione, da parte della Corte penale internazionale dell’Aja, di mandati d’arresto per «crimini di guerra e crimini contro l’umanità» nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dell’ex ministro della difesa israeliano Yoav Gallant e del capo del braccio armato di Hamas Mohammad Deif.

Provvedimento accolto con molte riserve dai governi occidentali, a cominciare da quello italiano: «Approfondirò in questi giorni le motivazioni che hanno portato alla sentenza» ha commentato la nostra presidente del Consiglio. «Motivazioni», ha tenuto ad aggiungere con un’implicita riserva, «che dovrebbero essere sempre oggettive e non di natura politica».

In ogni caso – ha assicurato la premier – «un punto resta fermo per questo governo: non ci può essere un’equivalenza tra le responsabilità dello Stato di Israele e l’organizzazione terroristica Hamas». Anche se, a dire il vero, la pronuncia della Corte non poneva alcuna equivalenza tra i soggetti destinatari dei mandati d’arresto, ma tra il carattere criminoso dei loro comportamenti.

Poi, nel settembre del 2025 è venuto il rapporto stilato da una Commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite, presieduta da un’autorevole giurista, Navi Pillay, che già aveva guidato analoghe indagini in altre questioni internazionali e che, nell’ottobre del 2026, ha ricevuto il Nobel per la pace.

Il rapporto ritiene responsabili il presidente israeliano Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant di aver promosso «atti genocidi» con l’«intento di distruggere i palestinesi» presenti nel territorio.

Ma nel frattempo l’epicentro delle violenze israeliane si è spostato da Gaza – dove peraltro continuano a essere uccisi quotidianamente dei civili – alla Cisgiordania, dove i coloni israeliani, con la tacita o esplicita complicità dell’esercito, cercano di rendere impossibile la vita ai residenti arabi, per farli andare via. Con l’appoggio di Tel Aviv che dal 1967 in poi ha favorito i nuovi insediamenti sulle terre che in teoria, secondo la risoluzione dell’ONU, dovrebbero costituire il territorio del futuro Stato palestinese.

E del resto Netanyahu non ha mai nascosto di essere fermamente contrario al rispetto di quella risoluzione e di non volere che i palestinesi abbiano una loro identità politica. In piena sintonia con gli estremisti ortodossi Smotrich e Ben-Gvir, che si propongono chiaramente di espellerli sia da Gaza che dalla Cisgiordania. Pulizia etnica che implica anche la distruzione dell’identità geografica, etnica, logistica, culturale di un popolo, destinato a essere disperso e per ciò stesso annientato. Genocidio, appunto.

Svegliarci dal sonno

È in questo quadro che si sono svolte le elezioni di martedì scorso, giustamente interpretate da tutti come un referendum sulla gestione della crisi di Gaza e della Cisgiordania da parte del governo di Benjamin Netanyahu.

Molti pensavano che, dopo quello che aveva fatto e le autorevoli condanne ricevute, il premier israeliano fosse ormai impresentabile come leader politico e che, anche se si fosse ripresentato, sarebbe stato sconfessato dagli elettori.

Non è andata così. Netanyahu non ha ricevuto i voti necessari a formare un nuovo governo, ma ne ha comunque raccolti più di tutti gli altri candidati, confermandosi l’uomo politico di punta della democrazia israeliana. Un ruolo che certamente peserà in modo decisivo sul prossimo assetto politico dello Stato, quale che sia la formula di governo che verrà adottata.

Finora, in assenza di una consultazione elettorale, il consenso di cui il leader del Likud godeva non era misurabile. Ora è sancito solennemente dal voto dei suoi concittadini. Che consapevolmente e liberamente hanno dato la maggior parte delle loro preferenze a un criminale.

Qualcuno dirà che non è la prima volta. Tanti premier sono accusati – e probabilmente a ragione – di corruzione e violenze. Ma – a parte l’eccezionale gravità, in questo caso, delle responsabilità etiche e politiche – la differenza è che qui si tratta di un soggetto condannato solennemente da autorevoli organismi internazionali. E che sembra in grado, dopo questa investitura popolare, di continuare a svolgere indisturbato la sua opera in violazione di ogni diritto umano.

In un momento in cui il presidente degli Stati Uniti, il Paese finora guida del mondo democratico, esulta per il successo di Netanyahu, attribuendosene il merito, e in cui diversi paesi europei si devono confrontare con l’emergere di forze politiche che esibiscono la loro piena sintonia con il premier israeliano, è forse necessario chiederci se è questo il senso della democrazia per cui nel secolo scorso hanno lottato gli uomini e le donne da cui l’abbiamo ereditata. E ritrovare dentro di noi le forze per impegnarci a nostra volta, ora, per svegliarla – per svegliarci – da un sonno che genera mostri.

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GIOVANI E DEMOCRAZIA

 


Incarnare la democrazia 

nella vita e nelle speranze 

dei giovani



-di Heinrich Angga Indraswara

Direttore della ricerca presso Praksis (Centro gesuita per la ricerca e l’advocacy in Indonesia) e dottorando in Scienze politiche alla London School of Economics and Political Science.

«Perché dovrei far sentire la mia voce? Tanto la mia vita non cambierà mai». A pronunciare queste parole rassegnate è stata una giovane donna che vive in un quartiere popolare di Giacarta, in Indonesia. Mentre parlava, gli altri presenti annuivano. È seguito un lungo silenzio, lo stesso che tanti altri giovani mantengono di fronte a una politica democratica che sembra più distante da loro.

Il clima cupo di quella stanza chiusa si estende ben oltre oceani e continenti. In tutto il mondo molti giovani sono frustrati dal modo in cui la democrazia non è riuscita a mantenere la sua promessa inclusiva. Alcuni hanno espresso la loro indignazione in grandi proteste; ma per lo più la maggioranza di loro ha sopportato in silenzio la propria esasperazione, sfiduciata sul fatto che la democrazia tuteli ancora uno spazio per la loro voce.

Tra molti giovani che preferiscono restare in silenzio, la politica rimane comunque una questione centrale. Se potessero, parteciperebbero. Tuttavia, in assenza di una sicurezza economica, di canali efficaci di partecipazione e di competenze civiche adeguatamente coltivate, il voto e la condivisione di contenuti politici sui social media restano le uniche forme di partecipazione a loro accessibili. Il disimpegno non nasce necessariamente da apatia personale. Per tanti giovani la politica è importante, ma essi non credono più che la loro vita e le loro aspirazioni contino davvero per chi detiene il potere.

Come può, allora, la democrazia restituire speranza ai giovani? Perché questi possano riporre fiducia nelle sue istituzioni, la via è una sola: la democrazia deve necessariamente incarnarsi nella loro vita, con tutte le sue gioie e le sue fatiche.

Il disimpegno politico giovanile a Giacarta

Uno studio del 2025 condotto da Praksis (Centro gesuita per la ricerca e l’advocacy in Indonesia) offre un utile punto di partenza[1]. Basato su un’indagine originale che ha riguardato 400 giovani tra i 16 e i 30 anni residenti a Giacarta e su una serie di focus group svolti con alcuni partecipanti, lo studio individua tre vincoli interconnessi che determinano le modalità della partecipazione e del coinvolgimento politico dei giovani. Per «partecipazione politica» si intendono le attività più formali, mentre il «coinvolgimento politico» comprende forme più ampie di coinvolgimento, come seguire le questioni politiche sui social media o prendere parte a discussioni su temi di rilevanza civile.

In primo luogo, la politica appare un lusso riservato ai giovani non gravati dalla precarietà economica. Sebbene più di due terzi degli intervistati abbiano dichiarato di essere interessati alla politica contemporanea e nove su dieci si dicano coinvolti in attività sociali, quasi nessuno prende parte a organizzazioni politiche formali. Interrogato sul perché di un divario così marcato, un intervistato ha osservato: «Nel mio quartiere il livello di istruzione è basso. La gente dice: “A che serve mettersi a protestare? Ogni giorno cerco solo di procurarmi da mangiare e da bere. Il governo non mi dà soldi, devo guadagnarmeli da solo”». Se la sopravvivenza economica domina le loro preoccupazioni quotidiane, la politica e la partecipazione democratica diventano accessibili solo quando non sottraggono tempo al lavoro. Un altro partecipante ha affermato: «Chi ha un reddito basso fatica anche solo a mangiare. È ovvio che gli resti poco spazio per la partecipazione politica».

La vulnerabilità economica influenza anche ciò che i giovani si aspettano dal governo. Tra gli intervistati, le questioni prioritarie risultano essere la disoccupazione, la corruzione e l’inflazione. I politici lo sanno, ed è per questo che ogni campagna elettorale è costellata di promesse in questi ambiti. Ha commentato ironicamente un intervistato: «Ci avevano promesso lapangan pekerjaan (“posti di lavoro”), ma a crescere sono stati i lapangan padel (“campi da padel”)». In queste condizioni, trovano facile accoglienza i programmi populisti che promettono un sollievo economico immediato. Per i giovani economicamente vulnerabili i trasferimenti diretti di denaro non solo alleggeriscono il peso quotidiano, ma consentono anche qualche piccolo margine di respiro. «Per questo pensiamo che la situazione stia migliorando. Per noi, gente comune, anche una piccola somma di denaro ha già molto valore», ha spiegato un partecipante.

In secondo luogo, le istituzioni politiche esistenti appaiono poco reattive rispetto ai bisogni dei giovani. Circa il 76% degli intervistati ha dichiarato di aver votato alle elezioni generali; tuttavia quasi nessuno fa capo a partiti politici, né ha alcun contatto con i propri rappresentanti. «Come possiamo esprimere le nostre idee? Non sappiamo in che modo farlo, né dove», si è lamentato uno dei giovani. Un altro ha aggiunto: «Ci ascoltano solo quando a loro serve farsi fotografare, quando si avvicinano le elezioni. Poi non si fanno più sentire». Quasi la metà degli intervistati prova ormai disgusto per la politica. Non per ignoranza, ma per la ripetuta esperienza di non contare più nulla per chi detiene il potere.

In terzo luogo, i social media, pur rappresentando l’unico spazio rimasto per l’espressione politica, sono un terreno pieno di rischi. Contrariamente a quanto si pensa, la maggior parte dei giovani non produce contenuti politici originali; piuttosto, amplifica contenuti virali, nella speranza che la viralità supplisca alla mancanza di accesso. «Se condividiamo contenuti nostri, non succede nulla. Aspettiamo quindi che qualcuno più influente pubblichi qualcosa e poi lo sosteniamo per renderlo virale». Tuttavia, chi osa esprimere opinioni rischia di essere investito da sistematiche molestie digitali: «Sì, l’account è stato chiuso e ci sono stati molti attacchi coordinati di diffusione di dati personali (doxxing). Quando ne abbiamo creato uno nuovo, gli attacchi sono ricominciati».

In sintesi, per i giovani intervistati, soprattutto per quelli economicamente vulnerabili, l’impegno politico comporta costi elevati e benefìci remoti. Per partecipare, devono sacrificare tempo lavorativo, che non possono permettersi di perdere. E parimenti, non possono aspettarsi che il loro impegno sia efficace, ma nel frattempo si espongono al rischio di subire molestie digitali. I vincoli economici che gravano su di loro li spingono a dare valore alla democrazia solo nella misura in cui porta cibo in tavola. In assenza di benefìci concreti, essa finisce per apparire una realtà estranea alla loro vita con tutte le loro gioie e le loro fatiche. Purtroppo, questo sradicamento non è un fenomeno esclusivo della capitale indonesiana…

Il disincanto globale nei confronti della democrazia

Il distacco dalla democrazia è un fenomeno che attraversa nazioni e continenti. In tutti i Paesi del sud-est asiatico è evidente lo stesso paradosso: molto interesse, ma scarso coinvolgimento. In un’indagine del 2024 condotta su oltre 3.000 studenti universitari in sei Paesi della regione, circa due terzi si sono detti interessati a entrare in organizzazioni sociopolitiche[2]. Ancora più significativamente, non più di metà di quegli studenti ha espresso un sostegno incondizionato alla democrazia. L’altra metà è disposta ad accettare forme di governo diverse, si mostra indifferente, oppure non sa che cosa rispondere. Tendenze analoghe si riscontrano anche nelle democrazie più consolidate del Continente. In Giappone, Corea del Sud e Taiwan, i favorevoli all’abbandono della democrazia liberale superano in numero i sostenitori, e né il livello di istruzione né lo sviluppo economico sembrano bastare a invertire tale tendenza[3]. Per varie ragioni, le democrazie asiatiche non sono riuscite ad affermarsi come l’unica strada percorribile[4].

In Africa, il disimpegno politico giovanile rimane diffuso, in un contesto di crescente insoddisfazione nei confronti della democrazia. In 39 Paesi africani i giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni partecipano meno delle generazioni più anziane alle riunioni comunitarie, votano meno alle elezioni e si rivolgono più raramente ai rappresentanti politici[5]. Pur essendo più inclini delle generazioni precedenti a protestare, solo uno su dieci lo fa effettivamente. Questi dati si collocano nel quadro di un più ampio declino del consenso verso la democrazia. Tra il 2011 e il 2023, in 30 Paesi africani il consenso è sceso dal 50% al 38%, mentre anche il rifiuto del governo militare è diminuito dal 76% al 65%[6]. Una frase di un giovane sudafricano riassume efficacemente questa tendenza: «La democrazia non mi interessa. A me importano solo il mio benessere e quello della mia famiglia. Se la democrazia non è in grado di offrire posti di lavoro e una vita dignitosa, a che serve?»[7].

In ogni parte del mondo livelli altrettanto bassi di coinvolgimento caratterizzano anche le democrazie consolidate. Negli Stati Uniti, le condizioni economiche continuano a influenzare in modo decisivo la propensione alla partecipazione civica tra i giovani di oggi[8]. Allo stesso modo dei giovani di Giacarta, quelli statunitensi che non dispongono di un’istruzione superiore o di un’occupazione stabile sono molto meno propensi a impegnarsi in attività di promozione sociale o in forme di organizzazione comunitaria. Inoltre, nonostante l’immagine diffusa di giovani politicamente attivi – per esempio, nelle proteste contro le politiche sull’immigrazione –, solo la metà di loro prende parte al voto, e meno di uno su cinque partecipa a proteste politiche[9]. La ragione è la stessa che si riscontra nei Paesi africani: i livelli limitati di partecipazione rientrano nel contesto di un calato sostegno alla democrazia da parte delle nuove generazioni[10].

Nei Paesi Oecd l’affluenza alle urne dei giovani tra i 18 e i 24 anni è in media inferiore di 12 punti percentuali rispetto a quella degli adulti tra i 25 e i 50 anni[11]. Uno studio del 2018 condotto su popolazioni degli Stati membri dell’Unione europea ha mostrato con chiarezza che la classe sociale e il livello di istruzione sono fattori determinanti per il grado di partecipazione: i meno coinvolti sono coloro che appartengono agli strati socioeconomici più bassi[12]. I giovani che interrompono gli studi a 18 anni hanno una probabilità dimezzata di entrare in un’organizzazione politica rispetto ai coetanei che proseguono la formazione. A conferma, un’indagine Eurobarometer del 2025 indica che la familiarità con i processi decisionali partecipativi dell’Unione europea varia dal 10% tra coloro che hanno terminato l’istruzione formale a 15 anni al 24% tra coloro che hanno studiato fino ai 20 anni o oltre[13]. Il quadro è coerente: quanto più i giovani sono lontani dall’istruzione e dalla sicurezza economica, tanto più si allontanano dalla partecipazione democratica.

Ma il disincanto e il disimpegno nei confronti della democrazia non riguardano soltanto i giovani: nell’ultimo decennio la fiducia nella democrazia si è indebolita in tutte le generazioni[14]. Tuttavia, tra i giovani questo declino appare più marcato.

Nonostante le profonde differenze che sussistono tra i singoli contesti nazionali, molti Paesi sembrano condividere un medesimo sintomo: le loro democrazie concedono spazio formale ai giovani cittadini tramite il voto, ma essi non si sentono coinvolti nei processi che ne plasmano le vite. È questa distanza istituzionale a spiegare il disimpegno dei giovani. Come osserva la studiosa Intifar Chowdhury, «il disimpegno giovanile non è la causa, ma il sintomo della crisi della democrazia»[15].

Ogni anno, in Italia, più di mille persone muoiono sul lavoro. Un «bollettino di guerra», come lo ha definito papa Francesco nel 2023, i cui numeri risultano più elevati rispetto a quelli delle vittime del crimine organizzato. Ne parliamo con Bruno Giordano, magistrato presso la Corte di Cassazione, e Alberto Verzulli, presidente per la regione Lazio dell’Anmil.

La disincarnazione delle democrazie contemporanee

Il disimpegno politico dei giovani è solo uno dei molti sintomi di una crisi più ampia che affligge le democrazie del XXI secolo. Oggi quasi tre quarti della popolazione mondiale vive in regimi autocratici[16]. Secondo la classificazione di Regimes of the World, se ne possono distinguere due tipi (le autocrazie chiuse e quelle elettorali), così come si possono distinguere due tipi di regimi democratici (democrazie elettorali e democrazie liberali)[17]. Nell’ultimo quarto del XX secolo il numero delle democrazie è cresciuto da 37 a 85[18]. Dopo aver raggiunto il picco di 96 nel 2016, è sceso a 88 nel 2024, mentre le autocrazie sono aumentate da 83 a 91. In genere, non è un crollo diretto a trasformare i sistemi democratici in forme autoritarie chiuse, ma un progressivo scivolamento dallo stato di democrazie elettorali a quello di autocrazie elettorali. E poiché gli autocrati cercano ovunque di ampliare il proprio potere, è improbabile che un simile riflusso democratico si arresti in breve tempo.

Alcuni analisti descrivono il processo di trasformazione come segue: a guidare tale tendenza sono aspiranti autocrati che sfruttano i meccanismi democratici per portare avanti ambizioni autoritarie. A differenza dei loro predecessori che giungevano al potere tramite colpi di Stato militari, gli autocrati di oggi procedono per tappe graduali all’interno delle istituzioni democratiche[19]. Il primo passo consiste nel porre limiti all’indipendenza della magistratura, riempiendo i tribunali di fedelissimi. Una volta messa sotto controllo questa garanzia, ricorrono a strategie sofisticate per distorcere la percezione pubblica, disinnescare il dissenso, soffocare gli oppositori politici e ostacolare l’azione della società civile[20]. Poiché tali interventi vengono introdotti progressivamente, i processi di autocratizzazione spesso passano inosservati all’opinione pubblica. Quando il mutamento diventa palese, gli autocrati si trovano già in una posizione difficilmente contestabile.

Per quanto grave sia la loro responsabilità, simili personaggi non avrebbero potuto smantellare le istituzioni democratiche senza il sostegno dell’elettorato. Senza il sostegno popolare, non sarebbero mai riu­sciti a conquistare il potere né a minare le garanzie democratiche. Tuttavia il rapporto tra i leader populisti e i loro sostenitori non si riduce a una mera strumentalizzazione elettorale: si tratta piuttosto di un processo di identificazione reciproca tra capi e seguaci, oltre che tra gli stessi seguaci[21]. È questa duplice identificazione a rendere possibile il successo dei movimenti populisti e il disfacimento delle democrazie. La decadenza di queste ultime risponde a una sorta di «democidio» compiuto dal loro stesso demos: l’uccisione dello stesso sistema che pretende di rappresentarlo ma non riesce a farlo.

Perché, dunque, i cittadini delle democrazie hanno scelto di sostenere attori politici che non si curano della democrazia? In primo luogo, lo si può spiegare con il fatto che sono state le democrazie ad abbandonare loro. Come mostrano chiaramente i giovani più vulnerabili in tutto il mondo, la democrazia conta solo nella misura in cui essi sentono che le loro voci vengono ascoltate e le loro condizioni di vita evidenziano miglioramenti reali. Quando queste due condizioni non si verificano, la democrazia si riduce a un discorso confinato ai ceti più elevati. Sebbene qualche filosofo della politica possa ritenere questi criteri troppo limitati, essi vengono desunti dalle concrete percezioni esistenziali delle persone. Un’economia fuori controllo si è lasciata alle spalle le loro condizioni materiali di vita; i loro valori sono stati destabilizzati da un mondo socioculturale in rapido mutamento; le loro aspirazioni vengono ignorate dai processi democratici che pretendono di rappresentarli. Per gli ultimi tra questi esclusi, l’abbandono è ancora più radicale[22]. Nel momento del bisogno, le democrazie non si sono rese presenti concretamente. La sofferenza di queste persone le induce a rivolgersi a chi promette soluzioni immediate, anche se gravate da costi a lungo termine.

Alla ricerca di democrazie che infondano speranza

La crisi delle democrazie contemporanee è ormai evidente. Per contrastare l’autocratizzazione, esse devono andare oltre le mere formalità elettorali e incarnarsi nelle esistenze delle persone, soprattutto quelle che vivono ai margini della società. Esse attendono da tempo di essere chiamate al grande banchetto, ma chi detiene il potere non le ha ancora invitate.

L’ampiezza della crisi richiede un’incarnazione della democrazia su scala globale. Paradossalmente, però, questo processo deve cominciare dalle comunità locali, attraverso una rinnovata integrazione tra dimensione economica e politica. Sul piano economico, si deve riconoscere che l’iperglobalizzazione non solo non ha mantenuto le sue promesse, ma ha generato diffuse insicurezze in tante comunità locali. Il fallimento è derivato dall’aver considerato il commercio internazionale non come un mezzo per una prosperità condivisa, ma come un fine in sé[23]. Ne è risultato un modello uniforme e rigido, simile alla Torre di Babele, che ha limitato la capacità degli Stati di rispondere ai bisogni dei cittadini. Le insicurezze economiche si sono così diffuse tra i giovani di Giacarta e Durban, di Londra e Washington, ma anche tra le generazioni più anziane nelle aree marginalizzate.

La via da seguire non è quella dell’autarchia, né dell’isolazionismo, ma una globalizzazione che consenta agli Stati di promuovere politiche capaci di garantire, soprattutto ai giovani, posti di lavoro dignitosi. Vale a dire, posti di lavoro che offrano, con parole dell’economista harvardiano Dani Rodrik, «dignità e riconoscimento sociale»[24], perché, come ha ricordato papa Francesco, permettono alle persone di contribuire realmente alla società e di coltivare «i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze»[25]. Questo processo inizia nelle comunità locali, attraverso iniziative di formazione professionale rivolte a chi vive nelle periferie dimenticate. Quando le persone dispongono di un buon lavoro, si vedono restituire la dignità e possono riprendere posto nel grande banchetto che è sempre stato anche il loro.

La sicurezza economica garantita da posti di lavoro dignitosi contribuisce inoltre a prevenire la deriva delle democrazie verso forme autocratiche. Sebbene possa sembrare un’affermazione troppo semplicistica, il legame tra lavoro dignitoso e democrazia è reale[26]. Attraverso il lavoro, le persone sostengono la propria famiglia, ottengono il riconoscimento e partecipano alla vita sociale. Queste esperienze sono alla base di uno spirito di «apertura a tutti» e di un «amore capace di accogliere ogni differenza»[27]. Quando simili atteggiamenti permeano la società, i cittadini non desiderano partecipare al banchetto da soli, ma cercheranno di condurre con sé anche i più fragili.

Tuttavia, il lavoro da solo non basta a incarnare la democrazia. Le democrazie dovrebbero chiedersi come possono generare un senso autentico di partecipazione. Come il grande banchetto può avere luogo solo grazie a chi va incontro alle persone là dove si trovano, così anche le democrazie devono sviluppare forme nuove di relazione con i cittadini. Ciò implica l’innovazione di meccanismi istituzionali e la promozione di competenze civiche.

Al centro delle innovazioni istituzionali vi è l’esigenza di rendere le democrazie realmente sensibili ai bisogni delle persone. Per molti cittadini il problema principale è la poca incisività dei canali di partecipazione: a parte il voto, essi non sanno dove confluiscano le loro aspirazioni né se producano effetti. Perché la democrazia si incarni davvero, la partecipazione deve essere realizzata «in tutte le possibili relazioni tra il cittadino e le istituzioni»[28]. Una via consiste nell’istituire meccanismi di consultazione pubblica regolati da procedure chiare e accompagnati dall’obbligo, per le autorità, di fornire risposte. Un’altra è la tutela dei cittadini che esprimono pacificamente le proprie opinioni politiche, proteggendoli da intimidazioni, doxxing e abuso degli strumenti legali per mettere a tacere le critiche. Insieme, queste innovazioni possono permettere ai giovani di accedere al grande banchetto senza attraversare un campo minato.

Allo stesso tempo, è necessario coltivare le competenze civiche, soprattutto nelle comunità locali svantaggiate. Per i giovani economicamente vulnerabili l’impegno politico nasce da pratiche quotidiane e concrete: momenti di confronto su questioni pubbliche nei contesti abitativi, religiosi ed educativi; percorsi di accompagnamento che aiutino a formulare le proprie aspirazioni; forme di attivismo radicate nel territorio. Esse creano spazi che danno modo ai giovani non solo di esprimersi, ma anche di essere ascoltati. Con tale sicurezza e con competenze civiche adeguate, i giovani possono partecipare al grande banchetto con la dignità di essere «protagonisti del cambiamento»[29].

Queste tre iniziative possono contribuire a rendere la democrazia quel gran banchetto vitale che promette di essere: uno spazio di autentico dialogo tra Stato e cittadini, fondato sull’ascolto reciproco. Al suo centro non vi sono procedure formali, ma persone presenti, coinvolte e riconosciute nella loro dignità. Una democrazia siffatta permette a tutti di prosperare e, così facendo, infonde speranza anche nei più piccoli. Con questo respiro di speranza, forse i più giovani potranno affermare: «Dovrei far sentire la mia voce. La mia vita cambierà».

La Civiltà Cattolica

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[1] Cfr A. Indraswara – A. Suryadi – M. R. Sedjahtera, «Aspiration without Institutions: Dynamics and Causes of Political (Dis)engagement of Young Jakarta Citizens», in Praksis, 10 dicembre 2025(https://praksis.id/journal-detail/paspirasi-tanpa-institusip). Le citazioni comprendono dati originali non presenti nel rapporto. Per il rapporto pubblicato, si veda lo studio citato.

[2] Cfr N. Saat et Al., Youth and Civic Engagement in Southeast Asia: A Survey of Undergraduates in Six Countries, Singapore, ISEAS – Yusof Ishak Institute, 2025 (https://www.iseas.edu.sg).

[3] Cfr D. Chull Shin, «Democratic deconsolidation in East Asia: exploring system realignments in Japan, Korea, and Taiwan», in Democratization, 28 gennaio 2021, 150.

[4] Cfr J. J. Linz – A. C. Stepan, Problems of Democratic Transition and Consolidation: Southern Europe, South America, and Post-Communist Europe, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1996, 5.

[5] Cfr «African Insights 2025: Citizen Engagement, Citizen Power: Africans Claim the Promise of Democracy», in Afrobarometer (https://www.afrobarometer.org/feature/african-insights-2025).

[6]      Cfr «African insights 2024: Democracy at risk – the people’s perspective», in Afrobarometer (https://www.afrobarometer.org/feature/flagship-report).

[7]       «Political Fatalism and Youth Apathy in South Africa», in Accord (https://www.accord.org.za/conflict-trends/political-fatalism-and-youth-apathy-in-south-africa), 27 novembre 2019.

[8]      Cfr R. B. Booth, «Youth Lack Community Connections that Are Critical to Civic Engagement», in Circle (circle.tufts.edu/latest-research/youth-lack-community-connections-are-critical-civic-engagement), 3 dicembre 2025.

[9]      Cfr O. Hebert, «“This isn’t America anymore”: Thousands rally against ICE in SF’s Dolores Park», in Sfgate (https://www.sfgate.com/bayarea/article/sf-dolores-park-ice-rally-21325277.php), 30 gennaio 2026; A. Speri, «Students and faculty at over 100 US universities protest against Trump’s attacks», in The Guardian, 7 novembre 2025.

[10]      Cfr C. Claassen – P. C. Magalhães, «Public Support for Democracy in the United States Has Declined Generationally», in Public Opinion Quarterly 87 (2023/3) 719-732.

[11]      Cfr OECD, Society at a Glance 2024: OECD Social Indicators, Paris, OECD Publishing, 20 giugno 2024.

[12]      Cfr M. Kitanova, «Youth political participation in the EU: evidence from a cross-national analysis», in Journal of Youth Studies (https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/13676261.2019.1636951#d1e123), 23 luglio 2020, 819-836.

[13]      Cfr European Union, Eurobarometer Report 2025, «Protecting and Promoting Democracy», Special Barometer, 568 (europa.eu/eurobarometer/surveys/detail/3383).

[14]      Cfr R. Wike – J. Fetterolf – J. Schulman, «Dissatisfaction with democracy remains widespread in many nations», in Pew Research Center (https://www.pewresearch.org/short-reads/2025/06/30/dissatisfaction-with-democracy-remains-widespread-in-many-nations), 30 giugno 2025.

[15]      I. S. Chowdhury, «Are Young People Turning Away from Democracy? A Comparative Study of Youth Disengagement in Advanced Democracies», Tesi di dottorato, Australian National University, 2023, 12.

[16]      Cfr M. Nord et Al., Democracy Report 2025: 25 Years of Autocratization – Democracy Trumped?, University of Gothenburg, V-Dem Institute, 2025.

[17]      Cfr A. Lührmann – M. Tannenberg – S. I. Lindberg, «Regimes of the World (RoW): Opening New Avenues for the Comparative Study of Political Regimes», in Politics and Governance 6 (2018/1) 60-77.

[18]      Per calcolare queste cifre ci siamo avvalsi del dataset V-Dem elaborato da M. Coppedge et Al., «V-Dem [Country-Year/Country-Date] Dataset v15», in Varieties of Democracy (V-Dem) Project (v-dem.net/data/dataset-archive), 2025.

[19]      Cfr D. Runciman, How Democracy Ends, London, Profile Books, 2018, 26-28.

[20]      Cfr N. C. Curato – D. Fossati, «Authoritarian Innovations: Crafting support for a less democratic Southeast Asia», in Democratization, 27 luglio 2020, 1006-1020.

[21]      Cfr F. Panizza – P. Ostiguy – B. Moffitt, «Conclusions: Reflections on the Lessons Learned», in Idd. (edd.), Populism in Global Perspective: A Performative and Discursive Approach, New York, Routledge, 2020, 261.

[22]      Cfr A. Rodríguez-Pose, «The revenge of the places that don’t matter (and what to do about it)», in Cambridge Journal of Regions, Economy and Society 11 (2018/1)  189-209.

[23]      Cfr D. Rodrik, Shared Prosperity in a Fractured World: A New Economics for the Middle Class, the Global Poor, and Our Climate, Princeton, Princeton University Press, 2025, 55-58.

[24]      Ivi, 126.

[25]      Francesco, Lettera enciclica Fratelli tutti, n. 162.

[26]      Cfr D. Rodrik, Shared Prosperity in a Fractured World, cit., 91-95.

[27]      Francesco,  Lettera enciclica Fratelli tutti, nn. 190; 191.

[28]      Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 191.

[29]      Francesco, Esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit, n. 174.