sabato 18 luglio 2026

AKOUEIN

 «Aprirò in parabole la mia bocca; proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».




Riflessione di don Massimo Naro* sulla liturgia della Parola

 nella XVI domenica del tempo ordinario (anno A)

Sap 12,13-16-19; Sal 85/86; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

L’odierna pagina evangelica termina con la ripetizione del mashal – una sorta di proverbio a uso didattico, tipico delle scuole rabbiniche – con cui Gesù prima, nello stesso capitolo 13 del vangelo secondo Matteo da cui la pagina è tratta, aveva concluso la parabola del seminatore: «Chi ha orecchi, ascolti». La voce verbale greca akoúein, ascoltare, qui assume un senso traslato: sta per intendere, capire, comprendere. Indica, cioè, un ascolto attento, non superficiale, necessario per interpretare correttamente l’insegnamento che si sta ricevendo sotto forma di parabola. Ascoltare in questo modo è la disposizione principale del discepolo diligente, che vuole seriamente apprendere come stanno le cose. È un’attitudine ermeneutica, che matura nella capacità di fare un giusto discernimento.

Proprio sul discernimento vertono le tre parabole raggruppate nel brano matteano. Il Regno dei cieli, infatti, ha a che fare col discernimento. Esso è, inopinatamente, piccolo. Anzi, piccolissimo. Se lo si paragona a un seme vegetale, assomiglia al «più piccolo di tutti i semi» coltivati dentro un orto: il «granello di senape». Certamente esso, germogliando e crescendo, diventa «più grande delle altre piante», un arbusto robusto, un vero e proprio albero. Ma quest’esito finale è davvero sorprendente, se si considera il suo stato di partenza: chi l’avrebbe immaginato? Il Regno, che dal cielo di Dio mette le sue radici nel mondo degli esseri umani, è giustappunto così: non irrompe nella storia comune e nelle vicende personali di ognuno sgomitando, incutendo paura, rivendicando spazi riservati, imponendosi subito con una mole ingombrante. Va crescendo insieme alle altre piante dell’orto, senza rubare nulla a nessuno, piuttosto offrendo ombra rinfrescante con la sua chioma e riparo sicuro tra i suoi rami. In tal modo trasforma l’orto in un equilibrato ecosistema di varie forme di vita, a cominciare dagli uccelli che su quell’albero inatteso e provvidenziale costruiscono i loro nidi. L’ortolano che ne aveva interrato il seme, tuttavia, a suo tempo avrà certamente scelto, con previdente lungimiranza, il posto più adatto per la crescita di quel seme e degli altri semi attorno a esso: avrà fatto un buon discernimento. Un divino discernimento. Che s’accompagna nondimeno al discernimento umano, affinché il Regno di Dio sia riconosciuto e accolto, senza timore, con fiducia, con gratitudine.

Inoltre, il Regno è discreto, lavora senza far baccano, con pacatezza, con apparente lentezza e senza forzare i tempi, senza strafare, dosandosi nella giusta misura, rispettando le pur asimmetriche proporzioni tra kairós e chrónos nel suo rapportarsi con la storia e mantenendovi una posizione di minoranza, accettando persino di perdervisi dentro. Appunto come il pizzico di lievito, che serve a dare spessore all’impasto di farina sciogliendosi totalmente. Il discernimento, qui, interviene per indovinare il dosaggio, per capire le inconsuete proporzioni, per dar adito al kairós di innestarsi nel chrónos e, di converso, per indurre la storia ad aprirsi alla grazia.

A spiccare maggiormente, rispetto alle parabole del semino di senape e del lievito, è però la parabola della zizzania e del buon grano. Anche questo racconto, al pari della parabola del seminatore, è corredato da una spiegazione, riservata ai discepoli, a fine giornata, allorché il Maestro finisce di predicare in pubblico e si ritira a casa. Nella parabola un tale, col favore del buio notturno, sparge semi di zizzania in un campo coltivato a frumento, appartenente a un contadino nei cui confronti quel tale è animato da cattivi sentimenti d’inimicizia («Un uomo nemico – echthròs ánthrōpos – ha fatto questo»). Nessuno se ne accorge e la zizzania attecchisce assieme al grano, quasi indistinguibile da esso. Gli operai, a un certo punto, se ne rendono comunque conto e chiedono direttive sul da farsi al padrone del campo. Il quale li invita a non intervenire frettolosamente e drasticamente, aspettando che il grano maturi con la sua corposità dorata fino a distinguersi nettamente dalla zizzania: solo allora questa potrà essere estirpata senza rischiare di sradicare con essa il buon grano.

La spiegazione della parabola si propone alla stregua di un midrash rabbinico. E svela che il seminatore del buon grano è «il Figlio dell’uomo», figura messianica con cui Gesù si identifica, presentandosi come l’inviato di Dio e come colui che impersona l’avvento del Regno celeste. Il nemico che mira a rovinare il raccolto finale è, invece, «il diavolo» (ho diábolos), termine che in greco significa – curiosamente – “il divisore”, colui che pretende di separare. E la zizzania da lui sparsa nel «campo del mondo» rappresenta coloro che si mettono al suo servizio, «i figli del Maligno», ossia di quell’essere malvagio (ho ponērós) da cui – sempre nel vangelo secondo Matteo – la preghiera insegnata da Gesù ai suoi discepoli, il Pater noster, invoca la liberazione. Il momento della mietitura è proiettato in prospettiva escatologica, «alla fine del mondo», motivo – questo – per il quale gli esegeti dei nostri giorni attribuiscono la spiegazione all’evangelista e alla cerchia redazionale cui egli dava voce, in una congiuntura critica in cui la primitiva comunità ecclesiale – ancora ai suoi inizi – si trovava già esposta a pericolose incomprensioni e a dolorose persecuzioni.

Nel loro complesso la parabola e la spiegazione insegnano che il Regno tollera chi compete con esso, chi pretende di essergli alternativo, chi si mimetizza con esso spacciandosi per esso e invadendone l’orizzonte. Il Regno sopporta l’impostura, ne regge umilmente l’urto subdolo e distruttivo. Ma il discernimento dev’essere, per i discepoli, il sapiente antidoto all’impostura. E il discernimento più importante è quello che suscita in loro una lucida consapevolezza credente: colui al quale compete il discernimento stesso è – innanzitutto e ultimamente – il Signore. Il giudizio supremo non spetta agli uomini, ma al Figlio dell’uomo: gli uomini (hoi ánthrōpoi, che in Mt 13,25 dormono, senza accorgersi che il nemico sta seminando zizzania) non sono abili e quindi neppure abilitati a giudicare, essendo intorpiditi e confusi, per un motivo o per l’altro non lucidi. Tutto ciò – peraltro – riecheggia forse Mt 7,1-2: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con cui misurate sarete misurati», brano che continua con il confronto tra la pagliuzza e la trave nell’occhio di chi ha la presunzione di condannare gli altrui peccati ed errori.

Una lezione difficile, finanche per discepoli dotatissimi come Paolo di Tarso, che scrivendo alla comunità di Corinto incoraggerà il capovolgimento tra la disponibilità a sopportare la confusione fra bene e male nella storia, consigliata tra le righe della parabola, e la determinazione a estirpare senza indugio la zizzania non appena se ne presenti l’urgenza: «Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello ed è impudico o avaro o idolatra o maldicente o ubriaco o ladro […]. Quelli di fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio (tòn ponērón) di mezzo a voi» (1Cor 5,11.13). Un tale interventismo, alquanto vigoroso, nel XIII secolo degenererà purtroppo nella violenza dei legati pontifici, responsabili del massacro di Béziers, durante la crociata albigese, in barba alla resa al malvagio (ponērós) e all’amore verso i nemici (echthrói) che il Gesù raccontato da Matteo ha predicato: «Ma io vi dico di non opporvi al malvagio. Ma io vi dico amate i vostri nemici» (Mt 5,39.44).

Queste contraddizioni ci fanno intuire che l’obiettivo dell’enigmatica parabola è – ai tempi di Matteo, ma anche oggi – di farne capire il messaggio a quelli “di dentro”, facendo però il giro largo e riferendosi a quelli “di fuori”. Del resto la realtà ecclesiale s’intreccia con la realtà del mondo: è “seminata” nel mondo. Bisogna considerare quella che Dietrich Bonhoeffer definiva la «mondanità della Chiesa». Secondo il teologo tedesco, la vita ecclesiale non può e non deve cristallizzarsi in un «settarismo perfezionistico». Il destino della Chiesa è di essere nel mondo sino a diventare un tutt’uno con esso, in coerenza con il mistero dell’incarnazione: sta lì il senso cristologico della mondanizzazione ecclesiale, che la teologia cristiana ha il compito di intendere e spiegare correttamente. Come Bonhoeffer scriveva nel 1932, la Chiesa «è totalmente mondo»: «Non può separare la zizzania dal grano». La sua vocazione è questa: «Rinuncia alla purezza e ritorno alla solidarietà con il mondo peccatore!».

Forse il mashal conclusivo – «chi può e deve, comprenda» – dischiude questa “morale” della parabola: per intendere cosa sia il Regno e la sua ulteriorità rispetto alla Chiesa non meno che rispetto al mondo, occorre una virtù eminentemente sapienziale, la pazienza. Non tanto la pazienza umana, quanto quella divina. Si tratta di quella che potremmo chiamare la «pazienza primordiale, la prima», quella che consiste – come spiegava Romano Guardini nel suo libro sulle Virtù – nel fatto che «Dio non si sbarazza del mondo, ma lo mantiene nell’essere, lo tiene in onore; se così si può dire, gli resta fedele per sempre». Ma questo non vuol dire che la pazienza debba rimanere solo di Dio. Riportandosi esplicitamente alla parabola della zizzania, Guardini commentava: «Questa è la pazienza di colui che potrebbe usare violenza, ma usa indulgenza, perché è veramente Signore, nobile e buono. Ora l’uomo è immagine di Dio; lo deve dunque essere anche in questo punto. Il mondo è stato consegnato alle sue mani: il mondo delle cose, degli uomini e della sua propria vita. Deve ricavarne ciò che Dio s’aspetta; e questo anche ora che la gramigna ha proliferato dappertutto. La pazienza è la condizione per la crescita del grano». Come a dire che la pazienza consiste nel «con-volere la volontà di Dio» (l’espressione è del teologo Jürgen Werbick), non subendola supinamente quasi fosse un destino fatale, ma condividendola fiduciosamente e fruendone come quando si approfitta di una chance provvidenziale, di un vero e proprio kairós.

In definitiva, la parabola parla del difficile riconoscimento del Cristo, del discernimento che occorre fare nei suoi confronti. Essa dice ai farisei e agli scribi d’ogni epoca, ma pure ai discepoli d’ogni tempo, ciò che si deve evitare: mietere indiscriminatamente, rischiando di stroncare il virgulto da cui va germogliando il Regno.

www.tuttavia.eu

 * Massimo Naro insegna introduzione alla teologia, teologia trinitaria e dialogo interreligioso presso la Pontificia Facoltà teologica di Sicilia a Palermo. Dirige il Centro studi Cammarata per lo studio della storia del movimento cattolico in Sicilia. È presbitero della diocesi di Caltanissetta, dove è stato rettore del Seminario e ha diretto la Scuola di formazione socio-politica e il Museo diocesano. Collabora con varie riviste: Ho Theológos, Filosofia e Teologia, Ricerche Teologiche, Laurentianum, Studium, Presbyteri, Rivista del Clero Italiano e altre ancora. Studia il rapporto fra teologia e letteratura, arte, religioni.

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GOVERNARE GLI IMPULSI

 


Il popolo può 

farsi giustizia? 


No, è necessario

 governare gli impulsi



di Paolo Borgna

Il confronto tra legge e sentimento comune non può pendere da una sola parte. I responsabili della politica che eccitano ed esaltano gli stati d'animo più profondi non rendono un buon servizio alla democrazia e scelgono la via della propaganda

Da sempre la giustizia è una lotta continua tra legge e mores , tra diritto e costumi. Da alcuni decenni tra questi due contendenti si è prepotentemente inserito un terzo giocatore: la propaganda. Diciamo subito che, per i magistrati chiamati ad applicare la legge – nel caso dell’orefice Roggero – non c’era soluzione diversa da quella seguita dalla sentenza. Anche la più generosa applicazione della norma scritta non consentiva alcun riconoscimento della legittima difesa e neppure dell’eccesso colposo nella legittima difesa. Le immagini delle telecamere esterne all’oreficeria di Gallo Grinzane, che ci sono state proposte decine di migliaia di volte dai telegiornali, parlano chiaro e sono implacabili: un uomo armato insegue, fuori dal suo negozio, tre rapinatori in fuga e spara loro alla schiena. Ne uccide due e colpisce il terzo che già sta salendo sull’auto e si salverà. Tornando sui suoi passi, l’orefice dà un calcio a uno degli uomini che giace a terra.

Una sentenza che avesse assolto lo sparatore avrebbe violato la legge. Verrebbe da dire: sarebbe stata una sentenza eversiva. Ma poi ci sono i mores. Il sentimento popolare di pietas verso un uomo che, in passato, aveva subito altre rapine (nel corso delle quali la moglie era stata minacciata), senza mai ottenere piena giustizia; lo scatto rabbioso di “dare una lezione” a chi non solo aveva aggredito i suoi beni ma aveva invaso la sua sfera personale e familiare; il senso di abbandono da parte dello Stato, verso cui rinunciamo all’idea di farci giustizia da soli avendo però in cambio la promessa che sarà lo Stato a garantire la nostra sicurezza; la pena verso un signore ultrasettantenne che deve entrare in carcere. Sono umori profondi, che ognuno di noi, anche se non li condivide, può in tutto o in parte comprendere (o sforzarsi di comprendere). L’ampio riconoscimento delle attenuanti concesse a Ruggero si è fatto carico di queste ragioni di pietas. Ma il confronto tra legge e sentimento del popolo non può pendere unicamente verso la “giustizia del popolo”. Da sempre è così: il “popolo che fa giustizia” mandò sulla croce Gesù e salvò Barabba. I giudici chiamati ad applicare la legge devono saper resistere ai richiami della piazza del momento. Se fosse diversamente, avremmo la giungla.

Gli effetti di una sentenza pur tecnicamente giusta possono essere mitigati dall’applicazione della grazia. Ma l’esercizio di questo potere deve essere lasciato alla suprema solitudine del suo titolare: il presidente della Repubblica. Che non può essere turbato dalla suggestione della folla in tumulto. I responsabili della politica che eccitano ed esaltano gli impulsi più profondi del loro popolo – anziché interpretarli e incanalarli su strade istituzionalmente percorribili – non rendono un buon servizio alla democrazia. Fanno propaganda, che non è mai amica della giustizia. Seminano vento. Rischiano di raccogliere tempesta.

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UNA NUOVA CIVILTA' ?

 


La nuova civiltà 


di 


Donald Trump




-di Giuseppe Savagnone 

Dietro le sceneggiate

Consapevolmente o no, Donald Trump sta determinando – con le sue esibizioni istrionesche – l’effetto che tutti i prestigiatori e gli illusionisti si propongono: distrarre l’attenzione del pubblico da ciò che realmente sta accadendo. In realtà, dietro i comportamenti imprevedibili e sconclusionati del capo della Casa Bianca è possibile individuare un ben preciso progetto, che va molto al di là dell’economia e della politica, perché esprime un modello di civiltà che non solo mira a “fare di nuovo grande l’America”, ma si propone di riscattare tutto l’Occidente dalla sua presunta decadenza.

Di esso ovviamente Trump non è l’inventore. Lo ha attinto dalle zone profonde degli Stati Uniti che lo coltivano da sempre e che hanno puntato sul tycoon per dargli finalmente voce e tradurlo in pratica. Gli analisti più attenti ne individuano tre assi portanti.

Il primo è l’appropriazione della tradizione dell’Impero Romano. In questa rilettura – ovviamente discutibile e riduttiva – gli attributi fondamentali di questa tradizione sarebbero l’autorità indiscussa e carismatica di un leader, la virilità, la capacità di imporre la propria volontà, contro la decadente esaltazione del principio democratico, dell’uguaglianza, del rispetto degli avversari e della cura dei più deboli.

Non è un caso che, per festeggiare il suo ottantesimo compleanno, Trump abbia organizzato, in un’arena allestita davanti alla Casa Bianca, un grande torneo di arti marziali miste, costato 60 milioni di dollari, sul modello dei giochi romani dei gladiatori.

Quale cristianesimo?

Il secondo asse è il recupero dei “valori giudaico-cristiani”, di cui l’amministrazione Trump esalta il ruolo pubblico, in alternativa alla visione illuminista e al principio di laicità. È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche nell’elezione del presidente. E questi, in risposta, ha istituito un Ufficio della Fede, chiamando a guidarlo una telepredicatrice, Paula White, che da anni è una sua fidata consulente spirituale e che è sostenitrice della “teologia della prosperità”, secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e successo personale.

È chiaro che in questa valorizzazione del cristianesimo non trovano alcun posto la fraternità, l’attenzione ai poveri, la rinunzia alla violenza. Ma c’è di più. La prospettiva “giudaico-cristiana”, coniugata con l’esaltazione di una romanità in cui l’imperatore veniva divinizzato, ha finito per esprimersi in un’ambigua assimilazione del capo politico alla figura del Messia, come appare in un post che chiaramente ritrae Trump con fattezze che ricordano Gesù Cristo.

Il terzo asse è quello economico-finanziario. Il tycoon ha mescolato economia e politica fin dalle sue rivendicazioni nei confronti della Groenlandia, e poi nella guerra dei dazi e nell’operazione con cui ha spogliato il Venezuela delle sue risorse petrolifere. E anche parlando dell’attuale conflitto con l’Iran ha detto ai giornalisti: «Se dipendesse da me prenderei il petrolio iraniano, guadagneremmo un sacco di soldi». Per non parlare della sua tendenza a finalizzare le sue scelte istituzionali agli interessi della sua famiglia e dei suoi amici, con un palese conflitto di interessi.

Lo scontro di civiltà e l’attacco all’Europa

Il presidente americano sembra credere alla profezia fatta nel 1996 dal politologo statunitense Samuel P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. «La mia ipotesi – scriveva lo studioso – è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. (…). Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale».

In questo scontro il primo bersaglio di Trump è l’Europa. Si è fatto suo portavoce il suo vice, J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno; ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».

Quali siano questi valori lo si capisce dalle contestazioni mosse da Vance nel suo discorso. Al primo posto l’identità etnica e religiosa, minacciata da una politica migratoria che, a quella data, vedeva i governi europei ancora abbastanza aperti all’accoglienza. Poi, la libertà di espressione, che Vance ha accusato l’Europa di violare, probabilmente in riferimento all’esclusione dalla Conferenza del partito neonazista Alternative für Deutschland, i cui dirigenti egli ha incontrato dopo il suo intervento. Un noto analista ha commentato: «Trump vede le democrazie liberali europee non come partner, ma come avversari in un conflitto di civiltà».

Su questa linea, nella nuova National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2025 l’Europa era descritta come «civiltà in declino», che «rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni» se le tendenze attuali non verranno invertite.

Verso la nascita di un nuovo Occidente?

L’auspicata inversione in realtà in parte sta avvenendo. Le politiche migratorie dei governi europei si sono progressivamente avvicinate al modello statunitense. E i “cordoni sanitari” con cui le democrazie avevano sempre isolato i partiti di estrema destra, i loro slogan, i loro simboli, sono ormai solo un ricordo, in uno scenario che vede questi partiti ormai al potere, come in Italia, o candidati ad arrivarci prossimamente, come in Germania, in Francia, in Spagna, nella stessa Inghilterra.

Né sembra che la civiltà europea nata dall’Illuminismo e fondata sulla democrazia liberale sia in grado di opporsi a questa dilagante deriva. I governi europei, incapaci di trovare linee politiche veramente comuni, sono stati costretti non solo a chiudere gli occhi sulle ripetute violazioni del diritto internazionale, non solo ad accettare i diktat trumpiani per quanto riguarda l’aumento delle spese militari e i dazi, ma a subire i continui, pesanti attacchi verbali, anche personali, nei confronti dei loro leader (l’ultimo quello a Giorgia Meloni). Almeno sul fronte europeo, lo scontro di civiltà sembra destinato a segnare la totale vittoria del modello americano.

Anche perché Trump e i suoi collaboratori – primo fra tutti Musk – sostengono attivamente, con i loro enormi mezzi finanziari e tecnologici, l’affermazione politica e culturale di chi lavora per questa “civiltà”. Come conferma il fatto che, nei giorni scorsi, il Dipartimento di Stato americano abbia offerto finanziamenti fino a 3 milioni di dollari a organizzazioni europee allineate al movimento MAGA con l’obiettivo dichiarato di «coltivare legami di civiltà» tra Stati Uniti e vecchio continente. I beneficiari dovranno affrontare «le sfide su sovranità nazionale, migrazione, censura e lawfare in linea con una filosofia politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale comuni».

Ritornano in mente le parole di Giorgia Meloni a Trump, durante la visita alla Casa Bianca dello scorso 17 aprile 2025: «Il mio obiettivo – aveva detto – è rendere di nuovo grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e io voglio rendere più forte questa civiltà». Ora l’obiettivo è vicino a essere raggiunto. Anche se forse la nostra premier, dopo poco più di un anno, ha motivo di porsi qualche domanda.

Ma ad interrogarsi dovrebbero essere innanzi tutto quei leader che, a parole europeisti, continuano a impedire il passaggio dall’unità puramente economica a quella politica; e quegli esponenti di una cultura che ha rinnegato l’anima cristiana dell’Europa, senza però riuscire a trovarne un’altra capace di dar vita a una civiltà alternativa a quella di Trump.

Lo scontro con la civiltà iraniana

L’altro fronte dello scontro di civiltà promosso da Trump è l’Iran, emblema di un islamismo che non si piega all’egemonia occidentale. E qui in particolare è emersa la riduzione della dimensione religiosa alle logiche di un sovranismo imperialista. Ha fatto il giro del mondo il video in cui un gruppo di leader evangelici, radunato nello Studio Ovale, invoca su Trump l’illuminazione divina a sostegno alle sue decisioni militari.

E il Segretario alla Guerra Peter Hegseth ha più volte fatto appello a una “missione” data da Dio stesso agli Stati Uniti in questo conflitto: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…». Da qui l’invito a pregare per il successo militare: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…».

In realtà l’attacco sferrato contro la Repubblica islamica muoveva dalla premessa che si potesse riprodurre nei confronti di quest’ultima il “modello Venezuela”: assedio militare con grande dispiegamento di forze, fulmineo attacco con decapitazione dei vertici del regime e loro sostituzione con un personaggio manovrabile. Recentemente abbiamo appreso da rivelazioni giornalistiche che si era puntato sull’ex presidente Ahmadinejad perché svolgesse il ruolo che Delcy Rodríguez ha assunto in Venezuela.

Ma il piano non ha funzionato. Per il semplice motivo che l’Iran non è il Venezuela. Si capisce l’ironia della risposta iraniana alle reiterate minacce americane: «Quando voi vivevate ancora nelle caverne alla ricerca del fuoco, noi stavamo già incidendo i diritti umani sul cilindro di Ciro. Abbiamo resistito alla tempesta di Alessandro e alle invasioni mongole e siamo rimasti; perché l’Iran non è solo un Paese, è una civiltà».

Il capo della Casa Bianca ha mostrato di accettare questa sfida, dicendosi pronto a portare lo scontro ai suoi esiti estremi. Come quando, il 7 aprile scorso, annunciò l’ultimatum, poi revocato: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà».

Da più parti gli è stato fatto notare che non bastano i missili di uno Stato nato 250 anni fa a cancellare una civiltà che risale al 650 a. C. e che è anteriore di millequattrocento anni alla nascita dell’impero arabo e dell’islam (l’Iran, ricordiamolo, non fa parte del mondo arabo e la sua lingua è il farsi). Oggi se ne parla molto solo riferendosi alla sistematica violazione dei diritti umani – soprattutto di quelli delle donne – da parte del regime degli ayatollah. Ed è verissimo che, dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, l’adozione della Sharia, la legge coranica, rivela sia la grave incapacità di questa civiltà di evolversi in dialogo con altre culture, sia la volontà di trincerarsi in un fanatico fondamentalismo.

Ma a chi ne trae la conclusione che quello in corso è lo scontro tra la civiltà (occidentale) e la barbarie bisognerebbe ricordare che nel 1953, sotto lo scià Reza Pahlevi, il primo ministro Mohammad Mossaddeq, democraticamente eletto, fu destituito da un colpo di Stato organizzato dalla Cia e dai servizi segreti inglesi, per aver nazionalizzato l’industria petrolifera, allora di proprietà britannica. E le parole di Trump sul petrolio iraniano, in analogia con la vicenda del Venezuela, fanno intravedere quale tipo di civiltà l’Occidente intenda esportare.

Di sicuro, però, non è il modello iraniano l’alternativa su cui puntare per fermare l’avanzare della civiltà trumpiana. Devono essere gli Stati Uniti e l’Europa a trovare in sé stessi le risorse per inventarsene una. E le notizie che vengono dagli Usa, con l’elezione di Mamdani a sindaco di New York e quella, alle primarie, di esponenti democratici finalmente aperti al sociale, fanno sperare.

Proprio la cultura europea sembra essere ancora incapace di una vera creatività. Ma non è detta l’ultima parola.

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ABBASSO LE ARMI

 


«Quanto volentieri avrei consacrato la mia attività di parola, di penna, di pensiero, d'insegnamento e di azione ad un unico scopo: abbasso le armi!»

 Così Bertha von Suttner, attivista pacifista austriaca, primo Nobel per la pace, nel suo testo del 1889 “Giù le armi”. 

Da Julia Ward HoweBertha von Suttner a Giorgia Meloni e a tutte quelle che si definiscono: donne, madri, cristiane.

I nostri mariti non torneranno da noi con addosso la puzza del massacro, per ricevere carezze e applausi. I nostri figli non ci verranno sottratti affinché disimpegno tutto quello che noi siamo state in grado di insegnare loro, sulla carità, la pietà e la pazienza. Dal seno di una terra devastata una voce si unisce alla nostra: disarmo, disarmo, disarmo!" Così Julia Ward Howe, femminista pacifista americana, a Boston nel giorno delle madri contro la guerra, maggio del 1870. 

Chissà come avrebbero reagito queste “madri del pacifismo” di fronte al regalo del Presidente della Turchia Erdogan alla fine del vertice Nato: un’arma funzionante con tanto di munizioni, sembra d’oro, kit di pulizia, documento di circolazione. 

Chissà se potevano immaginare che alcune donne sulle orme del loro femminismo, della loro consacrazione di vita allo scopo di ottenere non solo i diritti politici, ma anche il disarmo unilaterale delle nazioni, avrebbero preso decisioni in direzione ostinata e contraria. 

Chissà se potevano solo ipotizzare che dopo aver conquistato il diritto al voto, la rappresentanza politica, i ruoli al vertice alcune di queste madri sarebbero state protagoniste di incontri sul riarmo, sull’incremento delle spese militari, sull’utilizzo della guerra come risoluzione dei conflitti. 

Anche allora, come oggi, non tutte le donne condividevano la scelta del disarmo, basti pensare alle diverse posizioni rispetto alle guerre mondiali o a quelle a pezzetti, alcune hanno lottato e ancora lottano per poter far parte degli eserciti, ci sono donne che hanno optato e che optano, a volte per costrizione o sopravvivenza, per la lotta armata di offesa, resistenza o difesa. 

Del resto la contrapposizione tra la non violenza, la resistenza passiva e la scelta delle armi, tra la decisione di sostenere o contrapporsi alla guerra e ai conflitti armati, per il movimento delle donne è stata dirimente, causa anche di divisioni, oggetto di un confronto serrato che si acuisce in tempi di guerra. 

E’ vero, tutto ciò fa parte della storia e della nostra contemporaneità, resta il fatto che esiste una distanza siderale tra il desiderio di pace che ha attraversato tutto il movimento delle donne contro la guerra e la violenza insita nel regalare un revolver, carico di tutto il simbolico fallico, accettarne supinamente il “dono”, dentro una finta diplomazia, con l’orrendo peso politico che rappresenta, per quanto conservato in una teca (Meloni) o donato a un museo militare (von der Leyen). 

Tale distanza siderale diventa quella degli anni luce se si considera che sull’arma è inciso il nome di chi la riceve, così Giorgia, donna, madre, cristiana vedrà scritto anche il suo nome. E pensare che secondo il Vangelo dovremmo poterci rallegrare solo se i nostri nomi saranno scritti in cielo! (Luca, 10,20

 

Grazia Villa, Rosanna VirgiliEmanuela Buccioni, Francesca Villanova e Paola Casi

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A CHILOMETRO ZERO

 


 "La grandezza 

di una persona

 non si misura solo 

su ciò che costruisce, 

ma anche 

sulla sua capacità 

di ricominciare;

 la vita insegna che si cade sette volte

 per rialzarsi otto”

  •  

La Redazione

“La vita è l’opposto del «chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le novità…”

In una società come la nostra, nella quale l’efficienza e la produttività appaiono quali valori guida, le nuove generazioni sembrano ricercare, nella maggior parte dei casi, sicurezza, comodità, agio, risultati eccellenti ma da conseguire facilmente e velocemente senza alcuno sforzo, privandosi di quello slancio, di quella passione, che invece dovrebbe contraddistinguere la loro esistenza, senza quindi far prevalere la propria ambizione, il proprio talento, ma soprattutto la propria inclinazione al cambiamento ed al miglioramento.

Invero i giovanissimi dovrebbe essere affascinati da tutto ciò che è inedito, straordinario, rivoluzionario, seguendo le proprie emozioni, non temendo alcun pericolo ma anzi avendo sempre il coraggio di osare, esponendosi al rischio, incamminandosi lungo strade non battute con pazienza e cocciutaggine senza mai desistere o tirarsi indietro.

“La vita è l’opposto del «chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le novità scoperte. E questo è un giro che non finisce mai, ma deve iniziare dalla spinta di voler pretendere qualcosa per sé, pensato da sé, progettato da sé”, in tal modo inizia la sua considerevole riflessione il sociologo e psichiatra Paolo Crepet.

Ad oggi, invece, appare per molti giovani più facile rinunciare ad una vita piena di emozioni e di scoperte piuttosto che vivere la propria esistenza intensamente. In realtà si tratta di una questione di umiltà, così come ci spiega lo psichiatra, e non si può mai sapere che cosa accadrà finché non lo hai ancora fatto.

“Se si ascolta la fatica ancor prima di averla misurata, si rischia la bonaccia esistenziale, che per un giovane è il peggio che si possa augurare, e si ricompone un filo che si riavvolge sempre allo stesso modo, quasi fosse un automatismo: inseguire le proprie zone di confort”, queste le parole sempre pregne di significato di Paolo Crepet. Eppure ci sono genitori che educano i loro figli alla certezza, un po’come se tutto fosse sempre a portata di mano e continuerà ad essere offerto, regalato, senza alcuno sforzo o fatica, ma il bello della sfida sta nel difficile, nell’impervio e nell’incerto e non nella facilitazione di ogni scelta.

“Compito di un genitore non è quello di tenere sempre abbassato il ponte levatoio di casa nella speranza di veder ricomparire i figli delusi da un tentativo che non è andato bene”, così come ci spiega lo psichiatra. Ma ciò che occorre insegnare ai giovani è che nulla deve essere scontato, nulla è dato per sempre, ma tutto porta a un tentativo, a un impegno capace di sollecitare creatività e progettualità.

“Ovunque un giovane scelga di vivere, qualsiasi cosa provi a fare, il suo agire deve essere valutato: più grande è la propensione al nuovo, meno scontato è l’esito, più profonda sarà la soddisfazione. La grandezza di una persona non si misura soltanto su ciò che costruisce, ma anche sulla sua capacità di ricominciare; per questo i tentativi, e gli errori connessi, sono fondamentali: la vita insegna che si cade sette volte per rialzarsi otto”, in tal modo conclude la sua disamina Paolo Crepet.

Ascuolaoggi

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venerdì 17 luglio 2026

UNA GOVERNANCE CONDIVISA

 


Padre Benanti: 

«Intelligenza artificiale? 


Contro i nuovi algoritmi

 del potere 

serve una governance condivisa»

Il francescano esperto di etica delle tecnologie è intervenuto durante un incontro dedicato alla "Magnifica Humanitas". Il teologo ha sottolineato che l'enciclica mette in risalto la necessità di rendere i processi decisionali sull'Ai democratici. «Non bastano richiami generici all'etica, servono norme giuridiche adeguate»

di Salvo Ingargiola

«Quando abbiamo costruito le automobili, abbiamo messo i guardrail ai bordi della strada. La stessa cosa dobbiamo fare oggi con l’Intelligenza artificiale». È con questa immagine, semplice quanto efficace, che padre Paolo Benanti, teologo, francescano ed esperto di etica delle tecnologie, sintetizza la sfida lanciata dall’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV.

L’occasione è un incontro promosso dall’Ufficio Pastorale Sociale, Lavoro e Custodia del Creato del Vicariato di Roma, dedicato proprio al nuovo documento pontificio. Siamo nel quartiere Prenestino, alla periferia della Capitale. Nonostante il caldo estivo, oltre ottanta persone affollano una piccola libreria di quartiere per discutere di intelligenza artificiale, democrazia e futuro.

L’intelligenza artificiale e i monopoli

Benanti entra subito nel merito. «Uno strumento che costa poco più di mille euro, un drone, con un semplice aggiornamento software può distruggere un carro armato Abrams, completamente rivestito d’acciaio, costato centinaia di milioni. In Ucraina abbiamo scoperto che quel codice viene aggiornato ogni cinque o sei minuti, rendendo ogni volta quell’arma completamente diversa».

Da buon francescano e allievo dei gesuiti, Benanti individua immediatamente il cuore dell’enciclica: il passaggio in cui Papa Leone XIV invita la comunità internazionale a “disarmare l’Ai”. “Vuol dire – scrive il Pontefice – rompere l’alleanza fra potenza tecnica e diritto di governare”. In altre parole, significa “sottrarla ai monopoli, impedirle di dominare l’umano”. 

Chi controlla il software controlla tutto

«Chi controlla il software controlla tutto», osserva Benanti. È il potere della software-defined reality, della realtà definita dal software. Per spiegare quanto questo tema riguardi la vita quotidiana, il professore di Etica della tecnologia alla Luiss Guido Carli, a Roma, e alla Seattle University, negli States, ricorre a un’altra immagine. «Se domani volete entrare all’aeroporto di Fiumicino con un’arma, non potete farlo. Con l’Intelligenza artificiale, invece, potenzialmente sì. Con tre righe di codice si potrebbe trasformare perfino uno smartphone in un’arma, modificando il funzionamento della batteria fino a provocarne l’incendio». 

Come si governa una realtà di questo tipo? È la domanda attorno alla quale ruota l’intera enciclica. La questione decisiva, infatti, non è scegliere se accettare o rifiutare l’Intelligenza artificiale, ma decidere se lasciarne il governo agli interessi di pochi oppure costruire una governance orientata al bene comune.
«Quel potere che abbiamo imparato ad addomesticare nei secoli – dall’Impero romano agli Stati moderni fino alle democrazie occidentali – oggi rischia di spostarsi nelle mani di pochi», avverte. «E non sono mani democratiche. Sono mani private che possono trasformare un giocattolo in un’arma con un semplice aggiornamento software». 

Che fare?

Durante il dibattito interviene anche Alessandra Poggiani, direttore generale del Cineca, il più grande centro di calcolo in Italia. La domanda che attraversa l’incontro è inevitabile: che cosa bisogna fare?

«Il messaggio del Papa è molto chiaro», risponde Benanti. «Davanti a una macchina che può prendere decisioni capaci di incidere sulla vita delle persone, è evidente che tali decisioni non possono essere affidate a cinque soggetti in tutto il mondo». 

Il riferimento è ai paragrafi 106, 107 e 108 di Magnifica Humanitas. Papa Leone XIV invita alla prudenza, chiede controlli rigorosi e, quando necessario, anche un rallentamento nell’adozione dell’Ai. Non per ostacolare il progresso, ma perché lo sviluppo tecnologico corre molto più velocemente della capacità delle istituzioni, del diritto e della società di comprenderne e governarne gli effetti. Per questo motivo, secondo il Pontefice, non bastano richiami generici all’etica. Servono norme giuridiche adeguate, organismi indipendenti di vigilanza, cittadini consapevoli e una politica capace di esercitare il proprio ruolo.

Condividere i processi perché siamo in democrazia

Soprattutto, non basta chiedere che l’Ai sia programmata secondo principi morali. Occorre, infatti, prima di tutto, chiedersi chi definisce quei valori e con quale legittimazione democratica. Se quei criteri vengono stabiliti da un numero ristretto di soggetti, saranno loro a imporre, spesso in modo invisibile, la propria visione del mondo attraverso gli algoritmi. «Il processo va condiviso», insiste Benanti. «Perché siamo in democrazia». 

Non tutti, però, condividono questa impostazione. «Peter Thiel, per esempio, ha reagito dicendo: “Se il Papa assume questa posizione, allora sta lavorando per i comunisti cinesi”. Lascio a voi ogni giudizio su queste parole», osserva Benanti con ironia.
Poi conclude: «o mi sento di parte. Tifo per la democrazia». Il rischio, spiega ancora, è che l’Intelligenza artificiale finisca per incidere su ogni ambito della vita: dall’accesso alle cure alla scuola, dal lavoro ai diritti fondamentali. «Per tali ragioni, questo strumento non può rimanere nascosto. Deve essere condiviso, negoziato, governato», ribadisce. 

Fondamentali infrastrutture e una Ai Factory europea

Ma oggi non tutti partono dalle stesse condizioni. Le piattaforme e le grandi infrastrutture dell’Ai sono concentrate nelle mani di pochissimi attori, anche perché gli investimenti richiesti sono enormi. In questo scenario assume particolare rilievo il ruolo del Cineca, che ha ottenuto dalla Commissione europea 430 milioni di euro per la realizzazione di una Ai Factory europea.

«È fondamentale», osserva Alessandra Poggiani, «che insieme alle regole l’Europa costruisca anche una propria forza infrastrutturale, industriale e scientifica. Solo così potremo essere protagonisti e non semplici consumatori delle nuove tecnologie». 

La sfida è anche culturale. Occorrono formazione, educazione e consapevolezza. Occorre coinvolgere il decisore politico, ma anche la scuola, l’università e tutti quei corpi intermedi nei quali si costruisce la società. «Il fenomeno va governato e condiviso», insiste Benanti. «Non è più soltanto una questione tecnica ma politica».

Il problema del potere

Quando, il 15 maggio scorso, Papa Leone XIV ha firmato Magnifica Humanitas, in occasione del 135° anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII, molti hanno colto immediatamente la portata sociale e politica del documento. Come la Rerum Novarum interpretò le trasformazioni della rivoluzione industriale, oggi l’enciclica affronta le nuove concentrazioni di potere generate dall’Intelligenza artificiale. «È un problema di potere», conclude Benanti. «E oggi quel potere risiede in luoghi diversi da quelli tradizionali, dove interessi privati iniziano perfino a sostenere che la democrazia sia un esperimento fallito». 

Serve una governance condivisa

«È il Far West, dove esiste un solo diritto: quello del più forte». L’alternativa indicata dall’enciclica è una governance condivisa dell’Intelligenza artificiale. O, per usare l’immagine di Papa Leone XIV, ricostruire una nuova Gerusalemme: una civiltà che non nasce dall’iniziativa del singolo, ma dalla comunità, dalla cooperazione e dalla responsabilità condivisa.

Vita.it

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QUALE STORIA ?

STARE DALLA PARTE GIUSTA DELLA STORIA

Ma quale storia? 

E chi la certifica?

 Da Croce a Popper, e poi Berlin e Arendt: i limiti di una formula che pretende di conoscere il destino del mondo


-         di MAURIZIO ASSALTO

Una delle frasi fatte più ricorrenti in questi tempi feroci e confusi è quella brandita da chi pretende di essere/ stare/trovarsi “dalla parte giusta della storia”. On the right side of history, come suona la versione originale, germinata nel corso del Novecento negli ambienti progressisti d’Oltreoceano e diventata un leitmotiv dei movimenti per i diritti civili negli anni Sessanta, fino a consolidarsi come un topos identitario nella retorica dei leader democratici (è noto l’uso martellante che ne ha fatto Barack Obama). Uno slogan di indubbio impatto morale, emotivo e mobilitante, ma a lungo andare logorato dalla supponente ripetizione, dal tono predicatorio e dalla sicumera oracolare. Esprime la convinzione di essere impegnati in una causa oggettivamente buona (“Ho combattuto la giusta battaglia”, dice Paolo di Tarso) – il che è del tutto ragionevole perché soltanto una banda di irredimibili malvagi potrebbe consapevolmente perseguire una causa cattiva senza almeno prefissarsi dei vantaggi personali – ma anche implica la certezza, o l’ostentazione della certezza, che in tempi più o meno lunghi, ma abbreviabili per effetto dell’iniziativa umana, questa buona causa sia destinata a prevalere per una intrinseca necessità.

Ora, a parte l’amara constatazione che non tutte le giuste cause si sono storicamente affermate, il che comunque nulla toglie alla loro validità, si aprono due questioni non da poco. La prima riguarda appunto la causa per cui ci si impegna: chi e come ne certifica la bontà? Dato per scontato che, nell’immediato, è sempre male tutto ciò che arreca sofferenza e distruzione a popolazioni innocenti, e corrispondentemente è bene ciò che ne allevia la situazione, in una prospettiva di lungo periodo, quando entrano in gioco opzioni ideali a cui le stesse vite umane vengono subordinate, appellarsi a un tribunale del futuro che convalida determina visioni, bocciandone altre, significa ignorare la complessità e contingenza del mondo e la pluralità spesso conflittuale dei valori. Le scelte possibili sono diverse, ognuna con costi e conseguenze, come ha fatto osservare Isaiah Berlin negando che la storia sia retta dalla necessità.

La seconda questione è relativa alla concatenazione teleologica che dovrebbe condurre all’affermazione della “parte giusta”. Viene in mente la celebre sentenza di Benedetto Croce che «la storia non è mai giustiziera, ma sempre giustificatrice ». Ossia non è un tribunale che distribuisce condanne e assoluzioni, e “giustifica” non nel senso che conferisca una legittimazione ex post a ciò che è accaduto, ma in quanto ne individua le ragioni, ne spiega le cause e il significato nel divenire storico: non è una giustificazione di tipo morale, ma conoscitivo. Conviene riprodurre anche il seguito del passo citato (siamo nel capitolo V, intitolato “La positività della storia”, di Teoria e storia della storiografia, 1921): «Giustiziera [la storia] non potrebbe farsi se non facendosi ingiusta, ossia confondendo il pensiero con la vita, e assumendo come giudizio del pensiero le attrazioni e le repulsioni del sentimento».

Che è precisamente quel che fanno gli adepti della “parte giusta della storia”. Condannare ciò che accade nel presente è certo legittimo e in questo presente anche doveroso, ma farlo sulla base di quel che si ritiene essere il corso necessario degli eventi, oltre che sbagliato dal punto di vista del metodo storico, è insidiosamente equivoco. Può restare una innocua formula retorica, innocuamente un po’ fanatica, ma può anche diventare altro.

Immaginarsi “dalla parte giusta della storia”, ossia dalla parte del bene contro il male, vuol dire non solo saper distinguere tra il bene e il male – il che è quanto ci si può attendere da chiunque sia dotato di un minimo senso morale – ma anche conoscere dove va la storia. E qui le cose si complicano.

In primo luogo perché la storia riserva continue (per lo più sgradite) sorprese e si fa beffe di chi azzarda previsioni sulla sua direzione (incluso chi, quasi quarant’anni fa, ne aveva decretato la fine): non ha un andamento lineare, procede a zigzag, accelera e rallenta, a volte torna indietro e, al contrario della natura, fa spesso dei salti. Ma poi non è affatto detto che in questo divenire contraddittorio la storia vada univocamente nella direzione giusta, o perlomeno quella in un dato momento avvertita come tale, e sempre ammesso che si possa effettivamente parlare di una direzione coerente e non della instabile caotica risultante di conflitti, caso, scelte umane e anche fenomeni naturali.

Che la storia abbia un andamento lineare e non ciclico è la novità radicale introdotta dal cristianesimo, che l’ha interpretata come “storia della salvezza” con un principio (la creazione) e un compimento (il giudizio finale). Ma il fatto stesso che questo compimento sia immaginato come successivo a un periodo di catastrofi e disgregazione, come è narrato nell’Apocalisse, e che tra l’inizio e la fine si possano rendere necessari alcuni interventi provvidenziali di Dio (il più rilevante dei quali per interposto Figlio) suggerisce che la direzione lineare della storia non vada concepita come un incessante miglioramento. A introdurre l’idea di un progresso ineluttabile è stata la versione secolarizzata della concezione cristiana: dapprima l’Illuminismo, e a seguire la filosofia idealistica di Hegel (che vedeva la storia come il progressivo dispiegarsi della Ragione), il materialismo dialettico di Marx e Engels (la storia come lotta di classe destinata a sfociare nella società comunista), il positivismo di Comte (la storia come processo orientato al crescente dominio scientifico sul mondo). Concezioni differenti, ma convergenti nell’idea che esista un movimento evolutivo di cui è possibile prevedere gli sviluppi, in funzione dei quali si definiscono valori e disvalori. Questa fiducia deterministica è entrata in crisi nel corso del Novecento, in coincidenza forse non tutto casuale con le convulsioni del Secolo breve. Anche Stalin e Hitler proclamavano di servire le leggi della Storia. Il primo, in quanto si rappresentava come l’uomo incaricato di catalizzare l’esito inevitabile del processo scientificamente previsto da Marx e concretamente avviato da Lenin; il secondo, miscelando a quella storica la legge naturale che vorrebbe il predominio della razza ariana. In entrambi i casi c’è l’idea di un destino impersonale che trascende e deresponsabilizza gli atti dei singoli, autorizzando ogni nefandezza in nome della necessità. È il rischio additato, per esempio, da due pensatori filosoficamente distanti come Karl Popper e Hannah Arendt: chi pretende di sapere dove va la storia si ritiene in diritto di forzarne il divenire, e procedendo in conformità con la propria visione eretta a dogma, senza tenere conto delle contingenze, apre la via al totalitarismo con quel che ne consegue.

Non sarà quello che hanno in mente gli sbandieratori della “parte giusta della storia”, ma il rischio di deragliamenti – almeno teorico, e storicamente documentato – sotto sotto c’è. A scanso di equivoci conviene, più modestamente, più ragionevolmente, cercare di tenersi dalla parte giusta della cronaca.

La storia riserva continue (per lo più sgradite) sorprese e si fa beffe di chi azzarda previsioni sulla sua direzione, elevando la propria visione a dogma Meglio sarebbe tenersi, più modestamente, dalla parte giusta della cronaca. La frase esprime la convinzione di essere impegnati in una causa buona, e del resto solo una banda di malvagi potrebbe perseguirne una cattiva. Ma implica anche l’ostentazione della certezza che la prima sia destinata a prevalere

 

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