mercoledì 25 febbraio 2026

LA CARTA DELLA DEMOCRAZIA

 

Dialogo, confronto,
 no alle parole d’odio: così ciascuno può difendere la democrazia



LA “CARTA” DI FONDAZIONE GARIWO PER RICOSTRUIRE LA FIDUCIA PARTENDO DAGLI ATTI CONCRETI DI OGNI CITTADINOCHE VOGLIA ESSERE MESSAGGERO DI NON VIOLENZA

 

La Carta della Democrazia, di cui pubblichiamo un’ampia sintesi, è il documento che guiderà tutte le celebrazioni per la Giornata dei Giusti dell’Umanità, che coinvolgeranno i circa 300 Giardini dei Giusti sparsi in tutto il mondo.

Le celebrazioni iniziano idealmente il 6 marzo alla Camera dei Deputati e hanno come fulcro la cerimonia al Giardino dei Giusti di Milano dell’11 marzo, in cui verranno onorati Piero Calamandrei, Martin Luther King, Vivian Silver, Reem Al-Hajajreh e Aleksandra Skochilenko.

 

Oggi, molti anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del Muro di Berlino, sta accadendo qualcosa di inaspettato per chi ha creduto che i valori della democrazia, del dialogo, della pace e della nonviolenza fossero garantiti. Le immagini delle autocrazie del XXI secolo, che perseguitano e mettono a tacere ogni voce differente, così come il clima di odio e di contrapposizione che si percepisce sulla scena pubblica, ci fanno capire come si sta perdendo il gusto e il richiamo ai fondamenti della democrazia. Cosa può fare dunque la persona comune per arrestare questa deriva, che ci costringe a vivere in un clima sempre più ostile, fino a quasi abituarci a diventare sudditi servili e impotenti?

Ritrovare il gusto del dialogo e dell’ascolto

La prima nostra responsabilità è ritrovare il gusto del dialogo e della conversazione, anche con persone che la pensano diversamente da noi.

Troppo spesso, in un dibattito, lo scopo principale è quello di affermare sé stessi e non quello di cercare con umiltà un orizzonte comune. Questa degenerazione ha inquinato profondamente la vita pubblica, dove i gruppi

politici si affrontano come nemici in un campo di battaglia. Sta, purtroppo, nascendo l’idea che chi governa debba affermare unicamente la propria posizione e non, invece, rappresentare la moltitudine delle opinioni e degli interessi. Da qui nasce il pericolo maggiore per il futuro della democrazia, che si può trasformare, così, in una dittatura della maggioranza o in una democrazia illiberale. Per questo, nel tempo di oggi, essere democratici significa salvaguardare con i propri comportamenti la pluralità umana.

Riscoprire la forza dell’agire comune

Tante volte, anche nei momenti più bui, persone di diverse opinioni si sono ritrovate assieme per cambiare il corso degli eventi. È accaduto durante il confino di Ventotene, quando alcuni intellettuali resistenti scrissero il Manifesto alla base dell’idea di un’Europa unita; è accaduto dopo la caduta del fascismo, quando esponenti di partiti con ideologie diverse scrissero la Costituzione italiana, che unì un Paese intero; è accaduto durante gli anni del potere comunista a Praga, quando personalità con differenti visioni diedero vita a Charta 77, il gruppo che creò le premesse della Rivoluzione di Velluto del 1989; è accaduto negli Stati Uniti, quando nacque il movimento nonviolento di Martin Luther King contro la segregazione razziale. Anche oggi, se nel nostro piccolo saremo capaci di costruire delle esperienze comuni con persone diverse, si può rivitalizzare la democrazia e creare dal basso modalità nuove di partecipazione che possono diventare esempi virtuosi per tutta la società.

Essere un argine all’odio in ogni luogo

Una volta odiare era considerato un sentimento da cui prendere le distanze. Oggi, al contrario, il disprezzo dell’altro è diventato una consuetudine.

Non si discute o si dissente, ma si disprezza e si attacca pubblicamente chi ha un'idea diversa.

Ogni cittadino ha la possibilità di contrastare questo odio se nella propria vita pubblica e privata è capace di manifestare sentimenti di rispetto. Aprirsi agli altri e sentirsi parte di un destino comune è la condizione per sottrarsi all’odio e all’invidia e provare il piacere di vivere la prossimità dell’altro. Come scrisse Etty Hillesum, l’odio è una malattia che deturpa la nostra anima e «ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale».

Avere un controllo sulle proprie parole

Oggi le parole non si perdono e si esauriscono tra le mura di casa e nelle discussioni nei bar, ma con i social si amplificano e durano nella memoria del tempo. Per questo, nella comunicazione virtuale, è importante autoimporsi un galateo etico che preveda l’umiltà di ricercare la verità, di citare le fonti, di evitare che una affermazione affrettata possa ferire una persona. Dobbiamo sempre ricordare il comandamento biblico “non mentire”, perché ogni informazione falsa fatta circolare, anche se in buona fede, inquina la vita democratica del nostro Paese. Possiamo, così, rendere nudo quel nuovo re che ci racconta che i cambiamenti climatici sono una invenzione, che il paese aggredito è un aggressore, che uno sterminio è solo propaganda politica, che un attacco ad un parlamento è legittimo, che dobbiamo difenderci dall’invasione dei migranti.

Essere custodi dell’etica della nonviolenza e messaggeri di pace Una delle grandi conquiste della democrazia è stata la creazione di istituzioni nazionali e sovranazionali che trasformassero le contrapposizioni in dialogo politico, sociale e culturale. Le Nazioni Unite sono nate per affermare il diritto internazionale e istituire luoghi di discussione per trovare soluzioni condivise ai conflitti. Oggi, questi organi non solo si dimostrano impotenti nelle crisi internazionali, ma sono messi in discussione da coloro che ritengono debba prevalere la legge del più forte.

Ognuno di noi ha la possibilità di arrestare il nuovo pericoloso fascino della violenza. Anche con piccole azioni quotidiane. Si può, per esempio, sostenere quei palestinesi e israeliani che, nel conflitto del Medio Oriente, cercano il dialogo e la condivisione; i russi e gli ucraini che cercano di costruire, nonostante la guerra, nuove relazioni; le associazioni di pace che operano in aree di conflitto costruendo scuole, ospedali, corridoi umanitari.

Ricreare lo spazio comune della pluralità umana

 Dobbiamo dare forza a tutti coloro che, nel mondo, in nome della nonviolenza e della sacralità della vita umana, si sentono messaggeri dello spirito della Convenzione di Raphael Lemkin del 1948 sulla prevenzione dei genocidi. Perché la storia ha insegnato che la stazione finale dell’odio, il genocidio, non giunge mai all’improvviso, ma arriva passo dopo passo, proprio quando le parole violente e malate contagiano le persone. Solo attraverso un lavoro interiore che ci fa riscoprire la dimensione morale, possiamo uscire dal nostro piccolo ego, ritrovare il gusto del dialogo con gli altri e la nostra appartenenza all’intera umanità.

 

*Presidente di Fondazione Gariwo

www.avvenire.it  


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IN CERCA DI "SICUREZZA"

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Il caso Rogoredo 

il decreto sicurezza




Foto di Max Fleischmann su Unsplash

-di Giuseppe Savagnone 

Un evidente caso di legittima difesa

Sulle prime pagine dei quotidiani è esplosa come una bomba la notizia della svolta nelle indagini di Rogoredo, con le polemiche a cui ha dato immediatamente luogo. La riportava, in prima pagina, il «Corriere della Sera» del 24 febbraio: «Arrestato agente killer. Scudo penale, è scontro». Ne dava una precisa interpretazione «Il Fatto quotidiano»: «Rogoredo: boomerang per il governo e per il Sì». Su una lunghezza d’onda del tutto diversa, il titolo di «Libero»: «La sinistra manganella la polizia» e, nell’occhiello, si leggeva: «Processo alle forze dell’ordine».

Può essere utile, per capire cosa davvero è successo, cominciare dal 26 gennaio scorso, quando – stando ai resoconti di tutti i giornali – in un parco di Rogoredo, un quartiere della periferia di Milano, un gruppo di poliziotti che pattugliava l’area si era imbattuto in un ragazzo marocchino, Abderrahim Mansouri, di 28 anni, ben conosciuto come pusher, il quale, al loro arrivo, aveva brandito una pistola, costringendo uno di essi, l’assistente capo di polizia Carmelo Centurrino, a estrarre a sua volta la propria arma e a sparargli, uccidendolo.

Caso evidente di legittima difesa. Una sola ombra: quella di Mansouri era una pistola giocattolo, evidentemente inoffensiva. Ma tutti convenivano che il poliziotto non poteva saperlo, tanto più che era sera e c’era buio. Anche se restava irrisolto l’interrogativo sulle motivazioni che avevano spinto il giovane pusher a una simulazione che gli era costata la vita.

Malgrado questo quadro, a termine di legge il poliziotto veniva iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario e si avviavano le indagini di rito. Suscitando però il finimondo negli ambienti della destra al governo. In particolare il vice-premier Matteo Salvini, da sempre sostenitore della necessità di lasciare le mani più libere alle forze dell’ordine per reprimente la criminalità, aveva commentato, a caldo: «Io sto col poliziotto, senza se e senza ma». Per poi esprimere il suo sdegno nei confronti della magistratura e preannunziare misure, da parte del governo, per prevenire in futuro quella che appariva ai suoi occhi un’assurdità : «Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Tutto sbagliato! Nel nuovo pacchetto sicurezza abbiamo previsto una norma che eviti che gli agenti vengano automaticamente indagati dopo essersi difesi. Io sto col poliziotto». 

La polemica era continuata anche nei giorni seguenti, con ulteriori attacchi del vice-premier a «quel pubblico ministero» – il magistrato Giovanni Tarzia –  che per dovere d’ufficio aveva avviato un’inchiesta «veramente ingenerosa, gratuita, eccessiva», aprendo un «fascicolo odioso», come se «quell’agente avesse sparato per uccidere». «Più legittima di fesa di così», aveva fatto notare. E, su questa lunghezza d’onda, la Lega aveva perfino promosso una raccolta firme di solidarietà per l’agente di polizia indagato, a cui è stata consegnata perfino una medaglia.

In questa rovente polemica nei confronti della magistratura, il quotidiano «Il Giornale», molto vicino al governo, aveva aggiunto, nel suo titolo di prima pagina, un riferimento ai disordini di Torino, traendone le conclusioni in vista del prossimo referendum: «Uno dei fermati di Torino è già fuori, mentre un poliziotto è indagato per omicidio per essersi difeso. È vergognoso. Votiamo Sì al referendum».

Pochi giorni dopo, il 5 febbraio, il governo varava il decreto sicurezza, con cui si prevedeva, «per i cittadini e anche per le Forze di polizia», l’esenzione dal l’iscrizione nel registro degli indagati «quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere)». Una versione allargata dello “scudo penale”, inizialmente pensato, in realtà solo per le forze dell’ordine ed esteso a tutte le categorie solo per un intervento del Quirinale, che aveva fatto presente che altrimenti si sarebbe violato il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Ma era evidente e dichiarato il riferimento al caso di Rogoredo, che ha continuato ad essere il simbolo delle ragioni sempre ribadite dalla destra per la stretta sull’ordine pubblico e per una maggiore libertà d’azione dei suoi tutori. Significativo che la premier, a inizio Olimpiadi, abbia voluto visitare proprio la stazione di polizia di Rogoredo, per ringraziare del prezioso lavoro che  vi si svolgeva a favore della comunità.

Il colpo di scena

Poi, ventiquattro giorni dopo i fatti, il colpo di scena. Le indagini della Procura e della polizia hanno fatto emergere elementi che incriminano, senza possibile dubbio, Centurrino. Quello decisivo è che gli esami fatti dalla Scientifica sulla pistola giocattolo hanno rivelato tracce del DNA del poliziotto e non del suo preteso possessore. E il cadavere di quest’ultimo presenta un foro di proiettile non in fronte, come dovrebbe essere se avesse affrontato gli agenti, ma alla tempia, evidenziando che il ragazzo è stato ucciso mentre fuggiva.

Non solo: i colleghi di Centurrino hanno ammesso di non aver mai visto, in realtà, l’arma, né in mano al marocchino né per terra, dopo la sua uccisione, e di avere invece, su richiesta del poliziotto, ritirato dal commissariato una «valigetta nera» che probabilmente la conteneva.

Così, secondo la ricostruzione della procura di Milano – firmata da Giovanni Tarzia, il magistrato detestato da Salvini – Cinturrino aprì il fuoco contro Mansouri «coscientemente e volontariamente (…) in assenza di qualsivoglia causa di giustificazione» mentre il ragazzo «cercava una via di fuga», dopo aver «minacciato i poliziotti» con una pietra «da una distanza incompatibile con la concreta possibilità di colpirli». E la pistola giocattolo sarebbe stata posta accanto al morto dallo stesso assassino, per accreditare la sua messinscena. Alla quale si deve anche il ritardo della chiamata dei soccorsi che ha ridotto le possibilità di salvare la vita alla vittima.

Sono venuti fuori, inoltre, aspetti inquietanti della personalità di Cinturrino, che pare fosse conosciuto col nome di «Luca» dai pusher del quartiere, a cui chiedeva mazzette in denaro e in droga se volevano spacciare senza problemi. In questo contesto  andrà cercata anche la spiegazione dell’assassinio di Mansouri.

Si capisce, a questo punto, l’editoriale di Annalisa Cuzzocrea sul «Corriere»:  «Accade talvolta che la realtà si incarichi di smentire la propaganda (…). I fatti di Rogoredo si sono trasformati da assist per le riforme del governo Meloni in prova della loro pericolosità».

Così come si capisce il commento di Marco Iasevoli su «Avvenire»: «Sul caso-Rogoredo il Governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vicepremier Matteo Salvini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’intero stato maggiore di FdI, Lega e Forza Italia sono costretti, in queste ore, alla capriola più vistosa dell’intera legislatura». Perché, dopo aver cavalcato davanti all’opinione pubblica questa vicenda invocando a gran voce l’introduzione dello “scudo penale” per i poliziotti e rivolgendo alla magistratura «l’accusa di aprire fascicoli contro chi la legge la difende, argomento che calzava bene con la campagna in vista del referendum del 22-23 marzo», si sono trovati totalmente spiazzati.

Meloni ha sfogato sul poliziotto corrotto e assassino quella che ha chiamato la sua  «profonda rabbia», accusandolo di «tradimento nei confronti della nazione» e invocando, da quella stessa magistratura che aveva scusato di essere ideologizzata e inaffidabile, una condanna esemplare.

La stampa di destra se l’è cavata alla meno peggio concentrandosi sul pericolo di strumentalizzare l’accaduto per demonizzare la polizia, sottolineando che, come ha scritto su «Libero» il direttore Mario Sechi, che «a qualsiasi latitudine la sicurezza dei cittadini viene prima di tutto»

Sul fronte opposto, la segretaria del PD Elly Schlein ha esortato il governo a rivedere quella parte del nuovo decreto sicurezza che elimina l’obbligo di iscrizione automatica al registro degli indagati per  chi compie atti di violenza in casi particolari, come «legittima difesa» e «adempimento di un dovere», introducendo così  una norma di «impunità preventiva» per le forze dell’ordine. Che non è, secondo lei, la vera priorità a sostegno delle forze dell’ordine, bisognose piuttosto di maggiori risorse e di un incremento del personale.

Qualche considerazione

Al di là delle schermaglie tra i partiti, mi sembra significativa la riflessione di Mattia Feltri su «La Stampa» a proposito di questa norma, la si chiami o no “scudo penale”: «Ritengo profondamente sbagliata la logica che ispira la legge: se c’è bisogno di un po’ di scrupoli e di trasparenza in più, non in meno, è proprio quando a sparare sono poliziotti e carabinieri, perché a loro è stato concesso per legge, e dunque per volontà popolare, l’uso esclusivo di una forza per  cui si può arrivare a uccidere».

Intanto, proprio la sera del 24 febbraio, con la firma del presidente della Repubblica, è entrato in vigore il decreto sicurezza. In una intervista fatta sul «Corriere della Sera» del 25 febbraio al capo della polizia, il prefetto Pisani, l’intervistatore  gli ha chiesto: se fosse stato già allora vigente «il cosiddetto “scudo penale” per chi commette ipotetici reati con “evidente causa di giustificazione”», esso «avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo?» la risposta del prefetto è stata decisa: «Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente».

Una risposta che però, non sembra corrispondere a ciò che l’opinione pubblica percepì in quei giorni. Tutti avevano considerato evidente la dinamica dei fatti e avrebbero sottoscritto le parole di Salvini: «Più legittima difesa di così»… Non si spiegherebbe altrimenti l’esasperazione del leader leghista e di tutta maggioranza nei confronti dell’iscrizione di Centurrino nel registro degli indagati. È difficile, perciò, immaginare che, in presenza di una norma legislativa che la escludeva nei casi di evidente legittima difesa, le indagini sull’operato del poliziotto avrebbero potuto essere condotte.

Come sarà difficile, in futuro, accertare la verità ora che le nuove regole creano una presunzione di legittimità per comportamenti violenti  messi in atto «per legittima difesa» o «adempimento di un dovere» da parte delle forze dell’ordine (perché è ad esse che, evidentemente, questa clausola si attaglia più che a qualunque altra categoria di cittadini) .

E ai magistrati che ci proveranno sarà facile contestare un accanimento ideologico al di là dei limiti previsti dalla legge, specialmente se a giudicarli sarà – come prevede la riforma della giustizia – un’Alta Corte disciplinare presieduta  non più dal presidente della Repubblica, ma da un membro “laico” eletto, in seno all’Alta Corte stessa, tra i giudici nominati dal Presidente della Repubblica o estratti a sorte dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune. Non per nulla, nella sua protesta conto il pm che indagava sul caso Rogoredo, tutta la destra ha più volte invocato il Sì al referendum, che avrebbe bloccato in futuro magistrati come lui. Ora dipende dagli italiani decidere se vogliono che sia così.

www.tuttavia.eu




 

FIOCCHI DI NEVE


 «Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali. E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne», questa frase all'inizio del capolavoro di Vasilij GrossmanVita e Destinomi ha sempre illuminato perché coglie la logica del creato.



Alessandro D’Avenia

 

 Mi è tornata in mente guardando le Olimpiadi invernali: tante vite riunite in quella microscopica cattedrale che è il fiocco di neve. Un miracolo architettonico che infatti affascinò Johannes Keplero che, mentre scopriva le leggi che regolano le enormi masse dei corpi celesti che abbiamo studiato a scuola, scriveva un saggio su un altro corpo celeste, ma microscopico. «De nive sexangula» (Sulla neve a sei angoli, 1611) è infatti un libretto maturato negli inverni praghesi e ispirato dalla domanda: perché i fiocchi di neve cadono in forma esagonale e a sei raggi? Per rispondere Keplero pose con secoli d'anticipo le basi della cristallografia (struttura della materia) e dell'impacchettamento delle sfere (congettura di Keplero). Due secoli dopo di lui fu un ragazzino del Vermont ad andare oltre, chiedendosi come mai, nonostante una struttura così stabile che fa sembrare i fiocchi di neve tutti uguali, non ce ne siano di fatto due identici: norma ed eccezione, schema e variazione, essenza ed esistenza. Come ciascuno di noi.

Il breve saggio di Keplero, in latino, univa fisica, matematica e filosofia, ed era una strenna natalizia (regali tra geni) per un amico matematico, quando le intelligenze non erano artificiali ma carnali e non separavano ciò che lo stupore tiene insieme: scienza, umanesimo e fede (Keplero era anche un teologo cristiano). Partendo dall'assunto che in natura nulla è casuale, perché «in principio era il logos» (Gv 1), cercava la causa della «logica» ferrea (la forma esagonale) dei fiocchi di neve, anche per la somiglianza con strutture simili in natura: alveari, melograni, minerali... 

Keplero, pur non conoscendo la struttura molecolare dell'acqua, aveva intuito che quella geometrica bellezza, la cui causa era ancora invisibile per motivi tecnologici, celasse una logica. E oggi infatti sappiamo che la struttura dell'acqua è una rete esagonale dovuta ai legami tra le molecole, un'impalcatura che le forze elettromagnetiche rendono stabile ed efficiente. 

Ci aspetteremmo allora fiocchi tutti uguali, invece da una sola forma di base hanno origine infiniti esiti, come un inesauribile tema musicale su cui la vita fa le sue variazioni. Infatti una micro-particella di pulviscolo atmosferico, organica (batteri, spore...) o inorganica (polvere), attira l'acqua che a certe temperature cambia di stato, la condensazione in caduta poi cresce attraversando ambienti diversi per temperatura, umidità, correnti e altre collisioni. Così la struttura esagonale di base si stratifica in combinazioni illimitate, tanto che è praticamente impossibile che due fiocchi, anche vicini, siano identici. 

Alla fine del 1800, quelle infinite configurazioni colpirono un quindicenne di una solitaria fattoria del Vermont, in America. Si chiamava Wilson Bentley e passava il tempo a osservare con un vecchio microscopio trovato in soffitta tutto quello che lo affascinava nei boschi attorno, per poi disegnarlo. Ciò che lo incuriosiva di più però cadeva dal cielo, i fiocchi di neve, ma si scioglievano troppo rapidamente per poterli osservare e disegnare: «Quando avevo diciassette anni, mia madre convinse mio padre a comprarmi macchina fotografica e microscopio, che ho poi unito nell’apparecchiatura che uso ancora oggi. Costarono, già allora, cento dollari! Mio padre detestava spendere tutto quel denaro per ciò che gli sembrava il ridicolo capriccio di un ragazzino. Ma mia madre riuscì a convincerlo, anche se lui non arrivò mai a credere che ne fosse valsa la pena. Lui e mio fratello maggiore hanno sempre pensato che stessi solo perdendo tempo, trafficando con i fiocchi di neve!» (D.C.Blanchard, The Snowflake Man). 

Studiandoli, disegnandoli, fotografandoli e catalogandoli in base alle condizioni di formazione, Wilson divenne non solo fotografo professionista in micro-grafie ma il pioniere della fisica delle nuvole. Il suo marchingegno capace di fotografare i fiocchi prima che si sciogliessero permise di fermare una bellezza tanto fugace quanto immortale, proprio perché irripetibile. Lo fece per tutta la vita «collezionando» migliaia di fiocchi. A conferma del detto chestertoniano che le persone si spengono non per mancanza di meraviglie, ma di meraviglia, Wilson raccontava così la sua folgorazione adolescenziale: «Fui rapito dal desiderio di mostrare alle persone qualcosa di quella bellezza e dall’ambizione di diventarne, in qualche modo, il custode»

Una definizione perfetta di vocazione: bellezza ricevuta, da custodire e comunicare. 

E così si meritò il soprannome di Snowflake Man, titolo scritto anche sulla sua lapide. Poco prima di morire uscì il lavoro di una vita, Snow Crystals, con 2453 micro-grafie di fiocchi tutti diversi, una galleria che fa impallidire i nostri musei e ha ispirato scienziati, architetti, stilisti, gioiellieri, poeti, decoratori... perché come diceva Bentley: «I fiocchi di neve non ci raggiungono solo per rivelarci la bellezza di ciò che in natura è microscopico, ma per insegnarci che tutta la bellezza terrena è fugace. Però, benché quella della neve sia passeggera come i colori dell'autunno o del cielo serale, se passa è solo per tornare ancora». 

Le difficilissime evoluzioni del pattinaggio, le impossibili linee dello sci, le millimetriche strategie del curling, sono solo l'eco di «microscopici miracoli», come Bentley chiamava i fiocchi di neve. Aveva ragione Grossman, la vita è viva solo quando può essere unica: persino un silenzioso e fugace fiocco di neve non ha eguali. Un invisibile granello di pulviscolo vestito di infinite trame di cristalli celesti sussurra a chi, come Keplero e Wilson, sa ascoltare la sottile lingua del creato: a che punto sei della tua irripetibile discesa sulla Terra?

Alessandro D’Avenia «Collezionisti di neve»

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martedì 24 febbraio 2026

FRANCESCO E LE SUE OSSA

 


"Fratelli e sorelle,

mi avete chiamato qui.

Avete aperto una teca, avete acceso luci, avete disposto fiori.
Porterete i vostri figli, le vostre preghiere, le vostre attese.

E io vi domando - non per rimprovero, ma per amore:
che cosa venite a cercare?

Le mie ossa?
Io le ho lasciate volentieri alla terra.
Non sono mai state il luogo dove Dio abitava.

Io ho conosciuto un sepolcro vuoto.
E da lì ho imparato che "Dio non si trattiene".

Se il Signore è risorto, perché lo cercate tra le cose ferme?
Se Cristo vive, perché lo volete custodire?

Quando camminavo per le strade, non avevo nulla da mostrare.
Né reliquie, né segni, né potere.
Avevo solo una Parola che bruciava nel cuore e dei poveri che mi insegnavano a capirla.

Mi dite che la fede ha bisogno di vedere.
Io vi dico che "la fede ha bisogno di servire".

Mi dite che l’uomo cerca un contatto.
È vero.
Ma il contatto che salva non è con le ossa dei santi, è con la carne viva dei fratelli feriti.

Avete riempito le chiese di cose da guardare perché avevate paura di ascoltare.

Ascoltare è pericoloso.
Perché chi ascolta il Vangelo non può più restare come prima.

Guardare è più facile.
Si può guardare, piangere, commuoversi e poi tornare a casa senza cambiare nulla.

Ma il Signore non ha detto: “Beati quelli che hanno toccato” bensì: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto.”

Io non vi chiedo di distruggere nulla.
Vi chiedo di non fermarvi qui.

Se vi inginocchiate davanti alle mie ossa ma restate in piedi davanti al povero, non avete capito nulla di me.

Se baciate una teca ma evitate il lebbroso di oggi, 
avete tradito il Vangelo.

Se cercate in me un intercessore
per non ascoltare il Cristo vivente,
mi state usando come un alibi.

Non fate di me un oggetto sacro.
Io volevo essere un fratello.

Non chiedetemi miracoli.
Chiedetevi per chi siete disposti a perdere la vita.

La vera reliquia non è ciò che resta di un santo morto.
La vera reliquia è una Chiesa che vive povera, libera e fedele.

Se uscite di qui più miti,
più giusti,
più attenti agli ultimi,
allora benedico il vostro cammino.

Ma se uscite soltanto consolati
e non convertiti,
chiudete pure la teca.

Io non abito lì.

Io vi aspetto per strada."

sabato 21 febbraio 2026

SE SEI FIGLIO DI DIO

 


-I^ domenica 

del Tempo 

di Quaresima – 


22 febbraio 2026

 

 VANGELO Mt 4,1-11 :[1] Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. [2] Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. [3] Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». [4] Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». [5] Allora il diavolo lo condusse nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio [6] e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». [6] Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo». [7] Di nuovo il diavolo lo condusse sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria [9] e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». [10] Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Adorerai il Signore, Dio tuo, a lui solo renderai culto». [11] Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, gli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Commento di Giustina Comunità Kairòs

 Il figlio  amato

Chi è “il Figlio amato nel quale il Padre si compiace”? In che modo lo è Gesù? È significativo che il racconto delle tentazioni segua immediatamente il riconoscimento, avvenuto nel battesimo al Giordano, da parte del Padre. Attraverso la prova si rivela l’identità profonda del Figlio, ma anche il tipo di relazione che intercorre tra lui e il Padre. L’Uomo-Gesù (il Figlio) come si relaziona con Dio (il Padre)? Dio non toglie la tentazione neanche al Figlio. È quasi un percorso obbligato per saggiare l’autenticità della relazione con Dio. Con quale Dio ti stai relazionando, quale immagine ti sei fatto di Lui? Lo Spirito Santo conduce Gesù nel deserto perché il suo essere Figlio venga verificato nella storia umana. Come qualsiasi altro uomo da Adamo in poi anche Gesù viene tentato. La narrazione mette in luce il suo essere uomo come gli altri, digiuna per quaranta giorni, prova la fame, subisce la prova e sperimenta la fragilità umana. La sua filiazione divina non lo esime dalla condizione umana, anzi la attraversa e la assume fino in fondo. È qui che si gioca la qualità del suo essere Figlio di Dio. Le tre tentazioni a cui è sottoposto Gesù richiamano altrettante situazioni di prova vissute da Israele nel lungo cammino attraverso il deserto (la manna Dt 8,3; l’acqua dalla roccia Dt 6,16 e la tentazione di seguire altri dei Dt 6,13). In queste situazioni di crisi, Israele chiamato a vivere nella fedeltà l’alleanza con Dio non ne era stato capace e aveva preferito una falsa ricerca di sicurezza. A differenza di Israele, Gesù nelle risposte che darà al tentatore conferma il suo statuto di Figlio di Dio in un rapporto di assoluta fiducia nella parola del Padre.

Fin dalle prime battute, emerge che esistono due modi di essere figlio di Dio, che si traducono anche in due modi di leggere e interpretare la Parola. Le richieste del “diavolo” propongono un modo di essere figlio che, partendo dal controllo della parola di Dio, vuole arrivare ad avere controllo e potere su tutto, su di sé, sugli altri e soprattutto sull’Altro. Un modo che, piuttosto che sottomettersi, cerca di piegare la volontà di Dio alla propria. È quello che cerca di fare il tentatore usando le citazioni bibliche per giustificare la via al successo facile, al potere e al prestigio spettacolare. È un modo di interpretare che tradisce la parola stessa e si allontana dalla fedeltà a Dio. Diverso è il modo di essere figlio indicato da Gesù. Nella sua scelta di fedeltà al progetto di salvezza del Padre, egli rifiuta risolutamente la via del prestigio facile e del potere. La sua via, che si concluderà a Gerusalemme con la croce, è quella della piena adesione alla parola di Dio nonostante le opposizioni.

 Il suo essere Figlio di Dio non si rivela attraverso il miracolo facile, il successo garantito, ma nelle fedeltà alla condizione umana nonostante le sue contraddizioni e i suoi limiti. Si rivela in particolare nella sua capacità di accogliere tutto come dono del Padre e di sapere a sua volta donare tutto, anche la sua stessa vita, mettendola nelle mani di altri. Due modi di essere figlio in cui si giocano le relazioni fondamentali dell’uomo: con le cose, con le persone, con Dio. Le tre tentazioni a cui è sottoposto Gesù richiamano proprio questi tre ambiti fondamentali della vita di ogni uomo e presentano la possibilità di garantirne la soddisfazione mediante l possesso, le cose con l’avere, le persone con il potere, Dio con il volere, invece che mediante il dono. Ogni peccato in fondo ripete quello di Adamo: impadronirsi del dono staccandolo dalla sua Sorgente.

Le tentazìoni

La prima tentazione prende spunto dalla fame di Gesù e da un bisogno primario dell’uomo. Il pane è un bisogno fondamentale per l’uomo ed è fonte di vita. Come relazionarsi con questa necessità? Il tentatore suggerisce di servirsi dell’essere figlio per soddisfare una propria necessità fondamentale. Nella sua diabolicità vuol far credere all’uomo che l’unica alternativa possibile per rimanere in vita sia piegare Dio alla propria necessità. È la prima perversione del rapporto religioso. Piegare Dio alla propria vita o la propria vita a Dio? È una falsa alternativa che Gesù respinge prontamente. Nel suo ricorso alla scrittura, Gesù rimanda la vita dell’uomo alla sua Sorgente. Il pane senza colui dal quale proviene non basta. Come a un neonato non basta essere nutrito se viene a mancare la relazione fondamentale con l’altro, così ogni uomo anche se ha il pane per sopravvivere non avrà la Vita senza la relazione fondamentale con Dio che è il principio di tutto. Gesù è Figlio perché vive di ogni parola che viene dal Padre, nell’obbedienza alla sua parola e nel compimento della sua volontà. La seconda tentazione è collocata a Gerusalemme. L’appello alla parola di Dio che promette la protezione del giusto che si trova in pericolo nasconde in maniera subdola il sovvertimento del rapporto religioso. la promessa della protezione divina viene strumentalizzata. È in gioco la relazione con Dio e la sua immagine.

 Chi è Dio? Un’entità manipolabile secondo le proprie esigenze, a cui chiedere segni miracolosi solo per metterlo alla prova e utilizzarlo per i propri fini? Nelle intenzioni del tentatore, la relazione fra l’uomo e Dio viene capovolta e Dio è ridotto a una forza manipolabile. Gesù smaschera questa falsa visione di Dio in cui ci si serve di Dio per i propri fini, rifiutando di sfidare e strumentalizzare il rapporto religioso. Non è un caso che la tentazione sulla relazione con Dio si svolga nella città santa. È lì che Gesù, sulla croce, fedele al suo essere Uomo e Dio, si rivelerà come l’autentico Figlio di Dio che rivelerà al mondo il vero volto del Padre. La terza tentazione riguarda l’esercizio del potere e del dominio. Il tentatore offre a Gesù tutti i regni della terra in cambio della sottomissione al suo potere. È un modo distorto di intendere il potere.

Il potere

È un falso potere quello che viene offerto: facendo credere a colui che l’accetta di avere potere in realtà lo rende schiavo. Il vero esercizio del potere lo insegnerà Gesù ai suoi attraverso il servizio verso tutti gli uomini. È la libertà di Colui che, avendo come orizzonte il Padre ed a lui solo rendendo onore, sa che il Regno di Dio è un dono che si riceve gratuitamente e che il vero esercizio del potere è il dono di sé. Alla fine, quando il diavolo si ritira, gli angeli si avvicinarono per servirgli da mangiare. Ciò che non ha voluto chiedere con un miracolo, gli viene offerto in dono, perché Dio ha cura di chi si è affidato alla sua volontà. Gesù ha condiviso in tutto la condizione umana, ha maturato la sua libertà attraverso le scelte della sua vita storica e in modo particolare nella prova suprema, dove esprime al massimo la sua libertà profonda e rivela i tratti autentici della sua figliolanza divina.

KAIROS

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IL BENE E IL MALE


Occorre chiedersi se davvero possiamo ridurre il bene e il male al piacere e al dolore soggettivi. 

E forse, davanti a ciò che sta accadendo, ognuno di noi può trovare dentro di sé la risposta.

 

-di  Giuseppe Savagnone

 

Il terremoto Epstein

Ha scosso l’Inghilterra, e non solo l’Inghilterra, lo scandalo che sta travolgendo l’ex principe Andrew, fratello del re, a causa dei suoi rapporti con Jeffrey Epstein, il finanziere, arrestato e poi sucida nel 2019, condannato per avere creato una rete di sfruttamento le cui vittime – 1.200 – erano ragazze minorenni, offerte da lui e dalla sua compagna e complice Ghislaine Maxwell (ora in prigione) ai vip della politica, della finanza, dello spettacolo.

I nomi coinvolti emersi finora sono 300, ma la pubblicazione dei cosiddetti Epstein files è stata e continua ad essere oggetto di aspre polemiche, per la resistenza del Dipartimento della Giustizia americano a renderli accessibili nella loro totalità. Tuttora sembra che non tutti i documenti siano stati rivelati. E quelli che lo sono stati, riportano alla rinfusa – i critici dicono intenzionalmente – l’elenco di questi nomi, senza specificare i diversissimi contesti in cui in cui erano menzionati e creando una gran confusione.

Ci sono presidenti come Donald Trump, Bill Clinton, Barak Obama, esponenti della politica, come Ted Kennedy e Steve Bannon, personaggi del mondo economico, come Bill Gates, nobili, come il principe Harry, star come Beyoncé, Robert De Niro e Woody Allen, personalità della cultura come Noam Chomsky. Ma anche icone morte decenni fa, come la principessa Diana, Elvis Presley e Michael Jackson. Non tutti sono stati “clienti” dell’ignobile traffico. Alcuni erano solo legati a Epstein da rapporti di amicizia, sottolineati da costosi regali. Altri sono stati solo menzionati e non lo conoscevano personalmente.

Quel che, però, è certo è che un certo numero di questi personaggi, di primissimo piano nella vita pubblica a livello mondiale, erano compromessi con il finanziere, che, peraltro, custodiva gelosamente, nel suo immenso archivio, le prove di questa compromissione. «Se parlassi il sistema crollerebbe», diceva, secondo la testimonianza di una delle sue vittime. E i dubbi sul suicidio si moltiplicano, visto il numero di persone potenti per cui la sua stessa esistenza costituiva una potenziale minaccia.

In alcuni casi i rapporti personali di Epstein con queste persone erano noti indipendentemente da questa documentazione. Donald Trump li ha ammessi, ma ha dichiarato di averli interrotti da molti anni. Quello che risulta, di questo passato, è comunque inquietante. Fotografie fatte insieme con ragazzine, messaggi con chiari sottintesi erotici e un’intervista del 2002 in cui il Tychoon definiva il finanziere un «tipo eccezionale», a cui – aggiungeva – «si dice piacciano le belle donne tanto quanto a me, e molte sono più giovani di lui».

La fine del male morale

L’enorme indignazione che questa vicenda ha suscitato, negli Stati Uniti e forse ancor più in Europa, è sicuramente comprensibile ma, al tempo stesso, evidenzia una profonda contraddizione rispetto al clima culturale in cui ormai da tempo vivono gli uomini e le donne su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Già a partire dal secolo scorso, infatti, nella cultura occidentale si è registrata la progressiva crisi della fiducia nell’esistenza di un bene e di un male assoluti. Contrapponendosi alla morale del cristianesimo, Friedrich Nietzsche, considerato il padre della attuale post-modernità, aveva proclamato la «morte di Dio», emblema di tutti i valori assoluti, ed aveva esaltato la figura dell’«oltre-uomo», di chi, cioè, è capace di vivere nel vuoto che così si apre, andando «al di là del bene e del male» (questo il titolo di una delle sue opere più famose).

Emotivismo etico

In seguito, il neopositivismo logico, fiorito negli anni ’20 del Novecento all’interno del cosiddetto “Circolo di Vienna”, ha sostenuto che, mentre la scienza può arrivare a conclusioni razionalmente giustificabili, invece, nella sfera morale, questo non è possibile, cosicché valutazioni e scelte sarebbero espressione solo di stati d’animo del tutto soggettivi. Da dove il nome di “emotivismo etico” usato solitamente per denominare questa teoria.

L’esempio portato da un sostenitore di questa concezione è che, se scrivo “Rubar denaro è male”, «è come se avessi scritto: “Rubar denaro!!!”» e in questo modo «esprimo certi sentimenti morali. E chi si prende la pena di contraddirmi sta semplicemente esprimendo i propri sentimenti morali; cosicché evidentemente non ha senso chiedere quale dei due abbia ragione» (Alfred J. Ayer), come non ne avrebbe cercare di stabilire razionalmente se il gelato al caffè è più o meno buono di quello alla fragola .

Il bene oggettivo

Questo dissolversi dell’idea di un bene oggettivo – unito alla crisi dell’idea di verità, per cui anche di quest’ultima ormai si dice che «ognuno ha la sua» – ha avuto delle profonde ripercussioni sul modo di pensare diffuso anche di quanti – la stragrande maggioranza – non sa nulla di filosofia. E ha favorito la ripresa, nel sentire comune, di una visione secondo cui il bene non è altro che il piacere e il male il dolore, stati del tutto soggettivi.

Già nel Seicento il filosofo inglese Thomas Hobbes aveva scritto che «ogni uomo considera ciò che gli piace ed è per lui dilettevole, bene; e male ciò che gli dispiace; cosicché, dato che ognuno differisce da un altro nella costituzione fisica, così ci si differenzia l’uno dall’altro anche riguardo alla comune distinzione di bene e male».

E così oggi è diventato difficile dire che quello che qualcuno fa è male, perché la risposta ovvia sarebbe: «Lo è secondo te!». Ognuno ritiene suo diritto stabilire la sua scala di valori secondo le proprie personali esigenze e i propri gusti. Da qui il venir meno dell’idea di “peccato”, che aveva dominato, a volte anche ossessivamente, la società cristiana, ma anche di quella di “colpa”, che, a differenza della prima, di per sé prescinderebbe da ogni riferimento alla divinità e è stata valorizzata anche in etiche assolutamente laiche. Se è soggettivo il bene, lo è anche il male. Così, come il peccato si era ridotto alla colpa, quest’ultima ormai sopravvive quasi esclusivamente nella forma del “senso di colpa”, un disturbo psicologico, non un male morale, da curare rivolgendosi a uno psicoterapeuta, per essere aiutati a liberarsene, e non al confessore, per essere perdonati.

Homo homini lupus

Cambiano profondamente, a questo punto, i rapporti tra le persone, non più ispirati dalla ricerca di un bene comune da perseguire insieme, in uno stile di rispetto reciproco, ma ormai basati più o meno esplicitamente sul conflitto dei rispettivi interessi, in cui inevitabilmente a prevalere sono quelli del più forte. Per Hobbes, nello stato di natura gli esseri umani sono in guerra gli uni contro gli altri e a fermare questa guerra può essere solo la paura di poter soccombere. Non per nulla la sintesi della sua posizione si trova nella notissima espressione «homo homini lupus», “l’uomo è per l’altro uomo come un lupo”.

Anche se può non far piacere riconoscerlo, è questa la logica del mercato capitalistico su cui, con delle variazioni non sostanziali, si regge l’economia. Non c’è un bene comune, ma scopi soggettivi legati, più o meno direttamente, alla ricerca del proprio interesse e del proprio piacere. I forti piegano i deboli a questo interesse e a questo piacere con la forza o con il denaro. È ciò che ha fatto Epstein. E nella sua vita privata lo ha sempre fatto, senza neppure provare a nasconderlo, Donald Trump. Uno stile, peraltro, diffuso tra i vip.

Da noi, in Italia, Berlusconi – da molti ricordato come un precursore, in scala ridotta, di Trump – si vantava di riuscire a farsi in una notte anche otto donne. Tutte innamorate di lui? Più plausibile è che fossero il suo denaro e il suo potere a conquistarle. Le pagava profumatamente. In altri termini, le comprava. E nessuno ha avuto da ridire. Anzi, il “cavaliere” è diventato il nume tutelare della destra “cristiana” al governo, che, in occasione della sua morte, ha indetto una settimana di lutto nazionale. E il nostro vicepremier, Taiani, leader di Forza Italia, continua a mantenere il nome del fondatore nel simbolo del partito, anzi nei suoi discorsi lo accomuna spesso a De Gasperi, il leder politico di cui è in corso la causa di beatificazione.

Non credo di esagerare se trovo paradossale che il caso Epstein stia destando tanto clamore e tanta esecrazione. Certo, in questo caso, si trattava di ragazze minorenni. E gli abusi di minori sono tra i casi in cui la regola della soggettività delle valutazioni etiche viene sospesa. Da qui l’indignazione per quelli perpetrati da preti della chiesa cattolica a danno dei piccoli del catechismo e, più, in generale, per tutte le forme di pedofilia. Da parte mia, mi chiedo francamente se un dato anagrafico com’è quello dell’età sia sufficiente a giustificare una così drastica differenza di trattamento. Tante persone adulte sono fragili e indifese quanto le adolescenti.

Ma, forse, nell’insurrezione delle coscienze determinata dal caso Epstein è possibile vedere una residua consapevolezza della differenza tra bene e male, negata o almeno relativizzata dai filosofi, e tuttavia profondamente radicata nel cuore umano. Al di là della diversità dei codici etici, riemerge la percezione che c’è un incancellabile confine tra ciò che è umano e ciò che non è. Non tutto ciò che una persona fa è umano. E non tutto ciò che si fa subire a una persona, anche col suo consenso, lo è.

La coincidenza del diritto con la forza in campo internazionale

Una conferma che queste non sono astratte speculazioni, ma la chiave per capire il nostro presente, viene dai cambiamenti nella politica internazionale, dove l’idea del bene e del male legittimava la differenza tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, in riferimento al rispetto del diritto dei popoli e di quello delle persone.

Non è probabilmente un caso che di questi cambiamenti sia principale artefice un personaggio che abbiamo visto appartenere al mondo di Epstein, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che sembra impegnato a trasferire nel rapporto tra gli Stati la logica hobbesiana dell’homo homini lupus.

Alla base c’è quell’andare “al di là del bene e del male” che porta a considerare il proprio punto di vista soggettivo la sola misura dei propri comportamenti, sia privati che pubblici. In una recente intervista al «New York Times», quando gli è stato chiesto se vede limiti ai suoi «poteri globali», Trump ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

Così, il raggiungimento del suo obiettivo di «rendere di nuovo grande l’America» – per definizione unilaterale – può senza problemi comportare l’uso indiscriminato della forza, militare od economica, per piegare chi osa resistere e per premiare chi si inchina docilmente. Come stanno facendo i governi che aderiscono, direttamente o indirettamente, al Board of Peace, chiudendo gli occhi sul fatto che esso comporta un ritorno a logiche sconcertanti, che credevamo superate per sempre (a presiederlo, con poteri illimitati, è lo steso Trump, non come presidente USA, ma personalmente, tanto da avere il diritto di continuare a esercitare questo potere anche quando la sua carica pubblica scadrà). Una ONU personale, che per di più pretende di esercitare il suo controllo su quella democraticamente costituita alla fine della seconda guerra mondiale tra paesi di tutto il mondo.

Anche questa è un’occasione per chiedersi se davvero possiamo ridurre il bene e il male al piacere e al dolore soggettivi. E forse, davanti a ciò che sta accadendo, ognuno di noi può trovare dentro di sé la risposta.

 www.tuttavia.eu

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RIFORMARE LA GIUSTIZIA

 

L'allarme del fondatore di Libera, sostenitore del No: "Va riformata la giustizia, non la magistratura"



Referendum, Don Ciotti: “Le parole di delegittimazione

 e intimidazione contro i magistrati 

sono il prologo della riforma Nordio”

diRedazione Giustizia

 “C’è un grande bisogno di una riforma della giustizia, non di una riforma della magistratura e dell’ordinamento giudiziario. In questa diffusa stanchezza della democrazia, è importante non riformare la Costituzione, ma impegnarsi ad applicarla e rispettarla, perché l’abbiamo un po’ tradita nell’arco di questi anni”. Sono le parole pronunciate da Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, nel corso del convegno “Riforma Nordio: le ragioni del NO”, tenutosi alla Fabbrica delle “e”, a Torino, e organizzato dal Comitato “Giusto dire NO – Piemonte e Valle d’Aosta”.

Toccante e preoccupato è il tono del discorso del sacerdote, da decenni immerso nelle ferite della società italiana: “Ai cittadini serve una giustizia più efficace, più efficiente, più veloce. La mia prima preoccupazione sono i cittadini e soprattutto le persone offese dai reati. È necessaria una riforma della giustizia che tuteli la richiesta di verità e di giustizia delle vittime. Più dell’80% delle vittime innocenti della violenza criminale e mafiosa nel nostro paese non conosce la verità o ne conosce solo una piccola parte“.

Ciotti ha poi spostato lo sguardo sulla condizione generale del paese, descrivendo una “diffusa stanchezza democratica” che aleggia nell’aria e che richiede un argine immediato per non scivolare verso forme di autocrazia. Invece di modificare la Costituzione, ha insistito, “sarebbe opportuno impegnarsi ad applicarla e a tradurla concretamente”. La riforma promossa dal ministro Nordio, a suo avviso, va ben oltre la mera separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri: ambisce a mutare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e a liberare la politica da ogni forma di controllo esterno.

Per argomentare questa lettura, il prete ha richiamato il pensiero di Norberto Bobbio, citando un passaggio de L’età dei diritti (1990): la forza del potere politico deve essere limitata da un potere autonomo in grado di contrastarlo, e proprio questo è il significato profondo della separazione dei poteri.

Ha poi evocato la figura del beato Rosario Livatino, il magistrato assassinato dalla mafia nel 1990, del quale ha seguito la vicenda fino alla beatificazione. Livatino, ha ricordato Ciotti, insisteva sul fatto che “l’indipendenza del giudice, prima di tutto, è indipendenza politica” e che il giudice deve non solo essere, ma anche apparire indipendente. Il riferimento si è esteso al cardinale Matteo Maria Zuppi, che ha definito la separazione delle carriere e l’assetto del Csm “temi che non possono lasciare indifferenti pastori e comunità ecclesiale”. Zuppi ha aggiunto che l’equilibrio tra i poteri dello Stato rappresenta “una preziosa eredità” dei padri costituenti, da preservare con cura, e che autonomia e indipendenza restano essenziali per un processo giusto, pur nelle diverse realizzazioni storiche possibili.

Il fondatore di Libera ha quindi messo in guardia sui rischi di una riforma che indebolirebbe i “pesi contrapposti”, cuore pulsante della democrazia. Senza questi contrappesi, ha avvertito, si affievolirebbe l’argine contro l’arbitrio, lo strapotere di chi comanda e le disuguaglianze sociali.

Svariate le frecciate al governo Meloni: Ciotti ha parlato di gesti e parole di delegittimazione, intimidazione e depotenziamento degli strumenti di controllo della legalità come prologo di cambiamenti più profondi, con l’obiettivo reale di liberarsi di una magistratura non addomesticabile. Ha citato casi recenti di indagini su migrazione, uomini delle istituzioni o potenti imprenditori, sottolineando come certi magistrati vengano bollati come “toghe rosse” o oppositori politici.

Non ha negato che anche nella magistratura possano esserci errori o limiti, come in ogni istituzione umana, ma ha lodato il gesto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, (“Un segno immenso”), che ha visitato il Csm in un momento ordinario per riaffermare l’equilibrio istituzionale e in risposta alle parole “di uno squilibrio incredibile” pronunciate dal ministro Nordio nei confronti dell’organo di autogoverno dei giudici.

In chiusura, Ciotti ha ribadito che tacere in certi momenti diventa una colpa, mentre parlare rappresenta un obbligo morale e una responsabilità civile. Serve una riforma, sì, ma quella della giustizia vera, non lo smantellamento pezzo per pezzo della Costituzione per favorire altri poteri.

“Abbiamo una stupenda Costituzione. Ci viene invidiata – ha concluso il sacerdote – Facciamo in modo che venga applicata perché l’abbiamo un po’ tradita nell’arco di questi anni. Abbiamo tradito anche la dichiarazione universale dei diritti umani. Lottiamo perché possano vivere la nostra Costituzione e la dichiarazione universale dei diritti umani. È questo di cui abbiamo bisogno, non che ci vengano smontate pezzo per pezzo per altri poteri e per altre ragioni. Questo dobbiamo impedirlo”.

Il Fatto Quotidiano

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