sabato 24 ottobre 2026

IL BISOGNO DI CONTARE

 


I ragazzi 

e 

il bisogno 

di 

contare 

per qualcuno


Gli scontri di Milano impongono anche una riflessione sulle ragioni del disagio giovanile. «Sembra che delle vetrine contino più di noi», ha detto un giovane intervistato. E in quelle poche parole sta una questione educativa di queste giornate. Dietro la violenza possono esserci il bisogno di appartenenza, l’esclusione sociale e la ricerca di riconoscimento: il mattering. La risposta non può limitarsi alla repressione: servono adulti presenti, educatori, spazi di aggregazione e una giustizia minorile capace di coniugare responsabilità e reintegrazione

di Vanna Iori

 Le immagini di Milano dello scorso fine settimana le abbiamo viste tutti: vetrine sfondate, negozi svuotati, lacrimogeni nel cuore della città. Quella violenza va condannata senza riserve. Lo dobbiamo a chi lavora, a chi era in strada a garantire la sicurezza, a una comunità che ha diritto alla propria convivenza. Sento, tuttavia, il dovere di fermarmi su ciò che le immagini mostrano meno: i volti di chi stava in piazza e la loro età.

Erano poco più che bambini, 14, 15, 16 anni. Quasi nessuno aveva mai avuto a che fare con la giustizia e molti erano nati e cresciuti qui. Davanti ai giudici pochissimi hanno saputo dire perché fossero lì. Li aveva chiamati una chat, li aveva attirati un video. Questo vuoto di parole mi interroga più di qualunque slogan. Rivela una rabbia che non ha ancora trovato una forma e un’età in cui il bisogno di esserci precede la capacità di spiegarlo.

Oltre la condanna, il dovere di capire

La risposta che si va delineando parla quasi soltanto la lingua dell’ordine pubblico: più militari, pene esemplari, anche l’ipotesi di nuove carceri per minorenni. Chi ha commesso reati deve risponderne, certo. Ma ridurre tutto alla repressione vuol dire però rinunciare a capire quali risposte educative sono necessarie. E una società che rinuncia a capire si prepara a rivedere le stesse scene in un’altra piazza, con ragazzi ancora più giovani.

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La rabbia di chi si sente escluso

Dietro quei cappucci ci sono storie che chi lavora nelle periferie conosce bene. Sono famiglie che contano ogni spesa e genitori che faticano anche per le cose più normali. C’è il cognome che a scuola basta per sentirsi giudicati e un futuro vissuto come minaccia. Un ragazzo intervistato in questi giorni ha detto una frase significativa: “Sembra che delle vetrine contino più di noi”. In quelle poche parole sta una questione educativa di queste giornate.

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Nei miei studi sullo spazio vissuto ho cercato di mostrare che i luoghi non sono mai contenitori neutri. Li abitiamo con il corpo e con le emozioni e ci restituiscono un’immagine di chi siamo e di quanto valiamo. Per un quattordicenne di periferia, il centro della città è il posto dove si va la domenica pomeriggio. È anche il posto dove ci si sente osservati appena si diventa visibili. Anche la geografia dei bersagli dice qualcosa. Un tempo la rabbia colpiva banche e palazzi del potere, questa volta ha colpito le scarpe, le felpe, i marchi riconoscibili. Zygmunt Bauman parlava di consumatori esclusi. Sono ragazzi a cui si insegna che si esiste attraverso ciò che si indossa e ai quali poi viene negata la possibilità di indossarlo.

Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora che «non ci capite».
ADOLESCENTI, QUELLO CHE NON VEDIAMO

Il bisogno di appartenenza e visibilità

L’adolescenza è l’età in cui ci si costruisce sotto lo sguardo degli altri. Uno di questi ragazzi ha raccontato di essere andato in piazza quasi per noia e di essersi sentito, una volta lì, parte di qualcosa. Il gruppo offre ciò che la quotidianità nega: un’appartenenza, un pubblico, un’esistenza finalmente visibile. Lo smartphone che riprende la scena completa il meccanismo, perché esserci conta quanto mostrare di esserci.

Quando sentirsi invisibili diventa una ferita

È qui che torna utile un concetto che considero decisivo per leggere il disagio giovanile, il mattering. È il bisogno di sentirsi rilevanti, di sapere che la propria presenza conta per qualcuno e che la propria assenza verrebbe notata. Quando la comunità non restituisce questo riconoscimento, la visibilità viene presa con la forza, anche a costo di distruggere con violenza. Chi ha detto ai giudici di essere entrato in un negozio per “provare emozioni” ci consegna il segno di un analfabetismo emotivo che non nasce in un fine settimana. Sono emozioni potenti che non trovano parole, né adulti capaci di aiutare a nominarle e a contenerle. Riconoscerlo non assolve nessuno. Indica un compito educativo.

Un concetto decisivo per leggere il disagio giovanile di questi giorni è il mattering. È il bisogno di sentirsi rilevanti, di sapere che la propria presenza conta per qualcuno e che la propria assenza verrebbe notata. Quando la comunità non restituisce questo riconoscimento, la visibilità viene presa con la forza

Ascolto e autorità educativa, insieme

Fuori dalle questure, in quelle ore, c’erano madri e padri smarriti, increduli di ritrovare lì i propri figli. E anche questo smarrimento va ascoltato. Dice di adulti che vivono a loro volta dentro un’incertezza strutturale, schiacciati dalla fatica quotidiana, spesso smarriti e soli nel ruolo educativo. Qualcuno ha sostenuto che ai ragazzi non serva ascolto ma una guida. Condivido la diagnosi sulla ritirata degli adulti, non l’alternativa. L’autorità educativa, come ricorda la radice di auctoritas, viene da augere, far crescere, e non si può far crescere chi non si conosce. Una guida che non parte dall’ascolto diventa controllo. Un limite imposto senza relazione resta un muro, e contro i muri gli adolescenti si sono sempre lanciati

Più educazione, meno solitudine

Ascoltare, in concreto, richiede scelte precise. Servono educatori e pedagogisti presenti in modo stabile nei quartieri e nelle scuole. Servono spazi di aggregazione dove un ragazzo possa passare un pomeriggio senza dover consumare. Serve una scuola che non venga percepita come un binario verso lavori malpagati. Va difesa anche una giustizia minorile che resti fedele alla sua vocazione educativa, fatta di responsabilizzazione e recupero, invece di scivolare verso il semplice contenimento.

Un adulto disposto ad ascoltare

Molti di loro potrebbero tornare in piazza Duomo e troveranno soldati e transenne. Prima o poi dovranno trovare anche un adulto disposto a chiedere loro come stanno e capace di restare ad ascoltare la risposta. A pensarci bene, quell’adulto potrebbe essere ciascuno di noi: un genitore, un insegnante, l’allenatore della squadra di quartiere, il vicino che li incrocia ogni giorno sulle scale. Torniamo ad ascoltare e a fare e farci le domande giuste.

VITA

AMARE DIO O IL PROSSIMO ?



Dio e l’uomo 
non 
sono alternativi



Riflessione di don  sulla liturgia della Parola nella XXX domenica del tempo ordinario (anno A)

Es 22,20-26; Sal 17/18; 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40

Gesù si ritrova spesso sotto il fuoco incrociato dei suoi contestatori. I quali sono pure avversari tra di loro, benché non disdegnino di allearsi pur di nuocere al Maestro di Nazareth. Erodiani, sadducei, farisei, costituiscono fazioni contrapposte. Ma sono accomunati dal timore che quel giovane Rabbi, estraneo a tutti i loro partiti e a tutte le loro scuole di pensiero, possa sovvertire la situazione nella quale si sono accomodati, facendo il gioco delle parti e tentando di trarre ognuno un proprio massimo tornaconto, mentre il resto del popolo soffre sotto il tallone dei romani, che hanno invaso le contrade di Palestina con i loro eserciti e, più in radice, con la loro concezione idolatrica del potere.

Farisei ed erodiani, per esempio, si evitano a vicenda, ma si coalizzano se c’è da dare addosso a Gesù. Come nell’episodio narrato nella pagina evangelica di domenica scorsa, allorché insieme essi gli pongono la questione delle tasse da versare o meno al fisco imperiale. I seguaci dei farisei simulano disprezzo per gli impuri pagani, ma i denari col conio di Cesare tintinnano nelle loro tasche, contagiandoli della medesima impurità impersonata dall’imperatore. Gesù, in quel frangente, se ne esce indenne smascherando la loro ipocrisia e spiazzandoli col prospettare al problema politico un’inopinata soluzione teologica: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Per Gesù non c’è da fare alcun inciucio fra trono e altare, come invece hanno fatto tra di loro – alle sue spalle – farisei ed erodiani. Ma neppure si deve presumere che la politica possa togliere qualcosa al rapporto credente con Dio, giacché solo Dio è Dio e Cesare è semplicemente un cesare. Una lezione fondamentale, che continua a valere anche per noi oggi: la buona teologia può spiegare il senso autentico della laicità molto meglio della politologia.

I sadducei, a loro volta, scendono in campo sperando di cogliere in fallo Gesù proprio sul piano teologico. Essi formano, in gran parte, la casta sacerdotale. Si guadagnano il loro sostentamento amministrando le decime versate nelle casse del Tempio di Gerusalemme. E ammiccando ai mercanti che fanno i loro affari dentro quel luogo sacro, dimenticando di rispettarlo in quanto “casa” di Dio. Se i mercanti ne hanno fatto un covo di ladri, i sacerdoti/sadducei glielo hanno permesso. Perché sono estremamente realisti, impastoiati nella greve concretezza del vissuto quotidiano. D’altronde sono loro che esercitano il potere giudiziario sul popolo, anche loro sul filo del compromesso con gli occupanti romani. Tra di loro ci sono quei giudici disonesti di cui ogni tanto Gesù parla nelle sue parabole. Si comportano anche loro all’insegna del proprio tornaconto. E i peggiori tra questi, sebbene esaltino pubblicamente i valori dello spirito, nascostamente anelano ai piaceri della carne, magari continuando ad approfittare di qualcuno che sia innocente come Susanna e meno accorto del profeta Daniele. Per loro tutto è carne. E, si sa, la carne infine marcisce dentro la tomba. Perciò reputano la risurrezione improbabile. E sul tema della risurrezione disputano con Gesù. Il quale evidenzia la loro ignoranza biblica e teologica, spiegando che la risurrezione dipende da Dio, il Vivente che vivifica, e non da un qualche anticorpo umano alla morte. Nell’odierna pagina evangelica c’è l’eco di quella disputa, nella quale Gesù «aveva chiuso la bocca ai sadducei», come annota Matteo.

Anche i farisei sono convinti che i sadducei siano ignoranti. Sorridono sotto i baffi per la batosta che hanno preso. E pensano che solo loro possano con successo «mettere alla prova» il Maestro venuto dalla Galilea. Uno di loro, un dottore della Legge, personalmente – senza, cioè, stavolta affidarne l’incombenza a qualche suo sprovveduto allievo –, sottopone Gesù a un vero e proprio esame di teologia.

La Legge è, per dirlo con la corrispondente parola ebraica, la Toràh. E questa consiste nei primi cinque rotoli delle Scritture dell’antico Israele: i primi cinque libri della Bibbia, quelli che costituiscono – usando un termine greco – il cosiddetto Pentateuco, vale a dire Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio. I dottori della Legge, perciò, non erano dei giuristi. Erano dei biblisti e dei teologi, benché nel giudaismo coevo a Gesù la loro riflessione si concentrasse soprattutto sul senso dei comandamenti divini, cui il pio israelita doveva attenersi fedelmente. Dunque, chiede al Maestro di Nazareth quello studioso della Toràh, «nella Legge», ossia in quei primi cinque libri della Bibbia, nei quali Jhwh Adonai si rivela pienamente, «qual è il grande comandamento?». Gesù risponde: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso».

 Egli, con questa risposta, non solo supera brillantemente l’esame, ma impartisce pure una magistrale lezione al suo esaminatore. Senza limitarsi a scegliere uno dei dieci “comandamenti” scolpiti sulla pietra da Mosè tra le balze del Sinai e riportati nel libro dell’Esodo, estende la ricerca agli altri libri del Pentateuco, in particolare al Deuteronomio, da cui – sintetizzando lo Shemà Israel – ricava «il grande e primo comandamento», e al Levitico, da cui trae «il secondo e ugualmente importante» comandamento. Così intercetta quella sovreccedenza di senso che sempre gli preme dischiudere: la Toràh – che coincide con Dio stesso, col suo dirsi e darsi, col suo autocomunicarsi, col suo rivelarsi – non solo è da osservare e da rispettare, ma anche da amare. Anzi, la Toràh s’identifica con l’amore, dove l’amore è l’agàpe, ovverosia l’amore peculiarissimo che definisce la natura di Dio. Difatti agapân è la voce verbale adoperata in questo brano evangelico. E che era stata adoperata già dai Settanta d’Alessandria quando nel III secolo a.C. avevano tradotto dall’ebraico lo Shemà Israel. L’agàpe è l’amore autenticamente e radicalmente relazionale, quello che induce innanzitutto Dio stesso a mettersi in rapporto con gli esseri umani e che, di conseguenza, può e dev’essere vissuto anche dagli esseri umani. Essi possono vivere di quell’amore di vera e paritaria relazione solo se si mettono in reale rapporto con Dio. Ma il loro rapporto con Dio – il totalmente Altro – si dimostra reale solo se riverbera nel rapporto con gli altri, la cui alterità è ospitata da ciascuno dentro di sé, custodita e apprezzata quanto e come il proprio “io”. Giacché ci si rende conto d’assomigliare a Dio quando se ne scorge l’immagine nascosta in ogni essere umano. La stessa identica immagine che ognuno di noi è. E che ci rende prossimi gli uni con gli altri, avvicinandoci gli uni agli altri non meno che a Dio.

Gesù, come aveva insegnato già affermando di rendere a Cesare le monete impresse col suo conio e di restituire a Dio ciò che porta intimamente la sua immagine, vale a dire la persona umana in quanto tale, ribadisce qui che non c’è concorrenza tra il culto di Dio e la promozione della vita umana. Anzi, queste due dimensioni sono strettamente collegate. La dedizione religiosa a Dio e l’attenzione etica all’uomo non sono alternative. Semmai si esigono a vicenda. L’autore della prima lettera di Giovanni lo sottolineerà efficacemente, sempre adoperando il verbo agapân: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello» (1Gv 4,20-21).

Del resto è nella vicenda personale di Gesù che la dimensione verticale del rapporto con Dio interseca la dimensione orizzontale del rapporto tra gli esseri umani. Non per niente, sotto la croce del Golgota, tutto ciò apparirà chiaro persino agli occhi di un pagano, quel centurione dalle cui labbra è accolta la prima professione di fede cristologica: «Veramente quest’uomo era il Figlio di Dio» (Mc 15,39).

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IL BURATTINAIO



IL BURATTINAIO 

E 

GLI SCHERMI



 Il villaggio educante si è rovesciato



-di ALBERTO PELLAI

Per la prima volta sabato scorso abbiamo visto scendere in piazza preadolescenti che ancora frequentano la scuola secondaria di primo grado. Apparentemente partecipavano a una manifestazione connotata da temi sociali molto importanti. In realtà, quello che hanno fatto molti di loro è stato spaccare tutto.

La piazza e la rivolta sociale non sono luoghi e azioni per cui la preadolescenza può dirsi pronta. Non lo è perché in preadolescenza si è dotati, per la prima volta nella vita, di un corpo potente e di un’emozionalità straripante. L’ingresso in pubertà cambia il corpo del preadolescente rendendolo pronto alla scoperta del mondo, dotandolo di un’energia e di una forza che non ha mai posseduto prima. Al contempo, anche la sua mente diventa potente. Il sistema limbico, che è il luogo del cervello in cui si attiva il sentire emotivo, prende il controllo del funzionamento psichico del preadolescente e lo rende vulnerabile a qualsiasi proposta in cui c’è da mettere in gioco questa potenza inedita, che lui ancora non sa “maneggiare bene”. La preadolescenza, infatti, è quel tempo di transito dall’infanzia alle età successive, in cui si esce dal copione dell’obbedienza verso gli adulti e ci si prepara all’autonomia: solo che in questo tempo della crescita non si possiede la maturità cognitiva per poterlo fare bene.

Tutte le reti neuronali che si occupano di governare e regolare le emozioni (a quest’età intense e spesso fuori controllo) sono ancora fragilissime e devono essere potenziate e strutturate attraverso un paziente, costante e sapiente lavoro del mondo adulto.

Fino a due decenni fa, i preadolescenti uscivano fuori nel mondo con le loro biciclette, andavano al campetto dell’oratorio o del parco cittadino a giocare a pallone, frequentavano gli oratori, le associazioni sportive, lo scoutismo, la banda, il coro. Per la prima volta si muovevano in autonomia nello spazio ristretto del loro territorio di vita. Lì incontravano i loro coetanei, ma anche gli adulti della loro comunità educante che ne supervisionavano la crescita, dando direzione a questa loro nuova potenza che, giorno dopo giorno, veniva trasformata in competenza. Poi è accaduto che all’improvviso ci è finita in mano una seconda vita: eccitantissima, sempre accesa, piena di cose divertenti e anche molto proibite. Sono scomparse le biciclette dalle città, gli adulti hanno immaginato che avere i figli tranquilli a casa a giocare nelle community multiplayer fosse in qualche modo più comodo e protettivo per tutti. Dentro lo schermo non cadi, non fratturi le ossa, non fai rumore. Così la vita virtuale ha assorbito, quasi inghiottito tutto il tempo libero dei nostri figli. E la preadolescenza, che è in assoluto il tempo della crescita che risulta più fragile e vulnerabile all’offerta del “Paese dei Balocchi”, si è tuffata dentro questo nuovo mondo e questa nuova vita, ben felice di poter far esplodere la voglia di potenza e “sensation seeking” tipica di questa età in territori ultra-eccitanti e gratificanti. Le piattaforme di videogioco, i social media, i siti pornografici hanno sostituito gli oratori, i campi da calcio, le uscite con gli scout. Le famiglie più attente sul piano educativo hanno cercato di fare un faticosissimo lavoro di equilibrismo pedagogico, imponendo ai figli dosi di vita reale obbligatorie. Mentre prima i figli fuggivano fuori nel mondo, rincorsi dai genitori che volevano imbrigliarne le richieste di libertà e autonomia, negli ultimi dieci anni i genitori si sono trovati quasi obbligati a spingere ragazzi e ragazze alla scoperta della vita reale, perché i loro figli – spesso – vi avrebbero rinunciato molto volentieri, preferendo adagiarsi nella comfort zone del loro parco giochi virtuale.

Ora però le rivolte di sabato, ci dicono che a tutto questo si è aggiunto un altro fenomeno. Dopo averli tenuti incollati allo schermo per anni, a fare le cose che avrebbero dovuto fare nel mondo reale (ovvero giocare e socializzare), ora il mondo online – che ha preso un forte controllo delle loro vite – comincia a dare loro i comandi. “Vai in piazza e spacca tutto”: e loro come soldati obbedienti, escono di casa e spaccano tutto. L’altro giorno, nei loro smartphones è arrivato il messaggio: “Non andare a scuola, perché è troppo pericoloso”. Complice la paura di noi adulti, quel giorno in tanti non sono andati a scuola. A che cosa stiamo assistendo? A un totale ribaltamento del concetto di villaggio educante: quello del mondo reale era fatto da persone che ci mettevano la faccia e si prendevano responsabilità oggettive verso i minori della propria comunità di appartenenza. Nel mondo virtuale, invece, c’è qualcuno di cui non conosciamo nome e volto che come un burattinaio dirige i nostri figli più fragili e più digitalizzati come farebbe un burattinaio che ne tiene in mano i fili e ne condiziona i movimenti.

Se il villaggio educante nel mondo reale punta a trasformare la potenza del preadolescente in competenza, il mondo virtuale sembra invece spingere chi cresce verso l’azione pulsionale e violenta, dove trovare il proprio posto nel mondo può voler dire “spaccare tutto” oppure “non andare a scuola”. Il codice e il copione comportamentale che sta invadendo la vita di chi cresce è al tempo stesso occulto e molto violento, distruttivo e digitalmente nichilista. Questo è un oggettivo e reale pericolo e questo, in effetti, è il tempo in cui noi del mondo civile dobbiamo obbligare il mondo online a cambiare rotta e a non trasformare i nostri figli in burattini del suo perverso progetto, di cui ogni giorno vediamo gli effetti indesiderati e collaterali.

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UNA GENERAZIONE SENZA FUTURO

VUOTI NON SOLO QUESTI RAGAZZI



 

 

venerdì 23 ottobre 2026

IL QUALUNQUISMO EDUCATIVO


“Sono necessarie diverse tipologie di coraggio: specialmente quello dei genitori nel saper educare con equilibrata fermezza i figli imparando a dir loro anche ‘no’ quando serve, ma anche quello di riconoscere i propri limiti”

 

-di GUIDO GUIDI GUERRERA

Volto assai noto al grande pubblico, figura di spicco del panorama culturale televisivo, Paolo Crepet è psichiatra, saggista e opinionista. Famoso per essere spesso al centro di accese polemiche a causa delle sue posizioni legate a educazione giovanile, ruolo delle famiglie e soprattutto della scuola, analizza con lucidità spesso iperlogica la realtà che ci circonda.

Seguitissime le sue conferenze in tutta Italia sempre aperte al dibattito franco con i presenti: una formula che continua a suscitare viva attenzione, decretando così il successo del progetto. Certamente il professore, dotato di non comune verve comunicativa e di indiscusso carisma, non si risparmia nell’affrontare temi scottanti e di evidente attualità dal suo punto di vista professionale mai banale né scontato.

Proprio questo può attrarre e insieme turbare dividendo animi e pareri, eppure destinato a creare sempre un notevole fermento intellettuale proprio in forza del contrasto che scaturisce da apprezzamenti e critiche. Chi vorrà incontrare il professore dal vivo e magari scambiarci due chiacchiere, il prossimo appuntamento è previsto in Toscana il 28 novembre venturo al Politeama Pratese.

Professor Crepet, lei ha scritto un libro intitolato Il Coraggio. Quanto coraggio occorre ai giovani, alle loro famiglie, per andare avanti nella vita quotidiana?

“Come scrivo nel mio libro sono necessarie diverse tipologie di coraggio: specialmente quello dei genitori nel saper educare con equilibrata fermezza i figli imparando a dir loro anche ‘no’ quando serve, ma anche quello di riconoscere i propri limiti e, contando sulle proprie capacità ri-creative, avere sempre la forza di ricominciare. Certo esistono categorie diverse di adulti e giovani che, a seconda dei casi, sanno scegliere quale direzione prendere. I soggetti che mi preoccupano sono invece quelli così troppo assorbiti dalle tecnologie da non sentire neppure il bisogno di fare appello a doti di coraggio. Le suggestioni che vengono dall’abuso di cellulari e pc cancellano infatti molte caratteristiche tipiche dell’uomo tra le quali proprio la componente del coraggio che viene assai spesso sostituita da illusioni virtuali”.

Questa è una società in evidente trasformazione. Cosa la distingue dal passato?

"Non posso fissare una data precisa, un punto fermo: però c’è stato un tempo, neppure troppo remoto, in cui i giovani erano giovani e gli adulti, adulti. E questo capitava in un contesto molto diversificato: io sentivo musiche che mia madre sconosceva, tanto più mio nonno. Oggi viviamo in una condizione globalizzante nella quale nonni, mamme, zie e ragazzi ascoltano gli stessi idoli musicali e guardano gli identici film magari stando ore sul telefonino. Quindi è molto difficile puntare il dito sulla gioventù pronta ad alienarsi nelle dimensioni del mondo virtuale, perché è esattamente ciò che fanno anche i loro genitori. E questa è, a mio avviso, una novità assoluta. Non dimentichiamo il fatto che i social sono stati creati da noi adulti: in fondo ci siamo messi a costruire cose che dovevano essere finalizzate a usi elitari e professionali e invece sono andate a finire nelle mani dei nostri figli. Quindi non lamentiamoci del processo di ‘zombizzazione’ che coinvolge tutti indistintamente, in modo più o meno palese. Proprio in questi giorni durante un convegno su San Francesco, è stato molto imbarazzante scoprire come la maggior parte del pubblico, mostrando scarso interesse, fosse piuttosto impegnato a mandare messaggini a destra e a manca. Davvero sgradevole”.

Secondo il suo parere qual è il ruolo della scuola e della famiglia nell’educazione delle nuove generazioni?

“Sono due istituzioni che abbiamo ormai letteralmente tolto di mezzo. Le scelte improntate a un eccessivo permissivismo, l’abolizione del merito, la cancellazione di valori che fino a un certo periodo storico erano stati universalmente condivisi, tutto questo ha creato un corto circuito tra scuola e famiglia. Da tempo le cose hanno subito un forte degrado e adesso ci troviamo di fronte a una situazione difficilmente reversibile. Sappiamo bene che il mondo è soggetto sempre a cambiamenti, naturalmente sarà interessante scoprire se questi attuali si riveleranno utili a evolvere o meno”.

Adesso dobbiamo misurarci con l’IA. Cosa ne pensa?

"È la fine. È evidentemente la fine. Se qualcuno dice il contrario, beato lui. Con questo non intendo sostenere che qualsiasi progresso delle innovazioni tecnologiche sia demonizzabile, ma in questo caso temo come il furbetto di turno sempre in agguato possa approfittarsene a dismisura. Per prima cosa penso che nella testa di molti si tendano a confondere i super computer con l’intelligenza artificiale: tant’è vero che lo stesso Trump non esita a definire l’IA come super intelligenza, mettendo in atto una strategia di marketing decisamente scaltra. In realtà i due sistemi lavorano in ambiti totalmente distinti e tali devono rimanere. Va da sé che l’intelligenza artificiale può avere applicazioni di grande importanza e interesse, come in campo medico: eppure, la diffusione su larga scala di questo strumento ha già abbondantemente spalancato le porte a abusi di ogni genere. Personalmente, ad esempio, ho dovuto proteggere la mia immagine sporgendo regolare denuncia, a causa di video caricati su YouTube nei quali sembro io, quando in realtà si tratta solo di clamorosi fake. Quindi il pericolo c’è eccome e ci siamo dentro fino al collo!”.

Esistono rimedi a tutto questo?

“Difficilissimo. Anche chi dovrebbe occuparsene quasi mai interviene, anche se il problema riguarda tutti noi che restiamo esposti a questo tipo di abusi. Basti pensare che il nostro presidente del consiglio Giorgia Meloni è stata costretta a registrare e depositare la sua vera voce per difendersi dalle centinaia manovre di clonazione. Per non parlare dei tentativi di truffa da parte di quanti si spacciano per un congiunto invocando fraudolentemente un’emergenza, uno stato di pericolo o un bisogno per estorcere danaro ai malcapitati, convinti che sia tutto vero. Purtroppo viviamo in un’epoca complessa e piena di mille insidie".

Professore, parliamo di educazione, quella che un tempo era definita ‘buona educazione’ quale principio indiscutibile di un buon vivere…

“ Una volta l’idea stessa di educazione assumeva valore collettivo, un’idea non a caso collegata alla scuola che non solo ci forniva nozioni ma aveva anche un ruolo formativo sul piano caratteriale e del comportamento nei riguardi degli altri. Questo era una modello condiviso di educazione: era quella riconosciuta da ciascuno, era l’educazione di Don Milani e di tutti i grandi pedagogisti del ‘900. Sta di fatto che le basi dell’educazione dovrebbero partire dalle famiglie, che ormai non ne riconoscono più i principi, ritenendoli secondari rispetto a ben altri aspetti ed esigenze della vita così com’è intesa ai giorni nostri. Quindi vige una sorta di qualunquismo educativo che è ormai quasi universalmente adottato perché tutto sommato il lassismo è anche sinonimo di comodità e di disimpegno, evitando le strade strette dell’immancabile sacrificio pedagogico”.

Molte parole hanno conservato lo stile formale, ma esprimono concetti intrinseci diversi rispetto a ieri. Il lavoro, per esempio…

“Il lavoro inteso come fatica è un concetto desueto. Il lavoro dell’operaio, con le sue rivendicazioni, gli scioperi del passato, quello dell’insegnante o del borghese professionista, sembrano ricordi destinati a sbiadirsi molto presto. Oggi i lavori sono altri: l’influencer, l’esibirsi in vari modi sulle diverse piattaforme social, o se proprio va male accettare di lavorare ma al massimo da martedì a giovedì. Ci si dimentica però di un particolare: che la gioventù passa e il welfare è prodotto dal lavoro. Per adesso non è un problema, anzi è un trascurabile dettaglio: tanto ci sono i nonni.

Fino a quando?".

LUCE

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EDUCARE I GIOVANI

 «A Milano servono 500 educatori, non (solo) 500 militari»

Dietro i saccheggi a Milano, il disagio delle seconde generazioni.

 Per don Massimo Mapelli, responsabile della Caritas della zona sud di Milano, la repressione non basta: servono educatori, scuole rafforzate nella loro missione, adulti consapevoli e presidi di comunità. Luca Cereda Una vetrina si ripara. La distanza che separa un ragazzo dal mondo che vede ogni giorno, invece, non si ricuce con una serranda nuova né con una pattuglia in più. 
La frattura
È in quella frattura che don Massimo Mapelli invita a cercare le domande lasciate dalle violenze di Milano: senza attenuanti per chi ha saccheggiato e colpito, ma anche senza l’alibi di chi, condannato il gesto, pensa di avere finito il proprio compito. Sacerdote della diocesi ambrosiana dal 1997, fondatore dell’associazione Una casa anche per te e direttore della Caritas Sud Milano, Mapelli dal 2004 al 2012 è stato impegnato nella Fondazione Casa della carità "Angelo Abriani" di Milano e nel 2013 ha ricevuto l′Ambrogino d′oro, la massima onorificenza del Comune di Milano, oggi vive con una quarantina di adolescenti e li incontra anche nelle scuole, comprese quelle professionali. «La rabbia la senti, la respiri», racconta: non è un’astrazione, ma qualcosa che attraversa relazioni e conflitti quotidiani. «Anche dentro la stessa città esistono città diverse», osserva. Mapelli ricorda alcuni minorenni accolti in comunità dopo essersi ritrovati a vivere nei box di una zona come il Corvetto. Nella stessa Milano ci sono coetanei che ogni fine settimana possono partire per una capitale europea o per le Maldive. 
Iperccompetività
La distanza non è soltanto economica: riguarda le possibilità immaginabili, gli strumenti per raggiungerle e la presenza di una famiglia capace di sostenere. «Abbiamo costituito una società ipercompetitiva», dice il sacerdote. E la domanda che dovremmo porci è semplice e scomoda: che cosa succede a chi non tiene il passo? A chi non ha risorse, appoggi, occasioni? Che cosa gli raccontiamo: che vale zero? È in questa disuguaglianza vissuta ogni giorno che Mapelli colloca una parte della rabbia dei ragazzi, anche di quelli di seconda o terza generazione che sono cresciuti qui e che spesso vengono ancora raccontati anzitutto attraverso le origini familiari. 
L'esclusione
Non propone una spiegazione unica né trasforma la provenienza in un destino. Invita a guardare una condizione comune: giovani che abitano la stessa città e desiderano essere riconosciuti, ma non sentono di avere accesso allo stesso mondo. Per molti di loro l’esclusione non si manifesta soltanto nella mancanza di denaro. Si misura anche nei segni visibili del successo: la marca sulle scarpe, il cappellino firmato, l’oggetto che permette di non sentirsi fuori posto. «Vorrei entrarci anch’io»: una frase che può stare dietro l’assalto a una vetrina, non come spiegazione di ogni gesto, ma come indizio di un desiderio di appartenenza deformato in possesso. Mapelli lo ha visto con ragazzi che vivevano in un box al Corvetto: avere un cappellino di marca, magari di un marchio dell’alta moda, diventava fondamentale, perché ai loro occhi sembrava poter restituire un riscatto. «Poi non è quella roba lì che te lo dà», aggiunge. Ma qualcuno deve accompagnarli a scoprirlo, aiutandoli a riconoscere il proprio valore al di là delle cose che indossano. 
La violenza
 La domanda, allora, non è se rubare una scarpa o spaccare una vetrina sia giusto. Non lo è. «La violenza va condannata, questo è fuori discussione», scandisce Mapelli. Capire da dove arriva, però, è un’altra cosa rispetto ad assolverla. Se ci fermiamo alla punizione, rischiamo di non vedere le condizioni che hanno preparato il terreno: famiglie fragili, scuole con poche risorse, agenzie educative lasciate a reggere da sole situazioni sempre più complesse. «Non succede per miracolo», avverte. La rabbia non scompare perché decidiamo di non guardarla. C’è poi un particolare che dovrebbe inquietare più di molti slogan: tra i ragazzi coinvolti ci sono anche preadolescenti di undici o dodici anni. «Gli adulti dove stanno?», si chiede il sacerdote. La risposta non sta soltanto nell’accusa ai genitori. La responsabilità educativa resta decisiva, ma Mapelli invita a chiedersi perché sia diventato così difficile porre limiti, affrontare i conflitti e accompagnare la crescita. Per paura dello scontro, osserva, gli adulti rischiano di rinunciare proprio a quello scontro necessario tra genitori e figli, tra educatori e ragazzi, in cui si costruiscono regole e fiducia. 
La famiglia
 E non basta chiedere conto alle famiglie il giorno dopo, magari riducendo tutto a una frase rabbiosa o a un titolo facile. Che cosa facciamo per aiutare quei genitori che hanno pochi strumenti, che vivono a loro volta una precarietà materiale o affettiva? Come li sosteniamo prima che la fatica diventi solitudine? «Nessuno vive su un pianeta a sé», ricorda Mapelli. Questi ragazzi incontreranno i nostri figli a scuola e nei quartieri: la loro fragilità non resta confinata nelle periferie. 
Per questo, secondo il sacerdote, anche la distinzione tra centro e periferia non basta più. I confini amministrativi non corrispondono necessariamente ai confini vissuti dai giovani: Milano è anche la sua città metropolitana, le aree in cui si studia, si lavora, si prende un autobus e si cerca un posto nel mondo. La questione delle seconde generazioni non si riduce alla cronaca delle origini: le relazioni tra adolescenti attraversano da tempo le categorie con cui gli adulti li classificano. La ragazza italiana e il ragazzo di seconda o terza generazione originario del Marocco non abitano due pianeti diversi. Il discrimine decisivo, sempre più spesso, è tra chi si sente atteso e chi si sente lasciato fuori. 
La guerra
 C’è poi un’altra contraddizione che gli adulti dovrebbero avere il coraggio di riconoscere. Viviamo in un tempo in cui i leader più potenti parlano continuamente di guerre, bombe, distruzione. Poi chiediamo ai ragazzi di rispettare un manuale di comportamento impeccabile, come se le parole pubbliche non lasciassero tracce. «Le parole che buttiamo nel mondo fanno qualcosa», osserva Mapelli. Non significa attribuire agli adulti la responsabilità diretta dei saccheggi, ma riconoscere che il linguaggio della forza modella l’immaginario, soprattutto quando mancano parole per nominare il disagio. 
La repressione
La risposta, dunque, non può essere soltanto repressiva. Mapelli conosce anche le carceri, comprese quelle minorili, e mette in guardia dal pensare che rinchiudere un ragazzo basti a risolvere il problema. Il rischio è restituirlo alla società più arrabbiato e più solo di prima. La sicurezza è necessaria, ma non esaurisce la politica: servono scuole attrezzate, sostegno alle famiglie, luoghi di aggregazione e presenze educative continuative, prima dell’emergenza. Dopo gli scontri a Milano, due facce da bambini e gli occhi sul cellulare «Un Paese che spende più in armi che in scuola poi raccoglie quello che raccoglie», dice con una battuta amara. E propone un’immagine concreta: «Se in strada ci sono cinquecento militari, perché non immaginare anche cinquecento educatori»? Non è una contabilità contro la sicurezza, ma la misura di ciò che manca: adulti riconoscibili, disposti ad ascoltare e a restare; luoghi in cui un adolescente sia accompagnato, non soltanto contenuto. È un lavoro meno spettacolare delle forze dell’ordine e più lento di una risposta d’emergenza. 
La comunità
Ma dopo gli scontri la partita è questa: ricostruire comunità, legami, dialogo. «Se non dialoghiamo noi con questi ragazzi, se non li educhiamo noi, li educano gli altri», avverte Mapelli. E quegli altri possono essere proprio coloro che alimentano la rabbia e la trasformano in un gesto di cui, domani, i ragazzi stessi potrebbero pentirsi. Una vetrina rotta si vede subito. Il vuoto educativo, invece, resta a lungo sotto gli occhi di tutti, finché qualcuno non decide di farsene carico. Don Gino Rigoldi: «Aiutiamo i giovani a vedere il futuro» 

 Famiglia Cristiana

VIOLENZA GIOVANILE

  
  QUALI 

POSIZIONI 

DI FONDO ?


-di Giuseppe Savagnone

Sulle violenze di sabato 17 e domenica 18 ottobre si sono versati in questi giorni fiumi d’inchiostro e fatte decine di tavole rotonde. Ora è forse il caso di provare a tirare le fila di questo dibattito, mettendo a fuoco le posizioni di fondo che esso ha fatto emergere, per darne alla fine una valutazione critica.

No, senza se e senza ma, alla violenza

La prima interpretazione, sia in ordine cronologico che per la sua importanza pratica, è quella del governo. Già la sera di sabato – quando ancora non si erano scatenati i saccheggi selvaggi della domenica – Giorgia Meloni aveva pubblicato su X un video dei disordini in piazza Duomo, commentando: «Manifestare è un diritto. Mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è. Rinnovo la mia richiesta alle opposizioni: non siano ambigue su questo. Condannino senza ambiguità queste violenze e lancino un appello chiaro affinché ogni mobilitazione sia pacifica. Di fronte a scene del genere, il rifiuto deve essere unanime. Ogni reticenza diventa giustificazione. Il silenzio non è accettabile».  E aveva qualificato i protagonisti dei disordini «teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos, aggredire chi garantisce la sicurezza e tenere in ostaggio intere città».

Sulla stessa linea tutti gli esponenti della maggioranza. Secondo questa lettura, siamo davanti a fenomeni di pura criminalità, travestiti da protesta politica grazie alla collusione con i partiti di opposizione, il cui silenzio implicherebbe una sostanziale complicità.

E di fronte alla violenza della criminalità c’è solo da reagire con la forza delle istituzioni, responsabili della sicurezza delle persone e dei beni dei cittadini. Da qui la decisione del governo di anticipare alcune misure già previste nel ddl sulla sicurezza varato alcune settimane fa, aggiungendone altre e trasformando la proposta di legge attualmente ancora in esame in un decreto-legge di immediata esecuzione.

Fin da ora, dunque, entra in vigore per i minori che hanno compiuto i quattordici anni la presunzione di imputabilità, già prevista nel ddl, per cui la loro capacità di intendere e di volere si presume fino a prova contraria.

Ma ci sono anche nuove misure. Il trattenimento presso gli uffici di polizia per un massimo di 12 ore (cosiddetto “fermo preventivo”) si applicherà anche ai minori. Quando un minore, anche non imputabile, partecipa a determinati reati, a chi esercita la responsabilità genitoriale si applicheranno delle multe, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto. Le procedure per il risarcimento dei danni, già previsto dalla normativa, sono agevolate: per quelli a beni pubblici può disporlo direttamente il prefetto, mentre i privati danneggiati possono ottenerlo più rapidamente con un decreto ingiuntivo.

È inoltre introdotto il delitto di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Il delitto punisce chi, nel corso di manifestazioni, partecipa a un gruppo di almeno cinque persone che opera in modo organizzato, anche occasionalmente, e utilizza o lancia oggetti atti a offendere o artifici pericolosi, determinando un concreto pericolo per l’incolumità delle persone.

Infine, fino al 31 dicembre 2026, è prevista la presenza per le strade di Milano di 500 unità delle Forze armate. Originariamente il decreto prevedeva l’attribuzione a esse di compiti di polizia, compreso l’arresto in flagranza, ma la misura è stata cancellata per la contrarietà del presidente della Repubblica.

Pugno di ferro, dunque, contro i «teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos». È questo, del resto, che chiede l’opinione pubblica, come evidenzia un recente sondaggio realizzato da Only Numbers e presentato da Alessandra Ghisleri: il 66% degli intervistati ritiene che il governo debba adottare misure più stringenti per contrastare violenze e disordini. Contrario il 20,9%, mentre il 13,1% non esprime una posizione. Alla domanda se queste piazze debbano essere ascoltate oppure condannate, il 55,8% risponde che vanno «condannate senza se e senza ma». Il 37,6% ritiene invece che debbano comunque essere ascoltate, mentre il 6,6% non si pronuncia.

Punire, ma soprattutto capire

In radicale contrasto con la lettura del governo è quella delle opposizioni. In primo luogo, esse respingono con indignazione l’accusa di complicità rivolta loro dalla maggioranza, sottolineando che anch’esse condannano le violenze di piazza. A questo proposito già la sera di sabato 17 il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, aveva detto «Le ragioni della protesta erano comprensibili. Le violenze contro le forze dell’ordine e i gravi danni alla città sono ingiustificabili».

Ma, a loro volta, i partiti della sinistra accusano l’esecutivo di cercare di nascondere il disagio profondo da cui esse nascono e di voler impedire, insieme alle sue degenerazioni, anche la protesta. Elly Schlein, rispondendo a Meloni, ha detto: «Noi le abbiamo sempre condannate le violenze, da qualunque parte venissero. E però è inaccettabile che si usino i violenti per coprire la voce di migliaia e migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia per il carovita, per il caro affitti, per il caro carburanti, perché non riescono più a vivere. Queste sono le voci che chi governa dovrebbe ascoltare. Invece che oscurare».

Senza attaccare il governo, anche il presidente della Repubblica ha lasciato trapelare la sua insoddisfazione nei confronti di una pura e semplice criminalizzazione dei giovani coinvolti nei disordini di Milano. Dopo aver chiaramente denunziato come «inaccettabili» le loro violenze, ha fatto un passo avanti rispetto alla pura e semplice linea della repressione, parlando della necessità di svolgere quanto prima un’analisi «intelligente e approfondita» su quanto avvenuto, per mettere le istituzioni «in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti».

Ancora più esplicita è la distanza che Mattarella ha segnato, rispetto alla linea della maggioranza di destra, in un discorso, fatto proprio all’indomani del nuovo decreto sicurezza, in cui ha allargato l’orizzonte: «Occorre uno sguardo di ampia visione che, accanto alle necessarie scelte congiunturali, si proponga strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono, del timore che avvertono di asservimento o di emarginazione». E, dopo aver ammonito che «la società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione», ha sottolineato la necessità di «un opportuno e coinvolgente incontro tra generazioni, in una stagione in cui squilibrio demografico e accelerazioni tecnologiche rendono più problematica questa alleanza». L’ascolto di cui parlava anche Schlein…

Nel silenzio del governo, sono stati i giornali di destra a mettere in evidenza quanto queste parole, pur senza mai menzionare i disordini di Milano e i provvedimenti del governo, siano dissonanti da essi. «La Verità» – il cui direttore, Maurizio Belpietro, il giorno prima aveva scritto: «I devastatori non vanno capiti, tesi sostenuta da troppi, bensì puniti» – ha citato nel titolo di prima pagina il discorso del presidente, per paragonarlo ai post con cui i rapper Ghali e Marracash hanno espresso solidarietà ai contestatori di Milano, portatori, a loro avviso, della protesta per le disuguaglianze sociali e della rabbia di una generazione senza futuro.

La violenza dei giovani come frutto del nichilismo

È tuttavia possibile – anche se assai meno presente nel dibattito pubblico – una terza lettura, che in realtà non esclude le altre due, ma si pone a un livello più profondo. Essa parte dalla constatazione che le intemperanze dei giovani di Milano si inseriscono in un quadro più generale, che vede quelli di tutta Europa in un atteggiamento di rivolta nei confronti della società. Soprattutto, esse hanno dei corrispettivi, non adeguatamente sottolineati dai media, nel moltiplicarsi di comportamenti violenti da parte di giovanissimi che sembrano agire senza alcuno scopo utilitaristico, quasi per gioco. «Ci annoiavamo», ha detto uno dei due adolescenti arrestati pochi giorni fa per aver attentato alla vita di ignari passanti, diventando il terrore di un intero quartiere. Tutto qui.

Ma è, in generale, lo stile dei cosiddetti maranza che rivela questa matrice ludica. Si fanno gesti balordi, che mettono a rischio la vita propria e altrui, si aggredisce, si ruba, si distrugge – a Modena intere classi si sono riversate, alla fine delle lezioni, in un supermercato per svuotarlo e devastarlo – con il sol scopo di postare in internet le immagini delle proprie squallide imprese. Quasi a voler dimostrare di esistere, in un mondo dove i giovani – senza più passato, senza futuro – non sono più sicuri neppure del presente. «Esse est percipi», scriveva nel Settecento un filosofo inglese. “Esistere vuol dire essere visti”. Ma lui pensava allo sguardo di Dio, i nostri ragazzi a quello dei loro coetanei sui cellulari.

Umberto Galimberti, qualche anno fa, ha denunziato il nichilismo dei giovani e ha descritto gli effetti che lo svuotamento di valori e di senso della loro vita produce. In primo luogo, «un’emotività molto più incontrollata e uno spazio di riflessione molto più modesto», «il disinteresse per tutto, messo in atto per assopire le emozioni attraverso i percorsi dell’ignavia e della non partecipazione», «il gesto violento».

Ma la cultura del nichilismo non l’hanno creata i giovani. Essi la portano alle sue estreme conseguenze, ma ne siamo noi, gli adulti, i responsabili. Siamo noi ad avere costruito una società dove quello che conta è l’efficienza, ma senza un fine; il successo, ma spesso a costo della propria autenticità e della propria vera vita; l’immagine, ma al prezzo della realtà.  

I giovani che a Milano hanno spaccato erano portatori di un’oscura protesta, di cui loro stessi non erano consapevoli, contro questo mondo fasullo. Non c’è da stupirsi che abbiano portato in essa il vuoto di cui sono vittime e contro cui si ribellavano. Compreso l’assoggettamento ai miti di un consumismo selvaggio, da cui molti di loro sono esclusi. Ma il loro non è stato solo un crimine, è stato un grido che, ancora una volta, va ascoltato e che dovrebbe diventare oggetto di riflessione in famiglia, a scuola, nelle parrocchie.

Questo livello di lettura non esclude ciò che di vero è emerso negli altri due. È giusto distinguere tra proteste e violenze, reprimendo le seconde per rendere legittime le prime. Il limite della posizione del governo, però, è di puntare esclusivamente sulla criminalizzazione della violenza, invece di aprirsi al secondo livello di spiegazione, che cerca di capirne il perché e lo individua in un disagio sociale dovuto a disuguaglianze, ingiustizia, mancanza di prospettive. Neppure questa diagnosi, però, può spiegare il malessere profondo che anche i figli dei ricchi e dei privilegiati manifestano, anche quando non ricorrono a forme estreme. Da qui la necessità di scendere a un livello più profondo, che vede nella crisi del senso e dei valori la radice ultima sia delle distorsioni della società sia del malessere esistenziale dei giovani.

Il problema è che è più facile reprimere la violenza che individuarne ed eliminarne le cause sociali ed economiche, ed è più facile proporre soluzioni a questo livello che prendere coscienza di una crisi culturale epocale, come quella che sta investendo tutto l’Occidente. La sola via, probabilmente, è di coniugare le tre letture. Anche la terza. Altrimenti rischiamo di avere le questure e gli istituti penali minorili pieni, ma senza raggiungere con ciò l’agognata sicurezza, o di illuderci che un governo “di sinistra” risolva le cose con le sue riforme. Di decreti sicurezza ce ne sono stati ormai tanti. E i partiti d’opposizione sono già stati al governo. Se i giovani continuano a lanciare il loro grido è perché evidentemente hanno un disperato bisogno di altro.

LA RICERCA DELLA VERITA'


 In un ambiente accogliente, lo studente può manifestare il suo desiderio profondo di comprendere, di dare un senso alla realtà. Qui si tocca la vocazione propria delle scuole e delle università: la ricerca comune della verità.

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV 
AI PARTECIPANTI AL
CONGRESSO SULLA PASTORALE SCOLASTICA E UNIVERSITARIA

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con gioia vi saluto all’inizio di questo Congresso sulla pastorale scolastica e universitaria. Ringrazio il Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, i Segretari e gli Officiali, come pure coloro che avranno il compito di promuovere la riflessione e l’approfondimento; e accolgo con gioia tutti voi che siete venuti da tante parti del mondo. Mi congratulo con voi per il lavoro che svolgete nelle istituzioni educative e accademiche a favore dell’annuncio del Vangelo e della dignità della persona.

È fondamentale che la pastorale scolastica e universitaria sappia rispondere al desiderio che ognuno porta in sé e percorrere insieme un cammino, umano e cristiano. I destinatari del vostro ministero si distinguono per l’entusiasmo, la generosità, lo spirito di servizio così propri dei giovani. Eppure, quanti studenti vivono anche condizioni di disagio esistenziale! Famiglie ferite, solitudini digitali, sentimento di inadeguatezza o di timore davanti a un futuro che appare incerto. Molti attraversano i corridoi dei nostri istituti e delle nostre università e forse si sentono anonimi. Com’è importante che le scuole e le università cattoliche siano, prima di tutto, “casa”, un luogo familiare dove si è attesi. Il primo annuncio, spesso, passa attraverso uno stile di accoglienza: qualcuno che ti guarda negli occhi, che ricorda il tuo nome, che nota la tua assenza, che si rallegra del tuo ritorno.

In un ambiente accogliente, lo studente può manifestare il suo desiderio profondo di comprendere, di dare un senso alla realtà. Qui si tocca la vocazione propria delle scuole e delle università: la ricerca comune della verità. Vi incoraggio perciò a stimolare l’intelligenza dei giovani, a valorizzare le loro domande. La vostra passione –  specialmente per quanti operate in istituti cattolici –, sia quella di far sperimentare ai giovani la bellezza dell’incontro con Cristo, la fecondità della sinergia tra fede e ragione, tra il sapere della fede e i diversi altri saperi.

La pastorale scolastica e universitaria è chiamata ad accompagnare la germinazione lenta del pensiero, a insegnare a discernere e cercare con perseveranza. I processi educativi «hanno bisogno di tempi di maturazione, di confronto con la realtà oltre le apparenze e di un cammino paziente». Dobbiamo «proteggere i nostri giovani […] da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario» (Lett. enc. Magnifica humanitas, n. 140).

Non pochi giovani, oggi, sono come paralizzati dalla paura di sbagliare, di non essere all’altezza, di essere malintesi, di non corrispondere alle aspettative. Viviamo in una cultura della prestazione che mette continuamente a confronto e classifica in modo a volte spietato. Una meritocrazia male intesa finisce per non rispettare le persone. Per questo molti finiscono per rinunciare prima ancora di provare.

Aiutate i giovani che incontrate ad essere protagonisti di un modo nuovo di abitare il mondo, costruttori di fraternità, di una società più giusta. Il coraggio nasce da un patto di fiducia: dall’esperienza di qualcuno che crede in te prima che tu creda in te stesso. Gesù non ha scelto i Dodici perché erano coraggiosi; li ha chiamati e, con la sua fiducia, li ha resi capaci. Ai nostri ragazzi dobbiamo poter ripetere le parole che i discepoli rivolsero al cieco Bartimeo: «Coraggio! Alzati, ti chiama!» (Mc 10,49).

Sotto la corazza, che tanti adolescenti si costruiscono per non soffrire, si cela il desiderio di amare ed essere amati. Una pastorale scolastica e universitaria sarà tanto più feconda quanto più si concentra sull’educazione del cuore. Educare il cuore alla compassione, alla gratitudine, alla capacità di lasciarsi toccare dal dolore degli altri; educarlo alla lode e al desiderio di Dio. Il servizio ai poveri, il volontariato, la cura del creato non sono attività accessorie, ma luoghi dove il cuore impara a dilatarsi. Non dimentichiamo: carità e preghiera sono inseparabili.

Cari fratelli e sorelle, falsi maestri e messaggi ingannevoli promettono di rispondere rapidamente alle domande dei giovani. Voi, invece, avete scelto di fare qualcosa di più grande: camminare con loro lungo la strada, finché scoprano i doni che Dio ha già deposto in loro. Come il Risorto con i discepoli di Emmaus, che si avvicina, cammina con loro, ascolta, spiega, fa ardere il loro cuore e, infine, si lascia riconoscere allo spezzare del pane (cfr Lc 24,13-35). Il suo Santo Spirito illumini e sostenga sempre il vostro servizio. Maria Santissima, Sede della Sapienza, vi accompagni, insieme con la mia benedizione. Grazie.

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