Visualizzazione post con etichetta sentimenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sentimenti. Mostra tutti i post

mercoledì 16 settembre 2026

CULTURA DELLA FRETTA

 


Oggi si vive immersi nella 

“Cultura della Fretta”,

 

come l’ha definita

 Zygmunt Bauman.



Non si ha il tempo di elaborare la mole sterminata di impulsi ricevuti quotidianamente durante la giornata e spesso ci si limita a eseguire, a barrare le caselle, a fare i “compiti per grandi” senza capire perché.

Mancano anche le energie per domandarsi davvero se tutto questo sia sostenibile e sano, e l’assenza di questi interrogativi sforma l’esistenza.

La vita è liquida perché “non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo”, e così tutto, anche il lavoro finisce col perdere di senso.

Ci si sente indispensabili e allo stesso tempo facilmente smaltibili, operatori usa e getta per la produzione di merci e/o performance. Le settimane lavorative si fanno sempre più piene e i social network finiscono con l’intasare ancora di più lo scarico delle giornate. 

Si finisce col convivere con gli scarti, propri e altrui. E oggi per molti è impossibile sviluppare un attaccamento al lavoro e instaurare rapporti duraturi con i colleghi, che potrebbero invece liberare le tubature emozionali.

Ma “per evitare frustrazioni, si tende a escludere qualsiasi sentimento di fedeltà al proprio impiego o a legare i propri obiettivi di vita al futuro del posto in cui lavorano”, spiegava Bauman.

E si finisce con l’isolarsi ancora di più, vivendo con l’insensatezza fin dentro le ossa.

Il lavoro si è fatto liquido perché è diventato incontrollabile e inesorabile, un flusso perenne che impedisce la quiete e il respiro.

Cominciare col dirselo, col vederlo, è un modo per accorgersi di quanto tutto questo sia inaccettabile e disumano.

(Da TLON)

Immagine

venerdì 20 febbraio 2026

EDUCARE AI SENTIMENTI

 

 “Stiamo crescendo 

una generazione

 di psicopatici 

e vi spiego perché”



Di redazione

 

In un intervento su YouTube, Umberto Galimberti concentra la sua analisi su un punto: l’atrofia del sentimento nelle giovani generazioni. Non una diagnosi clinica, ma la descrizione di una tendenza culturale che investe educazione, tecnologia e mercato.

Assenza di risonanza

Richiamando un fatto di cronaca – un adolescente che, dopo un omicidio, tornò alla routine quotidiana – Galimberti distingue tra il delitto e ciò che definisce momento psicopatico: “Il momento psicopatico è subito dopo”. È l’assenza di percezione della gravità, la continuità emotiva tra prima e dopo.

Non sostiene che i giovani siano psicopatici, ma osserva una riduzione della sensibilità, l’incapacità di distinguere tra ciò che è grave e ciò che non lo è. Ricorda anche un colloquio in carcere con ragazzi che lanciavano sassi dai cavalcavia: alla domanda su cosa provassero, risposero che era un gioco. Nessuna risonanza interiore.

Troppi stimoli, meno desiderio

Una causa, secondo il filosofo, è l’infanzia iperstimolata: attività continue, oggetti in eccesso, assenza di noia. Eppure, sostiene, la noia è lo spazio della creazione: “È così pesante che ti viene da creare”.

L’eccesso produce angoscia o abbassamento della percezione psichica. Anche i regali non desiderati contribuiscono a spegnere il desiderio. Citando Deleuze, Galimberti ricorda che il desiderio è forza trasformativa: se si estingue, si affievolisce anche la spinta a cambiare il mondo. L’alcol, le droghe, il rifugio nel presente diventano forme di anestesia davanti a un futuro percepito come vuoto.

Tecnica e impoverimento emotivo

I media espongono a tragedie continue, ma la psiche reagisce solo a ciò che è prossimo. Davanti al dolore distante prevale l’impotenza e ci si distacca. Con Heidegger, Galimberti ricorda l’idea di uomo come essere-nel-mondo; oggi, osserva, i giovani sono immersi soprattutto in un mondo virtuale.

Riprendendo Günther Anders, avverte che il problema non è cosa facciamo con la tecnica, ma cosa la tecnica fa di noi. L’uso dei dispositivi favorisce un’intelligenza “convergente”, interna ai programmi, e mortifica quella “divergente”, capace di cambiare l’impostazione dei problemi.

Educare ai sentimenti

Il nucleo della riflessione riguarda la scuola. I sentimenti non sono naturali, ma culturali. Pulsioni ed emozioni appartengono alla natura; i sentimenti si apprendono attraverso miti, racconti, letteratura. “La scuola deve formare i sentimenti”, afferma, distinguendo educazione da istruzione.

Il sentimento è anche conoscenza: orienta le decisioni prima del calcolo razionale. Senza questa formazione, le competenze tecniche restano vuote.

Tra i 15 e i 30 anni, ricorda Galimberti, si concentra il massimo della forza biologica e ideativa. Se la società valorizza solo il corpo e non l’intuizione dei giovani, rinuncia a una risorsa decisiva. Il punto, conclude, è riattivare desiderio ed educazione sentimentale: senza di essi, la tecnica produce individui funzionali ma impoveriti interiormente.

 Orizzonte Scuola

Immagine

 

venerdì 23 gennaio 2026

QUALE INTELLIGENZA ?

 


 “La scuola sviluppa solo 

un tipo di intelligenza,

 quella logico-matematica. 


Ma ne esistono molte altre”


Di Giuseppina Bonadies

Galimberti critica una scuola che privilegia l’intelligenza logico-matematica funzionale a una società maschile, trascurando le doti artistiche ed emotive che richiedono tempi diversi di apprendimento. Il filosofo sottolinea la superiorità cognitiva della donna, dotata anche di intuito e sentimento, qualità che l’uomo spesso etichetta come follia ma che potrebbe apprendere dialogando con la propria femminilità.

Umberto Galimberti interviene in un video sul tema dei modelli educativi e delle diverse tipologie cognitive presenti nelle aule scolastiche. Secondo il filosofo, l’istituzione scolastica attuale si focalizza su un unico binario formativo. “La scuola sviluppa un solo tipo di intelligenza, che è l’intelligenza logico-matematica”. Questo processo di indirizzamento inizia precocemente, “a partire dalla prima elementare, dove si impara a leggere, a scrivere e a far di conto”.

La pluralità delle intelligenze e i tempi di apprendimento

L’analisi evidenzia come esistano molteplici forme di talento spesso trascurate dai percorsi curricolari standard. Galimberti ricorda che “ce ne sono tante altre di intelligenza” , citando specificamente “l’intelligenza musicale, artistica, psicologica, linguistica” e persino “l’intelligenza somatica”.

L’ingresso nel mondo scolastico non avviene per tutti con le stesse dotazioni cognitive. “Quando uno viene a scuola, non è che vengono a scuola tutti con l’intelligenza logico-matematica”. Gli studenti che possiedono doti differenti, come quella artistica, devono compiere un percorso di adattamento verso il pensiero logico. In questo passaggio è necessario “dargli tempo” poiché l’alunno “non è un ritardato”. Si tratta piuttosto di “uno che sta facendo una strada dalla sua intelligenza naturale a quella che deve acquisire”. Riguardo alla preminenza della logica matematica, Galimberti precisa: “Che non è la più sublime di tutte, è la più utile”.

Un modello funzionale alla società maschile

Il filosofo spiega le ragioni dietro la scelta di questo metro di valutazione unico. “Sapete perché misuriamo solo quella? Perché l’intelligenza logico-matematica è quella che serve di più per intenderci in una società a sfondo maschile, perché è l’intelligenza dei maschi”. Secondo la sua visione, “i maschi tendenzialmente hanno solo quella”.

Diverso è il quadro delineato per l’universo femminile. “La donna, oltre all’intelligenza logico-matematica, ha anche un’intelligenza intuitiva” e possiede inoltre “un’intelligenza sentimentale”.

Il contrasto tra razionalità e intuizione

La complessità cognitiva femminile può generare incomprensioni nelle relazioni dominate dalla prospettiva maschile. “Quando una donna usa l’intelligenza intuitiva e quella sentimentale, cosa si sente a dire dall’uomo? Ma tu sei pazza!”. Questa etichetta viene attribuita perché la donna esce “dalla logica razionale a sfondo maschile”.

In conclusione, Galimberti indica una possibilità di evoluzione anche per gli uomini. “I maschi possono avere quella intuitiva e quella sentimentale”. Tale acquisizione diverrebbe possibile “se avessero una relazione con la loro controparte sessuale, ovvero con la loro femminilità”.


Orizzonte Scuola

Immagine


sabato 18 ottobre 2025

EDUCARE I SENTIMENTI

 


Educare a sentire:

 la scuola come

 laboratorio

 dell’indignazione,

 del ribrezzo, 

della pietà

 e della coscienza

 

-di Nobile Filippo

 C’è un livello dell’educazione che non si misura con i voti, né con le prove standardizzate. È quello che tocca le fibre profonde dell’essere umano, che educa al sentimento del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male, della dignità e dell’abiezione.

È la didattica dell’indignazione, la didattica del ribrezzo, la didattica della pietà, la didattica della coscienza: quattro parole che, se riportate al centro del discorso educativo, possono ridare senso alla missione della scuola in un tempo di indifferenza e di anestesia morale.

La didattica dell’indignazione

Indignarsi è un atto di libertà.

È il primo segno che la coscienza è viva.

Insegnare ai giovani a indignarsi non significa incitarli alla rabbia o alla protesta sterile, ma educarli al rifiuto consapevole dell’ingiustizia. L’indignazione è ciò che spinge a non accettare il sopruso, la menzogna, la discriminazione.

Come scriveva Stéphane Hessel, “indignatevi!” non è un grido di rivolta, ma un appello a riscoprire la responsabilità.

Una scuola che insegna a indignarsi è una scuola che non si limita a trasmettere saperi, ma che forma cittadini capaci di dire no davanti al razzismo, alla violenza, all’odio, alla menzogna travestita da verità.

L’indignazione autentica è cultura del limite e del rispetto. È la prima lezione di democrazia.

La didattica del ribrezzo

Il ribrezzo è una reazione istintiva, ma può diventare una forma di coscienza morale.

Provare ribrezzo di fronte all’orrore, alle immagini dei campi di sterminio, alle guerre, alle torture, alle disuguaglianze estreme, non significa cedere alla retorica della commozione. Significa riconoscere che il male non è un concetto astratto, ma una realtà che si tocca con mano.

Educare al ribrezzo è educare al senso del limite umano.

Chi non prova più ribrezzo per la violenza, chi scrolla le spalle davanti all’umiliazione dell’altro, è già un essere addormentato, un’anima resa tiepida dall’indifferenza.

Il ribrezzo è il freno etico che impedisce alla civiltà di scivolare nella barbarie. La scuola deve avere il coraggio di mostrarlo, di nominarlo, di farlo sentire.

La didattica della pietà

Pietà non è commiserazione.

È empatia profonda, capacità di mettersi nei panni dell’altro, di riconoscere la fragilità come valore e non come difetto.

La pietà è l’altra faccia della giustizia: senza pietà la legge è cieca, la ragione è fredda, la conoscenza è sterile.

Educare alla pietà significa insegnare che ogni vita ha lo stesso peso, che ogni lacrima ha lo stesso valore, che il dolore di uno appartiene a tutti.

È la lezione che la Shoah, la guerra, la povertà, la malattia, continuano a impartirci. È la dimensione umana che trasforma il sapere in coscienza morale.

Un insegnante che sa generare pietà nei suoi studenti ha già compiuto un atto educativo supremo.

La didattica della coscienza

La coscienza è la casa dell’anima civile.

Non nasce per caso: si costruisce nel tempo, attraverso l’esperienza, la conoscenza e l’esercizio del dubbio.

La scuola deve tornare ad essere il luogo della coscienza critica, dove si impara non soltanto a conoscere, ma a discernere, a pensare con autonomia, a scegliere con responsabilità.
Una didattica della coscienza mette insieme tutte le altre: dall’indignazione trae la forza morale, dal ribrezzo la capacità di riconoscere il male, dalla pietà la compassione, dalla conoscenza la libertà.

È la didattica che non si ferma al “sapere”, ma arriva al “capire” e al “sentire”.

Una pedagogia per il nostro tempo

Viviamo in un’epoca che sembra aver perso il senso del limite e della vergogna.
Le parole vengono svuotate, la storia piegata, la memoria usata come strumento politico. In questo deserto emotivo, la scuola ha il compito più alto: ricostruire l’alfabeto dei sentimenti morali.

Serve un nuovo umanesimo educativo, in cui la cultura non sia solo trasmissione di nozioni, ma trasformazione interiore, esperienza di libertà e di responsabilità.

Insegnare la matematica, la storia, la letteratura o la scienza deve significare anche insegnare a provare emozione, a reagire, a commuoversi.

Educare a sentire per imparare a vivere

Una scuola che non insegna a sentire è una scuola che prepara tecnici, non uomini.

L’indignazione, il ribrezzo, la pietà, la coscienza non sono accessori dell’educazione: ne sono il cuore pulsante.

Nei banchi dove si apprende la libertà, si deve anche imparare a dire “basta” davanti al male, a chinarsi davanti al dolore, a custodire la verità, a sentire il peso e il valore delle proprie azioni.

Solo così l’educazione diventa atto di civiltà.

E allora sì, possiamo dire che ogni viaggio della memoria, ogni lezione di storia, ogni lettura di un testo che racconta la sofferenza, non serve solo a “sapere”, ma a diventare uomini capaci di provare vergogna davanti al male e responsabilità davanti alla vita.

Perché educare a sentire è l’unico modo per imparare davvero a vivere.

 Orizzonte Scuola

 

sabato 14 giugno 2025

EDUCAZIONE SENTIMENTALE



  A scuola riparte

 da “Io ti credo”


Un percorso di educazione all’affettivita e alla sessualità promosso nelle scuole di Palermo da Edi onlus e Fondazione Eos nell’ambito del progetto “Traiettorie Urbane”, dà parola ai ragazzi e decostruisce i loro pregiudizi. 

di Gilda Sciortino

Che oggi sia necessario e urgente un lavoro educativo e formativo sulla violenza di genere e sulla tutela da abusi e maltrattamenti ce lo dicono prima di tutto i dati. Nel solo 2023, infatti, gli adolescenti che hanno subito violenza sessuale in Italia sono stati 912, 70 dei quali proprio a scuola. Anche per le persone LGBTQ+, la scuola non è sempre un luogo sicuro: il 68% ha subito tra i suoi muri episodi di bullismo o discriminazione, mentre oltre la metà nasconde la propria identità per timore. Spesso, questi temi non vengono nemmeno affrontati nei percorsi scolastici. Ma, quando accade, allora la stessa scuola diventa uno spazio sicuro in cui il tempo in un certo senso si ferma per consentire poi di ripartire con una nuova marcia.

“La voce della scuola senza stereotipi”, iniziativa promossa da Edi Onlus insieme alla scuola media “Antonio Ugo” di Palermo, all’interno del progetto “Traiettorie Urbane“, finanziato da Fondazione EOS Edison Orizzonte Sociale e da impresa sociale Con I Bambini, si conclude un’intensa azione educativa e formativa che ha fatto convergere i temi della prevenzione alla violenza di genere e dei generi, così come quelli della tutela da abusi e maltrattamenti.

Abbiamo conquistato la fiducia di ogni singolo ragazzo giorno dopo giorno. Quando hanno capito che eravamo lì per ascoltarli e non per gudicare o impartire lezioni di morale, è stato come ritrovarsi in un grande abbraccio.

Praticamente una tavola intergenerazionale sull’educazione affettiva e sessuale olistica che ha messo al centro il bisogno di educare al rispetto e alla libertà di essere. Un’alleanza educativa tra studenti, insegnanti e istituzioni per dire basta a tabù e silenzi su affettività, identità e consenso. 

I protagonisti? Naturalmente – anche se spesso non è per nulla scontato – gli adolescenti, che hanno colto subito e con grande consenso il senso di questo percorso, dimostrando di avere le idee molto chiare su tanti temi, ma soprattutto di essere decisi a pretendere dagli adulti una voce senza stereotipi che li aiutasse a capire molti meccanismi.

Non a caso VITA ha dedicato agli adolescenti un numero, sentendo l’urgenza di fare un sforzo per andare oltre un racconto che parla di loro e non fa mai parlare loro.

Parte dal bullismo omolesbobitransfobico il racconto che gli studenti della 2P del Liceo “Danilo Dolci” di Palermo fanno attraverso il video dal titolo “Identità”, che porta sullo schermo il vissuto di chi subisce discriminazioni per il suo orientamento sessuale, espressione o identità di genere. Promuove una scuola sicura, inclusiva e accogliente per tutte le identità perché “essere se stessi non è una scelta: è un diritto umano fondamentale”.

«Abbiamo voluto parlare di violenza contro i generi », spiega Rebecca, per gli amici Rebbi, 16 anni ad agosto, studentessa della 2P dell’indirizzo Scienze Umane del “Danilo Dolci”, «in particolare quella contro la categoria LGBTQ+, dimostrando come anche dei piccoli gesti solidali possono fare la differenza. Abbiamo anche riflettuto su cosa sono gli stereotipi e cosa i pregiudizi, sfatando  quelli legati per esempio al lavoro. Questo perché ancora si presume che le donne non possono fare alcuni lavori che sono “da uomo”».

Un percorso che – come la cronaca dimostra – non ha potuto esimersi dall’affrontare anche il tema del consenso.

“Io ti credo” non è solo una frase, è un’azione da compiere

Ecco, dunque, che l’altro video realizzato dagli studenti della 2Q del “Danilo Dolci”, affronta il tema della violenza sessuale e il ruolo della scuola nella prevenzione e nel supporto alle vittime. Un’occasione per sensibilizzare sull’importanza di ascoltare e credere a chi trova il coraggio di denunciare. “Io ti credo” sottolinea che la scuola deve essere un luogo sicuro, accogliente e che protegge. Combatte lo stigma e i pregiudizi che silenziano le vittime. Promuove una cultura di solidarietà, ascolto e responsabilità condivisa.

«Questo percorso ha lasciato molti valori a tutti, non solo a me», commenta Miriam, 16 anni,  studentessa della 2Q dell’indirizzo Linguistico del “Danilo Dolci”. «Parlo di valori che non useremo solo in ambito scolastico, ma in generale nella vita, per approcciarci alle persone, in una comunità dove possiamo vivere serenamente. Abbiamo asfaltato anche noi molti pregiudizi, tra cui il consenso, poiché il video racconta di una ragazza che veniva stuprata e non avevo il coraggio di parlarne. Lei aveva detto esplicitamente no, ma non è stata ascoltata. Non rimarrà, però, sola perchè, alla fine del video tutti i personaggi le dicono che le credono e che le sarebbero state accanto. Purtroppo, in molti casi di stupro c’è un pregiudizio nei confronti delle vittime che si ritrovano a dovere mentire su quello che è accaduto loro».

Dai social la spinta ad alzare i toni

«Purtroppo i social hanno una grande influenza. Intanto passa l’idea che il ragazzo geloso, che ti tratta male, è un bravo ragazzo», tengono a precisare Manuela e Alessia, 16 anni entrambe e anche loro studentesse della 2Q, «ma ovviamente non è così. Si pensa, poi, che, se tu stai con un bravo ragazzo, stai con una persona noiosa, quindi non ti diverti. Meglio vivere il brivido, l’emozione di chi ha modi bruschi e spesso anche violenti. A scuola dovremmo lavorare di più sulla gelosia, la possessività, la proprietà, spiegando che non sono cose buone per noi e per chi ci sta accanto».

Spesso si riproducono modelli negativi vissuti in famiglia

«Tutto dipende da persona a persona», secondo Manuela, «ma conta sempre l’educazione che hai ricevuto. Se un ragazzo ha vissuto in una famiglia dove il padre e la madre sono separati, dove magari c’è un contesto tossico perché manca la serenità e i toni sono sempre accesi, riprodurrà l’unico modello che conosce avendo difficoltà ad accettarne uno diverso. Spesso il modello maschile porta tanti pregiudizi e stereotipi. E poi ci sono i social come Tik Tok dove, soprattutto dopo la pandemia, è cresciuto il livello di aggressività. Prima era soltanto un luogo in cui la persona si poteva esprimere ballando, cantando, divertendo e divertendosi, ora è diventato tutto più tossico. C’è tanto bullismo e cyberbullismo».

 Un presente pieno di dubbi, un futuro evanescente

«Crediamo di non avere molto futuro, anche perché con tutto quello che viviamo, sono in tanti a pensare di non servire a nulla. Io ne sono un esempio», si sfoga Alessia, «perchè, sino alle medie, ero convinta che faceva figo non studiare, pensando di potere essere più popolare. Invece, da quando sono alle superiori, ho capito che è importante, perché è il mio futuro. Rispetto, poi, all’educazione sentimentale e sessuale, ritengo che dovrebbe essere materia ufficiale a scuola. Eviterebbe di fare arrivare molte ragazze a un punto di non ritorno».

Un progetto che ha insegnato tanto, ma soprattutto ha mostrato che gli “spazi sicuri” a scuola non si improvvisano. Per questo, Edi Onlus ha scelto di sviluppare dei percorsi dedicati a docenti, educatori ed educatrici, formatori e formatrici, con l’obiettivo di costruire ambienti educativi capaci di decostruire stereotipi e contrastare ogni forma di violenza. Soprattutto quella agita nei confronti degli adolescenti. Nel 2023 si è lavorato sul tema delle emozioni nella relazione educativa, la tutela e il benessere a scuola; nel 2024-25, il percorso ha offerto strumenti teorici e pratici per affrontare temi come relazioni affettive, identità, salute e benessere, diritti, rispetto del corpo, consenso, e prevenzione delle discriminazioni e della violenza di genere.

Attraverso i laboratori di advocacy partecipata in diverse scuole di Palermo, ragazzi e ragazze, riflettando sul concetto di “spazio sicuro”, hanno approfondito temi come l’amore romantico, l’identità sessuale, il body shaming,  la violenza di genere e le diverse forme di discriminazione.

L’importanza di sapere cosa fare

«Dentro questo progetto c’è un’attività che si chiama “Child Safeguarding”, ossia la tutela dei minori da abusi e maltrattamenti», spiega Alessia Maso, coordinatrice di “Traiettorie Urbane” e vicepresidente di Edi. «Rispetto a questo tema ci siamo resi conto che le associazioni stesse non sono preparate, nel senso che noi tutti spesso non sappiamo cosa fare nel momento in cui riceviamo una confidenza. Quello che abbiamo fatto è stato costruire una policy, quindi un codice di condotta e tutta una serie di procedure, per sapere come agireal fine di tutelare al massimo la persona minorenne. In alcuni casi, il migliore supporto che possiamo dare è quello di individuare un’unica persona, che è poi il nostro referente responsabile per il Child Safeguarding, che sa bene a quali servizi indirizzare la richiesta, ma soprattutto come comportarsi».

Formarsi per prevenire situazioni di abuso e maltrattamento

«Oggi ci sono 96 operatori e operatrici sparsi su tutta l’area del capoluogo siciliano che, grazie alle associazioni che costituiscono la rete di Traiettorie, lavorano a stretto contatto con gli insegnanti del territorio. Abbiamo fatto una prima formazione incentrata sull’educare con le emozioni», conclude Maso, «perché l’idea di fondo è che, se abbiamo uno spazio sicuro in cui i ragazzi e ragazze si fidano a portare le proprie esperienze, possiamo fare emergere le fragilità e rispondere con percorsi di benessere. Abbiamo, poi, ritenuto fondamentale puntare a una formazione più specifica sulla violenza di genere e oggi, grazie a Fondazione Eos che ci ha dato un ulteriore finanziamento, siamo seguendo un percorso di educazione contro gli stereotipi che ha coinvolto insegnanti, educatori ed educatrici, quindi i team andati nelle classi con cui abbiamo lavorato a due piccoli mini-video di sensibilizzazione: uno sul bullismo omofobico, mentre l’altro sulla violenza contro le donne, in realtà sullo stupro. Lo abbiamo realizzato dopo l’omicidio di Sara Campanella, del quale la classe sentì subito l’esigenza di parlare. Hanno capito che di noi si potevano fidare e oggi abbiamo davanti a noi un futuro pieno di grandi aspettative. Da entrambe le parti».


Vita

Immagine




 

 

domenica 1 settembre 2024

GESTIRE LE EMOZIONI

 


Gestire le emozioni in classe, l’approccio innovativo di Massimo Sidoti:

 “Proporre modello educativo che responsabilizzi gli studenti e faccia comprendere le proprie emozioni”

 

Di redazione

 Con l’inizio di un nuovo anno scolastico, Massimo Sidoti, pedagogista e presidente di Exducere.com, ci invita a riflettere sull’importanza di comprendere l’intelligenza emotiva degli alunni.

 In un contesto educativo sempre più complesso, la capacità di gestire le emozioni diventa cruciale per il rendimento scolastico e per il benessere degli studenti. Le sue parole offrono spunti significativi su come la pedagogia possa evolversi per rispondere alle sfide contemporanee.

 Sidoti sottolinea che l’intensità emotiva con cui gli alunni vivono le loro esperienze scolastiche è fondamentale. “L’adolescente dice che non riesce a contenere il suo stato emotivo. È più forte di me! Mi travolge”. L’affermazione evidenzia la necessità di un approccio educativo che non solo riconosca le emozioni, ma che le gestisca in modo costruttivo. Il pedagogista ha il compito di guidare gli studenti nel riconoscere e contenere le loro emozioni, trasformando l’emotività in sentimenti più gestibili.

 Un aspetto chiave del discorso di Sidoti è la distinzione tra sentimenti ed emotività. Mentre l’emotività è immediata e spesso travolgente, i sentimenti si sviluppano successivamente e richiedono un processo di riflessione. “Occorre distinguere i sentimenti dall’emotività,” afferma Sidoti, evidenziando che l’educazione al sentimento da sola non è sufficiente. È necessario un intervento pedagogico che aiuti gli studenti a navigare tra le loro emozioni e a sviluppare una consapevolezza emotiva.

 Sidoti propone un modello educativo che responsabilizzi gli studenti, rendendoli capaci di gestire la propria emotività e sviluppare un pensiero logico-razionale. “Mente e cuore vanno di pari passo,” afferma, suggerendo che l’integrazione delle emozioni nel processo educativo è essenziale per formare individui equilibrati e consapevoli. Le scuole devono quindi promuovere un ambiente in cui gli studenti possano esprimere e comprendere le proprie emozioni, facilitando così un apprendimento più profondo.

 Sidoti introduce il concetto di “pedagogia funzionale,” un approccio che mira a semplificare i processi evolutivi degli studenti. Attraverso attività come “l’ora del racconto” e “l’ora della socialità,” il pedagogista può creare spazi di apprendimento che favoriscano l’espressione emotiva e la socializzazione. Inoltre, l’idea di lezioni en plein air, immerse nella natura, rappresenta un’innovazione didattica che può stimolare la curiosità e l’interesse degli studenti.

 Un altro punto cruciale del discorso di Sidoti è l’integrazione della pedagogia cognitiva nel curriculum scolastico. Questa branca della pedagogia si concentra sui processi mentali coinvolti nell’apprendimento, come la memoria, l’attenzione e la risoluzione dei problemi. “Il funzionamento della mente è assimilato,” afferma, sottolineando che comprendere come gli studenti apprendono è fondamentale per migliorare le pratiche educative.

 Orizzonte scuola

giovedì 2 maggio 2024

I GIOVANI, IL CORPO, GLI AFFETTI

 


L’amore vero 

salva dagli abusi

- di Emanuela Vinai

 

«E questo mi induce a interrogarmi sulle emanazioni del corpo rappresentate dalla figura, dall’andatura, dalla voce, dal sorriso, dalla calligrafia, dalla gestualità, dalla mimica, uniche tracce lasciate nella nostra memoria da coloro che abbiamo davvero guardato». Quanta verità in questo passaggio di «Storia di un corpo» di Daniel Pennac. L’amore si riconosce da quel che si nota, e resta impresso, dell’essere amato, nella sua totalità: nel suo muoversi nel mondo, nei suoi atteggiamenti, nella luce dello sguardo, in quei piccoli difetti che diventano le perfette imperfezioni, in quella indivisibile unità tra il corpo nella sua fisicità e chi quel corpo lo fa vivere. Se è così, quanto può essere riduttivo, limitante, ristretto, un (ab)uso del corpo, considerato come disgiunto dalla persona?

 Il tema della corporeità e dell’affettività, soprattutto quando parliamo di giovani e ai giovani, è qualcosa che deve interpellarci nel saper trovare parole nuove, con radici antiche, che raccontino della bellezza di una relazione sana, improntata sul rispetto reciproco e sull’importanza, necessaria, di scoprire i limiti della persona. Quando parliamo dell’esperienza dell’affettività, facciamo riferimento a una dimensione relazionale cui va riservata un’attenzione speciale, uno spazio prezioso che occorre costruire, coltivare, custodire. L’apporto educativo della tutela dei minori passa anche attraverso l’educazione a un corpo che sia soggetto e non oggetto, a un’esperienza serena dell’affettività.

 Oggi il pensiero dominante, spinto da una certa pubblicistica che troppo spesso propone modelli di guadagno facile connessi alla svendita del corpo, è quello che si lega alla soggettività assoluta, in cui l’imperativo è la centratura su sé stessi e sul soddisfacimento dei propri desideri, senza dare valore e riconoscimento all’altro e nemmeno, paradossalmente, alla preziosità del sé. C’è una nuova generazione che cresce a contatto diretto con modi di pensare e di relazionarsi con la corporeità molto diretti, disintermediati, che nel tempo corrono il rischio di diventare rapporti di abuso, perché non c’è rispetto dell’altro. Quanto è importante individuare con precisione il valore del consenso e dell’essere consenzienti? Se ogni cosa è consumo, mercificazione, prestazione basata sull’aumento del gradimento, nel meccanismo perverso dei like, quanto può essere davvero libera la scelta di mettersi in vista a tutti i costi?

 I meccanismi dell’abuso passano anche attraverso lo sfruttamento delle fragilità, delle insicurezze, degli smarrimenti che sono connaturati al nostro essere umani e che negli anni dell’adolescenza e della giovinezza sentiamo ancora più forti. Chi sono io? Cos’è questo corpo che si trasforma, cosa sono questi sentimenti contrastanti che si agitano nel mio animo e a cui non so dare un nome? Cosa determina la mia fame di volere essere amato, visto, riconosciuto?

 Un progetto educativo che abbia a cuore una crescita autentica deve partire dalla persona, dalla sua dignità intrinseca. Chi abusa che visione ha della persona? Vede solo un essere, una cosa, che può utilizzare a suo piacimento. Nell’assenza totale di empatia e di incapacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni si ritrova una visione nociva della sessualità e della corporeità, mentre il primo principio di una relazione sana è quello del non usarsi e non usare, impegnandosi in scelte coerenti e corrispondenti.

 Nella formazione un tema insistito è relativo alla presa di consapevolezza degli abusi. Se le segnalazioni di comportamenti ambigui (o abusanti) stanno pian piano emergendo, è perché attraverso la divulgazione delle linee guida, l’ascolto sul territorio, le pubblicazioni dei sussidi, si comprende che esistono “le parole per dirlo”. E che non abbiamo timore di usarle. La visione sistemica del fenomeno degli abusi spinge su quattro leve fondamentali: formazione, vigilanza, contrasto, accompagnamento. E tutto questo è reso possibile dal coinvolgimento della comunità tutta, perché il primo tassello di un ambiente sicuro è ruolo del contesto, che è la comunità.

 La Chiesa, nelle parole di chi se ne è allontanato, è percepita come quell’entità slegata dall’attualità, che vuole soltanto proibire. Al contrario, va reso evidente che le buone prassi aiutano a vigilare su noi stessi e gli altri per riconoscere il male in tempo. I no danno fastidio, ma dovrebbero essere pronunciati a favore di quella ricerca della felicità che approfondisce il perché, il significato di ciò che è. Per questo la prevenzione non è né accusatoria né oppositiva, ma propositiva e dinamica.

 I giovani hanno fame di queste cose, il problema è che trovano nutrimenti sbagliati. Scontiamo, a fronte di infiniti dibattiti, una preoccupante lacuna nella presenza di interlocutori e accompagnatori adeguatamente formati su temi su cui i ragazzi sono tanto sensibili quanto facilmente disorientati.

 E allora, se ci chiediamo quale contributo possiamo dare come Servizio per la tutela dei minori a quello che è il progetto educativo di una pastorale dedicata ai giovani, la prima domanda è: in che cosa possiamo lavorare insieme? La prospettiva giusta è nel camminare su un percorso comune, aiutandosi reciprocamente con quella sinergia positiva del formare e informare comunità e persone, in cui si è d’accordo che fare certe cose non è un bene. Puntiamo a un modo più bello e più sano di relazionarsi, all’essere testimoni credibili del vivere relazioni buone, in cui tutti si sentano bene. E al sicuro.

 www.avvenire.it

 

sabato 13 gennaio 2024

SESSUALITA' E VIOLENZA

La distorsione della sessualità

alla radice 

della violenza


-        - di Giuseppe Savagnone- *

 

I nuovi tabù

Il problema – reale e drammatico – delle violenze sessuali perpetrate ai danni delle donne è sempre più presente nelle cronache e nell’attenzione dell’opinione pubblica. La loro forma più estrema, sono i femminicidi. Ma ce ne sono tante altre, alcune antiche, come le molestie sessuali, altre collegate all’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione, come i ricatti con cui un ragazzo costringe la sua ragazza a continuare il rapporto, minacciando di mettere sulla rete foto o video che la ritraggono nuda o in atteggiamenti compromettenti.

La risposta a questa emergenza, da parte delle istituzioni, si svolge finora su due piani. Da un lato si rafforzano le misure di pubblica sicurezza, per prevenire o bloccare tempestivamente queste violenze. Dall’altro si punta sulla introduzione, nelle scuole, di corsi di educazione – come quello da poco varato dal ministro Valditara – volti a creare una mentalità e una sensibilità di rispetto nei confronti dell’altro sesso.

Tutto questo è sicuramente opportuno. C’è però da chiedersi se sia sufficiente. E, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto educativo, se la battaglia che si è intrapresa contro la “cultura del patriarcato” non distolga dal problema di fondo, che riguarda il modo di concepire e di vivere il sesso, oggi, da parte soprattutto dei giovani. Di questo si parla pochissimo, anzi è diventato un tabù parlare, come pochi decenni fa lo era parlare in pubblico del sesso.

Si tende a tacere, così, che la liberazione, in sé salutare, dalla rigida gabbia di divieti, silenzi e ipocrisie che avvolgeva questa dimensione della vita personale e sociale ha determinato però, come “danno collaterale” della cui gravità cominciamo a percepire gli effetti, una banalizzazione della sessualità che la riduce ad oggetto di consumo.

Mentre si grida ad alta voce – giustamente – per protestare contro le forme più vistose di violazione della dignità delle donne, si accetta come prassi normale che la pubblicità utilizzi il corpo umano – soprattutto quello femminile – come simbolo e richiamo commerciale.

Così come si parla ben poco del problema rappresentato dal dilagare della pornografia. È di pochi giorni fa il grido d’allarme di Lucetta Scaraffia, sul quotidiano «La Stampa» – «Se i giovani crescono con la pornografia» – in cui si denuncia l’uso purtroppo diffusissimo ed esteso della pornografia che costituisce, soprattutto per i maschi, il primo e spesso l’unico modello in materia.

La precocità dei rapporti sessuali

Esiste una relazione diretta fra uso della pornografia tra i 10 e i 19 anni e la sempre maggiore precocità del primo rapporto. Più sono precoci l’età d’uso e le ore spese sui siti pornografici, maggiore è anche la probabilità di anticipare l’esperienza sessuale a un’età in cui non si è, fisicamente, ma soprattutto psicologicamente, in grado di viverla con pienezza.

Secondo l’Osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza, il 19% degli adolescenti ha rapporti sessuali prima dei 14 anni. E per oltre la metà dei ragazzi il primo rapporto avviene tra i 15 e i 17 anni.

Con un allarmante distacco – in un’età decisiva per lo sviluppo della personalità – fra affettività e sessualità. Più di un terzo di oltre 1.000 giovani “under 20”, intervistati dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia (SIGO), ha dichiarato la propensione a consumare il rapporto già dopo il primo incontro.

Per la metà di essi non c’è una regola e solamente il 4% attende di essere ufficialmente una coppia. Di oltre 1.000 giovani intervistati il 42% aveva già avuto 2-5 partner, e il 9% ne aveva già avuti più di 10» (Nicola Surico, presidente della SIGO). Diventano più frequenti anche le esperienze di sesso di gruppo.

Da qui, «l’analfabetismo sentimentale, in crescita anche fra le ragazze», che «si traduce nella scomparsa del corteggiamento a vantaggio di un uso sessuale del corpo precoce, aggressivo e progressivamente promiscuo (…). L’analfabetismo sentimentale diventa poi analfabetismo sensuale: si fa sesso, si agiscono comportamenti sessuali, amputati però della capacità di sentire le emozioni, la gioia di una carezza a lungo desiderata e sognata, il gusto di un abbraccio e di un bacio che faccia sentire unici, amati e felici.

La frustrazione e la noia che derivano da un sesso privo di sentimenti e d’amore aumentano il bisogno di “accendersi” con alcol e droghe, o con la pornografia, in crescita esponenziale soprattutto fra i giovani» (Alessandra Graziottin Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano).

I problemi fisici e psichici

I medici non mancano di avvertire, con crescente preoccupazione, delle conseguenze di questi fenomeni, prime fra tutte l’aumento del rischio di patologie sessuali infettive e il moltiplicarsi di gravidanze indesiderate.

Da qui la loro denuncia della mancanza di un’adeguata educazione sessuale da parte degli adulti. In famiglia non se ne parla, tra figli e genitori, e a scuola se ne parla male, soprattutto con i compagni (quasi mai con i professori).

Il problema non riguarda solo questi pericoli di ordine fisico. Il ricorso sistematico alla pornografia e la tendenza a ridurre il corpo dell’altro a mero oggetto da cui trarre piacere, senza stabilire una vera relazione personale, producono anche effetti psicologici.

Primo fra tutti «un narcisismo autoreferenziale, deleterio per la crescita della capacità di amare, di sentire e riconoscere i sentimenti dell’altro e dell’altra e di vivere in armonia con il mondo» (A. Graziottin). Narcisismo che, a sua volta, nasconde una profonda insicurezza.

Riferendosi a un caso da lei seguito personalmente, una psicoterapeuta scriveva sulla rivista del Centro italiano di sessuologia (CIS): «L’utilizzo massiccio e coatto della pornografia ha determinato nel tempo in Matteo un senso di onnipotenza così forte e massiccio da annullare i confini tra il mondo reale e il mondo virtuale. L’Onnipotenza (…) insieme a un intenso e totalizzante disvalore di sé, hanno trionfato su ogni limite e regola creando un mondo abitato da fantasie ossessive all’interno del quale si poteva essere e fare qualsiasi cosa» (Giulia Mondini, in «Rivista di sessuologia, 46, n.2, luglio-dicembre 2022).

Forse questo corto circuito tra insicurezza e senso di «onnipotenza» potrebbe spiegare molto più realisticamente della “cultura del patriarcato” i comportamenti distorti di molti maschi. Filippo Turetta dormiva col peluche e si sentiva soverchiato dai successi della sua ragazza. Altro che patriarca!

“Fare sesso”, amore e sessualità

Il problema, perciò, non si risolve solo ribadendo, come oggi si fa spesso, la necessità di rispettare la libertà delle ragazze, il loro diritto di vestirsi come vogliono, di uscire quando vogliono, etc. Bisogna avere il coraggio di rimettere in discussione – attirandosi l’accusa di moralismo e di oscurantismo – l’uso ormai diffuso di leggere i rapporti uomo-donna nella logica del “fare sesso”.

Un autore non sospetto, Francesco Alberoni, scriveva a questo proposito: «“Fare sesso” sta a dirci che il sesso si può fare come una qualsiasi cosa pratica: fare un bagno, far colazione, fare la spesa. Il sesso, infatti, può essere un atto volontario senza nessun coinvolgimento emotivo, senza bisogno di conoscere la vita dell’altro, senza partecipare delle sue emozioni, dei suoi sogni.

Il sesso puro, “fare sesso”, è per sua natura potenzialmente impersonale e promiscuo. Con la parola “fare l’amore” indichiamo il rapporto fra un uomo e una donna che si amano in modo totale, esclusivo, un amore ad un tempo erotico e spirituale che cresce nel tempo».

Ma, senza bisogno di chiamare in causa l’“amore” di cui parla Alberoni, è la stessa sessualità che implica molto di più del “fare sesso” e che viene tradita ogni volta che la si riduce a questo.

Scrive la stessa specialista sopra citata nella rivista del CIS: «Il sesso indubbiamente fa parte della sessualità (…), ma la sessualità rappresenta qualcosa di molto altro e di più profondo. Non andrebbe dunque dimenticato che il suo primo e più importante significato è “relazione”: una relazione come momento strutturante della persona in tutto il suo essere e in tutto il suo esistere nel mondo.

Sessualità significa l’incontro con se stessi attraverso l’Altro e gli Altri: sempre presume uno scambio e a pieno titolo rappresenta una parte fondante dell’identità. In questo prezioso e decisivo senso la prima coppia è data dall’”Io con Me” attraverso “Te”».

L’incontro con l’altro nella sessualità è anche incontro con se stessi. Ma ciò suppone la capacità, da parte dei giovani, di entrare davvero in rapporto con se stessi. Di avere un io. La loro libertà di fare le più diverse esperienze è una conquista reale, ma per essere autentica esige che essi siano capaci non solo di “fare” quello che vogliono, bensì anche di “scegliere” cosa volere, senza essere plasmati e travolti dalle mode di una società protesa al consumo indiscriminato di tutto, anche degli esseri umani.

Altrimenti non solo la libertà di “fare” finisce per mascherare un ben più radicale condizionamento, che in definitiva la vanifica, ma si rischia di vivere alla superficie di se stessi e di cercare in questo consumo frenetico, nella logica del “tutto e subito”, il surrogato di una vita interiore che non si è capaci sviluppare.

Di tutto questo si parla molto poco. Al massimo si insiste sulla necessità di fornire ai ragazzi e alle ragazze l’informazione sulle precauzioni richieste per rendere il “fare sesso” sicuro. Forse perché a trasmettere il vuoto interiore ai nostri giovani, in definitiva, siamo noi, gli adulti…

Già sarebbe un passo avanti prendere coscienza di questi problemi, e avere il coraggio di avviare su di essi un serio confronto, sfidando i luoghi comuni e i “dogmi” non scritti del politically correct.

Da qui forse potrebbe scaturire una svolta culturale capace di riflettersi sull’educazione dei giovani nelle famiglie e nella scuola. Tempi lunghi, sicuramente. Ma meglio che continuare a illudersi che il dramma dei femminicidi si possa superare senza rimettere in discussione il nostro modo di concepire e di vivere la sessualità.

 

*Scrittore ed Editorialista. Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.

www.tuttavia.eu



 

 

 

martedì 28 novembre 2023

UN MASCHIO DA LAPIDARE


 La tragica vicenda di Giulia Cecchettin ha lasciato il segno, forse più di altre in cui le vittime sono donne uccise dal loro compagno, marito o fidanzato che sia. E ha innescato un dibattito che però, dice Paolo Crepet, psicologo specializzato in problematiche educative giovanili, non è stato incanalato nella giusta direzione.


Più che interrogarsi sugli omicidi in quanto atti commessi dagli uomini, bisognerebbe spostare l'obiettivo sulla violenza che segna il nostro modo di vivere, su quella mancanza di relazioni interpersonali sane che fanno crescere i ragazzi e anche gli adulti. Anche l'idea di un'ora di sentimenti, in cui parlare, a scuola, di educazione affettiva, lascia il tempo che trova. Meglio, sostiene Crepet, una settimana bianca in cui i ragazzi possano stare con gli altri. L'educazione ai sentimenti si fa anche in parrocchia, nella squadra di calcio o di basket, nelle esperienze con gli amici: bisogna ricominciare dalla vita e imparare, lì, il rispetto.

A cosa ci pone di fronte questa vicenda?

A tanti fallimenti. Prima di tutto quello educativo, non solo nei confronti dei bambini, dei ragazzi, ma anche tra di noi. Una reazione così forte come quella che si è verificata in seguito a questa tragedia non ci porta grandissima speranza. La teoria per cui non c'è da fidarsi perché noi maschi, nel migliore dei casi, siamo dei precursori delle violenze, se non degli assassini, quindi o assassini o inconsciamente assassini, mi sembra una teoria nazista: i nazisti ragionavano così, ovvero secondo genetica. Tutti i maschi sono tali geneticamente parlando, ma sono diversi tra loro per tutto il resto. Giacomo Leopardi è diverso da Lucky Luciano: non è genetica, è cultura. Se questa diversità non esiste, tuttavia, allora vuol dire che anche le donne sono tutte uguali.

È questo il messaggio?

Sì. Non è stato così, invece, nel caso di Cogne: credo che una donna non si identifichi in una madre assassina.

Cos'è che non funziona in questa lettura dei fatti?

Rispetto a quello che è uscito mi aspetterei una donna che dicesse: «Non è esattamente così» C'è una schizofrenia tra una parte politica che dice «Vogliamo l'ora di buoni sentimenti» e i maschi che, però, sono considerati tutti potenzialmente assassini. La violenza inizia sempre con le parole e allora bisogna stare attenti alle parole, perché sono pietre: vogliamo lapidare il maschio? In realtà ci vorrebbe un'assunzione di responsabilità da parte di tutti e due, uomini e donne. È una questione complessa che va risolta come tale. Oppure va bene così, e allora torniamo ai grembiulini rosa da una parte e a quelli azzurri dall'altra. Che lo si dica, però.

Qual è allora la discriminante tra un uomo capace di relazioni rispettose e uno che diventa omicida?

È l'esperienza di vita che ce lo dice, non l'appartenenza genetica.

 Per quale motivo ci sono tanti femminicidi?

Le statistiche dicono che, in maniera molto moderata, i casi sono in calo. I numeri non mi bastano: se anche gli episodi sono 103 o 104, finendo l'anno a 110, siamo di fronte a una quantità enorme. Il fatto che siano meno di quanto capitava dieci anni fa, insomma, non mi consola. Il problema vero è cosa facciamo. Dobbiamo andare oltre: non credo che il problema sia solo il femminicidio, ma la violenza, all'interno della quale c'è l'orrore dell'orrore che è l'omicidio. Nel caso della ragazza (Giulia Tramontano, nda) uccisa dal fidanzato (Alessandro Impagnatiello, nda) mentre era incinta, la donna aveva parlato con l'amante del suo uomo. È stata trucidata, ma non mi pare che dopo quel colloquio qualcuno sia andato dai carabinieri. Non lo dico per colpevolizzare, è per capire. Evidentemente è una situazione complicata.

Quanto complicata?

Ho avuto una paziente che mi ha stalkerizzato per anni, lo so quanto è difficile. Sono andato a denunciare, ma non è che questo risolve. Non basta andare al centro antiviolenza. Quando lo hai fatto, va via l'ansia? Io avevo l'ansia di uscire di casa. Ce l'avevo ovunque andassi, avevo le guardie del corpo. Non voglio farla troppo semplice e concludere che anche le donne stalkerizzano, ma sottolineare che questo discorso non può essere ideologizzato. Che poi sono gli uomini che agiscono in maniera più definitiva e violenta lo so, ma il fenomeno non è maschile. La violenza è maschile, in gran parte forse, ma anche femminile. Vogliamo andare a vedere in una separazione in Tribunale chi tra l'uomo e la donna è più crudele, più aggressivo, chi fa più ricatti?

Di cosa c'è bisogno per comprendere questa complessità?

C'è bisogno di tutto fuorché di ulteriore violenza. Questa ragazza che è morta davvero avrebbe voluto dividere il mondo con un pregiudizio così profondo, così totalizzante? Secondo me non avrebbe voluto essere motivo di tutto questo. Invece c'è questa vittimizzazione maschile per cui siamo tutti lì con il capo cosparso di cenere e non possiamo dire niente. E non faccio questo discorso perché sono un maschio. Se si parla di una figura come la madre che può diventare negativa, poi, apriti cielo. E perché? Non posso parlare male di una madre diseducativa? Non ho detto “di tutte le madri”. Nella mia esperienza ne ho vista una quantità esorbitante. Sto dicendo madre ma potrei dire padre, ovviamente. Sto dicendo che nessuno si può tirare indietro.

 Da cosa possiamo cominciare?

Cominciamo dai bambini: pensiamo che sia meglio metterli insieme perché crescendo la loro sessualità possa essere concepita meglio? Allora pensiamo in modo positivo le nostre relazioni, ma così non posso arrivare alla conclusione di prima. Facciamo qualcosa di bello per i bambini senza pensare che il maschietto diventerà un assassino: è un problema culturale, educativo, non genetico.

C'è un problema di educazione alla relazione?

Un problema enorme.

Anche l'ora di relazione a scuola sarebbe inutile?

 Cambiamo la scuola per quello che è. Favoriamo una scuola che duri più tempo, che sia a tempo pieno. Cosa significa il rientro pomeridiano di un'ora e mezza ogni tanto? Questo evento tragico ha aperto i cancelli a cose che mai mi sarei immaginato potessero essere dette, dal governo all'opposizione, senza soluzione di continuità. Come il rientro un'ora e mezza due volte al mese per questi corsi. Un'attrice nota mi ha detto: «Da qualche parte bisogna pure cominciare». Cosa vuol dire? Che si va a caso? Siamo un Paese alla deriva. La mia paura è che qualcuno metta un mental coach al liceo classico. Ho sentito con le mie orecchie che fra i candidati a questa accademia dei buoni sentimenti ci può essere un influencer. Mi vengono i brividi. Non so se qualcuno abbia una vaga idea dell'universo degli influencer, degli o delle youtuber. Sono delle teste vuote.

 Ma questa educazione alle relazioni allora da dove comincia? Dalla famiglia?

Dalla vita: un po' in parrocchia, un po' a basket, un po' in discoteca, al baretto, a scuola. Anche giocare a pallone ti insegna i sentimenti: se dai un calcio alla tibia a quello davanti lui piange, hai fatto una cosa scorretta, te ne penti, chiedi scusa. C'è rispetto.

 Viviamo in un mondo che ti porta a pensare a te stesso e basta: è un ostacolo che si può superare?

 Non si fanno più neanche le gite scolastiche: i ragazzi non ci vogliono andare, perché è una rottura di scatole, anche sabato e domenica preferiscono stare in camera. Tutto quello che era per generazioni e generazioni libertà, occasione di incontro, svago, gioia, adesso è orrore. I genitori sono ancora più contenti perché così non si fanno male, non devono preoccuparsi con chi dormono, né di cosa possono fare in albergo in montagna se fanno la settimana bianca con la scuola. Quindi meglio che stiano in camera da letto con il telefonino. In questa realtà, in cui famiglia e scuola si mettono d'accordo per non fare niente, arriva l'idea della Schlein e della Meloni dell'educazione sentimentale. La settimana bianca è educazione sentimentale: dovrebbe essere obbligatoria, e se c'è una famiglia che non ha i soldi dovrebbe pagarla lo Stato. Ci sarà casino alle 2 di notte? Possibile. Poi a volte è difficile anche trovare insegnanti che si prestano alle gite, perché rischiano una denuncia. Se ci sono ragazzi che si danno quattro schiaffi per via di una ragazza, il padre di chi le ha prese denuncia soprattutto il professore che non è stato vigile. Il risultato più ovvio, allora, è stare a casa.

 Fonte: Italia Oggi