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venerdì 31 luglio 2026

DON MAZZI AL SERVIZIO DEI GIOVANI

 


 “È morto don Mazzi, il sacerdote che non ha mai smesso di cercare i ragazzi”


-di Viviana Daloisio

Con Exodus è stato tra i primi a tendere la mano ai tossicodipendenti, trasformando il Parco Lambro di Milano in un luogo di rinascita. Intuì prima di molti altri che la risposta alla droga si deve dare sul piano educativo.

L'infanzia difficile, la “scuola dei preti”, la vocazione, il volto mediatico.

Il telefono ha continuato a squillare fino alla fine, nella storica sede di Exodus al Parco Lambro di Milano, sotto le grandi travi di legno che reggono il soffitto.

Lì, nel luogo che per decenni è stato una delle frontiere del disagio giovanile italiano, don Antonio Mazzi s’è spento oggi pomeriggio all’età di 96 anni, circondato dalla sua grande, immensa famiglia.

Ormai da tempo non ci arrivano più i ragazzi dell’eroina, quelli che negli anni Ottanta la dipendenza e la strada consumavano nell’impotenza generale e che il sacerdote veronese – solo, insieme agli altri “preti di frontiera” che in quegli anni sceglievano la prima linea delle periferie umane e geografiche del nostro Paese – raccoglieva e provava a salvare.

A chiedere aiuto per figli fragili come cristalli, scavati dal disagio mentale, dall’anoressia, dal male di vivere, dalle dipendenze da azzardo e social network, ci sono sempre più spesso i banchieri, i politici, le madri disperate, le famiglie smarrite.

Lui, il don, li ascoltava tutti dalla sua grande scrivania e continuava a fare ciò che aveva fatto per tutta la vita: incontrare le persone prima ancora che i loro problemi.

Ridurre la sua storia a quella del prete che ha combattuto la droga sarebbe ingiusto.

La tossicodipendenza è stata la grande emergenza dentro cui il nome di don Antonio Mazzi è diventato familiare a milioni di italiani, ma il centro della sua vocazione è sempre stato un altro: la convinzione che nessun ragazzo si salvi senza qualcuno che lo riconosca, lo accompagni e gli restituisca fiducia.

Quella convinzione era nata molto prima di Exodus, molto prima di Milano.

A Verona per l’esattezza, dove Antonio Mazzi viene al mondo il 30 novembre del 1929.

Il padre muore quando lui ha appena tredici mesi ed è un’assenza destinata a segnare tutta la sua esistenza: anni dopo scriverà che proprio quel vuoto gli fece comprendere la sua vocazione più profonda, «essere padre per altri».

Il sacerdozio, senza quella paternità, gli sarebbe sembrato soltanto «tonaca, turibolo, sacrestia e fervorini».

Da ragazzo, d’altronde, Antonio non assomiglia affatto all’immagine del seminarista modello: è inquieto, ribelle, insofferente alle regole, viene persino bocciato per cattiva condotta.

Cresce nella povertà, attraversa la guerra, sperimenta la fatica di vivere solo con la madre. Sono i semi di quello che gli avrebbe consentito, più tardi, di capire a pelle i ragazzi che tutti gli altri giudicavano irrecuperabili: «Io, se non fossi diventato sacerdote, sarei stato uno di voi» ripeteva spesso, a volte scherzando, a volte col volto corrucciato, attraversato da chissà quali ricordi.

L’incontro con l’opera di san Giovanni Calabria (che frequenta più per necessità che per devozione) e poi con i giovani travolti dall’alluvione del Polesine è decisivo: anche in quei ragazzi, che lui s’era offerto di accompagnare come educatore, riconosce qualcosa di sé.

Da allora la sua strada non cambia più: stare dalla parte degli ultimi, soprattutto quando gli ultimi sono giovani.

Quando negli anni Settanta l’eroina invade le città italiane, don Mazzi è tra i primissimi a comprendere che non basta reprimere né compatire: occorre costruire luoghi in cui ricominciare.

Exodus

Nasce così Exodus, destinata a diventare una delle esperienze educative e sociali più significative del Paese.

Dimenticate il modello di comunità terapeutica che conosciamo oggi: Exodus è da subito una casa (lo spazio viene ricavato in una vecchia cascina), poi una cooperativa che offre percorsi di lavoro, poi un luogo di educazione e di formazione da cui fioriranno negli anni i progetti internazionali e i centri giovanili che allargheranno all’Italia e al mondo la missione originaria.

Il cuore pulsante dell’opera è e resta un luogo simbolo, il Parco Lambro: lì dove Milano ha conosciuto gli anni più duri della droga don Antonio costruisce il suo presidio educativo permanente.

Che per lui è un rifugio, un laboratorio, spesso anche un grido nei confronti di una città e di un Paese che la droga, e i “drogati”, non vuole vederli.

Figurarsi aiutarli.

Il don non si accontenta. Negli anni diventa anche un volto popolare della televisione, un autore prolifico (lunghissima la sua collaborazione con Avvenire), un interlocutore ascoltato da politica e istituzioni.

Ma in ogni contesto continua a diffidare delle formule e delle ricette precostituite, preferendo la relazione personale: «Spengo il cervello e accendo il cuore» diceva spiegando il modo in cui avvicinava i ragazzi, che subito lo amavano.

E quando tra quei ragazzi passavano anche i protagonisti delle pagine più oscure della cronaca italiana, per lui era lo stesso.

Da Erika De Nardo a Pietro Maso, da Renato Vallanzasca a Fabrizio Corona, don Mazzi sceglieva sempre di vedere prima la persona del personaggio, il ragazzo dell’assassino, l’uomo del detenuto.

Con il passare degli anni il suo sguardo è cambiato insieme ai giovani: don Mazzi ha compreso prima (e meglio) di molti altri che la nuova emergenza non coincide più soltanto con le dipendenze.

I ragazzi che bussano a Exodus, come a tutte le comunità – lo dicevamo all’inizio – sono spesso figli di famiglie benestanti, non necessariamente segnati dalla droga, ma da un senso di vuoto, di inutilità, di mancanza di futuro.

«Un drogato prima o poi lo convinci a non drogarsi più» osservava spesso, «più difficile è curare questa nuova povertà di speranza». Per questo il sacerdote ha anche immaginato una trasformazione radicale della stessa Exodus: non più strutture chiuse, più centri di aggregazione, più presenza nei territori, più educazione preventiva. «Bisogna arrivare prima», ripeteva ai suoi, non aspettare che il disagio esploda.

Il suo impegno, che ha attraversato oltre mezzo secolo di storia italiana, lascia un segno e tanti frutti: migliaia di ragazzi accolti, decine di comunità e una presenza educativa che continua ben oltre la figura del fondatore.

Ma soprattutto uno sguardo: quello di un sacerdote che non ha mai separato la fede dall’incontro concreto con le persone e che ha fatto della misericordia una pratica quotidiana.

Mancherà come l’aria.

www.avvenire.it



LA VIOLENZA DEGLI ORFANI


 In nome 

della 

 sicurezza

-di Giuseppe Savagnone

«Chi aggredisce, chi rapina, chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni», ha detto la premier Giorgia Meloni in un videomessaggio, per spiegare il senso del ddl con cui il 23 luglio scorso il governo ha modificato l’articolo 98 del Codice penale, introducendo la presunzione della capacità di intendere e di volere per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Ci sono «ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla», per via della loro minore età.

Obiettivo, fronteggiare quello che, secondo la percezione della maggioranza degli italiani, è il dilagare delle baby gang, gruppi criminali di giovanissimi, spesso solo adolescenti, dediti ad azioni violente, di solito nei confronti di coetanei, troppo a lungo sottovalutati a causa della loro età. Rispondendo così a un bisogno di sicurezza che sembra avere un ruolo decisivo anche ai fini del consenso, in vista della ormai prossima scadenza elettorale.

Ma di questa tematica il nostro esecutivo si era già occupato con il decreto legge noto come il “pacchetto sicurezza Caivano”, il cui titolo era «Misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile». Dove, per fronteggiare questi fenomeni, si erano moltiplicati i casi di custodia cautelare per i minori, si erano aumentate le pene per alcuni reati e si era reso più difficile l’accesso a forme di pena alternative al carcere.

Anche allora queste misure hanno destato vivaci critiche, che si sono rinnovate in occasione del nuovo disegno di legge. E non solo da parte delle opposizioni, ma delle associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, in particolare di quelli dei più giovani, come «Antigone» e «Save the Children».

Dalla logica del recupero a quella del carcere

Critiche peraltro confermate dai fatti, a un anno dal decreto Caivano, secondo Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’osservatorio sulle carceri minorili di “Antigone”, la quale constatava, in un’intervista su «Il Foglio» del 20 ottobre 2024, che questo governo «sta trasformando drasticamente il sistema della giustizia minorile, spostandolo verso un modello criminalizzante, carcerocentrico e purtroppo privo di prospettive». Le prove? Negli Istituti penali per minorenni (Ipm), dopo la “stretta”, le presenze sono aumentate di circa il 35 per cento. Per la prima volta anche le carceri minorili sono alle prese con il sovraffollamento.

E non si tratta sempre di criminali, al contrario: «La crescita degli ingressi negli ultimi 12 mesi è fatta quasi interamente di ragazze e ragazzi in misura cautelare», che sono ancora in attesa di giudizio e risultano dunque, per la legge, presunti innocenti.

Senza dire che il decreto ha permesso un più rapido trasferimento dei ragazzi appena maggiorenni – anche quelli in custodia cautelare – nelle carceri per adulti, dove evidentemente vengono a trovarsi a contatto con un ambiente che rischia di trasformarsi in una scuola di violenza e di criminalità anche per quelli che criminali non erano.

E poi le limitazioni all’applicazione, per i minori, dell’istituto della «messa alla prova», che prevede la sostituzione della detenzione con lo svolgimento di attività di pubblica utilità sotto il controllo dei servizi sociali. Una formula che funziona, perché responsabilizza il minore, coinvolge la famiglia, mobilita il territorio, e che ha una percentuale di esiti positivi superiore all’85 per cento. Il decreto ha introdotto preclusioni automatiche per alcuni reati, comprimendo la discrezionalità del giudice minorile, che non può più applicare la “messa alla prova” in quei casi.

È in questo quadro che ora si inserisce il nuovo disegno di legge sulla presunzione di responsabilità del minore, destinato, evidentemente, ad aumentare il numero dei ragazzi soggetti a misure detentive.

Insieme, i due provvedimenti legislativi stravolgono la logica del diritto penale minorile che era nato, con il dpr 448 del 1988, come un laboratorio di responsabilizzazione e recupero e per cui il carcere era l’extrema ratio. Questo spiega l’opposizione al nuovo ddl anche da parte degli avvocati penalisti italiani. Una nota della giunta dell’Unione delle camere penali parla di «una modifica che incide in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile» e che «aggiunge un ulteriore tassello alla strategia repressiva adottata nei confronti dei minori, iniziata con il decreto Caivano».

La società deve aiutare i giovani prima che punirli

Centrate sull’identità del minore sono le critiche di «Save the Children». L’associazione denuncia una «adultizzazione della giustizia minorile» che misconosce la peculiare identità delle persone che ne sono oggetto. Un adolescente, a differenza degli adulti, è ancora in via di formazione e le sue devianze e i suoi errori non sono espressione di una personalità ormai definita, ma si collocano in una fase ancora in parte indefinita di transizione. «Giovani che commettono anche reati gravi stanno ancora costruendo la propria identità e conservano importanti possibilità di cambiamento». Per questo «il procedimento penale deve avere una finalità educativa e il ricorso alla sanzione penale deve rappresentare l’ultima risposta possibile».

«Save the Children» attira inoltre l’attenzione sulla necessità di far prevalere la prevenzione rispetto alla repressione, individuando e curando le cause della criminalità minorile. «Se un minorenne, soprattutto se molto giovane, arriva a commettere un reato, è necessario interrogarsi anche su ciò che è mancato prima: il sostegno della scuola, della comunità, dei servizi, delle opportunità educative e relazionali che avrebbero dovuto proteggerlo. La tutela della collettività e la prevenzione richiedono soprattutto interventi strutturali sul piano educativo e relazionale dei giovani, anziché un’estensione della risposta penale».

In funzione di questa esigenza, «servono comunità educanti solide e responsabili, capaci di sostenere i ragazzi e le ragazze, non soltanto di controllarli o punirli. È fondamentale offrire opportunità concrete di crescita attraverso:

  • sportelli di ascolto nelle scuole
  • percorsi di sostegno alla genitorialità
  • attività culturali, sportive e sociali accessibili». 

Ma c’è o no l’emergenza sicurezza?

A tutti questi rilievi il governo risponde che siamo di fronte a una situazione di emergenza, a cui occorre far fronte con provvedimenti straordinari. Ed è verissimo che, come prima osservato, questa è la domanda che sale da moltissimi cittadini.

Ora, non c’è dubbio che stiamo assistendo ultimamente a un proliferare di episodi che hanno come protagonisti gruppi di giovanissimi variamente definiti come baby gang o maranza. Molti di questi ragazzi provengono da contesti periferici, famiglie fragili o quartieri con scarse opportunità educative e lavorative. Ma ci sono anche giovani che provengono dalle classi sociali più alte e che non arrivano al crimine per motivi economici.

Elemento comune a tutti è l’assenza o la debolezza delle figure educative: genitori poco presenti, scuola percepita come distante o inutile, adulti incapaci di esercitare un’autorità credibile. Il gruppo diventa così il principale riferimento identitario, con regole proprie e spesso aggressive. I social fungono da cassa di risonanza, utilizzata per trasformare le imprese criminali in spettacolo.

Si deve a questi gruppi, principalmente, se nel 2024 le forze di polizia hanno segnalato 38.247 minori tra denunciati e arrestati, con un aumento del 17% rispetto al 2023 e di circa il 30% rispetto al periodo pre-Covid.

Ma sono davvero numeri che giustificano il clima di emergenza evocato dalla stampa di destra e dal governo? Nell’VIII Rapporto dell’associazione “Antigone”, presentato il 24 febbraio scorso, si racconta una storia abbastanza diversa. Il Rapporto richiama i dati Eurostat, aggiornati al 2023, secondo cui l’Italia è tra i paesi con i tassi di minorenni denunciati più bassi dell’Europa, con 363,4 denunce per 100.000 abitanti, quasi la metà della media europea che è di 647,9.

Quanto all’aumento del 17% delle segnalazioni nel 2024, l’incremento scende al 12% considerando le prese in carico effettive da parte dell’autorità giudiziaria. Un aumento non terrificante, dunque, e che peraltro risente delle fisiologiche oscillazioni annuali per cui, come il Rapporto segnala, le denunce di minori per omicidio nel 2024 sono state 26, una in più che nel 2023, in cui erano 25, ma meno che nel 2022 in cui erano state 27 e della media registrata tra il 2014 e il 2017, che era di circa 33 l’anno.

C’è poi il capitolo dei minori stranieri. La narrazione politica, fortemente sostenuta a livello mediatico, insiste su un’emergenza che i numeri non confermano. L’86 % degli omicidi commessi da ragazzi entrati negli Ism nel 2025 è attribuito a italiani. Gli stranieri finiscono più spesso in carcere per reati contro il patrimonio, meno gravi.

Insomma, siamo lontani dalla rappresentazione, ricorrente sui media e nelle dichiarazioni dei politici, di un disastro incombente.

Perché ritorni un “padre”

Il fatto è che è più facile moltiplicare le misure punitive che fare uno sforzo serio di comprendere la violenza dei giovani. Non basta neppure una prevenzione che cerchi di limitare l’accesso ai social ai minori di 15 anni, come hanno fatto l’Australia e la Francia, probabilmente presto seguiti da altri Paesi, tra cui l’Italia. Il punto è che non basta, ancora una volta, vietare. Un passo importante può essere costruire nuove opportunità a livello sociale ed economico per sanare alcune delle cause che spingono alla violenza i più emarginati. Ma, come abbiamo visto, la violenza giovanile coinvolge anche ragazzi delle classi agiate. Neppure questo, dunque, è sufficiente.

Bisogna finalmente rendersi conto che la povertà dei nostri giovani è innanzi tutto culturale e valoriale. Criminalizzarli serve solo a nascondere che i responsabili della loro mancanza di limiti siamo noi, gli adulti. Quello che noi abbiamo costruito, in cui li stiamo facendo crescere e che stiamo lasciando in eredità è un mondo desertificato, dove la violenza dei nostri figli esprime in definitiva il grande vuoto in cui si sono venuti a trovare senza loro colpa.

Un vuoto, innanzi tutto, di paternità. Si notava prima che ciò che accomuna maranza e membri delle baby gang è la mancanza di figure educative, in famiglia, a scuola, in parrocchia, capaci di essere un punto di riferimento e di trasmettere – con la loro testimonianza, prima ancora che con le loro parole – un orizzonte di senso. Sono orfani.

Ciò che manca è un “padre”.

Dove con questo termine non si intende un genitore in senso biologico, né la figura autoritaria che in passato pretendeva di insegnare ai figli ideali e regole precostituiti. Come dice Recalcati, il possibile ritorno del padre, oggi, può essere paragonato a quello di Ulisse. Telemaco aspettava un eroe armato e vittorioso e si trovò davanti un mendicante sfinito, che però era rimasto tenacemente aggrappato alla sua speranza di tornare.

Così oggi i giovani hanno bisogno di incontrare sulla loro strada – in famiglia, a scuola, in chiesa, ma anche in un campo sportivo – qualcuno che testimoni la possibilità di dare alla vita un senso. «La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza». All’adulto è chiesto non di avere certezze che non abbiamo, ma di mantenere lui stesso viva la ricerca, per essere «un padre radicalmente umanizzato, vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso».

 www.tuttavia,eu

Immagine


 

giovedì 16 luglio 2026

PIU' LINGUE PER RINGIOVANIRE

Il segreto

 per un cervello 

più giovane 

fino a 13 anni? 

Parlare più lingue


Un nuovo studio rivela che parlare più lingue può "ringiovanire" il cervello fino a 13 anni: ecco cosa cambia in base all'età e al livello di competenza.

Imparare tante lingue fin da piccoli è un'ottima idea. 

Siamo sempre alla ricerca di modi per mantenere giovane non solo il nostro corpo, ma anche il nostro cervello: e se vi dicessimo che per allenare la mente e toglierle un po' di anni vi basta imparare una nuova lingua?

Lo affermano gli autori di una ricerca presentata a Barcellona al FENS Forum 2026 (Federation of European Neuroscience Societies), e a dire il vero non è nulla di inaspettato: per la prima volta, però, i benefici di imparare una o più lingue diverse da quella materna sono stati misurati in anni, scoprendo che prima si inizia e più approfonditamente si studia, meglio è.

Più lingue, più giovani

Lo studio ha coinvolto quasi 900 persone provenienti dai Paesi Baschi, una regione al nord della penisola iberica, che parlavano una o più lingue tra spagnolo, basco, francese e inglese.

Confrontando l'età cerebrale biologica con quella reale, è emerso che il multilinguismo porta benefici esponenziali. In particolare, chi parlava due lingue aveva un cervello di sei anni più giovane, chi ne parlava tre di sette anni più giovane e chi ne parlava quattro addirittura di tredici anni più giovane.

Meglio presto e bene

L'effetto, sottolineano gli studiosi, non era solo legato al numero di lingue parlate, ma anche al livello di conoscenza dell'idioma e all'età in cui si è appreso: «Una maggiore competenza linguistica e un'acquisizione più precoce della seconda lingua sono state associate a un invecchiamento cerebrale più ritardato», spiega Lucia Amoruso, che ha presentato la ricerca durante la conferenza.

Questo significa che imparare una lingua da adulti non ha alcun effetto positivo? Assolutamente no. Sebbene i benefici massimi si verifichino quando si imparano più lingue durante l'infanzia, farlo da adulti ha comunque conseguenze molto positive nella salute cerebrale.

Nonostante abbiano tenuto conto di fattori come età, sesso e livello di istruzione dei partecipanti, gli autori avvertono che non è possibile escludere del tutto l'influenza di altri elementi che potrebbero incidere sulla salute del cervello, come lo stile di vita e il livello di impegno sociale. 

Il prossimo obiettivo del team è condurre uno studio simile su persone con patologie neurodegenerative come l'Alzheimer, dove l'invecchiamento cerebrale è ancora più importante.

FOCUS


venerdì 12 giugno 2026

ANZIANI, MAESTRI DI VITA

 

Leone XIV: gli anziani maestri di una vita che non si misura con l’efficienza

In una lettera a firma del cardinale segretario di Stato, Piero Parolin, al cardinale prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, Kevin Joseph Farrell, in occasione dell’incontro sulla Pastorale degli anziani, il Papa sottolinea il valore della fragilità come “parte della meraviglia che siamo”, e come l'autentica cifra di un'esistenza si basi sulla "capacità di amare e di lasciarsi amare”

-         Vatican News

Abbracciare la fragilità che deriva dall’avanzare dell’età, senza vergogna, per ispirare le nuove generazioni al valore di un’esistenza che “non si misura con il metro dell’efficienza o dell’autosufficienza, ma in base alla capacità di amare e di lasciarsi amare, di donare e di ricevere”. È questo il cuore della lettera di Papa Leone XIV, a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, e indirizzata al cardinale Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, in occasione dell’incontro sulla pastorale degli anziani. L’incontro si tiene oggi, mercoledì 10 giugno, a Roma, nella Sala Pio XI di Palazzo San Calisto, sul tema “Un ponte verso il cielo. Il magistero della fragilità nel tempo della forza”.

Il valore della debolezza

"Oggi, in molte regioni del mondo, le persone in età avanzata hanno ancora molte energie da spendere al servizio della comunità”, si legge nella lettera. Il testo sottolinea però come l’anzianità richiami anche un aspetto più profondo: il valore della debolezza. L’attuale innalzamento dell’aspettativa di vita comporta infatti un prolungamento della stagione della fragilità e, secondo il Pontefice, apre nuove riflessioni sul significato di questa fase dell’esistenza: quale valore attribuire ai tanti anni che una persona può vivere in una condizione di debolezza fisica o mentale? Qual è la prospettiva cristiana con cui abitare questo tempo? Come annunciare che la vita umana conserva sempre, in ogni sua fase, la sua “dignità infinita”?

Contro la logica della prestazione

Lo stesso Leone XIV, rivolgendosi ai giovani, aveva lodato la “meraviglia della fragilità”. Anche in questo caso chiama in causa le nuove generazioni, che possono apprendere da autentici “maestri di vita”: gli anziani. Nell’accettazione serena dei limiti legati al passare degli anni, essi possono infatti riconoscere un tempo di grazia, in una società dominata "dalla logica della prestazione e della competizione", nella quale la forza è spesso concepita come "esibizione di potenza" e rischia di degenerare nella prevaricazione. Di fronte a questi atteggiamenti, conclude la lettera, la Chiesa continua a proporre il messaggio evangelico, che proclama beati i miti e gli umili di cuore, riconoscendo negli anziani, “per esperienza e saggezza di vita, i primi e più autorevoli testimoni di questa visione cristiana dell’uomo”.

venerdì 29 maggio 2026

GIOVANI. EMERGENZA SALUTE

 


La salute mentale

 dei giovani, 


emergenza 

che richiede 

risposte strutturali



La crisi di senso al centro dell’intervento del segretario di Stato al convegno su salute mentale, tecnologie digitali ed educazione in corso alla Casina Pio IV in Vaticano: "La società offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine"

-di Fausta Speranza - Città del Vaticano

Il legame profondo tra l’educazione che “si trova al crocevia di tensioni molteplici”; la “crisi di senso” di “una società che offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine”; la “responsabilità enorme” per “decisioni” e “politiche” che “avranno effetti che si protrarranno per generazioni”. È questo il cuore dell’intervento del segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, questa mattina al convegno internazionale “Mappe di speranza per un’agenda educativa regionale: salute mentale, tecnologie digitali ed educazione” in corso oggi e domani alla Casina Pio IV. L’incontro riunisce ministri e ministre dell’educazione dei Paesi iberoamericani, insieme con esperti, accademici e rappresentanti degli organismi internazionali, per riflettere sulle principali sfide educative contemporanee. Un incontro che il cardinale Parolin ha definito “di particolare rilevanza e attualità” ricordando “la consapevolezza, sempre più diffusa nella comunità internazionale, che l’educazione non è un capitolo tra i tanti dell’agenda politica, ma un pilastro dello sviluppo umano integrale, della convivenza pacifica e della giustizia sociale”.

Un futuro più umano

In particolare, in relazione allo spazio iberoamericano, il cardinale rileva che “i sistemi educativi della regione, pur avendo compiuto progressi significativi nei decenni scorsi in termini di accesso e copertura, si confrontano oggi con sfide qualitative, che richiedono risposte nuove: la formazione integrale della persona, lo sviluppo delle competenze socioemotive, la protezione dei più vulnerabili, l’integrazione responsabile delle tecnologie digitali”. Sono “sfide che non possono essere affrontate con interventi settoriali o frammentari, ma esigono una cooperazione strutturata, multidimensionale e sostenuta nel tempo”. E sono sfide che peraltro la Santa Sede segue da sempre nel mondo nella convinzione che “l’educazione sia una delle forme più alte della carità e uno degli strumenti più efficaci al servizio della dignità umana e del bene comune”. Da qui, l’appello del segretario di Stato a “tracciare percorsi concreti, realistici, condivisi, che conducano verso un futuro più giusto e più umano”.

Il Patto Educativo Globale

È chiaro il richiamo al Patto Educativo Globale che Papa Francesco ha lanciato nel 2019 affinché tutti gli uomini e le donne di buona volontà si unissero in “un’alleanza per l’educazione capace di generare fraternità, pace e giustizia”. La prospettiva è quella indicata dalla lettera apostolica Disegnare mappe di speranza firmata da Leone XIV il 27 ottobre scorso in occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis.  “In quel testo – sottolinea il cardinale Parolin - il Santo Padre ha ricordato che l’educazione non è un’attività accessoria, ma forma la trama stessa della missione della Chiesa nel mondo; ha invitato a costruire una ‘costellazione educativa globale’, nella quale ogni istituzione, ogni comunità, ogni soggetto educativo, come una stella nel firmamento, brilli della propria luce e, al tempo stesso, contribuisca a tracciare una rotta comune”.  Pertanto, Parolin chiarisce che sono tre “le nuove priorità che arricchiscono i percorsi del Patto Educativo Globale: la cura della vita interiore, il digitale umano e l’educazione alla pace”. Precisamente le questioni alle quali è dedicato l’incontro. 

L'emergenza dei giovani

Il tema della salute mentale merita un’attenzione particolare, ribadisce Parolin, affermando che “i dati sono eloquenti e, per molti versi, allarmanti” e che “in molti contesti questi disturbi rimangono senza diagnosi e senza trattamento adeguato, soprattutto là dove le condizioni di vulnerabilità socioeconomica sono più acute”. Al centro del problema ci sono i giovani con l’incremento di livelli di ansia, depressione e sofferenza psicologica del post-pandemia.

Di fronte alla tentazione di “ridurre il problema a una questione clinica, delegandolo esclusivamente al sistema sanitario”, il cardinale Parolin ricorda che la “Chiesa ha sempre insegnato che la persona umana è un’entità inscindibile di corpo, mente e spirito” per poi definire “mutilata” una visione educativa che trascuri una di queste dimensioni. Sarebbe “incapace di rispondere alla pienezza del bisogno umano”. Di contro, si deve ribadire “la necessità di riconoscere e coltivare questa unità: di offrire ai giovani non soltanto competenze e conoscenze, ma anche gli strumenti per comprendere sé stessi, per gestire le proprie emozioni, per costruire relazioni significative, per trovare un senso alla propria esistenza”. È ciò che la tradizione cristiana chiama «cura dell’anima» e – aggiunge il cardinale Parolin – è ciò che la sapienza pedagogica più avvertita traduce oggi nel linguaggio delle competenze socio-emotive e del benessere psicologico.

Indubbio il ruolo della scuola e delle famiglie. La scuola “deve aspirare ad essere un luogo di protezione, riconoscimento, di cura”, un ambiente nel quale “ogni studente si senta visto, ascoltato, accompagnato”. E proprio per queste deve poter avere “le risorse necessarie”. A proposito del “ruolo fondamentale delle famiglie e delle comunità locali”, il cardinale Parolin precisa: se la famiglia è “sostenuta e accompagnata, rappresenta il più potente fattore di protezione per la salute mentale dei bambini e degli adolescenti”. Ma se “lasciata sola di fronte alle pressioni economiche, sociali e culturali, la sua capacità protettiva si indebolisce e il rischio di disagio aumenta”.

La persona prima dell’algoritmo

Si aggiunge la questione del rapporto tra educazione e tecnologie digitali. Si tratta – ricorda il cardinale - del tema che la Lettera Apostolica di Papa Leone XIV affronta con lucida consapevolezza, invitando a promuovere un "digitale umano" che metta la persona prima dell’algoritmo e armonizzi le diverse forme di intelligenza: tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. Il punto è che se le tecnologie digitali rappresentano un’opportunità straordinaria per l’educazione “soprattutto in una regione vasta e diversificata come l’Iberoamerica” in particolare “per ridurre le disuguaglianze educative”, al tempo stesso “l’esposizione intensiva agli ambienti digitali, soprattutto in assenza di adeguati strumenti critici e di accompagnamento educativo, può generare effetti profondamente negativi sulla salute mentale dei giovani”. Parolin parla di “frammentazione dell’attenzione, dipendenza dagli schermi, cyberbullismo, isolamento sociale, sovraccarico informativo, esposizione a contenuti inadeguati o dannosi”.  La sfida non è quella di accettare o rifiutare le tecnologie, ma di governarle che significa “investire nella formazione digitale degli insegnanti, nello sviluppo di curricoli che integrino le competenze digitali con le competenze socio-emotive”.

Il rischio esplicitato è che rimanga ai margini proprio la questione che Parolin definisce centrale: “La dimensione della vita interiore e della ricerca di senso”. Anche in questo caso viene in aiuto la citata lettera apostolica che parlando della “cura della vita interiore” interpella ogni sistema educativo.

La speranza, virtù attuale

È proprio la convinzione che la crisi della salute mentale tra i giovani non sia solo crisi clinica, ma “crisi di senso” che può aiutare a comprende meglio gli orizzonti di speranza possibili.  “Molti giovani si sentono disorientati non perché manchino loro informazioni o strumenti, ma perché manca loro un orizzonte di significato entro il quale collocare la propria vita, le proprie scelte, le proprie speranze”, afferma Parolin. “una società che offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine; ogni connessione ma nessuna relazione autentica; ogni risposta ma nessuna domanda profonda, è una società che, nonostante le apparenze, li abbandona”. Peraltro, “in un mondo segnato da conflitti, da disuguaglianze, da una crisi ecologica che minaccia il futuro delle giovani generazioni, la speranza è una virtù eminentemente attuale”, riconosce Parolin. È “il fondamento di ogni impegno per il bene comune, di ogni investimento nell’educazione, di ogni cura per le persone più fragili”. Disegnare mappe di speranza, come ci chiede il Santo Padre, - spiega - significa esattamente questo: tracciare percorsi concreti, realistici, condivisi, che conducano verso un futuro più giusto e più umano. Il fine ultimo è sempre il servizio al bene comune.

Inoltre, se “l’educazione è il terreno privilegiato di questa speranza”, “l’educazione ha il compito e il privilegio di aprire orizzonti di senso”. Non si tratta di imporre risposte preconfezionate - ribadisce Parolin -  ma di “accompagnare i giovani nella scoperta delle domande che abitano la loro interiorità, nel confronto con le grandi tradizioni di pensiero e di spiritualità dell’umanità, nello sviluppo di quella capacità di riflessione e di discernimento che è il fondamento di ogni autentica libertà”.

Investimenti e cooperazione

Nella consapevolezza della “responsabilità enorme” e, al tempo stesso, del “privilegio straordinario” della politica, il cardinale Parolin a ministri e ministre chiede di “portare nelle vostre capitali, nei vostri Parlamenti, nei vostri Consigli dei ministri, la consapevolezza che la salute mentale dei giovani è un’emergenza che richiede risposte strutturali: investimenti adeguati, cooperazione interministeriale, integrazione tra politiche educative e sanitarie, formazione e sostegno per gli insegnanti, coinvolgimento delle famiglie e delle comunità”. In definitiva, l’auspicio essenziale: “Possa questo incontro essere davvero ciò che il suo titolo promette: un’occasione per disegnare nuove mappe di speranza, affinché i nostri giovani possano trovare nella scuola, nella comunità, nella società, gli strumenti e gli orizzonti di cui hanno bisogno per vivere una vita piena, libera, significativa. Come ha scritto Papa Leone XIV: "Siate servitori del mondo educativo, coreografi della speranza». Sia questo il nostro impegno comune”. 

Vatican News

Immaagine


giovedì 14 maggio 2026

IL PAPA ALLA SAPIENZA

 Papa Leone XIV nell'aula magna dell'università "La Sapienza" di Roma Il Papa all’università La Sapienza: «Non si chiami difesa il riarmo dell’Europa»

Alle sue spalle ha otto piante di ulivo che spiccano fra i busti di Dante Alighieri e Leonardo da Vinci e davanti all’affresco di Mario Sironi, “L’Italia fra le arti e le scienze”. «Mai più la guerra» è il «grido» di Leone XIV che, come i suoi «predecessori», rilancia dall’aula magna dell’università La Sapienza di Roma visitata questa mattina. E, a pochi giorni dall’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica, cita la «Costituzione italiana» che sancisce il «ripudio della guerra» per evidenziare il pensiero «consonante», come lui stesso lo definisce, fra il magistero della Chiesa e la carta fondamentale della Penisola sul “no” alle armi. Non solo. Dalla maggiore università del continente, che annovera 125mila studente e oltre 3.500 docenti, il Papa critica l’Europa dove «nell’ultimo anno la crescita della spesa militare è stata enorme». Da qui il monito: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune».

«Viva il Papa» è l’acclamazione con cui gli studenti accolgono Leone XIV nel più antico ateneo di Roma. L’ateneo che un Pontefice, Bonifacio VIII, aveva fondato nel 1303, come testimonia la mostra “La Sapienza e i Papi” inaugurata nel corso del “tour” di Leone XIV. L’ateneo che diciotto anni fa si era ribellato alla presenza di un Papa, Benedetto XVI. Era stato chiamato a tenere la lectio magistralis per l’inaugurazione dell’anno accademico, ma la contestazione di gruppi di professori, ricercatori e studenti che avevano attaccato Joseph Ratzinger lo avevano spinto a rinunciare. Leone XIV arriva, invece, in «visita pastorale» da «vescovo di Roma» in un «polo d’eccellenza» della sua diocesi, tiene a precisare. E spiega che la «visita vuole essere segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra prestigiosa università». Come a dire: capitolo chiuso quello della censura a Benedetto XVI. Non è un caso che la rettrice Antonella Polimeni sottolinei nel suo intervento «il legame tra Sapienza e Chiesa di Roma» che «è indissolubile, antico e allo stesso tempo vivo e attuale» ma anche la «forte condivisione di idee, culture, valori».

Un mondo storpiato dalle guerre

Fra i ragazzi che lo salutano nel palazzo del rettorato ci sono gli studenti arrivati dalla striscia di Gaza con il «corridoio umanitario universitario» aperto grazie all’intesa fra «la diocesi di Roma e la Sapienza» che il Papa richiama ed elogia. Emblemi di «un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra», denuncia. Conflitti ritenuti da Leone XIV «un inquinamento della ragione che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale». E conflitti che raccontano «la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento», come mostra «quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran». Tema caro al Pontefice quello delle nuove frontiere digitali, al centro anche della sua prima enciclica in fase di ultimazione. «Occorre vigilare – dice alla Sapienza – sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti». Quindi il richiamo: «Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia».

L'inquietitudine

La tecnologia che schiaccia torna nella riflessione del Papa quando parla del «volto triste» dell’«inquietudine» dei giovani. Frutto sia del «ricatto delle aspettative», sia della «pressione delle prestazioni», sia della «menzogna pervasiva di un sistema distorto che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia». Poi l’avvertimento: «Noi siamo un desiderio, non un algoritmo». E fa sapere: «Il malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto». È uno sprone ai ragazzi il cuore del suo discorso. Anzitutto, per invitarli a «non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia». Poi per chiamarli a «studiare, coltivare e custodire la giustizia» di fronte all’«implosione di un paradigma possessivo e consumistico». E ancora per esortarli a essere, «insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, artigiani della pace vera, pace disarmata e disarmante, umile e perseverante». O, come dice a braccio sulla scalinata monumentale del rettorato nelle parole di congedo prima di lasciare l’università, a essere «costruttori di pace» con la «speranza» di «edificare un mondo nuovo». A loro il Papa affida il doppio compito di «lavorare alla concordia tra i popoli e alla custodia della terra». Ecologia che il Papa indica come «secondo fronte d’impegno comune» accanto a quello della pace. Richiama papa Francesco e la sua enciclica “Laudato si’” per puntare l’indice contro «un preoccupante riscaldamento del sistema climatico» che «al di là dei buoni propositi e di alcuni sforzi orientati in tale direzione» vede la «situazione non essere migliorata» nell’ultimo decennio. E avverte: «C’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia». Ma anche «occorre passare dall’ermeneutica all’azione: così poco considerati da una società con sempre meno figli, testimoniate che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce con sapienza».

Chi studia cerca la verità

Applausi, standing ovation, strette di mano segnano le due ore del Pontefice nella cittadina del sapere che si apre su piazzale Aldo Moro nel quartiere di San Lorenzo. Appuntamento che inizia nella cappella universitaria dove a dare il benvenuto al Papa è un boato dei ragazzi. Ad accompagnarlo il cardinale vicario Baldo Reina. «Chi studia, cerca la verità e alla fine incontrerà Dio. Lo troverà nella bellezza della creazione e in tutto ciò che noi siamo, creature fatte a sua immagine». Parla a braccio. Come farà tre volte durante la visita che chiama «una benedizione e un dono di Dio» e che è scandita anche dal suo percorso in golf-car fra le vie del campus. Evento che l’università considera già storico, come dice la targa-ricordo svelata davanti al Papa. «Insegnare – afferma rivolgendosi in particolare al corpo docente – è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità». E torna sulla questione della formazione, uno dei cardini del suo magistero, per ribadisce che «il sapere non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è». Sapere per essere più umani e più liberi.

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sabato 9 maggio 2026

ALLA CONQUISTA DI VENTOTENE

 Fondazioni per l’Europa, 

i ragazzi conquistano Ventotene


Per la Giornata dell'Europa si sono riuniti sull'isola simbolo i ragazzi che partecipano alla Scuola d'Europa, iniziativa promossa dalle fondazioni di origine bancaria riunite in Acri. Per Bernabò Bocca, vicepresidente vicario dell'associazione «rafforzare una cultura europea basata sulla solidarietà, sulla cooperazione e sullo sviluppo sostenibile rappresenta una priorità anche per le fondazioni di origine bancaria»                     

di Alessio Nisi

Si sono riuniti a Ventotene, luogo simbolo della nascita dell’idea di Europa unita e lo hanno fatto il 9 maggio, il giorno in cui si celebra la Giornata dell’Europa, che ricorda la dichiarazione Schuman del 1950, considerata l’atto fondativo dell’integrazione europea.

Sono i 25 studenti tra i 18 e i 22 anni che partecipano alla Scuola d’Europa (iniziativa che ha coinvolto, in dieci anni, oltre 1.200 studenti italiani ed europei in percorsi di formazione dedicati alla storia e al funzionamento dell’Unione europea) a Ventotene, organizzata nell’ambito del Ventotene Europa festival dall’associazione di promozione sociale La nuova Europa con il contributo di Associazione di fondazioni e di casse di risparmio spa – Acri. A promuovere l’iniziativa le fondazioni di origine bancaria riunite in Acri.

Cooperazione, una visione europea

«In un contesto internazionale segnato da crescenti incertezze, in cui anche i principi del multilateralismo vengono messi in discussione», spiega Bernabò Bocca, vicepresidente vicario di Acri, «è importante ribadire la centralità dell’Unione europea, fondata su una visione di cooperazione tra Stati e tra popoli».

In questo scenario, aggiunge, «rafforzare una cultura europea basata sulla solidarietà, sulla cooperazione e sullo sviluppo sostenibile rappresenta una priorità anche per le fondazioni di origine bancaria. L’iniziativa di Ventotene si inserisce in questo percorso, con un’attenzione particolare alle nuove generazioni».

Le fondazioni per l’Europa

L’appuntamento di Ventotene si inserisce in un impegno più ampio delle fondazioni sui temi della cittadinanza europea, incentrato sulla promozione di percorsi formativi e iniziative culturali che rafforzano la conoscenza delle istituzioni europee e dei valori su cui si fonda l’Unione: coesione sociale, solidarietà, sviluppo sostenibile, inclusione.

Europrogettazione per il Terzo settore

Accanto alle attività rivolte ai giovani, le fondazioni sono impegnate anche sul fronte dell’europrogettazione, ovvero nel rafforzamento delle competenze per l’accesso ai programmi europei, in particolare a favore delle organizzazioni del Terzo settore.

Attraverso attività di formazione, accompagnamento e assistenza tecnica, contribuiscono a facilitare l’utilizzo delle risorse dell’Unione e la costruzione di partenariati a livello internazionale. In questa direzione si colloca anche il portale euknow.it, dedicato al supporto all’euro-progettazione.

 VITA

mercoledì 29 aprile 2026

SENZA LIMITI NE' DIREZIONE

 IL DISAGIO DEI GIOVANI 

COME RIFLESSO 

DI UNA SOCIETÀ

 SENZA LIMITI 

NÉ DIREZIONE


Il malessere delle nuove generazioni,

 la scuola e la crisi del senso condiviso

-di ANGELO PALMIERI*

Ci sono stagioni in cui il disagio giovanile non può più essere letto come la semplice somma di fragilità individuali. Diventa il luogo rivelatore in cui una società mostra le proprie incrinature: la fatica a trasmettere senso, l’incapacità di nominare il limite, la perdita di autorevolezza delle istituzioni chiamate a orientare la crescita. Non basta evocare la sofferenza o denunciare un mondo accelerato e digitale. Occorre riconoscere che siamo dentro una crisi del nomos, cioè di quell’ordine simbolico che rende il mondo leggibile, abitabile e condivisibile.

Quando il nomos si incrina, non viene meno soltanto la norma: si indebolisce la trama di sensi che consente ai soggetti di collocare le proprie esperienze dentro una cornice interpretabile. Il dolore, l’insuccesso, la vergogna e la stanchezza cessano di essere passaggi attraversabili e diventano voragini private. Non si sa più dove portare il proprio dolore, in quale linguaggio tradurlo, a quale comunità consegnarlo. Il disagio contemporaneo nasce così non solo da un eccesso di pressione, ma da una carenza di mediazione simbolica. I giovani vivono immersi in un universo saturo di richieste e di attese performative, ma povero di dispositivi capaci di dare forma all’errore e di contenere l’inciampo senza trasformarlo in condanna identitaria.

La modernità ha promesso emancipazione dai vincoli tradizionali; oggi ne vediamo anche il rovescio. La liberazione da molte appartenenze e autorità non ha prodotto necessariamente soggetti più forti, ma spesso individui più esposti, più soli, obbligati a reggersi da sé. La promessa di autonomia si è trasformata in una silenziosa imposizione all’autocostruzione continua. Si deve riuscire, apparire all’altezza, non deludere. Ma tutto questo accade in una cornice nella quale lo scacco viene poco elaborato socialmente e molto interiorizzato come colpa personale.

Ipersollecitazione

La lezione di Durkheim resta attuale: il gesto più individuale parla sempre del rapporto tra il soggetto e il suo mondo, del grado di integrazione e di regolazione che una società riesce ancora a garantire. Oggi non viviamo in un’epoca senza regole, ma in una stagione in cui le regole sopravvivono come imperativi esterni, mentre si indebolisce la loro capacità di dare direzione. Il risultato è paradossale: giovani ipersollecitati ma disorientati, continuamente esposti alla valutazione e, insieme, privi di ancoraggi simbolici.

In questo quadro la scuola occupa un posto decisivo. Non perché sia la causa unica del malessere giovanile, ma perché resta uno dei principali luoghi in cui una società organizza la trasmissione culturale, l’esperienza dell’autorità, la relazione con il sapere e la costruzione dell’appartenenza. Il problema non è che la scuola chieda disciplina: ogni processo formativo autentico domanda esercizio e confronto con il limite. Il punto è che il sistema educativo italiano continua spesso a chiedere questo investimento attraverso un impianto ancorato a modelli di trent’anni fa, mentre intorno ad esso è mutato quasi tutto.

Sono cambiati i processi cognitivi, i tempi dell’attenzione, il rapporto con l’autorità, la struttura delle famiglie e le modalità di socializzazione. Eppure, la scuola continua spesso a funzionare secondo una logica trasmissiva e valutativa che classifica più di quanto accompagni. Presuppone un allievo novecentesco, mentre ha davanti soggetti ipermoderni, frammentati, accelerati. Da qui nasce una parte rilevante della stanchezza scolastica: non pigrizia, ma il divario tra la forma dell’istituzione e la forma delle soggettività che la abitano. Lo studio rischia così di apparire come una fatica opaca, disancorata da un orizzonte di senso; l’apprendimento si riduce a prestazione, la valutazione a verdetto, l’errore a umiliazione.

Ripensare la scuola

Per questo la scuola non può essere né difesa in modo rituale né demolita in nome dell’innovazione permanente. Va ripensata. Per essere all’altezza del presente, il sistema dell’istruzione dovrebbe restare esigente sul piano culturale ed essere, insieme, capace di rivedere le proprie forme. La vera questione non è semplificarlo fino a svuotarlo, ma renderlo di nuovo leggibile. A rendere più complesso il quadro vi è poi la trasformazione delle famiglie e del mondo adulto. Non di rado i giovani crescono in contesti affettivamente intensi ma normativamente deboli. Vengono protetti sul piano emotivo, ma meno educati al confronto con il limite e con la frustrazione. Il problema, allora, non è solo l’ascolto. Chiama in causa la tenuta autorevole.

Anche il gruppo dei pari, decisivo nella costruzione dell’identità, oggi appare più fragile. La connessione continua non coincide con una maggiore profondità relazionale. Moltiplica i contatti, ma impoverisce i luoghi in cui la fragilità può essere nominata. E quando una società non offre linguaggi condivisi per dire: “non ce la faccio”, il fallimento diventa clandestino.

Ecco perché parlare di disagio giovanile significa parlare di riforma culturale della scuola e, più in generale, di ricostruzione delle mediazioni sociali. Non siamo davanti a giovani semplicemente più fragili di quelli di ieri. Siamo davanti a un ecosistema sociale che ha perso parte della propria capacità di direzione e che lascia troppo spesso i soggetti soli dinanzi alle proprie soglie. La domanda, allora, non è soltanto come aiutarli, ma come ricostruire un ordine simbolico e istituzionale capace di renderli meno soli nel duro apprendistato del diventare sé stessi.

*Sociologo e saggista

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giovedì 16 aprile 2026

LA FORZA DELLA MITEZZA


 Nella sua vita un insegnamento per vivere i momenti segnati dai conflitti in cui c’è chi esaspera i toni dello scontro e chi con pazienza afferma la possibilità di un confronto tra posizioni differenti

Vittorio Bachelet (1926-1980), giurista, politico, docente, presidente dell’Ac dal 1964 al 1973; assassinato dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980 / Ansa

 

-di ROSY BINDI

Il confronto tra la lezione della storia e le contingenze in cui viviamo propone spesso spunti di riflessione drammatici. Cento anni fa, nel 1926, nasceva Vittorio Bachelet: «Un uomo mite», come molti lo hanno definito, cogliendo la cifra sintetica della sua personalità. Ma in questi giorni, a un secolo di distanza, vediamo in modo plastico come la forza pacata del Vangelo risulti ancora incomprensibile a chi pensa di poter risolvere ogni problema con la prepotenza e con la forza.

Il podcast “Era un uomo mite”, dedicato appunto a Vittorio Bache-let, realizzato da Matteo Truffelli, professore di Storia del pensiero politico all’Università di Parma e già presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana per “Il Chio-stro”, il portale di informazione dell’Ac, esplora in maniera originale questa tensione sotterranea a tante pagine dell’esistenza umana. Nei momenti di crisi di sistema, di spinte al cambiamento in contrasto tra loro, emergono facilmente due tendenze. C’è chi cerca il conflitto ed esaspera i toni dello scontro, provando a ottenere vantaggi per sé e per la propria parte, fino a consacrare l’uso della forza come unico strumento di risoluzione delle controversie. E c’è invece chi, silenziosamente, ostinatamente, con pazienza e rigore, afferma la possibilità di un confronto aperto tra posizioni differenti, e si spende per realizzarlo giorno dopo giorno. Senza riserve, fino al sacrificio della propria vita. Come si capisce ascoltando la terza delle quattro puntate da cui è composto il podcast, il titolo e la chiave interpretativa attorno a cui esso ruota trovano origine in una frase semplice ma profonda pronunciata nei giorni terribili dell’assassinio di Vittorio da un suo amico fraterno, Alfredo Carlo Moro, il fratello di Aldo: «Vittorio era un uomo mite, ma non della mitezza dei deboli: della mitezza dei forti, di coloro cioè che hanno l’idea che debbano essere portatori e costruttori di pace con una ferrea tenacia». Che cosa avrebbe detto Bachelet in questi nostri giorni tumultuosi? Non possiamo saperlo, ma possiamo immaginare che avrebbe abbozzato uno dei suoi sorrisi, descritto con grande efficacia in un passaggio del podcast: «Un sorriso appena accennato, la testa leggermente inclinata. Una postura che sembra voler trasmettere a chi lo guarda e a chi lo ascolta la sensazione che, per quanto le questioni con cui ci si deve misurare siano serie e complicate, a volte persino drammatiche, si deve sempre conservare la speranza, porsi di fronte ai problemi con coraggio e con fiducia, con senso di responsabilità e di condivisione».

Ho ascoltato con molto interesse, e con commozione, questo lavoro. Vittorio Bachelet ha avuto una vita piena: marito e padre, impegnato fin da giovane nell’associazionismo cattolico, importante studioso di diritto e docente universitario, presidente dell’Azione Cattolica nella stagione straordinaria del Concilio e della “scelta religiosa”, consigliere comunale a Roma e, infine, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, ruolo in cui divenne obiettivo delle Brigate Rosse. Il suo contributo alla vita della Chiesa e della società italiana è stato enorme. Eppure, tanti italiani, soprattutto ma non solo tra i giovani, non lo conoscono. Non sanno nulla della sua testimonianza, della sua lezione, del suo sacrificio per il Paese. Trovo quindi particolarmente appropriata la scelta di realizzare un podcast, uno strumento informativo sempre più in uso in particolare tra le nuove generazioni, per raccontare la sua storia.

I quattro episodi, che contengono materiali audio ricercati con accuratezza, consentono almeno tre livelli di approfondimento, sempre intrecciati tra loro. Il primo riguarda l’Italia e le enormi trasformazioni che essa ha attraversato tra il secondo dopoguerra e l’inizio degli anni Ottanta: un tempo di fermento e di grande crescita, ma anche di divisioni, di violenza e di paura per il sangue versato dal terrorismo di destra e di sinistra. Nei racconti di “Era un uomo mite” si rivive l’atmosfera di quegli anni, che il podcast restituisce in tutta la loro complessità. Senza, però, appesantire il racconto, anzi, incuriosendo l’ascoltatore attraverso aneddoti originali e suggestivi. Un secondo livello coinvolge la storia della Chiesa italiana, che Bachelet conobbe a fondo e che contribuì a cambiare. Davvero la svolta del Concilio fu una rivoluzione gentile, che spinse la Chiesa ad aprirsi al mondo, per prendersene cura anche attraverso la passione educativa e civile di tanti uomini e tante donne credenti e appassionati, come Vittorio. Un impegno che fece arrivare la sua fama fino in Argentina, tanto da essere conosciuta anche da un certo Jorge Bergoglio.

Infine, il terzo livello di approfondimento è lo sguardo delicato sulla vita personale, familiare, intellettuale e civile di Bachelet. Senza concessioni alla curiosità sterile, “Era un uomo mite” attinge a testimonianze e documenti del tempo per proporne un ritratto umano sincero, non idealizzato e profondo. L’augurio è che riscoprire la mitezza di quest’uomo possa essere d’aiuto a tutte e tutti per affrontare con sguardo profetico anche il tempo presente.

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