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sabato 6 giugno 2026

EDUCARE ALL'AMORE

 


PREVENIRE

 LA 

VIOLENZA




Lo psicologo Damiano Rizzi: «Prevenire la violenza significa insegnare agli adolescenti che andarsene è un diritto»

Lo psicoterapeuta e presidente di Soleterre ha appena pubblicato il libro “Adolescenza, parliamone. Educare all'amore per prevenire la violenza”. «La violenza non nasce all’improvviso: affonda le sue radici nel modo in cui impariamo ad amare, a gestire il rifiuto e a stare nelle relazioni», dice. Per questo l'approvazione della legge sul consenso informato voluta dal ministro Valditara è un errore

 di Veronica Rossi

Con l’approvazione della legge sul consenso informato voluta dal ministro Giuseppe Valditara, l’Italia torna – o resta – al “Medioevo delle relazioni”. Ne è convinto Damiano Rizzi, psicologo, psicoterapeuta e presidente di Fondazione Soleterre, da poco in libreria con il suo Adolescenza, parliamone. Educare all’amore per prevenire la violenza (Piemme). L’educazione sessuale e affettiva saranno proibiti all’infanzia e alla primaria, mentre alle secondarie servirà il consenso dei genitori. L’Italia così rimane uno degli ultimi Paesi in Europa a non avere una Educazione Sessuale Comprensiva, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Unesco riconoscono come diritto umano fondamentale.

Cominciamo dall’inizio. Cos’è l’attaccamento e come influenza anche la vita da adolescenti e da adulti e la capacità di stare in una relazione?

Sembra un concetto difficile, ma si può spiegare in maniera molto semplice: è il modo in cui siamo stati visti o non visti, amati o non amati, riconosciuti o non riconosciuti dai nostri genitori. Questo influenza la modalità con cui cerchiamo e diamo amore agli altri e poi, più avanti, come stiamo all’interno delle relazioni intime e sessuali. Nel momento in cui ci innamoriamo, infatti, si riattiva l’attaccamento: avere una relazione di attaccamento sicuro significa avere un imprinting che ci fa sentire sicuri anche davanti alle perdite d’amore.
Quando un bambino nasce, passa da una situazione in cui aveva tutto a una in cui deve imparare a chiedere e a ricevere. Per esempio, ci sarà il momento, per chi è allattato al seno, in cui il seno non c’è. Ed è un passaggio fondamentale, perché il piccolo deve imparare a immaginarsi ciò che non ha. Se la mamma gli sta vicino, lo consola, ecco che riempie il vuoto con le parole, con la presenza, con l’affetto. Se tutto questo non c’è e il bambino viene lasciato solo, senza mangiare e senza calore accanto, si sente totalmente perso. Come fa a immaginare, così, qualcosa di sostitutivo? Cercherà disperatamente quello che non ha, a volte compiendo anche azioni sconsiderate.

E poi questo attaccamento lo portiamo con noi anche nell’età adulta.

Certamente. Che l’attaccamento sia sicuro, insicuro o disorganizzato, è qualcosa che ci portiamo in dote lungo tutto l’arco della vita. Affermare questo non significa che non possiamo cambiarlo o modificarlo, però va riconosciuto che è molto importante: se abbiamo trasmesso ai nostri figli e alle nostre figlie la capacità di regolare le emozioni e di stare in una relazione, quando avviene una rottura la vivranno in maniera più serena, anche se il dolore c’è sempre. Resterà tuttavia la speranza di trovare altri rapporti o che quello esistente possa evolvere in maniera diversa. Chi invece non ha avuto la possibilità di imparare a modulare una relazione, con l’abbandono vive spesso un collasso psichico. È esattamente quello che vediamo nei casi di violenza, quando lui viene lasciato e lo considera qualcosa di inaccettabile, perché ha a che vedere proprio con la sua identità. Le persone, però, purtroppo non sanno queste cose, perché nessuno gliele spiega. Anche se si potrebbero imparare: non sono un’esclusiva degli psicologi.

Un ruolo importante, in questo senso, ha l’educazione affettiva e sessuale, che dovrebbe cominciare già dai primi anni. Eppure, è proprio di oggi la notizia dell’approvazione definitiva del ddl Valditara sul consenso informato. Qual è il motivo, secondo lei, di questa contrarietà della politica a un insegnamento che, secondo diverse ricerche, diminuisce violenza, gravidanze indesiderate e malattie, aumentando allo stesso tempo la consapevolezza e la sicurezza dei più giovani?

Parliamo dell’Italia. Siamo uno degli ultimi Paesi in Europa a non avere la cosiddetta “educazione sessuale comprensiva” nella scuola, che non significa solo parlare di sesso, ma anche di tutte le dinamiche relazionali: il consenso, il possesso, il senso del limite, lo stare nelle relazioni. Si potrebbe dare la colpa solo a questo Governo, al suo scagliarsi contro la teoria gender – che poi è un’invenzione – ma se si guarda bene è dal 1975 che l’Italia non riesce a introdurre l’educazione sessuale nelle scuole. Siamo il Paese del Vaticano, degli obiettori di coscienza e c’è un tema di sessuofobia: spesso si preferisce lasciare l’avvicinamento al sesso ai contenuti pornografici, a cui ormai iniziano ad accedere bambini anche di 8 o 9 anni. C’è molta mistificazione, poca conoscenza e tanta confusione. Anche il fatto che si dica che serve il consenso informato presuppone che l’educazione sessuale e affettiva ci sia già.

L’Italia è uno degli ultimi Paesi in Europa a non avere la cosiddetta “educazione sessuale comprensiva” nelle scuole

Ma non è così? No. Si parla di attività che vengono svolte durante le ore di educazione civica, oppure attraverso progetti esterni, magari il pomeriggio. Oggi il ministro Valditara ha dichiarato: «Abbiamo sconfitto la follia gender». Chiunque abbia studiato sociologia sa che il genere è un fatto culturale: c’è un’educazione che porta al maschile e una che porta al femminile. Tra l’altro stiamo ancora a parlare di maschi e femmine, in un contesto in cui esistono anche altre categorie di definizione e di autodefinizione, così come molte possibilità di vivere il piacere attraverso i corpi. Mi sembra che siamo un po’ al Medioevo. C’è un utilizzo ideologico del tema.

Quali conseguenze può avere l’accesso sempre più precoce a contenuti pornografici?

Si rischia di immaginare una facilità di accesso al corpo dell’altro che non passa più attraverso una richiesta di consenso: nei filmati pornografici si passa direttamente all’azione. In una giovane mente che non ha ancora sperimentato molto, si crea l’aspettativa e la pretesa che tutto possa essere così facile e veloce. E questa pretesa può anche diventare qualcosa che somiglia molto allo stupro.

E se a guardare sono delle ragazze? Possono pensare che sia quello il modo giusto di stare in un rapporto intimo?

Esattamente. E poi c’è anche la paura di non deludere. E fin qui siamo ancora nell’ambito del “porno classico”. Nel frattempo le cose sono andate molto più avanti. Oggi si prendono appuntamenti su app deliberatamente per vedersi e fare sesso. C’è sempre più difficoltà a stare nella relazione. Tutti i portali online di fatto non devono rispettare nessun codice di autoregolamentazione. Possibile che non ci sia un limite di accesso reale per i minorenni? La tendenza è sempre quella di caricare il problema sulle spalle delle vittime: le famiglie devono mettere delle regole. Ma perché non è il sito porno, visto che c’è una legge che non permette ai minorenni di accedere, a occuparsi di questo? Oggi non ci sono veri vincoli, dal momento che i sistemi che vengono usati sono facilmente aggirabili.

A proposito delle attività online dei ragazzi, nel libro cita anche tutta la questione legata alla manosfera e agli incel, i “celibi involontari”. Quali rischi porta con sé questo fenomeno?

Per i maschi la prima relazione sessuale è ancora una specie di conquista, una medaglia. A un certo punto i ragazzi che si definiscono un po’ più in difficoltà nelle relazioni, per diversi motivi, compiono una sorta di ribaltamento: non sono io che devo aggiustare qualcosa che non va in me, ma sono le donne che scelgono sempre una minima percentuale di maschi. Si tratta di un fenomeno estremamente preoccupante, che negli Stati Uniti già si è trasformato in una guerriglia. I gruppi di incel uniscono ragazzi dal punto di vista identitario, danno una spiegazione alla loro angoscia e alla loro frustrazione. Ma questo passa attraverso la distruzione dell’altro, in questo caso delle donne.

Che cosa possono fare i genitori che vogliano educare i loro figli a non essere violenti e le loro figlie a evitare relazioni tossiche e pericolose?

Innanzitutto ci sono degli strumenti, come il mio libro o altri simili, che permettono di avere le prime informazioni. Poi ci sono associazioni e organizzazioni che continuano a fare attività di educazione alle relazioni. C’è anche la possibilità di informarsi attraverso gli psicoterapeuti. Infine, c’è un livello ulteriore: allearsi per chiedere un cambiamento. I governanti, in teoria, dovrebbero rappresentarci: dovremmo muoverci per ottenere quello che vogliamo. Se non lo facciamo, vuol dire ci va bene così. Ma allora poi diventa un controsenso scandalizzarsi quando accade la violenza. La violenza è strutturale, non è un’emergenza: se non si fa niente per evitarla, scoppia quando meno te l’aspetti.

VITA

 

EDUCAZIONE AFFETTIVA E SESSUALE



Il ministro parla 

di «riforma storica»

Anche per gli studenti più grandi servirà il consenso informato per lezioni su tematiche riguardo sessualità e affettività

Esultano le associazioni delle famiglie, che ora chiedono l’istituzione di un osservatorio


-di PAOLO FERRARIO

Il consenso informato a scuola è legge. Con il via libera definitivo del Senato (78 voti favorevoli, 38 contrari e nessun astenuto), d’ora in avanti le scuole medie e superiori dovranno obbligatoriamente ottenere il consenso delle famiglie, prima di proporre iniziative che riguardano tematiche relative a sessualità ed affettività. Diversa la disciplina per le scuole dell’infanzia e primaria: qui il divieto è assoluto. Questi argomenti, stabilisce la legge, non possono essere affrontati in alcuna forma.

Una «riforma storica» per il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che ha dato il nome al disegno di legge e ora ricorda che, con questa norma «ridiamo voce ai genitori sulle tematiche della identità di genere per i figli adolescenti minorenni». Il ministro vuole fare chiarezza su alcune questioni che hanno acceso il dibattito parlamentare. «Non è vero che con questa legge non si potrà fare educazione affettiva: il Governo per la prima volta ha reso stabilmente obbligatoria in tutti i gradi di scuola l’educazione al rispetto, alle relazioni e alla empatia – ricorda Valditara -. Non è vero che non si farà l’educazione sessuale in senso biologico: continuerà a farsi nei programmi di scienze in tutti i gradi di scuola. Per la prima volta – sottolinea il Ministro – introduciamo nei programmi delle medie l’educazione alla prevenzione dei rischi derivanti dalle malattie sessualmente trasmissibili. Nelle vecchie Indicazioni nazionali per la scuola del primo ciclo non era prevista. Sarà introdotta anche nei programmi di scienze per le superiori».

Anche per la sottosegretaria Paola Frassinetti, la legge rappresenta «un importante passo avanti nella direzione della trasparenza, della correttezza informativa e della piena collaborazione tra scuola e famiglia».

Non la pensa così la senatrice del Partito democratico, Simona Malpezzi, che, intervenendo in aula, ha parlato della legge come del «primo regalo politico a Vannacci e a Futuro Nazionale». «Questo è un precedente gravissimo non solo per la scuola, ma per le famiglie: state dicendo ai genitori di aver paura degli insegnanti. E noi non ci saremo mai», ha concluso la senatrice dem. E di «passo indietro per il Paese» ha parlato la senatrice del Movimento 5 Stelle, Barbara Floridia. «La scuola non è soltanto trasmissione di nozioni – ha proseguito –: è il luogo in cui si impara a confrontarsi con la complessità del mondo. Questo provvedimento è il manifesto della paura della libertà e della diversità di questo governo e di questa maggioranza».

Critica anche la posizione di Save the children. Secondo Giorgia D’Errico, direttrice relazioni Istituzionali, la nuova legge «rischia di indebolire l’alleanza educativa tra scuola e famiglia e rafforzare le disuguaglianze educative». In Italia meno della metà degli adolescenti (47%) ha fatto educazione sessuale e affettiva a scuola, secondo i dati dell’ultima ricerca di Save the Children “Stavo solo scherzando”. Di segno opposto le reazioni delle associazioni delle famiglie. «Per anni i genitori hanno visto erosa la loro centralità nel percorso educativo dei figli, spesso esclusi o scavalcati da logiche burocratiche e ideologiche che non tenevano conto del loro ruolo primario – ricorda Antonio Affinita, direttore generale del Moige, il Movimento genitori –. Oggi il Parlamento riconosce ciò che la Costituzione italiana ha sempre sancito: i genitori sono i primi e principali educatori dei propri figli. La comunità, la scuola, le istituzioni – aggiunge Affinita – hanno un ruolo prezioso e insostituibile di supporto alla genitorialità, ma devono operare in sinergia con le famiglie, non in loro sostituzione. Questo provvedimento segna un punto di svolta rispetto a una cultura statalista nell’educazione che va definitivamente superata. I genitori non sono un ostacolo: sono il perno del sistema educativo», conclude il direttore generale del Moige.

Per l’associazione Pro Vita&Famiglia l’approvazione del ddl Valditara è una «vittoria storica». «Con questa legge – esulta Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione – i genitori potranno conoscere, individuare e respingere in anticipo progetti inappropriati che promuovono tra i minori il genere fluido, l’aborto, l’utero in affitto e una visione ideologica della sessualità, spesso sotto l’etichetta della parità di genere o del contrasto agli stereotipi o alle discriminazioni. Ma la legge non basta – ribadisce Coghe –: chiediamo al Ministero di istituire un Osservatorio permanente sul consenso informato, per garantirne la corretta applicazione e impedire che la norma sia sabotata sui territori camuffando i progetti per farli apparire estranei all’ambito sessuo-affettivo».

Per l’associazione Articolo 26, la legge sul consenso informato è «giusta e necessaria », dichiara il presidente Carlo Stacchiola. «Si tratta del coronamento di un lavoro di tanti anni – aggiunge – un impegno volto alla salvaguardia del principio della libertà educativa delle famiglie e che la nostra associazione di genitori ha da sempre vissuto nello spirito della alleanza educativa tra scuola e famiglia». Marco Cortellessa, vice-presidente dell’associazione, prosegue: «La legge è un passo avanti fondamentale nella direzione giusta del patrimonio umano condiviso da tutti e rappresentato dalle principali carte internazionali; come Articolo 26 sappiamo che si tratta di un primo passo e continueremo a impegnarci perché altri obiettivi associativi come la piena libertà di scelta scolastica, l’osservatorio sul consenso informato o gli strumenti concreti a supporto dei genitori siano fatti propri dalla classe politica in un tempo in cui le sfide in ambito educativo sono molto delicate e richiedono coesione e lavoro condiviso per il bene comune».

Anche per il network di associazioni “Ditelo sui tetti”, la riforma «rafforza l’alleanza tra famiglia e scuola», sottolinea il coordinatore Domenico Menorello. E, conclude, «riconosce e valorizza un principio fondamentale del nostro ordinamento: il ruolo educativo primario della famiglia, sancito dall’articolo 30 della Costituzione».

www.avvenire.it

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sabato 16 dicembre 2023

UN FALSO BERSAGLIO


Il falso bersaglio 

del progetto 

sull’educazione sentimentale



-         di Giuseppe Savagnone

Un progetto educativo ambizioso

È il caso di fermarsi a riflettere sulla portata e il significato del progetto presentato dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, col titolo “Educare alle relazioni”, – sulla stampa lo si è chiamato anche «educazione sentimentale» -, che dovrebbe essere avviato nelle nostre scuole superiori già dal prossimo gennaio o febbraio.

     Se non altro, perché esso pretende di essere una significativa innovazione nel nostro sistema d’istruzione e mira ad incidere sulla formazione delle nuove generazioni.

 Frutto, una volta tanto, di una istanza condivisa da governo e opposizione, sull’onda dell’indignazione e dell’orrore che la brutale uccisione di Giulia Cecchettin ha suscitato nell’opinione pubblica, l’iniziativa ha sicuramente il merito di prendere in considerazione – oltre alle misure di ordine pubblico per prevenire la violenza sulle donne – la questione di fondo, che è quella educativa. 

 Da qui l’idea di proporre per la nostra scuola «un piano necessario e innovativo» – come lo definisce Paola Frassinetti, sottosegretario all’Istruzione e al Merito – attraverso cui «i docenti dovranno soprattutto far capire ai bambini e ai ragazzi che nessuno può togliere la libertà ad altri e che amare significa rispettare».

 Illustrandone in concreto le modalità, Valditara ha spiegato che «il progetto parte in via sperimentale dalle scuole superiori, si articola con dei gruppi di discussione e il coinvolgimento degli studenti, invitati a prendere consapevolezza dei propri atteggiamenti e rappresentazioni e della possibilità di modificarli».

 Senza trascurare l’aspetto giuridico: «Gli studenti saranno anche edotti delle conseguenze penali che comportamenti impropri possono generale». 

 Per quanto riguarda i tempi il ministro ha precisato: «Iniziamo subito con 30 ore che saranno svolte a livello extracurricolare».  In pratica, un’ora a settimana, il pomeriggio, per tre mesi all’anno e un totale di dodici sessioni di due ore e mezzo l’una. La partecipazione dei ragazzi e delle ragazze sarà facoltativa. «Se l’esperimento funzionerà» – ha aggiunto, «dal prossimo anno scolastico lo renderemo obbligatorio», estendendolo anche agli altri ordini di studi.

 Altri particolari organizzativi: ogni gruppo sarà moderato da un insegnante, che per questo verrà retribuito; ogni scuola nominerà un docente referente, per garantire una gestione coordinata ed efficace. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, in collaborazione con enti scientifici e professionali, predisporrà un programma di formazione per assicurare che ogni moderatore sia adeguatamente preparato a guidare i dibattiti e le discussioni.

 La proposta prevede inoltre che possano intervenire degli psicologi, ma anche influencer, cantanti e attori, per facilitare il dialogo con i giovani.

 Le critiche e le polemiche

In realtà fin dalla sua presentazione ufficiale, l’iniziativa è andata incontro a un’ondata di critiche, sia di esperti che di rappresentati del mondo della cultura, concordi nel giudicarla inadeguata.

 Tutti hanno evidenziato che i docenti delle discipline curricolari – per quanto possano giovarsi di appositi corsi di formazione – non hanno le competenze specialistiche necessarie per condurre adeguatamente il confronto nei gruppi. Le avrebbero, invece, psicologi, psicoterapeuti e sessuologi, la cui presenza, però, è prevista solo come eventuale.

 Certo, si è osservato, parlare dei problemi può aiutare, ma dipende da come se ne parla. Ce n’è uno, che caratterizza gli scambi sui social o le conversazioni  al bar, assolutamente inutile ai fini di un reale approfondimento e di un coinvolgimento personale da parte dei  partecipanti.  Ed è quello che, in mancanza di sistematici apporti qualificati, purtroppo rischia di prevalere nei gruppi di discussione previsti dal progetto.

 Per contro, è stato notato che l’apporto dei giuristi rischia di essere superfluo. I femminicidi non avvengono perché qualcuno non è al corrente dell’entità delle pene a cui va incontro!

 In ogni caso, si è sottolineato, 30 ore non bastano per non dire che, essendo la partecipazione facoltativa, molti dei destinatari non parteciperanno. Anche se quest’ultimo rilievo, come quello che riguarda la limitazione dell’esperimento alle scuole superiori, sembrerebbe superata dalla promessa che, in caso di successo, il progetto verrà reso obbligatorio ed esteso a tutte le classi.

 A queste critiche “tecniche” si sono aggiunte quelle – bipartisan – della politica, scatenate, o almeno alimentate, dalla scelta del ministro di nominare fra le “garanti” del progetto Paola Concia, nota attivista lesbica e femminista, con quelle di una religiosa e di una ex candidata per il Popolo della famiglia.

 Un’ipotesi che ha fatto insorgere la destra e che non ha entusiasmato affatto la sinistra (la Concia è un’oppositrice della maternità surrogata). Il ministro ha dovuto prendere atto di questa generale levata di scudi generale e rinunziare – se non al progetto, che andrà avanti – alla figura delle garanti. 

 Una battaglia di retroguardia

Di fronte a questo quadro, una prima considerazione riguarda, più che il progetto, il clima in cui è maturato, che è quello della lotta contro la cultura del patriarcato, in base alla premessa, data per certa da tutti, che essa sia la causa delle violenze contro il genere femminile.

 Ora, che ci siano gli strascichi di una cultura maschilista del passato che   ancora penalizza, talvolta pesantemente, le donne, è evidente. Ma che sia essa a spiegare i femminicidi sembrerebbe già smentito dal fatto che, secondo le statistiche, questo triste fenomeno è assai più diffuso che in Italia in società che difficilmente possono essere definite patriarcali, come la Germania, l’Olanda e la Francia, e ha una diffusione di poco inferiore che da noi in Svezia.

 Se poi si va a un’analisi dei fatti di cronaca, si deve constatare che nella grande maggioranza dei casi gli uomini che uccidono le donne lo fanno perché se ne sentono abbandonati e/o superati, come del resto è stato nel caso di Filippo Turetta.

 La violenza nasce dunque, se mai, da una dissoluzione della cultura del patriarcato, dalla frustrazione di chi ne sperimenta il tramonto dopo il grande processo di emancipazione che sta fortunatamente coinvolgendo, almeno nei paesi occidentali, le nuove generazioni di  donne.

 Il femminicidio, allora, è un prodotto non della eccessiva forza del maschio, ma del suo smarrimento di fronte a un mondo nuovo, che lo vede in crescente difficoltà di fronte a figure femminili sempre più autonome  e protagoniste.

 Il vero problema che si pone oggi non è dunque quel residuo del passato che è il patriarcato, ma una cultura che,  dopo essersi fortunatamente lasciata indietro il soffocante peso del familismo e del padre-padrone,  per una comprensibile ma non meno problematica reazione esalta in modo unilaterale l’individuo e la sua autonomia, inducendolo a considerare i rapporti con gli altri in funzione di se stesso e della propria auto-realizzazione. 

 Esemplare il caso della famiglia, che da sistema (quello sì patriarcale) di relazioni che soffocavano il singolo si è dissolta fino a vedere ormai la prevalenza di single che stabiliscono rapporti escludendo ogni forma di legame vincolante («Stiamo insieme finché stiamo bene insieme»).

 È in questa logica che anche il sesso è ormai praticato sganciandolo da una reciproca donazione personale – quello che un tempo si chiamava “amore” – e viene ormai considerato da molti come un appagamento delle pulsioni soggettive, da praticare senza problemi anche al di fuori di ogni impegno verso l’altro, spogliato della sua soggettività e ridotto a semplice oggetto di piacere.

 Al contrario che nel patriarcato, dominato da una logica perversa di responsabilità che  uccideva la libertà, oggi vediamo diffondersi una cultura della libertà che prescinde dalla responsabilità.

 Una cultura che peraltro non riguarda solo i rapporti tra uomini e donne, ma pervade tutta la società neocapitalista. E forse proprio questo spiega perché ci sia così difficile riconoscerla e così facile prendercela, come è avvenuto in queste settimane, con un residuo del passato ormai al tramonto, evitando così di guardare in faccia un problema che in realtà portiamo dentro di noi. 

 Un falso obiettivo educativo

A questo punto, però, il problema dell’educazione dei giovani non è quello di insegnare ai giovani maschi a rispettare la libertà delle ragazze e alle ragazze a far rispettare la  propria libertà (ammesso che questo si possa fare in 30 ore all’anno…), come il progetto del Ministero prevede, ma di ripensare  alla radice che cosa si intende con questo termine.

 Smascherando quello che uno studio ha chiamato l’«individualismo possessivo», dominante nella nostra società a tutti i livelli (economico, sociale, politico. . . ), ristabilendo il legame tra libertà e responsabilità e rivalutando anche il concetto di amore come donazione di sé all’altro, piuttosto che come fruizione emotiva e sessuale della sua persona. 

 Ma per questo non sono neppure adeguati gli apporti degli psicologi e dei sessuologi di cui si lamenta la mancanza.

 Anzi, la pretesa di risolvere la questione dell’educazione affettiva e sessuale separandola da un più ampio contesto valoriale, che le dia senso e fornisca dei criteri per le scelte,  è frutto di una cultura  centrata sul problema dei mezzi, ma incapace di affrontare quello dei fini.

 Per quanto importante sia la consulenza di esperti sui problemi psichici, nessuno può pensare di affidare a uno psicoterapeuta  l’educazione al senso della propria vita, da cui dipende quello che si dà al rapporto con gli altri.

 In realtà, più che un nuovo insegnamento con cui caricare la nostra scuola,  già troppo affollata, servirebbe una sua riqualificazione in senso educativo. Da troppo tempo essa si limita a fornire (quando ci riesce) competenze. L’educazione è un’altra cosa.

 Solo che lo sforzo di riscoprirla nel nostro sistema d’istruzione  richiederebbe un impegno collettivo – non solo della scuola, ma di tutta la società – per tentare di recuperare un orizzonte valoriale condiviso perduto da tempo e indispensabile per educare. 

 È da questa crisi dei fini e del senso, in realtà, che nasce la violenza, e non solo quella verso le donne.   Ma di questo vuoto, che ci portiamo dentro e che comunichiamo ai nostri giovani, nessuno vuole parlare. È più facile fare i gruppi di discussione proposti dal ministro per continuare la lotta, tutti d’accordo, contro la cultura del patriarcato. 

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura della Diocesi di Palermo.

www.tuttavia.eu

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giovedì 22 aprile 2010

EDUCARE ALLA SESSUALITA', ALL'AFFETTIVITA', ALLA RELAZIONE

Violenze, stupri in classe, manuali per il "sesso sicuro", distributori di profilattici a scuola .... e, nel contempo, deplorevoli casi di abuso che vengono alla luce. Quali rimedi? Cosa può fare la famiglia? Cosa può fare la scuola? E gli educatori? .....

Leggi il comunicato della Presidenza nazionale dell'AIMC

mercoledì 7 aprile 2010

QUALE EDUCAZIONE SESSUALE?


Violenze, stupri in classe, distributori di profilattici  a scuola …. e, nel contempo i deplorabili casi di pedofilia che  in vari ambienti vengono alla luce  ….  Quali rimedi? Cosa può fare un educatore? Cosa può fare la scuola?  E’ necessario vigilare per evitare ogni forma di violenza, per fermare chi opera violenza, ma ciò non basta. La migliore prevenzione, lo sappiamo bene, è un'efficace educazione. Educatori ed istituzioni debbono, con competenza e responsabilità, farsene carico. E nella loro opera dovrebbero essere supportati dai mass media e dallo stesso ‘pensar comune’. Non è tanto la spasmodica  e talora interessata e famelica ‘caccia al lupo’ che può risolvere i problemi. La società cambia se si presta adeguata attenzione alle problematiche educative e si assicurano alle persone (specialmente ai più giovani) spazi adeguati per la loro crescita, ove si possa essere educati ed aiutati a sfuggire il male e ad indirizzarsi verso il bene,  con adulti capaci di vigilare, orientare ed accompagnare – responsabilmente- le giovani generazioni lungo i sentieri della vita. Si parla tanto  di prevenzione e di educazione sessuale. Ma questa può essere ridotta ad una pura e semplice informazione ..... leggi