sabato 23 gennaio 2021

CE L'HANNO TUTTI !


 Fino a una certa età l’accesso a tutto fa danni

 Educhiamo anche coi no

-          

-         di MASSIMO  CALVI

-          

Il modo migliore e più corretto per aiutare un bambino a imparare a rapportarsi a uno smartphone è investire nell’educazione. Come genitori e come comunità. La questione dell’approccio alla tecnologia da parte dei minori è sostanzialmente educativa. Nel dirlo e nel ribadirlo occorre però tenere conto di due aspetti fondamentali. Il primo è che la povertà educativa non coincide necessariamente con quella economica, ed è spesso più diffusa e trasversale. Il secondo che educare, privatamente e collettivamente, significa anche saper dire dei no. E oggi si dovrebbe avere il coraggio di affermare che uno smartphone, inteso come strumento con libero accesso a tutti i contenuti della rete e a tutti i social network, non andrebbe dato quantomeno prima dei 13 anni.

Non è tanto un problema di norme: i social sono già vietati dai loro stessi codici prima di quell’età. Inutilmente. Ciò dovrebbe far riflettere. Un ragazzino di 10 anni è perfettamente in grado di andare da solo a scuola con uno 'strumento' come un monopattino elettrico o un motorino: se non accade è perché tutti sappiamo che non saprebbe gestire una situazione complessa nel traffico. Una ragazzina di 13 anni è capace di ritirare da scuola la sorellina di 9: la scuola, giustamente, non lo permette. A quell’età, se 'ben educati', si può anche gestire un vero piccolo fucile personale: in certi contesti avviene, per fortuna la pratica attira meno dell’uso libero dello smartphone. Siamo sicuri che ci sia una differenza? Anche grazie agli smartphone i nostri figli in questi mesi hanno potuto fare lezione e restare in contatto con gli amici. In realtà hanno solo usato una funzione marginale di questo strumento: tutto il resto non serve loro, non è adatto, e può «rubare l’infanzia » cui avrebbero diritto, come rileva Stefania Garassini nel manuale 'Smartphone, 10 ragioni per non regalarlo alla prima Comunione (e magari neanche alla Cresima)', dove la premessa è che «educare all’uso della tecnologia significa soprattutto educare ». Ripartire dai fondamenti della genitorialità, allora, significa anche ammettere che se abbiamo dato uno smartphone a un bambino, spesso è solo perché 'lo avevano già tutti', soggiacendo a una dittatura culturale che andrebbe invece capovolta se abbiamo veramente a cuore la questione educativa in senso comunitario. 

Uno smartphone è una porta aperta su un mondo sconfinato che stiamo imparando a conoscere in tutte le sue sfaccettature: tanto noi adulti quanto i nostri figli abbiamo bisogno di un racconto pubblico che ci aiuti a individuare i nuovi pericoli, incominciando a definire cosa si può fare e cosa no.

 

www.avvenire.it

 

SATURDAY FOR FUTURE - PADRONI DEI NUMERI


Cittadini che capiscono.

 Padroni anche dei numeri

 e di un'economia più giusta


-         Gerolamo Fazzini

-          «Chiamo uomo chi è padrone della sua lingua». Lo scriveva, nel lontano 1965, don Lorenzo Milani, inventore di quel coraggioso e riuscito esperimento che conosciamo come 'scuola popolare di Barbiana'. Oggi, più che mai, occorre completare l’intuizione del profetico sacerdote aggiungendo che, oltre a padroneggiare le parole, tutti – a partire dai più giovani – dovrebbero acquisire un’analoga dimestichezza con i numeri. Vale a dire con i meccanismi economici di base che hanno a che fare con la vita quotidiana.

Provo a dirlo in modo più diretto, da papà prima che da professore. Bocconiani e laureati in Economia a parte, quanti degli studenti che ogni anno le nostre università immettono nel mondo del lavoro sanno leggere correttamente la busta-paga? Ancora. Chi di loro saprebbe destreggiarsi con una dichiarazione dei redditi (posto che anche per gli adulti – io sono fra questi – rimane qualcosa di vagamente impenetrabile)? E quanti di coloro che indossano costose sneakers ai piedi saprebbero ricostruire, almeno per sommi capi, il ciclo produttivo delle stesse e i compensi attribuiti alle diverse categorie di persone coinvolte? Non credo siano domande oziose. Men che meno oggi, all’indomani di The Economy of Francesco, che il Papa ha voluto proprio per cominciare a modellare, dal basso, un sistema economico alternativo. Va proprio in questa direzione l’appello che il 19 giugno 2019, su queste colonne, veniva lanciato da Leonardo Becchetti, uno degli economisti cattolici di punta, e da Enrico Giovannini, portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. Tale meritoria iniziativa, come i lettori di 'Avvenire' ben sanno, ha preso il nome di Saturday for Future'. Scrivevano i promotori: «E se i giovani di Fridays for Future che si sono mobilitati in tutto il mondo per chiedere agli adulti e alle istituzioni di 'non rubargli il futuro' e di costruire un domani sostenibile per il Pianeta coinvolgessero le proprie famiglie nei Saturdays for Future, dedicati a cambiare le abitudini di spesa? Se cioè il sabato, il giorno successivo alla mobilitazione, quando oltre la metà delle persone fa abitualmente la spesa settimanale, si trasformasse per tutti nel giorno a favore della sostenibilità ambientale e sociale?».

Ebbene: è evidente che, in parallelo a un’educazione civica che avvicini i giovani a temi quali il consumo critico, la finanza etica, il turismo responsabile e il rapporto fra processi produttivi e conseguenze ambientali, si rende necessaria una sorta di 'alfabetizzazione economica' di base, che coinvolga gradualmente gli studenti di tutte le scuole. Negli ultimi anni, giustamente, nei progetti educativi rivolti a studentesse e studenti delle scuole di secondo grado si sta mettendo molta enfasi sul tema della cittadinanza e sulla riscoperta e valorizzazione della nostra Costituzione. Mi chiedo: una cittadinanza consapevole può prescindere da una capacità minimale di muoversi con cognizione di causa nella sfera dell’economia? Ho citato la busta-paga, ma gli esempi potrebbero continuare. Quanti giovani, tra coloro che puntano a mettere su famiglia, dispongono delle opportune conoscenze quando vanno a chiedere un mutuo in banca? E dunque, sarebbe così scandaloso o azzardato se anche gli studenti del Classico, oltre a imparare l’aoristo e Platone, si impratichissero di Euroribor e spread? Diciamolo in un altro modo: se, a livello globale, i cittadini avessero appreso un vocabolario minimo – fatto di numeri – la crisi economica che abbiamo conosciuto dal 2008 in qua si sarebbe generata con le medesime modalità? Difficile rispondere. Quel che è certo è che la posta in gioco è alta. «Senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia », ha detto il Papa in visita a Barbiana. Aggiungiamoci i numeri e... il gioco è fatto.

Non c’è ventenne, oggi, che non aspiri a conseguire la patente automobilistica per potersi spostare agilmente e in modo autonomo. Preoccupiamoci, come adulti, che i giovani si facciano anche una 'patente economica' minima. Necessaria per imparare a 'votare col portafoglio' e per provare a costruire, passo dopo passo, un mondo più equo e solidale.

 

www.avvenire.it

 

 

UN TRAGICO GIOCO CHE PORTA ALLA MORTE


TIK TOK E L'UNIVERSO DELLA RETE CHE NESSUN GENITORE RIESCE A CONTROLLARE

 Il dramma si è consumato in casa, nel luogo più sicuro per un bambino, a pochi metri dai propri genitori. Eppure qualcosa di inimmaginabile ha trasformato un gioco assurdo nato probabilmente su Tik Tok in una tragedia. Se ci fosse stata un’ amica con lei avrebbe potuto aiutarla ma l’ aspetto che più degli altri deve farci riflettere è che nei social i nostri figli sono in contatto virtuale con centinaia e migliaia di altri follower, ma nella realtà sono soli con se stessi.

 -         di Alberto Pellai

 Quello che è successo alla bambina di Palermo, nel bagno di casa sua davanti allo specchio verrà chiarito solo in parte dalle registrazioni presenti sul suo cellulare. Purtroppo per la famiglia niente potrà riavvolgere il nastro di questo dramma consumato nella propria casa, nel luogo più sicuro per un bambino, a pochi metri dai propri genitori. Eppure qualcosa di inimmaginabile ha trasformato un gioco assurdo in una tragedia. Dalle notizie apparse sui giornali sappiamo che la piccola aveva accettato un sfida su TikTok, una blackout challenge, dove per vincere bisognava stringersi una corda attorno al collo resistendo fino a un istante prima del soffocamento. Vince chi supera la paura di sentirsi morire e si ferma per ultimo davanti ai segnali d’ allarme del proprio corpo. Ma come si capisce quando si è al confine con la zona del non ritorno? I fatti ci dicono che la risposta può non arrivare in tempo.

Gli inquirenti stanno indagando su come questa sfida possa essere arrivata a una bambina di dieci anni. Da quanto apprendiamo dai media, TikTok si è dichiarato disponibile a collaborare nelle indagini per evitare che un dramma del genere possa ripetersi, ma l’ universo della rete è così infinito che nessuno può garantirne la sicurezza. E quindi che possibilità ha un genitore di proteggere i propri figli dall’ essere ingaggiati in sfide pericolose che potrebbero anche portare a conseguenze estreme, come in questo caso? Credo che nessuno di noi possa dirsi al sicuro e tranquillo. Viviamo in un ambiente digitale che ogni giorno genera infiniti messaggi sui quali è impossibile avere il controllo assoluto e chi sta crescendo impara a decodificarli nel qui ed ora dell’ esperienza, senza manuali di istruzioni. Ci sono i filtri e i parental control ma il sistema si rigenera di continuo ed è difficile mantenere una zona protetta. TikTok è un social utilizzato da una moltitudine di bambini, per molti adulti è valutato come un “terreno” innocuo eppure sembra che tutta questa storia abbia avuto origine proprio qui. Purtroppo nei fatti accaduti a Palermo, una sfida estrema si è trasformata in un incidente gravissimo, segno che qualcosa è andato storto. La bambina di certo non aveva alcuna intenzione di perdere fino a questo punto il controllo di quel “gioco”. Bastava mollare la stretta e finiva tutto e invece non è andata così, è successo qualcosa che non ha permesso di tornare indietro. Come quando si cammina su un cornicione, si fa un selfie estremo, si attraversa l’ autostrada a piedi: si tratta di prove estreme di coraggio (così le interpreta il ragazzo che le agisce) e chi le fa è guidato solo dal desiderio di osare l’ impossibile. Il suo cervello non sente altro che la voglia di provare la sensazione estrema di sentirsi quanto mai vivo e coraggioso. Il confine tra vita e morte di queste sfide però è molto sottile. La tristezza di questa sfida on line è che la protagonista era sola. Se ci fosse stata un’ amica con lei avrebbe potuto aiutarla, liberarla in tempo da quella stretta. L’ aspetto che più degli altri deve farci riflettere è che nei social i nostri figli sono soli. Sono in contatto virtuale con centinaia e migliaia di altri follower, ma nella realtà sono soli con se stessi.  Come Cappuccetto Rosso, oggi stiamo parlando – con immenso dolore – di una bambina in una foresta piena di insidie e di tentazioni sfidanti. “Ma tu ce l’ hai il coraggio di farlo?”. Se qualcuno fermasse un nostro figlio per strada e gli chiedesse di stringersi una cintura al collo è molto probabile che lui gli risponderebbe “Sono mica matto”. Direbbe di no e se ne andrebbe a gambe levate per l’ assurdità della proposta. On line questa sfida assurda può diventare “interessante” per una bambina. Perchè avviene all’ interno di un social in cui tu ti senti “di famiglia”, perchè tanti altri tuoi amici stanno facendo lo stesso , perchè mostrando il tuo video riceverai tanti like e sentirai di aver provato a te stesso e agli altri che vali, che sei unico e speciale. Si tratti di ingredienti che ogni giorno entrano nella vita dei nostri figli e li allontanano dal principio di realtà,  rendendoli incapaci di posizionare l’ asticella del limite al punto giusto e in tempo utile per non fare danni. Ogni giorno, milioni di messaggi in rete rendono accettabile ciò che non lo è. Un caleidoscopio digitale di colori, suoni, grafiche fanno apparire belle, cose in realtà orribili e desensibilizzano al pericolo.

Chi è prossimo a questa famiglia nelle prossime settimane farà di tutto per non farla sentire sola, per consolare questo dolore lancinante che forse un giorno si placherà, ma che lascerà comunque sgomenti perchè non può essere accettabile che nel luogo più sicuro (la nostra casa) entri sotto forma di gioco un invito a confrontarsi con la morte. Potremmo essere tutti nei panni di quei genitori che oggi sono dilaniati dal dolore. Sono eventi di questa natura che devono spingere noi genitori a scendere in campo, pretendendo che la rete sia un territorio dove non tutto può accadere e non tutto è lecito. Molti attribuiscono questo genere di tragedie alla mancata educazione da parte dei genitori che non prevengono i comportamenti a rischio dei minori nell’ online con la giusta educazione digitale. Ma il tema resta molto più complesso: anche iscrivendo un dodicenne alla scuola guida, è molto probabile che non sarà capace di guidare in modo sicuro un’ automobile di grande cilindrata.

FAMIGLIA CRISTIANA

BISOGNA OSARE !


-  Dal Vangelo secondo Marco - Mc 1, 14-20

 Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo". Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini". E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch'essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

 Commento di p. Paolo Curtaz

 Dai confini

 Hanno arrestato il Battista, non tira una bella aria per i profeti. Sarebbe più prudente andarsene, fuggire, lasciar perdere.  E invece lui inizia a raccontare di Dio, a partire dalle terre lontane, da quella Galilea delle genti guardate con disprezzo dai puristi di Gerusalemme. Quando sarebbe saggio smettere, inizia. Quando sarebbe prudente starsene chiusi in casa, racconta. Quando sarebbe opportuno non pensare troppo alle cose di Dio, è il momento di occuparsene. Parla, la Parola. Annuncia. Scuote. Indica.

È qui, il Regno, si è fatto vicino.

Visto che non siamo in grado di cercare Dio senza stravolgerne il volto, o manipolarlo o immaginarlo a nostra immagine e somiglianza è lui, Dio, a colmare la distanza che ci separa. Il Natale che abbiamo appena celebrato ci ricorda esattamente questa straordinaria verità: Dio si fa vicino, si fa incontro, è qui. Allora svegliati, muoviti, scuotiti.

Convertiti e credi. 

Convertiti: cioè guarda se la strada che stai percorrendo ti sta conducendo verso la pienezza della felicità o se, invece, ti stai allontanando dalla tua anima.  E se ti accorgi che la strada che percorri non ti porta da nessuna parte inchioda e torna indietro.  Fatti guidare, segui le indicazioni, non chiudere gli occhi mentre tieni ben saldo il volante della tua vita. E credi: fidati di quello che Gesù è venuto a raccontare, a dire, a testimoniare. Questo è il messaggio con cui Gesù inizia la predicazione. Questa è la sintesi del Vangelo in cui crediamo.  Questo è ciò che potremmo dire, senza tanti fronzoli, ai tanti smarriti di oggi: il Dio di Gesù ti vuole incontrare, accorgitene! Fidati! Lasciati amare! Anche adesso, soprattutto ora in cui la pandemia a resettato le nostre sicurezze piccine e vuote. Così il potente vangelo di Marco descrive l’opera di Gesù subito dopo lo stringato racconto del battesimo.  Invece di passare il tempo a lamentarsi, a fuggire, a rintanarsi in sacrestia, dopo l’arresto del Profeta, come facciamo noi, Gesù osa. Esce e va a chiamare dei collaboratori. E che collaboratori!

Sui confini

Li va a prendere ai bordi del lago, ai confini della terra di Israele, sulle sponde del grande lago che Marco chiama “mare” a richiamare la liberazione dall’Egitto, a ricordare la paura atavica del popolo di Israele per al grande distesa d’acqua. Li va a cercare in una terra abbandonata, periferica, disprezzata. E cerca dei lavoratori, gente comune, non dei sacerdoti, non dei religiosi, non degli esperti in comunicazione, non degli influencer capaci di attrarre le folle.  Li chiama senza merito, li chiama anche se non sono ancora discepoli, anche se non hanno fatto nessun corso di formazione, anche se non hanno preso nessun diploma da annunciatori, anche se ancora non credono. Li chiama perché vuole loro e li va a prendere dove sono, non li aspetta dietro una scrivania. Gesù si muove. Gesù agisce. Gesù li corteggia, li ama, li chiama.   Mi corteggia, mi ama, mi chiama. È lui il protagonista del racconto, è lui che ci viene a cercare.  Così come  io chiama Giona, il più imperfetto e fragile fra i profeti, pavido e capriccioso, affatto devoto, affatto virtuoso, per invitare gli abitanti di Ninive a cambiare atteggiamento. E i niniviti cambiano, forse perché vedono quell’invito rivoltogli da un uomo fragile come loro… Dio ha bisogno di me per annunciare al mondo la salvezza.  Non per salvare il mondo ma per vivere da salvato. Perché il mondo non lo sa di essere salvo.  Nel piccolo, fragile mondo in cui vivo Dio mi chiama a diventare suo collaboratore. Nella quotidianità talvolta insipida e meschina, si manifesta, se ho affinato lo sguardo interiore, se ho dato spazio all’anima, se voglio diventare discepolo.  Nelle periferie esistenziali in cui abito, mi viene a stanare. Non a Gerusalemme, non nel tempio, non nelle scuole rabbiniche. Ai confini, fuori. Qui, ora, adesso.

 Reti

Per seguirlo, però, bisogna osare. Bisogna lasciare le reti che spesso riassettiamo, cuciamo, ripariamo. Lasciare tutto ciò che ci lega, che ci rende schiavi: il giudizio degli altri, i sensi di colpa, il nostro narcisismo, l’immagine di noi stessi, le ansie da prestazione, i soldi, le relazioni famigliari possessive, l’apparire… serve continuare? Siamo pieni di reti da abbandonare. A volte, ribadisco, le riassettiamo e magari lo facciamo pensando di far piacere a Dio. Dei geni. Giacomo e Giovanni lasciano il loro padre Zebedeo. La più stretta delle reti, quella famigliare, patriarcale, affettiva. Devono lasciare lui e i suoi garzoni, lui e i suoi figli. Possiede, Zebedeo. Lega a sé. I figli sono suoi. Devono lasciare anche lui. Per scoprire un altro modo di vivere la paternità.

 Pescatori di umanità

Per diventare pescatori di umanità. Per tirare fuori tutta l’umanità che ci abita. E che abita gli altri attorno a noi. Per immaginare il mondo come lo vede Dio, con un’umanità redenta, pacificata, dialogante, parte di un progetto. Così come sarebbe bello diventasse la Chiesa. Questo possiamo fare: diventare uomini e donne fino in fondo, abitati dal Vangelo e innamorati della vita. Sarebbe una splendida pubblicità per il Regno.   Penso proprio che abbia ragione san Paolo quando scrive ai Corinti: passa la scena di questo mondo. Meglio investire su ciò che rimane, in ciò che conta. E, forse, questo antipatico signor Covid, ce lo sta insegnando.

 Cercoiltuovolto



 

 

NARCISISMO. UN BEL GUAIO !

    
       Stop al virus del narcisismo. 

Una vera urgenza per politica e società

 

-         di Leonardo Becchetti

                 

L’Italia ha vissuto il dramma del fascismo, ha evitato il pericolo di dittature comuniste, è sfuggita alle sirene del populismo e del sovranismo anti-comunitario – alimentate soprattutto da chi oggi lamenta preventivamente e paradossalmente il rischio (reale e da scongiurare) di non riuscire ad usare 'i soldi dell’Europa e della Bce' – sta affrontando con coraggio e determinazione la piaga della pandemia. Ma ora si trova improvvisamente di fronte alla prova di un nuovo terribile flagello, un virus rispetto al quale nessuno di noi può dirsi del tutto immune e che tutti dobbiamo combattere innanzitutto in noi stessi: il narcisismo.

Il narcisismo nasce dalla legittima e umanissima aspirazione ad avere riconoscimento e attenzione. Diventa però patologia socialmente distruttiva quando l’io vuole dominare sulla squadra e alimenta invidie e gelosie tali da distruggere relazioni e far naufragare il lavoro d’insieme.
La nuova agorà digitale in cui tutti viviamo ci offre opportunità precedentemente mai viste per comunicare, scambiarci emozioni e conoscenze, ma è anche, se utilizzata male, un potente veicolo che alimenta le pulsioni narcisiste. Dal narcisista non potete aspettarvi coerenze su temi e comportamenti perché la coerenza sta invece nel fare qualcosa che in un dato momento può riportare su di sé l’attenzione, curando un difetto di attenzione stessa. E se per attirare l’attenzione bisogna dire e fare il contrario di quello che si è detto e fatto in passato, lo si dirà e lo si farà. Dal narcisista più che coerenza nei temi e negli argomenti nel tempo dobbiamo aspettarci coerenza nel combattere chi gli fa ombra e chi concentra altrove e altrimenti l’attenzione.
Il narcisismo che alimenta invidie e gelosie e arriva a distruggere il lavoro di squadra può generare effetti devastanti nella vita sociale, economica e politica del Paese. Come possiamo, prima di tutto dentro di noi, combattere questa nuova malattia? Innanzitutto, avendo l’umiltà di non pensare di essere depositari di verità e abilità superiori alla somma di verità e abilità detenute da tutti gli altri. In secondo luogo, rafforzando i legami di squadra, quelli fiduciari tra i componenti e riducendo lo spazio di protagonismi individuali in ogni contesto in cui si è chiamati ad agire, mettendo in primo piano nell’azione il bene comune, il bene del Paese.

Tutta la classe politica in questo difficilissimo momento per il Paese ha il dovere di combattere questo terribile virus per il quale non c’è vaccino e la cui unica cura è la vigilanza individuale e collettiva.

Lo chiedono e lo esigono i sacrifici, le fatiche, le ferite e le legittime attese dei cittadini, lo impone la realtà di un Paese che arriva duramente provato a questa fase difficile della sua storia che, però, potrà essere un nuovo inizio se sapremo concentrare tutte le nostre forze sull’efficienza nella distribuzione dei vaccini e nella cura dei contagiati per porre fine il prima possibile alla pandemia e sulla realizzazione della più grande occasione di investimento sul futuro della storia recente del nostro Paese, il Next Generation Eu concertato e finanziato in sede di Unione Europea.

Lo chiedono anche i nostri partner europei, che assistono allibiti a quanto sta accedendo a Roma dopo aver reso l’Italia principale beneficiario delle politiche straordinarie di gestione del debito pubblico dei Paesi membri da parte della Banca centrale europea e dei fondi a disposizione per il Next Generation Eu. Noi cittadini meritiamo uno sforzo in questa direzione dei nostri politici, ma spetta anche a noi fare la nostra parte e dare il 'là' a una fase nuova con forme di partecipazione, comunicazione e interazione nello spazio digitale più costruttive e meno narcisistiche.

Mettiamo tutti al centro nel perseguimento e nella realizzazione dei giusti obiettivi comuni la forza che ha la squadra, con le sue competenze complementari e con le sue diversità che possono comporre e arricchire il quadro finale. E iniziamo tutti – cittadini, forze sociali, classe politica – a smetterla di pensare che il problema sia sempre qualcun altro; perché il primo problema, quando parliamo del virus del narcisismo, inizia da noi, dal mancato riconoscimento dei nostri limiti personali e del valore del contributo dei compagni di squadra.

 www.avvenire.it


 

 

venerdì 22 gennaio 2021

METER: AZIONE EDUCATIVA A DIFESA DEI MINORI


Partirà tra pochi giorni un webinar di formazione organizzato dall’associazione di don Fortunato Di Noto e diretto a chiunque voglia impegnarsi nella tutela dei minori

-  Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano


Un corso gratuito on-line aperto a tutti coloro che non si tirano indietro nella difesa dell’infanzia contro ogni tipo di abuso. Annualmente, l’appuntamento viene organizzato dall’associazione Meter, dal 1989 impegnata contro la pedofila e la pedopornografia, lo sfruttamento e l’indifferenza. Anche quest’anno, nonostante il coronavirus, l’evento viene riproposto, sebbene via webinar. Saranno tre le date di “Azione educativa a tutela dei minori”, che partirà il 5 febbraio, per poi proseguire il 10 ed il 15 dello stesso mese, in collaborazione con l’Ufficio fragilità – Servizio tutela minori e persone vulnerabili della diocesi di Noto.

Tutti sono coinvolti nella difesa dei minori

È ormai accertato come la pandemia di Covid-19 abbia aumentato il rischio di adescamento dei minori. L’operazione ‘Luna Park’, recentemente condotta dalla polizia postale italiana, ha messo in luce oltre 140 gruppi che, in tutto il mondo, si scambiavano materiale pedopornografico, e più di 400 utenti che, via WhatsApp e Telegram, prendevano parte attiva nella  condivisione di foto e video pedopornografici, con vere e proprie violenze sessuali su minori. “Siamo tutti coinvolti nella difesa dei più piccoli – spiega don Fortunato Di Noto, presidente di Meter onlus – Papa Francesco, nella Lettera al popolo di Dio, chiama tutti i battezzati ad impegnarsi senza sosta nel difendere l’infanzia”. Di qui l’invito a tutti, nessuno escluso, a prendere parte al corso.

R. – L’intento, oltre che nobile, è soprattutto, come dico io, ‘popolare’, nel senso che famiglie genitori, quindi papà mamme, operatori, giovani, ma anche professionisti, vogliono capire di più su questo fenomeno drammatico, trasversale, estremamente presente onnipresente in un mondo globalizzato, qual è, evidentemente, l'abuso sui minori, la pedofilia e la pedopornografia. La gente ha tanto bisogno di informazione e, soprattutto, di una informazione corretta, onesta, intelligente, senza creare allarmismi su di un problema che è già un'emergenza mondiale, dato che i numeri rappresentano una realtà drammaticissima, ne cito soltanto due: un dato dell'ONU, non certamente di Meter, è che se nel mondo ci sono più di 2 miliardi e 600 milioni di minori e un miliardo e 300 mila sono oggetto di abusi di vario tipo, ma particolarmente sessuali, se in Europa, lo ha detto anche il Santo Padre nel febbraio del 2019 mai smentito, ci sono più di 18 milioni di minori abusati sessualmente, è evidente che il problema è di fronte a noi. E allora come fare di fronte a questo grave problema? Basta soltanto la denuncia, necessaria e importante per fermare il problema, o occorre un'azione educativa, un'azione culturale, che vada al cuore delle persone per essere vigilanti, per essere capaci di risposte, non per essere investigatori improvvisati, ma per creare una rete di sostegno, di aiuto e, perché no, anche di cura, nei punti di riferimento che per fortuna in Italia, e non solo in Italia, esistono? Questa è la dimostrazione che i corsi di formazione di Meter, che sono veramente pionieristici, in questo contesto non devono fermarsi e non si sono mai fermati e proprio perché c’è la pandemia lo facciamo on-line.

La domanda che nasce subito è: che risultati sono stati raggiunti in questi anni, grazie proprio a questo tipo di informazione e formazione aperta a tutti?

R. – Innanzitutto, in tutti questi anni, abbiamo raggiunto migliaia di persone. Si tenga conto che noi siamo stati in decine e decine di diocesi, parrocchie, associazioni, in conferenze pubbliche di formazione, così abbiamo raggiunto decine di migliaia di persone. Questa è la dimostrazione che creare una coscienza collettiva di fronte al problema diventa un deterrente, anche per coloro che vorrebbero fare del male, cioè a dire: coloro che fanno del male devono sapere che c'è qualcuno che puoi vigilare, che può avere un'attenzione maggiore. I corsi di formazione aprono gli occhi, aiutano a capire un po' il problema, non c'è solo un problema di indignazione, c'è un problema di operatività. Papa Francesco dice una cosa importante, e cioè che è un impegno di tutti, non è un impegno solo per gli addetti ai lavori, perché ogni battezzato è impegnato a dare una risposta, un'attenzione, ma per fare questo è necessario incontrare i battezzati, quindi non bisogna limitarsi solo alla notizia del giornale, sicuramente ci si può indignare ma finisce tutto là, no! Bisogna essere protagonisti, bisogna creare i cosiddetti diaconi per l'infanzia, i servitori dell'infanzia, perché noi dobbiamo servire i bambini. Questo è un corso propedeutico, va precisato, quindi si parte da basi elementari, però poi ci sono successivamente i corsi specialistici, per coloro che eventualmente vogliono maggiormente approfondire la cosa.

Sono tre date, quali saranno gli aspetti che voi cercherete di toccare in questi tre appuntamenti?

R. – Prima di tutto si affronteranno gli abusi sull'infanzia nella Chiesa e nella società, ovviamente, quando si parla di Chiesa, noi apriamo anche il ventaglio a tutte le situazioni, ma anche all'impegno che anche le altre religioni hanno attuato nel campo, quindi daremo anche degli elementi interessanti di come ci sta ponendo e quindi non solo la Chiesa italiana, ma anche la Chiesa a livello internazionale. Poi faremo un'analisi psicologica sull’ infanzia violata e dall'altra parte, anche dal punto di vista prettamente giuridico, sugli abusi sui minori e sulla tutela penale della sfera sessuale della persona.  Interessantissimo questo aspetto, che non è soltanto tecnicismo normativo, ma soprattutto proprio vuole dire come le norme aiutano a far capire un percorso nuovo che ormai la società ha intrapreso e che bisogna sempre continuare.  Si tratta di elementi necessari per entrare in questo mondo che conosciamo molto poco, si tratta di dare elementi strutturali per intervenire e per avere punti di riferimento a cui poter rivolgersi .

In questo anno segnato dalla pandemia, i bambini, rimanendo molto più in casa, possono essere sembrati più tutelati, è stato così?

R. – No, non è affatto così, per carità, la casa dovrebbe essere il luogo più protettivo nei confronti dei propri figli, e non soltanto dei propri figli ma delle persone che la abitano. Ma è abitata da persone e non solo, oggi nel mondo della nuova tecnologia,  da un mondo che non conosciamo attraverso il cellulare, lo smartphone e attraverso tutte le forme di tecnologia che possiamo utilizzare.  Abbiamo visto in maniera esponenziale l'aumento dell’adescamento, del grooming, ossia tantissimi minori lasciati soli con il proprio cellulare che, non sapendo gestire le relazioni on line, si sono coinvolti in forme di adescamento sessuale, particolarmente sessuale, con il ricatto. Allora, non è vero che la casa può diventare recinto protettivo, perché nel recinto protettivo è necessario che i vigilanti, che sono i genitori o i tutori, in questo caso anche tutti coloro che si occupano dell'infanzia, dovrebbero un pochino alzare il livello della sorveglianza. Meter, nel pieno lockdown, ha ricevuto oltre il 40% in più delle segnalazioni e il materiale prodotto e scambiato da parte dei pedopornografi è veramente inaudito. Nel nostro report del 2020, che presenteremo tra pochissimi mesi, come ogni anno, veramente emerge uno spaccato incredibile.  La questione che non riusciamo a capire è che dobbiamo tener conto del fatto che i minori non possono essere lasciati soli di fronte a un mondo così vasto e così inquietante, sicuramente anche positivo perché la tecnologia non va mai demonizzata, però bisogna saperla utilizzare bene.  

 AZIONE EDUCATIVA - WEBINAR



Vatican News

 


GIOVANI, AUTOLESIONISMO E SUICIDI IN TEMPO DI PANDEMIA


-         di Giuseppe Savagnone*

-          

Ai primi di dicembre l’allarme sugli effetti della pandemia a livello psicologico veniva dai medici dell’Azienda Sanitaria di Trento, che denunciavano un numero di suicidi, tra i giovani, «neanche lontanamente paragonabile a quelli degli anni scorsi».  In questo inizio d’anno, è il professor Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ospedale pediatrico «Bambino Gesù» di Roma, a segnalare il crescente disagio di ragazzi e bambini: «Io non ho mai avuto tanti accessi al pronto soccorso di tentativi di suicidio e di autolesionismo (…). Ho avuto ragazzini di 12 anni che si sono buttati dalla finestra (…). Mi arrivano ragazzini in ambulanza da tutto il Centro Sud e ora anche dal Nord».

Oltre il negazionismo

I “negazionisti” continuano a ripetere che stiamo enfatizzando, attribuendoli al Covid, fenomeni patologici che si verificavano già negli anni passati, e che nulla è cambiato nella realtà. Ed è vero che il suicidio, in Italia, è la seconda causa di morte dei giovani dai 10 ai 25 anni, dopo gli incidenti stradali. Ma, a dimostrare il reale aggravarsi del fenomeno ai nostri giorni basta il confronto fatto dal neuropsichiatra del «Bambino Gesù»: «Nel 2011 abbiamo avuto 12 ricoveri per attività autolesionistica, a scopo suicidario e non, mentre nel 2020 oltre 300, quindi quasi uno al giorno».

La minaccia non è solo per la salute fisica e per l’economia

In questi mesi si è molto parlato della minaccia che il Covid rappresenta per la nostra salute fisica. Oppure della crisi economica, determinata sia dai pericoli oggettivi di contagio, sia dalle misure imposte dal governo per contenerlo. Molto meno spazio è stato dedicato alle conseguenze che la pandemia sta avendo, a livello conscio o inconscio, nella psiche delle persone, soprattutto di quelle meno capaci, per la loro giovane età, di metabolizzare i limiti e le incognite presenti nel nuovo contesto.

È mancata la scuola

Lo stesso dibattito sulla riapertura o meno delle scuole ha avuto come sfondo due temi, entrambi importanti, ma nessuno dei quali riguardava il problema della salute psicologica dei ragazzi. Nel caso della scuola primaria e secondaria di primo grado, l’urgenza è stata di consentire ai genitori di continuare la loro attività lavorativa; per quella secondaria superiore, si sono – peraltro giustamente – sottolineate le difficoltà della didattica a distanza nel garantire un efficace svolgimento delle lezioni. Forse non si è tenuto abbastanza conto del fatto che la scuola non è solo il luogo della trasmissione della cultura, ma anche quello delle relazioni umane indispensabili al consolidamento e alla crescita della personalità e che proprio a questo livello la Dad costituisce una pesante deprivazione per i più giovani.

Non basta il virtuale per dare colore alla vita

Perché il rapporto umano, per essere tale, non può rimanere solo virtuale. Pur nella piena consapevolezza dei grandi contributi che la tecnica può offrire alla scuola, come ad ogni altro tipo di esperienza comunicativa – e quindi ben lungi dal cadere in quell’atteggiamento puramente negativo che impedisce di vedere e di valorizzare l’apporto dei nuovi mezzi per arricchire sia la didattica che molte altre attività culturali –, non si può tuttavia rinunciare al primato di quel tipo di relazione in cui le persone sono coinvolte nella loro interezza psico-fisica. E non è stata solo la comunità scolastica a venir meno. La palestra, i momenti di svago vissuti con i coetanei al pub o in pizzeria, la stessa deprecata movida, costituivano momenti importanti di sfogo per tanti giovani (e non solo per loro). Le serie televisive seguite da casa non sono sufficienti a compensarli. La vita si è impoverita, ha perso molti dei colori che la rendevano affascinante o almeno piacevole.

Il pericolo della dipendenza dallo schermo

Peraltro, la cosa più terribile non è che i ragazzi soffrano di questa condizione irreale, ma quando non ne soffrono più. Quando si abituano a relazionarsi alle altre persone e alla realtà attraverso lo schermo del computer, del tablet o dello smartphone al punto da perdere perfino la nostalgia degli spazi esterni, delle strette di mano, degli abbracci, delle chiacchierate in gruppo. Perché lo schermo non è solo un valido strumento di comunicazione, è anche un filtro, una difesa – da qui il verbo “schermirsi” e l’espressione “farsi schermo con la mano” – che attenua l’impatto con la realtà e con le altre persone. Può diventare difficile, a chi si assuefà a questa “anestesia”, affrontare i volti, i gesti, le parole di interlocutori in carne ed ossa. È forse a questo che pensa il professor Vicari quando osserva che «sarà impegnativo convincere i ragazzi a uscire di nuovo di casa».

Un divenire senza senso

Ma forse sulla depressione dei giovani – l’iceberg di cui gli atti di autolesionismo sono solo la punta emergente – influisce anche un altro fattore, oltre a quello del rarefarsi della sfera relazionale, ed è la perdita del senso del futuro. È una malattia che affligge la nostra cultura già da molto prima della pandemia. Alla origini della post-modernità sta la tesi di Nietzsche che il progresso è un’illusione e che la storia, con le sue passioni, le sue apparenti rivoluzioni, le sue vicende liete o drammatiche, è un eterno ritorno di ciò che è già stato. Un divenire, insomma, magari affannoso, ma che non porta da nessuna parte.

Da qui un clima culturale che ha privilegiato l’“attimo fuggente”, il “carpe diem”, e ha fatto apparire superflue le domande sul “senso” – nella duplice accezione di “direzione” e di “significato”–, di tutta la nostra frenetica corsa quotidiana. Da qui, anche, lo scarso interesse della maggior parte dei giovani per la politica, che dovrebbe essere basata sulla progettazione del futuro. Anche se, in questo clima, essa si è sempre più ripiegata su logiche difensive, puntando sulla paura e sul mantenimento dell’esistente.

L’effetto della pandemia

Da questo punto di vista, la pandemia ha solo portato all’estremo una malattia dell’anima che già ci corrodeva e che spiega l’indebolimento delle passioni, già segnalato da molti ben prima del suo esplodere. È del 2010 la diagnosi spietata del 44° Rapporto Censis sul nostro Paese: «Sembra avvenire ogni giorno di più che il desiderio diventi esangue, senza forza, indebolito da una realtà socioeconomica che da un lato ha appagato la maggior parte delle psicologie individuali attraverso una lunga cavalcata di soddisfazione dei desideri (…) e che dall’altro è basata sul primato dell’offerta che garantisce il godimento di oggetti e di relazioni mai desiderati, o almeno non abbastanza desiderati».   Il Covid ha però capovolto il movente di questa mancata proiezione dei giovani verso il futuro: non un eccesso consumistico che toglie il gusto di desiderare , appagando sul nascere tute le pulsioni, ma il venir meno di tutte le prospettive su cui normalmente si poteva puntare, sul piano economico, lavorativo, esistenziale. In questa versione, la perdita del futuro si manifesta più chiaramente nel suo profondo significato di “disperazione”. Il vuoto che prima i nostri giovani vivevano in modo indolore, ora si manifesta più crudamente come motivo di depressione.

La mancanza di progettualità degli adulti

È appena il caso di dire che la responsabilità di questo clima non è solo della pandemia, ma del modo in cui noi adulti continuiamo ad affrontarla. Era così anche prima. Non c’è stato bisogno del Covid per lavorare alacremente, a livello mondiale, alla desertificazione del nostro pianeta e, a livello nazionale, al crescente accumularsi di un debito pubblico che schiaccerà chi verrà dopo di noi. E da tempo, anche nelle famiglie, non eravamo più in grado di offrire altri obiettivi che quelli relativi alla “sistemazione” personale e alla difesa del nostro attuale tenore di vita. Basta guardare allo scenario politico per rendersi conto che questa incapacità di dare un “senso”, una direzione, alla vita individuale e collettiva, si sta perpetuando nel tempo della pandemia. Al di là dei fattori contingenti, gli osservatori più acuti sono d’accordo sul fatto che, in questo momento, il vero limite, sia del governo, sia dell’opposizione, è di non avere un vero progetto che dia significato alle loro proposte settoriali.

Mettere mano a una cultura che apra speranza

Certo, i nostri giovani non si suicidano (come qualche adulto è tentato di fare) alla vista dei disastrosi scenari della politica. Forse, se si chiedesse loro perché stanno così male, non lo saprebbero neppure dire. Ma noi, gli artefici di questa società, i seminatori, consapevoli o inconsapevoli, di questa cultura senza futuro (è da noi che i nostri figli l’hanno recepita), non abbiamo il diritto di stupirci del loro profondo disagio.

Ma, se vogliamo riparare, non basterà creare le condizioni della riapertura in sicurezza delle scuole o altre singole misure. Qui è necessario mettere mano a una nuova cultura, pensarla, diffonderla. Per ritrovare noi stessi qualcosa che valga la pena di costruire nel lungo termine e offrirlo ai nostri figli, perché abbiano di nuovo la possibilità di sperare.

 *Pastorale Cultura – Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu