lunedì 3 agosto 2020

UNA PASTORALE GIOVANE PER I GIOVANI


Un vademecum per coloro che desiderano affiancare i ragazzi rendendoli protagonisti dell’attività pastorale – Dicastero per la Comunicazione
Lo Spirito rinnova ogni cosa. Una pastorale giovane per i giovani’
È il titolo del volume della Libreria Editrice Vaticana che riflette sul coinvolgimento delle nuove generazioni nella vita della Chiesa. 
Cinque capitoli con esempi concreti sulla scia della “Christus vivit” di papa Francesco


Lo Spirito rinnova ogni cosa. Una pastorale giovane per i giovani (pag. 184; Euro 16,00) è un nuovo volume edito dalla Libreria Editrice Vaticana a firma di Nathalie Becquart la cui prefazione è a firma di frère Alois, Priore di Taizé.
Sulla base della sua lunga esperienza pastorale con i giovani, l’autrice, religiosa francese particolarmente coinvolta nella preparazione e nell’evento del Sinodo dei giovani dell’ottobre 2018, presenta un originale ripensamento della pastorale giovanile chiamata a diventare giovane con i giovani. Questo libro, in effetti, è un vero e proprio GPS per ispirare una pastorale che si adatti alle generazioni attuali. Attraverso 5 capitoli che delineano gli atteggiamenti fondamentali per vivere la missione con i giovani nell’attuale contesto della nostra società secolarizzata, suor Nathalie Becquart non esita a fornire esempi concreti e tracce pratiche radicati nella visione disegnata dal Sinodo dei giovani e dagli orientamenti della Christus vivit di papa Francesco.
Spesso oggi si dice che i giovani sono cambiati e che non sono più reattivi alle iniziative pastorali. In realtà in queste pagine suor Nathalie ci mostra che una pastorale che tenga conto della cultura e delle sensibilità dei giovani di oggi ha ancora molto appeal su di loro. Le indicazioni che l’Autrice fornisce partono dalle esigenze dei giovani e indicano gli aspetti utili al loro supporto e alla loro crescita interiore nella fede: l’importanza dell’ascolto; una Chiesa relazionale e non solo istituzionale; l’attuazione di una pastorale audace e creativa adeguata alle situazioni di vita dei giovani; il bisogno di riferimenti e di guide per apprendere a discernere e a maturare delle decisioni positive; l’importanza di trattare temi a loro cari.
Vere e proprie linee guida per aiutare tutti coloro che nella Chiesa sono desiderosi di unirsi e accompagnare le nuove generazioni nella crescita vicendevole, in sinergia con la loro cultura e il loro nuovo linguaggio, secondo uno stile di corresponsabilità con i giovani stessi. Il nuovo che il Sinodo ci ha mostrato, infatti, consiste nel considerare i giovani non più come semplici destinatari dell’attività pastorale, ma come veri protagonisti – insieme agli altri battezzati – della vita della Chiesa: mentre ricevono – come tutti – offrono a loro volta anche i loro doni e carismi per l’edificazione del Corpo ecclesiale e per la salvezza del mondo.
La Collana Ispirazioni vuole essere un luogo di incontro ecclesiale per aiutare nel discernimento a vivere e a testimoniare l’amore che – mentre ci abita – fa di noi tutti una cosa sola. Così che i credenti possano esprimere questo stesso amore con parole e gesti sempre nuovi, ispirati e animati dallo Spirito di Colui che ha detto: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 2,5).




PANDEMIA. L'EMERGENZA SANITARIA CONTINUA


Covid-19, non regredisce la pandemia. L’Oms avverte che sarà lunga

Continuano a cresce contagi e vittime del coronavirus. L'Organizzazione mondiale della sanità conferma che si tratta ancora di una emergenza sanitaria pubblica



Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

La diffusione del Covid-19 continua a “costituire una emergenza sanitaria pubblica di interesse nazionale”. Il direttore dell’Oms Ghebreyesus lo ha confermato ieri sera, subito dopo la riunione del comitato di emergenza che, da Ginevra, ha lanciato anche un avvertimento: la pandemia sarà molto lunga.
In America Latina si sono raggiunti i 200mila morti
E lunga purtroppo continua ad essere anche la lista dei contagi e delle vittime, arrivate in tutto il mondo a oltre 680mila. Negli Stati Uniti, rileva la John Hopkins University, si sono registrati, per il quinto giorno consecutivo, 60mila nuovi casi di positività, con mille vittime, per un totale di oltre 4 milioni e 600 mila contagiati e più di  154 mila morti dall’inizio della pandemia. Dall’America Latina continuano ad arrivare cifre spaventose, con oltre 200mila morti, mentre il Sudafrica, quinto paese al mondo più colpito, ha superato il mezzo milione di casi, con circa 150 decenni in un solo giorno.
Manifestazioni negazioniste in Germania
In Europa sale l’allerta per Germania e Francia. Nella prima si sono registrati, nelle ultime 24 ore, mille nuovi casi, con la capitale Berlino che veniva attraversata da 20mila negazionisti della pandemia, ostili a tutte le misure prese per fermare il contagio, soprattutto le restrizioni alle libertà individuali. In Francia, ci sono oltre 1300 casi, mentre continua ad essere Madrid la città europea con più vittime. Intanto, il ministro della salute russo ha annunciato che il vaccino contro il coronavirus sarà disponibile in Russia entro l’autunno e sarà gratuito per tutti, a cominciare da medici ed insegnanti.
Usa, per la prima volta una convention a porte chiuse
Nel frattempo, per la prima volta nella storia moderna degli Stati Uniti, è stato deciso che una convention repubblicana sarà chiusa alla stampa. Si tratta dell’appuntamento a Charlotte, nella Carolina del Nord, dove i delegati voteranno per la nomina formale di Trump a candidato repubblicano per il voto del prossimo 3 novembre, e che lascerà fuori i giornalisti per assicurare il rispetto del distanziamento sociale.



sabato 1 agosto 2020

HANNO FAME! ABBIAMO FAME!


Dal Vangelo secondo Matteo  - Mt 14,13-21

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

FAME di COSE GRANDI

Commento di P. Hermes Ronchi

Vorrei essere uno dei cinquemila, quella sera, sul lago!
Li invidio non per il miracolo dei pani, ma per la seduzione che hanno, più forte di ogni paura.
Con Gesù, che ascoltano e bevono. Ascoltano e brucia loro il cuore, ascoltano e risplende la vita.
Stare con lui, quando sera e notte scendono su noi. E il lago, e il deserto, profumano di pane.
Stare con lui, e sentire che più vivo di così non sarò mai.
In quella infinita sera sul lago, due verbi opposti: comprare o dare. Comprare, dicono gli apostoli. Mentalità che è nostra: se vuoi qualcosa, lo devi pagare. Niente di scandaloso, ma diventa banale questa logica d’eterna illusione, in bilico tra dare e avere. In questo sistema chiuso, Gesù rilancia: DATE!
Date voi stessi da mangiare. Non già “vendete, scambiate, prestate”; ma radicalmente “date”.
E sulla notte della necessità ecco spuntare l’alba della gratuità, dell’amore squilibrato e senza calcoli, del dare a fondo perduto senza aspettarsi nulla. Solo la gioia, forse.
Quante volte nel Vangelo lo si vede intento a condividere, felice, il pasto con altri, da Cana all’ultima cena, fino a Emmaus.
Gesù amava così tanto mangiare insieme, che il tenerli vicini a sé è diventato il simbolo della sua vita: “quando me ne andrò, e non potrò più riunirvi e darvi il pane, e condividerlo, voi potrete unirvi e mangiare me”.
Dio ferma la fame del mondo solo quando le nostre mani imparano a donare. L’aveva detto: “Voi farete cose più grandi di me”.
E a noi, che sempre preghiamo “dacci oggi il nostro pane”, il Signore risponde: “date voi il vostro pane”.
Ecco che i cinque pani passano dalle mani di uno a quelle di tutti i cinquemila.
Misteriosa e multipla regola del Regno: poco pane condiviso è sufficiente, perché solo così diventa pane di Dio. Cinque pani allora basteranno per una folla, e i pezzi rimasti riempiranno le ceste. Nulla andrà perduto.
Cinque pani e due pesci: è poco, è solo una goccia nel mare, ma è quella goccia che può dare senso a tutta la vita (Madre Teresa).
La fame inizia quando io tengo il mio pane per me, quando l’Occidente sazio tiene il proprio pane per sé. Fame che, allora, non finirà.
Sfamare la terra invece è un miracolo possibile se la condivisione si fa realtà. C’è pane sufficiente per tutti nel mondo, ma è diventato insufficiente per l’avidità di pochi.
Il profeta ripete: chi ha fame venga e mangi, senza denaro né spesa.
Ma quale fame morde dentro di noi? Solo di pane? O fame di giustizia per noi e per tutti? Fame di avere o anche fame di dare?
Il Signore sia il nostro affamatore, e sapremo dare pane a chi ha fame e accendere fame di cose grandi in chi è sazio di solo pane. E la nostra sarà fame di un mondo nuovo, con mani di pane che conoscono il miracolo del dono.







DIFFUSIONE VIRUS. ATTENZIONE A NON SCARICARE TUTTA LA RESPONSABILITA' SUGLI IMMIGRATI

GLI IMMIGRATI NON POSSONO ESSERE IL CAPRO ESPIATORIO !

Galli a SkyTg24: “Virus arriva sui barconi? Contrapporsi su questo è da irresponsabili, più infezioni in casa che da fuori”
di F. Q. 31 Luglio 2020

Il virus arriva sui barconi? Mi sento di fare un appello da cittadino, più che da scienziato: contrapporsi e litigare su questo non è da politici responsabili. Viviamo in un mondo globalizzato: l’infezione può arrivare da qualunque parte del mondo“.
A dirlo, intervistato a SkyTg24, il primario infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli. Prima di lui, in studio, una esponente di Forza Italia, in linea con le idee dei partiti di centrodestra (in testa Lega con Matteo Salvini e Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni), aveva puntato sul rischio sanitario derivante dagli sbarchi sulle nostre coste di migranti. “Abbiamo più infezioni tra gli italiani, in questo momento, che da fuori”, ha concluso Galli.




MIGRANTI: ALLARMI, PAURE, SCENARI ANSIOGENI, DECLINO DEI VALORI ......


MA NESSUNA EMERGENZA COPRE LA DISUMANITÀ

di MAURIZIO AMBROSINI

Aumentano un po’ gli arrivi di persone in fuga dalle coste nordafricane, e subito in Italia si riparla di «emergenza sbarchi», in un circuito politico-mediatico che rilancia e rafforza la percezione di una grave minaccia incombente. La pandemia non ancora sconfitta offre un supplemento di risorse emotive che concorre alla costruzione di uno scenario ansiogeno che alimenta la richiesta di provvedimenti draconiani.
Una volta definita la situazione in termini di assoluta emergenza, il governo sta rispondendo con misure ad alto impatto comunicativo, volte anzitutto a rassicurare la popolazione: ecco allora niente meno che l’invio dell’Esercito per presidiare i centri di accoglienza e l’allestimento di costose navi-quarantena per trattenere i migranti in mare, come se il solo contatto dei loro piedi con il suolo patrio avesse effetti contaminanti. Nel frattempo, lo smantellamento di gran parte degli hotspot e delle strutture di accoglienza ha di molto indebolito la capacità di rispondere agli arrivi in modo dignitoso: per le persone da soccorrere e per il livello di civiltà di un Paese avanzato. Anche da qui nasce la percezione di un’emergenza: non c’è come rinunciare a prepararsi a fenomeni prevedibili per trasformarli in eventi drammatici, appunto in emergenze. Di fatto, dopo la drastica riduzione degli arrivi determinata dagli accordi con la Libia del 2017, è avvenuta ora soltanto una modesta ripresa: 12.500 arrivi dall’inizio dell’anno, quasi 5.600 nel mese di luglio. Ben lontani, comunque, dai quasi 200.000 del 2016.
Qualche caso di positività, qualche fuga da centri sovraffollati e inospitali, qualche reazione impaurita da parte di alcuni residenti, non bastano a giustificare la torsione securitaria dei dispositivi di accoglienza. Come ha notato il direttore di questo giornale, niente di tutto questo viene riservato ai turisti stranieri, statunitensi compresi, che vorremmo invece accogliere a braccia aperte. Come se il Covid-19 fosse contagioso soltanto arrivando da Paesi poveri.
Quanto alle soluzioni più strutturali, per così dire, alla presunta emergenza, il governo appare prigioniero di una coazione a ripetere. Ha appena rinnovato gli accordi con il governo libico, rifinanziando la cosiddetta Guardia costiera che non si fa scrupolo di sparare ai migranti, e ora tenta di ripetere lo schema con il governo tunisino. Non cessa l’intralcio delle attività umanitarie delle Ong, impegnate nei soccorsi in mare. Langue la revisione dei decreti sicurezza: ora si parla di un rinvio a settembre, l’ennesimo, per una svolta che doveva essere caratterizzante per la nuova coalizione di governo.
L’emergenza non solo copre e giustifica il sostegno a trattamenti disumani, fino al ricorso alla forza letale, ma inibisce anche il perseguimento di un salto di qualità nelle politiche dell’asilo e dell’immigrazione. Quando non cala un imbarazzato silenzio, non si vede neppure uno sforzo convinto in direzione di una gestione internazionale dell’accoglienza in Libia, del rilancio di corridoi umanitari dai Paesi di transito, di una programmazione di quote d’ingresso per lavoro, soprattutto stagionale, da Paesi vicini come la Tunisia. Ripartono invece i lamenti verso l’Europa, che ha le sue colpe, ma non disapplica gli accordi di Malta: se si vanno a rileggere, si scoprirà che riguardavano soltanto le persone tratte in salvo dalle navi delle Ong, non gli arrivi spontanei. Nel frattempo, va sempre ricordato che nel mondo circolano quasi 80 milioni di profughi, tra cui circa 34 milioni di rifugiati internazionali. Gran parte di questi sono accolti nei Paesi confinanti, ma il fatto che qualche migliaio ogni anno arrivi fino alle nostre coste non dovrebbe apparire sensazionale. Ciò che dovrebbe impressionarci è l’abisso in cui ci sta trascinando il declino dei grandi valori e dei princìpi umanitari.



LA CHIESA DOPO IL CORONAVIRUS



Un invito che nasce da una comprensibile inquietudine

-         Giuseppe Savagnone
-          
La lettera nella quale, in questi giorni, la Presidenza della CEI ha invitato i vescovi italiani a «porre le condizioni con cui aprirsi a nuove forme di presenza ecclesiale», in vista della ripartenza autunnale, non è casuale. Essa nasce da una preoccupazione, neppure troppo velata, di fronte alla constatazione che, dopo il lockdown, il ritorno alla celebrazione dell’Eucaristia con il popolo è stato «segnato anche da un certo smarrimento (in particolare, una diffusa assenza dei bambini e dei ragazzi), che richiede di essere ascoltato».
Dopo le accese proteste, soprattutto di quella parte del mondo cattolico più attaccata ai riti e alle devozioni, contro la sospensione della celebrazione delle liturgie eucaristiche; dopo che la stessa Presidenza della CEI aveva reagito con durezza contro il protrarsi di questa sospensione, arrivando a prospettare una violazione del diritto di libertà religiosa; dopo che si erano studiate minuziosamente le misure per conciliare la tutela della salute e il corretto svolgimento delle funzioni – dopo tutto questo, sembra che le chiese, ora che sono state riaperte, restino mezze vuote, perché molti – soprattutto i giovani – continuano a disertarle.
I limiti del virtuale
Possibile che una interruzione di poche settimane abbia sviato i fedeli dalla frequenza domenicale, ancora così radicata nel costume? O forse, più sottilmente, sono stati i vantaggi di una partecipazione virtuale a indurre molti a continuare a seguire la messa in Tv? Solo che in questo modo l’assemblea liturgica perderebbe istituzionalmente – e non solo per l’emergenza del lockdown – la sua ricchezza umana integrale, che comporta anche la dimensione fisica, e soprattutto il riferimento al banchetto eucaristico, in cui i fedeli si nutrono, del corpo e del sangue di Cristo, «vero cibo e vera bevanda».
Si capisce l’inquietudine della Presidenza della CEI, anche in riferimento a una ripresa che, in autunno, dovrebbe confrontarsi col problema della presenza fisica dei ragazzi nelle classi di catechismo e negli oratori.
L’urgenza dell’ascolto
È significativo, tuttavia, che la lettera accenni quasi di sfuggita alle difficoltà, insistendo piuttosto sulla necessità, da parte delle nostre comunità, di «aprirsi a nuove forme di presenza ecclesiale». Segno di una consapevolezza che il problema è più profondo del mancato ritorno in chiesa ed esige non tanto delle sterili recriminazioni, quanto un «ascolto» intelligente di ciò che sta accadendo nella nostra società.
La crisi c’era già prima del lockdown
In verità, dei germi di crisi erano già abbastanza evidenti anche prima del coronavirus. I giovani di cui oggi viene notata l’assenza erano a loro volta i superstiti di generazioni che da tempo, ormai, avevano abbandonato la pratica religiosa. Dalle più recenti inchieste risulta che oggi, in Italia, quasi metà dei giovani dai 18 ai 29 anni non credono in Dio, o perché pensano che non esista, o perché sono del tutto indifferenti al problema, o perché ci credono a intermittenza, qualche volta sì qualche volta no, o perché, pur ammettendo l’esistenza di una forza superiore, escludono che sia Dio. Colpisce l’accelerazione impressionante del fenomeno se si pensa che negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso gli atei erano tra il 10 e il 15% della popolazione giovanile.
Qualcosa deve cambiare
Fa riflettere il fatto che l’80% dei giovani «non credenti» è passato per il battesimo e la prima comunione, circa i due terzi per la cresima. I tre quarti hanno frequentato il catechismo. Sono perciò giovani che hanno abbandonato dopo l’iniziazione cristiana. È il fallimento del catechismo come viene praticato quasi ovunque. La grande fuga dei ragazzi si verifica di solito a conclusione di esso, come se i sacramenti che dovrebbero introdurli nella pienezza della vita cristiana fossero invece quelli del congedo da essa e dalla Chiesa.
I segni di un tramonto, ma anche la prospettiva di un nuovo inizio
Il tempo del coronavirus ha dunque solo evidenziato una crisi su cui forse si erano troppo a lungo chiusi gli occhi. Ma, se è vero che esso mette in risalto i segni di un tramonto, c’è da chiedersi se non mostri, al tempo stesso, alcuni elementi che potrebbero favorire un nuovo inizio, consentendo il superamento di alcuni schemi che ingabbiavano la pastorale, soprattutto giovanile.
Oltre i muri
Proprio la crisi della pratica religiosa tradizionale, quella che si svolge tra le mura dei templi, rimette in discussione uno di questi schemi, secondo cui si consideravano “veri cristiani” solo i cattolici “praticanti”, e “praticanti” solo quelli che andavano in chiesa la domenica. Il confinamento ci ha costretti a relativizzare, insieme al luogo fisico, le mura di divisione che separavano nettamente chi sta “dentro” e chi sta “fuori”. Nello spazio della rete tutti sono in grado di collegarsi a tutti e di partecipare anche se non l’avevano mai fatto. I confini sono saltati.
La rete come metafora: la “terra di mezzo”
Ma non è questa anche una potente metafora di uno stile ecclesiale diverso, dove “cattolico” torni a significare un’apertura illimitata alla totalità dei valori umani e quindi a tutti coloro che, anche per vie diverse da quelle dell’ortodossia ecclesiale, sono alla ricerca di un senso della vita?
Non per nulla sono i giovani i più capaci di utilizzare i nuovi mezzi di comunicazione. Lo spazio senza barriere della rete esprime bene la loro condizione, che non è quella di chi sta “dentro” la Chiesa , ma neppure quella di chi sta “fuori”. Più che di atei e di credenti bisognerebbe, perciò, parlare di giovani che abitano quella che un sociologo, Alessandro Castegnaro, ha definito una «terra di mezzo» tra credenza e incredulità e che, se non vanno in chiesa, non è perché abbiano definitivamente rifiutato la fede, ma perché non riescono più a riconoscersi nel modo tradizionale di proporla.
La Chiesa che può accogliere i giovani
Certo, guardando questi giovani ci si potrebbe chiedere: «Che cosa cercano? Cercano Dio?». In realtà, come scrive Castegnaro, «cercano innanzi tutto se stessi, cercano di non perdersi, cercano di ritrovarsi (…). Ma cercare se stessi non ha proprio niente a che fare con la ricerca di Dio?».
Ad essi può rispondere solo una Chiesa capace di accoglierli con le loro inquietudini, una Chiesa che apra lo spazio per «portare avanti le proprie esplorazioni, condurre incursioni, fare esperienze a partire dal bisogno di comprendere se stessi e dalla personale ricerca di senso».
Una partecipazione senza appartenenza
Questi giovani hanno bisogno di una partecipazione senza appartenenze rigide, di una proposta fatta in un linguaggio nuovo, non “ecclesiastico”, che, invece di riflettere certezze già precostituite, si sforzi di esprimere la complessità della vita e sia per questo comprensibile a tutti.
Non è il linguaggio che il coronavirus ci ha costretti a usare, in una liturgia del quotidiano che si è svolta tra casa nostra – luogo di condivisione, a volte faticosa, tra diversi, alle prese con le incombenze e le necessità della vita familiare – e le piattaforme del web, aperte senza limiti al mondo? Perché non imparare da questa esperienza un approccio non “sacrale”, meno che mai “clericale”, alla nostra fede, valorizzando la sua portata pienamente umana?
Discepoli della Sapienza
Una nota teologa, Serena Noceti, segnalava a questo proposito l’attualità della tradizione sapienziale, che attraversa tutta la Sacra Scrittura. Mentre la Torah, la Legge, enuncia le richieste di Jahvè al suo popolo e i libri profetici fanno percepire l’irruzione bruciante della Trascendenza nella nostra storia, i libri sapienziali insegnano a leggere la presenza di Dio nelle vicende della vita e della morte.
Sono i libri della riflessione sul quotidiano – Proverbi, Sapienza, Siracide –, ma anche i più drammatici della Bibbia – Qohelet, Giobbe. Qui non si parte dalle certezze, ma dalle domande – non quelle del catechismo, confezionate in vista delle risposte –; non dalla fede, ma dal grido che, come scrive Recalcati, è «il luogo primario della umanizzazione della vita». «Ma cos’è un grido? Nell’umano esprime l’esigenza della vita di entrare nell’ordine del senso, esprime la vita come appello rivolto all’Altro. Il grido cerca nella solitudine della notte una risposta nell’Altro. In questo senso, ancora prima di imparare a pregare e ancora di più nel tempo in cui pregare non è più come respirare, noi siamo una preghiera rivolta all’Altro».
Accogliamo i “gridi perduti nella notte”!
Forse da qui bisogna ripartire, con i giovani ma anche con gli adulti, ricordando che le nostra certezze di fede, se sono autentiche, non sono ereditarie, ma hanno richiesto una conquista: «Siamo stati tutti dei gridi perduti nella notte». Lasciamo entrare nelle nostre riunioni gli abitanti della “terra di mezzo” senza chiedere loro il passaporto. Anzi, rendendo queste riunioni, anche quando potranno essere fatte in presenza, fluide e accessibili come lo sono state le liturgie della rete (alle messe del papa, durante il lockdown, partecipavano tanti che in chiesa non andrebbero mai!).
La promessa che qualcosa di nuovo nascerà
Il coronavirus ci ha messo alla prova e forse sta accelerando la fine non solo di una società, ma anche di un certo modo di vivere la Chiesa. Ma noi, i cristiani, non dobbiamo aver paura del rinnovamento. Ciò che muore apre la strada a ciò che sta nascendo. E noi crediamo di dover avere un ruolo, con la nostra inventiva e i nostri poveri sforzi, nell’adempimento della promessa che sta a conclusione della Sacra Scrittura: «E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (Ap 21,5).




CASTIGAMATTI E PRESTIGIATORI. IL DECLINO DELL'ITALIA


L’Italia era un Paese 
in declino 
anche prima della pandemia


Il mancato rinnovamento della classe dirigente pubblica, la secolare questione meridionale, il protrarsi di un capitalismo anomalo e prenditore, l’inseguimento di ideologie morte e sepolte, sono solo alcune delle crisi che lo Stato italiano attraversava prima del coronavirus. Crisi che vengono da lontano e che oggi si pagano a caro prezzo
Pixabay
Pluto è una commedia di Aristofane, andata in scena per la prima volta ad Atene, alle Lenee del 388 a.C. Prende il nome dal dio greco della ricchezza, Pluto appunto, ed è un apologo ironico sulla diseguale distribuzione tra gli uomini del denaro, movente principale delle azioni umane. Il protagonista è un anziano cittadino di Atene, il povero ma onesto Cremilo, che insieme al servo Carione si reca presso l’oracolo di Delfi.
Avendo infatti notato che nel mondo la ricchezza non è suddivisa equamente e soprattutto non premia gli onesti, Cremilo intende chiedere all’oracolo se anche il proprio figlio sia destinato a restare povero o meno. La risposta dell’oracolo è che egli dovrà seguire la prima persona che incontrerà all’uscita dal tempio. Quando Cremilo e Carione escono, incontrano uno straccione cieco, e cominciano quindi a interessarsi a lui. Ben presto il cieco si rivela essere Pluto, dio della ricchezza.
Convinto che la diseguale distribuzione della ricchezza derivi dalla cecità del dio, Cremilo si offre allora di ridargli la vista, in modo che Pluto possa distinguere tra onesti e disonesti e premiare solo i primi. Tuttavia, arriva la personificazione della Povertà che lo ammonisce sui rischi di tale proposito. Cremilo però non ascolta i consigli della Povertà e riesce a far recuperare la vista a Pluto grazie all’intervento miracoloso di Asclepio.
La conseguenza è che tutti diventano ricchi e benestanti, ma ciononostante le lamentele sul nuovo stato di cose sono molte: un sicofante va in rovina poiché non ha più gente da denunciare ed una vecchia non trova più giovani che vogliano soddisfarla a pagamento. Persino Zeus si lamenta che gli uomini non hanno più bisogno di fare offerte agli dei, ed Ermes, dio degli affari e degli arricchimenti, deve cercarsi un nuovo lavoro. Tuttavia, i malumori si placano e nel finale tutti si avviano in corteo per accompagnare Pluto presso la sua dimora sul Partenone.
L’opera tratta, come numerose altre commedie dell’autore, della possibilità di realizzare una grande utopia, in questo caso quella dell’eliminazione della povertà e di una distribuzione della ricchezza che premi gli onesti. I risultati però non sono quelli sperati e sono numerosi, tra uomini e dei, coloro che si lamentano del nuovo stato di cose.
Le argomentazioni più importanti vengono dalla Povertà, la quale afferma che grazie ad essa gli uomini sono spinti ad impegnarsi e a lavorare per costruirsi una migliore situazione di vita, mentre da ricchi si lasciano andare alle mollezze e non producono più nulla di positivo. E questo è ancor più vero per gli uomini politici, che una volta ottenuti potere e ricchezza perdono ogni scrupolo e cominciano ad arricchirsi a scapito del bene comune. Gli effetti di quest’utopia si fanno imprevedibili e non prefigurano affatto un mondo migliore, come sperato da Cremilo.
Prima che la pandemia si abbattesse sull’Italia con il carico di lutti, di paura del diverso e di timori per il presente e per futuro, essa era già un Paese in declino che scivolava verso la marginalità sia in Europa che nel mondo. Non è più necessario ricorrere alla messe di dati che i vari e qualificati Istituti di Ricerca mettono ogni giorno a disposizione. La cronaca sempre più spietata ci restituisce una narrazione inequivocabile.
Il Paese si è fatto trovare inerme e arretrato, con ancora irrisolta la secolare questione meridionale e sta perdendo ulteriormente terreno perché ha permesso che in questi anni la distanza tra la propria società e quella della maggior parte dei Paesi occidentali con cui inevitabilmente è chiamato a misurarsi, diventasse incolmabile.
I tanti appuntamenti a cui non ha saputo presentarsi, il mancato rinnovamento della propria classe dirigente pubblica, il protrarsi di un capitalismo anomalo e prenditore, l’inseguimento di ideologie altrove morte e sepolte hanno generato un clima di sfiducia da cui i giovani che possono fuggono alla prima occasione, mentre gli anziani scuotono il capo rassegnati. Non si tratta soltanto dell’ormai piena consapevolezza di avere davanti prospettive di molto inferiori a quelle dei propri genitori o nonni, né della conclamata crisi di attendibilità che logore istituzioni si affannano quotidianamente a manifestare.
Una grande malinconia caratterizza l’intero Paese, pur manifestandosi con modalità sociologiche e culturali specifiche nelle molte e diverse zone geografiche di una penisola troppo lunga. Nel nord si è esaurita da anni la spinta propulsiva che sosteneva il cuore produttivo di un’Italia della creatività, dell’invenzione, dell’originalità coniugate nel clima familiare della piccola e media impresa, come l’hanno definita Susanna B. Stefani e Piero Trupia nel saggio L’impresa conviviale Protagonisti, regole e governance del modello italiano, Egea, 2004.
Travolta dalla pressione fiscale cresciuta in modo esponenziale e oppressa dalla più vasta e costosa burocrazia del Pianeta, essa non ha potuto investire in ricerca e innovazione ed ha preferito de localizzare per sopravvivere, cercando altrove di ricostruire il proprio futuro, dove ancora era possibile rispondere ad una domanda di mercato attestata sui beni primari di un inedito consumismo.
Nel Sud, ormai totalmente controllato dalle diverse seppur mutanti organizzazioni criminali, è lo Stato stesso che è comparso solo due volte: la prima come datore di lavoro pubblico, effimero riparatore della scelta miope di non far decollare lo sviluppo produttivo, la seconda come insieme di istituzioni sempre più impotenti dinanzi al dilagare del bisogno, della malattia, del degrado ambientale e sociale e, talvolta, contagiate dal medesimo.
Il declino del Paese viene da lontano perché si è radicato in almeno tre scelte che oggi si pagano a caro prezzo. La prima scelta è stata il progressivo allontanamento di quanto dall’Unione Europea perveniva, già in anni lontani, in tema di suggerimenti opportunità di conoscenze e metodologie, direttive non vincolanti che, però, avrebbero aiutato un progresso lento ma costante.
Per l’Italia l’Europa è stata solo una risorsa economica da spendere nel clientelismo e nello spreco. Ne è un segnale evidente la potente barriera linguistica che vede solo una percentuale minima di abitanti conoscere altre lingue (intendo proprio conoscere e praticare .. e non studiare a scuola per qualche anno). Si pensi al danno fatto dal doppiaggio cinematografico, quasi assente negli altri Paesi, dove al contrario proprio il mezzo televisivo o il cinema ha contribuito significativamente all’avvicinamento almeno all’inglese che oggi la maggior parte dei nati tra il 1960 e il 1990 comprende bene nei paesi scandinavi e sufficientemente in quelli dell’est europeo.
Chi scrive ha vissuto in più occasione esperienze di percorsi di scambio e di studio promossi dal CEDEFOP, l’agenzia europea che si occupa di apprendimento e di formazione promuovendo in paesi diversi, alcuni dei quali allora non erano ancora entrati nell’Unione, seminari molto impegnativi, ma del tutto spesati, ed ogni volta ha constatato lo stupore e la sorpresa degli altri partecipanti nell’incontrare un italiano.
A Oslo ed a Stoccarda, a Tallinn e ad Helsinki i workshop erano affollati da estoni, lettoni, danesi, norvegesi, finlandesi mandati dai propri governi a capire le nuove strade dello sviluppo e ad acquisire gli strumenti per gestirlo. Anni dopo abbiamo visto la differenza che si rispecchia nella risibile presenza di funzionari italiani nei ruoli amministrativi dell’Unione Europea, anche a motivo del gap linguistico.
Per noi è sufficiente emanare proclami a difesa della lingua italiana nel contesto europeo. Quindi non solo non ci sforziamo di aprire la mente ma in più vi costruiamo sopra una protesta da ridere non certo per l’indubbio valore del nostro idioma quando per il provincialismo con cui la conduciamo.
Oggi paghiamo quelle mancate opportunità, recitando presso i paesi cosiddetti frugali il ruolo degli accattoni di soldi a prestito o a fondo perduto per scaricarne il costo sui figli e nipoti per i prossimi trent’anni, dimenticando che essi erano “in braghe di tela” quando noi celebravamo il miracolo economico operato dal Piano Marshall e dai pochi illuminati imprenditori. Hanno usato bene l’Europa e noi oggi, rimasti in coda, ne mangiamo la polvere.
Una seconda drammatica scelta è stata il mantenimento di un capitalismo familiare sovvenzionato dallo Stato, luogo della massima ambiguità economica, garantendone gli errori attraverso la cassaforte di Mediobanca e scaricandone le perdite sui piccoli risparmiatori. Un sistema di cui sono stati custodi gli gnomi della finanza nostrana a scuola dei quali molti sono poi andati non riuscendone però ad esserne all’altezza, per cui alla misteriosa riservatezza di Cuccia o alla palese contiguità con il crimine di Sindona, entrambi menti raffinatissime seppur diversamente orientate, si è sostituita la rapacità di Calvi, la grandeur di Geronzi prima e l’arroganza dei furbetti del quartierino dopo.
Nel frattempo, il sistema bancario andava in frantumi con la legge Amato che avrebbe funzionato sicuramente altrove ma che in Italia, piuttosto che bonificare ove necessario, ha solo invitato a pranzo squali e piranha che hanno fatto a pezzi Istituzioni plurisecolari e inoculato nei risparmiatori il veleno della speculazione, con i disastri che conosciamo.
Infine, hanno avuto risalto l’incapacità di porre un freno agli appetiti delle corporazioni (ordini professionali, università, fondazioni bancarie ecc.) e la mancanza di onestà intellettuale con cui riconoscere che alcune follie ideologiche non potevano più essere prese in considerazione in un Paese che le aveva comunque realizzate, seppur attraverso un immenso debito pubblico. Ciò ha generato un’azione combinata che ha ulteriormente differito ogni presa di coscienza e accelerato il declino.
Era inevitabile che sulle macerie facesse la propria comparsa, il Bagatto, epigono del già evocato dio Pluto che, suonando pifferi di ogni genere ha conquistato almeno due generazioni veramente convinte che il mondo fosse quello del Mulino Bianco e che l’Italia fosse solo un Paese “dai ristoranti pieni” incompreso e ingiustamente criticato in Europa e nel mondo. Ercolino è di nuovo in piedi e studia da “ago della bilancia” sperando nel laticlavio a vita.
Taccio sulle brevi parentesi dei governi di centro sinistra, pallidi ologrammi di valori mai creduti e meno che mai praticati, ma impegnati esclusivamente a procurarsi in ben due occasioni sprecate una foglia di fico dietro cui nascondere la propria strutturale inadeguatezza a traghettare il Paese verso il cambiamento.
Ora è giunto il tempo in cui l’intero circo sta venendo giù, non per gli applausi, quanto per il fragore con cui sono entrate in scena due categorie di mattatori: i Castigamatti e i Prestigiatori. Alla prima appartengono coloro che trovano ogni volta un nemico da additare e verso cui convogliare la rabbia e la delusione della gente normale. Tra di essi si distinguono quanti propongono una visione del Paese come se l’Italia fosse l’Arcipelago delle Isole Lofoten o del Canale della Manica e non un significativo tassello di delicatissime dinamiche internazionali.
Nella seconda categoria si affollano fate ignoranti che, nonostante ciò, si ritengono portabandiera del rigore prima morale, poi giudiziario, poi economico e che probabilmente credono che Aristofane sia uno degli aristogatti. Essi inseguono l’utopia contro cui proprio il commediografo greco ammoniva e stanno seminando nel paese il virus dell’assistenzialismo diretto, superando in ipocrisia quello storico e alimentando l’idea che il reddito debba provenire da uno Stato che nazionalizza un po’ tutto, pagandolo con il denaro comunitario destinato agli investimenti. Amano la Cina e ne stanno costruendo l’avamposto in occidente.
C’è chi ha proposto il Dio Po e le danze celtiche, chi il ritorno della lotta di classe, alla produzione di massa e alla decrescita felice, chi, ancora, spacciando le nuove tecnologie, che altrove hanno contribuito a cambiare il mondo, come un messianico strumento per rifondare la democrazia e chi infine sta dando il colpo finale al palo centrale del tendone da circo, riproponendosi quale Demiurgo che, in modo camaleontico e suadente, ritiene se stesso l’insostituibile leader in grado di salvare il Paese. Triste figura che con i propri accoliti replica l’eterna dinamica circense tra il clown bianco e l’Augusto.
Alla luce dei fatti, e dei numeri, non prevarranno probabilmente né i Castigamatti né i Prestigiatori, pallidi burattini che recitano copioni scritti da altri che vogliono che entrambi siano costretti a convivere, a mescolarsi, a ostacolarsi gli uni con gli altri, rendendo ancora più confusa ed incomprensibile la strada verso il futuro.
In ogni essere umano e in ogni società un istinto sopito che, nei momenti di grande drammaticità si riscuote e permette di attingere a risorse che non si immaginava di avere. La chiamiamo resilienza ma è l’istinto di sopravvivenza, che ben riconosciamo sui volti dei migranti, che porta i singoli o i gruppi a ricercare altrove condizioni di vita migliore per sé e per la prole e le società a ribellarsi, talvolta in modo cruento e incontrollato, quando la misura è veramente colma, i figli piangono e gli anziani muoiono di abbandono, non perché siano dei barboni ma semplicemente perché non possono più permettersi di riscaldare quelle case, di cui, IMU a parte, sono paradossalmente “padroni”.
Non è facile immaginare verso quale delle due strade si dirigerà l’istinto di sopravvivenza degli italiani, ma è sotto gli occhi di tutti che se la prima è già stata imboccata dai giovani più coraggiosi e non solo talentuosi e dalle imprese più avvedute, la seconda potrebbe rimanere l’ultima via d’uscita per chi, come un tempo si diceva “non ha da perdere altro se non le proprie catene”.
Governare con la crisi è il titolo di un libro di Giulio Andreotti, pubblicato nel 1991 da Rizzoli, in cui si ricostruisce il clima di perenne incertezza politica che caratterizzò l’Italia a partire dal dopoguerra. Sono pagine che vengono da lontano, rivelando l’innegabile lucidità dell’uomo politico più controverso che l’Italia repubblicana abbia mai avuto. Tuttavia, l’Andreotti storico è finissimo analista e spietato patologo di una lunga stagione iniziata con Badoglio e mai conclusa. Nel sigillare il proprio libro per i posteri, appone un marchio di fuoco, definendo quale destino nazionale «la stabile instabilità della prima Repubblica». Oggi mentre agonizza la seconda e si prefigura la quarta, probabilmente dovrebbe aumentare la dose giornaliera di aspirine.
Più vicino alla realtà odierna è il saggio di Pierre Dardot e Christian Laval Guerra alla democrazia, pubblicato nel 2016 da DeriveApprodi, così recensito da Benedetto Vecchi «Un saggio partigiano da usare come antidoto a chi invoca populismi tinteggiati di rosso per sovvertire la società del capitale» nel cui primo capitolo, intitolato Governare la crisi, si legge:
«La parola crisi utilizzata negli ultimi trent’anni per indicare un meccanismo oggettivo indipendente dall’azione umana, maschera di fatto la realtà di una guerra politica portata avanti da diversi attori, privati e pubblici, nazionali e globali. Da questo punto di vista la politica, in quanto esercizio del potere, non è nient’altro che la forma con la quale viene instancabilmente portata avanti la guerra tra classi da parte dell’oligarchia politico-finanziaria.
Questa guerra ha per posta in gioco l’organizzazione della società e per strumento l’economia. Ha l’obiettivo di trasformare, talvolta distruggere, le istituzioni sociali che garantivano una relativa autonomia individuale, familiare, e più in generale collettiva di fronte al mercato del lavoro e alla subordinazione nei confronti del capitale. »
Alessandro Pajno, classe 1948, docente di Diritto amministrativo, ex presidente del Consiglio di stato, capo di gabinetto di Mattarella e di Ciampi, all’Istruzione, al Bilancio e al Tesoro, segretario generale della presidenza del Consiglio con Romano Prodi e poi sottosegretario al ministero dell’Interno, è uno di quegli uomini di cui il grande pubblico non conosce il volto e stenterebbe a indovinarne le funzioni, malgrado abbia servito lo Stato, e nei suoi gangli vitali, per tutta la vita.
Pajno è infatti la grande intendenza d’Italia. E ancora oggi, da illustre pensionato, esprime la dottrina dell’esangue potere delle istituzioni contrapposta, come in uno specchio, al potere sanguigno della politica.
Intervistato da Salvatore Merlo su Il Foglio del 14 aprile ha spiegato: «Pensano che governare significhi comunicare, ma occorre la gestione. C’è una battuta che a me piace ripetere: Il populismo spesso intercetta problemi seri ma dà sempre le risposte sbagliate’. Ecco, sembra che nessuno voglia fare la fatica del lavoro necessario a cambiare le cose.»
Secondo Pajno, uno dei guasti che affliggono l’Italia, che ne frenano la capacità di sviluppo anche economico, è l’eccesso di leggi, «contraddittorie, sedimentate l’una sull’altra, di difficile interpretazione. L’effetto di una miopia, e di una malattia propagandistica, cioè dell’idea che le leggi siano palingenetiche, che basti una norma a risolvere un problema. Al punto da aver trasformato le leggi in bandiere, in strumenti retorici, fin dai nomi con le quali sono battezzate.
Pensateci un attimo. “La buona scuola“. Oppure: “Legge Spazzacorrotti“. Spazzacorrotti dà l’idea di un colpo di maglio che cancella ogni cosa. Ma sono figure retoriche che servono soltanto a saltare i problemi a piè pari. E infatti i problemi sono venuti al pettine con le sentenze della Corte dei diritti dell’uomo, della Corte costituzionale… Di leggi ce ne sono anche troppe. Se il sistema non funziona in modo adeguato, se ci si perde in una serie di regole astruse, la causa non è soltanto in un certo tipo di cultura e di mentalità della burocrazia o nella sua mancanza di qualità ma, innanzitutto, è proprio in quel reticolo di leggi, regolamenti, disposizioni primarie e secondarie che circondano lo svolgimento dell’azione amministrativa».
E si ritorna dunque a Max Weber, qualunque sistema economico richiede una amministrazione efficiente e una giustizia funzionante. Dice infatti il professor Pajno: «Per fornire un contributo alla ricostruzione, sarebbe quanto mai opportuno un autentico cambiamento culturale, che riscopra il valore autentico della discrezionalità dell’amministrazione. Le leggi devono essere poche e chiare. Le decisioni, in base a quelle leggi, le prende l’amministrazione. Solo così rilanciamo l’Italia».
E infatti ogni volta che in Italia, in ogni campo, si è posta una questione, la risposta è stata facciamo una legge o istituiamo un ministero. Un guasto culturale. Una deriva che ha piegato l’attività di governo, che dovrebbe essere capacità di scegliere ragionevolmente, alla ricerca del consenso più immediato. La nostra politica è più brava a preparare le elezioni che a impegnarsi nella fatica di governare”.
Ma la crisi drammatica del Covid19 può essere anche un’occasione di riscatto, di ammodernamento, l’opportunità di modificare i guasti storici di un paese che già prima della depressione virale non riusciva a crescere e funzionare. «La semplificazione legislativa è un obiettivo alto. Non semplice. Solo Dio è semplice. Ma si può fare”, dice questo professore palermitano tra gli amici più fidati del Presidente Mattarella di cui è anche vicino di casa e che la macchina dello Stato la conosce bene come pochi altri, ma che pure deve credere nella Provvidenza quale forza, spesso chiamata in causa troppo e a sproposito, che trasforma la storia umana e fornisce il modo per spezzare il circolo che aggiunge male al male».