sabato 22 febbraio 2020

CHIAMATI ALLA PERFEZIONE

Più in alto, ancora

Dal Vangelo secondo Matteo  - Mt 5, 38-48
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Commento di p. Paolo Curtaz

Tutto è nostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro.
Papa Francesco, il movimento che mi ha accompagnato a Cristo, quel maestro di vita spirituale, il mio cammino di fede, diremmo oggi.
Tutto è nostro, ma noi siamo di Cristo e Cristo è di Dio.
Questo possiamo fare per tornare ad essere credenti credibili.
Discepoli. Cioè seguire gli insegnamenti del Maestro. Senza infingimenti, senza glosse, senza “ma”, senza annacquare, senza ridurre l’incontro a dottrina, a etica, a ragionamento, a politica.
E Cristo, a conclusione dell’immenso discorso delle Beatitudini, dopo avere chiesto a chi cerca la felicità di fidarsi, di crederci, alza il tiro.
Ha ragione, il Signore: se facciamo quello che fanno tutti, se amiamo chi ci ama, se perdoniamo chi poi ci perdona, se prestiamo a chi sappiamo di restituirà, che facciamo di straordinario?
Il mondo è pieno di buon senso. Più o meno.
Il cristiano, quindi, sarebbe solo un brav’uomo più ragionevole degli altri?
No. Non basta il buon senso.
Ciò che il mondo ha bisogno è di santità.
Della santità di Dio che si rifletta nel nostro sguardo, nelle nostre parole, nei nostri gesti.
Il taglione
Diversamente da come appare, la cosiddetta legge del taglione era una forma di giustizia primitiva ma efficace. Contenuta anche nel Codice di Hammurabi, è una limite alla barbarie, alla vendetta privata. La troviamo nella Torà (Es 21): Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido.
L’idea era quella della proporzione e al tempo di Gesù era previsto un risarcimento (come scrive il rabbino medievale Rashi di Troyes: Non si intende che si deve privarlo a sua volta dell’organo menomato).
Alla vecchia legge del taglione Gesù ne contrappone una inversa: invece della vendetta suggerisce di accettare un altro torto maggiore di quello ricevuto.
Di porre la guancia destra, quindi ad un manrovescio, più brutale del solo schiaffo, a chi ti schiaffeggia.
Alla Torà (Es 22,25-26) che afferma che alla sera occorre restituire il mantello, la sopravveste, Gesù dice di lasciargli anche quello, restando in mutande.
Di ascoltare gli angari, da cui viene angheria, i corrieri del re che avevano il potere di costringere chiunque a mettersi a loro servizio, percorrendo più strada di quanta richiesta.
Di concedere prestiti a vuoto.  Sul serio?
Paradosso
In questo brano Gesù raggiunge certamente il vertice del linguaggio paradossale. Ma, come fanno notare gli esegeti, non dobbiamo prendere alla lettera le parole del Signore, quanto capirne l’intenzione profonda, non occorre presentare materialmente l’altra guancia ai persecutori ma dare possibilità al malvagio di riflettere sui suoi errori. Non si tratta di subire passivamente i soprusi, di rimanere inerti davanti alle ingiustizie ma di rinunciare ad ogni rivincita, anche a qualche diritto pur di cercare di salvare chi ci perseguita.
Gesù propone un’ascesi paradossale, che disarma l’avversario.
“Gesù non offriva l’altra guancia quando lo schiaffeggiavano, però morì in croce per i malvagi, un sacrificio immensamente superiore. I santi del cristianesimo, salvo casi aneddotici, non si sono esercitati in ingenuità nel regalare il proprio vestito ad un mendicante o nel raddoppiare il tempo del servizio militare, ma in ben più ardue rinunce a favore dei perseguitati e dei nemici” (I.Goma).
La logica del paradosso è sempre presente nell’annuncio evangelico, anche nel nostro, non è certo tenendo le porte della canonica aperte ai poveri che risolveremo la questione dell’immigrazione ma i segni che proponiamo sono credibili e profetici. Questa carica di sovversione evangelica ha caratterizzato la storia della Chiesa anche se, a dire il vero, a volte la Chiesa si è piegata alla logica comune, tradendo il Vangelo.
Non violenza
Rispetto alla non-violenza il cristiano proclama la possibilità del dialogo, lo esercita fino in fondo ma, alla fine, pone il bene della vita altrui prima di ogni altra cosa, ammettendo la difesa personale e di chi sia ha intorno.
Da qui è nata la querelle dell’intervento umanitario, anche violento. Da qui la guerra giusta di agostiniana memoria, che tentava di porre un freno alla violenza (De Civitate Dei, IV, 6).
Per quel che mi riguarda voglio affrontare l’origine della rabbia e della volenza che trovo in me, che pongo nei miei piccoli gesti quotidiani, che avvelenano le relazioni.
Per amare il prossimo, come chiede il Levitico, devo anzitutto imparare ad amare me stesso.
La perfezione dell’amore
Alla fine capitolo delle Beatitudini, Gesù pone un’autentica rivoluzione: invita ad amare i nemici (agàpe) con l’amore che ci proviene da Dio, non per simpatia, non per folle idealità.
Ed esemplifica il modo di amare: pregare per quelli che ci perseguitano (Matteo sta scrivendo ad una comunità di perseguitati!).
E motiva: questo è possibile perché imitiamo l’atteggiamento di Dio che fa piovere sui giusti e i malvagi. E invita noi discepoli a riflettere: in cosa i nostri atteggiamenti non diversi rispetto a chi non crede?
L’amore resta un vertice ma corriamo il rischio di interpretarla come se fosse il risultato di uno sforzo. È possibile sforzarsi di amare? Non è solo un sentimento? No, certo, l’amore ha anche una componente di volontà soprattutto nei confronti dei nemici, di chi ci ha fatto del male.
Non un amore di affetto, o mieloso, ma una scelta consapevole, dettata dalla nostra vicinanza a Cristo. Questo amore nasce come imitativo (fare come il Padre che fa sorgere il sole e fa piovere) ma, in Giovanni, diventa contagioso: sono capace di amare con l’amore con cui il Padre mi ama!
Mamma mia se mi piace questa cosa!

            www.cercolituovolto.it


CORONA VIRUS: EVITARE IL PANICO e LE FALSE NOTIZIE

Croce Rossa: 
la situazione è preoccupante ma inutile il panico

Quasi 78 mila i contagiati nel mondo. Aumentano i casi in Corea del Sud, ma calano i nuovi contagiati in Cina per le polmonite virale. In Italia 44 persone sarebbero positive al virus, due i morti. Per Giuseppe Ippolito direttore scientifico dello Spallanzani di Roma “non bisogna farsi prendere dall'allarmismo"

di Alessandro Guarasci

Il Coronavirus Covid 19 ha provocato finora 2.360 vittime a livello mondiale. E’ quanto emerge dal bilancio aggiornato della statunitense Johns Hopkins University. Il totale dei casi confermati di contagi è salito a quota 77.662, mentre i pazienti guariti sono in aumento e finora sono 21.029. Per la Croce Rossa Internazionale i nuovi casi registrati in Europa, in Corea e in Iran dimostrano che l'epidemia non è più circoscritta solo alla Cina.
Aumentano in casi in Corea del Sud, in calo i contagi in Cina
La Corea del Sud ha accertato altri 87 casi di contagio da Coronavirus, portando il totale a quota 433: l'ultimo aggiornamento inasprisce la situazione, visto che il Paese è quello con il maggior numero di casi verificati dopo la Cina. In Cina, i nuovi contagiati sono 397, molto al di sotto dei 900 registrati ieri. Massima l’allerta anche in Iran dove si registrano 5 morti e 28 casi confermati. L'esplosione del coronavirus sarà al centro dei colloqui del G20 finanziario in corso questo weekend a Riyad, in Arabia Saudita.
Due morti in Italia, dimesso un uomo ricoverato allo Spallanzani
E’ salito a 44 il numero dei pazienti risultati positivi ai test del Corovinarus e residenti tra la Lombardia e il Veneto. L’Italia è il Paese col più alto numero di contagiati a livello europeo.  E ci sarebbe una seconda vittima. Si tratta di una donna residente in Lombardia che potrebbe essere collegata ai casi di Codogno. Ieri è deceduto in Veneto Adriano Trevisan, di 78 anni, all'ospedale di Schiavonia, in provincia di Padova. Ma arrivano anche notizie positive. Il ricercatore italiano ricoverato allo Spallanzani per coronavirus sarà "dimesso in giornata". Il giovane, caso confermato di Covid-19, era risultato persistentemente negativo ai test. Per Giuseppe Ippolito direttore scientifico dello Spallanzani di Roma “non bisogna farsi prendere dall'allarmismo”, mentre il paziente arrivato da Ostia è negativo. Il premier Conte ha detto che il governo è “al lavoro senza sosta per reagire con la massima compattezza a questa emergenza”. Su indicazioni della prefettura, il vescovo di Piacenza monsignor Giovanni Ambrosio ha disposto per le Messe nelle chiese della Diocesi che la Comunione sia distribuita solo sulla mano e non in bocca e ha chiesto di evitare lo scambio di pace.
La Croce Rossa chiede senso di responsabilità ai cittadini
Emanuele Capobianco, direttore Salute della Federazione internazionale di Croce Rossa, dice che "l'epidemia sta muovendosi in altri Paesi. E questi nuovi casi che sono aumentati, particolarmente nella giornata di ieri, non solo in Italia, ma anche in Corea e soprattutto in Iran, sono preoccupanti perché sono l'indicazione di un'epidemia che non è più circoscritta alla Cina e che si sta rapidamente diffondendo al di fuori della Cina, aumentando il rischio pandemia". "E’ una situazione preoccupante - spiega ai nostri microfoni -  ma non c'è assolutamente bisogno di panico. Dobbiamo seguirla tutti insieme. La solidarietà sarà un elemento fondamentale per affrontare questa sfida che speriamo non arrivi, ma se dovesse presentarsi in maniera più grande richiederà da parte di tutti i cittadini un forte senso civico, senso di responsabilità per ridurre le conseguenze di un'epidemia che speriamo possano essere non gravi" .
Intervista a Emanuele Capobianco
Come sta reagendo la Croce Rossa Internazionale? Che cosa state facendo in questo momento per far sì che il contagio sia limitato?
R. - Noi lavoriamo su due aree: una prima area è di comunicazione, ed è un'area sulla quale ci stiamo concentrando per far passare i messaggi alle comunità per prevenire i rischi di infezione. Facciamo un lavoro comunicazione anche per prevenire lo stigma, per prevenire risposte non adeguate nei confronti di persone che possono essere colpite dalla malattia, ne abbiamo viste in diversi paesi. Per noi il principio di umanità è fondamentale, ed è una delle cose che cerchiamo di promuovere, non solo in questo caso ma in tutto  il nostro lavoro di Croce Rossa a livello internazionale. Stiamo anche lavorando per cercare di controbattere quelle fake news, quell’informazione che si propaga soprattutto nei social media. E poi ovviamente siamo sul campo con i nostri volontari per dare una mano alle persone colpite, agli operatori sanitari con i nostri volontari che sono pronti anche ad un possibile peggioramento dell’epidemia, nel quale ci sarà sempre più bisogno di dare appoggio psicologico alle persone infettate, ai familiari, ai sanitari e possibilmente anche un appoggio pratico per gestire l'emergenza.
Si sente dare un consiglio, magari uno importante ai cittadini?
R. - Lavarsi le mani regolarmente, far lavare le mani alle persone anziane, e quando ci si sposta lavarle frequentemente perché questo è il mezzo con cui l'infezione si può propagare. Una buona igiene lavandosi le mani riduce anche il rischio di trasmissione di altri virus come il virus influenzale che in questo momento circola tra di noi. E’ una cosa molto semplice, lo diciamo, ma non lo facciamo abbastanza.



Il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità hanno messo a punto un decalogo anti-coronavirus. Si tratta di dieci raccomandazioni per prevenire l’epidemia.
Realizzato con l’adesione degli ordini professionali medici e delle principali società scientifiche e associazioni professionali, oltre che della Conferenza Stato Regioni, il manifesto è pubblicato sul sito del Ministero e Iss.

Ecco il decalogo
1 Lavati spesso le mani.
2 Evita il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute.
3 Non toccarti occhi, naso e bocca con le mani.
4 Copri bocca e naso se starnutisci o tossisci.
5 Non prendere farmaci antivirali né antibiotici, a meno che siano prescritti dal medico.
6 Pulisci le superfici con disinfettanti a base di cloro o alcol.
7 Usa la mascherina solo se sospetti di essere malato o assisti persone malate.
8 I prodotti Made in China e i pacchi ricevuti dalla Cina non sono pericolosi.
9 Contatta il Numero Verde 1500 se hai febbre o tosse e sei tornato dalla Cina da meno di 14 giorni.
10 Gli animali da compagnia non diffondono il nuovo coronavirus.



venerdì 21 febbraio 2020

PERCHE' LA NOTTE NON CI INGHIOTTA ....

-  I CHIAROSCURI 
di Giuseppe Savagnone  -

L’Inghilterra difende i suoi confini
Due recenti notizie, apparse in contemporanea, ma relative ad eventi che a prima vista non hanno nulla a che fare tra loro, sono indicative del clima che si sta creando in Europa.
La prima riguarda la decisione del governo inglese di negare il visto per motivi di lavoro nel Regno Unito, a partire dal 1° gennaio 2021, a coloro che non conoscono la lingua inglese e non hanno un contratto di lavoro o comunque un alto grado di specializzazione. La misura riguarderà anche i cittadini europei. È uno degli effetti della Brexit e corrisponde alla esigenza da cui essa è nata, che è di “difendere le frontiere” da un ingresso indiscriminato di stranieri.
La gravità di questa decisione si può misurare dal fatto che, secondo il Comitato sulla migrazione – un ente indipendente usato dal governo come consulente – il 70% dei cittadini europei entrati nel Regno Unito dal 2004 a oggi non avrebbe, secondo la nuova normativa, i requisiti per lavorare nel Paese.
Un duro colpo per i nostri  giovani lavoratori…
Milioni di ragazzi – tra cui moltissimi italiani – fino ad oggi trovavano a Londra e in altre città inglesi la possibilità di cominciare una nuova storia a partire da zero, lavorando come camerieri, commessi, manovali, imparando gradualmente a parlare la lingua.
Fra pochi mesi tutto questo non sarà possibile. Un duro colpo per i sogni di tanti giovani che vedevano nell’Inghilterra una prospettiva non solo occupazionale, ma anche esistenziale. Nell’immaginario collettivo la Gran Bretagna era diventata il luogo ideale per l’incontro non solo con gli inglesi, ma con l’Europa e con il mondo intero. Un luogo di relazioni personali inedite, di confronto culturale, di opportunità, oltre che economiche, umane.
…per i nostri studenti
La notizia in questione si aggiunge a quella, dei giorni scorsi, secondo cui i ragazzi europei che andranno a studiare in Inghilterra, a partire dal prossimo anno accademico, saranno equiparati a quelli che provengono da qualsiasi altra parte del mondo.
Con effetti economici per loro devastanti, perché le rette universitarie risulteranno più che raddoppiate, passando dai circa 10.000 euro attuali alle cifre che già oggi devono sborsare i loro colleghi cinesi o americani, eh vanno dai 25.000 ai 40.000 euro.
Chi potrà affrontare queste spese? Anche in questo caso, il rapporto profondo tra le nuove generazioni europee e l’Inghilterra verrà compromesso dalla Brexit, riportando il Paese a un isolazionismo che, quali che possano essere i vantaggi materiali attesi, costituisce sicuramente un impoverimento.  
Ma a chi giova?
Già, i vantaggi materiali… Ma è così sicuro che ci siano? Proprio la decisione di chiudere le frontiere ai lavoratori che non parlano inglese e che non sono specializzati sta suscitando le vibrate proteste di vasti settori del mondo economico, a cominciare da quello della ristorazione, il più colpito da queste linee guida.
Finora la libera circolazione delle persone ha garantito a pub, ristoranti e bar del Regno Unito una forza lavoro a modico prezzo e di buona qualità, fatta di giovani volenterosi e intraprendenti. Ma anche il settore dell’edilizia e della sanità si avvalevano di una manovalanza straniera di cui una buna parte proveniva dall’Europa. Alla perdita di una centralità culturale bisogna aggiungere, dunque, la minaccia di gravi danni per l’economia. Il potere dell’ideologia identitaria
Sorge spontanea la domanda: perché? Cosa ha spinto gli inglesi a una scelta che rischia di costituire una grave perdita per tutti, anche per loro?
La risposta forse si può trovare a partire da un episodio apparentemente minimo, riferito dai media britannici, verificatosi alcuni giorni fa a Norwich, in Inghilterra, dove è stato attaccato un volantino in cui stava scritto: «Qui si parlerà solo inglese o tornatevene a casa vostra». E ancora: «Non tollereremo chi parla altre lingue. Se non sai l’inglese tornatene a casa tua, nel tuo Paese». 
Qui non c’entrano le “ragioni”: è in gioco l’ideologia identitaria che chiude le porte agli altri perché li sente, per il fatto stesso che sono diversi, come una minaccia.
Una strage in Germania
E qui appare il collegamento con l’altra notizia di cui parlavo all’inizio, che è quella della strage compiuta in Germania, ad Hanau, nei pressi di Francoforte, in due bar frequentati da membri della comunità turca di etnia curda. Nove persone uccise e quattro gravemente ferite da un estremista di destra che, prima di suicidarsi, aveva scritto in un messaggio che sentiva la necessità «annientare» certi popoli la cui espulsione dalla Germania non è più possibile.
Un atto terroristico che si aggiunge a quello della settimana scorsa, a Berlino, dove un uomo è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco e altre quattro persone sono rimaste gravemente ferite in una sparatoria avvenuta all’esterno di un teatro, dove era appena terminato uno spettacolo comico turco, e all’altro dello scorso ottobre, sempre in Germania, ad Halle, dove un uomo ha attaccato una sinagoga e un fast food, uccidendo due persone.
L’autore, un militante neonazista, in realtà è riuscito ad uccidere solo due passanti che non erano ebrei, ma era arrivato alla sinagoga con una telecamera fissata sull’elmetto per filmare in diretta web quella che sperava sarebbe stata una strage.
Un clima di odio senza responsabili?
Si sta diffondendo in diversi Paesi europei un clima di odio e di violenza che, dal piano verbale, sempre più tende a passare a quello fisico. Anche in Italia dagli insulti razzisti a Gad Lerner e a Liliana Segre si è passati a veri e propri atti di aggressione. I reati legati al razzismo nel nostro Paese sono quasi raddoppiati dal 2016 ad oggi.
Naturalmente nessun partito se li intesta. Anche per quanto riguarda l’episodio di Hanau, il portavoce di Alternative für Deutschland, “Alternativa per la Germania”, il partito di estrema destra che sta guadagnano consensi ad ogni consultazione elettorale, ha definito il protagonista un «pazzo», rifiutando di attribuire un significato politico alla strage da lui commessa.
Come del resto accade in Italia, dove più volte i rappresentanti della Lega e di Fratelli d’Italia hanno replicato con sdegno alle accuse di razzismo loro mosse, specialmente dopo che avevano rifiutato di firmare l’ordine del giorno contro l’odio proposto da Liliana Segre. Né certamente i fautori della Brexit accetterebbero di avallare i toni del volantino di Norwich.
Eppure un nesso c’è…
È difficile negare, però, che esista un nesso tra il sovranismo, con il suo slogan “Prima noi”, e l’ondata xenofoba e razzista che sta montando in tutta l’Europa. Se si crea a livello ufficiale un clima di conflittualità e di contrapposizione verso chi è “diverso” per nazionalità, cultura, religione, additandolo come una minaccia alla sicurezza, se è all’interno, ai confini se si trova all’esterno, non ci si può stupire se ci sono persone labili o in mala fede che approfittano di questo clima per compiere atti concreti di volenza, interpretandoli come una “difesa”.
La responsabilità dei partiti
Non possiamo restare in silenzio di fronte a questo spaventoso deterioramento del tessuto umano delle nostre società. Qui è in gioco non l’orientamento verso un partito o l’altro, l’essere di destra o di sinistra, perché le scelte a questo livello, in una società democratica, sono tutte legittime. Il problema è “quale” destra e “quale” sinistra.
Per quanto riguarda il nostro Paese, ricordiamo ancora un passato in cui, per quanto riguarda quest’ultima, fu necessario chiedere con fermezza ai suoi sostenitori di prendere le distanze dal terrorismo delle Brigate Rosse e in generale da una logica di violenza che da alcuni era legittimata in nome dell’ideologia comunista. Oggi un’analoga, esplicita presa di distanze si deve chiedere alla destra nei confronti di tutto ciò che ricorda il fascismo e il nazismo.
Prendere le distanza dall’anima delle ideologie violente
Negare l’esistenza del problema, appellandosi all’anacronismo di questo riferimento, significherebbe in realtà rifiutarsi di dare un vera risposta. Perché nessuno pensa che quelle ideologie possano riproporsi esattamente negli stessi termini del passato.
La differenza dei nostri tempi rispetto all’inizio del Novecento è ovvia. È l’anima di quei fenomeni storici che rischia di rivivere, sotto sembianze inevitabilmente diverse. E rispetto a quest’anima oggi i sovranismi – compreso quello italiano – devono chiaramente distanziarsi non solo nelle facili dichiarazioni di principio, ma nello stile pratico.
Perché non torni la notte
La democrazia – ma, più profondamente, la custodia dell’umano – esigono che di questo si parli e che ci si trovi d’accordo. Le differenze partitiche vengono dopo, e ricevono la loro legittimità dalla loro conformità alla nostra Costituzione, in cui questi valori sono espressi senza equivoci. Al di fuori di questa base, che dev’essere comune, c’è la notte del fanatismo.




PELOTA DE TRAPO. IL RITORNO ALLE ORIGINI

Scholas ha lanciato il progetto globale "PELOTA DE TRAPO" (Pallone di stracci), un’idea nata da Papa Francesco per scoprire il ritorno alle origini e capire il vero senso di tutto.
Per la prima edizione di questa iniziativa è stato realizzato un CONCORSO FOTOGRAFICO per raccontare il RITORNO ALLE ORIGINI.

Chi può partecipare al concorso?

Bambini e ragazzi, di qualsiasi nazionalità, di età
compresa tra 12 e 25 anni, possono partecipare al
concorso singolarmente o in gruppi di massimo 5 persone.
 
Qual è il tema?
 
L’invito è quello di creare un saggio fotografico
composto da cinque (5) fotografie che
raccontino insieme la storia di un’origine.

Come fare per partecipare?

Per partecipare occorre registrarsi o registrare la propria squadra QUÍ
fino al 31 marzo. Per competere, le foto dovranno soddisfare
i requisiti stabiliti nelle BASI E CONDIZIONI.
del co

giovedì 20 febbraio 2020

EDUCAZIONE: MOVIMENTO ECOLOGICO, INCLUSIVO, PACIFICATORE, DI SQUADRA

PAPA FRANCESCO 
ALLA CONGREGAZIONE 
PER L'EDUCAZIONE

" .... L’educazione è una realtà dinamica, è un movimento, che porta alla luce le persone. Si tratta di un peculiare genere di movimento, con caratteristiche che lo rendono un dinamismo di crescita, orientato al pieno sviluppo della persona nella sua dimensione individuale e sociale. Vorrei soffermarmi su alcuni suoi tratti tipici.
Una proprietà dell’educazione è quella di essere un movimento ecologico. È una delle sue forze trascinanti verso l’obiettivo formativo completo. L’educazione che ha al centro la persona nella sua realtà integrale ha lo scopo di portarla alla conoscenza di sé stessa, della casa comune in cui è posta a vivere e soprattutto alla scoperta della fraternità come relazione che produce la composizione multiculturale dell’umanità, fonte di reciproco arricchimento.
Questo movimento educativo, come ho scritto nell’Enciclica Laudato si’, contribuisce al recupero dei «diversi livelli dell’equilibrio ecologico: quello interiore con sé stessi, quello solidale con gli altri, quello naturale con tutti gli esseri viventi, quello spirituale con Dio». Ciò richiede, naturalmente, educatori «capaci di reimpostare gli itinerari pedagogici di un’etica ecologica, in modo che aiutino effettivamente a crescere nella solidarietà, nella responsabilità e nella cura basata sulla compassione» (n. 210).
Quanto al metodo, l’educazione è un movimento inclusivo. Un’inclusione che va verso tutti gli esclusi: quelli per la povertà, per la vulnerabilità a causa di guerre, carestie e catastrofi naturali, per la selettività sociale, per le difficoltà familiari ed esistenziali. Un’inclusione che si concretizza nelle azioni educative a favore dei rifugiati, delle vittime della tratta degli esseri umani, dei migranti, senza alcuna distinzione di sesso, di religione o etnia. L’inclusione non è un’invenzione moderna, ma è parte integrante del messaggio salvifico cristiano. Oggi è necessario accelerare questo movimento inclusivo dell’educazione per arginare la cultura dello scarto, originata dal rifiuto della fraternità come elemento costitutivo dell’umanità.
Un’altra tipicità dell’educazione è quella di essere un movimento pacificatore. È armonico – poi ne parlerò, ma sono collegati –, un movimento pacificatore, portatore di pace. Ce ne danno testimonianza gli stessi giovani, che con il loro impegno e con la loro sete di verità ci «richiamano costantemente al fatto che la speranza non è un’utopia e la pace è un bene sempre possibile» (Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2020). Il movimento educativo costruttore di pace è una forza da alimentare contro la “egolatria” che genera la non-pace, le fratture tra le generazioni, tra i popoli, tra le culture, tra le popolazioni ricche e quelle povere, tra maschile e femminile, tra economia ed etica, tra umanità e ambiente (cfr Congregazione per l’Educazione Cattolica, Patto Educativo Globale. Instrumentum laboris, 2020). Queste fratture e contrapposizioni, che fanno ammalare le relazioni, nascondono una paura della diversità e della differenza. Per questo l’educazione è chiamata con la sua forza pacificatrice a formare persone capaci di comprendere che le diversità non ostacolano l’unità, anzi sono indispensabili alla ricchezza della propria identità e di quella di tutti.
Un altro elemento tipico dell’educazione è quello di essere un movimento di squadra. Non è mai l’azione di una singola persona o istituzione. La Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis afferma che la scuola «costituisce come un centro, alla cui attività e al cui progresso devono insieme partecipare le famiglie, gli insegnanti, i vari tipi di associazioni a finalità culturali, civiche e religiose, la società civile e tutta la comunità umana» (n. 5). Da parte sua, la Costituzione Apostolica Ex corde Ecclesiae, di cui ricorre quest’anno il trentesimo della promulgazione, afferma che «l’Università cattolica persegue i propri obiettivi anche mediante l’impegno di formare una comunità autenticamente umana, animata dallo spirito di Cristo» (n. 21). Ma ogni università è chiamata ad essere una «comunità di studio, di ricerca e di formazione» (Cost. Ap. Veritatis gaudium art. 11 § 1).
Questo movimento di squadra è da tempo entrato in crisi per diverse ragioni. Perciò ho sentito la necessità di promuovere per il prossimo 14 maggio la giornata per il patto educativo globale, affidando l’organizzazione alla Congregazione per l’Educazione Cattolica. È un appello rivolto a tutti coloro che hanno responsabilità politiche, amministrative, religiose ed educative per ricomporre il “villaggio dell’educazione”. Il trovarsi insieme non ha l’obiettivo di elaborare programmi, ma di ritrovare il passo comune «per ravvivare l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta e inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione. Il patto educativo non dev’essere un semplice ordinamento, non dev’essere un “ricucinato” dei positivismi che abbiamo ricevuto da un’educazione illuministica. Dev’essere rivoluzionario.
Mai come ora c’è bisogno di unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna». Per raggiungere questi obiettivi ci vuole coraggio: «Il coraggio di mettere al centro la persona […]. Il coraggio di investire le migliori energie […]. Il coraggio di formare persone disponibili a mettersi al servizio della comunità» (Messaggio per il lancio del Patto Educativo, 12 settembre 2019). Il coraggio di pagare bene gli educatori.

Vedo nel comporsi di un patto educativo globale anche la facilitazione della crescita di un’alleanza interdisciplinare e transdisciplinare, che la recente Costituzione Apostolica Veritatis gaudium ha segnalato per gli studi ecclesiastici, ma vale per tutti gli studi, come «principio vitale e intellettuale dell’unità del sapere nella distinzione e nel rispetto delle sue molteplici, correlate e convergenti espressioni, […] anche in rapporto al frammentato e non di rado disintegrato panorama odierno degli studi universitari e al pluralismo incerto, conflittuale o relativistico, delle convinzioni e delle opzioni culturali» (Proemio, 4 c). ... "


UNA SOCIETÀ' INCLUSIVA, A SCUOLA E NON SOLO

mercoledì 19 febbraio 2020

INFANZIA NEL MONDO. PEGGIORANO LE CONDIZIONI DI VITA

 * Nessun Paese sta proteggendo adeguatamente la salute dei bambini, l’ambiente in cui vivono e il loro futuro. E’ la denuncia che emerge dal rapporto stilato da oltre 40 esperti della salute dei minori nel mondo, incaricati da una Commissione nominata dall'Oms, dall'Unicef e dalla rivista Lancet. Con noi l’economista Franco Bruni

dI Fausta Speranza 

Non sono solo conflitti e siccità a minacciare salute e futuro dell’infanzia in alcune aree più povere del mondo, ma ci sono altri fattori che minano lo sviluppo nelle zone più ricche: dal degrado ecologico alle pratiche abusive di marketing che spingono i giovani consumatori verso i fast food, le bevande zuccherate, l'alcol e il tabacco.
Il dramma dei Paesi poveri
Il rapporto degli esperti fotografa una situazione drammaticamente ben nota nei Paesi a medio e basso reddito: 250 milioni di bambini sotto i cinque anni   rischiano di non raggiungere il loro potenziale di sviluppo, secondo misurazioni indicative sulla malnutrizione cronica e la povertà. In questo caso lo sviluppo, che significa il futuro stesso di questa fetta di umanità è messo a rischio da crisi umanitarie, conflitti, disastri naturali, problemi sempre più legati al cambiamento climatico.
L'inquinamento dell'aria e del cibo nei Paesi più avanzati
Quello che colpisce di più è che la preoccupazione in tema di infanzia riguarda anche i Paesi ad alto reddito dove il marketing commerciale dannoso colpisce i giovanissimi e dove il numero di bambini e adolescenti obesi è aumentato dagli 11 milioni del 1975 ai 124 milioni del 2016. Si tratta di un aumento di 11 volte.
Devono far riflettere alcuni dati: i ragazzini vedono ben 30.000 annunci pubblicitari solo in televisione in un anno. In particolare negli Stati Uniti in due anni l'esposizione dei giovani alla pubblicità delle sigarette elettroniche è aumentata di oltre il 250 per cento, raggiungendo più di 24 milioni di ragazzi. In Australia - solo in un anno di programmi televisivi di calcio, cricket e rugby - gli spettatori minori sono stati esposti a 51 milioni di pubblicità di alcolici.
Se l’ambiente diventa una minaccia
Si deve parlare di questione ambientale e di freno delle potenzialità di sviluppo non solo per le zone degradate dove immaginiamo un inquinamento non regolamentato in nessun modo. Si deve considerare   che per quanto concerne le emissioni di CO2 pro-capite, gli Stati Uniti d'America, l'Australia e l'Arabia Saudita sono tra i dieci Paesi con i dati peggiori. Per quanto riguarda l’Europa, offre la “migliore casa” al mondo per i primi anni di un bambino nato oggi -  otto tra i primi dieci Paesi nell'indice che misura la sopravvivenza e il benessere sono europei -  ma non si può dire altrettanto vincente quando si tratta di misurare le prospettive di un futuro sostenibile. L’intensificarsi dei cambiamenti climatici minaccia il futuro di ogni bambino - Il rapporto include un nuovo indice globale di 180 paesi, comparando i risultati sullo sviluppo dell’infanzia - che comprende le misurazioni della sopravvivenza e del benessere dei bambini, come la salute, l'istruzione e la nutrizione - con l’indice della sostenibilità, una misurazione indicativa delle emissioni di gas serra, e dell’equità, o i divari di reddito.
Stiamo parlando della questione al centro del problema economico principale:  il mondo ha scarsa attenzione al futuro, il futuro più lontano e questo si riflette immediatamente su una scarsa attenzione all’infanzia. Noi stiamo mettendo il peso della nostra disattenzione e concretamente dei nostri debiti sulle prossime generazioni. E non ci sarebbe niente di più importante dal punto di vista economico e politico di guardare il medio-lungo periodo.
L’attenzione a tutto quello che sarà domani purtroppo risulta lontano rispetto alla prospettiva nei periodi elettorali con la quale i nostri politici guardano i problemi.
Che cosa comporterà il fatto che il mondo stia fallendo nel fornire ai bambini una vita sana e un clima adatto al loro futuro?
Pensiamo ai problemi medici dovuti alla cattiva nutrizione, per un verso o per un altro: è un problema ovviamente umano ma anche un problema economico, per l’aumento dei costi e la minore produttività di una generazione esposta a varie forme di inquinamento. Ci sarà   una generazione che sarà costosissima per se stessa, per la sanità pubblica. E’ un problema umano, sociale ed economico. Dovremmo pensare quasi solo alle prossime generazioni e invece stiamo pensando a noi con una visione molto poco lungimirante.  Inoltre, va detto che i paesi in via di sviluppo o emergenti hanno dei problemi diversi da quelli dei Paesi più avanzati ma man mano che in quelle zone del mondo aumenta l’industrializzazione e un certo sviluppo aumentano anche i problemi legati per esempio al cibo spazzatura o all’inquinamento atmosferico. “Nonostante la salute dei bambini e degli adolescenti sia migliorata negli ultimi 20 anni, i progressi si sono fermati, e sono destinati a tornare indietro”, ha dichiarato Helen Clark, ex primo ministro della Nuova Zelanda e Copresidente della Commissione.  “I paesi devono rivedere il loro approccio alla salute dei bambini e degli adolescenti, per garantire che non solo ci prenderemo cura dei nostri bambini oggi, ma che proteggeremo il mondo che erediteranno in futuro”, ha aggiunto Clark.