Visualizzazione post con etichetta Savagnone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Savagnone. Mostra tutti i post

giovedì 29 ottobre 2026

SVEGLIARSI DAL SONNO

 


Il sonno 

della 

democrazia

 genera mostri




-di Giuseppe Savagnone

Un’isola di democrazia nel Medio Oriente

I risultati delle elezioni svoltesi martedì scorso in Israele possono dare luogo a diverse considerazioni. La prima ad imporsi è che siamo davanti a uno Stato in cui vigono le regole della democrazia parlamentare. Non c’è dubbio che, rispetto a quelli arabi che lo circondano – dall’Egitto del dittatore Al-Sisi, all’Arabia Saudita, alla Giordania, agli Emirati Arabi, al Qatar, retti da monarchie più o meno assolute –, Israele è l’unico a dare spazio al libero dibattito politico, nel pluralismo dei partiti e degli organi d’informazione, compresi quelli più critici verso il governo, e a sottoporre periodicamente l’operato di quest’ultimo al voto popolare. Come è regolarmente avvenuto anche nella consultazione di martedì.

Lo stesso vale rispetto agli Stati apertamente ostili a quello ebraico, come la Turchia, o addirittura accaniti fautori della sua distruzione, come l’Iran, dove le libertà politiche dei cittadini sono sistematicamente violate da regimi il cui autoritarismo assume, come in Iran, la forma di una spietata repressione di massa, con migliaia di oppositori massacrati nelle piazze o arrestati, processati e giustiziati.

Né si può certo parlare di democrazia nella gestione della Striscia di Gaza da parte di Hamas e in quella della Cisgiordania da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese, visto che in entrambi i casi, dopo le elezioni del 2006, non ci sono più state libere consultazioni.

Il sostegno incondizionato dell’Occidente a Israele dopo il 7 ottobre

Si capisce perché, fin dall’inizio della crisi esplosa il 7 ottobre 2023, la quasi totalità dei governi e degli osservatori occidentali si sia schierata senza esitazione dalla parte di Israele. Per quanto riguarda i primi, è significativo che quelli europei, decisamente ostili alla Russia per le sue violazioni del diritto internazionale, abbiano invece taciuto, con un evidente doppio standard, di fronte a quelle dell’IDF a Gaza. Solo recentemente alcuni di essi hanno preso le distanze dalle violenze dei coloni israeliani in Cisgiordania. È un dato di fatto che, a fronte dei 22 pacchetti di sanzioni dell’UE nei confronti di Mosca, nemmeno uno è stato varato contro Tel Aviv.

Quanto agli Stati Uniti, già con Biden hanno sostenuto con aiuti militari consistenti la reazione israeliana al 7 ottobre. Il secondo mandato di Trump ha segnato una significativa intensificazione di questo appoggio militare e politico, fino a configurare un vero e proprio asse fra il presidente americano e quello israeliano. Su entrambe le sponde dell’Atlantico la giustificazione è stata sempre la stessa: bisognava permettere di difendersi all’unica democrazia presente in un mondo islamico che non riconosce i valori fondamentali dell’Occidente.

Su questa linea anche giornalisti e opinionisti. È in nome della democrazia israeliana che i media, soprattutto quelli di destra, hanno condotto una strenua quanto inefficace battaglia per cercare di smontare la crescente indignazione dell’opinione pubblica occidentale nei confronti dei metodi usati dall’esercito israeliano verso i civili palestinesi.

E anche un editorialista equilibrato e serio come Sergio Fabbrini, sul «Sole24ore» del 15 ottobre 2023 si è appellato alla democrazia per giustificare il sopra citato doppio standard occidentale di fronte al carattere violento, già evidente fin dai primi giorni, della reazione israeliana: «Putin e Sinwar [il leader di Hamas a Gaza]», notava Fabbrini, «condividono il disprezzo per le società aperte, dove gli individui sono protetti da diritti inalienabili rispetto a chi detiene il potere (secolare e religioso) […]. Ucraina e Israele sono democrazie, seppure imperfette, che sono l’opposto dei regimi autocratici (sia secolari che religiosi) che quei leader rappresentano». Da qui la conclusione: «Se la democrazia è la posta in gioco delle due aggressioni militari, allora è evidente che le altre democrazie non possono che sostenere Kiev e Tel Aviv».

Se questo è un uomo

A mettere in crisi queste ragionevoli argomentazioni presso il grande pubblico sono state le testimonianze e le immagini che, malgrado la rigida censura israeliana, sono giunte dalla Palestina e che hanno mostrato scenari di morte e distruzione che rendevano assolutamente poco credibili le assicurazioni dello Stato ebraico di avere di mira esclusivamente i terroristi di Hamas.

La conferma è venuta dalle cifre, anche da quelle giudicate credibili dallo stesso IDF, che parlano di 75.000 morti, l’85% dei quali civili, moltissime donne e bambini. Senza contare i feriti e i mutilati. Su una popolazione di due milioni e mezzo di persone. Per avere un’idea delle proporzioni del massacro, basta pensare che in Ucraina, dall’inizio della guerra ad oggi, su quaranta milioni di abitanti le vittime civili sono state 17.700.

E non è stato soltanto spaventoso il prezzo in termini di vite: è stato un mondo umano a essere desertificato con una sistematicità che a molti ha ricordato la tragica razionalità dei metodi nazisti. Sono stati bombardati o spianati con i bulldozer i palazzi di civile abitazione, gli ospedali, gli uffici, le moschee, i mercati. La gente – sradicata dalle proprie case, dalle proprie terre – è stata costretta a fuggire di luogo in luogo, inseguita dagli ultimatum che minacciavano imminenti attacchi aerei. Uno stile difeso dai comandi israeliani come prova della loro intenzione di risparmiare la popolazione, ma che ha ridotto quest’ultima a un gregge impaurito, privato di ogni sicurezza e soprattutto di ogni dignità.

Per non parlare della chiusura dei confini della Striscia, che ha impedito l’afflusso dei più elementari generi di sussistenza e dei medicinali, costringendo le persone – perché persone rimanevano, malgrado tutto – a dare l’assalto ai pochi tir che portavano viveri, diventando anche là oggetto di un indegno tiro a segno (confermato da soldati israeliani). Vengono in mente gli scenari descritti da Primo Levi nel suo Se questo è un uomo.

Non si tratta di propaganda antisemita. Il quotidiano israeliano «Haaretz» il 19 aprile 2025 scriveva: «Non è più una guerra, ma un assalto sfrenato ai civili. In assenza di veri obiettivi militari, Israele sta conducendo un’offensiva sconsiderata contro coloro che non sono in alcun modo coinvolti nella lotta […]. Ciò che accade non è guerra, ma attacco sfrenato contro persone che non sono coinvolte in questa guerra».

Le pronunce degli organismi internazionali e lo spostamento delle violenze in Cisgiordania

Da qui, nel novembre del 2024, l’emissione, da parte della Corte penale internazionale dell’Aja, di mandati d’arresto per «crimini di guerra e crimini contro l’umanità» nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dell’ex ministro della difesa israeliano Yoav Gallant e del capo del braccio armato di Hamas Mohammad Deif.

Provvedimento accolto con molte riserve dai governi occidentali, a cominciare da quello italiano: «Approfondirò in questi giorni le motivazioni che hanno portato alla sentenza» ha commentato la nostra presidente del Consiglio. «Motivazioni», ha tenuto ad aggiungere con un’implicita riserva, «che dovrebbero essere sempre oggettive e non di natura politica».

In ogni caso – ha assicurato la premier – «un punto resta fermo per questo governo: non ci può essere un’equivalenza tra le responsabilità dello Stato di Israele e l’organizzazione terroristica Hamas». Anche se, a dire il vero, la pronuncia della Corte non poneva alcuna equivalenza tra i soggetti destinatari dei mandati d’arresto, ma tra il carattere criminoso dei loro comportamenti.

Poi, nel settembre del 2025 è venuto il rapporto stilato da una Commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite, presieduta da un’autorevole giurista, Navi Pillay, che già aveva guidato analoghe indagini in altre questioni internazionali e che, nell’ottobre del 2026, ha ricevuto il Nobel per la pace.

Il rapporto ritiene responsabili il presidente israeliano Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant di aver promosso «atti genocidi» con l’«intento di distruggere i palestinesi» presenti nel territorio.

Ma nel frattempo l’epicentro delle violenze israeliane si è spostato da Gaza – dove peraltro continuano a essere uccisi quotidianamente dei civili – alla Cisgiordania, dove i coloni israeliani, con la tacita o esplicita complicità dell’esercito, cercano di rendere impossibile la vita ai residenti arabi, per farli andare via. Con l’appoggio di Tel Aviv che dal 1967 in poi ha favorito i nuovi insediamenti sulle terre che in teoria, secondo la risoluzione dell’ONU, dovrebbero costituire il territorio del futuro Stato palestinese.

E del resto Netanyahu non ha mai nascosto di essere fermamente contrario al rispetto di quella risoluzione e di non volere che i palestinesi abbiano una loro identità politica. In piena sintonia con gli estremisti ortodossi Smotrich e Ben-Gvir, che si propongono chiaramente di espellerli sia da Gaza che dalla Cisgiordania. Pulizia etnica che implica anche la distruzione dell’identità geografica, etnica, logistica, culturale di un popolo, destinato a essere disperso e per ciò stesso annientato. Genocidio, appunto.

Svegliarci dal sonno

È in questo quadro che si sono svolte le elezioni di martedì scorso, giustamente interpretate da tutti come un referendum sulla gestione della crisi di Gaza e della Cisgiordania da parte del governo di Benjamin Netanyahu.

Molti pensavano che, dopo quello che aveva fatto e le autorevoli condanne ricevute, il premier israeliano fosse ormai impresentabile come leader politico e che, anche se si fosse ripresentato, sarebbe stato sconfessato dagli elettori.

Non è andata così. Netanyahu non ha ricevuto i voti necessari a formare un nuovo governo, ma ne ha comunque raccolti più di tutti gli altri candidati, confermandosi l’uomo politico di punta della democrazia israeliana. Un ruolo che certamente peserà in modo decisivo sul prossimo assetto politico dello Stato, quale che sia la formula di governo che verrà adottata.

Finora, in assenza di una consultazione elettorale, il consenso di cui il leader del Likud godeva non era misurabile. Ora è sancito solennemente dal voto dei suoi concittadini. Che consapevolmente e liberamente hanno dato la maggior parte delle loro preferenze a un criminale.

Qualcuno dirà che non è la prima volta. Tanti premier sono accusati – e probabilmente a ragione – di corruzione e violenze. Ma – a parte l’eccezionale gravità, in questo caso, delle responsabilità etiche e politiche – la differenza è che qui si tratta di un soggetto condannato solennemente da autorevoli organismi internazionali. E che sembra in grado, dopo questa investitura popolare, di continuare a svolgere indisturbato la sua opera in violazione di ogni diritto umano.

In un momento in cui il presidente degli Stati Uniti, il Paese finora guida del mondo democratico, esulta per il successo di Netanyahu, attribuendosene il merito, e in cui diversi paesi europei si devono confrontare con l’emergere di forze politiche che esibiscono la loro piena sintonia con il premier israeliano, è forse necessario chiederci se è questo il senso della democrazia per cui nel secolo scorso hanno lottato gli uomini e le donne da cui l’abbiamo ereditata. E ritrovare dentro di noi le forze per impegnarci a nostra volta, ora, per svegliarla – per svegliarci – da un sonno che genera mostri.

www.tuttavia.eu

Immagine

 

venerdì 23 ottobre 2026

VIOLENZA GIOVANILE

  
  QUALI 

POSIZIONI 

DI FONDO ?


-di Giuseppe Savagnone

Sulle violenze di sabato 17 e domenica 18 ottobre si sono versati in questi giorni fiumi d’inchiostro e fatte decine di tavole rotonde. Ora è forse il caso di provare a tirare le fila di questo dibattito, mettendo a fuoco le posizioni di fondo che esso ha fatto emergere, per darne alla fine una valutazione critica.

No, senza se e senza ma, alla violenza

La prima interpretazione, sia in ordine cronologico che per la sua importanza pratica, è quella del governo. Già la sera di sabato – quando ancora non si erano scatenati i saccheggi selvaggi della domenica – Giorgia Meloni aveva pubblicato su X un video dei disordini in piazza Duomo, commentando: «Manifestare è un diritto. Mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è. Rinnovo la mia richiesta alle opposizioni: non siano ambigue su questo. Condannino senza ambiguità queste violenze e lancino un appello chiaro affinché ogni mobilitazione sia pacifica. Di fronte a scene del genere, il rifiuto deve essere unanime. Ogni reticenza diventa giustificazione. Il silenzio non è accettabile».  E aveva qualificato i protagonisti dei disordini «teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos, aggredire chi garantisce la sicurezza e tenere in ostaggio intere città».

Sulla stessa linea tutti gli esponenti della maggioranza. Secondo questa lettura, siamo davanti a fenomeni di pura criminalità, travestiti da protesta politica grazie alla collusione con i partiti di opposizione, il cui silenzio implicherebbe una sostanziale complicità.

E di fronte alla violenza della criminalità c’è solo da reagire con la forza delle istituzioni, responsabili della sicurezza delle persone e dei beni dei cittadini. Da qui la decisione del governo di anticipare alcune misure già previste nel ddl sulla sicurezza varato alcune settimane fa, aggiungendone altre e trasformando la proposta di legge attualmente ancora in esame in un decreto-legge di immediata esecuzione.

Fin da ora, dunque, entra in vigore per i minori che hanno compiuto i quattordici anni la presunzione di imputabilità, già prevista nel ddl, per cui la loro capacità di intendere e di volere si presume fino a prova contraria.

Ma ci sono anche nuove misure. Il trattenimento presso gli uffici di polizia per un massimo di 12 ore (cosiddetto “fermo preventivo”) si applicherà anche ai minori. Quando un minore, anche non imputabile, partecipa a determinati reati, a chi esercita la responsabilità genitoriale si applicheranno delle multe, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto. Le procedure per il risarcimento dei danni, già previsto dalla normativa, sono agevolate: per quelli a beni pubblici può disporlo direttamente il prefetto, mentre i privati danneggiati possono ottenerlo più rapidamente con un decreto ingiuntivo.

È inoltre introdotto il delitto di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Il delitto punisce chi, nel corso di manifestazioni, partecipa a un gruppo di almeno cinque persone che opera in modo organizzato, anche occasionalmente, e utilizza o lancia oggetti atti a offendere o artifici pericolosi, determinando un concreto pericolo per l’incolumità delle persone.

Infine, fino al 31 dicembre 2026, è prevista la presenza per le strade di Milano di 500 unità delle Forze armate. Originariamente il decreto prevedeva l’attribuzione a esse di compiti di polizia, compreso l’arresto in flagranza, ma la misura è stata cancellata per la contrarietà del presidente della Repubblica.

Pugno di ferro, dunque, contro i «teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos». È questo, del resto, che chiede l’opinione pubblica, come evidenzia un recente sondaggio realizzato da Only Numbers e presentato da Alessandra Ghisleri: il 66% degli intervistati ritiene che il governo debba adottare misure più stringenti per contrastare violenze e disordini. Contrario il 20,9%, mentre il 13,1% non esprime una posizione. Alla domanda se queste piazze debbano essere ascoltate oppure condannate, il 55,8% risponde che vanno «condannate senza se e senza ma». Il 37,6% ritiene invece che debbano comunque essere ascoltate, mentre il 6,6% non si pronuncia.

Punire, ma soprattutto capire

In radicale contrasto con la lettura del governo è quella delle opposizioni. In primo luogo, esse respingono con indignazione l’accusa di complicità rivolta loro dalla maggioranza, sottolineando che anch’esse condannano le violenze di piazza. A questo proposito già la sera di sabato 17 il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, aveva detto «Le ragioni della protesta erano comprensibili. Le violenze contro le forze dell’ordine e i gravi danni alla città sono ingiustificabili».

Ma, a loro volta, i partiti della sinistra accusano l’esecutivo di cercare di nascondere il disagio profondo da cui esse nascono e di voler impedire, insieme alle sue degenerazioni, anche la protesta. Elly Schlein, rispondendo a Meloni, ha detto: «Noi le abbiamo sempre condannate le violenze, da qualunque parte venissero. E però è inaccettabile che si usino i violenti per coprire la voce di migliaia e migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia per il carovita, per il caro affitti, per il caro carburanti, perché non riescono più a vivere. Queste sono le voci che chi governa dovrebbe ascoltare. Invece che oscurare».

Senza attaccare il governo, anche il presidente della Repubblica ha lasciato trapelare la sua insoddisfazione nei confronti di una pura e semplice criminalizzazione dei giovani coinvolti nei disordini di Milano. Dopo aver chiaramente denunziato come «inaccettabili» le loro violenze, ha fatto un passo avanti rispetto alla pura e semplice linea della repressione, parlando della necessità di svolgere quanto prima un’analisi «intelligente e approfondita» su quanto avvenuto, per mettere le istituzioni «in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti».

Ancora più esplicita è la distanza che Mattarella ha segnato, rispetto alla linea della maggioranza di destra, in un discorso, fatto proprio all’indomani del nuovo decreto sicurezza, in cui ha allargato l’orizzonte: «Occorre uno sguardo di ampia visione che, accanto alle necessarie scelte congiunturali, si proponga strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono, del timore che avvertono di asservimento o di emarginazione». E, dopo aver ammonito che «la società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione», ha sottolineato la necessità di «un opportuno e coinvolgente incontro tra generazioni, in una stagione in cui squilibrio demografico e accelerazioni tecnologiche rendono più problematica questa alleanza». L’ascolto di cui parlava anche Schlein…

Nel silenzio del governo, sono stati i giornali di destra a mettere in evidenza quanto queste parole, pur senza mai menzionare i disordini di Milano e i provvedimenti del governo, siano dissonanti da essi. «La Verità» – il cui direttore, Maurizio Belpietro, il giorno prima aveva scritto: «I devastatori non vanno capiti, tesi sostenuta da troppi, bensì puniti» – ha citato nel titolo di prima pagina il discorso del presidente, per paragonarlo ai post con cui i rapper Ghali e Marracash hanno espresso solidarietà ai contestatori di Milano, portatori, a loro avviso, della protesta per le disuguaglianze sociali e della rabbia di una generazione senza futuro.

La violenza dei giovani come frutto del nichilismo

È tuttavia possibile – anche se assai meno presente nel dibattito pubblico – una terza lettura, che in realtà non esclude le altre due, ma si pone a un livello più profondo. Essa parte dalla constatazione che le intemperanze dei giovani di Milano si inseriscono in un quadro più generale, che vede quelli di tutta Europa in un atteggiamento di rivolta nei confronti della società. Soprattutto, esse hanno dei corrispettivi, non adeguatamente sottolineati dai media, nel moltiplicarsi di comportamenti violenti da parte di giovanissimi che sembrano agire senza alcuno scopo utilitaristico, quasi per gioco. «Ci annoiavamo», ha detto uno dei due adolescenti arrestati pochi giorni fa per aver attentato alla vita di ignari passanti, diventando il terrore di un intero quartiere. Tutto qui.

Ma è, in generale, lo stile dei cosiddetti maranza che rivela questa matrice ludica. Si fanno gesti balordi, che mettono a rischio la vita propria e altrui, si aggredisce, si ruba, si distrugge – a Modena intere classi si sono riversate, alla fine delle lezioni, in un supermercato per svuotarlo e devastarlo – con il sol scopo di postare in internet le immagini delle proprie squallide imprese. Quasi a voler dimostrare di esistere, in un mondo dove i giovani – senza più passato, senza futuro – non sono più sicuri neppure del presente. «Esse est percipi», scriveva nel Settecento un filosofo inglese. “Esistere vuol dire essere visti”. Ma lui pensava allo sguardo di Dio, i nostri ragazzi a quello dei loro coetanei sui cellulari.

Umberto Galimberti, qualche anno fa, ha denunziato il nichilismo dei giovani e ha descritto gli effetti che lo svuotamento di valori e di senso della loro vita produce. In primo luogo, «un’emotività molto più incontrollata e uno spazio di riflessione molto più modesto», «il disinteresse per tutto, messo in atto per assopire le emozioni attraverso i percorsi dell’ignavia e della non partecipazione», «il gesto violento».

Ma la cultura del nichilismo non l’hanno creata i giovani. Essi la portano alle sue estreme conseguenze, ma ne siamo noi, gli adulti, i responsabili. Siamo noi ad avere costruito una società dove quello che conta è l’efficienza, ma senza un fine; il successo, ma spesso a costo della propria autenticità e della propria vera vita; l’immagine, ma al prezzo della realtà.  

I giovani che a Milano hanno spaccato erano portatori di un’oscura protesta, di cui loro stessi non erano consapevoli, contro questo mondo fasullo. Non c’è da stupirsi che abbiano portato in essa il vuoto di cui sono vittime e contro cui si ribellavano. Compreso l’assoggettamento ai miti di un consumismo selvaggio, da cui molti di loro sono esclusi. Ma il loro non è stato solo un crimine, è stato un grido che, ancora una volta, va ascoltato e che dovrebbe diventare oggetto di riflessione in famiglia, a scuola, nelle parrocchie.

Questo livello di lettura non esclude ciò che di vero è emerso negli altri due. È giusto distinguere tra proteste e violenze, reprimendo le seconde per rendere legittime le prime. Il limite della posizione del governo, però, è di puntare esclusivamente sulla criminalizzazione della violenza, invece di aprirsi al secondo livello di spiegazione, che cerca di capirne il perché e lo individua in un disagio sociale dovuto a disuguaglianze, ingiustizia, mancanza di prospettive. Neppure questa diagnosi, però, può spiegare il malessere profondo che anche i figli dei ricchi e dei privilegiati manifestano, anche quando non ricorrono a forme estreme. Da qui la necessità di scendere a un livello più profondo, che vede nella crisi del senso e dei valori la radice ultima sia delle distorsioni della società sia del malessere esistenziale dei giovani.

Il problema è che è più facile reprimere la violenza che individuarne ed eliminarne le cause sociali ed economiche, ed è più facile proporre soluzioni a questo livello che prendere coscienza di una crisi culturale epocale, come quella che sta investendo tutto l’Occidente. La sola via, probabilmente, è di coniugare le tre letture. Anche la terza. Altrimenti rischiamo di avere le questure e gli istituti penali minorili pieni, ma senza raggiungere con ciò l’agognata sicurezza, o di illuderci che un governo “di sinistra” risolva le cose con le sue riforme. Di decreti sicurezza ce ne sono stati ormai tanti. E i partiti d’opposizione sono già stati al governo. Se i giovani continuano a lanciare il loro grido è perché evidentemente hanno un disperato bisogno di altro.

venerdì 2 ottobre 2026

ANTISEMITISMO

 


Una semplice

 domanda 

sul ddl 

contro l’antisemitismo




-di Giuseppe Savagnone

Il testo

Poche volte un disegno di legge ha creato tante spaccature nel fronte politico quanto quello sulla prevenzione e il contrasto all’antisemitismo discusso in questi giorni alla Camera, dopo essere stato approvato, il 4 marzo scorso, al Senato. Perché su di esso non si sono divisi solo i partiti di destra e di centro da quelli di sinistra, ma anche un gruppo di esponenti del Pd lo ha sostenuto, in aperta rottura con la posizione ufficiale dei democratici (ora apertamente contrari, mentre nella votazione al Senato si erano astenuti).

Ma da che cosa nasce questo clima incandescente? Per comprenderlo, prima di entrare nel merito del dissenso, è bene riprendere i punti essenziali del testo.

All’art. 1, comma 1, esso esordisce dichiarando che il nostro Stato «ripudia ogni forma di antisemitismo (…) ferme restando la libertà di critica politica e di espressione del pensiero e la libertà di riunione e di associazione, nel rispetto dei princìpi costituzionali». Precisazione inserita successivamente nel testo originario per tenere conto dei timori di chi paventava limitazioni alla libertà di pensiero e di espressione.

Segue, al comma 2, la definizione di antisemitismo, che rimanda a quella approvata nel 2016 dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA). Una definizione peraltro adottata nella risoluzione del Parlamento europeo del 1° giugno 2017 e fatta propria, oltre che da Israele, anche da Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Regno Unito, Austria, Bulgaria, Romania, Lituania, Macedonia del Nord. Essa è stata recepita nel 2020 anche in Italia con una delibera del Consiglio dei ministri (governo Conte 2).

Essa ha una parte descrittiva dal tenore assolutamente incontestabile: «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei».

Per ovviare, però, alla genericità di questa formulazione, già nel testo del 2016 i suoi autori hanno ritenuto opportuno integrarla con undici indicatori che fungono da spia di atteggiamenti antisemiti e che nella nostra nuova legge vengono esplicitamente inclusi perché «necessari ai fini dell’applicazione della legge medesima».

Sette di questi esempi non riguardano il popolo ebraico in generale, ma specificamente lo Stato d’Israele.  «Tuttavia», si precisa, «le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite».

Gli effetti pratici

Non si prevedono sanzioni di carattere penale. Anzi, soprattutto per quanto riguarda la scuola e l’università, si sottolinea molto la prevenzione. Nella scuola attraverso «la promozione di azioni formative rivolte a docenti e attività didattiche rivolte agli studenti».

Per le università è innanzitutto prevista «la realizzazione di attività di ricerca, seminari e incontri in collaborazione con istituzioni universitarie nazionali e internazionali, volti a promuovere il confronto e il rispetto reciproco, nonché a prevenire ogni forma di preclusione o intolleranza».

In entrambi i casi, però, si intravede una funzione repressiva (il termine era usato nel precedente testo del ddl, poi è stato cancellato, ma il concetto non può essere eliminato). Nel caso della scuola essa è affidata alle «istituzioni scolastiche» che, «in esito al lavoro di monitoraggio», comunicheranno «al Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo le azioni attuate per contrastare i fenomeni di antisemitismo».

Anche le università «possono individuare al loro interno un soggetto preposto alla verifica e al monitoraggio delle azioni per contrastare i fenomeni di antisemitismo (…). Ai fini del monitoraggio, le università collaborano con il Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo».

 In entrambi i casi, il punto di riferimento è questa nuova figura del Coordinatore nazionale, «nominato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri», che presiederà un «Gruppo tecnico» – composto da rappresentanti nominati dai diversi ministeri interessati e da esponenti dell’associazionismo ebraico – insieme a cui elaborerà una Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo.

Una definizione tra princìpi immutabili e storia

Può sembrare strano che un testo apparentemente così pacato abbia suscitato e continui a suscitare tanta conflittualità. I suoi sostenitori accusano i contestatori di condurre una polemica puramente ideologica, fondata sull’ignoranza dei suoi reali contenuti. Ed è vero che a volte si ha l’impressione di un certo schematismo delle critiche, che non sempre tengono conto di alcune importanti precisazioni, come quella contenuta nell’art. 1, comma 1 o quella inserita dalla stessa IHRA nel preambolo agli indicatori, escludendo dalla fattispecie dell’antisemitismo «le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese».

Eppure non si può ridurre tutto questo dibattito a un equivoco o a malafede. Il nodo fondamentale è l’interpretazione della definizione di antisemitismo, in particolare degli indicatori che, come abbiamo visto, ne sono parte inscindibile. È innegabile che il riferimento allo Stato ebraico, da essi introdotto in ben 7 casi su 11, sposti in qualche modo la questione dalla identità etnico-religiosa del popolo ebreo – a cui il discorso sull’antisemitismo propriamente si riferisce – alla valutazione della politica di un governo.

E, a questo punto, non è più in gioco solo il principio sovratemporale del rispetto che si deve a qualunque essere umano e in particolare a un gruppo particolarmente perseguitato, ma anche le mutevoli situazioni storiche che caratterizzano l’identità e l’operato di un preciso governo che, a questo punto, potrebbe servirsi – come sta facendo quello presieduto da Benjamin Netanyahu e costituito da estremisti fanatici come Ben-Gvir e Smotrich – della sacra inviolabilità del principio per sottrare alla critica le proprie scelte, quanto meno discutibili.

Il problema delle interpretazioni

Che il pericolo sia reale non c’è bisogno di ipotizzarlo, dal momento che si è già concretizzato, e non soltanto da parte del governo israeliano, ma anche da parte di quelli che lo hanno costantemente sostenuto in questi ultimi anni. Come dimostra il caso degli Stati Uniti dove, nel 2025, il presidente Donald Trump ha citato la definizione dell’IHRA nei suoi ordini esecutivi, quando ha tagliato i fondi delle università americane che non hanno sanzionato le manifestazioni contro la politica di Israele.

O come conferma ancora più esplicitamente l’interpretazione che di quella definizione ha dato un quotidiano di destra vicinissimo al nostro governo, «Il Giornale», commentando il ddl presentato nel novembre 2025 dall’on. Delrio e poi confluito in quello ora in via di approvazione definitiva.  Secondo il «Giornale» essa «qualifica come antisemita ogni critica radicale contro Israele e verso il sionismo quale sua ideologia fondativa. In particolare, per l’IHRA è antisemitismo sostenere che “l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo”, “applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non richiesto a nessun altro Stato democratico” e “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”».

La storia che ha inciso sulla definizione

Proprio il terzo indicatore della definizione ha acquistato un valore che non aveva nel 2016. I princìpi sono gli stessi di allora, ma la realtà storica è cambiata da quando, in risposta alla terribile strage del 7 ottobre 2023 perpetrata da Hamas, Israele ha condotto una campagna militare di cui sono stati vittime immediate molte migliaia di civili, uomini, donne e bambini, ma che ha anche sostanzialmente reso invivibile l’intero territorio dove erano stanziate due milioni e mezzo di persone.

Al di là dei morti, dei mutilati, degli orfani, le testimonianze di tutte le organizzazioni umanitarie presenti nella Striscia e degli stessi giornalisti israeliani parlano di una sistematica opera di desertificazione e di un embargo sui mezzi essenziali di sopravvivenza. E importanti esponenti del governo israeliano hanno dichiarato che il fine della guerra era l’espulsione dei palestinesi e la loro sostituzione con i coloni israeliani.

  In questo quadro – si accetti o no il termine “genocidio”, usato da molti studiosi internazionali e da intellettuali israeliani come Davide Grossman – l’analogia tra i metodi del governo israeliano e quelli dei nazisti è diventata evidente agli occhi di tantissima gente.

Il punto è che, in base al nuovo testo di legge – basato sulla definizione dell’IHRA e sui suoi indicatori – proprio questo confronto è severamente vietato e chi lo facesse, in rete, in una classe, in una lezione universitaria, sarebbe soggetto a sanzioni non penali, ma sicuramente disciplinari. In ogni caso violerebbe una legge dello Stato. E già questo determinerebbe un effetto intimidatorio, a dispetto delle assicurazioni dell’art. 1 sul rispetto della «libertà di critica politica e di espressione del pensiero».

Dobbiamo fidarci della lettura che darà il nostro governo?

Ma non dovremmo fidarci della lettura che darà il nostro governo? In questi quattro anni, davanti al massacro di Gaza i governi e gli opinionisti occidentali si sono limitati al ruolo di imbarazzati spettatori, se non addirittura di taciti sostenitori. E in particolare il governo italiano, proprio nel corso di questo massacro, ha invitato per ben due volte a Roma il presidente israeliano Herzog – definito, nel rapporto di una commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU, corresponsabile di genocidio – ricevendolo con tutti gli onori e limitandosi a esprimergli la sua «preoccupazione» per la «crisi umanitaria» di Gaza.

A reagire è stata ed è tuttora l’opinione pubblica occidentale, colpita da uno spettacolo spaventoso che ormai è stato possibile seguire in diretta, malgrado lo sforzo del governo israeliano di censurarlo (uccidendo, fra l’altro, più di duecento giornalisti palestinesi e impedendo l’accesso a quelli stranieri). Ma, fino a pochi giorni fa, il governo italiano si è perfino rifiutato di sottoscrivere una sanzione firmata da dodici Paesi occidentali contro i coloni violenti della Cisgiordania.

E per quanto attiene alla precisazione fatta nel preambolo dell’IHRA: «Le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite»? Trump non ne ha tenuto conto e non sembra che un governo molto vicino al tycoon nell’affrontare la questione della Palestina, come è stato il nostro, darà una lettura diversa (basti pensare a quella de «Il Giornale»!). Si potrà comunque sempre cavillare notando che l’accusa di genocidio non è «simile a quella rivolta a qualsiasi altro paese».

Una definizione alternativa

«Siamo contrari a questo disegno di legge perché il testo adotta la definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance, che soprattutto negli esempi che l’accompagnano confonde il rifiuto di ogni espressione di odio antiebraico con giudizi certamente opinabili ma che non costituiscono necessariamente antisemitismo», si dice in una lettera aperta firmata, tra gli altri, da ebrei come Gad Lerner, Anna Foa e Lisa Ginzburg.

Non si tratta di minimizzare la deriva antisemita, ma di rendere più seria la lotta contro di essa separandola dalla difesa a oltranza di Israele. Nel novembre del 2025, in una precedente lettera, gli stessi intellettuali hanno contrapposto al testo dell’IHRA «la più equilibrata e autorevole Jerusalem Declaration on Antisemitism, del 2021, i cui firmatari non sono dei pericolosi estremisti, bensì studiosi di altissimo livello, in gran parte ebrei».  Secondo questa definizione, è antisemitismo «la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei come ebrei (o contro le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)». Dove la precisazione «in quanto ebraiche» chiarisce la differenza tra chi attacca lo Stato israeliano perché ebreo o per i suoi crimini.

Bastava cambiare la definizione dell’art. 1 per evitare le spaccature che hanno giustamente addolorato Liliana Segre. Come mai nessuno di coloro che pure hanno a cuore la lotta contro l’antisemitismo e per questo hanno così vigorosamente sostenuto il ddl, lo ha ipotizzato?

www.tuttavia.eu

Immagine

 

 

sabato 26 settembre 2026

LA LEGGE DI TRUMP

 


Il diritto

 internazionale 

e la legge 

di Trump


-         di Giuseppe Savagnone

-          

Alle origini dimenticate di una storia

Nel suo discorso all’ONU Donald Trump ha menzionato Cuba: «Cuba», ha detto, «è uno Stato fallito e cadrà».  Dopo il Venezuela, è il secondo caso di una dittatura “di sinistra” presa di mira dal presidente americano, con la giustificazione – contenuta in una dichiarazione del 29 gennaio 2026 – che Cuba costituisce una minaccia «inusuale e straordinaria» per la sicurezza nazionale statunitense.

Da parte sua, l’opinione pubblica occidentale non sembra affatto preoccuparsi di questa situazione, anche perché nell’immaginario collettivo al nome dell’Isola si collega solo la vaga immagine di un regime dittatoriale vetero-marxista.

E in effetti, anche dopo l’uscita di scena di Fidel Castro, avvenuta già nel 2006, per motivi di salute, e quella del fratello Raúl, che ne aveva preso il posto, non sembra che l’ascesa al potere di Miguel Díaz-Canel, presidente dall’aprile 2018, abbia molto cambiato la situazione.

Pochi ricordano come sia nato il regime castrista. La storia comincia con la caduta e la fuga, il 1 gennaio 1959, del corrotto dittatore Fulgencio Batista. Strettamente collegato alla mafia statunitense, Batista governava, prima di fatto, poi anche di diritto, dal 1933 con l’appoggio degli Stati Uniti. Sconfitto alle elezioni del 1942, era tornato al potere nel 1952 con un colpo di Stato, calpestando ogni libertà e ogni diritto. La stima delle persone da lui fatte assassinare è di 20.000, su una popolazione di 11 milioni e mezzo di abitanti. Solo dopo una lotta durata tre anni, con alterne vicende, il giovane avvocato Fidel Castro, messosi a capo di un gruppo di guerriglieri, riuscì a sconfiggere l’esercito regolare, anche grazie a un massiccio appoggio popolare.

Appoggio accresciuto da una riforma agraria che sottrasse ai latifondisti cubani il controllo della terra e la redistribuì ai contadini. Il nuovo corso, però, colpì anche cittadini e compagnie statunitensi, i cui interessi erano fortemente tutelati sotto Batista, e già nell’ottobre del 1959 il presidente repubblicano Dwight Eisenhower approvò un piano della CIA che prevedeva il supporto agli oppositori interni del nuovo governo e includeva raid degli esuli contro l’Isola a partire dal territorio statunitense.

Furono molti a dover fuggire, sentendosi minacciati, non solo economicamente, ma anche fisicamente, da un governo rivoluzionario che, nella sua ansia di ristabilire la giustizia, non si curava di rispettare il diritto e colpiva senza esitazione chiunque si opponesse al suo progetto. Mentre operai e contadini sostenevano la rivoluzione, l’opposizione veniva soprattutto dalla classe media e migliaia di medici, ingegneri e altri professionisti emigrarono in Florida, creando una vera e propria colonia in esilio a Miami.

Castro, sia per la sua impostazione ideologica, sempre più esplicitamente ispirata al marxismo, sia per reazione alla chiara presa di posizione degli Stati Uniti, si avvicinò alla Russia. Nel febbraio 1960 il vicepresidente sovietico Anastas Mikojan arrivò all’Avana e dichiarò che l’Unione Sovietica sarebbe stata disposta ad aiutare il regime di Castro. Poco dopo, le compagnie statunitensi Standard Oil, Esso e Texaco e la britannica Shell furono nazionalizzate dal governo cubano.

  In risposta, il 6 luglio 1960 il Congresso degli Stati Uniti votò una sanzione economica contro Cuba – la prima di una lunga serie – autorizzando il presidente a ridurre o sopprimere le importazioni di zucchero dall’Isola. Il 7 luglio il Parlamento cubano, a sua volta, emanò una legge di nazionalizzazione di tutte le società statunitensi.

Con l’appoggio del nuovo presidente democratico degli Stati Uniti John Kennedy, gli esuli cubani, il 17 aprile 1961, tentarono di invadere l’Isola, sbarcando nella Baia dei Porci.  L’operazione si risolse in un clamoroso fallimento: circa 1.200 controrivoluzionari furono arrestati, imprigionati e processati. Solo venti mesi dopo, il 23 dicembre 1962, furono rilasciati, in cambio di 53 milioni di dollari di alimenti per bambini e farina.

Fallita la via militare, Kennedy, il 7 febbraio 1962, con il “Proclama 3447” ampliò le restrizioni commerciali del 1960 vietando ogni tipo di scambio.

Dalla “crisi di Cuba” del 1962 ai nostri giorni

Sentendosi minacciata dalla vicina superpotenza, la nuova “Repubblica socialista” di Cuba chiese all’Unione Sovietica di installare batterie di missili nucleari sul proprio territorio. Il pericolo era gravissimo per gli Stati Uniti e le navi russe che, alla fine dell’ottobre 1962, portavano le nuove armi si trovarono di fronte a un blocco navale americano. Si fu sull’orlo dello scoppio della terza guerra mondiale. Fu trovata, però, una via d’uscita: Krusciov rinunziò ai missili cubani, in cambio di un’analoga mossa americana in Turchia.

Ma ormai tra l’Avana e Washington era rottura totale. Kennedy intensificò le sanzioni contro Cuba. Nel corso del 1963 non solo venne proibita l’importazione di prodotti cubani, ma fu interdetto il trasporto di merci statunitensi su navi straniere che avessero fatto tappa nei porti dell’Isola.

Intanto Fidel Castro aveva ormai consolidato all’interno un governo dittatoriale, pur mantenendo un grande sostegno popolare e, in politica estera, si era fatto promotore dell’esportazione della rivoluzione socialista in tutti i Paesi dell’America Latina e del Terzo Mondo. In questo contesto si situa anche l’avventura e la tragica fine del suo compagno più famoso, Che Guevara.

Ma dopo il 1989, con la crisi del blocco comunista, Cuba è rimasta sempre più isolata e le conseguenze del blocco economico si sono fatte sentire ancor più di prima sulla popolazione. L’economia cubana in quella fase è decresciuta del 40%, con gravi carenze alimentari, malnutrizione diffusa e mancanza di beni di base. Le sanzioni statunitensi hanno avuto un peso decisivo. Ad aggravarle, nel 1992 il Congresso americano ha approvato una legge secondo cui le navi che attraccavano in porti cubani non potevano entrare in porti statunitensi per sei mesi successivi.

Questa situazione si è prolungata fino ai giorni nostri. Il regime ha resistito, ma a costo di trovarsi sempre più alle prese con un crescente malcontento popolare per le difficilissime condizioni di vita. Da qui un crescente dissenso, a cui ha risposto con una dura repressione. Il 5 giugno 2020 la Commissione interamericana dei diritti umani ha pubblicato un rapporto sulla situazione dei diritti umani a Cuba in cui denunziava l’alto rischio che affronta l’opposizione, la mancanza di libere elezioni, la forte riduzione della libertà d’espressione. La Commissione esprimeva inoltre «la sua preoccupazione per l’elevato numero di testimonianze e informazioni pubbliche che denunciano le detenzioni arbitrarie contro attivisti e oppositori come una pratica sistematica sull’Isola».

Ma intanto alla Casa bianca arrivava Donald Trump. Già durante il suo primo mandato (2017-2021), il tycoon ha imposto oltre 240 sanzioni aggiuntive a Cuba, mantenute poi dall’amministrazione Biden, invertendo il timido disgelo avviato da Barack Obama.  La conseguenza è stata che, tra il 2021 e il 2024, oltre un milione di cittadini ha abbandonato l’Isola, per dirigersi prevalentemente verso gli Stati Uniti.

Davanti a questa crisi umanitaria, il 23 giugno 2021 l’Assemblea dell’ONU ha ratificato, a larghissima maggioranza – 184 voti a favore della fine dell’embargo, 3 astensioni (Colombia, Ucraina ed Emirati Arabi Uniti) e 2 soli voti contrari: USA e Israele – che l’embargo economico che gli Stati Uniti d’America stavano portando avanti contro Cuba era illegale e che doveva cessare.

La stretta di Trump

In realtà, nel suo secondo mandato, incurante di questa richiesta, Trump ha dato un’ulteriore svolta alla politica di strangolamento economico seguita dai suoi predecessori, spinto anche dal suo segretario di Stato, Marco Rubio, la cui famiglia era fuggita da Cuba a Miami dopo l’avvento di Castro.

In un articolo del 17 settembre scorso il «New York Times» riferisce che, con l’inasprimento delle sanzioni voluto dal presidente americano, «i cubani vivono la peggiore crisi umanitaria dell’isola dalla rivoluzione del 1959 (…). A gennaio l’amministrazione ha imposto un blocco petrolifero, poi, a maggio, ha intensificato la pressione annunciando che le aziende straniere che collaboravano con determinate entità statali cubane rischiavano il congelamento dei beni e l’esclusione dalle attività commerciali con aziende e banche statunitensi (…). Questo sviluppo aggiunge un ulteriore livello di sofferenza ai cubani, già alle prese con blackout quotidiani, carenza di carburante e cibo e un sistema sanitario al collasso».

L’articolo riferisce tra l’altro che 100.000 pazienti, di cui 12.000 bambini, sono in attesa di essere operati a causa delle carenze di energia e di materiale sanitario.

Il presidente americano non ha nascosto le sue intenzioni. «Credo proprio che avrò l’onore di conquistare Cuba. Sarebbe fantastico. Un grande onore», ha detto durante una conferenza stampa a Washington il 17 marzo 2026. «Posso liberarla o prenderla, penso di poterci fare tutto quello che voglio», ha aggiunto, «è una nazione molto indebolita». È in questo contesto che vanno lette le parole del suo discorso all’Assemblea dell’ONU.

D’altronde la «conquista» di Cuba sarebbe il proseguimento logico di quella del Venezuela, stretto alleato del regime cubano, realizzata nei primi di gennaio di quest’anno con la cattura del presidente Maduro e il sostegno al regime della sua vice-presidente, Delcy Rodríguez, in cambio di un accordo sul petrolio venezuelano che ne consegna il controllo alle compagnie petrolifere statunitensi.

E il diritto internazionale?

Contestualizzare l’attuale crisi dei rapporti tra Cuba e Stati Uniti consente da un lato di leggerla come lo sbocco finale di una storia che dura da quasi settant’anni, dall’altro di coglierne alcune peculiarità. Sia sull’uno che sull’altro versante sono inevitabili alcune considerazioni riguardanti il ruolo che in questa vicenda ha avuto e ha il diritto internazionale.

La prima, che coinvolge tutta la politica degli Stati Uniti verso Cuba fin dall’inizio, riguarda la legittimità di sanzioni economiche che colpiscono non forniture militari, non i responsabili politici di scelte antidemocratiche, ma proprio quella popolazione civile che si dice di voler proteggere e che le convenzioni internazionali vietano di colpire.

Si risponde che in questo modo si vuol far cadere il regime. Ma questa è la logica dei terroristi che, per colpire un governo odiato a causa dei suoi veri o presunti crimini, non esitano a colpire degli innocenti. A Cuba molte donne e molti bambini hanno sofferto in questi anni e soffrono oggi più che mai a causa di una guerra nella quale sono trattati come “scudi umani” sacrificabili. La deliberazione dell’ONU del 2021 ha chiaramente condannato questa logica assolutamente contraria al diritto internazionale.

La seconda considerazione riguarda direttamente lo stile di Trump, che del diritto internazionale sembra proprio indicare la definitiva liquidazione. Dalla gratuita minaccia di invadere la Groenlandia, alle non meno gratuite pretese di annessione del Canada; dall’atteggiamento conciliante nei confronti della guerra imperialista di Putin, allo scatenamento dell’immotivata guerra dei dazi contro governi amici; dal sostegno incondizionato alla pulizia etnica di Israele a Gaza e in Cisgiordania, all’aggressione all’Iran;  dalla creazione del “board of peace” – ente voluto dal presidente, con ingresso a pagamento, che dovrebbe sostituire o almeno controllare l’ONU –, all’azione appena ricordata contro il Venezuela, Trump ha dimostrato una perfetta coerenza con quanto  dichiarato nella famosa intervista al «New York Times», quando, alla domanda se vedesse limiti ai suoi «poteri globali», ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

E del resto, nel discorso all’Assemblea dell’ONU in cui ha parlato di Cuba, ha teorizzato la sua idea che non ci deve essere un organismo internazionale a sanzionare eventuali violazioni dei diritti umani da parte di governi dittatoriali: «Gli Stati Uniti», ha detto, «si oppongono fermamente all’istituzione fuori controllo nota come Corte Penale Internazionale. Esorto tutte le nazioni membri della CPI a ritirarsi ufficialmente e immediatamente da questa istituzione fuorilegge».

Sì, si è espresso così: «fuorilegge». Perché la sola legge, ormai, è quella di Trump.

www.tuttavia.eu

Immagine

 

 

sabato 19 settembre 2026

LA DEMOCRAZIA E IL VOTO

 

Ma il problema 

della nostra

 democrazia 

non è 

la nuova 

legge elettorale


-di Giuseppe Savagnone

La polemica sul premio di maggioranza

Divampa la polemica sulla riforma elettorale che è stata appena approvata al Senato e sta per esserlo, presumibilmente, alla Camera. L’opposizione l’ha già battezzata “legge-truffa”. E 160 costituzionalisti hanno sottoscritto un appello per segnalarne gli aspetti più critici.  

Tra questi è in primo piano l’introduzione del premio di maggioranza – una misura che non c’era nel Rosatellum, la legge elettorale finora vigente –, per cui alla lista o alla coalizione che alla fine prenda almeno il 42% dei voti, in entrambe le Camere, spetteranno 70 seggi aggiuntivi alla Camera dei deputati e 35 al Senato, facendola arrivare al 55%.

In realtà questa norma del Melonellum, come viene scherzosamente denominato il nuovo testo, va letta in rapporto ad un’altra, anch’essa di grande portata, che elimina completamente i collegi uninominali, passando a un sistema integralmente proporzionale. Con il Rosatellum circa un terzo dei parlamentari veniva eletto nei collegi con sistema maggioritario: chi aveva più voti prendeva il seggio e delle preferenze minoritarie non si teneva conto. Con la riforma, i collegi sono tutti plurinominali, e l’assegnazione dei seggi rispecchia la distribuzione dei voti tra i vari partiti.

Un’innovazione che può stupire in una riforma che, dichiaratamente, mira a garantire maggiore stabilità al governo (l’altro nome del testo è, significativamente, Stabilicum, perché è chiaro che il proporzionale determina una maggiore frammentazione dell’esito del voto.

E proprio a scongiurare questo pericolo il Melonellum prevede l’introduzione del premio di maggioranza (o di governabilità), con cui il principio maggioritario, eliminato nei collegi, ritorna in qualche modo ad ispirare l’insieme della votazione. Non a caso l’espressione «chi ha un voto in più governa e basta» è spesso ripetuta, in questi giorni proprio dai sostenitori della riforma, non più riferita all’elezione nel singolo collegio, ma a quella dell’intero Parlamento.

Resta, però, un limite preciso, imposto dalla sentenza con cui nel gennaio del 2017 la Suprema Corte ha ritenuto costituzionalmente legittimo il premio di maggioranza, per la lista che consegua almeno il 40% dei voti, purché la maggioranza così ottenuta non superi il 55%. Tenendo conto di questa pronunzia, la riforma prevede che, per evitare squilibri eccessivi, la coalizione premiata non potrà superare il 55% degli eletti – 220 deputati – alla Camera e il 56,5% – 113 senatori – al Senato.  

Un accorgimento che rende improbabile l’accoglimento da parte della Corte costituzionale della richiesta di incostituzionalità su questo punto, anche se, evidentemente, lascia aperto il problema politico.

Le elezioni del 2027 alla luce di quelle del 2022

E proprio per capire il senso politico di ciò che la riforma dice e di quello che non dice è importante leggerla con un occhio alla precedente consultazione elettorale, quella che ha portato al potere l’attuale governo.

Una prima importante novità è che ora PD, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa sono entrati a formare insieme al Movimento 5 Stelle un unico fronte elettorale, il cosiddetto “campo largo”, a differenza che nel 2022, quando, per un assurdo reciproco irrigidimento, si presentarono separati. Una scelta che portò a un annunciato suicidio elettorale, determinando inevitabilmente la sconfitta di entrambi gli schieramenti in tutti i collegi uninominali, in molti dei quali avrebbero avuto, se uniti, la maggioranza.

Quanto detto spiega perché la maggioranza ora abbia cambiato la legge elettorale abolendo appunto i collegi uninominali, dove teme di avere, questa volta, la peggio.

Una seconda novità è costituita dai sondaggi sfavorevoli al centrodestra, dopo il trauma del referendum e ora che la formazione di Vannacci, Futuro Nazionale, sembra avere assorbito una parte significativa dei suoi voti. Da qui il timore che le elezioni del prossimo anno, questa volta, diano luogo a un “pareggio”, mettendo fine all’esperienza del governo Meloni e la decisione di puntare sul premio di maggioranza per ottenere un risultato almeno vicino a quello raggiunto nel 2022 senza premio.

Perché allora la coalizione di centrodestra ha ottenuto alla Camera 237 deputati, a fronte degli 84 del centrosinistra e dei 53 del Movimento 5 Stelle, e al Senato 115 senatori, a fronte dei 44 del centrosinistra e dei 28 del Movimento 5 Stelle. Più, addirittura, di quel 55% che può aspirare ad avere alle prossime elezioni se conquista il premio di maggioranza. Ma allora li ha avuti con i voti…

Una legislatura divisiva

Il peggio che possa accadere, dunque, con questa riforma sfacciatamente ispirata agli interessi della maggioranza, ma che forse è eccessivo definire “legge-truffa”, è che si riproduca la situazione già in atto, in Parlamento, da quattro anni. Ma il problema non è dato dal rapporto numerico tra maggioranza e minoranza, bensì dallo stile che ha contrassegnato la gestione del potere da parte di quest’ultima, sia nei confronti del resto del Parlamento, sia verso gli altri organi costituzionali, prima fra tutte la magistratura.

Perché in questi quattro anni la maggioranza parlamentare è servita al centrodestra per esercitare un controllo totale del Parlamento che gli ha consentito di governare a suo piacimento, senza che l’opposizione riuscisse a ostacolarlo seriamente.

E questo in un clima che ha escluso ogni dialogo, riducendo il dibattito parlamentare, che dovrebbe essere al centro della vita democratica di un Paese, alla logica del calcolo numerico di maggioranza e minoranza. Il criterio è stato “chi ha un voto in più decide”.

Parafrasi di quel “chi ha un voto in più governa e basta”, ispirato a un cattivo concetto di democrazia, tipico del sovranismo (e riscontrabile infatti anche nella gestione trumpiana del governo negli Stati Uniti), secondo cui essa viene concepita come una “dittatura della maggioranza”. In questa logica perversa il vincitore delle elezioni, invece di sentirsi rappresentante di tutti e impegnato a confrontarsi continuamente con tutti, inclusi gli avversari sconfitti, ritiene suo diritto/dovere “tirare dritto”, esercitando il potere istituzionale per affermare gli interessi della propria parte.

Esemplare la promessa fatta da Trump di utilizzare i fondi pubblici per elargire 5.000 dollari ai cittadini americani se faranno vincere, alle elezioni di medio termine, i repubblicani. E davanti a molti interventi di Giorgia Meloni (la cui sintonia col tycoon rimane profonda) si ha la percezione di assistere ai comizi della pasionaria del suo partito, piuttosto che a una voce che rappresenta tutti gli italiani.

La stessa divisività ha contrapposto questa maggioranza di governo alla magistratura, alla Corte dei conti, alla Banca d’Italia, a tutti i centri di potere che potevano e dovevano avere un’autonomia propria per servire al bene comune.

Emblematico il modo in cui è stata fatta la riforma della giustizia, una riforma costituzionale e quindi decisiva per le sorti della nostra democrazia, varata in Parlamento in tempi record a colpi di maggioranza, in esplicito conflitto con la magistratura e bloccata poi dal voto popolare.

Lo scollamento tra potere istituzionale e popolo

La vicenda referendaria è stata significativa peraltro del rapporto tra classe di governo e base popolare. Spesso abbiamo sentito i rappresentanti del potere evocare il diritto al comando che viene loro dalla volontà degli italiani. Si tende a dimenticare e a far dimenticare che l’ultima tornata elettorale ha visto il massimo storico di astensioni: il 36,1%, un dato in crescita di 9,1 punti rispetto al 2018, quando l’astensione si era attestata al 27%, e – per fare un raffronto con la Prima Repubblica – quasi sei volte superiore rispetto al 6,51% delle elezioni del 1976.

In concreto, oltre 16,5 milioni di italiani non sono andati a votare, oltre 4 milioni in più rispetto alla precedente consultazione politica. E al non-voto va aggiunto il 2,2% di schede bianche e nulle. Insomma, quasi il 40% dei potenziali elettori oggi non è rappresentato nel nostro attuale Parlamento.

Del rimanente 60%, il centrodestra ha raccolto, rispetto ai circa 46 milioni di italiani aventi diritto al voto, un totale di 12,6 milioni di voti. Il 27%. È dunque in base alla fiducia di meno di un italiano su tre che si è preteso di gestire la cosa pubblica senza provare a cercare riscontri nelle altre forze politiche.

La base popolare di un governo non era mai stata così ristretta.  Il primo governo Conte, venuto fuori dalle precedenti elezioni, quelle del 2018, poteva contare tra Movimento 5 Stelle e Lega sul sostegno di 16,4 milioni di voti. Con la sola eccezione del governo Prodi – che, nel 1996, andò al potere grazie a 13,1 milioni di voti (ma anche con l’appoggio esterno di Rifondazione che di voti ne aveva 3,7 milioni) – tutti i governi precedenti, andando indietro fino al 1994, hanno avuto tra i 16,5 milioni di voti e i 19,7 milioni. Per non parlare degli anni Ottanta e Settanta, in cui, insieme ai suoi alleati, la DC aveva dietro di sé fino a 20 milioni di voti.

Come ha osservato un politologo, le elezioni che hanno portato al potere il governo Meloni hanno segnato il «crollo verticale della rappresentatività e della rappresentanza del Parlamento. Sia perché un numero crescente della popolazione decide di non partecipare al processo elettorale, con conseguenze negative dirette sulla qualità della rappresentanza democratica, sia a causa dell’intreccio tra riduzione del numero dei parlamentari e sistema elettorale fortemente distorsivo. Il voto del 2022 segna il momento di maggiore distacco tra classe politica e comunità politica» (Marco Valbruzzi).

A questo punto, la reazione popolare che ha bocciato la legge di riforma della giustizia acquista tutto il suo significato di reazione al declino della logica democratica.

Una classe politica inadeguata

Questo declino, peraltro, non è certo solo responsabilità del centrodestra. Complementare alla sua inadeguatezza è stata quella dell’opposizione. I suoi protagonisti principali, PD e Movimento 5 Stelle, sono profondamente in difficoltà.  Il primo, orfano del marxismo (anche se assurdamente accusato dalla destra di “comunismo”), da tempo ha ripiegato sulle battaglie per i diritti civili, a scapito di quelli sociali, diventando l’erede dell’individualismo possessivo del partito radicale (tradizionalmente di destra).

E il Movimento 5 Stelle, orfano a sua volta del sogno della democrazia diretta del popolo (vi ricordate la piattaforma Rousseau e il divieto dei rappresentanti di ricandidarsi?), stenta a trovare un’identità che vada al di là di un generico pacifismo. Sta di fatto che, quando questi partiti sono stati al governo, non sono stati in grado di affrontare adeguatamente le grandi crisi del nostro Paese, da quella dei poveri (in Italia ci sono 5 milioni e mezzo di persone sotto la soglia minima di povertà) a quella dei migranti (il governo Conte 2 e soprattutto il governo Gentiloni che, col ministro Minniti, ha inaugurato la politica del finanziamento dei lager libici).

E ora, per di più non riescono ad andare al di là di una sterile competizione per la scelta del futuro premier, senza fare reali passi avanti nell’elaborazione di un programma comune.

Ma allora il problema non è la nuova legge elettorale – per quanto furbesca e strumentale essa sia –, è il decadimento di una classe politica che ha urgente bisogno di trovare idee e persone nuove. La stabilità dell’esecutivo celebrata trionfalisticamente da chi ne ha goduto in posizione di privilegio – e ora auspicata per la prossima legislatura – ha solo mostrato l’incapacità dei governanti di fare serie riforme, malgrado i “quasi pieni poteri” e i fondi del PNRR, e soprattutto di creare un clima autenticamente democratico. Ma neppure possiamo sognare i governi del passato. Abbiamo urgente bisogno di prospettive nuove, creative di vero futuro. E spetta a noi farle emergere. La democrazia è il potere del popolo, non delle opposte caste dei suoi cattivi rappresentanti. È ora di ricordarcelo, all’avvicinarsi delle prossime elezioni, perché il popolo siamo noi.

 

www.tuttavia.eu 

Immagine