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domenica 23 agosto 2026

CONDIVIDERE IL BENE



 
«Quello che diamo agli altri 

è nostro per sempre»

 Paolo Crepet e l’eredità invisibile che lasciamo nelle persone

Ciò che tratteniamo può andare perduto, ciò che doniamo può restare. La potente lezione di Paolo Crepet sulla vita, l’amore e il valore della condivisione

Redazione Studenti

Indice

1.    Quello che diamo agli altri resta più di ciò che conserviamo

2.    La vita e l’amore non sono un conto da pareggiare

3.    Perché quello che teniamo per noi rischia di andare perduto

4.    Dare non significa dimenticare se stessi

5.    Alla fine possediamo soprattutto ciò che abbiamo condiviso

«Quello che diamo agli altri è nostro per sempre, mentre quello che si tiene per sé è perso per sempre». In questa frase di Paolo Crepet c’è un rovesciamento potente del modo in cui siamo abituati a pensare alla vita. Di solito consideriamo “nostro” ciò che possediamo, custodiamo o difendiamo. Crepet suggerisce invece che il valore più autentico di ciò che abbiamo emerge quando decidiamo di condividerlo. Un gesto di affetto, una parola pronunciata nel momento giusto, il tempo dedicato a qualcuno o un consiglio offerto senza aspettarsi nulla in cambio possono continuare a vivere molto più a lungo di qualsiasi bene materiale. Ciò che doniamo entra infatti nella memoria degli altri e, allo stesso tempo, diventa parte della nostra storia. È un modo diverso di intendere la ricchezza: non come accumulo, ma come capacità di lasciare qualcosa nelle persone che incontriamo.

La vita e l’amore non sono un conto da pareggiare

La riflessione completa di Crepet rende ancora più chiaro questo significato: «la vita, come l’amore, è l’unico business il cui bilancio deve finire in rosso». L’immagine è volutamente provocatoria, perché nel linguaggio economico un bilancio in rosso rappresenta una perdita. Nelle relazioni, invece, può essere il segno di una vita vissuta senza trasformare ogni gesto in una trattativa. Molte volte, quasi senza rendercene conto, iniziamo a tenere una sorta di contabilità affettiva: io ho fatto questo per te, quindi tu dovresti fare altrettanto; io ti ho cercato, adesso tocca a te; io ho dato molto, quindi mi aspetto di ricevere nella stessa misura.

È naturale desiderare reciprocità e nessuna relazione sana può reggersi su uno squilibrio continuo, ma l’amore perde qualcosa della sua autenticità quando diventa soltanto un calcolo. Dare, nella visione di Crepet, significa anche accettare che non tutto ciò che offriamo ci verrà restituito nello stesso modo.

«L’invidia nasce quando smetti di investire su te stesso»: Paolo Crepet spiega il vuoto che ci distrugge

Perché quello che teniamo per noi rischia di andare perduto

La parte forse più intensa della citazione è proprio quella che riguarda ciò che scegliamo di trattenere. «Quello che si tiene per sé è perso per sempre» può sembrare un’affermazione estrema, ma acquista senso se pensiamo alle occasioni che lasciamo scivolare via. Un “ti voglio bene” mai pronunciato, una telefonata rimandata, un abbraccio evitato per pudore, un complimento che avevamo sulla punta della lingua o una presenza che avremmo potuto offrire e non abbiamo offerto.

Sono gesti apparentemente piccoli, eppure il tempo ha il potere di renderli irripetibili. Non tutto può essere recuperato in un secondo momento. Ci sono emozioni che, se non vengono condivise quando ne abbiamo la possibilità, restano soltanto intenzioni. Ed è qui che la frase di Crepet diventa anche un invito a non vivere continuamente nel rinvio, pensando che ci sarà sempre un’altra occasione per dire, fare o dimostrare ciò che sentiamo.

La fragilità del bene: Sull'amore-Elogio dell'amicizia-Impara a essere felice

Dare non significa dimenticare se stessi

La riflessione di Crepet, però, non dovrebbe essere interpretata come un invito a sacrificarsi senza limiti.

Dare tutto non significa annullarsi per gli altri, accettare relazioni sbilanciate o permettere a qualcuno di approfittare della nostra disponibilità. Esiste una differenza profonda tra il dono e il sacrificio imposto. La generosità più autentica nasce dalla libertà: scelgo di esserci, scelgo di condividere, scelgo di offrire qualcosa perché sento che ha valore, non perché temo di perdere l’altro o perché spero di ottenere una ricompensa.

Anche in amore è importante mantenere confini, dignità e consapevolezza dei propri bisogni. Il messaggio non è quindi “dare fino a svuotarsi”, ma smettere di vivere ogni relazione con il timore costante di perdere qualcosa. Ci sono gesti che, proprio perché vengono donati liberamente, non impoveriscono chi li compie: al contrario, lo definiscono.

Paolo Crepet: «Chiedersi se siamo felici è l’unica domanda che ha un senso», la riflessione per ritrovare sé stessi

Alla fine possediamo soprattutto ciò che abbiamo condiviso

Con il passare del tempo molte cose che sembravano fondamentali perdono importanza, mentre piccoli momenti acquistano un peso enorme. Restano le persone, le conversazioni, le risate, gli incontri, le parole che qualcuno ci ha detto quando ne avevamo bisogno. Allo stesso modo, qualcosa di noi continua a vivere nei ricordi di chi abbiamo incontrato. È forse questo il cuore della frase di Crepet: ciò che diamo non sparisce necessariamente nel momento in cui ce ne separiamo.

Può restare negli altri, trasformarsi, generare altro bene e tornare a noi sotto forma di memoria, significato o consapevolezza. Ciò che invece tratteniamo per paura, orgoglio o eccessiva prudenza rischia di non diventare mai esperienza. Per questo il vero patrimonio di una vita potrebbe non essere costituito soltanto da ciò che abbiamo saputo conservare, ma soprattutto da ciò che abbiamo avuto il coraggio di condividere.

Paolo Crepet, «Senza entusiasmo si sopravvive, ma è un’ingiustificabile sciatteria»: il monito che scuote le nostre vite

lunedì 15 giugno 2026

FAI IL BENE E VIVRAI

 'Dio non preferisce un solo popolo' 


A proposito della vicenda 

Israele e Palestina. 





Un libro su Gesù e Cristo «Il primo un profeta apocalittico,

 l’altro riletto dai discepoli». 


Intervista al prof. Vito Mancuso di Piero Erle 


“Gesù nacque a Nazaret, Cristo a Betlemme”. “Gesù aveva quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle. Cristo era figlio unico”. È uno schiaffo alle certezze dei credenti cristiani, la nuova mastodontica opera Gesù e Cristo, edizioni Garzanti, che il teologo laico e filosofo Vito Mancuso ha presentato giovedì 11 giugno 2026 al Castello degli Ezzelini a Bassano, primo giorno della rassegna “Resistere”. 

Prof. Mancuso, la questione fondamentale è quella che il titolo riassume nella “e” che differenzia Gesù da Cristo. Ma chi era allora Gesù? 

Gesù era la figura storica, reale, di un ebreo di 2 mila anni fa che si può ricostruire dalla lettura critica del Nuovo Testamento e delle fonti coeve. A mio avviso, ne emerge che era un profeta escatologico e apocalittico: attendeva la rivelazione finale del Regno di Dio con la trasformazione completa della storia, un momento di giudizio per tutta l’umanità che lui attendeva molto presto … 

Il Cristo è invece ben altro? 

Certo. Innanzitutto, non è un nome personale ma un titolo come “re”, che definisce l’importanza storica del soggetto di cui si parla. È “l’unto”, che è esattamente il Messia atteso da Israele. Ma per questo vanno divisi: Gesù non era il Messia atteso, un re vittorioso che avrebbe stabilito l’indipendenza di Israele. Il cristianesimo invece lo intende come “l’agnello di Dio”, predestinato a dare la sua vita sulla croce. Io presento un’altra visione. 

 Lei scrive che il libro è per “gli incerti”. Ma ai credenti lei dice: la tua fede nel Cristo, più che da Gesù, nasce da Pietro e da Paolo, che sono quelli che danno la vera direzione del messaggio giunto poi per millenni ai cristiani. 

È così. Naturalmente Pietro e Paolo non avrebbero potuto dire nulla senza la vicenda storica di Gesù. Non “inventano”, però interpretano la vicenda di Gesù in modo originale. 

Io sono sicuro che Gesù non volesse morire in croce, essere immolato. Il vangelo di Marco, e Matteo copia, dice che morì disperato, con un forte grido: non voleva morire. I vangeli successivi cambiano. Pietro e Paolo volevano capire come mai Gesù, così buono, era morto. E così leggendo la Bibbia ebraica scoprono brani di Isaia, i Salmi, i Profeti, e sentono che “Gesù doveva morire e soffrire per l’espiazione dei nostri peccati”: per loro la croce non è un incidente, ma una necessità prevista fin dall’inizio, “secondo le Scritture”. 

Lui invece predicava la rivoluzione del Regno di Dio – per questo i romani decidono di ucciderlo – ma tutto viene letto come una volontà superiore. E Paolo poi aggiunge che la spiegazione è il peccato originale di Adamo che andava espiato. 

Ma non può essere che i discepoli che vanno a rileggersi l’Antico Testamento, invece che “reinterpretare tutto”, trovino un aiuto per capire quello che davvero avevano vissuto e visto con i loro occhi nello stare con Gesù, lui che si lascia uccidere sulla croce anche se aveva il potere di reagire e fare miracoli? 

Non lo sapremo mai, non abbiamo accesso diretto al come sono andate le cose: sono in gioco interpretazioni. Anche io credo in Dio e nell’immortalità dell’anima, ma non che ci si giunga tramite la redenzione che scaturisce dalla morte e risurrezione di Gesù, bensì dal bene e la giustizia che uno pratica in concreto. E penso che il Gesù storico, quello reale, la pensasse così: legava la salvezza all’osservare i comandamenti, al praticare la giustizia. Lo argomento a lungo nel libro. 

Lei analizza molti miracoli e fatti narrati nei Vangeli, evidenziando contraddizioni e inattendibilità, poi la crocifissione e infine la resurrezione. 

Io dico che ci troviamo al cospetto di un evento imponderabile, non sottoponibile alla bilancia della nostra mente. Ammesso che sia esistita, la resurrezione non è accaduta nel tempo e nello spazio, ma va al di là: è escatologica. Un telefonino davanti al sepolcro quella notte non avrebbe ripreso nulla: non è rianimazione del cadavere, lo scrive anche Ratzinger. E non è paragonabile a Lazzaro e altri personaggi che Gesù rianima. Gesù non muore più: ciò va al di là della nostra capacità di percepirlo. La speranza di risorgere c’è. Ma il fondamento è il bene, l’essere onesto, solidale, le beatitudini di Gesù: questo lo posso capire, e posso invitare i miei figli a seguire questa strada. 

Anche il Natale, scrive lei, è un aver voluto dare una “leggenda” alla nascita di una persona importante come Gesù. 

È quello che avveniva comunemente nel mondo antico, come per Romolo, Zarathustra, Budda e altri. Lo si faceva per affermare la particolarità del personaggio e l’essere eccezionale rispetto alle persone comuni: gli si attribuiva una nascita eccezionale. Il Vangelo di Marco, invece, riferisce che gli abitanti di Nazaret chiamano Gesù non “figlio di Giuseppe” ma “figlio di Maria”: è inaudito e scomodo, tant’è che gli altri evangelisti cambiano. 

E lei ricorda però anche Matteo: nel riportare la genealogia di Gesù vuole segnalare che c’è qualcosa di particolare, che influirà sullo stesso Gesù. 

Inserisce nella genealogia quattro donne dalla vita sessuale irregolare. L’unica spiegazione che tiene è che anche per Maria c’era qualcosa di irregolare nel suo essere incinta, ma Giuseppe, uomo giusto, la guarda negli occhi, capisce il dramma e la ama veramente. E penso che Gesù vada a farsi battezzare dal Battista come gli altri perché sentiva l’impurità della sua nascita, cosa molto rilevante nell’ebraismo

Ha citato l’ebraismo: nel libro afferma con decisione che non esiste una “unica via” per giungere a Dio, che si tratti di Gesù o la Bibbia, e così pure non esiste un “popolo eletto” che si senta giustificato anche nell’uccidere gli altri. Concetti che anche oggi colpiscono per quanto sta succedendo. 

È così. Perché se si parla di esercito israeliano può anche essere che si discuta di difesa dello Stato d’Israele. Ma per l’esproprio e la violenza che ogni giorno i coloni esercitano su territori che legittimamente appartengono ai palestinesi, non ci sono dubbi che lo fanno per l’idea di “grande Israele”. È già insostenibile in sé l’idea che Dio preferisca un popolo a scapito di altri, lasciandoli senza terra – nel Nuovo Testamento Pietro dice “Dio non fa preferenze di persone” – tanto che nella Scrittura io distinguo tra una parte che è “ebraismo” ed è sublime nella sua spiritualità e un’altra che è “israelismo”, inaccettabile e violenta: da quelle pagine vanno prese le distanze. Non è tutta Parola di Dio, la Bibbia

Lei paragona Gesù ad altre persone della storia che sono “cristi” (Budda, Confucio, Francesco d’Assisi, Etty Hillesum) che ci fanno cogliere la realtà del trascendente. E conclude il suo libro invitando al concetto di “neo-cristianesimo”. 

Ci sono persone che diventano “vie”, “viatici” che aiutano a salire sopra gli interessi immediati, la superficie, e ci immettono sul sentiero della trascendenza: per questi si può usare il termine “unto”, Cristo. Come fa la Bibbia parlando di Ciro il re dei Persiani, che non è ebreo. Nella mia visione il “neo-cristianesimo” è una spiritualità che non ha bisogno di un evento storico particolare, ma fa capire a un essere umano che se scava dentro di sé, sotto la sua psiche con tutte le paure e i sogni che ci sono, trova una piattaforma che si può chiamare “coscienza morale” che ti permette di toccare l’eternità. Neo-cristianesimo è “fai il bene e vivrai”, perché Dio è amore e così si entra nella logica dell’eterno.

il Giornale di Vicenza 

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sabato 9 maggio 2026

ARTIGIANI DI PACE

 


Proprio come un artigiano lavora con pazienza, cura e dedizione, anche la pace è il frutto di piccoli gesti compiuti con amore e responsabilità.

La pace inizia dentro ogni persona e si diffonde attraverso semplici atteggiamenti: perdonare, comprendere, accogliere e promuovere il bene.

Essere artigiani di pace significa avere il coraggio di agire in modo diverso. È rispondere al male con il bene, trasformare i conflitti in opportunità di riconciliazione.

Ogni gesto di bontà, ogni atteggiamento di giustizia e ogni parola di incoraggiamento sono come piccoli tasselli che aiutano a costruire un mondo più pacifico.

Che possiamo essere veri artigiani di pace, portando serenità, comprensione e amore a tutti coloro che incrociano il nostro cammino.

(Apollonio Carvalho Nascimento)

sabato 28 febbraio 2026

IL BENE DELL'ALTRO

 

L'ARTE DI FARSI DONO

DALL'EGOISMO ALL'ALTRUISMO


Volere il bene dell'altro 

significa uscire dal centro 

di noi stessi 

e permettere all'amore 

di guidare le intenzioni 

del nostro cuore. 

Non si tratta solo di fare del bene, ma di desiderare sinceramente che l'altro cresca, sia felice e realizzi il meglio di sé, anche quando questo non ci porta alcun vantaggio.

Volere il bene dell'altro si esprime in atteggiamenti semplici: una parola di incoraggiamento, un gesto di attenzione, la capacità di rallegrarsi dei successi altrui.

 Spesso significa anche pregare e affidare a Dio ciò che non possiamo risolvere.

Chi desidera il bene dell'altro cammina nell'amore. 

E in questo cammino scopre che il bene offerto 

non si perde mai,

 ma ritorna al cuore come pace e senso della vita.

(Apolonio Carvalho Nascimento)

sabato 21 febbraio 2026

IL BENE E IL MALE


Occorre chiedersi se davvero possiamo ridurre il bene e il male al piacere e al dolore soggettivi. 

E forse, davanti a ciò che sta accadendo, ognuno di noi può trovare dentro di sé la risposta.

 

-di  Giuseppe Savagnone

 

Il terremoto Epstein

Ha scosso l’Inghilterra, e non solo l’Inghilterra, lo scandalo che sta travolgendo l’ex principe Andrew, fratello del re, a causa dei suoi rapporti con Jeffrey Epstein, il finanziere, arrestato e poi sucida nel 2019, condannato per avere creato una rete di sfruttamento le cui vittime – 1.200 – erano ragazze minorenni, offerte da lui e dalla sua compagna e complice Ghislaine Maxwell (ora in prigione) ai vip della politica, della finanza, dello spettacolo.

I nomi coinvolti emersi finora sono 300, ma la pubblicazione dei cosiddetti Epstein files è stata e continua ad essere oggetto di aspre polemiche, per la resistenza del Dipartimento della Giustizia americano a renderli accessibili nella loro totalità. Tuttora sembra che non tutti i documenti siano stati rivelati. E quelli che lo sono stati, riportano alla rinfusa – i critici dicono intenzionalmente – l’elenco di questi nomi, senza specificare i diversissimi contesti in cui in cui erano menzionati e creando una gran confusione.

Ci sono presidenti come Donald Trump, Bill Clinton, Barak Obama, esponenti della politica, come Ted Kennedy e Steve Bannon, personaggi del mondo economico, come Bill Gates, nobili, come il principe Harry, star come Beyoncé, Robert De Niro e Woody Allen, personalità della cultura come Noam Chomsky. Ma anche icone morte decenni fa, come la principessa Diana, Elvis Presley e Michael Jackson. Non tutti sono stati “clienti” dell’ignobile traffico. Alcuni erano solo legati a Epstein da rapporti di amicizia, sottolineati da costosi regali. Altri sono stati solo menzionati e non lo conoscevano personalmente.

Quel che, però, è certo è che un certo numero di questi personaggi, di primissimo piano nella vita pubblica a livello mondiale, erano compromessi con il finanziere, che, peraltro, custodiva gelosamente, nel suo immenso archivio, le prove di questa compromissione. «Se parlassi il sistema crollerebbe», diceva, secondo la testimonianza di una delle sue vittime. E i dubbi sul suicidio si moltiplicano, visto il numero di persone potenti per cui la sua stessa esistenza costituiva una potenziale minaccia.

In alcuni casi i rapporti personali di Epstein con queste persone erano noti indipendentemente da questa documentazione. Donald Trump li ha ammessi, ma ha dichiarato di averli interrotti da molti anni. Quello che risulta, di questo passato, è comunque inquietante. Fotografie fatte insieme con ragazzine, messaggi con chiari sottintesi erotici e un’intervista del 2002 in cui il Tychoon definiva il finanziere un «tipo eccezionale», a cui – aggiungeva – «si dice piacciano le belle donne tanto quanto a me, e molte sono più giovani di lui».

La fine del male morale

L’enorme indignazione che questa vicenda ha suscitato, negli Stati Uniti e forse ancor più in Europa, è sicuramente comprensibile ma, al tempo stesso, evidenzia una profonda contraddizione rispetto al clima culturale in cui ormai da tempo vivono gli uomini e le donne su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Già a partire dal secolo scorso, infatti, nella cultura occidentale si è registrata la progressiva crisi della fiducia nell’esistenza di un bene e di un male assoluti. Contrapponendosi alla morale del cristianesimo, Friedrich Nietzsche, considerato il padre della attuale post-modernità, aveva proclamato la «morte di Dio», emblema di tutti i valori assoluti, ed aveva esaltato la figura dell’«oltre-uomo», di chi, cioè, è capace di vivere nel vuoto che così si apre, andando «al di là del bene e del male» (questo il titolo di una delle sue opere più famose).

Emotivismo etico

In seguito, il neopositivismo logico, fiorito negli anni ’20 del Novecento all’interno del cosiddetto “Circolo di Vienna”, ha sostenuto che, mentre la scienza può arrivare a conclusioni razionalmente giustificabili, invece, nella sfera morale, questo non è possibile, cosicché valutazioni e scelte sarebbero espressione solo di stati d’animo del tutto soggettivi. Da dove il nome di “emotivismo etico” usato solitamente per denominare questa teoria.

L’esempio portato da un sostenitore di questa concezione è che, se scrivo “Rubar denaro è male”, «è come se avessi scritto: “Rubar denaro!!!”» e in questo modo «esprimo certi sentimenti morali. E chi si prende la pena di contraddirmi sta semplicemente esprimendo i propri sentimenti morali; cosicché evidentemente non ha senso chiedere quale dei due abbia ragione» (Alfred J. Ayer), come non ne avrebbe cercare di stabilire razionalmente se il gelato al caffè è più o meno buono di quello alla fragola .

Il bene oggettivo

Questo dissolversi dell’idea di un bene oggettivo – unito alla crisi dell’idea di verità, per cui anche di quest’ultima ormai si dice che «ognuno ha la sua» – ha avuto delle profonde ripercussioni sul modo di pensare diffuso anche di quanti – la stragrande maggioranza – non sa nulla di filosofia. E ha favorito la ripresa, nel sentire comune, di una visione secondo cui il bene non è altro che il piacere e il male il dolore, stati del tutto soggettivi.

Già nel Seicento il filosofo inglese Thomas Hobbes aveva scritto che «ogni uomo considera ciò che gli piace ed è per lui dilettevole, bene; e male ciò che gli dispiace; cosicché, dato che ognuno differisce da un altro nella costituzione fisica, così ci si differenzia l’uno dall’altro anche riguardo alla comune distinzione di bene e male».

E così oggi è diventato difficile dire che quello che qualcuno fa è male, perché la risposta ovvia sarebbe: «Lo è secondo te!». Ognuno ritiene suo diritto stabilire la sua scala di valori secondo le proprie personali esigenze e i propri gusti. Da qui il venir meno dell’idea di “peccato”, che aveva dominato, a volte anche ossessivamente, la società cristiana, ma anche di quella di “colpa”, che, a differenza della prima, di per sé prescinderebbe da ogni riferimento alla divinità e è stata valorizzata anche in etiche assolutamente laiche. Se è soggettivo il bene, lo è anche il male. Così, come il peccato si era ridotto alla colpa, quest’ultima ormai sopravvive quasi esclusivamente nella forma del “senso di colpa”, un disturbo psicologico, non un male morale, da curare rivolgendosi a uno psicoterapeuta, per essere aiutati a liberarsene, e non al confessore, per essere perdonati.

Homo homini lupus

Cambiano profondamente, a questo punto, i rapporti tra le persone, non più ispirati dalla ricerca di un bene comune da perseguire insieme, in uno stile di rispetto reciproco, ma ormai basati più o meno esplicitamente sul conflitto dei rispettivi interessi, in cui inevitabilmente a prevalere sono quelli del più forte. Per Hobbes, nello stato di natura gli esseri umani sono in guerra gli uni contro gli altri e a fermare questa guerra può essere solo la paura di poter soccombere. Non per nulla la sintesi della sua posizione si trova nella notissima espressione «homo homini lupus», “l’uomo è per l’altro uomo come un lupo”.

Anche se può non far piacere riconoscerlo, è questa la logica del mercato capitalistico su cui, con delle variazioni non sostanziali, si regge l’economia. Non c’è un bene comune, ma scopi soggettivi legati, più o meno direttamente, alla ricerca del proprio interesse e del proprio piacere. I forti piegano i deboli a questo interesse e a questo piacere con la forza o con il denaro. È ciò che ha fatto Epstein. E nella sua vita privata lo ha sempre fatto, senza neppure provare a nasconderlo, Donald Trump. Uno stile, peraltro, diffuso tra i vip.

Da noi, in Italia, Berlusconi – da molti ricordato come un precursore, in scala ridotta, di Trump – si vantava di riuscire a farsi in una notte anche otto donne. Tutte innamorate di lui? Più plausibile è che fossero il suo denaro e il suo potere a conquistarle. Le pagava profumatamente. In altri termini, le comprava. E nessuno ha avuto da ridire. Anzi, il “cavaliere” è diventato il nume tutelare della destra “cristiana” al governo, che, in occasione della sua morte, ha indetto una settimana di lutto nazionale. E il nostro vicepremier, Taiani, leader di Forza Italia, continua a mantenere il nome del fondatore nel simbolo del partito, anzi nei suoi discorsi lo accomuna spesso a De Gasperi, il leder politico di cui è in corso la causa di beatificazione.

Non credo di esagerare se trovo paradossale che il caso Epstein stia destando tanto clamore e tanta esecrazione. Certo, in questo caso, si trattava di ragazze minorenni. E gli abusi di minori sono tra i casi in cui la regola della soggettività delle valutazioni etiche viene sospesa. Da qui l’indignazione per quelli perpetrati da preti della chiesa cattolica a danno dei piccoli del catechismo e, più, in generale, per tutte le forme di pedofilia. Da parte mia, mi chiedo francamente se un dato anagrafico com’è quello dell’età sia sufficiente a giustificare una così drastica differenza di trattamento. Tante persone adulte sono fragili e indifese quanto le adolescenti.

Ma, forse, nell’insurrezione delle coscienze determinata dal caso Epstein è possibile vedere una residua consapevolezza della differenza tra bene e male, negata o almeno relativizzata dai filosofi, e tuttavia profondamente radicata nel cuore umano. Al di là della diversità dei codici etici, riemerge la percezione che c’è un incancellabile confine tra ciò che è umano e ciò che non è. Non tutto ciò che una persona fa è umano. E non tutto ciò che si fa subire a una persona, anche col suo consenso, lo è.

La coincidenza del diritto con la forza in campo internazionale

Una conferma che queste non sono astratte speculazioni, ma la chiave per capire il nostro presente, viene dai cambiamenti nella politica internazionale, dove l’idea del bene e del male legittimava la differenza tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, in riferimento al rispetto del diritto dei popoli e di quello delle persone.

Non è probabilmente un caso che di questi cambiamenti sia principale artefice un personaggio che abbiamo visto appartenere al mondo di Epstein, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che sembra impegnato a trasferire nel rapporto tra gli Stati la logica hobbesiana dell’homo homini lupus.

Alla base c’è quell’andare “al di là del bene e del male” che porta a considerare il proprio punto di vista soggettivo la sola misura dei propri comportamenti, sia privati che pubblici. In una recente intervista al «New York Times», quando gli è stato chiesto se vede limiti ai suoi «poteri globali», Trump ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

Così, il raggiungimento del suo obiettivo di «rendere di nuovo grande l’America» – per definizione unilaterale – può senza problemi comportare l’uso indiscriminato della forza, militare od economica, per piegare chi osa resistere e per premiare chi si inchina docilmente. Come stanno facendo i governi che aderiscono, direttamente o indirettamente, al Board of Peace, chiudendo gli occhi sul fatto che esso comporta un ritorno a logiche sconcertanti, che credevamo superate per sempre (a presiederlo, con poteri illimitati, è lo steso Trump, non come presidente USA, ma personalmente, tanto da avere il diritto di continuare a esercitare questo potere anche quando la sua carica pubblica scadrà). Una ONU personale, che per di più pretende di esercitare il suo controllo su quella democraticamente costituita alla fine della seconda guerra mondiale tra paesi di tutto il mondo.

Anche questa è un’occasione per chiedersi se davvero possiamo ridurre il bene e il male al piacere e al dolore soggettivi. E forse, davanti a ciò che sta accadendo, ognuno di noi può trovare dentro di sé la risposta.

 www.tuttavia.eu

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sabato 20 settembre 2025

IL MALE ESISTE


 NON POSSIAMO IGNORARLO

Di fronte alla aggressione patita dall’Ucraina tanti ritengono che il male possa essere fermato senza produrre alcun altro male.

 

-         di Luca Diotallevi 

 

Di fronte al dramma di Gaza tanti reagiscono alla colpevole perdita di proporzionalità della reazione del governo Netanyahu trattando Israele come un corpo estraneo invece che come un socio fondatore della nostra civiltà. Su di un piano completamente diverso, quello domestico, il dramma dei femminicidi sconvolge perché smentisce la convinzione che il male non abiti le relazioni più strette. E invece il male esiste, resiste e non viene solo da fuori. Il male abita anche dentro di noi ed a volte prende il comando delle nostre volontà e delle nostre istituzioni. 

Lo scandalo del male non lascia scampo: se lo si ignora, se ne diventa automaticamente complici, e complici se ne diventa automaticamente anche se ci si limita a giudicarlo da spettatori innocenti. Il dramma dell’Occidente sta anche, e forse innanzitutto, nell’aver rimosso lo scandalo del male: considerandolo eliminabile o attribuendolo sempre a cause esterne o ancora cercando di divenirgli indifferenti. 

Imagine, la bellissima canzone di John Lennon, canta l’illusione nella quale l’Occidente è caduto in massa dagli anni ’60. In quegli anni, singolarmente e tutti insieme, abbiamo ceduto alla illusione di vivere come se il male non esistesse o come se potesse essere eliminato dalla società e dalla storia. I fatti hanno sì cominciato ben presto a prenderci a schiaffi, ma noi abbiamo reagito serrando gli occhi con ancora maggiore ostinazione. Dalle Torri Gemelle, però, il trucco non funziona più. Questo primo quarto di XXI secolo sta ricordando all’Occidente che il male esiste, resiste e che può venire tanto da fuori quanto da dentro. La debolezza dell’Occidente in misura non trascurabile nasce dal fingere che il male non esista oppure che sia eliminabile con la volontà e/o con la ragione e la sua tecnica. Esattamente questo è il cuore di quel 40% di modernità infetta, di quell’illuminismo razionalista e arrogante che in alcuni momenti è riuscito a mettere in minoranza l’illuminismo critico ed autocritico, sicché da alcuni decenni stiamo vivendo il tramonto e la notte che seguono uno di quei momenti. 

Max Weber insegnava che un pezzo decisivo del software che fa funzionare una civiltà è quello che contiene la risposta che essa dà allo scandalo generato dalla esperienza del male. La maggior parte delle risposte con le quali le civiltà note si sono protette da questo scandalo possono essere raccolte in due gruppi. Uno insegna tecniche per divenire insensibili al male, per lasciarselo scivolare addosso. L’altro ritiene che la ragione e/o la volontà siano in grado di eliminare il male dal mondo e dalla storia. Un terzo gruppo di risposte allo scandalo del male è quello di coloro che del male fanno uso senza remore mettendo nel conto che prima o poi incontreranno qualcuno più cattivo di loro. 

È tutto? No, non è ancora tutto. Nel catalogo delle risposte allo scandalo del male ce n’è anche un’altra, quella sulla quale si fonda l’«Occidente». Essa è fatta di quattro parti: 

(i) il male c’è (nei singoli e nella vita sociale); c’è, non è una apparenza e non può essere eliminato da questo mondo e dalla storia umana. 

(ii) Il male può e deve essere combattuto, a volte vincerà lui, ma alla Fine della Storia non sarà il male ad avere la meglio e nel frattempo o a prescindere da questa fede il resistergli ci rende degni e ci fa godere di una umanità piena. 

(iii) Per resistere al male è inevitabile far ricorso a strumenti che a loro volta producono altro male e questa scelta è moralmente accettabile sinché il male prodotto non è maggiore di quel particolare male che si intende sconfiggere. 

(IV) Resistere al male richiede vigilanza e combattimento sia interiore e che pubblico. L’impasto di questi quattro ingredienti caratterizza la soluzione «Occidentale» allo scandalo del male, una soluzione profondamente diversa da tutte le altre. Il suo motore è la speranza, il più acerrimo nemico della immaginazione che illude e travia, speranza che per Kant è l’architrave del moderno, ovviamente del moderno nella sua versione critica e opposta a quella dogmatica razionalista. 

Dagli anni ’60 del Novecento, però, la soluzione «Occidentale» allo scandalo del male è finita in minoranza a casa propria. Anche nella più larga opinione pubblica occidentale è prevalsa l’alleanza oggettiva, il campo largo di irenismo, cinica volontà di potenza, razionalismo ingenuo e superficiale, illusione di poter divenire indifferenti al male. Quasi per intero l’Occidente si è coricato sotto una coltre di torpore sprofondando così in un sonno pesante. Nonostante i suoi schiaffi sempre più forti, ancora invano la storia (che nel “sonno” avevamo data per finita) cerca di svegliarci. In questo sonno ci siamo abituati ad acconsentire al male, a denunciarlo in modo intermittente, a sentirci giustificati quando non lo combattiamo in noi e fuori di noi. Abbiamo preferito l’illusione alla speranza e siamo piombati in una notte nella quale non a caso non si fanno più figli. Abbiamo allentato quando non sciolto la «social catena» (Leopardi). 

Sulla carta l’originalità ed il potere attrattivo della risposta «Occidentale» allo scandalo del male sono intatti. Tuttavia, senza un diffuso ritorno alla pratica della speranza difficilmente questa risposta avrà ancora futuro. In un tempo nel quale, nonostante i recentissimi sforzi di Leone XIV, persino un Giubileo viene spesso interpretato come un festival dell’irenismo, come un’esca per i sogni invece che come una provocazione alle coscienze, rischiano di non essere più udite le chiamate ad una speranza che al momento non può avvalersi della compagnia dell’ottimismo.   

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domenica 20 luglio 2025

LA BANALITA' DEL BENE

 

Il bene, quando è vero, non ha bisogno di essere "messo in vetrina", mostrato, comunicato, perché vive nella carne, nel sangue, nelle ossa e non nell’immagine, nei likes, nelle autocelebrazioni.


-di Luca Farruggio

Hannah Arendt, nel suo celebre saggio La banalità del male, racconta come il male più atroce, quello del nazismo, potesse manifestarsi attraverso gesti ordinari, compiuti da uomini apparentemente normali. Non demoni assetati di sangue, ma burocrati che, senza riflettere, eseguivano ordini e regolamenti. Il male si faceva così banale, quotidiano, impersonale.

Ma oggi viviamo in un tempo in cui anche il bene rischia di essere banalizzato. Non perché sia diventato ordinario e fondamentale, ma perché viene esibito e svuotato completamente della sua essenza silenziosa. È quella che si può chiamare “banalità del bene”: una versione superficiale, sbiadita, in cui il gesto buono serve più a costruire un’immagine, una rappresentazione, che a rispondere a un bisogno reale e necessario.

Infatti, viviamo nell’era della comunicazione disumana, della visibilità a tutti i costi, del racconto continuo di sé. Il bene è così recitato, messo in scena. Donazioni riprese con il cellulare e atti di gentilezza urlati sui social. Non si tratta di giudicare le intenzioni, ma di notare come il Bene (quello con la maiuscola), quello che trasforma le persone e costruisce comunità, viene spesso compiuto nel silenzio, lontano dai riflettori, senza spettatori.

Il Vangelo, in questo senso, nel suo essere sempre paradossale, è sorprendentemente moderno: “Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.”  
(Matteo 6,1).

 E ancora: “Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dalla gente […] Ma quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra.” (Matteo 6,2-3).

Infatti, Gesù non condanna l’elemosina in sé, ma l’intenzione dietro il gesto quando diventa spettacolo. Resta emblematico il gesto compiuto da una umile donna: “Sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere»”. (Marco 12,41-44).

 Lo stesso vale per la preghiera: “E quando pregate, non siate come gli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini. […] Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo nel segreto.” (Matteo 6,5-6).

 Quindi il Vangelo ci invita a un bene nascosto, essenziale, vitale, non mediato dallo sguardo altrui. Un bene che non cerca like, condivisioni o applausi, ma che nasce dalla compassione autentica e veritiera, dalla scelta di servire e condividere anziché apparire.

Ecco perché la banalità del bene è un rischio tanto quanto quella del male: entrambi svuotano di senso l’azione umana. Uno la rende meccanica, priva di capacità critica, l’altro la rende spettacolare, visibile, troppo visibile. In entrambi i casi, il cuore - che nel Vangelo e per i padri della Chiesa è il centro dell’essere umano - è assente.

 Forse oggi il vero atto rivoluzionario è proprio questo: fare il bene senza dirlo, senza mostrarlo. Offrire tempo, ascolto e aiuto senza documentarlo. Pregare nel silenzio, donare senza cercare riconoscimento.

Non per moralismo, ma perché il bene, quando è vero, non ha bisogno di essere mostrato, comunicato, perché vive nella carne, nel sangue, nelle ossa e non nell’immagine. E allora, contro la banalità del bene esibito, c’è bisogno di un bene silenzioso, umile e radicale. Insomma, di un Bene che non fa rumore, ma trasforma e trasfigura il mondo in vista del Regno.

 Il blog di Enzo Bianchi



 

 

martedì 31 dicembre 2024

ETICA ED EMPATIA

COMPIERE 
IL BENE 
COMPIERLO SEMPRE


- di Vito Mancuso

«Per praticare l’etica, l’empatia è importantissima, direi essenziale. A mio avviso essa costituisce buona parte della motivazione dell’azione etica, motivazione che è il problema etico per eccellenza, un problema cioè di tipo energetico, ben più che cognitivo, perché noi, anche se non sappiamo sempre perfettamente cos’è bene e cos’è male, il più delle volte lo sappiamo: sappiamo se stiamo mentendo o dicendo la verità, lavorando onestamente o in modo fraudolento, pagando le tasse o evadendo il fisco e i mille altri casi della vita quotidiana. Lo sappiamo fin da bambini. Il problema vero in ambito etico consiste piuttosto nello scoprire come alimentare l’intenzione di compiere il bene e di compierlo sempre, anche quando di per sé non conviene, e di non compiere il male e di non compierlo mai, anche quando di per sé conviene.

Ebbene, a mio avviso la carica energetica dell’etica è data dal sentimento; più precisamente, dal sentirsi non indifferenti al bene e al male degli altri, ma accomunati in qualche modo con loro. Anche #ImmanuelKant la pensava così e in sede motivazionale faceva leva sul sentimento, anche se specificava che il sentimento riguardava il rispetto della legge morale, e non la partecipazione alla vita degli altri esseri umani. #AlbertSchweitzer invece parlava di «riverenza verso la vita», e nella sua proposta etica il sentire il dolore e la gioia degli altri aveva molta più importanza. In ogni caso, provare empatia significa saper riconoscere le sensazioni e i sentimenti altrui ed entrare in consonanza con essi, ed è da qui che si genera il carburante motivazionale per la pratica dell’etica.

In questa prospettiva che sostiene il primato della relazione si tratta solo di seguire la natura originaria: sii te stesso e ama davvero, perché solo nell’amore tu ti potrai realizzare e starai bene».

#VitoMancuso #Eticapergiornidifficili #Garzanti


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lunedì 28 ottobre 2024

NOI e LA CATTIVERIA


“Per salvarci

 dobbiamo creare

 una barriera tra noi 

e la cattiveria mondo”



 intervista a Vito Mancuso

a cura di Bianca Senatore

 Ascoltiamo una notizia alla radio, leggiamo un giornale e poi usciamo, di corsa nel traffico. Un clacson suona, l’autobus è affollato, c’è uno che impreca.

Corriamo in giro, leggiamo dell’ennesimo omicidio, malediciamo qualcuno perché sui social abbiamo letto che… E poi torniamo a casa, la stanchezza, lo stress, un magone nel petto. Quante volte accade? Quanto della negatività del mondo ci avvelena quotidianamente? Alla fine, quel che resta è una sensazione di smarrimento e di paura, come se il mondo dovesse finire da un momento all’altro, tra guerre, crisi climatiche e migrazioni. Eppure, non è così. L’unica cosa da fare, quindi, è tirare un respiro per poi focalizzarsi su sé stessi. Non è difficile e ce lo spiega il filosofo Vito Mancuso

 In questi tempi difficili che stiamo vivendo come ci può aiutare l’etica? 

L'unica possibilità che abbiamo per non diventare difficili anche noi, come lo sono questi tempi, è di porre una barriera tra noi e la difficoltà di questi giorni. Difficoltà che si chiama cattiveria, tensione, aggressività. E la barriera che noi poniamo tra la cattiveria di questi tempi e noi stessi si chiama etica. Etica significa giustizia interiore, ricerca di armonia, ricerca del bene e non dell'interesse immediato. L’etica trasforma una persona negativa non dico in un amico, ma perlomeno in una persona non ostile. Questo vuol dire etica. Considerato i tempi che viviamo, chi non fa così soccombe. L’unica soluzione, come dicevo prima, è creare una specie di fossato, come nei castelli medievali, tra sé stessi e la cattiveria. Per isolarsi da questa specie di onda nera che arriva e che può sommergere tutti. Ci si aiuta così. Chi non lo fa, viene travolto dalla marea nera, è in balia di questo spirito. E molti lo sono già, purtroppo. Lo si capisce parlando con le persone, andando in giro, guidando nel traffico. Siamo diventati tutti tendenzialmente più aggressivi e rissosi, senza empatia. 

 Tra guerre, discorsi d’odio e altre cose, come possiamo difenderci? La filosofia può aiutarci? 

La società sta andando verso un declino, per non dire dirupo, ed è chiaro che la filosofia ci aiuta interiormente. Certo, in questo momento storico non è che con la filosofia, l'etica, la spiritualità insomma, si riesca a cambiare il mondo esterno. È evidente che questo processo nel quale siamo inseriti non è facilmente trasformabile. E, tra l’altro, chissà per quanto tempo dovremmo ancora sopportare questa situazione sempre più problematica. Però, la filosofia, l’etica, la spiritualità e la coltivazione della propria interiorità ci possono aiutare a non diventare noi stessi vittime di questa situazione. 

 E se non riuscissimo a trovare forza nella filosofia? 

Le soluzioni sono due: o diventiamo anche noi a nostra volta delle persone negative, assorbendo quello che c’è intorno, oppure resistiamo, perché sentiamo che diventare cattivi significherebbe la peggiore sconfitta per la nostra vita. Bisogna riuscire a rimanere persone giuste. Tutti insieme, con l’aiuto della filosofia, dobbiamo resistere, trovando una fonte di energie positive. Questa fonte si chiama preghiera, per chi è religioso. Per chi non lo è si chiama filosofia, meditazione. Ma anche una persona religiosa può benissimo sia pregare sia avvalersi della filosofia. E poi è anche importante creare dei legami positivi, sani. Ma, ripeto, la cosa imprescindibile è la cura della propria interiorità: a cosa serve lottare per la pace se dentro di noi c'è la guerra? Dobbiamo aspirare prima di tutto a una pacificazione interiore. Il grande errore del socialismo, del comunismo e delle ideologie del ‘900 era di pensare che i problemi umani si risolvessero solo a livello sociale. Non che la società non sia importante, ha un ruolo rilevante. Ma i problemi umani si risolvono a livello umano, a livello interiore, perché la società non è nient'altro che l'espressione di quello che siamo noi. E quindi il vero campo di battaglia è interiore. 

 Il titolo del suo ultimo libro è “Destinazione speranza”. Cosa intende? 

La parola speranza, come diceva il grande studioso della lingua latina VII secolo, Isidoro di Siviglia, viene dal termine “pes”, piede, un elemento del corpo ci tiene in posizione eretta. Ecco, la speranza è una forza interiore che non ti fa abbattere sulla realtà, quando la realtà è quella di cui abbiamo parlato finora. Se una persona non ha questa ulteriore forza interiore è chiaro che viene catturato dall’onda nera e diventa aggressivo e depresso. E anche deprimente, nel senso che deprime gli altri e si deprime sé stesso. Se, invece, si ha un'interiorità viva, vivace, allora le cose cambiano e si può affrontare la realtà senza scoraggiarsi, senza cadere nello scetticismo. E questo distributore di energia positiva la possiamo chiamare, appunto, speranza.

 

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