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venerdì 28 agosto 2026

SCUOLA E VITA

 
Recalcati: “Un bravo insegnante non è forse quello che crede che un’ora di lezione possa cambiare la vita?” 

La scuola è incontro, relazioni e scoperte che possono segnare il futuro.

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La Redazione

"Non basta parlare, limitarsi alle nozioni ma il tutto deve essere associato a ciò che l’insegnante ha dentro, a ciò che lo ha spinto a diventare insegnante, alla passione e al desiderio..."

“Abbiamo conosciuto un tempo dove bastava che un insegnante entrasse in classe per far calare il silenzio. Era lo stesso tempo dove era sufficiente che un padre alzasse il tono della voce per incutere nei suoi figli un rispetto misto a timore” queste sono le parole di Massimo Recalcati, psicanalista, che utilizza per raccontare un'epoca in cui bastava la presenza per ottenere il silenzio, sia a scuola che in famiglia.

La rigidità di un tempo però, dichiara l’esperto: “ non impediva che le teste degli allievi cadessero sui banchi e che i loro sguardi vagassero annoiati nel vuoto, o che i figli lasciassero immediatamente uscire dalle loro orecchie le parole senza appello dei padri. Ebbene questo tempo è finito, defunto, irreversibilmente alle nostre spalle. Non bisogna rimpiangerlo, non bisogna avere nostalgia della voce severa del maestro, né dello sguardo feroce del padre”. Ogni epoca ridefinisce le proprie regole, soprattutto quando si ha a che fare con figli e studenti.

Se da un lato oggi l’educazione può apparire più fragile, dall’altro non possiamo non notare la difficoltà di chi educa nel mantenere alta l’attenzione dei giovani. Infatti, continua Recalcati: “Quando un insegnante entra in aula (o quando un padre prende la parola in famiglia), deve ogni volta guadagnare il silenzio che onora la sua parola, non potendosi più appoggiare sulla forza della tradizione – che nel frattempo si è sbriciolata – ma facendo appello alla sola forza dei suoi atti”.

Per gli insegnanti educare è diventato una sfida quotidiana, serve passione, impegno, meraviglia. Serve sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che, appunto riesca a mantenere viva la loro attenzione: “occorre che l’insegnante sappia preservare il giusto posto dell’impossibile.  Il maestro non è colui che possiede il sapere, ma colui che sa entrare in un rapporto singolare con l’impossibilità che attraversa il sapere, che è l’impossibilità di sapere tutto il sapere”. Ed è qui che la persona acquista una posizione di centralità, non più un semplice “ripetitore” ma qualcuno capace di trasmettere passione e desiderio.

Qualcuno che, attraverso le proprie potenzialità, sappia far innamorare ancora una volta: “Ogni insegnante insegna a partire da uno stile che lo contraddistingue. Non si tratta di tecnica né di metodo. Lo stile è il rapporto che l’insegnante sa stabilire con ciò che insegna a partire dalla singolarità della sua esistenza e del suo desiderio di sapere”.

Insegnare deve essere un’esperienza viva e autentica perché, dichiara l’esperto: "uno dei nemici acerrimi del lavoro dell’insegnante è la tendenza al riciclo e alla riproduzione di un sapere sempre uguale a se stesso. È lo spettro che sovrasta e può condizionare mortalmente questo mestiere: adagiarsi sul già fatto, sul già detto, sul già visto, ridurre l’amore per il sapere a pura amministrazione di un sapere che non riserva più alcuna sorpresa”.

Dunque, seguendo le parole dell’esperto, insegnare è diventata una vera e propria missione, più difficile sì ma anche più autentica. Dove non basta trasmettere nozioni conta ciò che l’insegnante è, la passione e il desiderio per questo lavoro. Recalcati, infatti, conclude: “La Scuola è ancora ciò che salvaguarda l’umano, l’incontro, le relazioni, gli scambi, le amicizie, le scoperte intellettuali, l’eros. Un bravo insegnante non è forse quello che sa fare esistere nuovi mondi? Non è quello che crede ancora che un’ora di lezione possa cambiare la vita?”

SCUOLANOTIZIE

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lunedì 20 ottobre 2025

CHIAMATI ALLA GIOIA




 La vocazione è l'espressione individuale dell'amore per la vita, la via maestra per la gioia

 



Alessandro D’Avenia

 

«Sono contenta, perché gli insegnanti hanno tutti la vocazione». Così ha risposto una studentessa a cui avevo chiesto come stesse vivendo l'inizio delle superiori. Ha poi dettagliato: «Appassionati, capaci di spiegare e interessati a noi». 

Senza saperlo aveva descritto i tre fondamenti della didattica, senza uno solo dei quali non si dà scuola: conoscere e amare ciò che si insegna (preparazione), a chi lo si insegna (relazione) e il modo in cui insegnarlo proprio a chi lo si insegna (comunicazione). Non vale solo per l'insegnamento, lo si può dire per tutte le vocazioni: «salvano il mondo», se a «salvare» diamo il significato originario, rendere qualcosa unito e compiuto (vivo), e per «mondo» intendiamo le cose e le persone che cadono nel raggio d'azione della nostra specifica chiamata (mondo, dal greco kosmos, ordine e bellezza, in italiano è anche un aggettivo che significa infatti pulito, bello, ordinato, il contrario di immondo, immondizia). Ogni vocazione fa più mondo il mondo, «monda» il reale, cioè trasforma la paura e il caos in opera d'arte. La vocazione è l'espressione individuale dell'amore per la vita, la via maestra, personale e sociale, per la gioia: chi non vive la propria vocazione si sente insoddisfatto e presto o tardi va in crisi, e una comunità si regge sulla circolazione dei beni generati dalle singole vocazioni. Ma siamo sicuri di averla tutti? 

 Vocare

L'origine della parola vocazione la dobbiamo alla matrice giudaico-cristiana, infatti nella Genesi c'è un Dio che crea chiamando («Dio disse: “Sia la luce” e la luce fu») alla vita. Non plasma le cose, come nelle cosmogonie di altre religioni che privilegiano il modellare il mondo, ma le dice, e il fare è inglobato nel dire: le cose non sono solo cose ma sono parole. Ogni stella, pianta, animale, uomo è una parola della vita per chi sa ascoltare. 

«Vocare» significa infatti chiamare, «vocazione» è quindi scoprire la parola che ogni cosa e persona ha da dire al mondo e senza la quale la vita diventa muta. In più l'uomo, essendo «a immagine e somiglianza» del Dio che crea chiamando, ne ha la stessa essenza: è, se vuole, un con-creatore o pro-creatore, cioè non solo è chiamato a essere se stesso come le cose, ma può chiamare lui stesso alla vita altre cose e persone. 

E non finisce qui: come il Dio che alla fine della creazione «gioisce» della bellezza fatta, anche noi siamo chiamati a «goderci» la vita fatta da noi. Più c'è creazione più c'è vita più c'è gioia, come dice il filosofo Bergson, introducendo al posto di Dio un più generico e immanente concetto di «natura»: «I pensatori che hanno speculato sul significato della vita e sul destino dell'uomo non hanno notato a sufficienza che la stessa natura si è curata d'informarci al riguardo. Essa ci avverte con un segno preciso che la nostra meta è raggiunta. Questo segno è la gioia... ovunque c’è gioia, c’è creazione; più ricca è la creazione, più profonda è la gioia» (L'energia spirituale).

 Una chiamata per tutti

Questa «chiamata» è per tutti e ciascuno: non c'è uomo che non abbia vocazione a fare altra vita con la propria, c'è solo chi pensa di non poterlo o volerlo fare, rinunciando, biblicamente, al divino in sé, o, alla Bergson, all'umano compiuto. Quindi la vocazione è l'ambito creativo grazie al quale la vita aumenta in e attorno a noi. Chi non cerca e vive la propria vocazione tende ad appropriarsi di quella altrui, o invidiandola, o simulandola, o distruggendola: de-crea, provoca diminuzioni di vita e di gioia, meno mondo e più immondizia. 

La gioia

Educare è in fondo educare alla gioia, perché è aiutare altri a trovare la vocazione, come narra la scrittrice Natalia Ginzburg in Le piccole virtù: «Se abbiamo una vocazione noi stessi, se non l’abbiamo tradita, se abbiamo continuato attraverso gli anni ad amarla, a servirla con passione, possiamo tener lontano dal nostro cuore, nell’amore ai nostri figli, il senso della proprietà. Se invece una vocazione non l’abbiamo, o se l’abbiamo abbandonata e tradita, per cinismo o per paura di vivere, allora ci aggrappiamo ai figli come un naufrago al tronco dell’albero, pretendiamo da loro che ci restituiscano tutto quanto gli abbiamo dato, che siano quali noi li vogliamo, che ottengano dalla vita tutto quanto a noi è mancato; finiamo col chiedere a loro tutto quanto può darci soltanto la nostra vocazione stessa: vogliamo che siano in tutto opera nostra, come se, per averli una volta procreati, potessimo continuare a procrearli lungo la vita intera. 

Ma se abbiamo noi stessi una vocazione, se non l’abbiamo rinnegata e tradita, allora possiamo lasciarli germogliare quietamente fuori di noi, circondati dell’ombra e dello spazio che richiede il germoglio d’una vocazione, il germoglio d’un essere. Questa è forse l’unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro di qualche aiuto nella ricerca di una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione: perché l’amore alla vita genera amore alla vita». 

La vocazione non coincide con la professione, il mestiere o il ruolo, che ne sono un'auspicabile manifestazione se il fare esprime il creare (dare vita) secondo la propria irripetibile voce. Per questo possiamo, anzi dobbiamo, coltivarla anche in altro modo: Gaugin faceva l'agente di cambio, Dickinson la casalinga, Einstein il tecnico all'ufficio brevetti, Kafka l'assicuratore, Čechov il medico, Vivian Maier la tata. Dal «fare» noi giustamente ci aspettiamo una conferma del nostro «essere», ma la vocazione, se non abbiamo la sorte di svolgere un lavoro coerente con la chiamata, sa prescindere anche dall'approvazione. 

Avere senso

Il senso viene prima del consenso che non è sicuro né necessario, ma se facciamo dipendere il senso dal consenso, faremo cose «senza senso», senza vita e senza gioia. Far coincidere vocazione e successo è infantile: è il bambino che vuole essere costantemente guardato e approvato in ciò che fa perché la sua identità dipende ancora in tutto e per tutto dallo sguardo dei genitori (e oggi più sono guardato più esisto: follower, share, like...). 

Quando mi chiedono, nel piccolo della mia esperienza, come vivo quello che oggi definiamo «successo», rispondo: «Non sono felice perché ho successo, ho successo perché sono felice, e il successo è un di più, infatti la parola stessa indica qualcosa di cui non ho il controllo: “è successo!”, invece la gioia è uno stato, ha a che fare con l'essere, avviene anche se nessuno vede». Van Gogh non smise di dipingere anche se i suoi quadri non si vendevano, perché dipingere era la sua salvezza. Leopardi delle sue poesie diceva: «Uno dei maggiori frutti che io mi propongo e spero dai miei versi è... contemplare da sé, compiacendosene, di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui» (Zibaldone). Gioire di fare una cosa bella al mondo, riconosciuta o meno dagli altri, questa è la vocazione, come il Dio che, dopo la creazione, riposa non nell'applauso ma nella bellezza del creato, come noi dopo una faticosa giornata di vita (non solo di lavoro) ben fatta. 

 Generare

La vocazione è quindi lo spazio-tempo di un fare in cui troviamo senso, gioia e generiamo altra vita, a prescindere dal consenso immediato. Non esistono persone senza vocazione, esistono persone che nell'infanzia e nell'adolescenza sono state represse e convinte di non averla o usate per realizzare quella di altri, persone che ne hanno inseguita una che non era la loro perché così facevano tutti, o persone che hanno rinunciato a cercarla per mancanza di mezzi (materiali o culturali), paura o pigrizia. Ma quelle che la vivono le riconosci subito, come è capitato alla studentessa, perché amano la vita e ne creano altra con la propria. Quelle persone sono come parole di carne: «Sia la vita, e la vita fu». 

 La vita è sì scomponibile in «data» (i dati), ma è prima di tutto «data» a chi si fa trovare.

 Anche solo in una passeggiata...

 Corriere della Sera

 

 

venerdì 17 ottobre 2025

PER AMORE DEL FUTURO

 


Le sfide dell'educare

Eraldo Affinati: «La scuola per me era un inferno, per questo cerco di renderla un paradiso»

Perché fare l'insegnante oggi? «Per amore del futuro». L'insegnante e scrittore Eraldo Affinati “ruba” la frase ad una liceale volontaria alla scuola Penny Wirton e scrive un libro - “Per amore del futuro” - per ribadire la centralità della relazione nel processo educativo, a scuola e non. «Educare è esporsi al rischio dell’altro. E non dimentichiamo mai che nei problemi di uno scolaro spesso affiorano tensioni dal nostro passato».

di Sara De Carli

 Si intitola Per amore del futuro. Educare oggi il nuovo libro di Eraldo Affinati, insegnante, scrittore, fondatore insieme alla moglie Anna Luce Lenzi della Penny Wirton, una scuola gratuita di italiano per stranieri che oggi conta 65 sedi in Italia.

Un titolo che contiene insieme una promessa e una responsabilità. Ma oggi l’insegnante ha così poco riconoscimento sociale che non lo vuole fare più nessuno. Davvero serve insistere ancora sulla dimensione di senso, quasi vocazionale dell’insegnamento? Non rischiamo di parlare solo a chi è già convinto e fa già l’insegnante in un certo modo?

In questo ultimo libro, gemello del precedente, Testa, cuore e mani. Grandi educatori a Roma (Libreria Editrice Vaticana 2025) cerco di riflettere, a partire dalla mia lunga esperienza come docente di lettere – prima negli istituti professionali di Stato, poi alla scuola Penny Wirton – sulle sfide educative che abbiamo di fronte, non solo nell’ambito dell’istruzione pubblica, anche in famiglia e, in senso più generale, in ogni comunità sociale. Mi sono chiesto chi sia il maestro oggi, come dovremmo gestire l’inquietudine adolescenziale, come fare per sollevare la valutazione dal peso precettistico che ancora si porta dietro, cosa significa scegliere e perché, nell’azione pedagogica, non dovremmo agire da soli, in che senso la rivoluzione digitale ci impone di cambiar rotta. In particolare, ragiono sulle motivazioni del volontariato. Uno dei miei fari di orientamento in tutto questo sono state le ragazze i ragazzi che vengono a fare da noi i tirocini formativi, che oggi non si chiamano più Pcto ma “formazione scuola-lavoro”. È stata proprio una liceale di San Benedetto del Tronto, Carla Vittoria, che qualche anno fa, quando le chiesi perché secondo lei uno dovrebbe fare l’insegnante, mi stupì dicendo: «Per amore del futuro».

Nel libro scrive che «educare è esporsi al rischio dell’altro». Cosa intende? È una frase che sposta l’asse, che toglie l’educazione dal piano delle metodologie e la riporta al cuore della relazione con l’altro. Mi pare che la scuola italiana stia andando in un’altra direzione…

Tutti i grandi educatori e le grandi educatrici del passato, da Maria Montessori ad Alberto Manzi, da don Lorenzo Milani a monsignor Carroll Abbing, per citare solo quelli più recenti, ci hanno spiegato che, prima ancora dei metodi, conta la qualità della relazione umana che si realizza in aula o nei suoi pressi. Ancora oggi, è vero, continuiamo a non ascoltarli, perlomeno non in modo strutturale, ma solo attraverso sperimentazioni estemporanee pur presenti nel nostro

Una relazione speciale

Però questo vuol dire – cito sempre dal libro – vivere la mortificazione dell’energia sprecata, l’avventura di chi ricomincia daccapo. Il maestro per lei rappresenta quella relazione speciale, priva di riscontri oggettivi e di compensi, l’azione a fondo perduto di chi crede in ciò che fa, a prescindere dall’obiettivo raggiunto i mancato. Concretamente, questo quanto pesa? E allora… perché farlo?

Dal ragazzo bocciato e ribelle che si trasforma in assistente volontario alla Penny Wirton, spingendomi a tesserne un paradossale elogio, fino a Daniela, costretta all’immobilità permanente a causa di una grave malattia, che decide di venire da noi a insegnare l’italiano a un immigrato appena arrivato dallo Sri Lanka… avrei tante cose belle da raccontare! Di qualcuna parlo nel libro. Ma ciò che mi resta di più non sono le vittorie, bensì i fallimenti. È stato quando ho sbagliato che ho imparato di più. A volte mi sono lasciato trascinare dalla passione e ho smarrito l’equilibrio necessario. Ecco perché, nel momento in cui vedo gli stessi miei errori nelle nostre volontarie, penso di poter dare consigli utili. Dobbiamo restare sempre lucidi di fronte alla fragilità nostra e altrui, anche perché educare chiama in causa grovigli spesso irrisolti che non riguardano la sola generazione che abbiamo di fronte: nei problemi di uno scolaro spesso affiorano tensioni dal nostro passato. Noi, come educatori e genitori, questo nn dovremmo mai dimenticarlo.

Valutazione come cura

Lei parla anche di “valutazione come cura”. Un’espressione insolita. Come si inserisce nel dibattito in corso sulla valutazione, con spinte da un lato per la valutazione formativa e dall’altro sul ritorno del voto? 

Di questo tema cruciale parlo nel capitolo intitolato “A ingranaggi scoperti”, ma anche in “La stazione di partenza”. In sintesi: noi come docenti non dovremmo mai tenere le carte coperte, quindi niente domande-trabocchetto fatte apposta per far sbagliare l’alunno, come invece faceva la professoressa contro la quale si scagliò il priore di Barbiana, mai gettare nel cestino la risposta sbagliata accontentandosi di quella giusta. Si tratta di premiare il movimento che registriamo nei nostri alunni, dal punto in cui si trovano quando li conosciamo, prima ancora dei traguardi da notificare. Dobbiamo sapere che il nostro lavoro inizia quando i risultati non ci sono, non quando va tutto bene: per questo non dobbiamo lasciare indietro nessuno, perché ogni apprendimento ha una sua forma e un suo tempo. Fermo restando che gli obiettivi non vanno mai abbassati. Dobbiamo essere sempre ambiziosi. Mai rinunciatari.

«Gli alunni che hai avuto ti restano dentro per sempre»: qual è il suo? 

Si chiamava Fabietto, aveva la sindrome di Down. Ogni volta che arrivavo a scuola mi saltava addosso. Una volta rimbalzò sul mio petto e cadde per terra. Il sorriso che mi regalò rialzandosi in piedi un po’ frastornato è uno dei gioielli interiori della mia vita.

Alla fine del libro c’è un dizionario per una scuola nuova. La sua parola qual è? Dopo tanti anni di scuola, davvero lei continua a credere che educare possa “cambiare il mondo”? 

Cambiare il mondo no, non lo penso. Cambiare una persona sì, questo è possibile. Ecco perché fra le 28 definizioni che ho raccolto dalle professoresse che vennero ad ascoltarmi nel monastero di Cellole, scelgo la parola “pace”, citando la declinazione che ne abbiamo dato:  «Non mero ideale, sentimento irenico, ingenuo e utopico, bensì operatività, impegno continuo e fattivo, in grado di mettere in circolo, valori, idee e strategie concrete».

Oggi la scuola pare inferno a tanti docenti e tanti ragazzi. Oggi molti insegnanti vivono un senso di smarrimento. Cosa direbbe loro? E alla fatica dei ragazzi, invece? 

Sia ai docenti, sia ai ragazzi direi che quando avevo 15 anni per me la scuola era un inferno. Ma forse proprio per questa ragione ho cercato di renderla un piccolo paradiso.

VITA

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giovedì 11 settembre 2025

INSEGNANTE MARIONETTA?

 

L’insegnante ridotto a marionetta del sistema?

Oggi il senso della vocazione all’educare è offuscato da mille compiti stabiliti nel nome di performatività e misurabilità, come dice il concetto stesso di “credito” formativo Ma la voce di chi sta in cattedra non è ascoltata 

Un’ingiustizia che ne mina credibilità e dignità

Non più soggetti considerati capaci di contribuire al sapere, ma fonti di informazioni numeriche, grìglie di valutazione, indicatori di performance

 

-         di GIOVANNI  SCARAFILE

Come Marx ed Engels evocavano lo spettro del comunismo, oggi potremmo parlare di un altro fantasma che si aggira per le aule scolastiche europee: quello del Beruf, la vocazione-professione che un tempo costituiva l’essenza stessa dell’insegnare. Il termine tedesco, nella sua densità semantica che Weber ha magistralmente analizzato, indicava quella peculiare coincidenza tra chiamata interiore e funzione sociale, tra dedizione personale e servizio alla comunità. Oggi questa coincidenza appare sempre più remota, quasi archeologica. Le conseguenze sociali di questa perdita sono devastanti: quando l’insegnamento cessa di essere vissuto come vocazione per ridursi a mera prestazione, non è solo il docente a impoverirsi, ma l’intera comunità educativa. Per comprendere la situazione attuale della scuola, dobbiamo risalire a Frederick Winslow Taylor, l’ingegnere americano che nel 1911 pubblicò The Principles of Scientific Management, teorizzando la “gestione scientifica del lavoro”. Il taylorismo scomponeva ogni attività in unità minime, cronometrate e standardizzate, separando rigidamente chi pensava da chi eseguiva. Oggi assistiamo a un fenomeno analogo nelle aule: la frammentazione della funzione docente in compiti parcellizzati – compilatore di griglie, redattore di reportistica, esecutore di protocolli, verificatore di indicatori. L’insegnante non esercita più un ruolo unitario che tiene insieme elaborazione del sapere, trasmissione e cura della relazione educativa, ma viene ridotto a ingranaggio di una macchina che pretende di ottimizzare l’educazione come fosse una catena di montaggio. Come l’operaio taylorizzato perdeva la visione d’insieme del proprio lavoro, così il docente contemporaneo vede dissolversi l’unità di senso del proprio agire educativo. In questo scenario, la logica performativa trasforma la stessa nozione di controllo: non più soltanto centralizzato, esercitato dagli uffici scolastici regionali, dal ministero o dalle agenzie di valutazione, ma capillare e «subjectless», diffuso in ogni dettaglio della vita scolastica e interiorizzato dagli insegnanti come sorveglianza costante del proprio operato.

Diciamocelo francamente: chi mai potrebbe opporsi al miglioramento continuo, alla trasparenza, all’eccellenza? È questa la forza retorica della performatività: si presenta come l’evidenza stessa, l’incontestabile, il buon senso. Criticarla significa esporsi all’accusa di conservatorismo, di nostalgia per privilegi corporativi, di resistenza al cambiamento. Eppure, proprio questo carattere di ovvietà dovrebbe metterci in guardia. La performatività trasforma l’educazione in spettacolo documentabile, sostituisce la profondità della relazione educativa con la superficie misurabile degli indi riduce la complessità del sapere a punteggi e classifiche. In tal senso, la performatività non è neutra né innocente, come i più ingenui credono. Essa porta con sé un’antropologia precisa: quella dell’homo oeconomicus applicato al sapere. In questa visione, l’insegnante diventa un produttore di apprendimento misurabile, lo studente un consumatore di competenze certificate, l’istituzione educativa un’azienda in competizione sul mercato della formazione. Non è forse significativo che oggi il linguaggio corrente parli di “crediti” come se l’apprendimento fosse un conto in banca, da accumulare, spendere o trasferire da un’istituzione all’altra? Sono segnali, questi, di una trasformazione ontologica che ridefinisce la natura stessa dei soggetti e delle relazioni educative.

In linea con le ricerche di Miranda Fricker sull’ingiustizia epistemica, possiamo identificare una forma specifica di torto che colpisce gli insegnanti: la cosiddetta «ingiustizia testimoniale preventiva». Si tratta di quella situazione in cui la credibilità del soggetto è talmente compromessa da pregiudizi identitari che la sua voce non viene nemmeno richiesta. L’insegnante contemporaneo vive esattamente

questa condizione: quando si tratta di delineare politiche educative o di definire le finalità culturali della scuola, la sua testimonianza non viene sollecitata. Parlano le procedure, i regolamenti, gli algoritmi, ma non chi vive quotidianamente il rapporto educativo. È un’ingiustizia tanto più grave quanto più silenziosa: non lascia traccia del rifiuto perché semplicemente la voce del docente non viene contemplata come possibile fonte di conoscenza affidabile. La degradazione culmina nella oggettivazione epistemica: il docente non è più visto come informante – un soggetto capace di contribuire alla conoscenza con giudizio ed esperienza – ma come semplice fonte di informazione da cui estrarre dati. Si prelevano dalle sue pratiche numeri, indicatori di performance, griglie di valutazione. L’insegnante diventa oggetto osservabile, superficie da cui ricavare indizi statistici sul funzionamento della scuola.

Tutto ciò produce una frattura più profonda: priva il docente della possibilità di dire se stesso. Se i dati parlano al suo posto, se gli indicatori diventano il vocabolario ufficiale della sua esistenza profescatori, sionale, allora l’insegnante non soltanto viene oggettivato, ma anche reso muto. È qui che la degradazione epistemica incontra l’ingiustizia ermeneutica: ciò che non trova le parole per essere nominato non può entrare nello spazio pubblico della conoscenza. In questo modo, il docente è sospinto a parlare con la voce altrui, adottando il linguaggio del sistema che lo ha ridotto a superficie misurabile.

Così il ventriloquio si compie: non più soltanto come sostituzione della voce docente con procedure esterne, ma come introiezione di quelle stesse procedure nel suo stesso linguaggio. È qui che la figura dell’insegnante-ventriloquo mostra tutta la sua drammaticità: privato della propria parola, costretto a esibirsi con la voce di un altro, da soggetto che educa diventa marionetta che recita un copione scritto altrove. Non si tratta di una semplice difficoltà professionale, ma di una spoliazione radicale che lacera l’identità personale, svuota la dignità e umilia la responsabilità istituzionale. In gioco non c’è solo la condizione di una categoria, ma la qualità stessa della scuola come bene pubblico e democratico, cioè come spazio comune in cui una comunità decide di investire sul futuro riconoscendo a tutti il diritto a un sapere libero e critico.

Chi ascolta questo silenzio coatto non può restare indifferente. Perché il ventriloquo non è solo una figura concettuale: è il volto reale di uomini e donne che ogni giorno entrano in aula portando con sé un sapere che non riescono più a esprimere con libertà. È la voce soffocata di chi dovrebbe insegnare a pensare, ma si trova costretto a compilare tabelle. È la dignità negata di chi non smette di credere nel valore dell’educazione, ma non ha più un linguaggio per dirlo. Immedesimarsi in questa condizione significa comprendere la violenza simbolica che vi è all’opera e provare lo sdegno che essa merita: perché nulla è più ingiusto che togliere la voce a chi ha scelto di vivere insegnando.

www.avvenire.it

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mercoledì 10 settembre 2025

LA LUCE E L'ONDA


COSA SIGNIFICA INSEGNARE

 

Pubblichiamo un estratto (pag. 135-137) del libro “La luce e l’onda. Cosa significa insegnare” (Einaudi, 2025) di Massimo Recalcati, per gentile concessione dell’autore e dell’Editore.

 

Nella vita della Scuola la pluralità delle lingue non è solo tutelata dal lavoro degli insegnanti, ma informa anche il suo istituirsi come una comunità. È quello che è mancato di più ai nostri figli nel tempo della sua chiusura imposto dall’emergenza sanitaria: la possibilità dell’incontro con i propri pari, la vita insieme, la Scuola come soggetto collettivo. 

La vita del gruppo costituisce un tempo essenziale nella separazione necessaria della vita del figlio dalla vita della famiglia. Nella comunità della Scuola l’attivazione del codice fraterno o di sorellanza che integra il discorso del maestro come discorso che apre la vita alla esperienza del Due è una esperienza decisiva. Se, infatti, la vita del figlio resta imbozzolata nell’ordine della lingua della propria famiglia di origine, non c’è formazione, non c’è incontro possibile con la pluralità aperta delle altre lingue.

La vita in gruppo e di gruppo, la vita viva della comunità della Scuola, sostiene in modo decisivo questo processo di apertura rendendo possibile il passaggio dal codice privato della lingua materna a quello pubblico di tutte le altre lingue del mondo. Se per un verso l’esperienza traumatica del Covid aveva rafforzato i legami famigliari sottraendo ai nostri figli l’ossigeno a loro indispensabile della vita al di fuori dalla famiglia, la riapertura della Scuola ridona alla vita del figlio uno spazio aperto. Ancora una volta possiamo misurare la parzialità della visione foucaultiana della Scuola come dispositivo unicamente disciplinare o di controllo sociale.

La Scuola non ha come finalità quella di normalizzare la vita dei nostri figli attraverso una tecnica di dominio e di sorveglianza, ma quella di favorire l’apertura della loro vita all’orizzonte illimitato della vita. Un maestro non è un istruttore, né un governatore, non è un moralizzatore né un sorvegliante, ma la grazia di un incontro che apre la vita a mondi nuovi. Dunque, non agisce per imprimere la sua volontà sui suoi allievi, non impone un sapere già fatto. 

Come abbiamo visto, assomiglia piuttosto a una luce che allarga la visione, a un respiro che allarga la vita o a un’onda che ci costringe a soggettivare il sapere che abbiamo acquisito, a farlo diventare davvero nostro. Quando invece la sua presenza scivola via e al suo posto si impongono insegnanti distruttori sadici o burocrati senza desiderio o, ancora, soggetti frustrati che vivono solo per il loro stipendio, la vita scolastica diviene oppressiva e toglie il respiro. Non è un caso che un sintomo come quello degli attacchi di panico, che ha nella sensazione di mancanza d’aria una delle sue manifestazioni piú eloquenti, appaia come un sintomo ricorrente ed emblematico in molti giovani. Per questa ragione alcuni di loro hanno fatto fatica a ritornare a Scuola.

Ma andare a Scuola non significa entrare in un tunnel senza luce quanto entrare in una comunità aperta. Ed è proprio questa apertura a sottrarre alla vita dei nostri figli i suoi confini familisti costringendoli ad abbandonare il già saputo, ad aprirsi a un mare aperto.

 La Scuola, scriveva Freud, non solo non spinge i suoi allievi al suicidio ma ha il compito di «creare in loro il piacere di vivere e offrire appoggio e sostegno in un periodo della loro esistenza in cui sono necessitati dalle condizioni del proprio sviluppo ad allentare i loro legami con la casa paterna e la famiglia». 

 © 2025 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino



 

mercoledì 22 gennaio 2025

IMPARARE A VOLARE


 Schettini: "La vita è una sola e non dobbiamo avere paura ma dobbiamo imparare a volare. 

Gli insegnanti devono scoprire e tirar fuori le potenzialità di ogni studente"

 

La Redazione

 

Schettini: "Una vita abbiamo. È corta, è veloce, vola via. La dobbiamo sfruttare, non ci dobbiamo nascondere, non dobbiamo avere paura. Dobbiamo mostrarci e dobbiamo volare...

Non è semplice svolgere il proprio mestiere nel migliore dei modi e la funzione di educatore, in qualità di insegnante, è sicuramente una funzione importantissima ed imprescindibile per garantire una crescita consapevole dei giovanissimi.

Le nuove generazioni, alle prese con una società basata sul consumismo e sull'apparenza, spesso si ritrovano prive di una guida, di un punto di riferimento, ed appaiono così disorientare e senza alcuno stimolo.

Non è semplice vivere la propria vita pienamente, comprendendo sin da subito quale sia la strada giusta da percorrere ed ecco allora che la funzione svolta dagli educatori appare molto importante in tal senso.

A tal fine il professore Vincenzo Schettini esprime il suo pensiero in merito, sottolineando proprio l'importanza della vita, evidenziando il ruolo che dovrebbe essere svolto da ciascun insegnante.

"Non è mai troppo tardi per fare. Perché, se tu ti spegni, se a un certo punto ti spegni, ti cade nelle mani tutto quello che hai che si chiama vita.

E allora io dico: una vita abbiamo. È corta, è veloce, vola via. La dobbiamo sfruttare, non ci dobbiamo nascondere, non dobbiamo avere paura. Dobbiamo mostrarci e dobbiamo volare perché quel volare entusiasma gli altri, li coinvolge, li fa cambiare.

Se iniziano a volare i giovani, allora altri giovani voleranno. Questa è la cosa più bella. Quindi tutto può cambiare perché un ragazzo che fa, un ragazzo che si spinge oltre, un ragazzo che fa sempre di più contagia gli altri", queste le significative parole del professore.

Occorre, quindi, vivere ogni attimo, ogni istante della propria esistenza, con entusiasmo, positività, perché solo in tal modo potremo essere "contagiosi" e fungere da esempio, spronando sempre i giovanissimi ad andare oltre, a "volare", superando i propri limiti, senza mai voltarsi indietro ma volgendo sempre lo sguardo in avanti.

"Noi questo vogliamo come professori. Perché quello che trasmettiamo come materia, come nozione, sì, è vero, ci sta. La nozione ci sta, resterà, ma quello che resta ancora di più è il fatto di scoprire le potenzialità che abbiamo dentro. Che io sono convinto tutti possiamo tirar fuori. A qualsiasi età", così continua Schettini.

Il professore, da ultimo, sottolinea un aspetto fondamentale: gli insegnanti devono sicuramente dispensare sapere ma al contempo devono essere anche capaci di scoprire e tirar fuori le potenzialità di ciascuno studente, alla luce delle loro passiono, ambizioni ed inclinazioni personali.

 

Scuola Oggi

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mercoledì 22 marzo 2023

L'INSEGNANTE IN AGIO NEL DISAGIO

Lavorare con le fragilità dei più giovani mi offre l’opportunità di sfidare l’indecenza di un sistema che non ha a cuore il benessere della comunità.

 

- di Gilda Sciortino

 Si definisce lei stessa un caterpillar e i fatti le danno ragione perché Esmeralda Prinzivalli è la dimostrazione che la determinazione fa la differenza. Originaria di Trapani, la vita l’ha portata per caso a Palermo dove insegna in una scuola elementare di Borgo Nuovo, quartiere della periferia cittadina, nel quale il disagio é presente a causa della mancanza di servizi per la persona. Grazie a Fqts, la Formazione Quadri del Terzo Settore, ha messo in atto un processo di conoscenza agita e attiva che coinvolge la comunità.

«Quando affermo "la dispersione prima di tutto" voglio dire che lavorare con le fragilità dei più giovani mi offre l’opportunità di sfidare l’indecenza di un sistema che non ha a cuore il benessere della comunità.

È indecente, lo ripeto e sottolineo, che nel 2023 si assista a quello che ci circonda.

Io sono di Trapani, ma insegno a Palermo in una scuola elementare di Borgo Nuovo, una delle periferie della città. Mi occupo di dispersione e di quartieri difficili.

Lo faccio in una realtà dove c’è di tutto, il bianco, il nero, il grigio, un vero e proprio arcobaleno di colori, ma io vivo bene qui.

Quando mi suggeriscono altre scuole perché pensano che sia una quotidianità pesante da vivere, io dico che non farei mai a cambio».

Esmeralda Prinzivalli ti trasmette subito il senso di un impegno concreto che fonde l’amore per i più giovani con la consapevolezza che essere insegnanti ha oggi un valore che non sempre è ben compreso.

In lei questo impegno è declinato attraverso le sue tante vite, da volontaria, progettista sociale, educatrice, portavoce del Forum Terzo settore di Trapani, presidente dell’APS “Al Plurale” che ha sede a Erice, in provincia di Trapani, ma soprattutto grazie alla sua capacità di cogliere il senso profondo dell’essere comunità educante.

«Tutto questo l’ho imparato sul campo.

Provengo da una famiglia abbiente, con genitori professori che non mi hanno mai fatto mancare niente. Non vi dico che tutto quello di cui mi occupo oggi lo vedevo solo in televisione, ma quasi.

Quando mi sono scontrata con le realtà in cui il disagio è alla base, ci ho messo un po’ a metabolizzare; all’inizio mi appariva come un’immagine sbiadita molto lontana da me.

Ero anche una ragazzina e non avevo la consapevolezza, ma poi si è aperto un mondo davanti a me che mi ha reso consapevole e responsabile.

Oggi mi occupo quasi esclusivamente di minori e giovani adulti nelle loro varie sfaccettature: migranti, in percorso penale, in fragilità, ma solo per fare qualche esempio».

Un mondo, quello del disagio, nel quale dici di sentirti a tuo agio. Cosa vuol dire?

«Qualcuno potrebbe prendermi per folle, ma credo faccia parte del mio Dna.

Lavorare nelle situazioni in cui la fragilità è presente e parla attraverso i ragazzi, le famiglie, mi fa scoprire anche le mie di fragilità e con loro, attraverso loro, le combatto.

Purtroppo sento molto la solitudine perché, per esempio, con le istituzioni non ci sono relazioni.

Qui la resistenza è di territorio.

La tocchi con mano al bar in cui prendi il caffè, nella bottega dove vai a fare acquisti.

Ho così cercato di creare maggiore connessione con la scuola, come anche con il neuropsichiatra privato che mi fa cortesie personali perchè l’Asp è oberata e non può seguire tutti.

Ho creato una rete, ma continuo a sentimi sola perché l’azione non è sistemica.

Sono tutti bravissimi presi singolarmente, ma manca il sistema di supporto».

Ma quando sei arrivata a Palermo da Trapani in qualità di progettista sociale, consulente per le scuole, sembrava che il sistema funzionasse.

«Allora portavo con me la voglia di condividere, ma lo facevo da tecnico, anche se con una declinazione che, nel mio caso, era quella del condividere per fare insieme “perché così viene meglio”. Io sono montessoriana, quindi questo concetto mi viene facile da esportare.

C’è stato un periodo di grande fermento a Palermo, poi il declino, forse l’ho percepito io nelle associazioni che frequentavo; è seguito il Covid e, successivamente, la riforma del Terzo Settore che ha destabilizzato parecchie realtà.

Oggi ritengo che stiamo tutti vivendo un momento di ristrutturazione».

Un impegno che fa parte del suo Dna e che porta avanti con grande passione, ma soprattutto e lucidità. Una consapevolezza cresciuta grazie all’incontro con Fqts, all’interno del quale Esmeralda ha seguito diversi percorsi.

«Il mio rapporto con Fqts comincia per caso nel lontano 2011, credo alla seconda edizione.

In Sicilia non arrivavano tante informazioni su questa esperienza. mentre amiche mie di altre regioni mi raccontavano meraviglie.

Mi informo e, facendo mille peripezie, riesco a iscrivermi.

Da lì comincia una viaggio bellissimo, del quale porto con me ricordi meravigliosi anche in relazione alle persone che ho conosciuto e con cui continuo a mantenere rapporti solidi, professionali e amicali».

La formazione continua come mantra della tua vita.

«L’ultima scommessa è stata quella con Leonardo Becchetti. Mi è stato chiesto di partecipare al suo corso perchè quello che avevo scelto era pieno.

Sono entrata nel panico perché ho allergia ai numeri e, occupandosi lui di economia, pensavo di fare brutta figura. È stata, invece, l’apertura a un nuovo mondo.

Il suo è un approccio a un’economia diversa, generativa, sociale, solidale, che parte dal basso.

Mi ricordo che uno dei primi compiti che diede è stato su come poter cambiare la dinamica del mio quartiere, San Giuliano, a Erice.

Un quartiere a rischio, di periferia, nel quale ci siamo inventati una piccola biblioteca, il giornalaio che non c’era, due o tre panchine posizionate a quadrato per creare una zona di chiacchiera.

Lui ci spiegava come l’urbanistica e un’economia diversa possono cambiare l’aspetto di un territorio. Grazie anche al contributo del Comune che ha trovato dei fondi, abbiamo installato delle lampade particolari, posizionato libri, scelto delle panchine dalla forma che ti faceva pensare a un’isola dove potersi sedere e raccontare.

Per il quartiere è stato un trauma: “Cosa sono queste cose? 

Non ne abbiamo bisogno”.

Le hanno, infatti, distrutte. Abbiamo così cominciato a lavorare con le scuole realizzando un’indagine bellissima per capire cosa dicevano le famiglie che, non sapendo scrivere, utilizzavano disegni.

Ne sono arrivati di significativi su come avrebbero voluto il loro quartiere.

Un lavoro dal basso che ha dato i suoi frutti, infatti le panchine sono state ripristinate.

È successo circa 4 anni fa e ancora sono in buono stato.

Grazie a Becchetti che mi ha aperto un mondo che non conoscevo».

Fqts ha migliorato in modo significativo non solo le tue competenze...

«lo dico sempre che non ha migliorato solo le mie conoscenze e competenze, le high skills come anche le soft skill, ma è mutato il paradigma di un processo di conoscenza agita e attiva.

Io sono sempre stata una in perenne movimento, ma ho acquisito una forma di consapevolezza capace di mettere in relazione nuovi saperi.

La mia esperienza è, poi, quella di una persona che dal collegio è passata all’ educativa con le famiglie degli allievi.

Da lì è cominciato il mio impegno sociale, che passa anche dalla Chiesa, per poi uscirne mantenendo buoni rapporti anche se non strutturati.

Io a Fqts ci credo follemente e fortemente.

Ti fa indossare degli occhiali che ti fanno accorgere delle cose che stanno davanti il tuo naso e che guardavi diversamente; sembra una cosa banalissima, ma non lo è. Il mio primo giorno del laboratorio con Becchetti mi sentivo come se fossi al primo superiore, chissà cosa mi doveva accadere.

Avevo un’ansia, avrei dovuto avere a che fare con un grande economista; sono andata anche a leggere "Il Sole 24 Ore".

Poi lui ha cominciato a fare lezione e, quasi come per magia, il numero era inesistente tra le sue parole. C’erano, invece, i numeri che ci servivano per fare statistica, per il range, per creare indicatori, per tutto.

Così la mia agitazione è andata scemando anche grazie al suo “Algoritmo della Felicità” applicato alla nostra vita con la declinazione del benessere, ma quello individuale e di comunità.

Ho anche fatto un progetto dal titolo “Ben-Essere”.

Se, poi, penso a Palermo mi accorgo che quello che è manca la comunità educante.

Ci sono libri, scritti, ma la comunità?

Io non la vedo, almeno non a Borgo Nuovo.

Qui di associazioni ce ne sono 3 e sono solo sportive.

O fai attività sportiva o non hai scelta.

Nel frattempo, però, le famiglie hanno bisogno».

Palermo e Trapani possono dirsi connesse almeno idealmente?

«Nel fine settimana rientro a Trapani che non ho mai lasciato, ma dove al momento non tornerei a lavorare stabilmente.

A Erice, però, lo la ,mia associazione “Al Plurale” che si occupa da sempre di giovani. Nasciamo, infatti, nel 2009 grazie a un Apq e, da allora, la nostra progettazione è sempre stata rivolta a giovani, ai bambini in dispersione scolastica.

Poi è arrivato un bando per la valorizzazione dei beni pubblici, che abbiamo vinto, realizzando a Prizzi, in provincia di Palermo, l'ostello "Terra Terra" gestito da disabili perché l’avviso prevedeva l’impiego di risorse in fragilità o di disabili abili al lavoro.

Un progetto che funziona perché frutto della sinergia tra diverse realtà.

Come associazione, anche su Erice lavoriamo molto co-progettando e co-programmando con gli enti locali.

Ci credo tantissimo, da sempre, anche senza la sussidiarietà che si dovrebbe tenere».

Che risposta dare alla dispersione?

«Per combatterla devi offrire continuità e attuare la presa in carico dei soggetti.

Bisogna offrire sempre il modello giusto, andare in punta di piedi, comprendere quello che si anima attorno a te.

Quando mi parlano di legalità o di antimafia chiedo sempre in cosa consiste per loro essere mafioso e antimafioso.

Non sempre le risposte sono adeguate.

Ho lavorato per 20 anni nel mio quartiere, a San Giuliano, a Erice, e quello che conta è ciò che offri alle persone.

Devi calarti nella loro vita.

Chi vive in contesti difficili, come quelli in cui mi trovo a operare, ha molto rispetto di chi si prende cura dei loro figli senza fare pensare loro che vuoi cambiare le loro vite. La contaminazione fa tanto.

Noi, per esempio, a Borgo Nuovo abbiamo la biblioteca in classe dove ognuno è libero di prendere libri e leggerli come e quando vuole.

Ieri ho portato un libro su Frida Kahlo e ne sono rimasti entusiasti».

Esmeralda sprizza energia da tutti i pori.

Questo forse anche grazie, più che a causa, di un incidente di percorso, se cosi vogliamo chiamarlo, che a molti avrebbe impedito di andare avanti.

Per lei una sfida.

«La mia è una battaglia che combatto quotidianamente.

A chi mi chiede perché il giorno dopo avere fatto la chemio vengo a scuola, rispondo che non c’è motivo per stare a casa.

Certo, non sono in forma smagliante, accuso un po’ di stanchezza, ma ammortizzo.

Se sono qua è per quella parolina, benessere, che mi dice che devo esserci.

Ho una visione olistica della vita il mio corpo sta bene se sta bene la mia testa; quindi, anche la scommessa mi aiuta ad attraversare meglio questa tempesta.

Voglio vivere mangiandomi i giorni, voglio vivere attimo per attimo, non con le poesie che scriviamo, e io sono una che ama la poesia, la filosofia e il jazz.

Non ho intenzione di andare via così facilmente.

Quando ho saputo quel che avrei dovuto affrontare, ho respirato, ci ho pensato bene e poi mi sono detta che le soluzioni erano due: farla finita o lottare senza sosta. Una decisione che dovevo prendere subito, senza farmi venire attacchi di panico o depressione. Ho così deciso che declinazione dare a questa mia esperienza: esserci e fare a differenza, ogni ora, ogni giorno, per me, per tutti».

 VITA