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giovedì 15 dicembre 2022

IMPEGNARSI PER GUARIRE IL MONDO

Messaggio di Francesco 
per la 56.ma 
Giornata mondiale della Pace 
del 1° gennaio 2023 

Dalla pandemia di Covid la lezione che nessuno si salva da solo. Ora “un altro flagello”, la guerra: “Virus più difficile da sconfiggere di quelli che colpiscono l’organismo umano, perché proviene dall’interno del cuore umano corrotto”. Appello per il lavoro degno e per delle "politiche adeguate" per accogliere e integrare i migranti

 

-  di Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

 Dopo la notte buia del Covid, la sciagura della guerra. Se al coronavirus è stato tuttavia trovato un vaccino, alla barbarie dei conflitti – in Ucraina, come in altre parti del mondo – sembra ancora non esserci un rimedio. Parla ad un’umanità resa vulnerabile dagli eventi degli ultimi anni, il Papa, nel Messaggio per la 56.ma Giornata mondiale della Pace che si celebra il 1° gennaio 2023, nel quale si appella anche a governanti, responsabili delle Organizzazioni internazionali e leaders religiosi chiedendo un impegno congiunto per “guarire” il mondo e anche sviluppare “politiche adeguate” per accogliere e integrare i migranti.

Nel cuore della notte

Nel documento, firmato l’8 dicembre, Solennità dell’Immacolata, il Papa torna indietro al 2020, cioè alla crisi generata dalla pandemia di coronavirus che – come scrive – “ci ha fatto piombare nel cuore della notte, destabilizzando la nostra vita ordinaria, mettendo a soqquadro i nostri piani e le nostre abitudini, ribaltando l’apparente tranquillità anche delle società più privilegiate, generando disorientamento e sofferenza, causando la morte di tanti nostri fratelli e sorelle”.

Spinti nel vortice di sfide improvvise e in una situazione che non era del tutto chiara neanche dal punto di vista scientifico, il mondo della sanità si è mobilitato per lenire il dolore di tanti e per cercare di porvi rimedio; così come le Autorità politiche, che hanno dovuto adottare notevoli misure in termini di organizzazione e gestione dell’emergenza.

Malessere, contraddizioni, disuguaglianze

Assieme alle manifestazioni fisiche, il Covid-19 – osserva il Papa - ha provocato “un malessere generale” alimentato da restrizioni e isolamento. Ha inoltre toccato “nervi scoperti dell’assetto sociale ed economico, facendo emergere contraddizioni e disuguaglianze” ed ha “aggravato la solitudine” e “minacciato la sicurezza lavorativa”, in particolare dei tanti “lavoratori informali” rimasti senza impiego e senza supporti. Unito a tutto questo, la pandemia ha fatto emergere anche “le zone più pacifiche” del mondo “innumerevoli fragilità”, insieme a “conflitti sociali, frustrazioni e violenze”.

Dalle crisi non si esce mai uguali

Da quello che è stato un terremoto per gli equilibri mondiali, tuttavia, l’umanità ha tratto più di una lezione. Anzitutto, ribadisce Papa Francesco, la consapevolezza che “dai momenti di crisi non si esce mai uguali: se ne esce o migliori o peggiori”. E che quindi “abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, che il nostro tesoro più grande, seppure anche più fragile, è la fratellanza umana” e “che nessuno può salvarsi da solo”.

Abbiamo anche imparato che la fiducia riposta nel progresso, nella tecnologia e negli effetti della globalizzazione non solo è stata eccessiva, ma si è trasformata in una intossicazione individualistica e idolatrica, compromettendo la garanzia auspicata di giustizia, di concordia e di pace.

Insieme

Per Papa Francesco si tratta di vere e proprie “scoperte positive”. Nel Messaggio ne elenca alcune: “Un ridimensionamento di certe pretese consumistiche; un senso rinnovato di solidarietà che ci incoraggia a uscire dal nostro egoismo per aprirci alla sofferenza degli altri e ai loro bisogni; nonché un impegno, in certi casi veramente eroico, di tante persone che si sono spese perché tutti potessero superare al meglio il dramma dell’emergenza”. Tutto questo ha dimostrato l'importanza di agire "insieme": “Le risposte più efficaci alla pandemia - scrive il Pontefice - sono state, in effetti, quelle che hanno visto gruppi sociali, istituzioni pubbliche e private, organizzazioni internazionali uniti per rispondere alla sfida, lasciando da parte interessi particolari. Solo la pace che nasce dall’amore fraterno e disinteressato può aiutarci a superare le crisi personali, sociali e mondiali”.

Il flagello della guerra

Al tempo stesso, “nel momento in cui abbiamo osato sperare che il peggio della notte della pandemia da Covid-19 fosse stato superato, una nuova terribile sciagura si è abbattuta sull’umanità”. Un “altro flagello”, lo definisce il Papa, “un’ulteriore guerra, in parte paragonabile al Covid-19, ma tuttavia guidata da scelte umane colpevoli”: la guerra in Ucraina. Guerra che “miete vittime innocenti e diffonde incertezza, non solo per chi ne viene direttamente colpito, ma in modo diffuso e indiscriminato per tutti, anche per quanti, a migliaia di chilometri di distanza, ne soffrono gli effetti collaterali – basti solo pensare ai problemi del grano e ai prezzi del carburante”.

Virus difficile da sconfiggere

Di certo, annota Francesco, “non è questa l’era post-Covid che speravamo o ci aspettavamo”.

Questa guerra, insieme a tutti gli altri conflitti sparsi per il globo, rappresenta una sconfitta per l’umanità intera e non solo per le parti direttamente coinvolte. Mentre per il Covid-19 si è trovato un vaccino, per la guerra ancora non si sono trovate soluzioni adeguate. Certamente il virus della guerra è più difficile da sconfiggere di quelli che colpiscono l’organismo umano, perché esso non proviene dall’esterno, ma dall’interno del cuore umano, corrotto dal peccato.

La guarigione della società e del pianeta

Davanti a questo cosa fare? Il primo passo è “lasciarci cambiare il cuore” da Dio affinché “trasformi i nostri criteri abituali di interpretazione del mondo e della realtà”. Nel concreto significa che “non possiamo più pensare solo a preservare lo spazio dei nostri interessi personali o nazionali, ma dobbiamo pensarci alla luce del bene comune, con un senso comunitario, ovvero come un ‘noi’ aperto alla fraternità universale”.

Non possiamo perseguire solo la protezione di noi stessi, ma è l’ora di impegnarci tutti per la guarigione della nostra società e del nostro pianeta, creando le basi per un mondo più giusto e pacifico, seriamente impegnato alla ricerca di un bene che sia davvero comune.

Tutto interconesso

“Le tante crisi morali, sociali, politiche ed economiche che stiamo vivendo sono tutte interconnesse, e quelli che guardiamo come singoli problemi sono in realtà uno la causa o la conseguenza dell’altro”, rimarca ancora Jorge Mario Bergoglio nel Messaggio. Da qui una sorta di ‘decalogo’ utile a far fronte alle sfide del mondo moderno “con responsabilità e compassione”: “Rivisitare il tema della garanzia della salute pubblica per tutti”, scrive anzitutto il Papa, “promuovere azioni di pace per mettere fine ai conflitti e alle guerre che continuano a generare vittime e povertà”; “prenderci cura in maniera concertata della nostra casa comune”; “attuare chiare ed efficaci misure per far fronte al cambiamento climatico”; “combattere il virus delle disuguaglianze”; “garantire il cibo e un lavoro dignitoso per tutti”.

Accoglienza e integrazione degli "scartati"

“Lo scandalo dei popoli affamati ci ferisce”, afferma Francesco, e tra le azioni da compiere aggiunge pure quella di “sviluppare, con politiche adeguate, l’accoglienza e l’integrazione, in particolare nei confronti dei migranti e di coloro che vivono come scartati nelle nostre società”. Solo spendendoci in queste situazioni, conclude il Papa, sarà possibile “costruire un mondo nuovo”.

 

Vatican News

 

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO



giovedì 31 dicembre 2020

LA CORSA AL VACCINO, PER SOPRAVVIVERE



-         di Giuseppe Savagnone

-          

Le cronache degli ultimi giorni di questo drammatico 2020 sono state piene delle notizie sui vaccini, a cui sembrano appigliarsi tutte le speranze del nostro pianeta. Ed è perfettamente comprensibile che, in un contesto in cui ancora nel mondo i contagi, i ricoveri in terapia intensiva e i decessi si contano a migliaia, il problema della sopravvivenza fisica sia in primo piano.

Qualcosa di analogo vale sul piano dell’economia. Anche qui il vaccino viene visto come una possibilità di salvezza per un sistema profondamente scosso dalla pandemia, che ha dovuto realisticamente sostituire alle rosee previsioni di crescita, ancora credibili nel gennaio scorso, con l’amaro bilancio delle perdite degli ultimi mesi e si aggrappa disperatamente ad ogni promessa di ritorno alla normalità per poter contare su un recupero.

Ritornare alla normalità

Al di là del problema sanitario e di quello economico, alla base di questa ansiosa attesa della vaccinazione di massa ce n’è anche uno più ampiamente umano che riguarda le condizioni di vita imposte dal coronavirus. Soprattutto per quanto riguarda la sfera delle relazioni umane, siamo stati tutti pesantemente penalizzati e non vediamo l’ora, dopo aver fatto una vera e propria scorpacciata di rapporti puramente virtuali sul web, di poter riprendere dei rapporti “in presenza”. Anche questo ritorno alla normalità in fondo è una questione di sopravvivenza. Non ce la facciamo più.

Benvenuti, allora i vaccini, pur con tutti i problemi e le polemiche che stanno segnando l’inizio della loro distribuzione. Augurandoci che i tempi – già abbastanza lunghi – previsti per la loro somministrazione alle diverse fasce della popolazione, non si dilatino per disfunzioni organizzative e cattiva gestione.

Vivere e sopravvivere

Detto ciò, non possiamo fare a meno di constatare che il 2021 si apre all’insegna della rinunzia a qualsiasi cosa vada oltre la mera sopravvivenza. E questo, come già notava Aristotele, può andare bene per le altre specie animali, ma non per gli esseri umani. Perché noi non possiamo accontentarci di sopravvivere, vogliamo vivere. E questo è molto di più.

Dobbiamo chiederci onestamente, però, se sia stato il covid ad aver ridimensionato così drammaticamente le nostre legittime aspirazioni a una vita piena, o se, in fondo, la “normalità” a cui eravamo abituati, e che la pandemia ha improvvisamente scardinato, non fosse già segnata da questa rassegnazione. In altri termini, se, a prescindere dal coronavirus, gli uomini e le donne del progredito Occidente non si trovassero già da tempo nella condizione di sopravvivere, piuttosto che di vivere.

«L’uomo a una dimensione»

Ritorna alla mente un libro che fu quasi un manifesto per i movimenti studenteschi del Sessantotto, «L’uomo a una dimensione», di Herbert Marcuse. Vi si denunciava l’appiattimento delle persone sull’esistente – e la loro conseguente incapacità di immaginare alternative radicali ad esso – determinati da un sistema neocapitalistico che il progresso tecnologico ha reso sempre più capace di controllare le coscienze e di orientare le scelte, nascondendo questo sostanziale asservimento degli individui dietro un’apparente libertà.

Sappiamo tutti delle intemperanze di questa stagione, del suo fallimento, del “riflusso” che esso, per contraccolpo, determinò. Eppure non ci si può non chiedere se il libro di Marcuse, oggi totalmente dimenticato, non contenesse un’anima di verità, forse troppo inquietante per non essere rimossa dalla coscienza collettiva.

Davvero sono morte tutte le ideologie?

Qualcuno obietterà che quello era ancora il tempo delle ideologie e che esse sono morte per sempre. Ma siamo così sicuri che il nostro attuale modo di pensare e di vivere – fondato sul primato assoluto dell’individuo e dei suoi diritti, sulla logica del possesso, sulla corsa alla soddisfazione di bisogni creati in buona parte dalla pubblicità – non sia ideologico?

Immaginiamo, per un momento, che tutte le ideologie siano state sconfitte da una tra loro, la più potente, e che questa sia stata e continui ad essere così potente da far credere di non essere un’ideologia, ma semplicemente la verità delle cose, il loro inevitabile corso, a cui sarebbe vano opporsi.

E se questo clima culturale ci soffocasse?

Immaginiamo – sempre per ipotesi – che le certezze di cui sopra si diceva e che oggi sono dominanti tra gli intellettuali, siano “di destra” o “di sinistra” – tanto che chi osa metterle in dubbio appare come un reazionario oscurantista, da commiserare –, non siano così indiscutibili come (quasi) tutti credono, ma si reggano su un conformismo di massa che esonera dalle domande.

Immaginiamo che crescere nel clima di questo individualismo narcisistico e possessivo, che rende i rapporti umani, anche i più significativi (penso al matrimonio) inevitabilmente provvisori, che sostituisce la ricerca sempre insoddisfatta del benessere a quella della felicità (perché benessere e felicità non sono la stessa cosa!), che impedisce di cooperare insieme in vista di un bene comune anteposto agli interessi dei singoli, spenga l’aspirazione a dare alla propria vita un senso più pieno, la capacità di desiderare e di sperare qualcosa di più grande che l’appagamento immediato.

Immaginiamo – solo per un momento – che questa sia la “normalità” a cui ci eravamo abituati prima del coronavirus. Non sarebbe quello che chiamavamo “sopravvivere” e che contrapponevamo a un più pienamente umano “vivere?

«L’attimo fuggente»

Se tutto questo fosse vero, se non si trattasse solo di ipotesi immaginarie, si capirebbe perché in questo tempo – a differenza che nelle epoche precedenti – i sogni più audaci dei giovani non vadano oltre le tappe della loro realizzazione individuale, sul modello di quel film, bello quanto fuorviante, che è «L’attimo fuggente», non erano mai nemmeno menzionati i poveri, le ingiustizie sociali, la discriminazione razziale, perché ciò che contava era «succhiare il midollo della vita», ognuno per conto suo. In passato i ragazzi avevano degli ideali – anche sbagliati – per cui vivere e morire. Ogni è difficile trovarne uno che sia disposto a donarsi a una causa più grande di lui e del suo successo nella vita.

Auguri di Capodanno

Dobbiamo sperare, certamente, che il nuovo anno ci porti, col vaccino, la vittoria sul coronavirus. Ma questo ci basterebbe solo per tornare a sopravvivere, come facevamo prima. Forse non è troppo che coltiviamo una speranza più grande e più ambiziosa. E che, in questo capodanno, ci auguriamo di riscoprire, nel 2021, orizzonti più vasti, che ci permettano di assaporare di nuovo, sfidando il conformismo, la pienezza della vita.

www.tuttavia.eu

 

 

martedì 15 settembre 2020

SCUOLA, VIRUS E BAMBINI

 Scuola, il maestro:
 «Così il Covid ha cambiato
 la percezione della morte 
nei bambini»

  •  di Walter Veltroni 

Franco Lorenzoni si è guadagnato negli anni, sul campo, la stima e l’attenzione del mondo della scuola italiano. La sua esperienza di laboratorio con i bambini di Amelia e quella trentennale dell’insegnamento a Giove, in Umbria, hanno a che fare con la migliore tradizione pedagogica del nostro Paese. Ha recentemente scritto un libro, pubblicato da Sellerio, dal titolo «I bambini ci guardano. Una esperienza educativa controvento».

Immagina di non essere in pensione ma in classe e di vedere arrivare lunedì, con le mascherine, i tuoi bambini. Cosa dici loro?

«Cercherei di curare con grande attenzione l’accoglienza, come stanno progettando di fare migliaia di insegnanti. E non parlerei di ciò che è accaduto in modo esplicito e diretto perché non funziona. Cercherei piano piano di far emergere impressioni e ricordi di quello che si è vissuto. C’è stato un grande sconvolgimento nella vita quotidiana di bambini e adolescenti, che ha generato emozioni inedite e nuove idee. È molto importante raccoglierle, trascriverle, e poi confrontarle e farne territorio di conoscenza. Il rischio è che rimangano sepolte nella memoria di ciascuno e non si abbia la possibilità collettiva di elaborarle e dunque non se ne traggano le conseguenze culturali, che possono essere molto importanti. Il tempo della “non scuola” è stata per tutti un’esperienza profonda. Bisogna parlarne, per razionalizzare e condividere».

Hai paura che il silenzio nasconda?

«Si può partire da un disegno, da un sogno, da un testo. Dialogando molto emergono spesso spunti portati dai bambini ed è sempre interessante quando le cose arrivano in modo indiretto. C’è una bella immagine evocata da Calvino nella “lezione americana” sulla leggerezza, quando parla dello sguardo di Perseo. L’eroe scruta il mondo attraverso il suo scudo e questo modo indiretto gli permette di guardare negli occhi Medusa, senza esserne pietrificato. A questo serve la cultura e dunque la scuola, a guardare la realtà —anche quando ci ferisce come il virus — senza restare pietrificati».

Cosa è stato il lockdown per i bambini?

«Ci sono bambini che hanno goduto inizialmente di una specie di curioso carnevale, in cui molte cose erano rovesciate, e altri che hanno sofferto moltissimo. Sono aumentate in modo esponenziale le discriminazioni e oltre un milione di bambini e ragazzi sono rimasti isolati, completamente disconnessi. Quando si abita in tanti in spazi ridotti o in famiglia regna la tensione o la sopraffazione, restare chiusi in casa diventa un incubo. Le infanzie sono vissute in modi completamente diversi. A tutti è mancata molto la presenza dei compagni, l’incontro quotidiano, il vivere in una piccola comunità. Non dimentichiamo mai che la metà dei bambini sono figli unici e stare intere giornate circondati da adulti spesso non è una esperienza tanto allegra».

In questa crisi è cambiata la percezione della morte nei ragazzi?

«I bambini parlano spesso della morte. È molto presente in loro il tema della scomparsa, dell’assenza, di cosa accade quando si muore. Credo che in questa occasione abbiano piuttosto vissuto con trepidazione la paura del mondo adulto che hanno visto, taluni per la prima volta, più inquieto e con meno certezze. Seguire ogni sera i numeri quotidiani della pandemia e incontrare la grande incertezza dei genitori sul da farsi è certo entrato nell’immaginario infantile. Ci vorrà tempo per scoprire cosa ha provocato. Anche a questo serve la scuola e credo che incontrare adulti incerti, che si pongano domande, sia un bene. Se saremo in grado di non riempire subito con facili certezze il grande smarrimento provocato dalla pandemia, sarà per tutti una buona scuola di umiltà e di umanità. E una straordinaria occasione per scoprire quanto sia importante porsi domande e amare scienza e conoscenza. Capire è importante, molto importante. La scienza è entrata nella nostra vita e tutti ci siamo resi conto di quanto sia decisivo fare esperimenti, studiare, cercare di capire. Quanto ci rassicuri poter far affidamento su buoni medici e infermieri ce ne accorgiamo quando abbiamo un nostro caro ammalato. In questo caso ce ne siamo accorti tutti insieme. Non dobbiamo farci sfuggire questo piccolo varco che si è aperto e dobbiamo esplorarlo anche con i bambini».

Temi che i bambini possano considerare l’altro da sé come un pericolo?

«Facciamo un passo indietro. Una delle esperienze più significative e positive che la scuola dell’infanzia ed elementare ha realizzato negli ultimi trent’anni è stata la capacità di integrare con i figli di famiglie straniere immigrate. È stata un’impresa enorme, realizzata spesso con sensibilità ed efficacia dalle maestre (parlo al femminile perché sono il 96%). La scuola primaria è stata il luogo pubblico più aperto all’incontro interculturale, uno straordinario laboratorio di convivenza tra diversi, tanto che molti insegnanti si sono spesi con convinzione per lo Ius soli e lo Ius culturae. Oggi il rischio concreto che un bambino avverta l’altro come portatore di malattia è da considerare con estrema attenzione».

È il momento più difficile della scuola italiana?

«Conosco insegnanti che non ci dormono la notte. Mantenere un metro di distanza dal tuo compagno e indossare la mascherina ogni volta che ti alzi non è facile. Pensiamo ai tanti bambini iperattivi o con disturbi del comportamento. Cosa facciamo, li puniamo? Penalizziamo la loro incapacità di stare fermi e seduti per ore? Allontanarli affidandoli a un insegnante di sostegno o a un operatore sarebbe una sconfitta per tutti perché darebbe luogo a nuove forme di apartheid educativo. E allora bisogna lavorare con duttilità sui contesti e immaginare soluzioni con grande creatività. Ci sono maestre che stanno progettando ricreazioni in luoghi aperti della città. Credo che, ovunque sia possibile, intorno alle scuole dovrebbero essere create isole pedonali abitabili da bambine e bambini. Siamo di fronte alla sfida educativa più difficile di sempre e si tratta di costruire insieme delle regole sensate per andare incontro al bisogno di sicurezza, che sicuramente è fondamentale perché riguarda tutti, ma anche condividere con i bambini le difficoltà e cercare insieme soluzioni. Senza una lunga e complessa costruzione di un sentire comune è difficile dare regole che siano rispettate. Dobbiamo tutti metterci in ricerca e non limitarci ad applicare protocolli, pur necessari. La parola chiave in questo momento è includere tutti. Sapendo riconoscere che ogni ragazzo è diverso, ognuno ha qualità originali, ognuno ha un background familiare che influenza il suo apprendere. Ogni bambino è un mondo, non un numero».

La scuola, abbandonata nel territorio, finisce con l’essere isolata?

«La scorsa primavera, quando le discriminazioni crescevano a dismisura e troppi bambini e ragazzi sono rimasti completamente isolati, sono sorte alleanze inedite tra insegnanti e operatori sociali attivi nel territorio per fornire device a chi non li aveva. Per affrontare le tante fragilità e disabilità, per contrastare il crescere della povertà educativa, è necessario costruire patti territoriali capaci di coordinare le scuole con i comuni, i municipi, le Asl e il variegato mondo del terzo settore. Promuovere e realizzare “comunità educanti” attorno alle scuole, come in tante realtà difficili si sta cominciando a fare, è necessario più che mai perché quello che si cerca a fatica di costruire nella scuola non venga disfatto dal territorio che le circonda. Nel deserto la scuola da sola non ce la fa. Ci sono quartieri urbani del sud in cui il 40% dei ragazzi smette di frequentare la scuola dell’obbligo. Possibile che questo inaudito spreco di intelligenze non venga messo all’ordine del giorno della vita pubblica? Moltiplicare i linguaggi è il modo migliore per cercare di includere tutti. Per questo le scuole devono essere aperte tutto il giorno e offrire la più vasta e ricca varietà di proposte educative e di incontro per ragazze e ragazzi. Sono anni che se ne parla, è il momento di farlo. A 50 anni dall’istituzione del tempo pieno non è tollerabile che riguardi solo un terzo degli studenti della scuola di base. Questo vuol dire che si fa meno scuola dove ce n’è più bisogno. La scuola pubblica deve restare al centro ed essere rafforzata, ma dobbiamo immaginare le più larghe collaborazioni e mille forme di intervento per contrastare la desertificazione culturale dei territori più a rischio, investendo molto di più e meglio».

Consigli da dare all’attuale ministro?

«Credo che la gestione di questa fase sia stata largamente inadeguata. Pochissimo si è fatto per mettere in comunicazione le esperienze più significative e renderle generative, tenendo vivo il confronto educativo. Dobbiamo facilitare al massimo lo scambio di pratiche sensate ed efficaci perché siamo in una fase di ricerca. Noi stiamo chiedendo ai nostri figli e nipoti un sacco di soldi. È a loro che stiamo chiedendo un prestito, non all’Europa. È sulle loro spalle che ricadrà un debito pubblico di proporzioni gigantesche. E allora abbiamo l’obbligo etico, prima ancora che politico, di risarcirli. E l’unico modo per risarcire le nuove generazioni sta nell’investire in istruzione, educazione, ricerca e formazione almeno il 20% del recovery fund. L’Italia è l’unico Paese in Europa che affrontò la crisi del 2008 tagliando fondi all’istruzione. Mentre tutti investivano di più, Tremonti tagliò 8 miliardi alla scuola di base».

In nessun luogo sociale come la scuola è giusto sperimentare una dimensione circolare invece che verticale?

«Calamandrei diceva: “Se lo Stato fosse un corpo, la scuola sarebbe l’organo ematopoietico”, cioè dove si forma il sangue. Questo luogo non può che essere partecipato e attivo. Un luogo in cui bambini e ragazzi siano protagonisti. E allora affrontare le difficoltà della sicurezza nella scuola può diventare una grande palestra di democrazia. Una reale educazione civica deve cogliere oggi questa sfida: scriviamo insieme le regole per proteggere la salute di tutti. Ma per poterla cogliere dobbiamo impegnarci assai ed essere consapevoli che la scuola è un luogo di creazione culturale e non di pura trasmissione di conoscenze. In questo momento la cultura di cui abbiamo maggior bisogno riguarda l’attenzione e la cura. Se ci pensi lo scorso anno scolastico iniziò il 27 settembre, con le grandi manifestazioni del movimento dei venerdì del futuro promosso da Greta Thunberg. Quelle manifestazioni dicevano una cosa chiara: capire e cambiare. Se tu non cambi vuol dire che non hai capito. Oggi quel capire e cambiare parte dalla costruzione di una cultura della cura. Cura delle relazioni reciproche, degli spazi che abitiamo, degli equilibri del pianeta. Se non ora, quando?».

La scuola resta ai margini delle scelte pubbliche...

«Mi fa un po’ rabbia che parlino di centralità di ricerca e istruzione solo Draghi o Visco. Mi piacerebbe fosse all’ordine del giorno di chi governa. Dovrebbe essere la priorità di un Paese che ha bisogno di profonde trasformazioni per crescere e aprirsi a una profonda conversione ecologica. È una vergogna che l’Italia sia penultima in Europa per numero di laureati: il 27,6% contro il 40,3% della media Ue. Questa mancanza di desiderio di istruzione deve interrogarci come insegnanti, perché se così tanti giovani non credono nella conoscenza come possibilità di sviluppo della loro personalità, qualche responsabilità credo che l’abbiamo anche noi. È importante rivendicare la centralità della nostra funzione, ma anche darci da fare».

L’Italia non è un Paese per giovani...

«Negli ultimi anni a scuola con i bambini ho lavorato molto sulla statistica. La cosa che più li colpiva era che al sud del Mediterraneo il 50% della popolazione fosse sotto i 24 anni e da noi invece meno del 20%. Una bambina un giorno ha detto: “Se al nord sono vecchi e ricchi e al sud giovani e poveri, cosa succederà?”. Un’altra una volta ha fatto una scoperta sorprendente. Stavamo lavorando sull’emigrazione e lei si è ricordata di un quadro di Giotto su cui avevamo lavorato a lungo in prima elementare: la cacciata dei demoni da Arezzo. Davanti a san Francesco c’è la città di Arezzo con due porte, dalle quali si affacciano un povero e un ricco. In mezzo c’è un abisso, la terra è spaccata. Da quel crepaccio si levano demoni che volteggiano in cielo. Questa bambina, in terza elementare, ha esclamato: “Allora il mar Mediterraneo è la spaccatura di Giotto”. Ecco, questa capacità di fare associazioni e domandarci cosa accade con la ricchezza di suggestioni che provengono da un affresco del 1300 mi ha confermato che questa è la cultura di cui abbiamo bisogno. Osservare un quadro, leggere un racconto o ragionare su una tabella di dati può aiutare a capire cosa succede oggi, quando lo colleghiamo alla nostra vita. Quando accade, bambine e bambini si emozionano, scoprono la gioia della conoscenza, che può essere ricerca attiva, scoperte da condividere, scambio. Mi fa disperare la scuola che rende tutto uguale: fai geografia, musica o scienze e tutto è sempre uguale, leggere o ascoltare, mandare a mente, ripetere in una interrogazione o verifica. Se non si dà voce alle diverse opinioni di chi impara perdiamo la radice più feconda della motivazione allo studio che è sforzo, fatica, ma anche gioia della scoperta di connessioni inattese».

Bisogna inventare un nuovo modello, sperimentare...

«Questo sarà l’anno degli occhi, perché ci dovremo guardare tantissimo. Sono convinto che sarà utile mettersi spesso le mascherine per avere la libertà di disporsi in cerchio, discutere, cercare insieme. Mettiamo le mascherine e facciamo in modo di lavorare scambiando pensieri tra i bambini e non solo guardando verso la cattedra. Immaginare di tenere quattro o sei ore i bambini seduti e distanziati è assurdo. E poi usciamo e cerchiamo e proviamo a utilizzare tutti gli spazi possibili e immaginabili nella città. Sempre Calamandrei definiva la scuola come “incubatrice di vocazioni”. È una espressione che mi piace molto: l’incubatrice è una macchina costruita per far fronte alle difficoltà della natura e superarle. La scuola deve essere proprio questo: sono tanti i bambini che soffrono, un milione di bambini vivono in condizioni di povertà assoluta. E allora le scuole dovrebbero farsi incubatrici, per limare le differenze e fornire opportunità. Sono lo spirito e la lettera della nostra Costituzione».

Se dovessi dire il momento più bello vissuto da educatore e quello da alunno, quali sceglieresti?
«Come studente certamente l’incontro con Emma Castelnuovo alle medie. Ci faceva creare la matematica, ci faceva gioire nel capire. Quando la scuola è questo, è un luogo di sogno. I momenti più felici da insegnante sono quelli in cui ho imparato di più ascoltando i miei alunni. Un giorno una bambina, dopo un lungo lavoro su Gandhi e la nonviolenza, ha detto: “Ho capito... Gandhi non dava ragione a uno, ma a due”. Una sintesi geniale del pensiero nonviolento. Ne abbiamo parlato a lungo. Che voleva dire? Si era resa conto che la ragione di uno non è mai assoluta».

Hai scelto di portare il tuo desiderio di cambiare il mondo e combattere le discriminazioni nel piccolo, con i piccoli. Per il Talmud salvare una persona significa salvare il mondo intero...

«Nel Talmud mi hanno raccontato che non viene mai pronunciata la parola maestro, sostituita dalla bellissima espressione di “scolaro saggio”. Solo chi riesce a rimanere scolaro tutta la vita può provare a far bene il mestiere di maestro».

 

Da  CORRIERE DELLA SERA



 

 

martedì 1 settembre 2020

PARLARE SOTTOVOCE OSTACOLA LA DIFFUSIONE DEL VIRUS


Scuola, il Cts:

 «Urlare in classe aumenta il rischio contagio,

Urlare in classe moltiplica il rischio di contagio da coronavirus. 
Quella che era una buona norma di educazione per studenti e docenti sarà quasi un obbligo dal 14 settembre, quando milioni di ragazzi e ragazze torneranno tra i banchi, visto che chi alza la voce aumenta esponenzialmente il rischio di contagiare chi gli sta intorno. 
A dirlo è Kyriakoula Petropulacos, componente del comitato tecnico scientifico per l’emergenza Covid, il Cts, e direttrice della sanità in Emilia-Romagna.
«Urlare aumenta lo spargimento di goccioline che, se infette, hanno la capacità di contagiare» spiega l'esperta in un'intervista al Corriere della Sera. 
Meglio evitare anche le lezioni di canto durante le ore di musica: «Meglio  soprassedere – afferma – a meno di non essere dovutamente distanziati. È difficile pensare che tutti in una classe si ricordino che è saggio non alzare la voce o restare in silenzio ma se lo facesse la maggioranza sarebbe sufficiente”. 
Nel mezzo delle tante criticità che il mondo della scuola sta affrontando a pochi giorni dalla riapertura, quello di dover gestire anche le urla di studenti indisciplinati o di insegnanti poco carismatici, è l'ennesima difficoltà da gestire: «Sarà molto importante la sensibilizzazione degli studenti - continua Petropulacos -. Ci vorrà  attenzione nell’evitare comportamenti finora considerati innocui, tipici degli alunni specie durante la ricreazione, e che oggi  potrebbero essere un rischio».


sabato 29 agosto 2020

SICUREZZA A SCUOLA

EFFICIENZA CIOÈ FIDUCIA


di ROBERTO CARNERO

Del fatto che le scuole debbano riaprire a settembre, i primi a essere convinti sono gli insegnanti. E da insegnante da sempre iscritto a un sindacato – la Cisl –, ho provato un un certo stupore nel sentire la ministra dell’Istruzione Luciana Azzolina denunciare nei sindacati, dunque nella rappresentanza ufficiale degli insegnanti, una volontà di «sabotaggio» della riapertura. Mi sembra, anzi, che sia proprio il contrario: come testimoniava, su queste stesse colonne il 20 agosto, l’appassionato intervento di Annamaria Furlan, che della Cisl è segretaria generale, al sindacato sta a cuore una vera, efficace ripartenza. Che sin dall’inizio della pandemia il corpo docente abbia mostrato senso di responsabilità e, direi, generosità è sotto gli occhi di tutti. La didattica a distanza nei mesi del lockdown non era un 'obbligo di servizio' (non essendo prevista da alcuna norma contrattuale), ma quasi nessuno si è sottratto. Più che un ragionamento burocratico (qualcuno potrebbe dire 'sindacale') sui diritti e sui doveri, è prevalso il senso civico, la volontà di non interrompere un servizio pubblico essenziale come l’istruzione, nella consapevolezza della sua importanza sul piano sociale, educativo, psicologico per i ragazzi. Anche gli insegnanti meno esperti nelle nuove tecnologie si sono attrezzati molto in fretta, mettendosi alla prova in un’esperienza inedita. E, entrando virtualmente per la prima volta nelle case dei loro alunni, sono stati visti all’opera dai genitori, nonni e parenti di questi ultimi. Così le famiglie hanno potuto apprezzare da vicino, come non era mai capitato prima, il lavoro degli insegnanti.
Tuttavia, credo che in pochi ritengano davvero che la didattica a distanza possa essere la nuova frontiera dell’insegnamento. Abbiamo provato tutti la mancanza del contatto diretto e di quanto di insostituibile in esso c’è. Per questo è importante tornare fisicamente a scuola. Ma come? I sindacati mettono in luce una questione che non può essere elusa: la sicurezza. Non solo quella – mi si passi il termine – della 'utenza' (cioè degli studenti), ma anche quella del 'personale' (chi a scuola lavora: docenti, collaboratori scolastici, amministrativi).
L’avvio nei giorni scorsi dei test sierologici per il personale scolastico è un primo, importante punto di partenza. Ma il discorso non può fermarsi qui. Sappiamo che l’età media dei docenti italiani – che si aggira attorno ai 50 anni – è tra le più alte dei Paesi europei. E sappiamo anche che con l’aumentare dell’età aumenta il rischio di un decorso severo della sindrome da Covid-19. Il primo problema è quello degli spazi. Anche ammesso che si riescano a distanziare gli studenti di un metro l’uno dall’altro, in edifici vetusti quali sono la maggior parte dei plessi scolastici italiani manca qualsiasi impianto di ricambio dell’aria. In un’aula in cui non c’è ricambio d’aria (salvo lasciando aperte le finestre, cosa che si può fare però finché le temperature esterne lo consentono), «il distanziamento di un metro non serve a nulla»: così, con efficace chiarezza, il professor Andrea Crisanti, il virologo dell’Università di Padova che in questi mesi abbiamo imparato a conoscere come uno degli esperti più autorevoli.
Perciò, con le finestre chiuse, l’uso della mascherina (che tante polemiche sta suscitando nei partiti d’opposizione) sembra davvero il minimo. Proprio per l’impossibilità di reperire, nonostante gli sforzi, spazi adeguati, in molte scuole verrà proposta una forma di didattica mista: in parte in presenza, in parte a distanza. Ebbene, laddove si dovesse fare lezione a distanza, dovrebbe essere consentito ai docenti di attivare i collegamenti dalle proprie abitazioni, così evitando loro i rischi connessi agli spostamenti con i mezzi pubblici, che anche in virtù della ripresa della scuola saranno più affollati.
Invece alcuni dirigenti premono affinché queste lezioni si svolgano da scuola, con nessuna altra ragione se non quella di mettere in atto una forma di 'controllo a vista' dei dipendenti, che tradisce una concezione vecchia e obsoleta del ruolo dirigenziale. Inoltre, sempre a garanzia della salute del personale, questa forma di smart working andrebbe valorizzata per le cosiddette «attività funzionali all’insegnamento» (collegi docenti, consigli di classe ecc.), attraverso riunioni telematiche che possono agevolmente sostituire quelle in presenza. È quanto avviene, per impegni analoghi, negli altri comparti della Pubblica Amministrazione e in molte aziende del settore privato: non si comprende perché ciò non possa avvenire per la scuola. Efficienza vuol dire anche fiducia in chi dà anima alla scuola. Che il sindacato si preoccupi di questo tipo di questioni, allo scopo di proteggere la salute dei lavoratori, non sembra affatto scandaloso. È anzi doveroso: è proprio il 'minimo sindacale'.
Roberto Carnero




martedì 25 agosto 2020

RITORNO A SCUOLA. CHE COSA FARE? LE INDICAZIONI MINISTERIALI


Monitorati a casa, isolati nelle classi Così sarà la scuola degli alunni positivi




 di PAOLO FERRARIO



Che cosa succede se un alunno presenta i sintomi del Covid in classe? Come devono comportarsi professori e compagni? Che cosa deve fare la scuola? E i genitori? Quando potrà rientrare? La scuola viene chiusa? A queste domande rispondono le “Indicazioni operative per la gestione di casi e focolai di Sars- Cov-2 nelle scuole e nei servizi educativi dell’infanzia”, realizzato dal gruppo di lavoro dell’Istituto superiore di sanità, ministero della Salute e dell’Istruzione, Inail, Fondazione Bruno Kessler, Regione Emilia-Romagna e Regione Veneto.
«In una prospettiva di possibile circolazione del virus a settembre e nei prossimi mesi – sottolinea il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, presentando il documento, diffuso ieri – è stato necessario sviluppare una strategia nazionale di risposta a eventuali casi sospetti e confermati in ambito scolastico o che abbiano ripercussioni su di esso, per affrontare le riaperture con la massima sicurezza possibile e con piani definiti per garantire la continuità».
Per la corretta applicazione delle indicazioni degli esperti, ogni scuola dovrà individuare un referente Covid-19, che sarà adeguatamente formato, tenere un registro dei contatti degli alunni della classe e richiedere la collaborazione attiva dei genitori. A loro, infatti, spetta misurare quotidianamente la temperatura dei figli, prima di uscire di casa. Se dovesse essere superiore a 37,5 gradi, l’alunno dovrà restare a casa e la famiglia dovrà immediatamente informare il pediatra o il medico di famiglia,
comunicando contestualmente alla scuola l’assenza per motivi di salute.
Se, invece, un alunno dovesse presentare i sintomi del coronavirus a scuola, sarà subito isolato in una stanza dedicata e sarà informato il referente Covid- 19. La scuola avviserà subito i genitori perché lo studente possa tornare a casa il prima possibile. Nel frattempo, sarà tenuto ad indossare la mascherina chirurgica. Quando avrà lasciato la scuola, il personale provvederà a pulire e disinfettare la stanza di isolamento, mentre i genitori dovranno contattare il medico di famiglia, che richiederà all’Asl l’effettuazione del tampone.
In caso di positività, lo studente dovrà restare in quarantena e potrà rientrare a scuola dopo aver effettuato due tamponi, a distanza di 24 ore l’uno dall’altro, entrambi negativi. Sarà poi di competenza del Dipartimento di prevenzione dell’Asl, valutare se prescrivere la quarantena a tutti gli studenti della stessa classe, così come ai docenti e a chiunque abbia avuto un contatto stretto con la persona malata. «La chiusura di una scuola o parte della stessa – si legge nel documento – dovrà essere valutata dal Dipartimento di prevenzione in base al numero di casi confermati e di eventuali cluster e del livello di circolazione del virus all’interno della comunità. Un singolo caso confermato in una scuola non dovrebbe determinarne la chiusura soprattutto se la trasmissione nella comunità non è elevata ». Sostanzialmente le stesse precauzioni sono da osservare nel caso di un operatore scolastico che presentasse i sintomi del coronavirus a scuola. Il lavoratore sarà invitato a tornare immediatamente a casa e a consultare il medico di famiglia, che attiverà
la procedura per l’effettuazione del test diagnostico. Se, invece, il lavoratore dovesse manifestare i sintomi a casa, comunicherà l’assenza per motivi di salute, contattando il medico. Discorso a parte meritano gli asili nido e le scuole materne, strutture educative che presentano peculiarità che non rendono possibile l’applicazione di alcune misure di prevenzione, come il mantenimento della distanza di almeno un metro tra gli alunni e l’uso di mascherine. Per questa ragione, gli esperti dell’Iss raccomandano di organizzare i bambini in piccoli gruppi stabili, sempre con le stesse insegnanti.










sabato 22 agosto 2020

RIAPRIRE LE SCUOLE.. PERCHE?


L’urgenza della riapertura 

delle scuole



I problemi relativi alla riapertura delle scuole occupano, giustamente, un posto di primo piano nel dibattito sulla ripresa autunnale, pur nella prospettiva di dover comunque convivere ancora a lungo con il coronavirus. Siamo tutti consapevoli che non è possibile prolungare nel prossimo anno scolastico l’istruzione a distanza, che da un lato ha fatto emergere drammaticamente le disuguaglianze sociali, tagliando fuori gli alunni delle famiglie meno attrezzate per sostenerla, dall’altro è risultata riduttiva anche per le fasce privilegiate, impoverendo in modo decisivo la dimensione relazionale che è connaturale all’impresa educativa.
Incertezze e fragilità del governo
Non si possono non constatare le incertezze che hanno caratterizzato la linea del governo e dello stesso comitato tecnico scientifico – su tutto, ma  in particolare su questo tema –, nonché la fragilità della ministra in carica, apparsa a molti priva della saggezza e dell’autorevolezza necessarie in simili frangenti. Soprattutto inaccettabile è stato il tentativo di scaricare sui dirigenti scolastici le responsabilità e i rischi della riapertura, rimandandoli a una normativa vaga e confusa, ma soprattutto esponendoli a una valanga di proteste e di azioni giudiziarie da parte di genitori scontenti.
Che cosa significa essere “positivi”
Neppure sembra accettabile, però, l’atteggiamento dell’opposizione, ossessivamente concentrata sulla denunzia delle precauzioni suggerite dal governo, accusato di agitare lo spettro del contagio solo per limitare le libertà degli italiani. Vengono continuamente ripetute le affermazioni del prof. Zangrillo, direttore della terapia intensiva dell’ospedale San Raffaele di Milano, il quale, davanti ai dati non del tutto rassicuranti della curva dei “positivi”, ha tenuto a sottolineare che «essere positivi non significa essere malati» e che non dirlo vuol dire alimentare un allarmismo pernicioso.
Osservazione ineccepibile, che però andrebbe completata dicendo anche ciò che essere positivi significa (forse per limiti di spazio, non ho mai trovato nelle interviste a Zangrillo questa seconda parte). Perché non è per capriccio che gli esperti continuano a lanciare segnali di allarme, di fronte alle forme plateali di imprudenza di larga parte della popolazione. Così come non è arbitraria la decisione del governo e delle regioni di chiudere le discoteche e di stabilire misure restrittive per la movida.
Il punto è che, se i giovani molto raramente diventano “malati”, se vengono contagiati diventano portatori del virus e possono trasmetterlo agli anziani. L’aumento del numero di persone “positive”, anche se asintomatiche (dunque non “malate”), costituisce perciò una bomba a orologeria che, superando certi livelli renderebbe di nuovo critica la situazione (come lo è in altri Paesi, che si illudevano di avere superato la fase acuta).
Un’opposizione poco convincente
Per questo i problemi collegati alla ripresa dell’anno scolastico non possono essere affrontati con la superficiale disinvoltura di chi irride alle precauzioni su cui si discute. Salvini ha accusato il governo di voler «trasformare le scuole in lager». Ma chi ha un briciolo di informazione sa che la linea da lui caldeggiata nel corso di questa crisi ha dato sempre risultati disastrosi in tutti i Paesi che l’hanno seguita, costringendoli, nella maggior parte dei casi, ad adeguarsi al metodo “italiano”. Per quanto incerta e confusa, la strategia del governo di Conte finora si è rivelata meno disastrosa e sarebbe pericoloso abbandonarla quando si tratta delle scuole.
Ma basta il discorso sulle misure tecniche?
In questo dibattito, tuttavia, manca ogni accenno a ciò che di nuovo il coronavirus ha sicuramente portato nella nostra esperienza umana e che non può non trovare un riscontro nella vita della scuola. Tutto si svolge come se il solo problema fosse quello di garantire tecnicamente il ritorno in classe, riproponendo così esattamente ciò che vi si faceva prima della pandemia. Le mascherine, i sanificanti, i banchi singoli, magari anche a rotelle, sembrano essere le uniche garanzie perché il nostro sistema di formazione culturale dei giovani possa tornare a funzionare al meglio, intendendo con questo il tornare a funzionare come prima del coronavirus.
Forse la crisi del coronavirus ha qualcosa da dire alla scuola
Ma è così sicuro che la scuola che il lockdown ha messo in crisi funzionasse e che si tratti solo di ripristinarla? I docenti riprenderanno le lezioni dove le avevano interrotte, facendo finta di niente? Non c’è qualcosa che, da tutto quanto è accaduto, dovremmo imparare, cercandone i segni nella storia recente, non solo del nostro Paese, ma dell’intero pianeta? La scoperta drammatica dei rischi mortali che il nostro rapporto predatorio con la natura implica, della precarietà dei nostri sistemi economici, delle ingiustizie insite nei nostri equilibri sociali, non dovrebbe imprimere una spinta irresistibile al muro che fino ad oggi ancora separa la scuola italiana dalla vita reale, facendone un mondo di carta, dove i libri spesso sostituiscono la realtà invece di aprire ad essa?
Il concetto di cultura rimesso in discussione
È in gioco il concetto steso di cultura, che spesso nelle nostre aule è stato interpretato come mero “sapere”, trascurandone la dimensione più profondamente educativa, che può nascere solo da un confronto continuo della grande tradizione culturale, che la scuola ha il compito di trasmettere, con i problemi esistenziali dei singoli e delle comunità. Forse è stata questa autoreferenzialità a rendere la nostra scuola sempre più insignificante nella vita sociale e a svalutare la stessa cultura, favorendo il trionfo di una reazione diffusa quanto irrazionale nei confronti degli intellettuali e dei competenti
«Riaprire» la scuola italiana dovrebbe significare in realtà molto di più che rendere di nuovo agibili le scuole. Il coronavirus ha dato una spallata al nostro sistema di vita, e questa spallata forse può travolgere anche i vecchi schemi de nostro sistema scolastico, costringendolo a pensare in modo diverso il rapporto con la tecnica (per integrarla nei rapporti umani, non per sostituirli), a relativizzare i rigidi confini architettonici e burocratici delle classi, a ristabilire le relazioni con le famiglie (da sempre rimaste ai margini).
Gli insegnanti si riscoprano intellettuali
Questo sì, è compito in primo luogo dei dirigenti e degli insegnanti. Solo che per assolverlo, devono anche loro ripensare il proprio ruolo di intellettuali e decidere una buona volta se tornare ad essere – come spesso sono –, dei semplici esecutori di direttive ministeriali, stanchi custodi di una routine alla fine noiosa per loro e per i loro alunni, oppure cogliere il clima di novità e di rinnovamento creato dalla pandemia per recuperare la loro identità di intellettuali, in una scuola “diversa”. Scegliendo di essere quello che degli intellettuali dovrebbero sempre essere, creativi mediatori tra le idee e la vita, testimoni di una incessante ricerca di senso, critici intelligenti dell’esistente e costruttori instancabili di prospettive di speranza.
Di questo i nostri giovani hanno sempre avuto e hanno bisogno. Il coronavirus, sparigliando le carte, non ha fatto che evidenziare questo bisogno, rendendo più urgente la necessità di rielaborare la figura dell’intellettuale in generale, e quella dell’insegnante in particolare.
Il compito del governo
Il governo ha in tutto questo un compito strumentale, ma fondamentale. Che non è solo quello di permettere la riapertura delle scuole in condizioni di sicurezza, ma anche di utilizzare una parte consistente dei soldi del Recovery Fund per favorire questo rinnovamento della scuola e dell’atteggiamento di fondo del corpo docente. L’appello di Draghi a non investire tutte le risorse a nostra disposizione in bonus tappa-buchi e a puntare, piuttosto, sul futuro che dobbiamo assicurare ai nostri giovani, può trovare proprio qui una risposta significativa.
Da troppo tempo il nostro sistema scolastico è governato secondo logiche grettamente sindacali, che lo hanno trasformato in un ammortizzatore sociale, misconoscendone la valenza e la finalità culturale. Bisogna riaprire la scuola ai giovani entusiasti che desiderano insegnare, mettendo alla prova la loro preparazione e non solo gli anni di servizio. Bisogna aumentare  gli stipendi e garantire una carriera, rendendo più appetibile questo lavoro per le persone di valore. Bisogna ridurre il peso sempre più soffocante degli adempimenti burocratici. Bisogna favorire ad ogni livello la creatività, premiandola anche economicamente.
E forse, dopo una lunga eclissi, la società imparerà a riconoscere nuovamente in una scuola così rinnovata la risorsa fondamentale per la propria crescita umana e civile.

*Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.
Scrittore ed Editorialista.


venerdì 21 agosto 2020

IL TEST VIRUS per IL PERSONALE SCOLASTICO


Si trasmette la comunicazione del Commissario straordinario per l’emergenza Covd-19, Domenico Arcuri, in merito ai test sierologici per il personale dirigente, docente e non docente in servizio presso tutte le istituzioni scolastiche del Sistema nazionale di Istruzione.

Carissimo/a,
nei mesi trascorsi lontano dai banchi abbiamo imparato una lezione molto importante:
con la collaborazione di tutti possiamo superare anche le prove più difficili. 
La scuola, grazie al tuo prezioso lavoro, non si è mai fermata, garantendo la massima vicinanza alle studentesse e agli studenti. Finalmente è arrivato il momento di rientrare in classe.
Per prepararci al meglio a questo importante passaggio, chiediamo la tua collaborazione, indispensabile per garantire una ripartenza in sicurezza.
Ti proponiamo di sottoporti a un semplice test sierologico, gratuito e indolore, presso il tuo medico di base. Bastano pochi minuti e la tua tessera sanitaria.
Se l’esito sarà negativo, avrai il via libera per recarti al lavoro in sicurezza. Se sarà positivo, il tuo medico, nel totale rispetto della privacy, ti inviterà a fare un successivo test molecolare. 
I giorni in cui non sarai a scuola, in attesa dell’esito, saranno considerati assenze giustificate.
Si tratta di un gesto semplice, che però vale tanto, per la sicurezza di tutti.
Siamo abituati a fare grandi cose, tutti insieme. A scuola e per la scuola. Quest’anno possiamo iniziare ancora prima di entrare in classe. Grazie per il tuo aiuto!

Il Commissario straordinario per l’emergenza Covd-19
Dott. Domenico Arcuri


sabato 1 agosto 2020

DIFFUSIONE VIRUS. ATTENZIONE A NON SCARICARE TUTTA LA RESPONSABILITA' SUGLI IMMIGRATI

GLI IMMIGRATI NON POSSONO ESSERE IL CAPRO ESPIATORIO !

Galli a SkyTg24: “Virus arriva sui barconi? Contrapporsi su questo è da irresponsabili, più infezioni in casa che da fuori”
di F. Q. 31 Luglio 2020

“Il virus arriva sui barconi? Mi sento di fare un appello da cittadino, più che da scienziato: contrapporsi e litigare su questo non è da politici responsabili. Viviamo in un mondo globalizzato: l’infezione può arrivare da qualunque parte del mondo“.
A dirlo, intervistato a SkyTg24, il primario infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli. Prima di lui, in studio, una esponente di Forza Italia, in linea con le idee dei partiti di centrodestra (in testa Lega con Matteo Salvini e Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni), aveva puntato sul rischio sanitario derivante dagli sbarchi sulle nostre coste di migranti. “Abbiamo più infezioni tra gli italiani, in questo momento, che da fuori”, ha concluso Galli.