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domenica 16 agosto 2026

STELLA NELLA COSTELLAZIONE

 


«L’educazione 

come missione: 

collaborazione e 

scambio di esperienze 

tra i  membri»

L'intervento del cardinale José Tolentino de Mendonça al Convegno UMEC-WUCT di Oradea (Romania)


È con grande gioia che rivolgo il mio saluto a tutti i partecipanti a questo Incontro Internazionale dell’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici, dedicato al tema «L’educazione come missione: collaborazione e scambio di esperienze tra i Paesi membri». Vi ringrazio per il vostro impegno e per la vostra presenza, che testimonia la vitalità di una rete educativa diffusa in ogni angolo della terra. Questo incontro non è soltanto un’occasione di confronto professionale: è un atto di fede nella forza trasformatrice dell’educazione.

Il vostro convenire da Paesi e culture diverse ha un significato profondo. Non si tratta semplicemente di conoscersi meglio o di scambiarsi buone pratiche — per quanto ciò sia prezioso e necessario. Si tratta, piuttosto, di riscoprire insieme la radice comune della nostra missione educativa: quella vocazione che ci chiama a porre la persona umana al centro di ogni nostro sforzo, a custodirne la dignità, a coltivarne il pensiero e il cuore, a preparare il terreno perché ogni giovane vita possa fiorire nella pienezza della sua umanità.

 La costellazione degli educatori

Desidero proporvi un’immagine che mi sembra particolarmente adatta a descrivere il senso di questo incontro e, più in generale, la natura stessa dell’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici: l’immagine della costellazione. Papa Leone XIV, nella sua recente Lettera Apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, ha offerto questa immagine come chiave di lettura per comprendere il mondo educativo cattolico. Il Santo Padre ha scritto: «Parlo di “costellazione” perché il mondo educativo cattolico è una rete viva e plurale: scuole parrocchiali e collegi, università e istituti superiori, centri di formazione professionale, movimenti, piattaforme digitali, iniziative di service-learning e pastorali scolastiche, universitarie e culturali. Ogni “stella” ha una luminosità propria, ma tutte insieme disegnano una rotta».

Ecco, cari amici: voi siete stelle di questa costellazione. Ciascuno di voi, ciascuno dei Paesi qui rappresentati, porta una luce specifica — fatta di storia, di cultura, di tradizione pedagogica, di carismi particolari. Ma è soltanto quando queste luci si dispongono insieme, quando accettano di far parte di un disegno più grande, che diventa possibile tracciare una rotta. La costellazione non annulla le singole stelle: le esalta, dando loro un senso che trascende la loro luminosità isolata. Così l’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici non chiede a nessun Paese di rinunciare alla propria identità educativa, ma invita tutti a scoprire come quella identità acquisti nuova profondità e nuova forza nella relazione con gli altri.

Il Papa ci ricorda che «le costellazioni riflettono le proprie luci in un universo infinito. Come in un caleidoscopio i loro colori si intrecciano creando ulteriori variazioni cromatiche». L’incontro tra le diverse esperienze educative cattoliche non produce uniformità, ma genera variazioni nuove, intuizioni inedite, risposte creative ai problemi che ciascuno di noi affronta nel proprio contesto. Quando un insegnante del Camerun ascolta l’esperienza di un collega delle Filippine, o quando un educatore polacco dialoga con una maestra del Perù, accade qualcosa di misteriosamente fecondo: le luci si intrecciano, i colori si moltiplicano, e l’orizzonte si allarga.

 Collaborazione: un imperativo evangelico

La collaborazione tra i Paesi membri non è un’opzione strategica: è un imperativo che nasce dal Vangelo stesso. L’educazione cristiana, come ci ricorda il Concilio Vaticano II nella Gravissimum educationisè opera corale: nessuno educa da solo. Papa Leone XIV ha ripreso con forza questo principio: «L’educazione cristiana è opera corale: nessuno educa da solo. La comunità educante è un “noi” dove il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società civile convergono per generare vita». Se questo vale all’interno di ogni singola comunità educante, quanto più vale nella dimensione internazionale della nostra missione! Il “noi” dell’educazione cattolica non conosce confini nazionali: è un “noi” universale, cattolico nel senso più pieno del termine.

Lo scambio di esperienze tra i Paesi membri è la linfa vitale di questo “noi” allargato. Non si tratta di esportare modelli o di importare soluzioni preconfezionate. Si tratta, piuttosto, di praticare quella «inter- e trans-disciplinarietà esercitate come sapienza e creatività» che Papa Francesco ha indicato come metodo nella Costituzione Apostolica Veritatis gaudium e che Papa Leone XIV ha richiamato nella sua Lettera Apostolica. Ogni esperienza educativa, anche la più umile, ha qualcosa da insegnare; e ogni sfida, anche la più dura, diventa più affrontabile quando non la si porta da soli.

 Il Patto Educativo Globale: la nostra stella polare

In questa costellazione educativa, una stella brilla con particolare intensità: il Patto Educativo Globale. Papa Leone XIV lo ha definito con chiarezza la «stella polare» del cammino educativo della Chiesa. Il Santo Padre ha scritto: «Tra le stelle che orientano il cammino c’è il Patto Educativo Globale. Con gratitudine raccolgo questa eredità profetica affidataci da Papa Francesco. È un invito a fare alleanza e rete per educare alla fraternità universale». Questo Patto, lanciato profeticamente da Papa Francesco e accolto con nuova energia dal Pontefice regnante, rappresenta l’orizzonte entro il quale si colloca ogni nostro sforzo di collaborazione internazionale.

sette percorsi del Patto Educativo Globale — porre al centro la persona, ascoltare bambini e giovani, promuovere la dignità delle donne, riconoscere la famiglia come prima educatrice, aprirsi all’accoglienza, rinnovare l’economia e la politica, custodire la casa comune — non sono astrazioni programmatiche. Sono inviti concreti che ciascun Paese membro di questa Unione è chiamato a declinare nella propria realtà, con la propria sensibilità, secondo le proprie urgenze. Questo incontro può diventare il luogo in cui verificare insieme come ciascuno stia rispondendo a questi inviti, quali frutti stiano maturando, quali ostacoli si stiano incontrando, e come la solidarietà fraterna possa aiutare a superarli.

Alle sette vie del Patto, Papa Leone XIV ha aggiunto tre priorità che mi sembrano particolarmente significative per il vostro lavoro quotidiano di educatori. La prima riguarda la vita interiore dei giovani: essi chiedono profondità, e la scuola deve offrire spazi di silenzio, di discernimento, di dialogo con la coscienza. La seconda riguarda il digitale umano: siamo chiamati a formare all’uso sapiente delle tecnologie, ponendo la persona prima dell’algoritmo. La terza riguarda la pace: «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9) deve diventare, nelle parole del Santo Padre, «metodo e contenuto dell’apprendere».

 L'insegnante: stella nella costellazione

Al cuore di questa costellazione educativa c’è l’insegnante. Voi, cari educatori, siete le stelle senza le quali nessuna costellazione potrebbe comporsi. Papa Leone XIV ha ricordato che la formazione degli insegnanti — scientifica, pedagogica, culturale e spirituale — è decisiva. Non bastano aggiornamenti tecnici, ci avverte il Santo Padre: «occorre custodire un cuore che ascolta, uno sguardo che incoraggia, una intelligenza che discerne». Queste parole descrivono con precisione il profilo dell’insegnante cattoliconon un semplice trasmettitore di nozioni, ma un testimone, un accompagnatore, un artigiano dell’umano.

La vostra missione si svolge oggi in un contesto di straordinaria complessità. L’ambiente digitale trasforma i modi dell’apprendimento e della relazione; le disuguaglianze economiche e sociali segnano profondamente le possibilità educative; le guerre e le migrazioni creano emergenze che bussano alle porte delle nostre scuole. Eppure, proprio in questo contesto, il vostro lavoro acquista un valore incommensurabile. Come ci ricorda il Santo Padre, la rete educativa cattolica possiede una capillarità unica, raggiunge ogni continente con particolare presenza nelle aree a basso reddito, e rappresenta «una promessa concreta di mobilità educativa e di giustizia sociale».

L’educazione, ha scritto Papa Leone XIV citando la propria Esortazione Apostolica Dilexi te, «è una delle espressioni più alte della carità cristiana». Questo ci dice che ogni ora di lezione, ogni compito corretto, ogni parola di incoraggiamento rivolta a uno studente in difficoltà è un atto di carità. Non carità assistenziale, ma carità nel suo senso più pieno: amore che libera, che eleva, che restituisce dignità. E quando questa carità si fa collaborazione tra Paesi, quando si apre alla dimensione internazionale dello scambio e della solidarietà, allora diventa testimonianza profetica di quella fraternità universale che il Patto Educativo Globale ci chiede di costruire.

 Disegnare nuove mappe di speranza

Cari amici, torno all’immagine della costellazione per affidarvi un compito. Le costellazioni hanno sempre servito ai naviganti per orientarsi. In un mondo che spesso sembra aver perduto la direzione, la vostra costellazione — la costellazione degli insegnanti cattolici di tutto il mondo— deve continuare a indicare la rotta. Una rotta che punti verso la dignità di ogni persona, verso la fraternità tra i popoli, verso la custodia della casa comune, verso quella speranza che, come ci assicura l’Apostolo Paolo, «non delude» (Rm 5,5).

Che questo incontro sia per tutti voi un momento di grazia: un tempo per consolidare legami, per condividere fatiche e speranze, per riscoprire la bellezza della vostra vocazione educativa nella dimensione universale della Chiesa. Che l’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici cresca nella coesione e nella fraternità, diventando sempre più quel “noi” educativo di cui il mondo ha urgente bisogno.

Affido il vostro cammino alla Vergine Maria, Sedes Sapientiae, e a tutti i santi educatori. E a ciascuno di voi ripeto le parole dell’Apostolo che il Santo Padre ha posto a sigillo della sua Lettera Apostolica: «Dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola della vita» (Fil 2,15-16).

Vi accompagno con la preghiera e vi benedico di cuore.

Card. José Tolentino de Mendonça

Prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione

 

martedì 20 gennaio 2026

SIATE FECONDI !


 L'insegnante cristiano, 

testimone 

di fecondità e di vita.

 

-di Giovanni Perrone

 

Siate fecondi e moltiplicatevi!” Questo è il primo comandamento che Dio ha dato alle sue creature. Non significa semplicemente “ Abbiate figli !”. Ciò è molto importante, certo, per lo sviluppo dell’umanità, ma significa di più. È l’invito che Dio ci rivolge ogni giorno, l’invito a desiderare e a saper essere fecondi: la fecondità come modo di essere e di vivere.

È fecondità sostenere la vita, soprattutto quella più debole e svantaggiata, per garantire a tutti un vivere dignitoso, per una piena umanizzazione.

Questo  invito  deve coinvolgere e guidare ogni individuo, e ogni società, a fare del proprio meglio. La fertilità non si compra in farmacia, né può essere autoreferenziale, ma relazionale. È dono di sé agli altri e al mondo intero. È dono d'amore, non di violenza.

Per gli educatori, soprattutto cristiani, lo è ancora di più. È la fecondità che viene dallo Spirito, una fecondità spirituale, intellettuale, professionale e relazionale. È la fecondità della parola e dell'azione  ("cuore, mente e mano", diceva Papa Francesco)..

Papa Leone ci invita "disegnare nuovi cammini di speranza". Cosa significa ciò per noi? Che speranza c'è per le persone in guerra, per i bambini vittime della violenza e della fame, per i massacri di bambini e adulti a Gaza e altrove, per i ragazzi di strada, per coloro che sono privati dell'istruzione o che sono circuiti delle ideologie o degli stessi media?

L'educatore  sa identificare e comprendere i problemi e trovare buone soluzioni. Sa fare memoria, ma sa anche percorrere nuove strade e nuove strategie perché ogni alunno sia pienamente valorizzato e possa dare il meglio di se stesso.  E' questo il suo principale compito.

Perciò, la fecondità si manifesta attraverso intelligenza e generosità, creatività e responsabilità, competenza, impegno e coerenza, dinamismo e testimonianza. Così promuove l'amicizia, la competenza e la gioia di vivere e di avanzare verso il domani.

La fertilità è un invito a dire "Voglio impegnarmi! Sono responsabile! Nonostante tutto, mi piace essere entusiasta e costante nel mio cammino!"

Le istituzioni hanno la responsabilità di essere vivaci e feconde. Questo vale in particolare per le scuole, le associazioni, i progetti educativi e il servizio di ciascun insegnante e di ogni comunità.

 È vero: non è facile essere fecondi oggi. I frenetici ritmi di vita, le varie turbolenze e i diffusi inquinamenti (fisici e culturali) ce lo impediscono.  La stessa società occidentale  (che si crede progredita) sta perdendo la sua fertilità procreativa. Ricorriamo sempre più alla manipolazione e alle medicine senza comprendere che dobbiamo cambiare il nostro stile di vita. La fecondità della  carne e dello spirito non può essere geneticamente modificata, non può essere ravvivata con mezzi artificiali. Essa deve essere coltivata giorno dopo giorno attraverso uno stile di vita basato su relazioni efficaci con se stessi, con gli altri e con Dio. In tal senso la speranza diviene concretezza quotidiana.

È vero: talora si avverte stanchezza, confusione,  solitudine e la speranza si affievolisce. Molti chiedono aiuto, pochi lo danno.

Purtroppo, spesso è la logica della morte e dell'oppressione a essere favorita, e non quella della vita e della condivisione.

Non dobbiamo scoraggiarci, ma dobbiamo sostenerci a vicenda. Dio, fonte di fecondità, ci dà il suo sostegno e ci accompagna. Ci dona gratuitamente la forza della speranza e dell'impegno; ci dona il cuore, gli occhi e la mente (e anche le mani) per fare bene e per vedere lontano; ci aiuta a sviluppare la capacità di rispondere in modo appropriato alle sfide di ogni giorno; ci offre il coraggio del cambiamento e ci aiuta a trovare il modo migliore per vivere (e promuovere) i  valori che esaltano la dignità umana e la società odierna.

Ritengo che la grande sfida per l'educatore cristiano oggi (nelle scuole cattoliche, ma sempre più anche in quelle laiche, dove talora si trova solo) sia quella di saper essere testimone di fecondità e educatore alla fecondità e alla vita.

Solo l'educazione, infatti, può fornire la bussola per orientarsi nella confusione e nel pluralismo della società, per imparare a discernere il vero dal falso, il bene dal male, la bellezza dalla bruttezza, la codardia e l'ignavia dalla vivacità del vivere,  l'autoreferenzialità - che ci inganna e ci imprigiona- dal generoso servizio. «Siate vigilanti e pronti», dice Gesù. «Andate come pellegrini di speranza, artigiani del bene, in comunione con tutti, con e per gli altri». Impariamo, dunque,  ad offrirci in dono a tutti, con umiltà e generosità.

Contemplazione, riflessione, accoglienza e relazioni positive, discernimento, memoria, lungimiranza, dinamismo danno vita e fecondità al cammino concreto e favoriscono lo sviluppo di competenze utili, nella vita quotidiana, a noi stessi e agli altri.

La vita associativa arricchisce e aiuta a discernere e ad agire fecondamente. La fecondità, infatti, fa interagire memoria e futuro, non è una fuga verso il domani: valorizza le radici e le nuove fronde che garantiscono vitalità.  La fecondità della persona favorisce la fecondità della comunità in cui opera e vive.

In particolare, gli educatori sono chiamati a coltivare la fecondità della mente e dello spirito. Il diritto allo sviluppo spirituale deve essere riconosciuto più pienamente ai ragazzi che vengono loro affidati, e anche a loro stessi. La formazione continua è l'acqua e il nutrimento che rinnova e rinforza la fecondità. La riflessività, la cura e l'amore favoriscono una crescita rigogliosa e fruttuosa.

Purtroppo, sovente privilegiamo lo stile del potere e della conquista, dell'arroganza e dell'autoreferenzialità, piuttosto che quello del servizio e della promozione umana. In tal caso la fecondità si inaridisce a può spegnersi.

La trascendenza permette di guardare in alto, oltre l'orizzonte e alzare le ali. Non possiamo, infatti,  dimenticare che educare spiritualmente i ragazzi  significa dare loro dei punti di riferimento per aiutarli a vivere la loro vita in pienezza, cioè a voler e sapere essere sempre fecondi per sé stessi, per gli altri, per il mondo intero.

Perciò è necessario favorire la fecondità dell'intelletto e dello spirito; la stessa intelligenza artificiale deve concretizzarsi come intelligenza artigianale: l'arte di essere e di agire, di pensare e di servire. Ogni persona è, è infatti, un dono prezioso per gli altri.

Solo le persone e le istituzioni feconde andranno verso il futuro!

L'educazione, infatti, è un cammino, per le complesse e variegate vie del mondo.

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giovedì 11 settembre 2025

INSEGNANTE MARIONETTA?

 

L’insegnante ridotto a marionetta del sistema?

Oggi il senso della vocazione all’educare è offuscato da mille compiti stabiliti nel nome di performatività e misurabilità, come dice il concetto stesso di “credito” formativo Ma la voce di chi sta in cattedra non è ascoltata 

Un’ingiustizia che ne mina credibilità e dignità

Non più soggetti considerati capaci di contribuire al sapere, ma fonti di informazioni numeriche, grìglie di valutazione, indicatori di performance

 

-         di GIOVANNI  SCARAFILE

Come Marx ed Engels evocavano lo spettro del comunismo, oggi potremmo parlare di un altro fantasma che si aggira per le aule scolastiche europee: quello del Beruf, la vocazione-professione che un tempo costituiva l’essenza stessa dell’insegnare. Il termine tedesco, nella sua densità semantica che Weber ha magistralmente analizzato, indicava quella peculiare coincidenza tra chiamata interiore e funzione sociale, tra dedizione personale e servizio alla comunità. Oggi questa coincidenza appare sempre più remota, quasi archeologica. Le conseguenze sociali di questa perdita sono devastanti: quando l’insegnamento cessa di essere vissuto come vocazione per ridursi a mera prestazione, non è solo il docente a impoverirsi, ma l’intera comunità educativa. Per comprendere la situazione attuale della scuola, dobbiamo risalire a Frederick Winslow Taylor, l’ingegnere americano che nel 1911 pubblicò The Principles of Scientific Management, teorizzando la “gestione scientifica del lavoro”. Il taylorismo scomponeva ogni attività in unità minime, cronometrate e standardizzate, separando rigidamente chi pensava da chi eseguiva. Oggi assistiamo a un fenomeno analogo nelle aule: la frammentazione della funzione docente in compiti parcellizzati – compilatore di griglie, redattore di reportistica, esecutore di protocolli, verificatore di indicatori. L’insegnante non esercita più un ruolo unitario che tiene insieme elaborazione del sapere, trasmissione e cura della relazione educativa, ma viene ridotto a ingranaggio di una macchina che pretende di ottimizzare l’educazione come fosse una catena di montaggio. Come l’operaio taylorizzato perdeva la visione d’insieme del proprio lavoro, così il docente contemporaneo vede dissolversi l’unità di senso del proprio agire educativo. In questo scenario, la logica performativa trasforma la stessa nozione di controllo: non più soltanto centralizzato, esercitato dagli uffici scolastici regionali, dal ministero o dalle agenzie di valutazione, ma capillare e «subjectless», diffuso in ogni dettaglio della vita scolastica e interiorizzato dagli insegnanti come sorveglianza costante del proprio operato.

Diciamocelo francamente: chi mai potrebbe opporsi al miglioramento continuo, alla trasparenza, all’eccellenza? È questa la forza retorica della performatività: si presenta come l’evidenza stessa, l’incontestabile, il buon senso. Criticarla significa esporsi all’accusa di conservatorismo, di nostalgia per privilegi corporativi, di resistenza al cambiamento. Eppure, proprio questo carattere di ovvietà dovrebbe metterci in guardia. La performatività trasforma l’educazione in spettacolo documentabile, sostituisce la profondità della relazione educativa con la superficie misurabile degli indi riduce la complessità del sapere a punteggi e classifiche. In tal senso, la performatività non è neutra né innocente, come i più ingenui credono. Essa porta con sé un’antropologia precisa: quella dell’homo oeconomicus applicato al sapere. In questa visione, l’insegnante diventa un produttore di apprendimento misurabile, lo studente un consumatore di competenze certificate, l’istituzione educativa un’azienda in competizione sul mercato della formazione. Non è forse significativo che oggi il linguaggio corrente parli di “crediti” come se l’apprendimento fosse un conto in banca, da accumulare, spendere o trasferire da un’istituzione all’altra? Sono segnali, questi, di una trasformazione ontologica che ridefinisce la natura stessa dei soggetti e delle relazioni educative.

In linea con le ricerche di Miranda Fricker sull’ingiustizia epistemica, possiamo identificare una forma specifica di torto che colpisce gli insegnanti: la cosiddetta «ingiustizia testimoniale preventiva». Si tratta di quella situazione in cui la credibilità del soggetto è talmente compromessa da pregiudizi identitari che la sua voce non viene nemmeno richiesta. L’insegnante contemporaneo vive esattamente

questa condizione: quando si tratta di delineare politiche educative o di definire le finalità culturali della scuola, la sua testimonianza non viene sollecitata. Parlano le procedure, i regolamenti, gli algoritmi, ma non chi vive quotidianamente il rapporto educativo. È un’ingiustizia tanto più grave quanto più silenziosa: non lascia traccia del rifiuto perché semplicemente la voce del docente non viene contemplata come possibile fonte di conoscenza affidabile. La degradazione culmina nella oggettivazione epistemica: il docente non è più visto come informante – un soggetto capace di contribuire alla conoscenza con giudizio ed esperienza – ma come semplice fonte di informazione da cui estrarre dati. Si prelevano dalle sue pratiche numeri, indicatori di performance, griglie di valutazione. L’insegnante diventa oggetto osservabile, superficie da cui ricavare indizi statistici sul funzionamento della scuola.

Tutto ciò produce una frattura più profonda: priva il docente della possibilità di dire se stesso. Se i dati parlano al suo posto, se gli indicatori diventano il vocabolario ufficiale della sua esistenza profescatori, sionale, allora l’insegnante non soltanto viene oggettivato, ma anche reso muto. È qui che la degradazione epistemica incontra l’ingiustizia ermeneutica: ciò che non trova le parole per essere nominato non può entrare nello spazio pubblico della conoscenza. In questo modo, il docente è sospinto a parlare con la voce altrui, adottando il linguaggio del sistema che lo ha ridotto a superficie misurabile.

Così il ventriloquio si compie: non più soltanto come sostituzione della voce docente con procedure esterne, ma come introiezione di quelle stesse procedure nel suo stesso linguaggio. È qui che la figura dell’insegnante-ventriloquo mostra tutta la sua drammaticità: privato della propria parola, costretto a esibirsi con la voce di un altro, da soggetto che educa diventa marionetta che recita un copione scritto altrove. Non si tratta di una semplice difficoltà professionale, ma di una spoliazione radicale che lacera l’identità personale, svuota la dignità e umilia la responsabilità istituzionale. In gioco non c’è solo la condizione di una categoria, ma la qualità stessa della scuola come bene pubblico e democratico, cioè come spazio comune in cui una comunità decide di investire sul futuro riconoscendo a tutti il diritto a un sapere libero e critico.

Chi ascolta questo silenzio coatto non può restare indifferente. Perché il ventriloquo non è solo una figura concettuale: è il volto reale di uomini e donne che ogni giorno entrano in aula portando con sé un sapere che non riescono più a esprimere con libertà. È la voce soffocata di chi dovrebbe insegnare a pensare, ma si trova costretto a compilare tabelle. È la dignità negata di chi non smette di credere nel valore dell’educazione, ma non ha più un linguaggio per dirlo. Immedesimarsi in questa condizione significa comprendere la violenza simbolica che vi è all’opera e provare lo sdegno che essa merita: perché nulla è più ingiusto che togliere la voce a chi ha scelto di vivere insegnando.

www.avvenire.it

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mercoledì 30 luglio 2025

EDUCARE E' LIBERARE

 


"Educare è liberare, 

ma la politica lo ignora.


 Folle la scuola che insegue 

il sistema produttivo"

 

La rivoluzione richiede pensiero critico, 

l’istruzione non sia ossessionata dagli sbocchi occupazionali.

di : Massimo Cacciari

Quale dovrebbe essere il compito fondamentale di uno Stato? La risposta che ci proviene dalle voci che stanno all’origine della nostra civiltà è una sola: nutrire, allevare ed educare i giovani. Nutrire e allevare il loro corpo, formare ed educare la loro anima. Nella loro indissolubile unità. Di che cosa infatti dovrebbe avere massima cura una città, una polis retta secondo ragione, se non della propria forza e della propria durata? E che cosa le garantisce se non nuove generazioni attrezzate in tutti i sensi ad affrontare anche l’imprevedibile? È un’idea gerontocratica dell’educazione quella che la riduce essenzialmente a trasmissione di saperi. Educare, come dice la stessa parola, significa trarre fuori dal giovane la potenza che già è in lui, aprire la sua mente, i suoi occhi, e non informarlo di ciò che padri e nonni hanno compreso e vissuto. Educare significa liberare. 

Il peccato mortale della nostra politica consiste nell’ignorare tutto ciò. Il suo fallimento è palese, ma ci si ostina a nasconderlo. I dati lo denunciano impietosamente. La sfiducia nelle capacità formative del nostro sistema cresce con disarmante regolarità. I laureati nella fascia d’età 25/34 anni sono il 30% (ma al Sud solo il 20%), il 10% in meno rispetto alla media europea. Di questi laureati quelli che prendono la via dell’emigrazione crescono ogni anno dall’inizio del nuovo millennio, passando da qualche centinaio a parecchie migliaia. Chi trova lavoro in patria lo ottiene, nella stragrande maggioranza dei casi, irregolare e sottopagato. E per ogni capitolo di questo dramma il Sud vede peggiorare la propria situazione rispetto al Centro-Nord. Sono dati a disposizione di tutti, non opinioni. La formazione delle nuove generazioni non rappresenta la priorità della nostra politica. E una politica che nella sua agenda non esprime questa priorità cessa di avere un qualsiasi futuro. 

Non si tratta soltanto di investimenti, di difendere almeno il potere d’acquisto degli stipendi di personale e insegnanti, di armare il cervello dei giovani piuttosto che riarmare eserciti per far guerre per interposta persona. Né la crisi della scuola italiana può essere semplicemente trattata come un capitolo del progressivo esaurirsi delle politiche di Welfare, del venire meno della volontà stessa da parte dello Stato di garantire a tutti i servizi essenziali. Nella sua politica per la scuola una classe dirigente ha sempre espresso, cosciente o no, nel modo più chiaro il proprio livello culturale e la propria strategia complessiva. L’assetto della scuola è lo specchio più veritiero della sua qualità. Quale idea di società emerge dagli attuali ordinamenti? Una confusa contrapposizione al modello classista gentiliano ha condotto a inseguire quello di una scuola “al servizio” del sistema economico-produttivo. Una scuola che tradisce il suo stesso etimo per diventare nec-otium, negozio, una sorta di pre-lavoro. 

Modello non solo culturalmente odioso, ma semplicemente idiota, poiché esso prefigura una scuola che si troverà sempre in costante ritardo rispetto alle trasformazioni organizzative e tecnologiche. Se la scuola deve essere nec-otium la si chiuda e si promuovano soltanto forme di learn-by-doing gestite da imprese e società, al loro interno. La rivoluzione tecnologica (e delle stesse forme di vita) in cui viviamo richiede persone capaci di capire, apprendere rapidamente, educate a un pensiero critico, pronte nel cogliere i segni del salto, della discontinuità nei processi economici e sociali. Altro che adattarsi allo stato presente e integrarsi in esso. 

Tutto si tiene. Una scuola, a tutti i gradi, che persegue l’obbiettivo di addomesticare il giovane al mercato, ossessionata dalla peregrina idea dello “sbocco occupazionale”, sarà necessariamente il trionfo dell’ordinamento burocratico, del controllismo formale. L’oppressione burocratica schiaccia l’autonomia didattica, omologa al basso, rende vacua chiacchiera ogni selezione meritocratica. L’insegnante ha sempre meno tempo per leggere, studiare, continuare a formarsi; produzione di riunioni per mezzo di riunioni, redazione di piani e progetti, rendiconti continui non sulle proprie conoscenze, ma sull’osservanza di procedure e metodi soffocano il suo spirito di iniziativa. Come ha bene spiegato Ivano Dionigi nel suo libro “Magister” ormai la scuola non la fanno i maestri, ma i ministri. 

È il sistema dell’universale sorveglianza. Tutto si svolge sotto il timore della punizione. Non hai seguito la regola, non hai riempito con diligenza i moduli prescritti, la controversia legale, magari fino al Tar, sta in agguato. Per essere tranquilli, obbedisci ai comandamenti ministeriali, per quanto stupidi possano essere e anche se ciò ostacola fino a impedirla la tua volontà di crescita intellettuale, di cambiare, di innovare dove le cose non ti sembra funzionino. Bada anzitutto al “successo formativo”, che si misura sulla percentuale degli studenti che finiscono il corso negli anni previsti. “Successo formativo” significa perciò non avere “bocciati”, non avere “fuori corso”. Il “sindacato Famiglia” vigila che così sia. La meritocrazia può attendere, anche perché quale meritocrazia potrebbe esserci in un regime che non ha alcuna politica per un reale diritto allo studio?. 

 L’astratto metodologismo imperante determina anche i piani di studio. La competenza disciplinare lascia il posto a indigeribili melting-pot specie nelle materie cosiddette umanistiche, infarinature di impressioni generiche su letteratura, arte, storia, invece di letture dirette, poche ma solide, conoscenze specifiche, limitate ma reali, fondate. Il “politicamente corretto” completerà l’opera di metamorfosi della conoscenza disciplinare in chiacchiera universalistica. 

Così non si educa il giovane e così lo Stato abdica alla sua funzione politica essenziale. Docenti e studenti debbono allearsi nel combattere questa intollerabile situazione. Solo da questa lotta può nascere anche una nuova élite politica, una nuova classe dirigente del Paese.

Fonte: La Stampa

 

domenica 20 luglio 2025

ABITARE LA SCUOLA

 “Educare è un verbo al futuro: 

cinque parole per abitare la scuola”

«Insegnante è colui che prepara il futuro, lo intravede prima degli altri, perché l’educazione ha il futuro come prospettiva"

 

-       di Daria Capitani

 Si è concluso con 3.300 presenze complessive il Festival dell’educazione che ha portato a Cuneo docenti, dirigenti, educatrici ed educatori da tutta Italia e da 12 Paesi del mondo per partecipare a sei summer school, accompagnate da spettacoli e laboratori che hanno contaminato la città.

Una proposta della Fondazione Crc, scandita da cinque concetti chiave: cura, partecipazione, creatività, bellezza e futuro.

Gli interventi di Anna Granata, Roberto Farnè e Monica Trigona.

«Sono un’educatrice, non faccio l’educatrice».

«A volte ci si sente soffocati da un sistema che non è quello che sogni: questo è un luogo in cui ritrovare la carica».

«Porto a casa le storie come valore fondante del mio lavoro».

Voci sparse dalle summer school di A tutto tondo, il Festival che si è appena concluso in Piemonte, per la regia di Fondazione Crc.

Una settimana in cui l’educazione ha preso vita per decine di professionisti del settore e per tutta la città, disseminata di laboratori, musica dal vivo, spettacoli e performance.

Ve li immaginate 133 insegnanti, dirigenti, educatrici ed educatori da tutta Italia e da 12 nazionalità del mondo tutti insieme, a luglio, a parlare di scuola, didattica, intelligenza artificiale, pratiche dialogiche, gioco e molto altro?

C’è chi li ha osservati dal vivo, suddivisi in grandi cerchi, chiacchierare a colazione in piazza Galimberti, il cuore di Cuneo, fare trekking e yoga all’alba, camminare lungo i sentieri del parco fluviale o uscire, ancora immersi nel flusso di lavoro, dalla grande vetrata del Rondò dei Talenti.

È il secondo anno in cui accade, ma è già una piccola rivoluzione.

Un cerchio grande come il mondo

Andiamo per ordine.

Perché proprio qui?

A Cuneo è stato inaugurato nel 2022 il Rondò dei Talenti, un polo educativo che si affaccia su viale Angeli, nato al termine di un lavoro di rigenerazione urbana che ha ridato vita a un edificio sorto nel 1978 e fino al 2018 sede di una banca.

Dove un tempo sorgevano gli sportelli e il caveau, oggi c’è un polo educativo che è difficile imbrigliare in una definizione: uno spazio per la comunità aperto 365 giorni l’anno dalle 8 alle 20, rivolto a persone da 0 a 99 anni, che si sviluppa attorno al tema del talento per catalizzare e dare impulso alla crescita, alla conoscenza e alla nascita delle idee.

Fortemente voluto dalla Fondazione Crc, ospita esperienze di innovazione didattica, una città dei talenti per percorsi di orientamento precoce, una biblioteca dell’educazione, un learning center, spazi aperti a tutti e molto altro.

Luce e circolarità sono i primi elementi che balzano agli occhi varcando la soglia.

Parole e illustrazioni colorano i muri lungo la scala che conduce ai quattro piani.

Rondò è un nome azzeccato: l’edificio ha una pianta circolare e soprattutto qui l’educazione è intesa come un cerchio che si apre per accogliere persone, suggestioni, bisogni, novità.

In estate il cerchio si fa ancora più grande.

Come se fosse la punta di un compasso, per una settimana il Rondò allarga il suo diametro e si connette con il mondo, disegnando nuove traiettorie dell’educare con pedagogisti e docenti, formatori ed esperti.

Nell’edizione 2025, i partecipanti hanno lavorato su sei aree tematiche: “Educazione museale”, “Dallo storytelling al talento”, “Gioco e outdoor education”, “Materie Steam e intelligenza artificiale”, “Inclusione e pratiche dialogiche” e, in lingua inglese, “Talent without borders” (a cui hanno preso parte professionisti da Belgio, Finlandia, Georgia, Martinica francese, Germania, Grecia, Namibia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Tunisia e Turchia).

Un vocabolario dell’educare

Il Festival si inserisce in un percorso più ampio che la Fondazione Crc ha intrapreso da tempo, con uno sguardo rivolto in modo esplicito ai giovani.

Il piano pluriennale 2025/2028 ha scelto cinque parole chiave per guidare la sua azione, le stesse che hanno accompagnato le quattro giornate di summer school: bellezza, creatività, cura, futuro e partecipazione.

Di fronte a un pubblico attento e partecipe, nella plenaria conclusiva del percorso formativo, sabato mattina tre esperti hanno dato loro nuova forza semantica, definendo insieme un piccolo vocabolario dell’educare.

* Creatività, non supermercato

Anna Granata è docente di Pedagogia presso il Dipartimento di Scienze umane per la formazione dell’Università di Milano-Bicocca, si occupa di diversità, equità e creatività organizzativa.

È spesso uscita dall’università per dare voce alla scuola.

A lei è stata affidata la parola creatività: «Molto spesso leghiamo la creatività a qualcosa di naïf, di disimpegnato, distaccato dalla realtà, qualcosa che in fondo non ci serve.

E invece no, la creatività va letta come un imperativo politico ed educativo.

Non può esserci democrazia senza creatività e la creatività è un’esigenza di tutti, non c’è cittadino che sia troppo vecchio, o troppo povero, per non essere creativo.

E l’immagine per me di tutto questo è proprio il Rondò dei talenti, un luogo in cui al pian terreno arrivano i ragazzi che sanno già che verranno bocciati e che si aprono a un tempo che per loro sarebbe vuoto, inutile, e invece approdano qui.

Oppure i senza fissa dimora che si avvicinano quasi a dire: anch’io ho diritto al talento, anch’io ho diritto alla creatività».

Secondo Granata, «la scuola oggi si trova di fronte a un bivio molto chiaro: deve decidere se vuole essere un supermercato o un laboratorio di creatività.

La scuola è un supermercato quando vende il prodotto che ti serve in questo momento, risponde al tuo bisogno, offre quello che la moda oggi richiede.

Oppure la scuola può essere laboratorio: quel luogo in cui creativamente proponiamo un’alternativa al mondo, qualcosa che in questo momento fuori non c’è.

Tutte le volte che noi parliamo di pace e costruiamo la pace, tutte le volte che accogliamo il diverso in ogni sua forma dentro la scuola e quasi non ci accorgiamo più della diversità perché è diventata parte della comunità, tutte le volte che insegniamo a bambini e bambine, ragazzi e ragazzi, a rispettarsi a vicenda, noi costruiamo creativamente un mondo nuovo».

* Cura, ovvero esperienze

Dall’Università di Bologna, Roberto Farnè, docente di Pedagogia del gioco e dello sport, studioso del rapporto fra l’educazione e i media e di outdoor education, è stato chiamato a definire la parola cura.

«Nella mitologia, Cura era quella divinità che forgia l’uomo con la Terra.

E quindi a lei, a cura, viene affidato il compito di prendersi cura dell’uomo finché è in vita: lo ha forgiato e dunque se ne deve occupare.

Noi abbiamo il dovere di prenderci cura degli altri, guai se non lo facessimo.

Nei confronti dei bambini il primo dovere che abbiamo è quello proteggerli ovviamente, però dobbiamo intenderci su che cosa significhi oggi prendersi cura dell’infanzia».

Nell’arco delle ultime due generazioni, ha spiegato Farnè, «la cura è diventata controproducente, nel senso che ha prodotto iperprotezione.

Un conto è proteggere l’infanzia, un conto è quando la cura diventa espropriazione.

Se interpretiamo la cura come una protezione totale perché tutto è rischioso, perché tutto è pericoloso, noi in realtà facciamo un’operazione antipedagogica, cioè espropriamo i bambini di esperienza».

Che cosa si intende con antipedagogico?

«Quando più di 10 anni fa abbiamo incominciato a Bologna a porre l’attenzione con il Centro di ricerca e formazione sull’outdoor education, la prima cosa che abbiamo visto è il danno provocato all’infanzia dall’eccesso di cura.

I bambini fuori non ci sono più, stanno continuamente seduti: a scuola, a casa, in auto.

Il loro corpo e il loro movimento vengono deprivati in maniera terribile.

Abbiamo bisogno di riportare i bambini al centro delle loro esperienze, e per esperienze intendo corpo, movimento, sensibilità, socialità, relazione.

Io mi prendo cura dei bambini quando li metto in condizione di esplorare, percorrere il territorio».

* Bellezza è complessità

Monica Trigona, giornalista del Giornale dell’Arte, storica e curatrice di mostre d’arte contemporanea, ha definito bellezza «un tema che, nel corso della lunga storia dell’uomo, è stato molto dibattuto.

Oggi, quando parliamo di bellezza, non parliamo più del concetto greco di armonia, simmetria, proporzione.

Oggi la bellezza è intesa in una maniera molto diversa.

Anzi, direi che di bellezza quasi non si parla.

Quando ci riferiamo alle opere d’arte contemporanea, parliamo della produzione attuale e militante messa in atto da vari artisti, parliamo di una produzione che rispecchia la complessità della società, non di bellezza in senso stretto».

La bellezza, dunque, come «un concetto piuttosto opinabile, in un mondo in cui le categorie per valutare un’opera d’arte corrispondono alla capacità dell’opera e dell’artista di coinvolgere il suo pubblico.

La grande sfida dell’opera d’arte oggi è riuscire ad aprirsi a un pubblico variegato, eterogeneo, che vada dal bambino della scuola primaria fino al nonno che trova nell’arte non soltanto uno svago ma un ambito di grande interesse e di scoperta».

Perché questo avvenga, ha detto Trigona, «bisogna pensare che i musei non sono gli unici luoghi deputati all’arte: esistono moltissime iniziative che raggiungono il pubblico in modo quasi inconsapevole. Io penso che la bellezza oggi esista, ma nelle sue connotazioni più diverse, che riguardano la sua capacità di attivare la comunità e di riflettere la complessità contemporanea».

* Partecipazione, non si insegna

La partecipazione (su questa parola Granata non ha dubbi) «non si insegna, non si spiega, forse neanche si impara nel senso più classico.

Noi cerchiamo l’educazione civica, l’educazione alla cittadinanza, ma in realtà sono delle scorciatoie che poi non ci portano all’obiettivo.

Sul tema della partecipazione penso che dobbiamo ragionare per osmosi: i nostri studenti ci guardano, ci osservano.

E allora l’insegnante oggi deve essere un cittadino a pieno titolo che vive la partecipazione, una persona che si informa, che sta sui social in maniera attiva e propositiva, che si occupa sempre, anche quando è in vacanza, di essere un esempio per le nuove generazioni».

* Futuro, è l’essenza

Infine, il futuro, che nell’accezione data da Farné è l’essenza del mestiere di educatore. «Insegnante è colui che prepara il futuro, lo intravede prima degli altri, perché l’educazione ha il futuro come prospettiva".

La dimensione temporale dell’educazione non è nel passato e non è nel presente: è il futuro. Chiunque faccia l’insegnante è sottoposto a una frustrazione che potremmo definire ontologica: è la frustrazione di chi non vedrà il prodotto finale del proprio impegno.

Però lo intuisce.

Per questo mi arrabbio con certe politiche della scuola che sono tutte schiacciate sul presente.

Il nodo non è rendere la scuola attuale, riempirla di nuova tecnologia: il nodo è occuparsi dei fondamentali perché se non se ne occupa la scuola non se ne occupa nessuno».

Verso un nuovo sguardo

Bastano quattro giornate per cambiare uno sguardo?

Difficile dirlo.

Di certo, però, sabato mattina, c’era un’attenzione palpabile, un desiderio concreto di ascolto e relazione, per portare a casa uno slancio educativo.

Come ha detto Mauro Gola, presidente della Fondazione Crc, «stiamo costruendo una comunità educante innovativa e coesa».

La plenaria si è conclusa con le parole che i partecipanti alle summer school hanno scelto per riassumere l’esperienza vissuta: avventura, co-responsabilità, spaziosità, carica, alterità, wow.

Hanno tutte una cosa in comune: guardano al futuro.

 

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