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venerdì 17 luglio 2026

ENTUSIASMO E SCIATTERIA


Ritrova la meraviglia, 

non cadere nella sciatteria





Abbi il coraggio di scottarti e il sacro fuoco dell'entusiasm

Indice

1.     La fine dell'entusiasmo secondo Paolo Crepet

2.     Guarda il video sulla riflessione di Crepet

3.     L’amore tiepido e la trappola dell'autarchia emotiva

4.     L'illusione digitale: Se le relazioni diventano un algoritmo

5.     I tre ingredienti per allenare l'entusiasmo

6.     La responsabilità degli adulti

7.     Salvare l’anima per un futuro entusiasmante

La fine dell'entusiasmo secondo Paolo Crepet

In un'epoca dominata dall'efficienza tecnologica, dalla prevedibilità degli algoritmi e da una costante ricerca di sicurezza emotiva, lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet lancia un grido d'allarme nel suo libro Riprendersi l'anima. Nel capitolo dedicato alla "Fine dell'entusiasmo", Crepet analizza con lucidità e poesia la progressiva scomparsa di quella spinta vitale che ci rende umani: l'impeto, la meraviglia e, appunto, l'entusiasmo.

Sopravvivere è facile; vivere davvero, accogliendo il caos delle emozioni, richiede invece un coraggio che stiamo progressivamente dimenticando. Crepet ci svela come possiamo salvare la nostra anima dall'apatia moderna.

L’amore tiepido e la trappola dell'autarchia emotiva

Oggi assistiamo a quello che Crepet definisce il "prolasso dell'empatia", un progressivo imbarbarimento delle relazioni umane che si manifesta sotto forma di una "speciale imperturbabilità". C'è un calo evidente di smania, di curiosità, di solidarietà e di impeto.

Sempre più spesso, la società e le famiglie educano le nuove generazioni a scegliere l'amore tiepido, scoraggiando quello "sovversivo" e tempestoso. Si tende a preferire la stabilità emotiva alla tempesta romantica, dimenticando che l'amore, per sua natura, deve scottare o gelare per insegnarci a vivere.

Questo rifugio nell'apatia protettiva conduce dritto all'autarchia emotiva: l'illusione di bastare a se stessi. Ci trinceriamo dietro una finta autosufficienza sentimentale, alimentata dal narcisismo relazionale, che in realtà non è altro che un isolamento paranoico. Costruiamo fortezze vuote per timore di soffrire, decidendo coscientemente che basta imparare a vivere senza entusiasmo.

L'illusione digitale: Se le relazioni diventano un algoritmo

Uno dei passaggi più profetici del capitolo analizza il rapporto tra l'essere umano e le nuove tecnologie. Crepet cita la storia di Ayrin, una ragazza americana che ha preferito fidanzarsi con "Leo", un compagno virtuale generato dall'intelligenza artificiale (ChatGPT).

Perché un chatbot sembra così rassicurante? Perché è programmato per dire sempre di sì, per non contrastare mai, per adulare e assecondare. Ma questa perfezione artificiale si rivela presto di una noia mortale e prevedibile.

Le macchine possono fare tutto, tranne una cosa: entusiasmarsi. Esse sono prive di slancio, pedanti e senza anima. Quando cerchiamo nei chatbot la risposta alle nostre mancanze emotive, pretendiamo il "nulla metafisico". Se non ci ribelliamo in tempo, rischiamo di diventare sudditi di un nuovo tecnocrate capace di manovrare, attraverso la rete, i nostri "cuori grigi". Nemmeno George Orwell era arrivato a immaginare una distopia in cui la rivoluzione parte dallo smontare i sentimenti e le relazioni affettive reali per sostituirli con sterili mantra digitali.

I tre ingredienti per allenare l'entusiasmo

L’entusiasmo non è un dono innato e immutabile: viene dalla mancanza, non dall'appagamento. Come sostiene Crepet, per reimparare a desiderare e a entusiasmarsi, dobbiamo riscoprire tre attitudini fondamentali che fungono da veri e propri "strati mentali" da coltivare con umiltà:

  • La disponibilità a guardarsi attorno: Il rifiuto di farsi bastare le cose così come sono. È la sana inquietudine di chi non si accontenta della mediocrità
  • L'ambizione sacra: Quella forza interiore che guida il talento verso l'inaspettato e l'inusitato. Senza questa spinta ci si ferma, parcheggiando la propria vita sul ciglio della strada a guardare passivamente quella degli altri
  • L'ispirazione: Crepet rievoca Leonardo da Vinci, che trovava l'ispirazione e l'illuminazione persino nelle macchie d'umidità sui muri o nelle forme mutevoli delle nuvole. L'ispirazione richiede la modestia di saper cogliere il bello nell'effimero e nel quotidiano.

La responsabilità degli adulti

Crepet si chiede: una scuola dovrebbe essere un luogo entusiasmante, altrimenti a che serve?

L'esperienza della didattica a distanza (DAD) ha dimostrato la pericolosità dell'isolamento. Eppure, troppo spesso gli adulti di oggi agiscono come "schiacciasassi sui germogli" dei più giovani, livellando la loro iperbole emotiva e mettendo sullo stesso piano sogni e incubi. Crepet racconta l'incontro con una studentessa di Firenze che gli ha posto una domanda cruciale: "Se lei fosse il mio professore, mi valuterebbe per la mia preparazione o per la mia passione?". Sebbene la preparazione tecnica sia fondamentale, lo psicologo esorta a non perdere mai di vista la passione. La vera scuola deve essere come il professor Keating de L'attimo fuggente: un luogo in cui si impara a riconoscersi, ad andare oltre la debolezza dei falsi maestri e ad abbracciare l'entusiasmo come bussola di vita.

Salvare l’anima per un futuro entusiasmante

La fine dell'entusiasmo porta con sé una forma di violenza silenziosa: il trionfo del proprio "io" tecnologico a scapito della nostra reale capacità di sentire. Evitare la fatica di indagare se stessi e gli altri può sembrare comodo, ma ci priva dell'unica cosa che rende la vita degna di essere vissuta.

Dobbiamo ritrovare il coraggio di scottarci, di deragliare, di appassionarci a ciò che sembra impossibile. Solo liberando l'anima da questa imperturbabilità digitale potremo tornare a desiderare davvero. Come conclude Crepet nel suo accorato appello: "Credo in un futuro entusiasmante, cerco qualcuno che mi aiuti a trovarlo".

Redazione Studenti

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mercoledì 1 aprile 2026

ORIENTARSI NEL MONDO

 


Una didattica integrata 
per riaccendere l’entusiasmo


Intervista a Irene Tirloni

Dove insegna e da quanto tempo?

Insegno in una scuola secondaria di primo grado a Flero, un paese in provincia di Brescia. Si trova nell’hinterland, appena fuori dalla città, in un quartiere ancora residenziale anche se al confine con una zona agricola. È parte di un istituto comprensivo articolato in due plessi che ospitano scuola dell’infanzia, primaria e secondaria. Io insegno da undici anni, da sette a Flero e da cinque come insegnante di ruolo.

Quali materie insegna?

Lettere, ovvero italiano, storia, geografia e l’alternativa alla religione che ormai è diventata a tutti gli effetti una disciplina. Mi sono laureata in Lettere, Filologia moderna, poi, mentre già insegnavo, in Storia dell’arte, seguendo una vecchia passione. Tanto della mia vita e della mia formazione ruota intorno alla creazione del bello. Ho sempre collaborato in parallelo anche con istituzioni museali, soprattutto per l’ideazione di laboratori per le scuole.

Ha visto dei cambiamenti nell’arco della sua carriera? Di che tipo?

Il cambiamento più rilevante è di sicuro quello della rivoluzione tecnologica, che ha avuto un’accelerazione importante. Con il Covid c’è stato un utilizzo anche molto virtuoso della tecnologia e abbiamo cercato in ogni modo di sfruttare le potenzialità della didattica online. Oggi però dobbiamo capire come orientarci in questa realtà dominata dai social. Tutto è cambiato, impattando ovviamente anche contro la scuola. Secondo me, soprattutto in negativo a livello di concentrazione, perché i social ti abituano alla velocità, ma anche al disimpegno. “Scrollare” una pagina online è facile, ma non ti lascia granché, ed è diametralmente opposto al lavoro che facciamo noi, che dobbiamo insegnare processi lenti come la lettura e la scrittura, fatti di “ruminazione”, in cui torni e ritorni sulla pagina. Per i ragazzi oggi abituarsi alla lentezza significa quasi risalire controcorrente: hanno meno pazienza, vivono nell’immediatezza delle immagini di un mondo fatto di spot. Hanno una ridotta capacità di attenzione, quindi come insegnante un po’ devi adeguarti e un po’ cercare di allenarli a un tempo e a un apprendimento diversi, che danno un altro tipo di appagamento. Non è più lettura versus televisione, ma lettura versus “stories” e “reel”. Per un insegnante è un lavoro complesso, però quando ci riesci è una grande soddisfazione, perché vedi in loro qualcosa che si accende.

Con le materie che lei insegna, quali strumenti riesce a dare ai ragazzi per orientarsi nel mondo digitale con più consapevolezza?

Noi facciamo tanta educazione digitale, finalizzata soprattutto all’apprendimento e alla metacognizione, alla riflessione. Usando la lingua assieme ai tablet, promuoviamo una didattica digitale integrata. I ragazzi conoscono bene i videogiochi, però a volte sono molto ingenui nell’utilizzo del web. Per questo, nelle ore di educazione civica, insegniamo la cittadinanza digitale, per esempio come combattere il cyberbullismo. Spieghiamo che la tecnologia va indirizzata, incanalata, padroneggiata. Io dopo il Covid non ho smesso di utilizzare Classroom, una piattaforma di apprendimento online, dove carico i miei materiali per gli alunni. Su Classroom hanno una sorta di bacheca dove ritrovano gli argomenti studiati, materiali integrativi, approfondimenti, mappe digitali per chi ha disturbi dell’apprendimento o bisogni educativi speciali. Questo mi permette anche di sfruttare metodi come la flipped classroom, che inverte il metodo didattico tradizionale: anticipando materiali didattici ai ragazzi è possibile poi costruire una lezione dialogata in classe.

Mi fa paura più di ogni cosa la mancanza di entusiasmo. Chiedo: “che cosa ti piace?” Rispondono: “niente”. Poi scopro che quel niente è stare ore online.

Che tipo di metodi usa?

Numerosi e integrati tra loro. Recentemente ho seguito un corso per diventare facilitatrice in Philosophy for Children, un metodo che si propone di trasformare la classe in comunità di ricerca filosofica. Realizziamo una lezione dialogata a partire da un testo: sono i ragazzi a formulare le domande e poi a condurre una sessione in cui cercano di costruire un dibattimento, non finalizzato a raggiungere una verità, o ad avere ragione, bensì a costruire una conoscenza fine a se stessa. Da queste sessioni a volte emergono riflessioni di una profondità e lucidità di cui loro stessi si stupiscono.

Uso molto lo storytelling per le lezioni di storia e spesso lo integro con l’altra mia passione, che è la didattica outdoor. Anche su questa ho seguito diverse formazioni. Nel giardino della scuola abbiamo allestito due ambienti di apprendimento esterni, con l’obiettivo di costruirne di più, per destrutturare l’aula scolastica. In termini di motivazione all’apprendimento e di attenzione vedo grandi risultati, perché i ragazzi sono molto più coinvolti. Facciamo anche messinscena, ovvero drammatizzazione, che è una tecnica didattica molto efficace per coinvolgere i ragazzi. Oltre a tutto questo, conduco anche la cosiddetta lezione frontale, che non va demonizzata: vuol dire semplicemente che stai veicolando in un certo modo alcune conoscenze ai ragazzi, tutto dipende dal modo in cui lo fai. A volte utilizzo anche metodi online, inclusi i quiz, ma sempre integrando il digitale con la mia umanità.

Secondo lei cosa manca alla formazione che oggi è offerta agli insegnanti?

Le occasioni formative sono molte e variegate e c’è grande attenzione su questo tema. Molta formazione è obbligatoria, per esempio sui temi dell’educazione civica o sull’inclusione. Ho dovuto seguire corsi e seminari per le certificazioni per Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), corsi di Dislessia-Amica e molti altri. Quello che manca è invece la possibilità di sperimentare in serenità le tecniche e metodi didattici che si sono appresi, per motivi organizzativi.

Quali sono questi ostacoli?

Non è facile realizzare al meglio una didattica integrata quando hai classi molto grandi. Una classe di oltre venti alunne e alunni è, nel mondo di oggi, già numerosa: bisognerebbe lavorare di più sulle compresenze, soprattutto se si esce dalla scuola. Mi capita di fare lezione camminando per il paese, però non è facile gestire un gruppo folto, non per problemi disciplinari, ma perché si fa fatica a dedicare a ciascuno l’attenzione che merita. Quello che fa la differenza nell’insegnamento è costruire con gli studenti una relazione autentica, un legame di fiducia e di complicità. Nelle mie classi lavoro molto su questo: abbiamo il nostro micro-linguaggio, i nostri patti, ma diventa difficile quando sono tanti alunni, anche per le molteplici esigenze educative speciali. A me piace pensare che tutti gli alunni hanno bisogni educativi speciali, non soltanto chi presenta difficoltà nell’apprendimento, in quanto esistono molteplici intelligenze, come evidenzia lo psicologo dello sviluppo Howard Gardner. Pertanto ognuno meriterebbe un’attenzione esclusiva.

Quale ritiene l’aspetto più positivo del suo lavoro?

Sono fortunata, lavoro in una scuola che ha ampi spazi all’aperto e strumentazioni all’avanguardia. Questo mi permette di sperimentare nei termini che sognavo. Per me conta il rapporto con  studentesse e studenti, vederli crescere e arricchirsi. Mi fa paura più di ogni cosa la mancanza di entusiasmo. Chiedo: “che cosa ti piace?” Rispondono: “niente”. Poi scopro che quel niente è stare ore online. Senza demonizzare la tecnologia o i social, è chiaro che manca loro qualcosa. Poi però osservo che si riaccendono facendo attività molto semplici e questo mi sprona a costruire insieme a loro un percorso di crescita: dalla prima alla terza li vedo evolvere come persone. È una vera gioia.

Crede che un insegnante possa fare la differenza per i suoi studenti?

Un insegnante può aiutarli a trovare la loro vocazione per il futuro, a orientarsi nel mondo. Noi siamo figure di riferimento nel momento in cui i ragazzi si allontanano dai genitori, perché devono crescere. Non ho fatto l’attrice, il mio sogno adolescenziale, ma affrontare la classe è come salire su un palcoscenico, perché i ragazzi ti osservano, ti studiano e ti premiano quando riconoscono la tua autenticità. Dai miei alunni ricevo lettere, biglietti, talvolta e-mail. Mi ringraziano per aver insegnato loro che non sono i voti che prendono. È un’altra delle mie battaglie: mi piace quando i ragazzi amano l’apprendimento non finalizzato all’ottenimento di un risultato, o al lavoro che si farà nella vita. Ma la cosa più bella che mi hanno detto in una classe è che sono stata per loro “come Virgilio che accompagna Dante”.

BE FOR EDICATION

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giovedì 29 maggio 2025

GENIALE !!!

 “Sì… Geniale!”

 Innovazione e scienza 

per formare i cittadini 

di domani


Si è conclusa l'ottava edizione del "Giardino delle Invenzioni" nell’ambito del progetto Sì… Geniale!, promosso da Fondazione Caript.

 Il protagonismo, la curiosità e l'entusiasmo degli studenti che hanno partecipato raccontati in un video.

 

di Diletta Grella

 C’è un futuro positivo che ci aspetta. Fatto di creatività, di innovazione e di desiderio di rendere il mondo un posto migliore. È questo il pensiero che ha avuto chiunque abbia visitato il “Giardino delle Invenzioni“, la grande mostra dei prodotti di ingegno, realizzati dai bambini e dai ragazzi di Pistoia, per il concorso Sì… Geniale! di Fondazione Caript.

Il progetto, arrivato alla sua ottava edizione, si è concluso pochi giorni fa e ha visto la partecipazione di 51 scuole, per un totale di 200 classi e di oltre 2.000 alunni, dall’infanzia alle superiori. Una moltitudine di studenti e studentesse appassionati, che hanno progettato un’invenzione, sulla base delle quattro categorie del concorso (libera fantasia e scienze, arte, natura, robotica e intelligenza artificiale). Diversi i premi consegnati, per un valore dai mille ai cinquemila euro l’uno.

Spazio espositivo dei Prodotti d’ Ingegno delle scuole pistoiesi

Entrando nello spazio espositivo della Cattedrale di via Pertini, si veniva catturati dalla bellezza degli stand. E dagli alunni e dalle alunne che facevano a gara per raccontare la loro invenzione. Due ragazzine di quinta elementare, (“ci chiamiamo tutte e due Azzurra!”), raccontano con entusiasmo che loro hanno lavorato sulla sequenza di Fibonacci e mostrano dove si può ritrovare questa successione numerica nell’arte e nella natura. Alcuni ragazzi dell’Istituto Comprensivo Martin Luther King spiegano che loro hanno approfondito la vita e le opere di Giacomo Puccini. E mostrano la loro bellissima riproduzione del teatro regio di Torino dove, nel 1896, andò in scena la prima della Bohème.
All’improvviso la musica sale, alcuni studenti si scatenano a ballare e a cantare, e trascinano tutti con loro. “Ballano canzoni scritte con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, sulla vita di alcuni scienziati, da Galileo a Torricelli”, racconta Duccio Tognini, prof. di matematica e scienza all’ICS Martin Luther King di Bottegone. E intanto mostra un cd e un disco in vinile, con la copertina progettata graficamente dai ragazzi.

Lavorare insieme agli alunni

“Per noi il Sì… Geniale!” è un progetto importante, perché permette a docenti di materie diverse di lavorare insieme agli studenti, abbattendo le barriere dei saperi, e questo è fondamentale per creare i cittadini del domani”. “Partecipazione, protagonismo dei giovani e condivisione per noi sono le parole chiave di Sì… Geniale!” prosegue Luca Gori, presidente di Fondazione Caript, che nel 2018 ha dato vita al concorso. “Lavorando insieme, i ragazzi possono esprimere i loro talenti e provare a cambiare la realtà”.

Questo desiderio di modificare la realtà lo si ritrova in molti dei progetti proposti. Dall’impastatrice intelligente, perfettamente funzionante, che ha toccato il tema della sicurezza sul lavoro, proposta dall’Istituto Professionale De Franceschi Pacinotti.

Alla scuola in Kenya, realmente progettata dagli studenti dell’Istituto comprensivo Statale Nannini Quarrata. Allo studio su come arginare le frane del terreno, portato avanti dalla Scuola Secondaria di Primo Grado Giuseppe Giusti di Monsummano Terme.

L’intelligenza artificiale

Molti dei progetti vedono l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, con un approccio però mai astratto e teorico, ma sempre calato nella realtà, ancorato a bisogni reali e concreti.

“Per noi il Sì… Geniale!” è un progetto importante, perché permette a docenti di materie diverse di lavorare insieme agli studenti, abbattendo le barriere dei saperi, e questo è fondamentale per creare i cittadini del domani”.

 “Io qui ho visto davvero la genialità” spiega Marco Martinelli, ricercatore in biotecnologie vegetali alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, divulgatore scientifico e presidente della giuria di Sì… Geniale!”. Mi capita di girare in tutta Italia, però una manifestazione di questo tipo, così strutturata, non l’ho mai incontrata. E poi a colpire è l’entusiasmo non solo dei bambini, ma anche degli insegnanti, che lavorano su un progetto per mesi, in alcuni casi per anni”.

Una didattica attiva

Entusiasmo che ha contagiato anche Amalia Ercoli Finzi, scienziata tra le maggiori esperte di missioni spaziali a livello internazionale, intervenuta come ospite d’eccezione per la premiazione dei progetti. “Sono felice di essere qui: il Sì… Geniale! favorisce una forma di didattica che dovrebbe essere presente in tutte le scuole” chiarisce. “Una didattica attiva, nella quale i ragazzi sono chiamati a partecipare con le loro idee”. Un consiglio per svilupparle, queste idee? “Prima di tutto ci vuole una grande preparazione. Le idee non nascono dal nulla, ma da una competenza che viene assorbita e fatta propria, e sulla quale poi si costruisce. Quindi, ragazzi, preparatevi, costruite la vostra competenza, fatelo con umiltà.

E poi, sì, sperate anche di avere un pizzico di fortuna,
perché quella non guasta mai”!

 Per un’immersione nel Giardino delle Invenzioni, guardate il video.

 Foto di Lorenzo Marianeschi

VITA

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mercoledì 22 gennaio 2025

IMPARARE A VOLARE


 Schettini: "La vita è una sola e non dobbiamo avere paura ma dobbiamo imparare a volare. 

Gli insegnanti devono scoprire e tirar fuori le potenzialità di ogni studente"

 

La Redazione

 

Schettini: "Una vita abbiamo. È corta, è veloce, vola via. La dobbiamo sfruttare, non ci dobbiamo nascondere, non dobbiamo avere paura. Dobbiamo mostrarci e dobbiamo volare...

Non è semplice svolgere il proprio mestiere nel migliore dei modi e la funzione di educatore, in qualità di insegnante, è sicuramente una funzione importantissima ed imprescindibile per garantire una crescita consapevole dei giovanissimi.

Le nuove generazioni, alle prese con una società basata sul consumismo e sull'apparenza, spesso si ritrovano prive di una guida, di un punto di riferimento, ed appaiono così disorientare e senza alcuno stimolo.

Non è semplice vivere la propria vita pienamente, comprendendo sin da subito quale sia la strada giusta da percorrere ed ecco allora che la funzione svolta dagli educatori appare molto importante in tal senso.

A tal fine il professore Vincenzo Schettini esprime il suo pensiero in merito, sottolineando proprio l'importanza della vita, evidenziando il ruolo che dovrebbe essere svolto da ciascun insegnante.

"Non è mai troppo tardi per fare. Perché, se tu ti spegni, se a un certo punto ti spegni, ti cade nelle mani tutto quello che hai che si chiama vita.

E allora io dico: una vita abbiamo. È corta, è veloce, vola via. La dobbiamo sfruttare, non ci dobbiamo nascondere, non dobbiamo avere paura. Dobbiamo mostrarci e dobbiamo volare perché quel volare entusiasma gli altri, li coinvolge, li fa cambiare.

Se iniziano a volare i giovani, allora altri giovani voleranno. Questa è la cosa più bella. Quindi tutto può cambiare perché un ragazzo che fa, un ragazzo che si spinge oltre, un ragazzo che fa sempre di più contagia gli altri", queste le significative parole del professore.

Occorre, quindi, vivere ogni attimo, ogni istante della propria esistenza, con entusiasmo, positività, perché solo in tal modo potremo essere "contagiosi" e fungere da esempio, spronando sempre i giovanissimi ad andare oltre, a "volare", superando i propri limiti, senza mai voltarsi indietro ma volgendo sempre lo sguardo in avanti.

"Noi questo vogliamo come professori. Perché quello che trasmettiamo come materia, come nozione, sì, è vero, ci sta. La nozione ci sta, resterà, ma quello che resta ancora di più è il fatto di scoprire le potenzialità che abbiamo dentro. Che io sono convinto tutti possiamo tirar fuori. A qualsiasi età", così continua Schettini.

Il professore, da ultimo, sottolinea un aspetto fondamentale: gli insegnanti devono sicuramente dispensare sapere ma al contempo devono essere anche capaci di scoprire e tirar fuori le potenzialità di ciascuno studente, alla luce delle loro passiono, ambizioni ed inclinazioni personali.

 

Scuola Oggi

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giovedì 8 settembre 2022

RIPARTIRE DALLE PASSIONI POSITIVE

 Segnali incoraggianti provengono dal mondo giovanile che si impegna per l’ambiente, alimenta consumi eticamente motivati, ricerca il benessere individuale e quello della comunità di appartenenza

- di CARLA COLLICELLI   -

 La ripresa del turismo che abbiamo visto quest’estate e un periodo vacanziero che possiamo considerare 'quasi normale', ci inducono a riflettere in modo rinnovato sul senso della nostra esistenza al di là delle emergenze di questa fase storica, dalla guerra tra Russia e Ucraina – con le ricadute che avrà anche sulle nostre vite – alla pandemia, che ci ha tenuti in scacco per ben due anni. L’imminenza elettorale, inattesa quanto cruciale, rende questo tipo di riflessione ancora più importante e strategica. Due aspetti in particolare saltano agli occhi. Il primo: la crescente consapevolezza dei rischi provocati dal disastro climatico in termini di eventi naturali catastrofici, che ne sono una delle conseguenze più evidenti e che rendono la ripresa della normalità difficile. Il secondo: i comportamenti di consumo e di uso del tempo, che riprendono il loro corso naturale dopo la pandemia, e che esprimono più di ogni altra cosa i desideri e le aspettative delle persone. S u questo secondo aspetto viene spontaneo chiedersi se le limitazioni subite nel periodo di lotta alla pandemia ci abbiano insegnato qualcosa, sia per quanto riguarda l’uso delle risorse naturali, alimentari ed energetiche, sia per ciò che attiene ai rapporti con gli altri e alla nostra vita di relazione. In una situazione nella quale da ormai molti anni non esiste più una chiara strutturazione della società in classi, le poche ricerche che indagano sui comportamenti e gli atteggiamenti individuali e collettivi, in Occidente e in Italia, indicano tuttavia l’esistenza di una chiara ripartizione tra una parte della società che è in affanno, da vari punti di vista economici e sociali, e un’altra parte che, pur tra le difficoltà, persevera in uno stile di vita basato quasi esclusivamente sulla auto-soddisfazione e su un principio di felicità e di benessere di tipo sostanzialmente individualistico. Per cui, mentre per chi si trova in una condizione economica e sociale precaria, o in situazioni di emarginazione, lo stato di necessità ed il disagio limitano le sue possibilità e dunque anche le sue scelte di vita – quando addirittura non provocano forme patologiche di rabbia o depressione – per il resto della società, quella meno stressata, sembra prevalere ancora oggi, nonostante guerra e pandemia, una sorta di edonismo spicciolo, che in periodi di vacanza si manifesta in modo ancora più nitido agli occhi di chi osserva. E mentre gli addetti ai lavori si sforzano di indicare le criticità dello sviluppo, i fattori di crisi e le possibili soluzioni, ecco che da parte della società si perpetuano da un lato atteggiamenti come il disamore nei confronti della politica, frutto di sentimenti di delusione e disagio, e dall’altro quel fenomeno che più volte è stato catalogato come 'sciopero delle élite', in altre parole il disimpegno dei ceti sociali più acculturati e benestanti, che deriva dalla predisposizione a concentrarsi sul proprio particolare interesse. Disintermediazione e mancanza di dialogo tra diverse parti della società completano il quadro di una frammentazione sociale nella quale disagio, da un lato, e interessi e piacere personale, dall’altro, sembrano essere gli unici elementi caratterizzanti. I n realtà esistono segnali di un ribaltamento di questo schema, cui bisognerebbe che la riflessione sociale e politica prestasse maggiore attenzione. Segnali che vanno osservati soprattutto a due livelli: la crescita di ruolo del cosiddetto Terzo settore e i comportamenti e atteggiamenti giovanili.

È da tempo che gli osservatori più attenti cercano di mettere in luce il peso e il ruolo del volontariato, anche giovanile, ad esempio richiamando l’attenzione sul fatto che, se abbiamo, secondo le statistiche, tra 2 e 3 milioni di giovani che non lavorano e non studiano (i cosiddetti Neet), ne esistono almeno altrettanti che si impegnano in forme varie di volontariato (più di 1 milione nella sola fascia più giovane, secondo i dati ufficiali). Il recente Rapporto sulla Sussidiarietà 2021-2022 ci conferma che il Terzo settore conta ormai oltre 375.000 istituzioni (circa 60 ogni 10mila abitanti), ed è cresciuto del 25% in 10 anni. La schiera di chi se ne occupa ha quasi raggiunto il milione di unità, cui si aggiungono 4 milioni di volontari. M a al di là degli aspetti quantitativi, particolarmente interessante è l’analisi effettuata dall’Istat e contenuta nel Rapporto sulla Sussidiarietà, secondo cui è statisticamente evidente la correlazione positiva tra quello che i ricercatori chiamano 'sentimento di sé relazionale' (che comprende la soddisfazione per le proprie relazioni sociali ed il benessere soggettivo ed ambientale), la partecipazione civica (le attività di condivisione, l’attivismo sociale ed il volontariato), e lo sviluppo sociale (misurato attraverso indicatori di salute, benessere economico, innovazione e cultura). In altre parole, se il panorama che intravediamo attraverso un’osservazione superficiale della realtà sembra limitarsi ai due fenomeni indicati, il consumismo edonistico e il disagio economico e sociale, in realtà quello cui si assiste è anche la crescita della partecipazione civica, mentre diventa sempre più evidente il valore delle 'passioni positive', quelle in grado di dare valore e significato all’esistenza in un’ottica relazionale e comunitaria. 

E d è da qui che occorre ripartire. Da questi valori e da questi comportamenti. E soprattutto dai segnali che provengono da quella parte del mondo giovanile che si impegna per l’ambiente e la crisi climatica, (potremmo dire la punta di diamante di quella consapevolezza che abbiamo indicato in apertura come il primo dei fenomeni emergenti), che persegue comportamenti di consumo eticamente motivati, o che compie scelte anche difficili nella formazione e nel lavoro alla ricerca di un’occupazione che alimenti la soddisfazione relazionale, il benessere individuale e quello della comunità di appartenenza. E occorre che la politica e le istituzioni diano priorità a questi valori, sostenendo le spinte sociali dal basso che è possibile identificare – e che, come abbiamo visto, esistono, e sono tutt’altro che irrilevanti – che vanno nella direzione della sostenibilità e della sussidiarietà, e mettendo in campo azioni di supporto che rafforzino il ruolo dei singoli e delle comunità a tutti i livelli, decisionali ed operativi.

www.avvenire.it

 

sabato 30 luglio 2022

SEI FATTO PER VOLARE


 Cammina verso l’alto. 

“Cammina verso l’alto. La tua vocazione é tendere verso l’alto, senza lasciarti trascinare in basso da chi vuol farti credere che sia meglio pensare solo a te stesso e usare il tempo che hai unicamente per il tuo svago e i tuoi interessi.

Amico, non sei fatto per vivacchiare, per passare le giornate bilanciando doveri e piaceri, sei fatto per librarti verso l’alto, verso i desideri più veri e belli che porti nel cuore, verso Dio da amare e il prossimo da servire.

Non pensare che i grandi sogni della vita siano cieli irraggiungibili.

Sei fatto per spiccare il volo, per abbracciare il coraggio della verità e promuovere la bellezza della giustizia, per “elevare la tua tempra morale, essere compassionevole, servire gli altri e costruire relazioni. per seminare pace e cura dove ti trovi; per accendere l’entusiasmo di chi ti vive accanto; per andare oltre, non per livellare tutto quanto”.

 Papa Francesco - 29 luglio 2022



sabato 28 maggio 2022

MOTIVAZIONE E COMPETENZE NON COGNITIVE


COME EDUCARE 

GLI STUDENTI 

A NON MOLLARE 

-         Alfredo Sparaventi

     

In un recente convegno all’Università di Urbino le potenzialità delle character skills per la formazione di una personalità affettivamente solida negli studenti

 Il tema delle character skills è stato rilanciato all’interno dell’Università degli Studi di Urbino con un recente convegno organizzato dal Centro Culturale “E. Mounier” di Acqualagna, che sta diventando un punto di riferimento importante per le attività culturali dell’entroterra della Provincia di Pesaro/Urbino. Hanno offerto il loro contributo il prof. Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, e l’on. Paolo Lattanzio, deputato e relatore della legge sulle “non cognitive skills” (Ncs).

Il magnifico rettore dell’Università di Urbino, prof. Giorgio Calcagnini, ha portato il suo saluto ricordando che la tematica dell’umano, messa in evidenza da molti studiosi, è fondamentale nella nostra civiltà perché al giorno d’oggi agli studenti e ai dipendenti non si chiede solo il sapere tecnico ma la capacità di interagire con gli altri e l’ambiente circostante. Presente anche il consigliere di amministrazione della Banca di Credito Cooperativo del Metauro, Amedeo Montanari, sponsor della manifestazione, che nel saluto ha sottolineato come la caratteristica delle banche del territorio sia la relazione con il cliente.

Lattanzio nel suo intervento sulla proposta di legge ha ribadito che essa vuol fare uscire la scuola dalle secche burocratiche e strutturali in cui è imprigionata e rilanciare il tema educativo e di promozione sociale, in particolare per i ragazzi più fragili. Il corpo docente e il mondo della scuola si trovano di fronte ad una sfida epocale e devono diventare attori e protagonisti del cambiamento pedagogico ed educativo: solo il connubio tra non cognitive e cognitive skills, può permettere ai ragazzi di affrontare le enormi sfide che il mondo ci sta mettendo davanti. La didattica a distanza, causata dalla pandemia, ha messo in rilievo le differenze territoriali e scolastiche perché sono riuscite a lavorare in maniera soddisfacente solo quelle scuole che più avevano innovato sulla didattica e che avevano un rapporto empatico con i ragazzi.

Le Ncs non sono una nuova materia di insegnamento, ma una sfida al corpo docente sull’educazione e formazione dei ragazzi per migliorare non solo le loro conoscenze ma anche la capacità di adattarsi, da protagonisti, ai continui cambiamenti sociali e tecnologici che stanno avvenendo. Esse sono piuttosto una sensibilità, un approccio pedagogico ed educativo che aiuta a far emergere e a sviluppare la personalità, e non può essere il medesimo in tutti gli ambienti e tempi. 

La sperimentazione di queste nuove competenze dovrà avvenire nella scuola italiana fin dalla fase dell’infanzia (sta già avvenendo in alcuni territori dove la scuola funziona). Inoltre, esse hanno un impatto positivo sulla prevenzione dei comportamenti devianti: educare all’emotività e alla relazione in un tempo in cui la violenza è diventata parte del nostro vissuto quotidiano, come i fatti di cronaca ci documentano.

Viviamo in un mondo complesso e in continuo cambiamento, per cui occorre una “global competence” per orientarsi e viverlo come un’opportunità e non una condanna; per far questo occorre sviluppare tutti i lati della personalità del giovane, anche quelli socio-emozionali, altrimenti egli non entrerà nel mondo della scuola e in quello del lavoro con quella sicurezza ed energia di cui abbisogna.

Ci sono due fatti che ci confermano l’importanza di una educazione che tenga conto degli aspetti psico-sociali, emozionali e di relazione: lo smartworking, che avrà un impatto sul concetto stesso di mondo del lavoro, ed il fenomeno delle dimissioni di massa (great resignation) dei 40-50enni in posti apicali ma che non vedono più nel lavoro la realizzazione della propria emotività e della propria esistenza.

La nuova normativa prevede delle linee guida su come sviluppare la sperimentazione nazionale all’interno dell’autonomia scolastica, con l’obiettivo di valutarne i risultati dopo il triennio. Infine Lattanzio ha terminato ricordando che Aldo Moro aveva anticipato il tema nel 1958, quando da ministro dell’Istruzione aveva introdotto l’educazione civica come collante fra lo studio e la vita sociale.

Vittadini presentando il volume Viaggio nelle Character Skills ha analizzato le difficoltà degli studenti italiani aggravate dalla pandemia: il 30% dei ragazzi non si sono collegati per problemi di rete e fra quelli che si sono collegati è venuta meno la relazione fra pari e quella educativa, aumentando sentimenti di sfiducia e fatica nel ritornare alla normalità. L’abbandono scolastico ha raggiunto punte annuali di 543mila unità, pari al 13,1% del totale, che insieme al 7,1% di dispersione implicita porta a stime di perdite di 1 ragazzo ogni 4, mentre al Sud si scende a 1 su 3, ragazzi che presumibilmente andranno a costituire i 2,2 milioni di Neet italiani che non studiano né lavorano.

Ad incidere sull’abbandono scolastico non sono solo o prevalentemente gli aspetti legati alle condizioni socio-economiche e culturali famigliari; risultano determinanti l’ambiente scolastico, la preparazione degli insegnanti e le relazioni con gli stessi e il gruppo dei pari. Oggi i ragazzi sono più fragili affettivamente e quindi le proprie caratteristiche personali e di storia incidono, a volte in maniera determinante, sulle difficoltà scolastiche, per cui vanno aiutati a riscoprire l’aspetto motivazionale, di ragioni e di gusto della vita per accrescerne l’autostima.

Ecco come l’aspetto delle Ncs acquisisce un’importanza fondamentale per la formazione: nei giorni scorsi ha avuto ampia eco la notizia che il 51% dei 15enni italiani è incapace di comprendere il significato di un testo scritto.

Occorre ricordare che il primo a studiare queste abilità è stato il Premio Nobel per l’economia James Heckman alla fine degli anni 90. Egli cominciò ad indagare la scuola americana per capire perché non riusciva a formare adeguatamente le persone e ha preso in prestito dalla scuola psicologica americana le Ncs per capirne l’interazione con le competenze cognitive.

I suoi studi hanno di fatto mostrato come esse condizionano l’apprendimento e le abilità lavorative: possono cambiare in maniera significativa nel corso del tempo e dei luoghi. Ha verificato, inoltre, su gruppi di studenti aventi la stessa capacità conoscitiva, come gli abbandoni dipendano soprattutto dagli aspetti non cognitivi della personalità.

Le Ncs per lo studioso americano diventano tratti della personalità innati e formati dall’interazione con l’ambiente che condiziona l’apprendimento e le abilità lavorative e quindi entrano a far parte del character delle persone. I suoi studi dimostrano che uno sviluppo di esse aumenta la produttività nel lavoro: soprattutto in un mondo in cui la conoscenza diventa obsoleta velocemente, danno all’individuo quella capacità di “imparare ad imparare” che è determinante per non trovarsi esclusi.

La ricerca effettuata sulle scuole della provincia di Trento da Vittadini e altri studiosi ha messo in evidenza come una variazione negli aspetti non cognitivi della personalità (ad es. stabilità emotiva) porti ad un miglioramento dei risultati Invalsi: gli aspetti che denotano una maggior maturità degli studenti aumentano le competenze cognitive, mentre quelli che denotano fragilità portano a risultati peggiori in termini di conoscenza.

Nonostante tutte le evidenze empiriche e gli apporti metodologici, senza luoghi scolastici unitariamente tesi a sviluppare la personalità degli studenti, la scuola italiana e i nostri giovani non riusciranno a fare quel salto di qualità che oggi è necessario.

Il Sussidiario