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mercoledì 23 settembre 2026

IMPARARE A RIPROVARE



L’errore


 e il compito


 degli adulti



-di STEFANO VICARI*

Con la riapertura delle scuole, bambini e ragazzi tornano a confrontarsi con orari, regole, attese, compiti e valutazioni. Tornano anche a scoprire che non sempre si può scegliere ciò che piace, riuscire al primo tentativo o ottenere subito quello che si desidera. La scuola non trasmette soltanto conoscenze. Insegna anche ad aspettare il proprio turno, accettare una correzione, affrontare un voto deludente e riprovare dopo un errore.

Tollerare la frustrazione non significa non provare rabbia, tristezza o delusione.

Significa riuscire a regolare queste emozioni senza esserne travolti, senza rinunciare immediatamente e senza trasformare ogni ostacolo in una catastrofe. È una capacità che non compare da sola con l’età, ma si costruisce gradualmente fin dai primi anni di vita. Un bambino piccolo vuole tutto e subito. Non perché sia egoista o maleducato, ma perché le capacità di attendere e controllare gli impulsi sono ancora immature. Ha bisogno di un adulto che lo aiuti a calmarsi, dia un nome a ciò che prova e mantenga il limite anche quando protesta. Poco alla volta quella regolazione ricevuta dall’esterno diventerà una capacità personale.

Questo apprendimento passa attraverso esperienze semplici. Aspettare qualche minuto, lasciare un gioco a un altro bambino, accettare che una richiesta non possa essere soddisfatta immediatamente, finire un piccolo compito prima di dedicarsi a qualcosa di piacevole. Non servono privazioni costruite di proposito. La vita quotidiana offre già abbastanza occasioni per incontrare un limite.

Oggi molti adulti sembrano fare sempre più fatica a lasciare che un figlio incontri una frustrazione. Anticipiamo i desideri, riempiamo le attese, interveniamo alla prima difficoltà. Il gesto nasce spesso dalla volontà di proteggerlo, ma può trasmettergli un messaggio diverso: che la delusione sia qualcosa da evitare e che, da solo, non abbia risorse sufficienti per affrontarla. Non si tratta, naturalmente, di lasciare un bambino solo davanti a difficoltà troppo grandi. Educare alla frustrazione non significa umiliare, negare conforto o imporre sofferenze “per farlo crescere”. Un limite utile deve essere comprensibile, proporzionato all’età e accompagnato dalla presenza dell’adulto. Possiamo riconoscere la rabbia senza eliminare la regola, accogliere il pianto senza concedere automaticamente ciò che era stato negato, aiutare a cercare una soluzione senza sostituirci.

Anche la scuola può svolgere un ruolo decisivo. Imparare richiede tempo, esercizio e la possibilità di sbagliare. Ma se ogni voto diventa un giudizio sul valore personale, l’errore non insegna più e diventa una minaccia. Genitori e insegnanti dovrebbero aiutare i ragazzi a distinguere il risultato dalla persona. Un compito andato male dice che quella prova non è riuscita, non che chi l’ha svolta sia incapace. Non chiediamo soltanto «che voto hai preso?», ma anche «che cosa hai capito?».

La tolleranza della frustrazione non è uguale per tutti. Un bambino con ADHD, autismo, difficoltà del linguaggio, ansia o disabilità intellettiva può reagire più intensamente all’attesa, all’imprevisto o all’insuccesso. Non è necessariamente mancanza di volontà. Può avere bisogno di regole anticipate, tempi più brevi, pause e un aiuto maggiore per riconoscere ciò che prova. L’obiettivo resta imparare ad autoregolarsi, ma il percorso non può essere identico per tutti.

Anche l’ambiente digitale rende l’attesa sempre meno abituale. Un video inizia subito, una risposta arriva in pochi secondi, un contenuto che annoia può essere sostituito con un gesto. La tecnologia non rende fragili, ma una vita organizzata intorno alla gratificazione immediata offre poche occasioni per allenare la pazienza, sostenere la noia e continuare ciò che non premia subito. Gli adulti non possono chiedere ai ragazzi ciò che non riescono a mostrare. Se reagiamo con irritazione a una coda, a un ritardo o a un contrattempo, insegniamo che ogni ostacolo è un affronto. I bambini imparano osservando come accettiamo un errore e ricominciamo dopo una delusione. Tollerare la frustrazione non significa rassegnarsi. Significa distinguere ciò che può essere cambiato da ciò che, almeno per il momento, deve essere accettato. Significa restare davanti a una difficoltà abbastanza a lungo da poter cercare una strada diversa. Da questa esperienza nascono perseveranza, autonomia e fiducia nelle proprie capacità.

La fatica dell’imparare.

La ripresa della scuola può essere allora l’occasione per restituire valore anche alla fatica di imparare. Non chiediamo alla scuola di eliminare ogni ostacolo né ai ragazzi di affrontarlo senza aiuto. Chiediamo agli adulti di accompagnarli senza fare tutto al loro posto, di sostenere le emozioni senza cancellare i limiti e di ricordare che crescere non significa ottenere sempre ciò che si vuole. Significa imparare che una delusione può fare male senza distruggerci, che un errore può essere corretto e che, dopo un insuccesso, è ancora possibile riprovare.

*Stefano Vicari - Professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma

www.avvenire.it


venerdì 7 maggio 2021

LE VIE DELL'APPRENDIMENTO


Imparare non è un atto meccanico, 

ma migliora se si stimolano interessi,

 curiosità, emozioni degli alunni

 

--*    di  Giorgio Vittadini *

    

 «La scuola è aperta a tutti», stabilisce la Costituzione, «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». L’istruzione è il più straordinario fattore di crescita per le persone e per la società. Ringrazio Ernesto Galli della Loggia per l’articolo di mercoledì 5 maggio sul Corriere della Sera che ha risvegliato l’interesse su questo tema.

Numerose ricerche internazionali hanno dimostrato che imparare non è un atto meccanico. L’apprendimento migliora se si stimolano gli interessi, la curiosità, le emozioni degli alunni. E questo si traduce in migliori risultati scolastici, che favoriscono soprattutto chi è meritevole ma «sprovvisto di mezzi». È la nuova frontiera dell’istruzione, nota a livello internazionale con l’espressione inglese «character skills», utilizzata, fra gli altri dal premio Nobel James Heckman. Si cerca di valorizzare, così, la personalità di ciascuno, superando le condizioni economiche o sociali iniziali. Aspetti come l’apertura mentale, la capacità di collaborare, lo spirito di iniziativa sono fattori cruciali nel contributo che ogni persona può dare nel lavoro e nella vita sociale.

Farò alcuni esempi. Nel saggio appena pubblicato «Viaggio nelle character skills» (ed. Il Mulino), sono presentati i risultati di una ricerca condotta fra gli studenti del Trentino Alto Adige. Stimolando negli allievi la coscienziosità e l’apertura all’esperienza, è stato osservato un incremento di 12 punti sul voto Invalsi, un parametro che misura l’apprendimento effettivo e consente confronti con i coetanei italiani e di altre nazioni. La mancanza di responsabilità per i propri risultati, al contrario, corrisponde ad un incremento di 5 volte in negativo sul voto Invalsi.

Nell’era digitale la scuola non può limitarsi a insegnare solo nozioni, sia pure fondamentali, come la lettura o la matematica. La scuola deve anche contribuire a far crescere le persone, offrendo loro una preparazione utile alla vita sociale. Il nuovo «Curriculum dello Studente» che accompagna per la prima volta l’esame di maturità, si inserisce in questo filone e non è affatto «un po’ di classe» come sostiene Galli della Loggia. Nel documento sono incluse le attività extrascolastiche, «in ambito professionale, sportivo, musicale, culturale e artistico, di cittadinanza attiva e di volontariato». E le esperienze di alternanza scuola lavoro.

La scuola deve offrire ora a tutti la possibilità di presentare le proprie capacità, che si nasca con la mente di Steve Jobs (senza grandi mezzi) oppure no. Una verità già nota agli antichi. «La mente non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere», affermava duemila anni fa il filosofo greco Plutarco.


*Docente di statistica Università Milano Bicocca, 
presidente della Fondazione per la Sussidiarietà

Corriere della sera

 

venerdì 6 settembre 2019

INSEGNARE E’ IMPARARE


C’è un duplice vantaggio nell'insegnare perché, mentre si insegna, si impara (Seneca)
Insegnare è imparare due volte (Joseph Joubert)

Ho anch'io insegnato per anni; anzi, tenere conferenze è lo stesso che impartire lezioni e, per questo, condivido il succo delle due frasi sopra citate.
 Esse provengono da due autori distanti secoli tra loro: la prima è tratta dalle Lettere a Lucilio di Seneca, il famoso filosofo latino del I secolo d.C.; la seconda, invece, è desunta dai Pensieri di un autore francese molto meno noto, Joseph Joubert (1754-1824). La coincidenza tematica è evidente: quando si insegna, si impara, non solo perché si è costretti a chiarire a noi stessi quello che affermiamo, ma anche perché spesso si procede ulteriormente, assieme al discepolo, nella conoscenza.
È stato anche detto che all’inizio si insegna quello che si sa, mentre, giunti alla maturità piena dell’intelligenza, si insegna ciò che non si sa e questo significa ricercare insieme all’alunno la verità. Certo è che tutte le cose che si sono insegnate con serietà sono rimaste in noi in
modo più incisivo rispetto a quelle che si sono solo studiate o apprese.
Ha, quindi, ragione Joubert: insegnando s’impara due volte. Purtroppo si deve riconoscere che ai nostri giorni s’insegna sempre meno: i genitori sono esitanti nel consigliare e ammonire i loro figli; la scuola si affida a programmi semplificati; i docenti sono non di rado demotivati e si
riducono a stanchi ripetitori; la stessa catechesi ecclesiale è in crisi.
Cristo quando saluta i suoi apostoli dopo la risurrezione dice loro: «Andate e ammaestrate …». Dovremmo, in tutti i campi,con semplicità e umiltà ritornare a insegnare e a imparare.







sabato 8 ottobre 2016

A PROPOSITO DI DIALOGO


Zygmunt Bauman: “Il vero dialogo non è parlare con gente che la pensa come te”
Il sociologo e filosofo polacco denuncia che le reti sociali non sono una comunità, ma solo un sostituto

Zygmunt Bauman, nato a Poznań (Polonia) nel 1925, dovette emigrare con la sua famiglia in quella che all’epoca era l’Unione Sovietica quando era appena un bambino per sfuggire alla persecuzione nazista. Nel 1968 dovette nuovamente fuggire per evitare la purga antisemita seguita al conflitto arabo-israeliano. Si stabilì temporaneamente a Tel Aviv, per poi trasferirsi in Inghilterra, dove fece carriera all’Università di Leeds.
In un’intervista rilasciata a gennaio di quest’anno a Ricardo De Querol per Babelia, su El País, ha spiegato come le reti sociali, pur avendo cambiato in buona misura le forme tradizionali dell’attivismo sociale, non siano se non un sostituto della formazione di comunità autentiche.
Nell’intervista, De Querol ha citato lo stesso Bauman, per il quale l’attivismo online è un “attivismo da sofà” e Internet la maggior parte delle volte non fa che “addormentare con intrattenimento a basso costo”. Il giornalista gli ha quindi chiesto se le reti sociali, parafrasando Marx, non siano il nuovo “oppio dei popoli”. Bauman non ha esitato a rispondere che l’identità, come le comunità, non è qualcosa che si debba creare, ma qualcosa che “si ha o non si ha”.
            “Quello che le reti sociali possono creare”, ha segnalato il sociologo, “è un sostituto. La differenza tra la comunità e la rete è che tu appartieni alla comunità ma la rete appartiene a te. Puoi aggiungere amici e puoi cancellarli, controlli la gente con cui ti relazioni. La gente si sente un po’ meglio perché la solitudine è la grande minaccia in quest’epoca di individualizzazione. Ma nelle reti aggiungere amici o cancellarli è così facile che non c’è bisogno di capacità sociali”.
Queste ultime, ha segnalato Bauman nell’intervista, si sviluppano nel contatto quotidiano umano diretto, in spazi condivisi, sia pubblici che privati: per strada o nell’ambiente di lavoro, in cui è necessaria un’interazione “ragionevole” con la gente; insomma, in interazioni che esigono dialogo, negoziato e apertura.
A questo proposito, Bauman non esita a ricordare che papa Francesco ha concesso la sua prima intervista dopo essere stato eletto Sommo Pontefice a un giornalista apertamente e ateo, Eugenio Scalfari.
“È stato un segno”, ha indicato Bauman: “il vero dialogo non è parlare con gente che la pensa come te”.
Il dialogo, ha specificato il sociologo in un’intervista rilasciata di recente ad Avvenire, è “insegnare a imparare. L’opposto delle conversazioni ordinarie che dividono le persone: quelle nel giusto e quelle nell’errore”.
“Entrare in dialogo significa superare la soglia dello specchio, insegnare a imparare ad arricchirsi della diversità dell’altro. A differenza dei seminari accademici, dei dibattiti pubblici o delle chiacchiere partigiane, nel dialogo non ci sono perdenti, ma solo vincitori”.
“È la vera rivoluzione culturale rispetto a quanto siamo abituati a fare ed è ciò che permette di ripensare la nostra epoca. L’acquisizione di questa cultura non permette ricette o facili scappatoie, esige e passa attraverso l’educazione che richiede investimenti a lungo termine. Noi dobbiamo concentrarci sugli obiettivi a lungo termine”.
“E questo”, ha concluso Bauman, “è il pensiero di papa Francesco. Il dialogo non è un caffè istantaneo, non dà effetti immediati, perché è pazienza, perseveranza, profondità. Al percorso che lui indica aggiungerei una sola parola: così sia, amen”.
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

DANIEL R. ESPARZA/ALETEIA


lunedì 14 settembre 2015

INIZIA UN NUOVO ANNO SCOLASTICO! L'AUGURIO DELL'AIMC

ASSOCIAZIONE   ITALIANA   MAESTRI   CATTOLICI


Comunicato stampa
                     

Che sia realmente buona scuola per tutti!

L’inizio di un nuovo anno scolastico: ritrovarsi, ripartire, un certo entusiasmo, variegate attese, molte speranze,… La scuola di oggi è, forse, soffocata da complessità, difficoltà, disagi, disorientamento, caratteristiche del nostro tempo che si riverberano anche fra le pareti dell’aula.
          L’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC) è convinta che sia urgente recuperare il senso della bellezza dell’educare, dell’insegnare, dell’apprendere. Perché educare è investire nel futuro del Paese. Perché insegnare è un modo per concorrere alla costruzione del tessuto sociale. Perché apprendere codici culturali e umani è farsi consapevoli e liberi. Perché il quotidiano della scuola è scrivere, con gli altri, frammenti di storia. Perché interagire con la scuola è valorizzare una risorsa per il bene comune. Perché nell’aula, giorno dopo giorno, si costruiscono le biografie personali e la biografia collettiva di un popolo.
Solo il recupero di senso può costituire il bagaglio necessario per ripartire nonostante tutto. Nonostante le delusioni, nonostante i ritardi, nonostante le incomprensioni, facendo tesoro, invece, di esperienze di reale “buona scuola” che, certamente, si sono realizzate e sono ancora possibili.
          Allora gli auguri si sostanziano, diventano autentici e si declinano. Auguri agli studenti, bambini e giovani, perché raggiungano nella bellezza dell’imparare risposte significative alle loro attese di crescita; auguri ai professionisti perché trovino nella bellezza dell’insegnare il sostegno della comunità scolastica e del territorio, ma anche dei corpi intermedi quali l’associazionismo, superando l’amaro senso di solitudine in un ambiente, quello scolastico appunto, che è per sua natura luogo di profonda relazionalità; auguri ai genitori perché nella bellezza educativa trovino condivisione nell’azione della scuola; auguri all’Amministrazione, alla società civile, ai politici, ...
Solo dalla concertazione di tutti intorno a questo bene – la scuola – immateriale, ma fondativo della convivenza civile e democratica di un Paese gli auguri di inizio d’anno scolastico potranno essere tradotti in obiettivi all’altezza di un popolo che vive responsabilmente quest’inizio di millennio.
                                                                               La presidenza nazionale AIMC
Roma, 14 settembre 2015