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mercoledì 22 luglio 2026

CERCASI UN MOTIVO


 RAGAZZI 


IN CERCA 


DI UN MOTIVO



Dalla visibilità alla cura dell’altro

-         di MATTEO FABRIS*

Credo che, nelle riflessioni che siamo chiamati a fare rispetto all’educazione e alla formazione, sia sempre più importante partire dal loro vissuto, dalle loro parole. Solo così possiamo cercare di intravedere una spaccatura, anzi una fenditura, per entrare nei loro pensieri, nei loro cuori, nelle loro vite. Purtroppo, la cronaca è sempre ricca di spunti dove vengono descritte situazioni in cui adolescenti e giovani sono protagonisti di fatti (e di discorsi) che fanno arrabbiare, indignare, rabbrividire.

Così l’adulto è portato a esternare la sua critica verso le famiglie che non sanno più educare, la scuola che non dà più disciplina o prospettive future, gli oratori o i gruppi aggregativi che sono sempre meno attrattivi e vuoti. Vorrei chiarire che queste idee non sono false o inappropriate, ma superficiali. Cioè, per schiarire la superficie da queste torbidità, è necessario immergersi, con tutto l’ossigeno che abbiamo, nelle loro parole. Iniziamo.

«Addio amica mia, free N. Free N. Ve lo giuro, questa è mort... abbiamo rotto tutto stanotte, bro. Per un mese niente lavoro fratello, tentato omicidio ci han fatto».

Queste sono le parole pronunciate dal ragazzo che era in macchina con la giovane neopatentata che di recente ha travolto con la sua auto due ragazze in motorino, uccidendo una di loro. Proprio le sue parole mi hanno colpito, e sono in netto contrasto con quelle pronunciate dal ragazzo. Nelle prime dichiarazioni aveva detto: «Ora non ho più motivo di stare al mondo». Mi sono chiesto: quali prospettive, quali idee del sé e del mondo sono sottese in queste espressioni, entrambe pronunciate di getto, a caldo, dopo un fatto così terribile?

Tutti i contenuti delle frasi del ragazzo sono incentrati su di sé. «Abbiamo rotto tutto bro» si rifà a quell’espressione tipica che tra i giovani fa riferimento al fatto di aver fatto qualcosa di memorabile, all’autocelebrazione: abbiamo spaccato. Subito poi fa riferimento alla sua situazione lavorativa, alla sua condanna. Lui guarda a sé stesso. La morte della ragazza è un dato, un fatto su cui costruire una propria narrazione egoriferita. Credo che questo sia l’emblema della situazione odierna che riguarda tutti, fin dalla prima infanzia: l’egocentrismo, che ci porta a vederci come il sole del nostro individuale sistema solare. Questo è evidenziato dai contenuti che ha postato successivamente, in cui sostiene di dover lasciare l’Italia perché è stato attaccato, calunniato, denigrato. Solo lui, sempre lui al centro. Il suo sguardo è rivolto verso terra, verso sé stesso. Il problema è che guardando in basso, si ritrova tra le mani uno schermo nero che riflette il suo ego, e lo amplifica attraverso una storia su un social network.

È paradossale che, nella stessa devastante situazione la giovane conducente, con delle parole che fanno venire la pelle d’oca per intensità e disperazione, ci regali una fenditura, uno spiraglio: «Ora non ho più motivo di stare al mondo». Sono parole che tolgono il fiato. Soprattutto perché poi, se si va a cercare il loro significato, si può notare che il termine “motivo” deriva dal latino “motîvus”, participio passato del verbo “movere” (muovere). Letteralmente significa “atto a muovere” o “ciò che spinge a fare”. Togliendo la vita a una persona, questa ragazza dichiara, in questo momento, di non avere un motivo di vivere. Perché il motivo stesso è l’altra persona.

È l’altro. Stiamo al mondo per prenderci cura gli uni degli altri. È attraverso questo atto che ci conosciamo, cresciamo, scopriamo le nostre qualità, i nostri difetti, il nostro motivo di essere al mondo. Se lo sguardo del ragazzo è rivolto verso il basso, il suo è rivolto verso ciò che la circonda.

Questi fatti sono successi proprio quando aprivano le porte degli oratori estivi, dove migliaia di adolescenti, anche dell’età dei protagonisti della vicenda che abbiamo raccontato, sono chiamati a essere animatori, cioè a prendersi cura dei più piccoli, a farli giocare, a stare con loro, a mettersi in ascolto. Una vera e propria palestra per vivere quel motivo che descrivevamo prima.

Per prepararsi all’oratorio estivo proponiamo un corso di formazione di tre giorni. Una delle attività possibili è quella di scrivere un messaggio a coloro che parteciperanno i prossimi anni. Ecco cosa ha scritto G.: «A me non piace essere anonimo, anzi sono qui per aiutarti. Questo è il mio Ig (contatto di Instagram), vorrei sapere come va, come è andata, vorrei anche essere per te un aiuto, quindi se vorrai consigli, aiuto o solo parlare, io ci sono sempre!». Mettersi in ascolto, mettersi a disposizione, aiutare l’altro. Perché? Per non essere anonimo.

Gli adolescenti hanno bisogno di sentirsi qualcuno. Ma siamo pronti a far vivere loro esperienze che li facciano sentire riconosciuti non per la loro visibilità, ma perché si prendono cura dell’altro?

*Matteo Fabris -Pedagogista, referente tavolo formazione di Fom (Fondazione Oratori Milanesi)

www.avvenire.it

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venerdì 5 giugno 2026

APPRENDIMENTO E MEMORIA

 

La memoria 

non nasce

 dalla ripetizione

 meccanica, 

come apprendono

 davvero i bambini?

 Cosa dicono

le neuroscienze?



-di Bruno Lorenzo Castrovinci

Per molto tempo la scuola ha immaginato l’apprendimento come un processo lineare. L’insegnante spiegava, l’alunno ascoltava, studiava, memorizzava e infine restituiva le informazioni attraverso una verifica. Oggi le neuroscienze cognitive mostrano una realtà molto più complessa e profondamente umana. Il cervello dei bambini non funziona come un contenitore da riempire, ma come un organismo dinamico che costruisce continuamente connessioni attraverso l’esperienza, le emozioni, il movimento, le relazioni e il significato.

Apprendere non significa semplicemente accumulare nozioni, ma modificare la struttura stessa del cervello. Ogni nuova esperienza significativa produce cambiamenti nelle reti neurali e, quando un bambino comprende davvero qualcosa, il suo cervello si riorganizza. È questo il cuore della neuroplasticità, uno dei concetti più importanti delle neuroscienze contemporanee.

Per insegnanti e famiglie questa scoperta cambia profondamente il modo di guardare all’apprendimento. Non basta chiedersi che cosa insegnare, ma occorre domandarsi come il cervello dei bambini riesca realmente a imparare.

L’emozione è la porta dell’apprendimento

Le neuroscienze hanno dimostrato che emozione e cognizione non sono separate. Per anni si è pensato che imparare significasse mettere da parte la dimensione emotiva per privilegiare la razionalità. In realtà il cervello apprende meglio quando si sente coinvolto emotivamente.

Un bambino che prova curiosità, interesse, sicurezza e fiducia attiva aree cerebrali che facilitano attenzione, memoria e comprensione. Al contrario, paura, ansia e umiliazione producono un aumento del cortisolo che interferisce con i processi cognitivi. Questo significa che un ambiente scolastico percepito come minaccioso non favorisce l’apprendimento profondo.

Molti insegnanti lo osservano ogni giorno: alcuni bambini, durante una verifica, sembrano dimenticare improvvisamente tutto ciò che avevano studiato. Non sempre ciò dipende da una preparazione insufficiente; talvolta è il carico emotivo della situazione a bloccare le risorse cognitive.

Per questa ragione, il clima educativo non è un elemento secondario. La qualità della relazione con l’insegnante influisce concretamente sui processi di apprendimento e un bambino impara meglio quando si sente accolto, riconosciuto e ascoltato.

L’attenzione dei bambini non è infinita

Uno degli errori più frequenti consiste nel chiedere ai bambini tempi attentivi superiori alle loro possibilità neurologiche. Il cervello infantile non riesce a mantenere un’attenzione costante e prolungata per molte ore consecutive, soprattutto se l’attività è passiva e poco coinvolgente.

Le neuroscienze spiegano che l’attenzione funziona come una risorsa limitata. Dopo un certo periodo di tempo il cervello necessita di pause, cambiamenti di attività, movimento e stimoli differenti per recuperare energia cognitiva.

Questo non significa trasformare la scuola in un luogo caotico o continuamente spettacolarizzato. Significa però comprendere che la lezione esclusivamente frontale e statica non può essere l’unico modello didattico. I bambini apprendono meglio quando alternano ascolto, dialogo, esperienza pratica, manipolazione, cooperazione e attività corporee.

Anche il movimento ha un ruolo fondamentale. Muoversi non distrae necessariamente dall’apprendimento; al contrario, favorisce ossigenazione cerebrale, regolazione emotiva e consolidamento delle informazioni. Per questo motivo molti bambini riescono a concentrarsi meglio dopo un’attività motoria o durante esperienze che coinvolgono attivamente il corpo.

La memoria non nasce dalla ripetizione meccanica

Molti adulti sono cresciuti con l’idea che imparare significhi ripetere molte volte le stesse informazioni. Le neuroscienze mostrano invece che la memoria stabile nasce soprattutto dalla rielaborazione significativa.

Il cervello ricorda meglio ciò che comprende, collega e utilizza. Quando un bambino costruisce connessioni tra nuove conoscenze ed esperienze già presenti, l’apprendimento diventa più duraturo. La semplice memorizzazione passiva produce spesso apprendimenti fragili e temporanei.

Anche l’errore assume una funzione diversa. In molte classi l’errore viene ancora vissuto come una colpa o come il segno di un’incapacità. Dal punto di vista neuroscientifico, invece, sbagliare è parte integrante dell’apprendimento. Il cervello apprende proprio attraverso il confronto tra previsione ed errore. Ogni volta che un bambino corregge un’informazione, rafforza le proprie reti neurali.

Per questo motivo le classi nelle quali si ha paura di sbagliare rischiano di bloccare la partecipazione autentica. Un bambino che teme continuamente il giudizio tende a esporsi meno, a evitare il rischio cognitivo e spesso a rinunciare alla curiosità.

Ogni bambino apprende in modo diverso

Le neuroscienze confermano ciò che molti insegnanti sanno da sempre attraverso l’esperienza quotidiana: non esistono due cervelli identici. Ogni bambino possiede tempi, modalità attentive, sensibilità emotive e strategie cognitive differenti.

Alcuni apprendono rapidamente attraverso il linguaggio verbale. Altri necessitano di immagini, esperienze concrete, manipolazione o tempi più lunghi di consolidamento. Ci sono bambini che hanno bisogno di silenzio e altri che pensano meglio attraverso il confronto.

Questo non significa sostenere rigidamente l’idea degli “stili di apprendimento” come categorie fisse, teoria oggi molto discussa scientificamente. Significa piuttosto riconoscere che la diversità cognitiva è reale e che la scuola non può pretendere uniformità assoluta nei percorsi di apprendimento.

La personalizzazione didattica non rappresenta, quindi, una concessione o un privilegio, ma una necessità educativa coerente con il funzionamento del cervello umano.

Il ruolo decisivo della motivazione

Le neuroscienze mostrano che la motivazione attiva i circuiti cerebrali della ricompensa e rende l’apprendimento più efficace. Un bambino motivato presta maggiore attenzione, persiste più a lungo nelle difficoltà e consolida meglio ciò che apprende.

La motivazione più profonda, però, non nasce dal premio o dalla paura del voto. Nasce dal significato. I bambini imparano meglio quando percepiscono che ciò che fanno ha senso, quando possono sentirsi competenti, quando vedono riconosciuti i propri progressi.

Questo cambia anche il modo di valutare. Una valutazione esclusivamente centrata sull’errore rischia di spegnere motivazione e autostima. Al contrario, un feedback costruttivo aiuta il bambino a comprendere dove si trova e come può migliorare.

Molti bambini non smettono di impegnarsi perché sono pigri, ma perché iniziano a convincersi di non essere capaci.

La relazione educativa modifica il cervello

Tra le acquisizioni più affascinanti delle neuroscienze vi è la scoperta che le relazioni influenzano direttamente lo sviluppo cerebrale. Un adulto significativo può diventare un vero fattore di protezione emotiva e cognitiva.

L’insegnante non trasmette soltanto contenuti disciplinari. Attraverso il tono della voce, lo sguardo, le parole e il modo di gestire gli errori contribuisce a costruire l’immagine che il bambino svilupperà di sé stesso come persona capace o incapace di apprendere.

Ci sono frasi che restano nella memoria per anni. Alcune aprono possibilità interiori, altre diventano ferite silenziose. Questo accade perché il cervello infantile è profondamente relazionale e sensibile al riconoscimento sociale.

Le neuroscienze non chiedono alla scuola di diventare un luogo permissivo o privo di regole. Invitano però a riconoscere che autorevolezza ed empatia non sono in contrapposizione. Un bambino può apprendere anche attraverso la fatica, ma difficilmente riuscirà a farlo in modo efficace all’interno di un clima costante di paura o svalutazione.

Una scuola più vicina al funzionamento umano

Le neuroscienze non offrono formule magiche né ricette semplici. Non basta inserire qualche attività laboratoriale o utilizzare strumenti digitali per migliorare automaticamente l’apprendimento. Ciò che emerge con chiarezza è però la necessità di una scuola maggiormente coerente con il funzionamento reale del cervello umano.

I bambini apprendono attraverso relazioni significative, emozioni positive, curiosità, esperienza attiva, tempi rispettati e possibilità di sentirsi competenti. Hanno bisogno di adulti che sappiano guidarli senza ridurli a numeri o prestazioni.

In fondo le neuroscienze stanno restituendo alla scuola qualcosa che i grandi educatori avevano già intuito molto tempo fa. Si apprende davvero soltanto quando ci si sente vivi dentro ciò che si sta imparando.

Orizzonte Scuola

 

mercoledì 21 maggio 2025

NUTRIRE LA VOGLIA DI STUDIARE


 Nutrire la voglia 
di studiare 

per favorire l’equità

 

La voglia di studiare, di imparare e fare meglio non è certo un patrimonio che resta stabile nel tempo. È piuttosto un bagaglio che occorre nutrire e la scuola ha un ruolo cruciale per accrescerlo valorizzando le occasioni di successo, un traguardo spesso più difficile da raggiungere per i ragazzi e le ragazze con maggiori svantaggi. Per uno scopo così alto la valutazione è senza dubbio uno strumento prezioso.

Lavorare a favore dell’equità significa anche stimolare in tutti i ragazzi la motivazione di cui hanno bisogno per affrontare l’impegno di formarsi.

Chi studia e impara davvero ci riesce perché ne ha voglia, perché prova gusto a fare qualcosa in cui ha fiducia di poter riuscire.

Si costruisce così un circuito virtuoso che favorisce il successo e sostiene la motivazione. Quando una cosa ci riesce, infatti, siamo spronati ad andare avanti e a investire sforzi anche in sfide difficili. Al contrario, quando si inizia a sperimentare l’insuccesso e magari questo si ripete perché poggia su uno svantaggio esistente già in partenza, la motivazione a fare per apprendere si perde più facilmente.

Dare senso, una carta vincente

La scuola è il primo posto in cui un allievo si confronta con le sue competenze cognitive, sociali e relazionali. Se già dall’inizio del percorso formativo si sentirà adeguato ad affrontare compiti sfidanti costruirà verso l’impegno che l’apprendere comporta un atteggiamento positivo, che molto probabilmente porterà con sé anche in altre situazioni della sua vita, nel presente e nel futuro.

Se la scuola invece è percepita come un ambiente faticoso, che dà poche soddisfazioni, è facile che il ragazzo entri in un’ottica di “lavoro in economia”; questo lo porterà a cercare di sopravvivere al compito di apprendere facendo il minimo indispensabile per evitare le conseguenze più spiacevoli, come la bocciatura.

Comincerà quindi a rendere meno di quanto è nelle sue possibilità, intraprendendo un percorso che potrebbe anche portarlo ad abbandonare la scuola prima del tempo.

Del resto, è noto da tempo che la motivazione è strettamente legata al rendimento scolastico e che i ragazzi imparano molto più facilmente quando sono interessati a ciò che apprendono, soprattutto perché capiscono l’utilità e l’applicabilità di ciò che gli viene chiesto di imparare.

Non c’è dubbio infatti che, per dare senso a quello che apprendono, gli allievi di ogni grado di scolarità devono poter stabilire collegamenti tra ciò che fanno in aula e l’esperienza fuori dalla scuola.

È questa una strategia didattica certamente applicata da un numero considerevole di docenti, come testimoniano i dati dell’Indagine TIMSS (Trend in International Mathematics and Science Study) della IEA (International Association for the Evaluation of Educational Achievement), nell’ambito del quale è stato chiesto agli insegnanti quanto spesso collegano le lezioni alla quotidianità dei ragazzi.

Le risposte dei docenti – per il TIMSS sono insegnanti di Matematica – rivelano che gli esempi di vita reale sono molto spesso utilizzati durante le lezioni. Gli insegnanti di matematica del 51,5% degli studenti di quarta primaria nell’UE hanno indicato che collegano quasi ogni lezione alla vita quotidiana degli studenti; il 30,9% ha riferito di farlo in circa la metà delle lezioni. Il 17,6% degli studenti di quarta primaria dell’UE riceve esempi di vita reale solo durante alcune lezioni. Quasi nessun insegnante ha detto di non mettere mai in relazione le lezioni con la vita degli studenti.

Costruire condizioni di successo

Proprio perché la motivazione è così legata alla percezione sia della significatività di quello che si sta facendo sia all’esperienza di successo o insuccesso che si vive da studenti, osservare la scuola attraverso dati valutativi validi e attendibili – come accade con le Rilevazioni nazionali e internazionali alle quali il Nostro Paese partecipa – è uno strumento chiave per sostenere lo sforzo di equità e inclusività che il sistema formativo compie nei confronti di ogni allievo.

Identificare le esigenze di apprendimento della popolazione scolastica è infatti il primo passo verso lo sviluppo di itinerari formativi capaci di costruire condizioni di successo fin dall’inizio del percorso formativo per ogni allievo, anche per coloro che provengono da situazioni di svantaggio, dovute a cause diverse. Le circostanze personali e sociali, infatti, non dovrebbero essere un ostacolo al successo scolastico.

L’obiettivo non è solo che l’allievo raggiunga un determinato risultato, ma anche che costruisca un rapporto positivo con l’apprendimento, dove ogni risultato positivo aumenta la sua motivazione a continuare.

Perché ciò accada, trasformando in realtà concreta un’istanza educativa di innegabile valore, occorre creare un ambiente dove ogni bambino o ragazzo abbia la possibilità di affrontare sfide per lui raggiungibili con il giusto supporto, fatto di feedback costruttivi e di riconoscimento dei progressi compiuti, fattori cruciali perché un giovane impari a credere nelle proprie possibilità e sia disponibile a fare la fatica di apprendere.

 

Approfondimenti

 

INVALSI

 

 

domenica 16 febbraio 2025

AMARE LA SCUOLA ?


 Come far amare la scuola dai propri studenti?

Primo: cancellare la lezione frontale



L'apprendimento non passa solo per la lezione frontale e occorre una rivoluzione che non riguarda soltanto la scuola. Stefano Porcu, psicologo e insegnante di sostegno firma un saggio che offre uno sguardo ragionato su potenzialità e fragilità delle diverse metodologie per l'apprendimento

di Luigi Alfonso

Ci sono insegnanti che riescono a far amare la loro materia ai loro studenti, e altri che la rendono poco appetibile. Stessa materia, ma con un risultato diametralmente opposto. È sempre accaduto, vero. Ma oggi occorre uno sforzo d’immaginazione per far compiere alla scuola un autentico salto di qualità, che non passa soltanto per la rivisitazione dei programmi ministeriali. Soprattutto, oggi è sempre più messa in discussione la tradizionale lezione frontale. E questo aspetto non riguarda soltanto la scuola italiana. Di questo discusso argomento parla il libro Metodologie per l’apprendimento scritto dallo psicologo Stefano Porcu per le edizioni Franco Angeli. Un manuale (disponibile nelle librerie dal prossimo 17 febbraio) che cerca di andare oltre il già sentito e l’eterno dibattito che, da decenni, non è approdato a niente di nuovo. Ne parliamo con l’autore, psicoterapeuta, formatore e insegnante di sostegno. Lo psicologo Stefano Porcu, autore del volume

Come nasce l’idea di scrivere un volume di questo tipo?

L’idea è nata quasi spontaneamente, come un filo rosso che ha intrecciato le mie esperienze professionali e il desiderio di dare ordine alle conoscenze acquisite nel tempo. Ho iniziato il mio percorso come psicologo del lavoro, muovendo i primi passi nel mondo della formazione aziendale e professionale. La curiosità e la passione per l’apprendimento mi hanno spinto ad approfondire la formazione per adulti, ricoprendo ruoli da docente, progettista e coordinatore di percorsi educativi. Negli ultimi anni, ho sentito il bisogno di avvicinarmi ancora di più al mondo della scuola, dove l’educazione ha un impatto profondo e duraturo. Lavorare come insegnante in un istituto superiore è stata un’esperienza trasformativa: mi ha permesso di osservare l’apprendimento da una prospettiva diversa, di comprenderne le sfide e le opportunità, di toccare con mano quanto sia fondamentale coinvolgere attivamente gli studenti. Questo libro nasce proprio da questo viaggio tra ambiti e metodologie diverse. È una raccolta di strumenti che spaziano dalla pedagogia scolastica (come Circle Time, Debate, Jigsaw, Reading Workshop, Case Method, Inquiry) alla psicologia del lavoro e alla formazione per adulti (Open Space Technology, World Café, Business Game, Gamification, Metaplan). Il mio obiettivo è offrire una guida pratica a chi si occupa di formazione, per rendere ogni momento di apprendimento più dinamico, coinvolgente ed efficace.

Il volume vuole essere, quindi, uno strumento pratico per insegnanti e formatori?

Esattamente. Immagino questo libro come un kit di strumenti sempre a disposizione di chi lavora con classi e gruppi, per chi sente il bisogno di andare oltre la lezione frontale e sperimentare metodologie più partecipative. Le tecniche proposte permettono di diversificare l’approccio didattico, alternando momenti più strutturati ad esperienze interattive e collaborative. Ma non è solo una semplice raccolta di metodi: è un supporto concreto per aiutare docenti e formatori a trasformare l’aula in un ambiente vivo, dove l’apprendimento diventa un processo attivo e gli studenti non sono spettatori passivi, ma protagonisti della propria crescita. Perché insegnare non significa solo trasmettere nozioni, bensì creare le condizioni affinché chi impara possa farlo con interesse, curiosità e consapevolezza.

La lezione frontale è ancora il metodo di insegnamento predominante?

Sì. La lezione frontale è radicata nei sistemi scolastici e formativi e offre alcuni vantaggi: permette di trattare argomenti in modo sistematico, di gestire i tempi e di coprire grandi quantità di contenuti. Ma ha anche dei limiti evidenti: non tiene conto dei diversi stili di apprendimento, non favorisce l’interazione e spesso non riesce a mantenere alta l’attenzione degli studenti. Per questo è importante che, chi si occupa di formazione, si apra a modelli più dinamici, bidirezionali e inclusivi. Non si tratta di eliminare la lezione frontale, ma di affiancarle metodologie che rendano l’apprendimento più ricco e partecipato. L’insegnamento deve evolversi, perché la scuola e la formazione non possono rimanere ancorate a modelli del passato in un mondo che cambia così rapidamente. Credo che sia fondamentale adattarsi alle nuove esigenze e comprendere che ogni aula è viva, è una comunità che cresce insieme.

La tradizionale lezione frontale è un sistema ad esclusivo “vantaggio” dell’insegnante, insomma.

Senza dubbio, la lezione frontale è la via più diretta: non richiede una progettazione complessa e permette di risparmiare tempo. Ma può davvero bastare? Un vero professionista della formazione non può limitarsi a un modello unidirezionale e direttivo. L’insegnamento, oggi più che mai, deve evolversi verso un approccio dinamico, inclusivo e flessibile, capace di creare un dialogo autentico con i partecipanti. Perché l’apprendimento non è un semplice trasferimento di nozioni, ma un processo vivo, che prende forma attraverso l’interazione, l’ascolto e l’attenzione ai reali bisogni di chi apprende.

Lei ha avuto riscontri oggettivi durante il suo percorso di formatore e insegnante?

Ogni classe scolastica e ogni aula formativa è un universo a sé, con aspettative, obiettivi, bisogni e desideri differenti. Eppure, c’è un aspetto che accomuna tutti i discenti: il bisogno di sentirsi attivi, coinvolti e motivati nel proprio percorso di apprendimento. Per questo motivo, il docente non può limitarsi al ruolo di trasmettitore di conoscenze, ma deve diventare un vero e proprio facilitatore dell’apprendimento, capace di guidare i partecipanti in modo attivo e stimolante. Ciò significa superare la logica tradizionale del teaching per abbracciare un approccio fondato sul learning, come suggerisce Gian Piero Quaglino, e promuovere una didattica che valorizzi la diversità delle esperienze di apprendimento, in linea con le riflessioni di Dario Ianes e Andrea Canevaro. In definitiva, chi opera nel mondo dell’istruzione e della formazione ha l’opportunità di adottare strategie innovative, capaci di andare oltre la semplice trasmissione di nozioni per favorire lo sviluppo di competenze concrete e la costruzione di una conoscenza davvero significativa.

Cresce il numero di ragazzi che non si appassiona alla scuola. Pigrizia di qualcuno, si dirà, ma anche e soprattutto limiti di un sistema che, in Italia, è troppo ancorato al passato.

Ridurre tutto alla pigrizia sarebbe un errore. Parlerei piuttosto di disaffezione e demotivazione. La mancanza di motivazione è il risultato di tanti fattori: personali, familiari, sociali e anche scolastici. La scuola dovrebbe essere un luogo che ispira, che accende la curiosità, che aiuta a scoprire talenti e passioni. Oggi i ragazzi sono immersi in un mondo fatto di stimoli digitali, di interazioni rapide, di contenuti multimediali. Se la scuola resta statica, rischia di perdere la loro attenzione. Ecco perché è cruciale adottare metodologie più coinvolgenti, che rendano l’apprendimento un’esperienza significativa e appassionante.

150 metodologie non sono un po’ troppe? E come si fa a individuare la migliore?

Le scelte metodologiche e la loro continua sperimentazione non sono semplici tecniche, ma il cuore pulsante della professionalità di insegnanti e formatori. Ogni scelta, ogni adattamento, ogni riflessione rappresenta un tassello fondamentale per rendere l’insegnamento un’esperienza viva e significativa. Troppo spesso, però, le metodologie vengono applicate in modo automatico, senza una reale comprensione della teoria che le sostiene, senza coglierne pienamente il potenziale trasformativo. Questo volume vuole essere una guida che accende consapevolezza: non basta conoscere le metodologie, è fondamentale saperle scegliere con intelligenza e sensibilità, adattandole ai bisogni reali di chi apprende. Perché l’insegnamento non è mai rigido, ma un dialogo continuo, un equilibrio tra struttura e flessibilità. Non esiste un metodo giusto in assoluto, piuttosto esiste il metodo giusto per quel contesto, per quelle persone e in quel momento. Solo con uno sguardo attento e inclusivo possiamo costruire esperienze di apprendimento che rispecchino la diversità di ogni studente, valorizzandone i talenti e rispettandone i tempi. Seguendo i principi dell’Universal Design for Learning, possiamo trasformare le aule in spazi di crescita autentica, in cui ogni studente si senta accolto, compreso e motivato a dare il meglio di sé.

In breve, come si usa questo libro?

Il lettore avrà l’opportunità di esplorare una classificazione delle metodologie didattiche, pensata per guidarlo attraverso le infinite possibilità che l’insegnamento può offrire. Ogni metodologia è organizzata in base all’azione che si vuole suscitare nei partecipanti: che si tratti di ascoltare, discutere, analizzare un caso o immergersi in un gioco di ruolo, ogni scelta diventa un’opportunità unica per stimolare l’apprendimento in modo profondo e autentico. Il cuore di questa selezione risiede nel comportamento che l’insegnante o il formatore desidera evocare: che sia un momento di riflessione profonda o un’esperienza di coinvolgimento attivo, ogni metodologia è pensata per rispondere a un bisogno concreto del gruppo. Le 150 metodologie, suddivise in 20 categorie, diventano così una cassetta degli attrezzi, ricca di risorse pratiche e creative. Ad esempio, se l’obiettivo è far sperimentare la potenza del gioco come strumento educativo, nel capitolo dedicato il lettore troverà approcci ludici come Edu Larp, Gamification o Serious games, pronti a trasformare un semplice esercizio in un’esperienza emozionante e coinvolgente. Se invece l’intento è stimolare la curiosità e l’indagine, attraverso tecniche come Inquiry Training Model o Focus Group, si apriranno porte verso metodologie che invitano all’indagine e alla scoperta. Ogni capitolo, per ciascuna delle 20 categorie, offrirà al lettore un viaggio ricco di possibilità, per scegliere con consapevolezza e creatività la metodologia più adatta a ogni occasione.

Il libro si rivolge a una vasta gamma di categorie dell’ambito educativo e pedagogico. Significa che questo manuale può aiutare anche gli operatori del mondo dello sport giovanile?

Questo libro si rivolge a tutte le persone che, con passione e impegno, lavorano con gruppi di apprendimento, ovunque essi si trovino. A chi, ogni giorno, trasmette conoscenze in materie complesse come chimica e matematica; a chi forma gli altri sulla sicurezza sul lavoro o nel primo soccorso; ma anche a coloro che progettano percorsi formativi dove l’apprendimento si costruisce insieme, come un viaggio collettivo. Tra questi professionisti ci sono educatori scolastici e di laboratori didattici, psicologi che accompagnano persone in percorsi di crescita e introspezione, animatori che creano momenti di condivisione e aggregazione, e coach istruttori sportivi che, con visione e dedizione, guidano team attraverso cambiamenti che portano a nuove consapevolezze e abilità. Ogni lettore, in qualità di professionista, è invitato ad assumere con consapevolezza il ruolo di facilitatore di gruppo.

Appassionare gli studenti è sempre stato appannaggio di pochi. Perché, sia in ambito scolastico che a livello universitario, da sempre ci sono docenti molto preparati che talvolta non hanno la giusta empatia per scatenare l’interesse dei ragazzi.

Dal mio punto di vista, un docente non dovrebbe concentrarsi solo sul “cosa” insegnare, ma anche sul “come” farlo. Le conoscenze tecniche e i contenuti sono senza dubbio essenziali in ogni disciplina, ma non sono sufficienti da sole. Devono essere accompagnate da competenze trasversali che permettano di entrare in connessione con gli studenti e di guidarli con consapevolezza. La capacità di costruire relazioni autentiche, l’empatia che nutre l’apprendimento, la sensibilità nell’osservare e nel valutare: sono tutte abilità che, insieme, creano un ambiente di apprendimento sicuro e stimolante. Questo volume vuole enfatizzare quanto sia cruciale comprendere le teorie che stanno alla base delle strategie didattiche e fare scelte consapevoli riguardo alla metodologia da applicare, in modo che ogni lezione diventi un’opportunità per crescere insieme, come insegnanti e come studenti.

Molte di queste abilità si costruiscono o si perfezionano con appositi corsi di comunicazione.

È proprio così. Molte di queste abilità, fondamentali per un insegnamento efficace, si costruiscono e si perfezionano anche attraverso corsi mirati di comunicazione e di sviluppo di altre capacità di conduzione d’aula. Non è un cammino facile, ma è assolutamente essenziale. Oggi, infatti, non possiamo più limitarci a possedere competenze tecniche in una materia, per quanto siano indispensabili come base di partenza. La vera forza di un insegnante nasce anche dalla sua capacità di comunicare, di entrare in sintonia con gli altri e di saper trasmettere non solo contenuti, ma anche passione, motivazione e fiducia.

Secondo lei bisogna formare gli insegnanti a un nuovo approccio metodologico? Ritiene che una proposta del genere sarà accolta con entusiasmo dagli addetti ai lavori?

Da insegnante, sono profondamente consapevole di quanto i professionisti che lavorano a scuola siano continuamente sommersi da una miriade di stimoli e impegni: dalle incombenze burocratiche, alle riunioni, ai colloqui, agli scrutini e a tutte le altre attività che accompagnano la gestione quotidiana della scuola. Questi compiti, pur essendo una parte inevitabile del nostro lavoro, rischiano di rubare quel tempo e quelle energie che sono essenziali per dedicarci alla progettazione didattica e alla creazione di attivazioni mirate per ciascun argomento. È una realtà con cui ci confrontiamo ogni giorno, ma non possiamo mai dimenticare che la vera essenza del nostro lavoro sta nell’insegnare, nel creare occasioni di apprendimento che arricchiscano e trasformino la vita dei nostri studenti.

Per concludere, quali sono le finalità principali del suo libro?

Questo libro si propone come uno strumento di comprensione profonda, riflessione e supporto per ogni scelta metodologica, con la speranza che i lettori, così come i professionisti del settore, possano sviluppare una consapevolezza critica riguardo agli approcci teorici e ai paradigmi dell’apprendimento che fondano i principali strumenti operativi. Il nostro obiettivo è fornire gli strumenti per analizzare e classificare le metodologie, seguendo i principi e i criteri proposti dalla letteratura scientifica, ma anche per riflettere sui rischi di un’applicazione superficiale e automatica delle stesse. Dobbiamo andare oltre la mera applicazione meccanica delle metodologie: è fondamentale fare scelte mirate e consapevoli, basate su un’attenta analisi del contesto. Le metodologie non sono un semplice “strumento”, ma devono diventare una parte integrante della formazione, del bagaglio di competenze di formatori, insegnanti ed educatori. Solo così possiamo veramente assumerci il ruolo di facilitatori nei processi di apprendimento, guidando gli altri verso una crescita autentica.

Una nuova stagione educativa

Abbiamo un urgente bisogno di una nuova stagione educativa, una vera e propria rivoluzione che possa prendere vita a partire dalla scuola. Una rivoluzione che possa attingere dalle straordinarie proposte innovative di pedagogisti visionari, da John Dewey a Maria Montessori, le cui intuizioni hanno segnato un’epoca e continuano a essere la base di un cambiamento possibile. Ma oggi, quei principi, seppur ancora validi e fondamentali, necessitano di essere rimodulati per affrontare le sfide e le straordinarie opportunità che il mondo moderno ci offre. Il mondo è cambiato in modo radicale, e con esso sono cambiate le necessità di chi apprende e di chi insegna. È il momento di riscoprire la scuola come luogo di innovazione, trasformando il presente per preparare i nostri studenti al futuro.

VITA

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sabato 15 febbraio 2025

IL MEGLIO DI CIASCUNO

 

Enrico Galiano: "La scuola non è un posto dove si vanno a selezionare i migliori ma è quello dove si va a tirare fuori il meglio da ciascuno. E si fa aprendo loro le porte, non chiudendole"

"Per la mia esperienza, sono proprio i ragazzi 

che hanno più difficoltà ad avere 

più bisogno di queste opportunità. 

Se li tagliamo fuori, specie quando sono così giovani, 

non facciamo altro 

che demotivarli..."

 

Non è semplice svolgere adeguatamente la funzione di educatore ed in qualità di insegnante.  Il compito appare alquanto impegnativo: essere un punto di riferimento per tanti giovani studenti, senza perdere la propria autorevolezza, riuscendo a trasmettere non solo sapere e conoscenza ma anche principi basilari per una scuola che non solo istruisca ma anche educhi, richiede passione, dedizione, impegno, e soprattutto tempo da investire nelle nuove generazioni, spesso bisognose di una guida che possa indirizzare la strada giusta da percorrere.

 La scuola, a tal fine, dovrebbe garantire delle opportunità proprio a chi si trova maggiormente in difficoltà, senza emarginare o escludere chi invece avrebbe bisogno di maggiori cure, attenzioni, maggiori stimoli, così da evitare di trasmettere quella demotivazione che rende i giovani troppo spesso poco partecipativi e privi di empatia.

 A tal riguardo lo scrittore ed insegnante italiano Enrico Galiano, citando un avvenimento molto spiacevole verificatosi da poco tempo, sottolinea l'importanza di una scuola inclusiva, che prescinda dal concetto di "merito", che prescinda dalla selezione dei "migliori", ma che sappia tirare fuori da ognuno il meglio, accogliendo chi ha più bisogno, senza alcuna disparità di trattamento, ma preoccupandosi solo di garantire agli studenti un processo formativo e di crescita adeguato e conforme alla loro giovane età.

 Pertanto, Enrico Galiano coglie l'occasione per esprimere il suo pensiero in tal modo: "Qualche giorno fa mi scrive una mamma di un ragazzino. Lui frequenta una scuola in cui a breve devo andare a fare un incontro. Allegata al messaggio, la circolare che vedete qui.

 Che è successo?

 Be’, che quella scuola ha avuto la brillante idea – senza dirmi niente, fra l’altro – di offrire questo incontro solo a chi aveva una certa media scolastica (dal 9 in su). La mamma, ovviamente, era affranta: il figlio ci teneva tantissimo, ma la sua media non bastava.

 Immaginatevi la mia reazione (se un pochino mi conoscete).

 No, non l’ho presa bene.

 Ho chiamato immediatamente la scuola, bypassando casa editrice e libraio. Ho scritto una mail personale alla dirigente. E la cosa che mi ha fatto più male è stata la sua risposta, in cui sostiene che loro promuovono l’inclusione, e che i posti in teatro erano pochi, e siccome questo “premio” ai “meritevoli” era arrivato a loro insaputa, tipo "Sorpresa! Hai nove e quindi guarda cosa ti regalo!" non c’è nessun criterio di esclusività.

 Ho letto il tutto tre volte. Anche se scritto in modo un po’ fumoso e arzigogolato, il senso era quello. E si poteva riassumere così: noi non escludiamo nessuno, tranne quelli che non hanno la media alta. Ora: io non dirò nomi né niente. Non sono Fabrizio Corona. Ma.

 A scanso di equivoci. Per il futuro.

 Io sottoscritto Enrico Galiano MAI   sarò disposto a fare incontri con gli studenti dove alcuni sono ammessi e altri no, in base alla media scolastica, al comportamento, alla razza, alla religione e nemmeno se tifano Inter (ok, qui mi devo un po' sacrificare).

 Per la mia esperienza, sono proprio i ragazzi che hanno più difficoltà ad avere più bisogno di queste opportunità. Se li tagliamo fuori, specie quando sono così giovani, non facciamo altro che demotivarli ancora di più e a farli sentire esclusi.

 E, una volta per tutte: basta con questa bufala dei “più meritevoli”. Specie se il merito è stabilito attraverso la media scolastica.

 Penso ai bambini e alle bambine dell’infanzia, o della primaria, che fin da piccoli si sentono parlare di questo “merito”: e quindi vengono abituati fin da piccoli al concetto di premi e punizioni, se fai il bravo ti meriti questo e se non fai il bravo ti meriti quest’altro.

 Penso ai ragazzi e alle ragazze più grandi, che alle medie sono buttati nello tsunami della preadolescenza e hanno bisogno di tutto, di affetto, di ascolto, di calma, di bellezza, ma non certo di una linea che divide meritevoli e non meritevoli.

 La scuola non è un posto dove si vanno a selezionare i migliori: è quello dove si va a tirare fuori il meglio da ciascuno.

 E si fa aprendo loro le porte, non chiudendole"

 Scuola oggi

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martedì 5 dicembre 2023

I GIOVANI SENZA ORIENTAMENTO


 All You Need is Orientation

Serve un Robin Hood 

dell'educazione

 

-         di Vito Mancuso

-          

«All You Need is Love», «Tutto ciò di cui hai bisogno è l'amore», cantavano i Beatles affermando il primato dell'amore nell'esistenza umana. Dicevano bene ma non del tutto a mio avviso, perché in realtà ciò di cui tutti noi abbiamo veramente bisogno è l'orientamento. «All You Need is Orientation»: la vita è un viaggio in regioni sconosciute e richiede costantemente una bussola.

L'amore naturalmente lo è, è una forma di orientamento tra le più forti ed efficaci perché concerne sia la mente sia il cuore, sia la ragione sia i sentimenti, ma lo è veramente quando è "vero".

Altrimenti può essere una trappola, persino una dannazione, come quotidianamente insegnano i numerosi femminicidi e suicidi e tragedie di ogni tipo a esso connesse. Per questo la più preziosa risorsa per un essere umano è l'orientamento, e una società è tanto più forte quanto più ha e conferisce orientamento. Proprio l'orientamento però è ciò che manca alla nostra società quale viene fotografata dal nuovo rapporto del Censis.

 L'assenza di orientamento si palesa nel modo più clamoroso laddove la società esprime la sua natura più sincera, cioè nei giovani. I giovani, infatti, sono la cartina di tornasole di quell'esperimento chimico che si svolge in continuazione nella storia e che chiamiamo società, in quanto manifestano nel modo più chiaro gli effettivi valori della società degli adulti. Quando ero ragazzo tutto era "politica", e tutto lo era perché tutto era "impegno", e tutto era impegno perché la generazione dei miei genitori era "impegnata" a ricostruire il Paese dopo la distruzione a cui il fascismo l'aveva condotto. Si andava a scuola coi giornali sottobraccio, si discuteva di politica e di economia, si voleva cambiare il mondo, ma si faceva così precisamente per quella corrente di impegno che si respirava in famiglia e nelle strade, ovviamente reinterpretata secondo la radicalità e l'esuberanza che da sempre contrassegna la gioventù. Guccini cantava: «Ma penso che questa mia generazione è preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata», e tutti noi, ognuno a modo suo, eravamo abitati da quel sogno di un mondo diverso, nutriti da una neonata speranza. E quindi avevamo orientamento.

 Come l'abbiamo utilizzato? Male, perché l'abbiamo finalizzato solo al divertimento e alla "dolce vita", il cui vero profeta da noi non fu certo Federico Fellini che ne fece un film, quanto piuttosto Silvio Berlusconi che sul divertimento e sulla dolce vita ha costruito il suo lucroso impero. Ma è un grande inganno far credere che la vita sia dolce, perché essa non lo è. Essa è piuttosto ciò che scaturisce dal mischiare insieme in una tazza zucchero, sale, aceto, peperoncino, assenzio e chissà che altro: il sapore indistinto che ne scaturisce, dolce amaro salato acido e piccante al contempo, è la vita. L'educazione consiste nel saper assaporare e sopportare e riconoscere tutto questo.

L’educazione è orientamento.

Il Censis descrive i nostri giovani come «esuli in fuga», affermando che a loro appartiene «un dissenso senza più conflitti», che cioè essi dicono di no ma senza più lottare. Hanno perso la speranza di poter cambiare qualche cosa, non solo non credono più di poter avere il mondo nuovo che cantava Guccini, ma neppure di migliorare un po' il mondo vecchio che stiamo lasciando loro.

 Il Censis continua parlando di «sonnambulismo» della nostra società, lamentando il fatto che essa è «precipitata in un sonno profondo del calcolo raziocinante». A me pare, in realtà, che i calcoli siano l'unica cosa che nella nostra società veramente viene esercitata: tutti li fanno, dalle famiglie per arrivare alla fine del mese, alle aziende per raggiungere il budget. Numeri e ancora numeri, solo numeri: non mancano per nulla i calcoli in quest'epoca nella quale tutto mira a essere digitale, vocabolo che etimologicamente significa esattamente questo, "numerico" (dall'inglese "digit", "cifra", probabilmente perché per calcolare si contava sulle dita, che in questo caso l'inglese deriva dal plurale latino "digita"). Oggi non mancano i calcoli, mancano gli ideali. Ma sono solo gli ideali che motivano e orientano.

 Ciò di cui un essere umano ha bisogno, soprattutto quando è giovane, è la motivazione e l'orientamento. Ha scritto al proposito Dante: «Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto» (Inferno, XV, 55-56). Per non fallire occorre avere una stella e avvertire il desiderio di seguirla. Le società, infatti, fioriscono quando gli individui hanno una stella comune da seguire e seguendola diventano tra loro "soci" formando appunto una "società". Al contrario, le società falliscono quando gli individui non hanno più una stella in comune e camminano ognuno per sé indirizzati solo verso ciò che Guicciardini chiamava "particulare".

 Perché oggi non si fanno più figli? Perché entro il 2040 solo una coppia su quattro avrà figli? Viene spontaneo rispondere che è a causa delle difficoltà economiche, ma nel passato si era molto più poveri e ciononostante si facevano molti più figli, come avviene ancora oggi in non poche parti del mondo. Si può rispondere solo affrontando quest'altra domanda: cosa significa fare figli? Un tempo era chiaro, significava espletare il compito principale per il quale si era venuti al mondo, oltre che avere braccia a disposizione per il benessere economico (da qui il detto "auguri e figli maschi", perché i maschi andavano da subito a lavorare contribuendo al benessere della famiglia, mio padre iniziò ad andarci a sei anni nel pomeriggio dopo la scuola). La famiglia era percepita come più importante del singolo, il cui compito era di servirla, e servendo la famiglia si serviva la società, e da qui la nazione e lo Stato. Giusto? Sbagliato? Un po' giusto e un po' sbagliato, come quasi tutto nella vita. Di certo però, se quel modello è venuto meno, aveva dei limiti, il principale dei quali era la strumentalizzazione dei singoli alla struttura sociale. Ovvero i cosiddetti "sacrifici". Quanti sacrifici, quante vite sacrificate! Elton John diede voce alla ribellione cantando "No Sacrifice", giusto, chi gli dà torto? Oggi però siamo caduti nell'estremo opposto con la vittoria di una filosofia di vita egoista e calcolante espressa a suo tempo così da Max Stirner: «Non c'è nulla che mi importi più di me stesso». Questa è la più immediata rappresentazione di ciò che in filosofia si chiama "morte di Dio": il fatto che è rimasto solo l'Io. Prima si cantava il "Te Deum", ora risuona solo il "Me Deum". E il nuovo comandamento è: «Non avrai altro Dio all'infuori dell'Io». Come può una società di questo tipo educare e offrire orientamento?

 Si ha educazione, infatti, quando si pone la coscienza al cospetto delle tre domande che secondo Kant riassumono il compito dell'esistenza: «Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa mi è lecito sperare?» (Critica della ragion pura, 833 B). Ovvero: dimensione intellettuale + dimensione etica + dimensione spirituale. Un essere umano ben educato è chi ha attivato in sé queste tre dimensioni, a prescindere poi da come singolarmente risponda.

 Io penso che ci possiamo salvare dalla triste decadenza verso cui stiamo precipitando solo tornando a educare. Lo devono fare le famiglie, le associazioni e le istituzioni che frequentano,  le aziende, la scuola. Occorre che soprattutto la scuola torni a dare ai nostri giovani orientamento. Non solo, cioè, istruzione (prima domanda kantiana), ma anche motivazione e gioia di vivere (seconda e terza domanda kantiana). Togliamo un po' di denaro a tutti i plurimilionari del mondo del divertimento e diamolo agli insegnanti e a tutti gli educatori. C'è bisogno di un Robin Hood dell'educazione. È intollerabile la sperequazione tra chi fa divertire e chi lavora per educare, e uno Stato degno di questo nome non può assistere a questa morte della speranza nei propri giovani, descritti dal Censis come «esuli in fuga», senza fare nulla. In che modo attuare tutto questo non lo so, non sono un politico né un economista, ma so che è urgente investire a piene mani nell'impresa educativa, perché «All You Need is Orientation».

 La Stampa

venerdì 7 luglio 2023

POVERI DI SENSO


 LA TRAPPOLA 

DELLA POVERTÀ DI SENSO

UN NEMICO 

CHE VA TENUTO LONTANO



La via della generatività inizia con una rivoluzione interiore che ci spinge a essere il cambiamento che vogliamo vedere nella società. 

La responsabilità individuale è il pilastro di questa rivoluzione. 

- di LEONARDO BECCHETTI

 

Le devastazioni francesi di questi giorni dimostrano come una scintilla grave come l’uccisione di un giovane da parte di un poliziotto a un posto di blocco sia capace di far scoppiare un incendio nella foresta di una società dove troppe persone sono morte dentro.

La povertà di senso del vivere di troppi che non riescono a fare la rivoluzione dentro di loro e a diventare cittadini attivi e generativi è la malattia profonda delle nostre società occidentali (meno di quella italiana dove qualche anticorpo in termini di relazioni e valori ancora tiene).

C’è poco da rallegrarsi se masse di giovani diciassettenni in Francia mettono a ferro e fuoco città saccheggiando negozi di marca per portare via felpe e vestiti firmati. Anche la forma della rivolta è un segno della devastazione morale dei nostri tempi.

Le opinioni di destra e di sinistra si dividono nel sottolineare da una parte l’aspetto della responsabilità personale, dall’altra quello delle diseguaglianze sociali e delle difficoltà d’integrazione di cittadini stranieri di prima, seconda o terza generazione. Entrambe le questioni sono importanti. Gli studi su milioni di osservazioni in tutto il mondo ci dicono che la trappola della povertà di senso del vivere dipende da un insieme di fattori: basso reddito, basso livello d’istruzione, fallimento della vita di relazioni e delle istituzioni formative (ben lontano dal nostro traguardo delle comunità educanti) dove cause scatenanti personali e sociali si mescolano. Quando si precipita nella trappola l’orizzonte del futuro diventa nero e basta una scintilla per trasformare, quando si pensa di non avere nulla da perdere, la depressione individuale in rabbia sociale.

Il monito per noi è chiaro e lampante. Dobbiamo sforzarci giorno dopo giorno di costruire percorsi di ricchezza di senso del vivere allargando gli spazi di partecipazione, cittadinanza attiva, formazione, esperienze di volontariato sociale che costruiscano molteplici piste e sentieri di generatività dove la vita può fiorire. Nessuno deve sentirsi in una strada a un senso unico dove l’esclusione è l’unico destino.

Non si tratta però soltanto di un problema sociale né tanto di un problema di allargamento dei diritti perché la via della generatività inizia con una rivoluzione interiore che ci spinge a essere il cambiamento che vogliamo vedere nella società. La responsabilità individuale è il pilastro di questa rivoluzione. Il successo delle istituzioni formative (famiglia, scuola, comunità educanti) nel mettere in moto la responsabilità individuale è da questo punto di vista essenziale.

In un pezzo recente su “Avvenire” (tinyurl.com/36s5pbph) si sottolineava come nella società opulenta digitale il conflitto tra beni di comfort (che inebetiscono e creano dipendenze) e beni di stimolo (esperienze formative, di volontariato, spirituali) che allenano e consentono di godere della varietà e ricchezza della vita è diventato più aspro e fa molte più vittime tra i giovani quando le istituzioni formative sono carenti o assenti.

L’Italia è una miniera di buone pratiche da cui dobbiamo prendere spunto ed esempio, come quella di presidi e istituzioni scolastiche coraggio che in periferie invase dalla criminalità hanno costruito sentieri concreti di formazione delle competenze e di riscatto sociale. Ho avuto la fortuna di conoscerne a fondo uno come l’Istituto Superiore “Francesco Morano” di Caivano (Napoli) dove accanto al caos della piazza dello spaccio sorgono scuole tecniche modello che ogni anno inseriscono nella vita e nel mondo del lavoro centinaia di ragazzi che non si rassegnano e si “ribellano” non saccheggiando vetrine ma trasformando la loro vita in occasione di riscatto personale e sociale.

L’Italia non è ancora la Francia, ma non è detto che sia così per molto e sempre. Investiamo con generosità e forza, uniti e senza distinzione di colori politici, nella direzione dell’eliminazione delle barriere sociali e nello stimolo delle responsabilità individuali per costruire quella società ricca di vie d’uscita ed opportunità di fioritura che i giovani disperati che mettono a ferro e fuoco le città francesi vorrebbero.

www.avvenire.it