Visualizzazione post con etichetta competenze. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta competenze. Mostra tutti i post

giovedì 11 giugno 2026

CALANO LE COMPETENZE

 

NON DIAMO 

LA COLPA

 AL COVID


Scuola, competenze alfabetiche in continuo calo: lo dicono le prove Invalsi.

Milano, i dati di Openpolis mostrano un livello sempre più ridotto

 per gli studenti lombardi

Competenze alfabetiche in calo negli ultimi cinque anni e, in alcuni capoluoghi lombardi, anche rispetto agli ultimi dieci anni: una zavorra per le migliaia di studenti e studentesse che, anche in Lombardia, si apprestano a sostenere le prove di maturità. Un passaggio fondamentale che va oltre il semplice rendimento scolastico, come evidenziato da Openpolis – con i bambini, che ha rielaborato i dati Istat (legati al punteggio medio ottenuto dagli studenti a cui sono stati somministrati i test Invalsi al termine del primo ciclo, che si riverberano, poi, sugli anni successivi).

Le prove Invalsi fanno emergere i profondi divari esistenti tra gli studenti

Valutare il livello delle competenze raggiunte infatti rappresenta un indicatore importante su almeno due fronti. Da un lato, avere un livello di competenze adeguato è fondamentale per i ragazzi, non solo per il prosieguo del loro percorso formativo e professionale ma anche per partecipare pienamente alla vita democratica del paese. Dall’altro, si tratta anche di un momento per riflettere su quanto il sistema educativo italiano nel suo complesso sia in grado di trasferire ai propri studenti le competenze di base necessarie, soprattutto in un contesto sociale ed economico sempre più segnato dall’innovazione tecnologica.

L’analisi di Openpolis

Cosa emerge dall’analisi? Se guardiamo al quinquennio 2019-2024, in tutti i capoluoghi lombardi il livello di competenza alfabetica si è ridotta. Mantova risulta, in particolare, tra i capoluoghi con il gap più elevato, perché si è passati da un punteggio medio di 208 a 192,9 (-15,1 punti). Anche Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Monza e Sondrio hanno visto un calo tra i 6 e i 7 punti percentuali.

Se ampliamo lo sguardo al decennio, nel confronto 2014-2024 si conferma un calo di competenze a Brescia, Cremona, Mantova, Sondrio. Anche le rilevazioni delle prove Invalsi, in particolare per quanto riguarda le competenze alfabetiche, ci dicono non si è ancora tornati ai livelli pre-Covid; anzi, il risultato del 2025 ha fatto registrare una preoccupante inversione di tendenza rispetto all’anno precedente in cui si era invece assistito a un parziale recupero. In Lombardia, ad esempio, alle medie gli studenti che raggiungono i traguardi previsti in italiano sono il 63%, dieci punti percentuali in meno rispetto al 2019; in matematica, nello stesso periodo, si è passati dal 71% al 64%. Se da un lato quindi è in netto miglioramento la quota di abbandoni scolastici, non stanno diminuendo gli studenti che arrivano in quinta superiore con competenze inadeguate (dispersione implicita).

La colpa non è della pandemia e del lockdown

"Innanzitutto – spiega Paolo Barabanti, docente dell’Università Cattolica e ricercatore Invalsi – le competenze alfabetiche misurate dalle prove Invalsi sono solo una parte delle competenze alfabetiche nel loro complesso. L’Invalsi, ad esempio, non valuta la scrittura, per cui i dati vanno letti tenendo presente di cosa stiamo parlando. Chiaro che i dati che abbiamo a disposizione ci dicono che c’è un calo, ma oggi possiamo dirlo con certezza proprio perché lo stiamo misurando. Anche vent’anni fa se ne parlava, ma solo a livello di percezione. Oggi abbiamo dei dati”. In quest’ottica, non si può imputare ogni colpa alla pandemia ed al lockdown. “Dopo sei anni, non possiamo più usare la pandemia come alibi. Piuttosto, quel periodo ha accelerato una dinamica già in corso, ma il problema è più complesso”. Tra le ragioni, ci sono anche motivi socio-economici, che condizionano l’andamento scolastico degli studenti a partire dalla scelta della scuola superiore. “Ribalterei, però, la questione. Ormai è assodato che lo stato socio-economico delle famiglie impatta sul percorso scolastico e poi lavorativo dei figli. Il problema, però, non è che chi vive in condizione di maggior benessere, economico e culturale, aiuti i propri ragazzi. Il problema è, semmai, che lo Stato dovrebbe intervenire per creare condizioni di equità anche nelle famiglie dove il benessere è minore”.

IL GIORNO

 

martedì 12 maggio 2026

COMPETENZE SCOLASTICHE

 


Competenze

 scolastiche in Italia: 

solo il 57% 

dei quindicenni 

raggiunge 

i livelli di base

 in matematica

 e lettura.


Di Giuseppina Bonadies

 Il Rapporto Innocenti 20 dell’Unicef, dal titolo “Unequal Chances”, lancia un allarme inequivocabile sulle condizioni di vita dei minori.

 L’analisi prende in esame 44 nazioni ad alto reddito, dimostrando come il divario di ricchezza finisca per schiacciare le opportunità di crescita individuale fin dalla prima infanzia. La povertà infantile colpisce ancora più di 1 bambino su 10 in queste società considerate prospere.

Esiste un problema strutturale profondo: l’accumulo di risorse al vertice della società fatica a tradursi in benefici concreti per le fasce più vulnerabili, creando ostacoli difficili da superare senza interventi legislativi mirati.

Salute fisica e mentale legate al reddito

I ricercatori dell’Unicef forniscono prove chiare su quanto vivere in contesti svantaggiati peggiora la salute fisica e psicologica. I bambini e i ragazzi che crescono all’interno di famiglie con scarse risorse economiche affrontano rischi maggiori fin dai primi anni di vita, registrando tassi più alti di mortalità e obesità infantile.

Scavando nelle statistiche fornite dall’indagine, emerge che oltre il 25% dei giovani risulta in sovrappeso. Tale fenomeno deriva spesso da un accesso limitato a cibi sani, frequentemente sostituiti da alimenti ultra-processati a basso costo, e da una ridotta possibilità economica di praticare sport con regolarità.

Il peso delle preoccupazioni finanziarie della famiglia si scarica inesorabilmente sulla serenità quotidiana dei figli. La tensione legata alla fatica di arrivare a fine mese genera un forte stress nei genitori, che finisce per alterare le dinamiche domestiche. Gli adolescenti costretti a vivere in ristrettezze materiali mostrano livelli inferiori di soddisfazione per la propria esistenza, sentendosi spesso emarginati rispetto ai coetanei provenienti da ambienti privilegiati.

Le conseguenze sul rendimento scolastico e sulle relazioni

L’indagine dell’agenzia ONU sposta poi l’attenzione sulle competenze accademiche e sociali, portando alla luce uno scenario preoccupante per l’intero sistema d’istruzione. Arrivati all’età di 15 anni, oltre 1 studente su 3 risulta del tutto privo delle competenze di base in lettura e matematica. Le nazioni caratterizzate da una forte disuguaglianza di reddito tendono, di fatto, a registrare risultati didattici inferiori nella media della popolazione studentesca. Il background familiare continua a pesare in maniera decisiva sul profitto scolastico.

La mancanza di stabilità economica plasma inevitabilmente anche le dinamiche relazionali. I giovani meno abbienti patiscono un accesso ridotto a risorse educative adeguate, come libri o dispositivi digitali, e sono spesso tagliati fuori dalle attività ricreative extrascolastiche.

Questo limite strutturale restringe le loro occasioni di pura socializzazione. Il risultato è un deterioramento dei rapporti tra pari fin dalla tenera età, un fattore che alimenta l’isolamento e blocca sul nascere le possibilità di stringere legami duraturi.

La voce dei ragazzi: discriminazione e bullismo

Il documento Unicef sceglie di dare spazio alle testimonianze dei giovani, raccolte attraverso diversi focus group organizzati in 6 Paesi. I partecipanti individuano l’esclusione per motivi economici come una consuetudine diffusa tra i banchi di scuola. I ragazzi vivono sulla propria pelle il peso delle differenze di classe sociale nella loro quotidianità, percependo barriere invisibili eppure invalicabili.

I giovani intervistati denunciano la presenza di severi episodi di bullismo scatenati dall’aspetto fisico o dalla disabilità, dinamiche in cui il disagio emotivo raggiunge picchi insopportabili. Durante le interviste, un ragazzo italiano ha confessato: “Mi metto in un angolo e piango.

Raccontando la vita in classe, un altro adolescente del nostro Paese ha spiegato che un suo compagno autistico viene continuamente preso in giro a scuola, aggiungendo subito dopo con coraggio: “Cerco di difendere i miei compagni che vengono trattati ingiustamente.

Altri ragazzi hanno puntato il dito contro le spietate aspettative estetiche imposte dalla comunità. Un giovane italiano ha infatti riferito come, passeggiando in centro città, chi è privo di una specifica fisicità venga sistematicamente isolato dal gruppo. In Cile, un intervistato ha spiegato con estrema lucidità che l’appartenenza a un ceto meno abbiente condiziona in modo irreversibile le scelte lavorative e il futuro dei cittadini, limitando le possibilità di riscatto.

Focus Italia: tutti i numeri e le percentuali del nostro Paese

Esaminando le tabelle del report, la penisola italiana ottiene il 12° posto nella classifica generale del benessere infantile, calcolata su 44 nazioni. Analizzando le specifiche dimensioni di indagine, il nostro Paese si piazza al 17° posto per la salute fisica e al 10° posto per il benessere mentale. Scivola invece al 25° posto per le competenze dei ragazzi.

I numeri sulla condizione finanziaria tratteggiano una situazione severa. Il tasso di povertà infantile si attesta al 23,2%, un valore allarmante che richiede un profondo ripensamento del welfare. La disuguaglianza di reddito segna un rapporto di 5,35 tra le fasce più ricche e quelle più povere della popolazione.

Sul fronte della salute fisica, il tasso di sovrappeso calcolato tra i 5 e i 19 anni coinvolge ben il 27,9% dei giovani italiani. Il tasso di mortalità registrato nella fascia di età compresa tra i 5 e i 14 anni si ferma allo 0,81 per mille.

Passando al benessere mentale e alle abilità sociali, la percentuale di ragazzi di 15 anni che dichiara un’alta soddisfazione per la propria vita raggiunge il 73%. Il delicato indicatore relativo ai suicidi giovanili, misurato tra i 15 e i 19 anni, segna un tasso del 2,8 su 100.000 ragazzi.

In ambito prettamente scolastico, le statistiche confermano le difficoltà già accennate in precedenza. Solo il 57% degli studenti italiani di 15 anni possiede una competenza accademica di base in matematica e lettura. Nelle relazioni interpersonali all’interno degli istituti, il 76% degli intervistati della stessa età dichiara fortunatamente di riuscire a stringere amicizie in modo facile e spontaneo.

Il rapporto Unicef

Orizzonte Scuola

 

giovedì 27 novembre 2025

DISCIPLINE E CRESCITA PERSONALE

 


Comprendere

 le discipline 

per guardare lontano



Lo studio delle discipline non sempre appare quello che in realtà è, cioè uno strumento per supportare gli allievi non solo a scuola ma anche nelle scelte future, professionali e personali. Vale quindi la pena ritagliarci uno spazio, anche se piccolo, per un breve viaggio attraverso le materie scolastiche.

Che l’educazione non possa essere vista riduttivamente come un assommarsi di nozioni e conoscenze è certamente noto a tutti, mentre non sempre è così evidente il ruolo che hanno le discipline nel processo di crescita personale.

Attraverso i linguaggi e gli strumenti specifici che offrono ci permettono infatti di arricchire la cultura personale e di ampliare la visione di quanto ci circonda, sia nella quotidianità sia in una prospettiva più ampia.

Comprendere questo ruolo delle materie e come possono influenzare le scelte future dei ragazzi, nel percorso scolastico come in quello professionale, può aiutare a ridefinirne il valore e la funzione formativa.

Il potenziale creativo della Matematica e delle materie scientifiche

La Matematica e le materie scientifiche hanno un ruolo chiave nella formazione di giovani capaci di essere cittadini attivi. Sono infatti una base importante per lo sviluppo del pensiero logico, della capacità di problem solving e di ragionamento critico, tutti strumenti essenziali per comprendere ciò che ci circonda.

Vedere il mondo con la lente che la logica e la capacità di modellizzare i fenomeni possono darci aiuta a sviluppare la creatività e il pensiero divergente attraverso i vari modi possibili per affrontare un problema, incoraggia l’autonomia nel pianificare lo studio e stimola alla ricerca.

Si tratta quindi di competenze fondamentali e perciò altamente trasferibili, che proprio per questo sono richieste in numerosi settori professionali, come ad esempio l’economia.  

Il gusto di esplorare e comprendere i principi che governano ciò che avviene intorno a noi non è patrimonio solo della matematica ma accomuna anche le scienze naturali, come la biologia, la chimica e la fisica.

Se, come mostrano i dati Eurydice, così tanti studenti in Europa mancano di alfabetizzazione di base in Matematica e Scienze forse è opportuno aiutare i nostri giovani a comprendere e apprezzare maggiormente l’equilibrio fra astrazione ed applicazione che c’è in queste discipline perché non appaiano noiose e poco utili nella vita quotidiana.  

Le materie linguistiche veicolo di conoscenza ma non solo

Promuovere la consapevolezza culturale e la sensibilità estetica non è il solo valore formativo che le materie linguistiche e letterarie sviluppano. Queste discipline, infatti, accrescono la padronanza in competenze cognitive cruciali per l’apprendimento scolastico, per la vita di relazione e per il futuro professionale.

Migliorare la comunicazione, sviluppare l’immaginazione, arricchire il pensiero critico e la flessibilità nell’affrontare molteplici situazioni, sono strumenti che permettono di affinare anche la capacità di rapporto empatico e di comprensione culturale, che in una società complessa come quella attuale sono essenziali per rendere realtà concreta principi di elevato valore sociale, come per esempio l’inclusione.  

Sono finalità importanti sul piano personale e collettivo, che attraversano le lingue e le letterature, la storia, la filosofia, la psicologia e le scienze sociali, creando sinergie e scambi arricchenti.

Non solo leggere, scrivere e far di conto

Quando si parla di discipline artistiche si fa riferimento a un vantaggio ampio di materie, che includono repertori di competenze artistiche diversi, come:  

  • Competenze visuali, che comprendono pittura, disegno, scultura, fotografia, editing
  • Competenze performative, quali recitazione e danza
  • Competenze concettuali, espresse attraverso la scrittura creativa, la capacità di progettare e creare opere d’arte
  • Competenze musicali

Con linguaggi diversi da quelli delle materie scientifiche e letterarie promuovono la creatività, l’espressione individuale, il pensiero critico e l’innovazione, tutti fattori che giocano un ruolo decisamente positivo nello sviluppo del benessere personale.

È quanto fa del resto con altri strumenti e modalità anche l’educazione fisica, materia che valorizza il lavoro di squadra, la disciplina e la resilienza.

Quali conclusioni trarre?

Ogni disciplina scolastica svolge quindi il ruolo di strumento, metodo e linguaggio per introdurre i giovani alla realtà con un approccio aperto, consapevole e dinamico.

Su questo modo di porsi di fronte alla realtà incide il possesso di competenze trasversali, che attraversano tutti gli ambiti disciplinari, quali:

  • Creatività e pensiero critico, per risolvere problemi, generare idee e esprimere concetti
  • Collaborazione, essenziale per essere capaci di fare lavoro di squadra, di partecipare attivamente a progetti nei diversi ambiti con i quali si viene a contatto
  • Comunicazione per esprimere le proprie idee, proposte, opinioni attraverso diverse forme espressive
  • Sensibilità estetica, cioè lo sviluppo del gusto estetico e della consapevolezza del valore di quanto ci circonda, non solo sul piano artistico

L’insegnamento disciplinare resta fondamentale, poiché offre alle studentesse e agli studenti una conoscenza approfondita dei contenuti specifici delle diverse materie, ma la consapevolezza di quali repertori di competenze queste permettono loro di sviluppare fa sì che abbiano una visione organica e costruttiva del sapere, attraverso la quale scoprire interessi e passioni personali che li aiutano a partecipare attivamente al proprio percorso formativo e a progettare un futuro appagante.

Approfondimenti


 

 

venerdì 12 settembre 2025

L'UNIONE FA LA FORZA


 Competenze, competenze digitali

 e

 apprendimento. 


 

·       Dati INVALSI

·       Educazione digitale

·       Prove INVALSI 2025


Roberto Ricci su X

Tweets by R_Ricci_INVALSI

Competenze, competenze digitali e apprendimento. L’unione fa la forza



Roberto Ricci su X

Tweets by R_Ricci_INVALSI

A pochi giorni dalla presentazione del Rapporto INVALSI il Presidente Roberto Ricci approfondisce in questa riflessione alcuni elementi cruciali emersi dalla Rilevazione 2025, che per la prima volta ha misurato anche le competenze digitali dei nostri studenti. Sono aspetti che hanno delineato un quadro della Scuola quanto mai ricco di indicazioni per lo sviluppo di linee progettuali per il futuro.

dati della Rilevazione nazionale 2025 hanno messo a fuoco, forse più che in passato, aspetti di grande complessità nella nostra Scuola. Tra le tante informazioni emerse sono sicuramene di grande interesse quelle relative alle competenze digitali dei giovani, rilevate per la prima volta con una somministrazione che, in questa prima fase, è stata circoscritta a un campione statisticamente significativo di studenti del secondo anno di Scuola secondaria di secondo grado.

Le ragioni che orientano l’attenzione della Scuola verso questo particolare repertorio di competenze sono esplicitate a livello europeo nella Raccomandazione del Consiglio sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente, in cui si sottolinea che

La competenza digitale implica l’uso sicuro, critico e responsabile delle tecnologie digitali e il loro impiego nell’apprendimento, nel lavoro e nella partecipazione alla società. Comprende l’alfabetizzazione all’informazione e ai dati, la comunicazione e la collaborazione, l’alfabetizzazione ai media, la creazione di contenuti digitali (compresa la programmazione), la sicurezza (compreso il benessere digitale e le competenze relative alla sicurezza informatica), le questioni relative alla proprietà intellettuale, la risoluzione di problemi e il pensiero critico.

Si tratta infatti di competenze chiave, essenziali per i cittadini per la realizzazione personale, uno stile di vita sano e sostenibile, l’occupabilità, la cittadinanza attiva e l’inclusione sociale.

La connessione forte delle competenze digitali con le altre competenze è messa in evidenza dalla Prova INVALSI. Come afferma il Presidente Ricci, siamo tra i primi a dotarci di un sistema di rilevazione di questo tipo e con esiti piuttosto interessanti come, ad esempio, sollecitare tantissime considerazioni che mettono in luce ciò che caratterizza positivamente la nostra scuola, come l’esercizio di compiti attivi […] e questa è un’attività fondamentale che la scuola esercita allo scopo di sollecitare, favorire e sostenere lo sviluppo delle competenze chiave, tutte complementari e strettamente interconnesse tra loro.

Ciò implica che essendo strettamente collegate, l’acquisizione di una competenza favorisce lo sviluppo delle altre, e questo vale anche per la competenza digitale.

DigComp 2.2 Il Quadro delle Competenze Digitali per i Cittadini

Se il contesto di provenienza è un fattore determinante nel promuovere, ostacolare o rallentare l’acquisizione di tali competenze, ancora una volta – asserisce Roberto Ricci – si evidenzia l’importanza dello spazio 0-6, poiché già a partire da una fase di sviluppo così precoce il sostegno degli apprendimenti si esercita lungo tante direzioni, che però sono molto coerenti tra loro.

I dati che le Rilevazioni ci permettono di raccogliere sono un capitale prezioso per identificare e definire la direzione da prendere per migliorare l’esistente. Con la loro oggettività consentono infatti di definire l’entità del fenomeno che ci interessa approfondire e  ci mostrano tendenze che diversamente non sarebbero chiare […] Sfruttare anche le competenze digitali come strumento alternativo – o meglio, complementare- per raggiungere quote sempre più ampie di giovani è una grandissima opportunità. Io credo si possa fare tantissima buona scuola – e questo i dati ce lo dicono – perseguendo obiettivi fondativi, e quindi molto antichi della nostra scuola, in una chiave moderna, attuale, futura.

  Approfondimenti

giovedì 11 settembre 2025

DISPERSIONE SCOLASTICA


 Crollo della dispersione scolastica? 

Bene, ma molto meno di quello che si potrebbe pensare

di Chiara Ludovisi e Mteo Riva at

Il tasso di dispersione scolastica in Italia è sceso al 9,8% nel 2024, minimo storico secondo Eurostat. Il nostro Paese si avvicina al traguardo europeo del 9% entro il 2030. Ma nonostante i progressi, restano forti divari territoriali e sociali: il Sud, gli studenti stranieri e i ragazzi con genitori poco istruiti sono i più penalizzati. Preoccupa anche la dispersione implicita: competenze in calo soprattutto al Sud. 

La sfida è garantire equità e qualità dell’istruzione per tutti.

Il risultato è buono, qualcuno lo definisce addirittura storico: il tasso di dispersione scolastica in Italia è sceso al 9,8%. Mai così basso. Risulta così ampiamente centrato – e in anticipo – l’obiettivo per cui il Pnrr aveva stanziato 1,5 miliardi di euro: portare la dispersione scolastica sotto il 10,2% entro il 2026. Non solo: siamo vicini anche al nuovo obiettivo Ue per il 2030, che prevede di portare il tasso medio degli abbandoni scolastici al 9% o sotto. Per una volta, insomma, l’Italia si avvia a centrare nei tempi un traguardo europeo, con un’accelerazione negli ultimi 25 anni che val bene un encomio: basti pensare che nel 2000 la percentuale di ragazzi e ragazze che lasciava la scuola superava il 25% e nel 2010 ancora sfiorava il 20%. La buona notizia è contenuta negli ultimi riferiti da Eurostat (maggio 2025) sugli  Elet, ovvero gli Early Leavers from Education and Training (in italiano, sono i giovani che abbandonano prematuramente l’istruzione e la formazione). 

Bisogna però avere ben chiaro di cosa ci parlano questi dati e di cosa, invece, non ci parlano: prima di tutto, fotografano solo la dispersione cosiddetta esplicita, perciò i numeri si riferiscono solo a coloro che, tra i 18 e i 24 anni, hanno abbandonato la scuola senza aver conseguito un diploma di secondaria superiore e senza frequentare percorsi di istruzione o formazione professionale. I dati non fotografano, quindi, tutti coloro che, pur continuando a essere formalmente iscritti, a scuola non ci vanno o ci vanno ma non acquisiscono le competenze minime previste: la cosiddetta dispersione implicita.

Così come nulla ci dicono, questi numeri, di cosa, come, quando e tantomeno perché sia avvenuto l’abbandono del percorso formativo: per sapere qualcosa rispetto a questo, occorre consultare altri dati, come quelli del ministero dell’Istruzione, peraltro non recentissimi. Questi ci sveleranno – come vedremo – che il numero più alto di abbandoni avviene alle superiori, ma non è trascurabile il numero di coloro che abbandonano la scuola durante le secondarie di primo grado, o nel passaggio alle superiori, o perfino durante la scuola primaria. Su questo i dati sono pochi, eppure significativi. Premesso e precisato ciò, torniamo ai dati di Eurostat sugli Elet e agli evidenti passi avanti compiuti negli ultimi due decenni dal nostro Paese. 

Immagine che contiene Carattere, schermata, testo, Elementi grafici

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.

Parallelamente alla riduzione del tasso di dispersione esplicita, si è costantemente assottigliata, negli anni, anche la forbice rispetto alla media europea: solo nel 2020, l’Italia stava al 13,1% e la media europea era al 10,1%. Nel 2024, invece, l’Italia è al 9,8%, a fronte di una media europea del 9,3%. In quattro anni, il nostro Paese ha risalito così ben sette posizioni in classifica, passando dal 20° posto del 2020 al 13° del 2024.

 Secondo le previsioni Invalsi, rivelate proprio pochi giorni fa e calcolate grazie a un complesso incrocio di dati, l’Italia taglierà il traguardo europeo già nel 2025, con un tasso nazionale medi di Elet che dovrebbe scendere intorno all’8,3%. 

Vita

Immagine


 

giovedì 24 aprile 2025

NUOVE INDICAZIONI e APERTURA CULTURALE


 Non solo tradizione, ma apertura culturale, fondamento scientifico e più trasparenza rispetto al passato: l’intervista al prof. Zanniello sulle Indicazioni Nazionali



-di Simone Lo Presti

 

“È molto apprezzabile l’attenzione alla significatività dell’esperienza di apprendimento per l’alunno, che ritorna all’inizio della trattazione di ogni disciplina con il paragrafo “perché studiarla”; i riferimenti e i confronti con l’attualità sono vivamente raccomandati”. La centralità dell’esperienza di apprendimento, che trova spazio sin dall’inizio di ogni disciplina, è uno degli elementi qualificanti delle nuove Indicazioni Nazionali, secondo Giuseppe Zanniello, professore emerito di Didattica e Pedagogia Speciale dell’Università di Palermo, socio fondatore della Società Italiana di Pedagogia-SIPED e socio fondatore della Società Italiana di Ricerca Didattica- SIRD.

“Perché studiarla” diventa, dunque, un orizzonte di senso che può orientare l’azione didattica quotidiana degli insegnanti, la cui autonomia professionale, ha precisato Zanniello, deve essere letta alla luce di una responsabilità condivisa con le famiglie. Le finalità educative proposte, ha infatti dichiarato, non limitano ma rafforzano questa autonomia. “L’autonomia professionale dei docenti è collegata a un patto di corresponsabilità educativa con i genitori degli alunni; non è certamente minacciata dalla chiarezza delle mete ideali proposte dalle Indicazioni, che si ispirano esplicitamente ai valori costituzionali”.

Inoltre ha sottolineato: “Nelle conoscenze storiche e geografiche è stato dato più spazio di prima alla storia e alla geografia del nostro Paese; risulta anche evidente l’importanza attribuita alla lingua italiana che, oltre a essere una disciplina, permea gli obiettivi specifici di apprendimento delle altre aree disciplinari.”

Un processo più ampio e trasparente

Il professore ha illustrato anche le differenze metodologiche che hanno caratterizzato la stesura delle nuove Indicazioni Nazionali per il Curricolo, rispetto alla versione del 2012. “L’ampiezza del processo con cui si è giunti a costruire il testo provvisorio delle Indicazioni Nazionali per il Curricolo e la trasparenza delle modalità attivate per raccogliere le proposte di miglioramento – ha dichiarato – sono nettamente superiori alle procedure seguite nella preparazione delle Indicazioni del 2012, anche grazie alle nuove tecnologie digitali”.

D’altra parte, tutti gli istituti scolastici, ha sottolineato, “hanno a disposizione una piattaforma dedicata alle osservazioni al testo dell’11 marzo 2025”.

Un invito alla partecipazione scientifica

Zanniello ha evidenziato come sia necessario superare le posizioni ideologiche per favorire un confronto basato sul rigore scientifico. Ha invitato coloro che hanno a cuore la scuola a partecipare al processo di definizione finale del documento con spirito costruttivo.

“Tutti coloro ai quali sta a cuore l’educazione scolastica dei bambini e dei ragazzi, invece di rinchiudersi a discutere in gruppi costituiti con l’intento di demolire per principio il lavoro svolto finora da oltre cento disciplinaristi, rappresentanti delle associazioni più diverse e da un gruppo di pedagogisti universitari, dovrebbero ora contribuire alla redazione del testo definitivo con atteggiamento scientifico, prescindendo dagli schieramenti politici.”

Valutare senza pregiudizi

In questo processo, Zanniello ha anche chiarito che ogni valutazione sul testo dovrebbe basarsi su elementi oggettivi, evitando derive ideologiche o interpretazioni infondate sulle intenzioni degli autori.

“Nel valutare pedagogicamente uno scritto bisogna attenersi ai fatti, senza esprimere giudizi influenzati da passioni politiche; diversamente si corre il rischio del ridicolo con interpretazioni psicoanalitiche circa le intenzioni dei redattori.” E ha aggiunto: “Bisogna chiedersi piuttosto se le affermazioni contenute nelle Indicazioni sono in sintonia o in contrasto con le evidenze scientifiche sull’insegnamento agli alunni dei tre ordini di scuola considerati.”

La valutazione delle nuove Indicazioni: tra scienza e ideologia

Nel commentare la coerenza delle Indicazioni Nazionali con le attuali evidenze scientifiche, Giuseppe Zanniello ha riconosciuto che molte delle affermazioni presenti nel documento rispecchiano le conoscenze consolidate in ambito pedagogico. Tuttavia, ha precisato che su alcuni temi specifici la ricerca non ha ancora prodotto risultati sufficientemente solidi da consentire un giudizio fondato. In tali casi, ha sottolineato l’impossibilità di esprimere un parere netto.

“Molte affermazioni contenute nelle nuove Indicazioni – ha infatti dichiarato – sono in sintonia con le evidenze scientifiche, per altre non si può dire né sì né no perché mancano i risultati di ricerche specifiche su quel tema particolare, che abbiano già raggiunto un accettabile grado di evidenza scientifica”.

Zanniello ha poi richiamato l’attenzione su un secondo aspetto, di carattere metodologico e culturale: l’uso improprio di argomentazioni ideologiche al posto di fondamenti scientifici per giustificare critiche al testo. In questo senso, la sua osservazione intendeva rappresentare “una critica indiretta a chi, invece di addurre argomentazioni scientifiche per esprimere un giudizio negativo sulle nuove Indicazioni, adduce motivi ideologici: la contrarietà politica al Ministro che ha nominato una commissione di alto profilo scientifico, che mi risulta abbia lavorato in modo autonomo rispetto al Ministro, mentre ha sollecitato le opinioni di tutte le componenti il variegato mondo della scuola. La consultazione ancora in corso ne è una riprova”. Ribadendo così la necessità di fondare ogni discussione educativa su basi razionali e condivise, superando le contrapposizioni ideologiche e valorizzando il contributo di tutte le componenti della scuola.

Nuove prospettive educative

E dunque, rivolgendosi a coloro che resistono al cambiamento, Zanniello ha posto l’accento sull’importanza di adottare una prospettiva innovativa, facendo riferimento agli articoli della Costituzione come punto comune di partenza.

“Le Indicazioni orienteranno le azioni degli insegnanti per il prossimo decennio; chi guarda con nostalgia al passato, quando magari fu coinvolto nella stesura delle vecchie Indicazioni, ostacola l’apertura della scuola ai nuovi orizzonti epistemologici.” Ha inoltre aggiunto: “Gli articoli della Costituzione italiana che riguardano la scuola, espressamente citati nel testo, dovrebbero accomunare gli sforzi di tutte le persone interessate all’educazione scolastica.”

La centralità della valutazione formativa

Uno degli aspetti più ricorrenti nel nuovo documento riguarda la valutazione. Zanniello ha messo in luce l’importanza di una concezione formativa che orienti l’intera pratica didattica.

“La valutazione formativa, la valutazione dinamica e l’autovalutazione sono tre espressioni frequentemente ricorrenti nel testo in discussione, così come hanno rilevato perfino gli studenti di Scienze della Formazione Primaria che seguono il mio corso di Docimologia.” E ha commentato: “Stupirebbe se il massimo esperto italiano di valutazione non se ne fosse accorto. Ma non è solo questione di parole perché la concezione formativa della valutazione ispira l’intero documento.”

La comunicazione del giudizio

Sul tema, Zanniello ha affrontato anche la questione delle modalità espressive della valutazione, ribadendo che ciò che realmente conta è l’efficacia comunicativa nei confronti dell’alunno.

“L’esito di una valutazione scolastica può essere espresso e comunicato in vari modi: giudizio, aggettivo, numero, lettera, simbolo, etc; ciò che davvero conta è l’effetto incoraggiante e propositivo che la comunicazione deve produrre nell’alunno.” Ha poi aggiunto: “Personalmente preferisco il giudizio descrittivo con voci predefinite, ma la modalità espressivo-comunicativa della valutazione non è regolamentata dalle Indicazioni.”

Radici culturali e apertura interculturale

Altro tema di rilievo contenuto nel nuovo testo riguarda il rapporto tra le radici culturali e il dialogo con le culture diverse. In particolare, secondo Zanniello, l’educazione interculturale può realizzarsi soltanto se fondata su una chiara consapevolezza dell’identità personale. E, dunque, il superamento della paura della diversità si lega alla conoscenza delle proprie origini culturali.

“Anche se a prima vista potrebbe non sembrare, la conoscenza delle proprie radici culturali agevola l’apertura alle altre culture.” Ha poi aggiunto: “L’educazione interculturale a scuola è possibile nella misura in cui scompare nell’alunno la paura per le diversità culturali; orbene quando è consapevole della propria identità culturale, l’alunno si relaziona meglio con i compagni che hanno una cultura diversa dalla sua.”

Competenze trasversali e chiarezza terminologica

Infine, Zanniello ha commentato il maggiore rilievo dato alle competenze trasversali, unitamente alla semplificazione della terminologia che aveva generato confusione.

“Per quanto attiene alle competenze, sono prese in maggiore considerazione di prima quelle interdisciplinari o trasversali, le soft skills; è giustamente scomparsa l’espressione “traguardi di competenza” che aveva creato non poche difficoltà interpretative alle scuole.” E ha concluso: “Le nuove Indicazioni chiariscono che senza le competenze culturali di base non è possibile l’acquisizione delle otto competenze-chiave che dovranno essere valutate nella certificazione prevista alla fine della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado.”

 Orizzonte Scuola

Immagine


 

 

venerdì 29 novembre 2024

COMPETENZE PER LA VITA


LA COMPLESSITA' DELL'EDUCARE


-di Susanna Pesenti

 Adesso basta con la complessità. Perché l’idea si è gonfiata, come la rana della favola, alle dimensioni di un bue. E tutti ci sentiamo schiacciati. Se le cose sono complesse, io non posso intervenire. Se sono complesse, non riesco a pensarci; per forza sto male; non è colpa mia.

 Siamo arrivati a dover insegnare a scuola empatia, gestione delle emozioni e dello stress. Cioè, a essere umani. La nuova legge è volta a sviluppare ‘le competenze per la vita’. Sono ciò che ci permette di entrare in relazione con gli altri, risolvere i problemi, tollerare le frustrazioni e adattarci ai cambiamenti, pensare con la nostra testa. Dal prossimo anno scolastico partiranno corsi a partecipazione volontaria nelle scuole medie e superiori. L’obiettivo è formare cittadini capaci di collaborare, comunicare e affrontare la vita con equilibrio, creatività ed empatia.

 Il tentativo certifica ex post (come sempre le leggi, che arrivano dopo la società) la fatica dei genitori a trasmettere ai figli un modello etico e di convivenza sociale degno di un cittadino e non di un suddito-consumatore.

 Un contesto familiare e sociale slabbrato, visto nei quartieri periferici della sua Inghilterra, fu ciò che convinse B.-P. a inventare lo Scautismo. Che funzionò perché non era complesso.

 Raggiungere la #fiducia in se stessi assumendo compiti utili e affrontando sfide via via adeguate, tener conto che si è più felici insieme che da soli, giocare lealmente, tener duro, prepararsi bene ma riderci sopra quando qualcosa va storto, proteggere chi è più piccolo. Idee semplici da applicare in contesti molto quotidiani, la #natura come ambiente ideale di crescita perché non ammette trucchi o scorciatoie. Una strada di cittadinanza aperta a tutti, non devi essere un premio Nobel per capirla.

 Di questo abbiamo bisogno oggi: meno ‘pedagogicamente complesso’, più concreto ed essenziale. Dove le emozioni le vivi e poi ne parli, dove prima risolvi il problema e poi discuti, dove la tua reputazione dipende da te. Dove si osserva prima di criticare.

Guardate, guardate bene...e cambierete il gioco.

 

  R/S Servire 

Immagine

domenica 27 ottobre 2024

CURRICULA o CURRICOLI ?

 


Quale è il plurale della parola “curriculum”?

- di Patrizio Lo Votrico

 "Curriculum" è uno di quei termini che dal latino sono arrivati fino a noi e che sono entrati nella nostra quotidianità, ma, nonostante ciò, solleva dei dubbi: quale è il suo plurale?

La parola latina curriculum è entrata nella lingua italiana attraverso l’espressione curriculum vitae, che significa “corso della vita in breve”. Questo utilizzo appare per la prima volta nel 1892. Successivamente, a partire dal 1941, si trova l’uso della parola singola curriculum, che si afferma in forma invariabile ed è registrata nei dizionari italiani come un sostantivo maschile invariabile. Tuttavia, nel latino classico, curriculum era un sostantivo neutro. Con il passaggio all’italiano, ha subito un cambiamento di genere, passando da neutro a maschile.

Il plurale corretto di “Curriculum”

Questo cambiamento di genere crea difficoltà e dubbi quando si tratta di più esemplari di curriculum e non più uno solo. Anche se esiste la forma italianizzata curricolo, con il rispettivo regolare curricoli, la parola latina originale curriculum continua ad essere la preferita. Il plurale corretto di curriculum sarebbe curricula, secondo le regole del latino. Tuttavia, questa forma incontra una certa resistenza, poiché la desinenza in -a, tipica del plurale dei neutri latini, non è comune nella morfologia italiana e presuppone una conoscenza di base del latino.

Anche vocabolari recenti come il GRADIT, il Vocabolario Treccani online e lo Zingarelli riconoscono una varietà di possibilità. Tra queste, la forma invariabile curriculum è accettata, trattando la parola come un prestito ormai stabilizzato che ha perso la sua forma plurale originaria. Questo accade anche con altri latinismi moderni, come referendum.

In conclusione, anche se la forma curricula sarebbe preferibile, viene talvolta percepita come un eccessivo sfoggio di erudizione. Le alternative sono curricoli, che non è molto diffusa, e l’invariato curriculum, ampiamente utilizzato e accettato.

Conclusioni sulle forme di “Curriculum”

La parola curriculum deriva dalla lingua latina e significa letteralmente “corso” o “percorso”. In ambito moderno, il termine si è affermato soprattutto con il significato di “curriculum vitae”, ossia il documento che elenca il percorso formativo e lavorativo di una persona.

Dal punto di vista linguistico, una delle questioni più frequenti riguarda la formazione del suo plurale. Seguendo la grammatica latina, il corrispettivo corretto di curriculum sarebbe curricula, poiché in latino i nomi neutri della seconda declinazione terminano in -um al singolare e in -a quando ci si riferisce a più di un esemplare.

Tuttavia, nell’uso quotidiano della lingua italiana, si sono sviluppate altre forme di plurale. Tra queste, troviamo curricoli, una forma italianizzata che rispetta le regole del nostro idioma, ma che non è largamente utilizzata. Molto più diffusa è la tendenza a mantenere la forma invariabile curriculum, trattandola come un forestierismo integrato nella lingua italiana, analogamente a quanto accade con parole come referendum, che è anch’esso invariato.

L’importanza di mettere la lingua latina nel “curriculum”

La lingua latina, spesso considerata una lingua morta, continua a rivestire un ruolo fondamentale nella formazione culturale e intellettuale. Studiarla oggi non significa semplicemente imparare una lingua che non è più parlata correntemente, ma entrare in contatto con le radici stesse della nostra cultura, della nostra storia e del nostro pensiero. Vediamo perché lo studio della lingua rimane rilevante.

1. Radici linguistiche e culturali

La lingua latina è la lingua madre di molte lingue moderne, come l’italiano, lo spagnolo, il francese, il portoghese e il rumeno, tutte appartenenti al ceppo delle lingue romanze. La conoscenza del latino facilita non solo l’apprendimento di queste lingue, ma anche la comprensione profonda delle strutture linguistiche. Molti termini, soprattutto nel campo delle scienze, della filosofia e della giurisprudenza, derivano direttamente dalla lingua latina, e conoscerne l’etimologia aiuta a comprendere meglio il loro significato e utilizzo.

Ad esempio, molte parole italiane quotidiane come “tempo”, “amore”, “vita” derivano da tale lingua classica (tempusamorvita). Questa influenza non si limita al lessico, ma coinvolge anche la grammatica e la sintassi. Conoscere il latino significa saper decodificare meglio le sfumature del linguaggio moderno.

2. Pensiero critico e logica

Non è solo una lingua, ma una chiave per comprendere la logica e la struttura del pensiero occidentale. Tradurre da questa lingua classica richiede un notevole sforzo di analisi e comprensione. La sua grammatica complessa obbliga lo studente a ragionare con attenzione e a sviluppare capacità di problem solving.

La pratica del tradurre costruisce un pensiero analitico, portando a sviluppare abilità critiche che sono utili in ogni ambito della vita.

Un esercizio di traduzione dalla lingua latina non è solo una questione di trovare corrispondenze lessicali, ma anche di interpretare il significato nel suo contesto e di restituirlo con coerenza. Questa operazione rende lo studio della lingua particolarmente formativo, non solo da un punto di vista linguistico, ma anche logico.

3. Importanza nelle discipline moderne

Questa lingua è presente in molti campi del sapere moderno, dalla biologia alla medicina, dalla giurisprudenza alla teologia. Molti termini scientifici e medici derivano direttamente dal latino, e una buona conoscenza della lingua può semplificare la comprensione di questi vocaboli tecnici.

In biologia, per esempio, i nomi scientifici delle specie animali e vegetali sono ancora oggi espressi in lingua latina, secondo la classificazione binomiale introdotta da Linneo nel XVIII secolo. Lo stesso vale per la medicina, dove molti termini anatomici, patologie e procedure mediche mantengono il loro nome in lingua latina. Avere familiarità con il latino permette quindi una maggiore comprensione di questi settori specializzati.

4. Sviluppo di competenze trasversali

Infine, il suo studio sviluppa una serie di competenze trasversali che risultano utili anche in contesti lavorativi. La capacità di analizzare, di risolvere problemi complessi, di lavorare con precisione e di comunicare efficacemente sono tutte abilità che si sviluppano nello studio della lingua latina. Queste competenze sono altamente trasferibili e possono essere applicate in una vasta gamma di professioni, dal diritto alla comunicazione, dalla scrittura alla gestione aziendale.

Nell’epoca della tecnologia e dell’innovazione, lo studio di suddetta lingua ci ricorda che le radici del progresso affondano nella conoscenza del passato.

 Liberiamo

Immagine