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giovedì 6 agosto 2026

SCUOLA - COMUNITA'

 

Be for Education Foundation 


 FARE SCUOLA

 E' 

FARE COMUNITA'



1.    Intervista a Anna Teresa Ferri: fare scuola...

Perché ha deciso di diventare insegnante?

Tutto è iniziato da bambina, alle scuole elementari. Ero affascinata dalla mia maestra, dal suo modo di stare con noi piccoli e di fare giochi e attività insieme. A poco a poco ho capito che quell’esperienza mi stava aiutando, già allora, a trovare il modo giusto di prendermi cura delle persone. 

Periodicamente, infatti, mi metteva accanto a un compagno con diverse fragilità: io lo aiutavo a riordinare la cartella, a sistemare le sue cose. Questo mi ha permesso di leggere più facilmente i bisogni degli altri e di sviluppare una maggiore attenzione verso le persone.

Poi ho seguito il percorso di studi per l’insegnamento e ho iniziato con i più piccoli, nella scuola dell’infanzia. Sono stata assunta subito di ruolo, senza passare da supplenze o gavetta. La scuola dell’infanzia mi piaceva moltissimo perché più i bambini sono piccoli, maggiori sono le possibilità di sperimentare attività diverse.
Ho insegnato per dieci anni, durante i quali ho avuto tante occasioni per progettare, sperimentare e mettermi alla prova. Eravamo alla fine degli anni Ottanta e nei primi Novanta, un periodo di grande fermento pedagogico, con nuovi orientamenti e molte idee in circolazione.

Così ho deciso di laurearmi in Pedagogia: mi appassionava e volevo approfondire le mie competenze. Con la laurea ho potuto sostenere il concorso direttivo, che ho vinto.

Come è maturata la scelta di diventare dirigente scolastico?

All’epoca si parlava ancora di ruolo direttivo: ho lavorato per diversi anni; poi, con il passaggio agli istituti comprensivi, il ruolo è diventato quello di dirigente scolastico, dopo il 2000.

In questa scelta ha avuto un ruolo anche mio padre, che mi diceva, tra il serio e il faceto: “Adesso va tutto bene, ti piace il tuo lavoro, ti dà molta soddisfazione. Però pensa a quando sarai più anziana: non potrai stare sempre accovacciata con i bambini e continuare a fare tutto come adesso”. Era il primo concorso dopo tanti anni in cui non ce n’erano stati, e mi ci sono buttata. Ho affrontato la sfida con una certa leggerezza, quella che Calvino descrive come capacità di vedere l’essenza delle cose senza appesantirle con troppe aspettative. Alla fine l’ho vinto e così ho assunto l’incarico molto rapidamente, a San Giuliano Milanese.

Come cambia il lavoro da insegnante a dirigente?

Moltissimo.
Il direttore didattico di quando insegnavo fu felice quando vinsi il concorso e mi disse una cosa che non ho mai dimenticato e che mi ha sempre guidato da quando sono dirigente: “Tu hai insegnato, ma ora non insegni più”. Voleva dire che, per svolgere bene questo ruolo, serve la giusta distanza. Devi conoscere i bisogni degli insegnanti, immaginare le loro difficoltà e le loro aspettative, ma non sei più chiamata a fare quel lavoro. Devi avere una visione più ampia, saper coordinare, creare le condizioni perché attività e progetti si realizzino.

E, soprattutto, devi anche saper dire dei no, quando serve. A volte alcune proposte non funzionano davvero, o non sono realistiche nella loro attuazione. Il dirigente deve saper valutare un’attività educativa o un’uscita didattica, prevedere eventuali imprevisti e dare indicazioni chiare per evitare che si verifichino problemi difficili poi da gestire.

Dobbiamo allargare il concetto di scuola fino a sentirci nel mondo, mentre viviamo e sperimentiamo tutto ciò che ci circonda.

Com’è cambiata la scuola in questi anni?

La scuola si è trasformata ed è diventata più complessa. Oggi è un intreccio di professionalità diverse. Non si tratta più solo di insegnare a leggere e a far di conto, come accadeva quando ero piccola io: oggi s’intrecciano indissolubilmente l’attenzione educativa verso i minori e i bisogni sociali delle famiglie.
Io ho sempre lavorato, per scelta, in territori periferici: a San Giuliano Milanese, nelle frazioni periferiche di Bollate, e anche alla Rinnovata Pizzigoni, che si trova ai margini di Milano. In questi contesti è fondamentale costruire solide reti con i servizi del territorio: i servizi sociali, le UONPIA (Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza), le reti di prossimità. Quando ho cominciato a lavorare nella scuola questo aspetto non ricopriva la stessa centralità di oggi.

Nel frattempo, molti aspetti del nostro lavoro sono diventati più burocratici, e spetta alla sensibilità del singolo dirigente ritagliare spazi per non perdere l’umanità che ha intorno: è cruciale, in tal senso, la gestione del personale, non solo dei docenti, ma anche dei collaboratori scolastici e della segreteria. Se vuoi che una scuola funzioni, devi costruire una squadra. Serve una leadership diffusa. E ci sono anche dei “no” da dire, che spettano solo a te, e vanno ribaditi talvolta con decisione.

Quali ostacoli incontra oggi nel suo lavoro?

Alcuni processi, nati con l’idea di semplificare le attività, hanno finito paradossalmente per complicarle. Faccio un esempio: ogni giorno abbiamo molti documenti da firmare. Se sono cartacei, ci metto pochi minuti; se devo firmarli digitalmente, tra PIN, accessi e caricamento su piattaforme, il tempo si allunga moltissimo.

Per altre incombenze, al contrario, la digitalizzazione ci ha realmente facilitato la vita: non devo rifare ogni anno tutto da capo, posso recuperare materiali e circolari, modificarli, ampliarli, tagliarli. Questo ci alleggerisce sicuramente il carico di lavoro. Però, nella pratica, la maggior parte delle procedure si è appesantita, e cose che sembrano semplici, in realtà, spesso si rivelano complesse.

Come ha affrontato il suo incarico presso la Rinnovata Pizzigoni?

Ho dovuto formarmi sul campo: una cosa è la teoria, un’altra è l’applicazione concreta del metodo Pizzigoni. All’inizio ho lavorato in due modi: osservando gli insegnanti e, in un secondo momento, progettando insieme a loro, per comprendere davvero come si svolge la didattica.

Poi è arrivato il Covid, proprio all’inizio del secondo quadrimestre, e tutto si è bloccato. Gli insegnanti non erano più fisicamente a scuola, la didattica si svolgeva online. Io, invece, sono sempre venuta in presenza, perché la scuola ha una fattoria didattica e il personale che gestiva gli animali e la parte agricola doveva per forza continuare a prendersene cura. Mi sembrava giusto esserci anch’io, per rispondere con la massima immediatezza ai bisogni della scuola da un lato, e delle famiglie dall’altro.
In quel frangente abbiamo coordinato anche interventi di sostegno da parte del Municipio, come buoni spesa e altre piccole azioni di aiuto per le famiglie più fragili. Tutto questo non lo puoi fare da casa: il lavoro del dirigente richiede la presenza costante.
Oggi la Rinnovata Pizzigoni è un luogo meraviglioso. Dopo una lunga fase di progettazione, è iniziata ufficialmente la ristrutturazione, che sarà un restauro conservativo. In questi anni abbiamo lavorato molto con architetti e ingegneri per capire la funzionalità e la bellezza degli spazi e come valorizzarli al meglio.
Accanto a tutto questo c’è ovviamente la parte pedagogica, che è quella più importante e che ci stimola dal punto di vista culturale. Ogni idea può aprire sviluppi infiniti. Oggi, per esempio, stiamo lavorando con l’Università degli Studi di Milano a un progetto di Philosophy for Children, per sviluppare nei bambini il pensiero critico. Collaboriamo molto anche con l’Università Milano-Bicocca per i tirocini di Scienze della formazione primaria. Ma, per far sì che tutta questa progettualità diventi patrimonio comune e che le iniziative non restino solo sulla carta, bisogna sempre individuare la dimensione umana di ogni progetto.

Cosa cambierebbe della scuola oggi?

Andrebbe affrontato drasticamente il tema dell’edilizia scolastica. Io sono fortunata, perché alla Rinnovata Pizzigoni è in corso un grande investimento, ma spesso le scuole devono attendere a lungo prima di venire ristrutturate o rinnovate, e non tutte hanno comunque la fortuna di vedere interventi migliorativi.

Su questo tema sono molto “pizzigoniana”: un luogo bello aiuta l’apprendimento. Giuseppina Pizzigoni diceva che la monotonia spegne l’intelligenza. Anche l’ambiente educativo deve essere stimolante per i bambini, colorato, vario, mai piatto. E, purtroppo, non sempre le aule delle scuole italiane possiedono queste caratteristiche.
Bisognerebbe svecchiare gli ambienti e far sì che la scuola stia al passo con i tempi, in sintonia con la contemporaneità. Come diceva Pizzigoni, scuola è il mondo: dobbiamo allargare il concetto di scuola fino a sentirci nel mondo, mentre viviamo e sperimentiamo tutto ciò che ci circonda.

Nell’ambito scolastico, oggi, c’è poi un altro problema: si continuano a introdurre nuove regole e normative, senza soluzione di continuità. Non fai in tempo ad assimilarne una, che devi già occuparti di altre tre o quattro. Non è facile coordinare tutto questo, e spesso si ha la sensazione di dover tenere insieme i pezzi senza mai fermarsi, col timore di essersi dimenticati qualcosa. Servirebbero tempi più distesi: non certo per restare immobili, senza cambiare il proprio lavoro, ma per assimilare, sperimentare e rielaborare ciò che si è appena fatto.

Un’ultima nota: in Italia siamo bravissimi a progettare e sperimentare, ma meno capaci di documentare bene quello che realizziamo. E senza una puntuale documentazione si fa più fatica a rinnovare.

Un dirigente può fare la differenza?

Sì, assolutamente. La chiave è la capacità di ascolto, verso tutti: docenti, studenti, personale e famiglie.

Non avrei saputo rispondere a questa domanda qualche mese fa, ma ora è diverso: da quando si è saputo che sarei andata presto in pensione, sono stati gli studenti, gli insegnanti e molti genitori a darmi questa risposta. I ragazzi mi hanno scritto moltissime lettere, che non mi sarei mai aspettata. Così hanno fatto anche insegnanti e genitori, dichiarando tutti che in questi anni si sono sentiti ascoltati.
Questo non significa che io abbia sempre detto sì a tutto e a tutti. Anzi. La reazione dei ragazzi, in particolar modo, mi ha confermato quanto abbiano bisogno di attenzione da parte di noi adulti. Spesso pensiamo che non la cerchino affatto, perché li vediamo sempre connessi e distratti dai loro dispositivi, ma in realtà hanno un grande bisogno di relazione. Siamo noi adulti che dobbiamo trovare il modo giusto per avvicinarci e far capire loro che ci siamo.

Mi ha colpito inoltre la lettera di un’ex studentessa, una ragazza cinese rientrata in Italia dopo il Covid, che mi ha scritto di aver vissuto questa scuola come una casa e, attraverso il lavoro degli insegnanti, di aver scoperto qui il modo di essere sé stessa. Credo che non ci sia nulla di più bello per un insegnante e per un dirigente: capire che, anche nei giorni più pesanti – quelli in cui si è stanchi, scoraggiati, arrabbiati –, la propria presenza a scuola ha sempre avuto un senso per gli altri.

Be for education

 

giovedì 23 luglio 2026

COMUNITA', UNA RISORSA

 


“Cosa vuol dire


 comunità oggi?”


Il ternine comunità deriva dal latino communitas, formata da cum (con) e munus (dono o compito)

Il farsi dono, con spirito di servizio

-di Giovanni Petrini

Comunità è una parola misteriosa, ambigua, complessa ma anche molto affascinante, intrigante, rassicurante.

Proverò a sollecitare alcune riflessioni proprio a partire da questa lettura e tesi che condivido.

C’è una forte riemersione nel dibattito pubblico contemporaneo della parola comunità, un bisogno sempre più urgente di riconsiderarla.

È possibile notarlo in diversi ambiti, a partire da Facebook e dai Social Media User Generated che hanno preso la parola comunità e l’hanno messa al centro nel rapporto con il proprio cliente-utente, ma anche nel dibattito economico attorno ai beni comuni o ai beni relazionali, sul quale c’è un grande fermento di riflessioni e pratiche (come dimostra il Premio Nobel per l’Economia del 2019).

 Nuovo umanesimo

Il tema della comunità negli ultimi anni si è rivelato molto forte anche in alcune riflessioni filosofico-politiche.

La parola “Nuovo Umanesimo” è stata usata – più o meno consapevolmente – proprio per cercare di contrapporre a un mondo tecnologico e un’avanzata post-umana, le relazioni umane e il ruolo che l’uomo può svolgere nel mettersi alla guida della tecnologia senza rimanerne succube.

La comunità è poi espressione di molte pratiche dal basso, di organizzazioni che nascono tra cittadini: le Social Street sono una di queste esperienze diffuse anche in Italia, ad esempio, e nascono proprio dalla volontà di alcuni soggetti di mettersi insieme all’interno di una via e iniziare a scambiarsi informazioni, relazioni, progetti e ad aiutarsi.

È chiaro, dunque, che queste riflessioni tengono conto dei luoghi, come gli Oratori, come le Case Salesiane, come in generale le Parrocchie, in cui la parola è da sempre utilizzata e da sempre tenuta viva.

Perché questa parola sta emergendo sempre di più nel dibattito pubblico?
Perché sostanzialmente è una risposta, umana, naturale e comprensibile al fatto che nell’Ultimo secolo tutto si è accelerato, frammentato, complessificato ed espanso. L’accelerazione del tempo è legata alla spinta che il capitalismo ha dato allo sviluppo tecnologico per cercare di perseguire quello che da sempre lo muove: la produzione di ricchezza.

La frammentazione dell’esistenza deriva dal fatto che le grandi narrazioni del ‘900, in cui le persone si riconoscevano all’interno di una serie di categorie collettive – i lavoratori, gli impiegati ecc. – sono andate mano a mano frammentandosi.


Oggi noi siamo ciò che facciamo, ciò che vediamo, le frequentazioni che abbiamo on line e off line, i consumi e le cose che compriamo, gli spettacoli o prodotti culturali che consumiamo.

La nostra esistenza stata letteralmente frammentata e spesso questo – la convivenza con le molte sollecitazioni e anime – porta anche a delle difficoltà dentro di noi.

Spazio

Infine, l’espansione dello spazio.

Prima la globalizzazione ha aperto il mondo (con la possibilità di volare lowcost) e poi l’arrivo del digitale ha creato un mondo “fisico” parallelo a quello che invece viviamo nella realtà analogica.

Tutti questi fenomeni hanno impattato su di noi, soprattutto per una questione di scollamento tra la capacità dell’uomo di evolvere biologicamente e la tecnologia che invece accelera esponenzialmente.
Tutto questo non può non creare dei disagi e delle difficoltà, in alcuni casi dei veri e propri “mostri”, come quelli rappresentati nel bellissimo trittico di Francis Bacon.
Spesso sono difficoltà con cui tutti noi conviviamo e penso sia importante iniziare adirsi che oggi siamo tutti un po’ fragili, un po’precari, un po’ isolati, abbiamo tutti un po’ di ansie e proviamo tutti un po’ di rabbia in alcune circostanze.
Se da un lato si assiste quindi a un fenomeno di isolamento e allontanamento delle persone, dall’altro può iniziare invece un interessantissimo percorso attraverso il quale trovare una risposta a questo disagio.

A partire dal riconoscimento che non è più possibile parlare di “fragili” e “non fragili “ma piuttosto dell’esistenza di diverse fragilità e smettendo di rapportarsi uno a uno ma considerandoci tutti insieme, aiutandoci comunitariamente, questa risposta può avvenire.

Al di là delle patologie che necessitano di cure da parte di specialisti – perché la rabbia, la precarietà, l’ansia e l’isolamento possono sviluppare anche patologie per cui ci vogliono competenze specifiche – se rimaniamo in una dimensione più di percezione di vissuto quotidiano, noi pensiamo che il tema principale sia la solitudine o “privazione relazionale”.

Il vero problema che affrontato aiuterebbe a risolvere molto del brusio e delle fatiche quotidiane e consentirebbe di dedicare le giuste energie e il giusto tempo alle reali patologie e difficoltà, è proprio la solitudine.

 Solitudine

E questa solitudine richiama, in alcuni casi, una prospettiva di ricordo “dei bei tempi andati”, un racconto di quel mondo ideale antico in cui c’era una comunità, il paese, il villaggio in cui si viveva tutti insieme, le porte delle case rimanevano aperte, ci si conosceva tutti e ci si salutava per strada.
Questo è stato un modo di vivere della maggior parte della popolazione mondiale per secoli, se non millenni.

Dall’altra parte c’è invece una nuova dimensione che non è solo un ricordo dei bei tempi andati ma è invece una reale voglia di ricostruire e rilanciare la dimensione comunitaria, dimensione che è stata evidenziata in maniera chiarissima dal Covid.

La pandemia ha esacerbato e fatto esplodere delle difficoltà sia negli anziani che negli adolescenti e nei giovani, che sono i soggetti che più hanno sofferto e stanno soffrendo dell’isolamento sociale, ma ha anche fatto venir fuori una straordinaria voglia, ricchezza e capacità di rispondere all’emergenza e alla tragedia con un grandissimo fiorire di esperienze di solidarietà, condivisione scambio intergenerazionali.

È stato un grande movimento in cui tanti di noi si sono messi insieme e hanno cercato di capire come potevano aiutare gli altri, anche solo con una telefonata, un sorriso o un pacco consegnato.

Per rimettere al centro la comunità, quindi, non dobbiamo scivolare in queste dinamiche della memoria, ma cercare di recuperare ciò che c’era di buono nella dimensione comunitaria e diffonderla, praticarla, raccontarla e discuterla, soprattutto.
Non solo un tema di “azione” ma anche di “racconto”.
È necessario non solo comunicare con il fuori ma anche ridiscutere e dare un proprio significato a questa parola affinché venga vissuta concretamente.

Comunità è una “parola trappola” molto complicata, spesso usata come sinonimo di altro, ad esempio di “società”.

In realtà, se ci addentrassimo nello studio dell’evoluzione del modo in cui gli uomini stanno insieme, ci accorgiamo che la comunità è qualcosa che esiste “prima della società” e “dopo la famiglia”.

Questa riflessione la prendo dal libro “Comunità” di Marco Aime, antropologo insegnante all’università di Genova, che riporta i 5 elementi che storicamente, antropologicamente e sociologicamente riscontriamo nelle comunità.
Prima di tutto una comunità nasce con una dimensione spirituale, rappresentata da un SIMBOLO che, a prescindere dalla civiltà e dal tempo, riunisce le persone che ne fanno parte.

 Confine

La comunità ha sempre un CONFINE.

La prima immagine che viene in mente è il filo spinato, il muro.

Invece il confine semplicemente una linea che crea un “di qua” e un “di là”, una separazione quindi che si può anche varcare.

Il confine della comunità è quindi una linea, è un varco aperto poroso da cui io posso uscire, per andare a scoprire cosa c’è al di fuori della mia comunità e nel mondo, e in cui altri possono entrare.

Alla comunità serve un confine perché possa riconoscere e dire: “Noi siamo questi e gli altri sono fuori”.

Il tema è preservare la dimensione di identità, di stile, di uguaglianza, di modalità con cui agisce, senza però chiudersi, creare dei muri e quindi da Communitas, diventare Immunitas.

Il concetto dell’Immunitas è ben comprensibile se pensiamo al nostro corpo: i nostri anticorpi sono funzionali a rispondere a un attacco all’esterno, quando qualcosa entra nel nostro organismo si scatena una reazione immunitaria, dei meccanismi biologici che permettono al corpo di difendersi.
A volte accade che questo meccanismo vada fuori giri, perda il proprio controllo e inizi a rispondere anche quando non c’è nessuna aggressione: difendendosi contro qualsiasi cosa inizia a uccidere anche se stesso.
Le malattie immunitarie quindi portano anche alla morte della persona stessa per eccesso di autodifesa.

La trovo una bellissima similitudine con un rischio che corrono quelle comunità che si rifiutano di aprirsi a chi la pensa diversamente e portando all’estinzione del gruppo e alla morte della comunità stessa.

Riassumendo: la comunità ha un confine che resta sempre aperto ma che consente di dire: “Io sono dentro, tu sei fuori” e poi ci confrontiamo, parliamo, ne discutiamo.

Vuoi entrare? Ci sono delle regole. Vuoi uscirne? Perderò qualcosa ma otterrò della libertà.

Memoria

C’è poi un tema di MEMORIA, la comunità sì alimenta e si costruisce attraverso il racconto di chi c’era a chi verrà.

È un tramandare, ma una tradizione è anche “tradimento” (la radice latina è unica infatti, deriva dal verbo latino Tradĕre, che vuol dire “attraversare” ma anche “portare da una parte all’altra”).

La memoria passa ma questo passare non è congelare, conservare; qui c’è tutto il tema dell’inter-generazionalità: le persone più anziane raccontano e passano la loro esperienza e il loro punto di vista ma contemporaneamente devono accettare che i giovani, oltre a prendere e riconoscere questa memoria, allo stesso tempo la facciano loro attraverso una loro interpretazione.
La comunità quindi non è qualcosa che esiste e rimane sempre uguale a se stessa, ma che viene riletta e ridiscussa con il passare delle generazioni.

Generatività

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domenica 28 giugno 2026

RECIPROCITA'

 

«Per ricreare
 legami e comunità 
la parola-chiave 
è reciprocità»




Il sociologo Luigi Manconi sostiene che contro l’individualismo la solidarietà non basti più: «Servono attenzione verso gli invisibili, impegno civile e relazioni tra persone che si possano sostenere a vicenda»

-         di DIEGO MOTTA

Nell’ideale di comunità di Luigi Manconi, la parola-chiave un po’ a sorpresa non è solidarietà: è reciprocità. «Perché la solidarietà sembra implicare una relazione diseguale, dove chi più ha e chi più sta in alto elargisce qualcosa del proprio superfluo a chi non ha nulla. La reciprocità invece presuppone un circolo virtuoso: ti aiuto adesso perché un domani tu potrai fare lo stesso con me». Se c’è qualcosa che, nel confronto pubblico andato in scena nei giorni scorsi a Stazione Radio di Milano, il professor Manconi indica come stella polare, è la figura dell’altro: l’altro ci costringe ad andare oltre il nostro egoismo, ad avere un atteggiamento di prossimità, a pensare in chiave comunitaria. «Quando su tutto prevale l’individualismo – spiega -, le uniche solidarietà che sembrano sopravvivere sono le solidarietà corte: quella familiare e quella amicale e parentale».

Così però viene meno lo spirito di comunità, già messo a rischio dal progressivo isolamento delle persone e dalla mancanza di una visione condivisa.

È vero, pare sempre più avverarsi la previsione di Margareth Thatcher, secondo cui la società non esiste. Oggi lo spirito di comunità è in fase di precipitoso, drammatico deperimento. L’unica via di scampo è valorizzare tutto ciò che va in controtendenza e tende a creare aggregazione, a consentire che gli individui si incontrino, producano relazioni sociali intense, vadano oltre la solidarietà di prossimità. Ci sono segnali di controtendenza, che purtroppo sono largamente ignorati dal sistema dei media e quindi faticano ad affermarsi. Dobbiamo lavorare affinché lo spirito di comunità, la solidarietà lunga, la vita sociale possa riprendere con maggiore vitalità.

Come si possono ricreare legami sociali?

Spesso i meccanismi di relazione tra le persone rinascono grazie a qualcosa di imprevisto, a volte frutto di una grande sofferenza o un lutto. Nove volte su dieci accade per merito di una donna, in genere da parte di chi ha saputo fare del proprio dolore privato una questione di interesse pubblico. Voglio fare un esempio. Quattro anni fa, a Milano, nella notte tra l’11 e il 12 giugno 2022, moriva un giovane uomo di 33 anni. Si chiamava Igor Squeo. Morì durante un fermo di polizia nel suo appartamento, vittima di quello che io chiamo il “metodo Floyd”, l’uomo ucciso soffocato sei anni fa a Minneapolis. Due settimane fa sono stati inviati avvisi di garanzia nei confronti di sei poliziotti e di un medico, perché a ribellarsi era stata la madre, Franca Pisano. Non solo lei non poteva accettare quella ingiustizia, ma ha deciso che per suo figlio andava cercata la verità. In questa battaglia è stata da sola per molto tempo, per anni, fino a che, grazie al sostegno che ha ricevuto da alcune associazioni e a una bravissima avvocata, la Procura generale ha avocato a sé quel fascicolo che stava per essere archiviato e le indagini hanno iniziato a procedere con rapidità.

Ecco, questo è ciò che intendo io per attivazione di nuovi legami sociali: mi faccio carico del tuo dolore, lo condivido.

Sta dicendo che le storie di tanti invisibili ignorati dalle cronache possono diventare segni di speranza?

Intorno a questo processo si è creato interesse, mobilitazione, un’interlocuzione di natura politica. Si chiama cioè in causa la relazione tra il cittadino e lo Stato, tra l’individuo e gli apparati della forza e della repressione, tra il singolo e le istituzioni. Dall’intimo del male più profondo può nascere una rete di nuove relazioni. Ora è chiaro che la distanza tra questa rete di nuove relazioni e le istituzioni centrali, la politica generale, rimane enorme. Per colmare questi vuoti, per aiutare a guardare con occhi nuovi ciò che neppure vediamo, ci vuole molto altro.

L’invisibilità è sinonimo di inesistenza: non ti vedo, dunque non esisti. Come ridestare solidarietà se non si conosce il dolore delle persone?

Io fatico a usare la parola solidarietà, anche se il mio primo libro accademico nel 1990 è stato dedicato proprio a questo tema. La solidarietà sembra implicare inevitabilmente una relazione diseguale, dove chi più ha e chi più sta in alto elargisce qualcosa del proprio superfluo a chi nulla ha. Da questo punto di vista, io preferisco la parola reciprocità. La reciprocità presuppone un circolo virtuoso: ti aiuto adesso perché un domani tu potrai fare lo stesso con me.

A proposito di linguaggio, nelle scorse settimane il Papa alla Sapienza ha detto che bisogna iniziare a chiamare le cose col loro nome. Da dove si può partire con una nuova ecologia?

Non c’è un punto da cui partire, bisogna partire da mille punti. Uno di questi è indubitabilmente il magistero di Leone XIV. Io ho apprezzato davvero l’enciclica di papa Prevost, a partire dal suo titolo, davvero magnifico. Non è solo una questione di linguaggio, però. Nei suoi discorsi in Spagna, il Papa ha posto le fondamenta di quella che considero una sorta di “teologia della migrazione”. Ha fatto intendere, cioè, che la questione dei migranti non è semplicemente una questione di politica, di destra o di sinistra. Quello che mi è sembrato importantissimo nei suoi discorsi è stato il fatto che il migrante non viene più considerato altro da noi. La sua sorte riguarda in profondità la stessa identità umana, perché egli è l’espressione di una qualità fondamentale dell’essere umano: la sua dignità. Il messaggio di Papa Leone, in questa prospettiva, sta segnando uno spartiacque.

www.avvenire.it

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giovedì 11 giugno 2026

VISIONE E ATTESA

 

Il rettore della Sagrada Familia: la visita del Papa ci invita ad "alzare gli occhi"Riscoprire 

il senso dell'attesa


Con l’inaugurazione della Torre di Gesù che renderà la basilica di Gaudí la più alta del mondo, si compie un gesto simbolico profetico. L’architetta Curti, esperta dell’artista: “Ha voluto creare un’arte dell'incontro, riportare la capacità di vedere il trascendente. Il lavoro che c'è dietro ci invita a gustare la pazienza con cui si costruisce l'amore”



-di Antonella Palermo - Inviata a Barcellona

Guardare in alto è più rischioso che guardarsi i piedi, ma è in questo rischio che si gioca l’esserci, in questo squilibrarsi che si avverte il brivido di un corpo che vive, che non si accomoda in posture inerti, che non guarda al proprio ombelico ma si sbilancia fuori da sé. Accade quando si entra nella Sagrada Familia, attrazione internazionale simbolo di Barcellona, 15 mila visitatori al giorno da ogni parte del mondo, patrimonio Unesco consacrata come basilica nel 2010 da Benedetto XVI. Qui si ha la possibilità di recuperare, al di là delle proprie appartenenze, la capacità di stupirsi. Qui Leone XIV presiede la celebrazione eucaristica la sera del 10 giugno, dopo aver pregato nella cripta sulla tomba di Antoni Gaudì, l’artefice di questa imponente costruzione, nel centenario della morte. E qui, dopo la Messa, inaugurerà la Torre di Gesù Cristo che la farà svettare come chiesa più alta del mondo.

Recuperare lo stupore

Sarà una bambina cieca a introdurre, dinanzi al Pontefice, il rito di benedizione della Torre. Con un plastico tra le mani sarà lei a ‘toccare’ la torre condividendo questa esperienza al Papa. Lei la vedrà con le mani. Lei si meraviglierà per prima. Un’iniziativa dal forte valore simbolico intrapresa di concerto con l’associazione Once, la più grande realtà in Spagna che si occupa di non vedenti e che collabora con la Sagrada per progetti di accessibilità dell’opera d’arte anche ai disabili. Perché entrare in questo tempio, in effetti, è compiere un percorso multisensoriale, tornare in qualche modo a percepirsi vivi, mobili, capaci di attraversare soglie, di tornare all’origine. Era ciò che animava l’architetto catalano, convinto che qui stesse l’originalità di un artista, di avvicinarsi continuamente all’origine, Dio. Una vicinanza che non allontana dagli uomini, anzi, ne rinforza il legame.

La bellezza come via, non fine a sé stessa

Alla vigilia dell’arrivo del Papa, il fiume umano che entra in questo cuore pulsante della città è ininterrotto. “Gaudí ha vissuto per creare un'opera che potesse esprimere la bellezza non fine a sé stessa, quanto invece una bellezza capace di suscitare meraviglia”, sottolinea Chiara Curti, massima esperta del genio catalano. Architetta milanese, vive e insegna a Barcellona presso l’Ateneu Sant Pacià, dove tiene corsi su Modernismo, Gaudí e architettura cristiana. Diverse le pubblicazioni dedicate al tempio dell’espiazione, tra cui “La Sagrada Família. Cattedrale della Luce” (Triangle Books, tradotto in sei lingue) e “Il mio Gaudí. La biografia scritta dai suoi amici” (Triangle Books, tradotto in quattro lingue). 

Gaudì, collaboratore della creazione divina

Quando ha finito la prima torre campanaria, si racconta che Gaudí abbia chiesto in giro come fosse venuta: l’orologiaio gli disse che era bella, che portava un'allegria del cuore e Gaudí era felice perché era andato a segno un suo desiderio profondo. “Leone è un papa sommamente attento alla bellezza – osserva Curti -, e si incontrerà con questo Gaudì che sempre si è presentato come un collaboratore del creatore, una persona che aveva ben chiaro di non possedere l’opera, che era un'opera ispirata da custodire. Lui si è proposto sempre come colui che la poteva curare la Sagrada Familìa, come un giardiniere in un grande bosco, quel bosco che tutte le cattedrali in realtà sono, grandi boschi di colonne”.

Gaudì ha voluto riportare quella capacità di vedere il trascendente, secondo il tipico atteggiamento dell'uomo medievale che quando entrava in una cattedrale si riconosceva proprio dentro un bosco: “Noi contemporanei, invece, siamo molto più razionalisti, vediamo solo delle colonne. Gaudì ha voluto riportarci questo uomo che è capace di vedere qualcosa dietro ogni realtà, di trasfigurare tutta la realtà. Sì, perché se io sono proprietario una cosa la posso anche buttare via, invece se sono il custode posso solamente farla migliorare”.

Un’opera aperta, corale, sempre nuova

Gaudì cominciò a lavorare alla facciata della Natività nell’anno in cui Leone XIII scrisse la Rerum novarum. E oggi Leone XIV, che ha appena dato alla luce la sua Magnifica humanitas, arriva qui a inaugurare il nuovo tassello della Torre di Gesù. Una sorprendente ricorrenza che Curti evidenzia mettendo in risalto le due rivoluzioni storiche di cui l’arte di Gaudì continua a parlarci: quella industriale di cui Barcellona era stata antesignana nel campo del tessile, e quella contemporanea legata all’Intelligenza Artificiale. In gioco c’è sempre un rinnovamento dell’uomo: all’epoca di Gaudì si trattava di liberare l’operaio dall’anonimato e dal logorio della catena di montaggio, dalla massificazione della società; oggi, si tratta ugualmente di ri-nascere, di ritrovare una riserva di umanità, al di là di ogni tentazione di individualismo.

LA persona

“Gaudì sempre mette l'accento sulla persona – sostiene Curti -, sembra quasi che la sua opera sia una scusa per poter creare un’arte dell'incontro, dove ogni persona che lavora con lui può introdurre dentro questa cattedrale il proprio segno creativo”. Un vero maestro che non impone il suo progetto perché altri semplicemente lo eseguano, ma un maestro che insegna una mentalità, un approccio inedito e in qualche modo sovversivo, perché l'altro sia libero di poter fare l’opera: uno dei motivi per cui le opere di Gaudì sono tutte diverse. Era lo stile di Gaudì quello di partire dalla vita e non dai preconcetti, incline come era a ribaltare l’approccio cattedratico di certi intellettuali, cosa che gli valse anche discrete antipatie. Così che alla fine la scuola che lasciò in eredità non fu un ‘gaudinismo’ di maniera ma “la scuola della carità”.

Il fascino del non-finito, dell’attesa paziente e del desiderio

Entrare nella Sagrada Familia è entrare in “un cantiere espiatorio che alimenta il senso che non finisca mai”. In fondo, “tutta la storia dell'uomo è stata questa relazione col cosmo, con Dio, con la luce, sempre è stata una relazione che non poteva iniziare e finire rapidamente, ma che si è misurata con il tempo e finalmente con l'eternità”, precisa ancora la professoressa Curti. “Non sappiamo quando la Sagrada finirà e neanche come”, e non sembra essere questo l’elemento importante. Manca tutta la facciata principale, che dovrebbe arrivare ad essere circa tre volte più grande delle altre due, quella della Natività e quella della Passione. Per costruire questa facciata è necessario demolire un edificio costruito abusivamente negli anni Settanta, dove dentro vivono quaranta famiglie. Non sarà impresa facile. “Oggi non siamo capaci dell'attesa, invece la Sagrada Familia ci chiama ad avere questa possibilità di saper desiderare ancora. Nel momento in cui io finisco una cosa, già non c'entra più niente con me; al contrario, mettendo l'accento sul costruire - ché è quello che sta facendo Papa Leone – implica che non è finita per niente, che dobbiamo impegnarci a essere noi stessi i costruttori anche delle nostre vite”.

 

Vatican News 


 

sabato 23 maggio 2026

RICEVETE LO SPIRITO SANTO

 


Solennità di Pentecoste


-di Pierbattista Pizzaballa, Patriarca L. di Gerusalemme

Il brano di Vangelo che ascoltiamo in questa solennità di Pentecoste (Gv 20,19-23) ci riporta alla sera del giorno di Pasqua, e questo è il primo dato fondamentale su cui è necessario soffermarsi.

Per “capire” la Pentecoste, infatti, bisogna tornare alla Pasqua, perché lo Spirito è la vita stessa del Risorto che viene comunicata ai discepoli.

L’evangelista Giovanni vuole che sia chiaro: lo Spirito non è un’aggiunta successiva alla risurrezione.

 Lo Spirito è la forma stessa della vita risorta. Il Signore non può non donarlo: è la sua vita, e la vita tende sempre a comunicarsi. Per questo Giovanni colloca il dono dello Spirito nello stesso giorno della risurrezione: per dire che Pasqua è già Pentecoste in germe.

Ma per dire anche che la Pasqua, in qualche modo, non sarebbe “completa” senza la Pentecoste.

Il disegno del Padre, infatti, è che l’umanità viva della vita del Figlio: ebbene, la Pasqua rende possibile questa vita, mentre la Pentecoste la rende effettiva, operante, comunicabile.

La vita risorta non è solo del Risorto, ma non vuole neppure restare chiusa e riservata per pochi: diventa Chiesa, corpo, diventa linguaggio per tutti.

E questo accade attraverso un incontro, che avviene nel Cenacolo, la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana (“La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».” - Gv 20,19).

Da una parte troviamo il Risorto, ricolmato dal Padre di una vita che trabocca, che è pienezza eterna.

Dall’altra parte ci sono i discepoli: fragili, chiusi, impauriti, incapaci di futuro, segnati dal fallimento e dalla fuga. Sono vivi, ma di una vita piccola, contratta, quasi spenta.

Eppure, è dentro questa sproporzione che l’incontro accade. Il Risorto non chiede ai discepoli di essere diversi da ciò che sono: entra nelle loro ferite, non nelle loro forze; sta in mezzo alla loro paura, non alla loro fede; mostra le sue piaghe, non la sua gloria. In questo incontro, la Vita non giudica la fragilità, ma la raggiunge e la trasforma dall’interno. Il dono dello Spirito, dunque, nasce qui: la vita del Figlio che si piega sulla vita dei suoi segnata dal peccato, per rialzarla.

A queste persone fragili, il Signore non dà semplicemente un aiuto, un consiglio, un incoraggiamento.

Non si limita ad accoglierli così come sono. A queste persone fragili, il Risorto dà la sua stessa vita.

Quella vita piena, abbondante, eterna, quella vita che ha ricevuto dal Padre in dono, il Risorto la comunica ai suoi, con un gesto e una parola che segnano un passaggio, un ponte che permette a questa vita di raggiungere la Chiesa: “Soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20, 22).

Non è un gesto allegorico: è il passaggio reale della vita divina nella vita umana. Una vita con tre caratteristiche.

Innanzitutto, è una vita riconciliata

Il primo effetto dello Spirito è il perdono: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (Gv 20,23). La vita del Risorto guarisce ciò che è morto, cura ciò che è malato.

Il peccato, nel linguaggio biblico, non è una macchia morale: è una zona di morte, un luogo dove la relazione si è spezzata, dove il cuore si è chiuso e la vita non circola più.
Quando il Risorto dona lo Spirito, la prima cosa che accade è che la vita entra nelle zone morte. Il perdono è questo: la vita che rientra dove non c’era più vita e tutto ha la possibilità di rifiorire, di ricominciare.

La vita del Risorto, poi, è una vita inviata: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21).

Lo Spirito non chiude, non ripiega, non isola. Lo Spirito apre, dilata e invia.
Per questo la vita nuova non può essere custodita come un tesoro privato: è una vita che tende naturalmente a raggiungere altri, come il Figlio ha raggiunto noi.
La missione non è un dovere aggiunto alla vita cristiana: è la vita stessa dello Spirito che si muove in noi, è partecipazione al movimento di Dio verso il mondo, alla sua passione per l’umanità.

Infine, la vita nuova è una vita abitata

Il Risorto non resta fuori: entra, sta in mezzo, respira sui discepoli (“stette in mezzo” … “soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo” - Gv 20,19.22). Non è dunque solo una vita migliore, ma è una vita in cui Dio prende casa. Lo Spirito non è un aiuto dall’esterno, non è una forza che viene ogni tanto, o spesso per i più fortunati. È una presenza stabile, come qualcuno che si trasferisce dentro la nostra umanità.

Questi tre elementi della vita nuova sono anche criteri di discernimento con cui leggere ciò che accade dentro e attorno a noi e riconoscere allo stesso tempo come e dove lo Spirito opera: dove qualcosa si riconcilia, lì passa la vita nuova; ciò che ci apre, ci decentra, ci fa uscire da noi stessi, viene dallo Spirito; dove cresce una presenza interiore che pacifica, illumina, orienta, lì lo Spirito abita.

Patriarcato L. di Gerusalemme

 

venerdì 1 maggio 2026

LA DIGNITA' DEL LAVORO

 


Intervento 

del Presidente 

della Repubblica,

 in occasione 

della Celebrazione 

della Festa del Lavoro



Rivolgo il saluto più cordiale a tutti i presenti, al Presidente della Regione, al Sindaco, al Presidente della Provincia, all’Arcivescovo; a tutti coloro che sono qui in questo suggestivo Auditorium di questo affascinante Museo, che ho avuto la possibilità di vedere, purtroppo, velocemente.

Un augurio particolarmente intenso alle lavoratrici e ai lavoratori della Piaggio, ai loro familiari, a quanti operano nelle aziende della filiera, a tutti coloro che lavorano in questo territorio storicamente ricco di attività produttive e di creatività.

Un esempio di connessione tra conoscenza e produttività.

In queste contrade viene da citare il grande storico dell’economia Carlo Cipolla: “gli italiani sono abituati, diceva, fin dal Medio Evo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo”.

Siamo a Pontedera per celebrare, oggi - con la presenza del Ministro del lavoro - il lavoro italiano, fondamento essenziale della nostra convivenza, del nostro progredire, della nostra vita democratica.

Ringrazio la Ministra del Lavoro, il Presidente della Piaggio, la Signora Pamela Vanni, il Presidente dell’Unione industriali pisani per le considerazioni che hanno svolto, per le riflessioni che ci hanno proposto.

È una festa della Repubblica, che sul lavoro si fonda.

Anticiparne la celebrazione in questo luogo, ripeto, così iconico ricorda il cammino del nostro Paese con le sue fatiche e i suoi successi, il dinamismo che ha fatto breccia nei mercati e nell’immaginario collettivo, sottolinea la tessitura della solidarietà e dei diritti in fabbrica e fuori di essa.

Ne sono espressione gli scooter che hanno caratterizzato un’epoca nella ricostruzione italiana del secondo dopoguerra, segnando lo sviluppo di una società contraddistinta dalla mobilità e dalla libertà di azione che da essa derivava.

Piaggio, con la Vespa, e Innocenti con la Lambretta, hanno imposto a livello internazionale un modello che persiste.

La Vespa è, tutt’ora, nel mondo, uno dei simboli della creatività e della industriosità dell’Italia.

Il lavoro plasma il nostro essere e il nostro futuro.

Contribuisce a far mettere radici, a renderci artefici, protagonisti, responsabili della società che lasciamo a figli e nipoti.

Domande e bisogni segnano le fisionomie delle società.

La produzione di ricchezza e la sua distribuzione alimentano la qualità della vita, il benessere della comunità, realizzano i valori a cui si ispirano la nostra convivenza e la nostra cultura, caratterizzano la sostenibilità sociale del nostro modo di essere.

Il lavoro è attore preminente nella realizzazione degli obiettivi di solidarietà sociale assegnati dalla Costituzione.

La modernità modifica i ruoli propri al lavoro nella società contemporanea.

La velocità nell’innovazione è sempre più cifra di questo nostro tempo.

L’accelerazione tecnologica, peraltro, non conduce alla eliminazione del lavoro, ma alla sua trasformazione.

Una trasformazione che, in questo cambiamento d’epoca, rischia di condurre anche a forme di una sua svalutazione, rischio da prevenire e scongiurare.

Il lavoro è presidio della società.

È espressione della libertà della persona e dell’intera comunità. È dignità. È strumento di partecipazione, di costruzione.

L’obiettivo di una piena e buona occupazione è iscritto tra quelli della nostra democrazia.

È il messaggio dei Costituenti che hanno voluto che la Repubblica - di cui stiamo per festeggiare l’ottantesimo compleanno - fosse “fondata sul lavoro” proprio per dare alla democrazia, alla libertà, all’uguaglianza - finalmente conquistate - un contenuto più forte e impegnativo.

Per sottolineare che la Repubblica sarebbe stata il tempo delle opportunità.

Fu una scelta coraggiosa e lungimirante quella dell’articolo 1 della Costituzione, che definì, con magistrale brevità, un insieme assai denso di valori, nei quali si sono riconosciute tutte le forze e le culture dell’Italia liberata.

Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 alla Costituente, parlò dell’avvio di una “nuova fase” della storia proprio perché per la prima volta si riusciva a unire “la democrazia puramente politica” con la prospettiva di “una democrazia sociale ed economica”.

Questo compito appartiene alla Repubblica e costituisce un orizzonte comune, nel confronto tra i diversi, legittimi, indirizzi politici.

L’industria è pilastro per l’Italia. Quella manifatturiera contribuisce al Pil nazionale nella misura del 15%.

Seconda in Europa, ottava nel mondo, la manifattura italiana è veicolo fondamentale e motore di crescita.

Per essere attori, e non piatti curatori di un’eredità passata, sappiamo che non serve attardarsi a misurare sterilmente la realtà sulle immagini rimandate dallo specchietto retrovisore ma occorre guardare avanti.

Ci deve guidare la capacità di innovazione basata sulla sostenibilità, lungimirante elemento di guida per la resilienza delle aziende in un mondo sempre più complesso.

Pesano le fragilità dell’economia internazionale sulle nostre aziende. Pesano i conflitti e le guerre.

Per produttività e capacità di innovazione registriamo in Europa un deficit competitivo. Occorre eliminare al più presto le barriere che ancora impediscono una compiuta unione dei nostri mercati interni. Bisogna orientare gli investimenti nei settori più strategici e con il maggiore potenziale di crescita.

È una consapevolezza diffusa fra i membri dell’Unione, tra i suoi Paesi, tanto è vero che la Commissione ha ritenuto di proporre un regolamento, dal significativo titolo Provvedimento di accelerazione industriale, ispirato al rapporto Draghi e diretto a rafforzare la base industriale continentale, a promozione del Made in Unione Europea.

È tempo di visione. Non di misure di corto respiro.

È tempo di procedere, con coraggio, sulla strada dell’integrazione europea.

Nel frattempo siamo chiamati a fare la nostra parte.

Potremmo intendere i punti maggiormente critici del nostro mercato del lavoro come potenzialità ancora inespresse, come riserve a cui attingere per dare nuovo impulso alla società e all’economia italiana.

Certamente la prima di queste leve su cui concentrarsi è il lavoro delle donne.

L’occupazione femminile in Italia è anch’essa cresciuta negli ultimi anni, raggiungendo tassi che per noi costituiscono un primato. Tuttavia resta consistente il gap da colmare rispetto alla media europea. Il divario di genere, che emerge non soltanto dai tassi di occupazione ma anche dalla disparità che perdura nelle retribuzioni e nelle carriere, va colmato con un complesso di interventi e attenzioni: sui fattori strutturali e sui contesti territoriali, ma anche sulla qualità del lavoro e sui servizi per favorire la conciliazione con gli altri impegni di vita.

L’altro punto critico da intendere come “riserva” di potenziale sviluppo è il lavoro dei giovani.

Ancora troppo alta l’età di ingresso nel mercato del lavoro.

Nella nostra società i giovani sono poco ascoltati. C’è una scarsa attenzione alla loro maturazione e alla loro indipendenza.

Se guardiamo ai lavoratori definiti “indipendenti” che lavorano per un solo datore - insomma lavoratori autonomi senza autonomia - scopriamo che la parte più consistente è formata proprio da under 30.

Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero.

Sono più di quelli che vengono in Italia.

Nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita.

Nostri giovani lasciano l’Italia, altri arrivano. Il sistema produttivo reclama manodopera: c’è di che riflettere.

Il tema delle migrazioni è rilevante in tutta Europa. L’impoverimento demografico da un lato, la crescita delle esigenze di lavoro che non trovano risposta dall’altro, pongono le nostre società di fronte al bisogno di misurarsi con questi problemi usando razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine.

In questo ambito si colloca il Piano Mattei, varato e sviluppato dal Governo.

Due giorni fa, la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro ha riproposto alla attenzione delle opinioni pubbliche una piaga che non accenna a sanarsi.

Un richiamo che, in verità, giunge dalle dolenti note di ogni giorno.

Le cronache ci restituiscono, pressoché quotidianamente, notizie di lavoratrici e di lavoratori che perdono la vita o rimangono infortunati, nello svolgimento delle loro attività. La sicurezza sul lavoro resta un impegno, un dovere, che non consente rinunce o distinguo. Tra luoghi di lavoro e in itinere sono oltre mille le vite spezzate ogni anno.

Nel ricordarle, rinnovando la vicinanza alle famiglie delle vittime, ribadiamo che si tratta di un tributo inaccettabile.

La lotta alle incurie, all’illegalità, alle imprudenze deve coinvolgere tutti.

Imprenditori, lavoratori, istituzioni, società.

Sono le cronache a intimarci che ciò facciamo non è ancora abbastanza per tutelare la salute di chi lavora.

Deve migliorare l’organizzazione, il rispetto delle regole, la cultura della sicurezza comune.

Le imprese italiane che fanno dell’innovazione e della qualità il cuore del loro impegno sono tante.

E costituiscono un traino.

A rafforzare il modello contribuisce la cura degli ambienti e delle relazioni umane, la partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese, la sintonia con le comunità e i territori che fa crescere efficienza e competitività delle aziende.

Le fabbriche, i lavoratori, le organizzazioni sindacali, sono state in primo piano nella costruzione - dopo la guerra - della nuova Italia, nello sviluppo dei diritti, nel welfare, nella civiltà.

Un Paese forte, in cui vige l’eguaglianza dei cittadini, vive di coesione sociale.

La coesione sociale richiede che il lavoro e la tutela dei lavoratori siano effettive, contro ogni illegalità e sfruttamento che rappresentano una minaccia alla stessa convivenza.

Le parti sociali - sindacati, imprese, associazioni - sono chiamate a contribuirvi con i loro valori.

Il dialogo sociale non deve mai interrompersi. 

Le fabbriche, con la loro inventiva, con l’orgoglio operaio di prodotti eseguiti alla perfezione, hanno offerto, in questi ottant’anni della vita della Repubblica, una lezione.

Oggi sono - siamo - a confronto con la sfida dell’Intelligenza Artificiale.

Ebbene proprio a un territorio e a realtà come queste credo si possa applicare una riflessione di Carlo Cattaneo che, nel cuore della rivoluzione industriale di quel tempo, nel 1845, nel suo “Industria e morale” affermava che le rivelazioni della scienza si vanno collegando per molteplici fila alle fatiche dell’officina, elevandole ad alta dignità.

E fu la cultura politecnica a unire umanesimo e scienza, dando vita a quella che venne definita “civiltà delle macchine”, con la persona al centro di questi processi.

È oggi una nuova frontiera con cui dobbiamo misurarci, nella riaffermazione dei valori che ispirano la nostra comunità.

Lavoro dignitoso

Alle confederazioni Cgil, Cisl e Uil che domani celebrano insieme il Primo maggio con il motto “Lavoro dignitoso” rivolgo l’augurio più intenso.

L’organizzazione sindacale, la sua libertà, e anche la sua capacità di trovare momenti ampi e importanti di unità, è parte insostituibile della vita democratica.

Rivolgo un saluto a tutti i sindacati che rappresentano i lavoratori e i loro interessi.

Un saluto speciale ai giovani che si ritroveranno a Roma - come ormai è consuetudine - nel concertone di piazza San Giovanni.

Buona festa del lavoro, ancora una volta, anche a chi il lavoro lo sta cercando, a chi lo difende, a chi cerca di superare le barriere del lavoro povero e precario.

Buon Primo maggio a tutti!

Quirinale

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