FARE SCUOLA
E'
FARE COMUNITA'
1. Intervista
a Anna Teresa Ferri: fare scuola...
Perché ha deciso di
diventare insegnante?
Tutto è iniziato da
bambina, alle scuole elementari. Ero affascinata dalla mia maestra, dal suo
modo di stare con noi piccoli e di fare giochi e attività insieme. A poco a
poco ho capito che quell’esperienza mi stava aiutando, già allora, a trovare il
modo giusto di prendermi cura delle persone.
Periodicamente, infatti,
mi metteva accanto a un compagno con diverse fragilità: io lo aiutavo a
riordinare la cartella, a sistemare le sue cose. Questo mi ha permesso di
leggere più facilmente i bisogni degli altri e di sviluppare una maggiore
attenzione verso le persone.
Poi ho seguito il
percorso di studi per l’insegnamento e ho iniziato con i più piccoli, nella
scuola dell’infanzia. Sono stata assunta subito di ruolo, senza passare da
supplenze o gavetta. La scuola dell’infanzia mi piaceva moltissimo perché più i
bambini sono piccoli, maggiori sono le possibilità di sperimentare attività
diverse.
Ho insegnato per dieci anni, durante i quali ho avuto tante occasioni per
progettare, sperimentare e mettermi alla prova. Eravamo alla fine degli anni
Ottanta e nei primi Novanta, un periodo di grande fermento pedagogico, con
nuovi orientamenti e molte idee in circolazione.
Così ho deciso di
laurearmi in Pedagogia: mi appassionava e volevo approfondire le mie
competenze. Con la laurea ho potuto sostenere il concorso direttivo, che ho
vinto.
Come è maturata la scelta
di diventare dirigente scolastico?
All’epoca si parlava
ancora di ruolo direttivo: ho lavorato per diversi anni; poi, con il passaggio
agli istituti comprensivi, il ruolo è diventato quello di dirigente scolastico,
dopo il 2000.
In questa scelta ha avuto
un ruolo anche mio padre, che mi diceva, tra il serio e il faceto: “Adesso va
tutto bene, ti piace il tuo lavoro, ti dà molta soddisfazione. Però pensa a
quando sarai più anziana: non potrai stare sempre accovacciata con i bambini e
continuare a fare tutto come adesso”. Era il primo concorso dopo tanti anni in
cui non ce n’erano stati, e mi ci sono buttata. Ho affrontato la sfida con una
certa leggerezza, quella che Calvino descrive come capacità di vedere l’essenza
delle cose senza appesantirle con troppe aspettative. Alla fine l’ho vinto e
così ho assunto l’incarico molto rapidamente, a San Giuliano Milanese.
Come cambia il lavoro da
insegnante a dirigente?
Moltissimo.
Il direttore didattico di quando insegnavo fu felice quando vinsi il concorso e
mi disse una cosa che non ho mai dimenticato e che mi ha sempre guidato da
quando sono dirigente: “Tu hai insegnato, ma ora non insegni più”. Voleva dire
che, per svolgere bene questo ruolo, serve la giusta distanza. Devi conoscere i
bisogni degli insegnanti, immaginare le loro difficoltà e le loro aspettative,
ma non sei più chiamata a fare quel lavoro. Devi avere una visione più ampia,
saper coordinare, creare le condizioni perché attività e progetti si
realizzino.
E, soprattutto, devi
anche saper dire dei no, quando serve. A volte alcune proposte non funzionano
davvero, o non sono realistiche nella loro attuazione. Il dirigente deve saper
valutare un’attività educativa o un’uscita didattica, prevedere eventuali imprevisti
e dare indicazioni chiare per evitare che si verifichino problemi difficili poi
da gestire.
Dobbiamo allargare
il concetto di scuola fino a sentirci nel mondo, mentre viviamo e sperimentiamo
tutto ciò che ci circonda.
Com’è cambiata la scuola
in questi anni?
La scuola si è
trasformata ed è diventata più complessa. Oggi è un intreccio di
professionalità diverse. Non si tratta più solo di insegnare a leggere e a far
di conto, come accadeva quando ero piccola io: oggi s’intrecciano
indissolubilmente l’attenzione educativa verso i minori e i bisogni sociali
delle famiglie.
Io ho sempre lavorato, per scelta, in territori periferici: a San Giuliano
Milanese, nelle frazioni periferiche di Bollate, e anche alla Rinnovata
Pizzigoni, che si trova ai margini di Milano. In questi contesti è fondamentale
costruire solide reti con i servizi del territorio: i servizi sociali, le
UONPIA (Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza),
le reti di prossimità. Quando ho cominciato a lavorare nella scuola questo
aspetto non ricopriva la stessa centralità di oggi.
Nel frattempo, molti
aspetti del nostro lavoro sono diventati più burocratici, e spetta alla
sensibilità del singolo dirigente ritagliare spazi per non perdere l’umanità
che ha intorno: è cruciale, in tal senso, la gestione del personale, non solo
dei docenti, ma anche dei collaboratori scolastici e della segreteria. Se vuoi
che una scuola funzioni, devi costruire una squadra. Serve una leadership
diffusa. E ci sono anche dei “no” da dire, che spettano solo a te, e vanno
ribaditi talvolta con decisione.
Quali ostacoli incontra
oggi nel suo lavoro?
Alcuni processi, nati con
l’idea di semplificare le attività, hanno finito paradossalmente per
complicarle. Faccio un esempio: ogni giorno abbiamo molti documenti da firmare.
Se sono cartacei, ci metto pochi minuti; se devo firmarli digitalmente, tra PIN,
accessi e caricamento su piattaforme, il tempo si allunga moltissimo.
Per altre incombenze, al
contrario, la digitalizzazione ci ha realmente facilitato la vita: non devo
rifare ogni anno tutto da capo, posso recuperare materiali e circolari,
modificarli, ampliarli, tagliarli. Questo ci alleggerisce sicuramente il carico
di lavoro. Però, nella pratica, la maggior parte delle procedure si è
appesantita, e cose che sembrano semplici, in realtà, spesso si rivelano
complesse.
Come ha affrontato il suo
incarico presso la Rinnovata Pizzigoni?
Ho dovuto formarmi sul
campo: una cosa è la teoria, un’altra è l’applicazione concreta del metodo Pizzigoni. All’inizio
ho lavorato in due modi: osservando gli insegnanti e, in un secondo momento,
progettando insieme a loro, per comprendere davvero come si svolge la
didattica.
Poi è arrivato il Covid,
proprio all’inizio del secondo quadrimestre, e tutto si è bloccato. Gli
insegnanti non erano più fisicamente a scuola, la didattica si svolgeva online.
Io, invece, sono sempre venuta in presenza, perché la scuola ha una fattoria didattica
e il personale che gestiva gli animali e la parte agricola doveva per forza
continuare a prendersene cura. Mi sembrava giusto esserci anch’io, per
rispondere con la massima immediatezza ai bisogni della scuola da un lato, e
delle famiglie dall’altro.
In quel frangente abbiamo coordinato anche interventi di sostegno da parte del
Municipio, come buoni spesa e altre piccole azioni di aiuto per le famiglie più
fragili. Tutto questo non lo puoi fare da casa: il lavoro del dirigente
richiede la presenza costante.
Oggi la Rinnovata Pizzigoni è un luogo meraviglioso. Dopo una lunga fase di
progettazione, è iniziata ufficialmente la ristrutturazione, che sarà un
restauro conservativo. In questi anni abbiamo lavorato molto con architetti e
ingegneri per capire la funzionalità e la bellezza degli spazi e come
valorizzarli al meglio.
Accanto a tutto questo c’è ovviamente la parte pedagogica, che è quella più
importante e che ci stimola dal punto di vista culturale. Ogni idea può aprire
sviluppi infiniti. Oggi, per esempio, stiamo lavorando con l’Università degli
Studi di Milano a un progetto di Philosophy for Children, per sviluppare nei
bambini il pensiero critico. Collaboriamo molto anche con
l’Università Milano-Bicocca per i tirocini di Scienze della
formazione primaria. Ma, per far sì che tutta questa progettualità diventi
patrimonio comune e che le iniziative non restino solo sulla carta, bisogna
sempre individuare la dimensione umana di ogni progetto.
Cosa cambierebbe della
scuola oggi?
Andrebbe affrontato
drasticamente il tema dell’edilizia scolastica. Io sono fortunata, perché alla
Rinnovata Pizzigoni è in corso un grande investimento, ma spesso le scuole
devono attendere a lungo prima di venire ristrutturate o rinnovate, e non tutte
hanno comunque la fortuna di vedere interventi migliorativi.
Su questo tema sono molto
“pizzigoniana”: un luogo bello aiuta l’apprendimento. Giuseppina Pizzigoni
diceva che la monotonia spegne l’intelligenza. Anche l’ambiente educativo deve
essere stimolante per i bambini, colorato, vario, mai piatto. E, purtroppo, non
sempre le aule delle scuole italiane possiedono queste caratteristiche.
Bisognerebbe svecchiare gli ambienti e far sì che la scuola stia al passo con i
tempi, in sintonia con la contemporaneità. Come diceva Pizzigoni, scuola è il
mondo: dobbiamo allargare il concetto di scuola fino a sentirci nel mondo,
mentre viviamo e sperimentiamo tutto ciò che ci circonda.
Nell’ambito scolastico,
oggi, c’è poi un altro problema: si continuano a introdurre nuove regole e
normative, senza soluzione di continuità. Non fai in tempo ad assimilarne una,
che devi già occuparti di altre tre o quattro. Non è facile coordinare tutto
questo, e spesso si ha la sensazione di dover tenere insieme i pezzi senza mai
fermarsi, col timore di essersi dimenticati qualcosa. Servirebbero tempi più
distesi: non certo per restare immobili, senza cambiare il proprio lavoro, ma
per assimilare, sperimentare e rielaborare ciò che si è appena fatto.
Un’ultima nota: in Italia
siamo bravissimi a progettare e sperimentare, ma meno capaci di documentare
bene quello che realizziamo. E senza una puntuale documentazione si fa più
fatica a rinnovare.
Un dirigente può fare la
differenza?
Sì, assolutamente. La
chiave è la capacità di ascolto, verso tutti: docenti, studenti, personale e
famiglie.
Non avrei saputo
rispondere a questa domanda qualche mese fa, ma ora è diverso: da quando si è
saputo che sarei andata presto in pensione, sono stati gli studenti, gli
insegnanti e molti genitori a darmi questa risposta. I ragazzi mi hanno scritto
moltissime lettere, che non mi sarei mai aspettata. Così hanno fatto anche
insegnanti e genitori, dichiarando tutti che in questi anni si sono sentiti
ascoltati.
Questo non significa che io abbia sempre detto sì a tutto e a tutti. Anzi. La
reazione dei ragazzi, in particolar modo, mi ha confermato quanto abbiano
bisogno di attenzione da parte di noi adulti. Spesso pensiamo che non la
cerchino affatto, perché li vediamo sempre connessi e distratti dai loro
dispositivi, ma in realtà hanno un grande bisogno di relazione. Siamo noi
adulti che dobbiamo trovare il modo giusto per avvicinarci e far capire loro
che ci siamo.
Mi ha colpito inoltre la
lettera di un’ex studentessa, una ragazza cinese rientrata in Italia dopo il
Covid, che mi ha scritto di aver vissuto questa scuola come una casa e,
attraverso il lavoro degli insegnanti, di aver scoperto qui il modo di essere
sé stessa. Credo che non ci sia nulla di più bello per un insegnante e per un
dirigente: capire che, anche nei giorni più pesanti – quelli in cui si è
stanchi, scoraggiati, arrabbiati –, la propria presenza a scuola ha sempre
avuto un senso per gli altri.