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giovedì 27 febbraio 2025

L'ARTE DEL VIVERE


 Galimberti, per essere felici bisogna imparare l'arte del vivere, dove a sorprenderci è il nostro modo di guardare le cose per poi poterle cambiare

 

Possiamo essere liberi anche 

quando la realtà ci imprigiona.


  Il dialogo con i giovani, ponendo al centro le loro ambizioni, i loro sogni, ma anche le loro difficoltà e preoccupazioni, riveste una speciale importanza. Su tale aspetto pone l'accento il filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti, coglie l'occasione per fornire degli utili chiarimenti in merito alle modalità con le quali approcciarsi alla vita, fungendo da maestro e da guida per tanti ragazzi, spesso semplicemente fragili o incapaci di scegliere consapevolmente.

 Al filosofo si rivolge un pittore di ventiquattro anni che, terminati gli studi all'Accademia di Firenze, si è ritrovato a dover aiutare i genitori nella gestione di una piccola società a conduzione familiare per evitare il fallimento. Il giovane Ludovico, nonostante le difficoltà, ha però fatto tesoro della sua esperienza per iniziare a maturare e scegliere consapevolmente e responsabilmente: il giovane ventiquattrenne si è reso conto, infatti, che l'amore ed il rispetto per la sua famiglia rappresentano per lui un valore inestimabile e che il futuro dipende dai suoi soli sforzi, avendo ereditato però dai suoi genitori quell'educazione che gli ha permesso di andare avanti, nonostante le grandi difficoltà riscontrate nel suo cammino.

 Il giovane Ludovico ha così compreso come la qualità della vita dipenda dalle sue scelte, dal suo grado di autonomia ed autorealizzazione, essendo ben consapevole che i valori che contano veramente non siano quelli basati sul denaro e sul conseguimento immediato dei risultati, ma quelli che trovano fondamento nella fiducia in se stessi e nella propria forza interiore, così da non essere mai fragili e manipolabili.

 Nel rivolgersi al ragazzo, Umberto Galimberti, con estrema chiarezza, fa riferimento ai giovani ragazzi di oggi che non credono più in niente, il loro futuro non appare più come una promessa ma come uno scenario vuoto.

 Ecco allora l'importanza di guardare in faccia la realtà e di non rassegnarsi perché la felicità la si ritrova nelle piccole cose, giorno dopo giorno, lottando per quello in cui si crede, senza mai desistere, ma anzi riscoprendo una forza interiore che forse neppure si era mai immaginati di possedere.

 Occorre imparare l'arte del vivere, dove a sorprenderci non sono mai le cose, ma il nostro modo di guardarle ed eventualmente di cambiarne il significato, per cui anche una rinuncia, anche una prigione, diventa espressione di libertà.

 Ecco allora il messaggio che Umberto Galimberti vuole trasmetterci: possiamo essere liberi anche quando la realtà ci imprigiona. Siamo noi i fautori del nostro destino e siamo noi che possiamo cambiare le cose, senza mai arrenderci, perché anche se la vita può metterci alla prova, sconvolgendo tutti i nostri piani, noi saremo sempre in grado di rialzarci e di reinventarci, ma solo ed esclusivamente se lo vogliamo e se abbiamo imparato cosa significhi essere felici, riscoprendo sempre il lato positivo delle cose, anche nelle situazioni più difficili, quelle in cui sarebbe più semplici chinare la testa ed arrendersi. Occorre, quindi, fare un passo indietro per recuperare quei valori che non passano mai di moda, farli propri, e camminare, solo dopo, in avanti.

 A scuola oggi

 


mercoledì 22 gennaio 2025

IMPARARE A VOLARE


 Schettini: "La vita è una sola e non dobbiamo avere paura ma dobbiamo imparare a volare. 

Gli insegnanti devono scoprire e tirar fuori le potenzialità di ogni studente"

 

La Redazione

 

Schettini: "Una vita abbiamo. È corta, è veloce, vola via. La dobbiamo sfruttare, non ci dobbiamo nascondere, non dobbiamo avere paura. Dobbiamo mostrarci e dobbiamo volare...

Non è semplice svolgere il proprio mestiere nel migliore dei modi e la funzione di educatore, in qualità di insegnante, è sicuramente una funzione importantissima ed imprescindibile per garantire una crescita consapevole dei giovanissimi.

Le nuove generazioni, alle prese con una società basata sul consumismo e sull'apparenza, spesso si ritrovano prive di una guida, di un punto di riferimento, ed appaiono così disorientare e senza alcuno stimolo.

Non è semplice vivere la propria vita pienamente, comprendendo sin da subito quale sia la strada giusta da percorrere ed ecco allora che la funzione svolta dagli educatori appare molto importante in tal senso.

A tal fine il professore Vincenzo Schettini esprime il suo pensiero in merito, sottolineando proprio l'importanza della vita, evidenziando il ruolo che dovrebbe essere svolto da ciascun insegnante.

"Non è mai troppo tardi per fare. Perché, se tu ti spegni, se a un certo punto ti spegni, ti cade nelle mani tutto quello che hai che si chiama vita.

E allora io dico: una vita abbiamo. È corta, è veloce, vola via. La dobbiamo sfruttare, non ci dobbiamo nascondere, non dobbiamo avere paura. Dobbiamo mostrarci e dobbiamo volare perché quel volare entusiasma gli altri, li coinvolge, li fa cambiare.

Se iniziano a volare i giovani, allora altri giovani voleranno. Questa è la cosa più bella. Quindi tutto può cambiare perché un ragazzo che fa, un ragazzo che si spinge oltre, un ragazzo che fa sempre di più contagia gli altri", queste le significative parole del professore.

Occorre, quindi, vivere ogni attimo, ogni istante della propria esistenza, con entusiasmo, positività, perché solo in tal modo potremo essere "contagiosi" e fungere da esempio, spronando sempre i giovanissimi ad andare oltre, a "volare", superando i propri limiti, senza mai voltarsi indietro ma volgendo sempre lo sguardo in avanti.

"Noi questo vogliamo come professori. Perché quello che trasmettiamo come materia, come nozione, sì, è vero, ci sta. La nozione ci sta, resterà, ma quello che resta ancora di più è il fatto di scoprire le potenzialità che abbiamo dentro. Che io sono convinto tutti possiamo tirar fuori. A qualsiasi età", così continua Schettini.

Il professore, da ultimo, sottolinea un aspetto fondamentale: gli insegnanti devono sicuramente dispensare sapere ma al contempo devono essere anche capaci di scoprire e tirar fuori le potenzialità di ciascuno studente, alla luce delle loro passiono, ambizioni ed inclinazioni personali.

 

Scuola Oggi

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domenica 13 agosto 2023

NELLA LUCE DELL'INIZIO

  Vivere 

è sempre ricominciare

 

-         di Vincenzo Sansonetti

Il primo romanzo di Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia, “Nella luce dell’inizio”, è una storia che aiuta “a comprendere e a vivere i rapporti tra le generazioni”

“Un padre conosce mai un figlio? Un figlio conosce mai un padre?”. Da queste semplici ma ineludibili domande, che ci riguardano tutti, prende le mosse il romanzo Nella luce dell’inizio (San Paolo, 2023), di monsignor Massimo Camisasca. Dopo decine di saggi di carattere spirituale, teologico, storico e pastorale, il vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla ci offre la sua prima prova narrativa. È una vicenda ricca di umanità, che racconta il rapporto non facile tra Enrico, un avvocato romano che – anche a causa del suo passato – sta vivendo un momento molto tormentato, e il figlio Marco, studente universitario, pieno di speranze, che vorrebbe avere con il padre un legame più sincero e schietto, più libero. Entrambi alla ricerca di un senso da dare alla propria vita, che li aiuti a superare le loro debolezze e a riscoprire la bellezza dell’esistenza. Ma perché, abbiamo chiesto all’autore, un vescovo scrive un romanzo? Perché l’ha fatto? “Questo libro”, spiega monsignor Camisasca, “nasce da una urgenza che è andata maturando dentro di me da parecchi anni. Desideravo infatti riflettere attraverso una narrazione sul rapporto padre-figlio. Dopo i due racconti per ragazzi con protagonista Tullio (entrambi editi da Electa Junior, ndr), ho scelto di scrivere una storia per adulti. Volevo capire se ero in grado di elaborare narrativamente una vicenda che mi stava a cuore. Diranno i lettori se ci sono riuscito”.

 Il romanzo copre un arco temporale che va dagli inizi del Novecento fino al mese di giugno del 1968, poco dopo il fatidico Maggio francese (“Sono giorni di fuoco in tutta Europa”), e comprende travagliate vicende familiari (Enrico è del 1915 e ha avuto un’infanzia difficile, il figlio Marco è nato nel 1946, nell’immediato dopoguerra) strettamente intrecciate a vicende storiche. Come, per esempio, l’armistizio dell’8 settembre 1943, con il cambio di alleanze e il confino di Enrico, ufficiale dell’esercito, in un campo di prigionia tedesco (“Nel lager emergevano gli aspetti migliori e peggiori di ciascuno, era un inferno e un paradiso assieme”). I luoghi che fanno da sfondo alla narrazione sono diversi: da Milano a Roma, dalla spiaggia molisana di Termoli al buen retiro di Tivoli dai nonni, da Cortina a Marbella, in Andalusia. E su padre e figlio incombe il ricordo della loro moglie e madre, morta prematuramente dopo una lunga malattia, “donna forte, abituata a lottare tanto quanto dolce era il suo animo, un’anima fragile in un temperamento duro”. Monsignore, i personaggi descritti sono di pura fantasia o c’è qualche riferimento autobiografico o comunque a persone conosciute nella sua esperienza di sacerdote ed educatore? “Nessun riferimento esplicito, ma ogni scrittore porta nelle sue pagine esperienze vissute: la loro trasposizione letteraria conferisce universalità a ciò che altrimenti resterebbe relegato nel solo ricordo personale”.

 Viene raffigurato un mondo lontano anni luce da quello di oggi. Dai rapporti familiari a quelli affettivi, dal lavoro al contesto sociale, tutto è diverso. Una certa leggerezza e pacatezza, pur nella sofferenza e nella fragilità, che emergono dal racconto, sono state sostituite nella società odierna da un approccio convulso e quasi disperato alla realtà. Chiediamo al vescovo-autore se è un caso che il racconto si fermi al 1968, quasi che quell’anno sia un crinale, il confine tra un “prima” e un “dopo” … “Tanto più ce ne allontaniamo cronologicamente”, risponde, “tanto più il Sessantotto ci appare in effetti come un vero discrimine tra il prima e il poi. Ma non ho apertamente affrontato questo tema, mi sono volutamente tenuto lontano da analisi sociologiche, approfondite ormai in innumerevoli saggi, per concentrarmi invece sulle vicende personali dei protagonisti, che per me avevano un’importanza primaria”.

 Non si può tuttavia negare che con il Sessantotto c’è un cambio di paradigma, di riferimenti culturali e ideologici. Che cosa abbiamo “perso”? Nelle pagine del romanzo si respira, pur nelle innegabili difficoltà, una serenità, una fiducia, un ottimismo che sembrano appartenere a un passato che non tornerà più. È così? “L’umanità dei miei personaggi”, precisa Camisasca, “ha per me una sua validità permanente, che anche oggi possiamo non solo apprezzare ma ritrovare nei rapporti con i giovani, che hanno in fondo le stesse attese di allora”.

 I protagonisti della storia sono un padre e un figlio e il loro complesso legame, che alla fine del racconto si trasforma in un fecondo rapporto di scambio (“Il rapporto tra padre e figli è proprio il più difficile, ma anche il più bello”, ammette Marco). Ma nel romanzo c’è anche Lucia, la fidanzata e futura sposa dello stesso Marco. Qual è il suo ruolo? Per Camisasca “il ruolo di Lucia, come suggerisce anche il nome, è di portare luce nella vita di Marco, facendo emergere gli strati più profondi della sua personalità, sia positivi che negativi, aiutandolo così a camminare verso la maturità”. La “luce” è presente anche nel titolo del libro, Nella luce dell’inizio. Qual è il significato di questo bel titolo? “L’ho scelto per dire che vivere è sempre ricominciare, come dice Pavese nel suo diario”.

Infine, monsignore, a quali lettori si rivolge questa storia familiare? “A tutti, ma in particolare a chi è interessato a comprendere e a vivere i rapporti tra le generazioni”.

 

Massimo Camisasca, Nella luce dell’inizio, ed .San Paolo, 2023

sabato 4 settembre 2021

EUTANASIA. LIBERTA' DI VIVERE E DI MORIRE


-di  Giuseppe Savagnone *


Le attuali iniziative per legalizzare l’eutanasia…

Assorbiti dalle controversie sull’obbligatorietà o meno dei vaccini, la maggior parte degli italiani probabilmente non si è neppure resa conto dell’imminenza di una svolta legislativa che legalizzerà l’eutanasia. Una svolta che – per quanto paradossale possa apparire, in questo momento, in cui il problema fondamentale sembrerebbe quello di restare vivi – garantirà il diritto di morire.

A dirlo sono alcuni fatti di questi ultimi giorni, a cui non tutti, forse, hanno prestato attenzione. Da un lato, il clamoroso successo della raccolta di firme, promossa dall’associazione “Luca Coscioni”, per chiedere un referendum che abroghi l’art. 579 del nostro Codice penale, nella parte in cui prevede la condanna per chi uccide, col suo consenso, un maggiorenne sano di mente e il cui consenso non sia stato estorto con violenza o con inganno. La raccolta di firme, partita il 21 giugno, ha già superato, in brevissimo tempo, trionfalmente, la soglia minima di 500.000 adesioni e si avvia verso le 800.000.

Dall’altro lato, lo scorso 6 luglio è stato approvato dalle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali della Camera il testo base della proposta di legge sull’eutanasia, che si adegua alla sentenza della Corte Costituzionale del 25 settembre del 2019, in cui si scagionava l’esponente dei Radicali Marco Cappato, accusato di istigazione e aiuto al suicidio dichiarando parzialmente incostituzionale l’art. 580 del Codice penale che regolava questa materia

… E la loro diversità

Le due iniziative sono chiaramente diverse, sia per le modalità – la prima mira all’indizione di un referendum popolare, la seconda segue la via parlamentare –, sia per l’obiettivo immediato: la prima riguarda l’omicidio di una persona consenziente, la seconda esime da ogni responsabilità il medico che abbia dato assistenza e chiunque abbia aiutato a praticare l’eutanasia a una persona affetta da una malattia «a prognosi infausta e irreversibile».

L’obiettivo della richiesta di referendum è, come si è detto, la modifica del testo dell’art. 579 del Codice penale che, dopo l’eventuale abrogazione di alcune sue parti, diventerebbe: «Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con le disposizioni relative all’omicidio se il fatto è commesso: contro una persona minore degli anni diciotto; Contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti; Contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno».

Non sarebbe più reato, insomma, uccidere una persona col suo accordo, a meno che non ci siano motivi per sospettare che la sua volontà sia viziata dalla minore età, da infermità mentale, da droghe o da violenze.

L’obiettivo della proposta di legge è, invece, di sottrarre alle disposizioni che sanzionano l’istigazione o aiuto al suicidio (art 580 Codice penale) e l’omissione di soccorso (art. 593 Codice penale) il personale sanitario e amministrativo che dà il suo apporto alla procedura di morte volontaria medicalmente assistita, così come chiunque abbia agevolato il malato ad attivare la procedura, purché essa sia avvenuta nel rispetto delle disposizioni di legge, e cioè:

«Se la richiesta di morte volontaria medicalmente assistita è stata formulata da una persona maggiore d’età, capace di intendere e di volere, e la sua volontà è stata libera, consapevole e inequivocabilmente accertata;

Se la persona richiedente è stata affetta da una patologia irreversibile o prognosi infausta o da una condizione clinica irreversibile e sia tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale; se la persona richiedente sia stata affetta da una patologia che le provocava sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili».

Salta agli occhi la differenza: la richiesta di referendum, oltre a riguardare un atto di “eutanasia attiva”, dunque un vero e proprio omicidio (pur giustificato, secondo i promotori), e non solo l’assistenza a un suicidio, prevede, come la proposta di legge, le condizioni riguardanti l’integrità della volontà del consenziente (il primo punto), ma non le altre previste dal testo all’esame del Parlamento, e cioè patologia irreversibile e presenza di trattamenti di sostegno vitale (il secondo punto); sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili (terzo punto).

Si spiega, così, perché Marco Cappato, anima dell’Associazione «Luca Coscioni», si sia detto insoddisfatto dell’iniziativa parlamentare, lamentando sia il mancato riconoscimento dell’ “eutanasia attiva”, che consisterebbe nella somministrazione del farmaco necessario a morire da parte del medico, sia l’esclusione dei malati di tumore, spesso non sottoposti a trattamenti di sostegno vitale.

La sentenza della Corte Costituzionale

Può essere significativo, per dare una valutazione di queste due diverse impostazioni, andare a vedere le motivazioni con cui la Corte costituzionale aveva, due anni fa, dichiarato la parziale incostituzionalità dell’art. 580 del Codice penale. Nella sua pronuncia, la Corte non aveva accolto l’impostazione radicale sostenuta dal giudice che aveva sollevato la questione (e che mirava a dichiararne in blocco l’incostituzionalità dell’articolo): secondo la sua valutazione, di per sé l’incriminazione dell’aiuto al suicidio, così come quella della istigazione, non è incompatibile con la Costituzione, ma è «funzionale alla tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio»; in questa ottica, continua la sentenza della Corte costituzionale, la incriminazione prevista dall’art. 580 «assolve allo scopo, di perdurante attualità, di tutelare le persone che attraversano difficoltà e sofferenze, anche per scongiurare il pericolo che coloro che decidono di porre in atto il gesto estremo e irreversibile del suicidio subiscano interferenze di ogni genere».

La Corte, continua il testo della sentenza, riteneva tuttavia di aver individuato «una circoscritta area di non conformità costituzionale» dell’art.580, «corrispondente segnatamente ai casi in cui l’aspirante suicida si identifichi in una persona (a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

Come si vede, sono precisamente le condizioni che la proposta di legge attualmente all’esame del Parlamento prevede perché l’eutanasia sia ammissibile.

La maggior parte di queste condizioni sono assenti nella richiesta di referendum che quasi 800.000 italiani hanno sottoscritto. Mirando alla pura e semplice abrogazione della norma penale sull’omicidio del consenziente, essa non tiene alcun conto delle condizioni concrete di scoraggiamento e di abbandono in cui la “libera” scelta del soggetto spesso si realizza e assume l’idea di autonomia nella sua forma più astratta. Una volta abrogata quella norma, chiunque cagiona la morte di un essere umano, col suo consenso, non sarà più punibile – salvo i casi del minore, dell’infermo di mente, e gli altri simili.

Al di là dei casi concreti, una logica

Potrà capitare, così, che uomini e donne che questa società mette spietatamente ai margini – siano essi malati oppure semplicemente soli, avviliti o portati a pensare di essere dei “falliti” (nella formula referendaria non c’è riferimento a stati patologici insopportabili) – vedano così legittimata la loro voglia di “farla finita” con l’aiuto di qualcuno che li uccida. Se il referendum andrà in porto e avrà il sostegno dell’opinione pubblica, come è presumibile alla luce del travolgente successo della raccolta di firme, avremo sancito l’idea che ci sono dei “rottami”, la cui vita non vale la pena di essere vissuta. È la logica spietata del neocapitalismo, con al sua corsa al successo, che prevede vinti e vincitori e che, invece di aiutare i primi a risollevarsi, apre loro le porte perché “tolgano il disturbo”.

In realtà questa logica è presente nell’eutanasia come tale, anche nella forma molto più controllata della proposta di legge. Ma, dove ci sono «patologia irreversibile o prognosi infausta o una condizione clinica irreversibile e si sia tenuti in vita «da trattamenti di sostegno vitale» artificiali, con «sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili», ci si può chiedere se non siamo ai confini con il problema dell’accanimento terapeutico, che anche la Chiesa cattolica rifiuta decisamente.

Certo, aiutare una persona malata ad uccidersi non è mai la stessa cosa che lasciarla morire senza infliggerle inutili sofferenze. Una condizione estrema rende però almeno comprensibile, anche se non giustificabile, che chi non ha i princìpi e la forza interiore per affrontare una condizione disperata, possa voler morire e chieda allo Stato di legittimare la sua scelta. Ma questo è molto diverso che sancire il diritto di uccidere indiscriminatamente chiunque lo voglia, in nome di una libertà astratta che nella realtà rischia di essere soggetta, come dice la Corte costituzionale, a «interferenze di ogni genere».

Al di là dei casi concreti, che possono essere drammatici e che nessuno ha il diritto di giudicare, le leggi sono espressione di una società e del suo modo di vedere le persone e la vita. Forse almeno qualcuno di coloro che hanno firmato la richiesta di referendum dovrebbe chiedersi qual è il senso che la sua scelta, consapevolmente o inconsapevolmente, attribuisce ad entrambe.

 *Pastorale Scolastica Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu

 

 

 

giovedì 8 ottobre 2020

LA VITA MINUSCOLA

 Quale sapienza spirituale possiedono coloro che non si lasciano semplicemente divorare dalle priorità delle cose importanti che sembrano pretendere con forza crescente la nostra attenzione - una sorta di rullo compressore che non fa che prolungare il grigiume - e riservano invece un tempo, ogni giorno, per celebrare le cose piccole della vita: la prima luce del mattino, il passaggio non indifferente di un sorriso, il sapore recondito dell’acqua e del pane, la bellezza anche visuale di una parola, quel trottolìo ingenuo di giostra che talora è quello della pioggia, il disegno tattile di un silenzio che riverbera nel pomeriggio, un gesto gentile, il ricordo di qualcuno che ci ha illuminato e di cui ci rimane la luce, lo spazio gratuito di una preghiera… Chi vive così non patisce l’aridità e l’aggressività che paiono essere gli inevitabili motori di ricerca del nostro presente, e sostiene gli altri nella difficile, paziente e appassionante arte di vivere.

Che lo Spirito ci renda sensibili alla vita quotidiana, minuscola, e ci faccia udire, nei segni più fievoli, nei nostri passi più brevi, nelle occupazioni di sola routine, il pulsare dell’infinito di Dio.

                                                                                                       Tolentino Mendonça

 www.avvenire.it

 

 

mercoledì 1 luglio 2020

IL RICAMO, METAFORA DEL VIVERE E DELL'EDUCARE


LA VITA È UN RICAMO

Ricamo come: Ricamare, Raccamu, Raccamari, ricamo e ricamare ci vengono dall'arabo raqama, che sarebbe più propriamente "intessere bande o striscie in un panno", proveniente da un più antico ebraico rakàm. 
 L'atto di ricamare è di eseguire con l'ago su un tessuto punti decorativi seguendo un disegno. Il sistema rientra in quella grande matrice della cultura matematica araba giacché è chiara la correlazione dello sfilato a mano con il computo di quei buchi  e quadratini  e con la ricorrenza geometrica delle decorazioni.
Il ricamare è metafora del vivere: disegno, trama, arte, pazienza, costanza, fantasia, creatività, competenza, amore, impegno, fiducia, bellezza, meraviglia .......   progettare, prevedere, fare, disfare, rifare, rammendare, apprezzare, prendersi cura ....

Il ricamo è metafora dell'educare e dell'insegnare ......





sabato 14 novembre 2015

EDUCARE PER APPRENDERE LA GIOIA DI VIVERE



Educare, al cuore del metodo


 La via dell’educare, se non si vuole rimanere disorientati dalle pedagogie più o meno riduzionistiche dei nostri tempi, è e resta solo una: Cristo. Egli ha detto di essere la via (Gv 14,6: odòs) e la parola metodo, che contiene la parola via ( metà: dopo più odòs: via), indica l’andar dietro, l’indagare attentamente, il seguire le tracce. Il metodo dell’educazione è Cristo, perché Cristo ne è la via stessa e la meta, la mappa e la destinazione, essendo anche verità e vita. Lo dice in modo efficace la patrona d’Europa Edith Stein, filosofa e martire del XX secolo, in un libro non a caso intitolato 'La vita come totalità': «Col termine educazione intendiamo la formazione dell’essere umano nel suo complesso, con tutte le sue forze e capacità. Cos’altro vogliamo raggiungere coll’educazione se non che il giovane che ci è affidato divenga un essere umano vero e autenticamente se stesso (tale quale Dio prescrive all’uomo di essere e questo sia nel senso generale della natura umana quanto in quello particolare della personalità individuale).
Come conseguire però questo fine? L’educatore deve possedere un’idea chiara e un giudizio vero riguardo a in che consista l’educazione, cioè l’autentica natura umana e l’autentica individualità. Formare esseri umani autentici significa formarli ad immagine di Cristo, ma per farlo l’educatore deve essere lui stesso un essere umano autentico». Solo Cristo è garanzia di autenticità per l’uomo di ogni epoca, perché «Cristo Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso» ( Redemptor Hominis 9), solo il confronto continuo con la figura di Cristo e la relazione viva con lui prepara e ripara qualsiasi pedagogia incompleta, ora nella considerazione della vera natura umana, ora in quella del concreto e irripetibile darsi della natura umana in quell’uomo o in quella donna. Solo Cristo, come metodo, consente all’educatore la totale apertura all’altro come essere al contempo storico e necessario, perché voluto da Dio come figlio suo dall’eternità, nel tempo concreto che gli è dato vivere. Solo un’antropologia cristologica consente di entrare in tensione positiva con i limiti di ogni cultura ed esistenza, perché va, come il concavo con il convesso, a completare ciò che manca, trasformare ciò che è informe, purificare ciò che è ferito. Questo ci mette al riparo da qualsiasi scoraggiamento o fuga in tempi andati: «Non temete! Tutte queste difficoltà, infatti, non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l’accompagna. A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell’ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. 


Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale... Chi crede in Gesù Cristo ha poi un ulteriore e più forte motivo per non avere paura: sa infatti che Dio non ci abbandona, che il suo amore ci raggiunge là dove siamo e così come siamo, con le nostre miserie e debolezze, per offrirci una nuova possibilità di bene» (Lettera di Benedetto XVI sul compito urgente dell’educazione). L’amore di Dio raggiunge la creatura, se l’educatore a cui è affidata, è in relazione diretta e vitale con Cristo. Ciò avviene, per mediazione diretta, attraverso i genitori, a cui Dio affida i figli (pro-creazione), e indiretta attraverso quelle persone a cui i figli sono ulteriormente affidati dal punto di vista educativo (con-creazione). Il mio pensiero corre infatti, da un lato, ai miei genitori, che festeggiano quest’anno 50 anni di matrimonio: a loro devo la vita, l’esempio di un amore fedele, in cui per sempre è sinonimo di ogni 24 ore, e una fede vissuta nel quotidiano, come dono e compito, nelle cose di tutti i giorni, secondo l’insegnamento di San Josemaría Escrivà; e, dall’altro, ai maestri che ho avuto, in particolare il martire e beato Padre Pino Puglisi, professore di religione del mio liceo, capace di far vedere il volto di Cristo persino ai suoi assassini, rieducati alla libertà grazie a quel sorriso. 



Fuori da questa via maestra (Cristo) si scivola in umanesimi parziali e incompleti, anche se a volte apparentemente efficaci e seducenti, ma uno solo resta l’umanesimo integrale: «Siamo quegli esseri complessi che vivono a livelli successivi, a un livello animale e biologico, a un livello intellettuale e umano, e a un livello ultimo che si situa in quegli abissi che sono la vita di Dio e la Trinità. Per questo abbiamo il diritto di dire che il cristianesimo è un umanesimo integrale, e cioè che sviluppa l’uomo a tutti i livelli della sua esperienza. Dobbiamo diffidare sempre di ogni tentativo di ridurre lo spazio in cui si muove la nostra esistenza. Noi respiriamo a fondo solo nella misura in cui non ci lasciamo rinchiudere nella prigione del mondo razionale e psicologico, ma dove una parte di noi sfocia in quei grandi spazi che sono quelli della Trinità. Ciò che fa sì che vi sia una gioia di vivere nel cristianesimo che è incommensurabile» (J.Danielou, Miti pagani e mistero cristiano). 



Il fine dell’educazione è la gioia di vivere, che solo un figlio di Dio, che si sa tale e ne fa esperienza, può sperimentare nel tempo crepuscolare e imperfetto di questa vita. La via dell’educare è Cristo, perfetto Dio e perfetto uomo, gli educatori potranno educare nella misura in cui non sono più loro a vivere, ma Cristo a vivere attraverso loro, perché egli è il metodo stesso della pedagogia divina. Solo così potranno offrire non il respiro corto di se stessi, ma il soffio della vita tutta, piena e indistruttibile, perché «ogni creatura è oggetto della tenerezza del Padre, che le assegna un posto nel mondo. Perfino l’effimera vita dell’essere più insignificante è oggetto del suo amore, e in quei pochi secondi di esistenza, Egli lo circonda con il suo affetto» ( Laudato si’, n.78), se è così per i gigli del campo, cosa sarà per i figli degli uomini, che Dio affida a noi educatori?
                                                                                                             Alessandro D'Avenia

Avvenire, 11.11.15