l’educatore vede il “volto umano” dei ragazzi.
La lezione di don Bosco
oggi
“Il volto umano della
devianza minorile” è quello che sono chiamati a cercare psicologi, insegnanti,
educatori. Una riflessione a più voci, a Roma, in occasione della Festa di don
Bosco. Il criminologo Silvio Ciappi, l’educatore Ernesto Affinati e don Silvano
Oni raccontano il disagio giovanile oltre le scorciatoie securitarie. Perché
«le mele marce non esistono»
«In ogni giovane, anche
il più disgraziato, vi è un punto accessibile al bene»: suonano come un monito
le parole di don Giovanni Bosco, nei giorni in cui parliamo di metal
detector a scuola e di eserciti in strada, per rispondere alla
devianza dei giovani.
Ma questi sono anche i
giorni in cui si ricorda, appunto, l’opera di don Bosco e la sua vita spesa
accanto a quei “disgraziati” che ha amato, accolto e accompagnato.
In occasione
della Festa di don Bosco, che si celebra il 31 gennaio, una delle realtà
salesiane della capitale, Borgo
don Bosco, ha ospitato una mattinata di riflessione e approfondimento sul
tema “Il volto umano della devianza minorile”. Un titolo che è anche una
risposta alla logica securitaria e repressiva che sembra prevalere.
La posizione emersa è
chiara, ferma e comune a tutte le voci intervenute questa mattina, a partire da
quella di Sandro Iannini, Sandro Iannini, delegato per l’emarginazione e il
disagio dell’Ispettoria centrale. «I metal detector a scuola non sono una risposta
possibile per chi ancora crede nell’umanità e nella prevenzione. Servono
piuttosto patti educativi, reti, comunità reali capaci di leggere i vissuti dei
ragazzi e delle ragazze».
Non esistono mele marce,
ma contenitori in cui manca la felicità
Perché «non si nasce
criminali, e non esistono mele marce: esistono contenitori marci, contesti che
producono solitudine, noia, vergogna, assenza di senso», ha detto Silvio
Ciappi, criminologo, autore del recente libro “Il branco. Storie di giovani,
violenza e noia”.
«Io è una vita che mi
arrabatto intorno alla questione del male», ha esordito. «Ho sempre visto
davanti a me contraddizioni». Come quella del ragazzo incontrato pochi giorni
prima in carcere: «Non un ragazzo dei palazzi popolari del Quarticciolo, ma un
ragazzo di una “villetta”. Perché i delitti di sangue oggi non avvengono solo
nelle borgate pasoliniane, ma anche nelle villette, appunto, che
nascondono le psicopatologie del vuoto».
Il quadro che Ciappi ha
descritto è quello di un mondo “orizzontale”: «Un ragazzo che ha avuto
tutto, potrebbe essere mio figlio. Università, viaggi, sport, Erasmus, una
famiglia senza fame, senza disoccupazione, senza le tradizionali cause che predispongono
al reato. Eppure è un assassino. Ha ucciso la persona che amava».
Dobbiamo costruire
comunità e isole come questa in cui ci troviamo oggi, perché oggi quel che
manca è proprio questo: luoghi di incontro, spazi per parlarsi, per riparare
ferite. Una comunità intesa come civitas, non come polis
La spiegazione non c’è,
ma pure bisogna provare a spiegare ciò che accede.
E una spiegazione, per Ciappi, si trova nel «branco, che non è quello fisico
che si vede per strada, ma quello digitale, che si nutre di angoscia,
di noia e di vergogna, non per ciò che vorrei essere, ma per ciò
che dovrei essere, agli occhi degli altri».
Che fare,
allora? «Costruire comunità e isole come questa in cui ci
troviamo oggi, perché oggi quel che manca è proprio questo: luoghi di incontro,
spazi per parlarsi, per riparare ferite. Una comunità intesa come civitas,
non come polis».
E poi bisogna riscoprire,
giovani e adulti, la «mitezza, l’umiltà del conoscere e la semplicità delle
cose, dietro cui fa capolino la felicità. Perché io mi chiedo: questi
giovani che incontro in carcere, che sembra abbiano avuto tutto, sono mai stati
felici per quelle piccole cose che possono e devono renderci felici?».
Infine, l’autoscritica:
«Noi psichiatri abbiamo psicologizzato, psichiatrizzato, medicalizzato i
giovani, con saperi attuariali che non si interrogano più sulle cause del male.
Nessuno vuole mettere mani e testa nei luoghi della sofferenza, perché lì ci si
possono sporcare le mani. E invece è lì che la vita scorre».
La scuola che pensa ai
metal detector può solo peggiorare
Sul fronte
educativo, Eraldo Affinati, scrittore e fondatore della scuola di italiano
per stranieri gratuita Penny Wirton, ha approfondito il tema, cruciale, della
relazione educativa. «L’educatore deve essere maestro e amico: amico quando
scende nella notte interiore dell’adolescente, ma anche limite, ostacolo da non
superare», ha detto
E sulla base della sua
esperienza, come «ragazzo agitato» prima, poi come insegnante alla Città dei
Ragazzi e alla Penny Wirton, Affinati lo afferma senza ombra di dubbio: «I
giovani non sono solo quelli che uccidono con un coltello. Sono anche i tanti giovani volontari che
vengono a insegnare italiano ai loro coetanei stranieri. E i più bravi a
farlo sono spesso quelli che a scuola vanno male: qui tirano fuori qualità
insospettate, al punto che gli insegnanti non li riconoscono più».
La scuola deve tornare ad
essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità della relazione. Se sei
solo uno spartitore di traffico concettuale e non ti interessa profondamente
del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà più
Anche la scuola,
allora, può diventare uno di quei «contenitori marci» di cui parlava Ciappi, se
non tira fuori il meglio, ma addirittura il peggio dei ragazzi : «Se arriva a
pensare di risolvere tutto con i metal detector, non può che peggiorare». La
scuola quindi deve cambiare, perché «tanti insegnanti non parlano più con gli
studenti e gli studenti a loro volta non parlano, sono intimoriti. La
scuola deve tornare ad essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità
della relazione. Se sei solo uno spartitore di traffico concettuale e non
ti interessa profondamente del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà
più».
Il carcere minorile, dove
i ragazzi si considerano «merde»
Il luogo in cui, per
eccellenza, deve essere raccolta la sfida di vedere «il volto umano della
devianza minorile» è il carcere. Don Silvano Oni, cappellano
al Ferrante Aporti, ci ha introdotto a piccoli passi, a partire dal
«rumore continuo delle porte blindate che sbattono e scandiscono le giornate».
Oggi al Ferrante Aporti
ci sono 49 ragazzi, di cui 38 minori stranieri non accompagnati. Uno
è dentro per aver rubato un telefonino alla persona sbagliata, tanti per altri
piccoli reati come questo. Sono ragazzi che non hanno avuto pane, affetto,
casa. Tanti non sanno neanche perché hanno commesso reato».
Quando sono entrato in
carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote. A noi preti si
chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere di rispondere,
dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad ascoltare le domande
La realtà è che «io in
carcere non incontro autori di reato, ma persone che spesso non coincidono con
quello che hanno fatto. Eppure, si sentono “merde”, come uno di loro ha
scritto chiaramente in un rap».
Osservando e ascoltando
questi ragazzi, don Silvano ha cambiato il modo di vedere il mondo: «Quando
sono entrato in carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote.
A noi preti si chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere
di rispondere, dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad
ascoltare le domande».
Se i metal detector fanno
scoprire le lame, l’educatore che entra in rapporto con il ragazzo scoprire «il
volto umano» anche dietro la devianza e da quello parte per ricostruire
qualcosa che si è rotto, se è vero che criminali non si nasce.
Il lavoro dell’educatore
«è fatto di gesti minimi: guardare, ascoltare, restituire dignità». E lo ha
spiegato con la storia di un ragazzo, che «quando parlava teneva sempre una
mano davanti alla bocca. Gli ho chiesto perché e alla fine ho scoperto che
aveva solo tre denti. Gli abbiamo chiesto se volesse sistemarsi la bocca,
ha detto di sì e ora c’è una dentista che, anche grazie alla Caritas, viene in
carcere ogni martedì e pieno piano lo sta curando. I ragazzi parlano poco,
tanti sono analfabeti anche nella loro lingua, ma se li osserviamo e stiamo
accanto a loro senza fretta, ci lasciano scoprire le loro storie e tutto
diventerà più chiaro».
Tutto il contrario
del decreto Sicurezza e, prima ancora, del decreto Caivano:
questo «ha prodotto un sovraffollamento che ha alzato molto
lo stress: le occasioni di conflitto aumentano, i ragazzi non possono più
incontrarsi tutti insieme, ma solo a piccoli gruppi, perciò alcune attività
anche belle si sono perse. Certo, i ragazzi a volte vanno fermati, perché sono
treni impazziti, come hanno dimostrato anche le rivolte dello scorso anno. Ma
fermarli non può essere l’unica risposta, dopo devono ripartire e noi dobbiamo
accompagnarli. Dobbiamo rintracciare in ogni ragazzo qualcosa di positivo
e aiutarlo a farlo fiorire, ritrovando la fiducia in se stesso, non
identificandosi con l’errore che ha fatto. Perché l’errore non è la fine, ma il
punto di partenza».
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