venerdì 30 gennaio 2026

IL METAL DETECTOR ?


Il metal detector vede le lame, 

l’educatore vede il “volto umano” dei ragazzi. 

La lezione di don Bosco oggi

“Il volto umano della devianza minorile” è quello che sono chiamati a cercare psicologi, insegnanti, educatori. Una riflessione a più voci, a Roma, in occasione della Festa di don Bosco. Il criminologo Silvio Ciappi, l’educatore Ernesto Affinati e don Silvano Oni raccontano il disagio giovanile oltre le scorciatoie securitarie. Perché «le mele marce non esistono»

di Chiara Ludovisi

«In ogni giovane, anche il più disgraziato, vi è un punto accessibile al bene»: suonano come un monito le parole di don Giovanni Bosco, nei giorni in cui parliamo di metal detector a scuola e di eserciti in strada, per rispondere alla devianza dei giovani.

Ma questi sono anche i giorni in cui si ricorda, appunto, l’opera di don Bosco e la sua vita spesa accanto a quei “disgraziati” che ha amato, accolto e accompagnato.

In occasione della Festa di don Bosco, che si celebra il 31 gennaio, una delle realtà salesiane della capitale, Borgo don Bosco, ha ospitato una mattinata di riflessione e approfondimento sul tema “Il volto umano della devianza minorile”. Un titolo che è anche una risposta alla logica securitaria e repressiva che sembra prevalere. 

La posizione emersa è chiara, ferma e comune a tutte le voci intervenute questa mattina, a partire da quella di Sandro Iannini, Sandro Iannini, delegato per l’emarginazione e il disagio dell’Ispettoria centrale. «I metal detector a scuola non sono una risposta possibile per chi ancora crede nell’umanità e nella prevenzione. Servono piuttosto patti educativi, reti, comunità reali capaci di leggere i vissuti dei ragazzi e delle ragazze».

Non esistono mele marce, ma contenitori in cui manca la felicità

Perché «non si nasce criminali, e non esistono mele marce: esistono contenitori marci, contesti che producono solitudine, noia, vergogna, assenza di senso», ha detto Silvio Ciappi, criminologo, autore del recente libro “Il branco. Storie di giovani, violenza e noia”.

«Io è una vita che mi arrabatto intorno alla questione del male», ha esordito. «Ho sempre visto davanti a me contraddizioni». Come quella del ragazzo incontrato pochi giorni prima in carcere: «Non un ragazzo dei palazzi popolari del Quarticciolo, ma un ragazzo di una “villetta”. Perché i delitti di sangue oggi non avvengono solo nelle borgate pasoliniane, ma anche nelle villette, appunto, che nascondono le psicopatologie del vuoto».

Il quadro che Ciappi ha descritto è quello di un mondo “orizzontale”: «Un ragazzo che ha avuto tutto, potrebbe essere mio figlio. Università, viaggi, sport, Erasmus, una famiglia senza fame, senza disoccupazione, senza le tradizionali cause che predispongono al reato. Eppure è un assassino. Ha ucciso la persona che amava». 

Dobbiamo costruire comunità e isole come questa in cui ci troviamo oggi, perché oggi quel che manca è proprio questo: luoghi di incontro, spazi per parlarsi, per riparare ferite. Una comunità intesa come civitas, non come polis

La spiegazione non c’è, ma pure bisogna provare a spiegare ciò che accede. E una spiegazione, per Ciappi, si trova nel «branco, che non è quello fisico che si vede per strada, ma quello digitale, che si nutre di angoscia, di noia e di vergogna, non per ciò che vorrei essere, ma per ciò che dovrei essere, agli occhi degli altri». 

Che fare, allora? «Costruire comunità e isole come questa in cui ci troviamo oggi, perché oggi quel che manca è proprio questo: luoghi di incontro, spazi per parlarsi, per riparare ferite. Una comunità intesa come civitas, non come polis».

E poi bisogna riscoprire, giovani e adulti, la «mitezza, l’umiltà del conoscere e la semplicità delle cose, dietro cui fa capolino la felicità. Perché io mi chiedo: questi giovani che incontro in carcere, che sembra abbiano avuto tutto, sono mai stati felici per quelle piccole cose che possono e devono renderci felici?».

Infine, l’autoscritica: «Noi psichiatri abbiamo psicologizzato, psichiatrizzato, medicalizzato i giovani, con saperi attuariali che non si interrogano più sulle cause del male. Nessuno vuole mettere mani e testa nei luoghi della sofferenza, perché lì ci si possono sporcare le mani. E invece è lì che la vita scorre».

La scuola che pensa ai metal detector può solo peggiorare

Sul fronte educativo, Eraldo Affinati, scrittore e fondatore della scuola di italiano per stranieri gratuita Penny Wirton, ha approfondito il tema, cruciale, della relazione educativa. «L’educatore deve essere maestro e amico: amico quando scende nella notte interiore dell’adolescente, ma anche limite, ostacolo da non superare», ha detto

E sulla base della sua esperienza, come «ragazzo agitato» prima, poi come insegnante alla Città dei Ragazzi e alla Penny Wirton, Affinati lo afferma senza ombra di dubbio: «I giovani non sono solo quelli che uccidono con un coltello. Sono anche i tanti giovani volontari che vengono a insegnare italiano ai loro coetanei stranieri. E i più bravi a farlo sono spesso quelli che a scuola vanno male: qui tirano fuori qualità insospettate, al punto che gli insegnanti non li riconoscono più».

La scuola deve tornare ad essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità della relazione. Se sei solo uno spartitore di traffico concettuale e non ti interessa profondamente del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà più

Anche la scuola, allora, può diventare uno di quei «contenitori marci» di cui parlava Ciappi, se non tira fuori il meglio, ma addirittura il peggio dei ragazzi : «Se arriva a pensare di risolvere tutto con i metal detector, non può che peggiorare». La scuola quindi deve cambiare, perché «tanti insegnanti non parlano più con gli studenti e gli studenti a loro volta non parlano, sono intimoriti. La scuola deve tornare ad essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità della relazione. Se sei solo uno spartitore di traffico concettuale e non ti interessa profondamente del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà più».

Il carcere minorile, dove i ragazzi si considerano «merde»

Il luogo in cui, per eccellenza, deve essere raccolta la sfida di vedere «il volto umano della devianza minorile» è il carcere. Don Silvano Oni, cappellano al Ferrante Aporti, ci ha introdotto a piccoli passi, a partire dal «rumore continuo delle porte blindate che sbattono e scandiscono le giornate».

Oggi al Ferrante Aporti ci sono 49 ragazzi, di cui 38 minori stranieri non accompagnati. Uno è dentro per aver rubato un telefonino alla persona sbagliata, tanti per altri piccoli reati come questo. Sono ragazzi che non hanno avuto pane, affetto, casa. Tanti non sanno neanche perché hanno commesso reato».

Quando sono entrato in carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote. A noi preti si chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere di rispondere, dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad ascoltare le domande

La realtà è che «io in carcere non incontro autori di reato, ma persone che spesso non coincidono con quello che hanno fatto. Eppure, si sentono “merde”, come uno di loro ha scritto chiaramente in un rap».

Osservando e ascoltando questi ragazzi, don Silvano ha cambiato il modo di vedere il mondo: «Quando sono entrato in carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote. A noi preti si chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere di rispondere, dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad ascoltare le domande».

Se i metal detector fanno scoprire le lame, l’educatore che entra in rapporto con il ragazzo scoprire «il volto umano» anche dietro la devianza e da quello parte per ricostruire qualcosa che si è rotto, se è vero che criminali non si nasce.  

Il lavoro dell’educatore «è fatto di gesti minimi: guardare, ascoltare, restituire dignità». E lo ha spiegato con la storia di un ragazzo, che «quando parlava teneva sempre una mano davanti alla bocca. Gli ho chiesto perché e alla fine ho scoperto che aveva solo tre denti. Gli abbiamo chiesto se volesse sistemarsi la bocca, ha detto di sì e ora c’è una dentista che, anche grazie alla Caritas, viene in carcere ogni martedì e pieno piano lo sta curando. I ragazzi parlano poco, tanti sono analfabeti anche nella loro lingua, ma se li osserviamo e stiamo accanto a loro senza fretta, ci lasciano scoprire le loro storie e tutto diventerà più chiaro».

Tutto il contrario del decreto Sicurezza e, prima ancora, del decreto Caivano: questo «ha prodotto un sovraffollamento che ha alzato molto lo stress: le occasioni di conflitto aumentano, i ragazzi non possono più incontrarsi tutti insieme, ma solo a piccoli gruppi, perciò alcune attività anche belle si sono perse. Certo, i ragazzi a volte vanno fermati, perché sono treni impazziti, come hanno dimostrato anche le rivolte dello scorso anno. Ma fermarli non può essere l’unica risposta, dopo devono ripartire e noi dobbiamo accompagnarli. Dobbiamo rintracciare in ogni ragazzo qualcosa di positivo e aiutarlo a farlo fiorire, ritrovando la fiducia in se stesso, non identificandosi con l’errore che ha fatto. Perché l’errore non è la fine, ma il punto di partenza». 

VITA

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