giovedì 26 marzo 2026

LA LEZIONE DEL REFERENDUM

Il referendum ha sorpreso tutti: in tempo di crisi della democrazia ha contraddetto l’idea che il suo destino sia un declino irreversibile.


La fiducia nella democrazia rappresenta in questo senso il messaggio più importante che viene dalla consultazione referendaria.

 

 di Agostino Giovagnoli

-          Questa fiducia è motivata anzitutto da quel 58,9% che è andato a votare superando largamente le previsioni, con la bella novità di un’alta partecipazione giovanile.

Vanno nella stessa direzione anche i tanti richiami alla Costituzione, segno della passione democratica di tanti cittadini.

C’è chi pensa che sia stato sbagliato vedere nella riforma della magistratura una minaccia per la Carta costituzionale.

Ma non c’è dubbio che molti abbiano votato per difenderla, non per feticismo verso un vecchio testo, ma perché considerano la lezione dei padri costituenti ancora valida.

Anzitutto sul piano del metodo, quale esempio di confronto e di convergenza tra forze politiche e ideologiche molto diverse invece di decisioni imposte da una parte sull’altra.

Molti osservatori hanno poi sottolineato il peso del fattore Trump, la paura della guerra in Iran, il timore per i suoi effetti.

Anche questo però – seppure indirettamente – ha a che fare con la democrazia: il Presidente americano è diventato negli ultimi mesi il simbolo degli eccessi di un potere esecutivo che non rispetta le leggi, le assemblee parlamentari, i diritti dei cittadini, le sentenze dei giudici.

Indubbiamente, sull’esito del voto hanno influito i diversi orientamenti politici.

Ma il risultato non riflette solo l’attivismo degli apparati partitici.

Non è stato irrilevante che ci sia stata una mobilitazione per raccogliere le firme a sostegno di una richiesta popolare di referendum che il centrodestra non voleva e centrosinistra non ha promosso, anche se poi l’ha sostenuta.

È anche significativo che i vescovi abbiano incoraggiato la partecipazione e che diverse espressioni del mondo cattolico si siano mobilitate in un senso o nell’altro.

Un intenso dibattito ha inoltre preceduto la consultazione, non solo tra i partiti ma anche nella società civile, animato da tanti comitati per il Sì e per il No, da iniziative anche in periferia, da confronti culturali sorprendentemente partecipati. Si può ritenere sbagliato che i magistrati siano scesi in campo, ma è stato anche per il loro intervento, come per quello degli avvocati, dei professori di diritto costituzionale e di altri “esperti” che tanti cittadini si sono appassionati ad una materia apparentemente ostica.

Al Sud, dove meno elettori hanno espresso il loro voto, lo hanno fatto probabilmente quelli più motivati ad esprimersi sul merito del quesito referendario.

È successo anche altrove: è anche per la partecipazione della società civile se, più che sulla separazione delle carriere, si è votato per quella dei poteri, una questione cruciale per la democrazia. Comunque la si pensi, il coinvolgimento di tante diverse componenti sociali, professionali, culturali è un segno di vitalità democratica.

Per capitalizzare questo successo della democrazia – importante, ma fragile – è necessario insistere su una presenza attiva della società civile nelle scelte grandi e difficili che questo tempo pone alle nostre società.

La democrazia

Perché ci sia democrazia è decisivo che la voce del popolo si faccia sentire il più possibile, ma questa voce parla sempre al plurale (si deve diffidare di chi pretende che il popolo parli con una voce sola, abbia un’unica volontà e possa essere rappresento da un solo leader o da un solo partito).

Il confronto culturale e sociale è perciò premessa indispensabile anche di un autentico pluralismo politico, come ha insegnato Habermas.

Contrariamente a quanto spesso si pensa, la democrazia non è fatta solo di libertà individuale e di elezioni regolari, ma passa attraverso la partecipazione più estesa possibile dei cittadini a corpi sociali – associazioni, sindacati, gruppi culturali, comunità religiose ecc. – cui fa riferimento l’art. 2 della Costituzione.

È interesse delle forze politiche, sia della maggioranza sia dell’opposizione, sostenere la vitalità della società civile e favorirne il rapporto con le istituzioni.

Non soffocare cioè dibattiti che possono essere scomodi ma incoraggiare confronti da cui trarre spinte valide per l’azione di governo.

La prima occasione utile in questa direzione è la riforma della legge elettorale: se i partiti punteranno a controllare candidati ed eletti, a irrigidire la dialettica politica, ad affermare il monopolio del potere da parte di una minoranza meglio organizzata di altre, la lezione più importante del referendum rischia di andare perduta.

E continuando con tre articoli pubblicati in questi giorni dal magazine Vita, iniziando dall’editoriale del suo direttore Stefano Arduini dal titolo:

“La generazione Z ha votato.

E ha detto più di quello che pensiamo”

Il referendum sulla giustizia ha restituito un'Italia inaspettata: i giovani ai seggi, i millennials assenti.

Un voto tecnico diventato politico, dove il contesto ha pesato più del quesito.

E dove Meloni ha incontrato una generazione che guarda a un mondo molto diverso da quello che sta costruendo lei.

Detto chiaro, senza giri di parole: lunedì 23 marzo 2026 qualcosa di inatteso è successo nelle urne italiane.

Non solo ha vinto il No alla riforma della giustizia, con il 53,74% dei voti contro il 46,26% del Sì, in un’affluenza che ha raggiunto il 58,91%, ben sopra le stime della vigilia.

Qualcosa di più profondo si è mosso sotto la superficie: i giovani hanno votato.

E quando votano, contano.

I dati elaborati da Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera parlano con una chiarezza rara nella sociologia elettorale italiana. La generazione Z — i nati tra il 1997 e il 2012, i diciottenni di oggi — ha partecipato al voto con un’affluenza del 67%. Il 58,5% di loro ha votato No.

Non è un numero trascurabile: è un segnale.

Se votano, contano

Per anni abbiamo sentito dire che i giovani non si interessano alla politica, che disertano le urne, che sono una generazione liquida e disimpegnata. I dati di questo referendum smentiscono, almeno in parte, quella narrazione.

La generazione Z ha votato più di qualsiasi altra fascia anagrafica.

Ha votato su un quesito tecnico, complesso, percepito da molti adulti come astruso — la separazione delle carriere in magistratura, il riequilibrio del Csm, le norme sul procedimento disciplinare.

Se lo ha fatto, non lo ha fatto per passione per il diritto processuale.

Lo ha fatto perché ha capito — con un’intelligenza politica che faremmo bene a non sottovalutare — che c’era qualcosa in gioco oltre il quesito. Qualcosa che la riguardava.

Il messaggio è semplice: quando i giovani partecipano, pesano.

Il loro voto non si perde nel rumore di fondo, non viene diluito dall’astensionismo, non viene neutralizzato dalle rendite di posizione della politica adulta.

Cambia gli esiti. E lo ha fatto. La generazione Y è la grande assente

C’è però un’altra storia da leggere in questi dati, meno celebrata ma ugualmente importante.

La generazione Y — i Millennials, i nati tra il 1981 e il 1996, oggi tra i 29 e i 44 anni — ha fatto registrare il massimo livello di astensionismo: il 47,5%.

Quasi uno su due non si è presentato al seggio. Sono le persone che stanno costruendo carriere spesso precarie, che formano famiglie, che cercano casa nelle città più care d’Europa.

Sono la generazione che la crisi del 2008 ha colpito nel pieno dell’ingresso nel mercato del lavoro, che il Covid ha trovato a metà strada, che l’inflazione del 2022-2024 ha eroso nel potere d’acquisto.

Eppure non votano.

Hanno smesso, evidentemente, di credere che un voto possa cambiare qualcosa per loro.

Questo dovrebbe preoccupare più della sconfitta di Meloni sul referendum.

Un’intera generazione che abbandona la partecipazione democratica è un problema strutturale, non congiunturale.

E su questo né il centrodestra né il centrosinistra sembrano avere risposte convincenti.

Il contesto ha pesato più del testo

Il referendum sulla giustizia era — tecnicamente — un voto su norme costituzionali riguardanti la magistratura.

Ma chi conosce anche solo un po’ la storia dei referendum italiani sa che i quesiti sono spesso pretesti.

La domanda vera è sempre un’altra: stai con questo governo o contro?

Le analisi di flusso lo confermano: il 90,4% degli elettori di centrosinistra ha votato No, l’88,8% degli elettori di FdI ha votato Sì.

Come ha rilevato il consorzio Opinio Italia per la Rai, nella fascia 18-34 anni il No ha stravinto con il 61,1% contro il 38,9% di Sì.

I giovani non hanno valutato il merito della riforma: hanno valutato il governo che la proponeva.

Questo non è necessariamente un difetto del processo democratico. È la sua natura.

I referendum sono strumenti politici, e chi li promuove lo sa perfettamente.

Il governo Meloni ha scelto di legare la propria credibilità a questa riforma.

I giovani hanno risposto con quello che avevano in mano: il voto.

Fenomeno e noumeno

Vale la pena richiamare qui una distinzione kantiana che raramente entra nel dibattito politico, ma che in questo caso illumina meglio di qualsiasi sondaggio.

Kant separava il noumeno— la cosa in sé, la realtà oggettiva — dal fenomeno — la realtà come appare, come viene percepita dal soggetto conoscente.

Ebbene: nel voto referendario ha vinto il fenomeno sul noumeno.

Che la riforma della giustizia fosse tecnicamente meritevole o meno, che la separazione delle carriere avesse ragioni di merito o meno, è diventato quasi irrilevante.

Ciò che ha contato è la percezione della riforma: chi la proponeva, in quale clima, con quale metodo, con quale spirito.

E su quel piano, il governo ha perso prima ancora che si aprissero le urne.

Meloni e i giovani: un mondo che non si incontra

C’è una distanza culturale profonda tra Giorgia Meloni e la generazione Z, e questo referendum l’ha resa visibile.

Non si tratta solo di posizioni politiche: si tratta di immaginari del mondo.

Prendiamo i conflitti internazionali. L’Ucraina, Gaza, il Libano, Iran: la generazione Z è cresciuta in un mondo in guerra permanente e guarda con crescente insofferenza a una classe dirigente che sembra incapace di costruire alternative credibili alla logica delle armi. Meloni appare, in questo contesto, quanto meno conformista: non si è distinta per visioni di pace alternative né per coraggio diplomatico su nessuno dei fronti aperti.

Il registro comunicativo

Poi c’è il registro comunicativo.

La comparsata di Meloni nel podcast di Fedez — dove si sono evocati “clandestini e stupratori” su uno dei canali più seguiti dai giovani — è diventata un boomerang.

Non perché i giovani siano ingenui o sprovveduti: al contrario, perché sono raffinati lettori della comunicazione e riconoscono quando l’autenticità è assente e la strumentalità è presente.

La polemica sulla “famiglia del bosco”, le tensioni attorno a Sanremo, le polemiche su Sal Da Vinci, l’atteggiamento securitario e punitivo di alcuni provvedimenti — dalla norma sui rave a una certa idea di ordine pubblico — compongono un quadro che la Gen Z legge come ostile ai propri valori fondamentali.

E quali sono questi valori?

Le ricerche lo dicono con una concordanza notevole.

Il Deloitte Global GenZ Survey 2024 fotografa giovani italiani che mettono al centro il work-life balance, la sostenibilità, la salute mentale, l’uso etico della tecnologia. Il 62% della Gen Z italiana ritiene di poter influire sulla società attraverso la sfida ambientale. Michael Page, nel suo Talent Trends 2024 condotto su quasi 50.000 professionisti qualificati, certifica che flessibilità, lavoro ibrido, inclusione e responsabilità sociale sono le priorità assolute di questa generazione.

Webboh Lab, laboratorio online di ricerca sulla Gen Z, conferma: i giovani vogliono una comunità inclusiva e pacifica, e considerano l’uguaglianza nei diritti e le pari opportunità la loro priorità assoluta.

Non sono disposti a sacrificare la salute mentale per la carriera.

Rifiutano modelli autoritari e gerarchici.

Cercano autenticità e coerenza tra le parole e i fatti, dai brand come dalla politica.

Pretendono leaders empatici, non tribuni.

La Costituzione come bussola generazionale

C’è un ultimo elemento che non va trascurato.

Molti dei valori che la generazione Z porta con sé — equilibrio, inclusione, tutela dei diritti, indipendenza dei poteri — trovano nella Costituzione italiana un riconoscimento preciso.

Non è un caso che il cardinale Zuppi, nel corso della campagna referendaria, abbia definito la Costituzione “una preziosa eredità da preservare”.

Non è un caso che il No abbia vinto soprattutto tra chi guarda alla Carta come a un argine.

La generazione Z non è ideologicamente di sinistra nel senso tradizionale del termine.

Ma è costituzionalmente anti-autoritaria, nel senso più letterale: diffida del potere concentrato, delle gerarchie non legittimate, di chi vuole riscrivere le regole del gioco.

E quando ha percepito che la riforma della giustizia — al di là del merito tecnico — poteva toccare l’equilibrio dei poteri su cui si regge la democrazia, ha scelto di difendere quell’equilibrio.

Su questo fronte, uno dei vulnus politici più gravi della maggioranza è stato metodologico prima ancora che di merito: la riforma è stata portata avanti senza una vera discussione parlamentare, senza aprire a quegli emendamenti e a quelle osservazioni dell’opposizione che avrebbero potuto — anche a costo di qualche concessione — cambiare radicalmente la percezione del confronto.

Un negoziato vero, anche parziale, avrebbe trasformato la narrativa: da “il governo vuole piegare la magistratura” a “le forze politiche trovano un accordo sulla giustizia”.

La differenza non è di sostanza, è di fenomeno — di come la cosa appare. E come ci insegna Kant, è proprio il fenomeno che costruisce la realtà politica.

Cosa resta, adesso

Il referendum è archiviato.

Il governo ha perso la sua prima vera debacle elettorale da quando è a Palazzo Chigi, ma Meloni ha già detto che non si dimetterà e che andrà avanti. Il centrosinistra esulta, ma farebbe bene a non equivocare il senso del voto: i giovani non hanno votato per Schlein o per Conte.

Hanno votato contro un certo modo di interpretare il potere.

La vera domanda che questo referendum lascia sul tavolo non è se Meloni sopravviverà politicamente — probabilmente sì.

La domanda è: chi saprà parlare a quella generazione Z che ha dimostrato di saper scegliere quando ne vale la pena? Perché quella generazione non cerca eroi né capi.

Cerca coerenza, autenticità, visione. Cerca qualcuno che abiti lo stesso mondo in cui vive lei: un mondo che non si esaurisce nel conflitto tra destra e sinistra, tra garantisti e giustizialisti, tra twittatori di professione e tribuni da talk show. Un mondo dove la pace vale più delle armi, l’inclusione più del muro, la salute mentale più della produttività cieca, e la Costituzione più delle riforme di chi vorrebbe riscriverla a proprio uso e consumo.

Lunedì, quella generazione si è fatta sentire. Il resto della politica farebbe bene ad ascoltare.

Continuano con l’articolo di Emanuele Alecci dal titolo:

“Spiazzati dalle piazze: così il volontariato può capitalizzare quella partecipazione che nessuno si aspettava”

I giovani più di tutti al referendum sulla giustizia hanno detto “no”.

Segno che la voglia di partecipare del Paese non era morta: aveva solo bisogno di qualcosa che facesse dire "ne vale la pena".

Una storia che il volontariato conosce bene. La sfida ora?

Non è capitalizzare politicamente il referendum, ma capitalizzare la partecipazione, di cui fuori dalle nostre reti c'è una domanda molto più grande di quanto immaginiamo.

I giovani ci sono: a patto che siano rispettati, presi sul serio e che trovino spazi in cui la loro voce conti davvero.

Lunedì pomeriggio, quando i seggi hanno chiuso e i primi dati hanno cominciato a diffondersi, nelle piazze delle grandi città sono comparsi ragazzi.

Non li aveva chiamati nessun partito. Non c’era un’app, non c’era una regia.

Si erano ritrovati, con le bandiere della Costituzione e qualche fischietto, a festeggiare qualcosa che molti di loro – la maggior parte – toccavano per la prima volta: la sensazione di aver cambiato qualcosa con il proprio voto.

Il “no” ha vinto con il 53,7%. L’affluenza ha sfiorato il 59%, quasi tre volte quella del referendum del 2022 sullo stesso argomento, il doppio di quello del 2025 su lavoro e cittadinanza.

Non sono numeri qualunque.

Sono il segnale di un risveglio che chi lavora nel volontariato e nella società civile sentiva nell’aria da tempo, senza riuscire ancora a dargli forma.

I giovani e la Costituzione

Il dato che vale la pena tenere in testa non è il risultato complessivo, ma come si distribuisce per età.

Tra i ragazzi dai 18 ai 34 anni il “no” ha preso il 61%. Tra i 35 e i 54 anni il 53%. Solo gli over 55 hanno votato in maggioranza “sì” e per un soffio: 50,7% contro 49,3%.

Tommaso Montanari ha detto una cosa semplice e precisa: più si scende con l’età, più vincono i “no”.

Questo vuol dire che la Costituzione parla ai giovani, che la vivono come un progetto, non come una carta da museo.

È una lettura che chi fa volontariato riconosce immediatamente.

I ragazzi non sono indifferenti: sono selettivi. Rispondono quando riconoscono qualcosa di vero, quando la posta in gioco è comprensibile, quando si fidano di chi li chiama a partecipare.

Da decenni sentiamo ripetere che i giovani non si interessano alla cosa pubblica. Il 23 marzo ci ha detto che non era vero.

O forse che stavamo guardando nel posto sbagliato. Una parte di questo risultato viene da ragazzi che non avevano nemmeno votato alle europee.

Secondo l’Istituto Piepoli, fra chi non ha mai partecipato a nessuna consultazione recente, quasi sei su dieci hanno scelto il “no”.

Sono elettori nuovi, convocati da zero, mossi da qualcosa che evidentemente ha toccato una corda che le campagne politiche ordinarie non riescono a raggiungere.

La partecipazione non era morta

Il volontariato ha attraversato vent’anni difficili su questo punto.

La narrazione dominante diceva: gli italiani si sono ritirati nel privato, la partecipazione è in caduta libera, la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici. Dati veri, per carità. Ma parziali.

Quello che i numeri del volontariato – e ora anche del referendum – ci dicono è che la partecipazione non muore: si trasforma, si nasconde, aspetta.

Aspetta condizioni che le permettano di riconoscersi: un valore chiaro, una minaccia percepita come reale, un senso del noi abbastanza forte da giustificare l’uscita di casa.

Il 23 marzo queste condizioni si sono create.

La Costituzione – parola che per anni è sembrata chiusa nei libri di testo – è diventata di colpo qualcosa di urgente, qualcosa per cui valeva la pena fare la fila al seggio.

E la gente ci è andata. In numeri che nessuno aveva previsto.

La verità è che la partecipazione non si organizza dall’alto ma si semina nel tempo, si innaffia con la fiducia e quando arriva il momento, fiorisce dove meno te lo aspetti. Il volontariato lo sa.

Lo fa da sempre. Ora viene la parte difficile Chi ha esperienza nei movimenti civili sa che il voto è un punto di arrivo, ma può anche essere un punto di partenza.

Il rischio vero non è perdere il referendum: il rischio è vincerlo e poi tornare ognuno a casa propria, pensando che il lavoro sia finito.

La storia italiana degli ultimi trent’anni è piena di slanci che si sono esauriti nella vittoria. Referendum vinti, poi dimenticati.

Mobilitazioni potenti, poi disperse. Energie enormi, poi non incanalate in nulla di duraturo.

Non per cattiva volontà, ma perché nessuno si è fatto carico di tenere insieme le persone quando non c’era più l’emergenza.

Questo è esattamente il lavoro della società civile.

Non il gesto straordinario – quello lo sanno fare in molti, quando la posta è alta – ma il lavoro quotidiano, ordinario, spesso invisibile di tenere accesi i legami, mantenere vivi gli spazi di incontro, fare in modo che la fiducia tra le persone non si esaurisca nel momento del bisogno.

Luciano Tavazza, padre del moderno volontariato italiano, amava ripetere che il volontariato non è un servizio di emergenza: è una forma di civiltà.

È il modo in cui una comunità si prende cura di sé stessa ogni giorno, non solo quando qualcosa si rompe.

La sfida allora non è capitalizzare politicamente il referendum: è trasformare l’energia di questi giorni in qualcosa di più lento, più paziente, più duraturo.

E questo è il lavoro che il volontariato sa fare meglio di chiunque altro.

Un segnale che non possiamo ignorare

Quei ragazzi nelle piazze lunedì pomeriggio non chiedevano nulla di rivoluzionario.

Chiedevano che le regole del gioco rimanessero le stesse.

Che gli equilibri costruiti in settant’anni di democrazia repubblicana non venissero smontati con un colpo solo.

È una richiesta conservatrice, nel senso più nobile del termine: conservare ciò che vale, perché vale.

Per il mondo del volontariato e della società civile organizzata, questo voto è uno specchio. Ci dice che fuori dalle nostre reti c’è una domanda di partecipazione molto più grande di quanto immaginiamo.

Ci dice che i giovani non aspettano di essere istruiti: aspettano di essere rispettati, di essere presi sul serio, di trovare spazi in cui la loro voce conti davvero.

Se sapremo raccogliere questo segnale – non strumentalizzarlo, non ingabbiarlo in una sigla o in un programma, ma ascoltarlo davvero – potremo fare qualcosa di importante nei mesi che vengono. Costruire continuità lì dove ora c’è solo entusiasmo.

Dare radici a qualcosa che per ora ha solo ali.

La Costituzione, ha detto qualcuno lunedì sera, non è solo una Carta da difendere.

È un progetto.

E i progetti si costruiscono insieme, mattone dopo mattone, nel tempo lungo delle comunità che ci credono.

Il volontariato italiano sa costruire nel tempo lungo. È quello che fa da sempre. Ora ha compagni di strada in più. Non sprechiamo l’occasione.

E per finire un articolo di Francesco Crippa dal titolo:

“L'analisi di Stefano Zamagni

Il referendum come «violenza morale»: così il voto ha punito il governo”

Stefano Zamagni, professore di Economia politica all'Università di Bologna e già presidente dell'Agenzia per il Terzo settore, analizza il risultato del voto: «Sulla Costituzione non si può procedere a colpi di maggioranza, bisognava ricercare la "comunanza etica".

Far decidere i cittadini senza educarli è una forzatura».

Ma l'affluenza trainata dalla Gen Z dimostra che la democrazia sa difendersi.

La democrazia non è un gioco a somma zero dove vige la legge del più forte, ma un continuo lavorio per il bene comune da parte di tutte le forze partitiche.

È questa, secondo Stefano Zamagni, professore di Economia politica all’Università di Bologna e già presidente dell’Agenzia per il Terzo settore, la grande lezione che il referendum costituzionale sulla riforma dell’ordinamento giudiziario lascia in eredità.

O, meglio, è la lezione che, se colta, può far più ben sperare per il futuro della partecipazione e della qualità della politica.

A determinare l’esito delle urne, secondo Zamagni, sono stati soprattutto due fattori, sottovalutati o addirittura non capiti dal governo e dalla maggioranza, che hanno quindi finito per penalizzarsi da soli. «Questo referendum ha avuto, mutatis mutandis, la natura delle elezioni di midterm negli Stati Uniti [le elezioni di metà mandato, in cui si rinnovano tutti i seggi della Camera, un terzo di quelli del Senato e la maggior parte delle cariche esecutive dei singoli Stati federati, ndr].

Sono un appuntamento che tasta il polso all’elettorato, per capire se è contento o meno dell’operato del governo.

A un anno e poco più dalle elezioni politiche, questo referendum è stato interpretato in questo modo dalla gente comune e il governo l’ha capito troppo tardi.

Anzi, prima ha detto che non bisognava politicizzarlo, poi sono stati i primi a farlo e questa contraddizione non ha pagato».

Ma il vero nodo della questione – quello da cui, in negativo, si può imparare qualcosa – è stato il modo in cui si è arrivati al referendum.

Non tanto a livello di toni, esagerati da una parte e dall’altra, quanto di metodologia politica.

«Su un tema come questo, in cui si va a toccare la Costituzione, non bisognerebbe procedere a colpi di maggioranza, come invece è avvenuto», dice Zamagni.

«È stato un errore tragico che dimostra la mancanza di conoscenza del principio democratico. Come ha detto il cardinale Matteo Zuppi, in questi casi bisogna trovare una convergenza».

Si sarebbe dovuto, cioè, lavorare per trovare la più ampia intesa possibile in Parlamento, in modo da garantire alla riforma l’appoggio dei due terzi dell’Aula [la “maggioranza qualificata”, in virtù della quale non sarebbe stato necessario il referendum, ndr].

Zamagni la chiama «comunanza etica», del tutto ignorata da chi ha proposto la riforma.

«Molti forse non sanno nemmeno cos’è. Sui principi bisogna trovare la convergenza usando il metodo della democrazia deliberativa. Invece, si è deciso di procedere “forzatamente” e poi vedere cosa avrebbe deciso il popolo.

Ma il popolo ha punito questo modo di operare». È in questa “punizione” che Zamagni vede l’opportunità per il Paese.

La vittoria del No, sostiene, può rappresentare una presa di coscienza rispetto a questa necessità di cambiare il modo in cui si fa politica.

Se avesse vinto il Sì, invece, sarebbe stato una validazione del “pugno duro”.

Vale sempre e per tutti, ma il primo a doverlo sapere è chi detiene il potere, anche perché è colui che rischia di essere penalizzato maggiormente.

«Chi guida la danza deve capire che ha una responsabilità in più», puntualizza il professore.

La campagna elettorale per il referendum è stata inquinata da toni fuori luogo e complete mistificazioni della realtà – tanto che si può parlare di disinformazione – sia da parte di chi sosteneva il Sì, sia da parte di chi ha scelto il No: il risultato è stato un dibattito fuori dal merito della questione e svilente della democrazia.

«Ma chi ha più colpa?», domanda Zamagni.

«È come quando due bambini di età diverse si picchiano: la responsabilità è del più grande, anche se il piccolo l’ha provocato. Non si possono usare gli errori dell’altro per giustificare i propri e autoassolversi e questo vale soprattutto per chi ha in mano il pallino del gioco».

Zamagni è ottimista che, da questa vicenda, si possano trarre gli insegnamenti corretti.

«Come scrisse sant’Agostino, la verità, in questo caso il principio democratico, è come un leone: sa difendersi da sola e prima o poi emergerà e si imporrà».

Rimangono, però, diversi aspetti su cui lavorare. «Bisogna alzare il livello culturale del discorso.

Se entrare nello specifico è difficile, come nel caso di questo referendum, e le persone comuni faticano a comprenderlo perché presuppone conoscenze di diritto costituzionale e di teoria del diritto, perché non si è fatto un lavoro di educazione invece che fare proclami?

Far scegliere al popolo su un argomento di cui sai che il popolo non è a conoscenza è violenza morale».

La stessa che si consuma quando il gioco democratico viene ridotto alla scelta tra programmi alternativi che difendono interessi specifici, per quanto legittimi, facendo sì che chi non si sente rappresentato non partecipi al voto.

Questa volta, però, l’affluenza è stata altissima (58,9%) sia per un referendum costituzionale, sia per una consultazione in un periodo storico segnato da una profonda crisi della partecipazione civica.

E invece, i cittadini hanno stupito se stessi. Basti pensare alla Toscana, dove alle Regionali di pochi mesi fa aveva votato meno di un avente diritto su due (il 47,7%) ma che al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia è stata la seconda regione con la maggior affluenza (66,2%), dietro solo all’Emilia-Romagna.

Un risultato che racconta di un elettorato che non è disinteressato, ma che va “solo” saputo mobilitare.

Vale anche per i giovani, spesso raccontati come disimpegnati. Alle urne, infatti, la percentuale di astensione più bassa si è registrata nella Gen Z(nella fascia 18-28 anni ha votato il 67%), la più alta nei Millennial (nella fascia 29-44 ha votato appena il 47,5%).

Zamagni non è affatto meravigliato da questi numeri, proprio in virtù della natura del referendum.

«Il tema era politico, non partitico, e quando si interviene sui principi il popolo ha un soprassalto di saggezza e va a votare».

 www.avvenire.it

 

 

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