lunedì 2 marzo 2026

PAROLE IN SOFFITTA

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LA CULTURA DELL'AUTOREFERENZA

 UNA CULTURA CHE NON AIUTA A PERCEPIRSI FIGLI, CIOE' DEBITORI ED EREDI DELLA VITA, MA SOLO PROPRIETARI


Non matura queste due azioni, gratitudine e compassione ma il loro contrario egoismo e indifferenza.  


- -di Alessandro D’Avenia

 

Nel bel film Hamnet, adattamento del romanzo ispirato a un episodio della vita di Shakespeare, c'è una scena memorabile.

Durante la rappresentazione dell'Amleto, quando l'attore nella parte del principe sta per morire, una donna del pubblico, che a quei tempi stava proprio sotto il palco, allunga la mano per consolare il moribondo, e così tutti quelli attorno a lei. Un'immagine da grande cinema, capace di mostrare che l'arte vera è lo spazio-tempo in cui sentiamo nostra la vita altrui tanto da volerla sostenere e alleviare, come scriveva Van Gogh di sé, “Voglio riconciliare gli uomini con il loro destino”, o Fitzgerald dei libri, “Parte della bellezza di tutta la letteratura è scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o separato da nessuno. Tu appartieni”. 

Questa capacità dell'arte di aprire lo spazio-tempo dell'appartenere, esperienza difficile per l'ego che abitualmente vede negli altri strumenti o ostacoli, ci fa scoprire che siamo invece “sulla stessa barca” nell'odissea della vita. La “barca” è metafora di quel livello di realtà in cui tutto è collegato e in comune, livello di cui non facciamo esperienza perché abbiamo perso la parola che lo indica: spirito. “Spirituale” oggi si dice infatti di chi è distante dalle incombenze materiali, quando significa il contrario: unito a tutto e tutti. 

Per questo Cristo diceva “Lo spirito vi condurrà alla verità tutta intera”, cioè alla vita in cui siamo uniti in noi stessi e con gli altri. Utopia o realtà? 

E' appena iniziata la Quaresima, periodo di preparazione alla Pasqua, cioè un'educazione pratica a risorgere, qualcosa che riguarda tutti a prescindere dalla fede. I riti, le feste, le ricorrenze hanno lo scopo di “fermare” il tempo, segnano infatti in quello lineare che avanza inesorabile un altro tempo, un tempo fermo perché sempre disponibile e attingibile, nella modalità del ritorno, come accade con le stagioni: le fioriture di questi giorni ci mostrano questo tempo nel tempo.  

Pensate all'effetto delle Olimpiadi o del festival di Sanremo: eventi da cui ci aspettiamo molto di più di quello che sono, perché il nostro spirito ha fame di senso e di unità con gli altri. Questi eventi aggregano infatti milioni di persone, perché sono versioni secolarizzate del sacro (il cibo dello spirito) di cui non possiamo fare a meno: le olimpiadi vengono da Olimpia, antica città greca in cui ogni quattro anni si riunivano i popoli ellenici, anche in guerra tra loro, per celebrare il culto di Zeus; festival è un termine che indicava nel latino medievale una festa religiosa. Il ciclo liturgico cristiano ha sempre fatto lo stesso: Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua danno senso al tempo lineare agganciandolo a un tempo eterno, quello in cui la morte è sconfitta grazie all'unione con Dio (comunione) e con gli altri (comunità). Nella Quaresima in particolare in che modo? Lo spiega il rito del digiuno, e rito non è regola che fa meritare un premio (sarebbe solo una dieta), visione commerciale che nulla c'entra con la fede, ma accesso al livello spirituale, dove si ritrova l'unità con sé stessi e con gli altri, proprio a partire dall'unione di corpo e spirito.  

Come? Toccando l'istinto più radicale: la fame, che ci rende tutti uguali. Sperimentare fame, più che mai in un mondo in cui si buttano tonnellate di cibo ogni giorno e c'è chi muore di fame, ci riporta alla condizione che tutti ci unisce: abbiamo ricevuto la vita, non ce la siamo data. Per questo nella preghiera cristiana per eccellenza si chiede “il pane quotidiano”: Dio è la vita, non tu. Se quel pane me lo tolgo volontariamente riaffermo, nel vissuto e non in astratto o solo mentalmente, che io sono dato a me stesso, non mi sono fatto da solo, e così chi mi sta accanto. Per questo motivo Omero usa “mangiatori di pane” come sinonimo di “mortali” a differenza degli immortali che si nutrono di “ambrosia” (letteralmente: immortalità), e Cristo dice: “Guai a voi che ora siete sazi perché avrete fame” (Lc 6), che non è una maledizione ma la descrizione dello stato spirituale di chi crede di essere la causa della vita che ha.  Chi pensa così ha fame perché gli manca realtà (senso e unità): la vita che hai è data, a te e a tutti. Solo chi conosce la fame conosce veramente l'uomo, perché sente, nella carne, che siamo compagni (da cum e panis: chi condivide il pane) di viaggio. Ecco il punto: il corpo ci porta allo spirito, e quando i due sono ben uniti ci sentiamo donati a noi stessi e legati realmente agli altri, sentiamo in ogni cosa la fatica della fragilità, e allunghiamo la mano verso l'altro perché non si senta solo, come la donna all'uomo morente sulla scena.  

Chi non sente la propria fragilità, si dimentica di sé e degli altri, chi la sente sa che è mantenuto in vita, e ne è grato, e la gratitudine genera riconoscenza, cioè capacità di restituire vita alla vita. La Quaresima è un'educazione alla realtà: “polvere sei e polvere ritornerai” non serve ad abbattersi ma ad aprirsi: gratitudine (eucarestia significa ringraziare) e compassione (patire con l'altro), che non sono sentimenti ma le due azioni alla bade della felicità, mano tesa sia per ricevere che per dare, essere da ed essere per.  

Per questo in Quaresima il digiuno si accompagna a elemosina (dal greco: avere pietà) e alla preghiera (stessa radice di precario), perché sono modi analoghi al digiuno per tornare consapevoli della propria e altrui fragilità (non si prega per convincere Dio a fare qualcosa ma per convincere noi che siamo suoi figli). Una cultura che non aiuta a percepirsi figli, cioè debitori ed eredi della vita, ma solo suoi proprietari, non matura queste due azioni, gratitudine e compassione ma il loro contrario egoismo e indifferenza.  

Per questo il cristianesimo medievale ha voluto dettagliare la gratitudine-compassione in quattordici capolavori, noti come opere di misericordia, sette corporali e sette spirituali: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire chi è nudo, accogliere i forestieri, prendersi cura dei malati, visitare i carcerati, seppellire i morti; consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire chi fa il male, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti.  Non sono comandamenti ma la forma di esistenza che nasce dal non sentirsi proprietari della vita propria e altrui, ma suoi custodi e coltivatori. Un programma sociale e politico che sintetizza l'etica in un entusiasmante e impegnativo: “Vivi e lotta perché gli altri vivano”. Così non sono separato da me stesso e dagli altri, e la carità non diventa sentimento, dovere o fastidio, ma stile di vita in cui la consapevolezza della morte (paura) è sostituita da una maggiore consapevolezza della vita (coraggio): sono chiamato a vivere di più e a far vivere di più (ecco la resurrezione della Pasqua non solo come narrazione di un evento straordinario ma come trasformazione della mia vita, oggi).  

La Quaresima, parola oggi in soffitta, serve a non accontentarsi del tempo lineare che porta alla tomba, e aprire lo spazio-tempo in cui mi sento così legato alla vita (appartenere) che diventa una gioia vivere e dare vita (risorgere), perché nulla può essere migliorato se prima non è amato. E allora privarsi di un po' di cibo o di altre cose che riteniamo essenziali fa accadere la memorabile scena del film: “Non aver paura, non sei solo: sei figlio, sei fratello”.

 Alzoglioochiversoilcielo

Corriere della Sera


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