La famiglia del bosco,
i giudici
e le leggi
Giorgia Meloni e
l’opinione pubblica contro i giudici
Nel suo atteso
intervento, a Milano, a chiusura della campagna a favore del Sì nel referendum,
Giorgia Meloni ha affermato che, se la riforma non dovesse passare, «ci
ritroveremo (…) figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non
condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco».
Dove i giudici – a
dispetto delle assicurazioni, più volte ribadite dalla stessa premier,
che questa, «a differenza di quello che si dice non è una riforma contro i
magistrati» – vengono espressamente additati come i responsabili di una
azione spregevole com’è quella di strappare i figli alle proprie madri, in
nome di una loro pregiudiziale ideologica.
Come ha già fatto nei
giorni scorsi, Meloni utilizza la grande eco mediatica della vicenda della
“famiglia del bosco” per arginare l’allarmante rimonta del No, che lo ha
visto passare nel giro di poche settimane da uno svantaggio di dieci punti
a una posizione di sostanziale parità con il Sì.
Che ci stia riuscendo o
meno, è sicuro però che questa drammatica storia, sta offrendo agli occhi di
molti un’inquietante immagine di disumanità della giustizia, che certamente non
basta a giustificare le parole della capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi
– «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di
esecuzione» –, ma, in questa vigilia del voto referendario, non spinge certo a
guardare i giudici con fiducia e simpatia.
Soprattutto dopo che i
magistrati non solo hanno sospeso (non revocato) la potestà genitoriale di
Catherine e Nathan e imposto la separazione della madre e dei figli – ospitati
in una casa-famiglia, a Vasto – dal padre, ma, dopo qualche mese, hanno
addirittura deciso di allontanare dai bambini anche la madre, dando luogo ad un
addio straziante che ha avuto su internet una diffusione virale.
In un post pubblicato sui
social, Giorgia Meloni ha scritto: «Le ultime notizie che riguardano la
famiglia Trevallion, la “famiglia nel bosco”, mi lasciano senza parole (…). Il
mio pensiero va ai bambini e ai loro genitori colpiti da una assurda concatenazione
di decisioni dal chiaro tenore ideologico».
Infatti, ha sottolineato
la nostra premier, «il compito dei Tribunali per i Minorenni è quello di
tutelare i bambini (…) agendo nel superiore interesse del minore. E
dove sarebbe il superiore interesse del minore, quando dei bambini vengono
allontanati dal padre, poi dalla madre (…) perché i giudici del Tribunale dei
Minorenni non condividono lo stile di vita della famiglia? Non è compito della
giustizia, e dello Stato in generale, sostituirsi ai genitori, decidere come
vadano educati i figli, imporre uno stile di vita fondato su standard che sono
chiaramente ideologici».
Saremmo davanti, più
precisamente, a una concezione statalista che misconosce i diritti della
famiglia, che a Meloni sono sempre stati molto a cuore. «Perché i figli
non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà, e (…)
una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi
limiti».
Sulla stessa linea il vicepremier
Salvini, che ha parlato di «violenza di Stato» e, davanti all’ordinanza
del Tribunale, ha scritto: «Per questi giudici una sola
parola: Vergogna».
Anche noti psichiatri e
psicologi, da Andreoli ad Ammanniti, intervistati, hanno dato un giudizio
nettamente negativo. E l’opinione pubblica è stata unanimemente solidale con la
famiglia Trevallion. Tanto che davanti alla struttura di Vasto dove Catherine
ha trascorso diverse settimane, insieme ai suoi tre figli, è stato organizzato
un sit-in spontaneo di protesta.
Prima dell’uragano
Lo scenario sembra non
ammettere dubbi. Uno solo ne rimane: cosa può avere spinto i magistrati
dell’Aquila a queste decisioni disumane? Secondo Meloni, una ideologia che
ignora il valore della famiglia. Se è così, bisogna attribuire loro un fanatismo
che sfida anche il martirio, visto che la presidente del Tribunale, Cecilia
Angrisano, è da settimane tempestata sui social da messaggi minacciosi del tipo
“Attenta ai tuoi figli se li hai…”, “Spero che tu possa soffrire le pene
dell’inferno”, tanto da giustificare la decisione del ministero dell’Interno di
innalzare la vigilanza a protezione della sua persona. Siamo davanti a una
specie di talebana, pronta a tutto pur di penalizzare una tranquilla
famigliola?
Prima di accogliere
questa conclusione estrema, forse è giusto provare a ricostruire questa storia
fin dall’inizio, situando i suoi ultimi esiti drammatici nel loro
contesto, che spesso il clamore del circo mediatico ha fatto perdere di vista.
Tutto ha inizio quando,
nel 2021, i coniugi australiani Nathan Trevallion e Catherine Birmingham
vengono in Italia e vanno ad abitare, con i loro tre figli piccoli – una
bambina e due gemelli – in un casolare situato nel bosco vicino Palmoli (in
provincia di Chieti). Il loro desiderio – assolutamente comprensibile e
segretamente condiviso da molti di noi – è di sfuggire agli artifici
soffocanti di una civiltà che estrania gli esseri umani dalla natura. Per
questo hanno scelto una casa isolata, priva di tutte quelle comodità che oggi,
nella società consumistica, vengono ritenute indispensabili: acqua corrente,
energia elettrica, riscaldamento, servizi igienici.
Una scelta coraggiosa,
che però anche delle conseguenze per i figli. I bambini crescono – oggi la più
grande ha otto anni, i due più piccoli sei – senza pediatra, senza
vaccinazioni, senza andare a scuola, senza quasi avere quei rapporti con altri
bambini. Non è un caso, ma una scelta. Sul suo sito internet
Catherine espone la sua visione educativa, poi ribadita parlando con le
assistenti sociali – che l’apprendimento formale dovrebbe iniziare solo dopo i
sette anni, perché «il cervello è maggiormente predisposto ad apprendere dopo
aver fatto esperienze dirette nella natura». Col risultato che, a tutt’oggi, i
bambini non sanno né leggere né scrivere e a malapena conoscono la lingua
italiana.
Di tutto ciò nessuno sa
nulla finché, nel settembre del 2024, il padre non raccoglie per il pranzo dei
funghi che si rivelano velenosi. Fedeli alla loro scelta di non avvalersi
della civiltà, Nathan e Catherine non chiamano il 118. È un contadino, che
abita in una baita vicina, che per puro caso li trova, loro e i loro
figli, privi di sensi, e dà l’allarme, probabilmente salvando loro la
vita. Ma anche in ospedale, Catherine è indomabile nella sua coerenza e cerca
di impedire che ai figli venga messo il sondino naso-gastrico che si usa
in questi casi.
L’intervento delle
autorità
Da qui partono le
segnalazioni e i controlli. I carabinieri descrivono una situazione di
«sostanziale abbandono». I servizi sociali intervengono e propongono un
percorso che comprende la ristrutturazione dell’alloggio, nonché visite
mediche ed incontri educativi per i bambini. Dopo avere inizialmente
acconsentito, i genitori cambiano idea e rifiutano. Catherine anzi si allontana
con i suoi figli e per un po’ di tempo se ne perdono le tracce.
Quando ritorna a
Palmoli, il comune offre alla famiglia una casa più confortevole, con il
riscaldamento. L’offerta viene rifiutata. Un imprenditore mette a disposizione
un’altra abitazione, gratis. L’offerta viene rifiutata. Un geometra e una ditta
edile si offrono di ristrutturare lo stesso casolare scelto fin dall’inizio dai
Trevallion. L’offerta viene rifiutata.
Non solo. I coniugi
negano l’accesso settimanale a un centro socio-psico-educativo, destinato
a favorire la socializzazione dei figli e il sostegno alla genitorialità,
interrompendo successivamente anche i contatti con gli operatori sociali e impedendo
verifiche dirette sulle condizioni dei bambini.
È a questo punto che
viene coinvolto il Tribunale dei Minori il quale, sulla base delle
relazioni dei Carabinieri e dei Servizi Sociali, applica, come in tanti altri
casi, l’art. 403 del Codice Civile, secondo cui «quando il minore è moralmente
o materialmente abbandonato o si trova esposto, nell’ambiente familiare, a
grave pregiudizio e pericolo per la sua incolumità psico-fisica (…), la
pubblica autorità (…) lo colloca in luogo sicuro», anche a prezzo
dell’«allontanamento da uno o da entrambi i genitori».
Si preferisce non
separare la madre dai figli, per cui vengono trasferiti insieme nella casa
famiglia di Vasto, dove, con l’aiuto di una esperta insegnante, viene
intrapreso un programma di recupero dell’alfabetizzazione e della
socializzazione. Con buoni risultati, all’inizio, compromessi però col passare
del tempo – secondo le relazioni degli operatori sociali –
da atteggiamenti sempre più ostili della madre nei confronti delle
educatrici e dell’insegnante, squalificandole e contestandole apertamente e scoraggiando
la collaborazione dei figli .
Non solo. Catherine
avrebbe progressivamente ignorato le regole organizzative della comunità,
portando i figli nel proprio alloggio al piano superiore per lunghi periodi e
impedendo di fatto la supervisione del personale. «Decide e attua in maniera
autonoma e contraria alle direttive – si legge nella relazione – rimandando ai
bambini di non dare importanza alle nostre osservazioni».
Sotto questo influsso
negativo, i bambini avrebbero iniziato a mettere in atto comportamenti
distruttivi e aggressivi, rompendo oggetti e tentando addirittura di colpire le
educatrici con bastoni ricavati da persiane danneggiate. Alla luce di sviluppi,
la casa-famiglia ha segnalato al Tribunale l’impossibilità di proseguire
l’intervento educativo.
È sulla base
di questi rapporti degli operatori sociali, non delle proprie teorie sulla
famiglia, che il giudice ha dovuto decidere di allontanare quella che la
psicologa e criminologa Roberta Bruzzone ha definito «a tutti gli effetti una
madre pericolosa». E in questa logica l’ordinanza del Tribunale consente invece
al padre – che fin dall’inizio ha mostrato un atteggiamento più collaborativo e
che ora ha preso le distanze dalla moglie – di recarsi quotidianamente
nella struttura protetta di Vasto per visitare i tre figli.
In questo
contesto rientra anche lo sforzo di Nathan per svelenire il clima creatosi
intorno alla sua famiglia dai mass media e dalla politica, chiedendo di
smetterla con presidi o proteste.
I giudici e la legge
Davanti a questa storia –
ben più complessa di quello che emerge dal flusso mediatico – non può non
apparire sorprendente la reazione della nostra premier e del nostro vicepremier,
che hanno accusato i giudici di agire, contro il diritto, per una preconcetta
ideologia statalista.
A parte il già citato
art. 403, proprio l’attuale governo nel 2023, col decreto Caivano, ha
introdotto la pena di due anni di detenzione per i genitori che non adempiono
l’obbligo scolastico. Meloni aveva espressamente rivendicato questa innovazione
in una intervista televisiva, facendo presente che fino ad allora la pena era
solo una multa di 30 euro: «Non al giorno eh, 30 euro, punto». Ma, aveva
continuato, «siamo intervenuti. Oggi se non mandi tuo figlio a scuola, se non
consenti a tuo figlio di essere educato per essere una persona libera e avere
le opportunità che una società normale gli deve garantire, è previsto anche il
carcere e che ti tolgo la potestà genitoriale».
Oggi, con una
stupefacente capriola, la stessa Meloni che ha fortemente voluto il decreto
Caivano, accusa i giudici che sanzionano, peraltro moderatamente (nessuno è
andato in prigione) l’evasione dall’obbligo scolastico della famiglia
Trevallion e «resta senza parole» davanti alla separazione dei bambini dalla
madre. Forse anche i bambini di Caivano avranno pianto vedendo la madre o il
padre andare in prigione, ma lo scopo dell’obbligo scolastico non di farli
contenti, ma di garantire loro una adeguata istruzione, quali che siano i
criteri dei genitori.
Perché è vero che i
bambini non sono dello Stato, ma non sono neppure di papa e mamma, come
sostiene Meloni. Per la precisione, non sono proprietà di nessuno perché sono
persone e lo Stato, con le sue leggi e il suo sistema giudiziario, deve
vegliare per garantire la loro crescita.
Sulle modalità concrete
in cui realizzare questo obiettivo è il nostro ordinamento giuridico a dover
decidere e chi sceglie di vivere in Italia – come gli esponenti del nostro
governo non perdono occasione per ricordare in tema di immigrazione – deve
adeguarsi alle nostre leggi. E accusare i giudici di farle rispettare può
essere una efficace mossa propagandistica in vista del referendum, ma contraddice
la logica della sovranità a cui un governo sovranista dovrebbe essere
particolarmente sensibile.
Foto di Haberdoedas su Unsplash
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