sabato 14 marzo 2026

LA FAMIGLIA NEL BOSCO

 

La famiglia del bosco, 


i giudici


 e le leggi




di Giuseppe Savagnone 


Giorgia Meloni e l’opinione pubblica contro i giudici

Nel suo atteso intervento, a Milano, a chiusura della campagna a favore del Sì nel referendum, Giorgia Meloni ha affermato che, se la riforma non dovesse passare, «ci ritroveremo (…) figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco».

Dove i giudici – a dispetto delle assicurazioni, più volte ribadite dalla stessa  premier, che questa, «a differenza di quello che si dice non è una riforma contro i magistrati» – vengono espressamente additati come i responsabili di una azione spregevole com’è quella di strappare i figli alle proprie madri, in nome di una loro pregiudiziale ideologica.

Come ha già fatto nei giorni scorsi, Meloni utilizza la grande eco mediatica della vicenda della “famiglia del bosco” per arginare l’allarmante rimonta del No, che lo ha visto passare nel giro di poche settimane da uno svantaggio di dieci punti a una posizione di sostanziale parità con il Sì.

Che ci stia riuscendo o meno, è sicuro però che questa drammatica storia, sta offrendo agli occhi di molti un’inquietante immagine di disumanità della giustizia, che certamente non basta a giustificare le parole della capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi – «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione» –, ma, in questa vigilia del voto referendario, non spinge certo a guardare i giudici con fiducia e simpatia.

Soprattutto dopo che i magistrati non solo hanno sospeso (non revocato) la potestà genitoriale di Catherine e Nathan e imposto la separazione della madre e dei figli – ospitati in una casa-famiglia, a Vasto –  dal padre, ma, dopo qualche mese, hanno addirittura deciso di allontanare dai bambini anche la madre, dando luogo ad un addio straziante che ha avuto su internet una diffusione virale.

In un post pubblicato sui social, Giorgia Meloni ha scritto: «Le ultime notizie che riguardano la famiglia Trevallion, la “famiglia nel bosco”, mi lasciano senza parole (…). Il mio pensiero va ai bambini e ai loro genitori colpiti da una assurda concatenazione di decisioni dal chiaro tenore ideologico».

Infatti, ha sottolineato la nostra premier, «il compito dei Tribunali per i Minorenni è quello di tutelare i bambini (…) agendo nel superiore interesse del minore. E dove sarebbe il superiore interesse del minore, quando dei bambini vengono allontanati dal padre, poi dalla madre (…) perché i giudici del Tribunale dei Minorenni non condividono lo stile di vita della famiglia? Non è compito della giustizia, e dello Stato in generale, sostituirsi ai genitori, decidere come vadano educati i figli, imporre uno stile di vita fondato su standard che sono chiaramente ideologici».

Saremmo davanti, più precisamente, a una concezione statalista che misconosce i diritti della famiglia, che a Meloni sono sempre stati molto a cuore. «Perché i figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà, e (…) una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti». 

Sulla stessa linea il vicepremier Salvini, che ha parlato di «violenza di Stato» e, davanti all’ordinanza del Tribunale, ha scritto: «Per questi giudici una sola parola: Vergogna».

Anche noti psichiatri e psicologi, da Andreoli ad Ammanniti, intervistati, hanno dato un giudizio nettamente negativo. E l’opinione pubblica è stata unanimemente solidale con la famiglia Trevallion. Tanto che davanti alla struttura di Vasto dove Catherine ha trascorso diverse settimane, insieme ai suoi tre figli, è stato organizzato un sit-in spontaneo di protesta.

Prima dell’uragano

Lo scenario sembra non ammettere dubbi. Uno solo ne rimane: cosa può avere spinto i magistrati dell’Aquila a queste decisioni disumane? Secondo Meloni, una ideologia che ignora il valore della famiglia. Se è così, bisogna attribuire loro un fanatismo che sfida anche il martirio, visto che la presidente del Tribunale, Cecilia Angrisano, è da settimane tempestata sui social da messaggi minacciosi del tipo “Attenta ai tuoi figli se li hai…”, “Spero che tu possa soffrire le pene dell’inferno”, tanto da giustificare la decisione del ministero dell’Interno di innalzare la vigilanza a protezione della sua persona. Siamo davanti a una specie di talebana, pronta a tutto pur di penalizzare una tranquilla famigliola?

Prima di accogliere questa conclusione estrema, forse è giusto provare a ricostruire questa storia fin dall’inizio, situando i suoi ultimi esiti drammatici nel loro contesto, che spesso il clamore del circo mediatico ha fatto perdere di vista.

Tutto ha inizio quando, nel 2021, i coniugi australiani Nathan Trevallion e Catherine Birmingham vengono in Italia e vanno ad abitare, con i loro tre figli piccoli – una bambina e due gemelli – in un casolare situato nel bosco vicino Palmoli (in provincia di Chieti). Il loro desiderio – assolutamente comprensibile e segretamente condiviso da molti di noi – è di sfuggire agli artifici soffocanti di una civiltà che estrania gli esseri umani dalla natura. Per questo hanno scelto una casa isolata, priva di tutte quelle comodità che oggi, nella società consumistica, vengono ritenute indispensabili: acqua corrente, energia elettrica, riscaldamento, servizi igienici.

Una scelta coraggiosa, che però anche delle conseguenze per i figli. I bambini crescono – oggi la più grande ha otto anni, i due più piccoli sei – senza pediatra, senza vaccinazioni, senza andare a scuola, senza quasi avere quei rapporti con altri bambini. Non è un caso, ma una scelta. Sul suo sito internet Catherine espone la sua visione educativa, poi ribadita parlando con le assistenti sociali – che l’apprendimento formale dovrebbe iniziare solo dopo i sette anni, perché «il cervello è maggiormente predisposto ad apprendere dopo aver fatto esperienze dirette nella natura». Col risultato che, a tutt’oggi, i bambini non sanno né leggere né scrivere e a malapena conoscono la lingua italiana.

Di tutto ciò nessuno sa nulla finché, nel settembre del 2024, il padre non raccoglie per il pranzo dei funghi che si rivelano velenosi. Fedeli alla loro scelta di non avvalersi della civiltà, Nathan e Catherine non chiamano il 118. È un contadino, che abita in una baita vicina, che per puro caso li trova, loro e i loro figli, privi di sensi, e dà l’allarme, probabilmente salvando loro la vita. Ma anche in ospedale, Catherine è indomabile nella sua coerenza e cerca di impedire che ai figli venga messo il sondino naso-gastrico che si usa in questi casi.

L’intervento delle autorità

Da qui partono le segnalazioni e i controlli. I carabinieri descrivono una situazione di «sostanziale abbandono». I servizi sociali intervengono e propongono un percorso che comprende la ristrutturazione dell’alloggio, nonché visite mediche ed incontri educativi per i bambini. Dopo avere inizialmente acconsentito, i genitori cambiano idea e rifiutano. Catherine anzi si allontana con i suoi figli e per un po’ di tempo se ne perdono le tracce.

Quando ritorna a Palmoli, il comune offre alla famiglia una casa più confortevole, con il riscaldamento. L’offerta viene rifiutata. Un imprenditore mette a disposizione un’altra abitazione, gratis. L’offerta viene rifiutata. Un geometra e una ditta edile si offrono di ristrutturare lo stesso casolare scelto fin dall’inizio dai Trevallion. L’offerta viene rifiutata.

Non solo. I coniugi negano l’accesso settimanale a un centro socio-psico-educativo, destinato a favorire la socializzazione dei figli e il sostegno alla genitorialità, interrompendo successivamente anche i contatti con gli operatori sociali e impedendo verifiche dirette sulle condizioni dei bambini.

È a questo punto che viene coinvolto il Tribunale dei Minori il quale, sulla base delle relazioni dei Carabinieri e dei Servizi Sociali, applica, come in tanti altri casi, l’art. 403 del Codice Civile, secondo cui «quando il minore è moralmente o materialmente abbandonato o si trova esposto, nell’ambiente familiare, a grave pregiudizio e pericolo per la sua incolumità psico-fisica (…), la pubblica autorità (…) lo colloca in luogo sicuro», anche a prezzo dell’«allontanamento da uno o da entrambi i genitori».

Si preferisce non separare la madre dai figli, per cui vengono trasferiti insieme nella casa famiglia di Vasto, dove, con l’aiuto di una esperta insegnante, viene intrapreso un programma di recupero dell’alfabetizzazione e della socializzazione. Con buoni risultati, all’inizio, compromessi però col passare del tempo – secondo  le relazioni degli operatori sociali – da atteggiamenti sempre più ostili della madre nei confronti delle educatrici e dell’insegnante, squalificandole e contestandole apertamente e scoraggiando la collaborazione dei figli .

Non solo. Catherine avrebbe progressivamente ignorato le regole organizzative della comunità, portando i figli nel proprio alloggio al piano superiore per lunghi periodi e impedendo di fatto la supervisione del personale. «Decide e attua in maniera autonoma e contraria alle direttive – si legge nella relazione – rimandando ai bambini di non dare importanza alle nostre osservazioni».

Sotto questo influsso negativo, i bambini avrebbero iniziato a mettere in atto comportamenti distruttivi e aggressivi, rompendo oggetti e tentando addirittura di colpire le educatrici con bastoni ricavati da persiane danneggiate. Alla luce di sviluppi, la casa-famiglia ha segnalato al Tribunale l’impossibilità di proseguire l’intervento educativo.

È sulla base di questi rapporti degli operatori sociali, non delle proprie teorie sulla famiglia, che il giudice ha dovuto decidere di allontanare quella che la psicologa e criminologa Roberta Bruzzone ha definito «a tutti gli effetti una madre pericolosa». E in questa logica l’ordinanza del Tribunale consente invece al padre – che fin dall’inizio ha mostrato un atteggiamento più collaborativo e che ora ha preso le distanze dalla moglie – di recarsi quotidianamente nella struttura protetta di Vasto per visitare i tre figli.

In questo contesto rientra anche lo sforzo di Nathan per svelenire il clima creatosi intorno alla sua famiglia dai mass media e dalla politica, chiedendo di smetterla con presidi o proteste.

I giudici e la legge

Davanti a questa storia – ben più complessa di quello che emerge dal flusso mediatico – non può non apparire sorprendente la reazione della nostra premier e del nostro vicepremier, che hanno accusato i giudici di agire, contro il diritto, per una preconcetta ideologia statalista.

A parte il già citato art. 403, proprio l’attuale governo nel 2023, col decreto Caivano, ha introdotto la pena di due anni di detenzione per i genitori che non adempiono l’obbligo scolastico. Meloni aveva espressamente rivendicato questa innovazione in una intervista televisiva, facendo presente che fino ad allora la pena era solo una multa di 30 euro: «Non al giorno eh, 30 euro, punto». Ma, aveva continuato, «siamo intervenuti. Oggi se non mandi tuo figlio a scuola, se non consenti a tuo figlio di essere educato per essere una persona libera e avere le opportunità che una società normale gli deve garantire, è previsto anche il carcere e che ti tolgo la potestà genitoriale».

Oggi, con una stupefacente capriola, la stessa Meloni che ha fortemente voluto il decreto Caivano, accusa i giudici che sanzionano, peraltro moderatamente (nessuno è andato in prigione) l’evasione dall’obbligo scolastico della famiglia Trevallion e «resta senza parole» davanti alla separazione dei bambini dalla madre. Forse anche i bambini di Caivano avranno pianto vedendo la madre o il padre andare in prigione, ma lo scopo dell’obbligo scolastico non di farli contenti, ma di garantire loro una adeguata istruzione, quali che siano i criteri dei genitori.

Perché è vero che i bambini non sono dello Stato, ma non sono neppure di papa e mamma, come sostiene Meloni. Per la precisione, non sono proprietà di nessuno perché sono persone e lo Stato, con le sue leggi e il suo sistema giudiziario, deve vegliare per garantire la loro crescita.

Sulle modalità concrete in cui realizzare questo obiettivo è il nostro ordinamento giuridico a dover decidere e chi sceglie di vivere in Italia – come gli esponenti del nostro governo non perdono occasione per ricordare in tema di immigrazione – deve adeguarsi alle nostre leggi. E accusare i giudici di farle rispettare può essere una efficace mossa propagandistica in vista del referendum, ma contraddice la logica della sovranità a cui un governo sovranista dovrebbe essere  particolarmente sensibile.

www.tuttavia.eu

Foto di Haberdoedas su Unsplash

 


 

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