sabato 14 marzo 2026

IL CIECO NATO

 

 


IV domenica 

di Quaresima

 

– (Gv 5,16-18)-


Quell’uomo su cui Gesù ferma il suo sguardo, giace da sempre nelle tenebre e non sa cosa sia la luce, perché non l’ha mai conosciuta, ma ottiene molto più di una guarigione: Gesù lo fa rinascere a una nuova esistenza, e non a caso ricorre a un gesto ricordato ben quattro volte nel corso del racconto (vv. 6.11.14.15) che rimanda all’atto con cui, secondo la Genesi, Dio ha formato l’uomo. 

Gesù vede la sofferenza, si ferma, non volge lo sguardo altrove, non teme di toccare un uomo dichiarato impuro e reietto dalla società, gli parla, e la sua Parola fa nascere la vita. Il cieco ora diventa un soggetto attivo. È bastato per lui sentirsi toccato dalla misericordia di quell’uomo di nome Gesù, per obbedire alla sua richiesta di andare a lavarsi alla piscina di Siloe, che significa “inviato”, per indicare che Gesù è un Inviato di Dio.  

Ed ecco che il gesto di Gesù operato col fango sugli occhi del cieco, si completa con l’ascolto obbediente dell’uomo che “tornò che ci vedeva” (v.7). L’ex cieco, infatti, non è sordo, ha ascoltato una Parola che gli ha chiesto di mettersi in cammino, pur incerto sulle sue gambe, pur non comprendendo il perché. Ora ritorna con passo sicuro, è diventato uomo ma non ancora discepolo. Non ha ancora fatto professione di fede, ma in lui troviamo il compimento della profezia di Is 42,16: “Farò camminare i ciechi per una via ad essi sconosciuta, per sentieri ad essi ignoti li farò camminare. Trasformerò dinanzi ad essi le tenebre in luce”. 

Un uomo nuovo ora cammina fra altri uomini e attende di essere accolto, ma non è così facile. La gente stenta a riconoscerlo e, invece di gioire per un fratello risanato, tutti si chiedono “come” sia stata possibile la sua guarigione. Inutilmente l’ex cieco pronuncia le sue prime parole affermando con forza: “Sono proprio io” (v.9). Inizia lo scontro fra la luce e le tenebre, tema molto caro all’evangelista Giovanni, anticipato nel prologo al Vangelo, dove la luce e le tenebre sono in contrapposizione: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta […]

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe” (Gv 1,5; 9-10).  Da questo momento comincia il percorso interiore che porterà l’ex cieco a diventare credente, contro la staticità dei farisei, che dimostrano una crescente ottusità, incapaci di intendere un messaggio che non rientra nel sistema teologico su cui essi basano la loro sicurezza. Iniziano a discutere negando il fatto, si trincerano nella loro verità e infine usano la loro autorità per ingiuriare l’ex cieco e cacciarlo fuori, ovvero scomunicarlo. Non potevano essere messi in discussione né l'identità tra malattia e colpa, né il primato del sabato sull'uomo, né il sospetto di eresia e di minaccia eversiva a carico del Cristo.

Il mondo, in altre parole, forte delle sue certezze precostituite rimane immobile nelle tenebre. Invece la ripetizione da parte del cieco delle fasi della sua guarigione è un cammino di consapevolezza che si sviluppa dinamicamente, giungendo al riconoscimento di Cristo progressivamente: “L’uomo che si chiama Gesù” (vs. 12), “è un profeta” (vs. 17), “questi è da Dio” (vs. 33), “credo Signore” (vs. 38).  Egli sa rispondere in modo argomentato ai suoi inquirenti, tradendo una cultura insospettata per un povero mendicante. Non vuole colpevolizzare i farisei ma semplicemente ridimensionare le loro pretese di giudizio, riconducendole entro i binari del buon senso.

L’ incredulità dei farisei rimane un atteggiamento stabile che oltre che ciechi li rende sordi. Il “non mi avete ascoltato, cosa volete sentire ancora?” (v. 27) rivolto loro dall’ex cieco sottolinea ancora una volta la relazione tra l’ascolto e la vera sapienza del cuore. Il vedere della fede infatti è strettamente legato con la Parola che permette di passare dalle tenebre alla luce.  Ancora una volta, però, il pover’ uomo è abbandonato da tutti. Da tutti, ma non da Gesù, che va alla sua ricerca non appena viene a sapere che il cieco è stato espulso dalla sinagoga. Dio cerca l’uomo fino a quando non lo trova. Adesso può incontrarlo occhi negli occhi e gli può chiedere se è capace di vedere oltre l’uomo che lo ha guarito. Come all’inizio della storia, l’ex cieco si dimostra disponibile all’ascolto della parola di Gesù che gli rivela la sua identità di “Figlio dell’uomo”: “Già lo hai veduto; colui che parla con te è lui” (v.37).

Adesso, proclamando il suo “credo, Signore” la guarigione dell’uomo è completa nella fede, che gli permette di vedere in Gesù la rivelazione di Dio ed essere illuminato dalla sua luce. Non resta che rendere gloria a Dio prostrandosi davanti al Signore. A questo punto la narrazione potrebbe dirsi conclusa. Invece l’evangelista riprende il tema della luce divina e isola la dichiarazione di Gesù con una nuova introduzione: “E Gesù disse:” (v.39). Le sue parole rivolte a chi gli sta vicino, compresi alcuni farisei, non sono di giudizio o di condanna ma un avvertimento a riconsiderare le proprie categorie ermeneutiche, le proprie certezze che sclerotizzano i cuori per mostrare l’effetto di questa luce quando essa viene accolta o viene rifiutata. In base al nostro atteggiamento di fronte al Verbo incarnato, siamo o nelle tenebre o nella luce, e questo fa la differenza, perché accogliere la luce vuol dire essere resi consapevoli di imparare, nel confronto costante con la Parola, a guardare il mondo con gli occhi di Dio e perciò a comportarci come “figli della luce”. Ma se l’uomo è convinto di essere già un vedente, e di non avere quindi bisogno di nessuna luce, rifiuta il dono di Dio e rimane chiuso nelle tenebre. 

L’itinerario del cieco sia, quindi, una guida per il nostro viaggio spirituale, esortati anche da S. Paolo, che ha conosciuto le tenebre e la rinascita nella luce del Cristo Risorto: “Un tempo eravate tenebra ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce” (Ef 5,8). E ancora: “Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre” (Ef 5,11).

Annalisa Greco

Comunità Kairòs

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