di Quaresima
– (Gv 5,16-18)-
Quell’uomo su cui Gesù ferma il suo sguardo, giace da sempre nelle
tenebre e non sa cosa sia la luce, perché non l’ha mai conosciuta, ma ottiene
molto più di una guarigione: Gesù lo fa rinascere a una nuova esistenza, e non
a caso ricorre a un gesto ricordato ben quattro volte nel corso del racconto
(vv. 6.11.14.15) che rimanda all’atto con cui, secondo la Genesi, Dio ha
formato l’uomo.
Gesù vede la sofferenza, si ferma, non volge lo sguardo altrove, non
teme di toccare un uomo dichiarato impuro e reietto dalla società, gli parla, e
la sua Parola fa nascere la vita. Il cieco ora diventa un soggetto attivo. È
bastato per lui sentirsi toccato dalla misericordia di quell’uomo di nome Gesù,
per obbedire alla sua richiesta di andare a lavarsi alla piscina di Siloe, che
significa “inviato”, per indicare che Gesù è un Inviato di Dio.
Ed ecco che il gesto di Gesù operato col fango sugli occhi del cieco, si
completa con l’ascolto obbediente dell’uomo che “tornò che ci vedeva” (v.7).
L’ex cieco, infatti, non è sordo, ha ascoltato una Parola che gli ha chiesto di
mettersi in cammino, pur incerto sulle sue gambe, pur non comprendendo il
perché. Ora ritorna con passo sicuro, è diventato uomo ma non ancora discepolo.
Non ha ancora fatto professione di fede, ma in lui troviamo il compimento della
profezia di Is 42,16: “Farò camminare i ciechi per una via ad essi sconosciuta,
per sentieri ad essi ignoti li farò camminare. Trasformerò dinanzi ad essi le
tenebre in luce”.
Un uomo nuovo ora cammina fra altri uomini e attende di essere accolto,
ma non è così facile. La gente stenta a riconoscerlo e, invece di gioire per un
fratello risanato, tutti si chiedono “come” sia stata possibile la sua
guarigione. Inutilmente l’ex cieco pronuncia le sue prime parole affermando con
forza: “Sono proprio io” (v.9). Inizia lo scontro fra la luce e le tenebre,
tema molto caro all’evangelista Giovanni, anticipato nel prologo al Vangelo,
dove la luce e le tenebre sono in contrapposizione: “La luce splende nelle
tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta […]
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era
nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo
riconobbe” (Gv 1,5; 9-10). Da questo
momento comincia il percorso interiore che porterà l’ex cieco a diventare
credente, contro la staticità dei farisei, che dimostrano una crescente
ottusità, incapaci di intendere un messaggio che non rientra nel sistema
teologico su cui essi basano la loro sicurezza. Iniziano a discutere negando il
fatto, si trincerano nella loro verità e infine usano la loro autorità per
ingiuriare l’ex cieco e cacciarlo fuori, ovvero scomunicarlo. Non potevano
essere messi in discussione né l'identità tra malattia e colpa, né il primato
del sabato sull'uomo, né il sospetto di eresia e di minaccia eversiva a carico
del Cristo.
Il mondo, in altre parole, forte delle sue certezze precostituite rimane
immobile nelle tenebre. Invece la ripetizione da parte del cieco delle fasi
della sua guarigione è un cammino di consapevolezza che si sviluppa
dinamicamente, giungendo al riconoscimento di Cristo progressivamente: “L’uomo
che si chiama Gesù” (vs. 12), “è un profeta” (vs. 17), “questi è da Dio” (vs.
33), “credo Signore” (vs. 38). Egli sa
rispondere in modo argomentato ai suoi inquirenti, tradendo una cultura
insospettata per un povero mendicante. Non vuole colpevolizzare i farisei ma
semplicemente ridimensionare le loro pretese di giudizio, riconducendole entro
i binari del buon senso.
L’ incredulità dei farisei rimane un atteggiamento stabile che oltre che
ciechi li rende sordi. Il “non mi avete ascoltato, cosa volete sentire ancora?”
(v. 27) rivolto loro dall’ex cieco sottolinea ancora una volta la relazione tra
l’ascolto e la vera sapienza del cuore. Il vedere della fede infatti è
strettamente legato con la Parola che permette di passare dalle tenebre alla
luce. Ancora una volta, però, il pover’
uomo è abbandonato da tutti. Da tutti, ma non da Gesù, che va alla sua ricerca
non appena viene a sapere che il cieco è stato espulso dalla sinagoga. Dio
cerca l’uomo fino a quando non lo trova. Adesso può incontrarlo occhi negli
occhi e gli può chiedere se è capace di vedere oltre l’uomo che lo ha guarito.
Come all’inizio della storia, l’ex cieco si dimostra disponibile all’ascolto
della parola di Gesù che gli rivela la sua identità di “Figlio dell’uomo”: “Già
lo hai veduto; colui che parla con te è lui” (v.37).
Adesso, proclamando il suo “credo, Signore” la guarigione dell’uomo è
completa nella fede, che gli permette di vedere in Gesù la rivelazione di Dio
ed essere illuminato dalla sua luce. Non resta che rendere gloria a Dio
prostrandosi davanti al Signore. A questo punto la narrazione potrebbe dirsi
conclusa. Invece l’evangelista riprende il tema della luce divina e isola la
dichiarazione di Gesù con una nuova introduzione: “E Gesù disse:” (v.39). Le
sue parole rivolte a chi gli sta vicino, compresi alcuni farisei, non sono di
giudizio o di condanna ma un avvertimento a riconsiderare le proprie categorie
ermeneutiche, le proprie certezze che sclerotizzano i cuori per mostrare
l’effetto di questa luce quando essa viene accolta o viene rifiutata. In base
al nostro atteggiamento di fronte al Verbo incarnato, siamo o nelle tenebre o
nella luce, e questo fa la differenza, perché accogliere la luce vuol dire
essere resi consapevoli di imparare, nel confronto costante con la Parola, a
guardare il mondo con gli occhi di Dio e perciò a comportarci come “figli della
luce”. Ma se l’uomo è convinto di essere già un vedente, e di non avere quindi
bisogno di nessuna luce, rifiuta il dono di Dio e rimane chiuso nelle
tenebre.
L’itinerario del cieco sia, quindi, una guida per il nostro viaggio
spirituale, esortati anche da S. Paolo, che ha conosciuto le tenebre e la
rinascita nella luce del Cristo Risorto: “Un tempo eravate tenebra ora siete
luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce” (Ef 5,8). E
ancora: “Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre” (Ef 5,11).
Annalisa Greco
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